LO STRANO CASO DELLA MORTE DI IPPOLITO NIEVO

Data: 07/04/2011

Fu naufragio o prima strage di stato del Regno d’Italia postunitario?

Il 5 marzo 1861 moriva Ippolito Nievo, garibaldino e fecondo scrittore. All’alba, tra Capri e Sorrento, durante un fortunale, affondò il vapore “Ercole”, nave della linea Palermo–Napoli su cui viaggiava; tra equipaggio e passeggeri, i dispersi furono circa ottocento. Questo il comunicato ufficiale dell’epoca. Ippolito Nievo nacque a Padova il 30 novembre 1831; nel ‘48 il giovane Ippolito, seguace di Mazzini e Cattaneo, partecipò all’insurrezione di Mantova. Nel gennaio del 1852 collaborò al quotidiano bresciano “La Sferza”, e, nello stesso anno, si iscrisse alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Padova. Per un suo racconto pubblicato sul giornale, fu accusato di vilipendio dalle autorità austriache, per cui fu processato. Fu anche collaboratore della rivista “L’Alchimista Friulano”. Nella sua breve vita, tra novelle, poesie romanzi e raccolte di disegni, portò a termine trenta libri; il suo capolavoro fu “Confessioni di un Italiano”.

Nel 1859 si unì alle truppe di Garibaldi, dove raggiunse il grado di colonnello; terminata l’impresa, tra il 1860 e il 1861, Ippolito Nievo, in carica come Vice Intendente di Finanza dell’esercito, ebbe l’ordine di tornare a Palermo per raccogliere i documenti contabili relativi alle imprese finanziarie dei garibaldini in Sicilia, richiesti dalle autorità piemontesi come rendiconto della spedizione dei Mille. Nievo, dunque, partì da Palermo alla volta di Napoli la sera del 4 marzo, recando con sé il baule con tutta la documentazione. Molti storici sostengono che il naufragio dell’”Ercole” fu solo la versione ufficiale e non un incidente: Nievo era un personaggio scomodo, da eliminare . Infatti, era nota la sua opposizione alla pessima e truffaldina gestione colonialistica dell’ex Regno delle Due Sicilie, ed inoltre, come Mazzini, era fautore di una Repubblica Italiana, non di una monarchia, oltretutto Sabauda.

Aveva partecipato alla spedizione dei Mille perché, almeno inizialmente, era questa l’idea di Giuseppe Garibaldi: un’Italia Unita e Repubblicana. A centocinquanta anni dalla scomparsa di Ippolito Nievo e della nave “Ercole”, la vicenda presenta ancora molti punti oscuri: non vi fu alcun superstite e non vennero trovati corpi e nemmeno relitti. Fu fatto passare, all’epoca, come un naufragio dovuto alle avverse condizioni atmosferiche; eppure, sul registro navale del 4 marzo 1981 risulta che quel giorno e in quel luogo non v’erano «condizioni di tempo perturbato tali da provocare l’affondamento di una nave di linea». Inoltre, come osserva Giulio Di Vita nel suo libro “Finanziamento della spedizione dei Mille”: «Le altre navi in zona riportano nei diari di bordo la più rassicurante bonaccia. Probabilmente la causa del naufragio è un’esplosione dolosa delle caldaie, come è stato confermato da recenti esplorazioni subacquee».

Il pronipote Stanislao, dopo le celebrazione del centenario dell’Unità d’Italia, cominciò a fare ricerche; nell’arco di dieci anni, raccolse notizie e indagò approfonditamente su quella brutta vicenda che lo toccava così da vicino. Era il periodo in cui Jacques Picard, l’oceanografo francese, compiva eccezionali esplorazioni subacquee col suo batiscafo “Trieste”: Stanislao Nievo gli chiese di fare una perlustrazione del luogo della sciagura. Il relitto del vapore “Ercole” si trovava alla considerevole profondità di 240 metri; dalla limitata ricognizione che Picard potè effettuare, fu evidente uno squarcio nella caldaia. Quindi, esplosione, non naufragio per avverse condizioni atmosferiche. Stanislao Nievo riportò i risultati della sua sofferta inchiesta sulla morte del prozio nel romanzo “Il prato in fondo al mare”; in cui la verità maturata dall’autore afferma che fu “…una sospetta strage di Stato italiana decisa dal potere piemontese…”.

Se si parte dall’ipotesi che i Savoia furono i mandatari di un vasto complotto internazionale, le interpretazioni dei successivi scritti sul mistero della morte di Ippolito Nievo portano ad una logica conclusione: scopo del “naufragio” fu quello di distruggere prove. Prove che magari coinvolgevano gli Inglesi e di altre potenze straniere che, con i loro sostanziosi finanziamenti, avevano reso possibile l’impresa dei Mille. L’ultimo libro uscito sull’argomento, intitolato “Perché non festeggiamo l’unità d’Italia”, dell’”Editoriale Il Giglio”, contiene due saggi. Il primo, di Guido Vignelli, studioso di etica e politica, è una breve analisi delle cause e degli effetti del fallimento del mito risorgimentale. Il secondo, del capitano Alessandro Romano è una rivisitazione degli innumerevoli fatti dai quali risulta, incontrovertibilmente, che l’unificazione fu fatta “contro” il Sud. certo, non pretendiamo di risolvere in poche righe centocinquant’anni di “Questione Meridionale”.

Però, alla luce delle tante verità che sono emerse negli ultimi tempi, e ancor di più in occasione dell’anniversario dell’Unità d’Italia, siamo convinti che un sano revisionismo storico non guasterebbe. Questa sarebbe la vera Unità.
(Fonte Foto: Rete Internet)

Autore: Tonia Ferraro

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mercoledì 2 novembre 2011

“La misteriosa morte di Ippolito Nievo” di Emiliano Ventura

Chi ricorda ancora oggi Ippolito Nievo? Il nome è conosciuto se si ha familiarità con una strada o una piazza che ne porta il nome, il più preparato probabilmente saprà che è l’autore delle Confessioni di un Italiano, un voluminoso romanzo storico che a scuola ci hanno insegnato ad odiare.
Cittadino di Padova nasce nel 1831 prima di dedicarsi alle lettere ha studiato Legge nella stessa città, è stato molto di più del semplice autore del romanzo che anticipa l’unità nazionale, la sua figura e la sua morte non ha cessato di creare interesse. È autore di un testo particolare come la Storia filosofica dei secoli futuri in cui intreccia politica e teorie fantascientifiche, tanto che alcuni vi hanno visto una proto-fantascienza.
Poeta e drammaturgo, articolista avverso alla politica austriaca ha manifestato nelle lettere e nella pratica il suo desiderio di vedere l’Italia unita.
Nievo vuole combattere con i volontari di Garibaldi, si unisce ai Cacciatori delle Alpi nella Seconda guerra di Indipendenza (1859), poi deluso e amareggiato dalla pace di Villafranca si unisce alla spedizione dei Mille. Preferirà sempre questo fronte combattente irregolare a differenza dei fratelli che si arruolano tra i piemontesi. Grazie alla sua personalità votata all’onestà intellettuale e alla precisione, uniti ai suoi studi in Legge, viene assegnato all’intendenza, ovvero l’ufficio amministrativo del piccolo esercito garibaldino, in poche parole deve gestire i soldi.
Combatte per mesi in quella campagna vittoriosa, tanto sbandierata sui vecchi sussidiari di scuola, poi nel 1861 in prossimità dell’ufficializzazione del neonato Regno d’Italia qualcuno muove accuse alla gestione dell’impresa, si accusa l’Intendenza di cattiva gestione. È La Farina l’uomo inviato in Sicilia da Cavour che tenta di gettare fango su Garibaldi e l’impresa, il tutto per la paura che Garibaldi non lasci le conquistate terre al Piemonte.
Ippolito reagisce alle accuse compilando un accurato resoconto delle spese sostenute in guerra, si prepara a partire per Torino dove vuole fare chiarezza, ha appuntamento con il suo diretto superiore Acerbi. Non mancavano le difficoltà per lo scrittore improvvisatosi amministratore, sono sessantamila i cappotti acquistati per i garibaldini e mai indossati (verranno rivenduti a basso prezzo dagli stessi garibaldini), nell’esercito improvvisato si contano un numero spropositato di promozioni. C’è da gestire l’enorme cifra requisita al Banco di Sicilia, circa 200 milioni di euro odierni. Il 4 marzo del 1861 Nievo e le sue carte si imbarcano da Palermo per Napoli sul vapore Ercole inseme ad altre ottanta persone, la notte tra il 4 e il 5 marzo il vascello naufraga senza alcun superstite.
Fin qui sembra una delle tante tragedie di guerra e mare, ma come dice Shakespeare “c’è del marcio in Danimarca”, qualcosa non torna.
Nel 2010 è uscito uno dei pochi bei libri che vengono pubblicati in Italia, ne è autore Cesaremaria Glori, il titolo è La tragica morte di Ippolito Nievo. Il naufragio doloso del piroscafo Ercole (Edizioni Solfanelli), come reso già nel titolo Glori vede in quel naufragio un fatto doloso, cioè la volontà di far tacere una voce, quindi un atto politico.
Una trentina di anni prima nel 1974 Stanislao Nievo, pronipote di Ippolito, aveva scritto Il Prato in fondo al mare, dove rievoca la figura dell’avo e ricostruisce l’avventura del tentativo di riportare alla luce la verità sul naufragio del battello; racconta, allo stesso tempo, la spedizione che tentò cento anni dopo di recuperare parte del vapore adagiato sul fondo marino. È una morte che non ha cessato di interessare la letteratura.
Il libro di Glori è meritevole di ‘aver schiarito alquanto certe ombre delle idee’, sulla morte di Nievo e sulla spedizione dei Mille. Veniamo così a sapere del ruolo della Massoneria nell’impresa dei mille, in particolare della massoneria Inglese che vedeva di buon occhio il ridimensionamento del papato e dei borboni del Regno delle due Sicilie. Veniamo a sapere, secondo Glori, che una ingente somma di denaro (diecimila piastre turche pari a svariati milioni di dollari) è stata consegnata durante lo scalo a Talomone dei due piroscafi che trasportavano i mille verso la Sicilia, Ippolito Nievo in qualità di intendente doveva amministrare e vigilare su questa somma di denaro, letteralmente ci dormiva sopra. La somma messa a disposizione da donatori stranieri, tra cui le loggie massoniche europee, dovevano servire a pagare le necessità di ogni esercito ma anche per permettere di ‘ammorbidire’ la difesa dell’esercito borbonico. Il regno dei Borboni era il più ricco della penisola e industrialmente avanzato, i suoi cantieri erano i più efficienti, i macchinari dell’acciaieria di Pietrarsa vennero inglobati dall’Ansaldo di Genova dopo l’Unità, il suo esercito e la sua marina erano tra quelli con il miglior equipaggiamento; la loro sconfitta è stata troppo facile per non destare sospetti di corruzione. Anche se questa accusa non è mai stata provata i 15 mila soldati borbonici che lasciano ordinatamente Palermo nelle mani dei pochi garibaldini un sospetto lo lasciano.
La storia fatta dai vincitori ci ha insegnato che l’impresa ha avuto successo coronato dall’unità d’ Italia, non ci dice però che il nuovo potere non è immune da resistenze, ogni volta che a un potere se ne sostituisce un altro non è mai un atto indolore, le scosse di assestamento finiscono per colpire i meno furbi e i più onesti. Sotto l’inchiesta contro l’operato dell’Intendenza (e quindi indirettamente contro l’onestà di Nievo) e dei Mille si intuisce una manovra eversiva della destra conservatrice, le carte imbarcate sull’Ercole con il resoconto dettagliato di Nievo dovevano servire come difesa e come prova della regolarità e dell’onestà del movimento garibaldino.
Il colonnello Ippolito Nievo doveva sapere molte cose e le aveva scritte in documenti dettagliati, li stava portano al nuovo parlamento di Torino quando quel battello naufraga senza un superstite la stampa ufficiale gli dedica poco e tardivo interesse. Per Glori quel naufragio ha il sapore del sabotaggio e la morte di Nievo non è una casualità. Non è il solo a pensarla così anche lo storico Nino Buttitta pensa che il naufragio e la morte di Nievo sia stato il primo delitto di Stato italiano, un caso Mattei dell’Ottocento. Su cinque navi che erano sulla stessa rotta la sola a non arrivare in porto è proprio l’Ercole, sparisce senza lasciare neanche un legno di risacca, il che risulta essere strano se fosse stato un naufragio accidentale qualcosa si sarebbe trovata. Questo fatto alimenta il sospetto del sabotaggio o dell’esplosione che giustificherebbe un affondamento così rapido da ingoiare qualsiasi cosa.
Il saggio di Cesaremaria Glori è una lettura preziosa che apre scenari ancora non chiariti e troppe volte taciuti per una retorica patriottica ormai desueta, ha il pregio di essere una lettura necessaria.

Emiliano Ventura

http://www.steppa.net/html/emiliano/nievo.htm

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A “La Storia siamo noi”, condotta su RAI 3 da Gianni Micoli

La vicenda della morte di Ippolito Nievo
In studio: Cesaremaria Glori, autore di “La tragica morte di Ippolito Nievo”, Ed. Solfanelli

ROMA, 3 Marzo ‘11 – Alle ore 23,00 di domani, Venerdì 4 marzo, la puntata del programma LA STORIA SIAMO NOI – condotta da Giovanni Minoli su RAI 3 – ricostruirà la vicenda della morte di IPPOLITO NIEVO. Tra gli altri, parteciperà lo storico Cesaremaria GLORI, autore del libro “LA TRAGICA MORTE DI IPPOLITO NIEVO – Il naufragio doloso del piroscafo Ercole”, edito recentemente dall’editore Solfanelli.

Del libro si è occupato recentemente la stampa nazionale poiché è stato copiato ed inserito, con qualche discutibile “ritocco”, nella più recente “opera” (si fa per dire) di Umberto Eco.

Ne riproduciamo la scheda: Ippolito Nievo, l’autore de Le confessioni, uno dei più bei romanzi italiani dell’Ottocento, partecipò alla Spedizione di Garibaldi del 1859. Nel corso della navigazione verso le coste siciliane gli fu affidato l’incarico di Vice Intendente, il che comportava la responsabilità dell’amministrazione del corpo di spedizione e, in seguito, dell’Esercito Meridionale. Un incarico pieno di responsabilità questo, suscettibile di critiche che divennero malevole e spesso calunniose nella lotta fra le fazioni che vedevano contrapporsi Cavour e Garibaldi.

Fu proprio per difendersi da queste calunnie, che avevano trovato nella stampa dell’epoca una tribuna ascoltata e temuta, che Nievo fu costretto a redigere un Rendiconto nel quale dimostrava, con meticolosa precisione, l’operato suo e di tutta l’Intendenza. Fare ricorso a quella stesura fu una mossa corretta, tuttavia nel fascicolo erano contenute notizie riservate, della specie che non sarebbe stato opportuno rivelare.

Nievo partì da Palermo con il vapore Ercole la sera del 4 marzo 1861: a bordo c’erano ottanta persone tra equipaggio e passeggeri e, custodito in una voluminosa cassa, il Rendiconto con tutti i documenti giustificativi che lui aveva predisposto.
Il console amburghese Hennequin, che a Palermo curava gli interessi del Governo di Londra, aveva cercato di dissuaderlo dall’imbarcarsi su quella nave, ma il Vice Intendente non era uomo dall’abbandonare né il suo equipaggio né il prezioso carico, e non comprese il criptico messaggio del’annunciato disastro. Non sapeva che quel rendiconto non doveva vedere la luce, perché avrebbe rivelato l’ingerenza pesante del Governo di Londra nella caduta del Regno delle Due Sicilie. L’Intendenza aveva dovuto gestire un ingente finanziamento in piastre d’oro turche, che aveva favorito l’arrendevolezza di gran parte degli ufficiali e delle alte cariche civili borboniche: un’ immobilità che aveva paralizzato l’Esercito e soprattutto la Marina borbonica.

La reazione fu tardiva, lacunosa e minata dalla sfiducia aggravata dal tradimento di molti, senza il quale il più grande e agguerrito Stato della penisola italiana, con la terza flotta europea di quel tempo, sarebbe difficilmente caduto.
La mattina successiva la nave si inabissò, quand’era già prossima al golfo di Napoli.

Cesaremaria Glori,
LA TRAGICA MORTE DI IPPOLITO NIEVO
Il naufragio doloso del piroscafo Ercole
Presentazione di Vito Caporaso
Edizioni Solfanelli
[ISBN-978-88-89756-82-9]
Pagg. 168 – € 12,00

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La morte di Ippolito Nievo

vista da Guelfi e da Ghibellini

di Fusta Samaritani

In queste ultime settimane ho lasciato su Internet commenti a vari articoli sulla morte di Nievo. Un fatto tanto drammatico, come il naufragio del vapore “Ercole” in cui perirono 16 passeggeri di cui si sa il nome, il capitano Michele Mancino e 32 o 24 marinai che non si sa chi fossero (il numero è incerto, perché due e diverse sono le testimonianze del tempo) dopo 150 anni è talvolta usato a fini politici per affermare, con scarsa cognizione dei fatti accaduti, visioni di parte della nostra storia risorgimentale. Ho scoperto che in Italia abbiamo neo-borbonici, cattolici antimassonici armati in difesa della fede, siciliani antiunionisti, clericali nostalgici del potere temporale dei papi: vorrebbero riscrivere la nostra storia risorgimentale, scontenti delle versioni fornite dagli storici di professione.

Nella fretta del “copio, incollo, taglio e infioretto” sono spuntate su Internet vere perle. I Mille salpano da Genova e approdano direttamente a Palermo, Nievo deve portare documenti amministrativi dei garibaldini a Padova (che era sotto il dominio austriaco), Nievo aveva minacciato di consegnare i documenti contabili alla Commissione che doveva decidere sui brogli dei garibaldini (ma nessuna Commissione fu mai creata ad hoc), Cavour aveva incaricato Nievo di andare a Palermo (come se fosse cosa notoria che Cavour sapesse che tra i Mille c’era un tale Ippolito Nievo).

Da anni frequento archivi, pubblici e privati. A parte rari casi in cui il materiale è andato perduto o è stato disperso per vari motivi, nei nostri archivi si conserva una quantità enorme di documenti risorgimentali, mai consultati oppure solo parzialmente utilizzati. Per i prossimi 150 anni gli storici ne avranno di materiale da studiare! L’apertura degli archivi è uno dei segni evidenti della democrazia. Coraggio quindi, e buon lavoro! L’avventura è affascinante.

Non è la prima volta che Nievo è utilizzato a fini politici. Nel Ventennio era considerato un precursore del Fascismo: “libro e moschetto” si diceva di lui, parafrasando il titolo della biografia di Mantovani Poeta e soldato. Come curiosità ho ripubblicato una vignetta tratta da un fascicolo del 1931 de “L’Illustrazione Italiana” in cui Nievo è definito “un precursore”. Dopo qualche tempo è stata ripubblicata su Internet, ma la citazione era presa sul serio, come se veramente Nievo fosse stato un “precursore” del Fascismo. Ne era convinto Solitro, un biografo di Nievo. Chiesi una volta a Stanislao Nievo che fine aveva fatto Solitro. Non lo sapeva. Ebreo e istriano, lo storico Solito è forse naufragato due volte nelle pieghe drammatiche della storia.

Negli anni Cinquanta Nievo fu eletto a paladino delle idee di sinistra. Era elogiato come mazziniano, anche se si doveva ammettere che, col tempo, aveva condiviso le idee di Garibaldi che litigò aspramente con Mazzini. Dopo una di ventata giovanile di idee mazziniane, nel ’48-49, Nievo già nell’Antiafrodisiaco per l’amor platonico si mostrava ampiamente critico nei confronti dei moti mazziniani, in cui pochi patrioti erano mandati allo sbaraglio, senza che ci fosse partecipazione e condivisione popolare alle idee rivoluzionarie. Ancor più evidente fu la sua critica ai pochi cospiratori che volevano rifondare la Repubblica di Venezia, nel romanzo Angelo di bontà.

La storia subiva un’accelerazione continua e le idee politiche di Nievo maturavano. Nell’opuscolo del 1859 Venezia e la libertà d’Italia egli affermò che Cavour era il migliore uomo politico d’Italia. Non si trattava, come qualcuno oggi sostiene, di una battuta ironica: Nievo realmente, in quei giorni, condivideva la posizione di Cavour che non aveva accettato i preliminari di Villafranca e era tanto adirato con il Re, da dimettersi. Seguì un breve governo di Massimo d ’Azeglio. Tutt’altra opinione manifestò Nievo, all’epoca dei Mille, nei confronti di Cavour che aveva avversato la Spedizione in Sicilia dei volontari garibaldini.

Tra le tante favole che ho letto su Internet, c’è quella di Nievo massone. Nel 1860 esistevano in Italia due Logge: l’Ausonia, piemontese governativa e monarchica, che aveva inglobato la Società Nazionale di La Farina, acerrimo nemico dei garibaldini; e il Supremo Consiglio del Grand’Oriente, Loggia nata ad agosto 1860 per volere di Crispi e costituita esclusivamente da siciliani, tutti democratici e repubblicani. Per motivi diversi, Nievo era estraneo a entrambe: all’Ausonia per ragioni politiche, alla Loggia di Crispi perché non era siciliano, anzi amava pochissimo i siciliani. Aveva l’abitudine di dire apertamente il suo pensiero e sarebbe stato un pessimo massone.

C’è poi la bolla di sapone delle 10mila piastre d’oro turche, che sarebbero state regalate a Garibaldi dalla Massoneria inglese (oppure inglese e francese, oppure inglese e americana, oppure inglese americana e canadese – i pareri sono discordi). Dove e quando è nata la favola? Nel 1988, in seno alla Massoneria piemontese, nipote e pronipote della antica Ausonia che era ferocemente antigaribaldina. Eco ha preso per buona la favola, perché era congeniale al suo ultimo romanzo, creato intorno allo spione Simonini, un personaggio che non è mai esistito.

Aggiungo una collezione di commenti che, col mio nome o col mio pseudonimo, ho pubblicato in calce a articoli apparsi su Internet. Ho corretto una dozzina di banali refusi, lasciati cadere dalla fretta. Me ne scuso con i lettori.

Commenti di Fausta Samaritani

Sulla frase: «Le altre navi in zona riportano nei diari di bordo la più rassicurante bonaccia. Probabilmente la causa del naufragio è un’esplosione dolosa delle caldaie, come è stato confermato da recenti esplorazioni subacquee», posso dire che nessuno sa la causa del naufragio. L’unico libro di bordo superstite è quello della nave inglese Exmouth che partì da Messina per Napoli il 4 marzo, dove arrivò alle 5 del pomeriggio. A quell’ora esatta il suo libro di bordo segnala vento libeccio forza 2, barometro 29,95. Nella notte tra il 4 e il 5 marzo, a Napoli, il vento è forza 3-4, e spira da 28 a 40 miglia l’ora. Mare mosso. Alle 5 di mattina il vento decresce, a 17-33 miglia l’ora. Libri di bordo di altre navi non ci sono, perché erano conservati a Napoli e andarono distrutti nel ’44 per cause belliche. La lettera di Raffaello Carboni, che era al porto di Palermo il 4 marzo 1861, dice che a mezzogiorno il cielo era coperto, spirava libeccio e pioveva e che la tempesta scoppiò a Palermo alle 8 di sera del 4 marzo. (Lettera pubblicata nel 1996). L’esplorazione subacquea fatta dal nipote Stanislao Nievo non arrivò a dimostrare nulla, neppure la certezza che quello era il relitto dell’Ercole. Il luogo dove immergersi gli era stato indicato da un veggente olandese. Due giornali dell’epoca, editi a Napoli, danno notizie di tracce evidenti del naufragio: “L’Indipendente” di Alessandro Dumas pubblica, in una corrispondenza da Ischia, che sulle coste dell’isola sono arrivate tracce evidenti di un grosso naufragio. L’altro giornale segnala qualche legno vagante nelle acque di Capri. Nievo era stato incaricato dal suo superiore Giovanni Acerbi di tornare a Palermo e prendere resoconti contabili e pezze d’appoggio, per il passaggio della amministrazione dalla gestione garibaldina a quella piemontese. Il permesso d’imbarco di Nievo a compagni, da Palermo a Napoli, era stato firmato da Cibo Ottone, comandante della Piazza di Palermo, allora gestita dai “piemontesi”. Se Cibo Ottone avesse voluto impedire a Nievo di trasportare carte, bastava che non gli desse il permesso d’imbarco, oppure gli dicesse di partire senza carte. Invece gli ordinò unicamente di stendere un regolare elenco di ciò che Nievo “lasciava” negli uffici della Intendenza palermitana (elenco che esiste all’Archivio di Stato di Torino), tralasciando di ordinargli di stendere l’elenco di ciò che “portava via”. Le 10mila piastre d’oro turche che sarebbero state date dagli Inglesi a Garibaldi sono una favola: se gli Inglesi avessero voluto aiutare Garibaldi, bastava che non si facessero pagare l’Authion e l’Oregon, le due navi inglesi che Garibaldi acquistò a Liverpool e che servirono a trasportare da Genova a Palermo armi e volontari. Costo delle navi: 3 milioni di lire, addossate alle casse della Tesoreria palermitana. Inoltre le monete d’oro non avevano corso legale sotto i Borboni, avevano unicamente valore numismatico e non potevano essere cambiate in nessuna banca del Regno e nessun cambiavalute privato poteva avere mezzi necessari per cambiare tanto oro. Nessun documento dell’epoca, conservato in Italia, ne fa cenno. Pare che esistano documenti in Inghilterra, ma finora non sono stati esibiti, né in originale, né in fotocopia, né in trascrizione. Pare che li stiano ancora cercando… che la caccia sia ripresa dopo il libro di Eco. Buona caccia!

Data: 08/04/2011 | Ora: 9.18.42

La frase: “il naufragio nel mare di Amalfi del battello Ercole che lo trasportava da Palermo a Napoli per motivi d’ufficio, inerenti la sua opposizione alla cattiva gestione colonialistica dei nuovi territori italiani annessi” a mio parere contiene imprecisioni. Che l'”Ercole” fosse naufragato nel mare di Amalfi è una ipotesi che non corrisponde a nessuna delle tante ipotesi fatte al tempo del naufragio. Nievo era stato incaricato dal suo superiore in grado Giovanni Acerbi di portare da Palermo a Torino resoconti amministrativi sulla amministrazione dell’esercito garibaldino in Sicilia. Napoli era solo una tappa del viaggio. A Palermo Nievo era stato vice Intendente (cioè vice amministratore) dell’esercito garibaldino in Sicilia. Dipendeva dal ministero della Guerra (prima garibaldino e poi piemontese) e mai aveva avuto altri pubblici incarichi. Che cosa contenesse il fascicolo che Nievo aveva con sé nessuno lo sa con certezza. Certamente non note riservate, bensì resoconti di gestione amministrativa che servivano a Acerbi per il passaggio di consegne dal disciolto esercito garibaldino all’esercito italiano. Nelle lettere (pubblicate) di Alfonso Hennequin, che era console commerciale della città di Amburgo e non un agente inglese, egli dichiara di aver detto a Nievo di non partire il 4 marzo sul vecchio “Ercole”, che impiegava 24 ore per raggiungere Napoli, ma di aspettare il 7 marzo la partenza dell'”Elettrico”, nave celere e moderna. Nievo infatti il 3 marzo era a pranzo a casa Hennequin e disse di sentire male allo stomaco. Hennequin lo consigliò di avere riguardo per la sua salute. “Starò sdraiato tutto il tempo – rispose Nievo – e arriverò a Napoli riposato”. Il messaggio di Hennequin, un semplice commerciante di vini siciliani, non era criptico.

Inviato il 02 aprile a 11:47

Il console commerciale amburghese a Palermo era stato nominato grazie a un concordato sottoscritto anni prima tra il Regno delle Due Sicilie e le libere città anseatiche di Amburgo e di Brema, per lo scambio di consoli commerciali che dovevano curare esclusivamente compra vendita di merci. Essi potevano possedere immobili, navi, magazzini sul territorio dove era istituito il consolato. Hennequin non è mai stato agente di Londra, ma rappresentava a Palermo gli interessi commerciali di Amburgo, dove spediva vino e zolfo. Il finanziamento a Garibaldi in piastre d’oro turche è una favola, messa in giro nel 1988, favola perché non è mai stata presentata documentazione dell’epoca, né in originale, né in fotocopia, né in trascrizione. Qualcuno oggi in Inghilterra la sta cercando… aspettiamo. Per me fa un buco nell’acqua. Le monete d’oro non avevano corso legale nel Regno borbonico e non potevano quindi essere cambiate in banca, ma solo privatamente da cambiavalute e da orafi. L’importo corrispondeva a 3 milioni di lire piemontesi dell’epoca. Nessuno poteva avere tanti denari in casa, visto che gli sportelli aperti al pubblico del Banco a Palermo restarono chiusi dal 26 maggio al 25 giugno 1860. Lanza lasciò Palermo il 12 giugno, prima della riapertura al pubblico del Banco. Fu pagato? Penso di sì, ma i denari non passarono attraverso le mani di Nievo, né venivano da oro dato dagli Inglesi. Il 31 maggio Crispi, come rappresentante di Garibaldi e il generale Lanza, alter ego del Re di Napoli in Sicilia, con compiti militari e civili, sottoscrissero un armistizio regolare. Al punto 2° era prevista la consegna a Garibaldi di tutto il Palazzo delle Finanze, dove era il Banco aperto al pubblico, la Tesoreria, la Cassa di Sconto, la Borsa Valori, il magazzino delle carte bollate e dei valori pignorati: insomma tutto quanto occorreva per “fare moneta”. E’ dalle casse palermitane che furono estratti i ducati d’argento dati a Lanza e agli altri generali borbonici, perché abbandonassero Palermo senza più combattere e liberassero gli ostaggi che essi avevano sequestrato: nove ostaggi scelti tra i rampolli di famiglie nobili palermitane. L’oro inglese è una invenzione. Nessun documento, ufficiale o privato dell’epoca ne parla, a quanto se ne sa oggi con certezza. Nievo scrisse che aveva dormito sopra “cinquecento piastre” è vero, ma la parola “piastre” ricorre altre volte nel suo epistolario ed ha significato generico di “monete”. Scrisse di essere “Tesoriere della Sicilia”, ma in realtà il decreto di nomina a Tesoriere della Sicilia, carica esistente dal 28 maggio al 10 giugno 1860, riguardava esclusivamente Giovanni Acerbi. Il Tesoriere di Sicilia era incaricato di ricevere i denari provenienti dalle tasse di tutta la Sicilia e di tenere la rispettiva contabilità in un “conto a parte”, estraneo quindi alla contabilità dalla Intendenza, di cui lo stesso Giovanni Acerbi era responsabile, come Intendente Generale. Nievo divenne vice Intendente a fine giugno, quanto Lanza aveva da giorni lasciato Palermo. I denari dati a Lanza non passarono dalle mani di Nievo, allora semplice funzionario della Intendenza, bensì dalle mani di Acerbi, ma che era una “testa di legno”. Chi ha gestito tutto sono stati Crispi e Peranni, ultimo Tesoriere del Banco di nomina borbonica, divenuto poi, il 7 giugno 1860, ministro delle Finanze di Garibaldi. I denari a Lanza furono “presi in prestito” dai conti dei privati cittadini siciliani. Si creò un buco, che l’introito delle tasse non riuscì a colmare. Si andò avanti per anni col debito, con le finanze siciliane allo sbaraglio, finché per Legge dello Stato Unitario fu ripianato il debito contratto dai siciliani per la loro liberazione. E gli Inglesi stavano a guardare… Se avessero dato veramente quei denari a Garibaldi, le finanze della Sicilia sarebbero state floride, perché prima dell’ingresso di Garibaldi a Palermo la Tesoreria siciliana era in attivo. Le carte della “contabilità a parte”, tenuta da Giovanni Acerbi, dove sono oggi? Non si sa. E se fossero state, ad arte, mandate in fondo al mare? Quindi non ladri garibaldini, dovete cercare, ma corruttori a nome dei garibaldini. Cavour stava a Torino e di quello che accadeva in Sicilia non ne sapeva proprio nulla.

Inviato il 11 aprile a 18:07

In quei giorni ci fu un altro naufragio: sulla costa calabra si infranse il brigantino livornese “Adele”, colpito per sbaglio da una palla di cannone, sparata dalla Cittadella di Messina che il borbonico Fergola non voleva consegnare a Cialdini. L’equipaggio e i passeggeri si salvarono. Il quotidiano napoletano “L’Indipendente”, diretto da Alessandro Dumas père, segnala l’arrivo sulle coste di Ischia di molti legni, provenienti da un grosso naufragio. Altri legni sono segnalati da un altro giornale, vaganti vicino a Capri. Queste due testimonianze d’epoca fanno pensare che l’affondamento avvenne davanti alla Bocca Grande di Capri, dove è sempre passata, fin dai Fenici, la rotta Palermo-Napoli. La costa Sorrentina, dove si sarebbe infranto l'”Ercole”, è il luogo che fu segnalato a Stanislao Nievo dal veggente olandese, da lui interpellato e che si recò sul posto. Nessun documento dell’Ottocento ne parla. Sirtori a Talamone firmò l’ordine che aggregava Ippolito Nievo all’Intendenza, (documento pubblicato) di cui era già titolare Giovanni Acerbi che aveva facoltà di scegliersi alcuni collaboratori. A Palermo, a fine giugno 1860, Acerbi propose di promuovere Nievo al grado di Capitano e di affidargli la vice Intendenza Generale, cosa che avvenne. Alla partenza a Genova i Mille avevano 90mila lire. Garibaldi aveva in più un sacchetto di monete d’oro, per questo motivo: a Milano era stato creato il Fondo per un Milione di Fucili, in cui venivano versati contributi volontari, da privati cittadini, per armare Garibaldi. Cavour, saputo che Garibaldi voleva partire per la Sicilia, congelò il Fondo. Solo all’ultimo momento si riuscì a scongelare i denari, trasformandoli in un assegno dato a Migliavacca. Quando, la sera del 5 maggio, arrivò a Genova Migliavacca, che comandava i 75 garibaldini partiti da Milano, voleva cambiare l’assegno sulla Banca di Genova. Ma la cassa era già chiusa. Allora il medico Bertani, su quell’assegno si fece dare una anticipazione da suoi clienti, in monete d’oro, che consegnò a Garibaldi. Arrivati in Sicilia, a Marsala le monete d’oro non potevano essere cambiate. Si provvide a farlo a Palermo, ma non attraverso il Banco, perché le monete d’oro non avevano corso legale nel Regno delle Due Sicilie e nessuna banca le trattava. Le monete d’oro erano cambiate, per il valore dell’oro, ma solo da privati e da cambiavalute, senza che il governo ne garantisse il titolo e il prezzo. Le piastre d’oro, finanziamento della Massoneria inglese a Garibaldi, sono una invenzione moderna. Nessun documento dell’epoca ne parla. La storia nasce nel 1988, quando a un Convegno della Massoneria piemontese ne parlò uno storico che disse di aver trovato documenti in Inghilterra che provavano il finanziamento della Massoneria inglese a Garibaldi. Ma questi documenti non sono mai stati esibiti. Dopo il romanzo di Eco li stanno cercando… Corruzione ci fu, è varo, ma in ducati d’argento del Regno borbonico. Andarono nelle mani del generale borbonico Ferdinando Lanza, che a Palermo era alter ego del re di Napoli, con compiti civili e militari. Egli lasciò la piazza di Palermo, con i suoi 25mila soldati, tutti gli armamenti, comprese le 4 fregate che erano in porto. Armi a Garibaldi non ne lasciò. Imbarcò tutto e lo portò a Napoli. Le armi a Garibaldi arrivarono per nave da Genova, insieme ad altri volontari. I 4 cannoni (tra cui una colubrina del ‘500) erano a Orbetello e Garibaldi diede ordine di prenderli. Cavour neppure sapeva che ci fossero 4 cannoni a Orbetello. Infine, il resoconto Nievo, dal 2 giugno al 31 dicembre 1860, era apparso il 31 gennaio 1861 su “La Perseveranza” (giornale finanziato da amici di Cavour), senza che la stampa ne prendesse atto, né per criticarlo, né per lodarlo. Nievo tornò in Sicilia il 19 febbraio 1861, per ordine di Acerbi. Nievo non amava la Sicilia e fece l’impossibile per non tornarci, ma dovette ubbidire a un ordine di Acerbi. Nievo non andava con l’Ercole a Napoli, a difendere il suo operato, “carte alla mano”; ma aveva ordine da Acerbi di portare resoconti amministrativi a Torino, dove era destinata l’Intendenza del disciolto Esercito Meridionale (cioè garibaldino). Napoli era solo una tappa del suo viaggio. Non doveva rivelare nulla, aveva solo ordine di trasferire carte a Torino. A Napoli, del resto non c’era più nessuno, perché tutta l’Intendenza Generale, compreso Acerbi, era partita per Genova il 23 e il 25 febbraio, per proseguire per Torino. A Napoli Acerbi aveva lasciato carte di “affari pendenti” all’Intendente Muttoni dell’Esercito piemontese. Il console commerciale di Amburgo Alfonso Hennequin sapeva perfettamente che l’Ercole era una vecchia carretta e dissuase Nievo; anche perché Nievo la domenica era a pranzo a casa Hennequin e non si sentiva bene. Il viaggio sarebbe durato almeno 24 ore. Lo consigliò di partire con l’Elettrico, giovedì 7 marzo, perché era una nave più veloce e confortevole.

Ho visto la ricostruzione di una “bomba a orologeria”, così come poteva essere costruita, con le conoscenze del tempo. L’ipotesi di una simile bomba era stata fatta negli anni Trenta del secolo scorso e riportata, senza precisazioni, da uno storico. L’ipotesi è affascinante, ma per poter realizzare una simile apparecchiatura bisognava essere sulla terraferma. Invece la nave a ruote “Ercole”, azionata da due ruote e dalle vele, si muoveva in avanti a piccoli scatti (venti giri, circa, delle ruote al minuto). Inoltre il mare era molto mosso e il vento, che prima di Capri si mise a tramontana, obbligava la nave a fare dei bordi, usando le vele, con il risultato di una inclinazione che cambiava continuamente, a dritta o a manca. Prima di Capri si sa che, per la forma della costa, si producono pericolosi giri di vento continui. Una apparecchiatura che si serviva di una sedia, su cui era fissata una pistola, il cui grilletto era legato ad un filo che faceva capo ad un barattolo di fagioli che, con l’umidità, si stavano gonfiando, non avrebbe resistito incolume allo scuotimento continuo della nave a vapore. Personalmente preferisco l’ipotesi di un gruppo a bordo, sette o otto almeno, che si impadroniscono della nave, la affondano aprendo un foro sotto la linea di galleggiamento, si salvano poi sulle rive di Ischia (sull’isola arrivarono tracce di un grosso naufragio, come scrisse il giornale “L’Indipendente” di Alessandro Dumas) e, prima di prendere l’unica scialuppa indenne, mettono fuori uso le altre scialuppe di salvataggio. Una ipotesi, naturalmente, perché nessuno sa che cosa accadde durante la traversata, a bordo dell’Ercole. Comunque l’unico posto in cui una barca di salvataggio poteva allora approdare senza essere vista è la spiaggia ischitana di Maronti. Su Capri c’erano truppe dell’esercito Sardo che vegliavano i prigionieri di Gaeta e la forma della costa non consentiva un facile approdo, di notte.

6 marzo 2011 alle 07:57

Stanislao Nievo riprese negli anni Novanta la storia tragica dell’Ercole e la inserì nel romanzo “Il sorriso degli dei”. Ma l’idea del complotto era molto antica. Negli anni Trenta lo storico Solitro già parlava di un ordigno infernale, scoppiato a bordo dello sfortunato vapore Ercole. La ricerca procede. Personalmente non sono convinta dei finanziamenti occulti inglesi, per due motivi: 1. Le monete d’oro turche non avevano corso legale nel Regno dei Borboni e non potevano essere cambiate in banca, ma solo privatamente, senza garanzia da parte del governo. Per cambiare 10.000 monete d’oro non sarebbero bastati tutti gli orafi di quel Regno! 2. Attraverso Agostino Bertani, che incaricò in Inghilterra il siciliano Scalia, Garibaldi acquistò a Liverpool due vapori inglesi di seconda mano, l’Oregon e l’Authion, per traghettare da Genova a Palermo armi e volontari. Se gli Inglesi avessero davvero voluto aiutare Garibaldi, avrebbero potuto benissimo rinunciare al pagamento del prezzo, invece di gravarlo sulle casse del Tesoro di Sicilia. In quanto al prezzo pagato ai generali borbonici, perché lasciassero Palermo senza più combattere, lo giudico tra i 600 mila e il milione di ducati d’argento del Regno borbonico. Nel prezzo era compreso il rilascio dei nove ostaggi in mano ai borbonici, scelti tra esponenti delle più nobili e ricche famiglie palermitane. Essi furono scaricati sul molo, come pacchi ormai inutili, il giorno della partenza da Palermo dell’ultimo contingente delle truppe borboniche.

7 marzo 2011 alle 09:21

Sull’ipotesi del complotto non mi sbilancio, perché nel racconto “Per l’onore di Garibaldi” si parla di qualcosa di più dell’ipotesi di un complotto. Ma gli attori sono tutti italiani e gli Inglesi non c’entrano. In Sicilia l’intreccio infame tra uomini politici emergenti, vecchi industriali volponi e banchieri di provata attività e che talvolta porta alla strage di stato, esisteva e qualche segno c’era stato anche nei fatti del ’48. Noi la chiamiamo oggi “alta mafia”. La “bassa mafia” ha fatto il lavoro sporco. Non solo scompaiono le carte, ma vanno a fondo anche i testimoni, tra cui era Nievo. Perché non si dice chi erano gli altri naufraghi, per esempio, il povero amanuense Giuseppe Fontana? Perché si addossa la colpa a Garassini che era un marinaio congedato che tornava a casa perché la guerra era finita?

Nievo non doveva consegnare i libri contabili al governo del re. Nievo era stato incaricato dal suo superiore in grado Giovanni Acerbi (Intendente Generale, cioè amministratore, dell’esercito garibaldino) di tornare a Palermo e raccogliere lì carte contabili, perché Acerbi era tenuto a dare le consegne della amministrazione del disciolto esercito garibaldino al ministro della Guerra Fanti (del Gabinetto di Cavour) e quindi a presentare un esatto resoconto contabile. Nievo era stato il vice di Acerbi, con competenze di amministrazione dell’esercito garibaldino rimasto in Sicilia. Non era il contabile, perché nella vice Intendenza c’era Salvatore Serretta che era direttore generale della contabilità. Sull'”Ercole” c’erano 16 passeggeri (vedi elenchi dell’epoca, recentemente pubblicati) e 32 o 24 marinai, non si sa bene. Comunque i due resoconti amministrativi della Spedizione Nievo li aveva pubblicati da tempo su “La Perseveranza”: il 23 luglio 1860(Spedizione da Quarto a Palermo) e il 31 gennaio 1861 (Spedizione dal 2 giugno al 31 dicembre 1860). In quanto ai registri contabili, con entrate e uscite giornaliere, che ogni mese l’Intendenza e la vice Intendenza dovevano presentare al Comando, erano stati regolarmente presentati e oggi si trovano all’Archivio di Stato di Torino. Nessuno Stato europeo erogò finanziamenti a Garibaldi. Numerose furono le sottoscrizioni private, soprattutto quelle che furono gestite a Genova dal medico Agostino Bertani che comprò per 3 milioni di lire in Inghilterra le navi Authion e Oregon che traghettarono da Genova a Palermo armi e volontari.

Non mi convince: “per nascondere le grandi ruberie degli emissari di Cavour e Vittorio Emanuele”. 1. L’emissario di Cavour, La Farina, giunse a Palermo il 6/6/’60 sotto falso titolo di diplomatico inglese. Smascherato, fu espulso dalla Sicilia il 7 luglio. Non ebbe allora incarichi di governo, né il tempo per rubare. 2. Il governo “piemontese” del Luogotenente Montezemolo si installò il 1° dicembre ’60, quando Nievo stava lasciando la vice Intendenza al suo sostituto Salviati e si preparava a partire da Palermo, per un congedo in famiglia. Nulla poteva sapere, né avere carte su ruberie di uomini di Cavour: era estraneo al governo del Luogotenente Montezemolo. Ammanchi da parte garibaldina ce ne furono: i documenti dell’epoca ne parlano e Nievo affrontò con coraggio e a viso aperto il problema. Ma si può pensare a un complotto che mandi a fondo una nave con circa 45 persone, tra equipaggio e passeggeri, solo per coprire ladri? Non cercate ladri, ma corruttori: con l’Ercole andarono a fondo le carte e i testimoni, in particolare Salvatore Serretta e Giuseppe Fontana che avevano lavorato nella gestione “separata” dell’Intendente Generale Giovanni Acerbi, gestione che durò solo 13 giorni (28 maggio-10 giugno ’60). Nievo sapeva che con riserve del Tesoro palermitano, attraverso quella tal gestione di Acerbi, erano stati comprati i generali borbonici, perché abbandonassero Palermo senza più combattere. Sapeva che il denaro aveva modificato a favore dei garibaldini le sorti della guerra a Palermo.

15/3/11 18:58

Venerdì, 11 Marzo 2011
Naufragio di Ippolito Nievo

Si parla tanto delle 10.000 piastre turche d’oro che sarebbero state date a Garibaldi dalla Massoneria inglese. Di queste monete d’oro non ho trovato traccia nei documenti del tempo. A mio parere non sono mai esistite. 1. Le monete d’oro non avevano corso legale nel Regno delle Due Sicilie, non potevano essere cambiate in banca ma solo dagli orafi, senza garanzia del governo che non ne riconosceva il prezzo, contrattato privatamente. Venivano utilizzate in quel Regno esclusivamente per transazioni con Paesi del Mediterraneo Orientale (Turchia). Non sarebbero bastati tutti gli orafi del Regno per cambiarle e l’operazione avrebbe lasciato tracce nei documenti del tempo. 2. Agostino Bertani, attraverso il siciliano Scalia, ben conosciuto a Londra, acquistò a Liverpool due vapori usati, l’Oregon e l’Authion, che servirono a traghettare volontari e armi da Genova a Palermo e poi furono donati alla Marina Sarda. Se gli Inglesi avessero voluto finanziare Garibaldi, bastava regalargli i due vapori, il cui prezzo fu caricato sulle dissanguate finanze siciliane. Nievo portava documenti amministrativi dei Mille, ma l’ordine gli era stato dato da Giovanni Acerbi che, oltre ad essere Intendente dell’Esercito Meridionale, a Palermo, per volere di Crispi, per 13 giorni aveva assunto l’incarico di Tesoriere e Gran Pagatore di Sicilia. Sui suoi conti, come Tesoriere di Sicilia dal 28 maggio al 10 giugno 1860, non è stata reperita alcuna carta. E i Napoletani a Palermo avevano in mano nove ostaggi, scelti tra i rampolli delle famiglie siciliane più nobili e ricche. Gli ostaggi, in genere servono a far cassa. Il pagamento al generale Lanza, perché sgombrasse Palermo senza più combattere, era avvenuto cioè non al “nero”, bensì attraverso una contabilità creata da un regolare Decreto di Garibaldi. Come dire: “ho istituzionalizzato la tangente”. Tutti i Decreti garibaldini (Dittatura e Prodittatura) furono più tardi riconosciuti dallo Stato novello e entrarono nella sua legislazione. Nel Banco palermitano si formò un buco, ma l’Italia Unita avrebbe ripianato: cosa che fece per Legge alcuni anni dopo. Ma su alcune partite palermitane della Dittatura non poterono essere fornite le pezze d’appoggio e l’Italia non le riconobbe. Per forza: erano colate a picco nel naufragio dell’Ercole. Quindi non si trattava di nascondere irregolarità amministrative dell’Esercito garibaldino, che ci furono e i documenti del tempo ne parlano ampiamente, ma di corruzione durante una guerra.

Il 4 marzo 1861 non era un assolato giorno ma, come risulta dalla lettera di un testimone oculare, Raffaello Carboni, lettera che pubblicai nel 1996, il cielo era coperto, piovigginava e il vento era libeccio. La sera, a Palermo, scoppiò una tempesta. Si ignora il contenitore delle carte trasportate da Nievo. Forse non erano casse. Non ci fu mai una inchiesta parlamentare sulla gestione della Intendenza e vice Intendenza garibaldina. Il battello, secondo Carboni, salpa alle 12 e 20. Secondo due giornali dell’epoca, tracce del naufragio furono viste vicino a Capri e moltissimi legni arrivarono sulle spiagge di Ischia. I registri regolari, con entrate e uscite giornaliere, come da regolamento dell’Esercito, per il periodo dal 2 giugno 1860 al 28 febbraio 1861, erano stati regolarmente consegnati, mensilmente, prima al ministro della Guerra della Dittatura e Prodittatura garibaldina a Palermo, poi al comando militare dell’Isola, durante il successivo periodo della Luogotenenza. Questi registri si conservano all’Archivio di Stato di Torino. La Sanità Marittima non andò alla ricerca dell’Ercole. Si mosse la Compagnia marittima, ma in ritardo. Il primo giornale che diede la notizia di un probabile naufragio è stato “L’Indipendente” di Alessandro Dumas. Tra i funzionari garibaldini imbarcati sull’Ercole c’era Giuseppe Fontana che non era un “alto funzionario”, ma uno scrivano applicato alla contabilità. Nievo detestava i siciliani e poco amava la Sicilia, per il caldo, le mosche e la polvere. Hennequin, console commerciale di Amburgo, era molto più anziano di Nievo, aveva un figlia giovinetta e un figlio adulto.

aprile 15, 2011 a 12:12 pm

Nievo non possedeva le prove di un enorme scandalo, ma Nievo era stato semplicemente incaricato dall’Intendente Generale dei garibaldini il generale Giovanni Acerbi, che era suo amico, di tornare a Palermo a prendere carte contabili e a stendere resoconti amministrativi sulla gestione garibaldina. Acerbi doveva fare le consegne della Intendenza Generale al ministro della Guerra Manfredo Fanti (governo di Cavour) in vista della prossima fusione della Intendenza garibaldina con quella dell’esercito regolare italiano. L’Intendenza doveva traslocare a Torino, come previsto dal decreto Fanti, poiché l’esercito garibaldino era definitivamente sciolto e i garibaldini o mandati a casa con 6 mesi di paga in più, oppure assorbiti nell’esercito regolare, dopo attento esame.

La scomparsa dell’Ercole a Stromboli è una ipotesi che non appartiene alle tante ipotesi che all’epoca apparvero sui giornali o furono fatte per lettera. Il giornale napoletano “L’Indipendente”, creato e diretto da Alessandro Dumas père, per primo scrisse del probabile naufragio e in una corrispondenza da Ischia rivelò che molte tracce del naufragio erano visibili sulle coste di Ischia. Ma nessuno storico ha segnalato gli articoli de “L’indipendente” che fece anzi una generosa campagna di informazione sul disastro nautico. Inoltre Nievo non divenne vice Intendente dei garibaldini durante la traversata, bensì a fine giugno 1860, a Palermo, l’Intendente generale Giovanni Acerbi lo propose al grado di capitano (prima era un semplice soldato) e a suo vice Intendente: cosa che poi si realizzò. Nievo non era informato di eventuali mance date dai garibaldini ai comandanti di navi borboniche per passare dalla parte di Garibaldi. Infatti nei giorni della battaglia di Milazzo, quando si manifestò il passaggio di navi a Garibaldi, Nievo era rimasto a Palermo, a guidare la vice Intendenza, mentre Acerbi aveva seguito l’esercito al campo. Sulla favola delle piastre d’oro turche che Garibaldi avrebbe avuto dagli Inglesi, e di cui mai sono stati presentati i documenti, non vale la pena parlare.

Nievo tornò a Palermo il 19 febbraio 1861 (col vapore “Elettrico” il gioiello di casa Florio), per incarico di Giovanni Acerbi, Intendente Generale (cioè amministratore) dell’Esercito Meridionale (cioè garibaldino). Acerbi era tenuto a presentare, a Fanti, ministro della Guerra del governo Cavour, un esatto rendiconto, in vista della fusione dell’esercito garibaldino con l’esercito regolare. L’Intendenza, i Tribunali militari e l’Ambulanza dell’esercito garibaldino dovevano infatti traslocare a Torino, secondo il decreto del ministro della Guerra Fanti. Nella lettera d’incarico a Nievo, Acerbi aveva specificato che la missione di Nievo a Palermo era di raccogliere resoconti e carte contabili che riguardavano la gestione dell’esercito garibaldino in Sicilia. Quindi Nievo ubbidiva a ordini precisi. La sovvenzione a Garibaldi in piastre d’oro turche, di cui si parla oggi tanto, a me sembra una favola: non sono stati infatti mai pubblicati documenti su questo ingente esborso da parte della Massoneria inglese a favore di Garibaldi. Documenti dell’epoca, conservati in Italia, non ne fanno alcun cenno. Ricordo che il generale borbonico Lanza, alter ego del Re di Napoli in Sicilia, lasciò Palermo il 12 giugno 1860. Nievo era allora un semplice soldato, addetto all’Intendenza garibaldina. A fine giugno 1860 Acerbi propose la nomina di Nievo a capitano e vice Intendente dei garibaldini. Quindi, in merito ad un eventuale pagamento a Lanza, perché abbandonasse con i suoi uomini Palermo, è chiaro che Nievo non avrebbe avuto alcuna responsabilità poiché, già dal 7 giugno, esisteva un governo garibaldino dittatoriale, con vari dicasteri (Finanze, Guerra, Marina, Culto ecc.) che prendevano decisioni. L’eventuale finanziamento sarebbe stato materia del ministero delle Finanze e non dell’Intendenza che dipendeva dal ministero della Guerra.

Sulle Parole: “grandissimo ragioniere e contabile e per questo Garibaldi lo sceglie come amministratore del governo dittatoriale in Sicilia” non sono d’accordo. A Talamone Garibaldi firmò l’Ordine del Giorno che stabiliva l’organizzazione del Corpo di Spedizione che era composto da sette divisioni, dall’Ambulanza, Tribunali e Intendenza. L’Intendenza era affidata a Giovanni Acerbi (che era stato Intendente anche nella Campagna garibaldina del 1859) il quale, secondo l’Ordine del Giorno, aveva come aiutanti Bovi, Rodi e Maestri, tre mutilati di vecchie Campagne garibaldine. I responsabili dei vari settori potevano liberamente scegliere i loro aiutanti. Acerbi scelse Nievo, Rechiedei, Uziel e Bozzetti che da quel momento entrarono nella Intendenza ma erano soldati semplici. Sirtori firmò l’ordine che aggregava all’Intendenza i quattro garibaldini. A Palermo, a fine giugno 1860, Acerbi propose che Nievo fosse promosso capitano e suo vice Intendente. La cosa si realizzò. Non fu quindi Garibaldfi a scegliere Nievo, ma Acerbi. Nievo e Acerbi appartenevano a due importanti famiglie che avevano terre e ville nelle campagne del Mantovano. Nievo aveva sicuramente avuto contatti con Acerbi nella guerra del 1859 e probabilmente lo aveva conosciuto, anche se superficialmente, a Mantova. Ma solo nel 1860 divenne amico di Acerbi. Nievo aveva esperienza in amministtrazione, poichè aiutava sua madre nella conduzione della proprietà che i Nievo avevano nel comune di Rodigo (Mantova).

Nievo non era stato “chiamato di dare conto a Torino della gestione della Cassa”, ma era stato incaricato dal suo superiore in grado, l’Intendente Generale dell’esercito garibaldino Giovanni Acerbi, di tornare a Palermo, a raccogliere la contabilità e portarla a Torino, dove lo stesso Acerbi doveva presentare il resoconto contabile della Spedizione al ministro della guerra Manfredo Fanti, del Gabinetto di Cavour. Quindi Nievo era un “passacarte”, tornato in Sicilia per ordine di Acerbi. Somme ingenti donate a Garibaldi dalla Massoneria inglese non ce ne furono: se ne è parlato nel 1988, in un convegno della Massoneria piemontese, ma da 23 anni si aspetta la pubblicazione di questi documenti che a mio parere non sono mai esistiti. Mazzini non ebbe alcun ruolo nella Spedizione dei Mille. Nievo non era un avvocato: si sa della difesa che fece a se stesso, in una causa in cui era stato tirato in ballo per un frase contenuta in una sua novella. In Sicilia il Tribunale di Guerra lo incaricò di sostenere la difesa d’ufficio di un picciotto che aveva rubato e che era stato riconosciuto come un volgare malfattore. Altre esperienze come avvocato non se ne conoscono. Non ci fu mai una commissione parlamentare per “la mal gestione della cassa garibaldina”. Ci fu uno scontro alla Camera, tra Cordova e Crispi, sulle finanze della Sicilia, che il passaggio della guerra (ma anche l’abolizione della tassa sul macinato) avevano portato al rosso. Ma la questione riguardava il ministero delle Finanze e non il ministero della Guerra. Nievo, come vice intendente, era un dipendente del ministero della Guerra e non delle Finanze. Rileggere l’Epistolario di Nievo, per vedere che mai egli aveva “chiuso un occhio” su chi si approfittava della sua buona fede. Non era invece d’accordo con il prodittatore Mordini, che per Decreto elargiva posti ai siciliani, nominando per nome e cognome e assegnando gli stipendi anche agli spazzini e ai bidelli. Così Mordini aveva aggravato i debiti della Tesoreria palermitana. Ma Nievo che c’entrava? I documenti sulla Intendenza e vice Intendenza siciliana si conservano all’Archivio di Stato di Torino e sono contenuti in 466 faldoni, zeppi di carte.

  La frase: “Il 4 marzo 1861 Nievo, avendo ricevuto da Cavour l’incarico di riportare dalla Sicilia i documenti amministrativi della spedizione dei Mille, si imbarcò sulla nave “Ercole”, di linea tra Palermo e Napoli, portando con sé un piccolo baule pieno di documenti contabili relativi alle confuse e non di rado equivoche, se non sfacciatamente delittuose, imprese finanziarie dei garibaldini in Sicilia. Ma quella nave non arrivò mai a Napoli, giacché a causa di un fortunale (così ha sempre sostenuto la storiografia ufficiale) affondò tra Capri e Sorrento. E tutti i suoi circa 800 passeggeri” a mio avviso contiene molte imprecisioni. Non fu Cavour ad ordinare a Nievo di tornare in Sicilia a raccogliere carte amministrative, ma fu Giovanni Acerbi in persona, da Napoli, che era Intendente Generale del già disciolto esercito garibaldino. Cavour neppure conosceva il nome di Nievo. Nessuno conosce l’involucro in cui erano contenuti alcuni documenti amministrativi della Campagna garibaldina in Sicilia. Baule, o casse, o borse con faldoni? Non erano state né delittuose, né equivoche le finanze dei Mille. All’Archivio di Stato di Torino di quella amministrazione si conservano 466 faldoni pieni di carte. Chi vuole può controllare. Altri documenti all’Archivio Centrale dello Stato (Roma) nei fondi Crispi e Depretis. Migliaia di documenti sono stati da tempo pubblicati. Il luogo, tra Capri e Sorrento, fu indicato a Stanislao Nievo, pronipote di Ippolito, da un veggente olandese e non è giustificato da documenti storici. I passeggeri erano 16, di cui si conosce il nome, come risulta dalla combinazione dei tre elenchi redatti al tempo del naufragio, nessuno dei quali è completo. I marinai erano 32 oppure 24, come da informazioni che si ricavano da giornali del tempo, che non precisano alcun nome dei marinai. Il capitano era Michele Mancino. L’ordine di Acerbi era motivato dal fatto che il ministro della Guerra Manfredo Fanti (Gabinetto di Cavour) aveva per decreto sciolto l’Esercito Meridionale (cioè garibaldino) obbligando l’Intendenza, i Tribunali militari e l’Ambulanza a trasferire da Napoli a Torino impiegati e documenti. Nessuna indicazione aveva dato Fanti in merito alla destinazione di documenti amministrativi e del personale garibaldino che erano in Sicilia. Acerbi doveva dare un resoconto completo di gestione, in vista dell’assorbimento dell’Esercito Meridionale nei quadri dell’Esercito regolare.

8 maggio 2011
Il vapore inglese “Exmouth”, comandato da Paynter, lasciò la Rada di Messina la mattina del 4 marzo 1861, alle prime luci dell’alba, e alle 5 del pomeriggio gettò l’ancora nel porto militare di Napoli. Copia del libro di bordo, a suo tempo richiesto da Stanislao Nievo agli archivi della Marina Inglese, si conserva alla Fondazione I. e S. Nievo. Ippolito Nievo aveva con sé documenti e resoconti della amministrazione militare garibaldina in Sicilia, ma non “tutti” i documenti. Di quella amministrazione infatti si conservano all’Archivio di Stato di Torino ben 466 fascicoli pieni di carte. Migliaia di documenti sono stati pubblicati. Sulla amministrazione militare garibaldina siciliana non ci furono polemiche tra i parlamentari. Il dibattito scoppiò due mesi dopo la morte di Nievo e riguardava la gestione della Tesoreria siciliana, di cui per mesi fu responsabile il siciliano Peranni. Il “Pompei” arrivò a Napoli alle ore 2,30 del pomeriggio del 5 marzo (vedi libro di bordo dell'”Exmouth”). Il libro di bordo del “Generoso” scompare, insieme a migliaia di altri libri di bordo del Dipartimento Navale Meridionale, per eventi bellici nell’inverno del 1944 (bruciati dai soldati marocchini). Nessuno lo aveva mai consultato. Il primo giornale a dare notizia della probabile perdita dell'”Ercole” è stato “L’Indipendente” diretto da Alessandro Dumas padre. “L’Indipendente” segnala nei giorni successivi l’arrivo sulle spiagge di Ischia di molti legni provenienti dal naufragio. La Squadra Navale inglese comandata da Mundy lasciò Napoli il 3 marzo, diretta a Messina e poi a Malta (vedi libro di bordo dell'”Exmouth” e giornali del tempo). La Squadra Navale piemontese a Messina era composta dalla “Maria Adelaide”, dall'”Authion”, dall'”Oregon” e dal “Conte di Cavour” che però la mattina del 4 marzo lasciò Messina e arrivò a Napoli a mezza notte, per portare in ospedale marinai ammalati (vedi libro di bordo dell'”Exmouth”). Lorenzo Garassini non era un agente di Cavour, ma il commissario di bordo di un vapore da guerra che Cavour, per risparmiare, aveva comandato di porre in disarmo dal 1° di febbraio 1861. Garassini tornava a casa. Morì nel naufragio dell'”Ercole”. La sua morte in un posteriore naufragio nel Golfo del Leone è una leggenda. Le piastre turche d’oro sono una favola: la Turchia a quel tempo emetteva la lira d’oro e la piastra in argento (100 piastre d’argento equivalevano a 1 lira in oro). “Piastre d’oro turche” non sono mai esistite. 10 mila piastre “d’oro” equivarrebbero a 12 milioni di Euro? Ma imparate la matematica!

Vedi anche: Finanziamenti della Massoneria a Garibaldi?

15 aprile 2011. Aggiunte 23 aprile-9 maggio 2011

Ippolito Nievo informa www.ippolitonievo.info

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Quanto valeva una Piastra Turca? Una ipotesi sui finanziamenti occulti a Garibaldi

Note di Fausta Samaritani

Monete a metà Ottocento

Nel 1843, entro un sistema bimetallico nasceva la lira piemontese. La moneta d’argento da una lira conteneva 5 grammi d’argento fino. La moneta base, in oro, era quella da 20 lire e conteneva grammi 6, 45 d’oro zecchino. Il sistema piemontese corrispondeva, per peso e valore delle monete, a quello francese, tanto è vero che nelle provincie soggette al Re di Savoia la parola “franco” era usata indifferentemente alla parola “lira”. La legge Pepoli, del 24 agosto 1862, riformò il sistema monetario del Regno d’Italia. Pepoli optò ancora per il sistema bimetallico, poiché i titoli del nostro debito pubblico erano anche negoziati in Paesi che avevano una moneta legale d’argento e non usavano l’oro. Iniziò il graduale ritiro delle monete circolanti, battute dagli antichi Stati e dall’Impero d’Asburgo, ritiro che terminò nel 1865, salvo le provincie meridionali (a Napoli si continuò a usare il tornese di rame fino a fine Ottocento).

Anche la Turchia aveva un sistema bimetallico. La lira turca, in oro, pesava grammi 6,61519 – qualche frazione più del “marengo” piemontese e francese – e corrispondeva a 99,8292 grammi d’argento puro. Il “kuruş”, in argento, era un centesimo della lira turca. In Occidente era comunemente chiamato “piastra”, termine che in Italia del Nord indicava anche, genericamente, una moneta in argento, senza il necessario riferimento alla piastra turca. In Turchia si producevano anche monete in rame, dette “para”. 40 para equivalevano a 1 kuruş. Se la lira d’oro turca era battuta dal governo centrale, il kuruş d’argento, o piastra, era prodotto localmente dai vari Bey che spesso lesinavano sull’argento, con il risultato di deprezzare questo taglio di moneta che, per tale motivo, circolava esclusivamente nei territori dell’Impero Ottomano.

Nel Regno delle Due Sicilie il sistema era monometallico. Si basava sul ducato d’argento – prodotto in varie pezzature – che valeva circa 4,2 volte più, sia della lira piemontese sia del franco francese. In Sicilia il ducato era chiamato comunemente “onza” e la sua frazione in rame era detta “grano” o “pìcciolo”. A Napoli invece si parlava comunemente di “ducato” per l’argento e di “tornese” per il rame.

Queste poche note evidenziano che nell’Ottocento la terminologia per le monete non era così rigida, come quella che oggi usiamo. Se parliamo di Dollaro canadese, o di Dollaro statunitense, o di Euro, o di Yen giapponese oggi ci riferiamo a una moneta ben precisa.

Finanziato Garibaldi in piastre turche?

La notizia è uscita da un Convegno delle Logge massoniche piemontesi nel 1988. Nel 1860 i Mille di Garibaldi sarebbero stati finanziati da Logge massoniche inglesi (o inglesi e francesi, o inglesi e americane, o inglesi americane e canadesi) con 10mila piastre turche “d’oro”. I documenti sarebbero emersi negli archivi della Massoneria inglese; ma non sono, fino ad oggi, mai stati pubblicati. Negli ultimi tempi si è favoleggiato su questo presunto finanziamento occulto di logge massoniche straniere a Garibaldi. Il valore delle 10mila piastre turche d’oro è stato da alcuni storici nostrani valutato in 3 milioni di lire dell’epoca, cioè, pari a “molti miliardi di dollari odierni”. La cifra è notevole: le idee non sono chiare.

Il problema al contrario è di facile soluzione: erano 10mila lire d’oro turche, oppure 10mila piastre d’argento turche? Perché la frase “10mila piastre d’oro turche” è sicuramente errata.

Nel primo caso: 1 lira turca d’oro corrisponde a circa 22 lire piemontesi. 10mila lire turche d’oro corrispondono circa 220.000 lire piemontesi che a loro volta corrispondono a 52.380 ducati napoletani.

Nel secondo caso: 1 piastra d’argento turca corrisponde a 0,022 lire piemontesi. 10mila piastre d’argento turche corrispondono a 2.200 lire piemontesi, cioè a 523,8 ducati napoletani. Scartiamo questo secondo caso, perché mi sembra un finanziamento ininfluente, per Garibaldi e i suoi Mille uomini.

Torniamo ai 52.380 ducati d’argento napoletani. Ora, nel momento di maggiore sforzo per le finanze siciliane, cioè quando Garibaldi, dopo la vittoria a Milazzo, si preparava al balzo in Calabria, la vice Intendenza di Palermo, sotto la guida di Ippolito Nievo, spendeva circa 25.000 ducati al giorno. Nievo si doveva occupare non solo degli uffici centrali palermitani, ma anche dei vari uffici della vice Intendenza sparsi in Sicilia, dove Garibaldi aveva localizzato i circa 2.500 uomini che rimasero sul posto, a coprirgli le spalle, mentre il grosso dell’esercito passava lo Stretto di Messina. L’ufficio guidato da Nievo svolse un compito insostituibile, nell’accogliere prima e nel convogliare poi i nuovi volontari, sbarcati a Palermo, verso i punti d’imbarco per il Continente. Le navi dovevano essere fornite di armi e di ogni altro oggetto di casermaggio che sarebbe stato indispensabile fino a Napoli.

Questi ipotetici 52.380 ducati bastavano quindi, in quel frangente, a coprire la spesa di due giorni. E’ lecito pensare che una nave come l’“Ercole”, con circa 45 persone a bordo sia stata, di proposito, colata a picco per coprire un finanziamento occulto di 52.380 miseri ducati? E credete che il generale borbonico Ferdinando Lanza, palermitano e ottantenne, con i suoi generali, avrebbe abbandonato Palermo a Garibaldi per la misera cifra di 52.380 ducati? E vogliamo ancora credere alla favola che 10mila “piastre” d’oro turche corrispondevano a 3 milioni di lire? E Lanza e i suoi generali, e i soldati mercenari bavaresi avrebbero accettato monete d’oro turche – che si utilizzavano, solo in casi particolari, per pagare merci turche – in cambio del loro tradimento? Come avrebbero potuto spenderle, o cambiarle, senza essere notati?

Ciliegina sulla torta: le monete d’oro non avevano corso legale nel Regno delle Due Sicilie. Il governo non ne riconosceva il valore e non ne garantiva il cambio. Potevano essere cambiate, ma solo per il valore del metallo e non in banca, ma da privati. Nelle casse delle banche napoletane e siciliane esistevano unicamente ducati d’argento e tornesi di rame, battuti dal Regno. La lira turca era usata unicamente per alcune transazioni con la Turchia o con Paesi soggetti all’Impero Ottomano, poiché per alcune merci, in Oriente, non si accettavano altre monete oltre quella turca. E chi avrebbe potuto cambiare tutte quelle monete d’oro a Garibaldi, se la cassa per i privati (gli unici che potevano effettuare il cambio in ducati, prelevandoli dal proprio conto corrente) a Palermo rimase chiusa dal 26 maggio al 25 giugno !860, mentre Lanza e i suoi generali lasciarono la città il 12 giugno?

Torniamo a Nievo. A fine giugno 1860 in una lettera egli ringrazia la madre di avergli fatto avere 50 “marenghini”. Non era la prima volta che sua madre gli mandava denaro, in monete d’oro. Nievo scrisse che si era recato dal console d’Austria che era stato gentilissimo con lui: una riprova che il cambio di monete d’oro sotto i Borboni era gestito dai privati.

La Massoneria italiana

Nel 1860 la situazione della Massoneria in Italia era la seguente: esistevano solamente due Logge. L’Ausonia era di area piemontese, monarchica, fedele alla politica di Cavour. Esponenti di spicco di questa Loggia erano due siciliani: Giuseppe La Farina e Filippo Cordova. La Farina presiedeva la Società Nazionale che raccolse oboli per il progetto di Garibaldi. Secondo gli accordi, La Farina doveva pagare i contrabbandieri, incaricati di fornire armi a bordo del “Piemonte” e del “Lombardo”. Ma i contrabbandieri mancarono all’appuntamento, o perché La Farina non li aveva pagati, o perché intascarono i denari senza consegnare le armi. I fondi della Società Nazionale furono utilizzati più tardi, per armare i volontari comandati da Medici che arrivò in Sicilia a metà giugno 1860. Garibaldi aveva ordinato a Medici di sbarcare sulle coste laziali, ma La Farina seppe dissuaderlo e convincerlo a sbarcare in Sicilia. I volontari della Spedizione Medici furono essenziali a Milazzo.

L’altra Loggia era il Supremo Consiglio del Grand’Oriente d’Italia. Nata a Palermo a agosto 1860, quando già Garibaldi era in Calabria, era presieduta da Crispi e contava una trentina di esponenti, tutti siciliani, democratici e di area repubblicana. Le due Logge erano fieramente contrapposte, l’una all’altra. Crispi e La Farina si odiavano. Nessuna delle due Logge era stata riconosciuta dai Fratelli inglesi, francesi e americani come Grande Oriente d’Italia.

Nel 1862 Garibaldi tornò in Sicilia, accolto con gli onori di un capo di Stato. La Loggia di Sicilia lo elesse Gran Maestro. In questa veste egli apparteneva anche alla Loggia di Filadelfia. E’ possibile che finanziamenti occulti a Garibaldi siano arrivati nel 1862 da questa Loggia americana. Ma non si trattava di far cadere il Regno borbonico, ormai defunto da oltre un anno, ma di arrivare a Roma, risalendo tutto il Sud della Penisola.

Che cosa c’entrano, allora, questi supposti finanziamenti a Garibaldi da parte della Massoneria con la morte di Ippolito Nievo?

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