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Il genocidio della Vandea

Quei 100.000 km quadrati, quelle 770 parrocchie insorte, quegli 800.000 abitanti “non hanno alcuna caratteristica distintiva comune”. Appartengono a province diverse, obbediscono ad abitudini diverse, non hanno avuto una storia comune; la Vandea è, pertanto, nata da un rifiuto.
La rottura si consuma il 12 luglio 1790, con la proclamazione della Costituzione civile del clero, clero tenuto in grande stima dal popolo per la sua onestà ed il suo eroismo. La caduta di fiducia e il conseguente rifiuto di qualsiasi dialogo induce le autorità a degenerare in misure vessatorie, moleste, arbitrarie e talvolta violente.
L’insurrezione scoppia nel marzo 1793, in occasione di una nuova massiccia coscrizione obbligatoria, urgente per la pressione esterna di austriaci e prussiani. In un brevissimo spazio di tempo e in modo spontaneo la Vandea insorta è in grado si schierare un’armata efficace non solo in azioni di guerriglia, ma anche di inquadrarsi in campo aperto; un esercito che per lungo tempo ha il sopravvento sull’armata rivoluzionaria dell’ovest, suscitando l’ammirazione non solo di Napoleone ma anche di Tureau. Ma alla fine la sproporzione delle forze in campo ne ha ragione e tra ottobre e dicembre si consuma la disfatta. Eppure la Vandea vinta non è ancora “convertita”.
Il nuovo regime è consapevole di correre un grave pericolo e ad esso è proporzionata la repressione. Il 17 gennaio 1794 il generale Tureau ordina la distruzione totale della regione con le parole “Libertà, fraternità, uguaglianza, o morte”. Percorsa dalle “colonne infernali” la Vandea conosce così un terribile genocidio, che durerà fino al 27 luglio 1794.
Ci si trova di fronte al primo genocidio ideologico della storia.
Quando si studia la Rivoluzione Francese si nota subito un certo stridore tra il tono entusiasta e gioioso dei libri nel raccontare i fatti, e i fatti stessi; ci si chiede come fosse possibile parlare di giudizi sommari, teste mozzate, cadaveri ammucchiati e soprusi di ogni genere, come si fosse trattato di una grande festa nazionale in cui tutti si volevano un gran bene.
“E la violenza, le stragi, gli orrori”?Mi si spiegò che si trattava di “cattivi”, gente che se lo meritava, traditori, mangiapane a tradimento nel migliore dei casi, persone da eliminare, insomma.Sconcertante.Ed è ancor più sconcertante, a mio parere, che questo sia, in fondo, il pensiero che a tutt’oggi molti continuano ad avere nei confronti di un evento storico sì di fondamentale importanza per quella che sarebbe divenuta l’Europa moderna, ma al tempo stesso totalmente antitetico nei fatti e nella pratica a quei medesimi principi di libertà, uguaglianza e fraternità che propugnava, ma che per primo tradì, e nel peggiore dei modi.
Eppure questo non si dice quasi mai, o al massimo si sussurra con un certo timore, come se si trattasse di qualcosa di marginale o poco rilevante o addirittura necessario ad imporre le nuove idee.
Ecco il punto, imporre.
Quasi tutti gli uomini, le donne e persino i bambini ghigliottinati durante il Terrore, erano innocenti sulla cui testa non pendeva alcun reato, tranne quello di avere delle idee e di volerle osservare e perseguire anche se contrarie a quelle che si volevano loro imporre dall’alto.
Nessuno dei capi rivoluzionari cercò mai il dialogo o una parvenza di discussione con coloro che, ed erano tanti, non condividevano quei principi che avrebbero finito per cambiare il volto alla Francia e non solo, preferirono torturare, massacrare, eliminare senza distinzioni e senza pietà ogni “ostacolo”, usando valori sacrosanti e pienamente condivisibili a pretesto delle nefandezze perpetrate contro cittadini inermi e avversari politici.
I capi rivoluzionari non erano affatto filantropi, ma astuti, ambiziosi e sanguinari despoti, abilissimi nello sfruttare il legittimo malcontento popolare per fini non solo puliti e non solo universali; gli oppositori, i nemici, i “cattivi” da togliere di mezzo erano, in fondo, tutti coloro che stavano dall’altra parte, quelli che osavano dissentire, uomini e donne di idee diverse, magari antitetiche, ma non per questo senza ragione di esistere.
Ho sempre pensato che l’orrore, l’arbitrio e il sopruso non abbiano colore politico, e purtroppo non esiste schieramento, bandiera, ideologia o istituzione che, nel corso della Storia, non si sia macchiata di gravi crimini. Compresi i rivoluzionari francesi.
La Vandea era una regione occidentale in cui vigeva una società prettamente contadina, cristiana e realista; la miccia che portò allo scoppio della guerra civile fu la ribellione dei vandeani nei confronti di uno Stato che aveva continuamente bisogno di reclutare dalle campagne giovani da mandare al fronte, che così venivano tolti alle famiglie e al lavoro dei campi, messo già a dura prova da tasse inique e continue carestie.
Combattendo sotto l’insegna del Sacro Cuore, i vandeani, coraggiosi e idealisti ma inferiori per numero ed equipaggiamento, furono letteralmente massacrati dalle “fraterne” truppe parigine, finché non ne rimasero stramazzati al suolo oltre 117.000.
A colpire non è solo il numero impressionante di vittime, ma anche i metodi di sofisticata e inaudita crudeltà usati per uccidere: gruppi di persone vennero legate e imbarcate su zattere fatte in seguito affondare, altri furono gettati dalla sommità delle mura cittadine.Roba da fare invidia ai peggiori nazisti.
Il Professor Pierre Chaunu, una delle autorità per la storia moderna, membro dell’Institut de France cosi’ riassume gli avvenimenti
Il popolo si ribellò per difendere la sua fede. Il Direttorio voleva imporre la coscrizione militare obbligatoria (è una loro invenzione perché fino ad allora solo i nobili andavano a far la guerra e per il tributo del sangue erano esonerati dalle tasse). Nello stesso giorno chiudono tutte le, loro chiese. I contadini vandeani si sono ribellati: allora tanto vale morire per difendere la nostra libertà. Hanno imposto ai nobili, assai refrattari, di mettersi al comando dell’esercito cattolico di Vandea e sono andati al massacro, perché sproporzionata era la loro preparazione al confronto di quella dell’esercito di Clébert. Così la Vandea è stata schiacciata senza pietà. Ma vorrei ricordare che sotto le insegne del Sacro Cuore combatterono anche dei battaglioni dei paesi protestanti della Vandea. Cattolici, protestanti ed ebrei affrontarono insieme la ghigliottina, per esempio a Montpellier, per difendere la libertà.
Questo è il capitolo più orrendo. Nel di cembre 1793 il governo rivoluzionario d ordine di sterminare la popolazione dell 778 parrocchie: “Bisogna massacrare le donne perché non riproducano e i bambini perché sarebbero i futuri briganti”. Questo scrissero. Firmato dal ministro della Guerra del tempo Lazare Carnot. Il generale Clébert si è rifiutato di eseguire quell’ordine: “Ma per chi mi prendete? Io sono un soldato non un macellaio”. Allora hanno mandato Turreau, un alcolizzato, con un’armata di vigliacchi.
Nove mesi dopo il generale Hoche, nominato comandante, arrivò in Vandea. Restò inorridito. Scrisse una lettera memorabile e ammirabile al governo della Convenzione: “Non ho mai visto nulla di così atroce. Avete disonorato la Repubblica! Avete disonorato la Rivoluzione! Io porto alla vostra conoscenza che a partire da oggi farò fucilare tutti quelli che obbediranno ai vostri ordini…”. Cosa aveva visto? 250.000 massacrati su una popolazione di 600.000 abitanti, paesi e città rase al suolo e bruciate, donne e bambini orrendamente straziati. A Evreux e a Les Mains si ghigliottinavano a decine colpevoli solo di essere nati a Fontaine au Campte.
Questo fu il genocidio vandeano.
Sandro Pasquino

www.famigliacattolica.blogspot.com
http://www.losai.eu/il-genocidio-della-vandea/

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Il governo che non pagava i creditori. In Francia, 1789

Segnalazione di Luciano Gallina

di Maurizio Blondet

da http://www.effedieffe.com – 10 Giugno 2013

Alexis De Tocqueville pubblicò nel 1856 il suo magistrale saggio «L’Antico Regime e la Rivoluzione», dove mostra come «la rivoluzione francese sia nata da ciò che precede», ossia dalla sgangherata inefficienza, corruzione ed inetto accentramento dell’amministrazione statale della monarchia, che portò al rovesciamento violento della monarchia stessa. In una occasionale rilettura, trovo stupefacenti punti di contatto fra l’Ancien Régime e i vizi del regime italiano attuale, il sistema di potere dei parassiti pubblici. Eccone alcuni passi:

Pagamenti ai privati

«Durante i regni che seguirono quello di Luigi XIV, l’amministrazione insegnò ogni giorno al popolo, in modo più pratico e alla sua portata, il disprezzo della proprietà privata. (…) La Direzione dei Ponti e delle Strade aveva già allora quell’amore per la bellezza geometrica della linea retta che ebbe a dimostrare in seguito [nella Rivoluzione illuminista, ndr]; evitava le strade già tracciate per poco che le sembrassero curve, e piuttosto che fare una curva, tagliava in mezzo mille proprietà. Queste, così devastate, erano sempre risarcite arbitrariamente e in ritardo: spesso non erano pagate affatto».

«L’assemblea provinciale della Normandia (…) constatò che il prezzo di tutte le terre espropriata d’autorità da vent’anni per le strade, era ancora da pagare. Il debito così contratto e non ancora saldato dallo Stato in quell’angolo di Francia ammontava a 250 mila livres. Grande era il numero dei piccoli proprietari danneggiati, perché la terra era già molto suddivisa. Ciascuno di loro aveva imparato per esperienza propria che il diritto dell’individuo merita pochi riguardi quando la volontà pubblica esige che sia violentato, e non dimenticò questa dottrina quando si trattò di applicarla agli altri» (allusione agli espropri della dittatura giacobina).

Italia 2013: «Il debito totale delle amministrazioni verso le imprese ammonta a 90 miliardi, per il governo. Ma questa cifra viene da una ad una indagine incompleta della Banca d’Italia effettuata solo sulle imprese aventi più di 20 impiegati. In realtà il debito dello Stato oscillerebbe tra i 120 e i 130 miliardi effettivi. L’amministrazione ammette di non conoscere esattamente l’importo, molte Regioni e Provincie non hanno contabilizzato bene i loro debiti verso i privati. Il governo Monti promette di sbloccare 40 miliardi; alla fine vengono sbloccati 3,5 miliardi per pagare i debiti; ma le imprese devono affrettarsi a presentare la documentazione… entro aprile. Da gennaio a marzo, 4218 imprese hanno dovuto chiudere i battenti».

Giustizia

Tocqueville: «Nessun insegnamento fu più pernicioso che certe forme adottate dalla giustizia penale quando si trattava del popolo. Il povero, se aveva a che fare con lo Stato, trovava soltanto giudici prevenuti, procedure illusorie e sentenze esecutive… Dai verbali della gendarmeria si vede (…) come si arrestassero i contadini indiziati. Spesso l’uomo così arrestato rimaneva a lungo in prigione prima di poter parlare al giudice, sebbene gli editti dicessero che l’arrestato doveva essere interrogato entro le 24 ore. Così un governo mite insegnava ogni giorno al popolo il codice di procedura penale più adatto alla rivoluzione e più comodo per la tirannia».

«È vero che in questa monarchia del 18° secolo, se le forme erano spaventose, la pena era quasi sempre temperata. Si preferiva far paura più che far del male; o piuttosto, si era arbitrari e violenti per abitudine e per indifferenza, e miti per indole. Ma per tal modo, l’amore di questa giustizia sommaria non faceva che affermarsi meglio: la mitezza della sentenza nascondeva l’orrore della procedura».

Italia 2013: «Il 4°%, ovvero 30 mila detenuti, sono in carcere per custodia cautelare, e secondo le statistiche del ministero la metà di loro verrà dopo anni estenuanti di processo, dichiarata innocente». Vi sono casi di carcerazione preventiva durati 13 anni.

«Riforme» devastanti

«Luigi XVI [finito sulla ghigliottina, ndr] durante tutto il suo regno parlò di riforme da fare. Poche sono le istituzioni di cui non abbia fatto prevedere prossima la rovina prima che la Rivoluzione le abbattesse in realtà. (…) Fra le riforme fatte da lui stesso alcune cambiarono, bruscamente e senza preparazione bastevole, le abitudini rispettate e violentarono i diritti acquisiti».

«…Un anno prima della Rivoluzione, un editto del re aveva completamente rovesciato in ogni sua parte l’ordine della giustizia: molte giurisdizioni nuove erano state create, moltissime abolite, tutte le regole della competenza cambiate (…) i querelanti, in mezzo a quella rivoluzione giudiziaria, stentavano a trovare la legge da applicare al loro caso e il tribunale che doveva giudicarli. Ma fu soprattutto la riforma radicale dell’amministrazione propriamente detta nel 1787 che, dopo aver portato il disordine negli affari pubblici, turbò i cittadini fin nella loro vita privata».

«Al momento in cui scoppiò la Rivoluzione, quella parte del governo che, sebbene subordinata, si fa sentire tutti i giorni ad ogni cittadino ed influisce più efficacemente e più continuamente sul suo benessere, era stata del tutto sconvolta: la pubblica amministrazione aveva di colpo cambiato tutti i suoi agenti e rinnovato tutte le sue massime. Ogni francese s’era trovato scosso nella sua condizione, turbato nelle sue abitudini, ostacolato nella sua industria».

Italia 2013: le continue «riforme», della scuola, delle pensioni, di tutto un po’ proclamate dai successivi governi, e quasi sempre mal cotte. Le riforme vanamente annunciate: della Costituzione, del parlamento, del sistema elettorale, della «giustizia». Le riforme della pubblica amministrazione, sempre silurate dai parassiti pubblici (i capi della PA). Le riforme Fornero sul lavoro; sulla previdenza sociale che ha violentato i diritti acquisiti di milioni di cittadini. Le «riforme» annunciate dal governo Letta. Eccetera.


Tassazione

«Nel quattordicesimo secolo, la massima “non tassare chi non accetta” [no taxation without representation, ossia non approvata da assemblee dei cittadini, ndr] era saldamente stabilita in Francia così come in Inghilterra. Oso affermare che il giorno in cui la nazione (…) permise al re d’imporre senza il suo concorso una imposta generale, e la nobiltà ebbe la viltà di lasciar tassare il Terzo Stato (borghesi) quel giorno fu posto il seme di quasi tutti i vizi e tutti gli abusi che hanno travagliato l’Ancien Régime per tutta la sua esistenza, e hanno finito per causarne la fine violenta».

«(…) Il gettito delle tasse mal ripartite aveva un limite, i bisogni de re non ne avevano. Tuttavia essi non volevano né convocare gli Stati [le assemblee delle classi di cittadini, ndr] per ottenere sussidi, né, tassandola, costringere la nobiltà a reclamare la convocazione di queste assemblee. Da ciò ebbe origine quella prodigiosa e malefica fecondità dello spirito finanziario [la creatività inventiva di sempre nuovi balzelli, ndr] che distingue così particolarmente l’amministrazione del denaro pubblico durante gli ultimi tre secoli della monarchia (…) Ad ogni passo, negli annali, si trovano beni regi venduti e poi risequestrati come invendibili; contratti violati, diritti acquisiti misconosciuti, il creditore dello Stato sacrificato ad ogni crisi; la fede pubblica ingannata. [Luigi XIV, il Re Sole, ndr] stornava i fondi destinati ad altri scopi. (…) In pieno Rinascimento, si immaginò di considerare il diritto al lavoro come un privilegio che il re poteva vendere. Lo Stato istituì le comunità industriali solo per trarne una rendita, sia dai brevetti [autorizzazioni, registrazioni cui ci si doveva sottomettere per produrre alcunché, ndr] che vende, sia dai nuovi impieghi che crea» (…) Si sconvolgeva tutta la costituzione delle città non già con mire politiche [di abbassarne l’autonomia, ndr], ma nella speranza di trarne qualche introito all’erario. Da questo bisogno di denaro, unito al desiderio di non domandarne agli Stati, nacque la venalità delle cariche (…)».

«Non temo di affermare che qualunque privato avesse amministrato il proprio patrimonio nel modo in cui il Gran Re amministrava quello pubblico, non sarebbe potuto sfuggire ai giudici».

«Bisogna studiare nei dettagli la storia amministrativa e finanziaria dell’antico regime per capire a quali pratiche violente e disoneste il bisogno di denaro possa ridurre un governo tutto sommato mite, ma non soggetto all’opinione pubblica e senza controlli [contrappesi, ndr] quando il tempo ha consacrato il suo potere e lo ha liberato dalla paura della rivoluzione, ultima salvaguardia dei popoli».

Italia 2013: A me sembra molto simile alla Francia del 1788, un anno prima della Rivoluzione. Non so a voi.

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Il massacro dei Lumi come quello del Regno delle Due Sicilie

Il Foglio 18 Marzo 2013

La Vandea è nomen omen del massacro di innocenti, al pari della notte di San Bartolomeo, di Guernica, di Srebrenica. Eppure in Francia, a distanza di oltre due secoli, la Vandea resta uno scandalo dif­ficile da maneggiare. La parola «Vandea» fino a pochi anni fa era sinonimo di cat­tolico reazionario. Sono i «chouans», gufi maledetti. Baciapile, nemici della Rivolu­zione, servi dei nobili, sanguinari.

File:Mort de Bonchamps.jpg

Di Vandea si è tornati a parlare in Francia, in Parlamento, sui giornali e sugli schermi televisivi. L’Ump, il partito di opposizio­ne, ha presentato in Assemblea nazionale un disegno di legge che ha lo scopo di ri­conoscere il «genocidio vandeano», che ebbe luogo, a più riprese, tra il 1793 e il 1796 per opera delle truppe rivoluziona­rie di Robespierre nei confronti degli abi­tanti della regione contadina della Vandea. I sostenitori della tesi del genocidio parlano di una «congiura del silenzio», in cui la politica e la storiografia avrebbero cospirato perché cadesse nell’oblio il grande sacrificio dei vandeani, colpevoli di aver difeso le loro convinzioni religio­se contro il nuovo potere ateo e giacobino. Le «colonne infami» repubblicane compi­rono spietati massacri contro i vandeani, lasciando sul terreno dai duecentocinquanta ai trecentomila morti.

«Se approvasse la proposta sul genoci­dio, la Repubblica accetterebbe per la prima volta di guardarsi allo specchio», ha scritto sulla rivista Causeur lo storico Frédéric Rouvillois. «Per la prima volta riconoscerebbe il terribile delitto che ha segnato l’inizio della propria storia». Di parere opposto lo storico della Rivoluzio­ne francese, Jean-Clément Martin: «I cri­mini sono crimini, ma manca la logica». Significa che i vandeani non furono ster­minati in quanto tali, ma sono stati vitti­me di una guerra civile. Lo spiega così Alain Gerard: «La Rivoluzione non pote­va ammettere che il popolo si ribellasse contro di lei. Per questo la Vandea dove­va scomparire».

La tesi del genocidio è stata portata avanti da Reynald Secher, uno dei mag­giori storici delle guerre vandeane, secon­do il quale «quelle rappresaglie non cor­rispondono agli atti orribili, ma inevitabi­li, che si verificano nell’accanimento dei combattimenti di una lunga e atroce guer­ra, ma proprio a massacri premeditati, or­ganizzati, pianificati, commessi a sangue freddo, massicci e sistematici, con la vo­lontà cosciente e proclamata di distrugge­re una regione ben definita e di stermina­re tutto un popolo, di preferenza donne e bambini» («Il genocidio vandeano», EFFEDIEFFE Edizioni, 1989).

La Vandea oggi è mito e tabù, tanto che il massacro alla chiesa di Petit Luc a Ro­che sur Yon viene accostato a quello na­zista di Oradour nel 1944. Il leader della gauche militante Jean-Luc Mélenchon ha protestato vivacemente per un program­ma televisivo andato in onda su France 3, dove Robespierre viene chiamato «il boia della Vandea» (le bourreau de la Vendée). Anche il settimanale Nouvel Obs attacca il documentario di Frank Ferrand, in cui le armate giacobine vengono accostate al­le Einsatzgruppen naziste.

I preti che insorgono in Vandea erano chiamati «corvi neri». Scortate da gendarmi mal vestiti, con la coccarda tricolore sui cappellacci, le carrette della Rivoluzione erano cari­che di questi preti refrattari detti «insermentés», quelli che non hanno giurato, che hanno mantenuto fedeltà all’autorità del Pontefice, cancellata per decreto. Georges Jacques Danton avrebbe voluto fare un mazzetto di tutti i preti refrattari su cui si riusciva a mettere le mani, im­barcarli a Marsiglia e scaricarli da qual­che parte sulle coste dello stato della chiesa, come una trentina di anni prima Sebastiào José de Carvalho y Melo, mar­chese di Pombal, illuminato primo mini­stro dell’illuminato re Giuseppe I, aveva tentato di fare con i gesuiti espulsi dal Portogallo.

Tutti i libri in latino, fossero pure i «Colloqui» di Erasmo da Rotterdam, fini­rono nel fuoco. I preti nella trappola di Rochefort furono più di quattrocento. Nelle loro ciotole di legno la Rivoluzione versò solo carne putrida, merluzzo anda­to a male, malsane fave di palude. L’acqua era infetta. A chi ne chiedeva di più, i fi­dati seguaci della Dea Ragione risponde­vano di servirsi pure, mostrando a dito l’o­ceano. Vi furono presto casi di delirium tremens, di follia. In poche settimane fu un’ecatombe di sacerdoti. I guardiani ab­bandonarono la nave. I morti venivano scaraventati in mare o seppelliti nella pa­lude. Per non sbagliare qualcuno venne sepolto mentre ancora respirava.

In Vandea la guerra non ebbe un cen­tro, ma era dappertutto, perché ovunque vi fosse un vandeano, fanciullo o adulto, uomo o donna che fosse, là per la Repub­blica si trovava un «soldato nemico». Nes­suna delle regole dell’antica arte militare fu rispettata in quella guerra, perché fu la «prima guerra moderna», in cui dei civili si fece carne da macello. In Vandea le ar­mi principali furono le preghiere nelle chiese solitarie, le corone di rosario agli occhielli, i «sacri cuori» cuciti agli abiti, le processioni e le riunioni nei boschi, i giuramenti di rifiutarsi al reclutamento, i racconti dei miracoli, fu la rivolta di tut­to un popolo, in cui le congiure erano na­scoste dietro l’altare di ogni borgo conta­dino. I sacerdoti officiarono nelle bru­ghiere e nelle paludi. Per primi s’armano i contadini. Mentre altrove in Francia so­no state le classi superiori ad avere spin­to il popolo, nella Vandea cristianissima è il popolo a incitare le classi superiori.

A dispetto di certa storiografia, i contadini della Vandea non erano monarchici più di altri, non furono supini sostenitori dell’Ancien Régime. Erano profondamente cattolici. L’origine di questa fedeltà van­deana alla chiesa ebbe radici antiche, affonda in un passato di simpatie calviniste e nell’opera di catechizzazione dei missionari della Compagnia di Maria e delle Figlie della Saggezza.

Il generale vandeano era un venditore ambulante. Si chiamava Jean Cathelineu, per tutti «il santo d’Anjou». È intento a impastare il pane, quando sente la voce che gli comanda di alzarsi e mettersi a ca­po di questa guerra santa. Guida una fol­la armata di falci, bastoni e pochi fucili, in cui le donne, nei campi e nei boschi, pregano in ginocchio per la vittoria dei lo­ro mariti e figli. Da ogni angolo della re­gione si leva un augurio che è un grido di odio verso i giacobini e il loro ateismo. I vandeani conquistano le città e poi le ab­bandonano. La facoltà di dissolversi e ri­comporsi è la loro forza e la loro debolez­za. Guidati dal santo di Anjou attraversa­no a decine di migliaia la Loira per libe­rare Nantes, per coinvolgere nella loro guerra i fieri «chouans» realisti della Bre­tagna.

Papa Karol Wojtyla ha beatificato, du­rante il suo pontificato, 164 di questi «martiri» della Rivoluzione francese. Nel corso di una controversa visita in Vandea, pronunciò un discorso ben lontano dal revanchismo. Nel rendere onore ai vandea­ni caduti nell’impari lotta contro le arma­te illuministe, Giovanni Paolo II sottoli­neò la loro testimonianza di fede, ma tra­scurò, se non addirittura condannò, il sen­so politico della controrivoluzione. For­zando un po’ la storia, il Papa affermò che anche i vandeani «desideravano sincera­mente il necessario rinnovamento della società», circoscrisse alla difesa della li­bertà religiosa la loro ribellione, non tac­que i «peccati» di cui anch’essi si erano macchiati nell’asprezza della lotta (san­guinose furono le rappresaglie vandeane contro i rivoluzionari).

Anche nella chiesa cattolica ci sono opinioni differenti sulla Vandea. Padre Giuseppe De Rosa sulla Civiltà Cattolica ad esempio ha scritto che la guerra di Vandea di due secoli fa andrebbe guarda­ta con maggiore «spirito critico», senza farne una «bandiera» e, tanto meno, il «simbolo dell’autentico cristianesimo». Di diverso avviso l’arcivescovo di Bolo­gna, cardinale Giacomo Biffi, secondo il quale «in quanto è avvenuto in Vandea trovano le loro premesse le stragi che hanno insanguinato l’intero XX secolo in nome o di un assurdo ideale di giustizia, di un’aberrante esaltazione di una na­zione o di una razza, o di un egoismo ma­scherato da civile comprensione».

La Vandea come preludio di Auschwitz, del Ruanda, del Gulag. Lo storico della Rivoluzione francese Jules Michelet par­la così dei vandeani: «Ci imbattiamo in un popolo sì stranamente cieco e sì bizzarra­mente sviato che si arma contro la Rivolu­zione, sua madre. Scoppia nell’ovest la guerra empia dei preti». Anche un figlio dei Lumi come Andrè Glucksmann ha de­finito la Vandea «la prima Glasnost dopo giorni del Terrore».

È la rivelazione del male compiuto da Robespierre. E anche Jean Tulard, docente all’Università Paris IV ed esperto di Vandea, paragona le azioni dei giacobini agli eccidi ordinati da Stalin. Gli storici non amano i parago­ni con l’Olocausto. Ma della Vandea par­lano come di un «popolicidio», mentre a lungo storici marxisti hanno letto la guer­ra di Vandea come una guerra della bor­ghesia centralizzatrice delle città contro il popolo contadino.

Varrà la pena di ricordare che i van­deani sono stati sterminati con metodi non dissimili da quelli nazisti. Così si leg­ge sul Bollettino ufficiale della nazione: «Bisogna che i briganti di Vandea siano sterminati prima della fine di ottobre. La salvezza della patria lo richiede». I van­deani sono considerati degli «ominidi», delle sottospecie di uomini, e in quanto tali non aventi diritto a un territorio.

Il nome stesso Vandea viene eliminato, deve scomparire. Si assegna un nuovo no­me alla Vandea chiamandola «diparti­mento Vendicato», per esprimere appun­to questa volontà di ripopolare quella parte di Francia un tempo abitata da «cat­tivi francesi».

Quello della Vandea è il primo genoci­dio della storia ideologica del mondo contemporaneo. Le Colonne infernali, tagliagole al comando del generale Louis Marie Turreau, devastarono la regione con fero­ce acribia cartesiana. Fucilazioni, anne­gamenti, falò di parrocchie zeppe di civi­li, camere a gas. C’era l’onta di un pezzo di Francia che aveva osato levarsi contro la volonté générale, ma anche il diffondersi d’idee malthusiane in una Francia attana­gliata dalla fame per colpa della stessa ri­voluzione. Così i giacobini concepirono, votarono all’unanimità e realizzarono l’annientamento di un gruppo umano reli­giosamente identificabile. Con ben due leggi, scritte e conservate negli archivi militari: il 1° agosto si decise la distruzio­ne del territorio, degli abitati, delle fore­ste e dell’economia locale; il 1° ottobre si ordinò lo sterminio degli abitanti, prima le donne («solchi riproduttori») poi i bam­bini. Leggi in vigore fino alla caduta di Robespierre, nel luglio 1794. Tutto come Hitler prima di Hitler.

Si usò in Vandea il termine «race»: un vocabolo che, di conio illuminista (Voltaire, Buffon, l’Encyclopé die), produsse lì subito l’idea di una «ra­ce maudite» da estirpare. Bertrand Barè- re, membro del «Comité de salut public», gridava dalla tribuna: «Quelle campagne ribelli sono il cancro che divora il cuore della Repubblica francese».

Quanti furono i morti? Un vandeano su tre? Centoventimila o seicentomila, come sostiene lo storico Pierre Chaunu? «Qual­siasi rivoluzione scatena negli uomini gli istinti della più elementare barbarie, le forze opache dell’invidia, della rapacità e dell’odio», disse il grande scrittore russo Aleksandr Solzenicyn quando inaugurò a Lucs-sur-Boulogne un memoriale dedica­to ai martiri del massacro perpetrato in questa piccola località dalle truppe re­pubblicane del generale Cordelier. In po­che ore, fra il 28 febbraio e il primo mar­zo del 1794, furono uccise 564 persone, fra cui 110 bambini al di sotto dei sette anni.

«Il XX secolo ha notevolmente ottenebra­to l’aureola romantica della rivoluzione del XVIII secolo», disse ancora l’autore di «Arcipelago Gulag».

Nonostante le esecuzioni sommarie di Angers, nonostante le «noyades», gli an­negamenti notturni a Nantes, in cui senza processo in due mesi vennero gettati nell’estuario della Loira da due a tremi­la tra preti «refrattari», la resistenza del­la Vandea non venne domata. Per vince­re i vandeani, caduto il Comitato di salu­te pubblica, la Rivoluzione pensò di ricor­rere a «la douceur», alla dolcezza. Si con­sigliò ai soldati dalla casacca azzurra di partecipare alle funzioni nei villaggi, di rispettare i preti e la fede della povera gente. Alla fine era la Vandea che aveva vinto, seppure da un immenso cimitero.

Al termine della guerra, il generale francese Joseph Westermann spedì una breve lettera al Comitato di salute pubbli­ca: «Non c’è più nessuna Vandea. Secon­do gli ordini che mi avete dato, ho massa­crato i bambini sotto i cavalli e le donne non daranno più alla luce briganti. Non ho prigionieri. Li ho sterminati tutti». Sembra un inveramento delle parole pro­nunciate negli anni del Terrore dal cele­bre moralista Chamfort: «La Rivoluzione è un cane randagio che nessuno osa fer­mare».

Giulio Meotti

http://www.effedieffe.com/index.php?option=com_content&view=article&id=248809:il-massacro-dei-lumi&catid=83:free&Itemid=100021

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Martiri della Vandea

Nel 1793, durante la Rivoluzione francese, si scatenò, nella terra della Vandea, il primo genocidio di Stato della storia occidentale. Il regime rivoluzionario di Parigi venne imposto con la forza nelle province di Francia ed ebbe in Vandea, la più cattolica di esse, la reazione più coraggiosa e gloriosa. I Blanchs (i vandeani) si contrapposero ai Blues (i giacobini): uniti a Dio e al Re, i contadini della Vandea, con i loro amati sacerdoti e i loro generali, si distinsero per la strenua difesa contro la dea ragione ed il principio deista dell’essere supremo; perciò, a causa del loro fermissimo Credo e della loro fedeltà monarchica, vennero massacrati. Per odio ideologico perirono, in quell’ecatombe, più di 30 mila abitanti. Tuttavia di questo evento storico o si è parlato in termini negativi per esaltare i “benefici” della Rivoluzione e del Terrore sanguinario oppure lo si è del tutto omesso dai libri di storia…
Lascia scritto Aleksandr Isaevič Solženicyn:
«Già due terzi di secolo fa, da ragazzo, leggevo con ammirazione i libri che evocavano la sollevazione della Vandea, così coraggiosa e così disperata, ma non avrei mai potuto immaginare, neppure in sogno, che nei miei tardi giorni avrei avuto l’onore di partecipare all’inaugurazione di un monumento agli eroi e alle vittime di questa sollevazione. […] gli avvenimenti storici non vengono mai compresi appieno nell’incandescenza delle passioni che li accompagnano, ma a distanza, una volta che il tempo li abbia raffreddati.
Per molto tempo ci si è rifiutati di capire di accettare quel che gridavano coloro che morivano, che venivano bruciati vivi: i contadini di una contea laboriosa, per i quali la rivoluzione sembrava essere fatta apposta, ma che la stessa rivoluzione oppresse e umiliò fino alle estreme conseguenze: e proprio contro essa si rivoltarono. […]. È stato il ventesimo secolo ad appannare, agli occhi dell’umanità, quell’aureola romantica che circondava la rivoluzione del XVIII secolo […] le rivoluzioni distruggono il carattere organico della società; quanto rovinino il corso naturale della vita; quanto annichiliscano i miglioramenti della popolazione, lasciando campo libero ai peggiori; come nessuna rivoluzione possa arricchire un Paese, ma solo qualche imbroglione senza scrupoli; come nel proprio Paese, in generale, essa sia causa di morti innumerevoli, di un esteso depauperamento e, nei casi più gravi, di un decadimento duraturo della popolazione» («Famiglia Cristiana», n. 41/1993, pp.80-81).
In Vandea si verificarono una serie di conflitti civili scoppiati al tempo della Rivoluzione francese, che videro la popolazione della Vandea e di altri dipartimenti vicini insorgere contro il governo rivoluzionario. La prima e la seconda guerra di Vandea vengono solitamente accorpate in un unico periodo che va dal 1793 al 1796. L’insurrezione ebbe inizio nel marzo 1793, quando la Convenzione Nazionale ordinò la leva obbligatoria per 300.000 uomini da inviare al fronte e proseguì per i successivi tre anni, con brevi tregue durante le feste come il Natale e la Pasqua. Il periodo più acuto degli scontri, in cui spesso gli insorti ebbero ragione delle truppe repubblicane, terminò con la vittoria di queste ultime nella battaglia di Savenay. La repressione compiuta tra l’estate del 1793 e la primavera del 1794, ad opera delle truppe repubblicane regolari e da reparti di volontari, fu assai feroce.
Tuttavia gruppi armati vandeani continuarono a combattere e una tregua vera e propria si ebbe solo nella primavera del 1795, con la pace di La Jaunaye. Questa prima guerra fu la più importante per numero di operazioni militari ed è quella a cui comunemente ci si riferisce trattando dell’insurrezione vandeana. Nondimeno lo stato insurrezionale rimase endemico nella regione e la rivolta si riaccese più volte negli anni seguenti, soprattutto nei momenti di crisi dei governi repubblicani e napoleonici. Il 24 giugno 1795 iniziò la seconda guerra di Vandea, che terminò l’anno successivo.
La terza guerra di Vandea durò solo tre mesi, dal 26 ottobre al 17 dicembre 1799, terminando con l’armistizio di Pouancé: a causa dell’instabile situazione politica, la Francia non avrebbe potuto sostenere una nuova guerra civile e per questo motivo il nuovo Governo francese preferì acconsentire alle richieste degli insorti, in modo da evitare il ritorno della monarchia, che in quel momento sembrava imminente.
La quarta guerra di Vandea iniziò nel marzo 1813, dopo la ritirata di Napoleone dalla Russia (1812) ed ebbe una pausa quando, a seguito della sconfitta dell’Imperatore a Lipsia (ottobre 1813), Luigi XVIII salì al trono, nell’aprile 1814. Dopo il ritorno al potere di Napoleone con i Cento Giorni, la guerra riprese il 15 maggio 1815 e terminò il mese successivo quando, a seguito della battaglia di Waterloo, Luigi XVIII ritornò sul trono di Francia nel giugno 1815. Il Sovrano, in segno di riconoscenza, conferì il grado di generale dei granatieri reali (un corpo militare addetto alla protezione del re) al generalissimo dell’armata vandeana Louis de La Rochejaquelein e lo stesso fece con il suo successore Charles Sapinaud, che divenne generale e fu insignito del titolo di Duca.
I vandeani iniziarono la rivolta solo dopo che il regime terroristico attuò misure repressive per il clero e aumentò le tasse per poter sostenere le spese militari. Il ripristino della monarchia rappresentava per i controrivoluzionari vandeani una soluzione per porre fine alla tragica rivoluzione.
I primi testi che trattarono del genocidio vandeano furono le memorie di alcuni dei protagonisti di quei tragici eventi: la marchesa La Rochejaquelein, Poirier de Beauvais, Joseph de Puisaye, la signora Sapinaud de La Rairie e per i repubblicani: Grouchy, Kléber, René-Pierre Choudieu, Turreau, Dumas. Il più celebre documento, del primo raggruppamento di testimoni, sono le Mémoires (1811) de Madame la marquise de la Rochejaquelein, vedova di Louis Marie de Lescure e in seguito di Louis de La Rochejaquelein, che essendo vedova di due tra i più importanti generali dell’Esercito cattolico e reale visse in prima persona tutte le guerre di Vandea, che descrive come una rivolta spontanea dei contadini per difendere il loro re e la loro Chiesa.
L’ Esercito cattolico e reale era formato da quei francesi contrari alla rivoluzione e che invece sostenevano la monarchia, in particolare era composto da contadini della cosiddetta «Vandea Militare», composta dai dipartimenti di Vandea, Loira Atlantica, Maine-et-Loire e Deux-Sèvres. I capi furono scelti tra la nobiltà francese che non era emigrata in altri Stati, per paura della cattura e della ghigliottina, ma che rimase in Francia per cercare di ristabilire la monarchia.
L’ Esercito nacque il 4 aprile 1793, in seguito alla riunione dei principali capi vandeani avvenuta a Chemillé, in seguito alla quale venne scelto come comandante in capo (che verrà chiamato «Generalissimo») Jacques Cathelineau. Da Parigi, intanto, la Convenzione, ordinò la «pulizia etnica» dei «briganti» vandeani.
I principali capi militari dell’Esercito cattolico e reale furono: Jacques Cathelineau, File:Cathelineau.jpgFrançois-Athanase Charette de La Contrie, Charles Melchior Artus de Bonchamps, Maurice-Louis-Joseph Gigot d’Elbée, Louis Marie de Lescure, Henri du Vergier de La Rochejaquelein, Jean Nicolas Stofflet, Jacques Nicolas Fleuriot de La Fleuriais, Charles Sapinaud, Louis e Auguste du Vergier de La Rochejaquelein (entrambi fratelli di Henri de La Rochejaquelein), Charles d’Autichamps. Alcuni di questi valorosi e cattolici generali sono ricordati nella bellissima canzone di Jean Pax Méfret, Guerre de Vendée.
Il simbolo della controrivoluzione vandeana era un cuore sormontato da una croce rossa su campo bianco a simboleggiare i Sacri Cuori di Gesù e di Maria, ai quali i vandeani erano particolarmente devoti grazie alla predicazione di San Luigi Maria Grignion de Montfort; inoltre tale simbolo richiamava anche lo stemma della Vandea, anch’esso formato da due cuori rossi (quelli di Gesù e Maria) sormontati da una corona che termina con una croce e che rappresentare la regalità di Cristo. Il motto era «Dieu Le Roi» («Dio [è] il Re»).
L’odio per la profonda Fede religiosa dei vandeani fu la ragione principale della spaventosa repressione e delle stragi indiscriminate. Il Terrore si scatenò contro la Fede e contro contadini che volevano continuare a vivere del loro lavoro e dei loro valori.
Ancora oggi nelle case di Lucs-sur-Boulogne (sul fiume Boulogne), il villaggio dove la memoria è molto forte, è rimasto il simbolo della rivolta vandeana: la bandiera con il cuore e la croce. Le chiese della Vandea sono piuttosto recenti, perché i Blues, i soldati inviati dalla Convenzione di Parigi, ne bruciarono circa 800.
File:Bonchamps 1.jpgLa chiesa più piccola di Le Lucs, chiamata «la Chapelle», sorge su un colle un po’ fuori dal paese ed è divenuta monumento storico. Qui, il 28 febbraio 1794, i soldati entrarono nella Chapelle (che sorgeva nello stesso luogo e identica a quella odierna) e spianarono i loro fucili contro più di cento uomini e soprattutto donne e bambini. Le vittime, che pregavano in ginocchio per prepararsi alla morte, vennero trucidati dai rivoluzionari. In tutto il villaggio di Le Lucs i morti furono 563, fra cui 110 bambini al di sotto dei sette anni: oggi i loro nomi sono scolpiti sulle pareti a perenne memoria de «la haine de la foi» («l’odio verso la fede»). Vicino alla Chapelle sorge un museo-memoriale, che venne inaugurato da Solzenicyn il 25 settembre 1993.
In Vandea, su 800 parrocchie circa, i preti refractaires, che cioè rifiutarono di giurare all’Assemblea costituente di Parigi, furono 768 e tutti vennero sostituiti da parroci sermentées, cioè giurati (spesso neppure regolarmente ordinati), disprezzati dai contadini vandeani. La persecuzione quotidiana dei sacerdoti veri fu la prima e reale ragione dell’esasperazione vandeana. Esiste un documento del più feroce persecutore e sterminatore giacobino, il generale Louis Marie Tourreau, nel quale sottolinea la grande autorità, presso i vandeani, dei preti non giurati  e ciò per tre ragioni: integrità dei costumi, serietà della formazione dottrinale, intima conoscenza del loro gregge.
La guerra civile in Francia su larga scala ebbe inizio proprio in Vandea con File:Louis de Lescure1.jpgl’insurrezione di Bressuire. La repressione provocò 100 morti e molti rivoluzionari staccarono le orecchie delle loro vittime per farsene coccarde.
Molte furono le vittorie a vantaggio del popolo armato di forche e falci contro le equipaggiate truppe rivoluzionarie. Nantes, strappata «ai borghesi di Parigi», fu tenuta per mesi. Ma proprio Nantes fu spesso teatro degli annegamenti delle persone, essi ebbero inizio alla fine del 1793 e continuarono fino alla primavera del 1794. Responsabile fu soprattutto Jean-Bptiste Carrier, inviato dalla Convenzione di Parigi a praticare la «soluzione finale» del problema vandeano. Le prime tre cosiddette noyades furono rivolte esclusivamente ai preti refractaires (250 circa). Gli storici calcolano che gli annegati furono circa 8000. Quando Carrier tornò a Parigi, dopo gli eccidi, la Convenzione per togliersi la responsabilità dei massacri decise di tagliargli la testa sotto Madame Guillotine.
File:PrincedeTalmont.jpgIl generale Tourreau, invece, mise a ferro e fuoco la regione vandeana da nord a sud e da est ad ovest: i villaggi venivano circondati, la gente radunata e trucidata, infine i soldati incendiavano case ed edifici. Chiaro l’obiettivo: l’olocausto del popolo vandeano era accompagnato alla distruzione di tutto. Scriveva la  «Gazette Nationale» riportando la seduta del 17 febbraio 1794: (trascitta il 19, p. 503): «si tratta di spazzare con il cannone il suolo della Vandea e di purificarlo con il fuoco». Ha spiegato il grande storico del genocidio vandeano Reynald Secher: «Queste rappresaglie non corrispondono dunque agli atti orribili, ma inevitabili, che si verificano nell’accanimento dei combattimenti di una lunga e atroce, ma proprio a massacri premeditati, organizzati, pianificati, commessi a sangue freddo, massicci e sistematici, con la volontà cosciente e proclamata di distruggere una regione ben definita e di sterminare tutto un popolo, di preferenza donne e bambini» (R. Secher, Il genocidio vandeano, Effedieffe Edizioni,  Milano 1989, p. 306) per sterminare una «razza maledetta», termine ripreso da tutti i rivoluzionari, una razza ed una terra considerate irrecuperabili, perciò: «La guerra finirà solo quando non vi sarà più un abitante su questa terra disgraziata» (Archivio storico dell’esercito, B. 58. Lettera del 25 piovoso dell’anno II). I Giacobini gioivano, come risulta dai documenti dell’epoca, nel lasciare sul loro cammino soltanto cadaveri e rovine… perché occorreva «sacrificare tutto alla vendetta nazionale» (R. Secher, Il genocidio vandeano, p. 306). Insomma, la volontà di far sparire dalla faccia della terra ogni traccia di un popolo, qualsiasi popolo, contiene in sé la definizione di genocidio.

Per approfondire: Reynald Secher, Il genocidio vandeano, Effedieffe Edizioni, Milano 1989.

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Cristeros messicani: per Cristo Re contro la massoneria

cristero5Messico martire, di don Ugo Carandino

La casa editrice Amicizia Cristiana ha curato la ristampa del libro Messico martire, scritto dal padre Luigi Ziliani, della Compagnia di Gesù, la cui prima edizione fu pubblicata nel 1929 e, da quanto scrive Marco Respinti (Basta Bugie.it, n. 238 del 30/3/2012), ebbe ben 15 riedizioni nell’arco di 10 anni.

L’iniziativa editoriale è stata suggerita dal film Cristiada, relativo all’insurrezione armata che dal 1926 al 1929 mobilitò i cattolici messicani (i “Cristeros”) contro il regime massonico e anticlericale del presidente Plutarco Elias Calles. In Italia, come ogni pellicola che non rientra nel filone propagandistico hollywoodiano, il film non ho trovato un distributore (all’indirizzo Internet: http://federiciblog.altervista.org /2012/11/28/film-cristiada-viva-cristo-rey/ i lettori troveranno i link per vedere e scaricare il film).

Il lettore, fin dai primi capitoli del libro, capirà di aver speso bene i suoi soldi. In effetti, nella parte introduttiva, l’Autore (che si recò più volte in Messico, in particolare nel 1928, in piena persecuzione), situa la vicenda dei Cristeros nella guerra più ampia scatenata dalla setta massonica contro la Chiesa per la conquista del potere mondiale (e in particolare dei Paesi cattolici dell’America Latina), indicando negli Usa il braccio armato della setta. Alcune considerazioni, scritte 80 anni fa, sono di estrema attualità: “Per questi adoratori del dollaro noi tutti siamo dei paria, che devono servire, contenti delle briciole buttate a terra dalle tavole dei ricchi epuloni. …Oggi la dottrina di Monroe: ‘L’America agli americani’ ha avuto ora una nuova interpretazione elastica con la formula: ‘Tutta l’America e tutto il mondo per la massoneria’. Nella loro insaziabile voracità i framassoni, forti della loro prosperità, sono convinti che mangeranno tutto; perché è la loro ora. Poi verrà sicuramente l’ora della indigestione (speriamo, ndr)” (pag. 34). E ancora: “Aveva già detto il Presidente Roosevelt: ‘L’assorbimento dell’America Latina è molto difficile finché sarà cattolica’. Il Messico è la prima muraglia che i massoni vogliono abbattere per inondare l’America Latina con la civiltà del relativismo e del dio dollaro” (pag. 33; l’indebolimento arrecato dal Concilio alla Chiesa ha certamente favorito il dilagare delle sette protestanti nei Paesi latino-americani). Ma Ziliani ricorda anche che “la potente massoneria Nord Americana va sempre distinta dal nobile popolo di quel grande Continente, in grande parte maggioranza di indole buona e conservatrice, quando non cattolico” (pag. 29).

Nelle stesse pagine introduttive, padre Ziliani tratteggia un breve ma esauriente panorama storico del Messico (che si può applicare alle altre terre precolombiane del Nuovo Mondo), dall’arrivo degli Spagnoli alle rivoluzioni liberali del XIX secolo. Il lettore vi troverà numerosi spunti di riflessione per controbattere la corrente vulgata anticattolica, presente in ogni settore della cultura ufficiale (anche nelle apparentemente “neutrali” guide turistiche: acquistandone una per un viaggio in Argentina, vi ho riscontrato l’esaltazione del periodo precolombiano, la demonizzazione dell’evangelizzazione cristiana e infine l’elogio dei movimenti rivoluzionari dell’ottocento).

Scrive l’Autore: “La Cattedrale (della Città del Messico) sorge significativamente sui ruderi dell’antico tempio del sole, alla quale divinità si offrivano sacrifici umani di innocenti e d’infanti, strappando il cuore delle vittime. E mettendolo ancora palpitante e a caldo nella fauci del mostruoso Quetzalcoatl, uccello-serpente, decapitando quindi l’innocente e facendo rotolare la sua testa mozza giù fino al popolo festante” (pag. 19). “In piazza della Capitale c’è un monumento storico dedicato agli Imperatori aztechi. E’ un omaggio iniquo … ai tiranni di quell’impero” (pag. 17). L’opera della Chiesa nelle Americhe fu fondamentale per la religione e per la società: “Convertito al cattolicesimo il loro sovrano, tutti gli Indi passarono in massa nel grembo della Chiesa, che valorizzò le loro energie per il bene comune” (pag. 17). La Santa Vergine, apparsa nel 1581 a Guadalupe all’azteco Cuauhtlatoatzin (battezzato poi col nome di Juan Diego), diede “prova della sua benevolenza verso i nuovi figli, confermando il suo Patrocinio sulla nuova cristianità … Maria di Guadalupe guadagnò presto il cuore di tutti gli Indi, e fu chiamata giustamente la Buona Madrina nel loro battesimo” (pag. 20). Contro l’avidità di una parte degli Spagnoli, la Chiesa difese strenuamente gli Indios: “nel Terzo Concilio Messicano del 1585 vengono stabilite pene canoniche contro i vessatori degli indigeni, intimando riparazione dei danni. E proprio da qual tempo s’iniziano le opere di beneficenza, istituti di carità e di protezione, asili, ospedali, ricoveri, ospizi. Non toccate dunque la storia, perché questa strappa la maschera ai mentitori” (pag. 26-27).

Ziliani non nasconde il suo disappunto per le rivolte che portarono alla separazione del Messico dalla Spagna (aggredita nello stesso periodo e dalla stessa setta in Europa): “L’indipendenza del Messico ebbe origine da un movimento rivoluzionario incomposto, quasi anarchico, non dal bisogno del popolo” (pag. 25). La rivoluzione fu manovrata dall’esterno:“Già nei primi anni della dichiarata indipendenza la massoneria fece incorporare agli Stati Uniti le conservatrici Louisiana e la Florida … la setta del triangolo e del compasso creò l’incidente col Messico, e nella conclusione della pace si appropriò di tre Stati a forte presenza cattolica: il Nuovo Messico, la Nuova California e il Texas … Più tardi nel 1853 fu annessa anche l’Arizona. Chi fomentò la rivolta contro Massimiliano Imperatore, finanziando la rivolta armata del ferocissimo Gen. Juares? Fu la massoneria, che in tutto il mondo cercava di abbattere una monarchia come quella asburgica … E fu la massoneria internazionale a sostenere Obregon e attualmente Calles, elettosi senza voto popolare, imposto alla Nazione da Obregon” (pagg. 29-30).

Dopo la panoramica storica, l’Autore passa a esaminare il periodo della Cristiada, con la descrizione di meccanismi di geopolitica ben collaudati: “Ed è in questa persecuzione che i figli della Vedova giocano una buona carta. La mossa americana del non intervento nei cosiddetti affari interni del vicino Messico, può essere una buona politica per ottenere in cambio una legislazione più accomodante agli interessi petroliferi dei cresi in grembiulino di New Jork … Calles, non potendo colpire i grandi magnati del petrolio, che vivono all’ombra della Loggia di Wall Street, e hanno il coltello per il manico, ha ottenuto in cambio il non intervento nella sua politica vessatoria contro i cattolici … Fu detto da un magnate del petrolio che vale più un gallone di nafta che un litro di sangue … I finanzieri della squadra e compasso di Wall Street pensano al petrolio, e alla Casa Bianca hanno imposto la formula: affari interni del Messico… Questo è cinismo ed istrionismo! Non intervento ed intervento in casa altrui quando fa comodo!” (pagg. 30-32).

Gli avvenimenti messicani ricordano “l’empietà rivoluzionaria della rivoluzione francese. Qui come là. È la solita storia massonica: una minoranza audace che opprime la maggioranza onesta” (pag. 35). Ma a volte la maggioranza reagisce, si organizza e si arma, come i cattolici della Vandea, del Tirolo e degli Stati italiani preunitari che insorsero contro le vessazioni giacobine e napoleoniche. Così pure i cattolici messicani, in nome della S. Vergine di Guadalupe e di Cristo Re (devozione che ebbe un forte impulso dopo che, nell’Epifania del 1914, l’Episcopato messicano volle ornare le immagine del Redentore con i simboli della regalità), si sollevarono a migliaia contro la tirannide governativa. La Chiesa rappresentava per i settari un ostacolo da superare per la conquista del Messico: allora gli aggressori (i presidenti-generali) indossarono i panni degli aggrediti, proprio come nella “favola esopiana del lupo e dell’agnello” (pag. 34). Sotto la presidenza del gen. Venustiano Carranza, nel 1917 a Querètaro fu varata la nuova Costituzione “degli Stati Uniti del Messico”, con il famigerato art. 130 che determinava per il clero la perdita di “ogni personalità giuridica nell’essere, nel possedere, nell’ereditare, nel succedere, nel ricevere” (pag. 38). Si mettevano le basi per passare dalla persecuzione giuridica a quella fisica, sull’esempio della Russia e della Spagna: “Prima la spogliazione, poi le manette, infine la mannaia” (pag. 38). Infatti, in poco tempo si passò dall’espulsione di vescovi e sacerdoti alla devastazione di chiese sino alle prime fucilazioni di ecclesiastici (pag. 39).

Sotto la presidenza del gen. Alvaro Obregon, una bomba fu fatta scoppiare dall’anarchico Luciano Perez sotto il tronetto che reggeva l’effige miracolosa della S. Vergine nella basilica di Guadalupe. La deflagrazione causò gravi danni all’altare, ma il quadro fu illeso: questo fatto, che ha del miracoloso, non fu però sufficiente a placare l’indignazione dei cattolici, in particolare dalle popolazioni indiane. L’indignazione sfociò in resistenza armata quando nel giugno 1926 fu varata la “Legge Calles”, che prendeva il nome dall’ennesimo generale-tiranno del Messico. Le nuove disposizioni, in nome della “libertà” rivoluzionaria, negavano ogni libertà concreta alla Chiesa: espulsione dei preti stranieri; limitazione di un sacerdote per ogni 15.000 abitanti, ma col divieto di indossare la talare e dell’insegnamento religioso; soppressione delle comunità religiose; limitazione alla stampa cattolica; persino delle sanzioni ai genitori che favorivano la vocazione dei figli… (pag. 40). Col capitolo intitolato “Non possumus” (pag. 41) si arriva alla parte centrale del libro: lascio al lettore il compito di scoprire, in più di cento pagine, i nomi, i luoghi, gli avvenimenti legati all’insurrezione e al martirio di tanti cattolici messicani, con numerosi episodi che richiamano alla mente l‘ardimento dei primi martiri romani. E’ da precisare, nella nostra epoca offuscata dagli errori conciliari, che Cristeros non morirono per la “libertà religiosa”, ma per la libertà della Chiesa di esercitare i suoi inalienabili diritti nella sfera spirituale e temporale.

Nell’ultima parte del libro Ziliani (pag. 175) traccia un parallelo tra la Passione di Gesù e la passione del Messico, indicando Calles nei panni di Caifa, i moderati (“i cattolici timorosi e comodi”) nei panni di Erode e infine “la venerabile in tutti i sensi Società delle Nazioni” in quelli di Pilato. Tra i cattolici “timorosi e comodi” possiamo annoverare quella parte dell’episcopato messicano che, malgrado i coraggiosi interventi di Pio XI e l’eroismo della maggioranza dei Vescovi, con un atteggiamento rinunciatario determinò il triste epilogo alla guerra dei Cristeros, con delle drammatiche conseguenze per chi aveva combattuto. A questo proposito “Messico martire” è un libro da leggere anche perché illustra e precisa il ruolo che ebbe Pio XI. Non dimentichiamo che sulla vicenda messicana (come sulla condanna dell’agnostico Charles Maurras) il pontefice di Desio è stato oggetto di aspre e ingenerose critiche, anche da parte degli avversari (coscienti o incoscienti) del Papato che si annidano nel mondo “tradizionalista”. Padre Ziliani traccia l’azione di Papa Pio XI a favore della Chiesa messicana nel capitolo “Roma ha parlato” (pag. 179); cita in particolare l’enciclica Acerba Animi del 29/9/1932, nella quale Papa Ratti denuncia come il regime messicano abbia “l’intenzione di distruggere la stessa Chiesa Cattolica” ed esorta il clero insieme ai fedeli a continuare a difendere i sacrosanti diritti della Chiesa. In un volumetto a parte, “Encicliche sulle persecuzioni in Messico, 1926-1937”, già segnalato dalla nostra rivista, “Amicizia Cristiana” ha pubblicato i diversi atti del magistero di Pio XI sul calvario messicano: l’epistola apostolica Paterna sane (2/2/1926), l’enciclica Iniquis afflictisque (18/11/1926), la citata enciclica Acerba animi magnitudo e l’enciclica Firmissimam constantiam (28/3/1937).

Il libro termina proprio con l’elogio fatto da Pio XI ai cattolici messicani:“Popolo di Confessori e di Martiri” (pag. 214). Il già citato Respinti ci informa che padre Ziliani nel decennio 1928-1938 tenne in Italia e in altri Paesi d’Europa un incredibile numero di conferenze (quasi trecento!) per denunciare la persecuzione della Chiesa messicana da parte del regime anticlericale di Calles. La ristampa di “Messico martire” rappresenta anche un doveroso omaggio al sacerdote che con coraggio e bravura ci ha tramandato le gesta di quei Confessori e Martiri. ¡Viva Cristo Rey!

Luigi Ziliani, Cristiada. Messico martire. Storia della persecuzione, Amicizia Cristiana,

Chieti 2011, pag. 218, euro 15,00.

http://www.edizioniamiciziacristiana.it/cristeros.htm

Recensione pubblicata sul n. 66 della rivista Sodalitium

http://www.sodalitium.biz/index.php?ind=news&op=news_show_single&ide=214

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CRISI FATALE PER UN’EUROPA ALIENA AL SACRO CUORE

Sacro CuoreL’EDITORIALE DEL VENERDI

di Arai Daniele

L’Evento profetico suscitato per impedire l’esito della «trama» storica diretta alla rovina della Cristianità, dopo essere stato disprezzato, è oggi interamente obliato. Riguarda specialmente la Francia cattolica, orfana della Dinastia Borbonica. Vediamo allora un po’ della sua storia, per situare e ricordare quest’Evento straordinario.

In seguito alla trama ribelle del Protestantesimo, avvenne una «crisi della coscienza europea» – situa­ta dallo storico Paul Hazard, alla fine del regno di Luigi XIV, tra il 1680 e il 1715. C´era allora la scalata dell’Enciclopedismo massone contro il Cristianesimo, tramata da «maître à penser», detti «maître d’hotel de la nouvelle philosophie», come poi Giovanni 23, degno del titolo di «concierge» del modernista Vaticano 2 delle logge.

Proliferarono allora i pensatori dello scientismo, della «Bibbia del materialismo ateo»,  che suscitava risate perfino di Voltai­re. Tutto seguiva il piano dei «maestri congiurati» per oscurare la Cristianità: «écraser l’infâme!» con la neo «cultura» del buio illuminista.
A questo scopo si erano impegnati a sovvertire intellettualmente ministri, principi e anche le teste regali. Quale terribile ironia affiora da certi docu­menti, come dalla lettera di Maria An­tonietta a sua sorella, la regina Maria Cri­stina (26.2.1781): “Penso che vi preoccu­pate troppo della Massoneria. Tutti qui ci appartengono. Di recente, è stata nominata gran-maestra di una Loggia la principessa Lambal­le, che mi ha raccontato di tante belle co­se che vi sono state dette”! La Rivoluzione partiva dall’allegria di belle co­se dette in corte. Difatti, a co­minciare dal cugino del re, il futuro regici­da Filippo “Egalité” – a suo turno ghigliottinato! – dall’alto delle loro posizioni aderirono alla trama illuminista per «massonizzare» quel piccolo mondo antico, dai nobili all’esercito.
Seguì la rivoluzione: gran complotto demo-liberticida per liquidarli tutti.

Non sarebbe un «complotto» solo se l’«ordine illuminista» fosse bene inestimabile da trasmettere, come lascia credere Benedetto 16, perfino ai mussulmani (vedi discorso del 22.12. 2006 e altri). Era un nuovo bene? Solo se l’Ordine cristiano fosse privo di quel bene unico per le anime e le società, che consolida diritti, giustizia e pace.

E infatti la Rivoluzione ha portato tanto disordine e conflitti che c’è stato bisogno di una mano di ferro imperialista per ristabilire il nuovo duro «ordine rivoluzionario». E Napoleone I, diffuse, a ferro e fuoco, nel mon­do, gli “ideali rivoluzionari”, ripetendo, di es­sere il difensore delle idee del 1789, il «Messia» che «consacra» la Rivoluzione iniettandola nel­le leggi. Certo, per annientare il Regno sociale di Gesù Cristo poiché la Rivolu­zione è la società scristianizzata; il complotto contro Cristo, «ripudiato fino al fondo della coscienza in­dividuale, cacciato da tutto quanto sia pub­blico, da tutto quanto sia sociale; cacciato dallo Stato, che non cerca più nella Sua autorità la consacrazione della propria; cacciato dalle leggi, di cui la Sua legge non è più sovrana; cacciato dalla famiglia, co­stituitasi all’infuori della Sua benedizione; cacciato dalla scuola, dove il Suo insegna­mento non è più l’anima dell’educazione; cacciato dalla scienza, dove non ottiene omaggio migliore che quello di una sorta di neutralità non meno ingiuriosa che la ne­gazione; cacciato da ogni parte, tranne che da un recesso dell’anima, dove si consen­te di lasciargli un rimasuglio di dimora».

L’intervento del Sacro Cuore per evitare la gran ribellione

Torniamo ora all’Evento che avrebbe potuto impedire l’esito di tale gran congiura.

Un evento portatore dell’antidoto per tale scempio della ribellione razionalista e atea, sarebbe naturalmente portatore di quell’amore ineffabile per il bene degli uomini nelle loro miserie, che solo il Cuore divino può esprimere.

Nel 1689 Luigi XIV della famiglia Borbone, raggiunti i 50 anni d’età e un enorme potere, ricevette, probabilmen­te attraverso il suo confessore Père La Chaise, la misteriosa richiesta di consacrare il suo re­gno al Sacro Cuore; richiesta fatta pervenire attraverso una visione nel convento di Paray-le-­Monial, il 17 giugno di quel 1689 alla suora visitandina S. Margherita Maria Alaco­que. Eccone i termini: “Fa sapere al figlio primogenito del Mio Sa­cro Cuore che, così come la sua nascita temporale é stata ottenuta per la devozio­ne ai meriti della Mia santa Infanzia, nello stesso modo, egli otterrà la sua nascita nel­la grazia e nella gloria eterna per la con­sacrazione che farà di se stesso al Mio adorabile Cuore, che vuole trionfare sul suo e, per mezzo suo, su quelli dei grandi della Terra. Egli vuol regnare nel suo pa­lazzo, essere dipinto nei suoi stendardi e stampato sulle sue armi per farlo vittorio­so sui suoi nemici, piegando ai suoi piedi le teste orgogliose e superbe e per farlo trionfare su tutti i nemici della Santa Chiesa”. Maanche nel fare questa ri­chiesta, il Signore, in seguito, rivelò alla Veggente: “Non saranno le poten­ze umane a far progredire la Devozione al Sacro Cuore, ma questa e il Regno del Sacro Cuore saranno stabiliti per mezzo di persone povere e disprezzate e in mezzo alle contraddizioni, in tal modo che non possa attribuire alcun merito al potere umano”.

Luigi XIV, educato in una devozione cattolica centenaria, non considerò la domanda, evitando di far sapere che l’aveva ricevuta. Perché mai, se per il cattolico Re di Francia tale domanda non doveva sembrare tanto strana quanto lo è oggi per la mentalità moderna? È bene, dunque, rivedere questo pensiero cattolico della Francia antica, perché è a esso che si riferisce la misteriosa comunicazione del Signore alla Veggente di Fatima. Ci doveva essere, quindi, un punto basilare della fede cattolica che si andava perdendo allora e che oggi, senza il concorso di quanto è successo a Fatima, non sarebbe nemmeno ricordato. Qualcosa divenuto assai estraneo alla mentalità moderna, anche in ambienti religiosi, e che provoca l’attuale passione del Cristianesimo, abbandonato ovunque.

In quei tempi la fedeltà all’Idea cristiana era scontata. Ci aiuta a capirlo il Discorso del Vescovo Bossuet, riguardante proprio per la formazione del Delfino di Francia, che doveva assumere le responsabilità regali, secondo il voto tradizionale dei Borboni.

Si trattava dell’intervento divino nella storia degli uomini e dei regni.

Questo pensiero era alla radice della devozione storica del popolo francese, iniziata con la conversione del Re Clodoveo che si estese a tutto il popolo. Proseguì, poi, nella prima dinastia dei Merovingi e, con notevoli sviluppi del Cristianesimo, nella seconda dinastia. Re Pipino viaggiava per i suoi territori seguendo l’itinerario delle cappelle, erette nelle visite regali. Suo figlio, Carlo Magno, fu prodigo nell’erigere chiese e abbazie e a sostenere il potere del Pontefice Romano; e così continuarono i suoi figli.

Siamo così arrivati a Luigi XIII, figlio di Enrico IV e Maria de’ Medici.

Pur considerando che suo padre si era convertito per ragioni politi­che, questo re e la regina, Anna d’Austria, era­no devoti cattolici. Per 25 anni non ebbe­ro figli, ma perseverarono nell’invocare l’aiuto della madre di Dio, e nacque loro un figlio che sarebbe divenuto Luigi XIV. Il Re riconobbe pubblicamente che quella nascita era stata ottenuta per intervento della Provvidenza, perciò consacrò solen­nemente la Francia alla Regina del Cielo e ordinò al suo esercito di recitare il Santo Rosario per la conversione dei protestan­ti. Nel Decreto della Consacrazione del Re e del suo Regno alla protettri­ce Vergine Santissima  c’erano ardenti impegni, affin­ché i discendenti continuassero in quella devozione. Come si vede, la consacrazione richie­sta dal Sacro Cuore a Luigi XIV non costituiva un fatto inusitato per quella famiglia, ma era in fedele continuità con la vita cattolica della Francia, figlia pri­mogenita della Chiesa. Tuttavia Luigi XIV, sia perché mal consi­gliato dal suo direttore spirituale, sia per­ché in crisi di fede, trascurò la Consacrazione al Sacro Cuore che, più che una richiesta, era un’offerta preziosa, finale in vista di eventi rivoluzio­nari la cui origine nel campo delle idee già si rivelava allora.

       1689 – 1789

Ecco il mistero svelato nella storia della Francia. Proprio allora cominciava il lavorio rivoluzionario per cambiare la storia di questa nazione cattolica. E esattamente cento anni dopo, jour pour jour, il 17 giugno 1789, festa del Sacro Cuore, il “Terzo Sta­to” spogliava la Monarchia borbonica dei suoi poteri. Il Re Luigi XVI, discendente di Luigi XIV e perciò custode della richiesta, cercò, ormai prigioniero, di compiere la consacrazione, ma era tardi! Nella prigione del Tempio furono trovate immagini del Sacro Cuore con la consacra­zione della Francia, firmata dalla regina Maria Antonietta e da M.me Elisabetta, so­rella di Luigi XVI, che compose allora un commovente atto di rassegnazione cristia­na. Ma per il Regno era troppo tardi! Nel 1793 il Re di Francia fu ghigliottinato, e una simile sorte toccò a quasi tutta la famiglia reale e a gran parte della sua corte.

La Ri­voluzione si scatenava contro la Cri­stianità, i suoi Re e l’Ordine in terra.

La Misericordia divina aveva tentato di preservare la Francia e il mondo da si­mile disgrazia, ma non fu ascoltata… la richiesta fu considerata intervento inverosimile.

Tornando a essa, risulta che anche a Pè­re La Chaise, il gesuita confessore di Luigi XIV, furono promesse benedizioni alla sua Compagnia di Gesù se, portando la doman­da al Re, si fosse impegnato affinché l’accogliesse. Ciò non avvenne. Da al­lora i Gesuiti hanno sofferto varie avversi­tà e persecuzioni, fino ad essere espulsi dalla Francia, dalla Spagna, dal Portogallo, dal Regno di Napoli e, più tardi, nel 1773, soppressi da Papa Clemente XIV. Invece, sarebbero stati umili gesuiti, come il Beato La Colombière, confessore della Santa Margherita Maria, P. Croiset e i loro continuatori, a lottare contro le contraddizioni del tempo per dif­fondere la devozione al Sacro Cuore di Ge­sù, come era stato predetto.

Resta da segnalare come il culto al Sa­cro Cuore, nobilissima parte del Corpo Di­vino e simbolo dell’Amore infinito, fosse ri­chiesto proprio per affrontare il disamore e indiferrenza generali, aizzato dall’odio della rivoluzione razionalista.

Secondo la visione cattolica, che è quella di Gesù attraverso la Madonna di Fatima, cosa può essere più letale per l’umanità che la soppressione del Capo che rappresenta il Signore per evitare l’apostasia universale e l’Anticristo? È la questione essenziale del Segreto che, come già noto, riguardava una persecuzione politica inaudita in seguito al “grande segno che Dio vi dà che sta per castigare il mondo per i suoi crimini, per mezzo della guerra, della fame e delle persecuzioni alla Chiesa e al Santo Padre.

Il mondo scristianizzato andrebbe, dunque, verso un disastro politico e sociale peggiore delle grandi guerre, demolendo quanto rappresenta Dio in terra. Si faccia bene attenzione perché siamo di fronte a un trapasso EPOCALE; D’ORDINE STORICO!

Ciò si può capire solo considerando che quando il mondo colpisce, in nome della libertà, l’autorità della Parola divina, taglia da sé l’ossigeno della vita spirituale e fa svanire l’amore al bene e alla verità che regge ogni società umana. In altre parole, senza la voce di Cristo per richiamare i popoli alla retta via, il mondo è irretito da errori e da delitti; perde la capacità morale per tutelare il bene e bandire il male; tolta di mezzo l’Autorità di Cristo, il male infesta senza ostacoli ogni civiltà. Ecco la visione del Terzo Segreto, ossia lo sterminio del Papa e dei suoi testimoni cattolici, che palesa la rimozione del katéchon, l’ultimo ostacolo all’occupazione della “Sede di Dio” nel testo di San Paolo (II Ts).

La “decapitazione” papale fu predetta nella comunicazione del Signore a Suor Lucia nell’ agosto 1931: “Fa sapere ai miei ministri che siccome essi hanno seguito l’esempio del Re di Francia nel ritardare l’esecuzio­ne della mia domanda, lo seguiranno nel­la disgrazia (Documenti su Fatima di P. Alonso); l’acefalia che significa lasciare l’umanità in preda alla politica deteriore di un occulto signore, il cui infido impero, edonista ma assassino, ecumenista ma ateo, va riconosciuto come il flagello più rovinoso di tutte le guerre e rivoluzioni mondiali messe insieme: l’impero del nuovo ordine mondiale, ordito per sostituire l’Ordine di Cristo, perfino a Roma.

Eppure, la visione dell’abbattimento del vero ostacolo, istituito per impedire la scalata di tale subdolo e devastante potere dell’Anticristo, non desta reazione proporzionata alla calamità terminale che rappresenta. Perché? Non sarà che il mistero del Terzo Segreto si rende chiaro solo alla luce della grande apostasia dall’autorità di Dio nella persona del Suo Vicario? Apostasia così vasta che coinvolge tutta l’intellighezia clericale della cosiddetta “cultura cristiana”, resa cieca alla “profezia politica di Fatima”?

È nell’ordine religioso che spunta e perciò va affrontato tale congiura civile.
Lo capisce solo chi sa che il «complotto metafisico» è inerente alla Fede rivelata, riguardante la «fine del tempo delle nazioni (cristiane) secondo Gesù in Luca 21, 24.
Ecco la chiesa conciliare che dichiara l’inutilità della conversione a Gesù Cristo.
A questa luce si vede che, oltre alla «teoria del complotto» inerente alla Religione rivelata e al Cristianesimo, la grande realtà dell’ora presente è il complotto clericale!
Infatti, il Vaticano di Benedetto 16, Bergoglio e la CEI, con la rivoluzione del Vaticano 2, è già allineato al nuovo disordine universale delle eresie irreversibili di cui Bagnasco si fa portavoce: “Non c’è, nel modo più assoluto, alcun cambiamento nell’atteggiamento che la Chiesa (conciliare) ha sviluppato verso gli Ebrei, soprattutto a partire dal Vaticano II. A tale riguardo la CEI ribadisce che non è intenzione della Chiesa (conciliare) di operare attivamente per la conversione degli ebrei (22.09.09)”.

È la Roma dei vescovi spenti, ormai scristianizzata e decaduta dalla missione di centro della Cristianità, ossia di Sede romana, da dove si sentiva la Voce dell’autorità di Dio.

Da tale antro, oggi si dichiara il diritto alla libertà religiosa dell’umana scelleratezza proprio quando gli uomini abusano della libertà, perfino contro la Legge naturale e divina. È la Roma degli anticristi; della libera dignità di cogliere dall’albero del bene e del male, non solo ammessa, ma lodata con immensa simpatia  da Paolo 6º chiudendo il Vaticano 2, il cui scopo confessato era d’incorporare la dignità dei “valori di 200 anni d’Illuminismo” (vedi intervista di Ratzinger a Vittorio Messori). Scopo compiuto e Benedetto 16 si può vantare nei suoi discorsi, che tale incorporazione è realizzata! Loro sono, infatti, parte del complotto per mutare la Chiesa con «cappa e tiara». Jean Guitton, che non fu solo amico personale di Paolo VI, ma pure uno dei primi laici a partecipare al Vaticano 2, fornì notizie sul suo progetto, prima e dopo la sua realizzazione. Nel 1962 pubblicò un «Dialogo con i precursori – Giornale ecumenista 1922-1962, (Ed. Montaigne-Paris). Rievoca «i precursori del periodo 1922-1962», svelando così come già all’apertura del Vaticano 2 tutto era a posto per la trama del gran mutamento… che continua!
Ora, poiché si deve cercare «piuttosto il Regno di Dio e la Sua giustizia, e tutto il resto sarà dato in aggiunta» (Mt 6, 33; Lc 12, 31), si capisce che la giustizia richieda di affrontare prima di tutto questo grande inganno di una falsa chiesa che avversa i segni cattolici del Regno nella sua Sede terrena; nella Terra fecondata dal sangue di tanti Santi e Testimoni, da onorare fino alla fine dei tempi. Per superare la crisi universale si deve tornare al concetto di unico «Bene» rivelato; perciò alla Chiesa che lo insegnava, ma che è oggi occupata da anticristi sedotti dalla pluralità dei «beni» illuministici.
La presenza del vero Papa è cagione del vero «Bene» che oggi manca in un mondo alienato e festivo, nel cui vuoto fermenta ogni crisi mentale e morale per le anime.
Dobbiamo, quindi, supplicare e impegnarci per il ritorno del Papa cattolico che elimini le rese e aperture alla rivoluzione gay, una delle tante che, festosamente seguì a ruota l’inversione conciliare. Dal disprezzo per le «profezie di disgrazie» (G23) si è giunti al complotto universale che affonda le sue radici nella Genesi, nel “sarete come dèi”, con seguito fatale per non aver ascoltato la dolce Voce, venuta dal Cuore divino, trafitto da tutte le nostre miserie umane. Eppure, Gesù lo ribadì a Fatima: siete sempre in tempo di ricorrere al Mio Sacro Cuore, per mezzo dell’Immacolato Cuore di Maria!

Alla Chiesa trionfante, insieme alla Sofferente, ricorriamo come Chiesa militante, aspirando alla vittoria data per giunta al «Piccolo resto», secondo la promessa di Gesù Signore. Solo Lui, Vittima divina dello smisurato «complotto» del mondo nemico, ci può far partecipe della Sua vittoria sul disordine degli anticristi a Roma e ovunque.

Dalla Lettera Enciclica Miserentissimus Redemptor di Papa Pio XI (8 maggio 1928):

«Nel manifestarsi a Margherita Maria, Cristo, mentre insisteva sull’immensità del proprio amore, al tempo stesso, in atteggiamento addolorato, si lamentò dei tanti e tanto gravi oltraggi a sé fatti dall’ingratitudine degli uomini, con queste parole, che dovrebbero sempre essere colpite nel cuore delle anime buone né mai cancellarsi dalla memoria: « Ecco – disse – quel Cuore che ha tanto amato gli uomini e li ha ricolmati di tutti i benefìci, ma in cambio del suo amore infinito, anziché trovare gratitudine, incontrò invece dimenticanza, indifferenza, oltraggi, e questi arrecatigli talora anche da anime a lui obbligate con il più stretto debito di speciale amore ».

ATTO DI RIPARAZIONE AL SACRATISSIMO CUORE DI GESÙ

Gesù dolcissimo, il cui immenso amore per gli uomini viene con tanta ingratitudine ripagato di oblìo, di trascuratezza, di disprezzo, ecco che noi prostrati dinanzi ai tuoi altari intendiamo riparare con particolari attestazioni di onore una così indegna freddezza e le ingiurie con le quali da ogni parte viene ferito dagli uomini l’amantissimo tuo Cuore.

Ricordando però che noi pure altre volte ci macchiammo di tanta indegnità e provandone vivissimo dolore, imploriamo anzitutto per noi la tua misericordia, pronti a riparare con volontaria espiazione, non solo i peccati commessi da noi, ma anche quelli di coloro che errando lontano dalla via della salute, o ricusano di seguire Te come pastore e guida ostinandosi nella loro infedeltà, o calpestando le promesse del Battesimo hanno scosso il soavissimo giogo della tua legge.

E mentre intendiamo espiare tutto il cumulo di sì deplorevoli delitti, ci proponiamo di ripararli ciascuno in particolare: l’immodestia e le brutture della vita e dell’abbigliamento, le tante insidie tese dalla corruttela alle anime innocenti, la profanazione dei giorni festivi, le ingiurie esecrande scagliate contro Te e i tuoi Santi, gli insulti lanciati contro il tuo Vicario e l’ordine sacerdotale, le negligenze e gli orribili sacrilegi ond’è profanato lo stesso Sacramento dell’amore divino, e infine le colpe pubbliche delle nazioni che osteggiano i diritti e il magistero della Chiesa da Te fondata.

Oh! potessimo noi lavare col nostro sangue questi affronti! Intanto, come riparazione dell’onore divino conculcato, noi Ti presentiamo — accompagnandola con le espiazioni della Vergine Tua Madre, di tutti i Santi e delle anime pie — quella soddisfazione che Tu stesso un giorno offristi sulla croce al Padre e che ogni giorno rinnovi sugli altari: promettendo con tutto il cuore di voler riparare, per quanto sarà in noi e con l’aiuto della tua grazia, i peccati commessi da noi e dagli altri e l’indifferenza verso sì grande amore con la fermezza della fede, l’innocenza della vita, l’osservanza perfetta della legge evangelica specialmente della carità, e d’impedire inoltre con tutte le nostre forze le ingiurie contro di Te, e di attrarre quanti più potremo al tuo sèguito. Accogli, Te ne preghiamo, o benignissimo Gesù, per intercessione della Beata Vergine Maria Riparatrice, questo volontario ossequio di riparazione, e conservaci fedelissimi nella tua ubbidienza e nel tuo servizio fino alla morte col gran dono della perseveranza, mercé il quale possiamo tutti un giorno pervenire a quella patria, dove Tu col Padre e con lo Spirito Santo vivi e regni, Dio, per tutti i secoli dei secoli. Così sia.

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Guernica: un massacro inventato

di Pietro Ferrari

Milioni di persone attraverso gli anni, a partire da quel fatale 26 Aprile 1937, si sono commosse e hanno maledetto la ferocia criminale della Legione Condor per aver raso al suolo, con centinaia di vittime, l’inerme cittadina di Guernica, città santa dei Baschi, durante la Guerra Civile Spagnola (1936-1939). Folle attonite e silenziose, per lunghi anni, hanno visitato la saletta del Metropolitan Museum di New York per vedere il presunto capolavoro di Picasso, metafora “artistica” del massacro. La versione dell’episodio bellico passata alla storia come definitiva è quella sapientemente tratteggiata, con l’efficace contrasto tra la città tranquilla e ignara e la malvagità dell’aggressore, da Hugh Thomas nella sua “Guerra Civile in Spagna”, dice Thomas: «Guernica è un piccolo centro abitato situato in una valle a dieci chilometri dal mare e a trenta da Bilbao.
Il 26 Aprile 1937 era un giorno di mercato e proprio mentre i villici ammonticchiavano le loro mercanzie, le campane della chiesa presero a suonare a distesa. Era l’annuncio di una incursione aerea. I bombardieri germanici volarono a ondate successive sulla cittadina, cancellandola dall’atlante geografico: essi intendevano compiere un esperimento terroristico, volevano provare l’effetto dei terrore di un bombardamento sopra una popolazione civile. L’era moderna del terrorismo dall’alto nacque in quel giorno, a Guernica». Il tragico bilancio di tale “esperimento terroristico” sarebbe stato di circa 1.600 morti e 900 feriti procurati tra la
popolazione inerme schiacciata sotto le macerie delle case e nell’affollato mercato. Il nome di Guernica continua a evocare, ossessivamente e inscindibilmente, gli orrori delle guerre in genere e la barbarie nazista. Un importante contributo nel dare l’abbrivio alla storia della strage, precisandone in 1.654 le vittime, fu dato dall’inventiva sospetta di quattro corrispondenti di guerra inglesi, Noel Monks, Christopher Holme, Mathieu Connan e, soprattutto, George L. Steer che, senza essere sul posto, inviarono ai loro giornali, da Bilbao, catastrofici e macabri articoli.
In realtà, ci troviamo qui di fronte a una delle innumerevoli menzogne della storia ufficiale, quella che si studia nelle scuole, per intenderci, e quello che effettivamente avvenne in quel giorno di cinquantotto anni fa ha ben poco a vedere con quanto ci è stato raccontato. Va detto, innanzitutto, che il Thomas, nella seconda edizione della sua “Guerra Civile in Spagna”, documentatosi meglio, ridusse i 1.654 morti della prima edizione a soli duecento, e ciò è un segnale ben preciso della fantasiosità del crudele massacro. Ma non basta. Sul finire degli anni ’60, lo scrittore militare spagnolo Luis Bolin, nel suo libro Spagna, gli anni decisivi, servendosi, per primo, dei documenti operativi delle Forze Armate nazionali che avanzavano verso Guernica, ricostruì, inascoltato, la realtà delle cose. Bolin riteneva questi dispacci di grande peso storico, sia perché disponibili in originale e sia perché, essendo riservati al comandante in capo di quella zona militare e quindi non destinati alla pubblicazione, non vi era motivo per falsificarli. Bolin riscontrò, tra l’altro, che Guernica era ben protetta e un fonogramma attestava che diversi battaglioni la difendevano. Di notevole importanza è un altro fonogramma del comandante delle forze nazionaliste del 28 Aprile, e quindi successivo di due giorni al presunto bombardamento a tappeto, di cui Luis Bolin cita le seguenti frasi: «I nostri uomini erano ansiosi di entrare in città.
Già sapevano che il nemico aveva evacuato Guernica dopo aver compiuto il crimine di annientarla, salvo poi ad imputarne la distruzione all’opera dei nostri piloti aerei. Certo è che non si sono trovate a Guernica le caratteristiche buche prodotte da bombe piovute dall’alto. Non v’era di che meravigliarsi, visto che negli ultimi giorni di Aprile l’aviazione nazionale non aveva potuto alzarsi in volo a causa della nebbia e delle piogge persistenti. Già i Baschi che, colti dal panico, passavano nelle nostre file, apparivano atterriti dalle tragedie inflitte, anche in precedenza, a città come Guernica deliberatamente incendiate e distrutte dai rossi mentre ancora i nazionali si trovavano per lo meno a una decina di chilometri di distanza». È bene precisare che la verità su quanto accaduto a Guernica fu subito divulgata dall’agenzia francese Havas e dal corrispondente del quotidiano inglese Times, Douglas Jerrold, che resero noto, insieme al fatto che strade e giardini erano indenni e privi dei caratteristici crateri, che la cittadina era stata ridotta in cenere da terra invece che dall’alto poiché «se in periferia si poteva notare qualche buca da bombe, le pareti delle case nei punti maggiormente demoliti non recavano traccia alcuna di schegge di bombe». Queste preziose informazioni non furono raccolte e, invece, partì la colossale montatura del bombardamento selvaggio, costruita a Parigi dal comunista tedesco Willi
Munzenberg, agente del Comintern, così descritto da Arthur Koestler: «Inventa pretesti, riunioni, indignazione, comitati, come un prestigiatore tira fuori i conigli dal suo cappello». Lo scopo di questa menzogna, creata a tavolino, sarebbe stato quello di distogliere l’attenzione del mondo dalla imminente caduta di Bilbao, e perciò dalla sconfitta della causa antifranchista nel Nord del
paese con la clamorosa fuga, con generali e ministri, del presidente basco Aguirre . Una operazione di menzogna, quindi, e i comunisti, da bravi atei e amorali, non hanno mai avuto problemi o scrupoli nell’uso della menzogna. La diversione strategica ottenuta coincideva, altresì, con una criminalizzazione del nemico suscitante profondi e redditizi stati emotivi nelle masse. Insomma, i rossi da questa montatura avevano tutto da guadagnare. Cominciamo, allora, a dire cosa veramente accadde in quel famoso pomeriggio del 26 Aprile 1937 con l’ausilio prezioso di Renzo Lodoli che ha pubblicato, nel Gen/Feb ’90, i risultati di una sua ricerca effettuata negli archivi (italiani, tedeschi e spagnoli di entrambe le parti combattenti), consultando documenti che sono alla portata di tutti. La città di Guernica, famosa per il suo albero sotto cui i Re spagnoli giuravano solennemente il rispetto deifueros locali (gli statuti dell’autonomia di Euzcadi), escludendo le frazioni e tenendo presente l’alto numero di sfollati nelle retrovie, contava, in quel fine Aprile, molto meno di 4.000 residenti, e il mercato settimanale del Lunedì mattina, in quel giorno 26, non ebbe luogo poiché
vietato dal Delegato del Governo in Guernica, Francisco Lazcano, a causa dei nazionali molto vicini. Guernica non era una città aperta e non era senza difesa; tre battaglioni per complessivi 2.000 uomini, erano sistemati in vari conventi e scuole mentre, nel pomeriggio, cominciarono ad affluire i primi reparti della la, 2a e 4a Brigate repubblicane che attraversarono la zona quella notte, ritirandosi. I repubblicani stimavano possibile un attacco aereo, tant’è che dal 31 Marzo avevano costruito sette grandi rifugi aerei. In effetti Guernica, oltre ad ospitare una fabbrica di pistole (la Unceta y Compania) e una di bombe per aviazione (la Talleres de Guernica), era un nodo stradale e ferroviario importantissimo per il ripiegamento dei Rossi e, da almeno due documenti delle forze antirepubblicane, risulta come obiettivo previsto per bombardamento. Inoltre, il 25 Aprile, il Governo basco aveva ordinato una disperata difesa di Bilbao sulla linea Guernica-Amorrabieta-Gorbea, per almeno ritardare l’avanzata della 1a e 2a Brigate di Navarra. L’azione aerea, mirante a danneggiare il ponte di Renteria sul fiume
Oca e le strade ivi convergenti, si proponeva, colpendo le vie d’accesso obbligate e chi le percorreva, di bloccare o almeno intralciare il ripiegamento che veniva operato dalle truppe basche. Tra le ore 16,15 e 16,30, tre aerei non modernissimi, un Dormir 17F1 e due Heinkel 111 agenti in direzione est-ovest, sganciarono circa due tonnellate di bombe sugli obiettivi senza danneggiamenti apprezzabili. L’unico passaggio effettuato dai velivoli, rapportando spazio percorso e velocità, non prese che poco più di un minuto e mezzo. Alle ore 16,30, poi, durante un
sorvolo di meno di un minuto, furono sganciate 36 bombe da 50 kg, mentre il ponte restava ancora indenne. Questa azione fu condotta dal capitano Raina che comandava tre S79 italiani e l’ordine di operazione, stilato dal Colonnello Raffaelli e depositato negli archivi dell’Aeronautica Italiana, prescriveva: «Per evidenti ragioni politiche, il paese non deve essere bombardato». A questo bombardamento seguirono due ore in cui nulla accadde fino a quando, alle ore 18,30, 18 o 17 Junkers 52, i più vecchi e lenti bombardieri tedeschi, divisi in tre squadriglie e provenienti da Burgos, solcarono il cielo di Guernica. Questi aerei erano compresi nel gruppo K88 della Legione Condor e, al comando del Ten. Colonnello von Richtofen, erano i caposquadriglia capitani von Knauer, von Beust e von Kraft. Questi Junkers, in pattuglie successive di tre, con un solo passaggio sulla direttiva nord-sud, scaricarono nei pressi del ponte di Renteria 18 (o 17)
tonnellate di bombe. Ogni bomba era da 250 kg. Secondo i rilievi effettuati dall’ing. Stanislao Herran, confermati da planimetria, delle 39 bombe che esplosero, provocando ampi crateri, sette caddero sulla città. Per completare il quadro dell’azione aerea, va aggiunto che 15 caccia legionari FIAT CR32, divisi in due gruppi (10 e 5 ognuno), comandati dal Cap. Viola e dal Ten. Ricci, decollati da Vittoria, incrociarono gli Heinkel e gli Junkers con funzione protettiva, senza dover intervenire per l’assenza dei caccia nemici. Eccoci quindi alle cifre vere; dice Lodoli: «I morti accertati furono 93. Precisamente: 33 fra i ruderi dell’Asilo Calzada, 15 alla curva di Udochea e 45 nel crollo del rifugio Santa Maria, appena ultimato e non ancora collaudato.
Qualche altra vittima isolata deve probabilmente aggiungersi a quelle elencate secondo quanto affermato dal Gen. Jesus Larrazabal che, nel suo “Guernica: el bombardeo”, ritiene la cifra complessiva dei morti inferiore o di poco superiore al centinaio e dichiara di essere in grado di rendere noto l’elenco nominativo». Ogni Junkers germanico lanciò sul bersaglio anche 288 spezzoni incediari da 1 Kg ciascuno, del tutto inefficaci nel danneggiamento di un ponte in muratura, e che perciò hanno favorito la tesi della volontà di strage sulla popolazione. Questa tesi cade, comunque, ove si consideri che lo scopo principale dell’azione aerea era di ostacolare il ripiegamento delle truppe basche e l’uso consueto degli spezzoni da 1 Kg era in funzione antiuomo. Resta da dire qualcosa sull’opera di Picasso in cui, secondo Piero Buscaroli, “un cavallo pazzo nitrisce contro una lampadina tra ripugnanti pupazzi che smanacciano e scalciano” e lo facciamo dire a Renzo Lodoli, riportando le ultime righe del suo citato articolo: « Picasso si dichiarò stravolto dalla notizia e, nella sua sensibilità, offre al mondo intero la visione della sua “Guernica” messa a ferro e fuoco. Dove non c’è Guernica, né il ferro nè il fuoco, poiché in realtà solo di un quadro di tauromachia si tratta, dipinto da tempo, intitolato “En muerte del torero”. Picasso ne cambiò il titolo e lo vendette al Governo Repubblicano per 300.000 pesetas d’epoca (circa due miliardi di lire attuali). La falsata storia di Guernica ebbe così la sua bandiera,
falsa ».
_________
Oltre all’ articolo di Lodoli, vedi pure: GUERNICA FU DISTRUTTA DAI ROSSI E NON DALL’AVIAZIONE DI
HITLER di Dante Pariset sul
del 5.2.73 e GUERNICA, 50 ANNIDI MENZOGNE di Piero Buscaroli sul
IlGiomale
del 9.4.95
___________
Articolo uscito su ANTICAOS ASS. EPICENTRO
di Aprile 1995.
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