La strana morte dell’uomo che inventò il motore ad acqua (VIDEO)

Posted By On 28 set 2013

stan meyerIn un periodo di prezzi alle stelle per benzina e gasolio, ritrova spazio la strana storia di Stan Mayer, l’ingegnere americano che aveva ideato questo economico motore e che morì poco dopo in circostante particolari: per i familiari fu avvelenato.

I prezzi di benzina e gasolio sono alle stelle ormai da tempo, la crisi si fa sentire ed i distributori hanno nettamente alzato il proprio tariffario facendo impallidire gli automobilisti di tutta Italia. Eppure c’era chi, qualche anno fa, aveva progettato un modo efficace ed assolutamente economico per alimentare il motore delle autovetture. Si tratta di Stan Meyer, un ingegnere statunitense che negli anni ’90 cominciò un progetto tanto spavaldo quanto impensabile per far funzionare attraverso l’elettrolisi ottenuta con la sola presenza di acqua un motore intero. Nessun utilizzo di bombole ad idrogeno, bensì lo sfruttamento di qualche litro del liquido più semplice presente sul pianeta Terra per far camminare una qualsiasi automobile.

Questo Video datato 1996 mostra uno dei primi esperimenti pratici di Meyer….

inclusi i pareri sorpresi ma successivamente convinti dei giornalisti e tecnici presenti sulla scena. L’inventore americano riuscì ad ottenere tutti ibrevetti necessari per rendere fruibile il proprio progetto, pubblicizzando in quegli anni la sua iniziativa come un semplice intervento meccanico a favore di qualsiasi automobilista. “Con soli 1500 dollari renderò il vostro mezzo in una water-car” fu l’epiteto di Meyer, il quale rifiutò persino una miliardaria offerta da parte di un proprietario petrolifero arabodichiarando di voler sfruttare la sua tecnologia al servizio di chiunque, senza vendersi alle multinazionali. La sua avventura di tecnica e meccanica però lo condusse ad un tragico destino: nel 1998 Meyer fu trovato morto in un parcheggio di Grove City in Ohio, sua città natale.

C’è chi parlò di morte naturale, ma chi, come il fratello di Stan, ammise il possibile avvelenamento, un omicidio in favore dell’economia internazionale e del mondo capitalista che bloccò un’idea che avrebbe cambiato il mondo dell’energia e forse avrebbe fatto risparmiare molti comuni automobilisti.

Fonte: http://misteridalmondo2012.blogspot.it/2012/06/la-strana-morte-delluomo-che-invento-il.html

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Lo abbiamo conosciuto anni fa alle Piagge, parlammo dei limiti dell’attuale sistema economico e della strada da intraprendere per far “decrescere” la nostra economia. Oggi che l’insostenibilità del capitalismo è sotto gli occhi di tutti anche la stampa mainstream intervista Serge Latouche. Ecco il colloquio con Gigi Riva dell’Espresso. (rc)

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Non ci si può naturalmente aspettare che la destra sposi qualunque teoria sulla decrescita né, tantomeno, che possa considerarla “felice”. Ma la vera novità, negativa secondo Serge Latouche, 71 anni, economista e filosofo francese, ideologo della necessità impellente di produrre e consumare meno (per vivere meglio), è che anche molti giovani e meno giovani di sinistra già “riconvertiti in verdi”, stanno tornando a vecchi dogmi che misurano il progresso con la capacità che hanno le fabbriche di sfornare beni. Ascolta un Nichi Vendola che si dice affascinato dalla “provocazione culturale di Latouche” ma per cui, per ora, la realtà è quella di una decrescita molto infelice, e allarga metaforicamente le braccia: “Amo Vendola ma non ho mai creduto alla sua conversione ideologica”. Insomma: pur se ha messo la parola “ecologia” nel nome del suo partito, non ha mai sposato fino in fondo le conseguenze di una scelta davvero, e radicalmente, verde. Gli contrappone, attualizzandolo, un politico italiano del passato, Enrico Berlinguer: “Nel 1977 lui usò il termine “austerità” e non venne capito. Io dico la stessa cosa con un’altra parola: “frugalità””. La nostra abbondanza frugale è la maniera “per superare un modello consumista dissennato che è entrato in crisi, i cui caratteri distintivi sono lo spreco e lo sperpero”.

Serge Latouche, una teoria – seppur affascinante – ha bisogno di un progetto politico. E se anche una fetta di sinistra, in epoca di crisi economica, pensa che la risposta sia la crescita, allora lei ha poche chances.
“Il problema è un cambiamento culturale profondo. I giovani tornano al produttivismo perché cercano un impiego che non hanno e non riescono nemmeno a immaginare una società che crea lavoro senza essere dentro la logica della crescita. Nessuno gliel’ha spiegata”.

È invece possibile.
“Partiamo dalla considerazione opposta. Da diverso tempo la crescita, almeno quella che noi conosciamo in Occidente e che negli anni più floridi è stata al massimo nell’ordine del 2 per cento, non crea posti di lavoro. Ci vorrebbe una crescita del 5-6 per cento per eliminare la disoccupazione. Cifra evidentemente impossibile da raggiungere”.

La politica, o meglio gli economisti che hanno sostituito i politici, si affannano su ricette che riducano i debiti pubblici e, se ci riescono, rilancino lo sviluppo.
“Sì, il famoso programma del vertice del G8 di Toronto del 2009 che si è chiuso con la doppia impostura contenuta nelle parole “rilancio” e “austerità”. Basta andare a chiedere ai greci cosa ne pensano di questa politica e dei suoi risultati catastrofici. In Grecia il popolo aveva votato massicciamente per un partito socialista che non è riuscito a realizzare i suoi progetti perché, a causa della pressione dei mercati, si è visto imporre un’austerità neo-liberale. Dopo il fallimento del socialismo reale assistiamo al vergognoso scivolamento della socialdemocrazia verso il social-liberismo. E non vale solo per la Grecia”.

Una parte degli economisti di sinistra cerca in effetti di badare al sodo: rilancio di consumi e investimenti per ridare un segno più al prodotto interno lordo.
“Lo fanno alcuni intellettuali, come Joseph Stiglitz, che rilanciano vecchie ricette keynesiane, ma è una terapia sbagliata. Almeno dagli anni Settanta i costi della crescita sono superiori ai suoi benefici e stiamo esaurendo le risorse naturali. Quella della crescita è solo un’illusione, un inganno che possiamo perpetuare per qualche anno, non di più. Prendiamo l’Europa ad esempio. Sia governi di sinistra come quelli di Papandreou o Zapatero, quando c’erano, sia di destra come Merkel o Sarkozy, continuano a proporre per uscire dalla crisi le stesse ricette che l’hanno prodotta. Quando ci vorrebbe il coraggio di uscire dalla logica della religione della crescita”.

Resta da capire con chi lei immagina di realizzare questo progetto.
“Con una sinistra che sia davvero tale e che superi qualche tabù come quello dell’euro. La moneta unica ci sta strangolando perché è supervalutata e ci impedisce di fare politiche nazionali di protezionismo economico e sociale. Ci impedisce, di fatto, di gestire la crisi perché non possiamo svalutare la moneta”.

La sua ricetta, decrescere, o “a-crescere” come lei ha precisato, per alcuni evoca una lugubre stagione di privazioni e rinunce.
“Siamo entrati lentamente nel capitalismo, che è il sinonimo di crescita, e lentamente ne usciremo. Grazie a un cambiamento lento, ma ineluttabile. Lavoreremo meno per produrre meno. Se si produce meno si distrugge meno natura, ma non è detto che si abbia necessariamente meno. Se invece di cambiare automobile ogni due anni e computer ogni anno li si cambia ogni dieci perché se ne producono di resistenti, la soddisfazione del bisogno di possedere quegli oggetti è esaudita ma c’è bisogno di meno denaro, dunque di meno lavoro. E si avrà più tempo libero per relazioni e affetti”.

C’è da chiedersi cosa faranno i dipendenti di quelle aziende di computer o auto.
“A loro volta avranno bisogno di meno. È il nostro rapporto col tempo che va completamente rivisto. Siamo così stressati che dormiamo, in media, meno che in passato, guardiamo troppa televisione, non facciamo sport, diventiamo obesi (altro problema sociale) e non ci occupiamo dei nostri bambini”.

Lei, professor Latouche, sta dipingendo un perfetto modello occidentale. Ma il mondo è assai più vasto.
“Infatti “decrescita” è uno slogan da usare per i Paesi ricchi, senza pretesa di imporlo ad altri. Io so solo, però, che l’ideologia della crescita è catastrofica per tutti, a ogni latitudine. Ma ciascuna società deve poi gestire il funzionamento dell’a-crescita secondo i propri valori. I cinesi arriveranno a pratiche ecologiche per poter stare meglio. Per gli africani la parola crescita non ha granché senso e semmai devono pensare di produrre di più nel settore alimentare. Ma stando attenti a salvaguadare il territorio”.

Tornando a noi: è di gran moda l’espressione “sviluppo sostenibile”.
“Mi spiace, non ci sto. Non c’è nessuno sviluppo che sia sostenibile oggi. Abbiamo dissipato troppe risorse. Dovremmo fare più attenzione. Penso sempre a due Tir che si incrociano sotto il tunnel del Monte Bianco e uno porta l’acqua minerale francese a voi, l’altro l’acqua minerale italiana a noi. Che spreco”.

Che altro guadagniamo dalla decrescita?
“Mi viene in mente Baldassarre Castiglione e il suo “Il cortigiano”, in cui suggeriva al Principe di dare più tempo alla vita contemplativa e alla riflessione e meno all’azione. Ecco, il tempo per se stessi sarebbe davvero il regalo migliore della decrescita”.

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Chi avrebbe il coraggio di esaltare le virtù della “decrescita” davanti agli operai di Termini Imerese o ai minatori dell’Alcoa? Non è un caso se l’ambientalismo più radicale ha successo nei ceti professionali medioalti; mentre le forze politiche legate a una visione “produttivista” – la Lega Nord in Italia o il Tea Party Movement della destra populista in America – fanno breccia in quel che resta della classe operaia. “Fermare lo sviluppo” diventa uno slogan quasi irreale quando lo sviluppo comunque non c’è più, nell’Europa di oggi stremata dalla disoccupazione. D’altra parte suona come un atteggiamento snobistico, da élite privilegiate, se viene brandito contro le aspirazioni di centinaia di milioni di cinesi e indiani: solo grazie alla continuazione del boom attuale in quell’area del mondo, potranno vedersi realizzate le loro aspettative di un tenore di vita appena decente.

Eppure anche i fautori dello sviluppo-ad-ogni-costo ammutoliscono davanti agli scenari di una prolungata stagnazione. Al World Economic Forum di Davos, una settimana fa, il direttore del Fondo monetario internazionale ha annunciato dai 5 ai 7 anni di “lacrime e sangue” per l’intera Europa, alle prese con colossali deficit pubblici. Neppure i leader più demagogici in Occidente osano promettere che alla fine del tunnel tutto tornerà come prima. Non basta che Obama faccia la voce grossa coi cinesi perché d’incanto tornino a spuntare capannoni industriali in tutto il Midwest.

L’economista francese Serge Latouche è da anni il più autorevole critico dello sviluppo. Una delle sue opere di maggiore successo, uscita proprio mentre l’Occidente sprofondava nella più grave crisi degli ultimi settant’anni, si intitolava Breve trattato sulla decrescita serena (Bollati Boringhieri, 2008). Il rischio è che la decrescita si confonda con la recessione, tutt’altro che serena. Come conciliare la necessità di dare sbocchi professionali ai giovani, con un orizzonte di stagnazione, precariato, regresso del potere d’acquisto? Per evitare questa impasse, Latouche suggerisce un cambio di terminologia nel suo nuovo saggio L’invenzione dell’economia (Bollati Boringhieri, in uscita oggi). A scanso di equivoci, parliamo di “a-crescita” come si parla di ateismo. Perché proprio di questo si tratta, dice Latouche: «Uscire dalla religione della crescita».

Una religione che esige dalle masse dei credenti una fede cieca, assoluta, irrazionale. Lo si capisce da un test logico elementare. Come conciliare l’idea di una crescita infinita, con le risorse naturali del pianeta che sono limitate? Latouche mette a nudo questo paradosso: con il tasso attuale di crescita della Cina (10% di aumento del Pil annuo, nei primi otto anni del XXI secolo), si ottiene una moltiplicazione di 736 volte in un secolo. Immaginiamo invece che la Repubblica Popolare si assesti su una velocità di sviluppo più moderata, per esempio quel 3,5% annuo che fu la media europea negli anni della ricostruzione post-bellica: si avrebbe pur sempre una moltiplicazione di 31 volte in un secolo. Chi può pensare che ci sia sul pianeta abbastanza petrolio, acqua da bere, ossigeno da respirare, per una Cina che produce e consuma trenta volte più di adesso?

La critica di Latouche va al cuore della scienza economica, che smonta e demistifica assegnandole una parabola storica ben precisa: è da Aristotele a Adam Smith che la visione economica si codifica e conquista un ruolo centrale, dominante, infine totalitario, nella civiltà occidentale (poi conquista via via tutte quelle altre zone del mondo che si sono modernizzate emulando i modelli dell’Occidente). Il marxismo in questo senso è una finta alternativa, un rovesciamento fallito, la sua prospettiva rimane la stessa: il produttivismo, l’idolatria dello sviluppo. «Viviamo ancora – scrive Latouche – in piena apoteosi dell’èra economica. Viviamo l’acme della onnimercificazione del mondo. L’economia non solo si è emancipata dalla politica e dalla morale, ma le ha letteralmente fagocitate. Occupa la totalità dello spazio. Il discorso pubblicitario, che invade tutto, diffonde la visione paneconomica e la spinge fino all’assurdo: pretendendo di dare un senso alla vita, ne rivela la mancanza di senso».

Pochi autori possono unire l’erudizione e la profondità analitica di Latouche, insieme con la sua capacità di attaccare alle radici venti secoli di pensiero occidentale: in passato proprio Karl Marx, e tra i contemporanei Giovanni Arrighi, si sono cimentati con operazioni così ambiziose. In questa sua ultima opera Latouche accetta anche qualche mediazione politica. Il suo orizzonte ultimo è una Utopia da terzo millennio, una società di abbondanza sulla base di quella che Ivan Illich chiamava la “sussistenza moderna”, una sorta di neofrugalità appagata. Per arrivarci, Latouche è disposto a una transizione fatta di nuove regole e ibridazioni: «In questo senso le proposte concrete degli altermondialisti, dei sostenitori dell’economia solidale e del paradigma del dono, possono ricevere un appoggio incondizionato». In fondo c’è posto in questa visione anche per il progetto di Nicolas Sarkozy: abbandonare la “dittatura del Pil”, fondando su altri parametri la misura del benessere sociale di una nazione.

[Fonte Repubblica]

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L’ invenzione dell’ economia, di Serge Latouche. Ed. Bollati e Boringhieri
Anno 2010. Collana «Temi» Prezzo €18,00

Dall’autore del Breve trattato sulla decrescita serena, ecco un saggio di interrogazione radicale sul terreno di una delle «invenzioni» cruciali della modernità.

Come si è formato il nostro «immaginario economico », la nostra visione economica del mondo? Perché oggi vediamo il mondo attraverso i prismi dell’utilità, del lavoro, della concorrenza, della crescita illimitata? Che cosa ha portato l’Occidente a inventare il valore produttività, il valore denaro, il valore competizione, e a costruire un mondo in cui nulla ha più valore, e tutto ha un prezzo?

Serge Latouche ritorna qui alle origini di questa economia che i primi economisti definivano la “scienza sinistra”, e articolando la sua argomentazione in prospettiva storico-filosofica, mostra come si è plasmata la nostra ossessione utilitarista e quantitativa, e ci permette così non solo di gettare uno sguardo nuovo sul nostro mondo, ma soprattutto di affrontarne la sfida sul piano di valori davvero fondamentali come libertà, giustizia, equità.

L’autore

Serge Latouche, professore emerito di scienze economiche all’Università di Paris-Sud, è specialista dei rapporti economici e culturali Nord-Sud e dell’epistemologia delle scienze sociali

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«Lotto 81/2, sei braccialetti d´oro grammi 68,5, base d´asta 1.200 euro, chi offre di più?». Su un monitor appaiono gli oggetti. Tre rapidi rilanci. E in pochi secondi i braccialetti vengono aggiudicati. È così anche per gli altri 76 lotti dell´asta, orologio d´oro Rolex a 2.800 euro e anello oro brillante 3,5 grammi a 7.900 euro come base d´asta, tanti altri braccialetti, collane, orecchini, brillanti, ciondoli, spille, gemelli. Nella sala dell´Azienda dei presti di Crf, in via Baracchini, a contendersi il tesoro ci sono una ventina di habitué che smanettano sulla calcolatrice portatile, orafi soprattutto. È l´epilogo di vicende umane tormentate: quelli che vanno all´asta sono preziosi dati in pegno in cambio di un prestito e mai ritirati.

Il credito su pegno, che ha origini quattrocentesche come monte di pietà, è in crescita. Lo praticano le banche che da questa attività hanno tratto origine, in Toscana l´Azienda de´ presti di Crf a Firenze, il Monte dei Paschi a Siena, la Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia, Cariprato, la Banca del Monte di Lucca e la Cassa di Risparmio di Lucca Pisa e Livorno, alcune finanziarie. Si calcola che nella regione il giro d´affari del solo circuito bancario ammonti a 50 milioni di euro (meno del 7% del fatturato nazionale che è di 800 milioni) e che ogni anno aumenti di circa il 7%. La crisi economica però, sostengono, non è l´unica spiegazione. La crescita è semmai in parte attribuibile alla scoperta che del monte dei pegni hanno fatto gli immigrati. «Capita di ricevere spesso oggetti etnici d´oro puro» dicono dal monte dei pegni di Mps a Siena. «Dal 2003 il numero dei pegni da noi è in crescita, quest´anno siamo ad un valore di credito erogato di 1.114.000 euro per un totale di 931 polizze».

Si chiamano polizze perché chi va al monte dei pegni stipula un contratto. Senza dover affrontare le formalità di un mutuo, consegna il bene, ne riceve in cambio il 50-75% del valore, si impegna a pagare un interesse tra il 7 e il 15%. Tutto in pochi minuti. Il contratto dura sei mesi, ma è rinnovabile. Alla fine solo il 5% delle persone non ce la fa a recuperare i preziosi. Che vanno all´asta. Il sistema dei monte dei pegni delle banche è ancora impregnato di eticità ed arcaicità. I soldi che dall´asta si ottengono in più rispetto al prestito e agli interessi vengono consegnati a chi ha dato in pegno il prezioso. Le banche possono avvalersi – e lo hanno fatto anche di recente – dell´antica facoltà di imporre l´acquisto dei beni invenduti ai loro dipendenti-stimatori.

Ma chi è che ricorre al monte dei pegni? «Ho moglie e figli, volevo avere un po´ di contanti per le vacanze al mare» ha raccontato un uomo tornato a riprendersi Rolex e gioielli. «Ma quali vacanze? – si lamenta una donna – Io non ce la faccio ad arrivare a fine mese. Consegno i gioielli in pegno e poi vengo a riprenderli quando riscuoto la busta paga». C´è anche chi dice di farlo per un´esigenza pratica: «A casa non ho la cassaforte e così quando vado in vacanza vengo qui: metto in tasca un po´ di soldi, i gioielli restano al sicuro nel caveau della banca e sono libero dalla preoccupazione che il mio appartamento venga svaligiato».

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Un lungo (e dotto) intervento sul settimanale The New Yorker illustra una tesi poco popolare, soprattutto tra la folta schiera dei digerati. Il cyber-attivismo servirà a poco o nulla per facilitare il cambiamento sociale — almeno finché non si integri con una struttura già attiva o messa in piedi all’uopo “nel mondo reale”. I social media non possono né potranno attivare trasformazioni concrete nella società: the revolution will not be tweeted.

A sostegno di tale tesi Malcolm Gladwell cita in dettaglio svariati casi del movimento dei diritti civili USA dei primi anni ’60, evidenziando la necessaria fisicità dell’organizzazione e delle azioni intraprese come unica strada che portò al successo. «Se Martin Luther King, Jr., avesse provato a fare un wiki-boicottaggio a Montgomery, sarebbe stato letteralmente schiacciato dalla macchina del potere dei bianchi.»

Al confronto, le bravate raccontate da Clay Shirky sull’attivismo digitale o sul potere del web collettivo appaiono poco più che puerili – e a ragione, perché simili incursioni non fanno altro che auto-replicarsi in maniera orizzontale, difettando dell’ovvia penetrazione verticale che sola può colpire al cuore l’ordine costituito. In sintesi: nel facilitare l’espressione degli attivisti, i social media allontanano la possibilità che tale espressione abbia effetti concreti.

Ne consegue una caratteristica decisamente conservatrice dei social media, cosa che molti continuano però a ignorare, o fingono di farlo: «Non sono un nemico naturale dello status quo». E d’altronde analisi più attente su quella che molti media hanno frettolosamente definito “Twitter Revolution” lo scorso anno in Iran o anche in Moldavia hanno poi rivelato come l’attivismo fosse in realtà ben radicato nelle piazze e nelle menti della gente, non certo online; e lo stesso dicasi per altri esempi in Corea del Sud ribaditi da Shirky nella sua ultima fatica, “Cognitive Surplus”. Pur se usare il Professore della New York University a mo’ di capro espiratorio o definire i suoi testi la bibbia del movimento dei social media diventa controproducente.

Come si evidenzia meglio nella trascrizione del chat pubblico successivo alla pubblicazione dell’articolo, Malcolm Gladwell non vede però tutto nero. L’elezione di Barack Obama è stato un ottimo esempio in cui la «combinazione tra l’attivismo di base e i social media si rivela assai utile». Mentre Twitter e Facebook sono importanti per introdurre certi temi a una vasta fetta di persone e per tenere le fila della conversazione, pur se la loro stessa natura previene approfondimenti o sviluppi davvero significativi. O per firmare petizioni e proclami, guadagnare supporter a certe cause — ma senza dover scendere in strada a manifestare, né esporsi concretamente in prima persona.

È vero: la tecnologia può fare miracoli ma «non può modificare le dinamiche alla base dei “problemi umani”: non rende più facile amare o motivare o sognare o convincere», insiste Gladwell. Che si sia d’accordo o meno, è fuori di dubbio che le odierne “cyber-utopie” ricalcano fin troppo i primi anni della Rete per come la conosciamo, metà anni ’90, quando troppi addetti ai lavori pensavano potesse davvero trasformare il mondo e unificare i digerati oltre confini e leggi nazionali. Un esempio per tutti, la Dichiarazione d’indipendenza del cyberspazio, datata febbraio 1996, in cui John Perry Barlow delineava in 16 brevi paragrafi, lo specifico “contratto sociale” che dava forma a Internet e in base al quale i suoi utenti erano immuni dalle normative giuridiche o dai problemi concreti dei comuni mortali.

Peccato che, appunto, si trattasse di utopie fuori luogo — come hanno rivelato da allora Pechino, Teheran e Il Cairo, con manovre e interventi ripetutamente repressivi, ma anche Parigi e Roma, con le odierne leggi o proposte censorie. Alla faccia di un’impossibile Internet senza frontiere.

Riproporre oggi analoghi sensi unici in stile dead-end — pensare cioè che social network e blogosfera possano davvero scardinare lo status quo, come vorrebbero farci credere l’elite digitale e i colossi del cyber-business, o che iniziative pur stimolanti come Global Voices Online e il relativo progetto Lingua riescano a “far parlare tra loro chi vive in Corea con gli abitanti del Camerun…su idee e temi condivisi”, come suggerisce Ethan Zuckerman — è decisamente troppo. Almeno per i miei gusti.

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Eurosif definisce “responsabili” quegli investimenti condotti secondo quei criteri di sostenibilità sociale, umanitaria e ambientale Mentre la peggiore crisi finanziaria dall’epoca della Grande Depressione mieteva vittime in tutti i segmenti di mercato, il settore degli investimenti responsabili in Europa ha continuato a crescere evidenziando un’onda lunga di espansione destinata, probabilmente, a confermarsi tale anche in futuro. Lo rivela una ricerca resa pubblica in questi giorni dallo European Social Investment Forum (Eurosif), un’organizzazione creata nel 2001 come punto di riferimento per gli investitori del comparto “sostenibile” del Vecchio Continente. Un’espansione, quella evidenziata dall’indagine condotta insieme a Bank Sarasin e Highland Good Steward Management, che ha interessato gli investimenti individuali e familiari delle fasce più ricche della popolazione. Quelle, cioè, maggiormente propense per ovvi motivi a orientare nei mercati finanziari le proprie strategie di risparmio.
Le cifre, manco a dirlo, si rivelano clamorose. Nella classificazione per reddito, il gruppo dei cittadini europei più ricchi è costituito da quasi 3 milioni di individui titolari di un patrimonio complessivo pari a 6,6 trilioni di euro (6.600 miliardi). La crisi, che ci crediate o meno, ha colpito anche loro provocando tra il 2007 e il 2009 una riduzione delle ricchezze pari all’11%. Eppure, ed è questo forse il dato più significativo, i loro investimenti cosiddetti “responsabili” sono aumentati come non mai, raggiungendo quota 729 miliardi di euro, circa il 35% in più rispetto al 2008. Un trend destinato a confermarsi in futuro se è vero, come sostiene Eurosif, che l’ammontare totale di questa fetta di mercato dovrebbe accarezzare nel 2013 gli 1,2 trilioni di euro, ovvero il 15% del portafoglio complessivo degli investimenti.
Ma cosa si nasconde dietro questa sorprendente espansione? Secondo i ricercatori la chiave di tutto si collocherebbe nella natura stessa delle operazioni finanziarie. Eurosif definisce “responsabili” quegli investimenti condotti secondo quei criteri di sostenibilità sociale, umanitaria e ambientale che diventano incentivi o discriminanti nella scelta dei titoli e delle strategie operative. L’aspetto più importante, rivela ancora la ricerca, è che questo tipo di scelta (no alle imprese che inquinano, producono armi o fanno affari con i regimi dittatoriali, sì al microcredito e agli investimenti orientati allo sviluppo o al green business) sarebbe risultato particolarmente opportuno per garantire stabilità in tempi di crisi. Secondo il 94% dei gestori e il 75% degli individui intervistati, il grande crunch creditizio con tutte le sue note conseguenze avrebbe avuto addirittura un impatto positivo sugli investimenti responsabili.
Per gli operatori, in altre parole, questo crescente mercato della “sostenibilità” non rappresenterebbe più un’alternativa alle attività filantropiche quanto piuttosto una vera e propria fonte di opportunità e guadagni. “Nel contesto dell’attuale crisi finanziaria questi investimenti hanno permesso a molti clienti non solo di evitare grandi perdite ma anche di ottenere un reale valore aggiunto”, spiega Burkhard Varnholt, chief investment officer di Bank Sarasin. Secondo il direttore di Eurosif Matt Christensen tocca ora alle grandi banche private impegnarsi per fidelizzare una clientela sempre più propensa ad alimentare quella domanda di investimenti sostenibili che conosce una crescita inarrestabile in Europa e non solo.
Il trend di espansione, infatti, sarebbe evidente da tempo in tutto il mondo. Meno di un anno fa una ricerca condotta dalla banca olandese Robeco e dalla statunitense Booz & Company aveva reso note cifre da capogiro. Secondo gli analisti, il valore del mercato mondiale degli investimenti responsabili sarebbe destinato a passare dai 5.000 miliardi di dollari del 2007 ai 26.500 del 2015 arrivando a costituire, per quella data, un quinto dell’intero mercato degli investimenti gestiti su scala globale.
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Intervista ad alcune persone della Comunità delle Piagge sul senso del progetto e la società in cui viviamo. In particolare sono stati ascoltati Alessandro Santoro, Francesca Manuelli, Tiziana Michelagnoli, Francesca Sarcoli. A cura di Massimo Cappitti del sito Ospite ingrato.

Qual è la storia delle Piagge?

Francesca Manuelli – Il quartiere delle Piagge nasce intorno alla metà degli anni ’80 per rispondere al bisogno di abitazioni in seguito a numerosi sfratti poiché stava crescendo la domanda di case da parte delle fasce più deboli della cittadinanza. Allora il comune di Firenze, utilizzando dei finanziamenti statali, inizia la costruzione di un gruppo di case popolari in questa zona. Lo fa però in modo frettoloso senza rispettare il percorso che si dovrebbe seguire quando si creano dal nulla nuovi insediamenti. Infatti questa era solo una zona di cave e di pioppeti, non era assolutamente urbanizzata. Dagli abitanti degli insediamenti più antichi – quelli che si trovano oltre la via Pistoiese – quest’area era considerata la campagna dove passeggiare, caratterizzata da zone coltivate e dalle cave di inerti che servivano a costruire il resto della città. Quando si comincia a costruire lo si fa molto in fretta e piuttosto male, e oltretutto all’impresa che deve costruire i palazzi viene affidata anche la progettazione. È mancato quindi il controllo istituzionale su quello che si stava programmando. Quando le prime case vengono ultimate, intorno alla metà degli anni ’80, e abitate, mancano completamente i servizi sul territorio: non ci sono negozi, non c’è scuola.

Tutti coloro che abitavano qui dovevano rivolgersi, per ogni tipo di necessità, agli insediamenti precedenti oltre la via Pistoiese. Fin da subito, quindi, il rapporto sociale tra i nuovi e i vecchi abitanti è stato critico e la criticità è proseguita negli anni fino ad ora. Un’alta percentuale delle persone e delle famiglie che vengono ad abitare alle Piagge erano state sfrattate o, comunque, vivevano difficoltà di vario genere, legate a problematiche di disagio sociale. Questa zona è un po’ particolare anche dal punto di vista morfologico perché è una striscia stretta e lunga circondata da un lato dall’Arno e dalla ferrovia che separa l’Arno dal quartiere, dal lato opposto c’è la via Pistoiese che fa da barriera, dal lato est c’è il ponte all’Indiano e dall’altra parte c’è l’autostrada del sole e subito accanto l’inceneritore di San Donnino. Già attivo da qualche tempo, però è stato chiuso pochi anni dopo la costruzione del nuovo quartiere, perché produceva polveri dannose alla salute. I resti dell’attività dell’inceneritore si trovano ancora sottoterra perché sono stati utilizzati, insieme ad altri materiali – è stato usato di tutto! – per coprire le buche provocate dall’estrazione della rena. Quando piove, infatti, il terreno non riceve bene l’acqua che rimane stagnante per molto tempo. Questa, da studi del comune di Firenze svolti alla fine degli anno ’80, è stata individuata come zona di esondazione dell’Arno e quindi è sottoposta a vincolo edificatorio. Malgrado ciò il comune ancor oggi continua a costruirci abitazioni.

Chi sono gli abitanti delle Piagge? Qual è il loro rapporto col quartiere e, in particolare, la con la comunità?

Francesca Manuelli -La situazione sociale, da subito, è stata complessa, ma da parte del comune di Firenze non c’è stato nessun intervento sociale, non è stato organizzato nessun tipo di servizio e quindi sono sorte tutte le problematiche fisiologiche che emergono quando una massa di persone, dalle più disparate storie, è concentrata in palazzoni enormi del genere di quelli delle Piagge. Il rapporto del quartiere con il resto della città non era e ancora non è dei migliori perché le Piagge erano considerate il Bronx di Firenze, tanto che la maggior parte dei fiorentini non sapevano e non sanno dove si trovino le Piagge: fino a qualche anno fa le strade del quartiere non erano segnate neppure sullo stradario. Ora le Piagge sono conosciute perché sono state aperte la Coop e una discoteca. Questo era stato considerato il posto dove riunire gran parte delle situazioni di disagio che erano sparse per la città.

Le difficoltà presenti in questo quartiere non sono infatti causate dalle tipologie delle situazioni di disagio, che si trovano anche nel resto della città, ma dalla loro concentrazione in un’unica zona senza dotarla degli strumenti necessari per gestire bene questa realtà. Anche l’ambiente esterno non aiuta la socializzazione. Non c’è una piazza, alle Piagge, né un bar dove ritrovarsi. Al posto della piazza oggi c’è la Coop che ha una “piazza” interna, praticabile però, solo fino alle 20 e 30. Ci sono dei bar sulla Pistoiese che però è come se si trovassero al di là di un confine. La costruzione del centro commerciale, in un certo senso, ha peggiorato la situazione: delle due edicole presenti nel quartiere è rimasta aperta solo una che si trova dentro alla Coop. È stato replicato il meccanismo iniziale della costruzione delle Piagge – anche se è dubbio che ci fosse un progetto unitario – cioè di realizzare dei comparti abitativi separati da altri spazi destinati a qualcos’altro, senza un possibile interscambio tra le varie attività umane: c’è quella abitativa, quella scolastica, quella commerciale.

Dopo vent’anni, appunto, la modalità si è ripetuta: ci sono le case, più in là c’è un centro che racchiude tutte le attività commerciali e, invece, l’ambiente esterno continua a essere molto poco utilizzato. Tutti gli spazi occupati dai grandi prati sono sottoutilizzati, poche persone ci vanno perché non ci sono attrezzature non c’è niente da fare. L’ambiente, per come è strutturato, o meglio, per come non è strutturato, non aiuta a incontrarsi. Dentro le Piagge non sono state costruite scuole, tranne quella materna, le altre sono all’interno dei vecchi insediamenti. I primi abitanti delle Piagge erano famiglie che per la maggior parte provenivano dal sud Italia. All’inizio, soprattutto i ragazzi si vergognavano a dire dove abitavano: era uno stigma sociale, usavano dire, allora, che abitavano a Brozzi, cioè di fronte, o sulla Pistoiese. Ora se ne fanno quasi vanto: occhio, perché io sono delle Piagge! Solo in una minoranza di persone c’è l’orgoglio di appartenere alla nostra esperienza di comunità. All’interno del quartiere non si è sposata questa nostra esperienza in modo maggioritario, anzi. Alcune nostre prese di posizione sono state interpretate in modo molto negativo perché, a giudizio di molti, questa comunità, mette in luce sempre il peggio del quartiere. Siamo stati accusati, a volte, di mettere in cattiva luce un quartiere che in realtà non è così malconcio e disastrato.

E gli stranieri?

Francesca Manuelli -Le famiglie e le persone straniere in parte sono arrivate con alcuni insediamenti abusivi lungo la ferrovia, sotto il ponte dell’autostrada, che in seguito sono stati smantellati. La presenza di queste persone ha sempre creato un po’ di tensione con alcuni abitanti del quartiere. Per esempio, il fatto che spesso utilizzassero le fontane pubbliche per rifornirsi di acqua, per lavare i vestiti o i bambini non era visto di buon occhio, ma come una situazione di degrado, perciò alcune fontane pubbliche sono state addirittura fatte chiudere. Noi, come comunità, abbiamo provato a instaurare un rapporto di conoscenza con quelle famiglie, costruendo una piccola scuola informale per i bambini. Purtroppo, però, quando eravamo riusciti a inserire i bambini a scuola, questo insediamento è stato sgomberato, le famiglie sono state mandate via e disperse nella regione.

Alle famiglie straniere gli appartamenti, invece, sono stati assegnati successivamente attraverso le graduatorie. Ancora oggi, però, ci sono baracche in piccoli accampamenti di persone rom, rumene o albanesi, dipende dalle zone. Esiste ancora questa forma di coabitazione, un po’ più nascosta rispetto a prima. Il nostro tentativo, come è stato fatto un po’ di anni fa per l’insediamento delle famiglie rom lungo l’Arno, è proprio quello di creare dei rapporti, di portare alla luce queste persone e di non tenerle nascoste sotto i canneti e, invece, costruire qualcosa insieme a loro. Il nostro intervento è percepito negativamente sia da quella parte degli abitanti del quartiere che ci accusano di aver scelto di aiutare più gli stranieri degli italiani, sia da quelli che vorrebbero che le Piagge fossero considerate un insediamento di maggior prestigio e che pensano che il nostro rapporto con i “nuovi” stranieri costituisca una sorta di attrazione per una certa tipologia di persone, la cui presenza degrada il quartiere e abbassa la rendita.

Quali principi ispirano le scelte della comunità?

Francesca Manuelli -Il quartiere è ancora oggi caratterizzato dalla presenza di famiglie multiproblematiche. Il modo in cui la città si sta muovendo non aiuta molto a uscire da questo tipo di problemi. Le situazioni di disagio sono le stesse, cambiano magari le modalità, ma i motivi che portano a non vivere bene la propria vita sono gli stessi. È su questo che la nostra comunità cerca di agire. Noi pensiamo che le persone che abitano qui dovrebbero aiutarsi a rialzarsi in piedi, infatti da noi nessuno ha da insegnare niente a nessun’altro. Le persone, attraverso la conoscenza di se stessi, la presa di coscienza di quel che sono, cercano di fare un percorso di riacquisto di dignità.

Alessandro Santoro – Occorre precisare una cosa per non fare un errore di valutazione e di analisi. Questo quartiere come tanti altri non è stato esente e non è esente dalle difficoltà economiche. Qui c’è un’alta concentrazione di disagio, caratteristica dei quartieri delle periferie urbane popolari. Credo che questo sia da imputare al sistema capitalista-liberista-consumista che da un lato ha creato l’abbaglio del possibile per tutti ma poi ha sempre di più allargato la forbice terribile tra chi ha e chi non ha. Quello che di più fa specie in questo quartiere è la deprivazione culturale. Su questo la comunità ha cercato e cerca di lavorare, sull’incapacità, cioè, di rendersi conto che la povertà maggiore è la povertà di strumenti. Si tratta, allora, prima di acquisire la consapevolezza della situazione in cui si è, successivamente di ridurre la schiavitù rispetto a questo meccanismo e infine di procurarsi strumenti per emanciparsi e uscire da questa forma di disagio. Recuperare soggettività e capacità di analisi critica e autodeterminazione: questo è l’obiettivo.

L’errore più grosso nel lavoro nei quartieri di periferia e di forte disagio è quello di cercare di dare le cose che mancano. Invece, la cosa più importante è lavorare sui due aspetti, che sono poi all’origine delle mancanze strutturali e materiali: la deprivazione affettiva e la deprivazione culturale. Soprattutto la mancanza della parola. Questa comunità ha tentato di vivere questa esperienza: una volta che ci si rende conto di una situazione di disagio non si risponde in maniera immediata ma si lavora per cercare di ricreare coscienza, creare dignità, costruire insieme gli strumenti per cogliere il disagio, il proprio e quello degli altri, e poterlo poi superare. Scuola e affetto. Affetto in questo significato: da un lato, costruire comunità e relazioni affettive molto forti, dove una persona è riconosciuta come soggetto che conta, che vale, secondo le indicazioni di don Milani, e, dall’altra parte, impegnarsi a creare una coscienza critica. Con uno slogan potremmo dire: “ridare la parola”.

A tutt’oggi, dopo quindici anni, credo che questi continuino a essere due assi fondanti e fondamentali per cercare di superare certi meccanismi. Anche perché la storia ci sta insegnando che altri tipi di esperienza, di tentativi di lavoro sociale non sono riusciti ad arginare quella che io chiamo la “guerra tra poveri”, che si vede bene in ambienti come quello delle Piagge. Nel quartiere stanno restaurando le case e ciò ha provocato una diaspora da parte delle persone che vivevano qui da quindici anni, le quali però, messe in condizioni di scegliere se tornare o no, hanno preferito rimanere dove le hanno mandate piuttosto che tornare nelle case restaurate, perché si sono rese conto che avrebbero dovuto condividere il quartiere con un maggior numero di famiglie e persone straniere che verranno a viverci. Mal sopportavano il fatto di vedere, a detta loro, regredire il quartiere e ritornare in una situazione di disagio. Ciò la dice lunga su come lo stigma sociale che uno si porta dietro diventi poi elemento di esclusione degli altri.

Quali sono le attività della comunità?

Francesca Sarcoli – Il nostro lavoro sulla scuola è diversificato: dalla libera università alla formazione permanente, dai corsi di alfabetizzazione al doposcuola, alla scuola per adulti e per stranieri, ma anche interventi negli istituti scolastici. Da parte nostra non c’è mai stato il tentativo di disconoscere la scuola ufficiale, anzi, abbiamo tentato di collaborare il più possibile. Mai ci siamo messi in contrapposizione col sistema scolastico, il quale, soprattutto nel quartiere in cui viviamo, non riesce a intercettare per tempo le situazioni critiche, come ad esempio gli abbandoni scolastici, che sono abbastanza frequenti anche prima delle medie. Pochi ragazzi delle Piagge terminano le scuole superiori e pochissimi si iscrivono all’università.

Mi sembrano i temi della pedagogia della teologia della liberazione.

Alessandro Santoro – Il tentativo di rendere le persone protagoniste della propria educazione è un’idea e una pratica della pedagogia della liberazione. Credo che la teologia della liberazione nasca dalla pedagogia della liberazione e non il contrario, come viene detto spesso. Credo che Paulo Freire venga prima della teologia della liberazione. Il percorso spirituale e il percorso pedagogico, alla fine, si avvicinano. È per questo che l’esperienza di comunità, che comunque rivendica la sua laicità, ha al suo interno un profondo senso spirituale. La pedagogia, quando è pedagogia della liberazione, è spiritualità, cioè presuppone la capacità di creare una coscienza talmente critica e capace di dilatarsi e di creare ampi spazi che è quello che, mi verrebbe da dire, Dio sogna per l’umanità e che ha cercato di costruire con gli esseri umani nella sua relazione intima e profonda.

Nel momento in cui chi lavora con i ragazzi o con gli adulti, senza costringerli a forza dentro un’esperienza pedagogica ma di educazione nel senso di ex ducere, di prenderle per mano e di portarle fuori ,con un processo che chiamerei soprattutto maieutico, fa teologia, cioè fa quello che Dio sogna. Per questo è molto importante che chi fa questo lavoro coltivi anche la dimensione spirituale. La dimensione spirituale spesso è imprigionata dentro il meccanismo religioso, è stata carpita dal meccanismo istituzionale-religioso, perciò uno rischia di prenderne le distanze. Il tentativo è quello, invece, di fare in modo che questa possibile commistione possa essere un’esperienza vissuta all’interno dell’Europa cristiana – che è paradossalmente molto più difficile -. Non per rendere cristiani tutti ma perché tutti si possa lavorare insieme per il bene comune, che poi è il sogno comune. È il sogno che Dio ha. Io penso che non si possa fare pedagogia se non si ha il pensiero comune che ci sia un “oltre” a cui noi ci riferiamo, altrimenti si rischia di diventare maestri dell’altro in senso perverso, cioè di portare l’altro a se stessi, alla propria verità. E’ necessario riferirsi a un “oltre” che ti rende creatura, ti rende compagno ti rende orizzontale rispetto agli altri.

Quali altre attività svolge la comunità?


Tiziana Michelagnoli
– Le attività della comunità si articolano in tre cooperative. Il Pozzo, che è una cooperativa socio-educativa, si occupa dell’alfabetizzazione dei ragazzi stranieri all’interno delle scuole e di seguire inserimenti socioteraupetici di persone anche più grandi. Un’altra è il Cerro una cooperativa di lavoro, che si occupa di riciclaggio, giardinaggio e florovivaismo di cui fa parte anche un gruppo di persone che ha deciso di vivere nel Mugello facendo accoglienza e agricoltura naturale. Poi c’è EquAzione, la bottega delle economie solidali, dove però non ci lavora nessuno e va avanti con i volontari.

Un’altra nostra iniziativa è il microcredito. Il Fondo Etico e Sociale delle Piagge consente a persone che in banca non potrebbero neppure entrare di avere dei piccoli prestiti. Il Fondo è costituito da un gruppo di persone che mette a disposizione del denaro per questo tipo di prestito. Non regala denaro ma lo presta. C’è un tetto massimo di soldi da impiegare e da chiedere in prestito. L’obiettivo è che tante persone possano mettere anche poco, come una sorta di azionariato diffuso. Tutti possono incrementare questo fondo. Invece può chiedere solo chi fa parte del quartiere o chi intende avviare un’attività all’interno del quartiere, pur non abitandovi, o che ha una ricaduta sul quartiere. C’è un gruppo più ristretto di persone, una decina, che costituisce quella che noi chiamiamo “la commissione”. Sono loro che incontrano chi richiede un prestito, valuta la situazione, non sulla base di garanzie economiche ma di garanzie relazionali.

Tutto si basa su questo, è il rapporto relazionale che garantisce la restituzione del prestito. I prestiti però vengono decisi e ratificati dall’assemblea dei soci del fondo etico. Infine, un prestito viene accettato se ci sono una o due persone dell’assemblea che accettano di seguire la persona a cui viene dato. “Seguire” non significa fare il poliziotto ma capire se e quando ci sono dei momenti di difficoltà, allora si rivalutano le cose e si modificano le rate. Un’operazione che si basa fondamentalmente sulla relazione che si riesce ad instaurare ed è vincente perché tutti moralmente si sentono legati: chi segue e chi deve effettivamente restituire.

Di fronte all’evidente crisi delle forme tradizionali della politica come può, secondo voi, riconfigurarsi uno spazio pubblico estraneo e in conflitto con il potere?

Alessandro Santoro – Credo che sia necessario creare dei rapporti tra esperienze diverse ma che abbiano in comune quell’idea di “oltre” di cui si parlava. Ma vedo che ancor oggi è difficile riuscire a praticarlo perché penso che ognuno di noi sia figlio di un meccanismo di relazione con il bene comune che è filtrato ancora troppo dal meccanismo politico-partitico, basato sui rapporti di forza. Ciò rischia di far diventare realtà, anche belle e importanti, dei luoghi dove si replicano gli stessi meccanismi dominati dai rapporti di forza e di potere, che sono quelli che uccidono la possibilità di realizzare un’esperienza di rete. Però io credo che sia necessario e ci si debba impegnare tutti perché queste possibilità di relazione possano realizzarsi, cominciando, magari, dalle parole o dalle pratiche che ci stanno a cuore e che sono comuni.

“Fare rete” per me non vuol dire soltanto costruire delle azioni comuni, vuol dire costruire relazioni profonde, di sostegno e di appoggio reciproco, di affetto reciproco, e anche di mutuo aiuto. Ad esempio, inventare l’ambito dove questa comunità possa trovare i mezzi per distribuire, come vuol fare, i suoi libri senza passare dalla distribuzione ordinaria o senza passare da quel meccanismo perverso che è quello editoriale odierno. Abbiamo la necessità di trovare persone che sposino la causa insieme a me, mi aiutino in questo percorso. Invece, a volte, troviamo diffidenza, difficoltà, pressapochismo, disattenzione anche da quelle realtà che su queste cose dovrebbero essere le prime a sostenerci, magari comprando quei libri. Fare rete significa mettere in atto pratiche concrete che vadano in questa direzione, che offrano l’aiuto che mi dà la possibilità di continuare e di non perdere la fiducia e viceversa, aiutandoci reciprocamente.

Per un reale cambiamento è necessario che avvenga un processo di consapevolezza, che coinvolga prima di tutto chi abita in periferia, dal basso, e che si colleghi, pian piano, alle tante realtà e nodi locali diffuse in tanti territori. Ora più che mai sento l’esigenza e l’importanza di mettere a confronto queste realtà, di scambiare esperienze, di riconnettersi ed aiutarsi e sostenersi vicendevolmente. Solo e soltanto così i vari percorsi di autogestione sociale potranno sopravvivere e diventare patrimonio credibile per tutti quelli che vivono “in periferia”.

I vostri libri circolano con fatica anche nel circuito del commercio equo.

Alessandro Santoro
– I libri editi dalla comunità faticano a trovare spazi di vendita. Non nel circuito del commercio equo perché non sono testi specifici su quegli argomenti. A volte perché le appartenenze non sono proprio militanti, a volte anche perché non siamo capaci. Ora però c’è il nostro sito edizionipiagge.it. Abbiamo scelto di editare da soli e di distribuire da soli. L’ultimo testo racconta l’esperienza nonviolenta del digiuno a oltranza e a staffetta davanti a Palazzo Vecchio contro l’ordinanza “lavavetri”. Poi abbiamo pubblicato due interviste: una a me e una alla sorella di Paola Reggiani, uccisa a Roma. Ora stiamo lavorando sulla riedizione, aggiornata con delle pagine di scrittura collettiva su che cosa significa scuola per le Piagge, di Ridare la parola, un’esperienza fatta a Salamanca da padre José Luis Corzo Toral. Sono scritti collettivi di ragazzi che noi abbiamo tradotto e pubblicato qualche anno fa per le Edizioni della Battaglia. Dovrebbe uscire tra un po’ anche un libro di racconti su alcune storie di questo quartiere. Per ora ne sono usciti alcuni stralci sul nostro giornale e da quelli dovrebbe nascere il libro.

[Fonte www.ospiteingrato.org]

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di Francuccio Gesualdi

Nell’ottobre 2008 il sistema bancario mondiale ha sfiorato il collasso per il classico bullone che spezzandosi fa crollare l’intera costruzione. Tutto comincia nel 2000: molti posti di lavoro fuggono nei paesi a bassi salari, le imprese incassano alti profitti ma la riduzione dei consumi dovuta alla caduta dei salari rischia di inceppare l’intera economia mondiale. Il sistema cerca la quadratura del cerchio nell’indebitamento, ad ogni angolo di strada banche, istituti finanziari, concessionarie di auto, supermercati, pronti a offrire a poveri e meno poveri, mutui, acquisti a rate, prestiti al consumo: il sogno di una vita al di sopra delle proprie possibilità a portata di mano.

Nel 2007 il tasso di indebitamento delle famiglie italiane corrisponde al 70% delle entrate annuali, qualcosa come 18.000 euro a famiglia.

Tuttavia il paese dove le famiglie sono più inguaiate è gli Stati Uniti, l’acquisto della casa è stata l’attrattiva che più le ha fatte abboccare all’amo. Fiumi di denaro sono stati offerti a basso tasso di interesse, la febbre del mattone è divampata, i prezzi si sono impennati, comprare casa è sembrato l’affare del secolo, anche le famiglie più povere sono corse a chiedere mutui. Le banche hanno prestato a piene mani, non hanno verificato se i debitori erano in grado di restituire il denaro, l’ipoteca su case con prezzo sempre più alto è sembrata una garanzia sufficiente.
Nel 2007 i mutui ammontavano a 10.000 miliardi di dollari, una buona metà definiti ‘subprime’, ossia fragili, scadenti, perché assunti da famiglie con scarse entrate economiche.

Tutto è filato liscio finché i tassi di interesse se ne sono stati buoni, ma appena hanno alzato la testa è cominciata la crisi. Molte famiglie hanno alzato le mani in segno di resa, sono cominciati i primi pignoramenti e con essi una serie di effetti a catena: riduzione della concessione di mutui, raffreddamento del mercato edilizio, crollo dei prezzi delle case.
Ma l’aspetto più sorprendente è che la crisi non ha coinvolto solo i poveri cristi e le loro banche creditrici; l’intero sistema bancario e finanziario è stato risucchiato nel vortice. La via di contagio si chiama ‘cartolarizzazione’, un meccanismo legato al fatto che le banche non vogliono aspettare trent’anni per recuperare le somme date in prestito.
La scorciatoia maggiormente usata è il ricorso alle società veicolo, strutture finanziarie senza legge nè patria, spesso residenti in paradisi fiscali. Il loro mestiere è rischiare, in cambio di forti sconti sono disposte ad acquistare i mutui concessi dalle banche. Tuttavia neanche loro vogliono aspettare trent’anni per recuperare i soldi spesi e si studiano un modo per raggranellarli senza incorrere in perdite. L’idea di rivendere i mutui è scartata a priori, per trovare dei compratori dovrebbero cederli a prezzi più bassi di quelli di acquisto, l’unica via è chiedere un prestito, ma non alle banche, sarebbe poco conveniente.

La richiesta la lanciano a tutto il mondo finanziario, a chiunque abbia risparmi da parte, e lo fanno tramite l’emissione di obbligazioni. Tecnicamente suddividono l’ammontare dei mutui in loro possesso in migliaia, addirittura milioni di quote di piccolo taglio. Ogni quota una richiesta di prestito a sé, regolata da uno contratto a se stante denominato obbligazione o titolo obbligazionario.

Per questo l’operazione è definita cartolarizzazione, ad indicare che il credito è recuperato tramite l’emissione di titoli cartacei.

Nella sua forma più semplice l’obbligazione è una sorta di ricevuta rilasciata da chi riceve il prestito a chi lo concede, in essa sono definite le condizioni e i tempi di pagamento, sia degli interessi che del capitale. Banche, imprese e perfino stati raccolgono abitualmente prestiti tramite l’emissione di obbligazioni, se l’emittente è una struttura solida tutti le comprano senza problemi, non dovrebbero presentare sorprese. Ma non è così per le obbligazioni emesse dalle società veicolo, le loro sono obbligazioni speciali, il pagamento di interessi e capitale non è automatico, è vincolato al comportamento dei mutuatari: se questi pagano, anche i detentori delle obbligazioni incassano, altrimenti perdono tutto.

Le società veicolo sapevano che molti mutui erano inaffidabili, ciònostante erano riuscite a collocare le relative obbligazioni perchè avevano prospettato alti tassi di interesse. Del resto molti non sapevano neanche cosa compravano, l’interesse era alto e questo bastava, non davano peso alla dizione “obbligazioni collegate ai mutui”. Per di più c’era la certificazione di Standard & Poors piuttosto che Moody’s, società che danno i voti a titoli, imprese e perfino governi in base alla loro affidabilità finanziaria. Tripla A, il massimo dei voti, era la valutazione attribuita alle obbligazioni collegate ai mutui e tutti se le sono comprate felici e contenti: singoli risparmiatori, fondi di investimento, fondi pensione, perfino assicurazioni. La loro reputazione era così alta che erano addirittura accettate dalle banche a garanzia dei prestiti richiesti dai loro clienti.

Finché i mutuatari hanno pagato, l’intera macchina ha funzionato, ma quando i poveri hanno cominciato a saltare le rate, anche le obbligazioni si sono rivelate una perdita. Ad un tratto più nessuno le ha volute e si sono inceppati perfino i rapporti fra banche che si concedono prestiti a vicenda per far fronte ad emergenze di cassa. Un blocco dovuto in parte alla decisione di non accettare più le obbligazioni sui mutui come forme di garanzia, ma soprattutto al timore che nelle casseforti delle banche richiedenti potessero esserci così tante obbligazioni marce da renderle inaffidabili. La crisi di fiducia, iniziata nel luglio 2007, ha raggiunto il suo apice nell’agosto 2008: i rapporti interbancari si sono bloccati, molte banche si sono trovate a corto di soldi, le più esposte hanno cominciato a fallire.
Il grande pubblico ha cominciato a non fidarsi più, il rischio che gli sportelli bancari venissero presi d’assalto si è fatto concreto. In breve il governo degli Stati Uniti ha deciso di intervenire con operazioni di salvataggio: prima 300 miliardi di dollari per nazionalizzare Fannie Mae e Freddie Mac, due colossi del sistema dei mutui, poi altri 700 per salvare altre banche che cadevano come birilli. All’inizio sembrava che il terremoto fosse circoscritto agli Stati Uniti, ma poi si è propagato anche all’Europa, le obbligazioni sui mutui avevano invaso i circuiti bancari e finanziari di tutto il mondo. Quando anche in Europa alcune banche hanno cominciato a scricchiolare, i governi hanno stanziato due mila miliardi di euro per impedire la loro caduta.

Una mazzata enorme per i contribuenti delle due sponde dell’Atlantico che se fosse stata imposta per potenziare la sanità pubblica o il sistema pensionistico avrebbe sollevato critiche di una tale potenza da fare cadere i rispettivi governi. Invece era imposta per salvare banche e banchieri che avevano giocato d’azzardo e tutti rimasero zitti, anzi esultarono.

I più strenui difensori della manovra erano proprio quelli che avevano sempre considerato l’intervento pubblico in economia una bestemmia: “L’aiuto di stato, fino a ieri un peccato, oggi è un imperativo categorico” ha sentenziato Silvio Berlusconi, a riprova che le regole si applicano a proprio piacimento in base alle esigenze dei forti.

L’autore

Francesco Gesualdi, detto Francuccio, fu tra gli allievi della Scuola di Barbiana di Don Milani. Gesualdi è tra i coordinatori del Centro Nuovo Modello di Sviluppo di Vecchiano (Pisa) – http://www.cnms.it – e si occupa da anni di consumo critico, scrivendo saggi e articoli e organizzando campagne di pressione e boicottaggio.
Questi sono alcuni dei suoi libri, tutti disponibili presso la bottega di EquAzione, in via Lombardia 1/p, alle Piagge:
Il mercante d’acqua, Edizioni Feltrinelli;
Guida al telefono critico,
Guida al vestire critico,
Guida al consumo critico (nuova edizione 2008), tutti Edizione Emi;
e per finire, Dalla parte sbagliata del mondo (intervista a Francuccio Gesualdi a cura di Lorenzo Guadagnucci) delle Edizioni Terre di Mezzo.
Su tutti i libri EquAzione applica il consueto sconto del 10%. Buona lettura!

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Pubblichiamo questo interessante contributo inviato dal Comitato fiorentino No tunnel TAV all’assemblea “Per una nuova finanza pubblica” tenutasi lo scorso 2 febbraio a Roma al Teatro Valle occupato.

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Le GOI – grandi opere inutili – sono un pezzo dell’ipertrofia della finanza nello sviluppo del capitalismo a cavallo tra i due secoli.
Ci siamo chiesti spesso a cosa è dovuto questo cambiamento repentino avvenuto dalla seconda metà degli anni ’80, anche se i primi fenomeni di crisi economica e ipersviluppo della finanza iniziano dagli anni ’70. La risposta ce la siamo data vedendo quali sono i protagonisti principali dell’esplosione delle GOI iniziato con il progetto e, soprattutto, il “modello TAV”. Le principali imprese italiane (Fiat, Iri e cooperative), assieme al sistema dei partiti del dopo tangentopoli, hanno inventato i giocattoli dalle uova d’oro che sono il general contractor e il project financing all’italiana. Poi tutte le altre imprese ci si sono buttate a capofitto vedendo profitti sicuri, a livelli tali che la competizione sul mercato non avrebbe potuto garantire.

Insomma il cambiamento fondamentale dell’economia verso la finanziarizzazione, le privatizzazioni e le GOI viene dalla scelta – o dalla necessità – di mantenere alti i tassi di profitto che la produzione di merci non garantiva più. Questa osservazione è, riteniamo, fondamentale perché parla della crisi strutturale del capitalismo postfordista, il quale trasferisce la base produttiva dove il costo del lavoro è più basso e cerca livelli di profitto, in paesi come l’Italia, attraverso la speculazione finanziaria, lo sfruttamento dei servizi essenziali (una volta questi erano in funzione della produzione), l’invenzione di opere inutili. Le GOI e la finanziarizzazione condividono proprio questo aspetto astratto dell’economia odierna, totalmente scollegato dalla vita reale degli esseri umani e finalizzato solo all’accumulazione fine a se stessa.

Un altro fenomeno molto importante che le GOI condividono con la finanziarizzazione dell’economia è quella del debito. Purtroppo troppo spesso il debito, soprattutto pubblico, viene indicato come la causa principale della crisi economica che ci attanaglia dal 2007. In realtà sia tutti i “titoli spazzatura” sia le GOI creano profitto nell’immediato creando debito per il futuro. Sia i “titoli tossici” che le GOI non hanno e non avranno mai un ritorno economico, ma sono solo creazione di ricchezza fittizia e/o prelievo di risorse nascondendo nel futuro, più o meno lontano, i debiti che queste operazioni creano. Insomma il debito non è la causa, ma un effetto di una crisi ben più profonda.

Crediamo si debba dire e aver chiaro che dalla crisi – che per alcuni non è affatto tale – si deve andare verso un’economia al servizio degli esseri umani e non del profitto; il profitto deve diventare uno strumento di funzionamento del sistema e non l’unico fine. Se non iniziamo a dire chiaramente che uscire dal sistema capitalistico è essenziale per tutto il genere umano rischiamo di portarci dietro una lunga scia di ambiguità che non aiutano le lotte, ma le deprimono.

In questo senso crediamo sia il momento di fare un passo ulteriore e non limitarci solo a dire che, invece di spendere in progetti sbagliati (F35 tav ponti autostrade), si deve spendere in welfare e beni per la collettività; oggi questo cambiamento è impossibile, è come chiedere al lupo di pascersi di biada. Il cambiamento ha da essere sistemico o non è. Insistere alludendo alla possibilità che all’interno di questo sistema sia possibile cambiare qualcosa ci precipita nella depressione per via delle inevitabili sconfitte che collezioniamo.

Tornando alle GOI, una caratteristica di questo fenomeno (come nelle privatizzazioni) è che non c’è creazione di ricchezza, ma rastrellamento di ricchezza collettiva verso i profitti delle imprese finanziarizzate. I profitti non vengono da acquisizioni di quote di mercato, ma dal sicuro flusso di risorse dagli enti pubblici pagatori. Questo aspetto ci pare trasformi il profitto in rendita, in sfruttamento parassitario della ricchezza complessiva, insomma in un processo di sola concentrazione di ricchezza aumentando le disuguaglianze e accentuando la struttura oligarchica della nostra società.

La grande impresa finanziarizzata (e strettamente intrecciata al potere politico) ha molti vantaggi dai meccanismi che le affidano sicuri guadagni; è in condizione di controllare il funzionamento di questo mercato per niente libero, dove le collusioni politiche hanno fondamentale funzione. La grande impresa finanziarizzata appalta e subappalta la realizzazione delle opere; sostanzialmente questa impresa è una scatola vuota che controlla solo il mercato e non la produzione. In questa posizione di privilegio delega alle imprese minori lo sfruttamento del lavoro e sfrutta contemporaneamente le imprese appaltatrici conducendole spesso al fallimento.

L’ultimo capitolo di questo processo appare evidente nei meccanismi di project financing per la costruzione degli ospedali dove, oltre ad un ritorno sicuro, con il canone d’affitto di 5 o 6 volte del capitale investito, si ha l’affidamento in monopolio di tutti i servizi non sanitari. Questi meccanismi distruggono il tessuto di piccole e medie imprese dell’indotto a favore di pochi gruppi il cui potere sta diventando sempre più assoluto e senza alcun rischio di impresa o di mercato. Questi fenomeni paiono indicare un ritorno a dinamiche sociali ed economiche più legate a strutture feudali, che non al fantomatico “libero mercato”; questo ci pare essere solo un feticcio dallo scarso significato. Anche le relazioni umane ci pare stiano andando nella direzione di una feudalizzazione della cultura.

Ecco, noi crediamo che, se inseriamo la lotta per la riappropriazione delle risorse finanziarie, del territorio, dei beni comuni in un quadro complessivo di analisi, tutto diviene più comprensibile, dotato di senso, capace di aprire orizzonti verso obiettivi ambiziosi, ma sentiti raggiungibili.

Comitato No Tunnel TAV Firenze
notavfirenze@gmail.comhttp://notavfirenze.blogspot.com/

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I piani della borghesia
di Michel Husson*

Se qualche illuso poteva ancora pensare che la crisi potesse sfociare in una migliore “regolazione”, o addirittura in una “rifondazione” del capitalismo, la ripresa insolente dei profitti bancari, dei bonus dei trader, e della speculazione dovrebbe bastare ad illuminarlo. La logica di questo sistema è di cercare di ricreare il più presto possibile le sue condizioni di funzionamento, certo perturbate dalla crisi, ma ottimali per i possidenti. Gli Stati borghesi, dato che bisogna chiamarli con il loro nome, hanno riversato tutti i soldi necessari per salvare le loro banche, con poche o quasi nessuna contropartita. C’è evidentemente una logica implacabile, ma che si spiega in modo abbastanza semplice: in fondo, è la finanza che governa le “democrazie”.

Detto questo, lo choc è stato forte e non sarà facile da riassorbire. Da questo punto di vista, l’ultima edizione delle Prospettive economiche dell’OCSE può essere letto come un modus operandi o come un programma d’azione. Il rapporto inizia con il presentare previsioni relativamente rassicuranti: è la catastrofe nel 2009, è mediocre nel 2010, ma “ripartirà” (il PIL) nel 2011, più o meno come prima. Pertanto, anche se il tutto è inserito in questo scenario piuttosto roseo, i contatori non saranno rimessi a zero per molto tempo e bisogna dunque “preparare l’uscita”: è proprio questo il titolo dell’editoriale firmato da Jorgen Elmeskov.

Primo obiettivo: i deficit pubblici. Per risanare i bilanci, andranno adottate misure “importanti, il più delle volte e in taluni casi radicali” ma, nel contempo, non bisognerebbe che fossero “messe in atto ad un ritmo che possa nuocere alla ripresa”. D’altro canto è “imperativo che le autorità conservino la fiducia dei mercati, dei capitali e delle famiglie”. Come fare allora per guadagnare questa fiducia adottando il timing giusto? Risposta: mettendo in campo “senza tardare delle riforme per troppo tempo differite dei sistemi pensionistici e sanitari” che “dovranno avere un ruolo di primo piano per assicurare la viabilità delle finanze pubbliche”. Ecco cosa conforterà i mercati finanziari; per le famiglie il conforto sarà sicuramente minore! Poi il dizionario delle idee prese a prestito continua. Imposte: evitare di aumentarle. Settore pubblico: migliorare la sua “efficienza mantenendo le sue realizzazioni, ma riducendone le risorse”. E via di questo passo.

Secondo obiettivo: il mercato del lavoro. Si tratta di ritornare su tutte le misure prese durante l’urgenza della crisi, viene affermato senza giri di parole: “man mano che la ripresa progredirà, le misure d’urgenza ( ad esempi i sistemi di indennizzazione della disoccupazione parziale) dovranno essere progressivamente soppressi, dato che il loro mantenimento indebolirebbe la capacità produttiva dell’economia”. Il cinismo si manifesta qui con un assenza di pudore spaventosa: “i dispositivi che favoriscono il numero delle ore lavorate, che sono stati molto utili per ammortizzare la disoccupazione nel periodo di recessione, devono essere seguiti da vicino per evitare che non diventino permanenti”. Questo significa che sarà necessario attaccarli direttamente: “dei disincentivi sufficienti dovranno essere in campo per dissuadere i datori di lavoro e i salariati a ricorrere a questo tipo di dispositivi in tempi normali”. Ma cosa significa “tempi normali”, quando ormai i tassi di disoccupazione hanno superato un livello tale che saranno necessari anni, nella migliore delle ipotesi, a ridiscendere?

Questo testo deve essere letto come un contributo alla definizione di una strategia globale. E’ in luoghi come l’OCSE che si elaborano i piani della borghesia, unitamente alle loto presunte giustificazioni ammantate da argomenti da esperti. Prima della crisi, il miliardario Warren Buffet dichiarava: “C’è una guerra delle classi (class warfare), è vero, ma è la mia classe, quella dei ricchi, che conduce questa guerra, e saremo noi a vincerla” (New York Times, 26 novembre 2006). Ciò che si prepara con i termini di “uscita dalla crisi” è un nuovo episodio di questa guerra sociale. Si tratta cioè, e indipendentemente dal prezzo che dovrà pagare la maggioranza della popolazione, di “non indebolire la capacità produttiva dell’economia”, vale a dire di ritornare ad un funzionamento normale degli affari e a un tasso di profitto soddisfacente.

*articolo apparso sulla rivista francese Politis il 3.122009. Traduzione in italiano a cura della redazione di Solidarietà.

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Il 45% degli italiani considera peggiorata, negli ultimi tre anni, la situazione economica della propria famiglia, mentre il 48% la giudica immutata. Sono appena 7 su 100 i cittadini che ritengono migliorato il proprio tenore di vita dal 2008 a oggi. Si avverte tra i cittadini un sempre più diffuso sentimento di incertezza verso il futuro e milioni di famiglie temono anche gli effetti dell’ultima manovra finanziaria decisa dal Governo. Sono alcuni dei dati che emergono da una indagine, condotta per Famiglia Cristiana, dall’Istituto Nazionale di Ricerche Demopolis.

È in atto nel Paese una rapida e progressiva estensione dell’area dell’indigenza. Ma chi sono in Italia “i nuovi poveri”? Secondo la fotografia scattata dall’Istituto Demopolis, sono in difficoltà soprattutto le famiglie monoreddito, residenti prevalentemente nel Sud; gli anziani con pensioni minime o sociali; i nuclei familiari numerosi a reddito fisso. In una situazione di debolezza appaiono anche i disoccupati e le giovani famiglie, spesso con un lavoro precario e senza immobili di proprietà.

“La ricerca – afferma il direttore dell’Istituto Demopolis Pietro Vento in una intervista al settimanale cattolico – rivela il progressivo impoverimento nel nostro Paese della classe media a reddito fisso. Solo il 37% degli intervistati afferma di giungere alla quarta settimana del mese con relativa tranquillità. Il 40%, invece, è costretto a diverse rinunce in certi periodi dell’anno e il 23% ammette di far molta fatica e di dover ricorrere spesso a risparmi precedenti o a prestiti per far fronte alle spese quotidiane”.

La ricerca, condotta dal 6 al 12 luglio con metodologie CATI-CAWI, è stata coordinata dal direttore dell’Istituto Demopolis Pietro Vento, con la collaborazione di Giusy Montalbano, Marco Tabacchi e Maria Sabrina Titone. Approfondimenti e metodologia completa su http://www.demopolis.it

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COME POSSIAMO METTERE IN RELAZIONE I SISTEMI MONETARI CON IL MONDO NATURALE?

DI JOSH RYAN COLLINS
resilience.org

Sicuramente il denaro non cresce sugli alberi, ma certamente cresce ad un ritmo molto più veloce, in special modo quando viene creato dalle banche come debito ad interesse. Nelle moderne economie, quasi tutto il denaro viene creato in questo modo (1). Per mantenere una provvista stabile di denaro, i debitori devono pagare sia il prestito iniziale che gli interessi sul prestito. Ciò significa che è necessaria una crescita economica in linea con l’interesse sul debito e in alternativa (o in aggiunta) inflazione; entrambi i fattori hanno giocato un ruolo considerevole nel secolo scorso.

Ma, per tornare al mondo reale, della natura, esistono dei limiti alla crescita: il limite ultimo è l’energia, necessaria a qualsiasi produzione. Gli esseri umani hanno bisogno di cibo per sopravvivere e riprodursi e la creazione di questo cibo necessita di energia che, in ultima analisi, deriva dal sole.

Uno dei motivi che hanno favorito la rapida crescita delle nostre economie negli ultimi duecento anni è stato l’aver scoperto una ricchissima fonte di energia solare concentrata sotto forma di combustibili fossili, accumulatisi in migliaia di anni nelle viscere della terra e sotto il fondo dei mari.

Siamo diventati sempre più efficienti nell’estrarre questi materiali dalla terra, mantenendo così l’illusione che il denaro con interesse dovuto alle banche corrisponda ad una legge naturale, sebbene non senza ripetute crisi finanziarie e cancellazioni di debito. È comunque sempre più chiaro (2) che la festa dell’energia a buon mercato sta finendo.

È oggi necessario creare un miglior meccanismo di feed-back tra il denaro, la nostra unità di conteggio universale, deposito di valore e mezzo di scambio, e la sorgente universale della vita.
Abbiamo pubblicato oggi un rapporto sulle valute in energia (3), il primo tentativo di rivedere le proposte esistenti e i progetti che collegano il denaro all’energia, o viceversa. Presentiamo una tipologia per aiutare a comprendere le differenti funzioni che queste valute in energia possono adempiere, sia in termini di ancoraggio del denaro al mondo naturale che di incoraggiamento a sviluppare attività economiche maggiormente sostenibili. Includiamo i casi di studio di una varietà di approcci al problema.

1) Sistemi di contabilità energetica, per esempio “La struttura Emergy” di Howard Odum (4). Questa struttura assegna un valore a tutti i beni in relazione all’energia solare (in emjoule) necessaria per crearli, piuttosto che al loro costo, che non ci dice nulla circa la loro sostenibilità. Se le valute nazionali fossero denominate in emjoule, i paesi con utilizzo pro-capite maggiormente efficiente (principalmente i paesi in via di sviluppo) vedrebbero le proprie economie divenire molto più competitive ed i propri debiti ridursi enormemente. (5)

2) Sistemi valutari energetici basati sul debito, come le Schede Kilowatt·ora (6) negli USA. Queste schede consentono alla gente di pre-acquistare energia su schede o telefoni, sapendo che il proprio potere di acquisto rimarrà stabile qualsiasi cosa accada al prezzo dell’energia.

3) Sistemi valutari energetici basati sul credito, in cui vengono emessi dei buoni in cambio del contante investito nella produzione di energie rinnovabili. I buoni possono essere utilizzati in futuro per acquistare energia rinnovabile da pannelli solari di nuova costruzione o da campi eolici. Tali approcci auto-finanziati (7) potrebbero superare quelli che spesso sono costi altrimenti proibitivi per progetti grandi e piccoli di energie rinnovabili.

Il rapporto include molti esempi di comunità locali che avviano piccoli progetti che traggono origine dalla frustrazione per la mancanza di progressi a livello nazionale. Ormai è ora che accademici, attivisti, governi e ONG collaborino per sviluppare ulteriormente e sviluppare in grande quegli schemi che abbiano riscosso maggior successo e forniscano i finanziamenti per collaudare la maggior parte dei concetti che, al momento, rimangono soltanto alla stadio di idee.

L’idea di mettere in relazione l’energia con il denaro non è nuova ma, forse, è giunto il momento di farlo.

Josh Ryan Collins
Fonte: http://www.resilience.org
Link: http://www.resilience.org/stories/2013-02-28/how-can-we-link-monetary-systems-to-the-natural-world
28/2/2013

Traduzione per http://www.Comedonchisciotte.org a cura di ARRIGO DE ANGELI

1) http://www.neweconomics.org/publications/where-does-money-come-from
2) http://www.neweconomics.org/publications/the-economics-of-oil-dependence-a-glass-ceiling-to-recovery
3) http://www.neweconomics.org/publications/energising-money
4) http://www.cep.ees.ufl.edu/emergy/index.shtml
5) http://teslaconference.om
6) http://www.kilowattcards.com/template/index.cfm
7) http://www.resilience.org/stories/2013-02-28/how-can-we-link-monetary-systems-to-the-natural-world

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Pallante/Bertaglio – Autoproduzione vs mercato globale

Pierre Rabhi coltiva per autoconsumo da oltre quarantacinque anni un appezzamento agricolo nelle Cévennes del sud. Nato nel 1938 in Algeria, arrivato nel 1958 a Parigi, dopo aver lavorato due anni in un’officina come operaio specializzato ha abbandonato la città per la campagna, dove contava di realizzare una dimensione lavorativa diversa, non finalizzata al profitto, quindi alla massimizzazione dei rendimenti, ma all’autoproduzione. Non a vivere della terra, ma con la terra.

Immediatamente si accorse che anche l’agricoltura era stata risucchiata nella stessa logica mercantile della produzione industriale finalizzata alla crescita quantitativa. I funzionari del Credito agricolo gli negarono un prestito di 15 mila franchi (pari al costo di un’automobile di media cilindrata), dicendogli che non volevano aiutarlo a suicidarsi. In cambio gli presentarono alcune fattorie che gli avrebbero consentito di “fare soldi” e gli offrirono un prestito di 400 mila franchi per acquistarne una. Gli toccò quindi sperimentare per qualche tempo, come operaio agricolo, le tecniche con cui si facevano soldi in agricoltura: rivestito di tuta, maschera e guanti passava la maggior parte del suo tempo a irrorare di sostanze altamente tossiche l’aria e il suolo.

Dopo due anni di questa vita finalmente riuscì, grazie al prestito di un amico, a comprare un terreno da coltivare per autoconsumo, dove iniziò a produrre biologicamente tutto ciò di cui aveva bisogno e a sperimentare tecniche di fertilizzazione naturale più sofisticate di quelle tradizionali, arrivando a trasformare un terreno mediocre in un terreno ricco di sostanze organiche. A lasciare ai suoi figli un luogo migliore di come lo aveva trovato.

All’inizio degli anni ottanta decise di trasmettere il sapere e il saper fare acquisito con l’esperienza ai contadini poveri del Sahel, fondando insieme ad altre persone a Gorom-Gorom, nel Burkina Faso, il primo Centro africano di formazione all’agro-ecologia, dove si insegna ad accrescere la fertilità dei suoli con tecniche naturali e a produrre per autoconsumo, sfuggendo alla trappola della monocultura agro-industriale e della mercificazione.[1]

L’Africa è il continente più ricco di risorse del pianeta ed è sotto-popolato. Ciò nonostante, è il continente dove maggiormente infierisce la povertà. “Certamente – sostiene Pierre Rabhi – ciò dipende dal fatto che da molti secoli le sue ricchezze sono sottoposte a saccheggio. Ma non solo. La miseria endemica che imperversa nel mio continente natale, come del resto nella maggioranza delle regioni definite sottosviluppate, deriva in gran parte dall’imposizione a popolazioni che non hanno chiesto nulla a nessuno di modi di produzione che non sono adatti né ai loro territori, né al loro saper fare, né alle loro forme di organizzazione sociale”.

“La nuova distribuzione modernista, introdotta dalla colonizzazione e perseguita dalla politica del libero scambio, può essere illustrata nella maniera seguente”, aggiunge Rabhi: “Quelle popolazioni rappresentano un potenziale produttivo, per cui le si connette al sistema mercantile facendole coltivare prodotti esportabili secondo il procedimento abituale dell’agro-industria: si forniscono loro le sementi e gli input con le modalità d’impiego; dopo la raccolta, il contadino porta le sue balle di cotone alla cooperativa, che le spedisce in Olanda o altrove per commercializzarle; alla fine della catena il piccolo produttore riceve la sua parte del prezzo di vendita diminuito del costo delle forniture. Non controllando né il primo, né il secondo, egli non può allora che constatare la sua dipendenza dall’economia mondiale e dalle sue fluttuazioni: costo dei concimi indicizzato sul dollaro (ci vogliono tre tonnellate di petrolio per produrre una tonnellata di concime), prezzi delle merci sottomessi alla speculazione, diktat del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale. Siccome nel frattempo la coltivazione dei prodotti alimentari è stata sradicata per fare spazio alle monoculture (cotone, caffè, arachidi), finalizzate esclusivamente all’esportazione, il contadino africano si ritrova nell’impossibilità di uscire dal sistema”[2].

L’autoproduzione e il rifiuto di inserirsi nella logica mercantile, l’abbandono della chimica e la scelta della concimazione naturale, la preferenza data alla varietà biologica invece che alla monocoltura, la valorizzazione del locale e la fedeltà alla propria cultura, l’autosufficienza e l’autonomia invece della subordinazione al mercato mondiale, li hanno fatti uscire dalla povertà in cui li aveva cacciati l’imposizione del modello economico fondato sulla crescita della produzione di merci. E non subiscono le conseguenze delle fluttuazioni dei prezzi sul mercato mondiale.

Hanno deciso di “tornare indietro”? Forse sì, forse no. Di sicuro hanno deciso di riprendere in mano la propria vita, e con ottimi risultati. Non stupisce quindi che, ora, anche in altri Paesi africani, come il Senegal, ci siano ragazzi che, ritrovatisi disoccupati per i più svariati motivi, hanno deciso di fare scelte simili ( http://www.greenme.it/viaggiare/africa/9838-senegal-orti-indipendenza ) . Alla faccia del mercato globale e delle sue speculazioni malsane.

Maurizio Pallante e Andrea Bertaglio
Fonte: www.ilfattoquotidiano.it
27.03.2013

[1] Queste informazioni sono tratte da libro di Hervé René Martin, La fabrique du diable. La mondialisation racontée à ceux qui la subissent II, Climats, Castelnau-le-Lez 2003, capitolo 12 : Une autre vie est possible (Entretien avec Pierre Rabhi). Per ulteriori approfondimenti si vedano i libri di Pierre Rabhi elencati in bibliografia.

[2 Ivi, pagg.173-174

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La disoccupazione di massa – tutta una questione di domanda

Bill Mitchell

Come da me ribadito in molte occasioni, tanto da meritarmi il titolo di un bizzarro primato — la soluzione alla disoccupazione di massa è molto semplice — creare abbastanza posti di lavoro da soddisfare le preferenze di lavoro per quelli che non ne hanno uno. Assisto a molti meeting — un po’ qua e un po’ là — e odo ufficiali di governo e di agenzie multilaterali ripetere la stessa cosa — “la disoccupazione è un problema complesso, dalle mille sfaccettature”. La mia replica è sempre la medesima. No, non è così. Tale tipo di linguaggio — falso — è soltanto una scusa per dire che creare i posti di lavoro necessari non si addice all’ideologia dominante. Un altro fatto semplice è che se il settore privato non è in grado di creare i posti di lavoro necessari — beh, signore e signori — vi è solamente un unico altro settore. Fatevene una ragione. In questo blog recensiremo l’ultima pubblicazione del US Bureau of Labor Statistics del suo US JOLTS database di dicembre 2012. Questo insieme di dati invia messaggi chiari e molto semplici sulle cause della disoccupazione di massa — e tutte esse coinvolgono il lato della domanda.

L’altra narrativa che viene rifilata in tali conferenze è che “la disoccupazione è un problema, profondamente radicato, riguardante il lato dell’offerta”. La mia risposta è sempre la stessa. No, non lo è. Tale risposta non significa che io ignori o escluda questioni riguardanti il lato dell’offerta come facenti parte della soluzione. Ma che tutte le politiche supply-side funzionanti — lo sono quando esse vengono applicate nel contesto del lavoro subordinato. Il mainstream invoca continuamente nell’immaginario che la domanda e l’offerta di lavoro siano indipendenti l’una dall’altra. Ciò consente loro di definire armoniose soluzioni d’equilibrio che li porta a riferire agli studenti di economia che tagli salariali e infausti rimedi di welfare del lavoro siano indispensabili per curare la disoccupazione di massa.
Mi sono ricordato di tale genere di conferenze quando sono apparse talune pubblicazioni di dati. Ieri (12 febbraio 2013), il US Bureau of Labor Statistics ha rilasciato gli ultimi dati dal suo US JOLTS database, l’ultima edizione copre il periodo di dicembre 2012.
Amo tale database perché esso fornisce in modo semplice le evidenze incontrovertibili di quanto la concezione supply-side della disoccupazione di massa sia sbagliata — e tutto in poche serie storiche.
Nella nuova relazione d’accompagnamento al rilascio dei dati, il BLS nota che:
“Nell’ultimo giorno commerciale di dicembre vi sono state 3.6 milioni di opportunità di lavoro, di poco variate rispetto a novembre… il tasso di ottenimento di occupazione (3.1%) e il tasso di separazione dal lavoro (3.0%) sono pure variati di poco in dicembre.”

Leggi: statici.

La spiegazione dell’economia lato-offerta propagandata dai conservatori, che utilizzeranno ogni pretesto per discutere qualsiasi appello all’intervento del governo, s’incentra sull’asserzione che la disoccupazione persistente sia un problema strutturale.
Un ulteriore passo in avanti del tipico conservatore, o neoliberista, è di nuovo a Shangri La!1 — per cui, essi ci dicono che v’è bisogno di imporre l’austerità fiscale (eccetto il considerare i tagli ad ogni sorta di spesa pubblica che gli pari il deretano).
Nell’ambito di tale narrativa essi spendono ore nel convincerci che il sostegno federale al reddito per i disoccupati annienterebbe le iniziative, invero già languide, dei relativi destinatari, e andrebbero tagliate (o abbandonate del tutto).
Essi promuovono politiche sociopatiche, che minano alla fattibilità per i disoccupati di vivere persino la più modesta vita materiale, e mascherano queste indecenze come strategie per incentivare i senza-lavoro a fare di più per cercarne uno.
La narrativa dell’economia lato-offerta comincia con il modello di mercato del lavoro che si trova nei libri di testo, che asserisce che la disoccupazione e il salario reale sono determinati nel mercato del lavoro all’intersezione tra le funzioni di domanda di lavoro e di offerta di lavoro.
Il livello di occupazione d’equilibrio viene formulato come di piena-occupazione poiché esso indica che ogni impresa che desideri impiegare a tale salario reale può trovare lavoratori che desiderano lavorare e che ogni lavoratore che desideri lavorare a tale salario reale può trovare un datore di lavoro che desideri impiegarlo. La disoccupazione frizionale viene facilmente ricavata da questa rappresentazione Classica del mercato del lavoro, in quanto disoccupazione volontaria. Supposto costante il progresso tecnico, tutte le variazioni nell’occupazione (e dunque nella disoccupazione) sono causate da trasposizioni della curva di offerta di lavoro. Vi sono stati molti articoli, scritti da economisti mainstream chiave (come Milton Friedman), che argomentano che i cicli economici sono condotti da trasposizioni nella curva di offerta di lavoro. L’essenza di tutte queste storie sulle trasposizioni della curva di offerta è che l’uscita dei lavoratori dal mercato viene formulata come contro-ciclica — ossia, le uscite incrementano quando l’economia è in declino e viceversa — nonostante vi siano tutte le evidenze dell’esatto contrario. Una storia simile, che viene ancora raccontata, è che le oscillazioni dei cicli economici sono caratterizzate da oscillazioni nella disoccupazione volontaria. Così una contrazione dell’occupazione (e una crescita della disoccupazione) emerge — presumibilmente — poiché i lavoratori sviluppano una rinnovata preferenza per l’ozio e per lavorare meno e l’offerta di lavoro per ogni livello di salario reale si sposta dunque verso l’interno (ossia, i lavoratori adesso sono meno propensi ad offrire le stesse ore di lavoro di prima al salario reale attuale).
Così essi lasciano il loro lavoro per andare in spiaggia e brindare con lo champagne.
La diffusione dei benefici della disoccupazione — così la storia prosegue — aumenta l’attrattività dell’ozio. Il motivo è che essi si stendono in spiaggia, sorseggiano il loro champagne e vengono pure pagati per ciò (cortesia del sostegno al reddito).
Chi non opterebbe per tale soluzione?
Ebbene, in maggioranza quasi nessuno farebbe ciò, ma è una verità scomoda. Persino l’aspetto sociologico di tutto ciò è sbagliato — data la dimostrazione di innumerevoli studi che ci rivelano come i disoccupati debbano patire alienazione, diminuzione nelle relazioni sociali e crollo dell’autostima. La ripresa dell’attività economica — così prosegue ancora la storia — è caratterizzata dai lavoratori che hanno sviluppato una rinnovata sete di lavorare e così la curva di offerta si sposta nuovamente verso l’esterno — ovvero, essi hanno voglia di offrire più ore di lavoro di prima agli stessi livelli di salario reale. Evidentemente, essi si nuocciono dall’ozio e ritrovano l’appetito per nuove BMW, orologi di lusso, e vacanze sulla neve a sciare, con tutte le attività e gli svaghi secondari che le accompagnano.
E, ad un livello empirico, tale teoria presagisce che gli abbandoni [del lavoro; NdT] crollino come l’occupazione.
Tutto si ridurrebbe dunque, per sostenere gli spostamenti dal lato dell’offerta, alla questione in base alla quale il tasso di abbandoni sia o meno, contro-ciclico — come la teoria presagisce.
Lester Thurow, nel suo meraviglioso libro del 1983 — Dangerous Currents [“Correnti di pensiero dannose”; NdT] — era in disaccordo e sfidò la visione mainstream chiedendosi:

“… Come mai gli abbandoni aumentano durante i periodi di boom e crollano durante le recessioni? Se le recessioni fossero dovute ad imperfezioni informative, gli abbandoni dovrebbero incrementare durante le recessioni e crollare in periodi di boom, proprio il contrario di quanto avviene nel mondo reale.”

Il riferimento alle “imperfezioni informative” è un’altra versione della storia mainstream lato-offerta. La narrativa prosegue con la Banca Centrale/Tesoro i quali possono comprare una riduzione della disoccupazione (al di sotto del livello che i neoliberisti considerano come tasso naturale — un altro mito) — inflazionando l’economia con la spesa pubblica.
Così l’economia ottiene un aumento dei salari monetari e dei prezzi (la tipica storia di troppi soldi in giro a fronte di troppi pochi beni). L’inganno è che essi asseriscono che il tasso di incremento dei salari monetari è minore dell’aumento dei prezzi e quindi il salario reale crolla. Le imprese reagiscono al declino del salario reale offendo più occupazione — poiché esse sanno che la produttività marginale del lavoro è più bassa (un altro mito). Ma perché i lavoratori accettano di offrire più lavoro quando il salario reale crolla? Dopotutto i modelli di mercato del lavoro dei libri di testo ci dicono che la curva di offerta di lavoro è inclinata verso l’alto in termini di salario reale, poiché i lavoratori offriranno più lavoro solamente se il prezzo relativo del tempo libero (che è il salario reale) sale.
Un altro espediente di questa storia poi è che l’intera offerta di lavoro trasli perché i lavoratori credono

che il salario reale sia aumentato — essi sono tratti in inganno dalla crescita dei salari monetari nel formare la loro convinzione che essi siano più ricchi rispetto a prima ogni ora che passa, così il tasso di abbandoni crolla e l’occupazione aumenta.

Pertanto, per un periodo (breve), l’economia è in grado di operare ad un livello di disoccupazione inferiore al suo tasso naturale. Per quanto tempo può durare ciò? Quanto ci vuole prima che i lavoratori si rechino nei negozi e si accorgano che ora tutto è più caro e che, in effetti, essi sono meno ricchi di prima (perché il salario reale è crollato)? Di conseguenza, una volta appresa la verità, la curva di offerta di lavoro trasla verso la posizione precedente e i lavoratori ritirano la loro forza-lavoro en masse (il tasso di abbandoni sale nuovamente) e l’occupazione e l’attività economica scivolano nuovamente verso il loro livello “naturale”. La lezione che viene conficcata nella mente degli studenti è che tutto ciò dimostra quanto siano futili gli interventi politici che mirino a diminuire il tasso di disoccupazione. L’unico modo in cui il tasso “naturale” possa essere diminuito (se non del tutto) è quello di designare politiche che riducano gli impedimenti strutturali nel mercato del lavoro. Quali sono? Per esempio tagliare i sussidi all’ozio (i benefici della disoccupazione), ecc.

Traduzione a cura di Marco Sciortino
Link:http://memmt.info/site/la-disoccupazione-di-massa-tutta-una-questione-di-domanda/

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2 settembre 2013

Fonte: http://www.corriere.it/cronache/13_agosto_31/avezzano-stampa-marso-nuova-moneta-anti-crisi_ed8f9b96-124a-11e3-a57a-42cc40af828f.shtml

Sono diverse le esperienze di questo tipo in Abruzzo. Il marso è un buono che garantirà sconti nel circuito dei commerianti locale

La nuova moneta  di Avezzano, il marso La nuova moneta di Avezzano, il marso

AVEZZANO – Ad Avezzano, in provincia dell’Aquila, i nuovi acquisti si faranno con il marso (dal nome dell’area abruzzese conosciuta come Marsica), moneta «coniata» dal Comune a beneficio dei propri cittadini. L’intenzione è di rilanciare l’economia locale, in particolare il settore agroalimentare, e dare un po’ di respiro ai negozi di vicinato nella battaglia quotidiana contro la crisi. Il marso, che dovrebbe entrare in circolazione entro la fine dell’anno, sarà una moneta-non moneta: non potrà essere incassata né convertita (in quanto non sostituisce l’euro) e sarà valida esclusivamente nel circuito dei commercianti locali. Versati insieme agli euro, i marso daranno diritto a uno sconto e il negoziante che li riceverà potrà spenderli a sua volta in altri esercizi della città.

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BUONI LOCALI STAMPATI – L’idea si è concretizzata con l’adesione dell’amministrazione comunale al progetto dell’associazione Arcipelago Scec (acronimo di Solidarietà che cammina), che riunisce altri esperimenti di questo tipo in Italia (ad esempio a Napoli, Crotone e nella Parma del sindaco grillino Federico Pizzarotti, ma si contano iniziative anche in Toscana e in Sardegna). I marso, spiegano in municipio, sono buoni locali stampati per ottenere uno sconto che va dal 5 al 30 per cento nei negozi aderenti. Un esempio? Compro un paio di pantaloni del valore di 100 euro pagando 80 euro più 20 marso. Il commerciante che «incassa» i marso andrà nel negozio di frutta e spenderà lì quei buoni che, a sua volta, il fruttivendolo potrà utilizzare per fare la spesa sempre in un negozio locale.

IL SINDACO – «Noi sindaci – afferma il primo cittadino di Avezzano, Giovanni Di Pangrazio – siamo rimasti l’unico baluardo a difesa delle comunità e quindi dobbiamo inventarci di tutto per dare una mano al nostro territorio. Dopo l’introduzione del microcredito, abbiamo deciso di aderire all’Arcipelago Scec sperando di aumentare i consumi e dare un po’ di forza alla nostra economia, in particolare alla produzione agroalimentare». Nella delibera contenente il progetto, presentato nei giorni scorsi alle associazioni dei commercianti, si cita tra le cause della crisi il «continuo drenaggio di ricchezza che prende strade lontane e non viene reinvestita, se non in percentuali trascurabili, sul territorio che l’ha prodotta. Ad esempio, i cittadini della sola Avezzano spendono annualmente 75.000.000 euro per generi alimentari che, per il 60%, alimentano il circuito della grande distribuzione e vengono reinvestiti in altre regioni d’Italia o all’estero». Per questo l’amministrazione intende «attuare dei sistemi che aiutino cittadini ed imprese a cooperare e a sviluppare la solidarietà reciproca e l’economia tipica locale fondata sulla filiera agroalimentare».

ANCHE A BRISTOL – Un po’ come è accaduto, nel recente passato, a Bristol, città del sud-ovest dell’Inghilterra, con i «Bristol pound». Circa trecento negozianti hanno raccolto l’invito del Comune ad accettare il nuovo mezzo di pagamento da affiancare alla tradizionale possibilità di saldare la spesa in sterline. Un’iniziativa accolta con freddezza dalle grandi catene di distribuzione, che hanno protestato per l’impossibilità di scambiare la nuova «moneta» al di fuori dei confini comunali.

LA GRAFICA – Ad Avezzano i grafici sono già al lavoro per elaborare l’immagine del marso. Sarà di carta colorata (corredata di valori e sistema anti-falsificazione) e del tutto simile ai buoni ideati dallo Scec. Cambierà soltanto il simbolo stampato sulla «banconota» che, per rendere omaggio alle tradizioni più antiche della terra marsicana, sarà costituito dalla «chimera» , l’uccello che secondo la leggenda volava sulle acque del Lago Fucino. In città è prevista anche l’apertura di un punto per la distribuzione dei marso, che saranno consegnati ai cittadini gratuitamente (100 marso ciascuno).

LE MONETE ALTERNATIVE – Avezzano non è l’unico Comune abruzzese che vanta esperienze di «moneta» alternativa. A Guardiagrele, in provincia di Chieti, nel Duemila circolò per alcune settimane il Simec, la «moneta del popolo» ideata dallo scomparso Giacinto Auriti, ex preside della facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Teramo, il quale mise in pratica ciò che teorizzava da tempo con i suoi studenti. Tuttavia i Simec in circolazione, che a differenza dei marso erano considerati moneta vera, furono sequestrati dalla Guardia di Finanza per ordine della Procura e l’esperimento venne interrotto.

31 agosto 2013 | 16:45

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