Nuovo Ordine Mondiale

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Si stava meglio quando si stava peggio!
DI ALESSIO MANNINO
ilribelle.com

Occorre sopprimere il liberale che è in noi. Perché usurpa il significato etimologico di “libertà”, ed è la migliore maschera della dittatura vigente: il capitalismo totalitario. Libero, oggi, è solo chi ha un dato potere d’acquisto. Nemmeno più il ricco di una volta, col conto in banca pieno: adesso è ricco chi può muovere capitali non suoi. È l’economia finanziaria, bellezza. Fondata sulla liquidità evanescente. Cioè sul nulla.

Popper aveva torto marcio. Quanto è aperta, di grazia, la popperiana “società aperta”? A me sembra di vivere in una società paurosa, paranoica, ossessiva.

Prendiamo la crociata salutista contro il fumo, per esempio. Il liberalismo imperante permette che il fumatore venga trattato come un lebbroso, un appestato sociale, confinato in appositi ghetti, senza più nemmeno il diritto ad uno scompartimento tutto per lui sui vagoni ferroviari. Ci si incattivisce sui vizi individuali e si è oltraggiosamente permissivisti con le malattie collettive (smog, scorie industriali, inceneritori, schifezze negli alimenti, cocaina che scorre a fiumi nei festini dei benpensanti). Le multinazionali del tabacco fanno miliardi a palate con la loro droga legale. Eppure io, persona con una testa, dovrei essere libero di decidere se assumere o no tale robaccia, perché lo Stato, questa glaciale astrazione, non può disporre del mio corpo. Anche perché si tratta di quello stesso, benevolo Stato che, a parte qualche ipocrita campagna pubblicitaria, non muove un dito se aspiro le esalazioni delle fabbriche e i gas di scarico delle auto appena metto il naso fuori di casa o se mangio cibi trattati (cioè quasi tutti) regolarmente acquistati al supermercato, e che mi vuole convincere a inalarmi vaccini inventati apposta contro montatissime influenze pseudo-mortali.

La libertà individuale è poter fare ciò che vuoi senza danneggiare un bene di tutti. Ma neppure l’autorità pubblica può immischiarsi in ciò che posso decidere io e soltanto io. È una sana non-interferenza. Prima dell’industrialismo e della sua smania borghese di regole, l’individuo subiva molte meno interferenze nella propria vita privata di quante ne subisce oggi. Il contadino pre-moderno poteva passarsela parecchio male per ragioni economiche, perché magari il raccolto dell’annata era andato male, ma anche quando era un servo della gleba i suoi obblighi si limitavano alle corvées e alla decima, per il resto viveva sul suo senza obblighi di sorta che non fosse il legame ereditario alla sua terra. Ma se voleva costruirsi con le sue mani un altro pezzo di casa poteva farlo tranquillamente, mentre noi oggi dobbiamo compilare una decina di moduli e chiedere il permesso a una mezza dozzina di uffici pubblici. Certo, allora non c’era l’urbanizzazione selvaggia, ma l’esempio vale per illuminare una differenza capitale: la libertà non va confusa con la possibilità astrattamente illimitata. Una libertà è tale nel momento in cui, se voglio, posso goderne. Adesso, nella democrazia che si proclama liberale, sono libero ma solo all’interno di tante e tali regole che, di fatto, non sono più libero. Ci muoviamo ostacolati da un intrico di divieti, scritti e non scritti, che farebbero inorridire anche il più miserabile dei nostri antenati antichi o medievali. Possiamo circolare ma dall’ora x all’ora y, nel posto tale e non in un altro, stando attenti che non ci sia qualche cartello che vieti di mangiare, di bere o di cucinare in luogo aperto, se abbiamo 18 anni o se la nostra patente ne ha già compiuti cinque. Possiamo dire quello che vogliamo ma a patto di non offendere la sensibilità di ebrei, musulmani, gay, neri, cattolici, donne, animali, bambini, minoranze etniche e memorie sacre del passato (solo alcune, beninteso, quelle funzionali al potere). Possiamo manifestare su piazza, ma se il questore è d’accordo. Possiamo scrivere su un giornale, ma solo se è riconosciuto dall’Ordine e dal Tribunale (benedetta sia l’anarchia di Internet, finché dura). Possiamo aprire un’azienda, ma solo dopo aver fatto una trafila di permessi da far venire i capelli bianchi. Possiamo pisciare all’aperto? No, perché si configura come atto osceno in luogo pubblico. Non si può più nemmeno farsi una pisciata in santa pace.

Ebbene, se fossi stato un servo della gleba potevo fare il cazzo che mi pareva a patto di non insultare il Re e la Chiesa e non fomentare rivolte. Oggi, che sono il cittadino di uno Stato liberal-democratico, continuo a non poter insultare chi voglio (pena la denuncia per ingiuria o diffamazione) e a non poter minacciare l’ordine costituito, ma per soprammercato sono impigliato in una rete di impedimenti sempre più dettagliati, minuziosi, patetici. “Ah, ma sei libero di criticare, c’è la libertà di pensiero” – ribatte la belante pecora liberale. Tanto per cominciare, se per caso non ti dichiari anche tu liberale e, sfrontato che non sei altro, osi pure criticare il sistema liberale in cui vivi, sei out, diventi un essere inferiore, rischi seriamente l’emarginazione sociale. Esprimere pubblicamente fedeltà al partito unico liberale equivale ad avere in tasca la tessera del Pnf sotto il fascismo: senza, ad esempio se vuoi fare il giornalista pagato decentemente, non lavori. Ma poi, andiamola ad analizzare questa famosa libertà di critica. Se critichi gli Stati Uniti, ti vomitano addosso l’accusa di anti-americanismo e sei cacciato fuori dall’agorà delle opinioni politicamente corrette. Se critichi il Papa commetti reato di bestemmia e ti espellono nelle catacombe delle idee impronunciabili. Se critichi il dogma dello sviluppo economico, ti danno del retrogrado reazionario e anche qui il tuo destino è la clandestinità. Se critichi il modello di vita consumista, ti danno del sognatore visionario e se ti va bene ti dicono di sì come si dice sì ai matti.

Se dici che questa non è libertà ma conformismo, ti considerano un pazzo estremista, un potenziale eversore, un nemico della democrazia. Io invece affermo che la democrazia liberale è il regime più liberticida che esista, perché ti concede una libertà teorica che poi svuota con una serie di limitazioni, tabù, muri e ganasce che alla fine, in mano, te ne resta una: comprare, fare shopping. Il fatto è che il consumo dipende dal reddito, cioè da quanti soldi uno possiede. E allora la libertà svanisce, è una bella parola vuota, una presa in giro. I poveri, certo, ci sono sempre stati. Ma almeno un tempo lo Stato se ne strafotteva delle loro abitudini private come di quelle di chiunque. Oggi invece se sei povero, e la soglia di povertà si sta espandendo a vista d’occhio, non puoi nemmeno più darlo a vedere, non puoi avere idee anti-sistema, se ti incazzi e scendi in strada a cantargliene quattro la tua protesta diventa automaticamente “violenta” e perciò non conta. Se ti imbestialisci contro contratti da fame e a scadenza ti dicono che non sei moderno, e se ti riduci a mendicare ti fanno pure la multa e ti spazzano più in là, perché sei brutto da vedere – uno scarafaggio kafkiano che può andare in malora. Altro che il paradiso terrestre dei liberali. I maledetti liberali.

Alessio Mannino
Fonte: http://www.ilribelle.com
Link: http://www.ilribelle.com/quotidiano/2013/3/5/quanto-e-chiusa-la-societa-aperta.html
6.03.2013

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Caricato in data 01/lug/2011

http://www.tlaxcala-int.org/article.a…
I cosiddetti “salvataggi” dei paesi non sono destinati, come ci si potrebbe aspettare, per soddisfare le esigenze di una popolazione in difficoltà, ma perché il Paese “salvato” affronti il pagamento d’interessi su un debito contratto con istituzioni finanziarie senza scrupoli. Questi “aiuti” sono condizionati da misure di adeguamento che soffocano ancora di più la popolazione, e anche, nel caso della Grecia, a compromessi, come l’acquisizione di armi, che non fanno altro che aumentare il deficit. Il denaro dei nuovi prestiti finisce così nelle mani di chi ha causato la crisi e dei fabbricanti di armi. Non sono salvataggi, sono truffe in piena regola.
Pubblichiamo qui questo eccellente documentario, realizzato con pochissime risorse, e che sta avendo una larga diffusione in Grecia.

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Pubblicato in data 12/mag/2012

http://www.byoblu.com/post/2012/05/12… Il MES (Esm in inglese) è il Meccanismo di Stabilità Europea. Il cosiddetto fondo salva-stati. Sembra una cosa buona, ma con il MES ci stiamo per indebitare di 125 miliardi di euro. 15 dovremo darli subito, e siccome non li abbiamo, dovremo fare nuovi debiti. Nuovi debiti significa nuovi interessi. Per cosa? Per essere “salvati”, nella malaugurata ipotesi dovessimo fallire. Ma come verremo salvati? Ci daranno semplicemente i soldi, un po’ come farebbe un’assicurazione a fronte del pagamento di un premio, al verificarsi di un sinistro? No, ce li presteranno. Nuovi debiti. Paghiamo 125 miliardi per avere la possibilità di farci prestare dei soldi a interessi elevati. Ve l’hanno mai raccontata così? Anzi: ve l’hanno mai raccontata in un qualsiasi modo?

Ma non finisce mica qui: chi deciderà quanti soldi dovremo versare e quando? Diciassette uomini: i diciassette ministri dell’economia di diciassette stati membri (quelli che ratificheranno il trattato). Il diciassette porta sfiga. Infatti, secondo il trattato, nessuno di questi 17 uomini potrà essere chiamato in giudizio per una qualsiasi delle decisioni che prenderà nell’ambito del MES. E neppure avremo la possibilità di visionare i documenti che al MES verranno prodotti. Una super organizzazione opaca pagata con i soldi dei cittadini, che deciderà se e quale stato avrà il diritto di indebitarsi ulteriormente, a suo insindacabile piacimento, e per quale ammontare, senza essere sottoposta a nessun procedimento di verifica e di controllo democratico. A che scopo tanta segretezza? A che scopo tutta questa impunità? E che senso ha farsi un’assicurazione solo per avere il permesso di farsi riempire di debiti?

Quando accendi un finanziamento sai quante rate dovrai pagare e quando scadrà l’ultima. Con il MES diamo un libretto degli assegni infinito e completamente in bianco. Il board dei governatori potrà infatti decidere in qualsiasi momento un aumento di capitale, che partirà con 800 miliardi, e gli stati membri dovranno corrispondere la loro quota parte secondo i tempi e le modalità stabilite di volta in volta, senza potersi opporre in alcun modo. Come non c’è modo di uscirne: se ratifichi il trattato, è per sempre.

Non solo, ma siccome non c’è limite al peggio, il MES potrà rastrellare i soldi necessari, all’occorrenza, presso la grande finanza internazionale. Per esempio la Cina o le grandi banche d’affari. In questo caso, il finanziatore esterno avrà il diritto di commissariare lo stato sovrano che beneficerà del prestito (cui, è bene ripeterlo, saranno applicati interessi elevati), che si ritroverà la Goldman Sachs o Hu Jintao in Parlamento ad approvare o respingere ogni decisione. E una clausola specifica prevede che nessun Governo successivo a quello che ha ratificato il trattato potrà disimpegnarsi, adottando una eventuale decisione di uscita. Stiamo per consegnare le chiavi di casa alla grande speculazione internazionale e per abdicare a qualsiasi principio democratico conquistato nel tempo. Per ogni generazione a venire, nei secoli dei secoli, amen.

Cosa dite, vale la pena di condividere questo post?
http://www.byoblu.com/post/2012/05/12…

Nei video: Lidia Undiemi, economista di WallStreetItalia, intervistata da Claudio Messora. Cos’è il MES (Esm in inglese) e perché bisogna agire subito.

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Ci vogliono docili schiavi, se non ti sta bene diffondi queste informazioni

 sabato 6 aprile 2013
tratto da

PRIMO, SAPERE CHI CONTROLLA I POLITICI E MANDANDO A ROTOLI L’EUROPA
I tecnocrati che gestiscono l’unione Europea per conto dei banchieri e della finanza internazionale scelgono i politici, i capi di Governo, i direttori delle testate giornalistiche, dei telegiornali e gli alti ufficiali dell’esercito.Hanno imposto misure di tassazione che stanno portando miseria e sfascio ai 17 paesi dell’Eurozona, arricchendo e conferendo un potere smisurato agli enti bancari da loro gestiti, espropriando e saccheggiando beni privati e pubblici per miliardi di euroHanno reso il nostro Paese servo della Banca Centrale Europea, alla quale, non potendo più battere moneta, lo stato deve chiedere il denaro in prestito, pagando 80 miliardi all’anno solo di interessi.Hanno imposto il MES, Meccanismo Europeo di Stabilità al quale l’Italia dovrà versare 125 miliardi di euro in 5 anni (25 miliardi all’anno) per far si che in caso di crisi, il MES ce li presti a interesse (!) Prestito che non potremo rifiutare.
[Qui si trova il testo integrale che regola il MES, approfondire in particolare L’ART.32 http://www.leggioggi.it/allegati/testo-del-trattato-mes-meccanismo-europeo-di-stabilita/ ]Ci hanno imposto il Fiscal Compact, che, tramite altri tagli sanguinosi imporrà all’Italia di ridurre il debito di 45 miliardi all’anno, per 20 anni.Hanno reso fuori legge tutte le sementi naturali e imposto a tutti i coltivatori l’utilizzo delle sementi brevettate dalle multinazionali, molte della quali OGM.
Questo significa anche che hanno imposto gli OGM di Monsanto nei nostri piatti, nei nostri ristoranti, nelle pappe dei nostri figli. [vedi la recente legge approvata da Obama http://www.dionidream.com/obama-ha-firmato-latto-di-protezione-monsanto-hr933-legalizzata-lassenza-di-controlli-sugli-ogm/]Hanno imposto un redditometro mostro che scruta ogni nostro movimento, acquisto, spesa o transazione, 24 ore su 24. Il diritto alla privacy è finito giù dal cesso in una notte.Stanno facendo la guerra al denaro contante per renderci totalmente servi nei confronti del sistema bancario, con l’intenzione di far scomparire completamente tutte le banconote dalla circolazione nel giro di un paio d’anni.Hanno istituito un sistema in cui la maggior parte dalle leggi valide sul territorio italiano viene creata, discussa e approvata dalla Commissione Europea e non dal parlamento italiano, da individui totalmente estranei, ineletti e su cui non può esistere alcuna forma di controllo né di opposizione da parte di alcun ente nazionaleAll’interno di questo meccanismo hanno approvato una serie di leggi che regolamentano la produzione, la lavorazione, la conservazione, l’additivazione e la distribuzione del cibo e di altri beni di uso comune, stravolgendo e facendo chiudere migliaia di antiche aziende basate su una prestigiosa tradizione secolare.Hanno attuato lo stravolgimento delle regole che riguardano ogni settore: pesca, acquacoltura, produzione delle carni, etichettatura dei prodotti, produzione prodotti agricoli, trasporti pubblici, su strada e ferrovia. Tutto questo viene deciso a livello comunitario e diventa legge sul territorio italiano.E’ sempre più evidente l’intenzione di sottoporre la popolazione all’impianto di microchip RFID con funzione di banca dati, controllo di tutte le operazioni finanziarie, tutti i beni, tutti i possedimenti e insieme sistema di localizzazione [vedi http://scienzamarcia.blogspot.it/2013/03/il-microchip-rfid-come-strumento-di.html]Questo è un elenco incompleto e numerosi altri punti dell’agenda dei tecnocrati-banchieri sono a vari stadi di avanzamento.E’ evidente che la grande maggioranza della popolazione non si rende conto di quello che sta accadendo e della reale portata perché, semplicemente, le informazioni cruciali non vengono fornite attraverso i normali organi di informazione (TV – Radio – Giornali)

Si rende necessaria una vasta operazione di auto-informazione da parte della popolazione per evitare il peggio. Questo meccanismo perverso deve essere interrotto o ci aspetteranno generazioni di servitù all’interno di uno stile di vita estremamente limitato e di scarsissima qualità

Usano una manciata di vocaboli, ripetuti all’infinito fino a conficcarli nei solchi dell’inconscio collettivo come guardiani e custodi delle loro azioni dissennate: spread, mercati, debito, “responsabilità”, default, integrazione, euro, europa. Parole trattate come vocaboli sacri, intoccabili, indiscutibili come le mura di una prigione. Queste sono le lame dei coltelli con cui ci minacciano e ci tengono all’interno del labirinto per topi progettato per noi.

Siamo arrivati, attraverso il progressivo innalzamento delle imposte dirette e indirette, a versare “ad altri” il 70% del frutto del nostro lavoro. Questo è inacettabile.

Attraverso un piano molto subdolo sano riusciti a farci assuefare alla condizione di schiavi docili e servili, per nulla in grado di mettere in discussione le scelte dei reggenti. Ci hanno resi dei molluschi striscianti capaci solo mettere la mano al portafoglio e versare tutto ai padroni.

E’ ora di organizzarsi e organizzarsi signific DIFFONDERE INFORMAZIONE VERA attraverso la rete e far capire a chi ancora vive di illusioni qual è la realtà e di che pasta sono fatti quelli che tengono le redini dell’europa.

Occorre capire che questa gente non ha la minima intenzione di agire per il benessere, per la ripresa e il miglioramento, nè per la generazione e spartizione delle ricchezze. Nessuna delle loro leggi porterà prosperità. Nessuna!

Essere Europei sì, ma prima ancora che europei ITALIANI, con le nostre aziende, la nostra produzione artigianale rimasta fino a pochi anni fa fiore all’occhiello della produzione artigianale mondiale, con i nostri prodotti, la nostra lingua, i nostri gesti, LA NOSTRA SOVRANITA’, INDIVIDUALE, LEGISLATIVA E MONETARIA e non i servi di un’elite psicologicamente disturbata e predatoria. [vedi http://scienzamarcia.blogspot.com/2013/02/materiale-informativo-sul-signoraggio-e.html]

Padroni delle nostre leggi, del nostro territorio, dei nostri prodotti migliori e del loro frutto, della nostra moneta, della nostra libertà di cittadini, del nostro diritto di nascita alla prosperità

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Menenio Agrippa

Rivolte e scioperi non sono un’invenzione recente. Quando le classi meno abbienti si trovano a fare i conti e questi non tornano mai, alla fine perdono la pazienza. Ci vuole del tempo, non la perdono subito, ma prima o dopo il gioco dell’oca con tutte le trappole studiate ad hoc ed i dadi truccati cominciano a dare veramente fastidio.

E allora inizia la conta: quanti siamo noi? E quanti sono loro? Di che forza disponiamo noi e di che forza dispongono loro? Si scopre così che la vecchia storia dell’elefantino addomesticato vale solo per gli elefanti. La storia dice che se si abitua un elefantino a starsene legato a delle catene che sappiano trattenerlo, tali catene funzioneranno anche quando la sua forza sarà tale da strapparle agilmente, perchè nel corso degli anni si sarà convinto che quelle catene sono indistruttibili.

Nel caso di noi umani esiste sempre un blocco mentale che ci impedisce di vedere il vero valore della nostra forza, ma ci sono avvenimenti che ci possono far superare l’impasse che tale blocco genera. Ovviamente ce ne sono anche moltissimi che lo rimettono in funzione. Ci sono poi persone che riescono ad appesantire o ad alleggerire tale blocco, con i risultati di riuscire a renderlo particolarmente o affatto difficile da rimuovere. Menenio Agrippa fa sicuramente parte di queste persone.

Tito Livio nei suoi annales animati dalla sua solita carica moralizzatrice, ci parla di questo console romano: è la crisi morale la vera causa della decadenza dell’Urbe, e servono episodi chiarificatori per rinforzare il sodalizio tra le varie componenti sociali. La storia di Menenio Agrippa rappresenta un’opportunità unica in tal senso. I fatti raccontati fanno riferimento ad una classe padronale (i patrizi) che non tengono in minima considerazione i diritti delle classi più deboli e numerose (i plebei), al punto che questi ultimi, dovendo sottostare all’obbligo della leva, si vedevano costretti ad abbandonare i propri campi per ritrovarli poi incolti una volta finite le missioni militari.

I plebei ad un certo punto si ribellano e si rifiutano di combattere. Questo è semplicemente intollerabile, perchè mette a rischio la tenuta del sistema, rendendo possibile un’invasione dell’Urbe da parte di eserciti nemici. Viene quindi mandato sul Monte Sacro (dove erano radunati gli scioperanti) Menenio Agrippa che incanta i plebei con il suo noto apologo.[1] Attraverso una metafora organicista ogni componente sociale viene paragonata ad una parte dell’intero organismo. La morale è che senza la ininterrotta collaborazione tra le diverse parti l’organismo deperisce fino a morire. Senza le mani (i plebei) per portano cibo alla bocca lo stomaco (i patrizi) non può digerire e quindi far funzionare tutto l’organismo.

La logica dell’apologo contiene un evidente falso assioma: nessuna parte del corpo farebbe mai sciopero per soddisfare interessi particolari. Mentre si capisce la “legge naturale” che obbliga le mani a procurare il cibo per lo stomaco, non si riesce a comprendere quale sia la legge che obbliga i ceti subalterni a dover subire gli ordini delle elites e quindi a sostenere gli interessi specifici della classe antagonista. La logica dell’apologo diventa così una intollerabile forzatura organicista.

La Storia in realtà è zeppa di Menenio Agrippa che riescono a convincere i plebei a fare gli interessi dei patrizi e contro i propri. Se parliamo di guerra militare l’intervista di Hermann Goering a Norimberga (pur non avendo la patinata stesura dell’apologo di Agrippa) ci offre una chiave di lettura impagabile di cosa significhi imbracciare un’arma per difendere i diritti delle elites:

“Certo che la gente non vuole la guerra! Perchè dovrebbe un poveraccio volere rischiare la propria vita quando se gli va bene se ne ritorna a casa tutto d’un pezzo? Naturalmente la gente comune non vuole la guerra. Nè in Inghilterra, nè in Russia nè in America, nè in Germania, per quello che conta.
Si capisce benissimo. Ma, dopo tutto, sono sempre i leader della nazione a determinarne la politica ed è sempre una semplice questione di irretire le persone, sia che si tratti di una democrazia, di una dittatura fascista , di un parlamento o di una dittatura comunista.”

Goering riuscì perfettamente a convincere milioni di tedeschi a uccidere e farsi uccidere nel nome degli interessi dei patrizi ariani.

Ma non ci sono solo le imprese militari; ci sono guerre più subdole che per sortire i risultati voluti devono sottostare alle stesse logiche: i plebei si devono impegnare per salvaguardare gli interessi delle elites. E quei plebei vanno “istruiti” dal Menenio Agrippa del caso. Vanno rimosse le cause della disaffezione che impedisce alle mani di portare abbondante cibo allo stomaco. La collaborazione dev’essere totale e ogni tentennamento delle braccia va necessariamente rimosso da un adeguato apologo (o qualsiasi altra forma di propaganda viziata nei contenuti).

Platone ad esempio diceva “la parte è in funzione del tutto, non il tutto in funzione della parte…non per te viene ad essere quella generazione, ma tu per il tutto”. Al che con la sua solita verve surreale (no, non futurista ma surreale) Groucho Marx a distanza di secoli rispondeva: “”Perché dovrei preoccuparmi per i posteri? Cosa hanno fatto i posteri per me?” La risposta alla propaganda platonica arrivava proprio negli anni in cui stava nascendo la generazione di nazisti che deliziarono l’Europa per qualche decennio.

Il dono di Sè diventa così il miracoloso unguento in grado di alleviare i malesseri dei patrizi, riducendo a zero le pretese dei plebei. Millenni di continua sperimentazione a base di apologhi o collaudate retoriche hanno dimostrato che l’operazione “sostieni il gioco che non capisci e dove perdi sempre” ha un suo fascino. Non è un caso che le slot machines godano di tanta popolarità tra i poveri. Il meccanismo è estremamente semplice: ti fanno credere che tirando la leva puoi diventare ricco. I fatti dicono che sicuramente eri più ricco prima di cominciare a giocare. La sindrome dell’elefantino fa il resto.

Di novelli Agrippa ce ne sono a bizzeffe e la retorica di cui devono dare sfoggio deve essere all’altezza dell’attuale grave situazione di disagio sociale. Si va dai sindacati ai politici, dalle associazioni di categoria ai talk show. La retorica dell’apologo di Menenio ai plebei incazzati (o della Fornero agli esodati, della Camusso ai metalmeccanici, di Monti agli italiani o di Draghi agli europei) non può che fondarsi su un falso ideologico, ovvero su una verità che non esiste. L’Agrippa originale si fissava sul paragonare le componenti sociali dell’antica Roma ad un organismo, mentre quelli odierni parlano di “crisi internazionale” e della “ripresa imminente” o, più facilmente, “ce lo chiede l’Europa”. Lo scopo, ovviamente, è quello di rimbambire le folle con messaggi rassicuranti, e di istupidirle con dichiarazioni di responsabilità.

Insomma è ora che ognuno si prenda le SUE responsabilità: quelle di chi ha creato e gestito questa crisi capitalista nel nome e per conto del benessere di quello stomaco patrizio che non ne vuole sapere di digiunare. Nulla di nuovo.

L’idea di entità superiori cui dobbiamo versare il nostro volontario contributo di lacrime e sangue con solerte spirito di sacrificio è tipica di certa metafisica che, secondo Heidegger, non può essere che “uno stato di fondamentale imbarazzo filosofico”. Si tratta di spostare l’asse dello scontro da cose tangibili a enti intangibili. Se giustamente ci incazziamo quando un ladro ci ruba dei soldi per scopo di arricchimento personale, l’incazzatura diventa via via più labile fino a scomparire quando vengono tirarti in ballo entità astratte come l’inafferrabile Europa di Monti (o l’inesistente stomaco patrizio di Agrippa). Perfino una predizione inavverabile funziona: smantelliamo la scala mobile per creare un milione di posti di lavoro. Ve lo ricordate Craxi ed il suo bel referendum, vero? E giù tutti a votarlo con la coscienza di fare la cosa giusta per quei posteri che oggi si ritrovano precari e disoccupati. Sono tutte astrazioni. Imbarazzanti per chiunque abbia una mentalità pragmatica, ma ipnotiche per chi è stato abituato a confondere l’unico universo reale con gli infiniti universi paralleli creati dalla speculazione metafisica e messi in mostra da certa retorica.

Non c’è nessun organismo né alcuno stomaco: ci sono dei patrizi che attraverso Agrippa convincono i plebei a rientrare nei ranghi. Non c’è nessuna Europa che ci chieda sacrifici, ci sono solo elites che attraverso Monti ci chiedono di continuare a versare il frutto del nostro lavoro nelle loro casse.

Ah, la crisi? Quella che c’è è tutta plebea. L’1% più ricco degli italiani ha visto salire costantemente i propri redditi mentre secondo l’ISTAT “una famiglia su dieci vive in condizioni di povertà relativa e una su venti in condizioni di povertà assoluta… negli ultimi trent’anni la disuguaglianza è aumentata in molti paesi avanzati, ivi compresa l’Italia.” L’indice Gini (che misura tale disuguaglianza in valori compresi tra 0 ed 1) nel frattempo è passato dallo 0.30 negli anni ’80 allo 0.46 del 2010, secondo solo agli USA degli homeless. [2, 3, 4]

Studi mostrano poi che il reddito dell’1% più ricco della popolazione è aumentato un po’ ovunque in questi anni. Il mercato dei beni di lusso non conosce crisi e se c’è un settore che in questi ultimi tempi non ha sofferto troppo in Italia è quello dell’alta moda, delle auto sportive e del design di lusso. [5]

Questo significa solo una cosa: che le braccia dei plebei, spronati dalle metafisiche filippiche del Menenio Agrippa di turno, devono faticare sempre di più per rimpinzare lo stomaco sempre più famelico dei patrizi.

[1]http://www.versionitradotte.it/livio/l-apologo-di-menenio-agrippa/
[2]http://www.dirittiglobali.it/home/categorie/46-studi-rapporti-a-statistiche/27042-ocse-in-italia-la-disuguaglianza-dei-redditi-e-superiore-alla-media.html
[3]http://www.oecd.org/social/inequality.htm#
[4] http://www.istat.it/it/files/2012/05/Capitolo_4.pdf
[5]http://keynesblog.com/2013/04/02/le-lontane-radici-della-disuguaglianza-italiana/

Fonte:http://www.appelloalpopolo.it/?p=8664

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Una cosa semplicissima da fare sarebbe quella di fissare un tetto massimo di 10 mila euro lordi a tutte le retribuzioni pubbliche , dai politici ai burocrati , ai giudici , manager ecc. Lo stato pretende tasse assurde per retribuire costoro. Non credo che i colpiti da un simile provvedimento scenderebbero nelle piazze , rischierebbero il linciaggio . Eccoli quindi a dimostrare che sono dei geni insostituibili per il bene comune e che meriterebbero anche di piu’. Nel privato inoltre nessuno si scandalizzerebbe se venisse alzata l’aliquota irpef per i redditi superiori ai 120 mila euro.
Ma di questo nessuno parla, non vi è nessun accenno in nessun programma ed i sindacati fanno finta di nulla. Si preferisce invece togliere danaro a chi non lo ha. L’amato Benigni ha percepito 300 mila euro a serata per spiegare Dante. C’è gente che tale cifra non la percepisce in una vita di lavoro , ma per la rai è tutto regolare. Si è perso il lume della ragione e quando tutto cio’ diventa normale è follia collettiva.

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Lavoro, la proposta Capaldo: salari a 1000 euro, licenziamenti facili e zero contributi

ultimo aggiornamento: 26 aprile, ore 18:07
Roma – (Adnkronos) – L’idea per abbattere la disoccupazione prevede contratti triennali non rinnovabili e rescindibili senza motivazione, niente tredicesima e stipendi base di 800 euro e 400 per i part time. Guidi: “Idea utile ma non si può prescindere dallo Statuto dei lavoratori”. Treu: “Contribuzione resta punto fermo”. Ichino: “Bene su taglio costo ma proposta semplicistica”. No dei sindacati: “Il lavoro non si crea riducendo i diritti”

Roma, 26 apr. – (Adnkronos) – Una proposta per abbattere la disoccupazione, firmata Pellegrino Capaldo: prevede contratti triennali non rinnovabili e rescindibili, senza motivazione e con un semplice preavviso di 30 giorni; ‘burocrazia’ zero per i licenziamenti, possibili con una semplice raccomandata a/r; tetto prefissato ai salari, fino a 1000 euro per un tempo pieno e fino a 500 per 4 ore di part time e nessuna contribuzione né alcuna ritenuta fiscale a carico di lavoratori e imprese, che devono però beneficiare di un credito d’imposta del 30% da compensare fiscalmente. Le norme, tutte in assoluta deroga dalle norme vigenti, sono state elaborate dalla Fondazione Nuovo Millennio, nata per iniziativa di Pellegrino Capaldo, che punta a trasformare la proposta in un decreto legge.

Ad accedere a questa tipologia contrattuale, si legge, tutte le imprese, i professionisti, le aziende non profit e gli artigiani. A questi ultimi, si legge, ”è riconosciuto un credito d’imposta al 30% delle somme corrisposte ai lavoratori assunti in base al decreto che potrà essere compensato con le imposte sul reddito dovute dalle imprese”.

Sul salario, in particolare, la proposta prevede un range tra gli 800 e i 1000 euro mensili in caso di contratto a tempo pieno ed una ‘forbice tra le 400 ed i 500 euro al mese in caso di contratto a tempo parziale. Importi, questi, tutti al netto della tredicesima o di “altra mensilità aggiuntiva”. E’ inoltre possibile, per le imprese, trasformare i contratti triennali in contratti a tempo indeterminato ma solo se “nelle more delle loro validità, il datore di lavoro opera licenziamenti di dipendenti già in forza”.

Nessuna contribuzione è prevista a carico dei lavoratori o delle imprese alle quali penserà invece lo Stato che vi provvedera’ mediante “cessione di immobili di proprietà, scelti e valutati in contraddittorio”. Né la proposta indica la copertura finanziaria dovuta all’assenza di ritenute fiscali a carico dei lavoratori assunti: “Si tratta di proventi che comunque lo Stato non avrebbe incassato”, si legge, mentre resta da individuare la copertura relativa al credito d’imposta richiesto per gli artigiani che però, si legge ancora nell’appunto, “non sembra essere un grande problema”.

Una proposta, quella lanciata dal Capaldo che fa discutere. Di ”una proposta che può servire a qualcosa”, ma in generale una ricetta anti-disoccupazione non può non fare i conti con la legge 300 del 1970 ”impropriamente detta Statuto dei lavoratori a cui si deve gran parte della difficolta’ di assumere da parte delle imprese”. E’ l’opinione di Guidalberto Guidi, imprenditore ed economista, già vicepresidente di Confindustria, interpellato dall’Adnkronos sulla proposta Capaldo. ”Oggi nessun imprenditore può permettersi di assumere né con un contratto a 3 anni né a maggior ragione con un contratto a tempo indeterminato finché c’è un mercato nel quale separarsi da un dipendente – spiega Guidi – è più difficile che separarsi da una moglie”. La crisi dal 2008 ad oggi, indica ancora l’imprenditore, ha fatto sì che ”non ci sia un portafoglio ordini, né una fidelizzazione del cliente, con un mondo che cambia di 24 ore in 24 ore: in questa situazione – dice Guidi – nessuno assumerà a tempo indeterminato finché esiste da qualche parte la parola ‘reintegro’ quando in ogni parte del mondo anche senza giusta causa un licenziamento viene risolto con il pagamento di un’indennità. Se escludiamo la Germania (ma in maniera diversa rispetto a noi) il reintegro non esiste più”. Insomma nel momento in cui ”le aziende assumono quando c’è lavoro”, bisogna essere ”molto onesti e avere il coraggio di dire che o la legge 300 si prende e si butta nel cestino oppure si continua a dire che mantenerla e’ un fatto inerente alla nostra cultura, alla nostra civilta’ e modo di vivere sapendo pero’ che le le aziende andranno ad occupare in Repubblica ceca, in Serbia in Cina e nel resto del mondo”. Sul fronte dell’occupazione, Guidi prevede che ”se continua così nei prossimi due, tre anni ci saranno da mezzo milione a 1 milione di posti di lavoro in meno”, oltre a quelli già stimati.

“Si può discutere di tutto, ma il punto fermo deve essere la contribuzione. Capisco la flessibilità, e ci sono formule simili che sono state già seguite in altri Paesi e in parte con le startup in Italia, ma senza contribuzione sarebbe inaccettabile, per il resto si puo’ vedere”. Lo sostiene l’ex ministro del lavoro, Tiziano Treu, commentando con l’Adnkronos la proposta che, in chiave anti disoccupazione, prevede contratti triennali non rinnovabili e rescindibili, senza motivazione e con un semplice preavviso di 30 giorni; ‘burocrazia’ zero per i licenziamenti, possibili con una semplice raccomandata a/r; tetto prefissato ai salari, fino a 1000 euro per un tempo pieno e fino a 500 per 4 ore di part time e nessuna contribuzione, che resta a carico dello Stato, né alcuna ritenuta fiscale a carico di lavoratori e imprese, che devono però beneficiare di un credito d’imposta del 30% da compensare fiscalmente.

Mentre per Pietro Ichino, di Scelta Civica, la proposta “coglie l’esigenza urgente di ridurre fortemente il cuneo fiscale e contributivo che oggi raddoppia il costo del lavoro rispetto alla retribuzione netta che il lavoratore subordinato effettivamente percepisce” anche se “risolve il problema in modo un po’ troppo semplicistico e con qualche vero e proprio errore tecnico, prestando il fianco a diverse obiezioni”. Il giuslavorista all’Adnkronos spiega: “La prima obiezione concerne la copertura finanziaria della contribuzione pensionistica figurativa, che viene interamente posta a carico dello Stato: tutti sanno che la cessione degli immobili di proprietà pubblica richiede tempo e non può essere compiuta in modo affrettato, se non si vuole rinunciare a più di metà del valore di mercato del bene venduto”.

“Inoltre – aggiunge- non è sostenibile la tesi secondo cui l’esenzione totale delle retribuzioni dall’Irpef non richiederebbe copertura finanziaria, perché ”si tratta di proventi che comunque lo Stato non avrebbe incassato”: nel corso del 2012 in Italia sono stati stipulati dieci milioni di contratti di lavoro o di collaborazione autonoma continuativa, tutti soggetti alla ritenuta Irpef, ed è evidente che una parte considerevole di questi verrebbe sostituita dai nuovi contratti se questi ultimi venissero esentati totalmente”.

Una bocciatura netta arriva alla proposta Capaldo dai sindacati. Una proposta senza prospettiva, un po’ avventurosa, che non costruisce le condizioni affinché il lavoro ci sia, e che farebbe un danno serio non solo ai lavoratori ma a tutto il Paese. E’ questo, in sintesi, il giudizio formulato da Cgil, Cisl e Uil sulla proposta anti-disoccupazione a cui sta lavorando la Fondazione nuovo millennio, che fa capo a Pellegrino Capaldo. Il modo per far ripartire il mercato del lavoro, già c’è, dicono ad una sola voce Cgil, Cisl e Uil: si chiama apprendistato, si riparta da li’. “Altre soluzioni non farebbero l’interesse del Paese e riaprirebbero uno scontro sui licenziamenti”, sintetizzano. “Se la soluzione – dice il segretario confederale della Uil, Guglielmo Loy- è non pagare le persone, non mi sembra una prospettiva seria per due motivi: per i danni alle persone che non avranno sostanzialmente un futuro pensionistico, con un reddito che prescinde dalla professionalità; e per i danni che farebbe al sistema perché si avranno nel tempo una quantità di lavoratori a basso reddito in una fase in cui il problema e’ il basso consumo”.

Ad ammonire sul rischio di “avventurarsi verso inedite quanto rischiose nuove tipologie contrattuali” e di “riaprire una discussione sulle modifiche all’articolo 18”, anche la Cisl che pure è sempre stata “favorevole a forme di flessibilità in ingresso”. “Esiste già nel nostro ordinamento una tipologia contrattuale fortemente agevolata per il lavoro dei giovani: è l’apprendistato, sul quale si deve ragionare per renderlo più appetibile”, spiega il segretario confederale Cisl, Luigi Sbarra. No deciso anche da parte Cgil. “Abbiamo bisogno di costruire le condizioni affinché il lavoro ci sia e non mi pare che questa proposta lo faccia”, dice il segretario confederale Elena Lattuada, che ricorda come di forme di precarietà il sistema del lavoro italiano ne preveda già oltre 20. “E nonostante questo – aggiunge- mi pare che la disoccupazione non ne abbia risentito. Il che dimostra anche come il lavoro non si crea riducendo i diritti”.

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Verso lo schiavismo, in pratica

Pellegrino Capaldo, banchiere, molto vicino all’Opus Dei e allo IOR

proposta perfettamente in linea alla logica europea che vuole maggiore mobilità, deflazione salariale, più competitività (minor costo del lavoro pr le aziende dal lato contributivo)
Quindi ha risonanza e sarà presa in considerazione.

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I nuovi servi della gleba

L’Italia è uno Stato feudale, non una democrazia. E’ il superamento della democrazia. Il capitale applicato al Medio Evo. I partiti regnanti hanno occupato il Parlamento e nominano direttamente i loro dipendenti, i loro amici, i famigliari, le amanti. C’è la moglie di Fassino del Pdmenoelle che è eletta da 7 legislature, dai tempi di Reagan e del Muro di Berlino. Ci sono gli avvocati di Berlusconi che fanno una legge su misura ogni volta che ha un processo. Esistono due partiti regnanti, il Pdl e il Pdmenoelle. Si sono spartiti il Parlamento. Il Parlamento è un utile strumento in mano al Governo Regnante che lo usa, insieme all’Opposizione Silente, per assegnare le risorse dello Stato ai Vassalli: autostrade, frequenze televisive, acqua, energia, territorio.
Le risorse dei cittadini sono date in concessione per decenni ai vassalli amici che garantiscono così il controllo economico del Paese. “Il feudatario o vassallo non era il proprietario della terra, ma solo un usufruttuario che riceveva beni e protezione da un potente in cambio della sottomissione e di un giuramento vassallatico di fedeltà(*).
I Vassalli italiani sono riuniti in una confederazione detta Confindustria, la Confederazione dei Vassalli di Stato. Ad esempio, il vassallo Benetton ha in concessione le autostrade, già pagate da generazioni di italiani, e chiede il pizzo al casello. I vassalli riuniti nella Hera, azienda multiutility, hanno invece lo sfruttamento dell’acqua.
Può capitare che il vassallo diventi un successore al trono. E’ il caso di Berlusconi al quale il socialista regnante Craxi, ladro e latitante, regalò le concessioni televisive. Grazie all’informazione e ai soldi della raccolta pubblicitaria, il vassallo Berlusconi divenne presidente del Consiglio. In seguito, D’Alema, nel suo breve (ma non abbastanza) regno, promulgò una legge ad hoc per consentire a Berlusconi di pagare solo l’uno per cento dei ricavi allo Stato per le frequenze di tre reti televisive nazionali. D’Alema, quello che è stato trombato come mister PESC per fortuna dell’Europa, andò oltre il concetto di concessione con le donazioni di Stato. Nel 2000 donò a Colaninno e Gnutti, definiti “capitani coraggiosi“, Telecom Italia, la più grande azienda del Paese, spolpata in seguito da Tronchetti Provera. La donazione avvenne con l’acquisto a debito. Colaninno indebitò Telecom e con i soldi del debito la comprò con l’assenso del governo regnante. Telecom Italia è ora tra le aziende telefoniche più indebitate del mondo in attesa di finire in bocca a Telefonica, e l’Italia la nazione più arretrata d’Europa per la diffusione della banda larga. Un’altra grande donazione ai vassalli avvenne per Alitalia. Berlusconi la divise in due parti: una good company e una bad company. La good company finì ai soliti noti della Confindustria dei Vassalli, tra cui i sempiterni Colaninno e Tronchetti, la bad company, con tutti i debiti, rimase a carico dei contribuenti.
I Partiti Regnanti governano con favori, concessioni, donazioni e aiuti di Stato come avviene per la Fiat, il feudatario di Torino, ma anche attraverso Grandi Opere Inutili pagate dai contribuenti, come il Ponte di Messina, la Tav in Val di Susa, le centrali nucleari, gli inceneritori, i rigassificatori, tutte opere realizzate dai Vassalli di Confindustria, Marcegaglia, Ligresti, Romiti, Caltagirone. Le donazioni avvengono inoltre con l’utilizzo delle risorse della Comunità Europea date a vassalli regionali collegati con le mafie senza alcun controllo sulla loro destinazione. I soldi per i depuratori e per le nuove imprese si trasformano in tangenti e le tangenti in voti. L’Italia feudale è per questo prima assoluta per truffe ai danni della Comunità Europea. I partiti regnanti trasformano le risorse dello Stato (nostre) in regalie e la democrazia in una barzelletta. Gli italiani sono i nuovi servi della gleba. Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure.

(*) da Wikipedia, “Feudatario

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di Michele Sequenzia – 24/01/2013

Alessandro II, Zar di tutte le Russie, il 3 marzo del 1861 con il “Manifesto per l’Emancipazione dei Servi” pose fine alla schiavitù della gleba in Russia.
Per 23 milioni di Russi, suoi devoti sudditi, resi schiavi per secoli dal feudalesimo della nobiltà russa, tante povere “anime morte”, fu un giorno di grande giubilo.
Tuttavia subito dopo ci si accorse che la tanto agognata libertà era ancora molto lontana.
Infatti le banche dello Zar, per concedere ai servi della gleba i prestiti per pagare quanto dovuto ai padroni della terra riscattata… Le autorità non erano tanto ben disposte verso la massa dei miserabili contadini, praticamente analfabeti, ignoranti e superstiziosi.

I rischi di non essere ripagati in tempo erano molto alti. Non solo. Non si poteva concedere soldi a chi non aveva ancora nulla. Gli interessi sul prestito, si rivelarono assai pesanti: si doveva rimborsare la somma avuta con il 6% anno per anno, per la durata di 49 anni.
Ciò significava ancora nuovi pesanti sacrifici, miseria, insicurezza e difficoltà di ogni genere.
Parimenti, il contenzioso legale con l’amministrazione centrale dello zar, diventava giorno dopo giorno ingestibile.
La nostra situazione – di debito pubblico – oggi ammonta ad oltre 2000 miliardi di euro. Orbene, tale debito è, “mutatis mutandis” praticamente la stesso debito che i contadini russi dovevano allo Zar. Situazione, la nostra, assai peggiorata, rispetto a quella dei sudditi contadini-servi della gleba dello Zar Alessandro II.
Infatti, il nostro debito pubblico, di oltre 2000 miliardi di euro, una somma praticamente impossibile da restituire, con tassi d’interessi composti crescenti, che impongono sacrifici , lacrime e sangue, per molte future generazioni.
Il nostro futuro è incerto, quello dei nostri nipoti è tutto nero. Tutto questo enorme debito da restituire alle banche estere, rappresenta il conto salato che dobbiamo saldare per ritornare ad essere liberi. Oggi non lo siamo. Siamo tornati ad essere schiavi. Siamo tanti servi della gleba. Il governo, i Partiti, le Liste, come la RAI-Tv e molta stampa ipocrita, corrotta, continuano a mentire.
Le elezioni politiche di questo febbraio non faranno che produrre nuovi pesanti debiti.

Lo zar Alessandro II venne barbaramente ucciso mentre stava passeggiando in carrozza domenica 13 marzo 1881 a San Pietroburgo, sulla Nevsky Prospekt, da Nikolai Rysakov.e da Ignaty Grinevitsky.

N.B: L’espressione servitù della gleba (dal lat. servus, schiavo) designa la condizione di uomini o donne che non godevano di libertà personali, appartenevano a un signore ed erano vincolati alla gleba, ovvero alla terra che coltivavano (Contadini); l’equivalente franc. servage deriva dal lat., mentre il termine ted. Leibeigenschaft da Leib (corpo) ed Eigenschaft (proprietà).
Tante altre notizie su www.ariannaeditrice.it

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I nuovi schiavi e il denaro che non c’e’
di Pierluigi Paoletti www.centrofondi.it

«Potrete ingannare tutti per un po’.
Potrete ingannare qualcuno per sempre.
Ma non potrete ingannare tutti per sempre
»
Abramo Lincoln

Altro che impacciato, helicopter Bernanke il nuovo governatore della FED americana è un professionista degno erede di Mr. Greenspan. Con interventi apparentemente contraddittori e sconclusionati (ora aumento i tassi, ora li diminuisco, ma non troppo…forse…) sta tenendo i mercati finanziari e valutari a galla come un vero illusionista di professione. Tre parole azzeccate ed il gioco è fatto: dollaro giù, dollaro su euro su, oro giù, borse su ….una stampatina di monete da gettare dall’elicottero (appunto) e l’economia riprende…facile no?
Ovviamente non è da solo in questa avventura, ma è il direttore d’orchestra di tutte le altre bande centrali che aprendo e chiudendo i rubinetti creditizi e monetari, determinano la riuscita o il fallimento di nazioni, imprese e persone di tutto il mondo.

Altro che politica, altro che governi di destra o sinistra…i veri padroni del mondo sono loro. Con il giochino stupido stupido di rifilarci cartamonetastraccia contro ricchezza reale hanno soggiogato tutto il primo, il secondo e pure il terzo mondo, ma non basta chiedendo anche gli interessi tengono schiave miliardi di persone che si scannano le une con le altre per cercare accaparrarsi abbastanza denaro da restituire.
Il bello è che la cartamonetastraccia  per gli interessi non viene deliberatamente stampata, quindi ogni giorno necessariamente c’è chi soccombe nella continua lotta alla ricerca del denaro e viene schiacciato, deriso, umiliato e emarginato dal sistema, mentre loro decidono come Dei della vita e della morte delle persone assaggiando chicchi d’uva matura e sorseggiando nettare nelle loro dimore sull’Olimpo.

Non ci credete? Bene, ve lo spieghiamo in un modo molto semplice: a fronte dell’emissione di denaro, la banda centrale chiede titoli di debito (obbligazioni) allo stato  di pari importo – es. lo stato ha bisogno di 100 talleri, la banda centrale stampa 100 talleri a fronte di una promessa di restituzione da parte dello stato di 100 talleri più un modico tasso di interesse. Ora, immaginiamo che non esista altra moneta in circolazione se non quei 100 talleri, dove pensate che lo stato troverà i talleri in più per gli interessi?
Ovviamente da nessuna parte, NON ESISTONO! L’unica possibilità è toglierli da quei 100, ma allora si rinuncia ad una parte dell’investimento, oppure chiederli alla banda centrale che però li stamperà solo a fronte di altre obbligazioni e chiedendo altri interessi. Capito allora dove sta il trucco?

In pratica hanno creato un sistema per il quale la restituzione degli interessi è impossibile se non attraverso un nuovo indebitamento e la cosa è resa ancora più difficile perchè a fronte di talleri di cartastraccia alla banda centrale lo stato deve restituire ricchezza vera prodotta dal lavoro e dall’intelligenza delle persone.
Purtroppo però non finisce qui. Lo stato di per sé non produce niente, è solo un’invenzione giuridica e per far fronte ai sui impegni con la banda centrale chiede tasse sempre più alte ai suoi cittadini e alle sue aziende diminuendo sempre più i servizi erogati in modo proporzionale all’aumento del debito. I cittadini e le aziende a loro volta dovendo far fronte ad un costante aumento delle imposizioni statali sul reddito prodotto (Irpef, Irpeg ecc.) e sui beni consumati (accise, Iva ecc.), molte volte sono costretti ad indebitarsi attraverso il sistema bancario che a sua volta chiede altri e più sostanziosi interessi esattamente con lo stesso sistema della banca centrale solo che la moneta emessa sarà monetastracciavirtuale ovvero generata dal computer (sappiamo cosa state pensando…levatevelo dalla testa il vostro computer non è buono, quelli che creano denaro sono solo quelli delle banche!).

Attenzione, anche in questo caso però mancano i talleri per gli interessi, semplicemente NON ESISTONO.
Quindi lo stesso sistema con il quale vengono indebitati gli stati dalle bande centrali, viene utilizzato dalle bande commerciali per indebitare aziende e singoli e poiché lo stato non esiste i singoli, in pratica devono pagare due volte, una per l’indebitamento dello stato (importo nominale più interessi) e un’altra per l’indebitamento personale (importo nominale più interessi) a fronte di cosa? Di cartamonetastraccia in un caso e di monetastracciavirtuale nell’altro!
Adesso capite perché se il nostro PIL non cresce siamo immediatamente tutti più poveri?

Che per mantenere il nostro tenore di vita dobbiamo correre sempre di più?
Adesso vi è più chiaro cosa vogliono dire quando parlano di sana competizione? Significa che per restituire il prestito alla vostra banca dovete lottare nell’arena con gli altri per arrivare ad accaparrarsi quella poca monetastraccia di carta o virtuale togliendola a qualcun altro che non trovandone più disponibile verrà pignorato dei suoi beni, verrà dichiarato fallito e lasciato ai margini della società come persona indegna perché non è riuscito a procurarsi qualcosa che NON ESISTE!
Ah se sapessero che non è tutta colpa loro se non hanno trovato il denaro che non c’è se la loro azienda è fallita, se non sono riusciti a rientrare in tempo nei termini dello scoperto di conto corrente…ah se sapessero che sono vittima di un meccanismo perverso fatto a posta perchè ogni giorno qualcuno soccomba e sia fagocitato dagli uffici legali delle banche e dagli ufficiali giudiziari… se lo sapessero…

Se lo sapessero le famiglie dove prima lavorava solo il capofamiglia e manteneva quattro o più persone, mentre oggi solo per sopravvivere devono lavorare almeno in due ed a volte non basta…se sapessero che la casa che hanno acquistato con tanti sacrifici la pagheranno almeno il doppio alla banca che gli ha “concesso” un mutuo a 10-20 o 30 anni (una vita intera) con un semplice click sul computer ovvero semplice aria fritta, e se non riuscissero a pagare le rate ecco che la banca si prende la loro casa, la loro vita … ah se lo sapessero.
Se lo sapessero coloro che votano a destra o a sinistra perchè trionfi la pace, la libertà e la democrazia, perché vengano tutelati i loro interessi, se sapessero che quegli stessi politici che parlano di alti ideali e rispetto delle regole sono stipendiati due volte, una, piuttosto profumatamente, dalla comunità e l’altra dai loro veri padroni, sempre con i nostri soldi sia chiaro, che li hanno messi in quella posizione per eseguire meglio i loro ordini…se lo sapessero quelli che hanno votato la sinistra…se lo sapessero quelli che hanno votato la destra.

Se sapessero come hanno svenduto l’Italia nel 1992 e come continuano a farlo imperterriti, con quella faccia tosta di chi ha le spalle coperte dai potenti…se lo sapessero.
Se sapessero che in 10 anni di finanziarie ci hanno sottratto 240 miliardi di euro e con quella che verrà fanno 275 miliardi di euro ovvero 532.474.250.000.000 di lire. Pensate a quante cose si potevano fare con quei soldi che invece sono finiti nelle tasche delle banche centrali per ripianare un debito che NON ESISTE!
Ci hanno rubato tutto persino le parole. Non possiamo urlare Forza Italia senza pensare a Berlusconi, non possiamo dire pace senza pensare ai militari con i carri armati impegnati nelle missioni di peace-keeping (?!), alla democrazia senza pensare all’Afghanistan o all’Iraq e agli americani che la esportano come fosse una merce. Dicono che siamo un popolo libero e democratico, secondo noi un popolo è libero quando può scegliere, quando fischietta mentre lavora, quando i suoi figli crescono con l’amore della famiglia, ma come può esserci tutto questo con un sistema monetario creato per indebitare, soggiogare, derubare? che per onorare assurdi ed inesistenti debiti spinge le persone a lottare le une contro le altre?

Se vi guardate intorno vedrete sempre più persone correre dalla mattina alla sera per un pugno di cartastraccia per rincorrere scadenze, tasse, debiti, bollette, affitti, rate, multe, cartelle pazze ecc. non ne troverete nemmeno uno che mentre fa il suo lavoro fischietta ed e’ felice. Siamo davvero liberi o siamo i nuovi SCHIAVI?
Ahh se tutti loro sapessero queste cose… cosa pensate che farebbero?

PS: Henry Ford lo sapeva:
«È un bene che gli abitanti della nazione non capiscano abbastanza il nostro sistema bancario e monetario, perché se lo facessero, credo che ci sarebbe una rivoluzione prima di domattina»

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di GIUSEPPE ISIDORO VIO

Il 13 di maggio del 1888 la principessa Isabella firmò la Legge Aurea decretando l’abolizione della schiavitù nell’ultimo paese al mondo in cui era ancora in vigore, il Brasile. Moltitudini di afrobrasiliani furono liberate dalla schiavitù, dal lavoro forzato nelle piantagioni dei fazendeiros, i grandi latifondisti brasiliani che fino allora avevano basato tutta la loro economia sullo schiavismo. Ciò che caratterizzava i proprietari di schiavi era di essere i portatori dell’ideale di non lavorare, la cui traduzione economica emblematica era la persona che, vivendo di rendita, si dedicava all’ozio e quasi sempre era favorita dalle decisioni economiche.

Questa logica, valorizzando chi non lavorava, fu incorporata dagli stessi schiavi al momento della loro liberazione. Per la maggior parte d’essi, il passaggio dalla condizione di presi a quella di cittadini significò soprattutto fare quello che prima non gli era permesso e che caratterizzava gli unici uomini liberi che conoscessero: non lavorare e dedicarsi all’ozio o almeno ad attività intellettuali, creative e ricreative. E’ evidente che la gran parte d’essi non avevano di fatto questa possibilità. Dovevano guadagnarsi da vivere e non c’era nessuno che lavorasse per essi, ma questo non impedì loro di essere contaminati dall’ideale secolare che permeava tutta la società brasiliana.

In altri termini nella loro ingenuità e semplicità possiamo dire che avevano stabilito un’equazione ben chiara che equiparava la schiavitù con il lavoro salariato, soprattutto se manuale e a prescindere dal salario percepito. Lavorare dalla mattina alla sera nei campi per percepire un salario che avrebbero rapidamente speso per il mantenimento proprio e dei famigliari o comunque sperperato in altre forme era forse peggio che essere mantenuti e accuditi come schiavi dai fazenderos dei quali costituivano tutto sommato un capitale imprescindibile che andava ben alimentato, curato dalle malattie e fatto prolificare negli anni. L’unica differenza con la schiavitù era che adesso potevano piantare tutto in asso e andarsene senza preoccuparsi del capataz che li avrebbe inseguiti e catturati per riportarli alla fazenda ed è questo che, di fatto, fecero.

Iniziò così l’esodo di queste masse di ex-schiavi verso le città, fino a quel tempo poco popolose, in cui intendevano cercare fortuna lasciandosi alle spalle la vita dei campi per iniziare una nuova vita nella capitale. Nacquero così tendopoli e baraccopoli ai margini delle capitali che si ampliarono sempre più dando origine al fenomeno delle favelas. La maggior parte d’essi dovettero comunque adattarsi a lavori autonomi di ripiego, al piccolo commercio e alcuni ai furti e alla delinquenza. Contemporaneamente, per rimpiazzare la manodopera persa, i governi locali diedero il via in Europa a campagne pubblicitarie che invitano la gente a emigrare in Brasile per incrementare e rafforzare un’immigrazione che già era in corso da un decennio. La colonia italiana costituì il maggior contingente di immigranti, seguiti in numero da portoghesi, spagnoli e tedeschi.

Questi immigranti erano già assuefatti alla realtà del lavoro libero e salariato e taluni già indottrinati nell’ideologia marxista, per cui non ebbero difficoltà a sostituire nei campi gli schiavi reclamando con forza per se stessi anche condizioni di lavoro e salario più soddisfacenti. Oggi, alla luce di tutti i cambiamenti che nel frattempo sono avvenuti nel modo, come il fallimento del comunismo, la crisi del capitalismo, la globalizzazione e la reazione a essa con i movimenti no global, la decrescita sostenibile e felice e l’ideale di una società che combini libertà individuale e creatività, siamo proprio sicuri che non avessero ragione gli ex-schiavi brasiliani a equiparare schiavitù a lavoro salariato e che non sia giunto il momento di abolire anche quest’ultimo?

Che differenza c’è tra gli eletti al Parlamento di uno Stato (i cui i cittadini sono come soci paritari di capitale) e gli amministratori di una grande società privatistica (i cui capitali appartengano a un diffuso e piccolo azionariato) se costoro si comportano come fossero, i primi, proprietari dello Stato e, i secondi, dell’impresa, aumentandosi gli emolumenti e le buone uscite a piacimento, indipendentemente dai risultati ottenuti e senza che i veri proprietari possano, di fatto, impedirglielo? In altri termini, non esistono grandi differenze tra statalismo, collettivismo e certe forme di capitalismo che si basano su grandi imprese e masse di salariati obbedienti e curvi ad eseguire lavori preordinati e di routine mentre burocrati o grandi manager ne detengono l’effettivo potere.

Se vogliamo perseguire l’ideale democratico e delle libertà individuali abbinate alla creatività umana, la via è come minimo quella di un’organizzazione statale molto snella e decentrata abbinata a un’economia basata sulla piccola e media impresa, salvo che non si trovi il modo di organizzare la grande impresa in maniera totalmente differente da com’è ora. Sarebbe utile ridurre al minimo i dipendenti pubblici e abolire il lavoro dipendente nel privato. Infatti, l’unificazione del sistema lavoro nel privato, puntando al solo lavoro autonomo e a società di persone o persone e capitale, potrebbe generare un credibile volano propulsivo che porti alla creazione d’innumeri posti di lavoro basati su creatività individuale, corresponsabilità, competitività, meritocrazia e ripartizione degli utili aziendali, rivoluzionando con ciò alla base il mercato del lavoro e il concetto stesso di lavoro. Ma per fare questo bisognerebbe convincere chi ancora preferisce rinunciare a parte della sua libertà in cambio di un lavoro garantito e ben retribuito per quanto ripetitivo e alienante, alla pari del cittadino che in uno stato centralista lontano e statalista, tende delegare ai politici la partecipazione democratica in cambio del benessere puramente materiale.

Purtroppo ora in Italia vi è una lampante sperequazione a favore dei lavoratori pubblici e dei salariati iper garantiti soprattutto della grande industria. I primi non possono essere licenziati mentre i secondi usufruiscono di ammortizzatori sociali, come la cassa integrazione in deroga. Questa è pagata dalla fiscalità generale cui contribuiscono pertanto anche lavoratori autonomi, artigiani, commercianti, micro e piccoli imprenditori pesantemente tassati, perseguiti da Equitalia e colpiti dalla crisi, che non possono delocalizzare non avendo capitali neanche per emigrare da questo paese ingiusto, e condannati a un destino paragonabile a quello di schiavi che col loro lavoro forzato e grazie a un prelievo fiscale assurdo mantengono altri cittadini privilegiati. L’abolizione del lavoro salariato sarebbe il modo radicale per eliminare le troppe anomalie per cui in alcuni casi esso equivale a schiavitù mentre in altre esso diventa un’odiosa forma di sfruttamento nei confronti di altri lavoratori.

In conclusione, si tratta dirimere la solita questione: è meglio fare un lavoro alienante per vivere o vivere per fare un lavoro esaltante. La risposta è ovvia, ma esiste una terza scelta, moralmente discutibile: vivere alle spalle di qualcun altro o di rendita, che di solito coincidono. Se un giorno, l’umanità troverà una fonte d’energia inesauribile e a portata di mano, le persone avranno infine anche la possibilità di dedicarsi a ciò che a loro piace e interessa realmente, senza che ciò debba per forza coincidere con qualcosa di economicamente utile e produttivo e allora nella costituzione italiana sarà finalmente scritto: «L’Italia è una repubblica democratica fondata sulla libertà e la felicità dei cittadini».

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Niente diritti per i nuovi schiavi

di Michele Ainis

Una grande questione politica e civile, ma di cui nessuno parla, è quella degli immigrati: sfruttati, discriminati, spesso aggrediti. Mentre la burocrazia si accanisce contro di loro e gli viene negato il voto anche alle amministrative

(24 luglio 2012) S aranno gli effetti del governo tecnico, che s’occupa unicamente di conti pubblici e nuove tasse da pagare. Sarà per la crisi dei partiti, che parlano soltanto di se stessi, di alleanze, di marchingegni elettorali. Ma una grande questione politica e civile è ormai in esilio, e a nessuno importa un fico secco. Neanche quando gira in tragedia: 54 morti e un unico sopravvissuto su un gommone avvistato il 10 luglio, eppure il giorno dopo non una parola dai nostri leader fin troppo ciarlieri, un angolino in cronaca sulla stampa nazionale. Quanto poi ai vivi, agli immigrati con un contratto in regola e un permesso di soggiorno (2.089.000, secondo i calcoli dell’Istat), loro sono un popolo invisibile. Un popolo di schiavi.

Ecco infatti qualche dato. A parità di mansioni, un immigrato guadagna il 36 per cento in meno rispetto a un italiano. E la crisi economica ha peggiorato questa discriminazione. Nel periodo 2004-2007, i mutui concessi dalle banche agli immigrati rappresentavano l’8,2 per cento del totale; nel quadriennio 2008-2011 la quota è scesa al 4,5. Nel frattempo gli consentiamo solo i lavori più umili e precari. Li costringiamo a vivere in tuguri pagati a caro prezzo, sicché il 34 per cento versa in condizioni di disagio abitativo, contro il 14 degli italiani. Quando va bene, perché gli stranieri formano inoltre la netta maggioranza (67 per cento) dei senzatetto. Temiamo che ci facciano del male, ma più di frequente siamo noi stessi ad aggredirli (ogni 25 ore uno straniero subisce un atto di violenza).

E C’E’ INFINE una discriminazione normativa, oltre che sociale. Corre sulle montagne russe della burocrazia: a un cittadino bastano 30 giorni per rinnovare il passaporto, a uno straniero ne servono 291 per rinnovare il permesso di soggiorno. Viaggia sui vagoni piombati usciti dall’officina del diritto, a partire dalla legge Bossi-Fini, che gli ha reso la vita assai più dura. Arranca sul reato di clandestinità, introdotto da Maroni e benedetto poi dalla Consulta (sentenza n. 250 del 2010): in sintesi, se perdi il lavoro perdi anche il permesso di soggiorno, e a quel punto diventi tecnicamente un delinquente.

Ma il punto di crisi più profondo sulla condizione degli immigrati è la libertà di partecipare alla nostra vita pubblica, di condizionare la politica, d’esprimere una scelta elettorale. No taxation without representation, senza rappresentanza niente tasse, recita l’antico motto dei coloni americani. Invece una riforma costituzionale del 2000 ha elargito il diritto di voto agli italiani residenti all’estero (anche se in Italia non ci hanno mai messo piede, anche se non pagano un euro di tasse), mentre nessuna riforma lo ha mai garantito agli stranieri residenti qui da molti anni. Insomma i nostri fratelli separati votano ma non pagano dazio, gli immigrati pagano e non votano. Nemmeno alle elezioni amministrative, dove si decidono le sorti delle città in cui loro vivono, studiano, lavorano. Significa che il 5,3 per cento della popolazione residente è condannata all’astensione dal voto.

L’UNICO MODO per uscire dal ghetto è diventare cittadini, ma anche questa è una via tutta in salita. La legge n. 91 del 1992 si basa sullo ius sanguinis (è cittadino chi sia figlio di almeno un genitore italiano), anziché sullo ius soli, come negli Usa (è cittadino chi nasca nel territorio dello Stato). Dunque i figli degli immigrati nati in Italia, che frequentano una scuola italiana, che magari parlano dialetto siciliano o romanesco, rimangono stranieri in patria. Potranno chiedere la cittadinanza più avanti nel tempo, quando diventeranno grandicelli; ma non è un diritto, è piuttosto una graziosa concessione delle autorità amministrative. E per ottenerla servono 10 anni di residenza ininterrotta nel nostro Paese, che nella pratica diventano almeno 13 anni.

Ecco, mettiamoci una pezza. Facciamolo per Balotelli, italiano con la pelle nera che ci ha fatto guadagnare una finale. Facciamolo per curare le nostre pulsioni schizofreniche: chiediamo l’unione politica all’Europa, la rifiutiamo in Italia. O almeno facciamolo per correggere lo spread: quello sui diritti civili.

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INCHIESTA

NUOVI SCHIAVI, IL MERCATO DELLE VITE RUBATE

Un business da 10 miliardi di dollari che coinvolge, secondo le Nazioni Unite, almeno 1,2 milioni di bambini. L’ultimo rapporto Onu sul traffico di esseri umani rivela cifre drammatiche. Quasi il 60% dei nuovi schiavi sono donne, in gran parte ragazzine

Nello Scavo
03 Aprile 2013
Avvenire-Un business da 10 miliardi di dollari che coinvolge, secondo le Nazioni Unite, almeno 1,2 milioni di bambini. L’ultimo rapporto Onu sul traffico di esseri umani rivela cifre drammatiche. Quasi il 60% dei nuovi schiavi sono donne, in gran parte ragazzine costrette a prostituirsi. E nei Paesi in via di sviluppo sono migliaia i bambini
impiegati nella produzione di beni da esportazione: dai computer all’abbigliamento. Unica nota positiva: cresce il numero di Stati che applica norme contro la schiavitù.Fatima ha smesso di piangere al tramonto del Giovedì Santo. Nell’ospedale di Agadir l’avevano portata che sembrava un tizzone. Era una piccola cameriera, Fatima, come almeno altre 60mila bambine marocchine. I suoi “padroni”, un poliziotto e
una insegnante che l’avevano comprata anni prima per pochi dinari, l’hanno torturata per ore con la brace viva. Era successo altre volte, ma la settimana scorsa la schiava bambina è morta. «Non faceva bene il suo lavoro», hanno provato a spiegare i due aguzzini. Nei giorni precedenti altre piccole schiave comprate nei villaggi più poveri avevano fatto la stessa fine. Il fatturato annuo del traffico degli esseri umani è stimato in 10 miliardi di dollari. Donne e bambini sono la merce più scambiata nei bazar delle vite a perdere. «La tratta delle persone – ha ammonito papa Francesco il giorno di Pasqua – è proprio la schiavitù più estesa in questo ventunesimo secolo».Secondo le Nazioni Unite ogni anno nel mondo 1,2 milioni di bambini sono trafficati e sfruttati. E l’Unicef denuncia come annualmente oltre mezzo milione di giovani donne vengano deportate in Europa occidentale per essere sfruttate nel mercato del sesso a pagamento. «La tratta degli esseri umani richiede una risposta forte, fondata sulla assistenza e la protezione delle vittime, l’applicazione rigorosa delle norme della giustizia penale, insieme a una regolamentazione delle politiche migratorie e del mercato del lavoro», sostiene Yury Fedotov, vicesegretario generale dell’Onu e direttore esecutivo dell’Undoc, l’agenzia contro la criminalità e il traffico di droga.L’allarme è confermato dal “Rapporto Globale sulla tratta delle persone 2012”, recentemente ultimato dall’Ufficio Onu di Vienna. Il dossier indica una riduzione complessiva dell’età media delle vittime, registrando un aumento del traffico di minori, finalizzato al lavoro forzato e alle più bieche forme di sfruttamento, come l’accattonaggio e l’imprigionamento nei locali per pedofili. Due terzi di tutti i minorenni schiavizzati sono bambine avviate allo sfruttamento sessuale. La stragrande maggioranza delle persone rivendute dai moderni negrieri sono donne, che rappresentano dal 55 al 60 per cento delle schiave rilevate a livello globale. Tuttavia, la percentuale totale di donne adulte e ragazze minorenni raggiunge in alcune aree (come i Paesi Arabi e il sudest asiatico) il 75 per cento del totale.Ogni ora in India undici bambini vengono inghiottiti dai trafficanti di piccoli schiavi. “Venduti” a ricche famiglie per farne domestici, operai in fabbriche e laboratori artigiani, oppure ceduti alle organizzazioni che gestiscono l’accattonaggio e la prostituzione. E cresce, in tutto il mondo, il traffico di esseri umani finalizzato all’espianto di organi. Come ha scoperto l’estate scorsa il Salvation Army, l’organizzazione di beneficenza che assiste, sotto incarico del ministero della Giustizia di Londra, gli adulti finiti nella rete del commercio di persone. L’Esercito della salvezza aveva individuato una ragazza fatta arrivare illegalmente nel Regno Unito per espiantarle gli organi e venderli poi al mercato nero. Il primo caso del genere scoperto in Gran Bretagna. «Tra le forme di sfruttamento, il lavoro forzato è quello in più rapido aumento – si legge nel rapporto -. Rispetto al 18%registrato nel periodo 2003-2006, i casi di tratta a fini dello sfruttamento produttivo sono raddoppiati nel periodo 20072010, fino a raggiungere il 36%».All’interno di questo quadro, ci sono significative variazioni regionali. Mentre la quota dei bambini vittime accertate è il 68 per cento in Africa e nel Medio Oriente, e il 39 per cento in Asia del Sud, Asia orientale e Pacifico, la proporzione diminuisce al 27 per cento nelle Americhe e al 16 per cento in Europa centrale. Quasi metà dei casi di traffico accertati a livello mondiale si verificano all’interno della stessa regione. Oltre il 75% dei flussi sono «a percorso breve o medio». Questo perché il “commercio” risulta più facile e meno rischioso per i trafficanti, che sulle brevi distanze mantengono un maggior controllo del loro “mercato”. A volte le vie dell’esportazione illegale di esseri umani conoscono percorsi inconsueti.L’anno scorso è stato scoperto un tunnel lungo 700 metri scavato a sei metri di profondità e dotato di un binario per un piccolo vagone con il quale i contrabbandieri trasportavano sigarette, merci e persone dall’Ucraina all’Unione europea attraverso il confine con la Slovacchia. L’ingresso della galleria in territorio slovacco si trovava in un edificio destinato a uffici, quello in Ucraina era in un appartamento privato nella città di Uzhgorod.Nelle oltre cento pagine di rapporto Onu, viene raccontato un mondo che i trafficanti cercano di nascondere con ogni mezzo. Emerge che dietro quasi ogni prodotto che acquistiamo, dal cibo all’abbigliamento all’elettronica, si nasconde lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, del forte sul debole. E un consumatore medio, che disponga di un computer laptop, una bicicletta, un paio di scarpe a buon prezzo, ha buone probabilità di aver involontariamente contribuito a mettere in catene centinaia di schiavi. Tra le democrazie in via di sviluppo, l’India è il caso peggiore. Secondo uno studio indipendente condotto sulle denunce di sparizione di minori, dal 2008 al 2010 (ultimi dati disponibili), sono spariti 117.480 bambini, la maggior parte a Mumbai, Calcutta e New Delhi. Ma queste cifre si riferiscono esclusivamente ai ragazzini rapiti e per i quali le famiglie hanno presentato esposto alla polizia. Sfugge invece a qualsiasi stima il numero di quanti vengono messi in vendita dai genitori. L’incremento del benessere nel ceto urbano ha infatti aumentato la richiesta di “piccoli schiavi” per lavori domestici. Il fenomeno è particolarmente acuto nella capitale indiana, dove nel 2011 si sono perse le tracce di 1.442 minorenni.Una buona notizia, però c’è: rispetto al Rapporto Globale 2009 è stato notato un aumento del numero degli Stati che infliggono condanne ai trafficanti di uomini. Tra il 2003 e il 2006, circa il 40% dei Paesi non aveva mai istruito un processo, ora
questo numero si è ridotto al 16 per cento. La mappa della vergogna Principali Paesi di origine Principali Paesi di destinazione Paesi di origine e destinazione Fonte: Rapporto UNODC 2012 1,2 milioni di bambini “trafficati” e sfruttati ogni anno 500mila
donne portate in Europa e sfruttate nel mercato del sesso 10 miliardi di dollari il fatturato del traffico di persone.LA PAROLE Il traffico di esseri umani viene suddiviso dalle Nazioni Unite in due distinte componenti. Smuggling Il termine può tradursi con l’espressione «favoreggiamento dell’immigrazione illegale». I migranti si rivolgono alle organizzazioni criminali per poter migrare. Essi investono un capitale proprio (o ottenuto in prestito) per acquistare il “servizio di trasporto”. Una volta a destinazione il loro rapporto con i trafficanti si conclude. Trafficking In questo caso si è di fronte alla vera tratta di esseri umani. Le vittime vengono cioè reclutate direttamente dai trafficanti facendo uso della violenza (come i rapimenti), dell’inganno (promessa di un lavoro onesto), della minaccia (rivolta alle vittime o ai loro familiari). Una volta reclutati gli “schiavi”
vengono condotti dal Paese di origine a quello di destinazione, dove continueranno ad essere “proprietà” degli sfruttatori.
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di Massimo CacciariUno su tre è disoccupato, gli altri due lavorano senza previdenza, senza diritti, in imprese con tassi di mortalità elevatissimi e costrette a una competizione pazzesca. Mentre sono del tutto ignorati dalla politica. E’ a loro, oggi, che bisogna guardare(16 gennaio 2012)

Sulle trasformazioni dell’organizzazione e della composizione del lavoro e sulla fine dell’epoca “fordista” circolano da decenni biblioteche di studi, che più o meno ormai si ripetono, usque ad nauseam. Non occorre essere esperti per capire che l’eroico tempo della grande concentrazione operaia e industriale, dei grandi conflitti tra capitale e lavoro, è tramontata per sempre. almeno da noi (risorgerà, chissà in quali forme, in India, in Cina?): basta avere occhi e girare per le nostre metropoli.Quel tempo è diventato archeologia. Ma l’inerzia delle organizzazioni sindacali e politiche è pari soltanto a quella delle nostre lingue: le loro strategie mutano con fatica e lentezza anche maggiori. Tutto l’attuale dibattito in materia di occupazione e diritti del lavoro ha l’aria di un nostalgico revival tra vecchie destre e vecchie sinistre. Forse che gli articoli 18 hanno impedito licenziamenti di massa in questi anni, o possono frenare, non dico arrestare, i mutamenti del processo produttivo, della composizione dell’occupazione, la delocalizzazione? E, altra faccia della stessa medaglia fuori corso, le apologie più o meno mascherate su flessibilità, mobilità, ecc. Forse che è sufficiente la disponibilità sindacale su tali materie perché si decida di investire? Come se tale disponibilità non si manifestasse già, piena, a volte anche troppo, nella realtà dei rapporti di lavoro. Forse che investire, oggi, significa automaticamente aumentare la domanda di lavoro?E mentre ci si balocca a difendere trincee sulle quali il “nemico” è già passato coi carri armati, tutta una generazione aspetta di essere riconosciuta nei suoi nuovi, specifici problemi e, magari, di organizzarsi. Come lavora quel 60 per cento di giovani “fortunati” che un lavoro ce l’hanno? Inventandoselo, nella maggior parte dei casi. Lavoro nelle maglie della piccola o piccolissima impresa; lavoro autonomo di servizio, anche ad alta intensità di “conoscenza”; free lance di ogni tipo. Quel poco di occupazione che si crea, si crea fuori o ai margini dei settori tradizionali. Vuol dire più autonomia e “libertà”? Non scherziamo.Nella maggioranza dei casi, queste nuove imprese, di dimensioni quasi individuali, senza alcun sostegno finanziario, con tassi di mortalità elevatissimi, erogano un lavoro ancor più dipendente di quello salariato di una volta. Non solo perché “servono” a imprese pubbliche o private più strutturate e politicamente e sindacalmente più influenti, non solo perché ne sono in larga misura l’effetto del processo di “esternalizzazione”, ma perché costrette a una competizione “mortale” tra loro per ottenere commesse, che si vedono poi pagate con ritardi insostenibili. Mille volte peggio che precari! E ciò che fa schifo è appunto questo: che il lavoro giovane, che aspira certamente a essere autonomo, che è certamente più ricco culturalmente di quello antico, debba pregare per farsi riconoscere, per potersi sviluppare. Che il futuro, bello o brutto che sia, debba stare al servizio del passato: questo condanna un paese, una nazione, una civiltà.Quanti giovani lavorano “dispersi” in questa galassia? Senza alcun sostegno dal sistema bancario, ignorati dalla cosiddetta politica. Senza garanzia previdenziale. Con sussidi di disoccupazione, tra un periodo di lavoro e l’altro, che sono i più bassi di Europa. E non certo di semplici “ammortizzatori” vi sarebbe bisogno ma di una politica del lavoro capace di strutturare queste nuove forme di impresa, di puntare sulla loro crescita. O pensiamo di poter aumentare l’occupazione nel lavoro pubblico dipendente a tempo indeterminato? Una politica attiva del lavoro è oggi pensabile soltanto come tutela, sostegno strategico, organizzazione sindacale delle nuove professionalità che, al di là dei vecchi ordini e del loro decrepito corporativismo, si vanno formando nella “rete” dei servizi alle imprese globali, nell’informazione, nella cultura (patrimoni artistici, paesaggistici, turismo). Sarebbe ora di metter mano all’aratro e cessare di volgere indietro lo sguardo.
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NUOVI SCHIAVI

martesdì 26 marzo 2013

Migrante in Italia – foto Gilan
di Gianni Lannes
La schiavitù è stata formalmente abolita in quasi tutto il mondo, ma il numero degli schiavi aumenta sempre più. Uomini, donne, vecchi e bambini.
Italia – foto Gilan
La nuova schiavitù del debito sostituisce quella di sangue. Oltre al colore della pelle, ora è la miseria a determinare il degrado della vita umana. Non vediamo l’Altro da noi: al massimo lo scorgiamo in quanto merce o rifiuto.
Italia: anno 2013, campi di concentramento – foto Gilan
Gli occidentali hanno inventato il commercio dell’essere umano.
Dal Ghana e dal Senegal gli schiavi finiscono in Brasile, Colombia, Cuba, nei Carabi dello zucchero e nell’America delle piantagioni. L’abolizione decisa dalle potenze europee al Congresso di Vienna (1815) resta lettera morta. Nel 1808 la schiavitù viene condannata negli Usa, ma ci vorrà una guerra civile dal 1861 al 1865 per abolirla. Nel 1848 viene vietata nelle colonie francesi e in Gran Bretagna. Se nel Ghana viene abolita dagli inglesi un secolo fa, in Africa centrale la pratica continua alla luce del sole.
 
Negli Stati aderenti alla convenzione di Ginevra del 1926, la schiavitù, secondo la quale gli individui sono proprietà di qualcuno, senza diritti civili e politici, è perseguita penalmente. L’ultimo capitolo, però, non è stato ancora scritto.
un fanciullo migrante – foto Gilan
I bambini ridotti in schiavitù dall’impunità garantita ai negrieri del terzo millennio, ci ricordano che la responsabilità è di ciascuno di noi, dell’indifferenza di realtà che ignoriamo finché non ci vengono sbattute in faccia con violenza. Delle merci spesso nobilitate da marchi di prestigio che continuiamo ad acquistare e a sfoggiare facendo finta di non sapere come e da chi siano state fabbricate.
In Italia, invece – oltre alla dilagante schiavitù dei lavoratori “stranieri” maltrattati come extra-terrestri nelle campagne – è aumentato a dismisura il servilismo che alligna ovunque. E poi, nel Belpaese siamo talmente umani e cristiani che i migranti vengono rinchiusi a migliaia nei campi di concentramento della modernità, imposti dalla politica italiota (legge Turco-Napolitano & legge Bossi-Fini), in ossequio all’Europa. Vergognamoci tutti: non muoviamo un dito per arrestare questo crimine contro l’umanità.
braccianti migranti – foto Gilan
L’Italia dovrebbe guardare soprattutto al Mediterraneo, al Medio Oriente e all’Africa. Invece, la diplomazia italiota non è buona neppure a salvaguardare due marò.
migrante in fuga – foto Gilan
Oggi gli schiavi costano così niente, che sono diventati una merce usa e getta. In fondo non esistono: sono invisibili.
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Minori stranieri, i nuovi schiavi del crimine
20 settembre 2012

Se dal 2003 ad oggi gli articoli del Codice penale 600 (riduzione in schiavitù o in servitù), 601 (tratta di persone) e 602 (acquisto e alienazione di schiavi), sono stati modificati con un sensibile inasprimento delle sanzioni e con l’introduzione di una serie di aggravanti, è perché in Italia, di anno in anno, aumentano le varie tipologie di “schiavitù”.E perché negli ultimi 3 anni 1.246 persone sono indagate, in stato di arresto o di libertà, per questi reati. Basterebbe questo per restare senza fiato. Ma il dato diventa agghiacciante se si tiene conto che le vittime, nella quasi totalità dei casi, sono giovani e giovanissimi, con percentuali in continua ascesa per i minorenni, non solo stranieri. Maschi e femmine, 12, 13, 14 anni, schiavi. Bambini ma anche fonti di guadagno, oggetti da usare nelle mani di potentati criminali sempre più simili a multinazionali, abilissime ad avviare bambini e adolescenti verso il lucroso giro della prostituzione, dei lavori forzati, dell’accattonaggio, nello sconfinato mondo dei mercati illegali.Niente è approssimazione, tutto è “scientifico” nella spietata programmazione delle mafie. Proviamo a comprendere meglio con i numeri: al 6 luglio del 2012 le forze dell’ordine avevano censito poco più di 8.000 migranti entrati irregolarmente in Italia. Il numero è destinato a crescere perché l’elaborazione negli archivi centrali non ha ancora ricevuto le cifre ufficiali di molti organi periferici. Ebbene, di questi 8.000 stranieri, 155 erano minori accompagnati e ben 621 non accompagnati: nessun genitore, nessun parente ha compiuto il viaggio con loro. Bambini e ragazzi completamente soli che entrano in un Paese nuovo.Anzi, quasi sempre in un continente nuovo. Ma per fare cosa? Ecco i gruppi più numerosi stimati dalla Polizia: 196 afgani, 188 egiziani, 148 somali. Negli ultimi anni anche la Grecia (1.665 immigrati nei primi sette mesi del 2012), si è andata confermando come una delle porte di accesso più frequentate dall’immigrazione irregolare dell’Est verso l’Occidente. Se si guarda al fenomeno globalmente, i migranti fuggono soprattutto da guerre, carestie, degrado. Spesso, quando i minori raggiungono Lampedusa, le coste siracusane, quelle dell’Agrigentino, o quelle pugliese e calabresi, vengono temporaneamente indirizzati dalle forze di polizia in centri di accoglienza, o in istituti. Ma ci restano poco. Perché prima o poi riescono è scappare. E c’è sempre chi li agevola. A quel punto si trovano per strada. Dove diventano merce appetibile per gente senza scrupoli.Tutto previsto, tutto secondo copione. I minori isolati ed emarginati, non soltanto di provenienza straniera ma anche individuati in contesti sociali italiani particolarmente degradati, sono preziosi per le organizzazioni criminali. Che per loro hanno in serbo due strade: sfruttarli tenendoli segregati (si pensi ai 377 minori coinvolti nell’ambito dei 2.538 reati a sfondo sessuale denunciati nella prima parte dell’anno), oppure trasformarli in “soldati”, promuovendoli sul campo con lo scopo di avviarli al crimine, pur senza rinunciare a fare di loro degli schiavi. Fino a luglio 2012, il Dipartimento della Pubblica sicurezza ha censito 524.657 delitti; di questi 356.658 sono attribuiti a cittadini italiani, di cui 12.385 a minori; gli altri 163.815 sono stati compiuti da cittadini stranieri, di cui ben 8.228 da under 18.Oltre 20.500 crimini in soli 7 mesi, dunque, sono stati commessi in Italia da minorenni. 14 volte, nello stesso periodo, i minori hanno ucciso volontariamente. Quasi il 10% delle rapine (1.157 su 12.335), ha visto come attori minorenni, i quali sono stati responsabili anche di 5.555 furti (2.754 italiani e 2.801 stranieri). A giudicare dalle più importanti operazioni di polizia compiute in questo settore nel 2012 (almeno 15), la schiera di “soldati” si è andata ingrossando. A tirare le fila di quello che gli analisti della Polizia criminale definiscono “Sci” (sistema criminale integrato), sono cellule «snelle e specializzate in grado di lavorare in rete nei singoli Paesi di transito e di destinazione». Il Sistema è articolato su 3 livelli interdipendenti e complementari, con altrettanti compiti: il contrabbando delle persone, lo sfruttamento delle stesse, la riduzione in schiavitù. Il meccanismo è oliato.Al primo livello operano le organizzazioni etniche, deputate alla pianificazione e gestione dei flussi migratori; il secondo livello è costituito dagli uomini impegnati nei territori di confine tra i Paesi interessati dal traffico, che offrono supporto logistico, preparazione dei documenti, e che corrompono funzionari chiave; del terzo livello fanno parte i “passeurs”, che garantiscono materialmente il passaggio dei confini. Non è tutto. C’è un quarto livello costituito da chi trae benefici dall’asservimento e dallo sfruttamento in Italia dei migranti schiavizzati. Nella graduatoria degli schiavisti denunciati, ben 368 hanno nazionalità romena, 186 sono italiani, 98 nigeriani, 75 albanesi, 34 cinesi. Quanto alla tratta di persone, prevalgono i nigeriani (118) e i romeni (98), seguiti dagli italiani (24) e dagli albanesi (19). Sono loro i registi delle schiavitù del XXI secolo.

Vito Salinaro
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Il volto nuovo degli schiavi

Non appartiene solo alla storia. Dall’antica Roma all’Africa, la schiavitù persiste. Oggi con un volto nuovo. Donne e bambini sono i protagonisti. Di un fiorente mercato umano.
Eleonora Gallo

La parola “schiavitù” riporta alla memoria i libri di storia, quando si studiavano le rivolte degli schiavi, come quella guidata da Spartaco a Roma, o le navi dei trafficanti del 1500 che conducevano in America file interminabili di africani in catene. Gli schiavi erano considerati cose di proprietà di altre persone, oggetti e non soggetti di diritti. Oggi non è più così, ma gli schiavi esistono ancora. Già verso la fine del XVIII secolo alcuni Stati, come la Francia e il Regno Unito, si pronunciarono contro la tratta e la schiavitù, poi gradualmente queste posizioni isolate diventarono sempre più numerose, fino ad arrivare al 1980, anno in cui la Mauritania fu l’ultimo Stato ad abolire la schiavitù. Tuttavia la schiavitù, fenomeno molto antico, oggi è ancora così attuale da coinvolgere non più solamente gli Stati colonizzatori e le loro colonie, ma tutto il mondo e si è diffusa in modo talmente pericoloso che alcuni Stati (tra cui l’Italia) hanno sentito la necessità di intervenire con nuove leggi e nuovi strumenti di lotta, sia a livello nazionale che internazionale.

Persone usa e getta
Rispetto al passato, la schiavitù oggi è molto cambiata. Innanzitutto essa non è più riconosciuta dal diritto, e quindi il diritto di proprietà su una persona non può più essere rivendicato; di conseguenza, le forme di schiavitù sono tutte illegali. Gli schiavi di oggi, inoltre, hanno un bassissimo costo d’acquisto, sono schiavi “usa e getta”, perché questo mercato è alimentato dalla fortissima necessità di emigrare o di migliorare la propria condizione di vita; perciò gli sfruttatori “usano” queste persone finché sono giovani e forti e poi le abbandonano trovando molto facilmente “merce più fresca”. Pertanto il rapporto che si instaura oggi tra lo schiavista e lo schiavo ha

I minori stranieri in Italia
Sono quasi 6.500 i minori stranieri non accompagnati in Italia (al 30 dicembre 2005), secondo i dati del Comitato minori stranieri. Provengono per lo più da Romania, Marocco, Albania. Di questi minori, sempre più numerosi (l’Italia è insieme alla Spagna il Paese europeo con il più alto numero), una percentuale rilevante è in Italia senza un regolare titolo di soggiorno, nonostante non possano essere espulsi e abbiano dunque diritto al rilascio di un permesso di soggiorno. Inoltre moltissimi di questi minori, si allontanano immediatamente dalle comunità di accoglienza in cui vengono inseriti, tornando a vivere in condizioni assolutamente inadeguate: in case o fabbriche abbandonate o per strada. Non vanno a scuola, non accedono all’assistenza sanitaria e sono dunque esposti a varie forme di sfruttamento e devianza.
Dati tratti dal secondo Rapporto di Aggiornamento sul monitoraggio della Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza in Italia.Fonte: Terre de hommes Italia, www.tdhitaly.org

una durata molto breve. Così allo schiavista non interessa nemmeno più spendere e investire per lo schiavo, come almeno accadeva in passato. Gli sfruttatori ricavano così profitti altissimi. Si stima, ad esempio, che la prostituzione sia la terza voce di guadagno per il crimine internazionale organizzato, dopo le armi e la droga. In Italia, secondo un calcolo approssimativo, il business della prostituzione delle donne immigrate si aggira sui 180 miliardi al mese.Un ultimo aspetto riguarda le differenze etniche. In passato la differenziazione razziale tra schiavista e schiavo era talmente importante che una minuscola differenza genetica – bastava avere un ottavo di sangue nero – significava schiavitù a vita. Attualmente, invece, non c’è più questa rigida differenziazione e la distinzione chiave nel mercato schiavistico è di ricchezza e potere, non di casta.Nuove mafie
La schiavitù oggi assume le forme più disparate. In Italia e nel resto d’Europa il tipo più diffuso è la tratta di persone per la prostituzione, ormai completamente in mano alla criminalità organizzata. Queste organizzazioni criminali, le “nuove mafie”, hanno creato una rete molto fitta che si intreccia con la mafia presente nel nostro Paese. Il compito della Polizia è molto arduo, ma lentamente si compie qualche passo avanti. Il 4 Febbraio 2006, infatti, gli agenti della squadra mobile di Crotone e del Servizio centrale operativo, dopo oltre un anno di indagini, sono riusciti a fermare una banda che gestiva i flussi di immigrati dalla Libia a Crotone; sono stati arrestati 31 africani e 2 donne bulgare. Un’associazione a delinquere finalizzata alla tratta di esseri umani, riduzione in schiavitù, sequestro di persona e favoreggiamento all’immigrazione clandestina; questi sono i reati contestati dal sostituto procuratore della Repubblica di Catanzaro, che ha coordinato l’inchiesta. L’organizzazione pensava a ogni dettaglio. Dal viaggio verso le coste italiane alla destinazione finale, attraverso la fuga dai centri d’accoglienza. Un servizio che a ogni immigrato costava tra i 500 e i 700 dollari, o anche di più se veniva aiutato a scappare dal Centro di permanenza temporaneo (un supplemento di 300 dollari). E quando il clandestino o la sua famiglia non potevano pagare tutta la somma pattuita, la persona veniva ridotta in schiavitù. I metodi usati erano i più atroci e crudeli (stupro di donne e bambini, omicidio). Oggi in Italia le principali aree di provenienza delle ragazze vittime della tratta sono tre: Africa Sub-sahariana (Nigeria), Europa dell’Est (Albania, Romania, Moldavia e Ucraina), America Latina. Roma e Milano sono meta anche del traffico proveniente dall’area asiatica. La città di Venezia vanta un’esperienza senza precedenti nel campo del recupero di queste persone. Proprio grazie a un’équipe di operatori del Comune negli anni Novanta è iniziato un progetto che aveva lo scopo di assicurare protezione alle ragazze che volevano uscire dallo sfruttamento. Dopo le iniziali difficoltà, questo si è dimostrato subito un metodo vincente, che è stato diffuso gradualmente in tutta Italia e anche all’estero. Finalmente nel 1998, con l’entrata in vigore del decreto legislativo n. 286, questo metodo è stato riconosciuto dal nostro ordinamento giuridico: l’art. 18 prevede il rilascio da parte del questore di un permesso di soggiorno temporaneo per tutte le vittime dello sfruttamento che vogliano riscattarsi e integrarsi nella società, indipendentemente da una loro denuncia e collaborazione con l’autorità giudiziaria.

Schiavi del terzo millennio
Gli schiavi del terzo millennio sono 27 milioni. Gli uomini sono destinati al mercato del lavoro forzato; le donne, oltre alla prostituzione, sono sfruttate come schiave domestiche all’interno delle case di persone insospettabili. I bambini, gli esseri umani più indifesi, sono sfruttati in molti modi diversi. In Italia soprattutto con la pratica dei bambini argati (dal macedone “proprio suo”) che riguarda i bambini provenienti dalla ex- Jugoslavia e dai Paesi vicini. Questi, venduti dai genitori, diventano di proprietà di un estraneo che li “addestra” a commettere reati, come furti e borseggi, non essendo perseguibili per legge i minori di 14 anni. Inoltre i bambini sono “usati” nell’accattonaggio, nel traffico degli stupefacenti, nel traffico d’organi e le bambine sono costrette alla mutilazione genitale, con metodi cruenti e pericolosi, rischiando la vita (anche in Italia tra gli immigrati i casi sono molto diffusi). Ma non è finita: in tutti i Paesi dove esistono eventi bellici, i bambini sono rapiti e costretti a combattere in conflitti di cui non conoscono nemmeno la ragione (se mai la guerra ne avesse una), trattati come schiavi dai loro superiori, drogati per poter sopportare le esperienze traumatiche che sono costretti a vivere. Queste forme di schiavitù sono sempre state molto difficili da dimostrare nei processi, perché il concetto di schiavitù è rimasto troppo impreciso e generico per molto tempo. In Italia, grazie alla riforma degli articoli del Codice penale sui reati di riduzione in schiavitù (articoli 600, 601, 602) introdotta dalla Legge 11 Agosto 2003, n. 228, questo concetto è stato precisato. Oggi dunque include anche la costrizione a prestazioni lavorative e sessuali, l’accattonaggio e altre forme di sfruttamento. La pena prevista va da otto a vent’anni di reclusione (e non più da cinque a quindici). C’è, dunque, una maggior tutela per le vittime. Oggi, a quasi tre anni dall’entrata in vigore della legge, i casi puniti come reati di riduzione in schiavitù sono aumentati, soprattutto per quanto riguarda l’accattonaggio e il lavoro forzato: nel dicembre 2005 la Cassazione ha condannato per questo reato due uomini che avevano costretto all’accattonaggio due minori handicappati; nel mese di luglio di quest’anno a Napoli una banda di olandesi è stata arrestata con l’accusa di riduzione in schiavitù ai danni di persone costrette a lavorare come braccianti. Negli ultimi mesi, notizie di questo genere sono sempre più frequenti. Anche le situazioni di prostituzione forzata sono maggiormente denunciate, tuttavia difficilmente sono punite come reati di schiavitù. In questi casi il reato di sfruttamento della prostituzione, punito con pena più lieve, rimane più facile da dimostrare. L’Italia si è dotata di strumenti fondamentali nella lotta contro la schiavitù. Anche altri Stati europei si stanno impegnando, ma ci sono ancora molte differenze tra i metodi utilizzati. La schiavitù però è un problema che va ben oltre i confini nazionali e la lotta contro di essa rischia di essere inefficace se non si riuscirà a raggiungere un’azione comune e omogenea tra tutti gli Stati europei ed extraeuropei.

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I nuovi schiavi, La merce umana nell’economia globale

Un liro di Kevin Bales, tutti i diritti d’autore sono destinati alla lotta contro la schiavitù

di Maria Devigili (aprile 2006 p. 11)

Per molti sentire parlare di nuovi schiavi non sarà una novità. Il problema è che se ne sente parlare solo di rado, in qualche servizio televisivo a notte inoltrata oppure in prima serata due volte all’anno (di solito verso Natale) a Report o a C’era una volta. Eppure, la schiavitù non è per niente un fenomeno marginale. Anzi, è un vero e proprio affare di 32 miliardi di dollari l’anno (secondo stime dell’Organizzazione Mondiale del Lavoro) che ogni giorno continua a mietere le sue vittime in giro per il mondo.

Kevin Bales, autore di questo libro-inchiesta, vuole portarci a conoscere tutta l’agghiacciante quotidianità della schiavitù, tramite la testimonianza diretta di chi la subisce e sulla scorta di alcune riflessioni economico-politiche. L’essenza della schiavitù è una triade di violenza, miseria e ignoranza. Proprio questi tre elementi sono centrali per la creazione di nuovi schiavi. Solo i poveri, infatti, possono essere adescati con l’inganno nella schiavitù da debito (la più praticata nel mondo). L’ ignoranza poi, mescolata con l’ ingenuità, come nel caso delle baby-prostitute thailandesi, può facilitare largamente l’opera dei nuovi schiavisti.

Infine, violenza e crudeltà, sono i tratti comuni in ogni tipo di asservimento. Costretti a lavorare a costo zero, senza possibilità di scelta, gli schiavi vivono soprattutto nel Terzo Mondo (India, Pakistan, Bangladesh, Thailandia, Mauritania, Brasile, ecc.) ma anche nelle ricche capitali dell’Occidente industrializzato e democratico (domestiche segregate in case signorili e, più comunemente, donne africane o dell’Europa dell’Est costrette alla prostituzione) L’autore parla di nuovi schiavi per distinguerli dagli schiavi normalmente intesi. La schiavitù del passato era diversa essenzialmente per il suo bisogno di legalità e di legittimazione morale. I possessori di schiavi possedevano legalmente lo schiavo e quindi ne erano in un certo senso responsabili (ad esempio, lo curavano in caso di malattia). Oggi, lo schiavo, è usa e getta. Viene usato-sfruttato il più possibile, e poi, quando si ammala, quando non è più utile al fine del profitto del padrone viene letteralmente gettato. Si può dire che se lo schiavo un tempo era trattato come un animale da soma, ora è trattato come un oggetto. Una delle prime considerazioni a cui è portato il lettore di questo libro è che non servono leggi e Costituzioni proclamanti i diritti umani per abolire la schiavitù. In Thailandia la prostituzione è considerata illegale ma solo sulla carta.

Ogni giorno, i poliziotti garantiscono protezione ai bordelli in cambio di tangenti. Quando una delle 35.000 ragazze segregate nei bordelli riesce miracolosamente a fuggire non trova certo un fido alleato nella polizia che la rispedisce al mittente magari dopo averne abusato. Anche in Mauritania (Africa dl Nord) la schiavitù è stata abolita nel lontano 1980.

Peccato che la maggior parte degli schiavi non sia stato avvisato di questo cambiamento costituzionale… In questo Paese vige ancora una delle poche forme di schiavitù arcaico. Famiglie di schiavi vivono con le famiglie dei padroni in una sorta di famiglia allargata. Generazioni di schiavi nascono, vivono e muoiono, sempre nella stessa famiglia di padroni, convinti che questo sia il volere di Allah. Gli schiavi pensano a far da mangiare e a lavorare la terra in cambio di vitto e alloggio. Può capitare che schiavo e padrone siano legati da un reciproco affetto ma ciò non toglie che il loro rapporto si regga su un’ingiustizia di fondo.

Il reddito prodotto da uno schiavo è molto superiore a quello che consuma (spesso il suo cibo è costituito dagli avanzi del padrone). La cosa che più colpisce è che paesi come Francia e America continuano a fare affari con la Mauritania ignorando completamente la radicata presenza della schiavitù in questo paese.

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La tratta infinita – I nuovi schiavi

 La tratta infinita - I nuovi schiavi

Il 10 dicembre 1948 l’assemblea Generale delle Nazioni Unite adotta la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’uomo che all’articolo 4 recita:

Nessun individuo potrà essere tenuto in stato di schiavitù o di servitù; la schiavitù e la tratta degli schiavi saranno proibite sotto qualsiasi forma.

La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’uomo rappresenta una risposta planetaria all’orrore della Seconda Guerra Mondiale e della Shoà.

Ma dopo tanti anni la schiavitù esiste ancora. Esiste lo sfruttamento del lavoro, quello sessuale, la schiavitù per debiti, i lavori forzati e infine la tratta degli esseri umani. Tutti casi in cui l’essere umano cessa di essere tale per diventare solo una merce, spogliato e svuotato della propria personalità e dei propri diritti e questo succede anche in Italia.

Oggi il commercio di esseri umani costituisce un mercato illegale, che rende diversi miliardi di dollari l’anno, un business secondo solo al traffico di droga e armi. Ma la tratta non è un fenomeno nuovo, è qualcosa di orribile che comincia molti secoli fa. La storia del commercio di schiavi tra l’africa e le piantagioni delle Americhe forse è la sua pagina più famosa e dolorosa.

Ma quali sono le differenze tra la nuova e la vecchia schiavitù?

Rispetto alla schiavitù dei galeoni e delle catene la nuova schiavitù presenta alcune caratteristiche che sono radicalmente differenti. Oggi la schivitù è illegale, mentre prima era legale e tollerata, oggi gli schiavi costano meno, perché potenzialmente ce ne sono di più, le vittime non sono più incatenate ma rese vulnerabili attraverso la confisca dei passaporti, la violenza e la minaccia di rappresaglie contro le loro famiglie. Il rapporto tra schiavo e padrone non è più di lunga durata e garantisce un profitto elevato, perché quando non è più utile viene scartato.

Oggi 750.000 persone ogni anno e 250.000 solo nell’unione Europea vengono vendute come schiavi: è la nuova tratta degli esseri umani.

In un recente rapporto sulle sfide del traffiking Ndioro Ndiaye, vicedirettore dell’Organizzazione internazionale delle migrazioni spiega: “Mentre cadono le barriere economiche per facilitare il movimento di beni servizi e capitali e crescono di conseguenza le opportunità di occupazione, le politiche migratorie invertono la rotta e diventano più rigide e restrittive. La crescente domanda di servizi e lavoro da una parte e i pochi canali d’immigrazione legale dall’altra creano opportunità d’intervento per gli intermediari. Quando il mercato chiede lavoratori e servizi a basso costo è il trafficante di esseri umani che risponde all’appello”.

Una puntata di Giuseppe Giannotti

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Recensione: I nuovi schiavi di Kevin Bales

venerdì 9 dicembre 2011

Titolo: I nuovi schiavi
Autore: Kevin Bales
Prezzo:  8.00 euro
Editore: Saggi Universale Economica Feltrinelli

La schiavitù non è affatto scomparsa: oggi si stimano circa ventisette milioni di schiavi. Se ne sa però troppo poco ed è proprio l’ignoranza a favorirne sopravvivenza e diffusione. Gli schiavi sono individui privati della libertà, costretti a lavorare senza possibilità di scelta, senza tutela, non pagati, in condizioni spesso disumane. Non si trovano solo nei paesi sottosviluppati, ma sono occultati anche nelle ricche capitali dell’Occidente democratico. Gli schiavi hanno un bassissimo costo, sono “usa e getta”, rischiano la vita quotidianamente con lavori pericolosi o nella prostituzione, sono esposti a soprusi di ogni tipo, non più in base alla razza, bensì a causa della miseria.

RECENSIONE 

E’ un libro indubbiamente pesante, allora mi chiederete perchè lo consigli?Perchè non è pesante il libro, ma il suo contenuto, alle volte la cruda realtà è dura da digerire.

Questo è quello che fa questo libro, con parole forti ed incisive ci tiene informati e ci svela una realtà a noi ignota.Ebbene la schiavitù esiste ancora oggi nel 2011, impossibile da crederci, ma è così.Testimonianze dove la gente vive in situazioni brutali, abominevoli, disumane, inaccettabili moralmente ed eticamente, in tutto questo una domanda riecheggia forte, lo Stato di questi paesi cosa fa?

Sconvolgente da credere eppure la polizia è complice degli schiavisti, loro hanno il compito di riacciuffare gli schiavi che sono fuggiti, picchiarli e spaventarli per portarli poi di nuovo all’ovile.Il governo non intenrviene semplicemente perchè nega ancora l’esistenza della schiavitù , se solo ci fossero più indagini e persone che non si facessero corrompere..

La schiavitù col tempo si è evoluta, il tipo di schiavitù moderna è differente da quella antica, ha delle nette differenze, in primo luogo quella direi principale consiste nel fatto che gli schiavi vengono considerati merce “usa e getta“, vengono spremuti come delle arance fino all’ultima goccia e poi buttati via, perchè da loro non si può più trarre profitto.

E’ il profitto il fine della schiavitù, in un mondo in cui anche i valori fondamentali vengono calpestati, dove il denaro vale di più della dignità e della vita stessa di un uomo c’è da chiedersi c’è una via d’uscita?

Le donne thailandesi vengono raggirate con l’inganno a firmare un contratto di lavoro come segretarie o cameriere, ma arrivate nel luogo di lavoro che si trova in un’altra città, ecco che la verità si fa spazio con forza, svelando loro di essere in trappola e di dover vendere il proprio corpo senza ricavarne altro che una manciata di mangiare per sopravvivere.Queste donne costrette a prostituirsi moltissime volte al giorno , sono a rischio di malattie e di rimanere incinte.

Altre realtà spaventose si annidano tra le pagine di questo libro che a parer mio è poco conosciuto ed è stato poco pubblicizzato.

Bambini definiti la forza-lavoro, si occupano di creare mattoni nelle fornaci e lì ad altissime temperature se cadi, ti bruci e se non sei in grado di lavorare ti uccidono.

Gli schiavi da debito possono anche aver ereditato il debito dai genitori che a loro volta lo avevano ereditato, i debiti possono passare da generazioni a generazioni.

Gli schiavi vivono in casette fatte di fango e mattoni, non hanno un letto ma dormono in brandine, se qualcuno di loro si ammala bisogna chiedere un prestito al padrone che naturalmente gli e li darà volendo però poi in cambio il doppio .Il debito non verrà mai estinto, vi chiederete perchè?Semplice, il padrone trucca i conti e nel momento in  cui le famiglie scoprono l’inganno, tentano di organizzare la fuga che viene preceduta dal rapimento di un membro dei figli che viene tenuto come ostaggio dal padrone  che in questo modo non permettere alla famiglia la fuga.
La violenza è la principale arma dei proprietari di schiavi, sento di dirvi dunque che nel mondo c’è gente che non ha niente, non ha neanche il controllo della propria vita.Vi prego di comprare e leggere questo libro, ci sarebbero ancora tante cose da dire forse troppe, ma leggere quelle pagine è come entrare dentro un mondo che non conoscevamo che non è immaginario ma è il mondo reale , è il nostro mondo.
Un ultima domanda ci pone Kevin Bales, se non riusciamo ad abolire la schiavitù, possiamo davvero ritenerci liberi?
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Il Debito come nuova forma di schiavitu’

Uno degli aspetti piu’ inquietanti della cosiddetta “globalizzazione” e’ l’aumento crescente, non solo nei Paesi del Terzo Mondo, della poverta’. Se analizziamo bene questo aspetto noteremo che questa crescita di poverta’ non corrisponde a niente altro che ad una crescita di schiavitu’ una schiavitu’, in questo caso, moderna.

Quello che accade sotto ai nostri occhi e di cui spesso non ci rendiamo conto e’ la formazione di nuove masse di schiavi per il prossimo futuro. Cessate le forme di schiavitu’ antiche, cessato lo schiavismo come fenomeno barbaro e antiliberista, basti pensare agli USA ed alla Guerra di Secessione, una nuova forma di schiavitu’, preponderatamente avanza, che noi per certi versi, oseremmo definire piu’ pericolosa e peggiore delle precedenti.

Lo schiavo moderno non e’ piu’ quello del tempo dei patrizi, il vinto in guerra, lo schiavo moderno e’ lo schiavo economico. L’arma principale con la quale vengono formate le masse dei nuovi schiavi e’ l’usura o indebitamento. Tutto cio’ accade, lo ripetiamo, sotto i nostri occhi, ma spesso non ce ne rendiamo conto.

L’homo economicus non e’ niente altro che il consumatore che simile ad un pollo di allevamento deve ingozzarsi di tutto prima di fare la fine che tutti i polli fanno. Quindi il consumatore viene sottoposto ad un costante studio inteso a fargli sentire la necessita’ ed il bisogno di cose di cui, se fosse nel pieno controllo di se’ stesso, non potrebbe in alcun modo sentire il bisogno, cose inutili.

Creare continuamente bisogni indotti, fare in modo che la gente sia disposta a tutto pur di possedere determinati beni di consumo e se cosi non e’ farli sentire socialmente inferiori e’ il fine ultimo di una societa avviata ormai all’autodistruzione.

Attraverso le leve ed i giochi economici viene fatta aumentare la richiesta del denaro e nello stesso tempo aumentano le difficolta’ per ottenerlo, in modo da stringere sempre di piu’ il cappio intorno al collo della gente che a quel punto e’ disposta a tutto pur di averlo, disposta a qualsiasi resa incondizionata, questa e’ la vera usura esercitata non solo dalla criminalita’ organizzata ma soprattutto dalle banche che attraverso le leggi del signoraggio vendono solamente carta e fumo.

La prima regola, quindi, per quanto possa sembrare difficile o quasi impossibile e’ non indebitarsi. Piu’ facile a dirsi che a farsi, ma e’ cosi, e non esistono altre alternative. Per renderla fattibile uno deve chiedersi se ne vale la pena, se dopo aver soddisfatto quel desiderio o piacere fittizio che solo un bene di consumo puo’ dare la sua vita’ cambiera’ il suo essere cambiera’, ma se solo per un attimo uno riflettesse seriamente su cio’ si accorgerebbe immediatamente dell’ illusorieta’ di una simile affermazione, si accorgerebbe che la sua vita cambierebbe si, ma in peggio.

Il debito e’ una spirale dove debito chiama altro debito e dove chi non e’ in grado di mantenere un controllo ferreo e preciso e’ destinato prima o poi a saltare. Che il debito sia un prestito personale o il mutuo di una casa e’ sempre un cappio al collo, una spada di Damocle che questa allienata societa’ ci spinge continuamente ad accettare per normale quando invece normale non e’.

Pari ad un tarlo il debito una volta contratto si insinua nella mente e non ti abbandona piu’, il pensiero costante e’ sempre quello: “devo trovare i soldi per pagare”, per un mese, per un anno, per dieci anni, poco importa, il meccanismo agisce sempre nello stesso modo.

Quando una banca impresta dei soldi lo fa solo dopo aver ottenuto determinate garanzie, quindi la banca e’ sempre coperta e non ha in nessun modo interesse che il debitore ritorni il denaro nei termini pattuiti perche’ non e’ in cio’ che sta il suo profitto ma bensi’ nell’insolvenza del debitore, negli interessi di mora che ne ricavera’, in cio’ agisce lo spirito dell’usura.

La persona che contrae dei debiti molte volte lo fa in buona fede, per necessita’ famigliare ma nel momento stesso in cui effettua l’operazione non pensa al dopo pensa solo al capitale che di li a poco cadra’ nelle sue mani, questa e’ la forza dell’usura moltiplicata per cento con le carte di credito dove il denaro cartaceo viene sotituito da un pezzo di plastica stupidamente inteso dai piu’ come status symbol. Usura e debito sono le piu’ micidiali forme di schiavitu’ moderna al punto tale da far giustificare nelle vittime qualsiasi tipo di azione, fosse pure criminale.

Chiunque abbia letto opere di esponenti qualificati del Mondo della Tradizione si sara’ accorto che nessuno puo’ considerarsi Uomo della Tradizione se prima non e’ Signore di Se’ stesso e che inevitabilmente chi non tenda con tutte le sue forze ad un simile raggiungimento diviene altresi’ schiavo di qualcos’altro.

Come puo’ ritenersi libero interiormente chi anche solo esteriormente e’ schiavo di qualcosa o qualcuno? Chi pur di soddisfare piaceri che lui stesso riconosce come illusori e’ disposto ad accettare norme e regole che questo mondo antitradizionale gli impone? In cio’ sta un controsenso.

Ma la psiche dell’uomo e’ un abisso e pur di soddisfare impulsi di cui non riesce ad avere un controllo trova infinite giustificazioni con se stesso e con gli altri, ed e’ proprio in cio’ che agisce il principio autodistruttivo, il demonico, un principio che prima di essere esteriore e’ soprattutto interiore.
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DI OLGA SHEDROVA
strategic-culture.orgSenza alcuna esagerazione, gli eventi che si son susseguiti nei paesi dell’unione europea a seguito della crisi economica globale si possono definire come un disastro umanitario. Non secondo gli indicatori economici che rimangono alti. La catastrofe per gli abitanti dell’UE è stato il crollo del mondo a cui erano abituati, la distruzione di una apparentemente naturale collaborazione sociale tra stato e società, società e capitale.Il grado di declino degli standard sociali europei è veramente impressionante…Il ventisette percento dei bambini europei sotto i 18 anni sono a rischio povertà e esclusione sociale. Più precisamente, in Irlanda la percentuale è di 38, in Ungheria 40, in Lettonia 44 e in Bulgaria 56% (1).L’UNESCO fornisce dati ancor più agghiaccianti: il 72,6 % dei bambini in Romania vive come mendicante. Secondo i dati di Eurostat per il 2011, 120 milioni di persone, o 24,2 % della popolazione dell’UE, fronteggiano la povertà e la perdita dei benefici della previdenza sociale. Nel 2010, questa situazione riguardava il 23,4% dei residenti nell’UE.

Quasi 670.000 di persone in Lituania vivono nella povertà, 10% delle quali hanno un lavoro a tempo pieno. Di questi 670 mila, il 22% vive nella “povertà assoluta”. Secondo un sondaggio svolto nel 2010 da Baltijos tyrimai (compagnia di ricerca di mercato e analisi dell’opinione pubblica Lituano-Britannica), il 10% dei Lituani vive senza cibo sufficiente. La situazione peggiore si ha nelle famiglie che stanno accertando la loro situazione finanziaria e che vivono in centri regionali e piccola città. Più della metà delle persone viventi in queste zone non hanno soldi a sufficienza per cibo e vestiti.

Nell’ultimo anno, il numero di persone riceventi cibo gratuito in Inghilterra è raddoppiato. Ogni tre giorni viene aperta una nuova cantina. Il numero di Inglesi viventi sotto la soglia di povertà è quasi giunto a 13 milioni. Molte donne inglesi si ritrovano a dover mangiare un giorno si e l’altro no, visto che tutto in famiglia è mangiato dai figli.

La quantità di aiuti alimentari ricevuti dall’Estonia dall’UE ha raggiunto livelli record nel 2010: 2571 tonnellate di derrate alimentari secche (pasta, cereali, zucchero ecc.) e 590.800 litri di olio di semi per un costo totale che supera i 2,2 milioni di euro. Il cibo sarà distribuito a 129.500 persone in un paese con una popolazione di 1,29 milioni.

L’organismo di beneficienza Caritas, associato alla chiesa cattolica, ha affermato che la povertà in Spagna “si è livellata e cronicizzata”. Nel 2007, 400.000 persone usufruivano regolarmente dei pasti gratuiti e dei pacchetti di cibo della Caritas, ma nel 2010 il numero è aumentato a 950.000. Inoltre, prima il problema sembrava riguardare principalmente le famiglie immigrate, mentre oggigiorno sembra essere giunto anche nelle case dei nativi spagnoli nell’età lavorativa.

Al momento, più di 80 milioni di abitanti dell’UE risultano senza-tetto, su un totale di 501,1 milioni. In altri termini, quasi il 16% dei cittadini europei non ha una casa. Un impiegato in un servizio medico di emergenza in Belgio ha detto: “Da quando ha colpito la crisi, e forse anche prima di essa, abbiamo iniziato a vedere un netto cambiamento tra i senza-tetto, contandone un numero maggiore proveniente dalla Francia, la Spagna e l’Olanda”. (2)

Anche i servizi sanitari stanno peggiorando. Per esempio, 1.165 persone sono morte di fame negli ospedali britannici negli ultimi quattro anni. Il Daily Mail ha osservato che nel 2011, 43 pazienti sono morti a causa della malnutrizione, 291 sono morti in uno stato di estremo esaurimento, e il numero di pazienti dimessi dagli ospedali in uno stato di esaurimento è raddoppiato e 5.558.

Piccole tragedie

E’ facile non notare il destino dei singoli individui quando si è inondati da numeri ed indicatori economici. In fondo, ogni singolo di questi milioni di destini rappresenta una tragedia.

Una madre in Estonia dice: “Lavoro ma guadagno il minimo sindacale. Il nostro appartamento è molto caro, siamo sopravvissuti a malapena all’inverno e tra un po’ sarà inverno di nuovo. Oggi ho detto ai miei figli che stiamo economizzando e di non mangiare così tante pagnotte perché avevano già avuto da mangiare e dovevamo far durare il cibo un paio di giorni in più…me ne vergogno. Vivo in un paese europeo, non in Africa. Mi vergogno del fatto che lavoro, ma non ho i soldi per comprare mutande ai miei figli, hanno solo due paia a testa, tra l’altro bucate. Temo enormemente la scuola che sta per riiniziare. Dovrò rivolgermi ai servizi sociali per chiedere aiuto. Forse mi aiuteranno. Ho 41 anni e non ho mai vissuto come sto vivendo adesso, giorno per giorno, affrontando il domani così come viene…”

La Caritas cita altri esempi di disperata povertà. “Una donna 56-enne vive con i suoi due figli e due nipoti, di sette e tre anni. I figli non hanno lavoro o il diritto di ricevere aiuti. Lei può contare su di un sostegno di 426 euro al mese (valido fino a novembre). L’affitto per il suo appartamento è di 276 euro.”

“Una signora anziana (74 anni) riceve una pensione di 340 euro e vive con suo figlio disabile di 50 anni.”

“Una madre, single, vive con i suoi quattro figli di età 16, 11, 4 e 3, e lavoro come donna delle pulizie per 434 euro al mese, 410 li spende di affitto.”

Sotto la minaccia di rimanere senza lavoro e perdere lo stato sociale, il numero di depressioni e suicidi in Europa sta crescendo drasticamente. Dall’inizio della crisi finanziaria il numero di suicidi è cresciuto dal 5 al 17%. Il numero di persone che si son tolte la vita in Inghilterra è cresciuto del 10%, fino a 6,75 ogni 100.000 abitanti, mentre in Grecia c’è stato un aumento del 40%. Nel 2011, la BBC ha svolto un sondaggio presso le strutture sanitarie scoprendo che, durante la crisi, i medici hanno prescritto il 40% in più di medicinali antidepressivi rispetto agli anni precedenti. (3)

Nella disperazione, la gente arriva sull’orlo della follia. Per esempio, in Spagna una donna era pronta a vendere uno dei suoi reni, parte del suo fegato, la cornea e uno dei suoi polmoni per racimolare abbastanza soldi per poter pagare il suo appartamento. Il comune di Valencia gli è andato in contro e ha deciso di ridurle l’affitto a 400 euro, ma lei non riesce a pagare neanche quelli visto che riceve un sussidio di soli 426 euro al mese. In cima a tutto, lei è disabile quindi le sue possibilità lavorative sono molto limitate. Sua figlia ventiduenne è una studentessa e riceve una piccola pensione da parte di suo padre, morto due anni fa.

Nel Marzo 2013, solo pochi giorni fa, il trentaseienne Plamen Goranov, che si dette fuoco davanti all’edificio comunale di Varna il 20 Febbraio in segno di protesta contro l’aumento dei prezzi dei servizi comunali, è morto. E’ stato il terzo caso di auto-immolazione dall’inizio della protesta nazionale bulgara.

Il direttore amministrativo del Bristish Centre for Medical Health, Andy Bell, crede che la sanità mentale dei senza-tetto, o di quelli che una casa ancora l’hanno ma vivono nella paura di perdere il lavoro, è diventata un serio problema sociale e medico.

La risposta dei governi alla loro gente

Invece di adottare misure di previdenza sociale o di ridistribuire più equamente gli introiti ed aiutare le fasce più deboli della società, i governi dei paesi dell’UE e le dirigenze delle organizzazioni europee stanno portando avanti una politica strettamente neoliberale. Il bilancio UE per il 2013 è stato ridotto del 2,2% e ha ridotto il deficit a 50 miliardi di euro. La politica fiscale dei paesi dell’UE è tale da non far altro che peggiorare i problemi sociali.

A fine settembre 2012, il governo spagnolo ha presentato un disegno di legge sul bilancio del 2013 e ha formulato una strategia sulla politica economica spagnola. Tagli al bilancio dell’8,9% sono stati inclusi: ciò nonostante che nel 2012, il bilancio del ministero degli affari economici era già stato ridotto del 19%, quello del ministero dell’educazione del 21,1%, quello del dipartimento del tesoro del 22,9%, quello del ministero dello sviluppo del 34,6%, e quello del ministero degli affari esteri e cooperazione del 54,4%. Nel 2013, il ministero della salute è quello più colpito di tutti con tagli del 22,6%. I sussidi di maternità sono stati del tutto abbandonati. Nel frattempo, la disoccupazione in Spagna ha già superato il 24% (50% tra i giovani).

Sotto la pressione dell’UE, il governo greco ha effettuato molti tagli ed ha aumentato le tasse. In particolare, gli stipendi pubblici sono stati congelati per tre anni, i benefici agli impiegati dei settori pubblici sono stati ridotti del 10%, la tredicesima e la quattordicesima per pasqua e natale del 30%, ci sono piani per aumentare l’età pensionabile gradualmente dai 63 ai 67 anni, e l’IVA salirà del 2%, così come le imposte sull’alcol e il tabacco. Intanto, la disoccupazione è triplicata dal 2009 (57% tra i giovani), il 22,9% dei greci vive sotto la soglia della povertà e il guadagno medio per nucleo famigliare è crollato del 17%, mentre le tasse sui lavoratori, i liberi professionisti, e le piccole e medie imprese sono aumentate del 42% nel 2013.

Non è la prima volta che si fanno tagli al bilancio in Gran Bretagna. Nel 2010, i costi sociali globali erano stati ridotti di 17 miliardi di sterline. Per colpa dei tagli del 2012, 750.000 famiglie hanno smesso di ricever benefici per i loro figli, mentre la situazione economica di 4,4 milioni di pensionati inglesi è peggiorata a causa del congelamento e il taglio dei benefici connessi all’età.

Nel frattempo, tra l’Ottobre 2008 e Dicembre 2011, 1,6 trilioni di euro di aiuti sono stati concessi alle banche dei paesi dell’UE. Ciò corrisponde al 13% del PIL dell’intera UE. La maggior parte di quest’aiuto (67%) è stato fornito sotto forma di garanzie statali per il finanziamento bancario. Il numero di milionari nell’UE è in costante crescita. Per esempio, in Germania nel 2011, il numero di persone possedenti più di un milione di dollari è aumentato dell’8%. Nel 2010, c’erano 103 miliardari in Germania, l’anno prima 99.

Un’immagine molto eloquente: quando l’Inghilterra ha ridotto il suo budget, tagliando i finanziamenti sociali, i fondi per la famiglia Reale sono rimasti inalterati.

Vien da pensare che la Germania e l’Inghilterra sono paesi molto sviluppati, dove il benessere dell’intera popolazione è in crescita. In realtà, non è affatto così. Il piano finanziario tedesco propone risparmi di 80 milioni di euro entro il 2014. L’intenzione è di ridurre il numero di soldati professionisti di 40.000 unità, esaminando nel frattempo la possibilità di rilasciare dai doveri militari altri 60.000 reclutati. Anche i dipendenti del settore pubblico risentiranno dei tagli: a seguito delle riforme non avranno più il bonus natalizio, facendo risparmiare al bilancio dello stato fino al 2,5% degli stipendi. Entro il 2014, il governo tedesco vuole eliminare 10.000 posti di lavoro statali. 12,8 milioni di persone, o il 15,8% della popolazione adulta tedesca affronterà la povertà. La povertà infantile in Germania è molto più ampia che in altri paesi industrialmente sviluppati. Secondo l’UNICEF, l’8,8% dei bambini in Germania vivono in povertà. Il livello non è molto più alto in altri paesi chiave dell’UE: in Inghilterra è del 5,5%, mentre in Francia è del 10,1%. La situazione è peggiore solo nei paesi in crisi e nei paesi est-europei.

La crisi come strumento di crescita

Al momento, il progetto europeo di relazioni sociali, che, al contrario del modello economico americano di capitalismo spinto, sembrava molto allettante, ci si sta sgretolando davanti agli occhi. Un nuovo inizio per lo sviluppo economico dell’UE pare impossibile senza una profonda analisi dei motivi che hanno fatto scaturire la crisi, senza una rivalutazione dei valori, senza una messa in discussione dei fondamenti ideologici dell’esistenza europea e senza nuovi modelli di interazione con il resto del mondo.

Il vicolo cieco nel quale si trova l’UE ha radici nel coinvolgimento dell’Europa nel progetto “Big West” (grande occidente) come satellite degli USA. Alla fine, questo è anche il motivo per i problemi economici cui è soggetta l’UE. Non riguarda solo le dottrine neoliberali, la crescita dei debiti e l’isolamento del settore finanziario del reale settore economico. Prendendo parte agli azzardi americani in medio oriente, nella comunità degli stati indipendenti e nel sud-est e centro Asia, l’Europa ha destabilizzato la situazione in zone prossime ai suoi confini e ha essenzialmente messo a rischio la propria sicurezza energetica, cosi come il suo sviluppo economico e demografico con le sue stesse mani. Riesaminare le relazioni con i propri vicini sarebbe chiaramente una svolta per l’elite europea, ma lo devono fare.

L’economia malata europea necessita più di una crescita del rigore finanziario e di bilancio; necessita una completa ricostruzione delle politiche economiche mirata a migliorare l’accesso alle risorse, a liberalizzare lo scambio, al trasferimento tecnologico, alla reindustrializzazione e ad una più profonda cooperazione industriale con i paesi in via di sviluppo sul continente euroasiatico. La creazione di un’area unificata per la cooperazione economica “da Lisbona alle Isole Kuril” tramite un decremento della competizione, una rimozione delle barriere tassate e non tassate, una creazione di canali di trasporto capaci di sostenere la crescita economica europea e, a lungo andare, una riformulazione del modello di stato assistenziale europeo per i propri cittadini.

I valori europei sono la giustizia sociale, il sostegno dei deboli e degli indifesi, la solidarietà, la garanzia del diritto fondamentale alla vita e un alto livello di cultura ed educazione, e non “portare la democrazia” in Siria e in Libia, la giustizia minorile e i gay-parade. E questi valori meritano di sopravvivere.

Olga Shedrova
Fonte: http://www.strategic-culture.org
Link: http://www.strategic-culture.org/news/2013/03/27/europe-time-for-a-reappraisal-of-values.html 27.03.2013

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di PEREA

NOTE:

(1) http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/3-26022013-AP/FR/3-26022013-AP-FR.PDF
(2)http://ru.euronews.com/2010/01/06/european-anti-poverty-campaign-stresses-collective-approach/
(3) http://www.bbc.co.uk/russian/society/2011/07/110708_suicide_europe_rise.shtm

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Solo un appunto per l’Estonia e per i paesi che per ultimi si sono accodati al Nuovo Ordine (per ora solo) Europeo. Si sono fatti ingannare dalla pubblicità e ora ne subiscono le conseguenze. Ma anche per gli italioti sarebbe utile uscire subito dalla UE.

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Mentre tutto va a rotoli la povertà cresce, le disciminazione economiche aumentano, l’ingiustizia sociale regna, lo stato è al collasso governato da massoni come Letta o Monti. E’ necessaria una rivoluzione che riporti il mondo sui binari della ragione contro il mondo pagano massonico. Il male sono le teorie massoniche illuministe che hanno come obiettivo, sotto le mentite spoglie di una falsa liberazione che nei fatti non c’è, la riduzione in schiavitù della popolazione mondiale, per costruire un circolo ristretto di alta borghesia massonica di ultraricchi che governa tutti. Era nostro dovere capire e bloccare sul nascere la sviluppo di complessi industriali come le multinazionali, banche che si fondono tutto ciò ancora in divenire sancirà la fine di ogni parvenza di democrazia e la nasciata di un impero che oltre al sangue blu ancora vivo e vegeto, vedi Inghilterra, si basa sul controllo economico. Le multinazionali, le grosse banche in continua fusione per la costruzione dell’impero a governo di pochi soggetti sono il male che va abbattuto rubano la libertà, la democrazia e la giustizia sociale ad ognuno di noi. Il 1984 orwelliano è ormai dietro l’angolo continuare a far finta di niente ci porterà diretti alla schiavitù.

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E’ questo il : “Successo di Monti e dell’Europa”.
Alla fine andando a guardare il tutto loro sono stati anche onesti e ce l’hanno detto pure in faccia…

E’ la gente che ormai ha il cervello in pappetta a livelli di Lobotomia…

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MADE IN BANGLADESH (IL CAPITALISMO DEL TERRORE)

DI VIJAY PRASHAD
counterpunch.org

Mercoledì 24 Aprile, il giorno dopo che le autorità bengalesi hanno chiesto ai proprietari di evacuare la loro fabbrica di indumenti che dava impiego a quasi tremila lavoratori, l’edificio è crollato. L’edificio, Rana Plaza, situato nel sobborgo Dhaka di Savar, produceva vestiti per la catena di prodotti che si estende dai campi di cotone del Sud Asia attraverso i lavoratori e le macchine del Bangladesh fino ai punti vendita nel mondo occidentale. Molti marchi famosi erano cuciti quì (tra le aziende italiane la Benetton, ndr), così come lo sono i vestiti che sono appesi agli scaffali satanici di Wal-Mart. I soccorritori sono stati in grado di salvare duemila persone da quando questo articolo è stato scritto, confermando che oltre trecento sono morti.

I numeri finali sono destinati a crescere. Vale molto la pena menzionare che il bilancio delle vittime nell’incendio dell’industria Triangle Shirtwaist a New York del 1911 era 146. Il bilancio delle vittime qui è già due volte tanto. Questo “incidente” arriva 5 mesi dopo (24 Novembre 2012) l’incendio della fabbrica di indumenti Tazreen che ha ucciso almeno 112 lavoratori.

La lista degli “incidenti” è lunga e dolorosa. Nell’Aprile 2005, una fabbrica di indumenti a Savar è crollata, uccidendo 75 lavoratori. Nel Febbraio 2006, un’altra fabbrica è crollata a Dhaka, uccidendone 18. Nel Giugno 2010, un edificio è crollato a Dhaka, uccidendone 25. Queste sono le “fabbriche” della globalizzazione del ventunesimo secolo -rifugi costruiti poveramente per un processo di produzione assemblato attraverso lunghe giornate lavorative, macchinari di terza mano, e lavoratori le cui stesse vite sono sottomesse agli imperativi della produzione just-in-time.

Nello scrivere riguardo al regime di fabbrica in Inghilterra durante il diciannovesimo secolo, Karl Marx ha evidenziato “ma nella sua cieca irrefrenabile concupiscenza, nella sua fame da lupo-mannaro affamato di lavoro extra, il capitale oltrepassa non solo la morale, ma anche i limiti massimi meramente fisici della giornata lavorativa. Usurpa il tempo per la crescita, lo sviluppo e la sana cura del corpo. Ruba il tempo richiesto al consumo di aria fresca e luce solare …. Tutto ciò che gli interessa è semplicemente e solamente il massimo della forza lavoro che possa essere fornita in maniera continua durante la giornata lavorativa. Consegue questo scopo, accorciando l’estensione della vita del lavoratore, come un avido agricoltore strappa alla terra un incremento della produzione riducendo la sua fertilità.” (Il capitale, capitolo10).

Queste fabbriche del Bangladesh sono parte del paesaggio della globalizzazione che è imitato nelle fabbriche lungo il confine USA-Messico, ad Haiti, in Sri Lanka, e in altri posti che hanno aperto le loro porte all’uso furbo delle industrie di indumenti del nuovo ordine di produzione e di commercio degli anni 90. Nazioni silenziose che non avevano né la volontà patriottica di combattere per i propri cittadini né alcuna preoccupazione per la debilitazione a lungo termine del loro ordine sociale sono corse a dare il benvenuto alla produzione di indumenti.

I grandi produttori di indumenti non volevano più investire in fabbriche – sono diventati sub-appaltatori, offrendo margini molto ristretti di profitto e quindi forzando a dirigere le fabbriche come campi di prigionia del lavoro. Il regime del sub-appalto ha permesso a queste aziende di negare ogni colpa per quello che era fatto dai reali proprietari di queste piccole fabbriche, permettendo loro di godere dei benefici di prodotti economici senza avere le loro coscienze macchiate dal sudore e dal sangue dei lavoratori. Ha anche permesso ai consumatori nel mondo occientale di comprare una vasta quantità di merce, spesso con un consumo finanziato dal debito, senza preoccuparsi dei metodi di produzione. Uno scoppio occasionale di sentimenti liberali si voltava contro questa o quella compagnia, ma non c’era una complessiva rivalutazione del modo in cui i tipi di bene della catena di Wal-Mart hanno fatto normali i generi di pratiche di affari che hanno provocato questa o quella compagnia.

I lavoratori del Bangladesh non sono stati così proni come i consumatori nel mondo occidentale. Già nel Giugno 2012, migliaia di lavoratori nella zona industriale di Ashulia, fuori Dhaka, hanno protestato per salari maggiori e migliori condizioni di lavoro. Per giorni e giorni, questi lavoratori hanno chiuso 300 fabbriche, bloccando l’autostrada Dhaka-Tangali a Narasinghapur. I lavoratori guadagnano fra i 3000 taka (35$) e i 5.500 taka (70$) al mese; essi volevano un aumento fra i 1500 taka (19$) e 2000 taka (25$) al mese. Il governo ha mandato tremila poliziotti per sorvegliare il luogo, e il primo ministro ha dichiarato, con offerte per calmare gli animi, che avrebbe affrontato a fondo il problema.
Fu istituito un comitato di 3 membri, ma niente ne uscì di sostanziale .

Cosciente della futilità di negoziati con un governo subordinato alla logica della catena di produzione, a Dhaka è esplosa la violenza con l’emergere di sempre più notizie dall’edificio Rana. I lavoratori hanno chiuso l’area della fabbrica intorno a Dhaka, bloccando le strade e colpendo le auto. L’ottusità della Bangladesh Garment Manufacturers Assotiation (BGMEA), aggiunge fuoco alla rabbia dei lavoratori. Dopo le proteste a Giugno, il capo della BGMEA Shafiul Islam Mohiuddin ha accusato i lavoratori di essere coinvolti in “qualche tipo di cospirazione”. Ha spiegato che non c’è”nessuna logica per aumentare i salari dei lavoratori”. Questa volta il nuovo presidente della BGMEA Atiqul Islam ha suggerito che il problema non era la morte dei lavoratori o le condizioni misere nei quali i lavoratori lavorano ma “il disordine nella produzione è dovuto a agitazioni e hartals (scioperi)”. Questi scioperi, ha detto, sono “solo un altro colpo pesante al settore tessile”. Non c’è da stupirsi se coloro che hanno occupato le strade hanno così poca fiducia nei sub-appaltatori e nel governo.

I tentativi per cambiare significativamente la condizione dello sfruttamento sono stati sventati da una pressione coordinata del governo e dai vantaggi del delitto. Qualunque decenza si nasconda nel Labour Act del Bangladesh viene eclissata da un debole rafforzamento da parte del Inspections Department del Ministero del Lavoro. Ci sono solo 18 ispettori e assistenti per monitorare 100.000 fabbriche nell’area di Dhaka, dove sono situate la maggior parte delle fabbriche di indumenti. Se viene riscontrata un’infrazione, le multe sono troppo basse per generare qualunque riforma. Quando i lavoratori provano a formare unioni, la dura risposta dall’amministrazione è sufficiente a ridurre i loro sforzi. L’amministrazione preferisce le esplosioni anarchiche di violenza alla ferma consolidazione del potere dei lavoratori. Di fatto, la violenza ha portato il governo del Bangladesh a creare una Crisis Menagement Cell e una Polizia Industriale non per monitorare le violazioni delle leggi lavorative, ma per spiare gli organizzatori dei lavoratori. Nell’Aprile 2012, agenti della capitale hanno rapito Aminul Islam, uno degli organizzatori chiave del Bangladesh Center for Worker Solidarity. è stato trovato morto pochi giorni dopo, con il corpo con evidenti segni di tortura.

Il Bangladesh è stato scosso nei mesi scorsi con proteste oltre la sua storia – la terribile violenza fra i combattenti per la libertà nel 1971 da Jamaat-e-Islami portarono migliaia di persone a Dhaka a nello Shanbagh; questa protesta è stata trasformata in una guerra civile politica tra i due più grandi partiti, mettendo da parte le richieste di giustizia per le vittime di quella violenza. Questa protesta ha infiammato la nazione, che è stata al contrario abbastanza ottimista riguardo al terrore quotidiano contro i lavoratori del settore tessile. l’ “incidente” dell’edificio Rana potrebbe fornire un cardine progressivo per un movimento di protesta che è altrimenti alla deriva.

Nel frattempo in occidente, la sottomissione alle guerre al terrorismo e sul declino nell’economia impediscono ogni genuina introspezione riguardo lo stile di vita che fa affidamento su un consumismo alimentato dal debito a spese dei lavoratori di Dhaka. Coloro che sono morti nell’edificio Rana sono vittime non solo dell’abuso dei sub-appaltatori, ma anche della globalizzazione del ventunesimo secolo.

Vijay Prashad
Fonte: http://www.counterpunch.org
Link: http://www.counterpunch.org/2013/04/26/the-terror-of-capitalism/
26.04.2013

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cuar di ILARIA GROPPI

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Morire per 30 Euro di stipendio dopo una vita, breve, di miseria e sopprusi.

Benvenuti nel XXI secolo che poi e’ uguale al XX e a tutti quelli che sono passati dalla notte dei tempi.

Cambiano le regole ma il risultato e’ sempre quello: Homo Homini Lupus.

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