Le 113 Basi NATO in Italia. Ecco come abbiamo perso la Seconda Guerra

Rete Voltaire | 15 febbraio 2013

Parte I: La nuova guerra dei trent’anni in Africa?

Il Mali a prima vista sembra il luogo più improbabile per le potenze della NATO, guidata dal governo neo-colonialista francese del presidente socialista Francois Hollande (e silenziosamente sostenuto fino in fondo dall’amministrazione Obama), per lanciare quello che viene chiamata da alcuni una nuova Guerra dei Trent’anni contro il terrorismo. Il Mali, con una popolazione di circa 12 milioni di abitanti, e una superficie tre e mezzo volte più grande della Germania, è un paese senza sbocco sul mare, nel deserto del Sahara, in gran parte al centro dell’Africa occidentale, confina con l’Algeria a nord, la Mauritania ad ovest, Senegal, Guinea, Costa d’Avorio, Burkina Faso e Niger a sud. Le persone che conosco e che hanno passato del tempo prima che i recenti sforzi di destabilizzazione le cacciassero, l’hanno definito uno dei luoghi più tranquilli e belli della terra, la casa di Timbuktu. I suoi abitanti sono per il novanta per cento musulmani delle diverse confessioni. Ha una agricoltura di sussistenza rurale e l’analfabetismo degli adulti è quasi al 50%. Eppure questo Paese è improvvisamente al centro di una nuova “guerra globale al terrore”.

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French Foreign Minister Laurent Fabius at a press conference in Paris, France, on Jan. 11, 2013: “France has sent troops to help Mali stop the advance of Islamist rebels.”
(Xinhua/Etienne Laurent)

Il 20 gennaio il Primo ministro britannico David Cameron annunciava la curiosa volontà del suo Paese di affrontare “la minaccia del terrorismo” in Mali e in nord Africa. Cameron aveva dichiarato: “E’ necessaria una risposta di anni, anche di decenni, anziché di mesi, e richiede una risposta con… l’assoluta ferrea volontà di risolverla…” [1] La Gran Bretagna nel suo periodo di massimo splendore coloniale non ha mai avuto una presenza in Mali. Fino a quando non ottenne l’indipendenza, nel 1960, il Mali era una colonia francese. L’11 gennaio, dopo più di un anno di pressioni occulte sulla vicina Algeria per implicarla nell’invasione del Mali, Hollande ha deciso di effettuare un diretto intervento militare francese, con l’appoggio degli Stati Uniti. Il suo governo ha lanciato attacchi aerei nel nord del Mali, in mano ai ribelli, contro un gruppo di fanatici tagliagole salafiti jihadisti autodenominatosi al-Qaida nel Maghreb islamico (AQIM). Il pretesto per l’azione apparentemente rapida dei francesi, è stata l’azione militare di un piccolo gruppo di jihadisti islamici del popolo tuareg, Ansar al-Din, affiliato alla più grande AQIM. Il 10 gennaio Ansar al-Din, sostenuta da altri gruppi islamici, ha attaccato la città meridionale di Konna. È stata la prima volta dalla ribellione tuareg, all’inizio del 2012, che i ribelli jihadisti sono usciti dal territorio tradizionale dei tuareg, nel deserto del nord, per diffondere la legge islamica nel sud del Mali. Come ha osservato il giornalista francese Thierry Meyssan, le forze francesi erano molto ben preparate, “Il Presidente transitorio Dioncounda Traore ha dichiarato lo stato di emergenza e ha chiesto aiuto alla Francia. Parigi è intervenuta in poche ore per evitare la caduta della capitale, Bamako. La lungimiranza dell’Eliseo aveva già pre-posizionato in Mali le truppe del 1° Reggimento Paracadutisti Fanteria di Marina (“i Coloniali”) e del 13° Reggimento Dragoni Paracadutisti, gli elicotteri del COS (Special Operations Command), tre Mirage 2000D, due Mirage F-1, tre C-135, un Hercules C-130 e un C-160 Transall”. [2] Che conveniente coincidenza.

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Dal 21 gennaio aerei da trasporto dell’US Air Force hanno iniziato a sbarcare in Mali centinaia di soldati d’elite ed equipaggiamento militare francesi, apparentemente per attuare quello che dicevano essere la controffensiva contro la precipitosa avanzata verso sud dei terroristi, diretti verso la capitale del Mali. [3] Il ministro della Difesa francese Jean-Yves Le Drian ha detto ai media che il numero dei suoi “stivali sul terreno in Mali” aveva raggiunto i 2.000, aggiungendo che “circa 4.000 truppe saranno mobilitate per questa operazione”, in Mali e fuori. [4] Ma vi sono forti indicazioni che l’azione francese in Mali sia tutt’altro che umanitaria. In un’intervista alla TV France 5, Le Drian con noncuranza ha ammesso, “L’obiettivo è la riconquista totale del Mali. Non lasceremo sacche.” E il presidente Francois Hollande ha detto che le truppe francesi sarebbero rimaste nella regione abbastanza a lungo “da sconfiggere il terrorismo.” Stati Uniti, Canada, Gran Bretagna, Belgio, Germania e Danimarca hanno detto che avrebbero sostenuto l’operazione francese contro il Mali. [5]

Lo stesso Mali, come gran parte l’Africa, è ricco di materie prime. Ha grandi giacimenti di oro, uranio e, più recentemente, anche se le compagnie petrolifere occidentali cercano di nasconderlo, petrolio, molto petrolio. I francesi hanno preferito ignorare le vaste risorse del Mali, mantenendo il Paese nella povertà dell’agricoltura di sussistenza. Sotto il deposto, ma democraticamente eletto, Presidente Amadou Toumani Toure, per la prima volta il governo aveva avviato una mappatura sistematica delle grandi ricchezze del suo sottosuolo. Secondo Igor Mamadou Diarra, ex-ministro delle Miniere, il suolo del Mali contiene rame, uranio, fosfati, bauxite, gemme e, in particolare, una grande percentuale di oro, oltre a petrolio e gas. Così, il Mali è uno dei primi Paesi al mondo per materie prime. Con l’estrazione dell’oro, il Paese è già uno dei primi sfruttatori, subito dopo Sud Africa e Ghana. [6] Due terzi dell’energia elettrica francese è di origine nucleare, e nuove fonti di uranio sono essenziali. Attualmente la Francia riceve le più significative importazioni di uranio dal vicino Niger. Ma ora il quadro diventa un po’ complesso.

Secondo gli esperti, di solito affidabili ex militari statunitensi con familiarità diretta con la regione, dicono in condizione di anonimato che in realtà Forze Speciali degli Stati Uniti e della NATO hanno addestrato le stesse bande di “terroristi” per giustificare l’invasione neo-coloniale del Mali della Francia, appoggiata dagli USA. La questione principale è perché Washington e Parigi addestravano i terroristi che ora vogliono distruggere in una “guerra al terrore?” Erano veramente sorpresi per la mancanza di fedeltà alla NATO dei loro allievi? E cosa c’è dietro l’acquisizione francese del Mali, sostenuta dall’AFRICOM statunitense?

Parte II: AFRICOM e i ’Segreti di Vittoria’

La verità su ciò che sta realmente accadendo in Mali, ad opera di AFRICOM e dei Paesi della NATO, in particolare della Francia, è un po’ come la geopolitica del “Segreto di Vittoria”, quello che si pensa di vedere non è sicuramente quello che si avrà. Ci è stato detto più volte negli ultimi mesi, che qualcosa che si suppone si definisca al-Qaida, l’organizzazione ufficialmente accusata dal governo degli Stati Uniti di essere la responsabile della polverizzazione di tre grattacieli del World Trade Center, e di aver fatto un buco su un lato del Pentagono l’11 settembre 2001, si sia raggruppata. Secondo la vulgata dei media e le dichiarazioni di diversi funzionari governativi dei Paesi membri della NATO, il gruppo originario del defunto Usama bin Ladin, rintanato, come avremmo dovuto credere, da qualche parte nelle grotte di Tora Bora in Afghanistan, abbia evidentemente adottato un modello da moderno business e starebbe schierando agenti del franchising al-Qaida con una modalità in stile ’McDonalds del terrorismo’, da al-Qaida in Iraq al Gruppo combattente islamico libico in Libia, e ora al-Qaida nel Maghreb islamico. Ho anche sentito che un nuovo franchise “ufficiale” di al-Qaida è appena stato assegnato, per quanto bizzarro possa sembrare, a qualcosa che si chiama DRCCAQ, o al-Qaida nella Repubblica Democratica del Congo cristiano (sic). [7] Ora, ciò è un aspetto che ricorda quello di una setta altrettanto bizzarra, chiamata Ebrei per Gesù, creata dagli hippie durante la guerra del Vietnam. Può essere che gli architetti di tutti questi gruppi abbiano una Così scarsa torbida immaginazione?

Se dobbiamo credere alla versione ufficiale, il gruppo che viene accusato di essere il maggior responsabile di tutti i problemi in Mali, è al-Qaida nel Maghreb Islamico (AQIM in breve). L’AQIM, di per sé oscuro, è in realtà un prodotto creato occultamente. In origine si basava in Algeria, al confine con Mali, e si chiamava Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento (GSPC, in francese). Nel 2006 il guru alla guida di al-Qaida, in assenza di Usama bin Ladin, il jihadista egiziano Ayman al-Zawahiri, annunciٍò pubblicamente la concessione all’algerino GSPC del franchising al-Qaida. Il nome fu cambiato in al-Qaida nel Maghreb Islamico e le operazioni antiterrorismo spinsero gli algerini, negli ultimi due anni, oltre il confine desertico nel nord del Mali. L’AQIM sarebbe poco più di una ben armata banda di criminali, che raccoglie denaro trasportando cocaina dal Sud America all’Africa verso l’Europa, o con il traffico di armi e di esseri umani. [8] Un anno dopo, nel 2007, l’intraprendente al-Zawahiri aggiunse un altro tassello alla sua catena di teppisti di al-Qaida, quando annunciٍò ufficialmente la fusione tra il LIFG libico e al-Qaida nel Maghreb Islamico (AQIM).

Il LIFG o Gruppo combattente islamico libico, è stato fondato da un jihadista di origine libica, Abdelhakim Belhaj. Belhaj è stato addestrato dalla CIA con i mujahidin finanziati dagli USA, in Afghanistan, nel corso degli anni ’80, accanto ad un altro allievo della CIA, Usama bin Ladin. In sostanza, come osserva il giornalista Pepe Escobar, “a tutti gli effetti, da allora, LIFG/AQIM sono la stessa cosa, e Belhaj era/è il suo emiro”. [9] Ciٍò diventa ancora più interessante quando scopriamo che gli uomini di Belhaj, che come Escobar scrive, erano in prima linea nella milizia berbera delle montagne a sud-ovest di Tripoli, la cosiddetta Brigata Tripoli, erano stati addestrati in segreto per due mesi dalle Forze Speciali statunitensi. [10] Il LIFG ha giocato un ruolo chiave nel rovesciamento di Gheddafi in Libia, orchestrato da Stati Uniti e Francia, trasformando la Libia di oggi in quello che un osservatore descrive come “il più grande bazar delle armi del mondo”. Quelle armi che ora da Bengasi inonderebbero il Mali e altri vari obiettivi caldi della destabilizzazione, tra cui, in base a quanto suggerito in occasione della recente testimonianza al comitato per le Relazioni estere del Senato degli Stati Uniti, dall’uscente segretaria di Stato Hillary Clinton, l’invio di armi dalla Libia alla Turchia, dove vengono incanalate ai vari ribelli terroristici stranieri, spediti in Siria per alimentarne la distruzione. [11] Ora, che cosa intende fare quest’insolito conglomerato di organizzazioni terroristiche globalizzate, il LIFG-GPSC-AQIM, in Mali e altrove, e come ciٍò si adatta agli obiettivi di AFRICOM e dei francesi?

Parte III: Il curioso golpe in Mali e il perfetto tempismo terroristico di AQIM

Gli eventi nel già pacifico e democratico Mali, iniziarono ad essere molto strani il 22 marzo 2012, quando il presidente del Mali Amadou Toumani Toure venne estromesso ed esiliato con un colpo di stato militare, un mese prima delle programmate elezioni presidenziali. Toure aveva già istituito un sistema democratico multi-partitico. Il leader del putsch, il capitano Amadou Haya Sanogo ha ricevuto l’addestramento militare negli Stati Uniti, a Fort Benning, in Georgia e nella base dei marine di Quantico, in Virginia, secondo il portavoce di AFRICOM. [12] Sanogo ha sostenuto che il colpo di stato militare era necessario perché il governo Toure non stava facendo abbastanza per sedare i disordini dei tuareg nel nord del Mali. Come sottolinea Meyssan, il colpo di stato militare contro Toure del marzo 2012, era sospetto in ogni senso. Un mai sentito gruppo chiamato CNRDRE (Comitato Nazionale per il Recupero della democrazia e la restaurazione dello Stato) rovesciava Touré e dichiarava l’intenzione di ristabilire la legge e l’ordine nel Mali del nord.

“Il risultato è una grande confusione”, prosegue Meyssan, “in quanto i golpisti non erano in grado di spiegare in che modo le loro azioni avrebbero migliorato la situazione. Il rovesciamento del presidente non aveva senso, in quanto le elezioni presidenziali si sarebbero tenuto cinque settimane più tardi e il presidente uscente non era candidato. Il CNRDRE è composto da ufficiali addestratisi negli Stati Uniti. Sospesero il processo elettorale e consegnarono il potere a uno dei loro candidati, che casualmente era il francofilo Dioncounda Traore. Questo gioco di prestigio è stato legalizzato dalla CEDEAO (o ECOWAS, Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale), il cui presidente non è altri che Alassane Ouattara, messo al potere in Costa d’Avorio dall’esercito francese, un anno prima.” [13]

Alassane Ouattara, laureatosi in economia negli Stati Uniti, è un ex alto funzionario del FMI, che nel 2011 abbatté il suo rivale presidenziale in Costa d’Avorio con l’assistenza militare francese. Deve la sua opera non al “New York Times”, ma alle forze speciali francesi. [14] Al momento del colpo di stato militare, i disordini in questione erano causati da una tribù, i tuareg, un gruppo laico di nomadi e pastori che chiedono l’indipendenza dal Mali fin dai primi mesi del 2012. La ribellione dei tuareg sarebbe stata armata e finanziata dalla Francia, che aveva rimpatriato i tuareg che avevano combattuto in Libia, al fine di dividere il nord del Mali, lungo il confine algerino, dal resto del Paese dichiarando la legge della Sharia. Ciٍò durٍò solo da gennaio ad aprile 2012, momento in cui i combattenti tuareg si diffusero dalle loro tende nomadi nel Sahara centrale ai confini del Sahel, coprendo una vasta area del deserto sconfinato tra la Libia l’Algeria, il Mali e il Niger. Lasciando l’algerino-libico LIFG/al-Qaida nel Maghreb islamico e i loro associati jihadisti di Ansar al-Dine, a svolgere il lavoro sporco per conto di Parigi. [15]

Nella loro battaglia per l’indipendenza dal Mali, nel 2012, i tuareg avevano concluso una diabolica alleanza con l’AQIM jihadista. Entrambi i gruppi si unirono brevemente con Ansar al-Din, un’altra organizzazione islamista guidata da Iyad Ag Ghaly. Ansar al-Din avrebbe legami con al-Qaida nel Maghreb islamico, guidato dal cugino di Ag Ghaly, Hamada Ag Hama. Ansar al-Din vuole l’imposizione rigorosa della sharia in Mali. I tre gruppi principali hanno brevemente unito le forze, nel momento in cui il Mali era immerso nel caos dopo il colpo di stato militare del marzo 2012. Il leader del golpe era il capitano Amadou Haya Sanogo, addestratosi nel campo del Corpo dei marine di Quantico, Virginia, e in Georgia, a Fort Benning, dalle Forze Speciali degli Stati Uniti. In un bizzarro gioco di eventi, nonostante l’affermazione che il colpo di stato sia stato causato dal fallimento del governo civile nel contenere la ribellione nel nord, l’esercito del Mali ha perso il controllo dei capoluoghi di regione come Kidal, Gao e Timbuktu, a dieci giorni dalla presa del potere di Sanogo. La Reuters descrive il colpo di Stato farsesco come “uno spettacolare autogol”. [16]

La violazione della costituzione del Mali da parte dei militari è stata utilizzata per far scattare severe sanzioni contro il governo militare. Il Mali è stato sospeso dall’Unione Africana, e la Banca mondiale e la Banca africana per lo sviluppo hanno sospeso gli aiuti. Gli Stati Uniti hanno tagliato la metà dei 140 milioni di dollari di aiuti che invia ogni anno; tutto ciٍò ha creato il caos in Mali e ha reso praticamente impossibile al governo rispondere alla continua perdita di territorio a nord, per mano dei salafiti.

Parte IV: Terrorismo-antiterroristico

Ciٍò che poi ne è seguito è una pagina strappata sulla rivolta-contro-insurrezionale del manuale del brigadier-generale inglese Frank E. Kitson. Le operazioni dei britannici contro i Mau Mau in Kenya, negli anni ’50. L’insurrezione jihadista nel nord e il contemporaneo colpo di stato militare nella capitale, hanno portato a una situazione in cui il Mali è stato immediatamente isolato e massicciamente punito con sanzioni economiche. Agendo con una fretta indecente, i 15 membri della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (ECOWAS), organizzazione regionale controllata dagli Stati Uniti e dai francesi, ha richiesto ai golpisti di ripristinare lo stato civile. Il 26 marzo, gli Stati Uniti tagliavano tutti gli aiuti militari al paese impoverito, garantendo il massimo caos mentre i jihadisti hanno fatto la loro parte, con una grande spinta verso sud. Poi, in un incontro del 2 aprile a Dakar, Senegal, i membri dell’ECOWAS chiusero le frontiere dei loro Paesi con il Mali, imponendogli delle severe sanzioni, tra cui l’esclusione dell’accesso alla banca regionale, creando la possibilità che il Mali presto non sarebbe stato in grado di comprare beni di prima necessità, tra cui la benzina.

Gli stessi che hanno “addestrato” i terroristi, addestrano anche gli “anti-terroristi”. Questa sembra una bizzarra contraddizione politica solo quando non si riesce a cogliere l’essenza dei metodi statunitensi e britannici della guerra irregolare, sviluppati e impiegati attivamente sin dai primi anni ’50. Il metodo è stato originariamente definito ’Guerra a Bassa Intensità’ dall’ufficiale dell’esercito britannico che ha sviluppato e affinato il metodo dell’esercito britannico per controllare le aree assoggettate in Malesia, in Kenya durante le lotte per libertà dei Mau Mau, negli anni ’50, e più tardi in Irlanda del Nord. La Guerra a bassa intensità, come viene definita in un libro con quel nome, [17] comporta l’uso dell’inganno, dell’infiltrazione di agenti doppi, provocatori, e disertori nei legittimi movimenti popolari nelle lotte per l’indipendenza coloniale, dopo il 1945. Il metodo viene a volte indicato come “banda/anti-banda”. L’essenza è che l’agenzia d’intelligence o i militari delle forza d’occupazione, che sia l’esercito britannico in Kenya o la CIA in Afghanistan, orchestrano e di fatto controllano le azioni di entrambe le parti in un conflitto interno, creando piccole guerre civili o guerre per bande allo scopo di dividere il movimento legittimo e creando il pretesto per l’intervento di una forza militare esterna in quella che gli Stati Uniti, oggi, hanno ingannevolmente rinominato “operazioni di pace” o PKO. [18] Nel suo corso avanzato sugli interventi militari statunitensi dal Vietnam, Grant Hammond, dell’US Air War College, si riferisce apertamente alle Operazioni di mantenimento della Pace nei conflitti a bassa intensità, come a “una guerra con un altro nome”. [19]

Cominciamo a vedere le impronte insanguinate di una ricolonizzazione francese poi non Così ben camuffata, dell’ex Africa francese, questa volta usando il terrorismo di al-Qaida come trampolino di lancio per dirigere la presenza militare, per la prima volta in più di mezzo secolo. Le truppe francesi probabilmente resteranno ad aiutare il Mali nell’”operazione di mantenimento della pace.” Gli Stati Uniti sostengono completamente la Francia, come “zampa di gatto” dell’AFRICOM. E al-Qaida nel Maghreb islamico e i suoi spin-off rendono possibile l’intero intervento militare della NATO. Washington sosteneva di essere stata colta di sorpresa dal colpo di stato militare. Secondo quanto riportato dalla stampa, un documento interno riservato, stilato nel luglio 2012 dall’Africa Command (AFRICOM) del Pentagono, ha concluso che il colpo di Stato si era svolto in modo troppo veloce affinché gli analisti dell’intelligence statunitensi rilevassero eventuali chiari segnali di pericolo. “Il colpo di stato in Mali si è svolto molto rapidamente e con scarso preavviso”, ha detto il portavoce di AFRICOM, colonnello Tom Davis. “La scintilla che l’ha accesa è scaturita tra le fila dei giovani militari, che alla fine hanno rovesciato il governo, ma non a livello di vertice, in cui i segnali di pericolo avrebbero potuto essere più facilmente notati.” [20] Questo punto di vista è fortemente contestato. In un’intervista ufficiosa al New York Times, un ufficiale delle Forze per le operazioni speciali non era d’accordo, dicendo: “Questa è stata programmata da cinque anni. Gli analisti si compiacciono dei loro assunti e non vedono i grandi cambiamenti e gli impatti su di essi, come la grande quantità di armi che esce dalla Libia e i tanti, diversi combattenti islamici che ritornano”. [21]

Più precisamente, a quanto pare AFRICOM aveva “preparato” la crisi da cinque anni, da quando ha iniziato ad operare alla fine del 2007. Il Mali per il Pentagono non è che il blocco successivo nella militarizzazione di tutta l’Africa da parte di AFRICOM, utilizzando forze delegate come la Francia, per svolgere il lavoro sporco. L’intervento in Mali con la Francia come facciata, è uno dei primi passi del programma per la militarizzazione totale dell’Africa, il cui primo obiettivo non è impadronirsi delle risorse strategiche come minerali, petrolio, gas, uranio, oro o ferro. L’obiettivo strategico è la Cina e la presenza commerciale cinese in rapida crescita in tutta l’Africa, negli ultimi dieci anni. L’obiettivo di AFRICOM è scacciare la Cina dall’Africa o almeno paralizzarne irrimediabilmente l’accesso indipendente alle risorse africane. Una Cina economicamente indipendente, Così pensano in vari uffici del Pentagono, di Washington o dei gruppi di riflessione neo-conservatori, sarebbe una Cina politicamente indipendente. Dio non voglia! Così credono.

Parte V: L’ordine del giorno di AFRICOM in Mali: obiettivo Cina

L’operazione in Mali è solo la punta di un enorme iceberg africano. AFRICOM, il Comando Africa del Pentagono degli Stati Uniti, è stato creato dal presidente George W. Bush alla fine del 2007. Il suo scopo principale è contrastare la drammaticamente crescente influenza economica e politica cinese in tutta l’Africa. Campanelli d’allarme hanno suonato a Washington nell’ottobre 2006, quando il presidente cinese ospitò uno storico vertice a Pechino, il Forum sulla cooperazione Cina-Africa (FOCAC), che portò quasi cinquanta capi di Stato e ministri africani nella capitale cinese. Nel 2008, in anticipo di dodici giorni al tour delle otto nazioni in Africa: il terzo viaggio del genere da quando assunse la carica nel 2003, il presidente cinese Hu Jintao annunciava un programma triennale da 3 miliardi di dollari di prestiti agevolati e di aiuti all’Africa. Questi fondi si sovrappongono ai 3 miliardi di dollari in prestiti e 2 miliardi di crediti all’esportazione che Hu aveva annunciato in precedenza. Gli scambi commerciali tra la Cina e i Paesi africani esplose nei successivi quattro anni, mentre l’influenza francese e degli Stati Uniti sul “Continente Nero” scemava. Il commercio della Cina con l’Africa ha raggiunto i 166 miliardi dollari nel 2011, secondo le statistiche cinesi, e le esportazioni africane verso la Cina, in primo luogo le risorse per alimentare le industrie cinesi, sono salite a 93 miliardi di dollari dai 5,6 miliardi dollari negli ultimi dieci anni. Nel luglio 2012 la Cina ha offerto ai Paesi africani 20 miliardi di dollari in prestiti nei prossimi tre anni, il doppio della quantità promessa nel precedente triennio. [22]

Per Washington, rendere AFRICOM operativo nel più breve tempo possibile è una urgente priorità geopolitica. E’ entrato in funzione il 1° ottobre 2008, nel quartier generale di Stoccarda, in Germania. Quando l’amministrazione Bush-Cheney ha firmato la direttiva che creava l’AFRICOM nel febbraio 2007, fu una risposta diretta alla riuscita diplomazia economica africana della Cina. AFRICOM definisce la sua missione come segue: “L’Africa Command ha la responsabilità amministrativa del sostegno militare degli Stati Uniti alla politica governativa degli Stati Uniti in Africa, includendo i rapporti militari con 53 nazioni africane.” Ammettendo di lavorare a stretto contatto con le ambasciate del dipartimento di Stato degli Stati Uniti in tutta l’Africa; un’ammissione insolita che comprende anche l’USAID: “L’US Africa Command fornisce personale e supporto logistico alle attività finanziate dal dipartimento di Stato. Il personale del comando opera in stretta collaborazione con le ambasciate USA in Africa per coordinare i programmi di formazione, per migliorare la capacità della sicurezza delle nazioni africane”. [23]

Parlando all’International Peace Operations Association di Washington DC, il 27 ottobre 2008, il generale Kip Ward, comandante di AFRICOM, definiva la missione del comando come: “cooperazione con le altre agenzie governative degli Stati Uniti e partner internazionali, per assolvere gli impegni di sicurezza sostenuti attraverso i programmi militari, attività sponsorizzate dai militari e altre operazioni militari dirette a promuovere un ambiente africano stabile e sicuro, a sostegno della politica estera degli Stati Uniti.” [24]

Diverse fonti di Washington dichiarano apertamente che AFRICOM è stato creato per contrastare la crescente presenza della Cina in Africa, e il successo crescente della Cina nel garantirsi accordi economici a lungo termine sulle materie prime provenienti dall’Africa, in cambio di aiuti cinesi e accordi per la condivisione della produzione e delle royalties. Secondo fonti informate, i cinesi sono stati molto furbi. Invece di offrire il selvaggio dettato dell’austerità del FMI e il caos economico, come ha fatto l’occidente, la Cina offre grandi crediti, prestiti agevolati per la costruzione di strade e scuole, al fine di crearsi una buona volontà. Il Dr. J. Peter Pham, un insider leader di Washington e consigliere dei dipartimenti di Stato e della Difesa statunitensi, afferma apertamente che tra gli obiettivi del nuovo AFRICOM, vi è “proteggere l’accesso agli idrocarburi e ad altre risorse strategiche che l’Africa possiede in abbondanza… un compito che include la garanzia contro la vulnerabilità di queste ricchezze naturali, la garanzia che nessun altro terzo interessato come la Cina, l’India, il Giappone o la Russia ne ottenga il monopolio o dei trattamenti di favore.”

In una testimonianza al Congresso degli Stati Uniti per sostenere la creazione di AFRICOM, nel 2007, Pham, strettamente associato al think-tank neo-conservatore ’Fondazione per la Difesa delle Democrazie’, ha dichiarato: “Questa ricchezza naturale rende l’Africa un obiettivo invitante per le attenzioni della Repubblica popolare cinese, la cui dinamica, con una crescita in media del 9 per cento annuo nel corso degli ultimi due decenni, induce una sete insaziabile di petrolio, nonché la necessità di altre risorse naturali per sostenerla. La Cina attualmente importa circa 2,6 milioni di barili di greggio al giorno, circa la metà del suo consumo;… circa un terzo delle sue importazioni proviene da fonti africane… forse nessun altro rivale straniero vede la regione Africa come oggetto di interesse costante strategico come Pechino, negli ultimi anni… Molti analisti si aspettano che l’Africa, in particolare gli Stati lungo le sue coste occidentali ricche di petrolio, sarà sempre più teatro della competizione strategica tra gli Stati Uniti e il suo unico vero concorrente mondiale, la Cina, in quanto entrambi i Paesi cercano di espandere la loro influenza e garantirsi l’accesso alle risorse.” [25]

Per contrastare la crescente influenza cinese in Africa, Washington ha arruolato l’economicamente debole e politicamente disperata Francia, con la promessa di sostenere la riconquista francese del suo ex-impero coloniale africano, in una forma o nell’altra. La strategia, come emerge dall’uso dei terroristi di al-Qaida da parte di Francia-USA per far cadere Gheddafi in Libia, e ora per devastare il Sahara dal Mali, promuovere le guerre etniche e l’odio settario tra berberi, arabi e altri in Nord Africa. Divide et impera. Sembra ancora che abbiano cooptato un vecchio progetto francese per il controllo diretto. In un’analisi innovativa, l’analista geopolitico e sociologo canadese Mahdi Darius Nazemroaya, scrive: “Una mappa utilizzata da Washington per combattere il terrorismo, sotto l’Iniziativa Pan-Sahel, la dice lunga. Il campo o area di attività dei terroristi, entro i confini di Algeria, Libia, Niger, Ciad, Mali e Mauritania, in base alla designazione di Washington, è molto simile ai confini dell’entità coloniale territoriale che la Francia aveva cercato di creare in Africa nel 1957. Parigi aveva progettato di sostenere questa entità africana nel Sahara centro-occidentale come dipartimento francese (provincia), direttamente collegata alla Francia tramite le coste dell’Algeria”. [26] I francesi la chiamarono l’Organizzazione Comune delle Regioni del Sahara (Organisation commune des regions sahariennes, OCR). Comprendeva nei suoi confini paesi del Sahel e del Sahara come Mali, Niger, Ciad e Algeria. Parigi voleva usarla per controllare i Paesi ricchi di risorse, e per lo sfruttamento francese di tali materie prime come petrolio, gas e uranio.

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La mappa del Sahara francese del 1958, comparata alla mappa dell’Iniziativa Pan-Sahal dell’USAFRICOM (in basso) sulla minaccia terroristica nel Sahara oggi.
Fonte: GlobalResearch.ca
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Aggiunge che Washington aveva chiaramente in mente questa zona ricca di energia e di risorse, quando ha tracciato le aree dell’Africa che hanno bisogno di essere “ripulite” da presunte cellule e bande terroristiche. Almeno ora AFRICOM ha “un piano” per la sua nuova strategia africana. L’Istituto Francese di Relazioni Estere (Institut français des relazioni internazionali, IFRI) ha apertamente discusso questo legame tra i terroristi e le zone ricche di idrocarburi, in un report del marzo 2011. [27] La mappa utilizzata da Washington per combattere il terrorismo sotto la Pan-Sahel Initiative del Pentagono, mostra l’area di attività dei terroristi interna ad Algeria, Libia, Niger, Ciad, Mali e Mauritania, secondo la designazione di Washington. La Trans-Saharan Counterterrorism Initiative (TSCTI) è stata avviata dal Pentagono nel 2005. Mali, Ciad, Mauritania e Niger furono raggiunti da Algeria, Mauritania, Marocco, Senegal, Nigeria e Tunisia, in un anello di cooperazione militare con il Pentagono. L’Iniziativa antiterrorismo Trans-Sahariana è stata trasferita al comando Africom il 1° ottobre 2008. [28]

La mappa del Pentagono è molto simile ai confini o frontiere dell’entità coloniale territoriale che la Francia aveva tentato di creare in Africa nel 1957. Parigi aveva programmato di creare questa entità africana nel Sahara centro-occidentale, come dipartimento francese (provincia) direttamente collegata alla Francia, insieme alle coste dell’Algeria, dell’Organizzazione Comune delle Regioni del Sahara (Organisation commune des regions sahariennes, OCR). Comprendeva entro i suoi confini paesi del Sahel e del Sahara come Mali, Niger, Ciad e Algeria. I piani furono sventati durante la Guerra Fredda, dalle guerre d’indipendenza degli algerini e degli altri Paesi africani contro il dominio coloniale francese, il “Vietnam” della Francia. La Francia fu costretta a sciogliere l’OCR nel 1962, a causa dell’indipendenza algerina e dello stato d’animo anti-coloniale in Africa. [29] Le ambizioni neo-coloniali di Parigi però, non scomparvero. I francesi non fanno segreto del loro allarme per la crescente influenza cinese nell’Africa ex francese. Il ministro delle Finanze francese Pierre Moscovici ha dichiarato ad Abidjan, lo scorso dicembre, che le imprese francesi devono passare all’offensiva e combattere la crescente influenza della rivale Cina, partecipando ai mercati sempre più competitivi dell’Africa. “E’ evidente che la Cina è sempre più presente in Africa… le società (francesi) che ne hanno i mezzi devono passare all’offensiva. Devono essere più presenti sul terreno. Devono combattere”, ha dichiarato Moscovici durante un viaggio in Costa d’Avorio. [30]

Chiaramente Parigi aveva in mente un’offensiva militare per sostenere l’offensiva economica prevista dalle imprese francesi in Africa.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

[1] James Kirkup, David Cameron: North African terror fight will take decades , The Telegraph, London, 20 gennaio 2013.

[2] Thierry Meyssan, Mali: One war can hide another, Voltaire Network, 23 gennaio 2013.

[3] Staff Sgt. Nathanael Callon United States Air Forces in Europe/Air Forces Africa Public Affairs, US plaes deliver French troops to Mali , AFNS, 25 gennaio 2013.

[4] S. Alambaigi, French Defense Minister: 2000 boots on ground in Mali, 19 gennaio 2013.

[5] Freya Petersen,France aiming for ’total reconquest’ of Mali, French foreign minister says , 20 gennaio 2013.

[6] Christian v. Hiller, Mali’s hidden Treasures , 12 aprile 2012, Frankfurter Allgemeine Zeitung.

[7] Fonti da private discussioni con ex militari sttaunitensi attivi in Africa.

[8] William Thornberry and Jaclyn Levy, Al Qaeda in the Islamic Maghreb , CSIS, settembre 2011, Case Study No. 4.

[9] Pepe Escobar, How al-Qaeda got to rule in Tripoli , Asia Times Online, 30 agosto 2011.

[10] Ibid.

[11] Jason Howerton, Rand Paul Grills Clinton at Benghazi Hearing: ‘Had I Been President…I Would Have Relieved You of Your Post’w , ww.theblaze.com, 23 gennaio 2013.

[12] Craig Whitlock, Leader of Mali military coup trained in U.S., 24 marzo 2012, The Washington Post.

[13] Thierry Meyssan, op. cit.

[14] AFP, Ivory Coast’s ex-President Gbagbo ‘arrested in Abidjan’ by French forces leading Ouattara troops , 11 aprile 2011.

[15] AFP, Ivory Coast’s ex-President Gbagbo ‘arrested in Abidjan’ by French forces leading Ouattara troops , 11 aprile 2011.

[16] Cheick Dioura and Adama Diarra, Mali Rebels Assault Gao, Northern Garrison , The Huffington Post, Reuters.

[17] Frank E. Kitson, Low Intensity Operations: Subversion, Insurgency and Peacekeeping , London, 1971, Faber and Faber.

[18] C.M. Olsson and E.P. Guittet, Counter Insurgency, Low Intensity Conflict and Peace Operations: A Genealogy of the Transformations of Warfare , 5 marzo 2005 paper presented at the annual meeting of the International Studies Association.

[19] Grant T. Hammond, Low-intensity Conflict: War by another name, London, Small Wars and Insurgencies , Vol.1, Issue 3, dicembre 1990, pp. 226-238.

[20] Defenders for Freedom, Justice & Equality, US Hands Off Mali An Analysis of the Recent Events in the Republic of Mali , MRzine, 2 maggio 2012.

[21] Adam Nossiter, Eric Schmitt, Mark Mazzetti, French Strikes in Mali Supplant Caution of US, The New York Times, 13 gennaio 2013.

[22] Joe Bavier, French firms must fight China for stake in Africa—Moscovici , Reuters, 1 dicembre 2012.

[23] AFRICOM, US Africa Command Fact Sheet , 2 settembre 2010.

[24] Ibid.

[25] F. William Engdahl, NATO’s War on Libya is Directed against China: AFRICOM and the Threat to China’s National Energy Security , 26 settembre 2011.

[26] Mahdi Darius Nazemroaya and Julien Teil, America’s Conquest of Africa: The Roles of France and Israel , GlobalResearch, 6 ottobre 2011.

[27] Ibid.

[28] Ibid.

[29] Ibid.

[30] Joe Bavier, Op. cit.

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Mali e Costa d’Avorio – Campo di battaglia economica e militare fra gli imperialismi

Le truppe della coalizione internazionale entrarono a Pechino il 14 agosto del 1900; foto degli sguarniti battaglioni, messi a dura prova dai Boxer nei mesi precedenti, furono pubblicate sui quotidiani inglesi come prova dell’entusiasta accoglienza della popolazione. La realtà era ben diversa, focolai di guerriglia resistevano in tutta la città ed il popolo se ne stava ben lontano dalla Città Proibita, sede allora del governo cinese. Alcuni poveracci, pagati con nulla, facevano da comparse ai generali e colonnelli di Inghilterra e Germania.

La misera, ipocrita e falsa borghesia imperialista di quel tempo la ritroviamo oggi in terra d’Africa. Il “socialista Holland” visita Timbuctu e riceve una calorosa accoglienza dalla popolazione, scrivono i pennivendoli della patria francese. Ma i fotografi non hanno di meglio da spedire che poche immagini del presidente all’aeroporto della capitale maliana attorniato da generali del corrotto governo locale con sullo sfondo due bandiere tricolore rette da uno sparuto gruppetto di pelle nera.

L’attuale crisi economica generale del capitalismo è il potente innesco e acceleratore dello scoppio di tutte le questioni e i nodi insoluti che la spartizione imperialista del globo ha generato sia all’interno dei paesi sottomessi sia come rapporto di forza tra le potenze che cercano costantemente di approfittare dell’altrui difficoltà.

Per riassumere la storia del piano di spartizione delle risorse e delle terre africane fra le maggiori potenze europee, all’inizio Inghilterra e Francia, secondo le loro voraci necessità, dobbiamo risalire al 1884/85 quando il cancelliere tedesco Bismarck organizzò la Conferenza di Berlino per il Congo. Lo scopo era evitare scontri militari diretti tra le potenze europee, facendo disegnare i confini delle colonie africane a tavolino, nelle capitali europee, con l’ausilio delle varie “Società Geografiche”. Si stabilì che un territorio africano per essere riconosciuto come colonia doveva essere stabilmente occupato militarmente, e civilmente con imprese e coloni europei. A questa spartizione e mercanteggio dell’Africa parteciparono tutti i più importanti Stati e per ultima si accodò anche l’Italia, occupando l’Eritrea, parte della Somalia, poi la Libia nel 1912, approfittando della crisi dell’Impero Ottomano e della rivolta dei Giovani Turchi guidati da Kemal Ataturk.

Successivi accordi, bi- o trilaterali, risolvevano questioni limitate o l’attribuzione delle colonie delle potenze minori le quali, sovente, non erano in grado di controllarle: oltre allo sfruttamento delle risorse e della forza lavoro africana gli Stati imperialisti ne dovevano garantire la sottomissione.

Le due guerre mondiali hanno passato le colonie africane dalle potenze perdenti alle vincitrici, e fino all’epoca delle rivoluzioni anticoloniali degli anni ‘60 e ‘70 quando il controllo militare delle colonie fu sostituito da quello economico e finanziario, cambiando tutto per non cambiare niente.

L’Africa francofona

Oggi l’imperialismo francese, che continua a scrivere sulle sue bandiere “liberté, egalité, fraternité”, si è sentito in dovere di rispondere prontamente alla richiesta del debole “potere legale” del Mali, parte del suo grande ex domino coloniale africano, minacciato e in parte occupato da “terroristi islamici”. Aiuto evidentemente non disinteressato, appoggiato dalla banda di imperialisti che è il Consiglio di Sicurezza dell’Onu e marginalmente anche dall’Italia.

La storia dell’ormai vecchio imperialismo francese è lunga in terra d’Africa, soprattutto in tutta la fascia che, a sud del Sahara, inizia in occidente dal Senegal fino all’interno nel Ciad. Nell’ultimo decennio tutti i paesi definiti come Africa francofona, la Franciafrica, hanno subìto la penetrazione economica della Cina, che ha approfittato del relativo ritiro del capitale francese, che ha preferito andare ad investirsi in aree a più alto margine di profitto, come l’Asia. La concorrenza cinese si è fatta sempre più pressante con investimenti di ingenti capitali, esportazione di merci a bassissimo costo e di squadre specializzate a comandare i cantieri delle ditte cinesi. Strade e ponti, ferrovie ed infrastrutture varie hanno aperto la strada del “neo” imperialismo cinese in quelle terre che per secoli sono state esclusivo appannaggio delle potenze occidentali ed in molti casi in modo esclusivo della Francia.

È inevitabile per il capitale finanziario tendere ad allargare il proprio territorio economico, e anche il proprio territorio in generale. La crisi mondiale che dal 2008 tartassa gli imperialismi occidentali non ha risparmiato i suoi colpi sulla neonata cinese, alla ribalta della “mondializzazione”, ma è l’unica che ancora può parlare di garanzie di finanziamento. La Cina “comunista”, entrata a far parte a pieno titolo dei predoni imperialisti, per la sua penetrazione si ammanta dello stile “cooperativo” e cerca di dissimulare la sua vampiresca aggressività con accordi e trattati economici che comprendono iniziali regalie e fanno prospettare ai poteri locali maggiore indipendenza di quella offerta dai vecchi titolari degli imperi.

Brame imperiali sul Mali

Le artificiali frontiere del post-colonialismo hanno ritagliato per il Mali, uno dei paesi più poveri al mondo, uno strano territorio a forma di clessidra, con un Nord desertico e popolato prevalentemente da popolazioni nomadi di varie etnie ed un Sud più fertile, bagnato dal grande fiume Niger.

Con il governo del Mali la Cina ha firmato, questo accadeva nel primo semestre del 2012, tre diversi accordi per circa 740 miliardi di yuan (circa 65 miliardi di euro). Il primo accordo sono circa 70 miliardi di yuan “in regalo”; il secondo 5 miliardi in prestito “per migliorare le condizioni della popolazione”, il governo locale dovrà individuare come e quando. Il terzo accordo prevede un finanziamento per circa 620 miliardi di yuan, il grosso dell’operazione, che permetteranno alla Cina di partecipare, insieme ad altri partner (leggi Francia, ecc.) alla costruzione del bacino idroelettrico di Taoussa, sul Niger, vicino a Gao, nella parte settentrionale del paese.

Intanto il governo maliano già dal 2009 aveva dato in concessione per 50 anni la zona chiamata Office du Mali in grandi appezzamenti “free of charge”, e a costi stracciati per l’acqua del Niger ed esproprio per tutti quei contadini che lì lavorano e campano (ci sono state rivolte con arresti di uomini e donne). Tutti i predoni delle nazioni imperialiste si sono appropriati dello sfruttamento intensivo di più di 500.000 ettari di fertili terre in concessione gratuita. In primis la Cina, con la partecipazione diretta di una sua multinazionale governativa, prendendo in affitto anche terre in concessione ad una società libica ed accaparrandosi così più di un quarto delle terre. Poche zolle son rimaste per le società maliane e i vicini poveri come il Burkina.

Anche Francia, Canada, Usa, Inghilterra, Paesi Arabi, Sud Africa partecipano all’affare. La zona produce attualmente più della metà del fabbisogno nazionale e con la modernizzazione dell’agricoltura, come diceva il presidente Traoré, potremo sfamare tutti. L’inganno democratico dello sviluppo progressivo dell’economia non risparmia nessuno, se non le masse affamate nel loro gesto di ribellione ad una politica di promesse non mantenute e ad una realtà sempre più brutale.

Il progetto dell’Office du Mali è una tragedia per la regione da tutti i punti di vista, idrogeologico, economico, sociale. Produzione di bio-gas, ricerca del petrolio, colture di riso intensive ad alta produttività, il tutto destinato all’esportazione.

Ma, nonostante il drastico ridimensionamento della presenza imperiale francese in Africa negli ultimi venti anni, la Francia mantiene ancora nelle sue ex colonie alcune importanti basi militari a protezione dei suoi ancora grandi interessi finanziari nei vari settori del turismo, della produzione agricola e della manifattura, ma soprattutto nel campo della “cooperazione militare”, cioè vendita di armamenti e formazione degli eserciti.

Più importanti in assoluto sono le miniere di uranio ad Airlit in Niger, non molto distanti dal confine col Mali, dal quale si temeva uno sconfinamento dei “terroristi”, con la perdita del controllo di quella fonte necessaria alla potenza nucleare francese. Il nuovo colosso multinazionale Areva, fondato nel 2001 con 61 mila dipendenti e controllato al 90% da capitali francesi, ha ereditato da precedenti società francesi la concessione, vecchia di oltre 40 anni, di quelle ricche miniere a cielo aperto, con bassi costi di estrazione. La rendita pagata al Niger è proporzionata ai vecchi rapporti di sfruttamento coloniale: a fronte di un fatturato nel 2006 di 10,86 miliardi di euro, la Areva paga di rendita annua solo 100 milioni. La crisi del Mali ha quindi dato l’occasione al presidente nigerino M. Issoufou di ridiscutere con la Francia gli accordi minerari.

L’intervento francese

L’imperialismo francese, che vorrebbe considerare ancora l’Africa “già-francofona” il “cortile di casa”, ha attuato con l’Operazione Serval nel Mali un intervento preventivo, che doveva essere immediato e risolutivo, come in prima battuta sembrava essere. Ora i maliani possono continuare a crepare di fame protetti dalle armi francesi, ma dove sono finiti i “terroristi”, quanti sono e in quali organizzazioni sono inquadrati? In realtà, con il “trionfale” arrivo a Timbuctu lo scorso 2 febbraio del presidente Hollande per confermare e celebrare la vittoria sui “ribelli e i terroristi”, sconfitti e ricacciati oltre i confini del deserto a nord, è terminata solo la prima fase di questo ennesimo fronte di guerre locali che divampano con maggior frequenza un po’ ovunque sul pianeta. La prima fase della Operazione è stata dichiarata chiusa con troppa fretta, solo una settimana dopo i gruppi islamisti hanno ripreso il controllo di alcuni centri abitati nel Nord, il che impegnerà il contingente francese e suoi collaboratori ad una permanenza prolungata.

Quello che potrebbe essere in connessione con la più ampia e importante crisi nel Nord Africa, esaltata dai fatti libici appena accaduti, e col coinvolgimento di altre potenze imperialiste, si è per il momento apparentemente ridimensionato ad una intensa operazione militare solo francese contro gruppi armati locali.

Il desertico Nord del Mali approssimativamente dal 2007 è diventato una indisturbata base dell’Aqmi, Al-Qaida nel Magreb islamico, che dove è forte instaura un regime fondamentalista islamico molto radicale. Si autofinanzia anche con il sequestro di persone, più di 80 in Mauritania, tra incauti turisti, cooperanti, ecc.

Sembra sia intervenuto l’emiro del Qatar che tanto fece in Libia contro Gheddafi per le sue mire sul gas libico. Raccontano che «alcuni mesi fa convogli umanitari, tra cui quello del Qatar, ufficialmente destinati alla popolazione civile, in realtà trasportavano armi e munizioni e finivano nelle mani del Mujao e di Ansar Dine». I gruppi islamici avrebbero ricevuto finanziamenti oltre che dal Qatar anche dall’Arabia Saudita.

Con la caduta del regime libico, dove avevano sostenuto Gheddafi, anche guerrieri tuareg sono rientrati nel Nord del Mali portando con loro una maggiore esperienza militare e una buona scorta di armi moderne prese dai depositi libici. Parte di questi hanno fondato un secondo gruppo militare “estremista”, il Mnla, Movimento Nazionale di Liberazione dell’Alzawad, l’area desertica del Nord del Mali con lo scopo di ottenere manu militari una maggiore autonomia della regione.

Il governo maliano ha cercato di opporsi a questo movimento inviando alcuni reparti dell’esercito, male armati e poco motivati, che hanno subìto una serie di sconfitte. Questo ha provocato una rivolta da parte degli stessi militari che con un colpo di Stato nell’aprile 2012 hanno deposto il loro presidente ed insediata un’altra giunta militare. Da parte sua il 6 aprile il Mnla ha dichiarato l’indipendenza dell’Azawad.

Nel Nord intanto si è insediato anche un terzo gruppo, formato anche questo da tuareg, lo Ansar Dine (Difesa dell’Islam), ed è iniziata la lotta per il controllo del territorio fra i gruppi ribelli. Lo Ansar Dine, probabilmente sostenuto dall’Aqmi, dopo uno scontro con il Mnla ha assunto il controllo dell’Alzawad e ha imposto la Sharia, un regime basato sull’applicazione integrale della legge coranica. I soliti intellettuali si sono indignati per la distruzione dei mausolei sufi di Timbuctu e dei pochi ma rari manoscritti colà custoditi.

Questi gruppi, imbaldanziti dalle vittorie, il 10 gennaio hanno passato il confine a sud e occupato Konna, una cittadina importante sulla strada per la capitale Bamako. Il giorno seguente è partita la richiesta di aiuto del debole governo maliano alla Francia. Parigi, col pretesto di difendere la democrazia nel Mali, è intervenuta immediatamente con decisione, riprendendo il controllo su tutto il paese in quattro settimane.

Ancora una volta è mancata l’azione dell’Europa, che non ha una politica di aggressione imperialista comune: è toccato alla Francia e al suo governo “socialista” di mostrare i muscoli e accollarsi onori ed oneri dell’intervento.

A supporto alle truppe francesi sono arrivate quelle dell’Ecowas, Comunità economica fra Stati dell’Africa occidentale, e altri africani, più per un controllo del territorio che per interventi militari diretti, poche centinaia di militari del Ciad e della Nigeria, rispetto ai promessi 5.000. Gli eserciti degli altri Stati controllano le frontiere. Si può presumere che anche le truppe francesi di stanza in Costa d’Avorio non si siano potute allontanare più di tanto.

La Francia ha affidato il compito di inseguire gli “estremisti islamici” in fuga agli “irregolari” del Mnla, i quali hanno accettato chiedendo in cambio di negoziare con Bamako uno statuto giuridico per l’Azawad. Aerei del Qatar sarebbero atterrati nel Nord per salvare i capi dei gruppi islamisti; il Qatar non ha smentito né commentato la notizia.

Le perdite inflitte ai “terroristi” sono indicate in modo vago, non conoscendo nemmeno la reale consistenza di quei gruppi, forse forti di 4 mila armati. Si sono ora dispersi nelle immense distese del Sahara, che ben conoscono, probabilmente in una fase di riorganizzazione, magari con altre formazioni, aspettando un altro momento propizio, com’è stata tutta la storia delle guerre coloniali contro i gruppi che non si sono sottomessi o integrati sotto il potere coloniale. In questo caso però dobbiamo considerare che questi gruppi di armati non rivendicano un loro spazio, un territorio dove impiantarsi. Come in Libia ed in Siria anche nel Mali la improbabile sigla di Al Qaida, questa pretesa onnipresente organizzazione internazionale dell’islamismo radicale, come viene presentata dalla propaganda dell’imperialismo, nasconde lo scontro sempre più aspro tra gli Stati per il controllo di territori e risorse, per non lasciare nessun vuoto nel loro controllo delle varie regioni del globo.

In Costa d’Avorio

È il caso anche della Costa d’Avorio. La data ufficiale dell’indipendenza coloniale dalla Francia è del 1960, ma è rimasta sottoposta alla piena dominazione francese fino al colpo di Stato del 1999 quando Gbagbo, il primo ministro del governo ivoriano insediatosi al potere, dichiarò: «Non siamo più una colonia francese e chiediamo alla Francia di porre fine alle sue aspirazioni imperialiste nei confronti della Costa d’Avorio».

La Costa d’Avorio è ricca di risorse naturali come il greggio, il gas naturale, diamanti, oro, bauxite, rame, e di risorse agricole, caffè, cocco, riso, banane, cotone, ecc., oltre ad essere il primo produttore mondiale di cacao. Inoltre Abidjan, capitale di fatto del paese, possiede uno dei più grandi porti africani della costa occidentale e che negli ultimi anni ha aumentato di circa il 9% il traffico merci in generale e più del 50% quello verso il Mali, il Burkina Faso e il Niger.

Il presidente Laurent Gbagbo, dopo la vittoria elettorale, ha inaugurato con l’anno 2000 una nuova politica della nazione, la réfoundation, che dovrebbe andare nella direzione dell’apertura del ricco mercato ivoriana a nuovi e più vantaggiosi partner economici, le multinazionali cinesi, giapponesi e americane, limitando l’intervento francese.

Nel 2002 scoppia una rivolta, all’inizio per iniziativa del generale Guéi, nella competizione elettorale avversario sconfitto di Gbagbo e Ouattara; poi, vista la estrema debolezza della sedizione, tutto passa nelle mani dell’esercito francese per tramite anche di truppe mercenarie arrivate dal Burkina, dalla Liberia e dalla Sierra Leone, attrezzate ed armate dall’esercito francese. Da una parte e dall’altra vengono commesse atrocità ai danni della popolazione, soprattutto in quei villaggi dove era stata espropriata la terra per consentire all’imperialismo il suo libero e dissennato sfruttamento.

È Alassane Ouattara ad insediarsi al governo nazionale dopo l’estromissione volontaria di Gbagbo, che proprio in questi giorni viene giudicato al tribunale dell’Aia per crimini contro la popolazione. Ma i crimini contro la popolazione non sono certo cessati, anzi infuria quotidianamente l’accanimento ed il furto delle terre, e gli scontri fra bande rivali. Solo un paio di anni fa sono stati i caschi blu dell’Onu, insieme all’esercito francese, a difendere le esportazioni di cacao dall’assalto di gruppi anti-Ouattara.

Ouattara vola adesso in Israele a batter cassa, visto che l’amata Francia, che comunque ha garantito a lui ed ai suoi l’impunità, non ha fondi da elargire.

I due leader ivoriani amici-nemici, nella migliore tradizione della borghesia mondiale, rappresentano di volta in volta il futuro ed il presente della sottomissione imperialistica borghese del proletariato e del contadiname locale. Gbagbo, socialista, sindacalista, alleato di Ouattara fino al ‘99, e Ouattara, repubblicano di scuola europea. Cosicché l’opposizione dei gruppi ribelli che si rifanno a Gbagbo si colorano delle illusioni democratiche di lesa democrazia ed inneggiano ad un fronte popolare anti francese; gli altri, quelli attualmente al potere, difendono la démocratie; adesso con il “socialista” Holland, tutto è più semplice e più complicato.

Le giustificazioni sovrastrutturali, nelle metropoli come nelle colonie, dell’imperialismo e dell’antimperialismo democratico sono sempre più delle armi spuntate in mano a dei loschi figuri senza più alcuna vitalità storica né alcun seguito nelle classi oppresse.

http://www.international-communist-party.org/Partito/Parti358.htm

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Il cannibalismo delle multinazionali dell’elettronica

27 novembre 2012

Quello avvenuto in Congo e Rwanda può essere considerato il più grande olocausto della storia, taciuto al mondo e alla storia, perpetrato dalle grandi multinazionali dell’elettronica. Società come Motorola, Nokia, Siemens, Samsung, Acer, IBM, HP, e dunque tutte le compagnie che fanno uso di minerali rari e semiconduttori, hanno sostenuto e finanziato un etnocidio di oltre 8 milioni di morti nell’Africa centro-occidentale.  Le Nazioni Unite si sono macchiate dei crimini efferati della più bassa leva colonialista compiute in queste terre, allo scopo di garantire i contratti miliardari delle corporation, per lo sfruttamento di oro, diamanti e coltan, risorsa strategica per l’industria Hi-Tec. I caschi blu, i commissari e le organizzazioni non governative hanno assistito agli atroci crimini commessi da contractor e dai ribelli finanziati dalle lobbies occidentali nei confronti di civili inermi.

I bambini congolesi nelle miniere di coltan
La follia generale che si è scatenata dopo la caduta del muro di Berlino, con la creazione di centinaia di eserciti privati di mercenari dispiegati nelle aree sensibili per le concessioni ottenute, ha reso necessaria l’istituzioni di tribunali ad hoc, legittimati a livello internazionale dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Tutte le grandi potenze erano in qualche modo coinvolte e ricattate per gli interessi che vantavano nelle ricche aree del continente africano.  E’ stato così creato il cosiddetto Tribunale Penale Internazionale per il Rwanda (ICTR), una fantomatica istituzione giuridica  costituita da giudici e procuratori ricattati. Simbolo della corruzione della Corte dell’Aja per i presunti del “genocidio ruandese” è stata Carla Del Ponte – che ha poi ereditato la toga di procuratore del Tribunale per la ex Jugoslavia (ICTY).  Come spiegato già in passato dalla Etleboro, la Del Ponte doveva garantire il sistema bancario e bloccare il denaro trasferito nelle banche estere a nome dei dittatori che si sono di volta in volta succeduti, e detronizzati non appena venivano meno agli accordi di concessione pattuiti.
Le miniere di coltan in Congo
Tra Congo e Rwanda si protrae ormai da vent’anni una guerra umanitaria, che ha lo scopo di tutelare i contratti di concessione delle miniere, in particolare di coltan e di minerali per la produzione di semi-conduttori. Alla base del conflitto vi è uno storico accordo non scritto, secondo il quale il Congo, colonia belga di Leopoldo II il cui controllo è stato conservato dalla famiglia reale, è tenuto a consegnare al Rwanda – sotto il controllo degli Stati Uniti – i quantitativi di coltan concordati. Tale accordo deve essere onorato dai regimi che si alternano a Kinshasa, che hanno così la possibilità di arricchirsi e di veder tutelata la loro posizione dagli attacchi  ruandesi. Questo precario equilibrio si rompe nel momento in cui si incrinano i rapporti e si rimettono in discussione gli accordi presi. Le forze occidentali cominciano così ad armare i ribelli dell’M13 che invadono il Congo diffondendo distruzione, panico e omicidi. I villaggi congolesi sono divenuti capitale mondiale dello stupro, dopo che nel corso di questi 10 anni ne sono stati compiuti più di 2 milioni. Oggi la storia si ripete, scoppia di nuovo l’emergenza in Congo, dopo che le grandi società cinesi sono giunte in Africa offrendo contratti a condizioni più vantaggiose e mettendo sul tavolo valigie di contanti. La reazione americana non è tardata ad arrivare, rimettendo in moto la macchina della violenza più brutale e volgare, in una inconcepibile schizofrenia generale.
Il bacino del fiume Congo e le centrali Inga
Da non sottovalutare, inoltre, la questione energetica, in quanto il continente africano costituisce un’immensa riserva di energia rinnovabile, prodotta attraverso parchi fotovoltaici, eolici e immense dighe, come più evidenziato in precedenza dalla Etleboro (vedi Progetto Desertec). Il più grande sistema idroelettrico del mondo si trova proprio sul fiume Congo, ed è quello del Grande Inga (Inga I di 351 MW, e Inga II di 1.424 MW, in progetto Inga III di  3500 MW), dal quale dovrebbe diramarsi una rete di interconnessione elettrica estesa sino in Costa d’Avorio, Marocco ed Egitto, per giungere sino al continente europeo. Come si può notare, Congo – come tutta l’Africa – sta per divenire la frontiera energetica del futuro, per la quale sarà combattuta una guerra ancor più sanguinosa di quelle sinora conosciute, aggravate dall’estrema povertà e dalle malattie.
Mappa delle interconnessioni che dal Grande Inga
si dirameranno in tutto il continente africano.
Mappa degli snodi delle interconnessioni elettriche.
La ragnatela delle interconnessioni elettriche
che si estendono dal Mediterraneo all’Europa centrale
Quanto più andrà avanti questa crisi economica europea, tanto più violenta sarà la risposta delle multinazionali dinanzi alla debolezza e all’impotenza degli Stati. La loro azione viene costantemente coperta e vigilata dai media, scortati da ONG sovranazionali,  a loro volta legittimate dalle Nazioni Unite. Il monopolio dei signori della guerra viene a sua volta garantito dalle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza che comminano embarghi e sanzioni, per poi istituire i tribunali ad hoc per i vincitori. Da questo punto di vista, la guerra al terrorismo più giustificata, dovrebbe essere quella al “Palazzo di vetro”, occupato da assassini ben vestiti e griffati,  da personale diplomatico corrotto e depravato, da ricattati e ricattatori, la cui unica funzione è mantenere l’equilibrio della guerra perpetua contro i più deboli. Il premio Nobel per la pace, Barack Obama, avrebbe dovuto lottare contro questo sistema, non alimentarlo incendiando l’Africa, a cominciare dalle cosiddette Primavere arabe. Se tutto quello che viviamo è una grande farsa per mantenere il popolo nell’ignoranza, ci vorrebbe un po’ di onestà intellettuale e non far gravare il costo della pace dell’ONU sui cittadini, inconsapevoli di essere i contribuenti di un’associazione a delinquere.  C’è da chiedersi perché la Commissione  delle Nazioni Unite, che doveva indagare sui crimini associati all’estrazione del coltan, ha insabbiato tutto, chiudendo la questione con l’affermazione: “Le multinazionali interrogate affermano che il coltan utilizzato dalle loro industrie non proviene da zone in conflitto“.

Una trovata geniale che supera ogni immaginazione del più elementare complottismo, ed offende la dignità degli operai e della gente di buona civiltà, che compra i loro prodotti all’insaputa di tutto questo. Ma ancor più criminale è l’indifferenza dei nostri politici che dovrebbero essere dei sovrani guardiani delle vite dei cittadini, ed hanno preferito spendersi per le “Pussy riot”, condannando la Russia. BBC, CNN e Al Jazeera ci hanno dipinto come “angeliche attiviste” delle esibizioniste che si divertivano a fare  orge in pubblico,  in metrò e musei. Non dimentichiamo poi i nostri “eroi medagliati”, che si fanno grandi davanti alle telecamere, disegnando scenari apocalittici e previsioni di crisi, senza sapere di essere loro i piromani dei conflitti. Per trenta denari sono disposti a recitare questo copione pur di rimanere a galla.

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30 gennaio 2013 | Autore

Dopo la Libia e la Siria, Algeria: il vero obiettivo finale della Francia nella guerra al Mali.

Miliziani di Al-Qaeda da sacrificare in un gioco sporco che mira a creare destabilizzazione all’interno dell’Algeria e preparare la strada alla sua balcanizzazione “umanitaria” per conto NATO.

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Miliziani di Al-Qaeda sacrificabili (…più degli altri cioè…) sono stati dislocati in Mali per essere bruciati in un gioco sporco il quale mira, oltre alle risorse naturali del Mali ovviamente, a creare destabilizzazione all’interno dell’Algeria giocando su vecchie problematiche di conflitto interno tra islamisti radicali e nazionalisti algerini islamici, per spingere e provocare la rinascita di conflittualità sopite e preparare la strada alla sua balcanizzazione e successivi interventi “umanitari” per conto NATO.

Chi pensava che i miliziani di al-Qaeda in Mali e Algeria fossero solo “schegge impazzite”, distaccatesi dal “vivaio” libico, si deve ricredere e fare meglio i conti.
Perchè in realtà chi regge i fili sono sempre gli stessi burattinai, ed i miliziani di al-Qaeda trasferiti in Mali sono la parte più scadente di quei reparti di mercenari e terroristi già addestrati esattamente a questo scopo: diventare folcloristica e rumorosa carne da macello, per avere:

1) – tutte le giustificazioni d’intervento militare da parte della Francia (dietro la quale scaldano i muscoli altre nazioni NATO/Golfo)

2) – riattivare antiche, ma mai sopite del tutto, conflittualità all’interno dell’Algeria, infiltrando nuova carne infetta “islamista-salafita” per contagiare il tessuto sociale algerino.

Grazie a Dio parrebbe che i giovani algerini, al momento almeno, guardino con diffidenza queste “infiltrazioni” esterne, forse anche per merito delle recenti disastrose esperienze libiche.

Il futuro è nelle mani di Dio, ma potete star certi che i burattini Hollande e soci continueranno ad eseguire gli ordini e muoversi secondo le direttive della razza “eletta” dei petrol/finanzieri…

Redazionale di SyrianFreePress.net & TG24Siria.com Network

L’Algeria è la vera vittima della guerra francese in Mali?

“Chi osa infastidire l’Algeria rischia di farsi mordere” (Ibrahim Boubacar Keita, ex Primo ministro del Mali)

Come previsto, l’esito della drammatica crisi degli ostaggi svoltasi nel sito gasifero di Amenas, dopo i sanguinosi assalti delle forze speciali algerine contro il gruppo terroristico, ha suscitato la reazione delle ambasciate e dei media occidentali, che non potevano perdere una tale opportunità per imporre la loro contro-verità in quella che appare già come una vera guerra psicologica contro l’Algeria. Nonostante il battage mediatico delle ultime 48 ore, diverse zone d’ombra continuano a circondare questa operazione. Motivo in più per rimanere vigili, trattandosi di esaminare un caso che non ha finito di rivelare tutte le sue carte. Molti fatti strani sono stati ignorati dai media mainstream. Vale la pena di tornarvi per illuminare meglio i problemi che cercano di nasconderci.

Innanzitutto, la prima cosa che colpisce dell’attacco terroristico che aveva come obiettivo il sito di Amenas è la sua natura spettacolare. Un gruppo terroristico multinazionale di 32 persone dalla varia origine (Algeria, Libia, Egitto, Tunisia, Mauritania, Niger, Francia e Canada), è entrato dalla vicina Libia. Centinaia gli ostaggi nel sito energetico, oltre che strategico, posizionato in una zona ben monitorata. Nei dieci anni di guerra sporca, durante il decennio nero, nessun incidente simile è accaduto nelle regioni gasifere e petrolifere del sud dell’Algeria, motore economico dell’Algeria, in quanto forniscono la maggior parte delle sue entrate in valuta estera. In questa operazione spettacolare, non si può escludere la possibilità della manipolazione di un servizio segreto impegnato in una spietata guerra speciale nella regione.

Come al solito, le accuse più contraddittorie che circolano sul web vengono alimentate dai molti fan della cospirazione. Ma in mancanza di prove convincenti e nell’attuale rischioso clima d’intossicazione mediatica, sarebbe meglio cercare di districare questo caso concentrandosi sulla domanda fondamentale: Quali sarebbero i dividendi geopolitici che potrebbero raccogliere i vari attori coinvolti in una guerra che ha avuto inizio molto prima dell’intervento francese in Mali?
Primo elemento in questa strana storia. L’intervento della Francia in Mali, così dichiarando guerra ai gruppi islamici, tra cui Ansar al-Din, che non ha mai commesso atti terroristici nel territorio del Mali o altrove. E cosa fa il gruppo scissionista dell’AQIM guidato da Moqtar Belmoqtar? Attacca in Algeria, vale a dire, l’unico Paese della regione che ha sempre espresso la sua opposizione alla guerra, da quando la Francia ha iniziato a preparare i suoi servi nei paesi africani, a rischio di apparire come la “madrina” di Ansar al-Din, come tendono a far credere siti specializzati nella propaganda anti-algerina. Nessuna azione è stata registrata contro i molti Stati ausiliari della Francia nel Sahel e nell’Africa occidentale, che hanno deciso d’inviare i loro battaglioni in Mali, eppure sono mille volte più vulnerabili dell’Algeria nell’affrontare questo tipo di azioni terroristiche.

Naturalmente, il fatto che Moqtar Belmoqtar si sia prestato al gioco del negoziato, in vista di una sua consegna ai servizi di sicurezza algerini, operazione di resa poi abortita qualche anno fa, non manca di suscitare il sospetto di alcuni analisti che lo vedono come un agente doppio. Altri arrivano al ridicolo implicandovi un’azione interna dei servizi algerini, senza preoccuparsi di spiegare, in questo caso, l’essenziale, ovvero il rifiuto dell’Algeria alla “cooperazione” proposta dalla NATO. Perché preoccuparsi di montare una simile operazione se si rifiuta anche ciò che si suppone possa essere un’eccellente vantaggio diplomatico? In realtà, in qualsiasi guerra speciale, tradimenti e rientri abbondano, questo è un altro motivo per evitare di cadere nelle storie poliziesche, di rischiare di abbandonare l’analisi geopolitica e strategica, le uniche che dovremmo tenere in conto.

Secondo elemento strano. L’attacco terroristico ha avuto luogo presso la base operativa gestita congiuntamente da tre società: algerina (Sonatrach), inglese (BP) e norvegese (Statoil). Mentre il gruppo terrorista rivendicava di voler affrontare l’intervento francese in Mali, perché fa pressione sulla Francia attaccando le compagnie petrolifere che sono di fatto le principali concorrenti della compagnia francese Total in Algeria? Ma la cosa più allarmante è la reazione di alcune ambasciate e dei media occidentali, le loro reazioni dopo gli omicidi nell’assalto delle forze speciali algerine. Se Washington ha osservato che Algeri non l’ha consultata senza ulteriori commenti, il primo ministro britannico David Cameron, ha criticato la gestione della crisi da parte delle autorità algerine.

Queste ultime avrebbero deciso d’intervenire troppo in fretta senza chiedere il parere delle potenze in questione. Che audacia da parte di queste potenze nel chiedere all’Algeria di negoziare con i terroristi che avevano messo cariche esplosive addosso agli ostaggi e minacciato di farli saltare in aria, mentre la Francia interveniva in Mali con il rischio di mettere in pericolo la vita degli ostaggi algerini ed europei trattenuti da AQIM e Mujao!

Certo, se i leader algerini che hanno la grande responsabilità di aver dato l’ordine per l’assalto, avessero avuto la minima possibilità di salvare la vita degli ostaggi attraverso il negoziato con i rapitori, e non l’avessero fatto, avrebbero un’imperdonabile colpa morale e politica. Ma sapendo il rischio che correvano mettendosi dietro ai paesi occidentali, i cui cittadini avrebbero potuto perdere la vita durante l’attacco, non c’è dubbio che fossero quasi certi che una qualsiasi altra soluzione, diversa dall’assalto, sarebbe stata più costosa in termini umani, politici, diplomatici ed economici. Il cinismo dei media e degli pseudo-esperti invitati per l’occasione non ha limiti, quando la denuncia della “brutalità” delle forze speciali algerine proviene dalle stesse persone che hanno sempre trovato scuse per gli “errori” delle forze NATO in Afghanistan e in Iraq, che non hanno esitato a bombardare feste, matrimoni, funerali e altre manifestazioni pacifiche. Salutiamo di passaggio la coraggiosa presa di posizione di Robert Fisk, che ha sottolineato nella sua rubrica sul quotidiano The Independent, “che i media occidentali non avrebbero reagito in quel modo se tra gli ostaggi uccisi, non ci fossero stati biondi con gli occhi azzurri, ma solo algerini!”

Al di là della dimensione umana della tragedia, costata la vita di tanti innocenti, e al di là del ruolo svolto da francesi e algerini, ci poniamo la domanda che conta di più, oggi: chi cerca i protagonisti principali di questa crisi? Per i francesi, l’unico problema rilevante, per cui vale la pena che la diplomazia francese tenga un basso profilo e faccia finta di avere una postura “comprensiva” verso l’attacco dell’esercito algerino, è evidentemente dovuta alla loro guerra sporca contro l’Algeria, sapendo che non potrebbero portare a compimento la battaglia in cui sono attualmente impegnati in Mali senza la collaborazione dell’esercito algerino.

Riprendendo ricercatori e esperti fasulli, come al solito, Libération ha cercato di dare una parvenza di giustificazione logica al cosiddetto “riavvicinamento franco-algerino” sulla questione del Mali. Il voltafaccia di Ansar al-Din, che ha tradito le sue promesse ad Algeri, lanciando le sue forze nel sud del Mali, avrebbe dovuto alla fine convincere il Presidente Boutefliqa a cambiare la sua disposizione, e a permettere agli aerei da combattimento francesi di sorvolare lo spazio aereo algerino. Ma questo voltafaccia è il preludio di un cambio di strategia algerina verso i gruppi islamici, ossia né più né meno che un ritorno alla linea dello sradicamento perseguita negli anni ’90 dallo stato maggiore dell’esercito algerino. Per William Lawrence: “il sorprendente assalto dei combattenti islamici nel sud del Mali, lo scorso fine settimana, alla fine ha fatto superare all’Algeria la sua riluttanza. Messo alle strette, Boutefliqa non era in grado di opporsi al sorvolo degli aerei francesi e a chiudere il confine con il Mali, anche irritando una popolazione sensibile ad ogni possibile manifestazione di “neocolonialismo” della Francia. La crisi degli ostaggi, senza precedenti nella sua ampiezza, dovrebbe avere costretto Algeri a rivedere la sua strategia contro gli islamisti.”

Il governo francese non può pretendere di meglio. Questa operazione per forzare Algeri “a rivedere la sua strategia contro gli islamisti”, rivedendo la propria politica di dialogo e riconciliazione nazionale che gli ha permesso di ricostruire il suo fronte interno, e ritornando alla politica di eradicazione a cui si richiamano i circoli più antipopolari nell’esercito e nella classe politica algerina, potrebbe causare un ritorno ai vecchi demoni della guerra civile, e quindi dare un buon pretesto all’intervento straniero nel giorno X. Ma i fatti sono testardi, e non è sicuro che i desideri di Libération si avverino presto. Anche se si confermasse che l’Algeria sia stata ingannata dai leader di Ansar al-Din, che in realtà hanno dato alla Francia un comodo pretesto per precipitare l’intervento in Mali, deve essere davvero stupido chi creda per un momento che la Francia abbia bisogno di un pretesto per scatenare una guerra, di cui tutto indicava che si stesse preparando per ragioni che hanno poco a che fare con l’avanzata dei nomadi.

Dall’inizio della crisi in Mali, l’Algeria è stata spinta incessantemente a partecipare a questa grande guerra, o per lo meno a non opporvisi attivamente. E’ posta sotto pressione dagli statunitensi, e per non perdere del tutto i contatti con i suoi vicini africani, perché purtroppo non è possibile scegliere i propri vicini, il governo algerino ha indubbiamente permesso il sorvolo del suo spazio aereo da parte degli aerei da combattimento francesi. Tuttavia, sia l’opinione pubblica che i leader algerini sono divisi sulla questione. Alcuni credono, a torto, che sia un male minore salvarsi dall’ira dello Zio Sam, in particolare, e che in questa guerra la Francia non solo è supportata dai suoi alleati della NATO, prevedibilmente guidati da Stati Uniti e Gran Bretagna, ma che ha anche il supporto,  sorprendentemente, di altri due membri del Consiglio di sicurezza, Russia e Cina. Ma altre voci, anche dall’interno del sistema algerino, giustamente avvertono contro gli effetti negativi di quello che potrebbe apparire come un allineamento alla crociata francese in Mali sulla coesione nazionale, in un contesto politico doppiamente indebolito dalle tensioni sociali e dalle lotte intestine che affliggono il contesto politico della guerra di successione al Presidente Boutefliqa. E’ quindi ragionevole pensare che l’operazione, che avrebbe dovuto rafforzare il clan pro-atlantista all’interno del sistema algerino, potrebbe portare al risultato opposto. Coloro che non hanno smesso di suonare l’allarme, mettendo in guardia contro le onde d’urto della guerra nella regione, vedranno rafforzata la loro posizione.

L’Algeria sta emergendo come prima vittima della guerra francese in Mali, cosa che non può che rafforzare gli oppositori alla politica bellica francese nel sistema algerino. E questo è forse ciò che spiega le reazioni abbastanza divise nelle capitali occidentali, a seguito dell’azione delle forze speciali algerine. Se non potevano che congratularsi con la neutralizzazione del gruppo terroristico, queste capitali non potevano ammettere di non essere state consultate dal governo algerino. È un indice che non sbaglia. Se gli “amici” dei circoli occidentali avessero avuto il controllo delle operazioni, sarebbe stato difficile immaginare un tale scenario. L’opinione pubblica algerina che per lo più rimane ostile all’interventismo occidentale, e in particolare francese, nei paesi arabi e musulmani, non si sbaglia. Salutando con sollievo e orgoglio le critiche occidentali, ne vede la prova che lo Stato algerino continua, nonostante tutto, ad essere attaccato a ciò che resta dell’indipendenza e della sovranità nazionale squassata dalle interferenze delle grandi potenze negli anni ’90, durante la selvaggia apertura economica imposta da FMI e Banca mondiale, e dall’ascesa di una borghesia compradora che si è sviluppata all’ombra della privatizzazione e dell’economia rentier, riuscendo a corrompere e ad indebolire grandi settori dello Stato.

Qualunque siano i retroscena di questa operazione terroristica, una cosa è certa. Tale operazione era volta oggettivamente ad influenzare l’esito della battaglia tra i sostenitori della deriva atlantista che con il pretesto dell’apparente isolamento diplomatico dell’Algeria, vogliono giungere alla “normalizzazione” accogliendo le richieste delle capitali occidentali, e i sostenitori della duramente conquistata indipendenza nazionale, ma che oggi è più che mai minacciata dalla globalizzazione, dalla dipendenza dall’economia del petrolio e dall’alleanza tra la borghesia compradora e i centri imperialisti.

Le voci di cosiddetti “esperti”, diffuse dai media algerini, saldate a quelle degli imprenditori vicini ai circoli neo-coloniali, criticano le incongruenze del governo algerino nella lotta contro gruppi armati islamici, quando non addirittura l’accusano di complicità in ciò che equivale a un osceno ricatto, ripetuto come un ritornello dai siti specializzati nella disinformazione: o fai fuori il musulmano o sei accusato di esserne complice o istigatore! L’operazione terroristica di Amenas si inserisce in questo quadro. E’ una tattica diversiva, per allontanare il centro dei combattimenti in Mali e allentare il cappio che strangola i loro accoliti nel Paese o, più seriamente, è una sorta di “prova generale” per un attacco maggiormente coerente, in fase di preparazione, contro uno degli ultimi ostacoli al ritorno dell’Impero nella regione? Il fatto che per la prima volta in 20 anni di crisi, un sito gasifero, anche perché è un sito che fornisce il 15% della produzione algerina, sia stato oggetto di un’operazione bellica, potrebbe nascondere altri oscuri disegni. Ricordiamoci le “indiscrezioni” di Sarkozy distillate dalla stampa, che dicevano che l’Algeria sarebbe la prossima nella lista dopo la Libia e la Siria.

Non c’è dubbio che la pressione internazionale aumenterà sull’Algeria per farle assumere il ruolo di gendarme nella regione del Sahel. In un movimento islamista soggetto alle più diverse infiltrazioni, ci saranno sempre “utili idioti” che si prestano alle potenze che cercano il minimo pretesto per intervenire in una regione ricca di petrolio e di minerali preziosi. Ma questo non è un argomento sufficiente per giustificare l’ingiustificabile collaborazione con la Francia, che osa giocare nel ruolo di pompiere, mentre è il vero piromane dell’incendio partito dalla Libia e dal Mali, e che oggi minaccia di raggiungere altri Paesi della regione?
Se l’Algeria venisse mal consigliata, rientrando in una “comunità franco-africana” logisticamente sostenuta dalla NATO e diplomaticamente dai suoi partner strategici Russia e Cina, non è detto che essa non abbia le risorse per prendere tempo, fino al momento, che non tarderebbe, in cui l’incendiario-pompiere francese e i suoi servi africani saranno impantanati nel deserto del Sahel-Sahara, rivelando la vera natura della loro guerra, i cui primi crimini commessi dall’esercito del Mali, che hanno iniziato ad inquietare le organizzazioni umanitarie internazionali, sono solo un presagio di ciò che attende il Mali: massacri e voltafaccia geopolitici in prospettiva. Oggi possono diventare alleati gli avversari di domani. I servi che ora applaudono l’intervento francese contro i loro fratelli del nord, l’impareranno a loro spese, prima di quanto pensano, che la Francia non è venuta per liberarli dei gruppi jihadisti, imponendogli il suo piano di un Azawad dall’ampia “autonomia”, per sfruttare al meglio il petrolio e l’uranio nel nord del Mali.

L’Algeria, che ha interesse a restare lontana dal conflitto e a difendere la propria sicurezza inviando messaggi forti come quello che ha inviato ad Amenas, non deve dimenticare il suo dovere di solidarietà con il popolo del Nord del Mali, che potrebbe vivere un indomani terribile in mano agli indisciplinati ed eccitati soldati africani, da cui ora è possibile temere dei terribili crimini di guerra sotto lo sguardo compiaciuto dei loro padroni francesi, che non sono alla loro prima atrocità in Africa, come tristemente ricorda il genocidio ruandese.

Come Stato, l’Algeria ha un margine molto ristretto di manovra contro la politica guerrafondaia della Francia e dei suoi alleati in Mali. Ma la Francia e i suoi alleati occidentali sono consapevoli del fatto che, se messa alle strette, l’Algeria ha risorse ancora sufficienti per ostacolarli in una zona in cui i fattori di resistenza al sistema di Françafrique sono molti di più di quanti si pensi.

Da Oumma.com del 19/01/2013

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora – gennaio 28, 2013

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30 gennaio 2013 | Autore

Articolo di Thierry Meyssan * Fonte: http://www.megachip.info

«Sotto i nostri occhi», cronaca di politica internazionale n°24.

sottonsocchi24

Nicolas Sarkozy e François Hollande utilizzano le armate francesi per soddisfare interessi privati o stranieri. Hanno inviato degli uomini alla morte per rubare il cacao dalla Costa d’Avorio, le riserve d’oro dalla Libia, il gas dalla Siria, e l’uranio dal Mali. La fiducia è rotta tra il capo delle forze armate e i soldati che si sono impegnati per difendere la patria.

di Thierry Meyssan.

Le avventure militari di Nicolas Sarkozy e François Hollande in Afghanistan, in Costa d’Avorio, in Libia, in Siria e ora in Mali sono discusse assai vivacemente in seno all’esercito francese. E l’opposizione che esse si trovano ad affrontare è giunta a un punto critico.

Alcuni esempi:

Nel 2008, quando Nicolas Sarkozy aveva appena modificato la missione dei soldati francesi in Afghanistan per farne delle forze supplementari rispetto a quelle di occupazione statunitensi, il capo di Stato Maggiore dell’Esercito, il generale Bruno Cuche, rifiutò di inviare i carri armati Leclerc. La crisi fu così profonda, che il presidente Sarkozy approfittò della prima anomalia a presentarsi per costringere il generale Cuche a dimettersi.

Nel 2011, fu la volta dell’ammiraglio Pierre-François Forissier, Capo di Stato Maggiore della Marina, ad esprimere pubblicamente i propri dubbi sull’operazione in Libia che, a suo avviso, allontanava le forze armate francesi dalla loro missione principale di difesa della Patria.

Nel 2012, il generale Jean Fleury, ex capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare, fu ancora più esplicito nel dire che la Francia non ha né la vocazione né i mezzi per attaccare la Siria.

Nel corso degli ultimi cinque anni, una convinzione si è fatta strada presso la maggior parte degli ufficiali di più alto rango, spesso cattolici molto osservanti: che la potenza delle forze armate francesi sia stata deviata dai presidenti Sarkozy e Hollande al servizio di interessi privati o stranieri, statunitensi e israeliani.

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Ciò è confermato dalla stessa organizzazione delle recenti operazioni esterne. Dal 2010, la maggior parte di esse sono sfuggite al comando del Capo di Stato Maggiore della difesa, ammiraglio Edouard Guillaud, per ricadere sotto il comando del generale Benoît Puga, dall’Eliseo.

Questo paracadutista, specialista delle Operazioni speciali e dell’intelligence, incarna sia la dipendenza da Israele sia la rinascita del colonialismo. È stato lui ad aver supervisionato, in Egitto, la costruzione del muro d’acciaio che ha finito di chiudere la Striscia di Gaza per trasformarla in un gigantesco ghetto.

Sappiamo che Nicolas Sarkozy non amava il contatto con i militari. Quanto a François Hollande, li fugge. Così, quando si è recato in Libano per pretendere dal presidente Michel Suleiman che sostenesse la guerra segreta in Siria, lo scorso 4 novembre, non ha ritenuto opportuno passare a salutare il contingente francese di UNIFIL. Questo scandalo non è da mettere nel conto del disprezzo, bensì del timore del contatto con le truppe.

La crisi di fiducia ha raggiunto un punto tale che il servizio di sicurezza dell’Eliseo teme addirittura che dei militari possano attentare alla vita del Presidente della Repubblica. Così, il 9 gennaio, in occasione della presentazione degli auguri presidenziali alle Forze Armate, presso la base del 12° reggimento dei corazzieri d’Orléans, l’Eliseo ha preteso la neutralizzazione delle armi. I percussori dei fucili d’assalto e delle mitragliatrici sono stati rimossi, così come quelli delle pistole. Le munizioni sono state sequestrate e stoccate in sacchi sigillati. Una tale misura non era mai stata presa dai tempi della crisi algerina, una sessantina di anni fa.

Quando François Hollande ha dichiarato: «La comunità militare è una famiglia, con gli attivi e le riserve (…) Ne conosco la stabilità, la solidarietà e apprezzo inoltre il senso della disciplina, della coesione e anche della discrezione», il comportamento del suo servizio di sicurezza smentiva le sue parole. Il Presidente ha paura delle sue forze armate. Diffida dei propri soldati, perché sa di non poter giustificare le missioni loro assegnate.

Questa crisi non mancherà di svilupparsi se il presidente andrà avanti nella sua volontà di estendere le operazioni segrete all’Algeria. Tuttavia, dopo la sospensione della coscrizione obbligatoria e la professionalizzazione delle forze armate, molte reclute provengono da famiglie musulmane originarie dell’Algeria. Non mancheranno di reagire con emozione a una ricolonizzazione strisciante della patria dei loro genitori.

Thierry Meyssan, 27 gennaio 2013.

Traduzione a cura di Matzu Yagi.

Questa “cronaca settimanale di politica estera” appare simultaneamente in versione araba sul quotidiano “Al-Watan” (Siria), in versione tedesca sulla “Neue Reinische Zeitung”, in lingua russa sulla “Komsomolskaja Pravda”, in inglese su “Information Clearing House”.

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25 gennaio 2013 | Autore

colui che aveva a suo tempo denunciato la rete pedofila in Belgio e letto la lettera di Anonymous sulla riapertura del caso Dutroux, insabbiata dalle autorità belghe…

Grazie Signor Presidente. Signori Ministri, Cari Colleghi. E’ proprio vero che il Belgio è il paese del surrealismo! Apprendiamo infatti stamane dalla stampa che l’esercito belga è incapace di sgominare quei pochi elementi islamici radicali esistenti nel suo seno, che non si possono licenziare per mancanza di mezzi giuridici sufficienti ma che, in cambio, decidiamo di aiutare la Francia nella lotta contro il terrorismo tra virgolette, offrendo un aiuto logistico, per l’operazione in Mali.

Che cosa non faremmo per lottare contro il terrorismo al di là delle frontiere ! Spero solo che non mandiamo quei famosi soldati belgi islamici per l’operazione antiterrorismo nel Mali! Lo dico ironico anche se quello che sta succedendo nel mondo non mi fa affatto ridere, perché i dirigenti dei paesi occidentali ci stanno trattando come degli imbecilli con l’aiuto e il sostegno della stampa che è diventata un organo di propaganda dei poteri istituiti.

Ovunque nel mondo, le destabilizzazioni di regime e gli interventi militari diventano sempre più frequenti, la guerra preventiva diventa la norma e in nome della democrazia e della lotta contro il terrorismo, oggi i nostri paesi si arrogano il diritto di calpestano la sovranità di paesi indipendenti e si rovesciano regimi legittimi. E’ stato prima il caso dell’Iraq, la guerra della menzogna americana, poi l’Afghanistan, l’Egitto, la Libia dove grazie alle vostre decisioni il nostro paese ha partecipato in prima linea in crimini contro l’umanità, per rovesciare, ogni volta, regimi moderati o progressisti, e sostituirli con regimi islamici di cui la prima volontà, ironia della sorte, fu quella di imporre la shariah.

Lo stesso dicasi per la Siria dove il Belgio finanzia vergognosamente le armi dei ribelli islamici che stanno tentando di rovesciare Bashar Al Assad.

Ed è così che in piena crisi economica, mentre un numero crescente di belgi ha difficoltà a pagare la casa, ad alimentarsi, a riscaldarsi e a curarsi – eh si sento già l’epiteto ‘cattivo populista’ che pioverà su di me – ebbene il nostro ministro degli Esteri ha deciso di offrire ai ribelli 9 milioni di euro!

E naturalmente ci faranno credere che sono soldi che serviranno per scopi umanitari, l’ennesima fandonia!

E come vedete il nostro paese non fa altro che partecipare da mesi all’istituzione di regimi islamici in Medio Oriente e Nord Africa.

Per cui quando vogliono farci credere che adesso partiamo in guerra contro il terrorismo in Mali, ebbene fanno ridere i polli.

E’ totalmente falso, perché dietro il pretesto di buone azioni, interveniamo unicamente per difendere interessi finanziari, in una logica totalmente neocolonialista.

Perché non è affatto coerente partire in aiuto alla Francia contro il terrorismo islamico in Mali quando contemporaneamente aiutiamo i ribelli islamici in Siria che auspicano rovesciare Al Assad per imporre la shariah come è già stata imposta in Tunisia e in Libia.

Bisogna veramente smetterla con le fandonie e smetterla di prenderci per degli imbecilli, è giunto in cambio il momento di dire la verità.

Armando i ribelli islamici come gli occidentali avevano fatto precedentemente con Osama Bin Laden, che era l’amico degli americani prima che questi gli siano rivoltati contro, i paesi occidentali ne approfittano per insediare nei paesi conquistati nuove basi militari, favorendo nel contempo le loro aziende nazionali. Tutto molto strategico.

In Iraq, i nostri amici americani hanno arraffato le ricchezze petrolifere del paese. In Afghanistan invece l’oppio e la droga, sempre molto utili per arricchirsi rapidamente.

In Libia, Tunisia, Egitto o Siria, lo scopo era, ed è tuttora, di rovesciare il potere moderato per sostituirli con regimi islamici che molto rapidamente diventeranno imbarazzanti e che riattaccheremo senza vergogna con la scusa di lottare di nuovo contro il terrorismo, o di proteggere Israele.

Quindi i prossimi bersagli sono noti: tra qualche mese scommetto che il nostro sguardo volgerà verso l’Algeria, e poi infine l’Iran.

Se può essere nobile fare la guerra per liberare un popolo da un aggressore esterno, farla per difendere gli interessi USA, o per difendere gli interessi di grosse multinazionali come AREVA, o per metter mano su miniere d’oro, è tutto fuorché nobile e trasforma i nostri paesi in paesi aggressori e criminali.

Nessuno osa dirlo ma poco importa, non rimarrò zitto, anche a costo di essere preso per un nemico del sistema che calpesta i diritti dell’uomo per meri interessi finanziari, geostrategici e neocolonialisti.

Denunciare un regime che calpesta i diritti umani è un dovere e una fierezza per me e scusatemi per la terminologia popolare, ma sinceramente dico fanculo a tutti i cosiddetti benpensanti che siano di destra sinistro o centro, che sono al soldo dei poteri corrotti e che si compiaceranno domani di ridicolizzarmi.

Fanculo ai dirigenti che giocano con le bombe come i bambini in un cortile di scuola, fanculo a chi finge di essere democratico mentre è solo un criminale di bassa lega.

Non ho neanche tanto rispetto per i giornalisti che hanno la faccia tosta di dipingere gli oppositori come degli psicolabili mentre sanno benissimo dentro di loro che hanno perfettamente ragione.

Disprezzo infine al massimo coloro che si prendono per i re del mondo, e che ci dettano le loro leggi, perché io sono per la verità, per la giustizia, delle vittime innocenti di mammona a tutti i costi.

Ed è la ragione per cui ho deciso di oppormi chiaramente a questa risoluzione che manda il nostro paese in sostegno alla Francia nella sua operazione neocoloniale.

Dall’inizio dell’operazione francese è stata organizzata la menzogna.

Ci dicono che la Francia non fa altro che rispondere al SOS lanciato da un presidente maliano, quasi dimenticando che detto presidente non ha la sia pur minima legittimità e che è stato messo al potere per garantire la transizione in seguito al golpe del mese di marzo 2012.

Chi ha sostenuto quel golpe? Chi ne è all’origine? Per chi lavora questo presidente della transizione? Ecco la prima fandonia…

Il presidente francese Hollande ha la faccia tosta di dichiarare di fare questa guerra per contrastare i jihadisti che minacciano – oddio !! non sia mai!! – il territorio francese ed europeo!! Ma che orrenda fandonia!!

Riprendendo questo argomento ufficiale e approfittandone contemporaneamente per terrorizzare la popolazione, aumentando il livello di allarme terroristico, attuando il piano VIGIPIRATI, i nostri dirigenti e i mass media fanno mostra di una sfacciataggine inaudita.

Come si può sognare di sostenere questo argomento mentre Francia e Belgio hanno finanziato e armato i jihadisti in Libia e che gli stessi paesi stanno attualmente sostenendo gli stessi jihadisti in Siria, con un pretesto che non serve ad altro che ad occultare i fini strategici ed economici.

I nostri paesi non temono neanche più l’incoerenza, poiché si fa di tutto per nasconderla. Eppure l’incoerenza è palese: non è domani che vedrete un cittadino del Mali venire in Europa a commettere un attentato. No! A meno che… non se ne crei uno per giustificare meglio ancora l’intervento militare…

Dopo tutto non abbiamo forse già creato l’11 settembre per giustificare l’arresto arbitrario, l’invasione, la tortura e il massacro di innocenti popolazioni? Pertanto creare un terrorismo maliano non dovrebbe essere così difficile per i nostri dirigenti sanguinari.

Altro pretesto per giustificare ultimamente questi interventi militari è la difesa dei diritti dell’uomo.

Ahahah! Argomento utilizzato a tutt’oggi per giustificare la guerra in Mali. Dobbiamo agire perché altrimenti i cattivi jihadisti imporranno la shariah, lapidando le donne e tagliando la mano ai ladri. Intento nobile e salvatore ma allora perché mai i nostri paesi hanno partecipato all’istituzione in Tunisia e Libia di regimi islamici che hanno deciso di imporre proprio la shariah in paesi dove fino a poco tempo prima vigevano regimi moderni e progressisti??

Vi invito a chiedere ai giovani rivoluzionari in Tunisia se sono contenti della situazione adesso. Quanta ipocrisia!

L’obiettivo della guerra in Mali è chiarissimo e visto che nessuno ne parla, ve lo dico io.

L’obiettivo è di contrastare la Cina e consentire al nostro alleato americano di mantenere la sua presenza in Medio Oriente e Nord Africa. E’ ciò che ispira queste operazioni neocoloniali.

E vedrete che quando si sarà conclusa l’operazione militare, la Francia conserverà le sue basi militari in Mali che serviranno anche agli americani e nel contempo – è così che succede sempre in questi casi – le multinazionali occidentali strapperanno contratti miliardari, privando in tal modo i paesi ricolonizzati delle loro ricchezze e materie prime.

Per essere chiari: i primi beneficiari dell’operazione militare saranno i padroni e gli azionisti del colosso francese AREVA che da anni tenta di ottenere la concessione di una miniera di uranio a Falea, un comune di 18000 abitanti situato a 350 km da Bamako.

E qualcosina mi dice che tra non molto AREVA potrà finalmente sfruttare quella miniera…

E’ solo un’impressione…:)

Quindi è fuori discussione che io partecipi a questo colonialismo minerario dei tempi moderni e per chi dubita dei miei argomenti lo invito a informarsi sulle risorse del Mali, grande produttore d’oro che solo da poco tempo è stato designato come paese dall’ambiente di classe mondiale per lo sfruttamento dell’uranio, guada caso!, un passo ulteriore verso la guerra contro l’Iran, è chiarissimo.

Perciò, per non cadere nella trappola di menzogne che ci tendono, ho deciso di votare contro questa risoluzione sul Mali e così facendo dimostro coerenza visto che non ho mai votato precedentemente per l’intervento criminale in Libia né quello in Siria, profilandomi così come l’unico deputato favorevole alla non ingerenza e alla lotta contro gli interessi occulti.

Penso quindi che sia giunto il momento di porre fine alla nostra partecipazione all’ONU e alla NATO e di uscire dall’UE se questa Europa, invece di essere garanzia di pace, diventa un’arma di aggressione e di destabilizzazione di paesi sovrani nelle mani di interessi finanziari e non già umanisti.

Per ultimo, non posso che incoraggiare il nostro governo a ricordare al presidente Hollande gli obblighi risultanti dalla Convenzione di Ginevra in materia di rispetto dei prigionieri di guerra.

Mi sono sentito scandalizzato al sentire in tv dalla bocca del presidente francese che la sua intenzione era di distruggere, ripeto “distruggere”, i terroristi islamici.

Per nulla al mondo vorrei che le qualifiche utilizzate per gli oppositori al regime del Mali – è sempre pratico parlare oggi di terrorismo islamico! – siano usate per aggirare gli obblighi degli stati democratici in materia di rispetto dei dritti dei prigionieri di guerra.

Ci aspettiamo siffatto rispetto dalla Patria dei Diritti dell’Uomo [ahahahahahah! NdTr]

Per concludere, mi sia permesso di ribadire la superficialità con cui decidiamo di partire in guerra. Innanzitutto il governo che agisce senza chiedere il minimo consenso al parlamento, eppure ne avrebbe il diritto, dicono, poi lo stesso governo invia materiale e uomini in Mali, e quando il parlamento reagisce a posteriori, succede che come oggi è rappresentato solo da un terzo dei membri. Per non parlare dei deputati francofoni…

E’ una superficialità colpevole che non mi stupisce più di tanto provenendo da un parlamento fantoccio sottoposto ai diktat dei partiti politici.

(Traduzione a cura di Nicoletta Forcheri)

Areva, il colosso nucleare francese, è costituito come minimo all’88,77% dallo Stato francese e istituti pubblici francesi, il resto è Kia e Total…:

Arevaazionisti—————-o0o—————-

CELLULARI “FURBI”, COMPAGNIE STUPIDE

DI GEORGE MONBIOT
monbiot.com

Dopo 17 anni, le compagnie telefoniche non hanno ancora risolto il problema dei minerali che causano conflitti

Se sei troppo ben connesso, smetti di pensare. Il clamore, l’immediatezza, la tendenza ad assorbire i pensieri degli altri, interrompono la profonda astrazione che ci vuole per trovare la propria strada. Questo è uno dei motivi per cui non ho ancora comprato uno smartphone.

Tuttavia, è sempre più difficile resistere alla tecnologia. Forse quest’anno soccomberò. Quindi mi faccio una semplice domanda: posso comprare uno smartphone etico?

Ci sono dozzine di problematiche, come gli stipendi da fame, il mobbing, gli abusi e le 60 ore lavorative a settimana delle fabbriche sfruttatrici che li producono, la schiavitù del debito in cui alcuni lavoratori vengono spinti, l’energia usata, gli enormi sprechi. Ad ogni modo, mi concentrerò solo su di una: le componenti vengono assorbite dal sangue degli abitanti della Repubblica Democratica del Congo orientale? Per 17 anni, milizie ed eserciti rivali hanno combattuto per i minerali della regione. Fra di loro vi sono metalli cruciali per la produzione di oggetti elettronici, senza i quali non esisterebbe nessuno smartphone: tantalio, tungsteno, stagno e oro.

Anche se questi elementi non sono affatto l’unico motivo di conflitto, essi aiutano a finanziarlo, sostenendo una guerra frammentata che finora, tramite uccisioni, evacuazioni, malattie e malnutrizione, ha ucciso diversi milioni di persone. Le armate rivali hanno costretto la popolazione locale a scavare in condizioni estremamente pericolose, hanno estorto minerali e soldi da minatori volontari, hanno torturato, mutilato ed ucciso quelli che non li assecondavano e hanno diffuso terrore e violenza, compresi gli stupri di gruppo e gli abusi sui minori, nel resto della popolazione (1,2). Non voglio farne parte.

Nessuno dei gruppi vuole che le compagnie smettano di comprare minerali dal Congo orientale. La Global Witness e la FairPhone, per esempio, sottolineano che l’attività mineraria sostiene molte famiglie in un Paese dove l’82% sono considerati sottoimpiegati (3), ma insistono anche sul fatto che il commercio può dissociarsi dalla violenza: se, e solo se, le compagnie assicurassero di non acquistare minerali che sono passati nelle mani delle milizie. Dato il potenziale danno alla loro reputazione, ci si potrebbe aspettare che queste aziende prendano la cosa sul serio. Con qualche eccezione, non è così.

Ho cominciato con i venditori al dettaglio ed il risultato è stato deludente. La Vodafone, ad esempio, dichiara di aver sviluppato un sistema di rating sociale ed ecologico che consente ai suoi clienti di “prendere decisioni informate riguardo i telefoni che scelgono di comprare”(4). Il sito della compagnia riporta che questo sistema “è stato lanciato in Olanda nel 2011 e verrà introdotto sugli altri mercati europei nel 2012”; ma se si clicca sul link, si ottiene solo un “pagina non trovata”(5). In olandese. E per quanto riguarda la dichiarazione sul fatto che un punteggio etico “è mostrato accanto al prodotto, sia se si sta acquistando online o in negozio”(6), non sono riuscito a trovare nessun punteggio sul sito britannico.

O2 dichiara: “Vogliamo condividere le informazioni sull’impatto sociale ed ambientale dei prodotti che vendiamo per aiutare i clienti a fare la decisione giusta”(7). Click sul link e cosa appare? Una lista della tariffe mensili (8). È vero che fornisce un eco-rating con i suoi cellulari, ma senza che i punteggi vengano spiegati, quindi non è possibile capire quali sono le problematiche prese in considerazione.

Tra i produttori, la Nokia sembra essere andata più lontano ed i suoi tentativi sono alquanto impressionanti. Dal 2001, molto prima che le altre compagnie iniziassero ad interessarsene, ha cercato di rimuovere il tantalio ricavato illegalmente dalla sua catena di montaggio (9). Ora richiede ai fornitori di indicare il tragitto che questi metalli compiono prima che raggiungano la compagnia. Il problema è ben altro che risolto: si dice che “nell’industria elettronica non ci sono stati sistemi credibili che permettessero alle compagnie di determinare la fonte dei materiali”. Al momento esistono 6 iniziative di governi, gruppi volontari e compagnie per cercare di levare il sangue dai loro telefoni e la Nokia partecipa in una di esse (10).

La risposta della Apple è stata meno dettagliata e più persuasiva. Per dare un’idea di quanto si sia complicato il problema, ha scoperto che i metalli usati sono forniti da 211 fonderie distribuite in tutto il mondo liberamente (11). Una qualsiasi di queste potrebbe usare minerali presi dalle milizie in Congo. Tuttavia, il fatto che abbia mappato la propria catena di montaggio è un buon segno.

Due anni fa, la Motorola ha lanciato uno schema, che sembra credibile, il cui scopo è di acquistare tantalio dal Congo orientale che non sia coinvolto nel conflitto (12). Progetti di questo tipo, che risalgono all’inizio della lunga catena di montaggio, forniscono entrate per la popolazione locale e allo stesso tempo garantiscono che gli psicopatici armati non guadagnino sulle vendite dei telefoni. È difficile capire perché tutti i produttori non facciano lo stesso.

Altre compagnie, che si nascondono dietro alle loro associazioni sindacali, hanno fatto tutto quello che potevano per minare questi sforzi. Due mesi fa, è entrato in vigore un nuovo provvedimento della legge americana Dodd Frank, che obbliga le compagnie a scoprire se i metalli che acquistano in Congo sono finanziati da gruppi armati. Doveva succedere prima, ma è stato ritardato per 16 mesi dalle lobby corporative. Grazie ai loro sforzi, dopo aver ignorato il problema per 17 anni, le compagnie avrebbero ancora potuto eludere i loro doveri per altri due anni, dichiarando che non sanno da dove provengano i minerali. Anche questo non è stato abbastanza. Tre lobby corporative (la National Association of Manufacturers, la Camera di Commercio degli USA e la Business Roundtable) ora fanno causa al governo americano per abrogare la nuova legge (13). La Global Witness ha fatto appello ad alcuni suoi membri (comprese la Caterpillar, la Dell, la Honeywell, la Motorola, la Siemens, la Toyota, la Whirlpool e la Xerox) per opporsi pubblicamente al disegno di legge, ma senza successo.

Si sospetta che alcune aziende stiano “usando l’anonimato fornito dalle associazioni industriali per cercare di indebolire la legge” mentre rilasciano dichiarazioni pubbliche su quanto sono etiche. Non ho più tempo per correre dietro a questa domanda, ma forse possiamo lavorarci insieme. Contattiamo i produttori di telefoni per scoprire se appartengono a queste lobby, chiediamogli se denunceranno pubblicamente la legge e se sospenderanno la loro associazione finché non viene annullata. Questo potrebbe essere un buon test per sapere veramente da che parte stanno.

Non ho ancora preso una decisione. Ci sono molte altre problematiche da investigare, compresa la vita notevolmente breve di questi telefoni (tramite un sondaggio su Twitter ho scoperto che la maggior parte delle persone lo cambiano dopo un periodo che va da uno a quattro anni). Forse aspetterò fino a quando la FairPhone produrrà una cornetta (14). O forse non mi interesserà. Potrei rassegnarmi a meno immediatezza, meno accessibilità e un po’ di spazio in più con cui pensare.

George Monbiot
Fonte: http://www.monbiot.com
Link: http://www.monbiot.com/2013/03/11/smart-phones-dumb-companies/
11.03.2013

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di ROBERTA PAPALEO

Note:
1. Global Witness, 2009. “Faced with a gun, what can you do?”: war and the militarisation of mining in Eastern Congo.http://www.globalwitness.org/sites/default/files/pdfs/report_en_final_0.pdf
2. http://www.raisehopeforcongo.org/content/initiatives/conflict-minerals
3. See also Testimony by Mvemba Phezo Dizolele, 10th May 2012.http://financialservices.house.gov/uploadedfiles/hhrg-112-ba20-wstate-mdizolele-20120510.pdf
4. http://www.vodafone.com/content/index/about/sustainability/eco-rating.html
5. http://over.vodafone.nl/duurzaam/klant-control/eco-score 6. http://www.vodafone.com/content/index/about/sustainability/eco-rating.html
7. http://www.o2.co.uk/thinkbig/planet/sustainableproducts/ecorating 8. http://www.o2.co.uk/tariffs/paymonthly
9. http://www.nokia.com/global/about-nokia/people-and-planet/supply-chain/supply-chain/
10. The Global e-Sustainability Initiative, the Electronics Industry Citizenship Coalition, the OECD Due Diligence Guidance for Responsible Supply Chains of Minerals from Conflict-Affected and High-Risk Areas, the Public-Private Alliance for Responsible Minerals Trade, Solutions for Hope and the Conflict Free Smelter assessment programme.
11. http://www.apple.com/supplierresponsibility/labor-and-human-rights.html
12. http://solutions-network.org/site-solutionsforhope/
13. http://www.globalwitness.org/library/companies-must-come-clean-conflict-minerals-lawsuit
14. http://www.fairphone.com/

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Romano, conservatore “anti-americano” for president

Nella sua quotidiana rubrica di risposte ai lettori quest’oggi Sergio Romano, penna di gran pregio del Corriere della Sera dai natali vicentini, con il consueto stile pacato ma deciso ha ricostruito da par suo la vexata quaestio delle basi statunintensi in Italia. Il succo del discorso è che «la Nato è ormai il principale tassello di una politica militare globale su cui i Paesi dell’Ue, anche quando il sistema coinvolge il loro territorio, non hanno la benché minima influenza».

Un desolante risultato per i paesi europei, fra cui il nostro, che deriva dall’evoluzione dell’Alleanza Atlantica, che gli Usa hanno voluto mantenere trasformando la “solidarietà” degli alleati in caso di guerra con la loro “disponibilità volontaria” (coalition of the willings, come in Afghanistan) a condividere gli obbiettivi militari di Washington, cioè le guerre scatenate dal Pentagono sulla base di interessi geopolitici statunitensi. «In altre parole», sostiene l’ex ambasciatore Romano, «divenne possibile chiamarsi fuori, nel caso di un’azione non condivisa, senza uscire dall’Alleanza». Cosa che nel teatro afgano ha fatto financo la Polonia senza subire contraccolpi di credibilità o amicizia presso il paese-guida Stati Uniti, ma non ha fatto l’Italia soggiogata e servile.

Continua Romano: «Ma questa “concessione” non impedì che l’intero sistema delle basi restasse nelle mani degli Stati Uniti e fosse utilizzato anche per operazioni militari non approvate dal Paese ospitante. Washington, intanto, non smetteva di rafforzare il sistema sia ampliando le basi esistenti (come nel caso di Dal Molin a Vicenza), sia creando nuove basi come quelle antimissilistiche costituite negli ultimi tempi in alcuni Paesi dell’Europa centro-orientale».

La posizione del liberale conservatore Romano sulla base Usa di Vicenza è nota: «Oggi, dopo il crollo dell’Urss e dell’impero sovietico in Europa centro- orientale, le basi sono al servizio di una strategia politico- militare che l’Italia potrebbe non condividere. So che rappresentano per la gente del posto una fonte di reddito. Assumono personale civile, acquistano beni e servizi, appaltano lavori di costruzione e manutenzione, contribuiscono alla prosperità della regione. Ma non credo che uno Stato sovrano abbia interesse a cedere una parte del proprio territorio per attività su cui, in ultima analisi, non può esercitare alcun controllo. E credo che vi siano beni, nella vita di un Paese, che non possono essere misurati con il metro del denaro» (Corriere della Sera, 16 ottobre 2006). E ancora: «La base di Ederle fu creata all’epoca della guerra fredda, quando Italia e Stati Uniti avevano un potenziale nemico (…). Qual è il nemico comune oggi? Se è il terrorismo islamico, siamo certi che… avremo voce in capitolo nell’ uso della base o saremo semplicemente costretti a leggere sui giornali che gli aerei americani di Ederle 2 hanno utilizzato il nostro territorio, qualche ora prima, per una operazione militare?» (Corriere della Sera, 22 gennaio 2007).

Anche in base a queste parole di saggezza e dignità potremmo sottoscrivere, dunque, l’opinione che una curiosa coincidenza ha voluto far esprimere giusto stamattina ad Ario Gervasutti, direttore del Giornale di Vicenza, sul conto di Romano. Gervasutti ha lanciato il «vicentino, ambasciatore, editorialista equilibrato e distaccato al punto da ereditare la “stanza“ di Indro Montanelli sulle pagine del Corriere della Sera», «autorevole, fuori dalla politica, equidistante, esperto», alla Presidenza della Repubblica. Non ci torna una cosa, però: non è che per caso se qualcuno, il cui nome non faccia Sergio Romano, avesse scritto quel che ha scritto sulla sudditanza agli Usa e sull’esproprio di sovranità nazionale, questo qualcuno Gervasutti lo avrebbe tacciato di anti-americanismo, e altro che al Quirinale, lo avrebbe mandato dritto nel girone degli estremisti? A chi scrive sarebbe andata di lusso la Gabanelli, un po’ meno Strada e ancor meno Rodotà (l’ideale, visto che giochiamo tutti all’insulso gioco del toto-presidente, sarebbe un uomo di cultura come Franco Cardini, libero pensatore di grandissimo spessore, lasciatosi alle spalle la superata dicotomia destra-sinistra). Ma meglio tutti costoro di D’Alema, il più caro finto nemico di Berlusconi e suo sodale in vent’anni di sfascio, o di Amato, già craxiano corresponsabile del debito pubblico italiano e bramino di casta se mai ce n’è uno. Quel che pare improbabile è che alla fine sarà Romano. Il centrodestra italiano, evidentemente, non lo legge. O non lo capisce. Oppure, solitamente, di una testa fine come la sua se ne frega. Specialmente quando sostiene tesi non allineate all’idolatria filo-americana.

Alessio Manino
Fonte: http://www.nuovavicenza.it
17.04.2013

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Le biblioteche di Timbuctu

Ci furono tempi in cui Timbuctu era grande il doppio di Londra e contava oltre 100mila abitanti, di cui il 25% dediti allo studio. Ma la storia della citta’ sul grande fiume Niger, il Nilo dell’Africa Occidentale, e’ millenaria, in un certo senso puo’ essere paragonata alla civilta’ che si sviluppo’ in Mesopotamia.

Tutto questo ce lo fa intendere il documentario della BBC di Richard Trayler-Smith
Le biblioteche minacciate di Timbuctu,
qui nella versione italiana curata dalla RSI:
http://la1.rsi.ch/home/networks/la1/cultura/il-filo-della-storia/2013/04/12/filo-18-apr.html#Video

— NB —
Il documentario e’ stato realizzato nel 2008, quindi prima della recente guerra in Mali’. I francesi hanno garantito che le bilioteche di Timbuctu sono state rispettate. Sara’ vero? Prodi, che si trova di questi giorni in Mali’, potrebbe informarsi in proposito. Cosa che sarebbe molto piu’ utile che presentarsi candidato alla presidenza della Repubblica.

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Mali e Costa d’Avorio – Campo di battaglia economica e militare fra gli imperialismi

Le truppe della coalizione internazionale entrarono a Pechino il 14 agosto del 1900; foto degli sguarniti battaglioni, messi a dura prova dai Boxer nei mesi precedenti, furono pubblicate sui quotidiani inglesi come prova dell’entusiasta accoglienza della popolazione. La realtà era ben diversa, focolai di guerriglia resistevano in tutta la città ed il popolo se ne stava ben lontano dalla Città Proibita, sede allora del governo cinese. Alcuni poveracci, pagati con nulla, facevano da comparse ai generali e colonnelli di Inghilterra e Germania.

La misera, ipocrita e falsa borghesia imperialista di quel tempo la ritroviamo oggi in terra d’Africa. Il “socialista Holland” visita Timbuctu e riceve una calorosa accoglienza dalla popolazione, scrivono i pennivendoli della patria francese. Ma i fotografi non hanno di meglio da spedire che poche immagini del presidente all’aeroporto della capitale maliana attorniato da generali del corrotto governo locale con sullo sfondo due bandiere tricolore rette da uno sparuto gruppetto di pelle nera.

L’attuale crisi economica generale del capitalismo è il potente innesco e acceleratore dello scoppio di tutte le questioni e i nodi insoluti che la spartizione imperialista del globo ha generato sia all’interno dei paesi sottomessi sia come rapporto di forza tra le potenze che cercano costantemente di approfittare dell’altrui difficoltà.

Per riassumere la storia del piano di spartizione delle risorse e delle terre africane fra le maggiori potenze europee, all’inizio Inghilterra e Francia, secondo le loro voraci necessità, dobbiamo risalire al 1884/85 quando il cancelliere tedesco Bismarck organizzò la Conferenza di Berlino per il Congo. Lo scopo era evitare scontri militari diretti tra le potenze europee, facendo disegnare i confini delle colonie africane a tavolino, nelle capitali europee, con l’ausilio delle varie “Società Geografiche”. Si stabilì che un territorio africano per essere riconosciuto come colonia doveva essere stabilmente occupato militarmente, e civilmente con imprese e coloni europei. A questa spartizione e mercanteggio dell’Africa parteciparono tutti i più importanti Stati e per ultima si accodò anche l’Italia, occupando l’Eritrea, parte della Somalia, poi la Libia nel 1912, approfittando della crisi dell’Impero Ottomano e della rivolta dei Giovani Turchi guidati da Kemal Ataturk.

Successivi accordi, bi- o trilaterali, risolvevano questioni limitate o l’attribuzione delle colonie delle potenze minori le quali, sovente, non erano in grado di controllarle: oltre allo sfruttamento delle risorse e della forza lavoro africana gli Stati imperialisti ne dovevano garantire la sottomissione.

Le due guerre mondiali hanno passato le colonie africane dalle potenze perdenti alle vincitrici, e fino all’epoca delle rivoluzioni anticoloniali degli anni ’60 e ’70 quando il controllo militare delle colonie fu sostituito da quello economico e finanziario, cambiando tutto per non cambiare niente.

L’Africa francofona

Oggi l’imperialismo francese, che continua a scrivere sulle sue bandiere “liberté, egalité, fraternité”, si è sentito in dovere di rispondere prontamente alla richiesta del debole “potere legale” del Mali, parte del suo grande ex domino coloniale africano, minacciato e in parte occupato da “terroristi islamici”. Aiuto evidentemente non disinteressato, appoggiato dalla banda di imperialisti che è il Consiglio di Sicurezza dell’Onu e marginalmente anche dall’Italia.

La storia dell’ormai vecchio imperialismo francese è lunga in terra d’Africa, soprattutto in tutta la fascia che, a sud del Sahara, inizia in occidente dal Senegal fino all’interno nel Ciad. Nell’ultimo decennio tutti i paesi definiti come Africa francofona, la Franciafrica, hanno subìto la penetrazione economica della Cina, che ha approfittato del relativo ritiro del capitale francese, che ha preferito andare ad investirsi in aree a più alto margine di profitto, come l’Asia. La concorrenza cinese si è fatta sempre più pressante con investimenti di ingenti capitali, esportazione di merci a bassissimo costo e di squadre specializzate a comandare i cantieri delle ditte cinesi. Strade e ponti, ferrovie ed infrastrutture varie hanno aperto la strada del “neo” imperialismo cinese in quelle terre che per secoli sono state esclusivo appannaggio delle potenze occidentali ed in molti casi in modo esclusivo della Francia.

È inevitabile per il capitale finanziario tendere ad allargare il proprio territorio economico, e anche il proprio territorio in generale. La crisi mondiale che dal 2008 tartassa gli imperialismi occidentali non ha risparmiato i suoi colpi sulla neonata cinese, alla ribalta della “mondializzazione”, ma è l’unica che ancora può parlare di garanzie di finanziamento. La Cina “comunista”, entrata a far parte a pieno titolo dei predoni imperialisti, per la sua penetrazione si ammanta dello stile “cooperativo” e cerca di dissimulare la sua vampiresca aggressività con accordi e trattati economici che comprendono iniziali regalie e fanno prospettare ai poteri locali maggiore indipendenza di quella offerta dai vecchi titolari degli imperi.

Brame imperiali sul Mali

Le artificiali frontiere del post-colonialismo hanno ritagliato per il Mali, uno dei paesi più poveri al mondo, uno strano territorio a forma di clessidra, con un Nord desertico e popolato prevalentemente da popolazioni nomadi di varie etnie ed un Sud più fertile, bagnato dal grande fiume Niger.

Con il governo del Mali la Cina ha firmato, questo accadeva nel primo semestre del 2012, tre diversi accordi per circa 740 miliardi di yuan (circa 65 miliardi di euro). Il primo accordo sono circa 70 miliardi di yuan “in regalo”; il secondo 5 miliardi in prestito “per migliorare le condizioni della popolazione”, il governo locale dovrà individuare come e quando. Il terzo accordo prevede un finanziamento per circa 620 miliardi di yuan, il grosso dell’operazione, che permetteranno alla Cina di partecipare, insieme ad altri partner (leggi Francia, ecc.) alla costruzione del bacino idroelettrico di Taoussa, sul Niger, vicino a Gao, nella parte settentrionale del paese.

Intanto il governo maliano già dal 2009 aveva dato in concessione per 50 anni la zona chiamata Office du Mali in grandi appezzamenti “free of charge”, e a costi stracciati per l’acqua del Niger ed esproprio per tutti quei contadini che lì lavorano e campano (ci sono state rivolte con arresti di uomini e donne). Tutti i predoni delle nazioni imperialiste si sono appropriati dello sfruttamento intensivo di più di 500.000 ettari di fertili terre in concessione gratuita. In primis la Cina, con la partecipazione diretta di una sua multinazionale governativa, prendendo in affitto anche terre in concessione ad una società libica ed accaparrandosi così più di un quarto delle terre. Poche zolle son rimaste per le società maliane e i vicini poveri come il Burkina.

Anche Francia, Canada, Usa, Inghilterra, Paesi Arabi, Sud Africa partecipano all’affare. La zona produce attualmente più della metà del fabbisogno nazionale e con la modernizzazione dell’agricoltura, come diceva il presidente Traoré, potremo sfamare tutti. L’inganno democratico dello sviluppo progressivo dell’economia non risparmia nessuno, se non le masse affamate nel loro gesto di ribellione ad una politica di promesse non mantenute e ad una realtà sempre più brutale.

Il progetto dell’Office du Mali è una tragedia per la regione da tutti i punti di vista, idrogeologico, economico, sociale. Produzione di bio-gas, ricerca del petrolio, colture di riso intensive ad alta produttività, il tutto destinato all’esportazione.

Ma, nonostante il drastico ridimensionamento della presenza imperiale francese in Africa negli ultimi venti anni, la Francia mantiene ancora nelle sue ex colonie alcune importanti basi militari a protezione dei suoi ancora grandi interessi finanziari nei vari settori del turismo, della produzione agricola e della manifattura, ma soprattutto nel campo della “cooperazione militare”, cioè vendita di armamenti e formazione degli eserciti.

Più importanti in assoluto sono le miniere di uranio ad Airlit in Niger, non molto distanti dal confine col Mali, dal quale si temeva uno sconfinamento dei “terroristi”, con la perdita del controllo di quella fonte necessaria alla potenza nucleare francese. Il nuovo colosso multinazionale Areva, fondato nel 2001 con 61 mila dipendenti e controllato al 90% da capitali francesi, ha ereditato da precedenti società francesi la concessione, vecchia di oltre 40 anni, di quelle ricche miniere a cielo aperto, con bassi costi di estrazione. La rendita pagata al Niger è proporzionata ai vecchi rapporti di sfruttamento coloniale: a fronte di un fatturato nel 2006 di 10,86 miliardi di euro, la Areva paga di rendita annua solo 100 milioni. La crisi del Mali ha quindi dato l’occasione al presidente nigerino M. Issoufou di ridiscutere con la Francia gli accordi minerari.

L’intervento francese

L’imperialismo francese, che vorrebbe considerare ancora l’Africa “già-francofona” il “cortile di casa”, ha attuato con l’Operazione Serval nel Mali un intervento preventivo, che doveva essere immediato e risolutivo, come in prima battuta sembrava essere. Ora i maliani possono continuare a crepare di fame protetti dalle armi francesi, ma dove sono finiti i “terroristi”, quanti sono e in quali organizzazioni sono inquadrati? In realtà, con il “trionfale” arrivo a Timbuctu lo scorso 2 febbraio del presidente Hollande per confermare e celebrare la vittoria sui “ribelli e i terroristi”, sconfitti e ricacciati oltre i confini del deserto a nord, è terminata solo la prima fase di questo ennesimo fronte di guerre locali che divampano con maggior frequenza un po’ ovunque sul pianeta. La prima fase della Operazione è stata dichiarata chiusa con troppa fretta, solo una settimana dopo i gruppi islamisti hanno ripreso il controllo di alcuni centri abitati nel Nord, il che impegnerà il contingente francese e suoi collaboratori ad una permanenza prolungata.

Quello che potrebbe essere in connessione con la più ampia e importante crisi nel Nord Africa, esaltata dai fatti libici appena accaduti, e col coinvolgimento di altre potenze imperialiste, si è per il momento apparentemente ridimensionato ad una intensa operazione militare solo francese contro gruppi armati locali.

Il desertico Nord del Mali approssimativamente dal 2007 è diventato una indisturbata base dell’Aqmi, Al-Qaida nel Magreb islamico, che dove è forte instaura un regime fondamentalista islamico molto radicale. Si autofinanzia anche con il sequestro di persone, più di 80 in Mauritania, tra incauti turisti, cooperanti, ecc.

Sembra sia intervenuto l’emiro del Qatar che tanto fece in Libia contro Gheddafi per le sue mire sul gas libico. Raccontano che «alcuni mesi fa convogli umanitari, tra cui quello del Qatar, ufficialmente destinati alla popolazione civile, in realtà trasportavano armi e munizioni e finivano nelle mani del Mujao e di Ansar Dine». I gruppi islamici avrebbero ricevuto finanziamenti oltre che dal Qatar anche dall’Arabia Saudita.

Con la caduta del regime libico, dove avevano sostenuto Gheddafi, anche guerrieri tuareg sono rientrati nel Nord del Mali portando con loro una maggiore esperienza militare e una buona scorta di armi moderne prese dai depositi libici. Parte di questi hanno fondato un secondo gruppo militare “estremista”, il Mnla, Movimento Nazionale di Liberazione dell’Alzawad, l’area desertica del Nord del Mali con lo scopo di ottenere manu militari una maggiore autonomia della regione.

Il governo maliano ha cercato di opporsi a questo movimento inviando alcuni reparti dell’esercito, male armati e poco motivati, che hanno subìto una serie di sconfitte. Questo ha provocato una rivolta da parte degli stessi militari che con un colpo di Stato nell’aprile 2012 hanno deposto il loro presidente ed insediata un’altra giunta militare. Da parte sua il 6 aprile il Mnla ha dichiarato l’indipendenza dell’Azawad.

Nel Nord intanto si è insediato anche un terzo gruppo, formato anche questo da tuareg, lo Ansar Dine (Difesa dell’Islam), ed è iniziata la lotta per il controllo del territorio fra i gruppi ribelli. Lo Ansar Dine, probabilmente sostenuto dall’Aqmi, dopo uno scontro con il Mnla ha assunto il controllo dell’Alzawad e ha imposto la Sharia, un regime basato sull’applicazione integrale della legge coranica. I soliti intellettuali si sono indignati per la distruzione dei mausolei sufi di Timbuctu e dei pochi ma rari manoscritti colà custoditi.

Questi gruppi, imbaldanziti dalle vittorie, il 10 gennaio hanno passato il confine a sud e occupato Konna, una cittadina importante sulla strada per la capitale Bamako. Il giorno seguente è partita la richiesta di aiuto del debole governo maliano alla Francia. Parigi, col pretesto di difendere la democrazia nel Mali, è intervenuta immediatamente con decisione, riprendendo il controllo su tutto il paese in quattro settimane.

Ancora una volta è mancata l’azione dell’Europa, che non ha una politica di aggressione imperialista comune: è toccato alla Francia e al suo governo “socialista” di mostrare i muscoli e accollarsi onori ed oneri dell’intervento.

A supporto alle truppe francesi sono arrivate quelle dell’Ecowas, Comunità economica fra Stati dell’Africa occidentale, e altri africani, più per un controllo del territorio che per interventi militari diretti, poche centinaia di militari del Ciad e della Nigeria, rispetto ai promessi 5.000. Gli eserciti degli altri Stati controllano le frontiere. Si può presumere che anche le truppe francesi di stanza in Costa d’Avorio non si siano potute allontanare più di tanto.

La Francia ha affidato il compito di inseguire gli “estremisti islamici” in fuga agli “irregolari” del Mnla, i quali hanno accettato chiedendo in cambio di negoziare con Bamako uno statuto giuridico per l’Azawad. Aerei del Qatar sarebbero atterrati nel Nord per salvare i capi dei gruppi islamisti; il Qatar non ha smentito né commentato la notizia.

Le perdite inflitte ai “terroristi” sono indicate in modo vago, non conoscendo nemmeno la reale consistenza di quei gruppi, forse forti di 4 mila armati. Si sono ora dispersi nelle immense distese del Sahara, che ben conoscono, probabilmente in una fase di riorganizzazione, magari con altre formazioni, aspettando un altro momento propizio, com’è stata tutta la storia delle guerre coloniali contro i gruppi che non si sono sottomessi o integrati sotto il potere coloniale. In questo caso però dobbiamo considerare che questi gruppi di armati non rivendicano un loro spazio, un territorio dove impiantarsi. Come in Libia ed in Siria anche nel Mali la improbabile sigla di Al Qaida, questa pretesa onnipresente organizzazione internazionale dell’islamismo radicale, come viene presentata dalla propaganda dell’imperialismo, nasconde lo scontro sempre più aspro tra gli Stati per il controllo di territori e risorse, per non lasciare nessun vuoto nel loro controllo delle varie regioni del globo.

In Costa d’Avorio

È il caso anche della Costa d’Avorio. La data ufficiale dell’indipendenza coloniale dalla Francia è del 1960, ma è rimasta sottoposta alla piena dominazione francese fino al colpo di Stato del 1999 quando Gbagbo, il primo ministro del governo ivoriano insediatosi al potere, dichiarò: «Non siamo più una colonia francese e chiediamo alla Francia di porre fine alle sue aspirazioni imperialiste nei confronti della Costa d’Avorio».

La Costa d’Avorio è ricca di risorse naturali come il greggio, il gas naturale, diamanti, oro, bauxite, rame, e di risorse agricole, caffè, cocco, riso, banane, cotone, ecc., oltre ad essere il primo produttore mondiale di cacao. Inoltre Abidjan, capitale di fatto del paese, possiede uno dei più grandi porti africani della costa occidentale e che negli ultimi anni ha aumentato di circa il 9% il traffico merci in generale e più del 50% quello verso il Mali, il Burkina Faso e il Niger.

Il presidente Laurent Gbagbo, dopo la vittoria elettorale, ha inaugurato con l’anno 2000 una nuova politica della nazione, la réfoundation, che dovrebbe andare nella direzione dell’apertura del ricco mercato ivoriana a nuovi e più vantaggiosi partner economici, le multinazionali cinesi, giapponesi e americane, limitando l’intervento francese.

Nel 2002 scoppia una rivolta, all’inizio per iniziativa del generale Guéi, nella competizione elettorale avversario sconfitto di Gbagbo e Ouattara; poi, vista la estrema debolezza della sedizione, tutto passa nelle mani dell’esercito francese per tramite anche di truppe mercenarie arrivate dal Burkina, dalla Liberia e dalla Sierra Leone, attrezzate ed armate dall’esercito francese. Da una parte e dall’altra vengono commesse atrocità ai danni della popolazione, soprattutto in quei villaggi dove era stata espropriata la terra per consentire all’imperialismo il suo libero e dissennato sfruttamento.

È Alassane Ouattara ad insediarsi al governo nazionale dopo l’estromissione volontaria di Gbagbo, che proprio in questi giorni viene giudicato al tribunale dell’Aia per crimini contro la popolazione. Ma i crimini contro la popolazione non sono certo cessati, anzi infuria quotidianamente l’accanimento ed il furto delle terre, e gli scontri fra bande rivali. Solo un paio di anni fa sono stati i caschi blu dell’Onu, insieme all’esercito francese, a difendere le esportazioni di cacao dall’assalto di gruppi anti-Ouattara.

Ouattara vola adesso in Israele a batter cassa, visto che l’amata Francia, che comunque ha garantito a lui ed ai suoi l’impunità, non ha fondi da elargire.

I due leader ivoriani amici-nemici, nella migliore tradizione della borghesia mondiale, rappresentano di volta in volta il futuro ed il presente della sottomissione imperialistica borghese del proletariato e del contadiname locale. Gbagbo, socialista, sindacalista, alleato di Ouattara fino al ‘99, e Ouattara, repubblicano di scuola europea. Cosicché l’opposizione dei gruppi ribelli che si rifanno a Gbagbo si colorano delle illusioni democratiche di lesa democrazia ed inneggiano ad un fronte popolare anti francese; gli altri, quelli attualmente al potere, difendono la démocratie; adesso con il “socialista” Holland, tutto è più semplice e più complicato.

Le giustificazioni sovrastrutturali, nelle metropoli come nelle colonie, dell’imperialismo e dell’antimperialismo democratico sono sempre più delle armi spuntate in mano a dei loschi figuri senza più alcuna vitalità storica né alcun seguito nelle classi oppresse.

http://www.international-communist-party.org/Partito/Parti358.htm#Mali

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L’OMICIDIO È IL NOSTRO SPORT NAZIONALE

DI CHRIS HEDGES
Information Clearing House

L’omicidio è il nostro sport nazionale. In Afghanistan e in Iraq uccidiamo decine di migliaia di persone con le nostre macchine della morte industriali. Uccidiamo altre migliaia di persone dai cieli sopra Pakistan, Somalia e Yemen con i nostri droni senza pilota. Ci uccidiamo l’un l’altro con incauto trasporto. E, come se le nostre mani non fossero abbastanza ricoperte di sangue umano, uccidiamo i carcerati – la maggior parte di questi sono persone di colore povere che sono state dietro le sbarre per più di un decennio. Gli Stati Uniti d’America credono nella rigenerazione attraverso la violenza. Per generazioni siamo stati i responsabili di bagni di sangue in terre straniere e nel nostro stesso paese, nella vana speranza in un mondo migliore. E peggio diventa e più a fondo il nostro impero affonda sotto il peso del nostro declino e della nostra depravazione, più uccidiamo.

Ci sono parti della nazione in cui gli elettori, o almeno quelli di pelle bianca, affida gli assassini agli uffici politici, consapevolmente e regolarmente. L’omicidio è un segno di forza. L’omicidio è un simbolo irremovibile. L’omicidio significa legge e ordine. L’omicidio ci tiene in salvo. Fissare il criminale con le cinghie intorno alla barella. Infilare gli aghi nelle vene. Portare via il corpo. E’ il nostro dovere cristiano. Dio benedica l’America! E il prossimo sulla lista per essere ucciso in Florida – uno stato che ha deciso, attraverso il nuovo atto cinicamente chiamato “Timely Justice Act” (Giustizia Tempestiva) che ha bisogno di accelerare il suo tasso di esecuzioni – è William Van Poyck. La sua morte è programmata per il 12 giugno alle 18.00 nella Prigione di Stato della Florida attraverso iniezione letale. E’ uno scrittore che ha passato anni a parlare della crudeltà del nostro sistema di incarcerazione di massa. Il 12 giugno, se il Governatore Rick Scott sarà d’accordo, Van Poyck non scriverà mai più. E questo è proprio quello che vuole la nostra classe politica di assassini.

“Solo Dio può giudicare”, ha affermato durante il dibattito Matt Gaetz, un Repubblicano che ha promosso il Timely Justice Act nella Camera dei Rappresentanti della Florida. “Ma possiamo sicuramente posticipare l’ora del giudizio.”

Van Poyck, 58 anni, sa cosa sta per succedere. L’ha già visto molte volte prima. Annota i fatti della sua esistenza nel braccio della morte nel suo blog, postato da sua sorella, Lisa Van Poyck, nel sito deathrowdiary.blogspot.com, dove c’è una petizione al Governatore Scott, in cui si chiede un rinvio.

“Non ero molto sorpreso quando si sono presentati davanti alla porta della mia cella con catene e manette”, ha scritto a sua sorella il 3 maggio. “Più o meno per l’ultimo mese ho avuto un forte presentimento che la mia condanna a morte sarebbe stata firmata, ma questa era una cosa che volevo condividere con te”.

“Sorellina, sai che sono una persona schietta, non mi piace indorare la pillola, quindi non voglio che tu ti faccia illusioni a riguardo”, ha scritto. “Non mi aspetto ritardi o rinvii. E’ così. Entro 40 giorni questa gente mi porterà nella stanza a fianco e mi ucciderà”.

“Dopo più di 40 anni di vita in carcere sono pronto ad abbandonare quest’esistenza senza via d’uscita ed andare avanti”, ha concluso. “Me ne vado con molti rimpianti per le persone che ho ferito e per quelle che ho deluso e per una vita sprecata. Il mio spirito volerà via abbracciando tutte le lezioni che ho imparato in 58 anni sulla “Scuola della Terra” e con un’implacabile determinazione a non ripetere quegli errori alla prossima occasione”.

Prima della firma della sua condanna a morte e del suo trasferimento improvviso in una cella a fianco della camera di esecuzione, Van Poyck era uno dei pochi all’interno del sistema a testimoniare ostinatamente l’abuso e l’omicidio dei prigionieri nel braccio della morte.

“La morte di Robert Waterhouse era programmata alle 18.00 di questa sera”, ha scritto Van Poyck a sua sorella nel 2012. “In conformità con il protocollo di esecuzione esecutivo Robert è stato fissato alla barella e gli aghi sono stati inseriti nelle braccia, circa 45 minuti prima dell’ora programmata. Proprio prima delle 18.00 comunque, ha ricevuto un rinvio di 45 minuti che sono diventati un test di resistenza di ben 3 ore poiché è rimasto sulla barella per secondi, minuti e poi per ore che scorrevano molto lente aspettando che qualcuno gli dicesse se la speranza era lì, a due passi da lui, se sarebbe morto o se avrebbe potuto continuare a vivere. Poco prima delle 21.00 ha ricevuto la risposta, le siringhe erano vuote e lui è stato sommariamente ucciso”.

“Qui nel braccio della morte possiamo percepire l’ora approssimativa della morte quando vediamo il vecchio carro funebre bianco della Cadillac che avanza attraverso il cancello di uscita posteriore per prendere il corpo, lo stesso familiare carro funebre degli anni ’60 che ho guardato per quasi 40 anni, che arrivava per recuperare i prigionieri uccisi, il ché accadeva regolarmente quando ero in libertà”, ha continuato. “Ho visto molti ragazzi, amici e non, portati via da quel vecchio carro funebre. Comunque, immagina per un momento di essere sopra quella barella per più di tre ore, con gli aghi nelle braccia. Hai già fatto i conti con la morta imminente, ti sei già riconciliato con la realtà, ovvero che è questo, è questo il modo in cui morirai, che non ci saranno rinvii. E poi, all’ultimo momento, un trucco crudele, ti viene data quella magra speranza, che afferri istintivamente. Alcune corti, da qualche parte, ti hanno dato un rinvio temporaneo. Fissi il soffitto, mentre l’orologio sul muro scorre. Sei completamente solo, nessun amico in vista, sei circondato da uomini con facce arcigne determinati ad ucciderti. Il tuo cuore batte forte, il tuo corpo è galvanizzato e ogni secondo che passa sembra un’eternità come se un caleidoscopio di pensieri selvaggi si infrangesse selvaggiamente nella tua mente schiacciata. Dopo tre ore sei esaurito, esausto, terrorizzato e poi il telefono attaccato al muro suona e ti viene detto che è ora di morire. Per me, questa è una punizione crudele e inusuale secondo ogni definizione”.

Van Poyck è stato condannato a causa della morte di una guardia nel 1987, nonostante lui continui a dire di non aver premuto il grilletto. Ma anche se l’avesse fatto, questo non giustifica l’omicidio nel nome della giustizia. Violentiamo i violentatori? Abusiamo sessualmente dei pedofili? Picchiamo i criminali violenti? Investiamo i pirati della strada con dei veicoli? E se Van Poyck stesse dicendo la verità? E se non avesse ucciso quella guardia? Non sarebbe il primo prigioniero nel braccio della morte a morire per un omicidio che lui o lei non ha commesso, specialmente in Florida. Lo stato ha condannato a morte più persone rispetto ad ogni altro stato negli ultimi decenni. Ne ha giustiziati 75 da quando la pena di morte è stata ripristinata in Florida negli anni ’70. Ci sono stati 24 prigionieri nel braccio della morte che sono stati scagionati – un’assoluzione per ogni tre esecuzioni. Non solo potremmo uccidere un innocente, ma abbiamo ucciso degli innocenti, come tristemente illustrato dai moderni test del DNA che hanno poi scagionato alcuni di coloro che erano già stati condannati a morte.

“Quando ho sentito della condanna dall’avvocato di Bill, non ce l’ho fatta”, mi ha detto la sorella di Van Poyck, domenica alla guida della sua macchina da Richmond, Virginia, la città dove vive, verso Bradford County, Florida, per vedere suo fratello. “Ero in pausa pranzo. Ho cominciato a singhiozzare e a piangere. Il Governatore Scott ha firmato le condanne per i prigionieri che hanno commesso crimini atroci, persone che hanno ucciso bambini o serial killer. Pensavo che Bill avrebbe potuto essere salvo per un lungo periodo. E’ come se lo vedessi ancora camminare qui in giro. Ed ora è nella cella della morte”.

“Sebbene abbia sicuramente commesso un reato cercando di far uscire un amico da un furgone della prigione, dove il suo complice, Frank Valdes, ha sparato e ucciso una delle guardie, Bill non ha mai avuto intenzione di ferire nessuno, ben che meno uccidere”, ha detto Lisa. “Sento che 26 anni nel braccio della morte con la spada di Damocle che pende sulla sua testa siano stati una punizione sufficiente per il crimine che ha commesso. Ho ricevuto così tante lettere da persone che dicevano che i suoi scritti, specialmente la sua autobiografia “A Checkered Past” (Un passato a scacchi), hanno cambiato la loro vita. Non è più l’uomo che era una volta. Ha subito una profonda conversione spirituale. E’ un’anima stupenda. Merita, di vivere”.

Nella sua autobiografia, Van Poyck descrive la sua adolescenza problematica, inclusa la morte di sua madre per avvelenamento di monossido di carbonio quando lui aveva un anno. Suo padre, che lavorava per l’Eastern Airlines e che perse una gamba durante la Seconda guerra mondiale, affidò i bambini a diverse donne, la maggior parte di loro negligenti e violente. All’età di undici anni Van Poyckera in una casa di rieducazione, insieme a Lisa di 12 anni e il fratello Jeffrey di 18. A 17 anni Van Poyck è stato in prigione per rapina a mano armata. E poi nel 1987 lui e Valdes hanno provato a liberare un amico da un furgone della polizia nel centro città di West Palm Beach. Una guardia è stata sparata mortalmente, apparentemente da Valdes, che una decina di anni dopo morì dopo che otto guardie di prigione lo picchiarono a morte nella sua cella. Il fratello di Van Poyck, malato di cancro ai polmoni, è stato mandato in prigione dal 1992 per una serie di rapine in banca nella California del Sud.

Van Poyck ha scritto due romanzi: “The Third Pillar of Wisdom” (Il terzo pilastro della saggezza) e “Quietus” (Morte). Una delle sue storie brevi, “The Investigation” (L’indagine) sarà inclusa in un’antologia delle scritture della prigione edite da Joyce Carol Oates.

“Ho iniziato a lavorare con Bill [Van Poyck] nel 2007 durante il programma di scrittura ‘PEN’ della prigione”, ha detto Elea Carey, scrittrice di storie brevi di San Francisco, sua insegnante di scrittura per due anni. “C’è un senso di isolamento nelle sue scritture, come se fosse cresciuto solo nella natura. Ha definito la sua esperienza senza che nessuno intorno a lui lo aiutasse a capirla. Spesso sembra che sia precipitato improvvisamente in un paese straniero. La sua sensibilità verso gli altri, la sua compassione, la sua consapevolezza e la sua empatia sono cresciute insieme alla sua capacità di scrivere. E’ passato dalla solitudine all’essere alle prese con le basi delle relazioni umane”.

“Le persone muoiono ogni giorno”, ha affermato Carey quando eravamo al telefono. “Ho perso mio padre a gennaio. Non ho paura della morte. Non penso che Bill abbia paura della morte. Non sono stupita che il Governatore Scott abbia fatto questo. Ma voglio fare tutto il possibile per far sì che questo non accada. Siamo una società dormiente. Anche noi non sappiamo cosa significhi pienamente essere umani. Questo essere “dormienti” faceva una volta parte della vita di Bill. Lo era quando commetteva i suoi crimini e gli sbagli che sa di aver commesso. Ma questa incoscienza non è limitata solo alle persone come Bill, ma anche a coloro che pensano sia giusto commettere questo tipo di danni ad altri essere umani. Voglio che il mio governo sia al di sopra dell’omicidio”.

Van Poyck ha l’occhio per i dettagli, uno stile di scrittura conciso e laconico ed una compassione profonda per chi è intrappolato nel sistema. Esplora il degrado giornaliero della vita della prigione, un mondo cupo in cui circa 50.000 persone sono trattenute in carceri di massima sicurezza o detenzioni speciali e in cui la disperazione e l’angoscia minacciano di annientare chi vi si trova.

“Ieri la prigione è stata chiusa a chiave tutto il giorno per la simulazione standard di esecuzione”, la procedura che avviene una settimana prima dell’effettivo omicidio premeditato”, ha scritto a sua sorella a febbraio 2012. “Per la simulazione dell’esecuzione chiudono la gattabuia, portano una serie di “parrucconi” ed effettuano una prova per assicurarsi che la macchina della morte funzioni correttamente, tutti sono all’erta. I “parrucconi” sono solo dei controllori, qui per uccidere indirettamente qualcuno mostrando però una copertura morale perché in realtà non pugnalano le vittime tra le costole. I loro leccapiedi fanno invece il lavoro sporco, mentre loro possono tornare a casa con la coscienza tecnicamente pulita. Queste finte esecuzioni sono deprimenti quanto quelle vere, perché è orribile vedere un’intera organizzazione (una prigione con tutte le sue parti costitutive) dedicare così seriamente tutte le sue energie e tutto il suo tempo per uccidere un “amico essere umano”, come se fosse una cosa giusta e naturale da fare. Serve una capacità mentale particolare (per non parlare di quella morale) per giustificare ciò a se stessi, ma noi umani siamo diventati dei grandi esperti per quanto riguarda la delusione e l’ipocrisia, soprattutto quando all’equazione aggiungiamo la religione. Siamo molto, molto bravi ad uccidere persone nel nome di Dio. Siamo una specie strana, non è vero? A coloro che pensano che la pena di morte non voglia dire uccidere (o, per usare una definizione legale, semplicemente omicidio) poiché tutto è fatto “secondo la legge”, voglio ricordare che i nazisti hanno fatto tutto “secondo la legge”. I nazisti erano meticolosi nel seguire la legge per tutte le azioni che hanno commesso; hanno trovato rifugio nella legge, seguendo puntigliosi la parola della legge prima di schiavizzare e/o giustiziare le loro vittime. La frase ‘Stavamo solo seguendo la legge’ è una scusa banale quando sei proprio tu in prima persona a scrivere le leggi…”.

In prigione, scrive Poyck, tutto questo si mescola con una monotonia senza fine spesso interrotta da periodiche esplosioni di atti di violenza e tragedia: un’esecuzione o una morte, un accoltellamento con una mazza di metallo, pestaggi da parte delle guardie, esaurimenti nervosi, stupri e suicidi.

“Il gruppo di ricerca è arrivato la scorsa settimana e hanno distrutto la mia cella”, ha scritto a gennaio 2012. “E’ stato un colpo basso e strategico (sono infatti venuti per me solo) e mi è stato detto dopo che ‘qualcuno’ aveva scritto una lettera su di me incolpandomi (ingiustamente) di avere un’arma nella mia cella. Sono piuttosto convinto che quel ‘qualcuno’ fosse una persona che cercava di ottenere un rapporto disciplinare facendo una soffiata su di me nel tentativo che trovassero qualcosa, qualsiasi tipo di merce di contrabbando e la spia ne avrebbe quindi avuto il merito. Ma non ne avevo alcuna e quindi la lettera è stata eliminata. Se l’amministrazione avesse un minimo di integrità, scriverebbe un rapporto disciplinare alla spia per ‘false asserzioni al personale’. Ho passato diverse ore a rimettere in ordine la mia cella, era come se fosse passato un uragano, tutti i miei averi erano sparsi ovunque. Questo è il tipo di stronzate con cui devi fare i conti in prigione, la natura della bestia. Anche se, bè accidenti, accade anche per le strade. Gli informatori sono maestri manipolatori e la polizia fa regolarmente il loro gioco anche se sanno che le spie si inventano spesso storie ed indizi a loro piacimento…”.

Ha scritto prima quest’anno riguardo il rapido declino di un altro prigioniero, Tom, che “solo quattro mesi fa era robusto e in salute ed ora è solo un insieme di carne mangiata dal cancro e ossa”. “E’ stato rimosso dalla sua cella con una sedia a rotelle, poiché troppo debole per opporre la minima resistenza ed è stato trasferito nell’unico posto in cui temeva di andare: la nostra sudicia cella clinica piena di schizzi di sangue ed è stato consegnato a una morte isolata e molto dolorosa. L’immagine di lui, incapace di biascicare due parole, che debole mi dava l’addio, con i suoi occhi infossati e fissi in cui si poteva leggere l’accettazione di morire in quel modo, sarà per sempre impressa nella mia memoria”.

“Confesso che è faticoso essere circondati da così tanta morte – la morte vera e propria e quella che deve ancora avvenire –in questi ultimi due decenni c’è stata dentro di me una lotta che non deve affondare nella negatività e ho poco per attenuare le mie delusioni”, ha scritto. “Ogni giorno compio un grande atto di volontà nello svegliarmi ed impormi uno scopo, per credere che questa vita mortale sia più di un semplice gioco d’ombre in una scatola d’ombre…”.

“Il mio vecchio amico Tom è morto venerdì 8 febbraio alle 16.10, solo, nella cella clinica di isolamento”, ha scritto a sua sorella poco dopo. “Odio il fatto che sia morto da solo, chiuso in una cella minuscola senza una radio o una televisione che potessero distrarre la sua mente e nessuno che potesse parlare con lui, o qualcuno che potesse semplicemente vegliare su di lui al suo capezzale, ma lui era solo a fissare il soffitto, aspettando la fine. I suoi familiari, in grado di viaggiare dal Texas e dalla Carolina del Nord per andare a visitarlo per tre ore solo due giorni prima che morisse, mi hanno scritto che era molto debole e magro, che non poteva ingerire cibo ed acqua ma era abbastanza lucido per una visita significativa, anche se per poco. Sebbene sapessi che la sua morte era imminente ed inevitabile, mi sorprende quanto mi abbia colpito. Ho visto tanti orribili morti durante i miei anni in prigione (veramente troppa morte, in tutte le sue varianti), incluse anche quelle di alcuni amici, ma la morte di Tom mi ha tolto il respiro. Mi ritrovo spesso a pensare a lui quando leggo qualcosa di interessante o vedo qualcosa in televisione che potrebbe piacergli e giuro che a volte sento la sua voce chiamarmi. Una parte di me è felice per lui perché so che è finalmente libero, ma non posso mentire: mi manca molto”.

Chris Hedges, la cui rubrica viene pubblicata ogni lunedì su Truthdig, ha passato quasi due decenni come corrispondente estero in America Centrale, Medio Oriente, Africa e Balcani. Ha lavorato da più di 50 paesi e lavorato per il The Christian Science Monitor, per la National Public Radio, per il Dallas Morning News e il New York Times, del quale è stato corrispondente estero per 15 anni.

Fonte: http://www.informationclearinghouse.info
Link: http://www.informationclearinghouse.info/article34929.htm
13.05.2013

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di GIULIA PERINO

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L’omicidio è il VOSTRO sport nazionale, perchè siete delle bestie. Le peggiori bestie che ha partorito la jungla liberista, che si credono in diritto di fondare una nazione sul sangue degli indigeni, e di poter uccidere impunememte milioni e milioni di persone a casa loro per espandere il proprio dominio sul pianeta. Bestie che si accorgono ogni tanto della propria violenza solo quando uccidono a mente fredda uno dei loro.

Restate a casa, e scannatevi tra di voi, grazie.

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Loro, e dei loro complici OTAN.

Non dimentichiamo che l’Italia è una grande, vasta base OTAN.

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““Odio il fatto che sia morto da solo, chiuso in una cella minuscola senza una radio o una televisione che potessero distrarre la sua mente”
Chi meglio di un condannato a morte in attesa dell’attimo finale può conoscere ed apprezzare il vero ruolo di radio e tv?