Calci a una bara. Prima di Priebke

Segnalazione di Luciano Gallina

da Effedieffe Maurizio Blondet 27 Ottobre 2013

L’abietta, ripugnante gazzarra organizzata da ebrei, «antagonisti» e teppaglia varia per impedire il funerale di Priebke non è stata, per Roma, una «prima». Anzi, è stata una replica attenuata di un evento ancor più vergognoso, perché ne fu complice lo Stato. Me ne ha fatto memoria una casuale rilettura (1). Avvenne nel 1881.

La salma era molto più augusta, quella del santo padre Pio IX, il papa del Concilio Vaticano I che definì l’infallibilità pontificia, il Papa del dogma dell’Immacolata Concezione, il papa-vittima del «risorgimento» e della sua propaganda. Pio IX era morto nel 1878 da prigioniero nei sacri palazzi, dopo la conquista di Roma da parte dei Savoia; era stato inumato sotto San Pietro. Nel testamento, aveva espresso il desiderio di essere sepolto a San Lorenzo fuori le Mura; l’antica basilica patriarcale costantiniana, ormai era fuori da quel che restava del territorio pontificio, era in «Italia». Così, Leone XIII, per esaudire la richiesta del suo predecessore ed amico, chiese allo Stato italiano il permesso a traslare la salma. Panico del governo italiano. Le trattative, segrete, durarono mesi. Dalla parte dello Stato le conduceva «il cavaliere Giuseppe Manfroni», noto esponente massonico, commissario di borgo, che in quanto poliziotto avrebbe avuto la responsabilità dell’ordine pubblico.
Infine si decise di traslare il corpo nell’estate del 1881. Subito esplose la rabbia dei politici radicali, di cui una delegazione andò al Ministero dell’Interno esigendo che la manifestazione «clericale» fosse impedita. Ma trasferire una salma, fu loro spiegato, non si poteva vietare a termini di legge. Il Ministero dunque dette il permesso, ma a condizioni draconiane: «doveva mancare ogni solenne apparato» , doveva avvenire in piena notte, con piccolo seguito (quattro carrozze al massimo, di cui una del poliziotto Manfroni) e in assoluto silenzio. Furono prese tutte le precauzioni perché la popolazione cittadina restasse all’oscuro dell’evento. Che cosa temeva il governo?

Roma era ormai «italiana» dalla breccia di Porta Pia, ossia da dieci anni; la gente era rassegnata o «pacificata» anche dal malsano benessere creato dalla speculazione edilizia scatenata per insediarvi la pletora stipendiati pubblici, che avevano buon potere d’acquisto. Le rarissime manifestazioni di nostalgia erano punite molto severamente : nel 1874 alcuni romani che avevano intravisto il Papa dietro le finestre per palazzo apostolico avendo gridato «Viva Pio IX», erano stati arrestati e condannati fino a sei mesi di prigione per lesa maestà della nazione. E inoltre, la propaganda risorgimentale, implacabile, martellava la memoria di Pio IX come il nero reazionario, colui che aveva tramato contro l’unità d’Italia, e peggio: quello stesso anno il massone Léo Taxil aveva pubblicato il libello calunnioso e pornografico «Les amours secrets de Pie IX» (2).

Ma i romani avevano conosciuto per 37 anni un altro Pio: il governante benefico e perseguitato, l’uomo di delicata e silenziosa carità, di santità commovente di vita. Fatto è che fin dal pomeriggio una folla cominciò a sciamare dalle vie laterali nella gran piazza San Pietro. Nella città che per Tacito «tutto sa e nulla tace» avevano sparsa la notizia, probabilmente, i muratori incaricati di demolire il sepolcro del pontefice dentro la basilica. Alle 23, la piazza era completamente gremita; una folla che alcuni valutarono a centomila persone; e sarebbero stati di più, se la polizia per ordine del governo, da una certa ora in poi, non avesse impedito l’accesso alla piazza, e al percorso stabilito per la salma. Manfroni, molto preoccupato, chiese uno schieramento di granatieri; ricevette un rifiuto, con l’argomento che avrebbe rappresentato un atto di omaggio dello stato al feretro. Anzi, a scanso di manifestazioni sgradite, la truppa fu consegnata nelle caserme.

«Non appena la cassa contenente il corpo del santo pontefice apparve alla vista, una grande emozione prese tutti i presenti, aumentata dopo la ricognizione della salma», scrive Gulisano. Quando il carro funebre, trainato da quattro cavalli neri e coperto del manto rosso pontificale, si mosse, una folla d’ogni classe si dispose lentamente a seguirlo. «Le finestre delle case del Borgo si illuminarono e si gettarono fiori sul carro funebre. Fu intonato il Rosario da circa centomila persone, lo spettacolo era splendido ed imponente», ammise il cronista di La Libertà, quotidiano non clericale.

Per giustificare i disordini che seguirono, tutti i giornali italiani avrebbero scritto il giorno dopo che dalla folla s’era alzato il grido altamente sovversivo: «Viva il Papa Re!», una provocazione. Fortuna che c’era il corrispondente del Times, non certo un papalino: che smentì esplicitamente questa «versione ufficiosa. Un secolo dopo, in un suo studio del 1980 (3) il politico e storico massone Giovanni Spadolini confermerà che «i clericali non ostentarono atteggiamenti provocatori durante la processione notturna, l’assalto contro di loro fu proditorio». L’inviato del Times vide e riferì che un bengala fu acceso dai poliziotti come segnale a qualcuno che il corteo si era mosso.

Era il segnale per cominciare la messa in scena della laica e spontanea indignazione del sano popolo romano di fronte a quella provocazione. Erano una settantina di individui, membri del Circolo anticlericale di Borgo più i teppisti, ladri e piccoli delinquenti comuni da loro arruolati senza badare a spese (ottomila lire stanziò la Massoneria per questa nottata rivoluzionaria). Il Circolo di Borgo era infatti presieduto da Adriano Lemmi – mazziniano in gioventù, ora banchiere e profittatore del regime (4) e futuro gran maestro del Grande Oriente – e «con molti massoni attivi e quotizzati», come attesta lo storico Aldo A. Mola con orrido neologismo: che pagavano regolarmente le quote alla società segreta. Furono costoro a mettere in scena la spontanea protesta.

Dai giornali dell’epoca: «In piazza Rusticucci si sentirono le prime grida ostili accompagnate dalle strofe di una canzonetta popolare irriverente: erano i giovinotti del solito circolo anticlericale, e poche guardie si avventarono per ridurli al silenzio o per disperderli. Sarebbe andata male per le guardie, dato l’esiguo numero loro, se non fosse intervenuto un dirigente del circolo che li indusse a desistere: la dimostrazione doveva essere fatta un po’ più tardi e in altro luogo, secondo un piano concordato». Le guardie che «si avventarono» non erano state avvertite da che parte dovevano stare: dalla parte dei giovinotti anticlericali. Non sapevano che c’era un piano concordato.

Il piano concordato era con ogni evidenza quello di far arrivare il feretro sul ponte Sant’Angelo, per poi buttare giù la bara. Infatti al termine del ponte le preghiere dei salmodianti furono soverchiate dal grido: «A fiume il papa porco! Viva l’Italia e morte ai preti!». Un gruppo organizzato, armato di randelli ed aste di ferro, approfittando della sua temporanea superiorità numerica sullo stretto ponte – la folla fedele era rimasta dietro le carrozze – cercò effettivamente di impadronirsi della bara e gettarla giù. Secondo i giornali «gli anticlericali erano aizzati da un deputato di sinistra (non si conosce il nome ma la medaglia di deputato l’aveva e la mostrò alle guardie) che urlava con terribile voce: Morte al papa! Alla chiavica le carogne!”».

(Che scena italiana, il parlamentare che fa la rivoluzione esibendo lo scudo della sua immunità!)

Gli agenti di polizia lasciarono fare. Non c’è dubbio che avessero ricevuto ordini in questo senso: un tal capitano Silva, che poco prima aveva cercato di tacitare i facinorosi che urlavano canzoni oscene, verrà infatti trasferito alla Spezia per punizione. Furono i fedeli subito dietro il corteo a resistere, a mani nude contro gli armati, e impedire che la bara fosse gettata davvero nel Tevere.

Fu una mischia sanguinosa; i radicali tirarono sassate contro le carrozze del piccolo seguito: «un sanpietrino entrò nella carrozza di monsignor Samminiatelli, che rischiò di essere malamente ferito, altri più numerosi furono scagliati contro le finestre illuminate, con l’ingiunzione di ritirare le fiaccole. Monsignor Boccali, auditore della Rota, fu minacciato con uno stilo (con un coltello: tali erano i patrioti). Al cardinal Jacobini, segretario di Stato, fu rubato il cappello che egli teneva sulle ginocchia, e insultato e aggredito e costretto alla fuga fu altresì il conte Camillo Pecci, nipote di Leone XIII. Ad altri poi furon tolte di mano le torce, ed ad alcuni spente sul viso».

Alcuni prelati, malmenati o impauriti, rinunciarono e tornarono a San Pietro. La folla riuscì comunque ad attraversare il ponte Sant’Angelo, e proseguì fino a San Lorenzo in quella che era divenuta una via crucis. Dalle finestre illuminate le gente si affacciava, applaudiva, pregava e gettava fiori; sotto, in strada, lo scontro si faceva sempre più duro. In piazza del Gesù, gli scherani di Lemmi ritentarono di impadronirsi della cassa e di rovesciarla, i cattolici la difesero brandendo le torce con cui bruciarono gli abiti, e i volti, di qualche assalitore. A quel punto, visto che si metteva male per «i laici cittadini indignati», la polizia intervenne a separare i due gruppi, di fatto per salvare i radicali. Difatti una guardia che aveva cercato con troppo zelo di fermare anche gli aggressori fu fatta arrestare sul posto da un superiore, per abuso di potere. A piazza Venezia ci fu un altro assalto. Da allora fino San Lorenzo al Verano, per i fedeli fu un calvario: sotto sassaiole sempre più fitte che ferirono molti di loro, il corteo continuò il Rosario ed avanzò. A piazza Termini ebbe luogo l’ultimo, più duro e determinato tentativo di gettare a terra la salma di Pio IX; nell’immonda gazzarra, accompagnata da pestaggi e vandalismi contro tutte le immagini sacre incontrate nel percorso, si distinse Felice Cavallotti, «poeta e politico, garibaldino, bardo della democrazia», leader dell’estrema sinistra (la «sinistra antagonista» del tempo) che capeggiava le bande di estremisti mentre i cattolici facevano quadrato attorno al feretro, e che fu sentito urlare più volte «gettatelo nella fogna!», nonché: «Morte al papa! Alla chiavica le carogne!». Solo davanti alla basilica San Lorenzo il Manfrone chiese e finalmente ottenne l’intervento della truppa, e le fece sgombrare la piazza (5).

Luigi Castellazzo, gran segretario del Rito Scozzese, fece coniare «una medaglia elogiativa dei giovani partecipanti all’assalto», ossia al vergognoso evento. E tuttavia, ha il coraggio di scrivere A. Mola, «non è ravvisabile una diretta e generale responsabilità dell’Ordine nell’iniziativa teppistica, ispirata da massoni ma non rappresentativa della Massoneria… è verissimo però che l’autorevolezza massonica di tali personaggi, Lemmi compreso, in prima fila nell’anticlericalismo d’assalto getto – e lascia – un’ombra sull’intera Obbedienza». Difatti, «avevano aperto una falla nella credibilità della Massoneria italiana, dagli osservatori stranieri incapace di ‘governare’ le intemperanze dei suoi poco esoterici iniziati» (6).

Persino le logge straniere, dunque, provarono vergogna; non così gli italiani. A premio della sua abiezione, il nome di Felice Cavallotti adorna strade e piazze di tutte le nostre città. Non mi stupirei se vedessimo un giorno «piazza Pacifici».

NOTE
1) Paolo Gulisano, «O Roma o morte! Pio IX e il Risorgimento», Il Cerchio, Riminì, 2000.
2) La pornografia fu ampiamente usata per «secolarizzare» la popolazione ancora profondamente credente: un metodo spiccio di corruzione molto usato guastare caratteri ed indebolire popolazioni; non diverso dalla diffusione della droga in territorio nemico, praticato dagli inglesi in Cina. Nella Grande Guerra 15-18 il cardinale di Padova denunciò «l’enorme diffusione della stampa pornografica fra i soldati» nelle trincee, e votati alla morte nei macelli ordinati dai generali sabaudi.
3) Giovani Spadolini, «Per una storia dell’anticlericalismo», in I repubblicani dopo l’unità» (Le Monnier 1980).
4) Livornese (lo stesso giro di Ciampi), Adriano Lemmi era stato rivoluzionario in gioventù. accorrendo a Roma nella breve avventura della Repubblica Romana (1848), che cacciò Pio IX. Poi si associò all’ebreo Adami, livornese anche lui, nel creare una società a cui Garibaldi – subito dopo aver conquistato il Regno di Napoli – concesse la gestione dell’avanzata rete ferroviaria del Mezzogiorno e l’altra lucrosissima commessa pubblica, il monopolio tabacchi. Le ferrovie furono poi nazionalizzate, non senza ricchissimi risarcimenti ai Lemmi-Adami e al conte Bastogi, tesoriere dei Mille, che grazie alla immensa liquidità divennero i finanzieri del Regno sabaudo. Lemmi divenne gran maestro della Massoneria nel 1885,. Creò la «loggia coperta» in cui far confluire a sua disposizione i massoni potenti nella finanza e nell’editoria, che poi sarà resa famosa da Licio Gelli.
5) La benemerenza storica di Cavallotti, da deputato, è aver fatto erigere in Campo de’ Fiori la statua di Giordano Bruno, opera di Ettore Ferrari, gran maestro della Massoneria Romana: quella davanti a cui ogni anno si radunano le truppe radicali per celebrare il loro anticlericalismo. Cavallotti morì di morte violenta nel 1898: un duello che doveva essere al primo sangue. La spada dell’avversario, il giornalista Maola, lo ferì alla bocca, e troncò la carotide. Il «fratello» e vate Giosué Carducci ne pronunciò il commosso elogio funebre.
6) A.A. Mola, «Storia della Massoneria Italiana dalle origini ai giorni nostri», Bompiani 1992, pagine 207-207. Dopo aver visto a quali bassezze e violenze potevano ridursi gli anticlericali italiani sostenuti dal governo sabaudo, scrive Mola, «molti diplomatici stranieri si alternarono ostentatamente in visita ai palazzi vaticani: quasi per un solenne turno di guardia a protezione dell’incolumità del pontefice, stretto in un artificioso clima di stato d’assedio».

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Le premesse del Tribunale di Norimberga….alla faccia della serietà e trasparenza nel voler stabilire la verità….

Articolo 19:
Il Tribunale non sarà vincolato dalle regole tecniche relative all’amministrazione delle prove. Adotterà e applicherà per quanto possibile una procedura rapida e non formale e accetterà ogni mezzo che stimerà abbia un valore probante [da noi evidenziato].

Articolo 21:
Il Tribunale non esigerà che sia addotta la prova di fatti di pubblica notorietà, ma li terrà per acquisiti. Considererà ugualmente come autentiche prove i documenti ed i rapporti ufficiali dei Governi delle Nazioni Unite, ivi compresi quelli redatti dalle Commissioni stabilite nei diversi paesi alleati per le inchieste sui crimini di guerra così come i processi verbali delle udienze e le decisioni dei tribunali militari o altri tribunali di una qualunque delle Nazioni Unite [da noi evidenziato].

tratto da
http://robertfaurisson.blogspot.it/1990/08/katyn-norimberga.html

un tribunale che dice che le prove non servono …….MAH

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Santa Messa Celebrata dal Vescovo Monsignor Richard Williamson presso il monastero di Santa Cruz il 2 settembre 2012 (Integrale)

Vaticano. Padre Lombardi (gesuita, nda) condanna la posizione dei negazionisti. “Chi ignora la Shoah ignora la Croce
http://www.americaoggi.info/node/10012

Sembra l’ennesima riproposta del già visto. Tutto quello che alla fine è imputabile ai Gesuiti, poi alla fine trova sempre un Gesuiti pronto ad avvalorarne la tesi. In poche parole potremmo tradurre così la frase ad effetto lanciata da padre Lombardi nella direzione dei Lefebvriani: “lasciateci fare il nostro lavoro, se volete rivedere Gesù quanto prima!
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…Chiaro l’avvertimento ai lefebvriani negazionisti da parte del Vaticano, secondo cui “tanto più è grave” “se la negazione viene dalla bocca di un sacerdote o di un vescovo, cioé di un ministro cristiano, sia unito o no con la Chiesa cattolica”. Ed è a questi che è evidentemente rivolto con maggior forza il rimprovero della Santa Sede, fortemente impegnata a ricucire i rapporti con gli ebrei messi a dura prova dopo le dichiarazioni del vescovo lefebvriano negazionista Richard Williamson, giovedì rafforzate dal sacerdote trevigiano don Floriano Abrahamovicz. Se ne fa esplicito riferimento nella premessa all’editoriale, in cui si ricorda che “il cardinale Walter Kasper, presidente della Commissione per i rapporti con l’Ebraismo, ha inviato una lettera al Gran Rabbinato di Israele proponendo di non rinviare l’incontro ebraico-cattolico in programma a marzo a Roma e messo in discussione dopo le assurde dichiarazioni negazioniste del vescovo lefebvriano Richard Williamson. Affermazioni – sottolinea la Radio Vaticana – duramente condannate dal Papa”.
Il Rabbinato ha espresso apprezzamento per il contenuto della lettera, riservandosi di “valutare” la proposta di confermare l’incontro….

NEGAZIONISMO=mettersi di traverso riguardo ai progetti del rebbinato talmudico e della perversione abominevole dei gesuiti deviati

sabato 8 settembre 2012

Onore e gloria a Mons. Williamson

Articolo di di Dom Tomás de Aquino, Priore del monastero benedettino della Santa Croce, a Nova Friburgo, Brasile, pubblicato il 3 settembre 2012 sul sito del monastero

Mons. Richard Williamson e Dom Tomás de Aquino
in una recente visita del vescovo in Brasile

In questo momento così drammatico per la vita della Chiesa, mentre la fede è così gravemente minacciata, una voce episcopale si leva e conferma i fedeli nella fede del loro battesimo.

Di chi è questa voce, se non del vescovo perseguitato, diffamato, accusato di ribellione, ecc., ecc., ecc.? E perché è perseguitato, calunniato, accusato? Proprio perché difende la fede, e questo crimine è imperdonabile per il mondo moderno.

Il mondo moderno accetta tutto, accetta perfino la Tradizione, a condizione che la Tradizione accetti il mondo moderno. Il mondo moderno è un solvente molto concentrato. Esso accetta tutto ciò che si può dissolvere, tranne l’indissolubile fede cattolica, tranne la fede integrale, tranne la dottrina cattolica integrale, pura e immacolata, ed è essa che è giuoco in questo momento drammatico per la Tradizione.
Divideremo la fede come propose Salomone alle due donne che si contendevano un bambino?
La Roma modernista dice: “Sì, dividiamo la fede, facciamo un accordo. Perché no?”.
Monsignor Williamson dice: “No, non possumus”; e noi siamo con lui: “No, non possumus!”.
Come San Pietro disse ai farisei, anche noi diciamo: “Non possiamo smettere di predicare in nome di Nostro Signore Gesù Cristo! Giudicate se è meglio obbedire a Dio che agli uomini”.
Nel caso del giudizio di Salomone, è il bambino che deve vivere. Nel nostro caso, non è il bambino, ma la madre, la nostra Santa Madre Chiesa.
Dividerla per darne un pezzo ai modernisti e un altro ai tradizionalisti? Mai!

Per tutte queste ragioni noi diciamo e proclamiamo: “ Onore a gloria a Monsignor Williamson e a tutti i sacerdoti che difendono la fede senza compromessi contro i nemici della fede cattolica”.

Alcuni potrebbero sentirsi offesi per il semplice fatto che si parla di nemici in questa battaglia terribile. Se questo fosse il tuo caso, caro lettore, ricorda che la Chiesa qui in terra si chiama militante, poiché, come dice il Catechismo del Concilio di Trento, lotta contro tre nemici crudeli, che sono il demonio, il mondo e la carne. E ricorda anche la preghiera: “ Per il segno della Santa Croce, dai nostri nemici, liberaci, o Signore, Dio nostro.”. E ricorda anche ciò che diceva San Pio X, la cui festa celebriamo oggi: “I nemici della Chiesa, oggi si trovano nelle stesse vene della Chiesa”.

Questi nemici si trovano a Roma, per disgrazia, in questa Roma che vuole giungere ad un accordo con la Tradizione, cioè in questa Roma modernista che chiede di fare un patto con la Roma eterna.
A quale scopo?
Anche se non si sa quale sia l’intenzione del cuore di Benedetto XVI, non è difficile prevedere come andrà a finire tutto questo se si arriverà a concludere un accordo (i cui frutti amari si stanno già assaggiando, ancor prima che lo si firmi).
Il frutto che già si sta assaporando è il silenzio della Tradizione, ma come diceva San Gregorio Magno: “La Chiesa preferisce morire piuttosto che tacere”. Ella, la vera Madre, non tacerà, non farà quest’accordo vergognoso, continuerà a parlare, a predicare e ad operare per la salvezza dei suoi figli.
È ciò che fanno i sacerdoti coraggiosi, e quello che sta facendo Mons. Williamson. Per questo diciamo: “Onore e gloria a Mons. Williamson, successore degli Apostoli e confessore della fede”.

Onore e gloria al vescovo che ha amministrato 99 cresime in otto giorni e pronunciata la sua parola apostolica 15 volte rivolto a gruppi diversi che insieme fanno più di 300 persone, in questo vasto Brasile evangelizzato dai Portoghesi e ora da un vescovo di quella che era una volta l’“isola dei santi”.

Il nostro monastero della Santa Croce e i fedeli di Rio de Janeiro, Salvador, Vitoria, Campo Grande (dove un ritardo nei trasporti ha impedito la partenza di Mons. Williamson), Maringá e Nova Friburgo, ringraziano la sollecitudine di questo vero figlio di Mons. Lefebvre, fedele ai suoi insegnamenti, che è venuto a confermarci, non solo con il sacramento, ma anche con la sua profonda conoscenza della dottrina rivelata, degli errori moderni e dei rimedi contro i mali odierni, tra i quali brilla in modo particolare il Santo Rosario, che Mons. Williamson ci raccomanda di recitare integralmente tutti i giorni.

Che la Vergine Santissima ci ottenga la grazia di vegliare e di pregare per non cadere nella tentazione degli accordi e per vincere il serpente infernale che vuole distruggere la Tradizione.

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Espulsione di Mons. Williamson: non lasciamolo solo!

mons. Richard Williamson

Monsignor Richard Williamson è stato espulso dalla Fraternità San Pio X, perché “da diversi anni aveva preso le distanze dalla direzione e dal governo della Fraternità” (Comunicato della Casa Generalizia, Menzingen 24 ottobre 2012).

In realtà è la direzione della Fraternità che da diversi anni – e specialmente dal 2009 – ha preso una posizione pericolosa di dialogo azzardato e di eccessiva apertura verso le novità  del Concilio Vaticano II nonché di accettazione della shoah quale condizione richiesta da Benedetto XVI per essere considerati in piena comunione ecclesiale. È soprattutto l’opposizione a questi cedimenti che viene  rimproverata a monsignor Williamson, mascherata sotto l’aspetto disciplinare.

Lo stesso Superiore generale della Fraternità aveva riconosciuto – nel settembre del 2012 – che era stato ingannato e che Benedetto XVI voleva l’accettazione della Nuova Messa e del Concilio Vaticano II da parte della Fraternità. Ora ciò è proprio quello da cui monsignor Williamson “aveva preso le distanze” cercando di farle prendere anche alla direzione della Fraternità.

Se un Superiore generale si dichiara ingannato, dopo diversi anni, da un interlocutore che ha parlato apertamente e non ha nascosto il suo fine, o non è capace di governare o è in collusione con il nemico-interlocutore, “tertium non datur”. Benedetto XVI non ha mai nascosto che, secondo lui, il Concilio Vaticano II e il Novus Ordo Missae sono in continuità con la Tradizione. Voler far credere che per anni interi si è potuto pensare il contrario è una menzogna inaccettabile ed un insulto al buon senso di ogni uomo. A Napoli si dice: “qui nessuno è stupido”. Il Superiore in questione avrebbe dovuto ringraziare monsignor Williamson per averlo messo in guardia, e non espellerlo. Anzi avrebbe dovuto dimettersi personalmente.

L’espulsione di monsignor Williamson fa temere, con una seria probabilità, che si vogliano riprendere le trattative con Benedetto XVI accettando, tacitamente o praticamente, la sua ermeneutica della continuità tra Tradizione apostolica e Concilio Vaticano II.

Stando così le cose, occorre sostenere monsignor Williamson, non lasciarlo solo e non seguire il corso “entrista” della Fraternità, che la porterà pian piano – analogamente ad Alleanza Cattolica – all’accettazione tacita o almeno pratica delle novità conciliari e postconciliari.

Cosa fare? In coscienza – senza  voler fare sterili polemiche o disprezzare chicchessia –  debbo dire pubblicamente  per non fare l’ipocrita che non posso approvare  l’attuale orientamento della direzione della Fraternità. Detto questo, spero di non dover ritornare sull’argomento. Non sono mai stato “fraterno centrico” e non mi piace parlare e disputare sulla Fraternità costantemente e perciò mi sottraggo a questo circolo vizioso ed ossessionante. “Nella Casa del Signore vi sono molte dimore”.

Per quanto riguarda i fedeli, che hanno chiesto consiglio penso che essi possano ancora frequentare le messe celebrate dai sacerdoti della Fraternità, se sono più vicine a casa loro, ma senza seguire la nuova direzione di essa.

A questo punto di estrema confusione i fedeli possono frequentare tranquillamente anche le Messe di San Pio V officiate da Istituti «Ecclesia Dei» o sacerdoti che si avvalgono del Motu proprio Summorum Pontificum cura, poiché oramai tra questi e la Fraternità non vi sono differenze sostanziali. Anzi, mentre l’«Ecclesia Dei» sta andando dal basso verso l’alto, la Fraternità sta scendendo dall’alto verso il basso.

Inoltre i fedeli facciano oramai le loro offerte a monsignor Williamson, ai sacerdoti ed alle case religiose che si son mantenuti integri da ogni compromesso con il neomodernismo ed il giudeo-cristianesimo. “Fatti e non parole” (S. Ignazio).

I sacerdoti che non vogliono essere riciclati dai neomodernisti, seguano monsignor Williamson. Se questo vescovo viene appoggiato solo a parole, ma abbandonato con i fatti non potrà svolgere appieno la sua opera di integrale testimonianza alla verità.

Adesso i sacerdoti che non sono inclini ai compromessi dottrinali hanno a loro disposizione un vescovo, almeno un monastero in Brasile e, se saranno numerosi, potranno avere anche molte case nelle quali svolgere il loro apostolato ed un seminario in cui formare nella piena fedeltà alla Tradizione i candidati al sacerdozio.

Tutto sta a non lasciarsi intimorire (“latrare potest, mordere non potest nisi volentem”), come quando di fronte al Novus Ordo Missae si scelse la Messa tradizionale. Così ora si scelga la Tradizione e non la compromissione, abbandonandosi alla Provvidenza divina e cooperando liberamente con Essa. “Chi ti ha creato senza te, non ti salverà senza te” (S. Agostino).

don Curzio Nitoglia

25/10/2012

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Mons. Richard Williamson, nel n. 290 della sua ‘Lettera settimanale’ di “Commenti Eleison[1] del 2 febbraio 2013, faceva una considerazione sul “gran numero di anime, che oggi attorno a noi hanno perduto Dio”. Non solo, ma esse sono determinate a voler vivere senza Dio, ed inoltre “questo stato peggiora di giorno in giorno”. Ora “ciò non può durare”. Infatti questa situazione è “paragonabile alla condizione dell’umanità ai tempi di Noè” (Genesi, VII, 11 ss.). “Historia magistra vitae. La Storia è maestra di vita” e specialmente la “Storia Sacra”, che è una “Santa Maestra”, ma molto poco ascoltata dagli uomini.

Qualche “tradizionalista adulto” avrà sorriso: «ecco il solito “profeta di sventura!”. In realtà tutto va bene. Anzi da quando Benedetto XVI ha lanciato “l’ermeneutica della continuità” la crisi nell’ambiente ecclesiale è finita, il “Concilio Vaticano II è accettabile al 95%”. Basta con queste “geremiadi” …».

Sennonché mons. Vincenzo Paglia in qualità di Presidente del “Pontificio Consiglio per la Famiglia”, il 5 febbraio (appena tre giorni dopo) ha dichiarato: «sì al riconoscimento  dei diritti per le coppie di fatto ed omosessuali […], comunque il vero matrimonio è quello tra un uomo e una donna …». Egli in questo caso non solo conferma pienamente il proverbio romano: “chi più sporca la fa, lo fanno Priore”, ma si contraddice in quanto afferma o nega nello stesso tempo una stessa cosa (il matrimonio omosessuale va legalizzato) ed il suo contrario (il vero matrimonio è eterosessuale). Inoltre Paglia ha aggiunto che Benedetto XVI ha incaricato il “Pontificio Consiglio per la Famiglia” di trovare una “soluzione al caso dei divorziati risposati, che non possono ancora accostarsi ai Sacramenti”, se vogliono restare in tale stato. Ciò lascia capire che la soluzione, praticata sino a Giovanni Paolo II, di negare loro i Sacramenti è ritenuta oggi impraticabile, pastoralmente sorpassata e quindi occorrerà dar loro i Sacramenti, magari senza dirlo (“Paglia a Paglia”) troppo esplicitamente (“e vino al vino”).

Ora S. Tommaso nella Somma Teologica (II-II, q. 154, a. 11) spiega che l’omosessualità (e a fortiori la di lei legalizzazione) è un peccato contro l’ordine e il modo della natura (addirittura oggi teorizzato e legalizzato dal “Pontificio Consiglio per la Famiglia”, sotto Benedetto XVI)[2] e ripugna non solo alla Legge divina, ma anche alla retta ragione naturale. Infatti chi, nell’ordine pratico, agisce contro la natura (o peggio ancora vuol rendere naturale l’innaturale), perde la ‘sinderesi’ (“fa il bene, evita il male”) è simile a chi nell’ordine speculativo nega i primi princìpi per sé noti ed evidenti e specialmente quello d’identità e non contraddizione (sì = sì, no = no, sì ≠ no; bene = bene, male = male, bene    ≠ male). Invece Gesù ci ha insegnato: “il vostro parlare sia: ‘sì sì no no, quel che è di più viene dal Maligno” (Mt., V, 37). Ecco spiegata la contradictio in terminis di “Paglia” (“per l’Inferno”), diceva S. Alfonso de Liguori e del “Pontificio Consiglio per la [distruzione della] Famiglia” di Benedetto XVI.

Inoltre si nota nelle parole di Paglia un’opposizione formale e per principio ai ‘doni della Grazia e della Verità’ divine, essi secondo il ‘Catechismo della Dottrina Cristiana’ pubblicato per ordine di S. Pio X il 18 ottobre del 1912[3] (n. 152-153) sono: la disperazione di salvarsi, la presunzione di salvarsi senza merito, l’impugnazione o negazione della verità conosciuta, l’ostinazione nei peccati, e portano all’impenitenza finale e, quindi, alla dannazione, poiché ci si rifiuta di accettare la Verità naturale e rivelata e di convertirsi.

Per cui lo stato attuale è non solo simile, ma addirittura peggiore di quello del Diluvio Universale ai tempi di Noè, ed anche alla situazione pratica (e non teorizzata e legalizzata come oggi 2013), che portò alla distruzione di Sodoma e Gomorra ai tempi di Abramo (1900 a. C.).

Vediamo quel che ci dice la S. Scrittura a proposito di queste due avvenimenti.

1°) Il Diluvio Universale (Gen., VI, 5 – IX, 17). «Vedendo Dio come era grande la malvagità degli uomini sopra la terra e come tutti i pensieri del loro spirito erano intesi a malfare continuamente» la sua Giustizia decretò il Diluvio Universale (Gen., VI, 5-7).

Però fra tutti gli uomini empi vi era Noè “uomo giusto e perfetto, che era unito a Dio” (v. 14). Dio gli usò Misericordia e gli ordinò di costruire un’arca (ebraico “thebah” = “cassa”), o meglio una casa con quattro pareti, che s’innalzava sopra una zattera grande e robusta. Dio gli spiegò: “Io manderò sulla terra le acque del Diluvio ad uccidere tutti gli uomini[4] […], ma Io farò un Patto con te” (Gen., VI, 17-22). Il Patto con Noè consisteva nel salvare lui e la sua famiglia (8 persone in tutto) più tutti gli animali di ogni specie.

Noè fece tutto ciò che Dio aveva comandato e divenne il ‘secondo progenitore’ del genere umano, una sorta di ‘secondo Adamo’, figura di Cristo il ‘Nuovo Adamo’. Gli animali dovevano essere salvati, poiché Dio li aveva creati per servire l’uomo e non per “animalismo/ecologista”, Noè non era un “verde”.

Dall’annunzio di Dio del futuro Diluvio al suo inizio passarono 120 anni. Noè ne impiegò circa 100 anni per costruire l’arca (Gen. V, 31), nonostante i motteggi dei suoi contemporanei, figura dei “tradizionalisti adulti”. Egli predicava loro la penitenza ed il futuro castigo, ma i suoi amici lo guardavano con ironia e compassione[5]. Anzi, come Gesù ha narrato nel Vangelo (Mt., XXIV, 37): “gli uomini non badavano alle sue prediche, mangiavano e bevevano …, sino a che non venne il Diluvio e li portò via tutti quanti, mentre Noè entrava nell’arca”. La Misericordia di Dio si era esaurita ed era venuta l’ora della sua  Giustizia[6]. Infatti Dio disse a Mosè di entrare nell’arca poiché “entro sette giorni farò piovere per quaranta giorni e quaranta notti” (Gen., VII, 1 ss.). Sette come i giorni della creazione e quaranta come gli anni della traversata del deserto dell’Egitto ed i quaranta giorni del digiuno di Gesù nel deserto.

L’acqua si alzò sino sommergere tutta la terra e sorpassò di 15 cubiti[7] le montagne più alte (Gen., VIII, 4), ossia di circa quattro metri. Le acque signoreggiarono sulla terra per 150 giorni (Gen.,VIII, 10-24). Poi l’arca si poggiò pian piano sul monte Ararat (5.165 m.), che si trova nella Turchia orientale (Armenia).

Mons. Williamson continua: l’umanità ai tempi di Noè lasciò a Dio un solo modo per raddrizzarla, il castigo della sua Giustizia, ma nel tempo stesso la Misericordia del Signore concesse agli uomini un periodo notevole per far penitenza (circa 120 anni dall’annuncio del Diluvio, sette giorni dall’inizio del Diluvio alla chiusura dell’arca, quaranta giorni e notti di pioggia ininterrotta e 150 giorni per il processo di riassorbimento del Diluvio).

“Allo stesso modo oggi un castigo mondiale, continua mons. Williamson, è sicuramente l’unico modo che l’umanità ha lasciato a Dio perché un gran numero di anime si possa ancora salvare dall’orrore di dannarsi per l’eternità”. Il castigo della Giustizia divina lascia sempre uno spazio alla Misericordia, se l’uomo si pente ed accetta la Grazia di Dio si salva, se persevera nel male e rifiuta Dio si danna. È quel che succederà tra non molto, se pensiamo come insegna la “Maestra più inascoltata dall’uomo: la Storia Sacra”.

2°) La distruzione di Sodoma e Gomorra (Gen., XVIII, 16 – XIX, 28). Gli abitanti di Sodoma praticavano la sodomia o omosessualità, ma essa non era legalizzata o teorizzata né dai semplici cittadini, né dal Patriarca Abramo e neppure dal Presidente del “Pontificio Consiglio per la Famiglia”.

Tuttavia Dio disse: “il grido di Sodoma e di Gomorra è cresciuto e i loro peccati si sono aggravati fuor di misura” (Gen., XVIII, 17), cioè la sodomia è un “peccato che grida vendetta al Cielo”[8], ossia richiama la punizione divina già su questa terra anche attraverso elementi naturali. Ciò deve farci capire cosa pensa Dio dello stato attuale dell’umanità e specialmente dei “Pontifici Consigli” per “l’autodemolizione della Chiesa” (Paolo VI).

Abramo, il cui fratello Lot abitava a Sodoma, con la moglie e due figlie, e viveva secondo la Legge di Dio, pregò Iddio e Gli chiese di aver Misericordia di Sodoma: “Punirai, o Signore, il giusto assieme con l’empio? Se a Sodoma vi saranno 10 giusti, anch’essi periranno? Per amore dei 10 giusti non distruggerò Sodoma, rispose il Signore” (Gen., XVIII, 23).  Dio esige che vi siano almeno 10 giusti, commentano i Padri, per farci capire che per andare in Paradiso occorre osservare i 10 Comandamenti, che non sono 11, ma neppure 9. Però a Sodoma non vi erano neppure 10 giusti, ma solo quattro (Lot, la moglie e due figlie), esattamente la metà dei giusti che si salvarono dal Diluvio. Il Signore fece piovere su Sodoma e Gomorra zolfo e fuoco dal cielo e distrusse le due città, i loro abitanti e la regione attorno (Gen., XIX, 23 s.).

La conclusione è semplice: evitate le cattive compagnie (come ci insegnavano i nostri genitori “preconciliari”), i “Profeti del super-ottimismo”, Sodoma, Paglia,  i “Pontifici Consigli” nominati da Benedetto XVI. “Cum Sancto Sancus eris et cum perverso perverteris” recita il Salmo. Se qualcuno tenta di “sedurci” a frequentare costoro, “gridatelo dai tetti” (Mt., X, 27): “attenzione al lupo!”[9], altrimenti un giorno “lo grideranno le pietre” (Mt., XXI, 16; Lc., XIX, 40), come fanno ancor oggi i ruderi del “Muro del Pianto” dell’avan-Tempio di Gerusalemme, i quali ci ricordano il deicidio ed il castigo della Giudea nel 70. Eppure Giovanni Paolo II e Benedetto XVI sono stati a venerare il “Muro del Pianto” ed i suoi figli “fedeli”, definiti erroneamente: “Fratelli maggiori (Giovanni Paolo II) e Padri (Benedetto XVI) del Cristianesimo” e non sono andati ad ascoltare le sue grida contro i nemici di Gesù e della sua Chiesa, il Giudaismo talmudico, che – secondo la Rivelazione divina – ha “per padre il diavolo” (Gv., VII, 42).

Attenzione non sono i “Consigli Pontifici” o gli “Istituti” a reggere la Verità e la Grazia, ma è la Verità e la Grazia a reggere loro, nella misura in cui essi credono e predicano la Verità e vivono la Grazia; condannano l’errore e fuggono il male. Il Patto che Dio stringe con l’uomo o una Congregazione è reciproco: “se tu sarai fedele, Io ti benedirò. Ma se tu sarai infedele, Io ti maledirò” (Dt., XI, 26; XXVII, 11-XXVIII, 69).

Gesù ci ha detto “Ego sum Via, Veritas et Vita” (Gv., XIV, 6), “senza di Me non potete far nulla” (Gv., V, 19). Lontani da Lui tutto crolla e la rovina sarà immane. Non diciamo: “Templum Domini, Templum Domini, Templum Domini sumus”. Senza Verità e Vita anche il Tempio crolla. Che Noè, Abramo e Lot ci siano di ammonimento.

Costruiamo all’interno della nostra anima una “cella interiore” (S. Caterina da Siena), una specie di “arca” ove vivere nascosti assieme al Signore ed uniamoci con le piccole oasi di giusti che vivono alla presenza di Dio, in attesa che le il Diluvio e lo zolfo dal Cielo siano passati. Oramai “siamo alla frutta”, anzi “alla Paglia”. Non illudiamoci. Non è Paglia o Ratzinger che ci salveranno, anzi se li ascoltiamo siamo in compagnia dei contemporanei di Noè che lo motteggiavano e degli abitanti di Sodoma e Gomorra. Così moriremo “Di Noia”. Questi Sommi Sacerdoti del Nuovo Testamento, analogamente a Caifa ed Anna, hanno “per padre il diavolo” (Gv., VIII, 42). Gesù riconosceva in Caifa ed Anna i Sommi Pontefici dell’Antica Alleanza, anche se non seguivano le orme di Dio, ma del diavolo “omicida sin dall’inizio” (Gv., VIII, 44), poiché volevano ucciderLo. Tuttavia non seguiva il loro modo di fare e di parlare. In questa “ora del potere delle tenebre” (Gv., XVI, 4; XVIII, 20), anche noi dobbiamo non seguire il dire e il fare dei Sacerdoti e Maestri del Vaticano II, senza disconoscere il loro stato giuridico, ma senza “trarre lezioni spirituali” da “Di Noia”.

A buon intenditor poche parole! (v. “Commenti Eleison” n. 291, 9 febbraio 2013).  Kyrie, eleison!

d. Curzio Nitoglia

http://doncurzionitoglia.net/2013/02/09/233/


[1] Per ricevere gratuitamente la ‘Lettera settimanale’ di “Commenti Eleison” via mail basta chiederlo a italiancommentes@dinoscopus.org

[2] Qualcuno, specialmente a partire dall’elezione di Benedetto XVI, si ostina a voler vedere la continuità e non la rottura con la Tradizione del Magistero del Vaticano II e del post-concilio. Ma in questo caso come conciliare l’insegnamento di un “Pontificio Consiglio” con la S. Scrittura, la Tradizione e la retta ragione? Benedetto XVI in questo caso, come in quello dell’uso del “profilattico con i prostituti (!), quale inizio di un atto moralmente buono” ci fa “rimpiangere” persino Giovanni Paolo II …, che aveva esplicitamente vietato e condannato l’uso del profilattico anche tra sposi affetti dalla sindrome dell’aids e l’accesso ai Sacramenti per i divorziati che convivono e non vogliono lasciare tale stato disordinato.

[3] Cfr. AAS, 2 dicembre 1912.

[4]Tutti gli uomini” ostinati nel male, secondo l’interpretazione più comune dei Padri, sono i discendenti di Caino e Seth, che vivevano nella regioni limitrofe a quella abitata da Noè, e non tutti gli uomini del Globo terrestre. Il Diluvio, perciò, avrebbe riguardato solo la parte dell’umanità discendente da Caino e Seth, in Asia minore (Turchia, Armenia, Arabia Saudita, Palestina, Libano, Siria) ed Africa settentrionale (Egitto, Tunisia, Libia, Marocco) e non gli altri figli di Adamo, che abitavano il resto del mondo.

[5] Come si fa oggi con mons. Williamson …

[6] Se morirono tutti i discendenti di Seth e Caino, tranne otto persone della famiglia di Noè, tra l’Africa mediterranea e l’Asia minore, ciò non significa che tutti furono dannati. Alcuni di loro ebbero il tempo di chiedere pietà al Signore (sette giorni, quaranta giorni e poi centocinquanta) e salvarsi l’anima. Tutto ciò esalta la Giustizia e la Misericordia di Dio, che non vanno mai disgiunte (“Misericordia et Justitia osculatae sunt. La Misericordia e la Giustizia si sono abbracciate e baciate”, Sir., V, 6). La sola “Misericordia” senza Giustizia è bonarietà o “bonacceria”; la sola “Giustizia” senza Misericordia è crudeltà. Dio non è né bonaccione né crudele, ma infinitamente Giusto e Misericordioso, “superexaltat autem Misericordia Justitiam. La Misericordia divina sorpassa la sua Giustizia” (Giac., V, 6).

[7] Il ‘cubito’ era l’unità di misura dell’antichità ed equivaleva alla lunghezza di un gomito, ossia l’arto superiore, che va dalla spalla o braccio all’avambraccio (circa 20/30 cm). Perciò 15 cubiti sono circa 3 – 4, 5 metri.

[8] Secondo il ‘Catechismo di S. Pio X’ del 18 ottobre 1912 (n. 152 e 154) i peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio sono quattro: “l’omicidio volontario, l’omosessualità, l’oppressione dei poveri e frodare la giusta paga agli operai”.  Anche qui qual è la continuità tra Benedetto XVI e San Pio X?

[9] Il “buon pastore” (Gv., X, 1-21) quando vede il lupo lo affronta perché ama le sue pecorelle (i fedeli). Invece il mercenario o il “cattivo pastore”, le abbandona, “non solo  fuggendo, ma anche tacendo” (S. Giovanni Crisostomo, Commento al Vangelo di S. Giovanni). Se di fronte a chi vuol sedurre la resistenza al modernismo con la tattica dell’entrismo, tacciamo pur senza approvare, ebbene allora fuggiamo come il “cattivo pastore”.

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lunedì 10 dicembre 2012

Mons. Richard Williamson: “Che Dio sia con loro, perché hanno una responsabilità spaventosa”.

Commenti settimanali di
di S. Ecc. Mons. Richard Williamson
Vescovo della Fraternità Sacerdotale San Pio X

8 dicembre 2012
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http://www.dinoscopus.org/italiano/italianiprincipale.html
Una spiegazione?
Un collega della Fraternità San Pio X mi ha mandato di recente una copia di una circolare inviata a certi sacerdoti della FSSPX dal quartier generale (QG) della stessa, contenente una spiegazione ufficiale di cinque osservazioni possibilmente preoccupanti del Superiore Generale (SG) della FSSPX. Il collega ha chiesto il mio parere. Onestamente, io penso che i sacerdoti membri della FSSPX dovrebbero essere non meno turbati. Molto brevemente, ecco i perché:-
In primo luogo, a maggio, in Austria, il SG ha detto che la FSSPX ha bisogno di ripensare le sue relazioni con Roma. Il QG spiega che in questo non c’è stato alcun cambiamento della posizione della FSSPX rispetto alla neo-Roma, ma solo un invito ai membri della FSSPX perché riconoscano che non tutto quello che dicono i neo-romani è sbagliato. Tuttavia, i sacerdoti che hanno ascoltato le parole originali dette in Austria, hanno capito che il SG ha voluto dire esattamente ciò che aveva scritto il marzo scorso nel giornale interno della Fraternità (Cor unum), e cioè che la “nuova situazione” nella Chiesa, “richiede che noi si assuma una nuova posizione rispetto alla Chiesa ufficiale”, perché dal 2006 “abbiamo assistito ad uno sviluppo nella Chiesa”.
 Il QG ha una spiegazione per queste parole scritte dal SG?
In secondo luogo, nella stessa occasione, si è sentito affermare dal SG che il potenziale accordo con Roma comporterebbe che ogni cappella con meno di tre anni verrebbe demolita. Il QG spiega che in effetti il SG ha detto che dove la FSSPX dice Messa da più di tre anni, potrebbe essere istituita una cappella. Tuttavia, il SG ha anche detto che laddove la FSSPX ha esercitato il ministero per meno di tre anni, potrebbe continuare a farlo in privato, il che significa che ogni edificio pubblico dev’essere per lo meno abbandonato.
In terzo luogo, sull’emittente CNS, sempre a maggio, il SG ha parlato di libertà religiosa “molto, molto limitata”.
Il QG spiega che il SG parlava di “vera libertà religiosa”, che è quanto la Chiesa ha sempre insegnato, vale a dire del diritto limitato alla religione cattolica. Tuttavia, le parole originali del SG pronunciate su CNS sono più che chiare, come può verificare chiunque su internet: “Il Concilio ha presentato una libertà religiosa che in effetti è molto, molto limitata – molto limitata”. Il QG, avrebbe bisogno di fornire qui una seconda spiegazione, per dimostrare che la prima non fosse, quanto meno, un errore?
In quarto luogo, a settembre, a Ecône, il SG ha ammesso di essersi sbagliato nei suoi approcci con Roma.
 Il QG spiega che l’errore riguarda solo un “punto ben preciso e limitato”: se il Papa insistesse o meno sull’accettazione del Concilio da parte della FSSPX. Tuttavia, questa insistenza sul Concilio (compresa la nuova Messa) è l’elemento portante della discordia tra la FSSPX e la neo-Roma. Questa spiegazione del QG non assomiglia all’affermazione che lo squarcio prodotto dall’iceberg sul fianco del Titanic, fosse solo una fenditura ben precisa e limitata?
 In quinto luogo, anni fa, il SG ha detto che i testi del Concilio sono “accettabili al 95%”.
Il QG spiega che egli parlava della lettera e non dello spirito dei testi. Tuttavia, quale madre darebbe mai ai suoi figli una qualsiasi fetta di una torta che sa essere avvelenata al 5%? Vero è che in teoria potrebbe dar loro una fetta di quel 95% non avvelenato, ma in pratica non temerà lo spirito velenoso in tutte le parti della torta?
In conclusione, se la crisi della FSSPX di questa primavera ed estate mi ha fatto dubitare della competenza e dell’onestà del SG e del suo QG, temo che dopo questa spiegazione delle cinque citazioni, posso solo rimanere perplesso. Che Dio sia con loro, perché hanno una responsabilità spaventosa.

Kyrie eleison.

Londra, Inghilterra

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UNDIGNIFIED DIGNITY…

sabato 23 marzo 2013
Commenti settimanali di
di S. Ecc. Mons. Richard Williamson
Vescovo della Fraternità Sacerdotale San Pio X


16 marzo 2013
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Dignità indegna

Una lettrice ha argomentato in favore della libertà religiosa del Vaticano II. Anche se l’oggetto è stato spesso affrontato nei “Commenti Eleison”, i suoi argomenti meritano di essere considerati, perché oggi è di vitale importanza per i cattolici cogliere a fondo la falsità di questo insegnamento. Quello che il Concilio ha insegnato nel paragrafo 2 della Dichiarazione sulla Libertà Religiosa (Dignitatis Humanae), è che tutti gli uomini, quando agiscono in privato o in pubblico in conformità con le loro convinzioni, devono essere liberi da ogni coercizione da parte di altri uomini o di gruppi. Inoltre, ogni Stato umano deve inserire questo diritto naturale nel diritto costituzionale o civile.

Al contrario, lungo tutta la sua esistenza, fino al Vaticano II, la Chiesa cattolica ha costantemente insegnato che ogni Stato, come incarnazione dell’autorità civile di Dio sulle umane creature di Dio, è obbligato, come tale, ad usare questa autorità per proteggere e favorire l’unica vera Chiesa di Dio: la Chiesa cattolica del Dio Incarnato, Nostro Signore Gesù Cristo. Ovviamente, gli Stati non cattolici saranno condannati, non tanto per non aver dato protezione civile a questa fede, quanto per la loro mancanza di fede. Inoltre, gli Stati cattolici possono astenersi dal proibire la pratica pubblica delle false religioni laddove tale proibizione procurasse più male che bene per la salvezza delle anime dei cittadini, ma il principio rimane intatto: gli Stati di Dio devono proteggere la vera religione di Dio.

In effetti, l’insegnamento conciliare implica o che gli Stati non sono da Dio, o che non esiste l’unica vera religione di Dio. In entrambi i casi esso libera implicitamente lo Stato da Dio, mettendo così la libertà dell’uomo al di sopra dei diritti di Dio o, semplicemente, l’uomo al di sopra di Dio. È per questo che Mons. Lefebvre diceva che l’insegnamento conciliare è blasfemia. Ed è inutile dire che gli altri paragrafi della DH contengono della buona dottrina cattolica. Un solo squarcio procurato da un iceberg fu sufficiente ad affondare il Titanic. Il paragrafo 2 della DH da solo è sufficiente ad affondare la dottrina cattolica. Ma vediamo gli argomenti in difesa degli insegnamenti del Concilio.

1. DH fa parte del Magistero Ordinario della Chiesa, che dev’essere preso seriamente.
DH viene dai Magistri della Chiesa, o maestri, certo, ma non dal Magistero Ordinario infallibile, perché DH contraddice l’insegnamento tradizionale della Chiesa, come mostrato sopra.

2. DH chiarisce semplicemente uno dei diritti umani che sono garantiti dalla legge naturale.
La legge naturale colloca i diritti dell’uomo sotto e non sopra i diritti di Dio.

3. DH non nega il modello cattolico delle relazioni Chiesa-Stato.
Invece fa proprio questo! Il paragrafo 2 libera lo Stato dal suo obbligo intrinseco verso la sola vera Chiesa.

4. DH è scritto nel contesto del mondo moderno, dove tutti credono nei diritti umani.
Da quando la Chiesa dev’essere adattata al mondo e non il mondo alla Chiesa?

5. DH non insegna che l’uomo ha diritto all’errore.
Se lo Stato di Dio deve garantire un diritto civile a praticare, in pubblico, le false religioni, allora si rende Dio garante del diritto all’errore.

6. DH è un appello ai governanti moderni a garantire mezza pagnotta, che è meglio di nessuna pagnotta.
La vera dottrina cattolica è così logica e coerente che accantonarne una parte significa accantonarla tutta. Forse che la pecora si salva offrendosi al lupo?

7. I cattolici non devono isolarsi dal mondo moderno in un ghetto dottrinale.
Al fine di non tralasciare i diritti di Dio o di non compromettere il Suo onore, i cattolici devono fare tutto quello che va fatto, e devono andare dove loro tocca. E se questo significa il martirio, così sia!

Kyrie eleison

Londra, Inghilterra

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“ALLA SUA IPOCRITA ED ILLECITA SCOMUNICA RISPONDEREMO A TEMPO DEBITO, VIA WEB.”

martedì 19 marzo 2013
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Mons. Lefebvre scriveva: «Il giorno del giudizio, Dio ci chiederà se siamo stati fedeli e se abbiamo obbedito a delle autorità infedeli. L’obbedienza è una virtù relativa alla Verità e al Bene. Ma se essa si sottomette all’errore e al male, non è più una virtù, ma un vizio.» (Mons. Lefebvre, lettera del 9 agosto 1986).
Il Giorno 8 Marzo 2013, alle 19.46 sono stato raggiunto da una telefonata del Superiore della Fraternità San Pio X in Italia, don Pierpaolo Petrucci, che ha comunicato, a me e ad Anna Rita, la nostra “scomunica”: divieto di ingresso nelle Cappelle della Fraternità e privazione dei Sacramenti, con l’accusa di “calunnie nei confronti del Superiore Generale della Fraternità Monsignor Fellay”. In un primo momento non ho risposto a questa illegittima “scomunica”, chiudendo velocemente quella conversazione, che aveva del grottesco. Successivamente, il giorno 9 Marzo 2013, ho comunicato a don Petrucci, per SMS, che alla sua ipocrita “scomunica” avremmo risposto via Web, attraverso il nostro Blog.
Rispondiamo perciò a don Petrucci e a chi sta sopra e dietro di lui, con il sostegno di un santo Sacerdote tradizionale, che ha analizzato la questione trovandone i riferimenti legislativi nel Codice di Diritto Canonico del 1917 (unico Codice lecito della Chiesa Cattolica: non il Codice “riformato” di Giovanni Paolo II e nemmeno l’arbitrario “terzo” Codice della Fraternità San Pio X che è un frutto ibrido dei precedenti due), per dimostrare a tutti che questo atto prevaricatore, iniquo e violento è totalmente fuori dall’applicazione delle leggi della Santa Chiesa Cattolica.
OVVIAMENTE NOI REPINGIAMO  IN MANIERA RISOLUTA L’ACCUSA, INFONDATA, DI “CALUNNIA” nei confronti del Superiore Generale della Fraternità San Pio X Monsignor Bernard Fellay.
Ma prima di passare all’esposizione dei “Delitti e Pene Canoniche”, che riguarda l’aspetto giuridico della vicenda a noi accaduta, vorrei sottolineare lo scritto di San Clemente I Papa per mettere in risalto anche l’aspetto pastorale portato avanti dalla Fraternità San Pio X che sembra stia prendendo tutta  l’impronta settaria di una Chiesa autocefala: “Non mancarono mai ministri della grazia divina che, ispirati dallo Spirito Santo, predicassero la penitenza. Lo stesso Signore di tutte le cose parlò della penitenza impegnandosi con giuramento: Com’è vero ch’io vivo – oracolo del Signore – non godo della morte del peccatore, ma piuttosto della sua penitenza”. Ora noi sappiamo che Monsignor Lefebvre ha creato, con la Grazia di Dio, la Fraternità San Pio X per la salvaguardia della Messa di Sempre e del Sacerdozio Cattolico. Perché tutto questo? Semplice: per la salvezza delle anime. Ora, in riferimento alla comunicazione dataci da don Petrucci, dove sarebbe questa salvaguardia per la salvezza delle nostre anime, la mia e di Anna Rita? Ammettendo, per ipotesi, che il peccato a noi imputato fosse vero (e non lo è), non doveva don Petrucci, per salvaguardare le nostre anime, spiegarci dettagliatamente il nostro peccato e convincerci di peccato, scrivendoci ufficialmente o chiedendoci di incontrarlo? Questo non è stato fatto, denotando una superficialità, o forse cattiveria, nell’infliggerci una grave pena senza averci dato la possibilità né di difenderci né di poterci pentire del presunto peccato di calunnia nei confronti della persona del Superiore Generale della Fraternità San Pio X. Dov’è finita, quindi, la ragion d’essere della Fraternità, quella ragione con cui Mons. Lefebvre la fondò, cercando di salvaguardare la Messa cattolica, il Sacerdozio cattolico ed in definitiva la Fede cattolica, tutte cose non finalizzate a se stesse, ma alla salus animarum?
Continua San Clemente I Papa:
Aggiunse ancora parole piene di bontà: Allontànati, o casa di Israele, dai tuoi peccati. Di’ ai figli del mio popolo: Anche se i vostri peccati dalla terra arrivassero a toccare il cielo, fossero più rossi dello scarlatto e più neri del silicio, basta che vi convertiate di tutto cuore e mi chiamiate « Padre », ed io vi tratterò come un popolo santo ed esaudirò la vostra preghiera (cfr. Ez 33, 11; Os 14, 2; Is 1, 18, ecc.)”. Forse che questo presunto peccato di calunnia sarebbe addirittura riuscito a superare il Cielo per non concedere, da parte dei capi della Fraternità, la misericordia con cui Dio tratta comunque le anime, anche se accusate di una grave colpa come quella di calunnia? E’ forse Mons. Fellay più “in alto” di Dio, se con i rinnegatori della Fede in Dio andiamo a fare colloqui dottrinali ed accordi pratici, mentre a chi critica il Superiore lanciamo anatemi senza possibilità di replica?
Siamo all’assurdo: coloro che dovrebbero incarnare nella propria vita la Tradizione della Chiesa, vilipesa dai modernisti, “assassini conciliari della Fede” che tante anime hanno condotto e conducono all’inferno, si abbassano a queste illecite azioni, illecite in quanto non esiste in essi autorità alcuna per poterlo fare, né quella concessa da parte della Chiesa, in quanto non sono incardinati (e se anche lo fossero hanno agito fuori della legislazione), né quella concessa da Dio, che come attributo principale ha la Misericordia, e solo dopo il Giudizio. Ma è evidente che questa, fatta nei nostri confronti, è l’ennesima azione prevaricatrice inflitta a chi è giustamente contrario a qualsiasi accordo con i modernisti, che da 50 anni occupano satanicamente la Chiesa, basti vedere il clamoroso trattamento fatto a Monsignor Williamson, il quale, se non gli fosse stato impedito di entrare nell’ultimo Capitolo della Fraternità, per poi esserne buttato fuori definitivamente, avrebbe messo in riga tutti quanti, perché quanto a preparazione Teologica e a dirittura morale ne avrebbe zittiti molti.
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Ma andiamo per ordine: la prima accusa di calunnia è stata fatta nei miei confronti da don Emmanuel du Chalard, uno dei fautori dello scandaloso gruppo del G.R.E.C. Costui nel 1996 si stava già adoperando per fare l’ignobile accordo con i modernisti conciliari assasini della fede ”. Prima di una Confessione con questo personaggio, fui accusato da lui di calunnia in riferimento ai nostri articoli che parlavano appunto della combriccola modernista del G.R.E.C, di cui anche lui fa parte, come afferma pubblicamente il libro sul G.R.E.C.. Io chiaramente ho obbiettato a tale accusa, ribadendo che i  nostri articoli sono documentati con fonti certe, e che addirittura in  questo caso la fonte era esattamente uno di loro, il Père Michel Lelong che ha scritto il libro, “Pour la nécessaire réconciliation” pubblicato nel Dicembre 2011.( Il libro in questione parla del francese GREC (Groupe de Réflexion Entre Catholiques – Gruppo di riflessione tra cattolici) e dei rapporti organici che i responsabili della Fraternità Sacerdotale San Pio X hanno mantenuto con questo gruppo, in vista dell’accordo con la Roma conciliare). Forse il povero Du Chalard non ne era al corrente… o forse pensava di intimidirmi con quel suo assurdo atteggiamento. Di fatto io gli ho contestato l’accusa dicendogli che quella pubblicata era la verità, e che quindi non stavo facendo nessun peccato di calunnia ma anzi stavo, insieme ad Anna Rita, facendo un servizio alla verità.
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Ad ogni modo, io gli ho garantito che se lui mi avesse fornito una documentazione seria che avesse dimostrato il contrario delle mie affermazioni, io avrei immediatamente pubblicato una smentita agli articoli precedenti, fornendo tale documentazione e con delle scuse immediate. Lui allora mi ha detto: “Se io le fornisco la documentazione lei pubblica la smentita?” Naturalmente gli ho risposto: “Lo farò immediatamente.” Du Chalard allora ha replicato dicendomi di aspettare in Cappella perché mi avrebbe portato questa documentazione. Io allora mi sono seduto in Cappella, mentre Du Chalard entrava in Sacrestia per prendere questa presunta documentazione. Dopo qualche istante questo signore si è presentato, consegnandomi un ridicolo foglietto volante, stampato dal web, che faceva riferimento ai commenti di un Forum francese, in cui un commentatore anonimo esprimeva una sua opinione personale, asserendo che il G.R.E.C  “non esiste più”. Intanto, ammesso che un anonimo sia “attendibile”, dire che una realtà “non esiste più” conferma il fatto che questa realtà sia realmente esistita, e qui il problema non sta nell’attuale esistenza o meno del G.R.E.C., ma nel fatto che qualcuno lo abbia inconcepibilmente messo in piedi! Quindi, nessuna calunnia nel parlare di questo argomento, confermato persino da un anonimo che cercava di negarlo. Faccio notare che il foglietto consegnatomi non conteneva nemmeno il commento per intero, ma riportava solo la parte finale del discorso di quell’anonimo, che evidentemente era cominciato in una pagina precedente, e che neanche compare nella “documentazione” datami per smentire la realtà. Riporto qui sotto il “prezioso documento”… fonte molto attendibile ….
Come si può evincere da questa presunta “documentazione” nessuna smentita con scuse era possibile, in quanto era una presa per i fondelli. Forse Du Chalard pensava che fossi scemo? O forse pensava che mi sarei impaurito? Sta di fatto che, per Carità cristiana, evitai di pubblicare l’accaduto, in quanto avrei dovuto mettere in risalto l’atteggiamento inqualificabile di questo Sacerdote. Ma credo che a questo punto, visto quanto è successo a me e ad Anna Rita, sia giunto il momento di raccontarlo, proprio in riferimento al fatto che veniamo accusati di calunnia, senza dimostraci dettagliatamente quali siano queste calunnie nei loro confronti, quando le azioni degli accordisti sono facilmente rintracciabili nel Web su Siti più che attendibili e benemeriti come, Unavox, Sapinière, Non Possumus Spagnolo, Syllabus, Avec L’Immaculèe, ecc.
E pensare che nel Giugno dello scorso anno, durante una conferenza tenuta al convento di Vigne di Narni (era presente Anna Rita) questo sacerdote disse di non seguire i Blog in Internet, perché pubblicherebbero sempre false notizie, prive di fonti certe ed attendibili… Complimenti per la coerenza…
Dopo questo evento, questa gente è tornata alla carica venerdì sera, dopo aver letto sul nostro blog la pubblicazione della lettera dei 37 Sacerdoti francesi contrari alla linea direttiva di Mons. Fellay e della loro ulteriore spiegazione alla loro lettera. Evidentemente l’aver fatto eco alla voce di questi sacerdoti, ci ha ottenuto il titolo di “peccatori pubblici imperdonabili”, rei di “calunnia verso il Superiore generale della Fraternità”, anche se riportiamo cose non nostre ma dette da altri, e che oltretutto sono anche vere, perché dettagliatamente descritte con dovizia di particolari e quindi facilmente verificabili, se non altro da chi conosce personalmente i Sacerdoti nominati con Nome e Cognome all’interno della testimonianza. Inoltre questa gente è tornata alla carica in modo del tutto fuori legge, cioè comminando una pena senza processo, senza possibilità di contraddittorio, senza difensori, senza sentenza emessa da chi ne abbia vera facoltà, e senza un atto scritto, pubblico, firmato ed ufficiale, ma con una “telefonata” fatta al volo, di soppiatto, di cui non restano tracce scritte che dimostrino nero su bianco la prevaricazione commessa coscientemente contro la Legge della Chiesa e contro il diritto naturale e spirituale delle anime.
Ora passiamo all’esposizione della legislazione prevista nei casi di gravi colpe commesse con relative pene:
DELITTI E PENE CANONICHE
I Delitti
Secondo il Codice di Diritto Canonico del 1917 (canoni 2195-2198) il Delitto è una colpa esterna ed imputabile cui si aggiunge una Sanzione o una Pena.
Il Delitto presuppone un fatto sanzionato con una Pena determinata  dalla Legge ecclesiastica, mentre la violazione di una Legge non sanzionata da una Pena non costituisce un Delitto e quindi non è punibile canonicamente, ma solo moralmente, ossia è un peccato e non un Delitto (F. Roberti, De delictis et poenis, Roma, 1944, I, p. 53 sg.).
La Colpa
Ai canoni 2199-2209 il Codice spiega che esiste Delitto soltanto se il Delinquente è responsabile in coscienza della sua azione o Colpa.
Le Pene
Nei canoni 2214-2219 la Chiesa insegna che Essa ha il diritto di conferire delle Pene ai suoi sudditi (canone 2214, § 1). Nello stesso tempo essa ricorda ai Vescovi  che hanno il diritto di conferire le Pene ecclesiastiche, rifacendosi al Concilio di Trento (sess. XIII, cap. 1), che “bisogna unire il rigore con la mansuetudine, la giustizia con la misericordia, la severità con la dolcezza”.
È il legittimo Superiore (Papa per la Chiesa universale, Vescovo residenziale per la Diocesi, Superiore di un Ordine religioso per i religiosi con voti facenti parte di quell’Ordine specifico) che può applicare la Pena, privando il soggetto di un bene spirituale o temporale, per la sua correzione e per l’espiazione del Delitto (can. 2215).
Nel nostro caso la Pena della proibizione di entrare nelle Cappelle della FSSPX e la privazione dei Sacramenti ci è stata inflitta da un soggetto non avente Autorità (il Superiore del Distretto Italiano della FSSPX). Quindi canonicamente è nulla. Potremmo appellarci ad un Tribunale ecclesiastico.
La Pena deve essere proporzionata al Delitto, inoltre nell’interpretazione della Legge penale si deve applicare al reo l’interpretazione più benevola, mai la più rigida (can. 19).
A noi è stata applicata la più rigida: la proibizione dell’ingresso nella cappella, oratorio o chiesa.
I Superiori che hanno Potere di infliggere le Pene
Secondo il Codice di Diritto Canonico (canoni 220-2225) sono soltanto coloro che hanno il Potere di fare Leggi (il Papa, il Concilio Ecumenico, il Vescovo del luogo, il Superiore di religione[1]) entro il confine della loro Giurisdizione (il Papa per tutta la Chiesa universale, il Vescovo solo per la sua Diocesi, il Superiore religioso solamente per i religiosi del suo Ordine). Chi non ha Potere legislativo (per es. i Cardinali e i Parroci) non può infliggere Pene. A maggior ragione il Superiore del Distretto Italiano della FSSPX ed anche il Superiore Generale di essa.
I Soggetti delle Pene
La Pena ecclesiastica (canoni 2226-2235) può essere applicata soltanto a coloro che sono soggetti ad una Legge o Precetto sanzionato con una Pena da chi ne ha autorità: il Papa, il Vescovo, il Superiore religioso. Solo costoro e non altri hanno l’autorità di sanzionare.

[1] Per esempio il Superiore dell’Ordine Francescano per i Religiosi Francescani, il Superiore Domenicano per i Domenicani e così via.
L’Interdetto
È una censura (canoni 2268-2277) che proibisce ai fedeli alcune funzioni sacre (di partecipare alla Messa, di ricevere i Sacramenti, o addirittura di entrare in chiesa), che sono determinate  per diritto, senza escluderli dalla Corpo della Chiesa (scomunica). Ora solo la S. Sede e chi riceve il mandato da Essa può lanciare l’Interdetto (generale, locale o personale). Per esempio il Vescovo può lanciarlo, avendo ricevuto la giurisdizione dal Papa sulla propria Diocesi, solo su una parrocchia o sui parrocchiani della sua Diocesi. Inoltre alle persone che hanno ricevuto l’Interdetto è proibita la partecipazione attiva alle funzioni o ai Sacramenti, ma la presenza passiva può essere tollerata, tranne che non sia stato loro proibito l’ingresso nella chiesa, che rappresenta la maggior Pena dell’Interdetto.
I singoli Delitti  e le loro Pene
Il Codice (canoni 2314-2414) parla di Delitti contro la Fede e l’Unità della Chiesa (canoni 2314-2319), contro la Religione (2320-2329), contro le Autorità, le persone e le cose ecclesiastiche (canoni 2330-2349, ma si tratta di delitti contro il Papa, i Cardinali, i Vescovi con giurisdizione, ed in tal caso l’Autorità ecclesiastica può arrivare a comminare Pene proporzionate al Delitto[2]), dal canone 2350 sino al 2414 si parla di Delitti contro la vita, la libertà, la proprietà, la buona fama e i buoni costumi, ecc.
Il caso che si è applicato a noi è quello riguardante la “buona fama”. Infatti ci si accusa di “Detrazione e Calunnia”. Ma secondo la Teologia Morale “i Giornali [e quindi i siti web, ndr] possono lecitamente pubblicare i delitti di uno, se essi sono pubblicamente noti o non possono più restare nascosti a lungo. Per il bene pubblico, i giornali possono indagare lecitamente e rivelare anche mancanze occulte, se il loro autore ricopre cariche pubbliche per le quali è incapace; possono pubblicare e criticare i difetti in cui sono incorse persone di pubblici uffici nell’esercizio delle loro mansioni” (E. Jone, Compendio di Teologia Morale, Torino, Marietti, VI ed., 1964, p. 311, n.° 377). Perciò la rivelazione di una mancanza che è utile per il bene pubblico o dei privati non è diffamazione, non è neppure un peccato e non incorre in Pene ecclesiastiche onde l’Interdetto lanciato contro di noi non ha ragione di sussistere in sé, non essendovi delitto e neppure peccato di “Diffamazione”, e neanche nel Soggetto che lo ha lanciato, il quale non ha l’Autorità per farlo.
Noi abbiamo soltanto ripreso un articolo, dopo aver chiesto gentilmente la traduzione di esso ai gestori del Sito Unavox.it, pubblicato sul sito La Sapinière, riguardo ad una Lettera inviata da 37 Sacerdoti della FSSPX al suo Superiore Generale. Lettera già pubblicata da la La Sapinière (testo originale), poi da noi, ed infine anche dal sito benemerito di Unavox.it, che ci è sembrata circostanziata, documentata e priva di parole offensive anche se dottrinalmente ferma. Per questo motivo siamo stati accusati di “Diffamazione”, condannati, senza essere stati sottomessi ad un regolare processo (con una pubblica accusa, un avvocato difensore, dei giudici e la nostra presenza per poterci difendere o correggere), che non si nega anche al peggior criminale.
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[2] La “Congregazione del Concilio” in data 29 giugno 1950 ha stabilito la scomunica riservata alla S. Sede per il Delitto di sovvertimento della legittima potestà ecclesiastica”. 
Siccome è il legittimo Superiore (Papa per la Chiesa universale, Vescovo residenziale per la Diocesi, Superiore di un Ordine religioso per i religiosi con voti facenti parte di quell’Ordine specifico) che può applicare la Pena, privando il soggetto di un bene spirituale o temporale, per la sua correzione e per l’espiazione del Delitto (can. 2215), ed inoltre il Delitto di cui siamo stati accusati, moralmente e canonicamente parlando, non sussiste, la Pena inflittaci è un abuso di potere non avente forza di legge.
Inoltre i canonisti distinguono nettamente tra il peccato di Ingiuria, Calunnia o Detrazione (ammesso che vi sia Calunnia e che non ci si trovi davanti ad una semplice divergenza d’interpretazione) e Delitto di Ingiuria.
Infatti il peccato è senza Pena canonica,  ma vi è solo una colpa morale che può essere anche mortale, e se ne occupa la Teologia morale, mentre il Delitto di Calunnia è accompagnato da una Pena canonica (CIC, can. 1938).
Il canone 1938 recita: “Nella causa di ingiurie o diffamazione, affinché sia istituita un’azione penale, è richiesta una denuncia previa o una querela della parte lesa” (§ 1). “Ma se si  tratta di ingiuria o diffamazione grave, subita da un chierico o religioso, specialmente se è costituito in dignità, allora l’azione penale può essere istituita ex officio” (§ 2). Tuttavia il canone 1934 specifica che “L’azione penale deve essere riservata ad un promotore della giustizia”. Ora nel nostro caso ciò non è stato fatto.
Inoltre i canonisti spiegano che il Delitto di Ingiuria è quello commesso “contro il Papa, i Cardinali, l’Ordinario del luogo o Vescovo residenziale” (cfr. P. Palazzini, voce “Ingiuria”, in “Enciclopedia Cattolica”, Città del Vaticano, 1951, vol. VI, coll. 2006-2009). Per di più “la Pena canonica non è mai irrogata ipso facto, latae sententiae, vale a dire automaticamente, ma deve essere applicata da un giudice avente Giurisdizione ricevuta dalla S. Sede, ossia essa è sempre ferendae sententiae” (ivi).
Quindi la Pena d’Interdetto lanciata da don Petrucci o mons. Fellay contro di noi è nulla, sia perché non si tratta di un Delitto di Detrazione, sia perché non vi è stata sentenza di un Giudice avente Giurisdizione, sia perché il nostro non è nemmeno un peccato di Detrazione, come spiega Ernest Jone nel Compendio di Teologia morale (Torino, Marietti, VI ed., 1964, n. 377, p. 311) su citato.
Padre Felice Maria Cappello nel suo Tractatus canonico-moralis de censuris, III ed., Torino, 1933 spiega che il Delitto di Detrazione o Ingiuria contro l’Autorità ecclesiastica consiste in 1°) disobbedienza  al Papa (can. 2331 § 1); 2°) cospirazione contro l’Autorità del Papa (can. 2331, § 2); 3°) appellarsi al Concilio Ecumenico contro il Papa (can. 2332); 4°) violazione di Lettere, Encicliche ed Atti della S. Sede (can. 2333); 5°) provvedimenti contrari alla libertà della Chiesa (can. 2334-2336); 6°) iscrizione alla massoneria (can. 2335); gli altri reati riguardano i parroci che si oppongono alle decisioni del loro Vescovo diocesano.
Anche qui non è assolutamente il nostro caso (cfr. F. Liuzzi, voce “Autorità Ecclesiastiche. Delitti contro le”, in “Enciclopedia Cattolica”, Città del Vaticano, 1949, vol. II, coll. 491-496).

Conclusione

Il sospetto, neanche tanto infondato, è che la vicenda capitata a me e alla mia fidanzata, sia un ulteriore passo di pulizia interna alla Fraternità per tutti coloro che sono giustamente contrari alla linea “accordista” di Monsignor Fellay e della sua cerchia di fedelissimi. Dopo la scandalosa abdicazione dal Papato del modernista Ratzinger, codesti signori si ripresenteranno al “nuovo pontefice Francesco” (che a sua volta è un modernista come tutti gli altri Cardinali), “ripuliti” da ogni voce contraria alle loro inqualificabili azioni prevaricatrici e fuori da ogni legge della Chiesa, per poi entrar a far parte dell’attuale combriccola modernista Vaticana, affinché si possano sentir dire – da questi “condannati” – che sono Cattolici.
A noi, come anche ad altri appartenenti alla Fraternità molto più importanti di noi, è stata imposta una pena ingiusta, formulata su un accusa di calunnia totalmente infondata e mai dimostrata. Forse chi appoggia la linea “accordista” di Monsignor Fellay e della sua cerchia più ristretta dovrebbe spiegare ai fedeli la risposta“modernista” che Fellay ha dato a Levada riguardo al Preambolo Dottrinale, ancora ad oggi nascosto, datogli dagli “assassini conciliari della Fede, prima di formulare accuse e comminare pene assolutamente infondate. Coloro che accusano il prossimo di “peccato mortale pubblico di calunnia”, senza minimamente dimostrarlo, incorrono loro stessi in modo manifesto nel peccato della calunnia, aggravato dalla condanna esecutiva del privare iniquamente le anime della ricezione dei Santi Sacramenti, veicolo di Salvezza, e soprattutto della negazione di ricevere il Santissimo Corpo di Cristo, che è il nutrimento indispensabile dell’anima. Questo scandaloso atto – commesso per motivi abbietti di interessi personali – dell’imporre il silenzio sotto ricatto di togliere il nutrimento spirituale, è talmente iniquo che rende palesemente indegni, non coloro che lo subiscono (indegni) di ricevere i Sacramenti, ma coloro che lo infliggono, (indegni) di poter continuare a celebrarli.
Per concludere questo nostro intervento, che è soprattutto un servizio di informazione, ringraziamo innanzitutto il Signore Gesù per aver provveduto immediatamente al nostro sostentamento sacramentale, non lasciandoci neanche una Domenica senza il suo Sacratissimo Corpo, e se anche dovremo fare centinaia di chilometri a settimana per trovare una Santa Messa Cattolica e poter ricevere il Corpo del Signore, saremo ben lieti di farlo, perchè per il Signore…questo ed altro! Inoltre ringraziamo vivamente il Sacerdote tradizionale, che ci ha aiutato a trovare i riferimenti giuridici, con il Codice di Diritto Canonico del 1917, per confutare le ingiuste pene inflitte a chiunque sia giustamente contrario, alla linea “accordista” portata avanti da Monsignor Fellay.
In definitiva un solo commento rimane da fare per queste dolorose vicende e lo faremo con le stesse parole di Monsignor Williamson (Lui sì…ripetutamente calunniato, dall’attuale indegna Dirigenza della Fraternità di Mons. Lefebvre, di essere a capo di una congiura contro il vertice della FSSPX) che descrivono bene tutti coloro che hanno avuto l’intenzione di far parte della “nuova Chiesa Conciliare”, mettendo da parte l’aspetto Dottrinario per portare avanti un accordo meramente pratico con evidenti cedimenti morali, irriverenti nei confronti di Nostro Signore Gesù Cristo…
Cruccas Gianluca e Anna Rita Onofri…
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Commento Eleison di Monsignor Williamson del 16 Giugno 2012
I Galati di oggi«O stolti Galati», grida San Paolo (Gal III, 1), rimproverando severamente uno dei suoi beneamati greggi che stava cedendo o voleva tornare dal Nuovo al Vecchio Testamento per soddisfare i giudaizzanti che volevano renderli nuovamente “schiavi degli elementi del mondo” (IV, 3). È quanto mai facile applicare la filippica dell’Apostolo ai cattolici tradizionali che attualmente sono tentati di scivolare indietro sotto le autorità conciliari, per soddisfare Nostra Aetate. Ma il mondo è sempre lo stesso, carne e diavolo, così, scusandomi con San Paolo, lasciatemi adattare alcuni versetti della Lettera ai giorni nostri: -«O stolti Cattolici Tradizionali! Chi vi ha ammaliati, così che non dovreste seguire la Tradizione di Nostro Signore Gesù Cristo, come vi è stata esposta? Questo solo io vorrei sapere da voi: avete condotto una vita cattolica per tanti anni grazie al Vaticano II, o grazie alla Tradizione Cattolica? Siete così privi d’intelligenza che dopo aver sperimentato i frutti della Tradizione, ora volete rinunciarvi rimettendovi sotto le autorità conciliari? Avete colto tanti frutti invano? (III, 1-4)?«Mi meraviglio che così in fretta vi allontaniate dalla linea di Mons. Lefebvre che vi ha chiamati alla grazia di Cristo, per volgervi verso il nuovo vangelo del Vaticano II, che non è affatto un vangelo; solo che sono i modernisti che vi turbano e vogliono sovvertire il Vangelo di Cristo. Orbene, se anche noi stessi o un angelo del Cielo cercasse di dirvi che il Concilio non è poi così male, buttatelo fuori e non ascoltatelo!  Lasciatemelo dire di nuovo: chiunque pretenda che Monsignore Lefebvre sarebbe stato a favore di un accordo con la Roma conciliare, buttatelo fuori! Quali interessi stiamo perseguendo?  Stiamo cercando di piacere ai Romani o di piacere a Dio? Se io piacessi ai Romani, non sarei più servitore di Cristo! (I, 6-10).«Prima che giungeste alla Tradizione servivate gli uomini di Chiesa che stavano portando la Chiesa verso il mondo. Ma dopo aver trovato la Tradizione, come potete aver voglia di tornare indietro col mondo, sotto le autorità conciliari (IV, 8-9)? Sono dunque diventato un nemico della Fraternità perché dico la verità? Quelli che vi fuorviano dicono di guardare ai vostri interessi, ma vogliono che dimentichiate Monsignore Lefebvre, in modo da servire i loro interessi (IV, 16-17). State dunque saldi e non ritornate sotto il giogo del Concilio (V, 1). Stavate così bene. Com’è che adesso vi state allontanando dalla verità? Chi vi sta facendo questo non è servitore di Dio! Io sono fiducioso che voi ritornerete ai vostri intendimenti, ma chi vi sta fuorviando ha una grave responsabilità. Pensate che sarei così perseguitato se predicassi il mondo? Con chi sta corrompendo la Tradizione serva il coltello per più che solo la circoncisione (V, 7-12)!
«Coloro che vogliono che la Fraternità ripeta il Vaticano II, semplicemente stanno cercando di evitare di essere perseguitati a causa della croce di Cristo. Vogliono che siate mondani, mantenendo solo l’apparenza esterna della Tradizione. Vogliono tornare con i giudaizzanti di Roma, ma Dio non permetta che io voglia qualcosa di diverso dalla Croce del Signore Nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo. Su quanti seguiranno la Tradizione in questo modo, sia pace e misericordia. (VI, 12-16)»Si legga adesso la Lettera stessa di San Paolo. E nessuno dica che la Parola di Dio non sia più applicabile!
Kyrie eleison.Londra, Inghilterra
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GLI INCIUCI SEGRETI DI FELLAY CON RATZINGER FINALMENTE VENGONO ALLA LUCE E CHIARISCONO DEFINITIVAMENTE CHE FELLAY NON SEGUE ASSOLUTAMENTE LA LINEA DI MONSIGNOR LEFEBVRE…

giovedì 2 maggio 2013
Ringraziamo per la Traduzione una nostra carissima amica…
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COSI’ MONSIGNOR LEFEBVRE su Fideliter n°66 Setembre Ottobre 1988
Riguardo alla ripresa dei contatti con Roma. Porrò la questione sul piano dottrinale:”Siete d’accordo con le grandi encicliche dei Papi che vi hanno preceduto? Siete d’accordo con “Quanta Cura” di Pio IX, “Immortale Dei” e “Libertas” di Leone XIII, “Pascendi” di San Pio X, “Quas primas” di Pio XI, “Humani Generis” di Pio XII. Accettate ancora il giuramento antimodernista? Siete ancora per il Regno Sociale di NSGC? Se non accettate la dottrina dei vostri predecessori è inutile di parlare. Finche non avrete accettato di riformare il Concilio considerando la dottrina di questi Papi che vi hanno preceduto nessun dialogo è possibile. E’ inutile. Cosi le posizioni sono più chiare.
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Introduzione:
La Sapinière pubblicherà alcuni testi presenti nell’ultimo Cor Unum, il n. 104 del marzo 2013. Si tratta del famoso Cor Unum annunciato nella lettera circolare di Menzingen datata 7 marzo 2013, che contiene sia la “Dichiarazione dottrinale” di Mons. Fellay del 15 aprile 2012,  che altri articoli annessi e “la parola del Superiore generale”.
“Cor Unum é un canale privato dei membri della Fraternità Sacerdotale San Pio X. Per sua natura, quindi, Cor Unum è una rivista destinata esclusivamente ai membri. Di conseguenza, è vietato renderlo pubblico o permetterne la lettura a persone che non siano membri della Fraternità“.
I nostri lettori comprenderanno che il solo pericolo di un accordo o di una deriva liberale della Fraternità, ci autorizza ad infrangere questo divieto.
Cominciamo con lo scambio di lettere tra Mons. Fellay e Benedetto XVI nel giugno 2012, seguito al rifiuto della Dichiarazione dottrinale di Mons. Fellay da parte di Benedetto XVI. Questi testi sono emblematici, soprattutto la lettera che segue di Mons. Fellay.
A breve pubblicheremo un commento su questa lettera desolante, molto significativa.
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Questa lettera dell’accordista filo modernista Fellay, dimostra che egli non ha potuto firmar l’ignobile accordo con gli assasini della fede solamente per il fatto che egli non governa in pieno tutta la Fraternità e non perchè un accordo con l’accetazione del diabolico Conciliabolo fosse impossibile per un vero Cristiano tradizionale. Quindi come dice da tempo Monsignor Williamson, l’aspetto dottrinario è diventato secondario rispetto all’accordo meramente  pratico.
Quindi le varie dichiarazioni di “fedeltà” all’insegnamento di Monsignor Lefebvre fatte da Fellay non sono nemmeno degne di essere proposte all’attenzione in quanto Fellay più di una volta a fatto dichiarazioni contrarie propio a Colui che gli insegnato anche ad allacciarsi le scarpe.
Lettera di Mons. Fellay a Papa Benedetto XVI, 17 giugno 2012
Fraternità Sacerdotale San Pio X
A sua Santità Papa Benedetto XVI
Santissimo Padre,
In un momento in cui dovete affrontare delle prove dolorose, per le quali vi assicuro le mie povere preghiere, provo imbarazzo nel presentarle un problema supplementare anziché del conforto.
Di fatto, la sera di mercoledì 13 giugno, durante un incontro assolutamente cordiale, il cardinale Levada mi ha consegnato una dichiarazione dottrinale che non potrò firmare. Ignorando la supplica di non ritoccare la proposta che avevo rimesso, a causa di delle conseguenze che ciò avrebbe determinato, il nuovo testo ripropone pressoché tutti i punti del Preambolo di settembre 2011 che mettevano un ostacolo e che mi ero sforzato di scartare.
“Sfortunatamente, nell’attuale contesto della Fraternità, la nuova dichiarazione non verrà accettata”.
Confesso di non sapere più cosa pensare. Credevo di avere compreso che lei fosse disponibile a rinviare la soluzione delle controversie ancora in corso su alcuni punti del Concilio e della riforma liturgica, un po’ come al Concilio di Firenze si era taciuta la questione del divorzio per causa di adulterio presso i Greci per arrivare, ciononostante, all’unione, e mi sono impegnato in questa prospettiva malgrado l’opposizione piuttosto forte tra i ranghi della Fraternità e a prezzo di gravi sconvolgimenti. Ed ho assolutamente intenzione di continuare a fare ogni sforzo per proseguire il cammino alfine di arrivare ai necessari chiarimenti.
Ora sembrerebbe che io mi sia sbagliato e che venga veramente richiesta la totale accettazione dei punti controversi prima di procedere oltre… Se queste miei ultimi discorsi provocassero un nuovo imbarazzo, mi spiace, ma si tratta anche di necessità di chiarezza.
Inoltre, vista la massiccia opposizione che va preparandosi in alcuni ambienti della Chiesa che intendono palesemente rendere impossibile l’esercizio della nuova prelatura, vista la pressione stessa di alcuni Stati, mi domando pure come potrebbe realizzarsi il progetto in tali circostanze.
Mi sembra che voi solo possiate ancora cambiare il corso degli eventi che si prospetta. Non si tratta assolutamente, da parte mia, di voler fare la benché minima pressione, bensì di esporvi semplicemente i fatti e di sapere se mi sto sbagliando riguardo alle vostre intenzioni sulla nostra situazione. Se lo ritenete opportuno, in questo momento piuttosto delicato, mi permetto chiedere per vostra benevolenza un’ udienza (più discreta possibile) alfine di ascoltare dalla vostra bocca il vostro giudizio riguardo noi.
Si degni, Vostra Santità, di credere alla mia devozione filiale e al mio più caro desiderio di servire la Santa Chiesa.
Menzingen, domenica 17 giugno 2012
+ Bernard Fellay
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Questa risposta del modernista ed abdicante Ratzinger conferma il fatto che questo Signore non è assolutamente Tradizionale…
Lettera di Papa Benedetto XVI a Mons. Fellay, 30 giugno 2012
A Monsignor Bernard Fellay
Superiore generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X
Nella lettera del 17 giugno 2012 mi avete comunicato che non potrete firmare la Dichiarazione dottrinale che vi è stata consegnata da sua Eminenza il cardinal Levada durante il vostro incontro del 13 giugno 2012. Permettetemi di mettervi al corrente a mia volta della delusione che ha suscitato in me tale notizia. Per di più, un documento interno alla Fraternità Sacerdotale San Pio X, diffuso dai media il 26 giugno 2012, lascia intendere che io sarei stato soddisfatto della Dichiarazione dottrinale proposta dalla Fraternità nello scorso aprile, ma che le modifiche apportate a quel testo l’avrebbero reso “chiaramente inaccettabile” per voi.
La Dichiarazione dottrinale in questione, preparata dalla Congregazione per la Dottrina della Fede e dalla Commissione Pontificia Ecclesia Dei, ed approvata esplicitamente da me prima di esservi consegnata, comprende gli elementi giudicati indispensabili per essere in grado di pronunciare la Professione di fede ed il Giuramento di fedeltà per assumere una carica esercitata in nome della Chiesa, garanti della piena comunione ecclesiale. Tali elementi sono essenzialmente l’accettazione:
1 del Magistero come interprete autentico della Tradizione apostolica.
2 del Concilio Vaticano II come parte integrante della detta Tradizione, fermo restando la possibilità di una legittima discussione sulla formulazione di punti particolari dei documenti conciliari.
3 della validità e della liceità del Novus Ordo Missae.
Nel momento in cui si apre il Capitolo generale della vostra Fraternità, non posso che incoraggiare questa assemblea ad accettare questi punti come indispensabili per una riconciliazione in seno alla comunione della Chiesa una, santa, cattolica ed apostolica.
Innalzando delle preghiere a Dio in questa direzione, vogliate gradire, Monsignore, l’attestato dei miei rispettosi e devoti ossequi.
Dal Vaticano, 30 giugno 2012

Benedetto XVI

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16 ottobre 2013

Fonte: http://doncurzionitoglia.net/wordpress/wp-content/uploads/2013/10/Priebke_ultima_intervista.pdf

D. Sig. Priebke, anni addietro lei ha dichiarato che non rinnegava il suo passato. Con i suoi cento anni di età lo pensa ancora?
R. Sì.
D. Cosa intende esattamente con questo?
R. Che ho scelto di essere me stesso.
D. Quindi ancora oggi lei si sente nazista.
R. La fedeltà al proprio passato è qualche cosa che ha a che fare con le nostre convinzioni. Si tratta del mio modo di vedere il mondo, i miei ideali, quello che per noi tedeschi fu la Weltanschauung e ancora ha a che fare con il senso dell’amor proprio e dell’onore. La politica è un’altra questione. Il Nazionalsocialismo è scomparso con la sconfitta, e oggi non avrebbe comunque nessuna possibilità di tornare.
D. Della visione del mondo di cui lei parla fa parte anche l’antisemitismo.
R. Se le sue domande sono mirate a conoscere la verità è necessario abbandonare i luoghi comuni:
criticare non vuol dire che si vuole distruggere qualcuno. In Germania sin dai primi del Novecento si criticava apertamente il comportamento degli ebrei. Il fatto che gli ebrei avessero accumulato nelle loro mani un immenso potere economico e di conseguenza politico, pur rappresentando una parte in proporzione assolutamente esigua della popolazione mondiale, era considerato ingiusto. E’ un fatto che ancora oggi, se prendiamo le mille persone più ricche e potenti del mondo, dobbiamo constatare che una notevole parte di loro sono ebrei, banchieri o azionisti di maggioranza di imprese multinazionali. In Germania poi, specialmente dopo la sconfitta della prima guerra mondiale e l’ingiustizia dei trattati di Versailles, immigrazioni ebraiche dall’est europeo avevano provocato dei veri disastri, con l’accumulo di immensi capitali da parte di questi immigrati in pochi anni, mentre con la repubblica di Weimar la grande maggioranza del popolo tedesco viveva in forte povertà. In quel clima gli usurai si arricchivano e il senso di frustrazione nei confronti degli ebrei cresceva.
D. Quella che gli ebrei abbiano praticato l’usura ammessa dalla loro religione, mentre veniva proibita ai cristiani, è una vecchi storia. Cosa c’è di vero secondo lei?
R. Infatti non è certo una mia idea. Basta leggere Shakespeare o Dostoevskij per capire che simili problemi con gli ebrei sono storicamente effettivamente esistiti, da Venezia a San Pietroburgo. Questo non vuole assolutamente dire che gli unici usurai all’epoca fossero gli ebrei. Ho fatto mia una frase del poeta Ezra Pound: ”Tra uno strozzino ebreo e uno strozzino orfano non vedo nessuna differenza”.
D. Per tutto questo lei giustifica l’antisemitismo?
R. No, guardi, questo non significa che tra gli ebrei non ci siano persone perbene. Ripeto, antisemitismo vuol dire odio, odio indiscriminato. Io anche in questi ultimi anni della mia persecuzione, da vecchio, privato della libertà ho sempre rifiutato l’odio. Non ho mai voluto odiare nemmeno chi mi ha odiato. Parlo solo di diritto di critica e ne sto spiegando i motivi. E le dirò di più: deve considerare che, per loro particolari motivi religiosi, una grossa parte di ebrei si considerava superiore a tutti gli altri esseri umani. Si immedesimava nel “Popolo Eletto da Dio” della Bibbia.
D. Anche Hitler parlava della razza ariana come superiore.
R. Sì, Hitler è caduto anche lui nell’equivoco di rincorrere questa idea di superiorità. Questa è stata una delle cause di errori senza ritorno. Tenga conto comunque che un certo razzismo era la normalità in quegli anni. Non solo a livello di mentalità popolare, ma anche a livello di governi e addirittura di ordinamenti giuridici. Gli Americani, dopo aver deportato le popolazioni africane ed essere stati schiavisti, continuavano a essere razzisti, e di fatto discriminavano i neri. Le prime leggi, definite razziali, di Hitler non limitavano i diritti degli ebrei più di quanto fossero limitati quelli dei neri in diversi stati USA. Stessa cosa per le popolazioni dell’India da parte degli inglesi; e i francesi, che non si sono comportati molto diversamente con i cosiddetti sudditi delle loro colonie. Non parliamo poi del trattamento subìto all’epoca dalle minoranze etniche nell’ex URSS.
D. E quindi come sono andate peggiorando in Germania le cose, secondo lei?
R. Il conflitto si è radicalizzato, è andato crescendo. Gli ebrei tedeschi, americani, inglesi e l’ebraismo mondiale da un lato, contro la Germania che stava dall’altro. Naturalmente gli ebrei tedeschi si sono venuti a trovare in una posizione sempre più difficile. La successiva decisione di promulgare leggi molto dure resero in Germania la vita veramente difficile agli ebrei. Poi nel novembre del 1938 un ebreo, un certo Grynszpan, per protesta contro la Germania uccise in Francia un consigliere della nostra ambasciata, Ernest von Rath. Ne seguì la famosa “Notte dei cristalli’”. Gruppi di dimostranti ruppero in tutto il Reich le vetrine dei negozi di proprietà degli ebrei. Da allora gli ebrei furono considerati solo e soltanto come nemici. Hitler dopo aver vinto le elezioni, li aveva in un primo tempo incoraggiati in tutti i modi a lasciare la Germania.
Successivamente, nel clima di forte sospetto nei confronti degli ebrei tedeschi, causato dalla guerra e di boicottaggio e di aperto conflitto con le più importanti organizzazioni ebraiche mondiali, li rinchiuse nei lager, proprio come nemici. Certo per molte famiglie, spesso senza alcuna colpa, questo fu rovinoso.
D. La colpa quindi di ciò che gli ebrei hanno subìto secondo lei sarebbe degli ebrei stessi?
R. La colpa è un po’ di tutte le parti. Anche degli alleati che scatenarono la seconda guerra mondiale contro la Germania, a seguito della invasione della Polonia, per rivendicare territori dove la forte presenza tedesca era sottoposta a continue vessazioni. Territori posti dal trattato di Versailles sotto il controllo del neonato Stato polacco. Contro la Russia di Stalin e la sua invasione della restante parte della Polonia nessuno mosse un dito. Anzi, a fine conflitto, ufficialmente nato per difendere proprio l’indipendenza della Polonia dai tedeschi, fu regalato senza tanti complimenti tutto l’est europeo, Polonia compresa, a Stalin.
D. Quindi, politica a parte, lei sposa le teorie storiche revisioniste.
R. Non capisco perfettamente cosa si intenda per revisionismo. Se parliamo del processo di Norimberga del 1945 allora posso dirle che fu una cosa incredibile, un grande palcoscenico creato a posta per disumanizzare di fronte all’opinione pubblica mondiale il popolo tedesco e i suoi capi. Per infierire sullo sconfitto oramai impossibilitato a difendersi.
D. Su quali basi afferma questo?
R. Cosa si può dire di un autonominatosi tribunale che giudica solo i crimini degli sconfitti e non quelli dei vincitori; dove il vincitore è al tempo stesso pubblica accusa, giudice e parte lesa e dove gli articoli di reato erano stati appositamente creati successivamente ai fatti contestati, proprio per condannare in modo retroattivo? Lo stesso presidente americano Kennedy ha condannato quel processo definendolo una cosa “disgustosa”, in quanto “si erano violati i princìpi della costituzione americana per punire un avversario sconfitto”.
D. Se intende dire che il reato di crimini contro l’umanità con cui si è condannato a Norimberga non esisteva prima che fosse contestato proprio da quel tribunale internazionale, c’è da dire in ogni caso che le accuse riguardavano fatti comunque terribili.
R. A Norimberga i tedeschi furono accusati della strage di Katyn, poi nel 1990 Gorbaciov ammise che erano stati proprio loro stessi russi accusatori, ad uccidere i ventimila ufficiali polacchi con un colpo alla nuca nella foresta di Katyn. Nel 1992 il presidente russo Eltsin produsse anche il documento originale contenente l’ordine firmato da Stalin. I tedeschi furono anche accusati di aver fatto sapone con gli ebrei. Campioni di quel sapone finirono nei musei USA, in Israele e in altri Paesi. Solo nel 1990 un professore della università di Gerusalemme studiò i campioni dovendo infine ammettere che si trattava di un imbroglio.
D. Sì, ma i campi di concentramento non sono un’invenzione dei giudici di Norimberga.
R. In quegli anni terribili di guerra, rinchiudere nei lager (in italiano sono i campi di concentramento) popolazioni civili che rappresentavano un pericolo per la sicurezza nazionale era una cosa normale. Nell’ultimo conflitto mondiale l’hanno fatto sia i russi che gli USA. Questi ultimi in particolare con i cittadini americani di origine orientale.
D. In America, però, nei campi di concentramento per le popolazioni di etnia giapponese non c’erano le camere a gas!
R. Come le ho detto, a Norimberga sono state inventate una infinità di accuse, Per quanto riguarda quella che nei campi di concentramento vi fossero camere a gas aspettiamo ancora le prove. Nei campi i detenuti lavoravano. Molti uscivano dal lager per il lavoro e vi facevano ritorno la sera. II bisogno di forza lavoro durante la guerra è incompatibile con la possibilità che allo stesso tempo, in qualche punto del campo, vi fossero file di persone che andavano alla gasazione. L’attività di una camera a gas è invasiva nell’ambiente, terribilmente pericolosa anche al suo esterno, mortale. L’idea di mandare a morte milioni di persone in questo modo, nello stesso luogo dove altri vivono e lavorano senza che si accorgano di nulla è pazzesca, difficilmente realizzabile anche sul piano pratico.
D. Ma lei quando ha sentito parlare per la prima volta del piano di sterminio degli ebrei e delle camere a gas?
R. La prima volta che ho sentito di cose simili la guerra era finita, e io mi trovavo in un campo di
concentramento inglese, ero insieme a Walter Rauff. Rimanemmo entrambi allibiti. Non potevamo
assolutamente credere a fatti così orribili: camere a gas per sterminare uomini, donne e bambini. Se ne parlò con il colonnello Rauff e con gli altri colleghi per giorni. Nonostante fossimo tutti SS, ognuno al nostro livello con una particolare posizione nell’apparato nazionalsocialista, mai a nessuno di noi erano giunte alle orecchie cose simili.
Pensi che anni e anni dopo venni ha sapere che il mio amico e superiore Walter Rauff, che aveva diviso con me anche qualche pezzo di pane duro nel campo di concentramento, veniva accusato di essere l’inventore di un fantomatico autocarro di gasazione. Cose di questo genere le può pensare solo chi non ha conosciuto Walter Rauff.
D. E tutte le testimonianze della esistenza delle camere a gas?
R. Nei campi le camere a gas non si sono mai trovate, salvo quella costruita a guerra finita dagli Americani a Dachau. Testimonianze che si possono definire affidabili sul piano giudiziario o storico a proposito delle camere a gas non ce ne sono; a cominciare da quelle di alcuni degli ultimi comandanti e responsabili dei campi, come per esempio quella del più noto dei comandanti di Auschwitz , Rudolf Höss. A parte le grandi contraddizioni della sua testimonianza, prima di deporre a Norimberga fu torturato e dopo la testimonianza per ordine dei russi gli tapparono la bocca impiccandolo. Per questi testimoni, ritenuti preziosi dai vincitori, le violenze fisiche e morali in caso di mancanza di condiscendenza erano insopportabili; le minacce erano anche di rivalsa sui familiari. So per l’esperienza personale della mia prigionia e quella dei miei colleghi, come, da parte dei vincitori, venivano estorte nei campi di concentramento le confessioni ai prigionieri, i
quali spesso non conoscevano nemmeno la lingua inglese. Poi il trattamento riservato ai prigionieri nei campi russi della Siberia oramai è cosa nota, si doveva firmare qualunque tipo di confessione richiesta; e basta.
D. Quindi per lei quei milioni di morti sono un’invenzione.
R. Io ho conosciuto personalmente i lager. L’ultima volta sono stato a Mauthausen nel maggio del 1944 a interrogare il figlio di Badoglio, Mario, per ordine di Himmler. Ho girato quel campo in lungo e in largo per due giorni. C’erano immense cucine in funzione per gli internati e all’interno anche un bordello per le loro esigenze. Niente camere a gas. Purtroppo tanta gente è morta nei campi, ma non per una volontà assassina. La guerra, le condizioni di vita dure, la fame, la mancanza di cure adeguate si sono risolti spesso in un disastro. Però queste tragedie dei civili erano all’ordine del giorno non solo nei campi ma in tutta la Germania, soprattutto a causa dei bombardamenti indiscriminati delle città.
D. Quindi lei minimizza la tragedia degli ebrei: l’Olocausto?
R. C’è poco da minimizzare: una tragedia è una tragedia. Si pone semmai un problema di verità storica. I vincitori del secondo conflitto mondiale avevano interesse a che non si dovesse chiedere conto dei loro crimini. Avevano raso al suolo intere città tedesche, dove non vi era un solo soldato, solo per uccidere donne, bambini e vecchi e così fiaccare la volontà di combattere del loro nemico. Questa sorte è toccata ad Amburgo, Lubecca, Berlino, Dresda e tante altre città. Approfittavano della superiorità dei loro bombardieri per uccidere i civili impunemente e con folle spietatezza. Poi è toccato alla popolazione di Tokyo e infine con le atomiche ai civili di Nagasaki e Hiroshima. Per questo era necessario inventare dei particolari crimini commessi dalla Germania e reclamizzarli tanto da presentare i tedeschi come creature del male e tutte le altre sciocchezze: soggetti da romanzo dell’orrore su cui Hollywood ha girato centinaia di film.
Del resto da allora il metodo dei vincitori della seconda guerra mondiale non è molto cambiato: a sentire loro esportano la democrazia con cosiddette missioni di pace contro le canaglie, descrivono terroristi che si sono macchiati di atti sempre mostruosi, inenarrabili. Ma in pratica attaccano soprattutto con l’aviazione chi non si sottomette. Massacrano militari e civili che non hanno i mezzi per difendersi. Alla fine, tra un intervento umanitario e l’altro nei vari Paesi, mettono sulle poltrone dei governi dei burattini che assecondano i loro interessi economici e politici.
D. Ma allora certe prove inoppugnabili come filmati e fotografie dei lager come le spiega?
R. Quei filmati sono un’ulteriore prova della falsificazione: Provengono quasi tutti dal campo di Bergen Belsen. Era un campo dove le autorità tedesche inviavano da altri campi gli internati inabili al lavoro. Vi era all’interno anche un reparto per convalescenti. Già questo la dice lunga sulla volontà assassina dei tedeschi. Sembra strano che in tempo di guerra si sia messo in piedi una struttura per accogliere coloro che invece si volevano gasare. I bombardamenti alleati nel 1945 hanno lasciato quel campo senza viveri, acqua e medicinali. Si è diffusa un’epidemia di tifo petecchiale che ha causato migliaia di malati e morti. Quei filmati risalgono proprio a quei fatti, quando il campo di accoglienza di Bergen Belsen devastato dall’epidemia, nell’aprile 1945, era ormai nelle mani degli alleati. Le riprese furono appositamente girate, per motivi propagandistici, dal regista inglese Hitchcock, il maestro dell’horror. E’ spaventoso il cinismo, la mancanza di senso di umanità con cui ancora oggi si specula con quelle immagini. Proiettate per anni dagli schermi televisivi, con sottofondi musicali angoscianti, si è ingannato il pubblico associando, con spietata
astuzia, quelle scene terribili alle camere a gas, con cui non avevano invece nulla a che fare. Un falso!
D. II motivo di tutte queste mistificazioni, secondo lei, sarebbe coprire i propri crimini da parte dei
vincitori?
R. In un primo tempo fu così. Un copione uguale a Norimberga fu inventato anche dal Generale McArthur in Giappone con il processo di Tokyo. In quel caso per impiccare si escogitarono altre storie e altri crimini. Per criminalizzare i giapponesi che avevano subìto la bomba atomica, si inventarono all’epoca persino accuse di cannibalismo.
D. Perché in un primo tempo?
R. Perché successivamente la letteratura sull’Olocausto è servita soprattutto allo stato di Israele per due motivi. Il primo è chiarito bene da uno scrittore ebreo figlio di deportati: Norman Finkelstein. Nel suo libro “L’industria dell’Olocausto” spiega come questa industria abbia portato, attraverso una campagna di rivendicazioni, risarcimenti miliardari nelle casse di istituzioni ebraiche e in quelle dello stato di Israele. Finkelstein parla di “un vero e proprio racket di estorsioni”. Per quanto riguarda il secondo punto, lo scrittore Sergio Romano, che non è certo un revisionista, spiega che, dopo la “guerra del Libano”, lo stato di Israele ha capito che incrementare ed enfatizzare la drammaticità della “letteratura sull’Olocausto” gli avrebbe portato vantaggi nel suo contenzioso territoriale con gli arabi e “una sorta di semi immunità diplomatica”.
D. In tutto il mondo si parla dell’Olocausto come sterminio, lei ha dei dubbi o lo nega recisamente?
R. I mezzi di propaganda di chi oggi detiene il potere globale sono inarginabili. Attraverso una sottocultura storica appositamente creata e divulgata da televisione e cinematografia, si sono manipolate le coscienze, lavorando sulle emozioni. In particolare le nuove generazioni, a cominciare dalla scuola, sono state sottoposte al lavaggio del cervello, ossessionate con storie macabre per assoggettarne la libertà di giudizio.
Come le ho detto, siamo da quasi 70 anni in attesa delle prove dei misfatti contestati al popolo tedesco. Gli storici non hanno trovato un solo documento che riguardasse le camere a gas. Non un ordine scritto, una relazione o un parere di un’istituzione tedesca, un rapporto degli addetti. Nulla di nulla.
Nell’assenza di documenti, i giudici di Norimberga hanno dato per scontato che il progetto che si intitolava “Soluzione finale del problema ebraico” allo studio nel Reich, che vagliava le possibilità territoriali di allontanamento degli ebrei dalla Germania e successivamente dai territori occupati, compreso il possibile trasferimento in Madagascar, fosse un codice segreto di copertura che significava il loro sterminio. E’ assurdo! In piena guerra, quando eravamo ancora vincitori sia in Africa che in Russia, gli ebrei, che erano stati in un primo tempo semplicemente incoraggiati, vennero poi fino al 1941 spinti in tutti i modi a lasciare autonomamente la Germania. Solo dopo due anni dall’inizio della guerra cominciarono i provvedimenti restrittivi della loro libertà.
D. Ammettiamo allora che le prove di cui lei parla vengano fuori. Parlo di un documento firmato da Hitler o da un altro gerarca. Quale sarebbe la sua posizione?
R. La mia posizione è di condanna tassativa per fatti del genere. Tutti gli atti di violenza indiscriminata contro le comunità, senza che si tenga conto delle effettive responsabilità individuali, sono inaccettabili, assolutamente da condannare. Quello che è successo agli indiani d’America, ai kulaki in Russia, agli italiani infoibati in Istria, agli armeni in Turchia, ai prigionieri tedeschi nei campi di concentramento americani in Germania e in Francia, così come in quelli russi, i primi lasciati morire di stenti volutamente dal presidente americano Eisenhower, i secondi da Stalin. Entrambi i capi di Stato non rispettarono volutamente la convenzione di Ginevra per infierire fino alla tragedia. Tutti episodi, ripeto, da condannare senza mezzi termini, comprese le persecuzioni fatte dai tedeschi a danno degli ebrei; che indubbiamente ci sono state. Quelle reali però, non quelle inventate per propaganda.
D. Lei ammette quindi la possibilità che queste prove, sfuggite a una eventuale distruzione fatta dai tedeschi alla fine del conflitto, potrebbero un giorno venir fuori?

R. Le ho già detto che certi fatti vanno condannati in assoluto. Quindi, se poniamo anche solo per assurdo che un domani si dovessero trovare prove su queste camere a gas, la condanna di cose così orribili, di chi le ha volute e di chi le ha usate per uccidere, dovrebbe essere indiscussa e totale. Vede, in questo senso ho imparato che nella vita le sorprese possono non finire mai. In questo caso però credo di poterle escludere con certezza, perché per quasi sessanta anni i documenti tedeschi, sequestrati dai vincitori della guerra, sono stati esaminati e vagliati da centinaia e centinaia di studiosi, sicché, ciò che non è emerso finora difficilmente potrà emergere in futuro.
Per un altro motivo devo poi ritenerlo estremamente improbabile, e le spiego il perché: a guerra già avanzata, i nostri avversari avevano cominciato a insinuare sospetti su attività omicide nei Lager. Parlo della dichiarazione interalleata dei dicembre 1942, in cui si diceva genericamente di barbari crimini della Germania contro gli ebrei e si prevedeva la punizione dei colpevoli. Poi, alla fine del 1943, ho saputo che non si trattava di generica propaganda di guerra, ma che addirittura i nostri nemici pensavano di fabbricare false prove su questi crimini. La prima notizia la ebbi dal mio compagno di corso, e grande amico, Capitano Paul Reinicke, che passava le sue giornate a contatto con il numero due del governo tedesco, il Reichsmarschall Goering: era il suo capo scorta. L’ultima volta che lo vidi mi riferì del progetto di vere e proprie falsificazioni. Goering era furibondo per il fatto che riteneva queste mistificazioni infamanti agli occhi del mondo intero. Proprio Goering, prima di suicidarsi, contestò violentemente di fronte al tribunale di Norimberga la produzione di prove falsificate.
Un altro accenno lo ebbi successivamente dal capo della polizia Ernst Kaltenbrunner, l’uomo che aveva sostituito Heydrich dopo la sua morte e che fu poi mandato alla forca a seguito del verdetto di Norimberga. Lo vidi verso la fine della guerra per riferirgli le informazioni raccolte sul tradimento dei Re Vittorio Emanuele. Mi accennò che i futuri vincitori erano già all’opera per costruire false prove di crimini di guerra ed altre efferatezze che avrebbero inventato sui lager a riprova della crudeltà tedesca. Stavano già mettendosi d’accordo sui particolari di come inscenare uno speciale giudizio per i vinti.
Soprattutto però ho incontrato nell’agosto 1944 il diretto collaboratore del generale Kaltenbrunner, il capo della Gestapo, generale Heinrich Müller. Grazie a lui ero riuscito a frequentare il corso allievi ufficiali. A lui dovevo molto e lui era affezionato a me. Era venuto a Roma per risolvere un problema personale del mio comandante, ten. colonnello Herbert Kappler. In quei giorni la quinta armata americana stava per sfondare a Cassino, i russi avanzavano verso la Germania. La guerra era già inesorabilmente persa. Quella sera mi chiese di accompagnarlo in albergo. Essendoci un minimo di confidenza mi permisi di chiedergli maggiori dettagli sulla questione. Mi disse che tramite l’attività di spionaggio si aveva avuto conferma che il nemico, in attesa della vittoria finale, stava tentando di fabbricare le prove di nostri crimini per mettere in piedi un giudizio spettacolare di criminalizzazione della Germania una volta sconfitta. Aveva notizie precise ed era seriamente preoccupato. Sosteneva che di questa gente non c’era da fidarsi, perché non avevano senso dell’onore né scrupoli. Allora ero giovane e non diedi il giusto peso alle sue parole, ma le cose poi di fatto andarono proprio come il generale Müller mi aveva detto. Questi sono gli uomini, i gerarchi, che secondo quanto oggi si dice avrebbero dovuto pensare e organizzare lo sterminio degli ebrei con le camere a gas! Lo considererei ridicolo, se non si trattasse di fatti tragici.
Per questo quando gli americani nel 2003 hanno aggredito l’Iraq con la scusa che possedeva “armi di distruzione di massa”, con tanto di falso giuramento di fronte al consiglio di sicurezza dell’ONU del Segretario di stato Powel, proprio loro che quelle armi erano stati gli unici a usarle in guerra, io mi sono detto: niente di nuovo!
D. Lei da cittadino tedesco sa che alcune leggi in Germania, Austria, Francia, Svizzera puniscono con il carcere chi nega I’Olocausto?
R. Sì, i poteri forti mondiali le hanno imposte e tra poco le imporranno anche in Italia. L’inganno sta proprio nel far credere alla gente che chi, per esempio, si oppone al colonialismo israeliano e al sionismo in Palestina sia antisemita; chi si permette di criticare gli ebrei sia sempre e comunque antisemita; chi osa chiedere le prove della esistenza di queste camere a gas nei campi di concentramento, è come se approvasse una idea di sterminio degli ebrei. Si tratta di una falsificazione vergognosa. Proprio queste leggi dimostrano la paura che la verità venga a galla. Ovviamente si teme che dopo la campagna propagandistica fatta di emozioni, gli storici si interroghino sulle prove, gli studiosi si rendano conto delle mistificazioni. Proprio queste leggi apriranno gli occhi a chi ancora crede nella libertà di pensiero e nella importanza della indipendenza nella ricerca storica.
Certo, per quello che ho detto posso essere incriminato, la mia situazione potrebbe addirittura ancora peggiorare ma dovevo raccontare le cose come sono realmente state, il coraggio della sincerità era un dovere nei confronti del mio Paese, un contributo nel compimento dei miei cento anni per il riscatto e la dignità del mio popolo.

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