Premessa. Quello che andiamo a raccontare qui è la storia eroica dei Gesuiti, da non confondere con quella corrente deviata che poi è sfociata nel Concilio Vaticano Secondo.

di Paolo FERRANTE

L’ antefatto

“Le plus grand crime qu’on puisse commettre, c’est la composition d’un mauvais livre, puisqu’on ne peut cesser de le commettre” (de Bonald).

Si dice che Pascal sul letto di morte, richiesto dal suo confessore se fosse pentito di aver scritto “Le Provinciali”, abbia risposto “Avrei voluto scriverle ancora più forti!” o qualcosa di molto simile. Lungi da noi il voler imitare il Padre Dante e mettere all’Inferno un genio del calibro di Pascal, ma certo non è difficile convincersi, che, fosse solo per quella risposta, qualche secoletto in Purgatorio lo autore dei “Pensèe” lo debba star trascorrendo.

Madame de Sevignè, donna di mondo, donna di spirito, vicina agli ambienti di corte, era tutta un fremito dall’emozione, mentre descriveva le prodezze di Louis de Montalte nell’ennesima lettera diretta alla figliola; ma quest’ultima, Madame de Grignan, carattere più posato, rispondeva semplicemenente: “C’est toujour la même chose”. E in effetti é sempre la stessa solfa, perchè in fin dei conti di che si tratta? Di un Gesuita sciocco che ha letto e conosce a memoria tutte le opere degli autori, noti e, soprattutto, meno noti della Compagnia e che azzarda le ipotesi più assurde e obsolete, meno ortodosse e condivise, per essere poi messo a tacere da un “provincialotto”.

Il nostro Pascal non era teologo, naturalmente e, con tutto il rispetto per quel grand’uomo, questioni quali quelle trattate, predestinazione gratuita e predestinazione consequente, grazia efficace e grazia sufficente, erano piuttosto al di lá della sua competenza. Ma il Pascal aveva anche lui i suoi amici, cattivi teologi, ma teologi, a cui era assai affezionato e di cui si era fatto portavoce, primi fra tutti gli Arnauld e gli Arnauld volevano dire Port-Royal, cioè Giansenismo.

“Figlie mie”, scriveva il grande Bossuet a quelle buone madri, “Voi avrete pure la purezza degli angeli, ma siete pervase dall’orgoglio di Satana”. E tanto basti per descrivere l’ambiente dove ogni giorno, col capo sparso di cenere, si commetteva un peccato di superbia, tanto vero é che ogni eresia comincia dal rigorismo. Fu lo stesso per il Giansenismo, Calvinismo travestito che attaccava la Chiesa dall’interno.

E i Gesuiti intanto? Alcuni ricevevano la palma del martirio in Giappone, altri evangelizzavano l’India, e l’America, altri erano ricevuti alla corte di Pechino, altri difendevano Roma e l’ortodossia contro i Giansenisti, altri ancora rispondevano agli ingiusti e velenosi attacchi contro di loro con opere erudite, equanimi e sensate e quindi noiose e pesanti e che pochi leggevano. Altri infine, ed ecco ciò che più bruciava ai nostri degni epigoni dell’”Augustinus” e ai loro sostenitori, avevano in mano l’educazione della piú bella gioventú di Francia, i futuri prelati, generali, ministri, amministratori e magistrati, insomma tutto il futuro stato maggiore della nazione, anzi della «prima» nazione. Non solo, ma erano chiamati a consigliare e ammonire un re, e un Re di Francia, anzi «il» Re di Francia, Luigi il Grande in persona, perchè se era il Padre La Chaise a confessare il Sovrano, era il Padre Bourdalue, per la Quaresima, a cantarle chiare tanto a Luigi quanto alla sua corte.

Allora fu uno scandalo: “Che orrore!” Gridarono i “benpensanti” e non ci fu crimine di cui non furono accusati i Reverendissimi: duplicità, morale rilassata, ultramontanismo, apologia del tirannicidio, attentato alle libertà della chiesa gallicana… Titus Oates stesso, date le circostanze, non avrebbe potuto far di più e… non avrebbe potuto far meglio. Luigi XIV, a cui non piaceva la confusione, in veritá impose a tutti il silenzio e, fino a che fu in vita lui, non si poté far molto di piú che ridere alle battute del Tartufo di Moliere. Ma, morto il padrone, ricominció la tiritera: appellanti, devoti, convulsionari, il Papa e l’Enciclica “Unigenitus”, i Parlamenti e le favorite reali, il Delfino e Mesdames le Figlie di Francia… insomma una babilonia. I cosiddetti Filosofi, o Enciclopedisti, ne approfittarono per prendere coraggio e uscire allo scoperto e, ipocriti e infidi tanto per natura quanto per programma, calunniavano, calunniavano, sicuri che qualche cosa ne sarebbe restato.

É regola fissa e provata che piú una chiesa nazionale, con la scusa delle proprie libertá tradizionali, si distacca da Roma, madre comune, piú cade sotto il giogo dello Stato; ed é giusto che sia cosí, poiché quella indipendenza, quelle libertá tanto vantate é solo Roma a garantirle. Ció era stato poco compreso dall’Assemblea del Clero di Francia, persino Bossuet aveva preso una cantonata, ma l’avevano ben capito i Filosofi. Costoro non miravano a qualche riformuccia da poco, ma addirittura a distruggere «a fundamentis» l’antico edificio europeo. Ma l’antico edificio europeo era stato bastito dalla Chiesa allorché aveva battezzato i barbari non piu contenuti alle frontiere dalle armate romane. Benone! Perchè era proprio alla Chiesa, in fondo, che se ne voleva, a questa organizazione soprannazionale che era tutto, dappertutto e si ingeriva di tutto, che prescriveva astinenze e ammende, che regolava il calendario e i corsi delle universitá, che imponeva l’acqua santa al povero per battezzarlo e l’olio santo al re per incoronarlo. Questa organizzazione che, avendo civilizzato l’Europa, proclamava il suo diritto a parlare sempre a voce alta e a insegnare all’uomo come raggiungere la felicitá futura e, a ben comprenderla, pure quella presente terrena.

Il padre di tutte le menzogne aveva trovato, o si era creato, gli strumenti adatti: una filosofia di una deprimente povertà concettuale e pertanto facilmente accessibile a una serie di animi presuntuosi e mediocri; uno spirito di antistoricismo che rifiutava programmaticamente di comprendere la ragion d’essere di qualunque aspetto della societá che lo circondava; una rilassatezza di costumi a cui tutto ció faceva buon gioco; la naturale cupiditá dei governi che vedevano giunto il momento favorevole per riprendersi ció che non era mai stato loro.

Il Filosofismo decise allora di sfruttare gli appetiti del trono per attaccare l’altare e creó la finzione del dispotismo illuminato. Ma per poter avere la via completamente libera, doveva prima disfarsi di coloro che avrebbero ben compreso le sue trame e che erano di Roma i piú agguerriti difensori, i Gesuiti appunto.

Nella Francia del ‘700 i fallimenti pedagogici alla Voltaire nei collegi della Compagnia per fortuna non erano numerosi, ma evidentemente ce n’erano abbastanza per riempire i ranghi del Parlamento di Parigi, una di quelle alte corti di magistratura che, sotto l’antico regime, erano considerate custodi delle leggi fondamentali dello stato. Tuttavia forse anche cosí non si sarebbe venuti a capo di nulla, se i Filosofi non avessero avuto la fortuna di avere dalla loro due gran personaggi. L’uno era il primo ministro, il signor duca di Choiseul, brutto e ambizioso, brillante e donnaiolo, che li proteggeva, corrispondeva con Voltaire e riceveva a casa propria tutti i nemici della religione. L’altra era la sua stessa protettrice, quella donna affascinante e garbata, raffinata e colta che fu Madama la Marchesa di Pompadour, nata Poisson, favorita del Re Luigi XV e che aveva anche lei una vera “passione” per gli Enciclopedisti.

Ecco quindi che, finalmente, la madre Angelique, che per più di un anno, si badi bene, rifiutò di ricevere la Comunione non ritenendosene degna; l’austero Arnauld, il solitario di Port Royal; nonché il geniale e ancor piú austero Pascal-Montalto godettero il loro trionfo postumo sui loro inveterati nemici grazie ad una favorita reale; a colui che la «vox populi» additava come il suo paraninfo e che era probabilmente anche un ateo; nonchè ai Parlamenti in cui la fazione che muoveva le fila era a dir poco scismatica e, pur facendosi chiamare “Giansenista” e “Gallicana”, si rifaceva in realtà alle massime apertamente eretiche di Edmond Richer. Quando si dice l’ironia della “sorte” -giacchè sarebbe impertinente dire “l’ironia della Provvidenza”…

Avendola presa un poco alla lunga, cosa che sembrava necessaria per dare almeno un’idea di un contesto storico estremamente complesso, si puó ora proseguire esponendo i fatti in ordine cronologico.

Il fatto

“L’iniquo… può insultare e chiamarsi offeso, schernire e chiedere ragione, atterrire e lagnarsi, essere sfacciato e irreprensibile” (Manzoni).

Dire che i Gesuiti erano una potenza non sorprende; se non lo fossero stati li avrebbero probabilmente lasciati in pace. Ma val la pena notare che essi non erano solo una potenza religiosa ed intellettuale, bensì anche economica e finanziaria. Dotati di una solida proprietà immobiliare, amministratori efficienti e accorti, onesti e fidati, godevano di un credito immenso e le loro case funzionavano un pò anche come casse di risparmio, dove la gente, specie in Spagna e in Italia, depositava con fiducia i propri liquidi ricevendone puntualmente il 2% d’interesse. L’inviato francese a Napoli parlava senza mezzi termini della “Pubblica fiducia che avevano meritato tanto per le loro ricchezza quanto per la precisione con cui facevano fronte ai loro impegni”. Altro che la bancarotta di Law o la “South Sea bauble”!

Disgrazia volle che verso la fine degli anni ’50 del XVIII secolo, uno stabilimento dei Gesuiti alla Martinica, diretto da uno sfortunato Padre La Vallette, per una serie di accidenti imprevedibili che andavano dalla marina di guerra inglese alle epidemie, facesse fallimento e venisse citato da una casa commerciale di cui era debitore in Francia per danni ingentissimi, insieme al procuratore delle missioni francesi. Nella citazione veniva fatta richiesta che fosse posto il sequesto sui beni che la Compagnia di Gesù possedeva in Francia. In altre parole, l’intera Compagnia, in Francia, veniva ritenuta responsabile delle perdite sostenute da una delle sue case. Condannati in prima istanza, i Gesuiti fecero appello allora al Parlamento di Parigi. Come i fatti dimostrarono poi, fu un’imprudenza che li perdé.

Per poter giudicare sulla questione, i magistrati del Parlamento, imbevuti di Giansenismo e quindi parziali, dovettero naturalmente esaminare gli statuti e la disciplina della Compagnia per poter conoscere esattamente quali rapporti, da un punto di vista delle resposabilità legali, intercorressero tra questa e le sue parti. Ma così facendo vennero pure a esaminare e giudicare i princìpi che animavano la Compagnia stessa, finendo per incriminarli come sediziosi e contrari alle leggi fondamentali dello stato. In tal modo, su una causa puramente civile si venne a impiantare un processo criminale.

La guerra del 1756 contro l’Inghilterra era andata male per la Francia che aveva perso il Canada e pure le colonie delle Indie, mentre Federico II di Prussia restava piú temibile che mai. Occorreva o capitolare, o trovare altri fondi per gli armamenti. Ma un prestito pubblico, per avere successo, non poteva essere forzoso, e come trovare il credito necessario se i Parlamenti vi si fossero opposti? Ecco allora che il nostro duca di Choiseul escogitó un brillante espediente e decise di comprarne la neutralità e distoglierene la attenzione da affari ben piu seri abbandonando loro i Gesuiti. Quando si dice “prendere due piccioni con una fava”!

Certo, dovette prima vincere qualche scrupolo sciocco di Luigi XV, che vedeva con apprensione queste nuove dissensioni e che, ricordando di essere pur sempre il “Cristianissimo”, avrebbe voluto sottrarre la causa ai Parlamenti, proibendo loro di “prenderne conoscenza”, secondo la formula di prammatica, e avocandola al Consiglio del Re. Ma si sa che ai re il bene bisogna, le piú volte, farlo per forza.

Fu l’Abbé Chauvelin, nemico giurato dei Gesuiti, a incaricarsi della cosa. Fu lui nella seduta del Parlamento del 6 aprile 1761, a sentirsi in dovere, proteiforme carattere, in qualità di “cristiano, cittadino, suddito francese e magistrato”, di attrarre l’attenzione dei giudici suoi colleghi sul pericolo contenuto negli articoli delle “Costituzioni” della Compagnia.

Li 8 di maggio questa fu nuovamente condannata al pagamento dei danni subiti dai suoi creditori francesi e i magistrati del Parlamento poterono quindi, in tutta serenitá di spirito e con la coscienza del dovere compiuto, rimboccarsi metaforicamente le maniche delle toghe e mettersi al lavoro seriamente.

Il 3 luglio cominciò di fronte al Parlamento un resoconto sulle “Costituzioni” che durò quattro giorni e nel corso del quale la storia della Compagnia fu tracciata minuziosamente fin dalle sue origini.

Chauvelin e i suoi compari, che intanto non erano rimasti oziosi, avevano da parte loro preparato una revisione critica delle opere politiche pubblicate dai Padri della Compagnia, i famigerati “Extraits des assertions”.

La lezione data da Pascal con le sue “Provinciali” non era andata persa. Dalle opere più vetuste e polverose degli autori della Compagnia, da tomi che da secoli muffivano sugli scaffali delle biblioteche, si erano andate ad estrarre tutta una serie di massime che, citate fuori contesto, mutilate, distorte e, infine, cucite insieme in una certa sequenza, davano l’idea di una dottrina mostruosa.

Si formulò seriamente l’accusa, si giudichi quanto credibile, che i Gesuiti avevano per fine, strumentalizzando la religione, di fondare la monarchia universale del Papa. Si ritornò sulla teoria del tirannicidio, si tirarono in ballo gli assassinii di Enrico III e Enrico IV, si espressero preoccupazioni per il recente attentato al re del Portogallo e si suggerì che, probabilmente, anche nel fatto di Damien ci era un gesuitico zampino.

Invano i Padri si diedero da fare a preparare la loro apologia, traendo dall’opera dell’abbé Chauvelin ben settecentocinquanta proposizioni false, erronee o travisate.

Si era nel secolo cosiddetto dei lumi e i Filosofi cosiddetti illuminati non la finivano più di denunciare la sorveglianza bigotta e occhiuta della Chiesa che, si lagnavano, manipolava a suo piacere il braccio secolare per perseguitare e opprimere le coscienze. Il “Trattato sulla tolleranza” di Voltaire, uno dei migliori discepoli di Pascal, non dimentichiamolo, è del 1763.

Probabilmente in omaggio a questi bei sentimenti il filosofico Parlamento, che si era premurato di far opera di propaganda e diffamazione, e i cui libellisti prezzolati non facevano che aizzare con i loro scritti l’opinione pubblica contro i Gesuiti, proibí a questi ultimi persino di difendersi, comminando le sanzioni più severe contro quanti scrivessero o pubblicassero opere a loro sostegno. Gli scritti giá esistenti furono condannati al rogo insieme alle Costituzioni della Compagnia.

Oltre a questo filosofico rogo, il 6 agosto il Parlamendo decretó che il I ottobre seguente sarebbero stati soppressi i collegi della Compagnia, di cui esistevano nel regno un centinaio, e che godevano tutti della migliore reputazione.

A quel punto tali sentenze non valevano che per Parigi, ma, si dice, Parigi é la Francia. I Parlamenti di provincia, con pochissime eccezioni, quali la Franca Contea, l’Artois, e l’Alsazia, si affrettarono a seguire l’esempio dei loro colleghi della capitale e in questa nobile gara di zelo religioso e patriottico, in una scena degna di “Alice nel Paese delle Meraviglie”, si arrivó perfino a condannare prima di emettere la sentenza, per poi proseguire bandendo il magistrato che aveva osato protestare contro una procedura tanto irregolare.
Insomma fu davvero una pagina vergognosa per la magistratura francese.

Luigi XV ebbe un bel far esaminare nel dicembre dello stesso anno le “Costitutioni” dall’assemblea dei vescovi riunita a Parigi; questi ebbero un bel dare a stragrande maggioranza parere favorevole sui documenti loro sottoposti e raccomandare di mantenere la Compagnia nel suo stato corrente. Il Delfino di Francia stesso ebbe un bel prendere le parti dei Padri. Il volterriano Duca di Choiseul e, naturalmente, l’affascinante ed enciclopedista Marchesa di Pompadour ebbero la meglio e si ascoltò il parere dell’unico vescovo, Fitz-James, prelato indegno, che si era schierato dalla parte del Parlamento. Il Re cercò allora un compromesso con la Santa Sede, proponendo di mantenere i Padri, ma a certe condizioni “gallicane”. La proposta naturalmente fu rigettata dal Papa Clemente XIII, Papa di polso e gran difensore sia dei Gesuiti che della Chiesa, per il semplice motivo che era inaccettabile.

Non finì qui. Evacuate le case della Compagnia nel corso del 1762, il 6 agosto dello stesso anno un nuovo decreto del Parlamento di Parigi proibí ai Padri di portare il loro abito e di intrattenere qualunque intelligenza con i loro superiori, nonché di insegnare, di godere benefici o riempire incarichi pubblici senza prima aver giurato di difendere contro Roma le libertá gallicane (!). Nel marzo 1764 ancora un altro decreto li condannò all’esilio perpetuo.

A questo punto Luigi XV, avendone abbastanza, con atto d’autoritá sovrana revocó la sentenza dei tribunali. Inoltre, nel novembre del 1764 promulgò un editto con cui, pur cedendo a malincuore alle pressioni dello Choiseul e sopprimendo la Compagnia in tutti i suoi domini, permetteva ai Padri di vivere in Francia indisturbati, purché si comportassero da sudditi buoni e fedeli, e allo stesso tempo decretava estinte tutte le procedure criminali intentate contro di loro.

Scrivendone allo stesso Choiseul, il Re concludeva, in termini forse deboli, ma molto significativi: “Se io adotto il consiglio di altri nell’interesse della pace del mio regno, voi dovrete apportare i cambiamenti che vi propongo, o non ne faró nulla. Non dico altro, per evitare di dire troppo”.

Nonostante ció, entro il 1767 i Gesuiti erano stati espulsi da tutti gli stati borbonici in Europa, in America e Asia: Francia, Spagna, Napoli e Sicilia, Parma, Perú, Paraguay, Argentina, Filippine, Messico, nonché dal Portogallo e dal Brasile. Non c’é davvero male!

Le espulsioni avvennero con tutta una serie di pretesti, ma fu lo Choiseul la vera anima della cosa. La sua corrispondenza con l’ambasciatore francese a Madrid rivela il suo gioco, semplice ed efficace, che era quello di aizzare il governo spagnolo contro la Compagnia, per far poi le viste di perseguitarla in Francia solo per compiacere il governo spagnolo stesso. Fu ancora una volta lui, in seguito, a dipingere al Re Carlo III i Gesuiti come “nemici ormai accaniti dei Borboni” e a insinuargli l’idea di un’azione comune per forzare il Papa a sopprimerli. É proprio per questo motivo, e in considerazione dell’influenza che la Francia, la «figlia primogenita», esercitava allora e avrebbe in seguito ancor piú esercitato sulla tutta la politica e la cultura europee, che ci si é voluti soffermare particolarmente sugli eventi come si svolsero in quel paese, descrivendoli tanto in dettaglio. Ció che avvenne altrove, del resto, é presto detto.

Il Portogallo, a seguito della questione delle sette «Reducciones», o missioni, del Paraguay, aveva scacciato i Padri Gesuiti fin dal 1758 e ne aveva sbarcato, sic et simpliciter, un intero carico a Civitavecchia quale “dono per il Papa”. Nel 1759 la Compagnia era stata formalmente soppressa e l’acme della persecuzione si era raggiunto nel 1761, quando il Padre Malagrida fu arso sul rogo. Ma laggiú si occupava di tutto il Ponbar, che non avrebbe sfigurato dietro il bancone di una macelleria, e giá si parlava addirittura di scisma. Anche in questo caso si era fatto frutto della lezione appresa dal libro di testo delle “Provinciali” e, per distruggere il buon nome delle sue vittime nella pubblica opinione, il Pombar aveva promosso la pubblicazione di un gran numero di libelli diffamatori, che non valevano la carta su cui erano stampati e affermavano l’esatto opposto della veritá. Primo tra tutti fu la “Breve relazione” in cui i Gesuiti venivano falsamente accusati di voler creare ambiziosamente un loro stato indipendente in Sud America e di tiranneggiare e sfruttare avidamente gli Indios. Fatte largamente circolare in Spagna e Portogallo, tali falsitá, in se stesse assurde, fecero tuttavia presa sugli animi dei semplici, dei malevoli e degli ignoranti, pur suscitando l’indignazione dei vescovi, che ne scrissero al Papa Clemente XIII protestando.

Nella Spagna di Carlo III sia le ragioni della persecuzione che le varie deliberazioni del Consiglio furono tenute segrete, ma dall’epistolario del Tanucci pare che il Re fosse ancora sotto l’influenza di questo suo antico ministro. Il Conte Aranda, primo ministro spagnolo, era in ogni caso un Volterriano che a stento aveva bisogno di consigli. In tutto si rispettó fino all’ultimo la massima segretezza. Nella notte tra il 1 e il 2 aprile 1767 le truppe circondarono le case dei Gesuiti in tutta la Spagna. Le cose si svolsero senza difficoltá e, la mattina del 2 aprile, 6000 di quei Padri furono trasportati a passo di marcia sulla costa e fatti imbarcare, neanche fossero dei convitti. Non sapendo bene che farne, se ne sbarcó un carico intero a Civitavecchia, re Carlo minacciando di sospendere il sussidio loro accordato se anche uno solo si fosse azzardato a fiatare, tutto il resto finí in Corsica.

A Napoli, il Tanucci, dati i suoi stretti legami con Madrid, dopo forse averne ispirato la politica ne seguí l’esempio e espulse i Gesuiti il 3 Novembre di quello stesso anno 1767, non solo senza processo, ma senza neppure un’ accusa.

La vicenda raggiunse la sua crisi con la questione del Ducato di Parma. Il Duca di Parma, da buon figliolo obbediente e genero rispettoso, aveva anche lui scacciato i Gesuiti dai suoi stati. Il ducato di Parma essendo feudo di Santa Chiesa, il Pontefice Clemente XIII, con il “Monitorium” del gennaio 1768, come era suo buon diritto, aveva minacciato di scomunica sia il Duca che i suoi consiglieri. Apriti cielo! Come osava il Papa minacciare uno dei membri del “Patto di Famiglia”? La cacciata dei Gesuiti era stata una semplice misura di ordine pubblico, che con la religione non aveva nulla a che vedere. Che c’entrava ora la scomunica? Nulla era cambiato, almeno nel ragionamento, dai tempi di Elisabetta I, quando i Protestanti squartavano e sventravano (quartering and disbowelling) i Gesuiti con la scusa che erano traditori, magari solo potenziali, della corona inglese. Il duca di Choiseul, che era un uomo di una insolenza straordinaria, non si fece scrupolo di trattare il Papa di “rimbecillito” nella sua corrispondenza, e di far ordinare a Luigi XV l’occupazione di Avignone e del Contado. Quella buona lana del Tanucci, che anche in questo caso aveva ricevuto le sue brave istruzioni, fece altrettanto a Napoli -altro feudo pontificio- occupando Benevento e Pontecorvo per conto di Re Ferdinando IV.

Già Clemente XIII si apprestava a presiedere una commissione per decidere della cosa e cercare di risolvere la crisi, quando, all’improvviso, nel febbraio del 1769, morì. Dal lungo e tormentato Conclave che seguì uscì eletto il Ganganelli, probabilmente il candidato meno inviso alle potenze su cui, sia detto senza alcuna ironia, la Provvidenza avesse potuto mettere le mani. Di famiglia piccolo-borghese, figlio di un medico, francescano, poco amico dei Gesuiti che infatti perseguitó nei suoi stati, sotto la tremenda pressione che i Sovrani del patto di famiglia, o meglio i loro ministri, lo Choiseul fino alla sua caduta, quindi la Spagna, andavano incessantemente esercitando su di lui, minacciato di uno scisma dal nuovo ambasciatore spagnolo, il Conte di Florida Blanca; il povero Clemente XIV, forse più da compatire che biasimare, cedette e con il breve “Dominus ac redemptor”, del 21 luglio 1773, opera nei contenuti quasi interamente del Florida Blanca, ma a cui il Papa pur concesse il peso della sua autoritá suprema, si decise finalmente a onorare gli impegni presi e a sopprimere la Compagnia.

E’ cosa risaputa che il Breve papale non esprimeva nessuna condanna dei Gesuiti e infatti non fu trovato abbastanza forte a Madrid e a Napoli, mentre a Parigi non fu considerato valido proprio in omaggio alle massime gallicane. Da parte dei Padri non ci fu nessuna reazione e nessuna opposizione. Il loro Generale, il Padre Lorenzo Ricci, sempre su richiesta della Spagna, fu imprigionato nel carcere di Castel Sant’Angelo dove morì nel 1775, giurando, al momento di ricevere il Viatico, che né la Compagnia aveva mai dato pretesto alcuno alla sua soppressione, né lui il motivo più lieve alla sua incarcerazione. Il processo a quelli tra i suoi compagni che furono imprigionati con lui si concluse, con una piena assoluzione, sotto il pontificato di Pio VI.

E l’Imperatrice Regina? Chiederanno forse i nostri ventiquattro lettori. Maria Teresa d’Austria per molto tempo sostenne il Papa, ma poi, fattosi grandicello il figlioletto Giuseppe, meglio noto come Sua Maestà Apostolica Giuseppe II, Sacro Romano Imperatore e campione del dispotismo “illuminato”, cedette da madre indulgente alle sue insistenti preghiere, smise di impetrare per il mantenimento della Compagnia, permise al buon Giuseppe di impossessarsi dei beni dei Gesuiti, che ammontavano a un bel capitaletto, e infine acquiescè alla loro soppressione “per la pace dei suoi stati” e forse… anche per la propria.

Ma alla fine, pure giunsero ai poveri perseguitati un certo qual conforto e aiuto e, come spesso accade, proprio dalla parte da cui i Padri legittimamente lo avrebbero meno dovuto e potuto sperare. Federico II di Prussia e Caterina la Grande di Russia corrispondevano con gli Enciclopedisti tanto per svagarsi, tra una campagna vittoriosa e l’altra, ma erano monarchi di polso, che non avevano dubbi sul fatto di essere loro, non giá i loro ministri, i padroni in casa propria, e le massime di quei filosofici signori lasciavano che le mettessero in pratica gli altri. Furono proprio loro a fare pressioni sul Papa perchè conservasse i Gesuiti nei loro domini e, Luterano l’uno, Ortodossa l’altra, furono gli unici Sovrani europei a offrire ospitalità e ricetto a tanti di quei Padri che erano stati scacciati così ignominosamente e violentemente dagli stati del Re Cattolico e del Re Cristianissimo.

Conclusione

“Ou sont Bailly et son «beau jour»?” (De Maistre).

La soppresione dei Gesuiti fu un grandissimo trionfo per il Filosofismo e lo Statalismo settecenteschi. Quando si è detto che la Rivoluzione francese mostró dopo pochi anni le conseguenze logiche di quei bei princípi, ogni altro commento diviene superfluo.

Clemente XIV morí nel settembre del 1774, poco piú di un anno dopo la soppressione della Compagnia di Gesú. Fortunatamente fu provato senza alcuna ombra di dubbio che era morto di vecchiaia, di malattia e di affanni, altrimenti l’accusa di una gesuitica vendetta consumata col veneficio si puó star certi che non sarebbe mancata.

Luigi XV era morto poco prima, nel maggio dello stesso anno, di vaiolo; il corpo che già si sfaceva prima ancora dell’agonia; circondato dalle amorose cure di una delle sue figliole, Madama Adelaide, la sola che osasse entrare nella fetida stanza del malato e che, in tempi che già parevano remoti, aveva fatto parte, con la Regina, le sorelle e il Delfino, del partito dei “devoti”, sostenitori dei Gesuiti.

Quella che gli Inglesi, con il loro garbo tradizionale, chiamerebbero una “giustizia poetica” toccó invece al buon Duca di Choiseul, intorno al quale, per essere stato “Filosofo”, abbiamo creduto di doverci estendere un poco di piú. Madama la Marchesa di Pompadour, nata Poisson, benchè fosse stata una donna, e una favorita, abilissima, commise il fatale errore di morire il 15 aprile 1764. Le era succeduta nel cuore, per dir così, del vecchio Re Luigi una giovane e bella creatura, meno brillante, ma di buon carattere e generosa con i poveri, una comune prostituta cui si era fatto sposare un vecchio nobiluomo tanto per poterla poi presentare, nel 1769, a corte al sovrano; una contessa stavolta, Madama du Barry, che finirà ghigliottinata durante la Rivoluzione.

Lo Choiseul, lo ricordiamo, aveva esordito nella sua carriera grazie alla protezione della vecchia, e ormai defunta, favorita cui aveva reso un segnalato favore di natura galante. La sua caduta avvenne, nel pieno della lotta tra la Corona e i Parlamenti, dei quali era sempre stato protettore, proprio per un complotto ordito dalla favorita nuova, insieme al Cancelliere Maupeou e al Duca d’Aiguillon che sarebbe poi diventato il nuovo primo ministro.

Nel 1770 una lettre de cachet gli ordinava di ritirarsi nella sua tenuta di Chanteloup. La sua partenza da Parigi fu naturalmente un trionfo e, una volta in campagna, lo Choiseul si rassegnò filosoficamente, è proprio il caso di dirlo, a tenervi corte, a ricevere tutta una serie di gran personaggi e a fare il capo di partito, un partito che si opponeva tenacemente a tutti i tentativi di riforma suggeriti dal governo. Alla morte di Luigi XV, seguita immediatemente dall’allontanamento di Madama du Barry, lo Choiseul sperò di essere richiamato dal suo esilio e lo fu, grazie all’intercessione della Regina Maria Antonietta. Ma il Re Luigi XVI evidentemente non aveva dimenticato l’inimicizia tra il Duca e il Delfino suo padre, né la famosa risposta data da quell’insolente a quest’ultimo proprio nel corso di una disputa sui Gesuiti: “Avró forse la sfortuna di essere un giorno vostro suddito, ma non saró mai al vostro servizio”. Neppure a quello del figlio, ovviamente, giacché, quando lo incontró, il Re gli disse solo: “Signor de Choiseul, noto che avete perduto i capelli”. Il Duca mangió la foglia e si rassegnó, riprendendo la via di Chanteloup. Morí a Parigi nel 1785, carico di debiti a causa del suo tenore di vita stravagante. A onor del vero, pare che la sua vedova li saldó tutti scrupolosamente.

I Gesuiti erano stati l’arma del Concilio di Trento contro i Protestanti. E’ quindi naturale che contro di essi si dovesse appuntare l’odio dei Protestanti e dei loro epigoni. Questi ultimi si chiamarono Giansenisti nel XVII secolo; Filosofi -e Massoni- nel XVIII; Liberali, che è poi lo stesso che Filosofi, -e Massoni- nel XIX; Socialisti, Modernisti -e Massoni- nel XX. Verso la fine del XX secolo però, il Marxismo e il modernismo, fecero un colpo da maestro, riuscendo a infiltrare i Seminari proprio, parrebbe incredibile, sotto lo sguardo vigile del Concilio Vaticano II. Allora, si dice, i Gesuiti disobbedirono al Papa e, smesso l’abito che era costato loro tante pene difendere, molti di loro diventarono preti operai, teologi della liberazione, ecumenisti. Da allora sembra pure che non li si tormenti più tanto, cosa che pare abbastanza naturale.

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