UNGHERIA: PERCHE’ VIKTOR ORBAN E’ UN BUONO STRATEGA DELLA GEOPOLITICA
Postato il Giovedì, 17 ottobre @ 19:15:00 CEST di davide

FONTE: STRATFOR.COM

La moderna Ungheria è spesso enigmatica agli occhi di un osservatore internazionale. Le politiche non ortodosse del primo ministro agitatore Viktor Orban hanno suscitato speranza , indignazione e scherno da quando è stato eletto per un secondo mandato nel 2010. Tuttavia, come il suo discorso a Chatam House di Londra [tale istituto si autodefinisce, nel proprio sito, come “una fonte indipendente, leader a livello mondiale, di analisi indipendenti, dibattiti informati e idee autorevoli su come costruire un mondo prospero e sicuro per tutti” NdT] dello scorso mercoledì [9 Ottobre NdT] mostra, Orban è un pensatore molto serio di fronte a problemi molto seri.

Le sei tesi che sosteneva [nel discorso a Chatam House NdT] contengono una discreta quantità di dissimulazione politica, ma, in ultima analisi sono la spiegazione più chiara della logica moralmente inquietante ma geopoliticamente coerente che guida le controverse politiche del suo partito Fidesz [in ungherese Fidesz Magyar Polgári Szövetség ovvero Unione Civica Ungherese è un partito politico ungherese di ispirazione conservatrice, populista e cristiana; membro del Partito Popolare Europeo, dell’Unione Democratica Internazionale (conservatori) e dell’Internazionale Democratica Centrista NdT].

Il peso della storia rimane un pesante fardello per l’Ungheria, un paese situato nel cuore dell’Europa Centrale che è stato conteso, per gran parte della sua storia, tra le grandi potenze occidentali e orientali. In casi come questo di frontiere contese, un cambiamento radicale raramente porta buone nuove, e i paesi in queste aree sono particolarmente in sintonia con le dinamiche geopolitiche .

Nella sua forma attuale, l’Ungheria si trova proprio sul limitare di un’Unione Europea in declino e di una Russia sulla via della rinascita. Naturalmente, questa descrizione banalizza in modo eccessivo la situazione; la Russia è assediata dalle proprie stesse vulnerabilità e l’Europa rimane un potente pilastro del sistema globale. Tuttavia, con l’Europa occidentale preoccupata dalla propria crisi esistenziale , la Russia è diventata relativamente più forte e decisa .

Che cosa è un’agenda geopolitica? Lo spiega George Friedman.
L’Ungheria non è un paese particolarmente ricco o potente. È un paese senza sbocco sul mare, con limitate risorse naturali che tende a gravitare, a volte volontariamente, nell’orbita dei più potenti attori regionali. (L’impero Asburgico, quello Ottomano e l’Unione Sovietica sono altrettanti esempi che vengono in mente), l’Europa occidentale e la sua Unione Europea sono stati gli alleati politici ed economici cui l’Ungheria post-comunista ha cercato con fervore di allinearsi – nel suo discorso, Orban li definisce “l’Occidente desiderato”.

Quattro delle sei tesi di Orban sono stati dedicate a mostrare il fallimento del modello europeo post-nazionale e la sua incapacità di offrire la stabilità economica e politica che aveva promesso. Non a caso, Orban ha scelto di tenere un simile discorso in Inghilterra, da sempre fonte di euroscetticismo, dove la retorica anti-europea è riemersa negli ultimissimi mesi.

Orban non ha menzionato la Russia nel discorso, ma lo spettro di Mosca è stato fin troppo familiare per tutta la sua carriera politica. Guidata da Vladimir Putin, un altro magistrale stratega, una Russia più fragile ha temperato le proprie passate, non sofisticate tattiche intimidatorie, scegliendo, invece, di acquistare attività commerciali strategiche in Europa centrale, al fine di riguadagnare influenza nella propria periferia di un tempo [si riferisce alla posizione dei paesi dell’Europa Centrale appartenenti al patto di Varsavia visti rispetto ai confini geopolitici della Unione Sovietica NdT].

Orban ritiene correttamente come, con un nucleo europeo sempre più distante e senza alcun protettore potente in grado di sostituirlo, l’Ungheria non possa evitare un eventuale confronto negoziale con la Russia. Le politiche di Orban più controverse – l’appropriazione delle pensioni private, la tentata sterilizzazione del settore giudiziario, la nazionalizzazione tuttora in corso delle attività energetiche strategiche, ad esempio – sono tutte state concepite al fine di concentrare il potere nelle mani dello Stato. Accentrare il potere migliorerà la posizione negoziale di Budapest per ciò che Orban vede come un’inevitabile apertura verso Est [ovvero la Russia NdT].

Le politiche di Orban e del partito Fidesz cozzano costantemente con gli ideali liberisti [da definirsi ancor meglio come neoliberisti NdT] sanciti dall’Unione Europea e sono quindi incorse nelle ire di Bruxelles. Tuttavia, sapendo come l’Ungheria non possa più respingere la Russia per mezzo di una maggiore integrazione con l’Unione Europea, la disapprovazione delle elité occidentali conta molto meno, agli occhi di Orban, della sua [di Orban NdT] capacità di sostenere la sovranità dell’Ungheria nel lungo termine.

La realtà geopolitica dal Mar Baltico al Mar Nero è questa: l’Europa si sta disintegrando, la Russia si sta riaffermando come potenza e gli Stati Uniti hanno un atteggiamento per lo più ambivalente. L’esperimento ungherese è solo il primo del suo genere – Orban ha persino definito l’Ungheria ” come un laboratorio ” nel suo discorso – e, in caso di successo, potrebbe diventare un modello da imitare per gli altri leader dell’Europa Centrale. Si tratta di una prospettiva meno entusiasmante per i commentatori occidentali e burocrati europei, che hanno lavorato per decenni per portare questi ex satelliti sovietici sotto l’egida dell’Unione europea e che da allora hanno usato parole come “totalitarismo”, “dittatura” e “autoritarismo ” per descrivere l’Ungheria.

Ma, come il nostro capo analista geopolitico Robert Kaplan ha scritto di recente, la geopolitica è neutra per quel che riguarda il valore. Questo adagio è particolarmente applicabile a Orban , che non è né un novello, assetato di potere Nicolae Ceausescu [dittatore della Romania dal 1967 al dicembre 1989, anno in cui fu deposto e processato con le accuse di crimini contro lo stato, genocidio e “distruzione dell’economia nazionale” NdT] né un celebre messaggero della democrazia liberale come Vaclav Havel [scrittore, drammaturgo e politico ceco. È stato l’ultimo presidente della Cecoslovacchia ed il primo presidente della Repubblica Ceca NdT]. Piuttosto, egli è una figura più complessa e sfumata, che, pur con tutti i suoi difetti, ha il pregio di capire le scomode realtà dei dilemmi geopolitici ed è disposto a perseguire le altrettanto scomode loro soluzioni.

Fonte: http://www.stratfor.com/
Link: http://www.stratfor.com/sample/geopolitical-diary/hungary-why-viktor-orban-good-geopolitical-strategist
11.10.2013

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di PG

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17 agosto 2013

Fonte: http://www.ilfarosulmondo.it/wp/?p=22522

di Federico Cenci

Le centinaia di universitari (e non solo) ungheresi, assiepate innanzi al palco allestito a Baile Tusnad (Tusnádfürdő in ungherese), città termale della Romania a maggioranza etnica magiara, si ricorderanno a lungo la data del 26 luglio 2013. Rivolgendosi a loro, in occasione della “Balvanyos Hungarian Summer University”, il Primo Ministro Viktor Orbán si è esibito in un lungo discorso di quelli che nessun leader politico, nell’Europa di oggi, si sognerebbe mai di fare.

Le parole del capo del governo hanno penetrato i cuori dei patrioti ungheresi, rintuzzando quel sentimento di speranza che gli ultimi fatti potrebbero aver fiaccato. Patria, sovranità economica ed alimentare, difesa della cultura tradizionale dall’omologazione globalista e tutela del diritto naturale sono i cardini intorno ai quali si è snodato il suo discorso.

Orbán, apparso per nulla turbato dall’incidente automobilistico cui era stato coinvolto poco prima di giungere a Baile Tusnad, si è lanciato in un attacco frontale nei confronti di quello che ha lui stesso definito «nuovo ordine mondiale». Egli ha spiegato quali sono le scelte che uno Stato come l’Ungheria sta realizzando per fronteggiare le mire di un simile progetto, teso al profitto di una minoranza e alla cancellazione delle differenze tra i popoli.

Per farlo, ha dapprima descritto la genesi della situazione attuale. È partito da lontano, dal 1918, così proponendo una vera e propria lezione di storia. Orbán ha rilevato come gli epiloghi delle due guerre mondiali siano stati accomunati dall’illusoria speranza di un «mondo diverso», che si è entrambe le volte infranta innanzi alla creazione di assetti volti al dominio imperialistico. Nel 1945, in particolare, la suddivisione del mondo in due blocchi contrapposti ha finito per schiacciare gli aneliti di libertà degli europei. Al contrario, ha spiegato Orbán, dopo il 1989 e la caduta del Muro di Berlino, l’unificazione europea è stata finalmente «una buona risposta». Una risposta, tuttavia, che nei fatti è stata minata da alcuni «gravi errori». Su tutti, la subordinazione delle istanze nazionali all’alta finanza. Portando l’esempio dell’Ungheria, il suo Primo Ministro ha laconicamente commentato: «Sono andati via con i carri armati, sono tornati con le banche».

Ciononostante, Orbán ha assicurato che l’Ungheria, pur non essendo una grande potenza, è oggi in grado di resistere alle ambizioni di quanti vorrebbero sfruttarne le risorse. Egli ha citato, a titolo di esempio, la vicenda dei campi Ogm coltivati dalle multinazionali e che lo Stato ungherese ha deciso di distruggere. Un’azione forte, che ha impedito che sul suolo nazionale si diffondesse un’ingerenza agro-alimentare che, in nome di un presunto «progresso», distrugge la coltura tradizionale. Orbán ha poi ricordato che il «nuovo ordine mondiale» intende disgregare non solo le nazioni e le rispettive volontà popolari, ma anche il principio stesso che anima la famiglia, perno di ogni società. Un principio che non può non fondarsi sul diritto naturale.

Il leader ungherese ha rassicurato il suo popolo, garantendo che Budapest è pronta ad affrontare una simile sfida nonostante le inevitabili, cospicue avversità. Orbán ha fatto presente che la restituzione del prestito al Fondo monetario internazionale, avvenuta con anticipo rispetto ai termini previsti, è sintomo di salute economica. Elementi che testimoniano la vitalità dell’Ungheria, ha proseguito il Primo Ministro, sono stati anche l’edificazione di un nuovo sistema economico (il cosiddetto “capitalismo gulash”, caratterizzato dall’esclusiva presenza di capitali nazionali) e di un nuovo sistema politico (con la riforma costituzionale).

A conferma della disponibilità di risorse nelle casse dello Stato, Orbán ha annunciato un vasto piano di assistenza demografica, avendo individuato nell’incremento della natalità la punta di diamante di uno Stato intenzionato a crescere e prosperare. Visione d’avanguardia che non sembra appartenere all’Unione europea, determinata invece a dilapidare energie per promuovere tra gli Stati membri l’estensione omosessuale del concetto di famiglia.

Sarà anche per questo che Orbán ha infine evocato la necessità che le risposte ai problemi dell’epoca attuale vengano sviluppate dapprima nei singoli ambiti nazionali, per poi tradursi in accordi a livello continentale. L’inversione di questo ragionevole senso rischia di degenerare in un rapporto di sottomissione. Quel rapporto di sottomissione – avrà forse voluto far intendere Orbán – che si è più volte consumato attraverso le procedure d’infrazione contestate all’Ungheria da Bruxelles.

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4 settembre 2013

di Ronald L. Ray – Traduzione a cura di N. Forcheri

L’Ungheria si libera dei vincoli dei banchieri

• Dopo che è stato ordinato all’FMI di abbandonare il paese, la nazione adesso stampa moneta senza debito

L’Ungheria sta facendo la storia.

Mai più dagli anni ’30 con il caso della Germania un paese europeo aveva osato sfuggire alle grinfie dei cartelli bancari internazionali controllati dai Rothschilds. Questa è una notizia stupenda che dovrebbe incoraggiare i patrioti nazionalisti del mondo intero ad intensificare la lotta per la libertà dalla dittatura finanziaria.

Già nel 2011 il primo ministro ungherese, Viktor Orbán promise di ristabilire la giustizia sui predecessori socialisti che avevano venduto il popolo della nazione alla schiavità di un debito infinito con i vincoli del FMI (IMF) e lo stato terrorista d’Israele. Queste amministrazioni precedenti erano infiltrate da israeliani nelle alte cariche, in mezzo al furore delle masse che alla fine, in reazione, hanno votato il partito Fidesz di Orban.

Secondo una relazione sui siti germanofoni del “National Journal”, Orbán si è accinto a scalzare gli usurai dal trono. Il popolare e nazionalista primo ministro ha detto all’FMI che l’Ungheria non vuole né richiede “assistenza” ulteriore dal delegato della Federal Reserve di proprietà dei Rothschild. Gli ungheresi non saranno più costretti a pagare esosi interessi a banche centrali private e irresponsabili.

Anzi, il governo ungherese ha assunto la sovranità sulla sua moneta e adesso emana moneta senza debito e tanta quanto ne ha bisogno. I risultati sono stati nientemeno che eccezionali. L’economia nazionale, che vacillava per via di un pesante debito, ha ricuperato rapidamente e con strumenti inediti dalla Germania nazionalsocialista.

Il ministro per l’Economia ungherese ha annunciato che grazie a “una politica di bilancio disciplinato” ha ripagato il 12 agosto 2013 il saldo dei 2,2 bilioni di debito all’FMI, prima della scadenza ufficiale del marzo 2014. Orbàn ha dichiarato: “L’Ungheria gode della fiducia degli investitori” che non vuol dire né l’FMI né la Fed o altri tentacoli dell’impero finanziario dei Rothschild. Piuttosto si riferiva agli investitori che producono in Ungheria per gli ungheresi, creando crescita economica vera, e non già la “crescita di carta” dei pirati plutocratici, bensì quel tipo di produzione che assume realmente le persone e ne migliora la vita.

Con l’Ungheria libera dalla gabbia della servitù agli schiavisti del debito non c’è da meravigliarsi che il presidente della banca centrale ungherese gestita dal governo per il bene pubblico e non per l’arricchimento privato abbia chiesto all’FMI di chiudere i battenti da uno dei paesi più antichi d’Europa. Inoltre, il procuratore generale, ripetendo le gesta dell’Islanda, ha accusato i tre precedenti primi ministri del debito criminale in cui hanno precipitato la nazione.

L’unico passo che rimane da fare per distruggere completamente il potere dei bancksters in Ungheria, è di attuare un sistema di baratto per lo scambio con l’estero come esisteva in Germania con i nazional socialisti e come esiste oggi in Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, i cosiddetti BRICS, una coalizione economica internazionale. E se gli USA seguissero la guida dell’Ungheria, gli americani potrebbero liberarsi dalla tirannia degli usurai e sperare in un ritorno a una pacifica prosperità.

Ronald L. Ray, autore freelance che risiede nel libero stato del Kansas, discendente di vari patriotti della Guerra americana di indipendenza.

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Incidente al convoglio del Primo Ministro Ungherese Viktor Orban in Romania

Premessa: nell’ultimo incontro Bilderberg secondo indiscrezioni è stato deciso di colpire il governo Orban, che ha osato opporsi alle “direttive” di BCE, FMI e Unione Europea. Si tratterà di un caso?

Il convoglio che accompagna il primo ministro Viktor Orbán, in cammino verso la Balvanyos Summer University con scorta della polizia rumena, ha subito un incidente il Venerdì pomeriggio tra Kelementelke e Erdőszentgyörgy in Romania. L’auto con a bordo il primo ministro non è stata coinvolta nell’incidente.

Il Capo dell’Ufficio Stampa del primo ministro, Bertalan Havasi, ha detto che il convoglio stava dirigendo verso Tusnádfürdő quando si è verificato l’evento sfortunato. Il Console Generale ungherese in Csíkszereda, il suo vice e tre persone dell’Ufficio del Primo Ministro stavano viaggiando in macchina coinvolta nell’incidente e sono stati portati in ospedale in Romania.
In considerazione del fatto che il convoglio è stato scortato dalla polizia rumena e l’inchiesta della scena è stata effettuata anche da loro, ulteriori informazioni su ciò che è accaduto può essere fornita dalle Forze di Polizia rumene, dal Capo Stampa del Primo Ministro.

Il comunicato stampa del governo ungherese:

http://www.kormany.hu/en/prime-minister-s-office/news/the-prime-minister-s-convoy-was-involved-in-an-accident-in-romania

Ringraziamo Footam14 per la segnalazione

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Le rivoluzioni europee cominciarono sempre con una rivolta in Ungheria

di Antonio De Martini

Italia, Polonia e Ungheria sono tre paesi “di passaggio”: l’Italia in senso nord-sud e gli altri due in senso ovest-est.
Deve essere anche per questo comune destino che ricordiamo anche al ginnasio con piacere la partecipazione di volontari ungheresi, agli ordini di Stefano Türr (1848) e György Klapka (1859) alle nostre lotte per l’indipendenza e citiamo nel nostro inno nazionale “il sangue polacco” che l’aquila bicipite “bevè col cosacco, ma il cor le bruciò”.
Sempre nel 1848 oltre 1100 volontari italiani combatterono per l’indipendenza ungherese agli ordini di Alessandro Monti.

Sui bastioni di Buda c’è una lapide in memoria di un barone salernitano – di cui non ricordo ahimé il nome- che superò per primo i bastioni turchi per la liberazione della città.
Una amica polacca dell’ambasciata, mi ha assicurato che anche nell’inno nazionale polacco c’è un accenno diretto all’Italia e alle lotte comuni.

Insomma siamo in simpatia da oltre duecento anni. Abbiamo trepidato per la loro sorte durante la rivolta ungherese del 1956 – su questo si spaccò il P.C.I. nei suoi elementi di punta – e riabbracciammo i fratelli ungheresi al crollo del patto di Varsavia.

Ieri, 15 luglio, i magiari sembrano ancora una volta voler precedere tutti e indicare agli altri europei la strada da seguire, per reagire ribellandosi alla nuovaSanta Alleanza.

Gyorgy Matolcsy, governatore della Banca centrale ungherese, ha inoltrato alla signora Christine Lagarde una lettera, invitandola a chiudere l’ufficio di Budapest del Fondo Monetario Internazionale (FMI) segnalando che non vi era più ragione per prolungarne la presenza e che il governo ungherese conta concludere il rimborso del prestito contratto in anticipo rispetto al termine del 2014 stabilito dagli accordi vigenti.

L’FMI pare intenzionato a traslocare entro la fine di Agosto, anche perché il prestito negoziato nel 2011 ( Orban giunse al governo nel 2010).

L’Ungheria aveva contratto – subito dopo lo scoppio della crisi finanziaria – nel 2008 un prestito con la trimurti FMI, UE, Banca Mondiale ( WB) per un importo massimo di 25 miliardi, di cui circa 15,7 effettivamente utilizzati.

Il rapporto tra FMI e il governo ungherese presieduto da Viktor Orban è sempre stato tempestoso, al punto che i “soliti ambienti”, mai precisati ma sempre autorevoli, avevano lo scorso anno fatto circolare la voce che in Ungheria esisteva un concreto pericolo di ritorno al fascismo.
Orban ha posto sotto controllo la Banca Centrale, nazionalizzato il sistema pensionistico e posto una supertassa sulla grandi società e questo per l’Unione Europea è un peccato mortale cui ha fatto seguito la minaccia di scomunica.

Si tratta di una minaccia non vana, visto che alcuni articoli della carta delle Nazioni Unite ( tra il 50 e il 54) prevedono espressamente che le Nazioni vincitrici della seconda guerra mondiale possano, invadere senza preavviso qualsiasi tra i paesi sconfitti ( l’Ungheria è tra questi), qualora , a insindacabile giudizio di anche uno solo dei vincitori, si ravvisasse un sintomo di rinascita del fenomeno.

L’Ungheria ha avuto lo scorso anno un lieve miglioramento economico grazie a una forte immissione di nuovi cittadini ( 400.000) provenienti dai paesi vicini beneficiati da concessioni territoriali conseguenza della guerra mondiale.

La relativa liberalizzazione della prima decade del secolo e l’energica conduzione indipendentista del governo Orban, hanno reso possibile il congiungimento di molti alla madrepatria ed una certa quota di inevitabile irredentismo che ha fatto seguito.

Le frizioni col FMI sono la conseguenza della pretesa assurda del FMI di imporre politiche economiche ormai riconosciute errate anche dall’alto management del Fondo, ma che incomprensibilmente non vengono corrette; dalle esigenze elettorali dettate dalle ormai imminenti elezioni politiche e dalla politica indipendentista seguita dal governo che ha potuto attrarre nel paese uomini e capitali tagliati fuori dalla madrepatria.

L’equivalenza tra fascismo e indipendenza nazionale viene perseguita a fini di propaganda dalle autorità di Bruxelles e da alcuni cretini di estrema destra, sia pure per opposte motivazioni.
Orban, tenendo ostinatamente la barra al centro, offre a tutti gli europei un esempio di come trovare una via di ripresa nazionale, mantenendo gli impegni comunque contratti, creare la ripresa mercé l’ottimizzazione e il controllo delle risorse a disposizione.

Fonte: corrieredellacollera 17/7/2013

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Patria , Nazione , Popolo – Le comunità immaginate

“Dove sei nato ? Nell’Impero austro-ungarico .
Dove sei cresciuto ? In Cecoslovacchia .
In quale esercito hai prestato servizio ? Nell’esercito russo
Dove vivi attualmente ? In Polonia
Devi aver viaggiato molto in vita tua ! Non mi sono mai mosso dal mio villaggio” *

* Dalle risposte di un cittadino “europeo” a un questionario diffuso alla fine della seconda guerra mondiale ( citato in Daniel Bell , Le incognite della futurologia , in “Lettera Internazionale” , XIII , n.54 , 1997 )

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Card. Joseph Mindszenty
MARTIRE DEI COMUNISTI
“L’intrepido Pastore Card. Joseph Mindszenty”
di Kevin Grant
(estratto da L’ECO DELL’AMORE, n. 5, luglio 1986)

Fonte: http://www.floscarmeli.org
Segnalato da: Centro Studi G. Federici

Sempre nell’ambito della celebrazione del 50° anniversario della rivoluzione ungherese contro il disumano e barbaro regime comunista, doverosamente ricordiamo una delle più fulgide figure della Chiesa del Silenzio, il Card. Mindszenty, martirizzato dai comunisti e dal Vaticano conciliare e peccaminosamente ecumenista.
A tutti l’eroico e indomito Card. ricorda la pericolosità del comunismo e che “La storia del bolscevismo mostra chiaramente che la Chiesa non può fare concessioni nella speranza che il regime in cambio smetta la sua persecuzione. Questa nasce e si sviluppa necessariamente dalla natura intrinseca della sua ideologia…“.

La Redazione

Grassetti, colori, parentesi quadre, sottolineature, corsivi
e quanto scritto nello spazio giallo sono generalmente della Redazion



L’intrepido Pastore Card. Joseph Mindszenty
1892-1975
Introduzione
di Werenfried van Straten, o. prem.

Cari amici,

Nella storia della Chiesa è difficile trovare un’epoca in cui i martiri sono stati così sistematicamente ignorati come oggi.
Ciò non è conforme allo spirito della Chiesa. In quale modo commovente viene raccontata nel Vangelo l’ esecuzione di San Giovanni Battista! Come sono stati accuratamente descritti negli Atti degli Apostoli il martirio di San Stefano e la persecuzione dei primi discepoli di Gesù! I primi cristiani erano pieni di ammirazione e di rispetto per i loro fratelli perseguitati a causa di Cristo. La Santa Eucaristia veniva celebrata sui loro sepolcri anche per sottolineare l’unione spirituale con il loro sacrifico. Di questa unione ci sono ora solo poche tracce.
Anche se la Chiesa da quasi settant’anni soffre di una persecuzione più vasta, più raffinata e più crudele di qualsiasi altra del passato, molti ritengono segno d’intolleranza il denunciarla.
Nella nostra epoca di falso pacifismo, dal momento che l’Occidente decadente preferisce vivere in pace con assassini e tiranni piuttosto che con Dio, il lamento dei perseguitati turba la quiete degli uomini d’affari e l’attività dei diplomatici. Per questo la persecuzione religiosa viene soffocata nel silenzio.
Forse nessuno dei nostri contemporanei ha sofferto tanto per questo scandalo come il Cardinale Mindszenty. E’ stato condotto per una Via Crucis che finora pochi altri hanno dovuto percorrere. Egli l’ha percorsa con fedeltà esemplare, senza odio verso i suoi persecutori, ma anche senza cedimenti laddove il compromesso o la fuga avrebbero potuto rendergli più facile la vita. Ha seguito fedelmente il Signore. Poiché là dove era Cristo, doveva essere anche il Suo servo.
Lo schizzo biografico che Kevin Grant ha tracciato in questo opuscolo, mette in evidenza come il Cardinale Mindszenty ha sofferto non solo per l’odio dei nemici di Dio, ma anche per la durezza di cuore di falsi fratelli e per gli errori di amici ben intenzionati.
Il rimprovero di Cristo: “Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che ti sono stati inviati” vale, nel caso di Mindszenty, anche per la Chiesa di oggi.

     Egli soffrì soprattutto per la decisione di Paolo VI, a lui incomprensibile, di dichiarare vacante la sede arcivescovile di Esztergom nella speranza di alleviare così le sofferenze della Chiesa perseguitata in Ungheria (1). Il fatto che egli non si sia ribellato a questa decisione, ma abbia accettato la croce impostagli da colui dal quale mai se la sarebbe aspettata, dal punto di vista della fede fu il coronamento della sua vita eroica. Il suo destino amaro ci ricorda che tutti gli sforzi per salvare la Chiesa minacciata rimangono sterili senza la silenziosa Via Crucis di martiri ignorati e le suppliche di oranti sconosciuti. Da costoro la Chiesa attinge sempre nuova forza vitale. Cosi, quel che accadde al Cardinale, si manifesterà un giorno come la vittoria della Croce. Ecco perché il Signore lo ha permesso.
Gesù Cristo e tutti i martiri che hanno condiviso il Suo destino, hanno preceduto il Cardinale sulla difficile via che egli scelse liberamente. E’ la via dei santi di tutti i tempi. Essi sono privati dei loro diritti esattamente come il Figlio di Dio, che assunse la condizione di servo e si fece obbediente fino alla morte di croce. Questa croce dell’obbedienza è la legge fondamentale del cristianesimo. Il fatto che un gigante della storia ecclesiastica come il Cardinale Mindszenty si sia sottoposto umilmente a questa legge, è un segno di grande santità e un esempio per tutti noi.
Possa questa biografia farci inchinare, pieni di rispetto, di fronte ai fratelli perseguitati che più degli altri sono tempio dello Spirito Santo, e farci ricordare l’eroico Pastore che è già entrato nella storia della Chiesa del silenzio come martire, e nella Chiesa della “autodistruzione” quale testimone scomodo. Il suo esempio ci sia di stimolo ad una sempre maggiore generosità per la Chiesa che soffre.
(1) Ci consenta il generoso Werenfried van Straten di non credere affatto ad una tale speranza, infatti non si tradisce per alleviare le sofferenze della Chiesa.
Capitolo I
L’ascesa: cinquantasei anni

     E’ il 26 dicembre 1948. Sulla residenza del Primate d’Ungheria ad Esztergom scende la notte. Il Cardinale Josef Mindszenty sta pregando. Improvvisamente si spalanca la porta. Un colonnello di polizia, di nome Decsi, si precipita nella stanza, alle sue spalle premono gli sgherri: “Sei in arresto”. Il Cardinale chiede il mandato. “Non ne abbiamo bisogno”, rispondono ridendo con scherno.
Lo afferrano, lo portano via e lo trascinano in un’auto con le tendine abbassate.
Più tardi scriverà: “Cercai di recitare il rosario. Non ci riuscii. Mi venivano in mente solo le parole della Scrittura: “Questa è la vostra ora, e l’impero delle tenebre”.
Josef Mindszenty nacque il 29 marzo 1892 a Mindszent.
In origine il suo cognome era Pehm. Per protesta contro i nazisti, nel 1941 egli abbandonò il cognome germanico e si chiamò da allora con quello della sua città natale.
L’influsso di sua madre su tutta la sua vita fu grande. L’amore di lei fu per lui un forte sostegno nelle ore più amare della sua


La sua casa natale a Mindszent

     Egli crebbe al ginnasio dei Premostratensi a Szombathely. Per poco non dovette abbandonare gli studi quando morì suo fratello minore. I genitori desideravano che egli si occupasse del podere. Cambiarono idea. Josef entrò nel seminario di Szombathely.
Lo studio e la vita del giovane seminarista erano cosi esemplari che il suo Vescovo, Mons. Janos Mikes, voleva mandarlo al Collegio Pazmaneum a Vienna. Egli convinse il suo Vescovo che era meglio se rimaneva in Ungheria. E vi rimase.
Il Vescovo, che poi mori d’infarto nel 1945 difendendo delle donne dai soldati russi, lo ordinò sacerdote il 12 giugno 1945.

     Il ministero sacerdotale era per Josef fonte della più profonda gioia. La sua prima parrocchia fu a Felsopathy. Il parroco gli insegnò il servizio e l’amore a poveri e ricchi (2), e notò ben presto le eccellenti doti di predicatore del giovane cappellano.
Dopo diciotto mesi fu inviato come insegnante di religione nella scuola statale di Zalaegerszeg.
Nell’ottobre 1918, dopo il crollo della monarchia austro-ungarica, andò al potere un governo rivoluzionario capeggiato da Mihaly Karoly.
Nel febbraio 1919, il giovane sacerdote venne arrestato e cacciato da Zalaegerszeg.
Nel marzo seguente presero il potere i comunisti di Bela Kun. Seguì uno spaventoso regime di terrore. Mindszenty fu nuovamente arrestato.
Fortunatamente questa dittatura crollò presto e l’insegnante di religione poté tornare a Zalaegerszeg come parroco nell’agosto 1919.      Soccorreva dove poteva ai bisogni materiali e spirituali. Dopo poco tempo, conosceva per nome tutti i cattolici della città. Fece costruire chiese, case parrocchiali, scuole.
Nel 1924 venne nominato abate titolare e nel 1937 prelato pontificio.
Quando nel 1944 la Germania occupò l’Ungheria, egli ormai era noto come deciso oppositore dei nazisti. Considerava la politica come un male necessario nella vita di un sacerdote, laddove essa distruggeva altari e metteva le anime in pericolo.
Il 4 marzo 1944 il Papa lo nominò vescovo di Veszprem. Vi giunse dieci giorni dopo che i nazisti avevano occupato la città.
Nell’estate combatté a fianco degli altri vescovi ungheresi per la vita degli Ebrei. Molti furono salvati.
Nonostante i disordini della guerra, il nuovo vescovo si dedicò totalmente ai suoi doveri pastorali. Si adoperò per organizzare giornate dl ritiro ed esercizi spirituali per i sacerdoti, appoggiò l’apostolato dei laici, promosse visite domiciliari e l’assistenza agli ammalati e moribondi, creò nuove parrocchie e costruì nuove scuole.
Più grandi sofferenze aspettavano il Paese. Tentativi segreti di far uscire l’Ungheria dalla guerra nell’autunno 1944 fallirono.
L’Armata Rossa marciò su Budapest. I saccheggi e le violenze spinsero migliaia di persone verso l’occidente. In un memorandum il escovo Mindszenty chiese al governo di impedire che l’Ungheria occidentale, fino a quel momento non distrutta, iventasse campo di battaglia fra russi che avanzavano e tedeschi in ritirata. Invano. La risposta del governo fu il suo arresto. Rimase in prigione finché i suoi carcerieri non fuggirono davanti ai sovietici. Alcuni fedelissimi rimasero accanto a lui. Fra loro c’erano i sacerdoti Tibor Meszaros, che in esilio fu suo segretario, e Laszio Lekai, oggi suo successore come Primate e Cardinale.
Rischiavano la vita: il vecchio vescovo Mikes morì d’infarto e il vescovo Apor fu assassinato mentre tentava di difendere delle donne ungheresi dalla violenza.
Indebolito dalla prigionia, Mindszenty tornò a Veszprem. Lo stato della città distrutta era indescrivible. Ovunque l’Armata Rossa aveva saccheggiato, distrutto, violentato giovani, ragazzine e vecchie.
Il 29 marzo 1945 era morto l’anziano Cardinale Primate Seredi e il Papa nominò ora lui, il più giovane vescovo d’Ungheria, come successore.
Intanto il nunzio era stato espulso dal paese.
La guerra dei comunisti contro la Chiesa cattolica era iniziata. Continua ancora oggi. Una forte tempesta infuriava sul duomo di Esztergom, danneggiato dalla guerra, quando il nuovo Primate venne insediato il 7 ottobre 1945.


1945: Arcivescovo di Esztergom e Primate di Ungheria

“Voglio essere un buon pastore”, disse “un pastore che in caso di necessità dà la vita per il suo gregge, la sua Chiesa e la sua patria”.
Organizzò rapidamente un’azione di soccorso contro la fame; andò a Roma e chiese aiuto a Pio XII. Cibo e vestiario arrivavano dagli USA, ma ben presto i comunisti bloccarono la corrente della provvidenziale carità.
Al tempo stesso il Primate si preoccupava di proteggere e difendere le decine di migliaia di persone crudelmente stipate nei campi di concentramento, esposte all’arbitrio dei comunisti.
Andava nei campi e nelle carceri e molti prigionieri piangevano quando li benediceva. Ma anche queste visite vennero proibite non appena Imre Nagy fu sostituito da Laszio Rajk nella carica di ministro degli interni.
La repressione delle attività ecclesiali fu rafforzata. I comunisti non tolleravano praticamente alcuna attività sociale o caritativa. Si infiltravano nella Chiesa, censuravano giornali e libri, sottoponevano le scuole a crescente pressione. I poliziotti perquisivano banchi e cartelle, costringevano gli scolari a denunciare i loro insegnanti e “trovavano” armi.
Per contrastare questi metodi, il Cardinale istituì un’associazione di genitori. Ci vollero ben tre anni prima che i comunisti osassero nazionalizzare le scuole. Quando ciò accadde, il 18 giugno 1948, in tutte le chiese dell’Ungheria le campane suonarono in segno di protesta.


La cattedrale di Esztergom

       Il Primate combatteva con i suoi mezzi.
In una lettera pastorale famosa, condannò l’evacuazione e l’espulsione dei Tedeschi dall’Ungheria. I Tedeschi, grati, non l’hanno mai dimenticato.
Nonostante i sovvertimenti politici, il cardinale Mindszenty rimaneva sempre il pastore buono. Egli divise le vastissime parrocchie di Budapest, inviò giovani sacerdoti nelle parrocchie più piccole ed egli stesso compi molte visite pastorali. La vita spirituale della città dissanguata si rianimava. Il 5 maggio 1946 centomila persone andarono in pellegrinaggio con il loro Arcivescovo al Santuario di Mariaremete.      Nei 39 mesi di attività come Primate -fino al suo arresto- scrisse 23 lettere pastorali e visse in modo ascetico per condividere le privazioni della popolazione.
Il giorno dell’Assunta del 1947 indisse un anno mariano; 4,6 milioni di persone presero parte alle celebrazioni. I comunisti impazzivano dalla rabbia. Disturbavano le messe, provocavano disordini, pretendevano il ritiro di alcuni sacerdoti e laici in vista, calunniavano il Primate sui massmedia e infiltravano spie nel suo ambiente. Spinsero sacerdoti deboli, precursori dei cosiddetti sacerdoti per la pace, a chiedere le sue dimissioni.

(2) Solo certi ammalati di classismo pregano e servono per i poveri soltanto, dimentichi che anche per i ricchi Gesù si fece ammazzare, che anche i ricchi hanno un’anima da salvare.
     Ma il Papa (3) appoggiava fermamente il suo cardinale.
Nonostante terrore e inganni alle elezioni del novembre 1945, i comunisti ottennero solo il 17% dei voti, e solo il 22% nell’agosto del 1947. Tuttavia, essi costituivano, con cento deputati, il gruppo più forte in parlamento. La copertura dell’Armata Rossa alle spalle lasciava loro sufficiente spazio per qualsiasi arbitrio.
Rakosi attaccò quindi il Cardinale più violentemente che mai. Sotto la sottana dei sacerdoti e la veste talare del Cardinale si sarebbero nascosti “spie, traditori, contrabbandieri di valuta e fascisti”.
La gente veniva costretta a domandare “lavoro, pane ed un cappio per Mindszenty”.
Egli rimase coraggioso ed impavido. Più di trentamila persone lo accompagnarono nel suo ultimo pellegrinaggio a Paloszentkut il 10 ottobre 1948.
Ma la sentenza contro di lui era già stata pronunciata. I comunisti dapprima presero il suo sfortunato segretario, Andras Zakar, e lo sottoposero al lavaggio del cervello, sperando che il Cardinale fuggisse.      Ma egli rimase.
Il 16 dicembre si congedò dai vescovi e li scongiurò di non sottoscrivere in nessun caso un accordo con i comunisti: “In uno Stato ateistico, una Chiesa che non rimanga indipendente può svolgere solo la parte della schiava”.
Il 26 dicembre il famigerato tenente colonnello Decsi guidò i suoi sgherri nella casa del Cardinale. Con lui c’era Andras Zakar, un uomo distrutto, con un sorriso da ebete, ridotto alla demenza. L’ora delle tenebre era giunta.
(3) Pio XII, ovviamente.

”… Le persone intorno a me urlavano ridendo, alla
fine mi spogliarono… Mi diedero la veste
variopinta di un clown orientale”
(Memorie).
Questo fu il momento più umiliante nella vita del Cardinale, ma anche l’abisso di malvagità di Janos Kadar, allora Ministro dell’interno, una marionetta sotto la cui responsabilità venne compiuto questo oltraggio; però, perfino nel circo il clown ha più valore della marionetta!

Capitolo II
Distruzione: trentanove giorni

Trascinano la loro vittima al numero 60 di Via Andrassy a Budapest, una casa che era già servita alla GESTAPO come luogo delle torture.
A capo del sistema comunista del terrore è il tenente generale Gabor Peter, un mostro sadico che assiste di persona alle torture, a cominciare dai colpi di manganello e di calcio di fucile sulle reni fino ad infilare aghi sotto le unghie delle dita. Egli vive ancora oggi da qualche parte a Budapest, senza indicazione del cognome sull’ingresso.
In un seminterrato freddo e umido, un maggiore di polizia e uno stupido agente della polizia afferrano il Cardinale e, dinanzi a un gruppo che scoppiava in risate, lo spogliano completamente e gli danno le vesti di un clown orientale.
“Cane, quanto abbiamo atteso questo momento!”
grugnisce il sordido maggiore.
Poi lo conducono in una stretta cella dove si trova un vecchio divano sfondato. Ma non lo lasciano dormire neppure un istante. Gli parlano in modo rozzo, osceno e volgare.
Verso le undici di sera viene trascinato davanti a Decsi per il primo interrogatorio.
Prima domanda:
-Perché sei diventato un nemico del tuo Paese?
La sua risposta viene subito troncata:
-Gli accusati qui devono confessare quello che noi vogliamo e come noi vogliamo -urla Decsi, che oggi è un alto funzionario nel settore della cultura-.
Alle tre di notte riportano il Cardinale nella sua cella e gli ordinano di svestirsi. Egli si oppone. Lo spogliano con la violenza. Un individuo gigantesco in uniforme da tenente avanza e colpisce selvaggiamente il corpo nudo con uno sfollagente. Il Cardinale geme sotto i colpi che sembrano non voler più finire e perde conoscenza. Quando rinviene, pretendono che firmi una confessione. Egli rifiuta. “Portatelo di nuovo!” E giù altre botte. Di nuovo la richiesta di una confessione. E ancora un rifiuto. Lo spogliano nuovamente e lo picchiano, mentre gli altri lo scherniscono e deridono. Ma egli continua a rifiutare.
Lo riportano in cella. Si fa giorno. Per un’intera notte è riuscito a resistere. Ma sa che prima o poi tutti crollano sotto queste torture. Anche le sole minacce o un assaggio di tutto ciò hanno fatto già di molti delle spie o degli informatori.
In questa prima giornata rifiuta come può cibo e “medicamenti”. Cerca dl pregare. Nel corpo, nervi e ossa e anima, sperimenta la terribile violenza del bolscevismo che grava sulla nazione. Lo riempie una profonda preoccupazione per la gioventù.
Ogniqualvolta i suoi torturatori credono che egli preghi, erompono in espressioni oscene. Ma il Primate rivolge il suo cuore a Maria, patrona dell’Ungheria.
Alle undici di sera ricominciano, con ridicoli rimproveri ed accuse di alto tradimento e attività rivoluzionari. Di nuovo Dessi tronca le parole al Cardinale quando questi vuole difendersi. E nuovamente il Primate viene martoriato con lo sfollagente. Egli stesso non sa dove trovi la forza di rinnovare il suo no.
Accuse, botte, l’ordine di firmare, il no detto con le ultime forze, di nuovo per tutta una notte.
Gli lasciano del pane e vino, può celebrare la Messa due volte -una pausa tattica-  ma lo scopo rimane immutato.
Chiede di vedere il comandante, Gabor Peter, che lo minaccia di ancor maggiori torture se non cede.
Il ministro degli interni, Janos Kadar, oggi segretario generale del partito e capo dello stato, già annuncia alla stampa che il Cardinale avrebbe confessato di essere autore di congiure, azioni di spionaggio e speculazioni valutarie. Così Kadar edificava su menzogne, torture e morte il “modello ungherese”, tanto lodato anche in occidente.
Il crudele alternarsi di torture ed interrogatori dura 39 giorni e notti. Una volta viene costretto a correre nudo per la stanza per evitare coltellate e colpi di sfollagente. Essi minacciano di farlo comparire davanti a sua madre in questo stato.
Alla fine egli crolla, fa i nomi di persone defunte o fuggite e scrive accanto alla sua firma “c.f.” (coactus feci, firmato perché costretto). La memoria lo abbandona, non sa più cosa fa. Gli presentano il suo segretario martoriato e altri sacerdoti.
Completano l’allucinante e crudele procedimento con lettere contraffate. Il falsificatore sarebbe ben presto fuggito negli Stati Uniti e là avrebbe raccontato la verità.

     In quei 39 giorni e notti i boia e gli aguzzini comunisti spezzarono una delle più nobili figure delle Chiesa (4).


Pio XII, il suo più forte difensore

(4) Ma ottengono dei risultati di nessun valore giuridico: il tutto dimostra il loro totale e assoluto fallimento, mentre la vittoria, quella vera, rimane di colui che solo apparentemente  è stato sconfitto. “Devictus vincit”.

Capitolo III
Il “Processo”: tre giorni

     13 febbraio 1949 gli aguzzini conducono il Cardinale in tribunale, isolato in mezzo a molti imputati messi insieme per accreditare l’idea di una congiura.
Hanno rasato per bene la loro vittima, gli hanno fatto indossare un abito nuovo e gli hanno rimesso al dito l’anello vescovile. Giudice, avvocato e soprattutto il difensore, Kalman Kiczko, un presunto “buon cattolico”, recitano la loro parte ben studiata in precedenza in tutti i dettagli.
Un processo-farsa perfetto come ci si può aspettare da Stalin e Rakosi.
Più tardi il Cardinale ricorderà che davanti alla corte non fu fatta una sola domanda tale da portare alla luce la verità.
Il Primate distrutto è seduto sul banco degli imputati, lo sguardo vuoto e la voce tremante. La polizia non gli ha fatto nulla di male, dice.      Il suo difensore completa diligentemente dicendo che il Cardinale avrebbe avuto tutte le possibilità di difendersi in Via Andrassy. Poi chiede per lui “solo” l’ergastolo. Gli si risparmi l’esecuzione.
La corte accoglie questa “preghiera”, come se la sentenza non fosse stata già stabilita da mesi. L’intero processo durò solo tre giorni, che tuttavia bastarono alle cinghie di trasmissione della stampa comunista per mettere alla gogna il Primate fino a tutt’ora.
Ma il più forte sostenitore del Cardinale, Pio XII, lo difese davanti a tutto il mondo. Scrisse ai vescovi ungheresi, si rivolse pubblicamente al collegio cardinalizio, ai diplomatici accreditati presso la Santa Sede e ai fedeli in Piazza S. Pietro. Smascherò la giustizia marxista: “La persecuzione del nostro figlio diletto… la nefandezza dei persecutori e la brutalità con cui egli viene tenuto lontano dalla sua sede vescovile ci riempiono di profonda preoccupazione”. E ancora: “Gli odierni persecutori della Chiesa sono i successori di Nerone. Lo Stato totalitario e antireligioso pretende una Chiesa che, per essere riconosciuta e tollerata, taccia là dove dovrebbe parlare… Può il Papa tacere quando questo Stato scioglie arbitrariamente delle diocesi, destituisce vescovi e limita l’attività della Chiesa così che qualsiasi lavoro apostolico diventa inefficace?” (5)

(5) Del tutto diverso è il discorso fatto dai successori di Pio XII, in nome dell’ostpolitik prima e dell’ecumenismo poi: il discorso del padre che tradisce i suoi figli migliori, ottenendone in cambio solo vergogna e profondo disprezzo da parte del nemico.

     Il mondo libero ascoltò la sua voce e ne condivise lo sdegno senza badare alle pesanti bordate di insulti provenienti da Mosca.
Rakosi con un inganno si fece fotografare insieme al vicario generale di Budapest, Bela Wik. Le didascalie delle foto parlavano di “eccellenti” rapporti tra Chiesa e Stato. A quell’epoca però, il mondo libero era all’erta e si rese conto della necessità di difenderei dal comunismo, se non voleva subire un giorno la sorte degli stati satelliti sovietici. In seguito, purtroppo, si è nuovamente addormentato.


Il Cardinale durante il processo-farsa
davanti al tribunale popolare di Budapest:
distrutto, lo sguardo perduto, con voce tremante
conferma di non aver subito pressioni da parte della polizia…

Capitolo IV
La prigionia: otto anni

Poiché l’interesse del mondo libero per la sorte del Cardinale restava vivo, i comunisti lo portarono nell’ospedale del carcere. Vi comandava il suo aguzzino, il maggiore sadico.
Il letto della cella era pieno di insetti, comunque stava meglio di prima e gli era perfino possibile celebrare di nuovo la S. Messa. Dopo due settimane sua madre poté visitarlo.
Gli fu negata copia della sentenza e l’assistenza di un avvocato per ricorrere in appello.
In una lettera all’arcivescovo Josef Grosz, chiese aiuto ma la lettera fu falsificata in modo da dare a intendere che egli riconosceva i suoi “crimini” e incitava ora i vescovi a concludere un accordo con lo Stato.      Durante la sua visita, la madre trovò il figlio in pessime condizioni di salute, e chiese adeguati trattamenti medici. Anziché esaudire la pressante richiesta, i comunisti trasferirono la loro vittima in un carcere più duro, senza dire alla madre nemmeno una parola.
Il Cardinale non venne mai a sapere, per tutti i quattro anni che vi trascorse, il nome dell’istituto di pena in cui si trovava, isolato in una cella singola con disegni e scritte oscene sulle pareti marce per l’umidità.      Nelle sue Memorie scrive: “Non si riusciva mai ad incontrare lo sguardo fuggente di un altro carcerato; era come cercare un corvo bianco”.
Gli ipocriti che l’avevano picchiato con lo sfollagente, ora gli proibivano di inginocchiarsi “per motivi di salute”, e gli rendevano una tortura perfino il sonno. Mani e viso dovevano restare visibili. Se li copriva per il freddo o per gli insetti lo svegliavano a scossoni.
Riempiva le giornate con la preghiera per la Chiesa, per l’Ungheria, per la sua archidiocesi, per gli altri carcerati, per la gioventù, per sua madre e i morti, per i suoi nemici, le sue guardie e i suoi persecutori.
A partire dal giugno 1950 gli permisero nuovamente di celebrare la S. Messa. Un tavolino da telefono gli serviva come altare. L’immagine qui riprodotta era l’unico ornamento.
La dedica scritta a mano “Devictus vincit” significa “Vinto, Egli vince”. Riuscì a conservare sempre con sé l’immagine, dovunque i suoi carcerieri lo trascinassero.
La malattia aggravava le sue sofferenze. Dimagriva. Nel 1954 perse la metà del suo peso normale. Un giorno perse la conoscenza, cadde e si ferì alla testa. Lo trovarono in una pozza di sangue.
Durante la successiva visita semestrale, sua madre, spaventata, chiese nuovamente cure adeguate. La sua richiesta fu assecondata.


Una foto di sua madre e delle sorelle.
Gli fu portata in prigione di nascosto.

Nel frattempo l’odioso Rakosi aveva raggiunto l’apice del potere e nel 1950 aveva fatto gettare in prigione e torturare per “titoismo” addirittura il ministro degli interni Janos Kadar. Il suo potere si reggeva su 60.000 agenti della polizia segreta, fra cui molti esperti torturatori.
L’ “Ufficio per gli Affari Ecclesiastici” promuoveva ora, con l’aiuto di preti corrotti o impauriti, il movimento dei “preti per la pace”.
Il vecchio arcivescovo Grosz venne torturato e condannato a quindici anni di carcere, altri vescovi furono messi agli arresti domiciliari. In ogni Curia vescovile c’era un funzionario comunista che controllava le nomine degli ecclesiastici.
Con la morte di Stalin ci fu un cambiamento.
Nel maggio 1954 il Cardinale fu riportato nell’ospedale del carcere di Budapest. Le sue condizioni migliorarono, ma nel 1953 si riammalò, proprio in un momento in cui la sua morte sarebbe stata molto scomoda a Rakosi.
Il Primate fu portato in un’antica villa a Puspokszentiaszio (Ungheria meridionale). Al suo arrivo ebbe un attacco di cuore, ma riuscì a superarlo. Le condizioni di vita erano per lui sconcertanti. Sua madre poteva visitarlo liberamente. Anche l’arcivescovo Grosz era alloggiato ivi e il cardinale venne così a sapere molte cose accadute durante gli anni passati in carcere.
Ora venivano chiamati “ospiti”. Poiché d’inverno era impossibile vivere nella villa sia per gli “ospiti” che per i sorveglianti, i prelati furono portati a novembre in un castello vicino alla frontiera con la Cecoslovacchia.
Rakosi tentava ora di puntellare il suo vacillante regime con un opportunistico atteggiamento condiscendente nei confronti della Chiesa.
L’Arcivescovo Grosz fu graziato, al Cardinale venne offerta la scarcerazione a certe condizioni. Ma il pastore non voleva disorientare il suo gregge e rifiutò. “Messo davanti alla scelta tra morte in prigione o libertà al prezzo di un infamante compromesso”, scrisse, “preferisco la morte”. Ma non era ancora la sua ora.


“Sarai con me in paradiso”: immagine del Cristo crocifisso
che il Cardinale riuscì a portare sempre con sè
durante la prigionia, dappertutto.

      In alto a sinistra: il monumento di Stalin a Budapest; per costruirlo fu demolita una chiesa.
Foto principale: la statua abbattuta durante la rivoluzione.
Il Dittatore è scomparso, ma l’ombra del suo potere incombe ancora su Budapest, tenuta in ostaggio.

Capitolo V
La libertà: quattro giorni

Il 24 ottobre 1956 il cardinale seppe della rivoluzione di Budapest. Le guardie volevano trasferirlo “per motivi di sicurezza”. Egli si oppose. Dopo di ciò il governo, già traballante, inviò il direttore dell’Ufficio per gli Affari Ecclesiastici, Janos Horvath, ad offrirgli protezione e sicurezza. Il Primate lo respinse. Allora i suoi sorveglianti lo lasciarono libero.
Dei soldati insorti lo portarono con sé a Budapest. Le campane suonavano quando attraversava i villaggi e gli gettavano fiori; nella capitale la gente accorreva alla sua residenza. Benediceva tutti.
Janos Kadar, ora ministro del nuovo governo di Imre Nagy, diede il benvenuto alla rivoluzione. L’Ungheria si dichiarò neutrale e abbandonò il patto di Varsavia.
Durante gli anni di prigionia del Cardinale, la Chiesa aveva vissuto momenti tragici. Le scuole erano state nazionalizzate e i bambini che frequentavano il catechismo venivano minacciati e intimiditi come i loro insegnanti. Le comunità religiose erano state sciolte e i loro circa 11.000 membri cacciati dai monasteri.
“Preti per la pace”, spesso con una scandalosa condotta di vita, occupavano quasi tutti i posti chiave; servivano gli interesse del comunismo, sia recandosi all’estero sia partecipando ai congressi.
Innumerevoli visitatori si recavano dal Cardinale a Budapest. Tra loro c’era anche Padre Werenfried. Il Primate procedette subito contro i preti per la pace. Dichiarò sciolto il loro movimento, li privò delle posizioni chiave e allontanò dalla sua archidiocesi spie e persone sleali.
Il primo ministro supplente, Zoltan Tildy, fece visita tre volte al Cardinale in quei giorni; una volta fu accompagnato dal coraggioso colonnello Pal Maleter.
Il Primate avverti Tildy di non prestare fede ai comunisti, e gli consigliò di chiedere l’aiuto delle Nazioni Unite. Lui stesso si rivolse alla nazione il 3 novembre.
Ma la libertà ebbe breve durata. Lo stesso giorno dell’appello radiofonico, poco prima di mezzanotte, i sovietici attaccarono, dopo aver attirato in una trappola e arrestato Maleter e altri ufficiali. Serov, il capo dei servizi segreti sovietici, era arrivato! Dovevano morire 30.000 ungheresi.
Tildy alzò la bandiera bianca sopra il Parlamento.
Il Cardinale si incamminò con il suo segretario verso l’ambasciata USA. Avevano arrotolato le loro vesti talari sotto i cappotti. In tal modo superarono lo schieramento di carri armati sovietici.
Il Presidente Eisenhower concesse subito l’asilo politico al Cardinale.


1 novembre 1956: il Cardinale legge davanti ai giornalisti una dichiarazione nel cortile della sua residenza a Budapest.

Capitolo VI
L’asilo politico: quindici anni

Imre Nagy, primo ministro della breve primavera politica, chiese asilo all’ambasciata iugoslava.
Kadar, il nuovo luogotenente di Mosca, promise a Tito un salvacondotto per Nagy e i suoi compagni di viaggio. Ma appena lasciata l’ambasciata, il loro autobus fu fermato da un carro armato sovietico e i passeggeri vennero arrestati (6). Il 16 giugno 1958 Nagy e Pal Maleter furono giustiziati.

(6) Ecco quanto vale la parola dei comunisti!

     La stessa cosa i sovietici intendevano fare con il Cardinale. Il potere di Kadar si basava unicamente sul tradimento.      Ora accusava il Cardinale di essere stato l’ispiratore della rivoluzione e, sebbene Kadar stesso avesse fatto parte del governo che aveva dichiarato nulla la sentenza contro Mindszenty, nel marzo 1957 annunciò che la condanna del 1949 restava in vigore come prima.
Esecuzioni e repressioni dilagarono. Con amarezza il Cardinale doveva osservare le sofferenze del suo popolo e l’atteggiamento “paralizzato e impotente” dell’Occidente.
La sua più grande consolazione era Pio XII che difendeva instancabilmente lui e la sua patria.
La vita quotidiana del Primate nell’ambasciata era, nonostante la cordiale ospitalità, opprimente. Giorno e notte gli agenti della polizia segreta sedevano in un’auto davanti all’ambasciata, pronti ad arrestarlo in qualsiasi momento, se avesse messo piede fuori dall’edificio.
Il 5 febbraio 1960 morì sua madre, ormai ottantacinquenne. Gli ambasciatori italiano e francese portarono la corona di fiori del figlio al funerale.
La lunga processione funebre brulicava di agenti della polizia segreta che attendevano solo che osasse accompagnare sua madre all’ultima dimora.
La sua vita all’ambasciata si svolgeva tra studio e preghiera. Aveva accesso alla biblioteca e a tutti i giornali. Molte cose che leggeva lo addoloravano profondamente. Nel giro di tre anni il regime aveva rimesso in carica tutti i preti per la pace che lui aveva allontanato. L’Ufficio per gli Affari Ecclesiastici si arrogava nuovamente gli stessi poteri di prima.
Nell’ottobre 1958 morì Pio XII.
Il nuovo papa Giovanni XXIII trasmise la sua paterna benedizione al Cardinale assediato e si rammaricò profondamente di non poterlo abbracciare a Roma. Nel suo primo messaggio, il Papa parlò dei “sacri diritti della Chiesa che vengono brutalmente calpestati”. Con grande nostalgia anelava di raggiungere i suoi figli perseguitati oltre cortina.
Nell’enciclica “Pacem in terris” espresse questa speranza. Si avviarono trattative con l’Ungheria nell’aprile 1963. Il Papa offrì al Cardinale un posto in Curia.
Un anno più tardi le trattative furono portate a termine sotto Paolo VI, con un accordo parziale che, tuttavia, comportava pochi vantaggi per la Chiesa. Il più importante “vantaggio” era la nomina di sei vescovi, per lo più preti per la pace, che intimiditi o comprati non erano che abulici esecutori degli ordini dei comunisti.
Ben presto arrivarono all’ambasciata messaggeri per offrire al Cardinale un’amnistia. Si scontrarono col granito; egli rifiutò, non voleva l’amnistia, ma la riabilitazione.
La situazione politica generale intanto mutava.
La nuova parola d’ordine era distensione. Ora l’irremovibile Primate intralciava i piani degli USA. Spuntarono voci circa il presunto peggioramento della salute del Cardinale, anche se stava bene. E poi, improvvisamente, il 28 settembre 1971, il mondo sbalordito venne a sapere che il Cardinale era in viaggio per Roma su invito del Papa, dopo che Budapest lo aveva “graziato”.
I retroscena erano piuttosto sconcertanti. Il Vaticano aveva trattato con il regime un accordo che un inviato speciale sottopose al Cardinale. Egli avrebbe mantenuto il suo titolo, ma doveva rinunciare alle sue funzioni, abbandonare in modo discreto l’Ungheria ed evitare tutto ciò che avrebbe potuto guastare i rapporti tra Roma e il regime. Inoltre non doveva pubblicare le sue Memorie.
Naturalmente il Cardinale rifiutò di firmare un simile documento. Si rivolse al Presidente Nixon e al Papa. Ambedue consigliarono di fare concessioni.
Il Papa infine fece pressioni affinché venisse a Roma, senza accennare alle condizioni. Solo più tardi il Cardinale venne a sapere che erano già state date assicurazioni anche senza il suo consenso. In questo modo veniva deposto il seme di nuove sofferenze, quando dall’ asilo passò all’esilio.


L’ambasciata americana a Budapest,
che il Cardinale non lasciò per quindici anni.


Fu ricevuto a Roma da Paolo VI
con gioia e commosso affetto (7).

(7) conditi con tanta, ma tanta ipocrisia: pronto a tradirlo e sacrificarlo sull’altare dell’ostpolitik!

Capitolo VII
L’esilio: tre anni

A malincuore il Cardinale percorse la strada da Budapest alla cortina di ferro. La vista della frontiera lo costernò.
A Roma fu ricevuto da Paolo VI con commossa gioia e cordialità (8). Il Santo Padre lo abbracciò e gli mise al collo la sua croce pettorale. Concelebrarono la S. Messa. Il Papa parlò di lui come di un “ospite a lungo atteso… Un simbolo di forza incrollabile, radicato nella fede e nella dedizione disinteressata alla Chiesa”. l suoi confratelli cardinali lo accolsero con profondo rispetto.

(8) Ripetiamo: condite con tanta, ma tanta ipocrisia: pronto a tradirlo e sacrificarlo sull’altare dell’ostpolitik!

     Nella casa premonstratense di Roma, dove abitava allora padre Werenfried, incontrò per la prima volta i cardinali perseguitati Slipy, e Wyszynski.
Lettere e telegrammi da tutto il mondo gli auguravano ricche consolazioni. Celebrò una Messa di ringraziamento sulla tomba di Pio XII.
Decise di stabilirsi al Pazmaneum di Vienna, dove il suo Vescovo un tempo voleva mandarlo come seminarista. Il 23 ottobre concelebrò ancora una volta la Messa con il Santo Padre. Questi gli mise sulle spalle il suo mantello cardinalizio e gli disse: “Tu sei e rimani arcivescovo di Esztergom e Primate di Ungheria. Continua il tuo lavoro e se dovessero subentrare difficoltà, rivolgiti a noi con fiducia !” Poi il Cardinale andò a Vienna.
Intendeva occuparsi dei molti cattolici ungheresi senza patria, con le sue Memorie mettere in guardia il mondo contro il bolscevismo e interessarsi personalmente del tragico destino della sua nazione.
Poiché la Sante Sede non nominava un vescovo ausiliare per un milione e mezzo di ungheresi cattolici in esilio, Mindszenty intraprese, come otto anni prima il cardinale Slipy;, una serie di viaggi pastorali in Europa, Canada, USA, Africa e Australia per visitare i suoi compatrioti in esilio. Così egli poté anche ringraziare di persona molti che erano stati al suo fianco negli anni bui della presa di potere da parte di comunisti.
Il governo ungherese reclamò in Vaticano e protestò contro i discorsi e le interviste del Cardinale. Si serviva di vescovi intimiditi che chiedevano di farlo tacere.
L’intrepido Primate era costernato per il fatto che il silenzio, imposto alla sua Chiesa, dovesse venire esteso anche a lui, che pure viveva in libertà. Ma il nunzio di Lisbona censurò la predica che egli voleva fare a Fatima…
Nel 1973 riprese i suoi viaggi pastorali che suscitavano ovunque grande attenzione. La gente accorreva da lui numerosa sia che si trattasse delle celebrazioni del millennio di S. Stefano d’Ungheria o del nuovo viaggio attraverso l’America settentrionale. Per la prima volta visitò anche l’Inghilterra. Il cardinale Heenan rallegrò il cuore del suo ospite con le sue chiare parole di saluto: “Se il comunismo mondiale ha serie intenzioni in merito alla diffusione della pace, deve smettere di perseguitare la Chiesa”.
130 deputati del parlamento britannico gli resero omaggio per la sua “intrepida opposizione” all’oppressione nazista e comunista. Il riconoscimento della sua fermezza da parte degli inglesi fu il punto culminante degli anni d’esilio.
Ma l’accordo che Roma era stata costretta a stipulare per ottenere la sua libertà, gli preparava ora la stazione più dura della sua Via Crucis.
Irritato per gli onori tributati al Cardinale in Gran Bretagna, Budapest chiese nuovamente la sua destituzione. Proprio allora il Cardinale aveva inviato al Papa le sue Memorie inedite. Il Santo Padre le lesse commosso dall’inizio alle fine. Non esercitò alcuna critica, gli fece presente che la loro pubblicazione poteva significare per la Chiesa ungherese nuove persecuzioni e attacchi. Il Cardinale rispose di essere abituato alle continue ingiurie, di aver perdonato ai suoi nemici ed evitato polemiche provocatorie e aggiunse: “La storia del bolscevismo mostra chiaramente che la Chiesa non può fare concessioni nella speranza che il regime in cambio smetta la sua persecuzione. Questa nasce e si sviluppa necessariamente dalla natura intrinseca della sua ideologia…”.
Il Cardinale continuò a lavorare alla sue Memorie.


Poco prima di lasciare l’ambasciata statunitense:
l’uomo dei dolori


Il Cardinale rimase sempre pastore: anche nel suo ultimo anno di vita amministrò ancora il sacramento della Cresima.

Capitolo VIII
L’isolamento: ultimo anno

Il 1 novembre 1973 il Papa gli chiese “con grande riluttanza” (9) di dimettersi. Ciò gli avrebbe procurato “maggiore libertà per le sue pubblicazioni”. Con cortese fermezza il Cardinale rifiutò.


(9)
Eufemismo = con grande ipocrisia

Ancora una volta fece notare il deplorevole stato della Chiesa in Ungheria e mise in guardia il Papa contro gli attacchi ai quali sarebbe stato esposto se l’avesse destituito. Non servì a nulla.
Nel XXV anniversario del suo arresto, ricevette una lettera da Paolo VI con la quale gli comunicava che la sede episcopale di Esztergom era vacante.
Paolo VI era un uomo d’onore, che rispettava anche un accordo stipulato con uomini che incarnavano la menzogna (10).
Il Cardinale, preoccupato che la sua destituzione potesse seminare confusione e dubbio nei cuori dei suoi fedeli, protestò.
(10) Dove va a ridursi l’onore! A tradire il proprio sangue, un ministro di Dio, per rispettare l’accordo con i ministri di satana. Ma questo non ha niente a che vedere con l’onore, si chiama tradimento!
     Il 5 febbraio il Vaticano annunciò che il Cardinale si era dimesso (11).
Con profondo dispiacere il Cardinale dovette chiarire che non si era dimesso, bensì era stato destituito. Accettò la decisione. Le sue Memorie però terminano con queste amare parole: “Così mi trovo ora alla porta dell’esilio definitivo e totale”.
Ondate di protesta sommersero il Vaticano (12). La stampa del mondo libero era irritata, e criticava violentemente la destituzione.
L’intera Ostpolitik fu stigmatizzata come compromesso con gli atei. Ma Padre Werenfried scrisse: “Nonostante dubbio e timore ci rifiutiamo di bollare come irresponsabile la condiscendenza del Papa nei confronti degli atei, bensì preghiamo che l’ulteriore evoluzione dei fatti gli dia ragione. E se l’aspettativa del Papa dovesse andare delusa, vogliamo credere che egli sia stato in questa decisione, dolorosa anche per lui, l’organo esecutore di una politica di salvezza divina, per ora incomprensibile” (13).
I nemici del Cardinale erano felicissimi.

(11) Anche le bugie adesso servono all’onore di Paolo VI?!

(12) Ma la faccia tosta del Vaticano non se ne curò e continuò sulla strada del tradimento, pardon dell’ ostpolitik…

(13) Quando la faccia tosta si fa parola…

     Imre Miklos, direttore dell’Ufficio per gli Affari Ecclesiastici a Budapest, dichiarò: “La destituzione di Josef Mindszenty è stata salutata con comprensione dall’opinione pubblica ragionevole e progressista, sia all’interno che all’esterno degli ambienti ecclesiastici”.
Ferito, ma indomito, il Cardinale Mindszenty riprese i suoi viaggi pastorali. Pur criticando l’Ostpolitik, sottolineò sempre la sua fedeltà al Santo Padre.
Nell’ottobre 1974 pubblicò le sue Memorie con l’osservazione: “Se ora rendo noto tutto ciò, è solo per mostrare al mondo quale destino gli prepara il comunismo”.
Continuò il suo apostolato ad un ritmo pericoloso per un uomo di 83 anni. A Bogotà (Colombia) lo colse la malattia che si aggravò durante il lungo volo di ritorno. L’operazione ebbe successo, ma il suo grande cuore alla fine cedette.
Morì il 6 maggio 1975.
Paolo VI, il presidente Ford e il cardinale König guidarono la manifestazione d’omaggio di tutto il mondo (14).
Al fedele amico (15)  Padre Werenfried fu affidato l’ultimo elogio, il discorso presso il sepolcro.
Il 15 maggio 1975 il Cardinale Josef Mindszenty fu tumulato nella basilica di Mariazell in Austria, dove la Madonna viene venerata anche come patrona d’Ungheria. Un giorno le sue ossa riposeranno nel duomo di Esztergom.


Da tutto il mondo giungono pellegrini per pregare sulla tomba dell’intrepido Pastore.

(14) Il coro degli ipocriti…

(15) “Amico”… che prima aveva approvato, giustificato ed elogiato la proditoria destituzione!


Nulla di falso e vile poteva resistere al fulgore di questo sguardo, che al tempo stesso risplendeva di mitezza e bontà. Guai a noi se lo dimentichiamo

Cronologia

1892
1915
19191937
1944
1945
194619471948
1948-49
1949195619581960
1971
1972
1973
1974
1975
29 marzo: nasce a Mindszent
12 giugno: ordinazione sacerdotale
9 febbraio: il governo di Karoly lo mette agli arresti domiciliari
nominato prelato pontificio
4 marzo: Vescovo di Veszprem
7 giungo: protesta contro la persecuzione degli Ebrei
31 ottobre: presenta al governo un memorandum per porre fine alle operazioni belliche
inizio di novembre: arresto
Domenica di Pasqua: lascia il carcere
7 ottobre: insediato come Arcivescovo di Esztergom e Primate di Ungheria
17 ottobre: lettera pastorale in difesa delle minoranze tedesche
4 novembre: i comunisti ottengono alle elezioni solo il 17% dei voti
8 febbraio: Pio XII gli conferisce a Roma la dignità cardinalizia
Giugno: i comunisti ottengono il 22% dei voti, ma esercitano l’effettivo potere con l’appoggio sovietico
26 dicembre: i comunisti lo arrestano
dal 26 dicembre al 2 febbraio: interrogatori e torture
3-5 febbraio: processo-farsa
8 febbraio: condannato all’ergastolo
23 ottobre: scoppia l’insurrezione
30 ottobre: in libertà
31 ottobre: in trionfo verso Budapest
3 novembre: appello radiofonico alla nazione
4 novembre: le truppe sovietiche soffocano l’insurrezione; trova rifugio nell’ambasciata statunitense
9 ottobre: Pio XII muore, suo successore é Giovanni XXIII
5 febbraio: muore sua madre
rifiuta di accettare le condizioni per il suo rilascio
28 settembre: lascia Budapest per obbedienza a Paolo VI; ricevuto a Roma dal Papa e trasferimento a Vienna
Inizia i suoi viaggi pastorali in tutto il mondo
Luglio: invia a Paolo VI le sue Memorie
1 novembre: il Papa gli propone di dimettersi; egli declina l’invito.
5 febbraio: Paolo VI dichiara vacante la sede di Esztergom
ottobre: pubblica le Memorie
6 maggio: muore a Vienna
15 maggio: è sepolto a Mariazell. Da tutto il mondo giungono pellegrini per pregare sulla tomba dell’intrepido Pastore. Anche Giovanni Paolo II gli tributò omaggio a Mariazell.

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IL PIANO DI DOMINIO MONDIALE
DELLA CONTRO-CHIESA

L’apostasia delle nazioni
e il governo mondiale


Henry Le Caron
RICONQUISTA


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RICONQUISTA – Cas. Post. 5050 succ. 8 – 40100 BOLOGNA


3.2. LA CADUTA DELLA MONARCHIA AUSTRIACA

La caduta dell’Impero Austro-Ungarico si è compiuta con il trattato di Versailles.

La Casa degli Asburgo aveva giocato in Europá Centrale e in Italia il ruolo della casa dei Borboni e bisognava che essa sparisse.

I trattati di Versailles, Trianon e Saint-Germain hanno determinato la rovina della potestà cattolica che sussisteva in Occidente, mentre nell’Est, con i sussidi degli Ebrei americani (specialmente la banca Schiff e la banca Warburg), lo Zar era stato rovesciato dai Soviet (6).

Le decisioni del trattato di Versailles erano quelle prese dall’assemblea massonica che si era riunita a Parigi il 28/29 e 30 giugno 1917. Tutte le logge alleate e neutrali vi erano rappresentate.

L’Impero Austriaco era stato smembrato e ridotto in una moltitudine di Stati massonici (7) che Hitler doveva annettere molto facilmente 20 anni più tardi (in attesa di essere conquistati dai Soviet).

La volontà di eliminare la Casata degli Asburgo e di smembrare l’Impero Austro-Ungarico spicca chiaramente dal ritiuto degli Alleati di firmare una pace separata con l’Austria come era stato proposto dall’Imperatore Carlo I, successore dell’Imperatore Francesco-Giuseppe.

Quest’ultimo era morto il 21 novembre 1916 e l’Imperatore Carlo I (che aveva sposato una principessa di Francia, Zita di Borbone Parma), sovrano che non aveva alcuna responsabilità nell’inizio della conflagrazione mondiale, si era affrettato a fare delle proposte di pace che dovevano essere appoggiate da Benedetto XV nell’agosto 1917. La Franco- Massoneria le fece fallire. Il Presidente del Consiglio francese, il protestante Ribot, trasmise le istruzioni massoniche a Lord Robert Cecil a Londra, il quale le riferì a Lord Bertie: “Il signor Ribot mi prega di farvi conoscere i suoi timori e di dirvi che egli non si lascerà condurre nella via in cui il Vaticano sembra volerlo portare. Egli spera che il Governo britannico condividerà la sua opinione e darà al Signor de Salis istruzioni allo scopo di scoraggiare ogni tentativo del Cardinale Segretario di Stato tendente ad un intervento ufficioso tra belligeranti” (8).

Senza questa volontà di distruggere l’Impero Austro-Ungarico, la guerra sarebbe finita molto prima e centinaia di migliaia di vite umane sarebbero state risparmiate.

Da notare che al contrario, l’Impero protestante di Germania, trasformato in democrazia, fu ridotto solo momentaneamente e conserva tutta la sua potenza.

All’epoca le menti lucide si erano indignate di fronte a questo trattato (9). Il maresciallo Foch, che era sempre stato tenuto lontano dai negoziati aveva scritto a Clemenceau il 6 maggio 1919: “Signor Presidente, mi domando se vi accompagnerò domani a Versailles. Mi trovo davanti al caso di coscienza più grave che io abbia mai conosciuto nella mia esistenza. Io ripùdio questo trattato e non voglio, sedendomi al vostro fianco, condividerne le responsabilità. Ci sarà forse un’Alta-Corte per giudicarci, perché la Francia non capirà mai che dalla vittoria noi abbiamo fatto uscire il fallimento. Quel giorno io voglio presentarmi con la coscienza tranquilla e con le carte in regola (10) “.

Tra gli uomini che hanno giocato un ruolo fondamentale in questi avvenimenti occorre citare il franco-massone Wilson, Presidente degli Stati Uniti, che impose il trattato di Versailles, e Clemenceau, Presidente del Consiglio della Repubblica francese, che lo firmò.

Esiste un mito Clemenceau come esiste un mito gollista.

Nessuno ignora che “la Tigre”, “il Padre la Vittoria” era un rivoluzionario ateo (11). A lui si devono delle formule caustiche che permettono di delineare l’uomo.

“La Rivoluzione è un blocco da cui non si può togliere niente… Dura ancora perché ci sono sempre gli stessi uomini che si trovano di fronte agli stessi nemici. Sì, voi siete rimasti gli stessi e noi non siamo cambiati. Ecco perché la lotta durerà finché una delle due parti sarà vittoriosa” (12).

Egli diceva ancora: “Dalla Rivoluzione noi siamo in rivolta contro l’autorità divina ed umana”. “Nulla sarà fatto in quel paese finché non si sarà cambiato lo stato mentale che vi ha introdotto l’autorità cattolica” (13).

La “Tigre” aveva in odio la casa degli Asburgo. Egli scriveva il 6 settembre 1867 dopo l’esecuzione di Massimiliano, Imperatore del Messico e fratello di Francesco Giuseppe “a proposito di questi imperatori, re, arciduchi e principi”: “Io li odio di un odio senza quartieri, come li si detestava un tempo nel ’93, quando si chiamava quell’imbecille di Luigi XVI il tiranno esecrabile. Tra noi e quella gente c’è una guerra a morte… Io non ho pietà per quella gente… Vedete che io sono feroce. Ciò che c’è di peggio è che io sono intrattabile” (14).

Egli aveva conosciuto nel dicembre 1886 l’Arciduca Rodolfo tramite la figlia di Szeps, redattore capo del “Nuovo Quotidiano di Vienna” (e più tardi fondatore del Giornale di Vienna). La figlia di Szeps aveva sposato Pau Clemenceau, fratello di Georges.

L’arciduca ereditario Rodolfo era ostile alla Germania e desiderava ardentemente untalleanza dell’Austria con la Francia e l’Inghilterra. Si è pensato per lungo tempo che la Germania l’avesse fatto assassinare a Mayerling il 30 gennaio 1889 (assassinio camuffato in suicidio).

Rodolfo era un liberale che scriveva articoli nel giomale di Szeps. Egli gli inviò un giorno questa lettera estremamente strana datata 1882 (15): “Vi auguro e ci auguriamo tutti di combattere per lunghi anni con una forza infaticabile in prima fila fra coloro che lottano per la verità, la luce, la civilizzazione, l’umanità ed il progresso. Io e voi siamo uniti nelle idee e tendiamo allo stesso fine. Se i tempi attuali sono brutti, se lo spirito reazionario, il fanatismo, la degradazione dei costumi, il ritorno ai vecchi tempi sembrano oggi dominare, nondimeno noi confidiamo in un avvenire migliore, nella vittoria dei principi che serviamo, poiché il progresso è una legge ineluttabile della natura… La Francia è per noi la fonte primitiva di tutte le idee e di tutte le istituzioni liberali del Continente; noi le dobbiamo moltissimo. Essa ha dato la prova eclatante di ciò che le repubbliche possono fare di grande in Europa nel 1882… “.

Si tratta di un linguaggio massonico. Maurice Szeps era un Ebreo liberale. E’ probabile (ma bisognerebbe cercarne le prove) che egli fosse anche franco-massone.

L’arciduca ereditario Rodolfo ha cambiato opinione tra il 1882, data in cui scriveva questa lettera, ed il 1889, data della sua morte? Oppure non volle compiere ciò che aveva iniziato? Sapeva di essere condannato? Come interpretare le lettere scritte alla sua donna nelle quali parlava della sua prossima morte e non del suo suicidio?

“Vado tranquillamente alla morte, la sola che può salvaguardare il mio nome”.

“Bisogna che io muoia” egli scriveva al diplomatico Szogynény (16). Qui si entra nel campo delle ipotesi. Tuttavia stando alle dichiarazioni dell’imperatrice Zita riportata da Jean Des Cars (opera citata pag. 423) (17), non sarebbe la Germania la responsabile dell’uccisione dell’Arciduca Rodolfo, ma la Francia nella persona di Georges Clemenceau.

Quest’ultimo e uno dei suoi agenti, Cornelius Herz, finanziatore del giornale “La Giustizia” avrebbero tentato di convertire l’arciduca Rodolfo alle loro idee. Clemenceau cercava di farsi alleata l’Austro-Ungheria nella guerra di rivincita contro la Prussia. Secondo questo piano, Cornelius Herz avrebbe tentato di convincere Rodolfo a salire sul trono al posto di suo padre… Rodolfo avendo rifiutato di destituire suo padre ed essendo divenuto “l’uomo che ne sapeva troppo”, sarebbe stato ucciso per mano di uomini, dopo aver opposto una resistenza disperata agli agenti di Cornelius Herz e di Clemenceau” (18).

Infine bisogna notare che solo le monarchie protestanti e massoniche (ad eccezione del piccolo regno del Belgio) sono state risparmiate in Europa fino ad oggi. E ciò si comprende perfettamente: si può essere protestanti in molti modi! Il protestantesimo non ostacola la Rivoluzione, perché conduce logicamente all’indifferenza religiosa.

(6) L’Occidente vittorioso avrebbe potuto intervenire, ma ha pensato che alla fine una epubblica democratica sarebbe stata instaurata. La banca Warburg aveva aperto nel 1917 un conto a Trotsky. Vedere i documenti 9 e 10 di: Papers relating to the Foreign Relations of the United States, Primo Volume, pagine 375-376. Le famiglie Schiff e Warburg erano non solamente alleate, ma associate.

(7) I nuovi dirigenti cecoslovacchi erano franco-massoni (Bénès), come pure Alessandro di Yugoslavia e Carol di Romania. Da notare che al momento dei negoziati di pace e prima di smembrare l’Austria, era stato proposto all’Imperatore Carlo I di farsi franco-massone, ma egli aveva rifiutato. Questa informazione è data dalla rivista Les nouvelles religieuses del 15 marzo 1926, pag. 132: il ricongiungimento della Chiesa cattolica alla Germania protestante.

(8) “L’offerta di pace separata dell’Austria” tramite il principe Sisto di Borbone.

(9) Mio padre, capo delle operazioni del generale Mangin, aveva lasciato l’esercito.

(10) La Franquerie, Il pericolo tedesco, pag. 58 e 63. Leggere anche: Emile Flourens, La Francia riconquistata. Edoardo VII e Clemenceau, riedito da Buneau-Varilla, direttore del “Mattino”.

(11) Stando all’opera di Emile Flourens, La Francia riconquistata: Edoardo VII e Clemenceau (a partire da pag. 136), Clemenceau, che è sempre stato l’uomo dell’Inghilterra, apparteneva ad una setta i cui membri si facevano sotterrare in piedi, in odio a Dio. Ed è così che egli si fece sotterrare.

(12) Alla Camera, il 29 gennaio 1897.

(13) Il 12 luglio 1909, citato da P. Auburtin, Affinché egli regni, pag. 138.

(14) Lettera riprodotta nell’opera di Jean Des Cars, Elisabetta d’Austria o la fatalità, pag. 421.

(15) Citata da Henry Vallotton, pag. 246, nella sua opera Elisabetta, l’Imperatrice tragica.

(16) Jean Des Car, op. cit., pag. 421.

(17) Pubblicate dal qutidiano viennese “Kronen Zeitung”.

(18) La tesi dell’assassinio e non del suicidio è confermata dall’atteggiamento della Santa Sede al momento della morte dell’Arciduca. Dopo il primo telegramma inviato dall’Imperatore Francesco Giuseppe al Papa per ottenere l’inumazione religiosa di Rodolfo, il vaticano rifiutò. Poi il Papa diede il suo assenso dopo aver ricevuto un secondo telegramma cifrato all’incirca di 2.000 parole contenente le spiegazioni sulle cause della morte dell’Arciduca.

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L’UNGHERIA SFIDA FMI E BCE PER RIPRENDERSI LA SOVRANITA’ MONETARIA,MA IL RISCHIO FALLIMENTO RESTA ELEVATO..

venerdì 6 gennaio 2012

Il governo ungherese denigrato e diffamato perche’ prende le distanza dal FMI e dalla BCE.Il governo di Viktor Orbán vuole rompere con la subordinazione dei suoi predecessori ai mercati internazionali e ristabilire la sovranità economica. Ma il rischio di un doloroso fallimento è elevato.

Il secondo regno di Viktor Orbán è contrassegnato dalla volontà di rompere l’ideologia che ha caratterizzato l’Ungheria dopo la caduta del regime comunista. Tutto quello che dice e che fa va in questa direzione. L’idea guida degli ultimi venti anni era la “modernizzazione”. “La sovranità” era invece solo un elemento di fondo, un miraggio. Lo scopo della seconda era Orbán – la prima è durata dal 1988 al 2002 – è quindi ricostruire il potere sovrano, che si sarebbe disintegrato negli ultimi otto anni [con i governo socialisti-liberali].

L’obiettivo del suo progetto è di conseguenza la creazione di un capitalismo all’ungherese. La politica in apparenza sconclusionata del suo ministero dell’economia serve in realtà a fornirgli le munizioni per distruggere la rete che continua a tenere le redini del paese. Per il resto il progetto di Orbán è molto semplice: il capitalismo ungherese non può esistere senza capitali ungheresi, in particolare i capitali finanziari.

Ma come sapere se il denaro, che per definizione non ha odore, è “ungherese”? In che misura una banca che ha una vasta clientela nel paese e che dà lavoro a diverse migliaia di ungheresi può essere considerata “straniera”? È semplice, secondo il “sistema Orbán” possono essere considerati ungheresi i capitali disposti a collaborare alla creazione di un capitalismo ungherese, anche se i limiti di quest’ultimo rimangono vaghi.

Per creare questo capitalismo ci vogliono quindi delle istituzioni finanziarie – banche e assicurazioni – in grado di “invadere” i mercati. Queste istituzioni si possono creare grazie a degli investimenti diretti dello stato nelle nuove banche o attraverso l’acquisto della sua quota da parte di quelle esistenti. Una volta che saranno schierate in ordine di battaglia, si potrà cominciare a fare pressioni sugli altri attori del mercato.

Le istituzioni finanziarie create di recente dallo stato sono tutte dirette da uomini di fiducia del primo ministro e anche se le banche austriache o tedesche possono ricomprare delle banche ungheresi, nulla vieta il contrario. Allo stesso modo “le poche istituzioni finanziarie che rimangono nelle mani dello stato” possono sempre essere ricapitalizzate. Inoltre quando sarà il momento sarà sempre possibile di procedere a un riacquisto da parte dello stato delle istituzioni che si sono sviluppate in questi ultimi anni in modo autonomo. Quando si possiedono i due terzi dei seggi al parlamento si può fare quasi tutto.

Ammettendo quindi che queste istituzioni esistano, bisognerà trovare i capitali per procedere all’invasione programmata. Niente di più facile: lo stato dispone di molti mezzi per avvantaggiare gli attori “locali” nelle gare di appalto o facendo leva sulla regolamentazione fiscale e per spingere nelle braccia delle banche ungheresi la massa di chi cerca dei capitali. In effetti dall’autunno scorso la Pszáf [l’Autorità di sorveglianza del settore finanziario] infligge sempre più volentieri multe agli attori multinazionali. La tassa eccezionale applicata alle istituzioni finanziarie obbliga le banche straniere a trasferimenti netti di capitale nelle loro filiali ungheresi.

Dal disfattismo all’autarchia
Ma per ora rimangono numerosi ostacoli alla realizzazione di questo progetto. Prima di tutto le banche ungheresi non hanno abbastanza liquidità per proporre crediti in forint a un prezzo accessibile. E non saranno mai in grado di sostituire i loro concorrenti internazionali nel settore dei crediti alle imprese. I nuovi attori del capitalismo ungherese potranno entrare sul mercato solo attraverso il risparmio o l’aumento di capitale. Ma la popolazione non ha i mezzi per risparmiare; anche lo stato è pieno di debiti e le imprese sono indebitate fino al collo. In questa situazione si ha bisogno di investitori stranieri – o ungheresi – che possano essere convinti della validità del progetto di Orbán. Ma è poco probabile che questi argomenti siano stati all’ordine del giorno in occasione dei suoi recenti viaggi in Arabia Saudita e in Cina.

Assisteremo invece all’erosione e al crollo delle difese che attualmente proteggono i proprietari del settore finanziario ungherese? È troppo presto per dirlo. Ma il recente abbassamento del rating del paese non lasciare presagire nulla di buono in questo senso. Se il rating continuerà a scendere, le vendite di titoli di stato saranno bloccate e l’euro sopra la soglia dei 300 forint e il franco svizzero a 250 saranno difficilmente alla portata degli ungheresi, per lo più indebitati in valute estere. Se invece il progetto riesce, si creerà una squadra economica favorevole a Orbán, che renderà di fatto il paese ingovernabile per chiunque altro. I politici non avranno altra scelta che scendere a compromessi con questo leviatano economico.

Da 20 anni le élite post-comuniste e neoliberali – che sono ormai un unico fronte – si sono limitate a servire gli interessi dei capitali internazionali in cambio del sostegno morale e finanziario dell’occidente. Di fronte a questa strategia di sopravvivenza basata sul disfattismo, il progetto di Orbán corrisponde molto meglio allo stato d’animo attuale degli ungheresi, stanchi di subire passivamente. Il problema di questo progetto non è quello che gli rimproverano gli ambienti d’affari (che sono apolitici) o gli analisti liberali o di sinistra tendenti a dare un carattere eccessivamente politico alla questione. Il vero problema è che indipendentemente dalla riuscita o meno del progetto di Orbán, il risultato sarà tragico.

Traduzione di Andrea De Ritis

Budapest sotto pressione
Il 21 dicembre Standard & Poor’s ha abbassato il rating del debito ungherese da BBB- a BB+, giustificando la decisione con “l’imprevedibilità della politica economica” del paese, spiega Népszabadság. S&P ha chiamato in causa in particolar modo la nuova Costituzione, che entrerà in vigore il primo gennaio, e il funzionamento della Banca centrale ungherese.

Le modifiche alla struttura della Banca centrale hanno provocato anche la rottura dei negoziati con Fmi e Ue del 16 dicembre. Ora il governo ungherese, che ha chiesto aiuto internazionale alla fine di novembre dopo avere a lungo assicurato di non averne bisogno e di voler mantenere l’indipendenza del paese, spera che il dialogo possa riprendere a gennaio, soprattutto perché il fiorino continua a perdere terreno nei confronti dell’euro.

DISOCCUPAZIONE AL 12% NEL 2012
La disoccupazione prevista in Ungheria nel 2012 è del 12 % mentre già ora il 20 % della popolazione non riesce a pagare le bollette di gas acqua e corrente.

Lo strappo del governo Orban sostenuto dai 2/3 del Parlamento è di aver posto la Banca Centrale sotto tutela del governo violandone l’indipendenza e di aver imposto la conversione in forint nazionali di tutti i crediti in valuta praticando un tasso fissato dal governo.
Sfidando poi la commissione europea di Barroso è stata introdotta con LEGGE COSTITUZIONALE l’aliquota fiscale unica (FLAT TAX) del 16 % che difficilmente in futuro un Parlamento avrà la forza di modificare.

La Flat Tax (13 % in Russia, 19 % in Slovacchia e 20 % in Romania) ha dato buona prova di sè essendo facile da calcolare, certa da incassare e poco onerosa sia pur favorente i ricchi che comunque qui in Occidente evadono alla grande.

LA MANO DELLA NATO SULL’UNGHERIA
L’Ungheria è un Paese occupato militarmente dalla NATO dove la popolazione vive ancora in miseria nonostante molte multinazionali vi abbiano delocalizzato la produzione.

Alcuni anni fa la Electrolux in un’impresa logisticamente epica spostò nell’arco di una settimana con 180 autotreni dalla Danimarca a Jaszbéreny (30 km a est di Budapest) un’intera fabbrica di elettrodomestici. Ovvio che là sia finita anche molta produzione della Electrolux di Susegana Porcìa ecc.

L’Ungheria è un Paese di dieci milioni di abitanti che fino alla 2. guerra mondiale comprendeva 700 mila ebrei khazari gran parte dei quali si trasferirono in Palestina, alcuni in URSS e Nordamerica. La rivoluzione dell’ottobre 1956 propugnata anche dal cardinale primate Mindzenty oltre che dagli USA/NATO dopo le aperture di Krushchev e il XX Congresso de-stalinizzatore del PCUS (una rivoluzione colorata ante litteram sia pur sanguinosa con 3000 militanti comunisti appesi ai lampioni) fu causata dalla massiccia presenza di ebrei ‘espropriatori’ alla guida del Paese e del partito comunista. Già nel 1919 il bolscevico Bela Kun (Cohen) tentò di imporre un regime comunista in Ungheria dopo la scomparsa della dinastia asburgica.

Gli ebrei ungheresi di Palestina dopo il crollo dei regimi comunisti sono ritornati a riprendersi i loro averi e lo Stato. Il giovanissimo ex-post-comunista Gurczany ebreo (oggi ricchissimo oligarca che contestava Orban in piazza nei giorni scorsi) fu Primo ministro nell’ultimo governo che permise l’assoggettamento dell’Ungheria ai poteri mondialisti sionisti e una rinnovata infiltrazione di ebrei in tutti i gangli amministrativi e militari.

L’oriundo finanziere ungherese ebreo George Soros lasciò l’Ungheria a diciotto anni nel 1948. Suo padre (longa manus dei Rothschild) durante la guerra si accaparrò in combutta con la Gestapo e SS le proprietà fondiarie dei suoi correligionari ebrei d’Ungheria ponendoli di fronte al dilemma : o essere internati per lavori forzati in Germania o cedere in fretta e furia la proprietà immobiliare e fondiaria a Soros in cambio di un salvifico trasferimento in Palestina con ciò realizzando il sogno sionista della creazione di Israele avvenuta nel 1947. Ancor oggi Soros è il braccio destro finanziario dei Rothschild ed Israele è la creatura dei Rothschild.

Orban sembrava aver ottenuto un sostegno finanziario dalla Russia (Putin) ma è già rientrato nei ranghi. Pure Berlusconi osò dichiarare che la Russia poteva acquistare quote del debito italiano ma dovette lasciare precipitosamente palazzo Chigi nel giro di quattro o cinque giorni anticipando la sua uscita di scena.

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Origini della guerra

L’anno 1914 segnò la fine di un lungo periodo della storia europea, durato un secolo iniziato nel 1815 con la sconfitta definitiva di Napoleone Bonaparte, senza un conflitto generalizzato che coinvolgesse tutte le grandi potenze europee. Questo lungo periodo di pace era stato una novità per l’Europa, visto che fino alla battaglia di Waterloo ben pochi erano stati gli anni in cui una delle grandi potenze europee non fosse stata impegnata in un conflitto militare. La pace europea dell’inizio del XX secolo tuttavia non aveva basi solide: nel corso dei decenni del XIX secolo vi erano state cinque guerre a carattere limitato che però avevano lasciato intuire quali distruzioni avrebbe portato il massiccio impiego di nuove tecnologie sui campi di battaglia. Fuori dall’Europa le guerre del XIX secolo erano state ancora più sanguinose: la guerra civile americana (1861-65) aveva fatto circa 600.000 morti, mentre la rivolta dei Taiping in Cina aveva fatto milioni di morti nel periodo 1850-64.
La guerra franco-prussiana del 1870-71 aveva portato non solo alla fondazione di un potente e dinamico Impero tedesco, ma anche a un’eredità di animosità tra la Francia e la Germania, a seguito dell’annessione a quest’ultima dei territori francesi di Alsazia e Lorena; questa corrente ideologica francese viene denominata con il termine revanscismo sotto la guida politica del suo primo cancelliere, Otto von Bismarck, la Germania assicurò la sua nuova posizione in Europa tramite l’alleanza con l’Impero austro-ungarico e l’Italia e un’intesa diplomatica con la Russia.
L’ascesa al trono (1888) dell’imperatore Guglielmo II, portò sul trono tedesco un giovane governante determinato a dirigere da sé la politica, nonostante i suoi dirompenti giudizi diplomatici. Dopo le elezioni del 1890, nelle quali i partiti del centro e della sinistra ottennero un grosso successo, ed in parte a causa della disaffezione nei confronti del Cancelliere che aveva guidato suo nonno per gran parte della sua carriera, Guglielmo II fece in modo di ottenere le dimissioni di Bismarck.
Gran parte del lavoro dell’ex cancelliere venne disfatto negli anni seguenti, quando Guglielmo II mancò di rinnovare il Trattato di controassicurazione con la Russia (1890), permettendo invece alla Francia repubblicana l’opportunità di concludere (1891-94) un’alleanza con la Russia.
La rivalità tra le potenze venne esacerbata negli anni ottanta del XIX secolo dalla corsa alle colonie, che portò gran parte dell’Africa e dell’Asia sotto la dominazione europea nel successivo quarto di secolo. Anche Bismarck, un tempo esitante sull’imperialismo, divenne ben presto un sostenitore della necessità di un impero tedesco d’oltremare, decidendo una serie di acquisizioni territoriali in Africa e nel Pacifico, che minacciava di interferire con gli interessi strategici e commerciali britannici.
Un ingrediente chiave dell’emergente polveriera diplomatica fu la crescita delle forti aspirazioni nazionalistiche degli stati balcanici: ognuno dei quali guardava Germania, Austria-Ungheria o Russia per ottenere supporto. La nascita di circoli anti-austriaci in Serbia contribuì a un’ulterior crisi nel 1908 riguardante l’annessione unilaterale della Bosnia ed Erzegovina da parte dell’Austria oltre alla pressione tedesca per forzare un umiliante declino da parte della Russia, indebolita dai disordini rivoluzionari originati dalla sconfitta del 1905 contro il Giappone.

“Situazione in Europa durante la Prima Guerra Mondiale”

Lo scoppio della guerraTra il 1905 e il 1913 varie crisi e guerre locali portarono la situazione al limite del conflitto generale. Due di queste furono il risultato del tentativo tedesco di sostenere l’indipendenza del Marocco nei confronti dell’occupazione francese, questione poi risolta pacificamente dalla conferenza di Algeciras. Un’altra crisi si aprì nei Balcani nel 1908, in seguito all’annessione della Bosnia-Erzegovina da parte dell’impero austroungarico; in questo caso la guerra fu evitata solo perché la Serbia, che coltivava mire espansionistiche sulla regione, non poteva agire senza il sostegno della Russia, all’epoca non ancora disposta al conflitto. Approfittando del fatto che l’attenzione delle grandi potenze era rivolta alla questione marocchina, l’Italia dichiarò guerra alla Turchia nel 1911 per annettersi la regione di Tripoli (guerra italo-turca), mentre le guerre balcaniche del 1912-13 ebbero il risultato di rafforzare le tendenze aggressive del regno di Serbia nella regione, peggiorando ulteriormente i suoi rapporti con Vienna, e di suscitare desideri di vendetta e di riscatto nella Bulgaria e nella Turchia. L’assassinio dell’arciduca austriaco Francesco Ferdinando agì perciò da detonatore in un’Europa già profondamente lacerata da rivalità nazionalistiche, con effetti catastrofici.Il governo di Vienna, ritenendo l’assassinio opera del movimento nazionalista serbo, assicuratosi l’appoggio della Germania inviò un ultimatum alla Serbia, ritenuta responsabile di un piano antiaustriaco. A quel punto la catena delle alleanze fece precipitare la situazione e in rapida successione si ebbero la dichiarazione di guerra dell’Austria alla Serbia (28 luglio 1914), la mobilitazione della Russia, le dichiarazioni di guerra della Germania alla Russia e alla Francia, con la conseguente invasione del Belgio, e l’entrata in guerra della Gran Bretagna a sostegno dei belgi che provocò la reazione tedesca. Mentre l’Italia si dichiarava neutrale, anche il Giappone (alleatosi con gli inglesi nel 1902) dichiarò guerra al Secondo Reich tedesco il 23 agosto, attaccandone subito dopo i possedimenti asiatici. La firma del trattato di Londra, avvenuta il 5 settembre 1914, sanciva l’alleanza tra Francia, Gran Bretagna e Russia.

Il Fronte Occidentale

Il piano strategico tedesco (noto come “piano Schlieffen”, dal nome del capo di stato maggiore che lo aveva elaborato già nel 1905), affidato al generale Helmuth Von Moltke, prevedeva una rapida guerra di movimento contro la Francia (la cui invasione doveva avvenire attraverso il Belgio) per poi volgersi contro la Russia, ma fu bloccato dall’esercito francese al comando del generale Joseph Joffre nella prima battaglia della Marna. I tedeschi, costretti alla ritirata sino al fiume Aisne, estesero il fronte fino alla Mosa, a nord di Verdun. Ne seguì una sorta di gara in velocità verso il Mare del Nord, con l’obiettivo di acquisire il controllo dei porti sulla Manica (strategicamente nevralgici poiché vi confluivano i rinforzi britannici), che vide i tedeschi frenati nella loro avanzata dall’inondazione del fiume Yser, provocata nella regione dai belgi, e da una serie di scontri con le forze inglesi, noti collettivamente come battaglia delle Fiandre. Ciò segnò la fine della guerra di movimento sul fronte occidentale e portò alla guerra di logoramento, di cui furono protagonisti la trincea, l’assalto con la baionetta, l’artiglieria, e che si ridusse a una sequenza di conquiste e di perdite di pochi lembi di terreno con un costo elevatissimo di vite umane. Nel marzo del 1915 gli inglesi tentarono, senza esito, di rompere il fronte nemico; in aprile l’esercito tedesco attaccò Ypres, occupata dalle forze inglesi, usando per la prima volta il gas di cloro, chiamato ufficialmente da allora “iprite”: fu la prima volta che la guerra chimica venne praticata su vasta scala. Successive offensive franco-inglesi portarono allo sfondamento della prima linea delle trincee tedesche, ma in termini generali nel corso del 1915 non si produssero sostanziali modifiche rispetto alle posizioni stabilite alla fine dell’anno precedente. Il fallimento della guerra-lampo portò alla sostituzione di Von Moltke con il generale Erich Von Falkenhayn al comando supremo delle forze tedesche.

“Alleati invischiati in una guerra di trincea”

La Guerra in SerbiaI Serbi riuscirono a respingere tre tentativi di invasione senza operarne alcuno ai danni dell’Austria-Ungheria, così che il fronte rimase inattivo fino all’ottobre del 1915. All’inizio dello stesso mese, al fine di aiutare la Serbia in caso di un attacco bulgaro, giudicato sempre più probabile, truppe anglo-francesi sbarcarono a Salonicco: a quel punto gli austro-tedeschi attaccarono nuovamente le postazioni serbe, sconfiggendole insieme al corpo di spedizione alleato sopraggiunto in soccorso dalla Grecia occidentale.

Il Fronte Turco

La Turchia entrò in guerra il 29 ottobre 1914, cooperando da subito con la Germania con il bombardamento navale delle coste russe del Mar Nero e l’invasione del Caucaso; in risposta, forze navali inglesi bombardarono le fortificazioni turche sullo stretto dei Dardanelli nel febbraio del 1915, mentre tra aprile e agosto furono costituite due teste di ponte nella penisola di Gallipoli. L’obiettivo alleato di acquisire il controllo degli Stretti fallì miseramente, e fu seguito dal ritiro di tutte le truppe presenti nella regione entro il gennaio del 1916.

Il Fronte Mediorientale

Le operazioni militari in Medioriente ebbero come teatri di scontro la Mesopotamia, la Palestina e l’Arabia, dove, nel giugno del 1916, scoppiò un’insurrezione nella regione dell’Higiaz contro il dominio ottomano, appoggiata dagli inglesi. Al fine di un allargamento della rivolta araba le forze britanniche dislocate in Egitto cominciarono ad avanzare fino alla penisola del Sinai e in Palestina, conquistando varie postazioni all’inizio del gennaio 1917. In Palestina, sotto il comando del generale Edmund Allenby, gli inglesi spezzarono le linee turche a Beersheba, nel Negev, obbligandole prima a evacuare Gaza (novembre 1917), per poi prendere Gerusalemme (9 dicembre). Nella regione l’anno era stato caratterizzato dalla brillante azione del colonnello Thomas Edward Lawrence (più noto come “Lawrence d’Arabia”), animatore della rivolta araba contro l’impero ottomano. Le truppe arabe da lui guidate presero in luglio il porto di Aqaba, effettuando in seguito diverse sortite contro le linee ferroviarie nella regione dell’Higiaz. Altri successi furono ottenuti dagli inglesi nel corso del 1917 in Mesopotamia, con la presa di Baghdad in marzo e un’avanzata che in settembre li portò ai fiumi Eufrate e Tigri.

L’entrata in guerra degli Stati Uniti

Nel corso del 1916 il presidente degli Stati Uniti (a quel tempo ancora neutrali) Woodrow Wilson cercò di spingere al negoziato le potenze belligeranti sulla base di una “pace senza vittoria”. Alla fine dell’anno il governo tedesco rese nota la disponibilità in tal senso degli Imperi Centrali, alla quale tuttavia la Gran Bretagna non diede credito.

“Presidente degli USA, Woodrow Wilson”

La posizione di Wilson riguardo alla guerra mutò decisamente nel gennaio del 1917, quando la Germania annunciò che, a partire dal successivo 1 febbraio, sarebbe ricorsa alla guerra sottomarina indiscriminata contro le imbarcazioni in arrivo in Gran Bretagna o in partenza da essa, contando in questo modo di poterne piegare la resistenza entro sei mesi. Gli Stati Uniti avevano già ammonito in precedenza che questo genere d’azione violava palesemente i diritti delle nazioni neutrali, così che il 3 febbraio il presidente americano decise di sospendere le relazioni diplomatiche con la Germania, seguito da diverse nazioni dell’America latina. Il 6 aprile gli Stati Uniti entrarono in guerra. Nel 1917 gli Alleati scatenarono due offensive su vasta scala per rompere le linee tedesche sul fronte occidentale. Il primo tentativo ebbe luogo tra il 9 aprile e il 21 maggio nei pressi di Arras, nella Francia settentrionale. I tedeschi si ritirarono dalla linea sull’Aisne attestandosi sulla cosiddetta “linea Hindenburg”, dove le forze alleate concentrarono l’attacco, durante il quale si susseguirono la terza battaglia di Arras e cruenti scontri sull’Aisne e nella regione della Champagne. L’offensiva si concluse con limitate conquiste da parte dei francesi, ma con un costo in vite umane talmente elevato da provocare un ammutinamento nelle file dell’esercito francese e la sostituzione del loro comandante, il generale Nivelle, con il generale Henri Pétain. La seconda offensiva fu sferrata in giugno, quando il corpo di spedizione inglese al comando del maresciallo Douglas Haig attaccò le postazioni tedesche nelle Fiandre: la battaglia di Messines e la terza battaglia di Ypres non produssero tuttavia esiti sostanziali per gli Alleati. Dopo la dichiarazione di guerra alla Germania, il governo degli Stati Uniti organizzò rapidamente una forza di spedizione in Europa al comando del generale John Pershing. Entro la fine di maggio del 1917, 175.000 soldati americani erano già dislocati in Francia; sarebbero ammontati a quasi due milioni verso la fine della guerra.

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Ritiro della Russia e fine del conflitto

Lo scoppio, nel marzo 1917, dell’insurrezione popolare contro il governo imperiale portò all’abdicazione dello zar Nicola II. Appena insediato, il governo provvisorio si impegnò a proseguire la guerra, ma la successiva Rivoluzione bolscevica avrebbe portato al ritiro della Russia dalla guerra. Sul fronte militare, le forze russe al comando del generale Aleksej Brusilov avanzarono sul fronte della Galizia, perdendo successivamente gran parte del territorio conquistato; la controffensiva tedesca ebbe come risultato la conquista di Riga, difesa dal generale russo Lavr Kornilov, di gran parte della Lettonia e di alcune isole russe nel mar Baltico. Il 20 novembre il nuovo governo offrì alla Germania la sospensione delle ostilità: l’armistizio, che determinò la fine dei combattimenti sul fronte orientale, fu firmato dai rappresentanti di Russia, Austria e Germania il 15 dicembre del 1917.
Il 3 marzo del 1918 la Russia firmò la pace di Brest-Litovsk, che poneva ufficialmente fine alla guerra con gli Imperi Centrali in termini decisamente favorevoli a questi ultimi; il 7 maggio fu la Romania a sottoscrivere la pace: il trattato di Bucarest sanciva la cessione della Dobrugia alla Bulgaria e quella dei passi sui monti Carpazi all’Austria-Ungheria, garantendo inoltre alla Germania concessioni a lungo termine sui pozzi di petrolio rumeni. Proprio sul fronte dei Balcani, tuttavia, l’esito finale dei combattimenti risultò disastroso per gli Imperi Centrali: in settembre 700.000 soldati alleati avviarono contro le truppe nemiche di stanza in Serbia un’offensiva congiunta che, alla fine del mese, costrinse la Bulgaria a chiedere l’armistizio; ciò indusse la Romania a rientrare in guerra. Intanto la Serbia continuava l’avanzata nei Balcani sino a occupare Belgrado, mentre l’esercito italiano invadeva e occupava l’Albania. Sul fronte italo-austriaco le forze italiane ottennero quindi la vittoria decisiva nella battaglia di Vittorio Veneto. La sconfitta fece precipitare la situazione interna nell’impero asburgico: cechi, slovacchi e slavi del Sud proclamarono la loro indipendenza; a nove giorni dalla firma dell’armistizio con gli Alleati, l’imperatore Carlo I abdicò e il giorno seguente un moto rivoluzionario popolare proclamò la Repubblica austriaca, mentre gli ungheresi istituivano un governo indipendente. Anche la campagna in Palestina si concluse vittoriosamente per gli Alleati. In settembre gli inglesi misero in fuga l’esercito turco e il corpo di spedizione tedesco che lo assisteva; nel frattempo, le forze francesi conquistavano il Libano e la Siria. Il governo ottomano chiese allora l’armistizio, firmato il 30 ottobre.

Ultime offensive tedesche

La politica di pacificazione del presidente statunitense Woodrow Wilson, riassunta nei famosi Quattordici punti, aveva come obiettivo il conseguimento di una pace giusta e indusse gli Imperi Centrali a cessare le ostilità alcuni mesi dopo. All’inizio del 1918, rendendosi conto della necessità di portare a conclusione il confronto sul fronte occidentale prima che gli americani potessero attestarvisi, i tedeschi decisero l’attacco finale che avrebbe dovuto portarli fino a Parigi. L’offensiva, iniziata il 21 marzo del 1918, fu diretta contro il fronte britannico dislocato a sud di Arras ;gli Alleati incaricarono del collegamento delle operazioni il generale Ferdinand Foch, che assunse il comando generale di tutti gli eserciti alleati in Francia. Da aprile a giugno le forze tedesche avanzarono fino a giungere a 60 km da Parigi, ma furono bloccate e, nonostante il successo conseguito nella seconda battaglia della Marna tra il luglio e l’agosto, furono respinte dalle truppe alleate. Tra la fine di agosto e i primi di settembre le forze britanniche e francesi conseguirono una serie di vittorie, obbligando i tedeschi a retrocedere fino alla linea Hindenburg; l’avanzata continuò tra ottobre e novembre, quando forze angloamericane raggiunsero Cambrai, le Argonne e Sedan, costringendo le truppe tedesche a ritirarsi progressivamente da tutto il fronte occidentale. Nel frattempo, su richiesta del generale Erich Ludendorff, il governo tedesco tentava di avviare le trattative per un armistizio, subito arenatesi però per il rifiuto del presidente Wilson di negoziare con governi non democratici. La disfatta militare ebbe ripercussioni nella situazione politica interna tedesca: la flotta si ammutinò, l’imperatore Guglielmo II abdicò e cercò rifugio in Olanda, mentre in Germania veniva proclamata la Repubblica (9 novembre 1918). Due giorni dopo, su un vagone ferroviario fermo nella foresta di Compiègne, la Germania firmava l’armistizio di Rethondes, accettando tutte le condizioni imposte dagli Alleati.

Trattati di pace

Durante la conferenza di Versailles, che vide riunite le 27 nazioni vincitrici della guerra tra il gennaio del 1919 e l’agosto del 1920, furono concluse le paci separate con le potenze sconfitte: il trattato di Versailles (28 giugno 1919) con la Germania, il trattato di Saint-Germain-en-Laye (10 settembre 1919) con l’Austria, il trattato di Neuilly-sur-Seine (27 novembre 1919) con la Bulgaria, il trattato del Trianon (4 giugno 1920) con l’Ungheria e il trattato di Sèvres (10 agosto 1920) con la Turchia.

Bilancio della guerra

La guerra era durata 4 anni, 3 mesi e 14 giorni di combattimenti, causando circa 12 milioni di morti tra militari e civili; diversi milioni furono i feriti. Un’intera generazione di europei fu falcidiata dalla carneficina: francesi, inglesi, tedeschi e russi persero tra il 15 e il 20% dei loro uomini in età compresa fra i 18 e i 30 anni, appartenenti indifferentemente alle classi inferiori e a quelle elevate. Infatti, nel carnaio delle trincee e nei massacri delle battaglie morirono tanto i soldati semplici, reclutati perlopiù tra i contadini, quanto gli ufficiali che li guidavano Nonostante la speranza che gli accordi raggiunti alla fine della guerra potessero ristabilire una pace duratura, la prima guerra mondiale pose, al contrario, le premesse di un conflitto ancor più devastante. Gli Imperi Centrali dichiararono la loro accettazione dei “Quattordici punti” del presidente Wilson come base per l’armistizio, aspettandosi che i loro princìpi ispiratori avrebbero costituito il fondamento dei trattati di pace. Invece, gli Alleati europei si presentarono alla conferenza di Versailles e a quelle successive determinati a esigere dagli Imperi Centrali riparazioni equivalenti all’intero costo della guerra, nonché a spartirsi tra loro i territori e i possedimenti delle nazioni sconfitte, secondo gli impegni presi in accordi segreti stabiliti tra il 1915 e il 1917, prima dunque dell’entrata in guerra degli Stati Uniti. Il presidente Wilson in un primo tempo insistette affinché la conferenza di pace accettasse il programma delineato nei “Quattordici punti” nella sua totalità, ma nel tentativo di garantirsi l’appoggio dei recalcitranti alleati per l’applicazione dell’ultimo punto – riguardante l’istituzione di una Società delle Nazioni – finì con l’abbandonare questa posizione. I trattati di pace prodotti dalla conferenza di Versailles risultarono dunque così squilibrati da divenire fattori di instabilità nel futuro dell’Europa.

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“Dio benedica gli ungheresi” – Lettera di Orban a Barroso e comunicato di Kovàcs al popolo italiano

NondiventeremocoloniaRiceviamo e pubblichiamo

Lettera di Orban Viktor (Premier ungherese) a Jose’ Manuel Barroso (Presidente Commissione europea)

Gentile Sig. Presidente,

in riferimento alla conversazione telefonica avuta oggi, ho apprezzato l’opportunita’ di darvi personalmente informazioni sul processo ed il contenuto della modifica della legge fondamentale dell’Ungheria.
Vorrei confermare il totale impegno del governo e parlamento Ungherese alla norme e regole europee.
Vorrei anche assicurarvi che questo impegno e’ stato e sta per essere riflesso in tutto il processo di adozione delle modifiche alla Legge Fondamentale.
Sono convinto di poter contare sul Vostro sostegno personale e sulla cooperazione della Commissione Europea.
Cordiali saluti

Orban Viktor http://orbanviktor.hu/attachment/0020/19321_jose_manuel_barroso_20130308.pdf

di Kovács András (cittadino Ungherese, per contatti: bundi01@vipmail.hu )

Gentili amici italiani, non é la prima volta che scrivo a voi italiani sull’ Ungheria,spiegando tante cose ed anche ora scrivo a risposta di un’articolo che riporta falsitá e inesattezze sull’Ungheria.
In Ungheria nel 2010 il partito Fidesz KDNP ha vinto con i 2/3 e questo risultato si trova molto di rado in Europoa. I socialisti e liberalisti ungheresi in modo subdolo reclamizzano in maniera negativa l’Ungheria, affermando forti falsitá all’estero (al parlamento europeo,all’Unione Europea, agli Usa e nei programmi) sul governo Fidesz e il capo del governo Orbán Viktor.
Adesso nel 2013 ci sono stati dei forti cambiamenti nelle leggi costituzionali ed ora in primavera i socialisti e liberalisti provano su questo punto a schiacciare e portare in cattiva luce il governo Fidesz.Voi italiani vi ricorderete che alla fine del 2011 i socialisti e liberalisti volevano far dimettere Orbán Viktor anche aiutati dall’estero (il Parlamento Europeo, dall’ Unione Europea, dagli Usa), Questo progetto non é andato a buon fine anche pur avendo avuto la forza dall’estero, e in questo periodo (nel 2011) il capo del governo ha subito molta pressione ma la popolazione ungherese in maniera esemplare é stata a fianco al suo governo il quale ha vinto per i 2/3 e vicino al suo capo del governo Orbán Viktor scendendo nelle strade e nelle piazze di Budapest con manifestazioni civili e spontanee chiamate, marcia della pace”. A Budapest c’erano piú di mezzo milione di manifestanti e piú di centomila persone che hanno assistito a tutto tramite i mass media. Persone solidali con il capo del governo,persone provenienti da tutta l’Ungheria e dall’estero (Lituania,Polonia,Italia,Germania). Io personalmente ho partecipato alla manifestazione e ho conosciuto persone straniere che si sono congratulate con noi ungheresi per come appoggiamo e siamo vicini al nostro governo. I socialisti e liberalisti ungheresi e i socialisti e liberalisti  stranieri che attaccavano il governo di Orbán Viktor cosí si sono indeboliti.Oggi in primavera 2013 loro
attaccano queste leggi costituzionali,attaccano in Ungheria le leggi costituzionali, il governo ungherese e Orbán Viktor.L’Eu e gli Usa sono preoccupati per i cambiamenti delle leggi in Ungheria.Adesso scrivo quali sono i cambiamenti delle leggi costituzionali che secondo loro non vanno bene.
Corona Ungheria1-Questa legge non permette ai senzatetto di vivere per strada e nei posti pubblici,ma questa legge dice che il governo deve dare ai senzatetto un posto dove vivere. Questo é giá stato fatto a Budapest dove esiste anche in questa struttura il controllo medico. Questo esisteva giá negli anni tra il 1998 e il 2002 (governo Orbán Viktor),ma dopo nel 2002 i socialisti hanno vinto e il loro governo ha chiuso queste strutture ed i senzatetto si sono ritrovati per strada.
2-Il governo vuole fare un contratto con gli universitari che studiano grazie al finanziamento 100% dello stato,i quali quando prenderanno la laurea e andranno a lavorare,per i primi dieci anni di lavoro se ne passano piú di cinque all’estero allora dovranno pagare l’aiuto ricevuto per studiare dallo stato.Questa migrazione dei laureati non é solo un problema ungherese ma anche di altri stati europei. Per esempio in Inghilterra e in Germania arrivano tanti dottori e infermieri dai paesi dell’est europa perché a loro volta hanno trovato dei posti vuoti dove i neo laureati inglesi e tedeschi a loro volta sono migrati in stati piú grossi.Nell’Unione europea c’é un programma simile per arginare questo problema.
3- altri problemi
L’Eu e gli Usa dicono che questi cambiamenti di legge abbassano i poteri della corte costituzionale ma questo non é vero perché la corte costituzionale puó bloccare o modificare la legge.
-anche riguardo il punto della famiglia ci fanno dei problemi.Il matrimonio puó essere svolto tra un uomo e una donna, la base della famiglia é il matrimonio.
Questi sono i cambiamenti che in tanti stati sono giá in uso.
Il capo del governo Orbán Viktor in maniera chiara ha detto che l’Ungheria e il governo ungherese si attiene alle leggi europee, sempre é stato cosí e sará sempre cosí. Fino al 2010 esistevano delle leggi risalenti alla seconda guerra mondiale ’49 con stampo russo. Il primo gennaio 2012 sono diventate attive le nuove leggi che nel libro delle leggi fondamentali la prima frase d’inizio é ”Dio benedica gli ungheresi”.Queste leggi fondamentali dimostrano in bel modo che la popolazione ungherese e il governo ungherese é aperta verso il cristianesimo e verso Cristo. Io penso che questo dimostra che il governo ungherese e la popolazione ungherese sia e resti unita e questo é una cosa meravigliosa.Vedete,su questi argomenti i socialisti e liberalisti ungheresi attaccano qui nello stato ungherese e anche all’estero e anche nelle organizzazzioni internazionali(EU,USA).L’Ungheria é forte,indipendente e
democratica e non conviene diffamarla.Amici italiani!In Ungheria tra un anno ci saranno le elezioni politiche per il governo. Per questo i socialisti e liberalisti vogliono portare in cattiva luce attraverso tante cose di peso importante,mentendo,riportando falsitá alla popolazione.La popolazione stará a fianco del suo governo e al suo capo del governo Orbán Viktor.Il sondaggio piú recente dimostra che il governo ungherese,il capo del governo Orbán Viktor é molto affiancato e solidale dalla popolazione.Faremo di tutto per difendere il nostro governo e il nostro capo del governo dagli attacchi e dalle provocazioni.
Mi dispiace che spesso alcuni giornali italiani di centro e di destra,scrivono degli articoli con tante inesattezze sull’Ungheria e perché invece non riportano degli articoli positivi e veritieri sull’Ungheria.Per esempio Orbán Viktor é stato lo scorso anno all’EPP per una conferenza e lí in quella occasione ha espresso delle belle parole per Berlusconi. Ho letto degli articoli riportati dai giornali italiani dove scrivevano che in Ungheria esiste la dittatura.Io come persona giovane ungherese, la mia compagna é italiana e che viviamo quí in Ungheria, con cuore sincero affermo fermamente che, NON É VERO CHE NON ESISTE LA DITTATURA”. L’Ungheria é uno stato libero con una popolazione fiera del suo stato, dove vivono e lavorano liberamente ungheresi e molti stranieri, anzi é ancora piú libera di tanti altri stati europei. Se volete vedere di persona l’Ungheria per provare,per capire come é l’Ungheria e di come si vive qui, volentieri posso aiutarvi in questo.Amici italiani,grazie per aver letto la mia lettera con il mio parere.Vi auguro tante cose belle e positive a voi e all’Italia.
Forza Ungheria,  Forza Ungheresi

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22 marzo 2013

Fonte: http://www.lavalledeitempli.net/2013/03/21/un-cittadino-ungherese-al-popolo-italiano/

NondiventeremocoloniaGentili amici italiani,non é la prima volta che scrivo a voi italiani sull’Ungheria, spiegando tante cose ed anche ora scrivo a risposta di un’articolo che riporta falsitá e inesattezze sull’Ungheria.

In Ungheria nel 2010 il partito Fidesz KDNP ha vinto con i 2/3 e questo risultato si trova molto di rado in Europoa. I socialisti e liberalisti ungheresi in modo subdolo reclamizzano in maniera negativa l’Ungheria,affermando forti falsitá all’estero (al parlamento europeo,all’Unione Europea, agli Usa e nei programmi) sul governo Fidesz e il capo del governo Orbán Viktor.

Adesso nel 2013 ci sono stati dei forti cambiamenti nelle leggi costituzionali ed ora in primavera i socialisti e liberalisti provano su questo punto a schiacciare e portare in cattiva luce il governo Fidesz. Voi italiani vi ricorderete che alla fine del 2011 i socialisti e liberalisti volevano far dimettere Orbán Viktor anche aiutati dall’estero (il Parlamento Europeo, dall’Unione Europea, dagli Usa). Questo progetto non é andato a buon fine anche pur avendo avuto la forza dall’estero, e in questo periodo (nel 2011) il capo del governo ha subito molta pressione ma la popolazione ungherese in maniera esemplare é stata a fianco al suo governo il quale ha vinto per i 2/3 e vicino al suo capo del governo Orbán Viktor scendendo nelle strade e nelle piazze di Budapest con manifestazioni civili e spontanee chiamate „marcia della pace”. A Budapest c’erano piú di mezzo milione di manifestanti e piú di centomila persone che hanno assistito a tutto tramite i mass media. Persone solidali con il capo del governo, persone provenienti da tutta l’Ungheria e dall’estero (Lituania, Polonia, Italia, Germania). Io personalmente ho partecipato alla manifestazione e ho conosciuto persone straniere che si sono congratulate con noi ungheresi per come appoggiamo e siamo vicini al nostro governo. I socialisti e liberalisti ungheresi e i socialisti e liberalisti  stranieri che attaccavano il governo di Orbán Viktor cosí si sono indeboliti. Oggi in primavera 2013 loro attaccano queste leggi costituzionali,attaccano in Ungheria le leggi costituzionali, il governo ungherese e Orbán Viktor. L’Eu e gli Usa sono preoccupati per i cambiamenti delle leggi in Ungheria. Adesso scrivo quali sono i cambiamenti delle leggi costituzionali che secondo loro non vanno bene.

1-Questa legge non permette ai senzatetto di vivere per strada e nei posti pubblici, ma questa legge dice che il governo deve dare ai senzatetto un posto dove vivere. Questo é giá stato fatto a Budapest dove esiste anche in questa struttura il controllo medico. Questo esisteva giá negli anni tra il 1998 e il 2002 (governo Orbán Viktor), ma dopo nel 2002 i socialisti hanno vinto e il loro governo ha chiuso queste strutture ed i senzatetto si sono ritrovati per strada.

2-Il governo vuole fare un contratto con gli universitari che studiano grazie al finanziamento 100% dello stato, i quali quando prenderanno la laurea e andranno a lavorare, per i primi dieci anni di lavoro se ne passano piú di cinque all’estero allora dovranno pagare l’aiuto ricevuto per studiare dallo stato. Questa migrazione dei laureati non é solo un problema ungherese ma anche di altri stati europei. Per esempio in Inghilterra e in Germania arrivano tanti dottori e infermieri dai paesi dell’est europa perché a loro volta hanno trovato dei posti vuoti dove i neo laureati inglesi e tedeschi a loro volta sono migrati in stati piú grossi. Nell’Unione europea c’é un programma simile per arginare questo problema.

3-altri problemi

-L’Eu e gli Usa dicono che questi cambiamenti di legge abbassano i poteri della corte costituzionale ma questo non é vero perché la corte costituzionale puó bloccare o modificare la legge.

-anche riguardo il punto della famiglia ci fanno dei problemi. Il matrimonio puó essere svolto tra un’uomo e una donna,la base della famiglia é il matrimonio.

Questi sono i cambiamenti che in tanti stati sono giá in uso.

Il capo del governo Orbán Viktor in maniera chiara ha detto che l’Ungheria e il governo ungherese si attiene alle leggi europee,sempre é stato cosí e sará sempre cosí. Fino al 2010 esistevano delle leggi risalenti alla seconda guerra mondiale ’49 con stampo russo. Il primo gennaio 2012 sono diventate attive le nuove leggi che nel libro delle leggi fondamentali la prima frase d’inizio é ”Dio benedica gli ungheresi”. Queste leggi fondamentali dimostrano in bel modo che la popolazione ungherese e il governo ungherese é aperta verso il cristianesimo e verso Cristo. Io penso che questo dimostra che il governo ungherese e la popolazione ungherese sia e resti unita e questo é una cosa meravigliosa. Vedete, su questi argomenti i socialisti e liberalisti ungheresi attaccano quí nello stato ungherese e anche all’estero e anche nelle organizzazzioni internazionali (EU,USA). L’Ungheria é forte, indipendente e democratica e non conviene diffamarla. Amici italiani! In Ungheria tra un anno ci saranno le elezioni politiche per il governo. Per questo i socialisti e liberalisti vogliono portare in cattiva luce attraverso tante cose di peso importante, mentendo, riportando falsitá alla popolazione. La popolazione stará affianco al suo governo e al suo capo del governo Orbán Viktor. Il sondaggio piú recente dimostra che il governo ungherese,il capo del governo Orbán Viktor é molto affiancato e solidale dalla popolazione. Faremo di tutto per difendere il nostro governo e il nostro capo del governo dagli attacchi e dalle provocazioni. Mi dispiace che spesso alcuni giornali italiani di centro e di destra, scrivono degli articoli con tante inesattezze sull’Ungheria e perché invece non riportano degli articoli positivi e veritieri sull’Ungheria. Per esempio Orbán Viktor é stato lo scorso anno all’EPP per una conferenza e lí in quella occasione ha espresso delle belle parole per Berlusconi. Ho letto degli articoli riportati dai giornali italiani dove scrivevano che in Ungheria esiste la dittatura. Io come persona giovane ungherese, la mia compagna é italiana e che viviamo quí in Ungheria,con cuore sincero affermo fermamente che „NON É VERO,CHE NON ESISTE LA DITTATURA”. L’Ungheria é uno stato libero con una popolazione fiera del suo stato, dove vivono e lavorano liberamente ungheresi e molti stranieri, anzi é ancora piú libera di tanti altri stati europei. Se volete vedere di persona l’Ungheria per provare, per capire come é l’Ungheria e di come si vive quí, volentieri posso aiutarvi in questo. Amici italiani,grazie per aver letto la mia lettera con il mio parere. Vi auguro tante cose belle e positive a voi e all’Italia.

Forza Ungheria Forza Ungheresi

Kovács András Ungherese

Per contatti: bundi01@vipmail.hu Viktor Orban

Lettera di Orban Viktor a Jose’ Manuel Barros

Gentile Sig. Presidente,

in riferimento alla conversazione telefonica avuta oggi  ho apprezzato l’opportunità di darvi personalmente informazioni sul processo ed il contenuto della modifica della legge fondamentale dell’Ungheria.

Vorrei confermare il totale impegno del governo e parlamento Ungherese alla norme e regole europee.

Vorrei anche assicurarvi che questo impegno e’ stato e sta per essere riflesso in tutto il processo di adozione delle modifiche alla Legge Fondamentale.

Sono convinto di poter contare sul Vostro sostegno personale e sulla cooperazione della Commissione Europea.

Cordiali saluti

Orban Viktor

http://orbanviktor.hu/attachment/0020/19321_jose_manuel_barroso_20130308.pdf

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Lettera aperta di Gàbor Vona (Jobbik) all’ambasciatore israeliano a Budapest

LETTERA APERTA DI GÁBOR VONA (JOBBIK) ALL’AMBASCIATORE ISRAELIANO A BUDAPESTIn seguito all’assegnazione del Premio Táncsics al giornalista televisivo Ferenc Szaniszló, l’ambasciatore israeliano a Budapest, Ilan Mor, ha pubblicamente esortato il governo ungherese a ritirare il premio assegnato al giornalista. Il presidente del partito Jobbik, Gábor Vona, gli ha replicato con una lettera aperta. Traduciamo qui di seguito il testo delle due lettere.

Con grande stupore ho appreso che il 15 marzo 2013 Ferenc Szaniszló, il conduttore televisivo di EchoTV è stato insignito del Premio Táncsics. E’ spiacevole che questo premio sia stato assegnato ad un giornalista dichiaratamente antisemita, che diffonde teorie complottiste antisraeliane, dichiara che “da Israele vengono scacciati i cittadini ebrei” e definisce Israele “Stato terrorista”. Questo giornalista considera Israele “la fonte di ogni malvagità nel mondo” e apertamente mette in questione la legittimità dell’esistenza dello Stato ebraico.

Questo giornalista usa la medesima terminologia, proclama i medesimi concetti dell’organizzazione terroristica Hamas e del presidente iraniano Ahmadinejad e non diversamente da loro auspica la distruzione dello Stato di Israele.Questo giornalista ungherese decorato si unisce a loro e ad altre forse antisraeliane e antisemite, attaccando apertamente le loro immagini distorte nel suo programma ad EchoTV.

Le sue idee non possono aver posto in una società libera e democratica come quella dell’Ungheria. In passato anche l’Autorità statale per la vigilanza sui media aveva inflitto una punizione a Szaniszló a causa delle dichiarazioni contro gli ebrei e i rom da lui fatte ad EchoTV.

Le sue prese di posizione sono classici esempi del nuovo antisemitismo europeo ed ungherese. Queste parole di odio contro Israele, lo Stato ebraico e il popolo ebraico sono contro i valori democratici, fondamento del mondo libero. Quest’uomo e i suoi pensieri devono essere rifiutati, non premiati. Faccio appello al governo ungherese, affinché compia tutti i passi necessari e gli venga ritirato questo premio, che è stato assegnato a una persona non adeguata e per motivi inaccettabili. Mentre Israele e l’Ungheria collaborano nella lotta contro l’antisemitismo, riconoscimenti di questo genere producono un’impressione negativa e ci indirizzano in una cattiva direzione.

Spero e desidero sinceramente che questo premio gli venga ritirato; e quanto prima sarà, tanto meglio sarà…

Ilan Mor
Ambasciatore dello Stato di Israele
Budapest, 18 marzo 2013

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Signor Ambasciatore,

le ho già scritto una lettera un paio di mesi fa. In essa le chiedevo di aiutare noi Ungheresi a vedere in che modo si debba affrontare il problema della doppia cittadinanza nel Parlamento nazionale. Vediamo che cosa fa in caso del genere il “bastione della democrazia”, Israele! A noi non è riuscito di affrontare il problema; anzi, non è neppure lecito parlarne. Certo, non mi ha risposto e sapevo che non lo avrebbe fatto. Infatti, se mi avesse risposto, avrebbe rivelato che ciò contro cui anche lei ha protestato è una consuetudine quotidiana nel vostro Paese. Non molto tempo fa, parecchi esponenti politici israeliani hanno perduto il loro mandato, proprio perché avevano anche un’altra cittadinanza. Questo per quanto riguarda i due pesi e le due misure.

Ma non le scrivo per questo, bensì per lo scandaloso comunicato che oggi si è permesso di emettere. Lei attacca Ferenc Szaniszló, il giornalista che, per quanto riguarda la politica estera ungherese, rientra in quel numero ristrettissimo di persone che osano trattare anche argomenti tabù. Se piace o non piace a lei o a qualcun altro, se ritiene giusto o no quello che lui dice – questo è un altro paio di maniche. Ciascuno può avere una sua opinione su qualunque tema. Anche Ferenc Szaniszló. Se quest’ultimo ha detto o fatto qualcosa di illegale, di contrario alle leggi vigenti, allora vada a sporgere denuncia; nessuno glielo impedisce. Ma lei ha passato il limite, pretendendo di dare ordini,in veste di diplomatico accreditato in Ungheria, al governo ungherese. Anche lei può avere una sua opinione e chi vuole ascoltarla la ascolta; ma come osa dare ordini ad un’istituzione ungherese? Che c’entra lei con i premi che vengono assegnati in Ungheria e con coloro che li ricevono?

So bene che lei adesso se la caverà con una levata di spalle. Lei è un diplomatico di uno Stato che dispone della più potente lobby mondiale, perciò ha dalla sua parte armi, denaro, mezzi di comunicazione di massa, potere e quant’altro. Io sono soltanto un Ungherese. Per di più, secondo lei sono anche un “antisemita” e quindi non è assolutamente il caso di tenermi in considerazione. Io rispetto ogni popolo, ogni nazione; rispetto la fierezza di ogni popolo e di ogni nazione. Anche degli ebrei. Ho avuto la fortuna di incontrare personalmente il rabbino Moshe Ber Beck. La sua religiosa devozione e la sua coraggiosa ricerca della verità mi hanno impressionato molto.

Al contrario, trovo ripugnanti i tentativi di dominio mondiale di qualunque popolo o nazione. Anche quelli degli ebrei. E nel suo comportamento vedo proprio questa arroganza. Siccome all’infuori di me non esiste un solo presidente di partito che glielo dica, sarà bene che glielo dica io. Sarà bene per lei sentire anche un’opinione diversa, tra tante piaggerie. D’altronde quello che io le scrivo rappresenta l’opinione di moltissimi Ungheresi. Ne abbiamo abbastanza del fatto che qualsiasi Paese ci voglia impartire lezioni e dare ordini! In particolare non siamo disposti a riceverne da un Paese che se ne infischia altamente dei diritti fondamentali dei suoi cittadini e delle risoluzioni degli organismi internazionali, che prima delle elezioni compie la solita strage, perché laggiù è possibile guadagnare elettori in questo modo!

Infine vorrei anche dirle che non tutti, neanche nella mia patria, hanno paura di voi. Nemmeno io ho paura di voi. Può darsi che prima o poi venga colpito anch’io da un razzo, come un cane; ma nemmeno allora avrò paura nella mia patria. Prenda atto di ciò. Io non sarò mai il cane di Israele, come lo è qui ogni partito parlamentare. Ha capito? Mai! Non mi si può né comprare, né intimidire. E così siamo in molti. E sempre più numerosi. E nel momento in cui andremo al governo, Márton Gyöngyösi sarà il ministro degli esteri e Ferenc Szaniszló presiederà all’Autorità di vigilanza sui media. Quanto a lei, la spediremo gentilmente a casa. Quanto prima sarà, tanto meglio sarà!

Gábor Vona
Presidente di Jobbik
18 marzo 2013

Fonte: http://www.eurasia-rivista.org

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Comunicato di alcuni cittadini ungheresi al popolo europeo sulle menzogne dei media occidentali sull’attuale governo

Riceviamo e con piacere pubblichiamo:

LETTERA APERTA AI CITTADINI EUROPEI

Cari Amici,
dopo le elezioni legislative del 2010 in Ungheria, la stampa internazionale fa sistematicamente una propaganda diffamatoria contro l’attuale governo. I grandi giornali, la televisione ed altre media comunicano notizie false e scorrette, quasi quotidianamente. Queste notizie cercano di convincere l’opinione pubblica internazionale (la quale non conosce la realtà in Ungheria) che la democrazia
sia deformata, le minorità siano minacciate, la stampa non sia libera di esprimersi, la gente vive in angoscia, l’antisemitismo riappare ed una classe politica di estrema destra cerca di introdurre lentamente una dittatura ne nostro paese. Queste notizie sono false, non c’è niente di vero con la realtà, la democrazia in Ungheria non è in pericolo, nessuno è soggetto a discriminazione in ragione della sua origine e qualsiasi cittadino è libero di esprimere le proprie idee.

La nuova Costituzione Ungherese (del 2012) ha sostituito quella dell’epoca staliniana (datata 1948), con un ritardo di vent’anni , quando si pensa che la prima elezione legislativa democratica in Ungheria è stata nel 1990, sancendo la fine dell’era comunista (bolscevica). La nuova legge in Ungheria è conforme con le norme europee e le tradizioni più belle dello Stato ungherese che ha un
passato superiore a mille anni.

Cari Amici,
noi Ungheresi leggiamo questi articoli dei giornali con una certa ansietà perché abbiamo potuto constatare che, diverse volte, nel corso della storia del XX secolo una propaganda giornalistica può rovinare il prestigio di uno dei paesi detti “Malintenzionati” e qualche volta fa seguito a questa propaganda, un intervento militare effettivo. Noi non desideriamo far parte di questi paesi considerati “malintenzionati”, per questo vi domandiamo d’informarvi personalmente o, se non è possibile, d’ottenere delle informazioni dalle persone responsabili, ma soprattutto di orientarvi sull’attuale situazione tramite differenti sorgenti.

Nel 2010, il Centro destra (le forze politiche dette conservatrici) ha vinto le elezioni legislative democratiche in Ungheria, con una grande maggioranza dei due terzi (2/3), la percentuale dei votanti è stata del 65%. Questa vittoria è stata realizzata grazie al popolo ungherese che in grande maggioranza ha rifiutato la sinistra liberale (post-comunista). Questo cambiamento “enorme e spirituale” è chiamato “due terzi rivoluzione” ed ha prodotto anche un cambiamento sociale che ha causato la fine dell’era temporanea post-comunista. Si è trattato di un periodo, 1990-2010, molto ambiguo, dominato dalla sinistra di cui lo slogan cinico era il seguente:”Non è morale quello che facciamo ma è legale”.

Cari Amici,
molti concittadini ungheresi emigrati nel passato in Germania, in Gran Bretagna, in altri paesi europei e negli Stati Uniti d’America, quasi ogni giorno si domandano “cosa succede in Ungheria?”. Quale è la spiegazione delle cattive notizie date dalla stampa locale? Non è possibile accettare queste diffamazioni e rispondere ad ogni caso. Da un lato non siamo convinti di ciò col passare del tempo, dall’altro lato queste media non sono al nostro servizio e non ci danno la possibilità di pubblicare la nostra opinione sulle loro
pagine. Sappiate che questa crociata non si svolge contro l’Ungheria nazione. Ma questa propaganda giornalistica è la risposta degli intellettuali liberali di sinistra “che comandano le media internazionali” in seguito alla loro sconfitta subita nel 2010, alla scelta degli elettori ungheresi, alla rivoluzione conservatrice in Ungheria.

La sinistra e i liberali hanno paura di un cambiamento conservatore, eventuale in Europa e potrebbero annullare i risultati favorevoli dei cambiamenti posti in Ungheria. Di conseguenza hanno lanciato questa propaganda di denigrazione contro di noi. È nel periodo più delicato, poiché l’abbiamo detto “noi crediamo nella forza dell’altruismo e della solidarietà”.

Questo credo non è solamente per permetterci di chiudere definitivamente, dopo venti anni, l’era caotica del post-comunismo, ma anche per proteggere i risultati delle nostre decisioni.

Mezzo milione di persone hanno sfilato in massa nelle strade principali di Budapest, è stata una grande manifestazione, non comune in Europa, con la quale abbiamo dimostrato che il popolo protegge il governo attuale, eletto democraticamente, contro qualsiasi intervento esterno.

Cari Amici,
siate convinti che il popolo della rivoluzione e della guerre di indipendenza 1956, conosce, oggi, la forza meravigliosa della democrazia, dell’indipendenza nazionale, del lavoro diligente, della pazienza e della comprensione mutuale.

Verificate personalmente le nostre dichiarazioni.

Infine cercate d‘interpretare e di trasmettere il messaggio del popolo ungherese a tutti i cittadini dell’Unione Europea “Noi continuiamo e crediamo fortemente nella forza dell’altruismo e della solidarietà”.

Budapest, Maggio 2013

Dr. Andrasofszky Barna, Albert Gábor, Balassa Sándor, Bándy Péter, dr. Bárdi László, Bayer Zsolt, dr. Békeffy Magdolna, Bencsik András, Bencsik Gábor, Beregszászi Olga, dr. Bíró Zoltán, Callmeyer Ferenc, Császár Angela, Csete György, Csizmadia László, dr. Csókay András, Dörner György, Erkel Tibor, Fanfani Sergio, Fricz Tamás, dr. Galgóczy Gábor, dr. Gedai István, dr. Gyulay Endre, dr. Hámori József, Hampel Katalin, Huth Gergely, Jókuthy Zoltán, Juhász Judit, dr. Kellermayer Miklós, Kerényi Imre, dr. Kisida Elek, Kondor Katalin, dr. Kováts-Németh Mária, dr. Körmendi Béla, dr. Lentner Csaba, dr. Marton Ádám, May Attila, Mécs Károly, Mécsné Dr. Bujdosó Györgyi, Méry Gábor, Monspart Sarolta, Náray-Szabó Gábor, Osztie Zoltán, Palkovics Imre, dr. Papp Lajos, Pataky Attila, Pozsgai Zsolt, Pozsonyi Ádám, Schulek Ágostonné, dr. Szabó József, dr. Szakter Mátyás, Szalay Károly, Szarka Eszter, Szarka István, dr. Szíjártó István, Szőnyi Kinga, Szűcs Julianna, Takács Zsuzsa, Tamás Menyhért, Tóth Gy. László, dr. Tóth Kálmán, Turcsány Péter, Weinwurm Árpád, dr. Weinzierl Tamás, Zárug Péter, Zsoldos Feren

http://friendsofhungary.blogspot.it/2013/05/lettera-aperta-ai-cittadini-europei.html

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Ungheria, la risposta di destra all’austerità

Botta e risposta tra la cancelliera tedesca Merkel e il premier Orbán. Ma nessuna crisi diplomatica. Berlino ha troppi interessi su suolo magiaro. E così l’autoritario governo potrà proseguire con il suo piano intriso di conservatorismo e statalismo

Nessuna crisi diplomatica. Il recente botta e risposta tra Angela Merkel e Viktor Orbán ha procurato solo un piccolo livido, già assorbito.

Il primo ministro ungherese aveva risposto a una dichiarazione della cancelliera – «cercheremo di portare l’Ungheria sulla giusta carreggiata, ma non manderemo la cavalleria» – evocando l’occupazione nazista del 1944. «In passato i tedeschi hanno già inviato la cavalleria, ma sottoforma di carri armati. Non fu una buona idea», ha sostenuto Orbán venerdì scorso nel corso di un’intervista tv, riuscendo nell’impresa di unificare i vari segmenti del Bundestag, divisi più che mai, complice l’avvicinarsi delle elezioni di settembre. Verdi, socialdemocratici, liberali, cristiano-democratici: tutti hanno condannato l’allusione ai tank hitleriani. Al che il primo ministro magiaro, l’altro ieri, ha fatto diffondere un comunicato riparatore. Nel testo si parla di «incomprensione» e si spiega – ribaltando non senza forzature l’ordine delle cose – che il destinatario del ragionamento di Orbán non era la bundeskanzlerin, quanto piuttosto il candidato della Spd alla cancelleria, Peer Steinbrück, che in tempi recenti è arrivato a sollevare l’ipotesi di escludere l’Ungheria, accusata da più parti di deriva autoritaria, dall’Ue.
Non succederà. Non solo perché la Spd è condannata, a quanto pare, a un’altra sconfitta. Il fatto è che gli interessi economici di Berlino in Ungheria sono talmente vasti che, governi chi governi, la linea dura squadernerebbe ricadute pesanti. Negli ultimi vent’anni la Germania ha investito più di chiunque altro in Ungheria: 21 miliardi di euro. Molti dei quali vengono dal settore dell’auto. Audi, Mercedes e Opel sono alla testa di quella schiera di seimila aziende tedesche presenti nel paese magiaro.

Insomma, la prospettiva avanzata Steinbrück è difficilmente praticabile. L’approccio tedesco e di conseguenza comunitario alla questione ungarica continuerà a essere cauto, segnato dal dosaggio prudente di pressioni e concessioni.

A Orbán, che da parte sua non ha mai cercato lo scontro frontale con Bruxelles, né ha mai manifestato sentimenti così euroscettici, va bene così. Al massimo l’Europa può indurlo a rettificare una legge discutibile, ma non arriverà mai, salvo clamorosi cambi di marcia, a chiedergli di azzerare l’impianto della sua agenda, fortemente intrisa di conservatorismo e statalismo.

Il progetto orbaniano poggia su due pilastri. Da una parte c’è il furore ideologico. Il primo ministro vuole cancellare ogni scoria di socialismo realizzato, spingendosi fino ai simboli (da poco è in vigore una legge che vieta falce e martello, oltre alla svastica) e ai nomi di strade e piazze. Quelle intitolate agli esponenti del movimento comunista – Marx e Gagarin sono tra i pochi salvati – hanno preso obbligatoriamente altre denominazioni.
Il secondo pilastro è frutto dell’idea che la transizione sia stata viziata da eccessi liberisti, svendita del patrimonio pubblico e adesione incondizionata alle ricette del Fondo monetario internazionale: prima le liberalizzazioni, adesso l’austerità. Viktor Orbán, sfruttando la schiacciante maggioranza in Parlamento di cui dispone il suo partito, la Fidesz (Unione civica ungherese), vuole riportare risorse nelle mani del governo e contrastare l’attuale linea del Fmi. Statalismo e crescita, in sintesi.

È proprio questo l’aspetto di cui maggiormente si nutre la sua politica. Quella di Orbán è la risposta di destra alla crisi e all’austerità. Tutte le contestatissime misure finora snocciolate, dalla legge restrittiva della libertà di stampa alla nuova Costituzione, densa di passaggi critici, sono la cornice conservatrice-nazionalista all’interno della quale questa stessa risposta prende forma.

Orbán, tornato al potere nel 2010 dopo il premierato 1998-2002, ha sviluppato una politica economica «non ortodossa». Dapprima c’è stato il rifiuto di rinegoziare il prestito ottenuto da Fmi, Ue e Banca mondiale nel 2008, quando Budapest sembrò sul punto di crollare. Le proposte austere del terzetto sono state stracciate. S’è posto però il problema di come reperire risorse. Orbán ha introdotto una maxitassa su banche, grande distribuzione alimentare e telecomunicazioni, tre dei settori dove le compagnie straniere sono più presenti. Diverse aziende hanno formalmente protestato, con tanto di lettera alla commissione europea. Ma l’esecutivo magiaro ha tirato dritto, lanciando un’altra iniziativa di netta rottura: la rinazionalizzazione dei fondi pensione, privatizzati nel 1997 dall’allora governo socialista su suggerimento del Fmi. Sul finire del 2011, inoltre, è stata lanciata una tassa sulle transazioni finanziarie.

Le risorse incamerate sono state dirottate su tre canali: crescita, redistribuzione – sempre utile a lubrificare il consenso – e riacquisizione di asset. Piano ambizioso e costoso, quest’ultimo. Il governo ungherese, pagando somme considerevoli, ha rilevato l’istituto di risparmio Takarekbank (dai tedeschi di Dz Bank Ag), i gestori dei servizi idrici a Budapest e Pécs (dalla francese Suez) e l’azienda di componentistica auto Raba. A fine marzo è arrivata anche la rinazionalizzazione dei centri di stoccaggio e dei diritti sulla distribuzione del metano, detenuti dal colosso tedesco Eon. Orbán, paternalisticamente, ha annunciato il taglio delle tariffe.

In termini di crescita, il governo non si è limitato a convogliare in appositi programmi i proventi ricavati dalla nazionalizzazione dei fondi pensione e dalle tasse su grande capitale straniero e transazioni. La maggioranza, in difformità con un’agenda statalista e abbastanza attenta al sociale, ha approvato una misura liberista come la flat tax (al 16%).

È comunque il controllo sulla Banca centrale, ottenuto tramite una nuova legge, fortemente criticata dall’Ue, lo strumento con cui Viktor Orbán intende stimolare l’espansione. Al vertice dell’istituto, che presto potrebbe assorbire l’authority per i mercati finanziari, è appena arrivato György Matolcsy, fino a marzo ministro dell’economia. Matolcsy ha subito fatto capire le intenzioni del blocco al potere, portando i tassi al minimo storico, per stimolare la ripresa.

Il punto, infatti, è che nonostante tutti gli sforzi di Orbán, l’Ungheria non s’è risollevata dal pessimo stato di salute economico. Il debito pubblico, retaggio del «socialismo del gulasch», ha sfondato il tetto dell’80%. Il Pil, stagnante nel 2010 e nel 2011, è sceso dell’1,7% nel 2012. I consumi si sono contratti di dieci punti percentuali rispetto all’epoca pre-crisi e gli investimenti dall’estero sono in calo. Le cifre indicherebbero che, a prescindere dalle debolezze croniche dell’Ungheria, le scelte di Orbán non hanno premiato. Anzi.

Ma «Viktator», come lo chiamano i detrattori, dovrebbe riuscire a cavarsela. Le stime sulla crescita (0,2% quest’anno e 1,4% nel 2014), unite alla possibile decisione di Bruxelles di chiudere la procedura d’infrazione sul deficit, gli danno modo di esibire dei risultati. Sono modesti, ma potrebbero bastare a rivincere le elezioni, nel 2014. Il consenso di Orbán s’è eroso, ma non così tanto da paventare l’alternativa. Il partito socialista non s’è ripreso dalla sberla del 2010 e i centristi, guidati da Gordon Bajnai, non sfondano. L’estrema destra di Jobbik fa paura, ma non si schioda dal 15%. Si direbbe che Orbán potrà continuare la sua rivoluzione.
Nessuno, tanto, invierà la cavalleria.

Matteo Tacconi
FOnte: www.ilmanifesto.it
23.05.2013

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“È comunque il controllo sulla Banca centrale, ottenuto tramite una nuova legge, fortemente criticata dall’Ue, lo strumento con cui Viktor Orbán intende stimolare l’espansione.”

eh già e da tutta la sinistra al caviale si levavano cori di indignazione contro il nuovo dittatore che nega i diritti umani e tutto il corollario….

si i diritti umani della banca centrale di essere sotto il controllo del popolo e non dell’oligarchia europeide.
Una vera dittatura…