Questo video mostra solo uno dei GRAVISSIMI problemi connessi alla barbara e sacrilega prassi di ricevere la comunione in mano… Sia fatto circolare e faccia riflettere… Comunione in bocca e in ginocchio e velo bianco per le donne…Chi ha coraggio e eroismo, cominci a combattere… E facciamo una santa rivoluzione pacifica… Se qualcuno ci prende in giro o ci combatte, avremo tripla ricompensa in cielo… Dio lo vuole e la Madonna con Lei… Coraggio, forza e onore!!! Viva Cristo Re e la Signora di tutti i popoli!!!

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Sul Messale di Pio V sono costruite le cattedrali

ladisputa

SUL MESSALE DI SAN PIO V

SONO COSTRUITE LE CATTEDRALI

Dal rispetto per il Motu Proprio

capisci quanto i vescovi amano il papa

Tanti riti etnici: “Purchè nulla via sia di superstione ed errore”. Questa monolitica diversità. Le cattedrali sono costruite sul messale di Pio V. Se la liturgia è un dono di Dio, allora è indisponibile: alle manipolazioni e alle proibizioni. La prima Rivoluzione fu quella della superbia: il protestantesimo. Lo “scisma sommerso” del Nord-Europa: lo vedi nei vescovi che si oppongono al Motu Proprio.

Il Messale di san Pio V non è solo un rito liturgico che può essere messo al pari dei vari riti: è la liturgia su cui si è basata la Chiesa di sant’Ignazio, di san Tommaso, di santa Teresa. È la liturgia che ha ispirato la costruzione di chiese e cattedrali, fatte per Dio e per gli uomini suoi figli. È la liturgia del Sacrificio del Redentore. Ed è forse proprio questa prospettiva che la rende minacciosa. Con certe errate interpretazioni postume del CVII, è passata una concezione festaiola, un’idea incentrata maggiormente sul banchetto eucaristico: si è sottolineato più l’aspetto conviviale che quello sacrificale. Tuttavia, se l’Agnello non viene ammazzato, allora non ci si può cibare di Lui.

di Riccardo Rodelli

TANTI RITI ETNICI. “PURCHÈ NULLA VIA SIA DI SUPERSTIONE ED ERRORE”

Il Motu Proprio Summorum Pontificum, entrato in vigore come lex specialis della Chiesa Apostolica Romana il 14 settembre 2007, ha aperto più scenari rispetto alle “sole” indicazioni giuridiche e liturgiche per la corretta celebrazione della Santa Messa tridentina, secondo il Messale promulgato nel 1962 da Papa Giovanni XXIII.

I punti che mi hanno particolarmente colpito sono due e tra loro vanno nettamente distinti.

Il primo è quello più visibile: la dichiarazione che il rito liturgico tridentino non è mai stato abrogato e che deve essere rilanciato nella vita della Chiesa, in ossequio alla Sacrosantum Concilium del 1963. Il secondo punto, riguarda un problema che non deriva dal primo, ma che ha origine con la riforma protestante nel Cinquecento ad opera di Martin Lutero e riguarda l’obbedienza al Papa, e il divieto di interpretazione personale del Magistero della Chiesa. Oltre alla fede in Dio, ciò che distingue un cattolico da un protestante è l’obbedienza al Papa, quale Vicario di Cristo.

La Chiesa romana riconosce al proprio interno una varietà di riti liturgici, forme che rispettano e rispecchiano culture, usi e sensibilità dei popoli che si sono nei secoli convertiti al cattolicesimo, ma che non hanno perso il proprio carattere identitario. Appartiene alla stessa natura del cristianesimo, infatti, riprendere e far proprio ciò che di buono si trova nelle varie culture, promuovendo e sviluppando, senza reprimere. Alcuni esempi possono essere: i riti ambrosiano, copto, marionita, siro-malabarese. Regola di buon senso, che già ritroviamo nella precedente cultura della Roma imperiale, che prevedeva di non imporre le divinità latine e di mantenere la religione dei popoli conquistati, purché questi fossero rispettosi nei confronti di certe norme imposte da Roma.

Tale regola di buon senso viene inserita nella Sacrosantum Concilium, (n. 37): “La Chiesa, quando non è in questione la fede o il bene comune generale, non intende imporre, neppure nella liturgia, una rigida uniformità; rispetta anzi e favorisce le qualità e le doti di animo delle varie razze e dei vari popoli. Tutto ciò poi che nel costume dei popoli non è indissolubilmente legato a superstizioni o ad errori, essa lo considera con benevolenza e, se possibile, lo conserva inalterato, e a volte lo ammette perfino nella liturgia, purché possa armonizzarsi con il vero e autentico spirito liturgico”. Per dirlo con le parole del card. Dario Castrillòn Hoyos, pronunciate durante l’omelia del 24 maggio del 2003 in Santa Maria Maggiore: “Ciò che unisce la diversità di questi riti è la stessa fede nel Mistero Eucaristico, la cui professione ha sempre assicurato l’unità della Chiesa, Santa, Cattolica ed Apostolica”.

QUESTA MONOLITICA DIVERSITÀ

L’esaltazione delle differenze, delle peculiarità e delle differenti sensibilità è propria della Chiesa e la ritroviamo nell’esistenza stessa di vari ordini religiosi, dai quali provengono innumerevoli santi: domenicani, francescani, gesuiti, carmelitani, etc. Questi ordini, nei secoli hanno avuto anche ruoli fondamentali per la difesa della Chiesa: basti considerare il ruolo dei domenicani nella lotta alle eresie protestanti; quello dei francescani; l’opera di conversione ad opera dei gesuiti nelle Americhe. Funzioni differenti, compiti differenziati per uomini diversi.Ordini che hanno conosciuto prestigio e fama ma secondo un disegno misterioso, in modo altalenante, ad evitare che a venire esaltato fosse uno di questi e non la grandezza generale della Chiesa, nella sua Universalità. Una Chiesa è ricca quando esalta ogni vero carisma, il cuore di ogni fedele. Il Santo Padre lo scorso 15 settembre, in occasione della nomina di alcuni vescovi, così si è espresso: La recente Giornata Mondiale della Gioventù ha mostrato, ancora una volta, la fecondità della ricchezza dei carismi nella Chiesa e l’unità ecclesiale di tutti i fedeli riuniti intorno al Papa ed ai vescovi. Una vitalità che rafforza l’opera di evangelizzazione e la presenza della Chiesa nel mondo. Questa esaltazione delle differenze, in comunione con Roma e il Magistero, non è altro che il richiamo a quella figura del primo buon pastore, Gesù, che lascia nel recinto sicuro le novantanove pecore, per mettersi alla ricerca di una sola che si era smarrita, o il richiamo alla donna che ha dieci monete e ne perde una, ma accende la lucerna, spazza la casa e cerca attentamente finché non la ritrova. Il Vangelo conclude: “…Ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per 99 giusti che non han bisogno di conversione” (Lc 15, 7). La Chiesa abbraccia e rende liberi. Quello che continua a fare il Papa, con gli anglicani, con la Fraternità San Pio X. Il Santo Padre, in questi anni di pontificato, ha dato una corretta lettura del CVII, privilegiando l’ “ermeneutica della continuità o della riforma” che vede il Concilio in rapporto ai precedenti atti del Magistero preconciliare.

LE CATTEDRALI SONO COSTRUITE SUL MESSALE DI PIO V

Il Messale di san Pio V è stato elaborato nel 1590 nella sua totalità e riprende il canone che è presente nella Chiesa Cattolica Romana dal 400 – periodo in cui visse Sant’Ambrogio – cioè mille anni precedenti alla stesura del messale Romano. Il Messale di san Pio V non è solo un rito liturgico che può essere messo al pari dei vari riti, cui prima si è fatto riferimento: è la liturgia su cui si è basata la Chiesa di sant’Ignazio, di san Tommaso, di santa Teresa. È la liturgia che ha ispirato la costruzione di chiese e cattedrali, fatte per Dio e per gli uomini suoi figli. È la liturgia del Sacrificio del Redentore. Ed è forse proprio questa prospettiva che la rende minacciosa. Con certe errate interpretazioni postume del CVII, è passata una concezione festaiola, un’idea incentrata maggiormente sul banchetto eucaristico: si è sottolineato più l’aspetto conviviale che quello sacrificale. Tuttavia, se l’Agnello non viene ammazzato, allora non ci si può cibare di Lui. Se non si passa dalla Croce, che è luogo di morte, ma anche presupposto di resurrezione, allora non comprenderemo mai (per comprensione intendo una comprensione del cuore, più che una semplice elaborazione di dati ad opera del nostro cervello) il significato della Santa Messa. Il Sacerdote celebra, nella Messa, il Mistero di Cristo: “In questo divino sacrificio, che si compie nella Messa, è contenuto ed immolato in modo incruento lo stesso Cristo, che si offrì una sola volta in modo cruento sull’altare della croce” (CCC n. 1367). Il Sacrificio Eucaristico è primariamente celebrato per la maggior gloria del Dio vivente e per la salvezza dei suoi figli. Ci ricorda ancora il Catechismo: “La celebrazione del sacrificio eucaristico è totalmente orientata all’unione intima dei fedeli con Cristo attraverso la Comunione” (CCC, n.1382)

SE LA LITURGIA È UN DONO DI DIO, ALLORA È INDISPONIBILE: ALLE MANIPOLAZIONI E ALLE PROIBIZIONI

“Prese nelle sue sante e venerabili mani questo glorioso calice”

La rinascita del rito latino non è che un modo per la Chiesa di rilanciare quel patrimonio che le è proprio, che è dono di Dio e che opera per la salvezza delle anime. Infatti sempre la Sacrosantum Concilium, al n. 5 afferma: “Dio, il quale «vuole che tutti gli uomini si salvino e arrivino alla conoscenza della verità» (1 Tm 2,4), «dopo avere a più riprese e in più modi parlato un tempo ai padri per mezzo dei profeti» (Eb 1,1), quando venne la pienezza dei tempi, mandò il suo Figlio, Verbo fatto carne, unto dallo Spirito Santo, ad annunziare la buona novella ai poveri, a risanare i cuori affranti , «medico di carne e di spirito» , mediatore tra Dio e gli uomini . Infatti la sua umanità, nell’unità della persona del Verbo, fu strumento della nostra salvezza. Per questo motivo in Cristo «avvenne la nostra perfetta riconciliazione con Dio ormai placato e ci fu data la pienezza del culto divino ». Quest’opera della redenzione umana e della perfetta glorificazione di Dio, che ha il suo preludio nelle mirabili gesta divine operate nel popolo dell’Antico Testamento, è stata compiuta da Cristo Signore principalmente per mezzo del mistero pasquale della sua beata passione, risurrezione da morte e gloriosa ascensione, mistero col quale «morendo ha distrutto la nostra morte e risorgendo ha restaurato la vita». Infatti dal costato di Cristo dormiente sulla croce è scaturito il mirabile sacramento di tutta la Chiesa.

Questo sta a significare che se la Liturgia viene da Dio diventa indisponibile per l’uomo. Indisponibilità che riguarda non solo il quomodo ma anche l’an. Ecco perché non se ne può fare divieto e non può essere oggetto di manipolazioni.

LA PRIMA RIVOLUZIONE FU QUELLA DELLA SUPERBIA: IL PROTESTANTESIMO

Il santo pensatore e teologo della storia brasiliano Plinio Correa de Oliveira. Autore di un’opera di capitale importanza per il militante cattolico: “Rivoluzione e Controrivoluzione”

Il secondo punto, in realtà, mi affascina più del primo. Perché riguarda l’aspetto di libertà della vita di ogni fedele, sia esso laico, sia esso appartenente al clero.

Plinio Correa De Oliveira scrisse nel 1959 il saggio di teologia della storia che lo rese famoso, Rivoluzione e Contro-Rivoluzione.

In questo saggio, l’autore mostra le opere del demonio nella società. Se è vero che l’obiettivo di satana è la dannazione dell’uomo e che per questo lo tenta, è vero anche che la sua opera non si esaurisce negli attacchi contro l’uomo, ma mira anche a colpire l’ordine sociale. Per ordine sociale si deve intendere, secondo Correa de Oliveira: “la pace di Cristo nel regno di Cristo, ossia la Civiltà Cristiana, austera e gerarchica, fondamentalmente sacra, anti-egualitaria ed antiliberale“.

Rivoluzione, per lui, vuol dire: .. un movimento che mira alla distruzione di un potere o di un ordine legittimo e all’instaurazione al suo posto di uno stato di cose, o di un potere illegittimo.

La prima grande rivoluzione è quella della Riforma protestante, cioè l’insuperbirsi del singolo uomo, la pretesa di conoscere le verità di fede, autonomamente, senza l’ausilio interpretativo del Magistero della Chiesa. L’obbedienza al Vicario di Cristo, salta per orgoglio incontrollato e dà origine al protestantesimo. Questa eresia causò, nei paesi in cui prende maggior vigore, una nascita di innumerevoli riti e dottrine, non più uniformate nella successione apostolica, ma lasciate alla libera interpretazioni di sedicenti pastori. Il protestantesimo attaccava l’autorità papale, ma generava innumerevoli “papi”, ognuno a capo di gruppi di fedeli, gettando nel dubbio lo stesso sacerdozio gerarchico e riducendolo a una semplice delegazione del popolo, unico vero detentore del potere sacerdotale. “Sul piano morale, il trionfo della sensualità si affermò con la soppressione del celibato e con l’introduzione del divorzio(Rivoluzione e Controrivoluzione, p. 73).

Tutto questo come conseguenza della “sola scrittura”, senza tener conto del richiamo dell’apostolo Pietro: “Sappiate anzitutto questo: nessuna scrittura profetica, va soggetta a privata spiegazione, poiché non da volontà umana fu recata mai una profezia, ma mossi da Spirito Santo parlarono quegli uomini da parte di Dio”, (1 Pt 1, 20-21).

LO “SCISMA SOMMERSO” DEL NORD-EUROPA: LO VEDI NEI VESCOVI CHE SI OPPONGONO AL MOTU PROPRIO

Il seme velenoso del protestantesimo non è stato estirpato. E’ ancora operante fuori dalla Chiesa, come in Germania, Inghilterra e Stati Uniti. Né è stato isolato, nel senso che questo tipo di eresia è interna alla Chiesa stessa, in quello che il mio amico don Claudio Hitaj chiama lo “scisma sommerso”. Sono le stesse forme che stanno emergendo con maggiore forza nella chiesa austriaca e in quella parte di chiesa che osteggia il Motu Proprio. Martin Lutero non è nato dal caso, ma da una silente ostilità al Magistero. Come un certo clero austriaco si sta allontanando gradualmente dall’autorità petrina, così i vescovi che si oppongono all’istruzione del Motu Proprio si rendono responsabili di disobbedienza verso il Santo Padre, che vorrebbe invece una loro partecipazione attiva nell’attuazione della lex specialis, per il bene della Chiesa e delle anime. Queste manifestazioni più o meno silenti di dissenso, presenti nella Chiesa Apostolica Romana, non sono altro che alcuni residui virali di una malattia scoppiata cinquecento anni fa.

Se la Chiesa, con atto d’amore, riconosce ed approva i vari riti liturgici per le anime dei fedeli, come devono interpretarsi il rifiuto e l’ostilità di alcuni vescovi, che antepongo il loro giudizio, non conforme a quello del Papa, sui riti da celebrare nelle loro diocesi? Se il Santo Padre, per il bene delle anime, ridona alla Chiesa il Messale di San Pio V – messale che sta indiscutibilmente attraendo giovani e meno giovani, sicuramente convinti del rito al quale partecipano – come si devono considerare quei vescovi, che, senza nessuna autorità concessa loro dal diritto canonico, proibiscono ed ostacolano tale celebrazione?

Oremus pro Pontifice nostro Benedicto.

Et non tradat eum in animam inimicorum eius!

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Bergoglio e il “Novus Ordo 2″

BERGOGLIO VUOLE MODIFICARE LA MESSA

<<La Chiesa “non funziona, deve cambiare. La Curia romana ha bisogno di una riforma strutturale urgente. E’ risaputo tra noi”, ha detto il “cardinale” brasiliano Claudio Hummes, definito da Bergoglio “un grande amico”. “Sarà un’opera gigantesca perché la Curia è cresciuta a dismisura negli ultimi secoli”, spiega Hummes. Da riformare anche “il modo di celebrare Messa e di fare evangelizzazione. Jorge Mario parla di bisogno di ‘nuovi metodi’ e noi dobbiamo trovarli”.>> http://www.servizidimediazione.it/ultimora/158003.htm…</<La>

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La Messa Cattolica e la funzione Novus Ordo

Segnalazione di Luciano Gallina

In questo Video vengono messe a confronto la funzione “Novus Ordo” e Messa Cattolica.

Chi guarda stia bene attento e rifletta. Capirà bene perché la Chiesa insegna: “lex orandi, lex credendi”…

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A Don Patrizio Macari che si è espresso su un articolo di Agere Contra

Caro Don Patrizio Maccari,
chi le scrive è un cattolico integrale che si rifà alla Dottrina allo stesso modo di come la riferivano San Paolo, San Benedetto, San Gregorio Magno, San Bernardo, San Vincenzo de Paoli, San Luigi da Montfort, San Pio X, per intendersi.
Quindi capirà quanto questo “estremista ortodosso” apprezzi la Verità, la Carità e la Degnità. Invero scrivo per osservare che lei sta cercando di far capire ai miei amici che chi accoglie la Verità nella Carità apre il cuore suo e di chi vuole convertire, all’unico percorso di Salvezza, passando per via centrale (che è il VANGELO) escludendo (se possibile) i percorsi periferici, che sono le lucubrazioni mentali, le modifiche della tradizione nel nome del modernismo e le posizioni più dure dell’esegetica senza fronzoli ma anche senza cuore.
Ecco perchè mi addolorano i cori trionfanti di chi crede di aver colto in fragrante un Curato che non punta dritto alla Veritò e di poter stentere le armi delle Crociate contro tutto e contro tutti.
Abbraccio tutti, indifferentemente, con amore
in Gesù Adveniente e Maria CorRedentrice

Il motto sia:

“Liberi da Mammona per liberare”

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Due religioni a confronto…

           

P. Alberto Maggi, servi di Maria, Montefano (Mc) – don Floriano Abrahamowicz, domus M. Lefebvre, Paese (TV)

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Vai alla SANTA MESSA tenuta da Don Floriano Abrahamowicz

Domenica ore 10:30

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CONFRONTO FRA I DUE RITI

Di seguito trovate un raffronto sinottico delle due forme del rito romano o, in altri termini, della Messa gregoriana e di quella in vigore dal 1970. Lo specchietto non ha la minima pretesa scientifica e vi abbondano le omissioni e, forse, anche le imprecisioni; ma vuol consentire un colpo d’occhio di similitudini e differenze anche per chi sia ignaro di liturgia e conosca, magari neppure troppo bene, solo la messa che si celebra ordinariamente nella sua parrocchia.

Alle differenze dei testi come sotto riportati, occorre premettere, che le due Messe si distinguono anche per questi ulteriori aspetti (sempre limitandoci alle cose principali):

–                 La forma tradizionale pone con più chiarezza l’accento sull’aspetto sacrificale della S. Messa: il Sacerdote, in persona Christi, rinovella incruentemente il sacrificio di Gesù Cristo sul Calvario (non nel senso che la Messa sia una nuova crocifissione: è sempre quella di 20 secoli fa che si riattualizza); sacrificio non solo di lode e ringraziamento, ma anche di soddisfazione a Dio, offeso per i nostri peccati, e di propiziazione per i vivi e per i morti. Indi, come i sacrifici nel Tempio, il rito si conclude con il pasto comunitario: l’altare rappresenta al tempo stesso il Golgotha (e per questo è di solito sopraelevato) e la mensa dell’Ultima Cena. La Messa in forma ordinaria, pur non negando beninteso alcuno di questi aspetti essenziali, mette piuttosto in rilievo l’aspetto della Cena del Signore.

–                 Nella Messa straordinaria è consentito usare solo il latino, che in quella ordinaria non è quasi mai impiegato (anche se il Messale del 1970 è in quella lingua).

–               Nella Messa straordinaria il celebrante è sempre rivolto verso Dio (ossia verso la Croce); in quella ordinaria quasi sempre verso il popolo.

–               Nella Messa straordinaria è ammesso solo il canto gregoriano o polifonico, mentre i canti popolari in lingua corrente si possono eseguire solo all’inizio o alla fine; in ogni caso si canta a cappella (cioè senza strumenti) o con l’organo. Per contro nella forma ordinaria si fa uso primariamente di canti popolari e sono ammessi altri strumenti (specie chitarre, ma anche bonghi e simili).

–               Nella Messa tradizionale vi sono due letture (Vangelo compreso) e si ripetono di anno in anno, mentre nella forma ordinaria le letture sono tre e il lezionario è organizzato in un ciclo triennale, quindi con maggiore ampiezza di brani scritturistici.

–               Nella Messa antica non è prevista la concelebrazione: nelle occasioni solenni il celebrante è coadiuvato da un diacono e da un suddiacono (detta comunemente Messa ‘in terzo’)

–               In linea di massima, i paramenti di sacerdote e ministri sono più classici e curati nella forma straordinaria: il celebrante usa la pianeta e il manipolo (pezzo di stoffa portato al braccio sinistro, quale simbolo di fatica e dolore, come se servisse per detergere la fronte dal sudore); i chierichetti sono di solito in talare e cotta e sono sempre maschi. Tra i colori liturgici è previsto anche il nero per i funerali. Invece nella nuova Messa i paramenti sono più… ordinari: la pianeta è frequentemente sostituita dalla casula e il manipolo è desueto. Il colore nero non è usato (benché permesso: cfr. Institutio generalis Missalis Romani n. 346).

Ed ecco il raffronto tra i due Messali:

FORMA STRAORDINARIA

1.Messa dei   catecumeni

FORMA ORDINARIA

1. riti di introduzione

In nomine Patris… (segno di croce)

Introibo ad altare Dei… (=mi accosterò all’altare di Dio). Il sac. ai piedi dell’altare alterna coi ministri o i fedeli l’antifona e il salmo IUDICA ME, con cui si rivolge a Dio “che allieta la mia giovinezza” ed al Cui altare sta per salire: “la Tua luce e la Tua verità mi rapirono e mi condussero al Tuo santo monte ed ai Tuoi tabernacoli”Adiutorium nostrum…(=Il nostro aiuto è nel nome del Signore)Confiteor(=Confesso…)Sac. e poi i fedeli confessano di aver molto peccato.Salita all’altareIl Sac. e i fedeli si rivolgono ancora all’Altissimo con alcuni versetti biblici, quindi il Sac. ascende all’altare (di solito sopraelevato da tre gradini e coperto di tre tovaglie lintee benedette) e lo bacia in onore dei Santi le cui reliquie vi sono conservate.IntroitoBreve antifona e incipit di un salmo, dal proprio della Messa del giorno, di solito in cantoKyrie (ripetuto 3 volte) Breve monizioneIl Messale prevede che il Sacerdote, che già si trova all’altare (in pratica sempre rivolto al popolo), possa rivolgersi ai fedeli per introdurre e spiegare la cerimonia del giornoConfiteor… (=Confesso)(detto insieme da sac. e fedeli, senza più riferimenti a S. Michele Arcangelo e ai SS. Giovanni Batt., Pietro e Paolo, ma con la felice aggiunta dei peccati per omissione).Spesso il Confiteor è sostituito da nuove formule penitenziali       Kyrie (ripetuto 2 volte)Spesso sostituito da altre formule

Gloria

Colletta (orazione propria del giorno)

  Epistola (di solito dalle Lettere di S. Paolo)Graduale (di solito cantato)Tratto oppure alleluia (di solito cantati)Munda cor meum et labia mea…Il sac. prega di purificare il cuore e le labbra, come Isaia, onde esser degno di annunziare la Parola

 

2. Liturgia della Parola

Prima Lettura (di solito dall’Antico Testamento)

Salmo responsoriale

 

Seconda Lettura (di solito dalle Lettere di S. Paolo)

Alleluia (di solito cantato)

Vangelo

 Omelia

Credo

2. Messa dei fedeli

(anticamente i catecumeni, ossia coloro che non avevano ancora ricevuto il battesimo, uscivano a questo punto nell’atrio della chiesa perché ancora indegni di partecipare ai sublimi misteri del Sacrificio rinovellato di Nostro Signore)

 Preghiera dei fedeliPreghiamo affinché…Ascoltaci, Signore.3. Liturgia eucaristica

Offertorio

Offertorio (versetto proprio del giorno, di solito cantato)Suscipe Sancte Pater…Il sac. offre in sacrificio a Dio  “la vittima immacolata”, ossia Gesù Cristo, “per i miei innumerevoli peccati, offese e negligenze, nonché a vantaggio dei presenti e di tutti i fedeli cristiani, vivi e defunti, affinché possa giovare a me e a loro a conseguire l’eterna salvezza”.Prega altresì affinché siamo fatti partecipi, attraverso il mistero del pane e del vino, della divinità di Gesù Cristo, che degnò assumere in Lui anche la natura umana, a tal punto nobilitata.Veni sanctificator…Il sac. invoca il SantificatoreLavabo… (=Laverò tra gl’innocenti le mie mani…)Mentre recita tale salmo, il sac. si purifica le maniSuscipe Sancta Trinitas… Invocazione alla Trinità e ai Santi. Presentazione dei doniI fedeli portano le offerte all’altare Benedetto sei Tu, Signore...Formula ebraica (ma non biblica) di benedizione del cibo.Lavami Signore da ogni colpa…Il sac. si purifica le mani

Orate fratres(=Pregate fratelli perché il mio e il vostro sacrificio…)

Secreta o Super oblata (orazione propria del giorno)

Prefazio

Sanctus o Trisaghion (=Santo, Santo, Santo…)

Consacrazione

La liturgia tradizionale conosce solo il canone romano, in uso almeno dal V secolo e modificato soltanto da Giovanni XXIII con l’aggiunta della menzione di S. Giuseppe. E’ una grandiosa formula di consacrazione (o anafora), attestata fin dal IV secolo (ampi estratti sono riportati nel De sacramentis di S. Ambrogio) con la quale, in comunione con la chiesa universale militante (‘dittici’), il sac. a bassa voce intercede per i vivi e per i morti (i due ‘memento’), invoca gli Apostoli e i Martiri della Chiesa di Roma (‘communicantes’), chiede a Dio di rendere l’oblazione “benedetta, ascritta, rata, ragionevole ed accettabile” (anamnesi), offrendoGli la vittima “pura, santa, immacolata, il pane santo della vita eterna ed il calice dell’eterna salvezza“, pregandoLo di accettarla così come accolse i doni di Abele il giusto, il sacrificio di Abramo il patriarca, l’offerta di Melchisedech sommo sacerdote, affinché essa, per mano dell’Angelo santo, venga portata al sublime altare di Dio e al cospetto della Sua divina maestà (‘supplices Te rogamus’); infine supplica il Padre, attraverso il Figlio, di ammettere anche noi peccatori, benché indegni, nelle schiere dei Suoi Santi (‘nobis quoque peccatoribus’). Il rito riformato prevede la scelta tra molteplici preghiere eucaristiche (o anafore), la prima delle quali, molto raramente usata, è il canone romano della tradizione con alcune significative modifiche. La più usata (anche perché la più breve) è la seconda anafora, detta di Ippolito, ma in realtà solo liberamente ispirata a quell’antichissima preghiera risalente al III secolo (per un raffronto tra i due testi vedi LINK). In particolare, le nuove preghiere eucaristiche si caratterizzano per essere pronunziate ad alta voce, per la presenza dell’epìclesi (espressa invocazione dello Spirito Santo) e per il fatto di essere inframmezzate da “acclamazioni” dei fedeli; la più comune è: “proclamiamo la Tua morte o Signore in attesa della Tua resurrezione”. Molteplici e successive acclamazioni sono prescritte nelle preghiere di consacrazione per le Messe dei fanciulli, composte in linguaggio assai piatto (“Gloria a Te Signore, che ci vuoi bene”; “Un cuor solo, un’anima sola, per la Tua gloria, Signore”). Secondo quanto annunziato dalla conf. episcopale USA, la S. Sede intende però abolire quelle puerilizzanti Messe dei fanciulli. Altre preghiere eucaristiche sono previste in messe “della riconciliazione” e altre ancora in particolari luoghi.

Per ipsum… o Dossologia (= per Cristo, con Cristo e in Cristo…)

4. Riti di comunione

Pater noster o Oratio dominica (=Padre nostro)

Libera nos o Embolismo (=liberaci Signore da tutti i mali…)

Il popolo risponde con le parole: “Tuo è il regno, Tua la potenza e la gloria nei secoli“, formula che i Protestanti aggiungono al Padre Nostro

Pax Domini sit semper vobiscum (=la pace del Signore sia sempre con voi)

Scambio della pace

Agnus Dei (=Agnello di Dio)

 Ecce Agnus Dei… (=Ecco l’Agnello di Dio)

Il popolo risponde Domine non sum dignus…(= O Signore non sono degno che Tu entri nella mia casa, ma dì soltanto una parola e sarò salvato) ripetuto 3 volte Il popolo risponde Domine non sum dignus…una volta sola. La traduzione in italiano di questa frase evangelica è tuttavia infedele (=non sono degno di avvicinarmi alla Tua mensa…)

Comunione

 La Comunione avviene in ginocchio e sulla lingua, sempre per mano del sac. e con la formula: “Corpus Domini nostri Jesu Christi custodiat animam tuam in vitam aeternam. Amen” (=il Corpo del Signore Nostro Gesù Cristo custodisca la tua anima per la vita eterna. Amen).Communio (versetto proprio del giorno, di solito cantato) La Comunione avviene solitamente in piedi, sulla lingua o anche in mano. Può essere distribuita anche da laici “ministri straordinari dell’Eucarestia” e si usa la formula: “Corpus Christi” (=il Corpo di Cristo), cui si risponde “Amen”.

Postcommunio (orazione propria del giorno)

Ite missa estPlaceat tibi Sancta Trinitas…Il sac. invoca ancora la S. Trinità affinché accolga con favore il sacrificio offerto

 5. Riti di conclusione

Avvisi ed annunzi

Il nuovo Messale consente di inserire in questo punto gli avvisi o ulteriori comunicazioni

                                                                                Benedizione

 Ultimo Vangelo(Prologo del Vangelo di S. Giovanni) tranne la Domenica delle Palme  Ite missa est(=La messa è finita…)

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Monsignor Domenico Celada 17 Marzo 2013

È da tempo che desideravo scrivervi, illustri assassini della nostra santa Liturgia. Non già perch’io speri che le mie parole possano avere un qualche effetto su di voi, da troppo tempo caduti negli artigli di Satana e divenuti suoi obbedientissimi servi, ma affinché tutti coloro che soffrono per gli innumerevoli delitti da voi commessi possano ritrovare la loro voce. Non illudetevi, signori. Le piaghe atroci che voi avete aperto nel corpo della Chiesa gridano vendetta al cospetto di Dio, giusto Vendicatore.
Il vostro piano di sovversione della Chiesa, attraverso la liturgia, è antichissimo. Ne tentarono la realizzazione tanti vostri predecessori, molto più intelligenti di voi, che il Padre delle Tenebre ha già accolto nel suo regno. Ed io ricordo il vostro livore, il vostro ghigno beffardo, quando auguravate la morte, una quindicina d’anni fa, a quel grandissimo Pontefice che fu il servo di Dio Eugenio Pacelli, poiché questi aveva compreso i vostri disegni e vi si era opposto con l’autorità del Triregno. Dopo quel famoso convegno di “liturgia pastorale”, sul quale erano cadute come una spada le chiarissime parole di Papa Pio XII, voi lasciaste la mistica Assisi schiumando rabbia e veleno.

Ora ci siete riusciti. Per adesso, almeno. Avete creato il vostro “capolavoro”: la nuova liturgia. Che questa non sia opera di Dio è dimostrato innanzitutto (prescindendo dalle implicazioni dogmatiche) da un fatto molto semplice: è di una bruttezza spaventosa. È il culto dell’ambiguità e dell’equivoco, non di rado il culto dell’indecenza. Basterebbe questo per capire che il vostro “capolavoro” non proviene da Dio, fonte d’ogni bellezza, ma dall’antico sfregiatore delle opere di Dio.

Si, avete tolto ai fedeli cattolici le emozioni più pure, derivanti dalle cose sublimi di cui s’è sostanziata la liturgia per millenni: la bellezza delle parole, dei gesti, delle musiche. Cosa ci avete dato in cambio? Un campionario di brutture, di “traduzioni” grottesche (com’è noto, il vostro padre, che sta laggiù non possiede il senso dell’umorismo), di emozioni gastriche suscitate dai miagolii delle chitarre elettriche, di gesti ed atteggiamenti a dir poco equivoci.

Ma, se non bastasse, c’è un altro segno che dimora come il vostro “capolavoro” non viene da Dio. E sono gli strumenti di cui vi siete serviti per realizzarlo: la frode e la menzogna. Siete riusciti a far credere che un Concilio avesse decretato la disparizione della lingua latina, l’archiviazione del patrimonio del patrimonio della musica sacra, l’abolizione del tabernacolo, il capovolgimento degli altari, il divieto di piegare le ginocchia dinanzi a Nostro Signore presente nell’Eucaristia, e tutte le altre vostre progressive tappe, facenti parte (direbbero i giuristi) di un “unico disegno criminoso”.

Voi sapevate benissimo che la “lex orandi” è anche la “lex credendi”, e che perciò mutando l’una, avreste mutato l’altra. Voi sapete che, puntando le vostre lancie avvelenate contro la lingua viva della Chiesa, avreste praticamente ucciso l’unità delle fede. Voi sapevate che, decretando l’atto di morte del canto gregoriano della polifonia sacra, avreste potute introdurre a vostro piacimento tutte le indecenze pseudomusicali che dissacrarono il culto divino e gettano un’ombra equivoca sulle celebrazioni liturgiche.

Voi sapevate che, distruggendo tabernacoli, sostituendo gli altari con le “tavole per la refezione eucaristica”, negando al fedele di piegare le ginocchia davanti al Figlio di Dio, in breve avreste estinto la fede nella reale presenza divina. Avete lavorato ad occhi aperti. Vi siete accaniti contro un monumento, al quale avevan posto mano cielo e terra, perché sapevate di distruggere con esso la Chiesa.

Siete giunti a portarci via la Santa Messa, strappando addirittura il cuore della liturgia cattolica. (Quella S.Messa in vista della quale noi fumo ordinati sacerdoti, e che nessuno al mondo ci potrà mai proibire, perché nessuno può calpestare il diritto naturale).

Lo so, ora potrete ridere per quanto sto per dire. E ridete pure. Siete giunti a togliere dalle Litanie dei santi l’invocazione “a flagello terremotus, libera nos Domine”, e mai come ora a terra ha tremato ad ogni latitudine. Avete tolto l’invocazione “a spititu fornicationis, libera nos Domine”, e mai come ora siamo coperti dal fango dell’immoralità e della pornografia nelle sue forme più repellenti e degradanti. Avete abolito l’invocazione “ut inimicos sanctae Ecclesiae umiliare digneris”, e mai come ora i nemici della Chiesa prosperano in tutte le istituzioni ecclesiastiche, ad ogni livello.

Ridete, ridete. Le vostre risate sono sguaiate e senza gioia. Certo è che nessuno di voi conosce, come noi conosciamo, le lacrime della gioia e del dolore. Voi non siete neppure capaci di piangere. I vostri occhi bovini, palle di vetro o di metallo che siano, guardano le cose senza vederle. Siete simili alle mucche che guardano il treno. A voi preferisco il ladro che strappa la catenina d’oro al fanciullo, preferisco lo scippatore, preferisco il rapinatore con le armi in pugno, preferisco persino il bruto e il violatore di tombe. Gente molto meno sporca di voi, che AVETE RAPINATO IL POPOLO DI DIO DI TUTTI I SUOI TESORI.

In attesa che il vostro padre che sta laggiù accolga anche voi nel suo regno, “laddove è pianto e stridor di denti”, voglio che voi sappiate della nostra incrollabile certezza che quei tesori CI SARANNO RESTITUITI. E sarà una “restitutio in integrum”. Voi avete dimenticato che Satana è l’eterno sconfitto.

Monsignor Domenico Celada

Pubblicato originariamente su Vigilia Romana il 22/11/1971
Tratto dal mensile Presenza Divina n. 236, marzo 2013

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Maurizio Blondet 07 Marzo 2013

Una giovane lettrice scrive:

«Leggo i commenti sulla dimissione del Papa e mi viene da sorridere. Ci si affanna a giustificare o a condannare la sua scelta, inneggiando alla modernità o gridando al tradimento della tradizione. Ho una età che non mi permette di ricordare la Chiesa prima del Concilio, ma mi viene da sorridere pensando che forse Dio sta ridendo delle nostre convinzioni su cosa sia giusto per celebrarLo. Mi viene da pensare che i riti che seguiamo sono comunque frutto dell’uomo che si è sforzato di pensare cosa Dio volesse da noi. La sera del Giovedì Santo Egli nella persona di Gesù ci ha solo detto di spezzare il pane e di condividerlo e che quel pane, dopo quel semplice gesto fatto in Suo nome diventa il Pane di Vita. Tutto ciò che è venuto dopo è stato solo frutto dell’uomo, magari dell’uomo illuminato dalla Verità, ma pur sempre dell’uomo. Non so cosa aspettarmi nei prossimi tempi, credo che arriveranno giorni duri, dove non potremo più parlare di infallibilità del Papa e dove ognuno sarà solo con ciò che ha maturato nella sua fede. Per quel che mi riguarda ho paura che sarà troppo poco, ma prego Dio di farmi ricordare sempre le parole di quel fraticello cappuccino definito santo da Blondet. Un giorno che gli dissi che a volte mi trovavo smarrita davanti ai riti della Messa, non capendone il senso e la necessità mi rispose: «Hai ragione, penso che capiti un po’ a tutti, ma a me basta sapere che lì dentro, e mi indicò il Tabernacolo, c’è Dio e che mi ama». Da allora cerco di farmi bastare questa Verità sperando che mi sostenga nei giorni che devono venire, perché i riti senza il cuore dell’uomo non sono niente.

Alessandra»

Certo, cara Alessandra: «i riti senza il cuore dell’uomo non sono niente». Ma dimentichi altre parti della questione.

Una: i riti nascono dalla carità apostolica per i fedeli. Sono fatti per «sostenere» il cuore dell’uomo, cuore sempre in pericolo di distrarsi e di seguire le sue passioni, anziché l’essenziale, che è (secondo il catechismo) «adorare, servire ed amare Dio in questa vita e goderlo eternamente nell’altra». Difficile, per noi creature zoologiche, adorare ed amare l’Invisibile, senza «segni»: e occorre che questi «segni» siano forti, profondamente significativi, risonanti nel profondo dell’anima.

Seconda questione: il rito della Messa è anche un onore a Dio, alla sua Maestà. Gli vogliamo offrire qualcosa di bello, alto e nobile, o invece di sciatto, brutto, senza le dovute forme?

Pensa alle chiese antiche: furono costruite da nostri antenati che erano poveri, ma vollero dare a Dio una casa che fosse bellissima di pitture, vetrate, sculture, organi e interna luce spirituale, tutta roba costosissima. E ancor oggi queste antiche chiese spiccano nella città moderna, ossia imbruttita e disumanizzata, come un silenzioso rimprovero. Che cosa rende belle le antiche chiese? La fede nella Verità di Cristo, ossia del Dio che s’è fatto Uomo, e quello conta più di tutto. Che cosa rende brutte le moderne chiese o – se è per questo – case e città? La perdita generale di quella fede.

L’architettura moderna (anche delle chiese) esprime un vero disprezzo per l’uomo, lo fa «star male» apposta: è un segno anticristico. Il «non serviam» di Lucifero. Uno dei tanti segni satanici di cui abbiamo riempito il mondo credendo di «liberarci», e diventare Dei.

La liturgia, è la stessa cosa. È (era) una forma d’arte sacra, la più eccelsa: e come la grande musica classica, si richiedeva che fosse «eseguita» con rigore e senza variazioni arbitrarie di testa dei musicisti, degli esecutori o degli spettatori. Era un concerto offerto al Cristo che, proprio in quel momento, di nuovo moriva sulla croce per noi; ne sottolineava e commentava il dramma, il dolore e la nostra gratitudine, e il pericolo estremo di «mangiare e bere la propria dannazione» se ci si avvicinava al Sacrificio con l’anima macchiata. Ci portava tutti sul Golgota, e il sacerdote che ci rivolgeva le spalle era «uno di noi» che elevava l’Ostia per tutti noi a quella croce del Golgota. Lo faceva con esatte parole tratte dalla Scrittura: nessuna era inventata dalla «creatività personale», nessuna esprimeva «il mio io» piccino sentimentale e presuntuoso; ci si rivolgeva a Dio con le parole che Dio stesso ci aveva dato. Non vi erano ammesse voci e strumenti musicali profani, del mondo, sporcate dalla profanità.

In una parola: la liturgia è , dev’essere, Bellezza. Non sottovalutare mai il valore della Bellezza nel servizio a Dio.

Per Tommaso d’Aquino, il Vero e il Bello sono la stessa cosa (anche il Bene è Verità e Bellezza). Ne consegue che il dominio del Brutto che ci circonda dovunque, anche in chiesa, segnala un allontanamento dalla Verità, dal dogma.

Tu dici: «Ho una età che non mi permette di ricordare la Chiesa prima del Concilio, ma mi viene da sorridere…». È questo che temo per te e la tua generazione, cara Alessandra: quando non sarà estinta la mia generazione, quella che ha conosciuto la Bellezza liturgica e può giudicare lo scadimento attuale, voi non avrete più termini di paragone, e dunque sarete più indifese preda del Brutto – ossia della non-Verità. Già vedo un sintomo di questo sviarsi della Verità-Bellezza nel tuo dire «credo che arriveranno giorni duri, dove non potremo più parlare di infallibilità del Papa e dove ognuno sarà solo con ciò che ha maturato nella sua fede». Avere questa opinione significa già scantonare nel luteranesimo, e nemmeno te ne accorgi… Non è colpa tua, è che il Concilio ha smesso di proclamare la verità dogmatica.

Purtroppo, vi vedo già preda, voi giovani, di bruttezze in tutti i campi del «mondo»; e mi addolora che non abbiate più un’idea del Bello, del nobile e del grande con cui contrastare la deriva. Il Bello è la via al Vero; ma è (anche) un rifugio e un giardino di quiete, e voi non avete più rifugio e né quiete dai rumori mondani, o dall’insignificanza del vivere profano. Peggio, a forza di non vedere il Bello, la gente si abitua al brutto, e non sa che questo fa ammalare l’anima, la rende incapace di contemplare la grandezza morale (i cui esempi sono ormai così rari), ossia di vincere se stessi.

Già il fatto che tu ammetta di non aver mai visto una messa gregoriana (pre-conciliare) ma presuma di inserirti nel dibattito, sarà molto democratico, ma non è tanto bello. È come se uno dicesse: «Non ho mai avuto modo di ascoltare il Concerto Brandeburghese di Bach, ma mi fa sorridere che alcuni lo giudichino superiore a Zucchero Fornaciari, che a me piace e basta ai miei gusti musicali».

Un po’ ti invidio, perché sei stata presente all’Ultima Cena. Sei infatti sicura che Cristo, quella sera fatale, abbia fatto «un gesto semplice: spezzare il pane e condividerlo». Invece io, pensa un po’ mi immaginavo che quella frase: «ecco il mio corpo, ecco il mio sangue» avesse un suono terribile, ascetico ed eroico, che abbia annichilito i discepoli. In quella prima Messa, già gli apostoli, come te, probabilmente si trovarono «smarriti, non capendone il senso e la necessità». Il punto è che non c’è niente da capire, ma solo adorare; ed è la presunzione dell’io moderno che pone questa esigenza di «capire» la Messa: è il Mistero dell’Onnipotente che si fa debole e muore, è semplicemente incomprensibile – se non nell’Amore.
Mi concederai almeno questo: che la sera del Giovedì Santo, Cristo non avrà detto: «E adesso scambiatevi il segno di pace». Come mai allora questo s’è inserito nella Messa «semplice e moderna», senza fronzoli , alla buona, che tu preferisci (perché ti manca il confronto)?

Anche questo è un rituale; anzi, è diventato il rituale più vistoso nella messa d’oggi. Sembra proprio che gli uomini non possano fare a meno dei rituali nelle occasioni pubbliche: nei tribunali, si celebrano i rituali del diritto; se si va in visita al presidente della repubblica, ci si deve attenere a un rituale, che è chiamato «il cerimoniale», e non è ammesso sgarrare, e comportarsi in modo diverso da quello prescritto. Solo nell’incontro pubblico con Cristo crocifisso, che è la Messa, oggi i rituali se li inventano, e ne inventano di nuovi di testa loro, canzoncine ed espressioni e preghierine, e ciò rende l’evento squallido, basso e brutto. E irrispettoso.

La questione di «cosa sia giusto per onorarlo» non è così irrilevante da sorriderci. Papi moderni, post-conciliari, l’hanno ritenuta dolorosamente importante. Joseph Ratzinger, nel 1992, ha scritto parole durissime sulle messe come si celebrano oggi in troppi casi:

«La riforma liturgica nella sua forma concreta s’è allontanata sempre più da questa origine (parlava della messa gregoriana). Il risultato è stato (…) una devastazione. Da una parte si ha una liturgia trasformata in show, nella quale si tenta di rendere al religione interessante con l’aiuto della stupidità, della moda e di massime morali provocanti. (…) Dopo il Concilio (…) al posto della liturgia, frutto di uno sviluppo continuo, è stata messa una liturgia fabbricata. Si è usciti dal processo vivente di crescita e di sviluppo per entrare nella fabbricazione. Non si è più voluto il divenire e la maturazione organica di Dio che vive nei secoli e lo si è sostituito a mo’ della produzione tecnica, con una fabbricazione banale del momento».

Paolo VI, il maggio 1964, nella Cappella Sistina, rivolse un’omelia quasi disperata agli artisti che hanno abbandonato l’arte sacra: «Se Noi mancassimo del vostro ausilio, il ministero diverrebbe balbettante e incerto e avrebbe bisogno, diremmo, di diventare esso stesso artistico, anzi profetico. Per assurgere alla forza di espressione lirica della bellezza intuitiva, avrebbe bisogno di far coincidere il sacerdozio con l’arte» (1).

Sono parole impressionanti, che faremmo bene a meditare tutti. E anche i preti: «Far coincidere il sacerdozio con l’arte», perché no? In un mondo senza più ornamento, dovrebbero sentire l’urgenza di fare della liturgia la loro esecuzione artistica più alta e rigorosa, la «sacra rappresentazione» che è e che fu.

Per fortuna e per grazia, vedo dovunque che il Signore sta suscitando quel culto che la messa brutta, e lo spirito dei tempi, gli negano: si diffonde l’Adorazione Perpetua su richiesta dei fedeli, col suo rito dell’Ostensione veramente regale; milioni di fedeli obbediscono alle apparizioni della Vergine e digiunano e pregano, e credono dogmi che avevano dimenticato. Ciò fa sperare che un giorno, da simile fede rinasceranno chiese belle, e la liturgia di nuovo alta, elevante e nobile come i Concerti Brandeburghesi, e non come Zucchero.



1
) Trovo queste due citazioni, con gratitudine, in Enrico Maria Radaelli, «La Bellezza che ci salva», 2010.

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Breve esame critico del « Novus Ordo Missæ » Presentato al Pontefice Paolo VI dai Cardinali Ottaviani e Bacci

Lettera di presentazione a Paolo VI

Beatissimo Padre,

esaminato e fatto esaminare il Novus Ordo preparato dagli esperti del Consilium ad exquendam Constitutionem de Sacra Liturgia, dopo una lunga riflessione e preghiera sentiamo il dovere, dinanzi a Dio ed alla Santità Vostra, di esprimere le considerazioni seguenti:
  1. Come dimostra sufficientemente il pur breve esame critico allegato – opera di uno scelto gruppo di teologi, liturgisti e pastori d’anime – il Novus Ordo Missæ, considerati gli elementi nuovi, suscettibili di pur diversa valutazione, che vi appaiono sottesi ed implicati, rappresenta, sia nel suo insieme come nei particolari, un impressionante allontanamento dalla teologia cattolica della Santa Messa, quale fu formulata nella Sessione XXII del Concilio Tridentino, il quale, fissando definitivamente i «canoni» del rito, eresse una barriera invalicabile contro qualunque eresia che intaccasse l’integrità del magistero.
  2. Le ragioni pastorali addotte a sostegno di tale gravissima frattura – anche se di fronte alle ragioni dottrinali avessero diritto di sussistere – non appaiono sufficienti. Quanto di nuovo appare nel Novus Ordo Missæ e, per contro, quanto di perenne vi trova soltanto un posto minore o diverso, se pure ancora ve lo trova, potrebbe dar forza di certezza al dubbio – già serpeggiante purtroppo in numerosi ambienti – che verità sempre credute dal popolo cristiano possano mutarsi o tacersi senza infedeltà al sacro deposito dottrinale cui la fede cattolica è vincolata in eterno. Le recenti riforme hanno dimostrato a sufficienza che nuovi mutamenti nella liturgia non porterebbero se non al totale disorientamento dei fedeli che già danno segni di insofferenza e di inequivocabile diminuzione di fede. Nella parte migliore del Clero ciò si concreta in una torturante crisi di coscienza di cui abbiamo innumerevoli e quotidiane testimonianze.
  3. Siamo certi che questa considerazioni, che possono giungere soltanto dalla viva voce dei pastori e del gregge, non potranno non trovare un’eco nel cuore paterno di Vostra Santità, sempre così profondamente sollecito dei bisogni spirituali dei figli della Chiesa. Sempre i sudditi, al cui bene è intesa una legge, laddove questa si dimostri viceversa nociva, hanno avuto, più che il diritto, il dovere di chiedere con filiale fiducia al legislatore l’abrogazione della legge stessa.
Supplichiamo perciò istantemente la Santità Vostra di non volerci togliere – in un momento di così dolorose lacerazioni e di sempre maggiori pericoli per la purezza della Fede e l’unità della Chiesa, che trovano eco quotidiana e dolente nella voce del Padre comune – la possibilità di continuare a ricorrere alla integrità feconda di quel Missale Romanum di San Pio V dalla Santità Vostra così altamente lodato e dall’intero mondo cattolico così profondamente venerato ed amato.

A. Card. Ottaviani
A. Card. Bacci
Corpus Domini 1969

BREVE ESAME CRITICO DEL «NOVUS ORDO MISSÆ»
I

Nell’ottobre del 1967, al Sinodo Episcopale, convocato a Roma, fu chiesto un giudizio sulla celebrazione sperimentale di una cosiddetta «messa normativa», ideata dal Consilium ad exequendam Constitutionem de Sacra Liturgia.

Tale messa suscitò le piú gravi perplessità tra i presenti al Sinodo, con una forte opposizione (43 non placet), moltissime e sostanziali riserve (62 juxta modum) e 4 astensioni, su 187 votanti. La stampa internazionale di informazione parlò di «rifiuto», da parte del Sinodo, della messa proposta. Quella di tendenze innovatrici ne tacque. E un noto periodico, destinato ai Vescovi ed espressione del loro insegnamento, cosí sintetizzò il nuovo rito:
«[vi] si vuol fare tabula rasa di tutta la teologia della Messa. In sostanza ci si avvicina alla teologia protestante che ha distrutto il sacrificio della Messa».
Nel Novus Ordo Missæ, testé promulgato dalla Costituzione Apostolica Missale romanum, ritroviamo purtroppo, identica nella sua sostanza, la stessa «messa normativa». Né sembra che le Conferenze Episcopali, almeno in quanto tali, siano mai state nel frattempo interpellate al riguardo.
Nella Costituzione Apostolica si afferma che l’antico messale, promulgato da S. Pio V il 19 luglio 1570 ma risalente in gran parte a Gregorio Magno e ad ancor più remota antichità (1) fu per quattro secoli la norma della celebrazione del Sacrificio per i sacerdoti di rito latino, e, portato in ogni terra, «innumeri præterea sanctissimi viri animorum suorum erga Deum pietatem, haustis ex eo… copiosus aluerunt». E tuttavia questa riforma, che lo pone definitivamente fuori uso, si sarebbe resa necessaria «ex quo tempore latius in christiana plebe increbescere et invalescere cœpit sacræ fovendæ liturgiæ studium».
Ci sembra evidente, in questa affermazione, un grave equivoco. Perché il desiderio del popolo, se fu espresso, lo fu quando – soprattutto per merito del grande S. Pio X – esso cominciò a scoprire gli autentici ed eterni tesori della sua liturgia. Il popolo non chiese assolutamente mai, onde meglio comprenderla, una liturgia mutata o mutilata. Chiese di meglio comprendere una liturgia immutabile e che mai avrebbe voluto si mutasse.
Il Messale Romano di San Pio V era religiosamente venerato e carissimo al cuore dei cattolici, sacerdoti e laici. Non si vede in che cosa l’uso di esso, con l’opportuna catechesi, potesse impedire una più piena partecipazione e una maggiore conoscenza della sacra liturgia e perché, con tanti eccelsi pregi che gli sono riconosciuti, non lo si sia stimato degno di continuare a nutrire la pietà liturgica del popolo cristiano.
Sostanzialmente rifiutata dal Sinodo Episcopale, quella stessa «messa normativa» oggi si ripresenta e si impone come Novus Ordo Missæ; il quale non è stato mai sottoposto al giudizio collegiale delle Conferenze; né è stata mai voluta dal popolo (e men che meno nelle missioni) una qualsiasi riforma della Santa Messa. Non si riesce dunque a comprendere i motivi della nuova legislazione, che sovverte una tradizione immutata nella Chiesa dal IV-V secolo, come la stessa Costituzione Missale Romanum riconosce. Non sussistendo dunque i motivi per appoggiare questa riforma, la riforma stessa appare priva di un fondamento razionale, che, giustificandola, la renda accettabile al popolo cattolico.
Il Concilio aveva espresso bensí, con il par. 50 della Costituzione Sacrosanctum Concilium, il desiderio che le varie parti della Messa fossero riordinate, «ut singularum partium propria ratio necnon mutua connexio clarius pateant». Vedremo subito come l’Ordo testé promulgato risponda a questi auspici, dei quali possiamo dire non resti, nel risultato, neppure la memoria.
Un esame particolareggiato del Novus Ordo rivela mutamenti di portata tale da giustificare per esso lo stesso giudizio dato per la «messa normativa». Quello, come questa, è tale da contentare, in molti punti, i protestanti più modernisti.
II
Cominciamo dalla definizione di Messa che si presenta al par. 7, vale a dire in apertura al secondo capitolo del Novus Ordo: «De structura Missæ».
«Cena dominica sive Missa est sacra synaxis seu congregatio populi Dei in unum convenientis, sacerdote præside, ad memoriale Domini celebrandum(2). Quare de sanctæ ecclesiæ locali congregatione eminenter valet promissio Christi “Ubi sunt duo vel tres congregati in nomine meo, ibi sum in medio eorum” (Mt. 18, 20)».
La definizione di Messa è dunque limitata a quella di «cena», il che è poi continuamente ripetuto (n. 8, 48, 55d, 56); tale «cena» è inoltre caratterizzata dalla assemblea, presieduta dal sacerdote, e dal compiersi il memoriale del Signore, ricordando quel che Egli fece il Giovedì Santo.
Tutto ciò non implica: né la Presenza Reale, né la realtà del Sacrificio, né la sacramentalità del sacerdote consacrante, né il valore intrinseco del Sacrificio eucaristico indipendentemente dalla presenza dell’assemblea (3). Non implica, in una parola, nessuno dei valori dogmatici essenziali della Messa e che ne costituiscono pertanto la vera definizione. Qui l’omissione volontaria equivale al loro «superamento», quindi, almeno in pratica, alla loro negazione (4).
Nella seconda parte dello stesso paragrafo si afferma – aggravando il già gravissimo equivoco – che vale «eminenter» per questa assemblea la promessa del Cristo: «Ubi sunt duo vel tres congregati in nomine meo, ibi sum in medio eorum» (Mt. 18, 20). Tale promessa, che riguarda soltanto la presenza spirituale del Cristo con la sua grazia, viene posta sullo stesso piano qualitativo, salvo la maggiore intensità, di quello sostanziale e fisico della presenza sacramentale eucaristica.
Segue immediatamente (n. 8) una suddivisione della Messa in liturgia della parola e liturgia eucaristica, con l’affermazione che nella Messa è preparata la mensa della parola di Dio come del Corpo di Cristo, affinché i fedeli «instituantur et reficiantur»: assimilazione paritetica del tutto illegittima delle due parti della liturgia, quasi tra due segni di eguale valore simbolico, sulla quale torneremo piú tardi.
Di denominazioni della Messa ve ne sono innumerevoli: tutte accettabili relativamente, tutte da respingere se usate, come lo sono, separatamente e in assoluto. Ne citiamo alcune: Actio Christi et populi Dei, Cena dominica sive Missa, Convivium Paschale, Communis participatio mensæ Domini, Memoriale Domini, Precatio Eucharistica, Liturgia verbi et liturgia eucharistica, ecc.
Come è fin troppo evidente, l’accento è posto ossessivamente sulla cena e sul memoriale anziché sulla rinnovazione incruenta del Sacrificio del Calvario. Anche la formula «Memoriale Passionis et Resurrectionis Domini»  è inesatta, essendo la Messa il memoriale del solo Sacrificio, che è redentivo in sé stesso, mentre la Resurrezione ne è il frutto conseguente(5). Vedremo piú avanti con quale coerenza, nella stessa formula consacratoria e in generale in tutto il Novus Ordo, tali equivoci siano rinnovati e ribaditi.
III

E veniamo alle finalità della Messa.

  • Finalità ultima.
È il sacrificio di lode alla Santissima Trinità, secondo l’esplicita dichiarazione di Cristo nella intenzione primordiale della sua stessa Incarnazione: «Ingrediens mundum dicit: “Hostiam et oblationem noluisti: corpus autem aptasti mihi”» (Ps. XL, 7-9, in: Hebr. 10, 5).
      Questa finalità è scomparsa:
      • dall’Offertorio, con la preghiera Suscipe, Sancta Trinitas,
      • dalla conclusione della Messa con il placeat tibi, Sancta Trinitas,
      • e dal Prefazio, che nel ciclo domenicale non sara più quello della Santissima Trinità, riservato ora alla sola festa e che quindi sarà pronunziato una sola volta l’anno.
    1. Finalità ordinaria. È il Sacrificio propiziatorio. Anch’essa è deviata, perché anziché mettere l’accento sulla remissione dei peccati dei vivi e dei morti lo si mette sulla nutrizione e santificazione dei presenti (n. 54). Certo Cristo istituì il Sacramento nell’ultima Cena e si pose in stato di vittima per unirci al suo stato vittimale; questo però precede la manducazione e ha un antecedente e pieno valore redentivo, applicativo della immolazione cruenta, tanto è vero che il popolo assistendo alla Messa non è tenuto a comunicarsi sacramentalmente (6)
    2. Finalità immanente.
Qualunque sia la natura del sacrificio è essenziale che sia gradito a Dio e da lui accettabile ed accettato. Nello stato di peccato originale nessun sacrificio avrebbe diritto di essere accettabile. Il solo sacrificio che ha diritto di essere accettato è quello di Cristo. Nel Novus Ordo si snatura l’offerta in una specie di scambio di doni tra l’uomo e Dio; l’uomo porta il pane e Dio lo cambia in «pane di vita»; l’uomo porta il vino e Dio lo cambia in «bevanda spirituale»: «Benedictus es, Domine, Deus universi, quia de tua largitate accepimus panem (o: vinum) quem tibi offerimus, fructum terræ (o: vitis) et manuum hominum, ex quo nobis fiet panis vitæ (o: potus spiritualis)»  (7).
Superfluo notare l’assoluta indeterminatezza delle due formule «panis vitæ» e «potus spiritualis», che possono significare qualunque cosa. Ritroviamo qui l’identico e capitale equivoco della definizione della Messa: là il Cristo presente solo spiritualmente tra i suoi; qui pane e vino «spiritualmente» (e non sostanzialmente) mutati  (8).

Nella preparazione dell’offerta, un consimile gioco di equivoci è attuato con la soppressione delle due stupende preghiere. Il «Deus, qui humanæ substantiæ dignitatem mirabiliter condidisti et mirabilius reformasti», era un richiamo all’antica condizione di innocenza dell’uomo e alla sua attuale condizione di riscattato dal sangue di Cristo: ricapitolazione discreta e rapida di tutta l’economia del Sacrificio, da Adamo all’attimo presente. La finale offerta propiziatoria del calice, affinché ascendesse «cum odore suavitatis» al cospetto della maestà divina, di cui si implorava la clemenza, ribadiva mirabilmente questa economia. Sopprimendo il continuo riferimento a Dio della prece eucaristica, non vi è più distinzione alcuna tra sacrificio divino e umano.Eliminando la chiave di volta bisogna costruire delle impalcature; sopprimendo le finalità reali se ne devono inventare di fittizie. Ed ecco i gesti che dovrebbero sottolineare l’unione tra sacerdote e fedeli, tra fedeli e fedeli; ecco la sovrapposizione, che immediatamente crollerà nel ridicolo, delle offerte per i poveri e per la chiesa all’offerta dell’Ostia da immolare. L’unicità primordiale di questa verrà del tutto obliterata: la partecipazione all’immolazione della Vittima diverrà una riunione di filantropi e un banchetto di beneficenza.

IV

Passiamo all’essenza del Sacrificio.

Il mistero della Croce non vi è piú espresso esplicitamente, ma in modo oscuro, velato, impercepibile dal popolo (9). Eccone le ragioni:
  1. Il senso dato nel Novus Ordo alla cosiddetta «Prex eucharistica» è: «ut tota congregatio fidelium se cum Christo coniungat in confessione magnalium Dei et in oblatione sacrificii». (n. 54, fine).
    Di quale sacrificio si tratta? Chi è l’offerente? Nessuna risposta a questi interrogativi.
    La definizione in limine della «Prex eucharistica» è questa: «Nunc centrum et culmen totius celebrationis initium habet, ipsa nempe Prex eucharistica, prex scilicet gratiarum actionis et sanctificationis» (n. 54, pr.).
    Gli effetti sono dunque sostituiti alle cause, di cui non si dice una sola parola. La menzione esplicita del fine dell’offerta, che era nel Suscipe, non è sostituita da nulla. Il mutamento di formulazione rivela il mutamento di dottrina.
  2. La causa di questa non-esplicitazione del Sacrificio è, né piú né meno, la soppressione del ruolo centrale della Presenza Reale, così lampante prima nella liturgia eucaristica. Ve ne è una sola menzione – unica citazione, in nota, dal Concilio di Trento – ed è quella che si riferisce alla Presenza Reale come nutrimento (n. 241, nota 63). Alla Presenza Reale e permanente di Cristo in Corpo, Sangue, Anima e Divinità nelle Specie transustanziate non si allude mai. La stessa parola transustanziazione è totalmente ignorata.
    La soppressione della invocazione alla terza Persona della SS.ma Trinità (Veni sanctificator), onde scendesse sopra le oblate come già discese nel grembo della Vergine a compiervi il miracolo della Divina Presenza, si inserisce in questo sistema di tacite negazioni, di degradazioni a catena della Presenza Reale.
    L’eliminazione poi:
  • delle genuflessioni (non ne restano che tre del sacerdote e una, con eccezioni, del popolo, alla      Consacrazione);
  • della purificazione delle dita del sacerdote nel calice;
  • della preservazione delle stesse dita da ogni contatto profano dopo la Consacrazione;
  • della purificazione dei vasi, che può essere non immediata, e non fatta sul corporale;
  • della palla a protezione del calice;
  • della doratura interna dei vasi sacri;
  • della consacrazione dell’altare mobile;
  • della pietra sacra e delle reliquie nell’altare mobile e sulla «mensa», quando la celebrazione non avvenga in luogo sacro (la distinzione ci porta diritti alle «cene eucaristiche» in case private);
  • delle tre tovaglie d’altare, ridotte a una sola;
  • del ringraziamento in ginocchio (sostituito da un grottesco ringraziamento di preti e fedeli seduti, in cui la Comunione in piedi ha il suo aberrante compimento);
  • di tutte le antiche prescrizioni nel caso di caduta dell’Ostia consacrata, ridotte a un quasi sarcastico «reverenter accipiatur» (n. 239);

tutto ciò non fa che ribadire in modo oltraggioso l’implicito ripudio della fede nel dogma della Presenza Reale.

  1. La funzione assegnata all’altare (n. 262).
    L’altare è quasi costantemente chiamato mensa (10). «Altare, seu mensa dominica, quæ centrum est totius liturgiæ eucharisticæ» n. 49, (cfr. 262). Si specifica che l’altare deve essere staccato dalle pareti perché vi si possa girare intorno e la celebrazione possa farsi verso il popolo (n. 262); si precisa che esso deve essere il centro della congregazione dei fedeli cosí che l’attenzione si volga spontaneamente ad esso (ibid.).
    Ma il confronto fra i nn. 262 e 276 sembra escludere nettamente che il SS.mo Sacramento possa essere conservato su questo altare. Ciò segnerà una dicotomia irreparabile tra la presenza, nel celebrante, del Sommo ed Eterno Sacerdote e quella stessa Presenza realizzata sacramentalmente. Prima esse erano un’unica presenza (11).
    Ora si raccomanda di conservare il SS.mo in un luogo appartato, ove possa esplicarsi la devozione privata dei fedeli, quasi si trattasse di una qualsiasi reliquia, sicché entrando in chiesa non sarà più il Tabernacolo ad attirare immediatamente gli sguardi ma una mensa spoglia e nuda. Si oppone ancora una volta pietà privata a pietà liturgica, si drizza altare contro altare.
    Nella raccomandazione insistente di distribuire nella comunione le Specie Consacrate nella stessa Messa, anzi di consacrare un pane di grandi dimensioni (12), così che il sacerdote possa dividerlo con una parte almeno dei fedeli, è ribadito lo sprezzante atteggiamento verso il Tabernacolo come verso tutta la pietà eucaristica fuori della Messa: altro strappo violento alla fede nella Presenza Reale sinché durino le Specie consacrate (13).
  2. Le formule consacratorie.
    L’antica formula della Consacrazione era una formula propriamente sacramentale, e non narrativa, indicata soprattutto da tre cose:
    1. il testo della Scrittura, non ripreso alla lettera; l’inserto paolino «mysterium fidei» era una confessione immediata di fede del sacerdote nel mistero realizzato dalla Chiesa per mezzo del suo sacerdozio gerarchico;
    2. la punteggiatura e il carattere tipografico; vale a dire il punto fermo e daccapo, che segnava il passaggio dal modo narrativo al modo sacramentale e affermativo, e le parole sacramentali in carattere piú grande, al centro della pagina e spesso di diverso colore, nettamente staccate dal contesto storico. Il tutto dava sapientemente alla formula un valore proprio, un valore autonomo;
    3. l’anamnesi («Haec quotiescumque feceritis in mei memoriam facietis», che in greco suona: «eis ten emou anamnesin» – «volti alla mia memoria»). Essa si riferiva al Cristo operante e non alla semplice memoria di lui o dell’evento: un invito a ricordare ciò che Egli fece («hæc… in mei memoriam facietis») e come Egli lo fece, e non soltanto la sua persona o la cena.
      La formula paolina oggi sostituita all’antica («Hoc facite in meam commemorationem») – proclamata come sarà quotidianamente nelle lingue volgari – sposterà irrimediabilmente, nella mente degli ascoltatori, l’accento sulla memoria del Cristo come termine dell’azione eucaristica, mentre essa ne è il principio. L’idea finale di commemorazione prenderà ben presto il posto dell’idea di azione sacramentale (14).
      Il modo narrativo è ora sottolineato dalla formula: «narratio institutionis» (n. 55d), e ribadito dalla definizione della anamnesi, dove si dice che «Ecclesia memoriam ipsius Christi agit» (n. 55c).
      In breve: la teoria proposta per l’epiclesi, la modificazione delle parole della Consacrazione e dell’anamnesi, hanno come effetto di modificare il modus significandi delle parole della Consacrazione. Le formule consacratorie sono ora pronunciate dal sacerdote come costituenti una narrazione storica e non più enunciate come esprimenti un giudizio categorico e affermativo proferito da Colui nella cui persona egli agisce: «Hoc est Corpus meum» (e non: «Hoc est Corpus Christi») (15).
      L’acclamazione, poi, assegnata al popolo subito dopo la Consacrazione: («Mortem tuam annuntiamus, Domine, etc.… donec venias») introduce, travestita di escatologismo, l’ennesima ambiguità sulla Presenza Reale. Si proclama, senza soluzione di continuità, l’attesa della venuta seconda del Cristo alla fine dei tempi proprio nel momento in cui Egli è sostanzialmente presente sull’altare: quasi che quella, e non questa, fosse la vera venuta.
      Ciò è ancor piú accentuato nella formula di acclamazione facoltativa n. 2 (Appendix): «Quotiescumque manducamus panem hunc, et calicem bibimus, mortem tuam annuntiamus, Domine, donec venias»; dove le diverse realtà di immolazione e manducazione, e quelle di Presenza Reale e secondo avvento del Cristo, raggiungono il massimo di ambiguità (16).
V

Veniamo ora alla realizzazione del Sacrificio.
I quattro elementi di esso erano, nell’ordine:

  1. il Cristo.
  2. il sacerdote;
  3. la Chiesa;
  4. i fedeli.

1) Nel Novus Ordo, la posizione attribuita ai fedeli è autonoma (ab-soluta), quindi totalmente falsa: dalla definizione iniziale: «Missa est sacra synaxis seu congregatio populi», al saluto del sacerdote al popolo, che esprimerebbe alla comunità riunita la «presenza» del Signore (n. 28): «Qua salutatione et populi responsione manifestatur ecclesiæ congregatæ mysterium».

Dunque vera presenza di Cristo, ma solo spirituale, e mistero della Chiesa, ma come pura assemblea che manifesta e sollecita tale presenza.
Ciò si ripete ovunque:

  • il carattere comunitario della Messa ossessivamente ribadito (nn. 74-152);
  • l’inaudita distinzione tra «Missa cum populo» e «Missa sine populo» (nn. 203-231);
  • la definizione della «oratio universalis seu fidelium» (n. 45), ove si sottolinea ancora una volta l’«ufficio sacerdotale» del popolo («populus sui sacerdotii munus exercens») presentato in modo equivoco perché ne viene taciuta la subordinazione a quello del sacerdote; tanto più che questi si fa interprete, nella sua qualità di mediatore consacrato, di tutte le intenzioni del popolo nel Te igitur e nei due Memento.
Nella «Prex eucharistica III» («Vere sanctus», p. 123) è addirittura detto al Signore: «populum tibi congregare non desinis, ut a solis ortu usque ad occasum oblatio munda offeratur nomini tuo»: ove l’affinché fa pensare che l’elemento indispensabile alla celebrazione sia il popolo anziché il sacerdote; e poiché non è precisato neppure qui chi sia l’offerente (17) il popolo stesso appare investito di poteri sacerdotali autonomi.
Di questo passo non stupirebbe l’autorizzazione al popolo, tra qualche tempo, di congiungersi al sacerdote nella pronuncia delle formule consacratorie (ciò che del resto sembra già accada, qua e là).

2) La posizione del sacerdote è minimizzata, alterata, falsata.

Prima in funzione del popolo di cui egli è caratterizzato per lo piú come mero presidente o fratello anziché come ministro consacrato che celebra in persona Christi.
Poi in funzione della Chiesa come un «quidam de populo». Nella definizione della epiclesi (n. 55c) le invocazioni sono attribuite anonimamente alla Chiesa: il ruolo del sacerdote è dissolto.
Nel Confiteor divenuto collettivo egli non è piú giudice, testimone e intercessore presso Dio; è logico dunque che non gli sia piú dato di impartire l’assoluzione, che è stata infatti soppressa. Egli è «integrato» ai fratres. Persino il chierichetto lo chiama così nel Confiteor della «Missa sine populo».
Già prima di quest’ultima riforma era stata soppressa la significativa distinzione tra la Comunione del sacerdote – il momento in cui, per così dire, il Sommo ed Eterno Sacerdote e colui che agiva in sua persona si fondevano in intimissima unione (nella quale era il compimento del Sacrificio) – e quella dei fedeli.

Non piú una parola ormai sul suo potere di sacrificatore, sul suo atto consacratorio, sulla realizzazione per suo mezzo della Presenza eucaristica. Egli appare nulla più che un ministro protestante.

La sparizione o l’uso facoltativo di molti paramenti (in certi casi alba e stola bastano – n. 298) vanificano ancor piú l’originale conformazione al Cristo: il sacerdote non è più rivestito di tutte le virtù di Lui; egli è un semplice «graduato» che uno o due segni distinguono appena dalla massa (18): («un po’ più uomo degli altri» per citare la formula involontariamente umoristica di un moderno predicatore[19]).
Di nuovo, come nella opposizione degli altari, si separa ciò che Dio ha unito: l’unico Sacerdozio del Verbo di Dio.

3) Infine la posizione della Chiesa di fronte al Cristo.

In un solo caso, quello della «Missa sine populo» ci si degna di ammettere che la Messa è «Actio Christi et Ecclesiæ» (n. 4, cfr. Presb. Ord. n. 13), mentre nel caso della «Missa cum populo» non si accenna che allo scopo di «far memoria di Cristo» e santificare i presenti. «Presbyter celebrans… populum… sibi sociat in offerendo sacrificio per Christum in Spiritu Sancto Deo Patri» (n. 60), anziché associare il popolo a Cristo che offre sé stesso «per Spiritum Sanctum Deo Patri».

S’inseriscono in questo contesto:

  • la gravissima omissione delle clausole «Per Christum Dominum nostrum», garanzia di esaudimento data alla Chiesa di tutti i tempi (Io. 14, 13-14,. 15, 16; 16, 23-24);
  • l’ossessivo «paschalismo»: quasi che la comunicazione della grazia non presentasse altri aspetti altrettanto importanti;
  • l’escatologismo dubbio e maniaco, in cui la comunicazione di una realtà, la grazia, che è permanente ed eterna, è ricondotta  alla dimensione del tempo: popolo in marcia, chiesa peregrinante – non più militante, si badi, contro la Potestas tenebrarum – verso un futuro che non è più vincolato all’eterno (quindi anche all’eterno presente) ma a un vero e proprio avvenire temporale.

La Chiesa – Una, Santa, Cattolica, Apostolica – è umiliata come tale nella formula che, nella «Prex eucharistica IV», ha sostituito la preghiera del Canone romano «pro omnibus orthodoxis atque catholicæ et apostolicæ fidei cultoribus». Ora essi sono, né piú né meno: «omnium qui te quærunt corde sincero».

Cosí, nel Memento dei morti, questi non sono piú trapassati «cum signo fidei et dormiunt in somno pacis» ma semplicemente «obierunt in pace Christi tui»; ad essi si aggiunge, con nuovo e patente scapito del concetto di unitarietà e visibilità, la turba di «omnium defunctorum quorum fidem tu solus cognovisti».
In nessuna delle tre nuove preci, poi, vi è il minimo cenno, come già si è detto, allo stato di sofferenza dei trapassati, in nessuna la possibilità di un Memento particolare: il che, ancora una volta, snerva la fede nella natura propiziatoria e redentiva del Sacrificio (20).

Omissioni dissacranti avviliscono ovunque il Mistero della Chiesa.

Esso è misconosciuto innanzi tutto come gerarchia sacra: Angeli e Santi sono ridotti all’anonimato nella seconda parte del Confiteor collettivo: sono scomparsi come testimoni e giudici, nella persona di Michele, dalla prima (21).

  • Scomparse anche le varie Gerarchie Angeliche (e ciò è senza precedenti) dal nuovo Prefazio della «Prex II».
  • Soppressa nel Communicantes la memoria dei Pontefici e dei Santi Martiri su cui la Chiesa di Roma è fondata, che furono senza dubbio i trasmettitori delle tradizioni apostoliche e le completarono in ciò che divenne, con S. Gregorio, la Messa romana.
  • Soppressa, nel Libera nos, la menzione della B. Vergine, degli Apostoli e di tutti i Santi: la sua e loro intercessione non è quindi più chiesta neppure nel momento del pericolo.
  • L’unità della Chiesa è compromessa fino all’intollerabile omissione, nell’intero Ordo, comprese le tre nuove «Preces» (e con la sola eccezione del Communicantes del Canone romano), dei nomi degli Apostoli Pietro e Paolo, fondatori della Chiesa di Roma, nonché dei nomi degli altri Apostoli, fondamento e segno della Chiesa unica e universale.
  • Chiaro attentato al dogma della Comunione dei Santi: la soppressione, quando il sacerdote celebri senza inserviente, di tutte le salutationes e della benedizione finale; dell’Ite Missa est (22), poi, persino nella messa celebrata con l’inserviente.
  • Il doppio Confiteor mostrava come il prete, in veste di ministro di Cristo e in profonda inclinazione, riconoscendosi indegno dell’alta missione, del «tremendum mysterium» che andava a celebrare, e addirittura (nell’Aufer a nobis) di entrare nel Santo dei Santi, invocava ad intercessione (nell’Oramus te, Domine) i meriti dei martiri di cui l’altare racchiudeva le reliquie. Entrambe le preghiere sono state soppresse. Vale qui ciò che già è stato detto per il doppio Confiteor e la doppia Comunione.
  • Sono profanate le condizioni del Sacrificio come segno di una cosa sacra: vedi ad esempio la celebrazione fuori del luogo sacro nel qual caso l’altare può essere sostituito da una semplice «mensa» senza pietra consacrata né reliquie, con una sola tovaglia (nn. 260, 265). Anche qui vale quanto già detto a proposito della Presenza Reale: dissociazione del «convivium» e sacrificio della cena, dalla stessa Presenza Reale.

La desacralizzazione è perfezionata grazie alle nuove, grottesche modalità dell’offerta;

  • l’accenno al pane anziché all’azimo;
  • la facoltà, data persino ai chierichetti (nonché ai laici nella comunione sub utraque specie) di toccare i vasi sacri (n. 244d);
  • la inverosimile atmosfera che si creerà nella chiesa ove si alterneranno senza tregua sacerdote, diacono, suddiacono, salmista, commentatore (il sacerdote stesso par divenuto tale, continuamente incoraggiato com’è a «spiegare» ciò che sta per compiere), lettori (uomini e donne) chierici o laici che accolgono i fedeli alla porta e li accompagnano ai loro posti, fanno la colletta, portano e smistano offerte;
  • e, in tanto delirio scritturistico, la presenza antiveterotestamentaria, antipaolina della «mulier idonea» che, per la prima volta nella tradizione della Chiesa, sarà autorizzata a leggere le lezioni e adempiere anche ad altri «ministeria quae extra presbyterium peraguntur» (n. 70).
  • Infine la mania concelebratoria, che finirà di distruggere la pietà eucaristica del sacerdote e di obnubilare la figura centrale del Cristo, unico Sacerdote e Vittima, e dissolverla nella presenza collettiva dei concelebranti (23).
VI
Ci siamo limitati ad un sommario esame del Novus Ordo, nelle sue deviazioni più gravi dalla teologia della Messa cattolica. Le osservazioni fatte sono soltanto quelle che hanno un carattere tipico. Una valutazione completa delle insidie, dei pericoli, degli elementi spiritualmente e psicologicamente distruttivi che il documento contiene, sia nei testi come nelle rubriche e nelle istruzioni, richiederebbe ben altra mole di lavoro.
Poiché furono criticati ripetutamente e autorevolmente nella loro forma e sostanza, abbiamo sorvolato sui nuovi canoni, di cui il secondo(24) ha immediatamente scandalizzato i fedeli per la sua brevità. Di esso si è potuto scrivere, tra molte altre cose, che può essere celebrato in piena tranquillità di coscienza da un prete che non creda più né alla transustanziazione né alla natura sacrificale della Messa, e che quindi si presterebbe benissimo anche alla celebrazione da parte di un ministro protestante.
Il nuovo Messale fu presentato a Roma come «ampio materiale pastorale», «testo più pastorale che giuridico» su cui le Conferenze Episcopali avrebbero potuto operare secondo le circostanze e il genio dei vari popoli. Del resto, la I sezione della nuova Congregazione per il Culto Divino sarà responsabile «dell’edizione e della costante revisione dei libri liturgici».

Scrive l’ultimo bollettino ufficiale degli Istituti Liturgici di Germania, Svizzera, Austria (25):

«i testi latini dovranno ora esser tradotti nelle lingue dei vari popoli; lo stile “romano” dovrà essere adattato all’individualità delle Chiese locali; ciò che fu concepito al di fuori del tempo deve essere trasposto nel mutevole contesto di situazioni concrete, nel flusso costante della Chiesa universale e delle sue miriadi di congregazioni».
La Costituzione Apostolica stessa dà il colpo di grazia alla lingua universale (in contrasto con la volontà espressa nel Concilio Vaticano II) affermando senza equivoci che «in tot varietate linguarum una (?) eademque cunctorum precatio… quovis ture fragrantior ascendat».
La morte del latino è data dunque per scontata; quella del gregoriano, che pure il Concilio riconobbe «liturgiæ romanæ proprium» (Sacros. Conc. n. 116), ordinando che «principem locum obtineat» (ibid.), ne consegue logicamente, con la libera scelta, tra l’altro, dei testi dell’Introito e del Graduale.
Il nuovo rito è dato quindi in partenza come pluralistico e sperimentale, legato al tempo e al luogo.

Spezzata così per sempre l’unità di culto, in che cosa consisterà ormai quell’unità di fede che ne conseguiva e di cui sempre si parla come della sostanza da difendere senza compromissioni?
È evidente che il Novus Ordo non vuole più rappresentare la fede di Trento.
A questa fede, nondimeno, la coscienza cattolica è vincolata in eterno.

Il vero cattolico è dunque posto, dalla promulgazione del Novus Ordo, in una tragica necessità di opzione.
VII
La Costituzione accenna esplicitamente a una ricchezza di pietà e di dottrina mutuata nel Novus Ordo dalle Chiese di Oriente. Il risultato appare tale da respingere inorridito il fedele di rito orientale, tanto lo spirito ne è, più che remoto, addirittura opposto.

A che si riducono queste scelte ecumeniche?
In sostanza

  • alla molteplicità delle anafore (non certo alla loro bellezza e complessità),
  • alla presenza del diacono e alla comunione sub utraque specie.
Per contro, pare si sia voluto eliminare deliberatamente tutto quanto, nella liturgia romana, era più prossimo all’orientale(26) e, rinnegando l’inconfondibile ed immemorabile carattere romano, abdicare a ciò che più gli era proprio e spiritualmente prezioso. Lo si è sostituito con elementi che soltanto a certi riti riformati (e nemmeno a quelli piú prossimi al cattolicesimo) lo avvicinano degradandolo, mentre vieppiù ne allontaneranno l’Oriente, come l’hanno già allontanato le ultime riforme.
In compenso, esso piacerà sommamente a tutti quei gruppi, vicini alla apostasia, che devastano la Chiesa inquinandone l’organismo, intaccandone l’unità dottrinale, liturgica, morale e disciplinare in una crisi spirituale senza precedenti.
VIII
S. Pio V curò l’edizione del Missale romanum affinché (come la stessa Costituzione ricorda) fosse strumento di unità tra i cattolici. In conformità alle prescrizioni del Concilio Tridentino esso doveva escludere ogni pericolo, nel culto, di errori contro la fede, insidiata allora dalla Riforma protestante.

Cosí gravi erano i motivi del Santo Pontefice che mai come in questo caso appare giustificata, quasi profetica, la sacra formula che chiude la Bolla di promulgazione del suo Messale:

«Si quis autem hoc attentare praesumpserit, indignationem Omnipotenti Dei ac beatorum Petri et Pauli Apostolorum eius se noverit incursurum» (Quo primum, 19 luglio 1570)(27).

Si è avuto l’ardire di affermare, presentando ufficialmente il Novus Ordo alla Sala Stampa del Vaticano, che le ragioni del Tridentino non sussistono piú. Non solo esse sussistono ancora, ma ne esistono oggi, non esitiamo a dirlo, di infinitamente piú gravi. Proprio facendo fronte alle insidie che minacciavano di secolo in secolo la purezza del deposito ricevuto («depositum custodi, devitans profanas vocum novitates», I Tim. 6, 20), la Chiesa dovette erigergli intorno le difese ispirate delle sue definizioni dogmatiche e dei suoi pronunciamenti dottrinali. Essi ebbero ripercussione immediata nel culto, che divenne il monumento più completo della sua fede.
Volere ad ogni costo riportare questo culto all’antico, rifacendo freddamente, in vitro, quel che in antico ebbe la grazia della spontaneità primigenia, secondo quell’«insano archeologismo» cosí tempestivamente e lucidamente condannato da Pio XII (28), significa – come purtroppo si è visto – smantellarlo di tutte le sue difese teologiche oltre che di tutte le bellezze accumulate nei secoli(29), e proprio in uno dei momenti più critici, forse il più critico che la storia della Chiesa ricordi.
Oggi, non più all’esterno, ma all’interno stesso della cattolicità l’esistenza di divisioni e scismi è ufficialmente riconosciuta(30); l’unità della Chiesa è non più soltanto minacciata ma già tragicamente compromessa(31) e gli errori contro la fede s’impongono, più che insinuarsi, attraverso abusi ed aberrazioni liturgiche ugualmente riconosciute(32).
L’abbandono di una tradizione liturgica che fu per quattro secoli segno e pegno di unità di culto (per sostituirla con un’altra, che non potrà non essere segno di divisione per le licenze innumerevoli che implicitamente autorizza, e che pullula essa stessa di insinuazioni o di errori palesi contro la purezza della fede cattolica) appare, volendo definirlo nel modo piú mite, un incalcolabile errore.

Corpus Domini 1969

(1) – «Le preghiere del nostro Canone si trovano nel trattato De Sacramentis (fine del IV-V secolo) … La nostra Messa risale, senza mutamento essenziale, all’epoca in cui si sviluppava per la prima volta dalla piú antica liturgia comune.

Essa serba ancora il profumo di quella liturgia primitiva, nei giorni in cui Cesare governava il mondo e sperava di poter spegnere la fede cristiana; i giorni in cui i nostri padri si riunivano avanti l’aurora per cantare un inno a Cristo come a loro Dio [cfr. Pl. jr., Ep. 96] …
Non vi è, in tutta la cristianità, rito altrettanto venerabile quanto la Messa romana» (A. Fortescue). «Il Canone romano risale, tale e quale è oggi, a San Gregorio Magno. Non vi è, in Oriente come in Occidente, nessuna preghiera eucaristica che, rimasta in uso fino ai nostri giorni, possa vantare una tale antichità! Agli occhi non solo degli ortodossi, ma degli anglicani e persino dei protestanti che hanno ancora in qualche misura il senso della tradizione, gettarlo a mare equivarrebbe, da parte della Chiesa Romana, a rinnegare ogni pretesa di rappresentare mai più la vera Chiesa Cattolica » (P. Louis Bouyer).
(2) – In nota, per una tale definizione, si rimanda a due testi del Concilio Vaticano II. Ma a leggere quei due testi non si trova nulla che giustifichi tale definizione. Il primo testo (decreto Presbyterorum Ordinis, n. 5) suona cosí: « …I presbiteri sono consacrati a Dio mediante il ministero del vescovo, in modo che… nelle sacre celebrazioni agiscano come ministri di Colui che ininterrottamente esercita la funzione sacerdotale in favore nostro nella Liturgia… E soprattutto con la celebrazione della Messa offrono sacramentalmente il Sacrificio di Cristo».
Ed ecco l’altro testo cui si rimanda (Costituzione Sacrosanctum Concilium, n. 33): «Nella Liturgia Dio parla al suo popolo. Cristo annunzia ancora il suo Vangelo. Il popolo a sua volta risponde a Dio con i canti e con la preghiera. Anzi, le  preghiere rivolte a Dio dal sacerdote che presiede l’assemblea nella persona di Cristo vengono dette a nome di tutto il popolo santo e di tutti gli astanti».

Non si spiega come da tali testi si sia potuto trarre la suddetta definizione.

Notiamo poi l’alterazione radicale, in questa definizione della Messa, di quella del Vaticano II (Presbyterorum Ordinis, 1254): «Est ergo Eucharistica Synaxis centrum congregationis fidelium…». Fatto sparire fraudolentemente il centrum, nel Novus Ordo la congregatio stessa ne ha usurpato il posto.
(3) – Cosí il Tridentino sancisce la Presenza Reale: «Principio docet Sancta Synodus et aperte et simpliciter profitetur in almo Sanctæ Eucharestiæ sacramento post panis et vini consacrationem Dominum nostrum Iesum Christum verum Deum atque hominem vere, realiter ac substantialiter [can. 1] sub specie illarum rerum sensibilium contineri». (DB, 874). Nella Sessione XXII, che ci interessa qui direttamente (De sanctissimo Missæ Sacrificio), la dottrina sancita (DB, nn. 937a fino a 956) e chiaramente sintetizzata in nove canoni:
1. La Messa è vero, visibile sacrificio – non simbolica rappresentazione – «quo cruentum illud semel in cruce peragendum repræsentaretur atque illius salutaris virtus in remissionem eorum, quæ a nobis quotidie committuntur peccatorum applicaretur» (DB, 938).
2. Gesú Cristo Nostro Signore «sacerdotem secundum ordinem Mechisedech se in æternum [Ps. 109, 4] constitutum declarans, corpus et sanguinem suum sub specibus panis et vini Deo Patri obtulit ac sub earundem rerum symbolis Apostolis (quos tunc Novi Testamenti sacerdotes constituebat), ut sumerent, tradidit, et eisdem eorumque in sacerdotio successoribus, ut offerent, præcepit per hæc verba: “Hoc facite in meam commemorationem” [Lc. 22, 19; I Cor. 11, 24] uti semper catholica Ecclesia intellexit et docuit». (DB, ibid.).
Il celebrante, l’offerente, il sacrificatore è il sacerdote, a ciò consacrato, non il popolo di Dio, l’assemblea. «Si quis dixerit, illis verbis: “Hoc facite” etc. Christum non instituisse Apostolos sacerdotes, aut non ordinasse, ut ipsi aliique sacerdotes offerent corpus et sanguinem suum: anathema sit» (Can. 2; DB, 949).
3. Il Sacrificio della Messa è un vero sacrificio propiziatorio e NON una «nuda commemorazione del sacrificio compiuto sulla croce». «Si quis dixerit; Missæ sacrificium tantum esse laudis et gratiarum actiones aut nudam commemorationem sacrificii in cruce peracti, non autem propitiatorium; vel soli prodesse sumenti, neque pro vivis et defunctis, pro peccatis, pœnis, satisfactionibus et aliis necessitatibus offeri debere, a.s.» (Can. 3; DB, 950).
Si ricorda inoltre il can. 6: «Si quis dixerit Canon Missæ errores continere ideoque abrogandum esse, a.s.»; (DB, 953) e il canone 8: «Si quis dixerit Missæ, in quibus solus sacerdos sacramentaliter communicat, illicitas esse, ideoque abrogandas, a.s.» (DB, 955).
(4) – Ora è superfluo asserire che, se venisse negato un solo dogma definito, crollerebbero ipso facto tutti i dogmi, in quanto crollerebbe il principio stesso della infallibilità del supremo solenne Magistero Gerarchico, papale o conciliare che sia.
(5) – Si dovrebbe aggiungere anche l’Ascensione ove si volesse riprendere l’Unde et memores, che d’altronde non accomuna ma nettamente e finemente distingue: …«tam beatæ Passioni, nec non ab inferis Resurrectionis, sed et in cœlum gloriosæ Ascensionis».
(6) – Tale spostamento di accento è riscontrabile anche nella sorprendente eliminazione, nei tre nuovi canoni, del Memento dei morti e della menzione della sofferenza delle anime purganti, alle quali il Sacrificio satisfattorio era applicato.
(7) – Cfr. Mysterium Fidei, ove Paolo VI condanna sia gli errori del simbolismo che le nuove teorie della «transignificazione» e «transfinalizzazione». «…aut ratione signi… ita instare quasi symbolismus, qui nullo diffitente sanctissimæ Eucharistiæ certissime inest, totam exprimat et exhauriat rationem presentiæ Christi in hoc Sacramento… aut de transubstantiationis mysterio disserere quin de mirabili conversione totius substantiæ panis in corpus et totius substantiæ vini in sanguinem Christi, de qua lonquitur Concilium Tridentinum, mentio fiat, ita ut in sola “transignificatione” et “transfinalizatione”, ut aiunt, consistant» (A.A.S. LVII, 1965, p. 755).
(8) – L’introduzione di nuove formule, o di espressioni che, pur ricorrendo nei testi dei Padri e dei Concili e nei documenti del Magistero, vengono usate in senso univoco, non subordinato alla dottrina sostanziale con cui formano una inscindibile unità (p. es. «spiritualis alimonia», «cibus spiritualis», «potus spiritualis», ecc.) è ampiamente denunciata e condannata nella Mysterium Fidei. Paolo VI premette che: «servata Fidei integritate, aptus quoque modus loquendi servetur oportet, ne indisciplinatis verbis utentibus nobis falsæ, quod absit, de Fide altissimarum rerum suboriantur opiniones»; cita Sant’Agostino: «Nobis tamen ad certam regulam loqui fas est, ne verborum licentia etiam de rebus, quæ significantur impiam gignant opinionem» (De Civ. Dei, X, 23. PL, 41, 300); continua: «Regula ergo loquendi, quem Ecclesia longo sæculorum labore non sine Spiritus Sancti munimine induxit et Conciliorum auctoritate firmavit, quæque non semel tessera et vexillum Fidei orthodoxæ facta est, sancte servetur, neque eam quisquam pro lubitu vel prætextu novæ scientiæ immutare præsumat… Eodem modo ferendus non est quisquis formulis, quibus Concilium Tridentinum Mysterium Eucharisticum ad credendum proposuit, suo marte derogare velit» (A. A. S. LVII, 1965, p. 758).

(9) – In netta contraddizione con quanto prescrive (Sacros. Conc., n. 48) il Vaticano II.

(10) – Una volta (n. 259) è riconosciuta la sua funzione primaria: «Altare, in quo sacrificium crucis sub signis sacramentalibus præsens efficitur». Non sembra molto per eliminare gli equivoci dell’altra costante denominazione.
(11) – «Separare il Tabernacolo dall’altare equivale a separare due cose che in forza della loro natura debbono restare unite» (Pio XII, Allocuzione al Congresso Internazionale di Liturgia, Assisi – Roma 18-23 settembre 1956). Cfr. anche Mediator Dei, I, 5.
(12) – Raramente è usata, nel Novus Ordo, la parola «hostia», tradizionale nei libri liturgici con il suo preciso significato di «vittima». Ciò rientra nel sistema inteso a mettere in evidenza esclusivamente gli aspetti di «cena» e di «cibo».
(13) – Per il consueto fenomeno di sostituzione e di scambio di una cosa per l’altra, la Presenza Reale viene equiparata alla presenza nella parola (n. 7, 54). Ma questa è in verità di tutt’altra natura perché non ha realtà che in usu, mentre quella è, in modo stabile, obbiettivamente, indipendentemente dalla comunicazione che se ne fa nel Sacramento.
Tipicamente protestanti le formule: «Deus populum suum alloquitur… Christus per verbum suum in        medio fidelium præsens adest» (n. 33, , cfr. Sacros. Conc., nn. 33 e 7), cosa che, strettamente parlando, non ha senso perché la presenza di Dio nella parola è mediata, legata a un atto dello spirito, alla condizione spirituale dell’individuo e limitata nel tempo.
L’errore non è senza la più tragica conseguenza: l’affermazione, o l’insinuazione, che la Presenza Reale sia legata all’usus e finisca insieme con esso.
(14) – L’azione sacramentale della istituzione è puntualizzata come avvenuta nel dare Gesú agli Apostoli «a mangiare» il suo Corpo e Sangue sotto le specie del pane e del vino, e non nella azione della consacrazione e nella mistica separazione in essa compiuta del Corpo e del Sangue, essenza del Sacrificio eucaristico (cfr. l’intero capitolo I della Parte II – «Il Culto Eucaristico» – della Mediator Dei).
(15) – Le parole della Consacrazione, quali sono inserite nel contesto del Novus Ordo, possono essere valide in virtù dell’intenzione del ministro. Possono non esserlo perché non lo sono piú ex vi verborum o più precisamente in virtù del modus significandi che avevano finora nella Messa. I sacerdoti, che, in un prossimo avvenire, non avranno ricevuto la formazione tradizionale e che si affideranno al Novus Ordo al fine di «fare ciò che fa la Chiesa» consacreranno validamente? È lecito dubitarne.
(16) – Non si dica, secondo il noto procedimento della critica protestante, che queste espressioni appartengono a quello stesso contesto scritturistico. La Chiesa ne ha sempre evitato la giustapposizione e sovrapposizione per rimuovere appunto la confusione delle diverse realtà che detti testi esprimono.
(17) – Di contro a luterani e calvinisti che affermavano come tutti i cristiani siano sacerdoti e perciò offerenti della cena v. A. Tanquerey: Synopsis theologiæ dogmaticæ, t. III, Desclee 1930: «Omnes et soli sacerdotes sunt, proprie loquendo, ministri secundarii sacrificii missæ. Christus est quidem principalis minister. Fideles mediate, non autem sensu stricto, per sacerdotes offerunt ». (Cfr. Cons. Trid. Sess. XXII, Can. 2).
(18) – Notiamo una innovazione impensabile e che sarà psicologicamente disastrosa: il Venerdí Santo in paramenti rossi anziché neri (n. 308b): la commemorazione cioè di un qualsiasi martire anziché il lutto della Chiesa tutta per il suo Fondatore. Cfr. Mediator Dei, I, 5 (v. p. 36, nota 28).

(19) – P. Roquet, O.P., alle Domenicane di Betania a Plesschenet.

(20) – In alcune traduzioni del Canone romano, il «locus refrigerii, lucis et pacis» veniva reso come un semplice stato («beatitudine, luce, pace»). Che dire, ora, della sparizione di ogni esplicito accenno alla Chiesa purgante?
(21) – In tanta febbre di decurtazione, un solo arricchimento: l’omissione, menzionata nell’accusa dei peccati al Confiteor…
(22) – Alla conferenza stampa in cui fu presentato l’Ordo, il P. Lecuyer, in una professione di pura fede razionalistica, parlò di convertire in «Dominus tecum», «Ora, frater», etc. le salutationes nella «Missa sine populo», «…perché non vi sia nulla che non corrisponda a verità ».
(23) – A questo proposito noteremo marginalmente che appare lecito, ai sacerdoti che siano costretti a celebrare da soli prima o dopo la concelebrazione, di comunicarsi di nuovo sub utraque specie durante questa.
(24) – Che si è voluto presentare come «canone di Ippolito» mentre di quel canone serba appena qualche reminiscenza verbale.

(25) – Gottesdienst, n. 9, 14 maggio 1969.

(26) – Si pensi, per ricordare solo la bizantina, alle preghiere penitenziali, lunghissime, istanti, ripetute; ai solenni riti di vestizione del celebrante e del diacono; alla preparazione, che è già un rito completo in sé stessa, delle offerte alla proscomidia; alla presenza costante, nelle orazioni e persino nelle offerte, della Beata Vergine, dei Santi e delle Gerarchie Angeliche (che, nell’Entrata col Vangelo sono addirittura evocate come invisibilmente concelebranti e con le quali si identifica il coro nel Cherubicon); alla iconostasi che nettamente separa santuario da tempio, clero da popolo alla consacrazione celata, evidente simbolo dell’Inconoscibile a cui l’intera Liturgia allude; alla posizione del celebrante versus ad Deum e mai versus ad populum; alla comunione amministrata sempre e solo dal celebrante; ai continui e

profondi segni di adorazione di cui sono fatte segno le Specie; all’atteggiamento essenzialmente contemplativo del popolo.

Il fatto che tali liturgie, anche nelle forme meno solenni, durino piú di un’ora, e le costanti definizioni che vi si trovano («tremenda e inenarrabile liturgia», «tremendi, celesti, vivificanti misteri », ecc.) bastino a dir tutto.

Notiamo infine, sia nella Divina Liturgia di San Giovanni Crisostomo che in quella di San Basilio, come il concetto di «cena» o di «banchetto» appaia chiaramente subordinato a quello di sacrificio, così come lo era nella Messa romana.

(27) – Nella Sessione XIII (decreto sulla SS.ma Eucarestia), il Concilio di Trento manifesta la sua intenzione «ut stirpitus convelleret zizania execrabilium errorum et schismatum, quæ inimicus homo… in doctrina fidei usu et cultu Sacrosanctæ Eucharestiæ superseminavit (Mt. 13, 25 ss.)… quam alioqui Salvator noster in Ecclesia sua tamquam symbolum reliquit eius unitatis et caritatis, qua Christianos omnes inter se coniunctos et copulatos, esse voluit» (DB, 873).
(28) – «Ad sacræ liturgiæ fontes mente animoque redire sapiens perfecto ac laudabilissima res est, cum disciplinæ huius studium, ad eius origines remigrans, haud parum conferat ad festorum dierum significationem et ad formularum, quæ usurpantur, sacrarumque cæremoniarum sententiam altius dividentiusque pervestigandam: non sapiens tamen, non laudabile est omnia ad antiquitatem quovis modo reducere. Itaque, ut exemplis utamur, is ex recto aberret itinere, qui priscam altari velit mensæ formam restituere; qui liturgicas vestes velit nigro semper carere colore; qui sacras imagines ac statuas e templis prohibeat; qui divini Redemptoris in Crucem acti effigies ita conformari iubeat, ut corpus eius acerrimos non referat, quos passus est, cruciatus… Hæc enim cogitandi agendique ratio nimiam illam reviscere iubet atque insanam antiquitatum cupidinem, quam illegitimum excitavit Pistoriense concilium, itemque multiplices illos restituere enititur errores, qui in causa fuere, cur conciliabulum idem cogeretur, quique inde non sine magno animorum detrimento consecuti sunt, quosque Ecclesia, cum evigilans semper evistat “fidei depositi” custos sibi a Divino Conditore concrediti, iure meritoque reprobavit» (Mediator Dei, I, 5).
(29) – «…Non ci illuda il criterio di ridurre l’edificio della Chiesa, diventato largo e maestoso per la gloria di Dio, come un suo tempio magnifico, alle sue iniziali e minime proporzioni, quasi che quelle siano solo le vere, solo le buone…» (Paolo VI, Ecclesiam suam).
(30) – «Un fermento praticamente scismatico divide, suddivide, spezza la Chiesa» (Paolo VI, Omelia in Cena Domini, 1969).
(31) – «Vi sono anche tra noi quegli «schismata», quelle «scissuræ» che la prima lettera ai Corinzi di San Paolo, oggi nostra ammaestrante lettura, dolorosamente denuncia» (cfr. Paolo VI, ibid.).
(32) – È noto a tutti come il Concilio Vaticano II venga oggi rinnegato proprio da coloro che si vantarono di esserne i padri; coloro che – mentre il Sommo Pontefice, chiudendolo, dichiarava non aver esso mutato nulla – ne partirono decisi a «farne esplodere» il contenuto in sede di applicazione. Purtroppo la Santa Sede, con una fretta che ai più parve inesplicabile, ha consentito e quasi incoraggiato, attraverso il Consilium ad exequendam Constitutionem de Sacra Liturgia, una sempre crescente infedeltà al Concilio; che va dagli aspetti solo apparentemente formali (latino, gregoriano, soppressione di riti venerandi, ecc.) a quelli sostanziali consacrati dal Novus Ordo. Le terribili conseguenze, che abbiamo tentato di illustrare, si sono ripercosse, in modo psicologicamente forse ancora più catastrofico, nei campi della disciplina e del magistero ecclesiastico, scuotendo paurosamente, insieme con il prestigio, la docilità dovuta alla Sede Apostolica.
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Verona, chiesa dei S.S. Apostoli: pagliacciata conciliare con un’associazione dell’ ambiente omosex

ulivodi Franco Damiani e Palmarino Zoccatelli (Addetto Stampa del Circolo Christus Rex e Responsabile dell’Associazione Famiglia & Civiltà)

VERONA – Nell’antica e splendida chiesa dei S.S. Apostoli, il conciliarissimo parroco Ezio Falavegna, a capo della Vicaria del centro storico, già noto per le sue posizioni eterodosse e ultraprogressiste, ha promosso, lunedì sera, una rappresentazione definita “originale” della Passione di Gesù.

Dalla presentazione risultava che tra i partecipanti vi fossero anche attori/ballerini del “Circolo Gasp”, che promosse assieme ad “Arcigay” e al “Milk” (gruppo apertamente anticlericale) la sceneggiata “Divercity” al Camploy, nella primavera 2011, già duramente contestata dalle nostre associazioni perché propagandava, col patrocinio delle istituzioni locali (che non si sono mai scusate pubblicamente con la cittadinanza per quello scandalo!) un modello di unione differente da quello tradizionale, che è garantito dalla legge divina, dalla legge naturale e pure dall’ordinamento vigente. Sul blog del “Gasp” risulta, tuttora, apertamente la vicinanza ad “Arcigay” ed al “Milk”. Come cattolici ci chiediamo se fosse opportuno che la Vicaria del centro storico di Verona abbia aperto la Settimana Santa, in una chiesa consacrata cattolica, con uno show, al quale ha preso parte attiva un gruppo con tali credenziali, in evidente contraddizione, per usare un eufemismo, con la dottrina sociale della Chiesa.

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di Redazione

In principio furono gli anni Settanta con Jesus Christ Superstar. Passano gli anni e capita che le chiese vengono trasformate in veri e propri set teatrali, con tanto di impianti luce e fonici del mestiere (come da foto qui sotto). Per il teatro, va detto che i conciliari riescono ancora a riempire gli edifici sacri (sic!). Evento pubblico, pubblicizzato su L’Arena di domenica sotto la pagina dei defunti (pag. 24). Telecamere, giornalisti, fotografi presenti. Sottofondo musicale d’organo e coro di S. Cecilia. Falavegna nelle vesti di presentatore.

Per il resto, la solita, criptica pagliacciata conciliare, sicuramente inadatta in una chiesa, in cui una poetessa declamava dal pulpito, fanciulle di bianco vestite danzavano con ramoscelli d’ulivo, attori in abiti dell’epoca si sbizzarrivano tra navata ed abside, come il “bivacco” alla tavola usata per il “Novus Ordo”, sfilate avanti e indietro tra il pubblico sostenendo un drappo rosso, un uomo dal volto truce, vestito di nero che prima brandiva il consueto drappo rosso e poi una spada di legno ( a rappresentare cosa? Non meglio specificato), gli attori in cadenzata processione con abiti e cappuccio rosso (come le antiche confraternite? O altro?) che portavano oggetti non meglio identificati. Di certo, se avessero rappresentato le antiche confraternite, sono stati utilizzati colori e abiti sbagliati, quindi una ricostruzione eventualmente approssimativa, in un contesto che, comunque, dava agli spettatori più accorti, a tratti attoniti o stupiti, altre inquietanti sensazioni… Poi un attore personificava Gesù, voltato mezzo nudo sulla tavola “Novus Ordo” e poi trasportato su di un lenzuolo lungo la navata dai figuranti. (questa foto è a disposizione della Redazione)

Documentazione fotografica:

Amazzoni con istrione dietro altare

A lato: due fanciulle con rami verdi e attore istrionico dietro la tavola usata per il “Novus Ordo”

A lato: la poetessa che ha declamato dal pulpito per tutta la durata dello show

Incappucciati

Attori con cappucci rossi in processione, portano drappi rossi e oggetti non meglio identificati. A rappresentare le antiche Confraternite? L’impressione non era quella…

Incappucciati 2

Incappucciati accolti dal “Gran Maestro”?

Rappresentazione mal ricostruita delle antiche Confraternite?

Uomo nero con spada

Il “bivacco” degli attori e delle “amazzoni” con l’ “uomo nero”

che brandisce la spada su un altro attore sdraiato sul tavolo “Novus Ordo”, altri coi soliti drappi rossi

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Le canonizzazioni cattoliche e quelle conciliari: in replica a don Gleize, sacerdote della Fraternità San Pio X

Immagine raffigurante il Papa che, come successore dell’ Apostolo Pietro e vescovo di Roma, è il Sommo Pontefice e capo della Chiesa di Dio.

APPUNTI DI TEOLOGIA

di don Floriano Abrahamowicz

Mi auguro che sopratutto i fedeli che frequentano ancora le cappelle della Fraternità San Pio X possano trarre spunti di riflessione da questo buon articolo e trarre conclusioni coraggiose.

Chi vuole seguire Gesù Cristo non deve avere paura di abbandonare padre, madre, moglie, marito, figli, campi.. e oggi anche le cappelle della FSSPX.

di Frà Leone da Bagnoregio

Dopo aver letto attentamente l’articolo di don Jean Michel Gleize sulle canonizzazioni, pubblicato nell’ultimo numero della rivista “La Tradizione Cattolica”, ci si può trovare veramente soddisfatti per la profondità con cui è stato affrontato l’argomento, a differenza della superficialità con la quale era, invece, stato trattato nel 2002, sempre lo stesso argomento, dal periodico “Si Si No No”.

Nonostante l’approfondimento e la dotta dissertazione in materia, con cui finalmente si è compreso che il Sommo Pontefice è infallibile nelle canonizzazioni, si giunge ad un’errata conclusione.

Si afferma, al termine dello studio, che essendo cambiato l’iter conoscitivo ed istruttorio delle cause dei santi ed essendo questo inficiato dalla collegialità episcopale e da una nuova errata comprensione dell’eroicità delle virtù del nuovo santo, le canonizzazioni emanate dagli ultimi papi sarebbero quantomeno dubbie e non suggellate dall’infallibilità.

Innanzi tutto, va detto che la canonizzazione, a parte i “dubia” sollevati da don Gleize, è anche per la cosiddetta “chiesa conciliare” una “sententia definiva”, ultima e perentoria, che non può essere abrogata, né mutata, né riveduta e neppure riesaminata ulteriormente.

In secondo luogo, è necessario chiarire che soltanto papa Alessandro III (anno 1170) avocò alla sede romana la prerogativa delle beatificazioni e canonizzazioni. Papa Urbano VIII (anno 1634) comminò poi sanzioni canoniche a chi tributasse un culto pubblico a qualcuno senza la previa beatificazione e canonizzazione del Sommo Pontefice, ciò non vuol dire, però, che i santi approvati precedentemente fossero dubbi o non santi!

Bisogna evidenziare e questo traspare, in parte, dall’articolo stesso, che l’oggetto secondario dell’infallibilità non si estende soltanto alle canonizzazioni, bensì anche ad altre tipologie di atti pontifici. Padre Timoteo Zapelena S.J. nel suo libro “De Ecclesia Christi” (Vol. II – pp. 223 – 258 Roma 1954), ne enuncia almeno quattro:

1)      I fatti dogmatici e conclusioni teologiche;

2)      Le canonizzazioni dei Santi;

3)      La disciplina generale ecclesiastica ( leggi universali: liturgiche e disciplinari);

4)      L’approvazione degli ordini religiosi.

Successivamente al Concilio Vaticano I, a tale proposizione riguardante l’infallibilità dell’oggetto secondario del magistero, è attribuita la nota teologica di “sententia certa” e altri teologi affermano che questa proposizione è da considerarsi con la nota teologica di “proxima fidei”, in quanto oggetto di trattazione del Concilio Vaticano I. Pio IX, infatti, dichiarò come “proxima fidei” tutte quelle proposizioni che dovevano essere trattate durante il primo Concilio Vaticano e che a causa dell’invasione piemontese non riuscirono ad essere discusse per sospensione del Conclio stesso.

I manuali di teologia chiamano “proxima fidei” le proposizioni che da molteplici teologi comunemente vengono considerate come rivelate. Dopo il Concilio Vaticano I, tutti i manuali di teologia fondamentale e i teologi insegnano l’infallibilità delle canonizzazioni e delle altre sopra evidenziate tipologie di atti di magistero.

Dopo il Vaticano II almeno due di questi tipi di atti sono stati posti in essere dai ‘papi conciliari’:

Leggi generali ed universali

a) l’emanazione di leggi liturgiche generali (pubblicazione del N.O.M. ‘Novus Ordo Missae’) ad opera di Paolo VI il 3 aprile 1969;

b) l’emanazione di leggi disciplinari universali (Nuovo Codice di Diritto Canonico N.C.J.C.) ad opera di Giovanni Paolo II il 25 gennaio 1983;

Canonizzazioni di santi

a) (per il momento si tratta di una sola persona: José Maria Escrivà de Balaguer) sul quale sono stati avanzati seri dubbi, prima della definizione da parte di esperti e membri della gerarchia conciliare, posta in essere da Giovanni Paolo II il 6 ottobre 2002;

Per i teologi della F.S.S.P.X. l’approvazione del N.O.M. non conteneva i presupposti necessari, affinché si potesse sostenere che il papa avesse impegnato la sua infallibilità e lo avesse reso obbligatorio per tutta la Chiesa (ciò che invece, di fatto, è avvenuto). Per il N.C.D.C. sempre i teologi della F.S.S.P.X. evidenziano ancorché minimi dei dubbi sul criterio di pubblicazione (anche questi assai futili).

Sembra che si cerchi in ogni modo di discolpare l’autorità romana delle sue gravi mancanze, quando sarebbe più semplice trarre le dovute conclusioni.

C’è un dato principale che forse è sfuggito nelle conclusioni a Don Gleize che l’infallibilità si rende necessaria per questa gamma di atti di magistero, perché essi sono intrinsecamente connessi con il deposito della fede ossia con la Rivelazione.

I teologi così affermano: “I Pontefici sono infallibili nell’elaborazione di leggi universali concernenti la disciplina ecclesiastica (liturgia e diritto disciplinare), di modo che non possano mai stabilire qualche cosa che possa in qualsiasi modo essere contra­rio alla fede e alla morale». F. X.Wernz P. Vidal, (cfr. Jus canonicum ad codicis normam exactum, Vol. II, p. 410); nel qual caso “la Chiesa” – come dice, tra gli altri, il teologo J. M. Hervè “cesserebbe d’essere Santa e dun­que, cesserebbe d’essere la vera Chiesa di Cristo”. (cfr. Manuale Theologiae dogmaticae, Vol. I, p. 508).

Il Card. Giovanni Battista Franzelin S.J., nel suo libro “De Traditione” Tesi XII, Schol. I, pp. 119 – 122 affermò già nel 1896: “La Santa Sede Apostolica a cui è stato affidato da Dio la custodia del deposito, ed ingiunto l’incarico e il dovere di pascere tutta la Chiesa per la salvezza delle anime, può prescri­vere affinché siano seguite, o proscrivere affïnché non siano seguite, le sentenze teologiche o connesse con le cose teologiche, non unicamente con l’intenzione di decidere infallibilmente con sentenza definitiva la veri­tà (…). In tali dichiarazioni… vi è tuttavia un’infallibile sicurezza, nella misura che è sicuro che può essere abbracciata da tutti né si pub rifiutare di abbracciarla senza violazione della dovuta sottomissione verso il magistero costituito da Dio. Pertanto l’autorità del ma­gistero costituita da Cristo nella Chiesa, quanto a ciò che trattiamo ora, può essere considerata sotto due aspetti. Primo, in tanto che per i singoli atti è sotto l’assistenza dello Spirito Santo per la definizione della verità, o in tanto che è autorità d’infallibilità. Secondo o “extensive”, in tanto che il magistero stesso agisce con l’autorità di pascere le cose affïdategli da Dio, non tuttavia e non tutta la sua intensità, se cosi si può dire, né per definire una volta per tutte una verità, ma per quanto è apparso necessario o opportuno e sufficiente per la sicurezza della dottrina; e questa autorità noi possiamo chiamarla autorità di provvidenza dottrinale. L’autorità infallibile non può essere comunicata dal Pontefice agli altri suoi ministri che agiscono in suo nome. Ma l’autorità inferio­re di provvidenza dottrinale, come l’ambiamo chiamata, non indipendente ma con dipendenza dallo stesso Ponte­fïce è comunicata (on maggiore o minore estensione ad alcune S. Congregazioni.’.. Noi stimiamo che tali giudi­zi, anche inferiori alla definizione ex cathedra, possono essere cosi disposti che richiedano l’obbedienza che include l’ossequio dell’intelligenza: non affinché ven­ga creduta la dottrina infallibilmente vera o falsa, ma affinché si giudichi che la dottrina contenuta in tal giudizio è sicura, e noi dobbiamo abbracciarla, e riget­tare la contraria, per il motivo della sacra autorità,” .

Padre Sisto Cartechini S.J. nel suo magistrale libro “Dall’opinione al dogma” così si esprime sulle canonizzazioni:Santi e beati”. “L’oggetto proprio che viene definito dalla Chiesa nella canonizzazione dei santi, è che una data persona in concreto, per esempio Giovanni Bosco, è un santo e merita quel culto il quale viene imposto a tutti i fedeli, verso di lui. Da questo segue necessariamente che quel santo già si trova in Paradiso. Ma nello stesso tempo la Chiesa ci propone col suo magistero ordinario, il medesimo santo come esimio esemplare di vita cristiana”.

“Un martire invece, in quanto tale, viene proposto come esemplare per sé solo di fortezza e di carità della morte sostenuta per Cristo”.

Se, quindi, si analizzano gli atti promulgati dalla suprema autorità dopo il Vaticano II si devono trarre alcune conclusioni in merito:

A)    Il N.O.M. come è stato ripetuto più volte, è affetto di errori e conduce e sfocia nell’eresia; è “una Messa avvelenata” come ebbe a dire già nel 1982 Mons. Marcel Lefebvre e quindi, conduce alla perdita della fede e questo è stato ripetuto fino alla saturazione in tutto l’ambiente tradizionalista. Cosa comporterebbe per un chierico o un semplice fedele che segue abitualmente questo rito: la perdita della fede e pertanto, alla possibile dannazione dell’anima.

B)    Il N.C.J.C. dai vari studi posti in essere da svariati versati teologi tradizionalisti contiene errori gravi circa la collegialità, la “comunicatio in sacris” con eretici e scismatici e ospitalità liturgica con loro, le finalità del matrimonio ed altri ancora che in questa sede non è il caso di spiegare. Cosa comporterebbe per un fedele o un chierico che dovesse sottomettersi a questo nuovo diritto: alla possibile perdita della fede, pertanto, anche alla possibile dannazione della propria anima.

C)    La canonizzazione di un individuo, che per svariati motivi (precipuamente anche per quelli sviscerati da don Gleize) non si trova in paradiso nella gloria celeste, ma in purgatorio o addirittura negli inferi e l’esempio di questa persona viene proposto come modello per tutti i fedeli, magari proprio per quegli atteggiamenti riprovevoli per i quali potrebbe essere stata condannata da Dio e non godere della sua visione beatifica, cosa comporterebbe per i fedeli che seguono il suo esempio: ad andare dietro a degli errori che lo porteranno magari a perdersi e a dannarsi l’anima.

Non si tratta di poca cosa! A questo punto s’impone una domanda? La chiesa conciliare che promulga leggi e pone in essere atti sia di magistero che di disciplina e/o liturgia e canonizzazioni che possono condurre i fedeli alla perdizione o quantomeno ad una deformazione o diminuzione della fede e che inoltre, distruggono la nota della santità della Chiesa di Cristo, può essere ancora la Chiesa Cattolica? Se la risposta è affermativa, come sta sostenendo per ora la F.S.S.P.X., si continui su questa strada, che sfortunatamente, è una strada senza uscita!

Però a costoro urge proporre una domanda? Cosa dovrebbe mai fare o proporre un “papa acattolico” per non essere più papa? Se affermasse chiaramente una qualsiasi eresia contro un dogma definito (fatto improbabile per un modernista), qualcuno oserebbe ancora sostenere: “I papi conciliari essendo affetti da modernismo non hanno più intenzione di definire qualsiasi cosa”. Se un “papa conciliare” non ha più intenzione di definire, di canonizzare, di pubblicare riti e leggi, perché modernista, “ex sese” non vuole più essere papa (o non lo è mai stato) e la conclusione che s’impone, è semplice: chi occupa attualmente i sacri palazzi (ultimamente neppure sono più occupati in quanto l’occupante risiede altrove, a Casa Santa Marta) non è più il papa o non lo è mai stato. Il compito precipuo del Romano Pontefice è quello di confermare i fratelli nella fede, se non opera più questa missione, conferita a lui di diritto divino da Gesù Cristo, vuol dire che ha abdicato di sua volontà alle sue funzioni e prerogative.

Sembra che il modernismo non sia più un’eresia o perlomeno sia un’eresia minore in confronto ad altre come: il luteranesimo o il calvinismo, oppure da qualcuno è considerato soltanto un piccolo errore passeggero. San Pio X definisce i modernisti i peggiori nemici della Chiesa, ed una gravissima eresia la peggiore di tutte, perché proprio i modernisti s’insinuano all’interno della stessa Chiesa e tutto distruggono e sconvolgono.

La F.S.S.P.X. cerca di mantenere vivo un cadavere o un ectoplasma di papa, al semplice scopo di avere degli elettori abituali, che possano eleggere un giorno un papa cattolico (come se il papa potesse essere acattolico) e dare una visibilità alla Chiesa che nessuno più vede.

Sarebbe molto più semplice e più saggio affidarsi a Nostro Signore che provvederà a far sorgere anche da delle pietre gli elettori di un vero Sommo Pontefice.

La legittimità di un Papa è un ‘fatto teologico’ da esso dipende la credibilità di nostra Santa Madre Chiesa.

Non è licito prendere in giro delle anime, perché si sta giocando con la loro salvezza eterna, è perentorio: se un determinato individuo è legittimo papa si deve obbedire ed essere a lui  sottomessi per essere salvi, questo è di fede! (cfr. la Bolla di Bonifacio VIII “Unam Sanctam” D.S. 875).

Un papa legittimo con i suoi atti propri e più importanti, che dovrebbero essere garantiti dallo Spirito Santo, non può in modo più assoluto ingannare e condurre alla perdizione il gregge a lui affidato.

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Incredibile ma vero. Bolle di sapone (in rito ordinario)

The Diocese of Exeter held a “taster” for the Walsingham Youth Pilgrimage, which included a Mass celebrated by Bishop John Ford of Plymouth. Having used bubbles earlier to consider their beauty, uniqueness and specialness – just like us – filled with breath which ultimately goes right back to God, we were encouraged to blow bubbles as the holy elements are raised, and fill the sacred space with light, airy prayer-filled bubbles…

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Mondanità domenicana in Polonia

di Diego Pappalardo

Diego è un nuovo collaboratore di Agerecontra. Argentino, è impegnato nella difesa della Fede cattolica dal modernismo.

Il prossimo 26 maggio a Varsavia, in Polonia, ci sarà la quattordicesima edizione della Fiera Domenicana, organizzata da domenicani (?) che cercano di unire lo spirito della comunità, fare festa, integrare altri, considerando l’umanità e la fratellanza, distruggendo il cosiddetto isolamento ed egoismo ecclesiale, lasciando l’involucro chiesa di ricerca persistente delle periferie esistenziali come dice Bergoglio e tutti i progressisti che promuovono la categoria teologica pericolosa e letale del modernismo, le aberrazioni liturgiche, etiche e sociologiche diametralmente opposte alla Chiesa di sempre.

Questa mondanità pseudo-spirituale, modernista e gravemente offensiva per la fede cattolica è il senso comune lasciato nella sua edizione del 2012 di queste “esperienze”, che riflette il materiale pubblicato di seguito:

Ecco il sito del Sig. Pappalardo:

http://veritasliberavitvos.wordpress.com/2013/05/20/la-mundanidad-pseudo-espiritual-de-la-progresia-dominicana-en-polonia/

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Chiesa di Predappio profanata dagli occupanti conciliari

La chiesa diventa una disco: è buferaLa chiesa diventa una disco: è bufera

Musica e cena ai piedi dell’altare. Il sindaco rosso: “il parroco sa come unire la comunità“. 

PREDAPPIO – La chiesa di Sant’Antonio per una sera si trasforma da luogo di culto in sala delle feste e Predappio si spacca tra favorevoli e contrari. E’ successo giovedì durante le celebrazioni per il Patrono. Per la parte ludica della settimana di devozione al santo di Padova era stata organizzata una “cena spettacolo” con il noto deejay, predappiese di nascita, Gianluca Gaddoni detto “il Gaddo”. La cena con musica e animazione avrebbe dovuto svolgersi nel piazzale antistante la chiesa ma nel pomeriggio un forte acquazzone aveva indotto gli organizzatori a trovare una nuova sistemazione. E visto che gli altri ambienti adiacenti alla parrocchia erano già occupati, il parroco ha acconsentito che si utilizzasse la chiesa. Al posto dei banchi della preghiera sono spuntate tavolate e sedie e alle 21 è iniziata la musica, 120 i prenotati. Alcuni hanno deciso di non prendere parte alla cena, non se la sono sentita di usare la chiesa per cose diverse dalle funzioni religiose, ma il resto dei commensali ha festeggiato fino alla fine. Erano una ottantina di persone, di tutte le età, che hanno cenato e cantato con la musica anni ‘70 e ‘80 del repertorio del deejay.

Ieri a Predappio non si parlava d’altro e il paese si è spaccato tra chi ha considerato quello di don Urbano un gesto di grande apertura e un modo per unire ancora di più la comunità, e chi, invece, ha bollato l’iniziativa come disdicevole e profana. “Quando mi hanno detto che la festa si spostava in chiesa sono rimasto senza parole – dice Gaddoni – e quando l’ho vista ‘apparecchiata’ mi sono sentito un po’ intimorito. Non ero convintissimo, sono cattolico sebbene non p6/raticamente. Ma don Urbano mi ha rassicurato: il crocifisso era stato rimosso e l’altare ben coperto. Quando è arrivata la gente e la festa è cominciata mi sono rilassato perché ho capito che era una cosa bella e non si faceva nulla di male. So che il parroco sarà bersagliato dalle critiche e che il paese è diviso ma credo che il vero sacrilegio sia usare le chiese per far del male e non per stare insieme serenamente”.

“Il parroco di Predappio ha la mia stima incondizionata e se ha fatto questa scelta ha deciso che era la cosa giusta. Lui sa come avvicinare le persone alla chiesa e io gli voglio bene” dice il sindaco di Predappio Giorgio Frassineti.

Il cellulare di don Urbano ieri ha squillato a vuoto a lungo mentre su Facebook la discussione si animava con commenti ironici, favorevoli e indignati: “Come fanno l’ostia a Sant’Antonio non la fanno da nessuna parte” è caustico Giampaolo. E Valentina: “Sarò all’antica, ma a me sembra una buffonata di cattivo gusto”. Tra i favorevoli c’è Samantha : “La trovo una bella idea, ormai col tempo si è perso il vero valore della chiesa: condividere, comunicare, socializzare. Una volta il parroco teneva unita la comunità. Quello che ormai non esiste più”.

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Dalla Fabbrica dei Santi alla morte dei santi. J’accuse sulla degenerazione dei processi canonici

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DALLA FABBRICA DEI SANTI ALLA… 

MORTE DEI SANTI?

Dopo la bulimia da beatificazione compulsiva, una riflessione sulla degenerazione del processo canonico.

E una domanda: ha ancora un senso fare dei santi?

In finale l’amaro j’accuse di don Ariel Levi di Gualdo sulla

Congregazione per le Cause dei Santi

..attorno alla Congregazione per le Cause dei Santi, circola anche e soprattutto un piccolo esercito di ignoranti, in buona parte laici falliti in vari settori lavorativi e professionali di questa nostra spietata e competitiva società, pronti a ciucciare soldi a più non posso a congregazioni ridotte a trenta suore litigiose in bilico tra isterico e geriatrico, età media ottant’anni, che vogliono a tutti costi santo o santa il fondatore o la fondatrice. Postulatori e tante postulatrici rubate alle cucine dove con un po’ d’impegno avrebbero potuto imparare a fare ottime marmellate biologiche per i loro figlioletti. Ignoranti come pochi in teologia, latori di domande e confezionatori di documenti nei quali si ignorano gli elementi basilari della storia della Chiesa e soprattutto del diritto canonico. Azzeccagarbugli che promettono e che al tempo stesso chiedono trenta o quarantamila euro di acconto spese, per dei processi che alla fine non si sa quanto sono costati; non si sa dove si è speso e perché si è speso, poiché di prassi non viene quasi mai presentato un bilancio dettagliato (…) Credo eccome, nella Chiesa intesa come Corpo Mistico di cui Cristo è capo e noi membra; e proprio perché in essa credo, ritengo che vada quanto prima tutelata mediante la salutare soppressione di questa chiesa clericale che ha dato vita a situazioni ormai insostenibili sotto tutti gli aspetti più disparati. Per salvare il Corpo Mistico del Cristo bisogna far fuori il “corpo diplomatico” clericale. E chiunque lo faccia, chiunque concorra attivamente a farlo, che sia proclamato santo.

 

Antonio Margheriti Mastino

 

DINANZI ALLA BULIMIA DI BEATIFICAZIONI MANGIANDO TRAMEZZINI

Il prefetto della Congregazione per le cause dei Santi, card. Angelo Amato, presiede una beatificazione

E’ difficile dirlo, fa male anche, ma bisogna infine decidersi a sputare il rospo: vi giuro che queste mie (e non solo mie) riflessioni le scrivo in ginocchio, dolorante, senza rabbia. Dopo la bulimia di “nuovi santi e beati” alla quale assistiamo inerti da un trentennio, è difficile provare ancora vero interesse per aventi come le beatificazioni o canonizzazioni. Soprattutto perché sembra smarrito il significato reale e profondo di tali istituti. Un volta erano l’evento più alto, solenne, indimenticabile della Chiesa. Tanto che i papi si facevano scolpire sulla propria lapide, in bassorilievo, proprio quell’evento, magari quell’unica canonizzazione che avevano officiato nel loro pontificato, come “evento capitale” di questo. Fino all’immediato dopoguerra, una beatificazione o canonizzazione mobilitava tutti i media, gonfiava i cuori dei presenti all’evento sacro di emozione, certissimi di essere presenti a un evento che sarebbe stato ininterrottamente rievocato nei secoli a venire. Oggi è ordinaria amministrazione di una farraginosa burocrazia clericale, lucrosa spesso.

Che qualcosa non andasse più me ne resi conto qualche anno fa. Era domenica e mi trovavo nei dintorni di San Pietro, a cazzeggiare annoiato. Sentivo che nella Piazza c’era un evento papale, e forse era il caso di non perderselo, mi dicevo. Chiesi al barista, mentre sorseggiavo il caffè che mi permettesse di mantenere viva l’attenzione nelle ore a seguire, di cosa si trattasse. “Buh, pare stanno a fa’ n’artra fagottata de santi… prima o poi nun ce resteno più peccatori a botta de fa’ tutti santi”. Così disse. E un  po’ di ragione ce l’aveva.

Sbadigliante e del tutto indifferente all’evento, andai lento pede a dare un’occhiata alla cerimonia. C’era ancora Giovanni Paolo II, che ormai biascicava come incomprensibili, poveraccio, stava proprio male. C’erano gli arazzi giganti appesi di non so più quanti beati. Poi scettico osservai la Piazza. Non sapevi se scarsamente mezza piena o mezza vuota. Ma poi i presenti lì, allineati sotto le loro invitte bandiere corporative: ciascuno stava beatificando il proprio fondatore, parroco, sindaco, parente. Stavano un po’ anche beatificando se stessi, quei presenti.  Quasi un rito tribale. E praticamente una rimpatriata di affetti del caro estinto ora beato. La cerimonia, la beatificazione, questo venerabile ufficio canonico, tutte queste cose luccicanti, sembravano star lì a loro esclusivo uso e consumo, quasi ad “uso interno” non della Chiesa universale, della quale mancava il soffio cosmico a tutto vantaggio di quello campanilistico. Non era più, mi sembrava, la Congregazione delle cause dei Santi, ma un Ministero delle Corporazioni. Che sapeva anche un tantino di “familismo amorale” stante la miriade di famiglie religiose mignon, spesso ridotte a quattro vecchie, tutte intente a difendere il proprio orticello.

E ad aggravare la cosa c’è pure il fatto che non solo oggi, ma già allora, un minuto dopo, non ricordavo più neppure un solo nome dei beatificati o canonizzati che fossero. Anzi, forse non li ho mai saputi i nomi. Mi capita sempre più spesso, semmai, dovendo scrivere un articolo, di ricorrere a wikipedia per cercare di ricordare se uno è stato fatto ultimamente beato o santo, o se è in corso ancora il processo. E mi fa strano se qualche chierico o notabile democristiano defunto ancora non ha neppure un processo in corso. Si dimentica, si arriva a dimenticare chi è stato fatto beato e santo addirittura, a questo siamo arrivati! E solo colpa del mio presunto Alzheimer?

Visto questo povero spettacolo di decadenza per inflazione del sacro, continuando a lacerare il mio tramezzino, quel giorno, me ne andai. Pensando a che gran cosa era una volta una, e solo una, beatificazione, per non parlare poi delle canonizzazioni, una ogni morte di papa, concesse col contagocce, tanto che, assistendovi diventava un evento centrale della tua vita, indimenticabile in ogni particolare, da raccontare ai posteri. Andandomene andavo anche a ritroso con la memoria dello storico in erba agli anni che furono, a cosa fu, a che tripudio cosmico erano state le canonizzazioni di Maria Goretti, Rita da Cascia, Giuseppe da Copertino, Giovanni Vianney, Francesco Saverio, Pio V, Pio X. E oggi cosa era rimasto di tanto stupore e meraviglia umana dinanzi a queste esplosioni di sacro? a questo momento di congiunzione perfetta fra cielo e terra, quale era la beatificazione o la canonizzazione?  Un ragazzo (che poi ero io), che sbadigliante va a darci un’occhiata, osservando continua a mangiare il suo tramezzino, un minuto dopo annoiato se ne va continuando a masticare, liquidando tutto con un “già visto nulla da aggiungere”, dinanzi a questa ordinaria ed esorbitante amministrazione della santità elargita  d’ufficio. Eppure, era quello stesso ragazzo che, bambino, si rammaricava di essere nato così tardi da non aver potuto assistere di persona nel XIII secolo alla canonizzazione di Antonio da Padova, il suo santo. Tanto gli sembrava cosa eccezionale, straordinaria, sovrannaturale, fiabesca quasi, la santità.

Ma di questo mi riprometto da un anno di scriverne con dovizia di particolari, sulla Morte dei Santi, oggi è solo uno spunto, una improvvisazione en passant, ma ci ritorneremo con calma presto.

SE LA FABBRICA DEI SANTI DIVENTA LE POMPE FUNEBRI DEI SANTI

Momento curioso, ed emblematico, di una beatificazione: l’ateo ex comunista presidente della repubblica Napolitano costretto a sorbirsi la cerimonia di una istituzione religiosa che, seppure in modi garbati, ha combattuto per una vita; il premier Berlusconi non perde neppure quest’occasione per farsi riconoscere…

Da parecchio mi capita di lamentarmi circa i processi di beatificazione, dunque, per tacer di quelli di canonizzazione. Perché da molti anni ormai stanno rischiando di diventare una cosa poco seria, a malapena credibile se si vuol adoperare un minimo di rigore scientifico, storiografico, dottrinale. Peggio: una patacca mondana da spiaccicare “subito” sul bavero di chi volta per volta, per i motivi più vaghi e quasi mai eminentemente cattolici, è stato già beatificato in primo appello dalle redazioni dei giornali, in genere quelli più lontani dal cattolicesimo, se non laicisti militanti. “Decorazioni” sul campo nemico quanto meno sospette, che puzzano di bruciato e dovrebbero far scattare le sirene antincendio. Invece pare che certi se ne sentano rassicurati. “Se anche i nemici della Chiesa ammettono la santità del tale…” ciò, a sentire questi, è “maggiore garanzia di santità”, va da sé “ecumenica”. Già. Come no.

Il punto è che tali lobby giornalistiche non solo non sanno in cosa consista la santità, ma l’hanno confusa, in un qui pro quo pazzesco, con i criteri che presiedono all’assegnazione del massonissimo nobel per la pace o di qualsiasi altro premio strapaesano da sinistra dei presunti “diritti umani”… che oltretutto sono la cosa più disumana partorita da umana mente dopo il Mein Kampf di Hitler. Questo, quelli che sono in buonafede. Quelli in malafede, invece, i più scafati, sanno benissimo di cosa si tratta, perciò fanno di tutto per inquinarla, attraverso il pressing retorico del giornalismo da salotto televisivo pomeridiano, con criteri e categorie mondane che spesso sono in contraddizione non solo con “l’eroicità delle virtù cristiane” ma proprio con la condotta del semplice buon cristiano. Succede che ormai si voglia canonizzare pure, per dirne una, il tal magistrato o questurino o politico morto per un attentato mafioso o per un proiettile brigatista, e del quale talora si ignora persino che credo professasse semmai ne aveva uno… eroe civile (e manco sempre), certo, tanto di cappello, ma che c’entra con l’eroicità cristiana? È il tentativo neppure più troppo velato di fondere (e dissolvere) la religione cattolica entro le comode categorie della religione civile.

Qualsiasi storico serio, oggi, dovesse ripassarsi i documenti con cui questo e quello sta per essere beatificato, a rigore del metodo storiografico scientifico, dovrebbe dichiarare molta di quella paccottiglia non dico come del tutto inattendibile ma almeno discutibile assai, minimo suscettibile di ulteriore revisione. Ed è naturale ciò, avendo sentore da molto tempo – persino dalla viva voce di quelli più interni alla congregazione delle Cause dei Santi –  che è diventata l’istruzione di un processo canonico, la fiera della vanità, un mercato delle vacche grasse, il trionfo della faciloneria, dove spesso più che i fatti e la dottrina, più che la verità insomma, più di tutto contano i titoli dei giornali coi loro luoghi comuni politicamente corretti e la medesima nomea del candidato, e, soprattutto, il portafogli pieno dei promotori della causa. Non a caso è venuto l’invito del papa, nel 2008, ad avere più rigore nei processi canonici. Ma ad oggi tutto procede come prima: si sono solo ridotte le canonizzazioni e il papa evita di presiedere le beatificazioni, il che è cosa prudente assai di questi tempi. Non so quanto i processi canonici di beatificazione stiano messi meglio rispetto ai processi di nullità della Sacra Rota… pure su questi ultimi, infatti, il papa ha invitato ad essere più “rigorosi”…  con quali risultati concreti non sappiamo.

L’ANSIA DA PRESTAZIONE DEL “SANTO SUBITO”. CHE RENDE IMPOTENTI ANCHE I SANTI

Ormai è un tormentone

Ed è stato così, così è stato, tramite queste arruffonerie, che uno dei miracoli alla meno peggio messo su e usato per la beatificazione in fretta e furia (perché?) di un celebre “neo-beato” è risultato dopo un paio d’anni fasullo: la guarita si è riammalata della stessa malattia, mentre invece il diritto canonico prevede la guarigione permanente, totale e irreversibile. Per forza: nessuno ha letto i documenti necessari, nessuno ha davvero enumerato e vagliato prove inoppugnabili, nessuno ha approfondito niente, nessuno è stato al suo posto a fare il suo dovere, tutti erano presi dalla fregola maledetta e un tantino sediziosa del “santo subito”; ed ecco che ha avuto la meglio l’attività lucrosa e simoniaca del collaboratore più stretto di questo candidato, il portafogli traboccante della sua fondazione. Il risultato è stato questo. Quasi, sembrerebbe, un castigo divino. E così sta avvenendo per la causa, per dirne solo uno, di Tonino Bello. Tutte cose, figure stercoree che minano la credibilità di questo santissimo ufficio, e che si sarebbero potute evitare, se solo, come un volta, saggiamente si fosse aspettato i tempi giusti, lunghi ma giusti, i “tempi della Chiesa”, o magari anche solo la morte terrena dei siddetti “miracolati” che ci avrebbero così evitato spiacevoli incidenti.

E tutto ciò succede essenzialmente per una sola cosa: la Chiesa rinunciando alla verticalità e cedendo alla sola orizzontalità, ossia ai facili e fatui allori della gloria del mondo, immergendosi sino a tal punto dentro i tempi, sino a risultarne componente irrilevante e più d’altre compromessa, rinuncia alla sua atemporalità, all’essere oltre tutti i tempi, dentro l’eterno.

Se la lentezza porta con sé la certezza, la fretta nasconde sotto il tappeto i dubbi. Quella certezza della Chiesa di essere “oltre” e “altro” dai tempi, di avere il lento sospiro di tutti i secoli passati e a venire, che fin non troppi anni fa, le donava quella sua serafica calma, santa lentezza, venerabile indifferenza agli isterici calendari mondani, allergica com’era alle frenesie da vanitas vanitatis; quella certezza, dunque, che la metteva anche al riparo dell’errore essendo ancora capace la Chiesa di discernimento. Una causa di beatificazione durava secoli talora: il tempo, vero giudice giusto, e la Provvidenza, cancellavano man mano nomi che finché erano freschi di fama sembrava a pronunciarli che ne rimbombasse il mondo, mentre era solo (oggi ce ne rendiamo conto, scartabellando negli annali) tempesta di polvere, vanitas vanitatis  e sic transit gloria mundi. Casi patetici certi, equivoci vergognosi altri – oggi lo sappiamo, possiamo vederlo – che in un tempo lontano erano apparsi di santità mirabile e perfetta: erano un inganno diabolico. Ma se pure allora, come oggi, si fossero fatti prendere i supremi gerarchi dalla smania del “santo subito” Dio solo sa quanti obbrobri ci saremmo ritrovati sugli altari. La lentezza è il luogo naturale della Chiesa e il suo solo “tempo” possibile. La lentezza contempla in sé le migliori e più grandi delle virtù cristiane. La fretta da santo subito, invece, tutti i vizi e i peccati capitali e mortali.

Detto questo, lascio la parola a un sacerdote scrittore, che m’ha mandato un messaggio a tal proposito, e per questo motivo ho scritto la premessa che avete letto. Si tratta di don Ariel Levi di Gualdo, che a quanto pare deve avere una certa confidenza con la Congregazione dei Santi, con le sue prassi ultime almeno, che dimostra di ben conoscere. Vi posto qui la sua riflessione pari pari come me l’ha mandata. Fa riflettere, è amara, ma è una realtà che non si esorcizza facendo finta clericalmente che non esista: va denunciata e affrontata. E prima è meglio è. Lascio ora davvero la parola a don Ariel.

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VI SPIEGO COSA E’ DIVENTATA LA CONGREGAZIONE DELLE CAUSE DEI SANTI

L’AMARO J’ACCUSE DI DON ARIEL

Don Ariel S. Levi di Gualdo

Estrapolo solo un pezzo [da un articolo] del caro Mastino, questo: “Il precedente pontificato, che ha ridotto [la beatificazione] a un nulla, a una patacca mondana che non si nega a nessuno, che viene tributata dopo processi sommari d’ufficio a chiunque ne faccia richiesta: burocrazia da ‘fabbrica dei santi’. I processi canonici – dove persino è stata annacquata e di fatto e de jure è scomparsa la figura utilissima e di garanzia implacabile dell’avvocato del diavolo – ormai non sono manco più una vera analisi dottrinale del soggetto canonizzando: ci si limita a vagliarne la santità personale ed è già grasso che cola“.

Hai drammaticamente ragione.

Nel nostro ambiente prese a circolare una battuta caustica che a suo modo dice tutto: “Per quel processo di beatificazione il Santo Padre ha dispensato l’espletamento della fase storica. Per quel processo di canonizzazione, il Santo Padre ha dispensato dal miracolo che di prassi e rigore si richiede come prova. Per quel processo il Santo Padre ha dispensato il candidato dalla santità”.

Taccio a chi era riferita questa terza battuta per non scatenare una ridda di fuochi.

Per varie ragioni che non sto a spiegare – perché sarebbero davvero lunghe -, ho conosciuto l’ambito della postulazione delle cause dei santi. Anzitutto perché è scritto pubblicamente nella mia breve biografia che sono allievo di colui che per mezzo secolo, assieme a Paolo Molinari s.j., portò avanti l’ufficio della postulazione generale della Compagnia di Gesù, ossia Peter Gumpel s.j. Stiamo naturalmente parlando degli “ultimi dei moikani”, i gesuiti della vecchia scuola, quelli della Compagnia di Gesù vera, non degli attuali, perlopiù appartenenti all’allegra Compagnia delle Indie. Ho avuto quindi la grazia di vedere come questi due uomini di Dio, dotati di straordinarie capacità e di incredibile cultura, hanno portato avanti, talora per decenni, alcuni complessi processi, a partire da quello di Pio XII, l’unico pontefice del XX secolo che assieme a San Pio X avrebbe meritato gli onori degli altari.

Vi spiego cosa è oggi la Congregazione delle Cause dei Santi sotto la prefettura del cardinale Angelo Amato: l’ennesima succursale di un oratorio salesiano, come del resto vari altri dicasteri, come l’Osservatore Romano (o se preferiamo il Bollettino Salesiano), il cui direttore andava immediatamente licenziato dopo la pubblica e colossale figura di merda fatta mesi fa al programma televisivo Gli Intoccabili, dove parlando in un clericalese e con un atteggiamento clericale che supera di gran lunga quello di certi preti curiali, pretendeva di giocare sulle parole non rispondendo a domande chiare e precise.

Ma limitiamoci ai santi: attorno alla Congregazione per le Cause dei Santi, circola anche e soprattutto un piccolo esercito di ignoranti, in buona parte laici falliti in vari settori lavorativi e professionali di questa nostra spietata e competitiva società, pronti a ciucciare soldi a più non posso a congregazioni ridotte a trenta suore litigiose in bilico tra isterico e geriatrico, età media ottant’anni, che vogliono a tutti costi santo o santa il fondatore o la fondatrice. Postulatori e tante postulatrici rubate alle cucine dove con un po’ d’impegno avrebbero potuto imparare a fare ottime marmellate biologiche per i loro figlioletti. Ignoranti come pochi in teologia, latori di domande e confezionatori di documenti nei quali si ignorano gli elementi basilari della storia della Chiesa e soprattutto del diritto canonico. Azzeccagarbugli che promettono e che al tempo stesso chiedono trenta o quarantamila euro di acconto spese, per dei processi che alla fine non si sa quanto sono costati; non si sa dove si è speso e perché si è speso, poiché di prassi non viene quasi mai presentato un bilancio dettagliato.

Siamo arrivati ormai al punto di avere figli, figlie e nipoti di santi e sante che vanno in giro a fare conferenze, con tanto di ricco gettone di presenza, portando un frammento di lenzuolo, un pezzo di mutanda o un centimetro di spallina di reggiseno del santo o della santa come reliquia in dono alla istituzione che li ospita.

Siamo al teatrino delle zucche vuote.

In conclusione: io credo al mistero della Chiesa, in essa e per essa sono stato consacrato nel sacerdozio. Credo eccome, nella Chiesa intesa come Corpo Mistico di cui Cristo è capo e noi membra; e proprio perché in essa credo, ritengo che vada quanto prima tutelata mediante la salutare soppressione di questa chiesa clericale che ha dato vita a situazioni ormai insostenibili sotto tutti gli aspetti più disparati. Per salvare il Corpo Mistico del Cristo bisogna far fuori il “corpo diplomatico” clericale. E chiunque lo faccia, chiunque concorra attivamente a farlo, che sia proclamato santo. Forse anche martire, perché andando a toccare certi potenti e certi potentati, il martirio bianco è assicurato, ed è molto più doloroso e soprattutto lungo, di quello subito dal martire che in odium fidei è stato fatto fuori in tre secondi con due colpi di machete.

E’ vero ciò che tu scrivi caro Antonio [Margheriti Mastino], a proposito della “fabbrica dei santi” del precedente pontificato. Se non erro, pare che sotto quel pontificato siano state fatte circa 1800, tra beatificazioni e canonizzazioni. A maggior ragione mi chiedo: tra questi circa 1800 nuovi beati e santi, ce ne è uno… uno soltanto, che per la sua personalità, il ministero svolto e il servizio straordinario reso alla Chiesa nel suo presente e soprattutto per i germi gettati nel futuro, sia solo vagamente paragonabile a un Filippo Neri, a un Ignazio di Loyola, a una Teresa d’Avila …?

Solo vagamente.

Perché, in caso contrario, dobbiamo prendere atto che siamo diventati mediocri persino nella santità, che dovrebbe continuare a basarsi sulla assoluta straordinarietà dei doni di grazia ricevuti e sviluppati dal santo o dalla santa.

Che la santità sia accessibile a tutti e debba essere aspirazione e scopo di ogni cristiano, non vuol dire però svilirla, per portarla alla portata di tutti.

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