San Pio X

I Sarto dal Quattrocento all’Ottocento

I Sarto sono approdati a Riese solo nella seconda metà del Settecento: per la precisione, si sistemarono a Riese nel 1763, provenendo dalla limitrofa comunità di Castello di Godego, situata in provincia e diocesi di Treviso.

Questo ramo, direttamente collegato in quanto ad appartenenza a Giuseppe Sarto, il papa Pio X, si è estinto nel 1930, con la morte di Maria Sarto, l’ultima delle sue sorelle nubili.

Le ricerche condotte da Francesco Franceschetti[1], da Angelo Marchesan[2] e da Antonio Gheno[3] portano tutte alla conclusione che i Sarto fossero originari di Villa Estense (Padova): per tale affermazione citano una probante ma non sempre esatta documentazione, che fanno risalire alla fine del Quattrocento.

Un ramo della famiglia, le cui vicende intermedie sono in parte note, si trapiantò da questo luogo a San Giorgio in Brenta, paesello nelle vicinanze di Cittadella, in provincia di Padova ed in diocesi di Vicenza.

In questo luogo nacque Anzolo Sarto (1721?-1784), che sposò il 22 maggio 1761 a Castello di Godego Antonia Liviero, vedova di Zamaria Fratin.

Non più giovani (avevano entrambi un’età di circa quarant’anni), dal loro matrimonio nacque Giuseppe Sarto (1762-1841), l’unico loro figlio di cui si abbia notizia e del quale si trovi conferma nei documenti esistenti a Castello di Godego e a Riese[4].

Un anno dopo, nel 1763[5], la famiglia si trasferì definitivamente a Riese.

In questa comunità Giuseppe Sarto, possidente, fu cursore comunale e sposò Paola Giacomello (1765-1837).

In 25 anni dal loro matrimonio nacquero, fra il 1784 ed il 1809, in tutto 11 figli, 6 femmine e 5 maschi. Solo sei di essi sopravvissero.

Il quartogenito era Giovanni Battista (o Giambattista o Gio:Batta) Sarto (1792-1852), padre del futuro papa[6].

Giuseppe Sarto e Paola Giacomello abitarono nella casa della suocera di lui, Angela Girardi, proprietaria di quella che poi fu la casa natale di papa Pio X.

La famiglia non era povera, perché aveva diverse proprietà: due case e sei ettari di terreno[7].

La divisione del patrimonio immobiliare familiare fra i sei figli sopravvissuti, non sempre facile da seguirsi nei documenti, portò Giovanni Battista ad essere proprietario di una casa (quella nella quale nacque il futuro papa Pio X, proveniente dall’asse ereditario della nonna materna del papa) e di due campi.

Giovanni Battista Sarto aveva quasi 41 anni quando sposò, il 13 febbraio 1833, Margherita Sanson (1813-1894): la sposa era soltanto ventenne, e le loro nozze furono benedette dal cappellano don Pier Paolo Pellizzari (S. Vito d’Asolo, 1807 – Vallà, 1875).

Lo sposo era, come suo padre, possidente e cursore comunale, mentre la giovanissima moglie, nata a Vedelago, poco lontano da Riese, era figlia “illetterata”, cioè analfabeta, di un oste, Melchiore Sanson (1786-1870) ed era, come la madre, Maria Antonini, una cucitrice.

L’infanzia e l’adolescenza di Giuseppe Sarto

Fra il 1834 ed il 1852, nei 19 anni del loro matrimonio, da Giovanni Battista Sarto e da Margherita Sanson nacquero 11 figli, dei quali il futuro papa era il secondogenito.

In quasi tutte le biografie ne vengono citati solo dieci, nel seguente ordine, seguendo l’ovvio criterio della data di nascita: Giuseppe (31 gennaio 1834 – 6 febbraio 1834), Giuseppe Melchiore (2 giugno 1835 – 20 agosto 1914, il futuro papa), Angelo (26 marzo 1837 – 9 gennaio 1916), Teresa (26 gennaio 1839 – 27 maggio 1920), Rosa (12 febbraio 1841 – 11 febbraio 1913), Antonia (26 gennaio 1843 – 2 marzo 1917), Pierluigi (o Pier Luigi, 26 gennaio 1845 – 6 febbraio 1845), Maria (26 aprile 1846 – 30 marzo 1930), Lucia (29 maggio 1848 – 19 giugno 1924), Anna (4 aprile 1850 – 29 marzo 1926), Pietro Gaetano (30 aprile 1852 – 30 ottobre 1852)7.

Giuseppe Melchiore Sarto nacque il 2 giugno 1835 ed il giorno successivo, 3 giugno 1835, gli venne amministrato il battesimo dal cappellano don Pier Paolo Pellizzari, che poco più di due anni prima aveva unito in matrimonio i suoi genitori.

Giuseppe Sarto nacque nel Veneto austriaco, assegnato alla sfera d’influenza dell’impero austro-ungarico, secondo le decisioni del Congresso di Vienna (1815). Era molto bravo a scuola: a volte sostituiva il maestro, Francesco Gecherle. Era molto sveglio e dimostrava già da allora un carattere vivace, impulsivo e rigoroso e, oltre a saper leggere e scrivere, “imparò pure a rispondere alla santa messa, a frequentare il coro, in una parola, ad andar per chiesa. Non mancava mai alla dottrina cristiana, al catechismo ed alle altre istruzioni”[8].

Ogni giorno si recava a pregare al santuario mariano delle Cendrole, la pieve matrice di tutte le comunità parrocchiali dei dintorni e fin dall’infanzia si sentì chiamato al sacerdozio.

Il parroco don Tito Fusarini (Mestre, 1812- Venezia, 1877), parroco di Riese fra il 1842 ed il 1853, oltre che allo studio della dottrina cristiana, lo avviò, forse nel 1844, allo studio del latino, materia nella quale fu seguito dal cappellano don Luigi Orazio, morto a Santandrà (Treviso) nel 1884.

Ricevette il sacramento della cresima (che in quei tempi precedeva l’amministrazione del sacramento dell’eucaristia) ad Asolo, a 10 anni, il 1° settembre 1845 dal vescovo Giovanni Battista Sartori Canova, e fu ammesso alla prima comunione ad 11 anni il 6 aprile 1846[9].

Il 22 agosto 1846 sostenne da privatista l’esame di chiusura del ciclo primario degli studi presso la scuola elementare maggiore di Treviso e poi iniziò a frequentare il ginnasio a Castelfranco.

Si recava giornalmente nel capoluogo castellano, distante da Riese 7 chilometri, a piedi (a volte con gli zoccoli sulle spalle, per non consumarli) o con passaggi su carri. Ogni semestre sosteneva l’esame presso il seminario di Treviso, risultando sempre primo col massimo dei voti.

Frequentò la scuola di Castelfranco dall’autunno 1846 all’estate 1850. Per il pranzo si recava presso la famiglia di Giovanni Battista Finazzi, esattore delle imposte del distretto: qui talvolta si fermava anche per dormire e per dare lezioni private ai bambini.

Alla fine del quarto corso ginnasiale risultò primo ancora una volta: coronò infatti i suoi studi nel 1850 presso il seminario di Treviso (unico istituto della diocesi che potesse attestare il valore legale degli studi mediante esame) a pieni voti, risultando eminente in tutte le materie, primo fra i 43 alunni concorrenti privati provenienti dai vari luoghi della provincia.

Sarà sempre e senza alcuna eccezione il primo della classe.

La sua famiglia, povera come lo erano tante altre in quei tempi, ma non certo fra le più povere di Riese, era una famiglia unita, patriarcale: una delle numerosissime famiglie di “cattolici” di Riese che costituivano la comunità parrocchiale di S. Matteo e che vivevano intensamente il loro credo.

Questa era una delle parrocchie più omogenee dal punto di vista della fede cristiana, “intessuta di osservanze e devozioni che germinano tra famiglie”, vantava il primato di avere una percentuale molto bassa di inconfessi (cioè coloro che non si accostavano ai sacramenti neppure per la Pasqua: poco più dell’1%), e si segnalava per la grande pietà religiosa: “A Riese la rete delle confraternite è densissima”[10].

Il padre, il cursore comunale Giovanni Battista Sarto, però non era contento che il figlio seguisse la vocazione sacerdotale e proseguisse gli studi[11].

Nel seminario di Padova (13 novembre 1850-14 agosto 1858)

Stemma Papa Pio XPer potere permettere a Giuseppe Sarto il proseguimento degli studi intervenne il cardinale e poeta riesino Jacopo Monico (1778-1851), figlio di Adamo Monico, fabbro, e di Angela Cavallin: in un primo tempo professore del seminario di Treviso, fu poi parroco di S. Vito d’Asolo (eletto nel 1818 all’unanimità dei capi famiglia); nominato da Pio VII vescovo di Ceneda il 16 marzo 1823, divenne infine patriarca di Venezia nel 1827 (dove entrò  l’8 settembre) e qui rimase fino al 1851, anno della sua morte[13].

Il 28 agosto 1850 pervenne alla famiglia Sarto la comunicazione che il giovane Giuseppe poteva entrare nel Seminario di Padova ed occupare il posto gratuito previsto dal collegio Tornacense Campion[14].

ritratti di san pio x in età diverse

Il 19 settembre 1850, a 15 anni, vestì l’abito clericale ed il 13 novembre 1850 entrò definitivamente nel seminario patavino, riformato da S. Gregorio Barbarigo (1625-1697), vescovo di Padova dal 1664 alla morte.

Il giovane seminarista rimase sempre in comunicazione epistolare con i suoi educatori ecclesiastici a Riese, in particolare con don Pietro Jacuzzi (Artegna, 1819- Treviso, 1902).

Dopo il primo anno di scuola seminariale fu giudicato “”primo con tutte eminenze””: la stessa situazione scolastica si presentò sempre, con rigorosa puntualità dal 1850 al 1858, durante tutto il curriculum degli studi ginnasiali, liceali e teologici.

Si segnalò subito, oltre che per capacità intellettuali, anche per la forte personalità: a 19 anni fu ritenuto dai superiori in grado di fungere da “”prefetto primo”” di camerata per i chierici fra il 1854 ed il 1858. In questa veste doveva stendere dei giudizi sintetici sui suoi compagni di vocazione, evidenziando i tratti essenziali dell’indole di ciascuno: gli storici hanno individuato in essi una singolare capacità di comprendere l’animo umano[15].

Nel seminario patavino curò soprattutto il latino e la musica sacra. Il suo interesse per quest’ultima fu veramente notevole: si cimentò nella composizione di 15 pezzi musicali per la Settimana Santa, fu scelto come maestro di musica dei chierici e fu eletto direttore della Cappella Musicale del seminario[16].

Nelle discipline dell’ordinamento degli studi risultò sempre fra i primi, in particolare fu eccellente studente di latino e di matematica, un po’ meno in filosofia: in latino non poteva non esserlo, con le sue notevoli capacità, in una scuola illuminata dal genio umanistico di Egidio Forcellini (Campo, Alano di Piave, Belluno, 1688-1768), l’autore del Lexicon totius latinitatis, uscito postumo nel 1771.

Sei anni prima di ricevere il sacramento dell’ordine, la vita del giovane Sarto improvvisamente diventò più difficile per la morte del padre Giovanni Battista, morto il 4 maggio 1852. E quell’anno fu anche ulteriormente funesto per la morte del fratello ultimogenito, Pietro Gaetano, nato 4 giorni prima della morte del suo ormai sessantenne padre, e morto solo sei mesi dopo questa data, il 30 ottobre 1852.

Tra il 1855 ed il 1858 fu ammesso ai vari gradi degli ordini ecclesiastici, nel seminario di Treviso dal vescovo Farina: dapprima agli ordini minori (ostiariato e lettorato, 22 dicembre 1855 – esorcistato e accolitato, 6 giugno 1857), poi agli ordini maggiori (suddiaconato, 19 settembre 1857 – diaconato, 27 febbraio 1858).

Ricevette il sacramento dell’ordine sacro il 18 settembre 1858, nel duomo di Castelfranco Veneto dalle mani del vescovo di Treviso, Giovanni Antonio Farina (Gambellara, 1803-Vicenza, 1888), il fondatore delle suore dorotee, che dopo quasi un triennio fu trasferito a Vicenza nel 1861. Aveva poco più di 23 anni, uno in meno dell’età richiesta: per diventare sacerdote aveva dovuto richiedere alla Santa Sede la dispensa. Il giorno dopo, 19 settembre, cantò la sua prima messa a Riese.

Del seminario patavino conservò sempre ottimo ricordo: a Venezia, nel dicembre 1894, ormai cardinale e patriarca, si espresse qualificando l’ottennio di Tombolo come “”gli anni più belli della mia vita””, proprio come Galileo Galilei ritenne il periodo trascorso a Padova (1592-1610) “”li 18 anni migliori di tutta la mia età””[17].

Vita rurale a Riese. Sullo sfondo la casa natale di papa Pio X

Vita rurale a Riese. Sullo sfondo la casa natale di papa Pio X

Panorama di Riese Pio X

Panorama di Riese Pio X

La casa natale di Giuseppe Sarto

La casa natale di Giuseppe Sarto. In essa vide la luce il 2 giugno 1835, figlio di Giovanni Battista (1792-1852), cursore comunale, e di Margherita Sanson (1813-1894), cucitrice illetterata. Nel cortile a sud di essa è stato costruito nel 1935 un museo che conserva cimeli del santo papa.

Cappellano di Tombolo (novembre 1858-maggio 1867)

Come cappellano fu destinato a Tombolo, una parrocchia in provincia di Padova posta ai confini della diocesi di Treviso, a pochi chilometri dalla città turrita di Cittadella, la prima comunità della diocesi di Padova.

La chiesa parrocchiale, dedicata a S. Andrea apostolo, richiamava fedeli che vivevano in un territorio economicamente e politicamente controllato dal conte Giovanni Cittadella.

Gli abitanti di Tombolo erano nella stragrande maggioranza sensali e mercanti di bestiame.

Nonostante il relativo benessere comportato dall’iniziativa privata e da un mercato unico o quasi nel suo genere, anche la povertà doveva avere la sua incidenza, se a Tombolo il neo sacerdote e neo cappellano iniziò a donare alla gente più povera il frumento che gli spettava per la funzione sacerdotale svolta: c’erano persone, del tutto bisognose di sostentamento, che sentiva (come testimoniano gli storici) come suoi diretti fratelli, quasi facenti parte di un’unica famiglia, con tutti i crucci economici e giuridici che ciò comportava.

Il suo parroco era don Antonio Costantini (Cortina d’Ampezzo, 1821-Tombolo, 1873) che più volte sostituiva per le sue precarie condizioni di salute.

Era un parroco che lo seguiva con l’occhio critico del pastore che sentiva la responsabilità di indirizzare alle future responsabilità i sacerdoti a lui affidati: con lui il neosacerdote discuteva e si consultava, acquisendo esperienza pastorale.

A Tombolo iniziò a scrivere prediche, discorsi sacri e istruzioni catechistiche (tutto il materiale omiletico da lui composto in vari periodi fu raccolto in seguito in cinque volumi, ora conservati nella Biblioteca del seminario di Treviso).

In particolare, sotto la guida “maieutica” di don Costantini, acquisì una certa fama oratoria: con una punta d’ironia veniva denominato “”cappellanus de cappellanis”” perché, reso celebre nella diocesi di Treviso, era richiesto nelle varie parrocchie, e perfino giunse a recitare nella cattedrale un panegirico sul Beato Enrico da Bolzano, un patrono secondario della città di Treviso.

Nella sua prima comunità si dedicava spesso ad opere di carità, trascurandosi nelle vesti e rinunciando anche a necessità vitali.

Aveva una sua concezione provvidenziale, fatalistica ed immobilistica della povertà e della ricchezza: nel celebre discorso funebre pronunciato a Cittadella (Padova) in occasione dell’anniversario delle esequie della contessa Elisabetta Viani (24 novembre 1863), enunciò la sua teoria sul rapporto tra povertà e ricchezza, secondo la quale per i poveri non era concepibile un riscatto sociale se non nella misura in cui dovevano permettere ai ricchi di entrare nel Regno dei Cieli.

La sua quotidianità era caratterizzata da un’attività frenetica: dormiva poco, era impegnato ed onnipresente, sostituiva il parroco durante gli attacchi della malattia.

Era detto “”moto perpetuo”” per la sua incessante attività in parrocchia e fuori. Sempre a contatto diretto colla popolazione di giorno, alla sera dava lezioni di canto corale e si rendeva disponibile per insegnare a leggere e a scrivere agli analfabeti, molto numerosi a quel tempo.

Studiava, alla fine della sua giornata, le opere di San Tommaso, la Sacra Scrittura, il diritto canonico (che a quel tempo era solo un miscuglio di norme giuridiche accumulatosi nei secoli).

Si coricava e dormiva per quattro ore.

Dei suoi magri guadagni non investiva alcunché: i testimoni ai processi canonici assicurano coralmente l’esercizio costante della carità materiale da parte del loro cappellano: era sicuro che la Provvidenza lo avrebbe sempre sorretto e guidato, e donava quello che aveva, giungendo a contrarre debiti (che riguardavano pure la sua famiglia di Riese), per onorare i quali cominciò a conoscere la via dei Monti di Pietà di Cittadella e di Castelfranco Veneto (Treviso), dove impegnava il suo orologio d’argento. Era ritenuto da tutti un santo ed una perla di prete.
Giuseppe Sarto sacerdote novello

Giuseppe Sarto sacerdote novello. Fu consacrato sacerdote il 18 settembre 1858 nel duomo di Castelfranco Veneto (Treviso) da mons. Giovanni Antonio Farina, vescovo di Treviso. Due mesi più tardi fu inviato cappellano a Tombolo (Padova).

Per tutte queste caratteristiche umane, il Costantini profetizzò: “Presto lo vedremo parroco di una delle più importanti parrocchie della diocesi, poi lo vedremo con le calze rosse…e poi…chissà!””.

Secondo lo storico mons. Angelo Marchesan, che scrisse una delle più esaurienti biografie del Sarto (che fu anche corretta in bozze di propria mano dal papa o dal suo segretario), non dimenticò

mai il periodo di Tombolo, così importante per la sua formazione umana e sacerdotale: “”Tombolo fu il vero tirocinio della carriera ecclesiastica di don Giuseppe Sarto, e il Costantini ne fu il vero maestro, ricco di dottrina e d’esperienza””[15].

Nel 1867 fu invitato dal suo vescovo, mons. Federico Maria Zinelli (Venezia, 1805-Treviso, 1879), a partecipare ad un concorso per assumere la responsabilità pastorale di una delle cinque parrocchie allora vacanti. Il 21 maggio 1867 fu nominato parroco di Salzano, in provincia di Venezia ma in diocesi di Treviso, la più importante tra le parrocchie messe a concorso.

Quando partì da Tombolo venne rimpianto da tutti i tombolani.

Parroco di Salzano (maggio 1867-novembre 1875)

Fece il suo ingresso senza alcun festeggiamento esteriore nella parrocchia di S. Bartolomeo di Salzano la sera del 13 luglio 1867, di sabato.

La sua venuta non era gradita da parte della popolazione e dei maggiorenti del luogo, a capo dei quali si segnalarono i pubblici amministratori ed i fabbricieri, abituati a parroci di grande esperienza e di fama. Le parole di scarso apprezzamento ed i mugugni non si sprecarono: troppo giovane (32 anni) per una comunità così importante, poche referenze, troppo poco noto.

Un prete insomma “”che no se ghe darìa un schèo”” (un sacerdote di poco valore), ma ben presto tutti si ricredettero.

Salzano era una comunità ecclesiale di 2282 abitanti, per la maggior parte agricoltori, quasi tutti mezzadri della famiglia di Moisè Vita Jacur (1797-1877), israelita, che aveva ampi possedimenti.

Come tutti gli storici sono concordi di sottolineare, l’impegno maggiore del nuovo e giovane parroco fu quello della catechesi degli adulti e dei fanciulli.

Istituì un catechismo a dialogo con don Giuseppe Menegazzi (Noale, 1840-Treviso, 1917), suo successore alla guida della parrocchia dal 1876 al 1885. Frutto concreto di questa metodologia sono due quaderni manoscritti, valorizzati da mons. Francesco Tonolo nel 1954 e da mons. Giuseppe Badini nel 1974, che contengono 577 domande e risposte[16].

Questa prassi catechistica richiamava a Salzano i fedeli delle parrocchie limitrofe, che disertavano le proprie chiese con conseguenti lagnanze dei parroci presso il vescovo, che si limitava a suggerire: “”fate anche voi altrettanto!””. Accanto alla catechesi ordinaria curava la Confraternita della Dottrina Cristiana, eretta nel 1723.

Altro aspetto per cui è universalmente nota l’azione pastorale di don Giuseppe Sarto a Salzano è quello dell’ammissione all’eucaristia dei fanciulli in giovanissima età, proprio appena erano capaci di distinguere la differenza fra il pane-cibo quotidiano ed il pane-cibo spirituale: anticipò tale ammissione all’età di 8-9 anni, mentre era in uso pressoché generalizzato un avvicinamento alla mensa eucaristica intorno ai 12-14 anni.

Liturgia e musica sacra erano per il giovane parroco di Salzano momenti di grande intensità e indissolubilmente legati tra loro: restaurò l’organo settecentesco del Moscatelli, ampliato dal Callido e dai Fratelli Bazzani (9 novembre 1867), e nell’inverno 1868 istituì una scuola serale di canto. La notorietà acquisita dal giovane sacerdote in ambito musicale era apprezzabilmente alta, certamente di livello ultradiocesano: fu invitato a partecipare nel 1874 al 1° Congresso dei cattolici italiani, tenuto a Venezia nel 1874 (12-16  giugno), ma non vi prese parte [17].

L’attività pastorale sul versante mariano si realizzò soprattutto nei confronti della Madonna del Carmine, onorata sotto il nome locale di Madonna della Roata, istituì la pia pratica del mese di maggio (1869) che prima non esisteva, ed onorò la Madonna Immacolata Vergine commissionando una pala d’altare nell’oratorio posto in località Castelliviero. Contribuì ad aumentare il culto di S. Antonio di Padova, di S. Luigi e di S. Valentino con la pala commissionata nel 1870 al pittore veneziano Pietro Nordio.

Sul fronte più strettamente amministrativo, certamente non lieve fu la gestione del passaggio dal regime legato alla dominazione austriaca a quello dell’Italia appena uscita dalla Terza Guerra d’Indipendenza, che trasferì al Veneto la legislazione giacobina ed anticlericale piemontese.

Si trovò subito a rivendicare alla sua nuova parrocchia il lascito del suo predecessore, don Antonio Bosa (Pagnano, 1804-Salzano, 1867), che riuscì a trasformare nella Pia Opera Bosa, con un pensiero particolare dedicato alle giovani maritande di onorato costume, ai giovani ed al lavoro dei giovani.

Come molti parroci veneti dell’Ottocento, si trovò investito della responsabilità di dirigere le scuole del comune: fu infatti eletto direttore nel 1868 e sopraintendente nel 1869; tra l’altro durante la sua cura parrocchiale fu aperta la sezione femminile della scuola comunale, perché in precedenza, durante il governo austriaco, per le donne non era prevista alcuna istruzione. Il suo pensiero mirava anche all’alfabetizzazione degli adulti, per la cui istruzione si adoperò durante le ore serali.

Sul fronte degli anziani e della sanità pubblica, potenziò il locale ospedale civile (uno dei pochi della provincia di Venezia, chiuso per ragioni finanziarie nel 1883) e la annessa casa di ricovero per anziani, fondati da don Antonio Bosa nel 1855 in seguito al lascito di don Vittorio Allegri (Loreggia, Padova, 1791-Padova, 1835), parroco di Salzano dal 28 aprile 1791 al 24 ottobre 1825 [18], dotandoli pure di adeguata normativa (statuto e regolamento interno).

Curò in modo particolare l’unione del paese, frazionato dal punto di vista civile ed amministrativo fin dai tempi della plurisecolare dominazione della Serenissima Repubblica veneta, che permanevano ancora vive.

Come a Tombolo, anche a Salzano dedicava poco tempo al riposo notturno. Studiò in modo particolare i Padri della Chiesa, si esercitò nell’oratoria ecclesiastica e continuò a scrivere prediche.

Molto utile per ricostruire tutte le sue iniziative è un Registro di una cassa privata, che teneva parallelamente a quella ufficiale, nella quale annotava ogni minima spesa sostenuta. In esso sono annotate tra l’altro le misere entrate, quasi tutte imputabili alla borsa fatta girare in chiesa e alle cosiddette “”cérche””, cioè alle questue in generi di natura, quali frumento, granoturco, uva, legna, galletti, bozzoli da seta (galette), uova, vino), e le spese, il cui capitolo più rilevante e pesante va cercato nella estinzione di un gravosissimo debito acceso dal predecessore don Antonio Bosa, che aveva voluto intorno al 1843 ricostruire quasi radicalmente la chiesa in stile neoclassico, debito che gli riuscì di onorare “”usque ad ultimum quadrantem”” il 12 dicembre 1873, pagando le ultime 1000 lire all’impresario miranese Giuseppe Dal Maschio (1829-1889), figlio di quel Marco Dal Maschio (1793-1870) che tanto si era adoperato presso il Sarto per recuperare quanto gli era dovuto.

Sul fronte del lavoro femminile don Giuseppe Sarto si impegnò anche affinché fosse industrializzata un’attività locale legata al baco da seta, presente forse dal 1600: il 26 settembre 1872 fu infatti inaugurato da Moisè Vita Jacur un setificio che dava lavoro a circa 200 ragazze del luogo. Il parroco contribuì anche alla fabbricazione dell’opificio assumendo l’impresa della fornitura della ghiaia necessaria “”nella speranza di poter in qualche modo, colle semi gratuite prestazioni dei Parrocchiani, provvedere agli urgenti bisogni della Povera Chiesa” [19].

Dal punto di vista religioso portò in auge le 40 ore di adorazione del Santissimo nella Settimana Santa e riorganizzò la Confraternita del Santissimo nel 1875, proprio nell’anno in cui fu promosso canonico del capitolo di Treviso. Un altro obiettivo che aveva intenzione di realizzare nello stesso anno fu quello dell’associazione delle Figlie di Maria, ma fu realizzato dai suoi successori.

Esercitò la carità e si affidò alla Provvidenza: continuò a perfezionare, in questo ambito, anche a Salzano il comportamento quotidiano che aveva già ampiamente collaudato a Tombolo, perché donava biancheria personale, i cibi che le sorelle cucinavano, la legna, il grano, le scarpe.

Più volte impegnò al Monte di Pietà di Venezia il suo anello parrocchiale, donato ai parroci di Salzano da don Vittorio Allegri nel suo testamento del 10 marzo 1828.

Aveva un carattere generoso e impulsivo, che riusciva tuttavia a controllare. Nel 1869 subì un processo dal quale uscì assolto, mentre furono condannati alcuni parrocchiani che erano accorsi in suo aiuto. Alcuni personaggi, che erano entrati in diverbio col parroco di Salzano nel pomeriggio della domenica 27 giugno, denunciarono all’autorità di essere stati aggrediti, con l’intenzione di coinvolgerlo nell’increscioso fatto: uscitone a testa alta, conservò tuttavia gratitudine per quelli che avevano preso le sue difese ed erano stati condannati dopo il processo avvenuto il 23 ed il 24 dicembre 1869, con pene confermate in appello il 25 gennaio 1870 [20].

Altri episodi, che dai testimoni sono stati più volte citati nei processi canonici di glorificazione di Giuseppe Sarto, riguardano il colera che nel 1873 aggredì (come già nel 1836, nel 1847 e nel 1855) il comune e la parrocchia di Salzano. Il parroco si impegnò in prima persona, con sprezzo della sua vita. Tracce significative della sua partecipazione al dramma che aveva coinvolto i suoi parrocchiani si ritrovano nei registri parrocchiali dei morti. Il momento più alto del coinvolgimento emerge dalla lettura degli atti di morte di due giovani sposi, Vittorio Gambaro e Bottacin Giuditta, rispettivamente di 21 e 20 anni. Il Gambaro morì di colera, ed il suo decesso fu registrato negli atti parrocchiali. Poche ore dopo però morì anche la giovanissima moglie. Così il parroco consegnò ai posteri l’accaduto, con un messaggio di fede e di speranza: “”Povera sposa. assistendo indefessa al letto del marito Gambaro Vittorio contrasse il morbo che in sole 5 ore la fé raggiungere lo sposo. E così quei che l’amore fé uniti in vita et in morte non sunt divisi. Sit perpetua animabus benedictis requies””.

La chiesa arcipretale di Salzano (Venezia)Il superimpegno gli comportò un notevole stress, tanto che si temette per la sua salute, ma riuscì a superare anche questa prova.

Lasciò Salzano ufficialmente il 16 settembre 1875, anche se gli ultimi atti di passaggio delle consegne furono firmati il 26 novembre 1875, come risulta dai registri parrocchiali.

La chiesa arcipretale di Salzano (Venezia), dove fu parroco dal 1867 al 1875. Fu l’unico papa che percorse tutti i gradi del ministero sacerdotale.

Canonico a Treviso (novembre 1875-novembre 1884)

Aveva quasi quaranta anni e mezzo quando sedette a Treviso sul suo stallo canonicale nella prima domenica di Avvento, il 28 novembre 1875.

Chiamato dal vescovo Zinelli, svolse una attività fra cattedrale, la curia ed il seminario, ma non mancò di impegnarsi anche sul fronte del Movimento Cattolico trevigiano, che stava muovendo i primi passi e che dal 1892 in poi avrebbe dato grande impulso alle Casse Rurali cattoliche, e in campo giornalistico con i periodici L’Eco del Sile (1878-82) e Il Sile (1883-1885), sfociati poi dopo qualche tempo ne La Vita del Popolo, fondato nel 1892.

Fu principalmente cancelliere vescovile, direttore spirituale del seminario e canonico residenziale: il Marchesan ha infatti evidenziato anche la presenza come consigliere nel Tribunale Ecclesiastico e come esaminatore prosinodale.

Durante il periodo trevigiano ebbe modo quindi di addentrarsi sempre più e meglio nei meandri del diritto canonico e di conoscere bene i problemi dell’ambiente seminariale.

Come oratore continuò ad essere ricercato, come catechista fece tesoro delle esperienze di Tombolo e di Salzano (portò con sè i due quaderni scritti a Salzano) e in ambito liturgico continuò a tenersi aggiornato, specialmente in tema di musica sacra (nel 1882 partecipò ad Arezzo al centenario del monaco aretino).

Circondato, nonostante l’età relativamente giovane, dalla stima dei suoi confratelli, come riconoscimento del suo valore fu eletto primicerio del capitolo il 12 giugno 1879 e, alla morte del vescovo Zinelli, a 44 anni divenne Vicario Capitolare: resse quindi le 210 parrocchie e i circa 350.000 fedeli della diocesi fra il 27 novembre 1879 ed il 26 giugno 1880.

Durante i quasi nove anni di servizio alla Chiesa di Treviso servì tre vescovi: Federico Maria Zinelli fra il 1875 ed i

Mons. Giuseppe Sarto padre spirituale del seminario, cancelliere vescovile e canonico a Treviso

l 1879, Giuseppe Callegari dal 1880 al 1883, e Giuseppe Apollonio fra il 1883 ed il 1884. Nel settembre 1884 gli giunse la notizia di essere stato nominato vescovo di Mantova, e il successivo 16 novembre 1884 fu consacrato vescovo a Roma, nella chiesa di S. Apollinare, dal cardinale mantovano Lucido Maria Parocchi (Mantova, 1833-Roma, 1901), vicario di Leone XIII per la città di Roma.

Mons. Giuseppe Sarto padre spirituale del seminario, cancelliere vescovile e canonico a Treviso in una foto dell’anno scolastico 1875-76, assieme al vescovo mons. Zinelli, alle spalle di mons. Pietro Jacuzzi, cappellano di Riese che lo avviò al sacerdozio, a quell’epoca professore e rettore del seminario di Treviso.

Vescovo di Mantova (novembre 1884-giugno 1893)

Cinque mesi più tardi, il 18 aprile 1885, fece il suo ingresso nella diocesi di Mantova: una diocesi “”difficile””, che Gianpaolo Romanato ha definito “”una diocesi alla deriva””[21].

Alla guida di questa diocesi avevano già fallito due vescovi intransigenti: mons. Pietro Rota (S. Prospero, Reggio Emilia, 1805-Roma,1890) fra il 1871 ed il 1879, e mons. Giovanni Maria Berengo (Venezia, 1820-Udine, 1896) fra il 1879 ed il 1884. Il primo rinunciò all’episcopato mantovano ed il secondo fu “promosso” alla sede di Udine.

L’ambiente cittadino era caratterizzato da diffusa miscredenza, settarismo, anticlericalismo “rabbioso” fomentati dalla attiva presenza della massoneria. Inoltre gli ambienti colti erano pervasi da idee ispirate a scientismo, razionalismo e positivismo.

Il capofila del positivismo italiano, Roberto Ardigò (1828-1920), professore del seminario mantovano e canonico, aveva gettato la tonaca alle ortiche nel 1871. È il caso più celebre ed emblematico, ma già nell’anno precedente 10 sacerdoti avevano smesso l’abito clericale.

Subito si impegnò per “ricostruire” il seminario, rimasto chiuso qualche anno fra il 1870 ed il 1880, ma già nel 1886 la cura Sarto registrava i primi frutti.

Altro obiettivo focalizzato immediatamente era la “ricostruzione” delle comunità parrocchiali locali dal punto di vista ecclesiale secondo linee pastorali già realizzate e ampiamente collaudate nel Veneto, incentrate su un’attiva vita sacramentale e sull’insegnamento della dottrina cristiana. Questa ricostruzione dal punto di vista religioso doveva avere dei riflessi anche in una contemporanea ricostruzione dal punto di vista civile della società mantovana, travagliata dal movimento di ispirazione anarchico-socialista “La boje”, nel tentativo di rifondare una Societas Christiana attraverso la rivitalizzazione delle attività che più o meno apertamente presentavano ispirazioni evangeliche.

Il 18 agosto 1885 il nuovo vescovo indisse la Visita Pastorale della diocesi (una seconda fu iniziata il 25 maggio 1889). Vari sono i campi in cui la sua azione religiosa e riformista si fece sentire.

Nel campo della catechesi e della dottrina cristiana, già il 12 ottobre 1885 prescrisse che in ogni parrocchia fosse istituita la Scuola della Dottrina Cristiana, e che in tutte le domeniche e le feste di precetto si dovesse spiegare il catechismo al popolo ed ai fanciulli. A volte teneva la catechesi al posto di un parroco che ne fosse per qualche ragione impedito o in parrocchie sprovviste di sacerdote, e vigilava attentamente per rendersi conto personalmente se e come veniva impartito l’insegnamento catechistico nelle parrocchie.

Altro campo che ha registrato il suo attivo intervento riformistico fu quello della musica sacra, perché tale musica, a Mantova come nel Veneto, era di stile teatrale e melodrammatico. Il 15 ottobre 1887 licenziò tutti i cantori del duomo ed istituì la scuola dei cantori seminaristi. Verso la fine del mandato episcopale a Mantova incontrò il giovanissimo Lorenzo Perosi (1872-1956), che gli parlò della musica della celebre abbazia di Solesmes, centro benedettino francese di rinnovamento liturgico e di sviluppo del canto gregoriano. Come vescovo, raccomandò quest’ultimo, tentando di renderlo popolare affinché fosse cantato durante le celebrazioni liturgiche.

Molto si scritto a questo proposito, ma ecco il suo pensiero in merito: “L’argomento da raccomandare è il Canto Gregoriano e specialmente il modo di cantarlo e renderlo popolare. Oh! se si potesse ottenere che tutti i fedeli, come cantano le Litanie Lauretane e il Tantum Ergo, così cantassero le parti fisse della Messa: il Kyrie, il Gloria, il Credo, il Sanctus, l’Agnus Dei. Questa sarebbe per me la più bella delle conquiste della Musica Sacra, perché i fedeli, prendendo parte veramente alla Sacra Liturgia, conserverebbero la pietà e la devozione“. Lo stesso concetto veniva ribadito qualche anno più tardi. “Io me le immagino” scriveva a mons. Giuseppe Callegari durante il periodo veneziano, quando ormai aveva maturato a riguardo una strategia più profonda “mille voci che cantano in una chiesa di campagna la messa degli angeli […] e resto rapito, come mi eccitano sempre alla pietà e alla devozione i canti del popolo nel Tantum Ergo, nel Te Deum e nelle Litanie e li preferisco alle musiche polifoniche che non siano ben condotte” [22].

Già a Mantova mise in guardia contro quel movimento di pensiero che sarà chiamato Modernismo: il 7 febbraio 1887 puntò il dito contro coloro che “sebbene conoscano superficialmente la scienza della religione e meno la pratichino, pretendono erigersi a maestri e vanno dichiarando […] dimenticata l’antica follia della Croce, [che] i dogmi della fede debbono adattarsi alle esigenze della nuova filosofia” che veniva proposta dal gesuita inglese George Tyrrell (1861-1909) e dall’esegeta e storico delle religioni francese Alfred Loisy (1857-1940). Essa trovò in seguito in Italia seguaci di un certo rilievo: è un fenomeno da indagare con maggiore imparzialità, ma fu importante perché richiamò l’attenzione, tra le altre, di notevoli personalità, come i sacerdoti Romolo Murri (1870-1944) ed Ernesto Buonaiuti (1881-1946), il romanziere Antonio Fogazzaro (Vicenza,1842-1911), il barnabita ligure Giovanni Semeria (Coldiroli, 1867-Sparanise, 1931), Giovanni Genocchi (Ravenna, 1860-Roma, 1926), il magistrato romano Adolfo Lepri (1881-1948), Mario Augusto Martini (1885-1962) e Guido Manzelli (1888-1960).

La spinta alla riforma della diocesi comportò anche la convocazione di un sinodo diocesano, che in diocesi di Mantova non si teneva da circa due secoli: indetto il 16 febbraio 1887, fu celebrato dal 10 al 12 settembre 1888, e così la diocesi mantovana si diede quella Magna Charta che aggiornava la sua vita religiosa e toglieva quanto si era venuto disordinatamente accumulando dal ‘700 al 1887 senza che  nessun presule facesse le scelte pastorali necessarie.

Diede spazio all’Azione Cattolica ed ebbe una parte notevole nella costituzione dell’Unione Cattolica Italiana di Studi Sociali, sorta a Padova il 29 dicembre 1889 per opera di mons. Giuseppe Callegari, del trevigiano Giuseppe Toniolo (Treviso, 1845-Pisa, 1918) e del bergamasco Stanislao Medolago Albani (Bergamo, 1851-1921).

Invitò i suoi parroci a farsi indefessi promotori della comunione frequente e quotidiana, con particolare riguardo all’ammissione alla mensa eucaristica dei fanciulli.

Ebbe particolare sensibilità per i problemi dell’emigrazione, che negli anni Ottanta del secolo scorso dissanguava le campagne italiane: cercò di frenare l’ondata migratoria verso i paesi transoceanici e, dove non riusciva, faceva in modo che le parrocchie fossero vicine ai loro parrocchiani lontani.

Come nel Veneto, anche a Mantova condusse una vita semplice: si circondò delle sorelle nubili per accudire le faccende domestiche. Era sempre vicino ai poveri con l’aiuto materiale, ma accoglieva sempre tutti, senza distinzione di ceto sociale e di censo.

I quasi nove anni passati a Mantova presentavano un bilancio ampiamente positivo: la diocesi era ricostruita e saldamente fondata su basi rinnovate. L’azione pastorale sartiana, a cui si guardava con crescente ammirazione, suscitò consensi ed onori: sul vescovo Sarto infatti “vigilava” da Roma un osservatore d’eccezione, cioè il cardinale mantovano Lucido Maria Parocchi, proprio colui che lo aveva consacrato vescovo, il vicario di Leone XIII. Questi lo definì “miglior vescovo della Lombardia“. Fu proposto per la porpora cardinalizia. Rifiutò. Ma il Segretario di Stato Mariano Rampolla del Tindaro gli fece capire che rimanere di quell’idea forse avrebbe arrecato un grave dispiacere al papa. E allora finì con l’accettare. L’onore gli spettò quindi per i meriti acquisiti sul campo a Mantova, e non perché promosso patriarca di Venezia, sede tradizionalmente cardinalizia. Fu eletto cardinale di Mantova, col titolo di S. Bernardo alle Terme, nel concistoro segreto del 12 giugno 1893 e tre giorni dopo, il 15 giugno, fu promosso al patriarcato di Venezia. La sede era rimasta vacante per un anno e mezzo dopo la morte del card. DomenicMons. Giuseppe Sarto vescovo di Mantova (1884-1893)o Agostini, patriarca dal 1877 al 1891, a causa del il rifiuto di numerosi vescovi, ma dovevano passare ancora 15 mesi prima che potesse prendervi possesso: il regio Exequatur non giungeva a causa dell’opposizione di Francesco Crispi, che opponeva il diritto della nomina regia per il patriarcato di Venezia.

Solo il 5 settembre 1894 il re firmò il decreto ed il 24 novembre 1894 il Sarto poteva insediarsi sulla cattedra di S. Lorenzo Giustiniani. I veneziani lo accolsero con grandi feste: forse mancavano solo gli amministratori della città lagunare, di tendenza liberal-democratica, che tennero chiuso per l’occasione il municipio.

Mons. Giuseppe Sarto vescovo di Mantova (1884-1893).

Cardinale patriarca di Venezia (1893-1903)

Circa un anno dopo l’ingresso, nel 1895, a Venezia si tennero le elezioni comunali, che diedero vita alla Giunta Grimani (per la cui affermazione non fu estranea l’opera del neopatriarca), destinata a governare la città fino al dicembre 1919: era espressa da un raggruppamento di cattolici e di moderati guidati dal conte Filippo Grimani, e costituì una anticipazione di quella stagione del cattolicesimo italiano che, nel periodo giolittiano, portò all’attenuazione progressiva del non expedit di Pio IX e al Patto Gentiloni (1913).

Dal punto di vista pastorale, il periodo veneziano si colloca a metà strada fra il magistero episcopale mantovano ed il magistero universale del periodo del papato: vennero ripresi, ampliati ed approfonditi tutti i temi già svolti a Mantova e che poi saranno portati in patrimonio a tutta la chiesa universale.

L’istruzione catechistica e la predicazione a Venezia erano male organizzate e con finalità non del tutto ben precisate; la sacra eloquenza era tribunizia e retorica, quasi profana. Perciò il nuovo patriarca, come primo atto del periodo veneziano, non poteva non intervenire in merito: datato 17 gennaio 1895, ordinava la scuola di catechesi e la formazione dei catechisti, non solo per l’attività nei patronati, ma anche per le scuole municipali. Come a Mantova, frequentemente effettuava qualche blitz per osservare se e come le sue direttive venivano applicate, specialmente in merito allo “spirito di pietà, ardore di carità, scienza e seria preparazione“.

Per il seminario ed il clero volle un’organizzazione disciplinare e scientifica adeguata ai tempi, rinnovò il collegio dei professori, riformò gli studi, fondò nel 1902 la facoltà di diritto canonico (la cui attività durò fino al 1932) per dare ai suoi preti una sufficiente conoscenza dei problemi giuridici. Voleva inoltre che partecipassero ogni anno con lui ad un corso di esercizi spirituali, e che intervenissero a conferenze di esegesi biblica, di storia e di archeologia cristiana.

Curava rapporti umani preferenziali con i poveri, era un confessore instancabile, aperto alla conversione dei lontani, un catechista di giovani e fanciulli.

Con la lettera pastorale del 1° maggio 1895 ribadì autorevolmente che il canto e la musica avevano la suprema finalità di essere “preghiera liturgica“. Le caratteristiche principali dovevano essere informate a santità del canto, bontà dell’arte, universalità contro le “maniere teatrali“. Indicò nel canto gregoriano, nella polifonia alla Palestrina e nella preghiera cantata dal popolo le vie maestre della riforma della musica sacra.

Il 21 maggio indisse la visita pastorale (che durò fino al 1898) e prese ancora una volta posizione contro il Cristianesimo moderno (Modernismo).

Un fatto totalmente nuovo (e tutto veneziano come progetto) fu il XIX Congresso Eucaristico, il quinto nazionale italiano [23], che vide nel metropolita dei veneti il “principale promotore“. L’occasione fu fornita da una profanazione avvenuta nella chiesa degli Scalzi. Il 6 aprile 1895 una mano sacrilega asportò una pisside disperdendo le particole per le calli. “Per fare atto di riparazione a Gesù sacramentato, per il mondo che lo misconosce“, il patriarca indisse subito un Congresso Eucaristico che fu celebrato due anni dopo, tra l’8 e il 12 agosto 1897.

Si prodigò per aumentare nei fedeli l’amore per l’eucarestia, per far crescere nel popolo mediante la comunione frequente e quotidiana; esortò i parroci ad ammettere a tale sacramento i fanciulli, senza preoccuparsi troppo dell’età, purché fossero abbastanza coscienti del passo che stavano per fare.

Il 1° novembre 1897 indisse il XXIX sinodo della chiesa veneziana, che fu celebrato dall’8 al 10 agosto 1898, con lo scopo di renderla più aderente alle esigenze dei nuovi tempi, dato che la preesistente normativa risaliva al 1865, anno in cui fu promulgata dal card. Giuseppe Trevisanato, patriarca dal 1862 al 1877.

A riguardo del Movimento Cattolico, sulla linea di quanto affermato nei Congressi di Lodi (1890) e di Vicenza (1891), voleva che i cattolici impegnati nel sociale fossero estremamente motivati nell’azione come fratelli, con disciplina, obbedienza, abnegazione nei confronti dei pastori [24]. Tenne sempre un comportamento super partes, cercando sempre di mediare le varie posizioni ed invitando sempre i sostenitori intransigenti dell’Opera dei Congressi e quelli della corrente murriana, detta democratico-cristiana, a condurre l’impegno politico con aderenza al messaggio della fraternità ed al magistero della Chiesa, pur essendo molto più vicino ai primi come forma mentis e formazione sacerdotale.

La questione sociale lo vide invitare le persone a guardare a Cristo-operaio e prodigarsi per trovare, in ogni occasione di contrasto, un’intesa fra prestatori d’opera e datori di lavoro. Più che per le grandi idee o teorizzazioni (alla Leone XIII, per intenderci) era per gli interventi pratici, ben studiati e “mirati”, che potevano tenere a distanza le idee socialiste: diede così impulso alla scuola del merletto di Burano (che dava lavoro a 400 ragazze) contribuendo all’emancipazione della donna, si premurò contro l’usura per la costituzione delle casse operaie parrocchiali, le casse rurali ed il Banco di S. Marco, incentivò le società di Mutuo Soccorso (assicurazione contro le malattie), incoraggiò il segretariato del popolo per l’assistenza agli operai ed agli emigranti.

Al secondo Congresso dell’Unione Cattolica degli studiosi di Scienze Sociali di Padova (26-28 agosto 1896) rivolse ai presenti un discorso esclusivamente pastorale e religioso, iniziato e terminato con un solenne Sia lodato Gesù Cristo, che esprimeva la sua visione del problema, imperniata sulla certezza “dell’ortodossia delle dottrine che saranno sviluppate coi criteri più rigorosi della scienza cristiana, nella più schietta adesione alla fede cattolica e nella più perfetta dipendenza dalla Chiesa, in cui continua e si svolge la vita e la dottrina di Gesù Cristo” [25].

Mons. Giuseppe Sarto cardinale patriarca di Venezia (1893-1903)Anche da patriarca, a riguardo della carità materiale personale, era sempre il solito Giuseppe Sarto: non si limitava a dare con giusta misura, ma continuava a privarsi di tutto con “prodigalità“.

Nonostante alcuni storici sottolineino la provincialità e la ristrettezza delle sue attività pastorali, il presule veneziano era molto considerato anche a Roma: non era certamente uno sconosciuto, perché era ritenuto la “gemma del sacro Collegio” e Leone XIII espresse il desiderio di averlo a Roma come suo vicario.

Mons. Giuseppe Sarto cardinale patriarca di Venezia (1893-1903).

Papa Pio X (4 agosto 1903-20 agosto 1914)

Morto Leone XIII il 20 luglio 1903, il card. Sarto partì per Roma il 26 luglio. Ai veneziani che erano accorsi alla stazione per salutarlo assicurò: “o vivo o morto tornerò!“.

I papabili erano il cardinale Mariano Rampolla del Tindaro, Segretario di Stato di Leone XIII, e il cardinale Gotti: ma i tempi erano ormai maturi per una scelta nuova. Al Rampolla si può applicare una salace considerazione riportata da Ernesto Vercesi, dello stesso Leone XIII, al quale fu domandato come mai il “Cardinale Consalvi non ebbe dei voti alla morte di Pio VII, dopo i grandi servizi che aveva reso alla Chiesa? Leone rispose: «Consalvi aveva durato anche troppo». Erano molti anche nel Sacro Collegio che desideravano un indirizzo nuovo. S’invocava un papa che permettesse un’evoluzione che si sentiva nell’aria” [26].

Il card. Sarto entrò in conclave nel pomeriggio del 31 luglio e, dopo che le prime votazioni avevano evidenziato una radicale contrapposizione di schieramenti, fu sottoposto a pressioni sempre crescenti; dopo aver inutilmente cercato di non farsi eleggere, nel tardo mattino del 4 agosto fu eletto papa con 50 voti su 62 teoricamente possibili (80,6%). Assunse il nome di Pio, in ricordo dei papi con questo nome che “nel secolo passato hanno coraggiosamente lottato contro le sette e gli errori“, cioè Pio VI, Pio VII e Pio IX.

Annunciò il programma del suo pontificato con l’enciclica E supremi apostolatus cathedra (4 ottobre 1903), nella quale è contenuto anche il motto Instaurare omnia in Christo [27].

La realizzazione di tale programma ebbe subito inizio con un ritmo incalzante: dal motu proprio Tra le sollecitudini (22 novembre 1903) per la riforma della musica sacra, al motu proprio Fin dalla prima (18 dicembre 1903) per il riordinamento dell’Azione Popolare Cristiana, alla costituzione Commissum nobis (20 gennaio 1904) condanna del Veto in Conclave, cioè quell’anacronistico diritto delle potenze europee di opporsi alla elezione a papa di un cardinale non gradito: fu usato per l’ultima volta dal card. Puzyna di Cracovia proprio nel conclave da cui uscì eletto.

Seguirono l’enciclica Ad diem illum (2 febbraio 1904) per il cinquantesimo anniversario della definizione del dogma dell’Immacolata Concezione, la lettera Quum arcano (11 febbraio 1904) con la quale indiceva la visita apostolica alla città di Roma [28], seguita in breve tempo dal decreto Constat apud omnes (7 marzo 1904), in cui prendeva un’analoga iniziativa per la visita apostolica alle diocesi italiane.

Cinque giorni dopo era la volta dell’enciclica Iucunda sane (12 marzo 1904) per il XIII Centenario di S. Gregorio Magno e, 12 giorni dopo, quella del motu proprio Arduum sane munus (19 marzo 1904) per la compilazione del nuovo Codice di Diritto Canonico: non vedrà ultimata questa immane impresa, che verrà presentata alla Chiesa dal suo successore, Benedetto XV, il 25 maggio 1917, giorno di Pentecoste.

Sul fronte politico italiano, il nuovo papa iniziò con cautela e circospezione ad attenuare il Non expedit e ad aprirsi alle correnti politiche moderate per evitare l’elezione di esponenti radicali o socialisti. Di fronte alla crisi dell’Opera dei Congressi, prese la decisione del suo scioglimento; secondo un disegno strategico improntato all’azione del laicato sotto un rigido controllo ecclesiastico, con la lettera La lettera circolare (1 marzo 1905) riprovò la Democrazia Cristiana Autonoma e con l’enciclica Il fermo proposito (11 giugno 1905) favorì la riorganizzazione dell’Azione Cattolica in Italia. Conscio dell’importanza del laicato cattolico nella riconquista cristiana della società, vedeva nella sua azione un prolungamento dell’azione del clero, in una visione confessionale nella quale emergeva la pragmaticità pastorale di antico parroco di Salzano.

Il 1905 fu anche l’anno dell’enciclica Acerbo nimis (15 aprile 1905) sull’insegnamento del catechismo, uno dei primi interventi in questo ambito, per i quali sarà chiamato il “papa del catechismo“. Ma, a fianco di questo titolo, si trova anche quello di “papa dell’eucaristia“, perché l’eucaristia fu il tema fondamentale del decreto Sacra Tridentina Synodus (20 dicembre 1905), riguardante la comunione frequente e quotidiana.

Sul fronte della politica internazionale era intanto scoppiata la questione francese: dopo le vicende legate alle “leggi inique” votate in Francia contro la Chiesa fra il 1880 ed il 1903, e le controversie che avevano seguito la visita al Quirinale del presidente francese Émile Loubet (1838-1929), avvenuta nel 1904, il 9 dicembre 1905 il parlamento francese votò la legge di separazione fra Stato e Chiesa. La risposta di Pio X non si fece attendere e si concretizzò in due encicliche contro il governo francese: nell’enciclica Vehementer condannò la separazione della Chiesa dallo Stato in Francia (11 febbraio 1906), e nella Gravissimo officii munere condannò le leggi cultuali proposte dal governo francese (10 agosto 1906).

Non furono questi gli unici atti legati a controversie fra Chiesa e Stato. In altri paesi, come in Ecuador e, qualche anno dopo in Portogallo, lo stato aveva emanato “leggi persecutrici” nei confronti della Chiesa: Pio X espresse il “suo dolore” con la lettera Acre nefariumque bellum (14 maggio 1905) contro le leggi votate nell’Ecuador e, sei anni dopo, con l’enciclica Jamdudum in Lusitania, per quelle votate in Portogallo (24 maggio 1911).

E a coronamento di un’opera efficace ed attenta, durata almeno 30 anni, non mancò un progetto di riforma dei seminari d’Italia, realizzato con un provvedimento autorevole il 16 gennaio 1906.

Dello stesso anno sono due interventi, uno sul clero ed uno sul sacramento dell’eucaristia: l’enciclica Pieni l’animo sull’educazione del giovane clero (28 luglio 1906) ed il decreto Post editum sulla comunione ai malati non digiuni (7 dicembre 1906).

Dopo avere ancora una volta manifestato la posizione della Santa Sede nei confronti del governo francese, con l’enciclica Une fois encore (6 gennaio 1907), Pio X condannò 65 proposizioni moderniste nel decreto Lamentabili sane exitu (3 luglio 1907) ed il movimento modernista con l’enciclica Pascendi dominici gregis (8 settembre 1907), etichettandolo come la sintesi di tutte le eresie ed aprendo una stagione della storia della Chiesa contemporanea non ancora compresa a fondo. Il 1907 fu l’anno in cui culminò in modo virulento questa lotta: per i fatti successi si rese necessario un supplemento d’indagine alla soglia della beatificazione, per rispondere ad una ridda di sospetti e di “veleni” propalati sull’operato e sulle effettive responsabilità del papa [29  ], che intervenne con estremo vigore, sempre con un pugno di ferro dentro ad un guanto di velluto, dato che la sua formazione intransigente non gli permetteva altri modi di agire, ed i tempi in cui visse non permettevano di distinguere tra “errante” ed “errore”. I testimoni ai processi canonici concordano che, se dimostrò “una energia inesorabile, pienamente giustificata dalla gravità del pericolo che incombeva sulla Chiesa, con i Modernisti dimostrò sempre una carità insuperabile ed una misericordia senza misura. […] voleva che si sperimentassero tutti i mezzi umanamente possibili per ammonirli e persuaderli dei loro errori, raccomandando vivamente che non si mancasse alla carità. […] non li abbandonava a se stessi: li seguiva con occhio paterno, tentava ogni via per richiamarli e se si fossero trovati in ristrettezze economiche provvedeva anche al loro sostentamento” [29]. Nella parte dispositiva dell’enciclica le misure previste erano mirate, e culminarono con l’imposizione di un giuramento antimodernista (1 settembre 1910), a riprova della costante sollecitudine di Pio X per l’integrità del Depositum Fidei [30].

Dall’atteggiamento antagonistico di fronte alle nuove idee ed ai nuovi fermenti interni ed esterni alla Chiesa, è nata la convinzione che papa Sarto sia stato un papa “retrogrado” e “reazionario“.

Non sono però mancati anche interventi di originale portata riformatrice e di respiro universale: come la costituzione apostolica Sapienti consilio, che riformava la curia romana (29 giugno 1908), la lettera Quidquid consilii sull’unione delle chiese orientali (8 luglio 1908), e la lettera apostolica ai vescovi d’oriente sull’unione delle chiese del 26 dicembre 1910, che sottolinea uno degli aspetti ecumenici più interessanti del pontificato di Pio X.

Di influenza particolarmente efficace fu l’esortazione al clero Haerent animo, scritta per la celebrazione del suo giubileo sacerdotale (4 agosto 1908).

Il 29 settembre 1908, con la costituzione apostolica Promulgandi pontificias, fondò il periodico Acta Apostolicae Sedis, unico organo di stampa ufficiale della Santa Sede per i problemi dottrinali e disciplinari, che sostituiva il precedente Acta Sanctae Sedis, istituito da Pio IX nel 1865.

Seguirono poi le encicliche Communium rerum, nel VIII Centenario di Sant’Anselmo d’Aosta (21 aprile 1909), la lettera Vinea electa riguardante la fondazione dell’Istituto biblico (7 maggio 1909), Editae saepe, nel III Centenario di San Carlo Borromeo (26 maggio 1910) e Quam singulari Christus amore sulla comunione dei fanciulli (8 agosto 1910), una delle sue più famose encicliche eucaristiche, quella per la quale ebbe a dire: “questo documento mi è stato ispirato da Dio stesso“.

In ambito sociale gli interventi di papa Sarto furono di certo non altisonanti come quello del suo predecessore Leone XIII: sono da segnalare l’intervento per l’inaugurazione della Scuola Sociale Cattolica di Bergamo il 15 agosto 1910, e la lettera Notre charge apostolique del 25 agosto 1910, nella quale condannò le teorie della rivista Sillon di Marc Sangnier (Parigi, 1873-1950), il quale prontamente si sottomise in modo pieno ed incondizionato al volere del papa. Altro fatto da sottolineare è che durante il pontificato di Pio X si assistette ad una maggiore sensibilizzazione ed organizzazione delle attività della Chiesa a favore dell’emigrazione.

Altri atti pontifici di Pio X furono la costituzione apostolica Divino afflatu, che riformava il breviario romano (1 novembre 1911), la costituzione apostolica Etsi nos, che prevedeva la riforma del vicariato di Roma (1 gennaio 1912), l’enciclica Lacrimabili statu sulle disumane condizioni degli indios nell’America Latina (7 giugno 1912), l’enciclica Singulari quadam sui sindacati operai in Germania (24 settembre 1912) e la lettera apostolica Universis Christifidelibus dell’8 marzo 1913, per il XVI Centenario Costantiniano.

Dall’esame degli atti di papa Pio X può sorprendere il fatto che papa Sarto non sia mai intervenuto a riguardo di argomenti scientifici, anche se quelli in cui visse erano anni che registravano lo scardinamanto di secolari fondamenti della fisica con la formulazione della teoria dei quanti (1900) di Max Planck (1858-1947), della teoria della relatività ristretta (1905) di Albert Einstein (1879-1955) e dell’interpretazione atomistica della realtà fisica (1903-1913) ad opera di Joseph John Thomson (1856-1940), Ernest Rutherford (1871-1937) e Niels Bohr (1885-1962).

È un fatto strano, perché Giuseppe Sarto ha sempre coltivato studi scientifici, con speciale riguardo alla matematica e all’astronomia: è sempre riuscito bene in questo tipo di studi, ha espresso la sua versatilità scientifica nella costruzione di meridiane e, da papa, ha seguito l’attività della Specola vaticana fondata dal suo predecessore [31].

Pio X (Giuseppe Melchiore Sarto) papa dal 1903 al 1914Il progressivo declino della salute e le condizioni politiche che si deterioravano sempre di più in Europa lo portarono alla tomba. Angosciosamente il 2 agosto 1914 inviò l’esortazione Dum Europa a tutti i cattolici del mondo per implorare la cessazione della guerra europea appena scoppiata, che poi sfocerà nella prima guerra mondiale: è un accorato appello a porre fine alle ostilità e ad esperire ogni strada per la composizione del conflitto nell’interesse superiore dell’umanità e della pace. È un testamento di pace dei più alti che siano stati consegnati alle future generazioni.

Pio X (Giuseppe Melchiore Sarto) papa dal 1903 al 1914

Morì alle 1.16 del 20 agosto 1914, giovedì. Fu sepolto nelle grotte vaticane e sulla sua tomba furono scritte le parole: PIUS P.P. X – DIVES ET PAUPER – MITIS ET HUMILIS CORDE – REIQUE CATHOLICAE VINDEX FORTIS – INSTAURARE OMNIA IN CHRISTO – SATAGENS – PIE OBIIT DIE XX AUG. A. D. MCMXIV, che riassumono una vita ed un pontificato vissuti all’ombra della croce e all’insegna della povertà più rigorosamente vissuta [32].

I processi canonici (1923-1946)

La fama di Pio X come santo è sempre stata sulla bocca di tutti. Gli agiografi di Pio X assicurano la fama della sua santità in vita, in morte e dopo la morte.

Quasi nove anni dopo la sua morte, il 14 febbraio 1923, 28 cardinali domandarono al papa la glorificazione di Pio X ed incaricarono come postulatore della causa don Benedetto Pierami dei Benedettini Vallombrosani, abate di S. Prassede.

Questi organizzò i processi informativi ordinari diocesani, celebrati fra il 1923 ed il 1931, in diocesi di Treviso (1923-26), di Mantova (1924-27), di Venezia (1924-30) e di Roma (1923-1931) raccogliendo le deposizioni di 205 testimoni. Questo immane lavoro finì l’8 luglio 1931.

Il Pierami morì improvvisamente il 12 agosto 1934: il 18 ottobre successivo fu incaricato don Alberto Parenti della medesima congregazione religiosa, che a conclusione degli studi sui processi ordinari, il 12 febbraio 1943 poté dare alle stampe la Positio super causae introductione.

Tra il 1943 ed il 1946 furono celebrati nelle quattro diocesi i processi apostolici e furono sentiti 89 testimoni.

Tre anni più tardi, nel 1949, fu data alle stampe la Positio super virtutibus.

Per il 1950 Pio XII aveva in animo la celebrazione di tre grandi avvenimenti: il dogma dell’assunzione in cielo della Vergine, l’Anno Santo e la beatificazione di Giuseppe Sarto, ma all’ultimo momento furono mossi seri rilievi sul comportamento tenuto dal papa nel periodo della lotta al Modernismo, e fu quindi istruito un processo straordinario a partire dal 15 dicembre 1949, celebrato a causa delle Animadversines del promotore della fede Salvatore Natucci. Alla fine fu stampata la Nova positio super virtutibus (1950) con un Summarium addizionale di documenti.

Superate tutte queste difficoltà, la causa subì una notevole accelerazione: l’11 febbraio 1951 furono riconosciuti i due miracoli richiesti per la beatificazione e il 4 marzo successivo fu pubblicato il decreto del Tuto, che sanciva giuridicamente la possibilità di potere procedere.

Il 3 giugno 1951 avveniva la solenne cerimonia della beatificazione. Il papa Pio XII ebbe parole di particolare effetto e fu perfettamente conscio della complessità storica dell’azione del papa di Riese, suo predecessore, a lui ben noto fin dal tempo in cui iniziò la sua carriera diplomatica presso la Segreteria di Stato: Pio X, “col suo sguardo d’aquila più perspicace e più sicuro che la veduta corta di miopi ragionatori” […], “illuminato dalla chiarezza della verità eterna, guidato da una coscienza delicata, lucida, di rigida dirittura” è “un uomo, un pontefice, un santo di tale elevatezza” che “difficilmente troverà lo storico che sappia abbracciare tutta insieme la sua figura e in pari tempo i suoi molteplici aspetti” [34].

Otto mesi più tardi, il 17 febbraio 1952, la sua venerata salma venne posta sotto l’altare della Presentazione in S. Pietro.

La glorificazione e la fortuna di S. Pio X nel mondo contemporaneo

Dopo la beatificazione, l’iter glorificatorio procedette speditamente: il 17 gennaio 1954 furono riconosciuti i due miracoli necessari per la canonizzazione.

Il 29 maggio 1954, davanti ad 800.000 persone, Pio XII celebrò la cerimonia della canonizzazione.

Pio X è l’unico papa santificato dal XVII secolo in poi: è sembrato a tutti che si attualizzasse la profezia de Il Giornale d’Italia, che aveva scritto: “La Storia ne farà un gran Papa: la Chiesa ne farà un gran Santo” [35].

Iniziò il decennio della fortuna di S. Pio X: il culto di S. Pio X fu subito portato in auge e numerosissime chiese in Italia e nel mondo furono costruite in onore del nuovo santo, con un riflesso positivo sulla liturgia e sull’arte sacra contemporanea.

Dopo appena due lustri tale fortuna cominciò a declinare, perché durante la celebrazione del Concilio Vaticano II emersero questioni che riguardavano Pio X in senso piuttosto negativo, soprattutto nei rapporti col mondo moderno.

Nel periodo postconciliare veniva esaltato dai cattolici tradizionalisti, che coglievano parzialmente il messaggio piano, rifacendosi quasi esclusivamente il momento antimodernista e di chiusura alle istanze del mondo moderno: molti di questi credenti divennero in seguito scismatici sulla scia di mons. Marcel Lefebvre (1905-1991) e della sua Fraternité Saint Pie X di Econe.

Al contrario, veniva denigrato dai cattolici progressisti o conciliari, che lo definivano come intransigente, integralista, integrista, tradizionalista, reazionario ed accentratore.

In tutta la cristianità contemporanea i fedeli sono animati da sospetto, apatia e/o indifferenza nei riguardi di Pio X, anche se non mancano autorevoli espressioni di riconoscimento dei meriti, già esposte da Benedetto Croce, ed il suo culto è ancora ampiamente diffuso: è onorato come il papa dell’eucaristia e del catechismo, i missionari gli sono grati per l’impulso impresso a favore delle Missioni, è titolare di seminari, è compatrono di diocesi, è patrono degli emigrati trevigiani nel mondo e degli esperantisti cattolici [36], è onorato in 85 parrocchie italiane, 65 tedesche, 15 belghe, 18 canadesi, 2 austriache.

Fra gli storici il giudizio è ancora lungi dall’essere definitivo: e non può essere altrimenti, visto che è morto da soli 83 anni e che è ancora, volenti o nolenti, un protagonista.

Alcuni storici lo giudicano negativamente: tra essi, nel 1934, cioè in epoca non sospetta (infatti già da 9 anni era stato messo in moto l’iter di canonizzazione), lo Schmidlin dedica un intero capitolo negativo all’attività antimodernista del Sodalitium Pianum di mons. Umberto Benigni (1862-1934), formulando giudizi molto negativi e gravi anche contro Pio X, che avrebbe favorito questa attività [37]. Negativo, anche se limitato al pensiero politico del papa veneto, è pure il giudizio che don Luigi Sturzo dava nel 1937, secondo il quale Pio X “aveva un’idea quasi parrocchiale della vita politica” [38]. In epoca più vicina alla nostra, Rudolf Lill dà una valutazione prevalentemente negativa e ne mette in evidenza l’antimodernismo reazionario e l’interpretazione esagerata dell’autorità del papa[6]. Altri danno un giudizio parzialmente positivo: Roger Aubert lo definisce “riformatore e conservatore ad un tempo“, ma afferma anche che “Pio X, che apparve ai suoi contemporanei così poco moderno e così conservatore, fu in realtà uno dei più grandi papi riformatori della storia, il più grande riformatore della vita interna della Chiesa dopo il Concilio di Trento” [39]. Giacomo Martina emette un giudizio tutto sommato incerto, specialmente per il fatto che “le indagini compiute per i processo di beatificazione […] se hanno messo in maggior luce il profondo senso di responsabilità del papa e il suo ardore per la difesa della fede, […] non hanno eliminato tutti i dubbi sull’opportunità della linea seguita e non hanno persuaso ugualmente tutti gli studiosi” [40]. Positiva ma con riserve è la posizione di Silvio Tramontin che, se da un lato pone in risalto la dimensione religiosa del pontificato e la difesa del patrimonio culturale cristiano, dall’altro lato afferma che tale strenua difesa ha spinto il papa “piuttosto a frenare e a limitare che a promuovere e favorire in diversi campi l’attività degli uomini di Chiesa” [41]. Punta invece il dito sui limiti del processo che portò alla canonizzazione di Pio X un avvocato della S. Congregazione per le Cause dei Santi, Carlo Snider, che ne evidenzia i limiti dal punto di vista storico e metodologico, ma che in pratica restituisce il personaggio al suo tempo e lo ricolloca negli anni in cui ebbe ad operare, contrariamente a quanto ha fatto tanta zuccherosa agiografia che, per edificare il lettore, ha reso il santo avulso dal suo tempo [42]. Sostanzialmente positiva e molto equilibrata è la valutazione di Joseph Lortz e di Gianpaolo Romanato. Il primo vede l’opera di papa Pio X come quella di un “papa pastore di anime“, cioè come il logico e ineluttabile sbocco e coronamento di oltre cinquant’anni di ministero di uno “zelante pastore d’anime“, che ha avuto la “percezione immediata di tutto ciò che non era cattolico“, che ha saputo coordinare spinte contrastanti derivanti dalla “tensione oggettivamente esistente tra pietà e diritto” [43]. Il secondo è convinto che “occorre sollevare molti veli per giungere al vero Pio X” e riconosce l’importanza feconda di un’opera pastorale della quale la Chiesa ancora risente: la sua linea pastorale “sopravviveva ben oltre l’orizzonte parrocchiale e rivelava una fecondità di applicazioni che forse non si è ancora esaurita” e “il suo pontificato […] si colloca, non solo cronologicamente, all’origine della Chiesa contemporanea. Molte caratteristiche del cattolicesimo novecentesco – il verticismo, la solida organizzazione giuridica, la ferrea struttura intellettuale, la valorizzazione del laicato – derivano dalle riforme di Pio X, dalle sue iniziative, dalle sue intuizioni, dalla sua visione ecclesiologica” [44].

Non mancano zone d’ombre sulle quali è necessario far luce, interpretando nuovi documenti dell’Archivio Vaticano, ma non si può non mettere in evidenza il fatto che, pur essendo un papa spartiacque tra due modi di intendere la vita della Chiesa, dimostrò una sua particolare sensibilità ecclesiale con grande coerenza di pensiero e di azione, effettuò un grande sforzo durante tutta la sua vita ecclesiastica di aderire alla realtà del proprio tempo, intervenendo ad hoc con la tempestività riformistica che il suo tempo richiedeva e con una pastoralità pragmatica informata ad un criterio di difesa attenta del Depositum Fidei.

Non sono mancati giudizi pesanti, motteggi satirici, frasi fatte dissacratorie. Tra di essi ne cito due. Il primo è anonimo, ma è uno delle tante, frequenti sentenze che sono sulla bocca di molti: “Nato nel Veneto asburgico, non poteva se non lombardovenetizzare la Chiesa, con tutti gli atteggiamenti oppressivi ed accentratori che ciò comportava“. Più ironica e soft, ma non meno negativa è l’accusa del caustico mons. Louis Marie Olivier Duchesne (1843-1922), che gli imputò di avere trasformato, con la sua visione provinciale della Chiesa e col suo ristretto orizzonte culturale di sacerdote proveniente dal profondo Veneto, la fragile barca di S. Pietro in una gondola di S. Pietro.

Col senno di poi si può rispondere che, se fosse stato il solo patriarca di Venezia ad essere eletto in questo secolo papa, si potrebbe pensare ad uno scherzo della Provvidenza: tra tanti papi illustri e “di spirto profetico dotati“, potrebbe essersi concessa una pausa nel cammino della salvezza dell’uomo.

Ma questa fine elucubrazione cade se si tiene conto di altre situazioni analoghe: purtroppo coloro che in questo secolo XX hanno trasformato la barca di S. Pietro in una gondola di S. Pietro sono ben tre, e con i risultati che sono a tutti ben noti: oltre al Sarto, la storia registra anche Angelo Giuseppe Roncalli (1881-1963), papa Giovanni XXIII, ed Albino Luciani (1912-1978), papa Giovanni Paolo I.

E tutti e tre, guarda caso, patriarchi di Venezia.

A proposito del Sarto, se proprio vogliamo scendere alle critiche dei detrattori (che ne sanno di più dello Spirito Santo), anziché stupirci dell’elezione a papa di un uomo dall’esperienza così limitata e di livello regionale, ci si dovrebbe invece stupire del contrario, cioè del fatto che un uomo ritenuto di così bassa caratura e dall’orizzonte mentale così provinciale abbia saputo agire da pastore della Chiesa Cattolica con tanta (forse eccessiva) energia, forza, sicurezza e piglio riformatore.

Si capisce che la Provvidenza, al fine di preparare nel XX secolo il messaggio cristiano per il terzo Millennio oltre il 2000, cioè per oltrepassare le soglie della speranza, prima del grande passo ha preferito, e per ben tre volte, al tempestoso mare di Tiberiade una navigazione in ecosistemi a rischio.

Come la laguna di Venezia di Sarto, Roncalli e Luciani.


[1] FRANCESCHETTI F., Gli antenati del Sommo Pontefice Pio X. Memorie storico-genealogiche, Presso il Collegio Araldico, Roma, 1903, p. 21.

[2] MARCHESAN A., Papa Pio X nella sua vita e nella sua parola, Stabilimenti Benziger e Co.S.A., Einsiedeln, 1905, pp. 23-25; albero genealogico della famiglia Sarto, p. 17.

[3] GHENO A., La patria di Pio X, Estratto dalla Rivista del Collegio Araldico, Anno I, N. 11 e 12, Presso il Collegio Araldico, Roma, 1903, p. 14.

[4] Si veda una recente ricostruzione delle vicende dei Sarto nel volume BORTOLATO Q., La casa natale di Pio X ed il museo di S. Pio X Cenni storici e catalogo museale, Fondazione G. Sarto, 1992, pp. 9-24.

[5] L’annotazione si trova in un registro canonico, uno stato d’anime senza titolo né data di compilazione, conservato nell’Archivio Parrocchiale di Riese Pio X.

[6] È in atto dal 1996 da parte della cittadina di Jemielnica, nell’Alta Slesia, attualmente sotto amministrazione polacca, la rivendicazione del fatto di avere dato i natali a Giovanni Battista Sarto, il padre di Giuseppe Sarto, il futuro Pio X: secondo la stampa locale, Panorama (N. 33, 18 agosto 1996) al quale ha fatto in parte eco lo Schlesisches Wochenblatt (N. 45, 8-14 novembre 1996), un polacco di nome Jan Krawiec (che significa Sarto) sarebbe emigrato in Italia quando questa terra fu annessa alla Prussia (il toponimo Jemielnica è equivalente di Himmelwitz), e qui avrebbe trovato asilo politico, prima a Castello di Godego e poi a Riese, dando origine alla famiglia dalla quale sarebbe nato il papa veneto. Queste notizie mi sono state comunicate dal sig. Jörg Horn di Koblenz, che pure mi ha inviato cospicuo materiale giornalistico e mi ha segnalato lo studio nel quale la notizia è pure ripresa (MALACHI MARTIN, The Keys of This Blood The Struggle for World Dominion Between Pope John Paul II, Mikhail Gorbachev, and the Capitalist West, New York 1990, p. 535). Inutile sottolineare la falsità di tutti questi riferimenti, dato che a Riese sono conservati presso l’Archivio Parrocchiale di Riese tutti gli atti relativi a Giovanni Battista Sarto (di nascita, di matrimonio e di morte, a causa di “”pleuritide””) ed alla sua famiglia.

[7] Presso l’Archivio Parrocchiale di Riese è conservato un Elenco delle Famiglie Povere della Parrocchia di Riese: sono elencate 132 famiglie con un totale di 538 individui su 1848 anime (29,11%); una postilla avverte che “”si potrebbero aggiungere i seguenti””: seguono 10 famiglie e 42 individui, per un totale di 142 nuclei famigliari e 580 poveri (31,39%). Fra di essi non è citato nessun Sarto, a riprova che la famiglia Sarto non era da considerare indigente e bisognosa, come una leggenda sorta attorno a Giuseppe Sarto ancor oggi tende a legittimare: se di povertà dei Sarto si deve parlare, lo si può fare solo in modo circoscritto e a partire dalla morte di Giovanni Battista Sarto in poi, quindi dal 1852, anno nel quale Margherita Sanson si trovò a dover mantenere la sua famiglia con i proventi del suo lavoro di cucitrice e dei prodotti dell’attività agricola sui suoi campi. Che anche il figlio, ormai sacerdote, non nuotasse nell’oro è ampiamente documentato. Infatti don Giuseppe Sarto in due lettere del 1875 ringraziava il signor Antonio Monico di Riese per la dilazione di un debito di “”Lire Austriache 1000 (Mille) al 6% da restituire entro l’anno 1868″”: pur contratto fin dall’ultimo anno di Tombolo, e precisamente nel 1867, non era ancora stato onorato. E le ataviche proprietà di Riese? “”I due ettari di eredità paterna erano stati venduti, con atti in data 2 dicembre 1877, a Monico Antonio e a Montin Pietro. Anche la casetta, minacciata di vendita, era stata salvata all’ultimo momento”” (SARTO G., Lettere di S. Pio X,  a cura di Nello Vian, Gregoriana Editrice, Padova, 1958, p. 72. Anche fra il 1886 ed il 1888, ormai vescovo di Mantova, ebbe problemi con debiti. nel 1886 “”egli con i fratelli vendette, ultimo avanzo di patrimonio domestico, 34 pertiche di terreno, corrispondenti a circa 3 ettari e mezzo di terreno, che provenivano dalla divisione con uno zio”” (SARTO G., Lettere di S. Pio X, a cura di Nello Vian, Gregoriana Editrice, Padova, 1958, p. 139; vedere pure le pp. 55, 57, 138-139, 167-169, 263). G. Romanato, citando una lettera scritta dal Sarto all’omonimo cugino di Venezia nell’aprile 1866, conclude che “”fino alla morte del padre, i sarto poterono godere di una situazione economica abbastanza tranquilla. Tuttavia, lo si intuisce chiaramente dalle parole del figlio, Giambattista non era stato un amministratore particolarmente oculato e prima di morire si era caricato di debiti. Dopo la scomparsa di questi, sommandosi al venir meno improvviso dei suoi guadagni, schiacciarono letteralmente la famiglia, al punto che nel 1866, quando fu scritta la lettera appena citata, cioè quattordici anni dopo, la situazione non si era ancora riequilibrata, e rimarrà precaria almeno per un altro decennio”” (ROMANATO G., Pio X La vita di Papa Sarto, Rusconi, Milano, 1992, p.66).

[8] Di questo undicesimo figlio dei coniugi Sarto-Sanson, vissuto solo per 12 giorni, nessun biografo ha mai parlato finora. Registro dei morti Libro Secondo Parrocchia di Riese dal dì 1.° Gennaio 1829. al 10. Febbrajo 1845, N. 11: morì di “”affezione spasmodica il dì 8 Febbrajo 1845 alle 5. pomerid. in casa propria””.

[9] MARCHESAN A., Pio X nella sua vita e nella sua parola, Benziger & Co. S. A., Svizzera, 1904-05, p. 26.

[10] Gli storici più accreditati e vari studi agiografici riportano la data, posticipata di un anno, del 6 aprile 1847, ma il prof. Alessandro Favero (S. Zenone degli Ezzelini, Treviso, 27 luglio 1916-Riese Pio X, 25 gennaio 1990) nel 1965 ha pubblicato i risultati delle sue ricerche archivistiche (Ignis ardens, bollettino bimestrale di Riese Pio X, Anno XIII, n. 2, Marzo-Aprile 1965, pp. 13-14). L’elenco dei cresimati nella cattedrale di Asolo da mons. Sartori Canova il giorno 1 settembre 1845 è contenuto nel Libro dei cresimati dal 7 Giugno 1777 al 28 Settembre 1871, dove risultano registrati 140 fanciulli di Riese; al n. 58 è scritto “”Sarto Giuseppe di Giovanni Battista e Margherita Sanson d’anni 10. Padrino Francesco Trinca di Vallà””. Con lo stesso padrino è registrato al n. 59 il fratello Angelo di 8 anni. Dell’aprile del 1846 è un elenco di 13 fanciulli e 17 fanciulle “”da ammettersi alla Comunione nel 1846″”: al primo posto dei maschi è riportato “”Sarto Giuseppe di Giovanni Battista – anni 11 – approvato””.

[11] GAMBASIN A., Parroci e contadini nel Veneto alla fine dell’Ottocento, Ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1973, p.192-193.

[12] La sorella Lucia nella sua deposizione al processo canonico, pur affermando che il padre era un “”buon cristiano””, sottolineò che “”non era affatto contento che il Servo di Dio si facesse prete e qualche volta ci fu diverbio con la mamma e il babbo. […] Ha dovuto lottare col papà che non voleva lasciarlo andare per la carriera ecclesiastica””. ROMANATO G., Pio X La vita di Papa Sarto, Rusconi, Milano, 1992, p.26.

[13] Per notizie biobibliografiche su Jacopo Monico di vedano i volumi MARCHESAN A., Pio X nella sua vita e nella sua parola, Benziger e Co. S. A., Einsiedeln, 1904-05, pp. 50-57, e Le visite pastorali di Jacopo Monico nella diocesi di Venezia (1829-1845), a cura di Bruno Bertoli e Silvio Tramontin, Ed. di storia e letteratura, Roma, 1976, p. CXCVII-407.

[14] Il collegio Tornacense Campion era una istituzione fondata da Pietro di Cambio de’ Boateri che provvedeva al mantenimento di sei chierici poveri che studiassero diritto canonico presso l’Università di Padova. Organizzatore del collegio fu specialmente Albicio dei Brancasecchi di Lucca, canonico di Tournai (Tornacensis): l’istituzione fu aperta a Padova presso il pozzo detto Campion (seconda denominazione), che corrisponde all’attuale CUAMM (Collegio Universitario Aspiranti Medici Missionari); i cosiddetto “”graziandi”” dovevano provenire…

[15] MARCHESAN A., Pio X nella sua vita e nella sua parola, Benziger e Co. S. A., Einsiedeln, 1904-05, p. 110.

[16] TONOLO F., Come da parroco Pio X insegnò il catechismo Il catechismo manoscritto di don Giuseppe Sarto, in “Catechesi”, XXIII (1954), pp. 367-376. Testi e documenti di vita spirituale e azione pastorale, a cura di BADINI G., anno XXI, Edizioni Paoline, Roma, 1975, pp. 101-225; pp. 337-345.

[17] NIERO A., Esperienze e riforme liturgiche, in AA. VV., Le radici venete di San Pio X Saggi e ricerche a cura di Silvio Tramontin, Morcelliana, Brescia, 1987, p.52.

[18] Vittorio Allegri fu una singolare figura di sacerdote, ancora non del tutto ben compresa dal punto di vista storico ed ecclesiale. Per qualche approccio conoscitivo, si vedano BACCHION E., Salzano Cenni storici, Ristampa anastatica a cura dell’Amministrazione Comunale di Salzano, con una nota introduttiva di Silvio Tramontin e una scheda bio-bibliografica di Quirino Bortolato, Amministrazione Comunale di Salzano, Multigraf, Spinea, 1986, pp. 65-66, 75; BACCHION E., Pio X Giuseppe Sarto Arciprete di Salzano (1867-1875), Amministrazione Comunale di Salzano con il patrocinio della Fondazione Giuseppe Sarto, Multigraf, Spinea, 1996, p. 214+112; AA. VV., La Casa di Riposo “Don Vittorio Allegri” dalle origini ai giorni nostri, Studiostampa – Tipo-offset “La Commerciale”, Piombino Dese, 1974, p. 158.

[19] BACCHION E., Salzano Cenni storici, Ristampa anastatica a cura dell’Amministrazione Comunale di Salzano, con una nota introduttiva di Silvio Tramontin e una scheda bio-bibliografica di Quirino Bortolato, Amministrazione Comunale di Salzano, Multigraf, Spinea, 1986, pp. 112-116; BACCHION E., Pio X Giuseppe Sarto Arciprete di Salzano (1867-1875), Amministrazione Comunale di Salzano con il patrocinio della Fondazione Giuseppe Sarto, Multigraf, Spinea, 1996, pp. 93-95.

[20] [BACCHION E.], Un aneddoto della vita del Parroco Sarto, in Salzano al suo pastore In commemorazione del giubileo sacerdotale di Mons. Arciprete, Salzano, 18 agosto 1946, Eugenius Bacchion junior curavit, Venezia, Stamperia Marciana, 1946. Si consulti pure BACCHION E., Pio X Giuseppe Sarto Arciprete di Salzano (1867-1875), Amministrazione Comunale di Salzano con il patrocinio della Fondazione Giuseppe Sarto, Multigraf, Spinea, 1996, pp. 72-73.

[21] ROMANATO G., Pio X La vita di papa Sarto, Rusconi, Milano, 1992, pp. 145-186.

[22] Entrambe le citazioni si trovano in DAL-GAL G., Il papa santo Pio X Vita ufficiale della Postulazione per la Causa di Canonizzazione, Il Messaggero di S. Antonio, Padova, 1954, pp. 56-57.

[23] La celebrazione dei Congressi eucaristici italiani ebbe inizio a Napoli nel 1891 e continuò a Torino nel 1894, a Milano nel 1895, ad Orvieto nel 1896 e a Venezia nel 1897, che fu l’ultimo dell’Ottocento. Fino al 1920 non ebbero più luogo: l’interruzione è dovuta alla mancanza di un comitato organizzatore italiano ed alla Prima Guerra Mondiale. Quindi durante il pontificato di Pio X, che pure fu detto il papa dell’eucarestia, non fu curata nessuna manifestazione eucaristica di livello nazionale, mentre ebbero luogo alcuni Congressi a livello internazionale (Angoulême, 1904; Colonia, 1909; Madrid, 1911; Malta, 1913).

[24] ROMANATO G., Giuseppe Sarto e il Movimento cattolico, in AA. VV., Le radici venete di San Pio X. Saggi e ricerche a cura di Silvio Tramontin, Morcelliana, Brescia, 1987, p. 125.

[25] Unione Cattolica per gli Studi Sociali in Italia, Atti e documenti del secondo Congresso Cattolico Italiano degli studiosi di Scienze Sociali tenutosi in Padova nei giorni 26, 27, 28 agosto 1896, Tipografia del Seminario, Padova, 1897, p. 108.

[26] VERCESI E., Tre Papi, Edizioni Athena, Milano, 1929, p. 175.

[27] Il motto si trova in Efesini 1, 10, ma molte sono le traduzioni ed i significati attribuiti. Ad esempio, una di esse è: Il disegno di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra. Nella sua benevolenza lo aveva in lui prestabilito per realizzarlo nella pienezza dei tempi (BELTRAME QUATTROCCHI P., I salmi preghiera cristiana Salterio corale, IX edizione, Benedettine, S. Agata sui due Golfi (NA), 1986, p. 409). A queste parole fa eco, in Coloss. 3, 11, un analogo concetto paolino. Vi si legge: Qui non c’è più Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro o Scita, schiavo o libero, ma Cristo è tutto in tutti (La Sacra Bibbia, Edizione ufficiale della CEI, Ed. Conferenza Episcopale Italiana, UECI, 1974, pp. 1175).

Il motto di Pio X Instaurare omnia in Christo è sempre sempre tradotto, con una non malcelata sorta di compiacimento e di contrapposizione alla cultura del mondo, nell’accezione Restaurare in Cristo tutte le cose, ed è sempre stato inteso esclusivamente in senso integrista, integralista e reazionario, di restaurazione appunto. Se rapportato ai tempi in cui fu pronunciato, va invece inteso in una significazione molto più moderna, secondo una logica per molti aspetti anticipatrice dell’ultimo Concilio Vaticano II, come Rifondazione di tutto in Cristo, con un significato più profondo ed ampio, colto con lo spirito dei “tempi maturi” solo dal citato Concilio, che ha invitato i cristiani ad essere veramente tali solamente se fonderanno, ogni giorno e in ogni occasione, la propria vita sulla parola di Cristo. Ora si traduce anche ricapitolare, unificare, riunire, fondare, rifondare. In Germania si traduce Alles in Christi erneuern, cioè Rinnovare ogni cosa in Cristo.

[28] Nessun papa prima di Pio X aveva “mai eseguito le prescrizioni del Concilio di Trento di fare una Visita Pastorale alla città di Roma” in quanto vescovo di quella città. Si veda l’ampio intervento di Gianpaolo Romanato e di Silvio Tramontin in AA. VV., Quaderni della Fondazione Giuseppe Sarto, 1, gennaio 1990, pp. 19-45, in particolare p. 32.

[29] [ANTONELLI F.], Sacra Rituum Congregatio Sectio Historica n. 77 Romana Beatificationis et Canonizationis Servi Dei Pii Papae X Disquisitio circa quasdam obiectiones modum agendi Servi Dei respicientes in Modernismi debellatione una cum Summario Additionali ex Officio compilato, Typis Polyglottis Vaticanis, 1950, p. 303.

[30] DAL-GAL G., Il papa santo Pio X Vita ufficiale della Postulazione per la Causa di Canonizzazione, Il Messaggero di S. Antonio, Padova, 1954, pp. 185-186.

[31] ZAMBARBIERI A., Voce Pio X, in Dizionario storico del movimento cattolico in Italia. Vol II: I protagonisti, Marietti, Torino, 1982, pp. 486-95.

[32] DANIELE I., San Pio X alunno del seminario vescovile di Padova (13 novembre 1850- 14 agosto 1858), Istituto per la Storia Ecclesiastica Padovana, Padova, 1987, p. 17-41; MAFFEO S. S. J., Nove papi una missione Cento anni della Specola Vaticana, Pontificia Academia Scientiarum, Città del Vaticano, 1991, pp. 52-56.

[33] Queste parole bene si adeguano a quanto scritto nel suo testamento olografo: “Nato povero, vissuto povero e sicuro di morir poverissimo” (ROMANATO G., Pio X La vita di papa Sarto, Rusconi, Milano, 1992, pp. 289-90) e, nonostante fosse assolutamente alieno dall’accettare onori umani, dovette accettare che la famiglia fosse nobile: “La famiglia, in virtù della Bolla Benedettina Urbem Romam del 1746, è stata aggregata alla nobiltà romana, ed in conseguenza è iscritta nell’El. Nob. Ital. col titolo di nobile romano (mf.), in persona dei discendenti dai fratelli di Pio X” (SPRETI V., Enciclopedia storico-nobiliare italiana, vol. II, Forni Editore, Bologna, 1969 (Rist. anastastica dell’ed. di Milano, 1928-35, p. 447).

[34] OCCELLI P. L., Il Beato Pio X Il papa che morì povero, Ed. Paoline, 2a Ed., Bari, 1951, p. 285; V Ed., pp. 347-48.

[35] L’ultimo fu Pio V (Paolo Ghislieri, Bosco (Alessandria),17 gennaio 1504-Roma, 1° maggio 1572), il papa di Lepanto, vissuto nel periodo della Controriforma, beatificato 100 anni dopo la sua morte il 1° maggio 1672 e canonizzato il 22 maggio 1712, patrono della Congregazione del S. Uffizio, oggi Congregazione della Dottrina della Fede.

Le parole citate si trovano ne Il Giornale d’Italia del 22 agosto 1914. Il Giornale era stato fondato a Roma il 15 novembre 1901 da Sidney Sonnino e da altri esponenti della destra liberale ed anticlericale; è famoso per lo spazio dato ai temi culturali nella “terza pagina”, ideata da Alberto Bergamini (1871-1962), suo direttore dal 1901 al 1923, e pubblicata per la prima volta il 9 dicembre 1901.

[36] “La sua beatificazione (3 giugno 1951) fu salutata con gioia dai partecipanti al 23° Congresso dell’IKUE a Monaco di Baviera e Pio X venne proclamato «patrono celeste degli esperantisti cattolici»“. L’IKUE, cioè la Internacia Katolika Unuièo Esperantista, è l’organizzazione mondiale degli esperantisti cattolici: fondata nel 1910, collabora dal 1951 con l’UEA, Universala Esperanto-Asocio, è stata riconosciuta ufficialmente dalla Santa Sede, ed ha come scopi l’evangelizzazzione, l’unità della Chiesa, l’intercomprensione umana, l’ecumenismo, la fratellanza e la pace; l’organo ufficiale, “Espero Katolika” (Speranza cattolica), è stato fondato nel 1903 e porta in prima pagina una poesia dedicata a Papa Pio X dall’autore, il sacerdote lituano Alessandro Dombrowski (1860-1938). Si consulti SARANDREA C., Discernimento dei papi da San Pio X a oggi sul carisma dei cattolici esperantisti, relazione letta al 10° Congresso della UECI (Unione Esperantisti Cattolici Italiani), tenutosi a Paderno del Grappa (Treviso) dal 6 al 10 settembre 1996. Nella medesima relazione si possono leggere fatti molto interessanti. Il 2 giugno 1906, “nel corso dell’udienza il Pontefice espresse simpatia per il nuovo idioma” (p. 2). “Papa Pio X restò paternamente vicino al movimento esperantista: dal 1906 al 1914 Egli inviò ogni anno la Sua benedizione ad “Espero Katolika”, agli esperantisti cattolici” (p. 3). “Il 4 aprile 1909, Frate Isidoro Clé” fu ricevuto in udienza dal papa Pio X: “È in questa Udienza che San Pio X pronuncia la frase profetica: «L’Esperanto ha davanti a sé un grande avvenire»” (pp. 3-4). In altre occasioni concesse l’apostolica benedizione e l’indulgenza. Altre notizie in SARANDREA C., Kvazaù historio, in “Espero Katolika”, 12 (1983), pp. 192-203 e KORYTKOWSKI J., Internacia lingvo en Eklezio kaj mondo, IKUE-Centro, Roma, 1976, pp. 131-32 e, in versione italiana, KORYTKOWSKI J., La Chiesa e il problema della lingua ausiliare internazionale, Pontificio Ateneo Antoniano, Roma, 1976, p. 116. Vedere anche Discernimento dei papi da san Pio X a oggi sul carisma dei Cattolici Esperantisti.

[37] SCHMIDLIN J., Papstgeschichte der neuesten Zeit Pius X und Benedikt XV, vol. III, Kosel und Pustet, München, 1934, pp. 1-170, con particolare riguardo alle pp. 162-169. Il Relatore Generale francescano F. Antonelli riferisce che lo Schmidlin era “uno storico un po’ parziale”: [ANTONELLI F.], Sacra Rituum Congregatio Sectio Historica n. 77 Romana Beatificationis et Canonizationis Servi Dei Pii Papae X Disquisitio circa quasdam obiectiones modum agendi Servi Dei respicientes in Modernismi debellatione una cum Summario Additionali ex Officio compilato, Typis Polyglottis Vaticanis, 1950, p. XXIII.

[38] STURZO L., Chiesa e Stato Studio sociologico-storico, vol. II, Bologna, 1978, p.153.

[39] LILL R., Storia ecumenica della Chiesa, Queriniana, Brescia, 1981, vol. II, p. 221.  

[40] AUBERT R., in Storia della Chiesa, diretta da H. Jedin, vol. IX, Jaca Book, Milano, 1979, pp. 457-630; in Nuova Storia della Chiesa, vol. V/1, Marietti, Torino, 1977, pp. 21-265.

[41] MARTINA G., La Chiesa nell’età del totalitarismo, Morcelliana, Brescia, 19845. p. 78-79.

[42] TRAMONTIN S., Un secolo di Storia della Chiesa Da Leone XIII al Concilio Vaticano II, Studium, Roma, 1980, vol. I, pp. 51-104.

[43] SNIDER C., L’episcopato del Cardinale Andrea C. Ferrari I tempi di Pio X, vol. II, Neri Pozza, 1982, pp. 131-208.

[44] LORTZ J., Storia della Chiesa considerata in prospettiva di storia delle idee, vol. II, Ed. Paoline, Alba (Cuneo), 1973, pp. 490-91.

[45] ROMANATO G., Giuseppe Sarto e il Movimento cattolico, in AA. VV., Le radici venete di San Pio X. Saggi e ricerche a cura di Silvio Tramontin, Morcelliana, Brescia, 1987, p. 142-44. ROMANATO G., Pio X La vita di papa Sarto, Rusconi, Milano, 1992, pp. 6-8. Del Romanato è altresì da ricordare il prezioso coordinamento di 40 autori che ha portato alla pubblicazione di AA. VV., Pio X Un papa e il suo tempo, Ed. Paoline, Cinisello Balsamo, 1987, p. 326.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

  • AA. VV., Le radici venete di San Pio X. Saggi e ricerche a cura di Silvio Tramontin, Morcelliana, Brescia, 1987.
  • AA. VV., Pio X Un papa e il suo tempo, a cura di Gianpaolo Romanato, Ed. Paoline, Cinisello Balsamo, 1987, p. 326.
  • AA. VV., Giuseppe Sarto Un Vescovo e la Società mantovana alla fine dell’Ottocento Atti del Convegno, Mantova 19 aprile 1985, a cura di don Giancarlo Manzoli e di Carlo Micheli, Mantova, 1995.
  • AA. VV., Seminario Vescovile di Mantova «Una storia da riscoprire» Atti del Convegno di studio in occasione del IV Centenario della fondazione, Mantova, 1995.
  • AUBERT R., A proposito del volume “Pio X Un papa ed il suo tempo”, in Quaderni della Fondazione Giuseppe Sarto, 1, 1990, pp. 9-18. Ribadisce la sua visione del Sarto, già espressa in altre pubblicazioni precedenti: si consultino, ad esempio, citati tra i moltissimi interventi a proposito, AUBERT R., Storia della Chiesa, diretta da H. Jedin, vol. IX, Jaca Book, Milano, 1979, pp. 457-630;  Nuova Storia della Chiesa, vol. V/1, Marietti, Torino, 1977, pp. 21-265.
  • BACCHION E., Pio X Giuseppe Sarto Arciprete di Salzano (1867-1875) Con note integrative ed indici a cura del prof. Quirino Bortolato, Amministrazione Comunale di Salzano con il patrocinio della Fondazione Giuseppe Sarto, Multigraf, Spinea, 1996, p. 214+112.
  • [BADINI G.], Testi e documenti di vita spirituale e azione pastorale, in l’Annuario del parroco, anno XXI, Edizioni Paoline, Roma, 1975.
  • BORTOLATO Q., La casa natale di Pio X ed il museo di S. Pio X Cenni storici e catalogo museale, Fondazione G. Sarto, Riese Pio X, 1992.
  • CRISPOLTI F., Pio IX Leone XIII Pio X Benedetto XV (Ricordi personali), Ed. Treves, Milano-Roma, 1932. Di Pio X si parla alle pp. 83-139.
  • DAL-GAL G., Il papa santo Pio X Vita ufficiale della Postulazione per la Causa di Canonizzazione, Il Messaggero di S. Antonio, Padova, 1954.
  • DANIELE I., San Pio X alunno del seminario vescovile di Padova (13 novembre 1850-14 agosto 1858), Istituto per la Storia Ecclesiastica Padovana, Padova, 1987.
  • DA RIESE PIO X F.- SARTORETTO A., Scritti inediti di San Pio X (1858-1884), vol. I, Ed. Laurenziane, Padova, 1971; Scritti inediti di San Pio X (1875-1884), vol. II, Ed. Laurenziane, Padova, 1974.
  • MARCHESAN A., Papa Pio X nella sua vita e nella sua parola Studio storico del suo vecchio allievo il Sac. Dott. Angelo Marchesan, Stabilimenti Benziger e Co.S.A., Einsiedeln, 1904-05, pp. 588; una seconda edizione, leggermente ampliata, vide la luce cinque anni più tardi: MARCHESAN A., Pio X nella sua vita, nella sua parola e nelle sue opere, Desclée, Roma, 1910, pp. 588 + XV.
  • NORDERA L., Il catechismo di Pio X  Per una storia della catechesi in Italia (1896-1912), Libreria Ateneo Salesiano (LAS), Roma, 1988.
  • PAGLIALUNGA A., Lorenzo Perosi, Ed. paoline, Roma, 1952.
  • PAROLIN G., San Pio X Dalla casetta di Riese alla raggiera del Bernini, Ancora, Milano, 1968.
  • ROMANATO G., Pio X La vita di papa Sarto, Rusconi, Milano, 1992.
  • SARTO G., Lettere di S. Pio X, a cura di Nello Vian, Gregoriana Editrice, Padova, 1958.
  • SARTO G., Le pastorali del periodo veneziano (1894-1898), a cura di Niero Antonio, Quaderni della Fondazione Giuseppe Sarto, 2, 1990; ID., Le pastorali del periodo veneziano (1899-1903), a cura di Niero Antonio, Quaderni della Fondazione Giuseppe Sarto, 3, 1991.
  • SNIDER C., L’episcopato del Cardinale Andrea C. Ferrari I tempi di Pio X, Neri Pozza, Vicenza, 1982.
  • TONOLO F., Come da parroco Pio X insegnò il catechismo Il catechismo manoscritto di don Giuseppe Sarto, in “Catechesi”, XXIII (1954), pp. 367-376.
  • TRAMONTIN S., Un secolo di Storia della Chiesa Da Leone XIII al Concilio Vaticano II, 2 voll., Studium, Roma, 1980.
  • VERCESI E., Tre Papi, Edizioni Athena, Milano, 1929.
  • VIAN N., Avemaria per un vecchio prete Intermezzi aneddotici lungo la vita di san Pio X, Marton Editore, Treviso, 1977.
  • ZAMBARBIERI A., Voce Pio X, in Dizionario storico del movimento cattolico in Italia. Vol II: I protagonisti, Marietti, Torino, 1982, pp. 486-95.
  • ZOVATTO P., Ricerche su S. Pio X, Università di Trieste, Facoltà di Magistero, III Serie, n. 20, Del Bianco, Udine, 1989.

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Papa Pio X – Giuramento Antimodernista – Motu proprio Sacrorum Antistitum

 Papa Pio X Io (mio nome) fermamente accetto e credo in tutte e in ciascuna delle verità definite, affermate e dichiarate dal magistero infallibile della Chiesa, soprattutto quei principi dottrinali che contraddicono direttamente gli errori del tempo presente.

Primo: credo che Dio, principio e fine di tutte le cose, può essere conosciuto con certezza e può anche essere dimostrato con i lumi della ragione naturale nelle opere da lui compiute (cf Rm 1,20), cioè nelle creature visibili, come causa dai suoi effetti.

Secondo: ammetto e riconosco le prove esteriori della rivelazione, cioè gli interventi divini, e soprattutto i miracoli e le profezie, come segni certissimi dell’origine soprannaturale della religione cristiana, e li ritengo perfettamente adatti a tutti gli uomini di tutti i tempi, compreso quello in cui viviamo.

Terzo: con la stessa fede incrollabile credo che la Chiesa, custode e maestra del verbo rivelato, è stata istituita immediatamente e direttamente da Cristo stesso vero e storico mentre viveva fra noi, e che è stata edificata su Pietro, capo della gerarchia ecclesiastica, e sui suoi successori attraverso i secoli.

Quarto: accolgo sinceramente la dottrina della fede trasmessa a noi dagli apostoli tramite i padri ortodossi, sempre con lo stesso senso e uguale contenuto, e respingo del tutto la fantasiosa eresia dell’evoluzione dei dogmi da un significato all’altro, diverso da quello che prima la Chiesa professava; condanno similmente ogni errore che pretende sostituire il deposito divino, affidato da Cristo alla Chiesa perché lo custodisse fedelmente, con una ipotesi filosofica o una creazione della coscienza che si è andata lentamente formando mediante sforzi umani e continua a perfezionarsi con un progresso indefinito.

Quinto: sono assolutamente convinto e sinceramente dichiaro che la fede non è un cieco sentimento religioso che emerge dall’oscurità del subcosciente per impulso del cuore e inclinazione della volontà moralmente educata, ma un vero assenso dell’intelletto a una verità ricevuta dal di fuori con la predicazione, per il quale, fiduciosi nella sua autorità supremamente verace, noi crediamo tutto quello che il Dio personale, creatore e signore nostro, ha detto, attestato e rivelato.

Mi sottometto anche con il dovuto rispetto e di tutto cuore aderisco a tutte le condanne, dichiarazioni e prescrizioni dell’enciclica Pascendi e del decreto Lamentabili, particolarmente circa la cosiddetta storia dei dogmi.

Riprovo altresì l’errore di chi sostiene che la fede proposta dalla Chiesa può essere contraria alla storia, e che i dogmi cattolici, nel senso che oggi viene loro attribuito, sono inconciliabili con le reali origini della religione cristiana.
Disapprovo pure e respingo l’opinione di chi pensa che l’uomo cristiano più istruito si riveste della doppia personalità del credente e dello storico, come se allo storico fosse lecito difendere tesi che contraddicono alla fede del credente o fissare delle premesse dalle quali si conclude che i dogmi sono falsi o dubbi, purché non siano positivamente negati.

Condanno parimenti quel sistema di giudicare e di interpretare la sacra Scrittura che, disdegnando la tradizione della Chiesa, l’analogia della fede e le norme della Sede apostolica, ricorre al metodo dei razionalisti e con non minore disinvoltura che audacia applica la critica testuale come regola unica e suprema.

Rifiuto inoltre la sentenza di chi ritiene che l’insegnamento di discipline storico-teologiche o chi ne tratta per iscritto deve inizialmente prescindere da ogni idea preconcetta sia sull’origine soprannaturale della tradizione cattolica sia dell’aiuto promesso da Dio per la perenne salvaguardia delle singole verità rivelate, e poi interpretare i testi patristici solo su basi scientifiche, estromettendo ogni autorità religiosa e con la stessa autonomia critica ammessa per l’esame di qualsiasi altro documento profano.

Mi dichiaro infine del tutto estraneo ad ogni errore dei modernisti, secondo cui nella sacra tradizione non c’è niente di divino o peggio ancora lo ammettono ma in senso panteistico, riducendolo ad un evento puro e semplice analogo a quelli ricorrenti nella storia, per cui gli uomini con il proprio impegno, l’abilità e l’ingegno prolungano nelle età posteriori la scuola inaugurata da Cristo e dagli apostoli.

Mantengo pertanto e fino all’ultimo respiro manterrò la fede dei padri nel carisma certo della verità, che è stato, è e sempre sarà nella successione dell’episcopato agli apostoli (1), non perché si assuma quel che sembra migliore e più consono alla cultura propria e particolare di ogni epoca, ma perché la verità assoluta e immutabile predicata in principio dagli apostoli non sia mai creduta in modo diverso né in altro modo intesa (2).

Mi impegno ad osservare tutto questo fedelmente, integralmente e sinceramente e di custodirlo inviolabilmente senza mai discostarmene né nell’insegnamento né in nessun genere di discorsi o di scritti. Così prometto, così giuro, così mi aiutino Dio e questi santi Vangeli di Dio.

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Capire la crisi attuale alla luce di San Pio X

di Carlo Di Pietro

Nel Vangelo è detto: “Non può un albero buono produrre frutti cattivi”. Come può, quindi, l’albero apparentemente buono produrre caos, ovvero il male?

Male, mancanza di perfezione, o caos, o imperfezione; quel male, può dirsi, così definito da Plotino, mancanza di ordine al fine proprio e liberamente voluto, concezione che supera gli schemi platonici ed aristotelici e ci raffigura una realtà composta da coeterni principi, tenaci: fonte di ordine (ordinatore) e diretta negazione (dis-ordinatore): Dio e materia, Spirito e caos.

L’Aquinate scrive che: “Di due contrari l’uno non può essere causa dell’altro. Ora, il male è contrario al bene. Dunque il bene non può essere causa del male”[S. Th. Iª q. 49 a. 1 arg. 2]. Ma se caos è male, ed è certo esserlo, come individuarne il colpevole? Dove rintracciarne l’autore?

Al cospetto di confusione, sempre più presente ed astutamente propagata, è opportuno determinare la viva piaga (di morte) per poterla suturare ed estirparne il male incurabile; Sant’Agostino, ad esempio, ci insegna ad odiare il male per benevolenza e lo fa anche analizzando i nuclei famigliari; ci dice che se la moglie è “una collaboratrice del serpente”, tende ad allontanare il marito da Dio – o viceversa – usando raggiri ed ordini, ma anche usando la Parola di Dio, è necessario “guardarsi da Eva”.

Il Santo d’Ippona ci narra di un uomo “martire che armi alle mani si avvia alla corona” e di una moglie che tenta di dissuaderlo usando molto astutamente la Legge: “L’uomo non separi ciò che Dio ha congiunto”- ma Agostino avverte “Bada però che tua moglie non ti separi da Dio. È vero che l’uomo non deve separare ciò che Dio ha congiunto, ma potrà un’affezione umana separare da Dio lo stesso uomo? Come la mettiamo con quella parola che avete or ora ascoltata: «Chi ci separerà dall’amore di Cristo?» È un caso in cui non devi proprio temere: non si tratta in realtà dell’uomo che separa ciò che Dio ha congiunto, ma di Dio stesso che viene a separare [da te] chi tenta di separarti [da Lui]”.

La soluzione alla portata dell’uomo per arginare il male o per eliminarne del tutto la fonte ci viene fornita nei seguenti termini “Rispondile: Se un membro del mio corpo andasse in cancrena e in tal modo minacciasse di incancrenire l’intero corpo, non verrebbe amputato dal medico? Orbene, dalla bocca del Signore, che è il vero medico, ascolto queste parole: «È preferibile per te che perisca uno dei tuoi membri anziché tutto il tuo corpo vada nella geenna». Compresa la legge in senso giusto, rispondi a colei che malamente ricorre alla legge” [D. 159/a, c. 7, Intendere bene l’amore e l’odio verso i familiari].

Dionigi, ad esempio, affermava che “il male non ha causa”: ne viene la diretta conseguenza che “neanche il bene può essere causa del male” [De div. nom. 4,30], eppure Sant’Agostino sosteneva che “Non c’è altra sorgente che il bene, da cui possa derivare il male”[Contra Iul. 1,9]; e il Dottore Angelico scrive: “È necessario affermare che ogni male, in un modo o nell’altro, ha una causa […]il male nell’azione stessa viene causato diversamente che nell’effetto. Si ha il male nell’azione per il difetto di qualche causa dell’azione medesima, e cioè della causa agente principale, o di quella strumentale […]negli esseri dotati di volontà, il difetto dell’azione (il male) viene dalla volontà attualmente difettosa (errore), perché non attualmente sottoposta alla sua regola. E tuttavia questo difetto non è ancora una colpa: ma la colpa segue dal fatto che si opera con tale difetto (libera adesione all’errore)” [S. Th. Iª q. 49 a. 1 ad 3].

A questo punto possiamo domandarci se e come è possibile che Dio possa essere causa di male eimperfezione, a fronte del fatto che Egli è l’Essere perfettissimo? Noi sappiamo che “il male consistente in una deficienza dell’azione, causata da un difetto dell’agente, non si può riportare a Dio come a sua causa”, poiché “Dio quando causa nelle cose quel bene che è l’ordine dell’universo, per concomitanza e indirettamente (quasi per accidens) causa la corruzione delle cose, secondo l’espressione della Scrittura; «Il Signore fa morire e fa vivere». Mentre l’altro passo: «Dio non fece la morte», va spiegato, «come cosa direttamente voluta». Ora, all’ordine dell’universo appartiene anche l’ordine della giustizia, il quale richiede che venga inflitta la punizione ai peccatori. Per questo motivo Dio è l’autore di quel male che è la pena: non però di quel male che è colpa” [S. Th. Iª q. 49 a. 2 co. ].

Il male o caos o confusione nell’ordine dunque si manifesta come mancanza al bene e può essere di due specie: il malum poenae, la mancanza di una perfezione dovuta, come ad esempio lo zoppo; il malum culpae, la mancanza di ordine al fine proprio, liberamente voluta da una creatura razionale [Cfr. Il male in San Tommaso, F. Latteri].

Resta tuttavia difficile comprendere come possa originarsi il caos, come possa nascere confusione, come possa propagarsi il male anche in ambienti che dovrebbero battersi per la vittoria dell’ordine stesso ripudiando l’errore – di Dio sul maligno, dello Spirito sulla materia; l’Aquinate ci dice: “L’affondamento della nave si attribuisce all’influsso del pilota, per il fatto che non compie quello che si richiede per la salvezza della nave stessa”, tuttavia non dobbiamo disperare poiché “Dio non cessa dal compiere quello che è necessario per la salvezza”[S. Th. Iª q. 49 a. 2 ad 3].

L’uomo pensante che tuttavia ignora la teologia e la filosofia forse non si interrogherà mai sul perché e sul come l’evoluzione porti progresso e degrado, ciò nonostante ne percepirà sempre la presenza e ne avvertirà “pregi e difetti”, intuendo ciò che è giusto e ciò che è sbagliato; parimenti lo studioso che oggi vuol approfondire, certamente si interrogherà e andrà alla ricerca di soluzioni già paventate o ne contribuirà all’elaborazione.

Caos, dubbi, negligenze, senso di abbandono, scandali, addirittura repulsione: è questo quanto alcuni di noi avvertono guardando all’operato di alcuni uomini di Chiesa. Ma come è possibile?

San Pio X fu profeta e già cent’anni fa individuò nel “modernismo” quel complesso di dottrine sorte nel secolo XIX così perniciose e decadenti che avrebbero portato confusione nel mondo cattolico. Perniciose “ideologie ispirate alle moderne filosofie dell’immanenza e usate per interpretare il cristianesimo e renderlo accessibile alla cultura contemporanea”.

Il “modernismo” oggi così diffuso “nelle vene stesse e nelle viscere” della Chiesa, fu deplorato e condannato da San Pio X poiché stava prendendo piede nei salotti e nelle scuole di teologia, nei testi di filosofia e di dogmatica (censurati dal S. Uffizio), e nei seminari; fu definito come demolitore della religione poiché “infetto da agnosticismo” in quanto“discredita la ragione per esaltare il sentimento”; complesso di dottrine (“modernismo”) ispirato all’immanentismo perché “fa derivare i dogmi dal fondo della coscienza”, colmo di relativismo ed evoluzionismo dato che ha pretesa “che le formule dogmatiche debbano essere mutevoli secondo le vicende umane e secondo le personali esperienze religiose” [Dizionario del Cristianesimo, E. Zoffoli, Sinopsis, 1992, p. 321]. Sostanzialmente è l’evoluzione del protestantesimo misto di agnosticismo.

I maggiori rappresentanti del “modernismo” furono l’abate Alfredo Loisy in Francia, l’ex gesuita Tyrrell in Inghilterra, H. Schell in Germania, Romolo Murri ed Ernesto Buonaiuti in Italia. Scopo del modernista (sia egli teologo, filosofo, storico, apologeta) è quello di conciliare la dottrina cattolica con il pensiero moderno (essenzialmente immanentista), cercando una riforma della Chiesa dall’interno.

Il primo intervento di San Pio X contro il “modernismo” fu il Decreto Lamentabili, della Sacra Congregazione del Sant’Uffizio del 3 luglio 1907, nel quale si elencavano e condannavano 65 proposizioni che stravolgono la dottrina cattolica pur presentandosi astutamente come derivate e fondate sulla stessa dottrina. L’intelligenza di San Pio X fu così sapiente ed ispirata che stupì gli stessi “modernisti” dell’epoca poiché il Sovrano Pontefice non trascurò alcunché.

L’8 settembre del 1907 il Decreto fu seguito dalla Enciclica Pascendi Dominici gregis, come condanna definitiva ai “modernisti” ed al “modernismo”, in quanto sintesi di tutte le eresie.

Nel Decreto prima e nell’Enciclica poi, il Santo Pontefice deplora che “anche tra i cattolici si trovino non pochi scrittori che, trasgredendo i limiti stabiliti dai Padri e dalla santa Chiesa stessa, sotto le apparenze di una più alta intelligenza e col nome di considerazione storica, cercano un tale progresso dei dogmi che, in realtà, sono la corruzione dei medesimi”.

San Pio X sottolinea inoltre con energia che “ciò che importa anzitutto è che la filosofia scolastica che Noi ordiniamo di seguire si debba precipuamente intendere quella di San Tommaso d’Aquino; intorno al quale tutto ciò che il nostro predecessore stabilì intendiamo che rimanga in pieno vigore e, se è necessario, lo rinnoviamo e confermiamo e severamente ordiniamo che sia da tutti osservato […]: discostarsi dall’Aquinate, specialmente in cose metafisiche, non avviene senza grave danno”[Pascendi, n° 94s).

L’opera di Papa Sarto proseguì con l’introduzione del Giuramento antimodernista, che è una “Dichiarazione di ripudio delle dottrine moderniste a cui era tenuto tutto il clero cattolico”. Fu prescritta da Pio X (1910) e confermata dal S. Uffizio. Il Giuramento antimodernista, obbligatorio per tutti gli uomini di Chiesa e per gli aspiranti tali, “fu un colpo mortale a questa corrente di pensiero che, caduta nel dimenticatoio per oltre cinquant’anni, riemerse come un fiume carsico soltanto a cavallo del Concilio Vaticano II” [ZENIT.org, 29/11/2007].

Il Giuramento antimodernista, che invito tutti a studiare unitamente al decretoLamentabili ed alla Pascendi, fu abolito da Paolo VI nel 1966; venne inoltre eliminato anche l’Index Librorum Prohibitorum eretto nel 1559 (oggi “lista di libri sconsigliati”) e delegittimato notevolmente il Sant’Uffizio (oggi Congregazione per la Dottrina della Fede).

Non è facile rispondere alla propria coscienza; io non posso imporre risposte e soluzioni! Come sempre invito il lettore alla preghiera, alla riflessione ed allo studio, nella consapevolezza che la soluzione potrà avvenire solo da pronunciamenti chiarificatori da parte del supremo Magistero.

Pubblicato anche su: http://radiospada.org/2013/06/11/rileggere-san-pio-x-per-capire-la-crisi-attuale/

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Modernismo, eresia minore

di Frà Leone da Bagnoregio

Seguirà la continuazione

Ultimamente mi sento un po’ a disagio a discutere negli ambienti ecclesiastici, si sente strisciare un pensiero che sembra, quasi una specie di acquiescenza se non teologica, ma almeno pratica al modernismo. Se in ambienti della “chiesa conciliare” ci sono sacerdoti che aprono gli occhi, negli ambienti “tradizionalisti” pare il contrario, incomincia a diffondersi il pensiero che in fondo in fondo il modernismo sia, in effetti, un’eresia di secondo ordine.
Preso atto che le autorità della “chiesa conciliare” per la gran parte, pongono in essere apertis verbis dottrine, fatti ed atteggiamenti tipicamente modernisti o di sapore modernista, non si ha neppure più il coraggio di contrastare queste dottrine e questi fatti in modo specifico.
Si da assodato che il modernismo sia un po’ l’errore dei fratelli che si sbagliano o che esagerano su certe posizioni, ma che in fondo condividono la dottrina cattolica in molti punti.

Prima di analizzare cosa sia l’eresia modernista seguendo l’enciclica di San Pio X Pascendi e gli altri atti pontifici di sanzione e condanna, ci si consenta di formulare alcune considerazioni o aspetti che ci paiono attinenti e confacenti alla comprensione degli errori dottrinali del modernismo.

Per certi aspetti la dottrina modernista ha molte analogie con l’eresia giansenista. Ci vollero più condanne, più provvedimenti e bolle pontificie per distruggerla o perlomeno limitarla drasticamente, ma il suo spirito continuò ad aleggiare negli ambienti ecclesiastici per lungo tempo.

Il metodo comune in entrambe le eresie era quella di un “silenzio ossequioso” alle disposizioni pontificie. I modernisti chinavano il capo provvisoriamente, pronti a rialzarlo ogni qualvolta l’occasione era favorevole ai loro intenti. Così scriveva San Pio X: “E così essi operano scientemente e volentemente; sì perché è loro regola che l’autorità debba essere spinta, non rovesciata; si perché hanno bisogno di non uscire dalla cerchia della Chiesa per poter cangiare a poco a poco la coscienza collettiva”.
Il subdolo sotterfugio fu però smascherato dai pontefici con la Bolla Ad sacram beati Petri sedem, e Vineam Domini, almeno per i giansenisti perché lo palesarono apertamente.

Per il modernismo le cose andarono diversamente, non ci fu continuità sistematica nella condanna.
Il modernismo fu condannato solo da San Pio X e in modo più blando da Pio XII con l’enciclica Humani Generis. Questa poca assiduità da parte dei Sommi Pontefici permise il diffondersi dell’errore tra i sacerdoti che furono poi promossi alle alte cariche della Chiesa.
Il modernismo prima di essere un’eresia è un’anti ontologia, è un errore filosofico che attacca l’Ente, è la filosofia del sentimento, dell’immanenza e della fenomenologia, che distrugge o vuole distruggere il principio metafisico della realtà e della conoscenza. Se le scienze naturali sono ancelle della filosofia, per i modernisti le scienze devono essere anti filosofiche e anti teologiche. Secondo la filosofia tradizionale le scienze naturali non fanno altro che confortare gli assunti ontologici e l’esistenza di Dio, infatti, l’autore della natura è anche l’autore della vita.
Trasponendo il concetto in ambito teologico non ci può essere contraddizione tra teologia o Rivelazione e scienze naturali, perché l’autore di entrambi è sempre e solo Dio. L’autore della vita è pure l’autore della fede. Se un errore è grave in ambito filosofico diventa letale trasposto in ambito teologico.
Per i modernisti ci può essere contraddizione, anzi quasi ci deve essere contraddizione, la religione è rilegata all’interno della coscienza umana.

San Pio X nella mirabile enciclica “Pascendi Dominici gregis” incomincia con l’analizzare i modernisti in abito filosofico. La conoscenza di Dio tramite la ragione punto di partenza di ogni metafisica, viene posta in disparte ed ecco apparire la conoscenza tramite il sentimento: “Dunque il sentimento religioso, che per vitale immanenza si sprigiona dai nascondigli della subcoscienza, è il germe di tutta la religione, ed è insieme la ragione di quanto fu e sarà per essere in qualsivoglia religione”.
La conoscenza che nella filosofia cristiana secondo il metodo tomista, prende origine dal rivelabile, cioè quei concetti che la ragione umana riesce a conoscere con la luce dell’intelletto, diventano un semplice sentimento e questo sentimento cerca di conoscere Dio.

La parte teologica non si discosta molto dalla parte filosofica, il credere si rifà nuovamente al sentimento religioso e all’esperienza individuale: “Nel sentimento religioso, si deve riconoscere quasi una certa intuizione del cuore, la quale mette l’uomo in contatto immediato con la realtà stessa di Dio e gli infonde una tale persuasione dell’esistenza di Lui e della sua azione sia dentro sia fuori dall’uomo, da sorpassare di gran lunga ogni convincimento scientifico”.
I dogmi diventano quindi solo dei simboli e a cui fare riferimento e che possono mutare con il passare dei tempi.

Veniamo, quindi, a cosa conduce questo nuovo ordine a cui fare riferimento: “Qui giova subito notare che, posta questa dottrina dell’esperienza unitamente all’altra del simbolismo, ogni religione, sia pure quella degli idolatri, deve ritenersi siccome vera. Perché, infatti, non sarà possibile che tali esperienze s’incontrino in ogni religione? E che si siano, di fatto, incontrate non pochi lo pretendono. E con qual diritto modernisti negheranno la verità ad un’esperienza affermata da un mussulmano? Con qual diritto rivendicheranno esperienze vere pei soli cattolici”?
E’ quello che ormai chiaramente si evince con il nuovo corso ecumenico scaturito dal Vaticano II!
Così continua San Pio X: “Ed, infatti i modernisti non negano, concedono anzi, altri velatamente altri apertissimamente, che tutte le religioni son vere. E che non possano sentire altrimenti, è cosa manifesta”.
Papa Sarto ha già visto le conseguenze: “Tutt’al più, nel conflitto fra diverse religioni, i modernisti potranno sostenere che la cattolica ha più di verità perché più vivente, e merita con più ragione il titolo di cristiana, perché risponde più pienamente alle origini del cristianesimo”.
Sembra di sentire riecheggiare le parole dei teologi conciliari e di chi dovrebbe detenere la suprema autorità della Chiesa.

Veniamo, quindi, al campo politico: “Ma non basta alla scuola dei modernisti che lo Stato sia separato dalla Chiesa. Come la fede, quanto agli elementi fenomenici, deve sottostare alla scienza, così nelle cose temporali la Chiesa ha da assoggettarsi allo Stato”.
Più avanti l’enciclica entra nel dettaglio sul pensiero modernista in capo politico: “Nei tempi che corrono il sentimento di libertà è giunto al suo pieno sviluppo. Nello stato civile la pubblica coscienza ha voluto un regime popolare. Ma la coscienza dell’uomo, come la vita, è una sola. Se dunque l‘autorità della Chiesa non vuol suscitare e mantenere una guerra intestina nelle coscienze umane, uopo è che si pieghi anch’essa a forme democratiche; tanto più che, a negarvisi, lo sfacelo sarebbe imminente. È da pazzo il credere che possa aversi un regresso nel sentimento di libertà quale domina al presente. Stretto e rinchiuso con violenza strariperà più potente, distruggendo insieme la religione e la Chiesa”.

Per quanto riguarda l’autorità ecclesiastica, questa deve piegarsi alle esigenze del mondo moderno: “In generale vogliono ammonita la Chiesa che, poiché il fine della potestà ecclesiastica è tutto spirituale, disdice ogni esterno apparato di magnificenza con che essa si circonda agli occhi delle moltitudini. Nel che non riflettono che se la religione è essenzialmente spirituale non è tuttavia ristretta al solo spirito; e che l’onore tributato all’autorità ridonda su Gesù Cristo che ne fu istitutore”.
Ed ecco il pauperismo che ora va in voga con Il nuovo corso dettato prima da Paolo VI e Giovanni Paolo II ed ora particolarmente da Francesco!

Il modernista vuole tutto riformare, si parla ora di cambiare ulteriormente le istituzioni ecclesiastiche ritenute ormai troppo obsolete, e tutto questo lo si è imposto e lo si vuole imporre perché questo cambiamento è voluto dallo Spirito Santo uno spirito “carismatico” pervade, infatti l’animo dei modernisti.
La Curia Romana e le varie istituzioni furono già sconvolte da Paolo VI e da Giovanni Paolo II, ora Francesco pretende di cambiare ancora di più, sempre più radicalmente verso un modello democratico e verso una “comunione ecclesiale” non ben definita, questi intenti erano già stati enucleati dai modernisti al tempo di San Pio X e il papa li riconobbe e riconobbe il loro intento: “Strepitano a gran voce perché il regime ecclesiastico debba essere rinnovato per ogni verso, ma specialmente pel disciplinare e il dogmatico. Perciò pretendono che dentro e fuori si debba accordare colla coscienza moderna, che tutta è volta a democrazia; perché dicono doversi nel governo dar la sua parte al clero inferiore e perfino al laicato, e decentrare, Ci si passi la parola, l’autorità troppo riunita e ristretta nel centro. Le Congregazioni romane si devono svecchiare … Chiedono che il clero ritorni all’antica umiltà e povertà, ma lo vogliono di mente e di opere consenziente coi precetti del modernismo”.

E’ evidente che queste dottrine ed il modo di comportarsi di queste persone permeati pervasi e completamente immersi nel modernismo, in un mondo oppresso dal consumismo e vittima del materialismo parlare del soprannaturale del trascendente, dei diritti di Dio e della sottomissione dell’uomo a Dio sono realtà fuori dalla umana comprensione della cultura contemporanea dove tutto è pervaso di democratismo e libertà individuale i modernisti hanno il plauso delle masse. Si veda oggi quanto successo riscuote Francesco con i suoi gesti e le sue esternazioni.

Veniamo ora alla definizione del modernismo in quanto eresia, papa San Pio X così afferma: “Ora, se quasi di un solo sguardo abbracciamo l’intero sistema, niuno si stupirà ove Noi lo definiamo, affermando esser esso la sintesi di tutte le eresie. Certo, se taluno si fosse proposto di concentrare quasi il succo ed il sangue di quanti errori circa la fede furono sinora asseriti, non avrebbe mai potuto riuscire a far meglio di quel che hanno fatto i modernisti. Questi anzi tanto più oltre si spinsero che, come già osservammo, non pure il cattolicesimo ma ogni qualsiasi religione hanno distrutta. Così si spiegano i plausi dei razionalisti: perciò coloro, che fra i razionalisti parlano più franco ed aperto, si rallegrano di non avere alleati più efficaci dei modernisti”.

Si comprendono, quindi, alla luce dell’enciclica che condanna il modernismo, certe affermazioni tipiche della “chiesa contemporanea”, come “il non abbiate paura” ora tanto in voga, circa certe adunate della gioventù, poste in essere per esaltare l’uomo, circa certi scritti di Giovanni Paolo II e ora di Francesco in cui si esprime il concetto che l’uomo porta a Dio, ecco cosa scriveva nella “Pascedi” San Pio X: “Dunque di legittima conseguenza inferiamo che Dio e l’uomo sono la stessa cosa; e perciò il panteismo. Finalmente pari è la conseguenza che si trae dalla loro decantata distinzione fra la scienza e la fede. L’oggetto della scienza lo pongono essi nella realtà del conoscibile; quel lo della fede nella realtà dell’inconoscibile. Orbene l’inconoscibile è tale per la totale mancanza di proporzione fra l’oggetto e la mente. Ma questa mancanza di proporzione, secondo gli stessi modernisti, non potrà mai esser tolta. Dunque l’inconoscibile resterà sempre inconoscibile tanto pel credente quanto pel filosofo. Dunque, se si avrà una religione, questa sarà della realtà dell’inconoscibile”.

Commentando gli errori del modernismo si è ricostruito passo passo il Vaticano II! Si sono ricostruiti ben cinque “pontificati”!

Come è possibile allora cercare un compromesso con questi nemici acerrimi della religione cattolica?
Come è possibile credere ancora che ci sia buona fede da chi è il sostenitore di tali errori ed eresie.
Se si trattasse di cercare il compromesso con il luteranesimo o il calvinismo da parte dei cosiddetti “tradizionalisti” ci si strapperebbe le vesti si farebbero barricate, non si comprende perché il modernismo è considerato un’eresia minore, forse perché con il suo “silenzio ossequioso” è riuscito ad impadronirsi dei Palazzi Apostolici, delle diocesi, delle università cattoliche e di ogni altra istituzione.
La Chiesa è occupata dai modernisti.
Jacques Ploncad d’Assac, lo aveva già scritto circa una trentina di anni orsono: si sono costruite speranze totalmente umane, ma non soprannaturali.

Questo articolo non è esauriente per comprendere la complessità e la struttura del modernismo, sia storico che ne è la radice, sia contemporaneo che ne è la conseguenza e la degenerazione, ma il fatto grave è che si continui anche oggi dopo i disastri a prendere sottogamba il problema, non ci si rende conto della gravità dell’eresia modernista.
Sembra quasi che non sia da considerarsi modernismo quanto fanno e dicono certe gerarchie conciliari, ma un errore passeggero.

Il Signore ci illumini.

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