I lager dei Savoia: storia infame del Risorgimento nei campi di concentramento per i meridionali

Segnalazione di Redazione Il Faro sul Mondo

di Cristina Amoroso

Le vicende dei campi di deportazione dei soldati napoletani e pontifici all’indomani della campagna per l’Unità, rappresentano un’altra tessera – completamente rimossa della memoria e dagli archivi – che serve a svelare il vero volto del Risorgimento.

L’editore – Controcorrente di Napoli – è specializzato in testi cosiddetti “revisionisti” sul Risorgimento. L’autore – da par suo – è uno studioso del brigantaggio e del meridione post-unitario e collaboratore a riviste di stampo tradizionalista come L’Alfiere.

Un pregevole studio sulle vessazioni che subirono i soldati borbonici e pontifici all’indomani della conquista del Regno delle Due Sicilie nel 1861. Il libro, frutto di una meticolosa ricerca e di un puntiglioso accertamento della verità storica degli avvenimenti, rende soprattutto evidenti le mistificazioni del cosiddetto Risorgimento, che, ingannando per 140 anni in modo veramente perverso i giovani meridionali, li ha costretti perfino a rinnegare la propria memoria storica.

Come gestire i numerosi soldati delle Due Sicilie che si arrendevano ed erano presi prigionieri? Considerata la riottosità dei prigionieri all’arruolamento nell’esercito piemontese e il timore che, se lasciati liberi, avrebbero ingrossato le fila delle bande di briganti, prevalse la scelta di Fenestrelle una fortezza sulle Alpi, una sorta di Spielberg piemontese, dove in pratica i prigionieri furono sterminati dagli stenti e dal freddo.

Argomento fastidioso per il buon nome del nostro paese e dei suoi padri fondatori, sottaciuto per decenni, definito “revisionismo-spazzatura” o, a proposito di chi critica gli autori dell’Unità italiana, si è parlato di “patologie autolesioniste”, tanto fastidioso che di recente grazie al libro di Fulvio Izzo, pubblicato nel 1999, si è tornato a parlare di Fenestrelle, generando una vera controversia sulla fortezza tristemente famosa tra Alessandro Barbero e i neo-borbonici. Il prof. Alessandro Barbero, noto medievista piemontese, ha scritto un saggio contro il revisionismo risorgimentale che ha suscitato la veemente reazione dei cultori della storia patria duosiciliana (tra i quali, appunto, gli esponenti del movimento neo-borbonico).

Per il professore piemontese, Fenestrelle NON fu un lager e i soldati del disciolto esercito napoletano che, all’indomani dell’unità d’Italia, vi vennero deportati NON furono oggetto di un programma di annientamento (a differenza di quanto sostenuto da diversi revisionisti del Risorgimento). In sostanza, per Barbero i napoletani deportati nelle fortezze e nei campi d’internamento piemontesi non hanno diritto alla qualifica di “sterminati”, mentre i giudei che vennero deportati nelle fortezze e nei campi d’internamento nazionalsocialisti, sì. Questo il succo, questa la “morale della favola” che emerge dal discorso di Barbero (come si desume dalla “sfida” con il prof. Gennaro De Crescenzo visibile su You Tube:

Fonte: http://www.ilfarosulmondo.it/wp/?p=22305

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1863 – cronologia di un anno infame

la pulizia etnica piemontese
I LAGER SABAUDI

IL TALLONE DI FERRO DEI SAVOIA – Dopo la conquista del Sud, 5212 condanne a morte.
Prigionieri e ribelli puniti con decreti e una legge del 1863

MIGLIAIA DI SOLDATI BORBONICI
DEPORTATI NEI LAGER DEL NORD

di STEFANIA MAFFEO


Il “lager” di Fenestrelle. La ciclopica sabauda cortina bastionata

Cinquemiladuecentododici condanne a morte, 6564 arresti, 54 paesi rasi al suolo, 1 milione di morti. Queste le cifre della repressione consumata all’indomani dell’Unità d’Italia dai Savoia. La prima pulizia etnica della modernità occidentale operata sulle popolazioni meridionali dettata dalla Legge Pica, promulgata dal governo Minghetti del 15 agosto 1863 “… per la repressione del brigantaggio nel Meridione”[1].

Questa legge istituiva, sotto l’egida savoiarda, tribunali di guerra per il Sud ed i soldati ebbero carta bianca, le fucilazioni, anche di vecchi, donne e bambini, divennero cosa ordinaria e non straordinaria. Un genocidio la cui portata è mitigata solo dalla fuga e dall’emigrazione forzata, nell’inesorabile comandamento di destino: “O briganti, o emigranti”.

Lemkin, che ha definito il primo concetto di genocidio, sosteneva: “… genocidio non significa necessariamente la distruzione immediata di una nazione…esso intende designare un piano coordinato di differenti azioni miranti a distruggere i fondamenti essenziali della vita dei gruppi nazionali. Obiettivi di un piano siffatto sarebbero la disintegrazione delle istituzioni politiche e sociali, della cultura, della lingua, dei sentimenti nazionali, della religione e della vita economica dei gruppi nazionali e la distruzione della sicurezza personale, della libertà, della salute, della dignità e persino delle vite degli individui…non a causa delle loro qualità individuali, ma in quanto membri del gruppo nazionale”.

Deportazioni, l’incubo della reclusione, persecuzione della Chiesa cattolica, profanazioni dei templi, fucilazioni di massa, stupri, perfino bambine (figlie di “briganti”) costretti ai ferri carcerari.
Una pagina non ancora scritta è quella relativa alle carceri in cui furono rinchiusi i soldati “vinti”. Il governo piemontese dovette affrontare il problema dei prigionieri, 1700 ufficiali dell’esercito borbonico (su un giornale satirico dell’epoca era rappresentata la caricatura dell’esercito borbonico: il soldato con la testa di leone, l’ufficiale con la testa d’asino, il generale senza testa) e 24.000 soldati, senza contare quelli che ancora resistevano nelle fortezze di Gaeta, Messina e Civitella del Tronto.

Ma il problema fu risolto con la boria del vincitore, non con la pietas che sarebbe stata più utile, forse necessaria. Un primo tentativo di risolvere il problema ci fu con il decreto del 20 dicembre 1860, anche se le prime deportazioni dei soldati duosiciliani incominciarono già verso ottobre del 1860, in quanto la resistenza duosiciliana era iniziata con episodi isolati e non coordinati nell’agosto del 1860, dopo lo sbarco dei garibaldini e dalla stampa fu presentata come espressione di criminalità comune. Il decreto chiamava alle armi gli uomini che sarebbero stati di leva negli anni dal 1857 al 1860 nell’esercito delle Due Sicilie, ma si rivelò un fallimento. Si presentarono solo 20.000 uomini sui previsti 72.000; gli altri si diedero alla macchia e furono chiamati “briganti”. (nel ’43, dopo l’8 settembre, accadde quasi la stessa cosa, ma dato che vinsero (gli anglo-americani) la lotta la chiamarono di “resistenza” , e gli uomini “partigiani”. Ndr.)

A migliaia questi uomini furono concentrati dei depositi di Napoli o nelle carceri, poi trasferiti con il decreto del 20 gennaio 1861, che istituì “Depositi d’uffiziali d’ogni arma dello sciolto esercito delle Due Sicilie”.
La Marmora ordinò ai procuratori di “non porre in libertà nessuno dei detenuti senza l’assenso dell’esercito”.
Per la maggior parte furono stipati nelle navi peggio degli animali (anche se molti percorsero a piedi l’intero tragitto) e fatti sbarcare a Genova, da dove, attraversando laceri ed affamati la via Assarotti, venivano smistati in vari campi di concentramento istituiti a Fenestrelle, S. Maurizio Canavese, Alessandria, nel forte di S. Benigno in Genova, Milano, Bergamo, Forte di Priamar presso Savona, Parma, Modena, Bologna, Ascoli Piceno ed altre località del Nord.

Presso il Forte di Priamar fu relegato l’aiutante maggiore Giuseppe Santomartino, che difendeva la fortezza di Civitella del Tronto. Alla caduta del baluardo abruzzese, Santomartino fu processato dai (vincitori) Piemontesi e condannato a morte. In seguito alle pressioni dei francesi la condanna fu commutata in 24 anni di carcere da scontare nel forte presso Savona. Poco dopo il suo arrivo, una notte, fu trovato morto, lasciando moglie e cinque figli. Si disse che aveva tentato di fuggire. Un esempio di morte sospetta su cui non fu mai aperta un’inchiesta per accertare le vere cause del decesso.

In quei luoghi, veri e propri lager, ma istituiti per un trattamento di “correzione ed idoneità al servizio”, i prigionieri, appena coperti da cenci di tela, potevano mangiare una sozza brodaglia con un po’ di pane nero raffermo, subendo dei trattamenti veramente bestiali, ogni tipo di nefandezze fisiche e morali. Per oltre dieci anni, tutti quelli che venivano catturati, oltre 40.000, furono fatti deliberatamente morire a migliaia per fame, stenti, maltrattamenti e malattie.

Quelli deportati a Fenestrelle [2], fortezza situata a quasi duemila metri di altezza, sulle montagne piemontesi, sulla sinistra del Chisone, ufficiali, sottufficiali e soldati (tutti quei militari borbonici che non vollero finire il servizio militare obbligatorio nell’esercito sabaudo, tutti quelli che si dichiararono apertamente fedeli al Re Francesco II, quelli che giurarono aperta resistenza ai piemontesi) subirono il trattamento più feroce.

Fenestrelle (nella foto di apertura) più che un forte, era un insieme di forti, protetti da altissimi bastioni ed uniti da una scala, scavata nella roccia, di 4000 gradini. Era una ciclopica cortina bastionata cui la naturale asperità dei luoghi ed il rigore del clima conferivano un aspetto sinistro. Faceva tanto spavento come la relegazione in Siberia. I detenuti tentarono anche di organizzare una rivolta il 22 agosto del 1861 per impadronirsi della fortezza, ma fu scoperta in tempo ed il tentativo ebbe come risultato l’inasprimento delle pene con i più costretti con palle al piede da 16 chili, ceppi e catene.

Erano stretti insieme assassini, sacerdoti, giovanetti, vecchi, miseri popolani e uomini di cultura. Senza pagliericci, senza coperte, senza luce. Un carcerato venne ucciso da una sentinella solo perché aveva proferito ingiurie contro i Savoia. Vennero smontati i vetri e gli infissi per rieducare con il freddo i segregati. Laceri e poco nutriti era usuale vederli appoggiati a ridosso dei muraglioni, nel tentativo disperato di catturare i timidi raggi solari invernali, ricordando forse con nostalgia il caldo di altri climi mediterranei.

Spesso le persone imprigionate non sapevano nemmeno di cosa fossero accusati ed erano loro sequestrati tutti i beni. Spesso la ragione per cui erano stati catturati era proprio solo per rubare loro il danaro che possedevano. Molti non erano nemmeno registrati, sicché solo dopo molti anni venivano processati e condannati senza alcuna spiegazione logica.

Pochissimi riuscirono a sopravvivere: la vita in quelle condizioni, anche per le gelide temperature che dovevano sopportare senza alcun riparo, non superava i tre mesi. E proprio a Fenestrelle furono vilmente imprigionati la maggior parte di quei valorosi soldati che, in esecuzione degli accordi intervenuti dopo la resa di Gaeta, dovevano invece essere lasciati liberi alla fine delle ostilità.
Dopo sei mesi di eroica resistenza dovettero subire un trattamento infame che incominciò subito dopo essere stati disarmati, venendo derubati di tutto e vigliaccamente insultati dalle truppe piemontesi.

La liberazione avveniva solo con la morte ed i corpi (non erano ancora in uso i forni crematori) venivano disciolti nella calce viva collocata in una grande vasca situata nel retro della chiesa che sorgeva all’ingresso del Forte. Una morte senza onore, senza tombe, senza lapidi e senza ricordo, affinché non restassero tracce dei misfatti compiuti. Ancora oggi, entrando a Fenestrelle, su un muro è ancora visibile l’iscrizione: “Ognuno vale non in quanto è ma in quanto produce”.
(ricorda molto la scritta dei lager nazisti ”

Non era più gradevole il campo impiantato nelle “lande di San Martino” presso Torino per la “rieducazione” dei militari sbandati, rieducazione che procedeva con metodi di inaudita crudeltà. Così, in questi luoghi terribili, i fratelli “liberati”, maceri, cenciosi, affamati, affaticati, venivano rieducati e tormentati dai fratelli “liberatori”.

Altre migliaia di “liberati” venivano confinati nelle isole, a Gorgonia, Capraia, Giglio, all’Elba, Ponza, in Sardegna, nella Maremma malarica. Tutte le atrocità che si susseguirono per anni sono documentate negli Atti Parlamentari, nelle relazioni delle Commissioni d’Inchiesta sul Brigantaggio, nei vari carteggi parlamentari dell’epoca e negli Archivi di Stato dei capoluoghi dove si svolsero i fatti.

Francesco Proto Carafa, duca di Maddaloni, sosteneva in Parlamento: “Ma che dico di un governo che strappa dal seno delle famiglie tanti vecchi generali, tanti onorati ufficiali solo per il sospetto che nutrissero amore per il loro Re sventurato, e rilegagli a vivere nelle fortezze di Alessandria ed in altre inospitali terre del Piemonte…Sono essi trattati peggio che i galeotti. Perché il governo piemontese abbia a spiegar loro tanto lusso di crudeltà? Perché abbia a torturare con la fame e con l’inerzia e la prigione uomini nati in Italia come noi?”.

Ma della mozione presentata non fu autorizzata la pubblicazione negli Atti Parlamentari, vietandosene la discussione in aula [3]. Il generale Enrico Della Rocca, che condusse l’assedio di Gaeta, nella sua autobiografia riporta una lettera alla moglie, in cui dice: “Partiranno, soldati ed ufficiali, per Napoli e Torino…”, precisando, a proposito della resa di Capua, “…le truppe furono avviate a piedi a Napoli per essere trasportate in uno dei porti di S.M. il Re di Sardegna. Erano 11.500 uomini” [4].

Alfredo Comandini, deputato mazziniano dell’età giolittiana, che compilò “L’Italia nei Cento Anni (1801-1900) del secolo XIX giorno per giorno illustrata”, riporta un’incisione del 1861, ripresa da “Mondo Illustrato” di quell’anno, raffigurante dei soldati borbonici detenuti nel campo di concentramento di S. Maurizio, una località sita a 25 chilometri da Torino. Egli annota che, nel settembre del 1861, quando il campo fu visitato dai ministri Bastogi e Ricasoli, erano detenuti 3.000 soldati delle Due Sicilie e nel mese successivo erano arrivati a 12.447 uomini.

Il 18 ottobre 1861 alcuni prigionieri militari e civili capitolati a Gaeta e prigionieri a Ponza scrissero a Biagio Cognetti, direttore di “Stampa Meridionale”, per denunciare lo stato di detenzione in cui versavano, in palese violazione della Capitolazione, che prevedeva il ritorno alle famiglie dei prigionieri dopo 15 giorni dalla caduta di Messina e Civitella del Tronto ed erano già trascorsi 8 mesi. Il 19 novembre 1861 il generale Manfredo Fanti inviava un dispaccio al Conte di Cavour chiedendo di noleggiare all’estero dei vapori per trasportare a Genova 40.000 prigionieri di guerra. Cavour così scriveva al luogotenente Farini due giorni dopo: “Ho pregato La Marmora di visitare lui stesso i prigionieri napoletani che sono a Milano”, ammettendo, in tal modo, l’esistenza di un altro campo di prigionia situato nel capoluogo lombardo per ospitare soldati napoletani.

Questa la risposta del La Marmora: “…non ti devo lasciar ignorare che i prigionieri napoletani dimostrano un pessimo spirito. Su 1600 che si trovano a Milano non arriveranno a 100 quelli che acconsentono a prendere servizio. Sono tutti coperti di rogna e di verminia…e quel che è più dimostrano avversione a prendere da noi servizio. Jeri a taluni che con arroganza pretendevano aver il diritto di andare a casa perché non volevano prestare un nuovo giuramento, avendo giurato fedeltà a Francesco Secondo, gli rinfacciai altamente che per il loro Re erano scappati, e ora per la Patria comune, e per il Re eletto si rifiutavano a servire, che erano un branco di car…che avessimo trovato modo di metterli alla ragione”.

Le atrocità commesse dai Piemontesi si volsero anche contro i magistrati, i dipendenti pubblici e le classi colte, che resistettero passivamente con l’astensione ai suffragi elettorali e la diffusione ad ogni livello della stampa legittimista clandestina contro l’occupazione savoiarda. Particolarmente eloquente è anche un brano tratto da Civiltà Cattolica: “Per vincere la resistenza dei prigionieri di guerra, già trasportati in Piemonte e Lombardia, si ebbe ricorso ad un espediente crudele e disumano, che fa fremere. Quei meschinelli, appena coperti da cenci di tela, rifiniti di fame perché tenuti a mezza razione con cattivo pane ed acqua ed una sozza broda, furono fatti scortare nelle gelide casematte di Fenestrelle e d’altri luoghi posti nei più aspri luoghi delle Alpi. Uomini nati e cresciuti in clima sì caldo e dolce, come quello delle Due Sicilie, eccoli gittati, peggio che non si fa coi negri schiavi, a spasimare di fame e di stento per le ghiacciaie”.

Ancora possiamo leggere dal diario del soldato borbonico Giuseppe Conforti, nato a Catanzaro il 14.3.1836 (abbreviato per amor di sintesi): “Nella mia uscita fu principio la guerra del 1860, dopo questa campagna che per aver tradimenti si sono perduto tutto e noi altri povere soldati manggiando erba dovettimo fuggire, aggiunti alla provincia della Basilicata sortí un prete nemico di Dio e del mondo con una porzione di quei giudei e ci voleva condicendo che meritavamo di essere uccisi per la federtà che avevamo portato allo notro patrone. Ci hanno portato innanzi a un carnefice Piemontesa condicendo perché aveva tardato tanto ad abbandonare quell’assassino di Borbone. Io li sono risposto che non poteva giammai abbandonarlo perché aveva giurato fedeltà a lui e lui mi à ditto che dovevo tornare indietro asservire sotto la Bandiera d’ Italia. Il terzo giorno sono scappato, giunto a Girifarchio dove teneva mio fratello sacerdote vedendomi redutto a quello misero stato e dicendo mal del mio Re io li risposi che il mio Re no aveva colpa del nostri patimenti che sono stato le nostri soperiori traditori; siamo fatto questioni e lo sono lasciato”.
“Allo mio paese sono stato arrestato e dopo 7 mesi di scurre priggione mi anno fatto partire per il Piemonte. Il 15 gennaio del 1862 ci anno portato affare il giuramento, in quello stesso anno sono stato 3 volte all’ospidale e in pregiona a pane e accua. Principio del 1863 fuggito da sotto le armi di vittorio, il 24 sono giunto in Roma, il giorno 30 sono andato alludienza del mio desiderato e amato dal Re’, Francesco 2 e li ò raccontato tutti i miei ragioni”[5].


Vittorio Emanuele II, il re vittorioso…

…e Francesco II, il re vinto, nella fortezza di Gaeta

Un ulteriore passo avanti nella studio di questa fase poco “chiara” del post unificazione è stato fatto recentemente, quando un ricercatore trovò dei documenti presso l’Archivio Storico del Ministero degli Esteri attestanti che, nel 1869, il governo italiano voleva acquistare un’isola dall’Argentina per relegarvi i soldati napoletani prigionieri, quindi dovevano essere ancora tanti [6].
Questi uomini del Sud finirono i loro giorni in terra straniera ed ostile, certamente con il commosso ricordo e la struggente nostalgia della Patria lontana. Molti di loro erano poco più che ragazzi [7].

Era la politica della criminalizzazione del dissenso, il rifiuto di ammettere l’esistenza di valori diversi dai propri, il rifiuto di negare ai “liberati” di credere ancora nei valori in cui avevano creduto. I combattenti delle Due Sicilie, i soldati dell’ex esercito borbonico ed i tanti civili detenuti nei “lager dei Savoia”, uomini in gran parte anonimi per la pallida memoria che ne è giunta fino a noi, vissero un eroismo fatto di gesti concreti, ed in molti casi ordinari, a cui non è estraneo chiunque sia capace di adempiere fedelmente il proprio compito fino in fondo, sapendo opporsi ai tentativi sovvertitori, con la libertà interiore di chi non si lascia asservire dallo “spirito del tempo”.

STEFANIA MAFFEO

NOTE

[1] Legge Pica:
” Art.1: Fino al 31 dicembre nelle province infestate dal brigantaggio, e che tali saranno dichiarate con decreto reale, i componenti comitiva, o banda armata composta almeno di tre persone, la quale vada scorrendo le pubbliche strade o le campagne per commettere crimini o delitti, ed i loro complici, saranno giudicati dai tribunali militari;
Art.2: I colpevoli del reato di brigantaggio, i quali armata mano oppongono resistenza alla forza pubblica, saranno puniti con la fucilazione;
Art.3: Sarà accordata a coloro che si sono già costituiti, o si costituiranno volontariamente nel termine di un mese dalla pubblicazione della presente legge, la diminuzione da uno a tre gradi di pena;
Art.4: Il Governo avrà inoltre facoltà di assegnare, per un tempo non maggiore di un anno, un domicilio coatto agli oziosi, ai vagabondi, alle persone sospette, secondo la designazione del Codice Penale, nonché ai manutengoli e camorristi;
Art.5: In aumento dell’articolo 95 del bilancio approvato per 1863 è aperto al Ministero dell’Interno il credito di un milione di lire per sopperire alle spese di repressione del brigantaggio. (Fonte: Atti parlamentari. Camera dei Deputati)
[2] Il luogo non era nuovo a situazioni del genere perché già Napoleone se ne era servito per detenervi i prigionieri politici ed un illustre napoletano, Don Vincenzo Baccher, il padre degli eroici fratelli realisti fucilati dalla Repubblica Partenopea il 13 giugno del 1799, che vi aveva passato 9 anni, dal 1806 al 1815, tornando a Napoli alla venerabile età di 82 anni.
[3] Giovanni De Matteo, Brigantaggio e Risorgimento – legittimisti e briganti tra i Borbone ed i Savoia, Guida Editore, Napoli, 2000.
[4] Questa informazione e tutte le seguenti sono state reperite nei saggi “I campi di concentramento”, di Francesco Maurizio Di Giovine, nella rivista L’Alfiere, Napoli, novembre 1993, pag. 11 e “A proposito del campo di concentramento di Fenestrelle”, dello stesso autore, pubblicato su L’Alfiere, dicembre 2002, pag. 8.
[5] Fulvio Izzo, I Lager dei Savoia, Controcorrente, Napoli 1999.
[6] S. Grilli, Cayenna all’italiana, Il Giornale, 22 marzo 1997.
[7] Sul sito www.duesicilie.org/Caduti.html è possibile ritrovare i nomi, con data di nascita e provenienza di alcuni martiri di Fenestrelle, nel periodo compreso tra il 1860 ed il 1865. Erano poco più che ragazzi: il più giovane aveva 22 anni, il più vecchio 32.

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1863 – cronologia di un anno infame

Il massacro di Napoli e del Regno delle Due Sicilie, appunti su un genocidio.

Pubblicato il 18 febbraio 2009 da giorgio

Nel 1815, quando i Borboni ritornarono a Napoli, la popolazione era di 5.060.000, nel 1836 di 6.081.993; nel 1846 la popolazione arrivò a 8.423.316 e dieci anni dopo a 9.117.050.

Questo vorticoso aumento della popolazione ha nome e cognome: benessere e progresso civile e sociale. Durante 127 anni di governo i Borboni diedero prosperità a tutto il popolo e da 3 milioni di anime, del 1734, si arrivò ai 9 milioni del 1856.

Cos’ era successo? Come fu possibile?

Nel Meridione non si costruivano strade fin dal tempo dei Romani e i vicerè spagnoli impoverirono la popolazione esigendo tasse e balzelli, i baroni inselvatichirono la vita civile, le campagne erano abbandonate, i boschi avevano invaso le terre fertili di buona parte del Regno, i pirati razziavano le coste, il commercio non esisteva quasi più e, non essendoci polizia, nessuno rispettava le leggi e solo gli innominati di manzoniana memoria erano i veri padroni della società.

I Borboni riuscirono dove gli altri fallirono, imbrigliarono e resero quasi innocui i baroni, costruirono strade, ricostituirono l’esercito e le amministrazioni locali cui diedero l’antica autonomia, diedero impulso all’industria, all’agricoltura, alla pesca, al turismo.

Da ultimo, tra gli Stati, divenne il primo d’Italia e tra i primi del mondo. Le ferrovie, inventate nel 1820, fecero la loro prima apparizione a Napoli (1839) con il tratto che congiungeva la capitale a Portici e poi fu concessa al Bayard di continuarla fino a Castellammare. A spese del tesoro nel 1842 cominciò quella per Capua e poi l’altra per Nola, Sarno e Sansevero. Nel 1837 arrivò il gas e nel 1852 il telegrafo elettrico.

Col benessere aumentava la popolazione in tutto il regno e per questa stessa ragione anche le entrate pubbliche che, di fatto, quintuplicarono.

Le strade erano sicure, non più masnadieri per terra ne pirati per mare; eliminate le leggi feudali fecero ordine sui territori e concessero, primi al mondo, la terra a chi la lavorava; furono così estirpate le boscaglie per far posto a frutteti e vigneti; furono prosciugate le paludi in tutto il regno e regalate ai contadini; furono arginati fiumi e torrenti.

Si mise ordine all’ amministrazione pubblica.

La scuola pubblica fu istituzionalizzata come primaria e quella religiosa a far da supporto. Laicismo e religiosità si confondevano, dando al regno nuovo impulso culturale. Fiorirono pittori, architetti, scultori, musicisti e grande sviluppo ebbe l’artigianato.

Il teatro San Carlo, fu costruito in soli 270 giorni e la stessa corrente culturale fece nascere l’Officina dei Papiri, il Museo Archeologico, l’Orto Botanico, l’Osservatorio Astronomico, la Biblioteca Nazionale e, primo al mondo, l’Osservatorio Sismologico Vesuviano.

Lo sviluppo industriale fu travolgente e in venti anni raggiunse primati impensabili sia nei settori del tessile che in quello metalmeccanico con 1.600.000 addetti contro il 1.100.000 del resto d’Italia.

Nacquero industrie tecnologicamente avanzate, dando vita a ferrovie e battelli a vapore e costruendo i primi ponti in ferro in Italia, opere d’alta ingegneria in parte ancora visibili sul fiume Calore e sul Garigliano.

La navigazione si sviluppò in modo impressionante, tanto che il governo borbonico fu costretto a promulgare, primo in Italia, un Codice Marittimo creando dal niente una rete di fari per tutta la costa.

Le navi mercantili del Regno delle Due Sicilie solcavano i mari di tutto il mondo e la sua flotta era seconda solo a quella Imperiale Inglese e così pure la flotta da guerra, terza in Europa dietro quella inglese e quella francese. Le compagnie di navigazione pullulavano e così pure i cantieri navali, tutti forniti di manodopera di prim’ordine; i suoi maestri d’ascia e così i velai e i carpentieri erano richiesti in tutto il mondo.

Le industrie tessili, navali, metalmeccaniche pullulavano in tutto il regno: quella di Pietrarsa, con mille operai e settemila d’indotto, ne era la punta di diamante. Gli operai lavoravano otto ore al giorno e guadagnavano abbastanza per sostentare le loro famiglie e primi in Italia usufruirono di una pensione statale in quanto fu istituito un sistema pensionistico (con ritenuta del 2% sugli stipendi).

Nel Regno la disoccupazione era praticamente inesistente e così l’emigrazione.

Oltre al milione e seicentomila addetti nell’industria vi erano duecentomila commercianti e tre milioni e mezzo di contadini.

Il denaro circolava e le banche sovvenzionavano le imprese con mutui a basso interesse. Gli sportelli bancari erano diffusi in ogni paese e villaggio e prime al mondo, le banche del Regno, furono autorizzate dal Governo ad emettere i polizzini sulle fedi di credito ossia i primi assegni bancari della storia economica moderna.

Il turismo non era da meno delle altre industrie: la Sicilia, la Campania, il basso Lazio erano ricchissimi di reperti archeologici greci e romani che, affiancati da musei e biblioteche, diedero un impulso notevolissimo alla costruzione di alberghi e pensioni in quanto i viaggiatori aumentavano anno dopo anno.

Sorsero così le prime agenzie turistiche italiane e Carlo III di Borbone intuendo l’importanza di Pompei ed Ercolano, profondendo mezzi e denaro fondò l’Accademia di Ercolano, dando così, di fatto, inizio agli scavi.

Oggi Pompei è una delle città più visitate del mondo, con un milione di presenze all’ anno.

Oltre a bonificare le paludi, per dare lavoro ad operai e contadini, istituirono collegi militari come la Nunziatella, Accademie Culturali, scuole di Arti e Mestieri, Monti di Pegno e Frumentari

Le Università sfornavano fior di professionisti e scienziati e il Regno poteva vantare il più basso tasso di mortalità infantile in Italia. Erano sparsi sul territorio ospedali, ospizi e ben 9.000 medici.

Lo Stato godeva di buona salute, il deficit era quasi inesistente ed il suo patrimonio aureo era invidiato da tutte le nazioni.

Avendo buona amministrazione e finanze oculate la Borsa di Parigi, allora la più grande del mondo, quotava la Rendita dello Stato napoletano al 120 per cento, ossia la più alta di tutti i Paesi.

Nella conferenza internazionale di Parigi del 1856 fu assegnato al Regno delle Due Sicilie il premio di terzo paese del mondo, dopo l’Inghilterra e la Francia, per sviluppo industriale.

L’industria trainante, controllata con oculatezza dallo Stato e assistita dal sistema bancario non centralizzato, procurò dapprima i beni di consumo che servivano alla comunità per poi cominciare ad esportarli.

L’industria di trasformazione dei prodotti agricoli fu fondamentale per lo sviluppo dell’ agricoltura come quella tessile per la pastorizia. Centinaia di frantoi macinavano le olive, centinaia di mulini trasformavano in farina il grano del Regno, migliaia di forni sparsi per le città ed i villaggi lavoravano il pane, decine di pastifici producevano pasta e conserve.

Tutto questo è oggi, ai più, ignoto oltre che al Nord dell’Italia, anche nel Mezzogiorno stesso.

Il 13 febbraio 1861 cadeva la fortezza di Gaeta: tre mesi di resistenza; tre mesi di massacri perpetrati dal generale Cialdini. 160 mila bombe rasero al suolo la città tirrenica e fiaccarono per sempre la sua vitalità.

Camillo Benso di Cavour diede al generale Cialdini l’ ordine di distruggere Gaeta in quanto stava ritardando i tempi per il suo disegno. Il Primo Ministro piemontese sapeva che il Piemonte era alla bancarotta, come sapeva che la sifilide lo stava divorando.

Prima di morire voleva vedere attuato il suo capolavoro: la cosiddetta Unità d’Italia.

Il 13 febbraio 1861 è una data che ogni Meridionale dovrebbe memorizzare perché da allora iniziò una resistenza senza quartiere contro gli invasori savoiardi che al Sud nessuno voleva.

Nacque in quel giorno la questione meridionale.

Il Sud prospero venne saccheggiato delle sue ricchezze e delle sue leggi; venne immolato alla causa nazionale; venne immolato alla massoneria che da Londra dirigeva e stabiliva il nuovo assetto mondiale. Il Regno delle Due Sicilie, unico stato libero ed indipendente da influenze straniere, fu dato in pasto agli affamati piemontesi.

Nel 1861 il Piemonte, per conto di Mr. Albert Pike, Gran Maestro Venerabile della massoneria di Londra, iniziava il più grande genocidio e prima pulizia etnica della storia del nostro paese.

A metà agosto i giornali di regime stampavano con enfasi le vittorie militari dell’esercito sabaudo e fecero passare per una grande battaglia la scaramuccia di Castelfidardo, mentre calavano una cortina di silenzio sugli eccidi perpetrati dai generali piemontesi contro cittadini inermi.

Cannoni contro città indifese; fuoco appiccato alle case, ai campi; baionette conficcate nelle carni dei giovani, dei preti, dei contadini; donne incinte violentate, sgozzate; bambini trucidati; vecchi falciati al suolo.

Ruberie, chiese invase, saccheggiati, i loro tesori rubati, quadri, statue trafugate, monumenti abbattuti, libri bruciati, scuole chiuse per decreto.

La fucilazione di massa divenne pratica quotidiana. In dieci anni dal 1861 al 1871 circa novecentomila cittadini furono uccisi su una popolazione complessiva di 9.117.050. Mai nessuna statistica fu data dai governi piemontesi. Nessuno doveva sapere.

Alcuni giornali stranieri pubblicarono delle cifre terrificanti: dal settembre del 1860 all’agosto del 1861 vi furono 8.968 fucilati, 10.604 feriti, 6.112 prigionieri, 64 sacerdoti, 22 frati, 60 ragazzi e 50 donne uccisi, 13.529 arrestati, 918 case incendiate e 6 paesi dati a fuoco, 3.000 famiglie perquisite, 12 chiese saccheggiate, 1.428 comuni sollevati.

Dati che erano sottostimati almeno di cento volte; le notizie il ministero della guerra le dava col contagocce, in quanto all’estero doveva apparire tutto tranquillo e mai giornalista fu ammesso a constatare ciò che stava accadendo nelle province meridionali. Il movimento rivoluzionario antipiemontese, chiamato brigantaggio, in realtà fu un grandissimo movimento di resistenza, per la difesa della loro patria, il loro Re e la Chiesa Cattolica, da un’ orda massonica che voleva colonizzare il Meridione.

Quella setta governa ancora.

Le cifre che pubblicavano i giornali stranieri erano sottostimate; il governo piemontese aveva dato ordine di mettere a ferro e fuoco il Regno delle Due Sicilie e dette carta bianca ai vari comandanti militari. L’esercito piemontese fu ammaestrato ed addestrato agli eccidi di popolazioni inermi, a rappresaglie indiscriminate, al saccheggio, alla fucilazione sommaria dei contadini colti con le armi in mano o solamente sospettati, arresti di partigiani o solo sospettati di esserlo, fucilazioni, anche di parenti di essi, stato d’assedio di interi paesi.

Alcuni comandanti piemontesi emanarono, fra il 1861 e il 1862, bandi che i nazisti mai avrebbero sognato di applicare a popolazioni di origine germanica.

Naturalmente i piemontesi non erano italiani e si sentivano in diritto, contro tutte le convenzioni, e il diritto internazionale, di fare quel che volevano, di poter fucilare chiunque trasgrediva i molteplici divieti.

Generali, colonnelli, maggiori e ufficiali che parteciparono a quelle repressioni dovevano sentirsi, in cuor loro, dei codardi.

Diciamo semplicemente che erano dei criminali di guerra tanto è vero che ancora oggi, dopo 150 anni, nelle scuole non s’insegni la vera storia del Risorgimento piemontese che per il Sud, in realtà, fu vera colonizzazione e sterminio di massa.

L’aiutante di campo di Vittorio Emanuele II, generale Solaroli, definiva i contadini la più grande canaglia dell’ultimo ceto. I contadini dovevano essere tutti fucilati, senza far saper niente alle autorità. Imprigionarli non era conveniente perchè, una volta in galera, lo Stato doveva provvedere al loro sostentamento.

Il più determinato e feroce fu il criminale di guerra generale Cialdini, detto Berluski, il quale dopo aver massacrato Gaeta telegrafò al governatore del Molise: “Faccia pubblicare un bando che fucilo tutti i paesani che piglio armati e do quartiere solo alla truppa”,

Il generale Fanti emanò un bando che sanciva la competenza dei tribunali militari straordinari per i colpevoli di brigantaggio.

Il generale Pinelli si superò, estese la pena di morte a chi avesse: ” .. a coloro che con parole od atti insultassero lo stemma dei Savoia, il ritratto del re o la bandiera nazionale”.

Il generale Della Rocca, altro campione ed eroe piemontese, impartì l’ordine che: ”non si perdesse tempo a far prigionieri, dato che i governatori avevano fatto imprigionare troppi contadini”.

In una settimana nel Teramano furono fucilati 526 contadini e a Scurcola altrettanti, e così a Isernia e Rionero Sannitico e in mille altri paesi del Sud.

Il colonnello Pietro Fumel si vantava di aver fatto fucilare ” briganti e non briganti e sottoponeva a torture e sevizie inaudite i prigionieri.

IL NORD NON LASCERÀ AI MERIDIONALI NEMMENO GLI OCCHI PER PIANGERE

I Borboni avevano conservato il loro regno integro; i piemontesi, che avevano invaso un Regno senza dichiarazione di guerra, trovarono oro e denaro, saccheggiarono tutto quello che c’era da saccheggiare, massacrarono intere popolazioni, misero a ferro e fuoco il Sud per dieci anni, lo impoverirono, trasferendo tutte le sue ricchezze nel Piemonte.

Francesco II, partendo da Gaeta il 14 febbraio 1861, disse al comandante Vincenzo Criscuolo: «Vincenzino, i napoletani non hanno voluto giudicarmi a ragion veduta; io però ho la coscienza di avere fatto sempre il mio dovere, Il Nord non lascerà ai meridionali neppure gli occhi per piangere”.

Mai parole furono così vere!

Dal 1860 al 1870 i piemontesi riuscirono a depredare tutto quello che c’era da prendere, svuotarono le casse dei comuni, quelle delle banche, quelle dei poveri contadini, quelle delle comunità religiose, dei conventi; saccheggiarono le chiese e le campagne; smontarono i macchinari delle fabbriche per montarli al nord; rubarono opere d’arte, quadri, statue.

Nelle casse piemontesi finirono circa seicento milioni ricavati dalla vendita dei beni ecclesiastici e altrettanti dalla vendita dei beni demaniali che i Borboni, da sempre, riservavano ai contadini ed ai pastori.

Le miniere di ferro, il laboratorio metallurgico della Mongiana in Calabria; le industrie tessili della Ciociaria; le manifatture di Terra di Lavoro; i tanti cantieri navali sparsi per tutto il Mezzogiorno; la magnifica fabbrica di Pietrarsa che dava con l’indotto lavoro a settemila persone; le scuole pubbliche e, soprattutto, la dignità e la libertà furono tolte ai Meridionali i quali, coraggiosamente, preferirono andare a morire partigiani sui monti dell’ Appennino, piuttosto che veder calpestato il suolo della patria napoletana dalle “orde di assassjnj e ladroni del nord.

Erano così rapaci i fautori dell’Italia Unita che a Napoli furono trafugate anche le batterie della cucina dei palazzi reali. Presero la via di Torino anche due enormi mortai di bronzo cesellati, che stavano negli ospedali militari della Trinità e del Santo Sacramento, tali opere erano state create da Benvenuto Cellini.

Tutto il Sud fu razziato e spogliato delle sue fabbriche e delle sue ricchezze: a guerra civile terminata, nel 1871, le più oneste e migliori menti della classe imprenditoriale, quel poco che restava di media borghesia oltre a una miriade di contadini e di operai del Sud, che fino al 1860 non avevano mai conosciuto l’emigrazione, furono costretti ad arricchire gli stati del continente americano.

Tutto cominciò quando il famoso, si fa per dire prode, “assassino e criminale di guerra”, Ferdinando Pinelli, varcò il Tronto con la sua armata e fu battuto dai contadini dell’ Ascolano. Fu preso a sassate ed una pietra colpì l’ardito generale che, adirato, dettò il seguente bando:

Ufficiali e soldati! La vostra marcia tra le rive del Tronto e quelle della Castellana è degna di encomio. S.E. il Ministro della Guerra se ne rallegra con voi.

Selve, torrenti, balze nevose, rocce scoscese non valsero a trattenere il vostro slancio; il nemico, mirando le vostre penne sulle più alte vette dei monti ove si riteneva sicuro, le scambiò per quelle dell’ aquila Savoiarda, che porta sulle ali il genio d’Italia: le vide, impallidì e si diede alla fuga.

Ufficiali e soldati!Voi molto operaste, ma nulla è fatto quando qualche cosa rimane da fare.

Un branco di quella progenie di ladroni ancora si annida tra i monti, correte a snidarli e siate inesorabili come il destino. Contro nemici tali la pietà è delitto.

Vili e genuflessi, quando vi vedono in numero, proditoriamente vi assalgono alle spalle, quando vi credono deboli, e massacrano i feriti. Indifferenti a ogni principio politico, avidi solo di preda e di rapina, or sono i prezzolati scherani del vicario, non di Cristo, ma di Satana, pronti a vendere ad altri il loro pugnale.

Quando l’oro carpito alla stupida crudeltà non basterà più a sbramare le loro voglie, noi li annienteremo; schiacceremo il sacerdo tal vampiro, che con le sozze labbra succhia da secoli il sangue della madre nostra, purificheremo col ferro e col fuoco le regioni infestate dall’ immonda sua bava, e da quelle ceneri sorgerà rigogliosa e forte la libertà anche per la provincia ascolana”.

I Savoia, i Bixio, i Boiolo, i Brignone, i Cavour, i Cialdini, i Cugia, i Del Giudice, i De Luca, i Fantoni, i Farini, i Fumel, i Garibaldi, i La Marmora, i Martini, i Pinelli un giorno saranno processati da un tribunale Morale. Saranno tutti condannati dalla storia

Fino al 1860, il Regno delle Due Sicilie, ricco di pace, di memorie, di costumi, di commercio, di prosperità, di arti, di industrie, di pesca, di agricoltura, di artigianato, era l’invidia delle genti: scuole gratis, teatri, opere d’ingegneria, meravigliosi musei, strade ferrate, gas, opifici, opere di carità, bacini, cantieri navali, arsenali davano lavoro a tutto il popolo.

Non c’era disoccupazione.

Era il primo stato Sociale, il primo stato Illuminato del mondo.

Doveva essere abbattuto. La massoneria non perdona chi vive in modo dignitoso e libero. La massoneria ha bisogno di servi, di schiavi e i liberali erano i loro lacchè.

Alessandro Bianco, conte di Saint-Jorioz, piemontese, sterminatore anche lui di gente, ebbe momenti di lucida analisi scrivendo le sue memorie sul brigantaggio e le cause che determinarono la rivolta contadina post-unitaria: “…Il Piemonte si è avvalso di esuli ambiziosi, inetti, servili, incuranti delle sorti del proprio paese e preoccupati soltanto di rendersi graditi, con i loro atti di acquiescente servilismo a chi, da Torino, decide ora sulle sorti delle province napoletane. E accanto a questi uomini, adulatori e faziosi, il Piemonte ha posto negli uffici di maggiore responsabilità gli elementi peggiori del paese: figli dei più efferati borbonici, per fama spioni pagati dalla polizia, sono ora giudici di mandamento o Giudici circondariali, sotto prefetti o delegati di polizia; negli uffici sono ora soggetti diffamati e ovunque personale eterogeneo e marcio che ha il solo merito di essersi affrettato ad accettare il programma Italia e Vittorio Emanuele ed una sola qualità:quella di saper servire chi detiene il potere”.

L’ipocrisia ed il servilismo di questi uomini aveva un suo fondamento: l’arricchimento personale. Questi, della Patria, se ne infischiavano come se ne fregavano se centinaia di migliaia di loro paesani venivano passati per le armi, anzi erano proprio loro a darli in pasto ai militari perchè non fossero d’ostacolo alle loro ruberie. La stampa di regime faceva il resto.

Tutto ciò che era o puzzava di Piemonte veniva glorificato e tutto ciò che era borbonico veniva additato al pubblico disprezzo.

Giuseppe Massari, per esempio, scriveva al Cavour che le truppe piemontesi negli Abruzzi e nel Molise vennero accolte come” truppe liberatrici e la gioia della folla era indescrivibile e grande l’entusiasmo popolare”.

Questo Sig. Massari, che poi fece parte della commissione d’inchiesta sul brigantaggio del Sud, voleva apparire agli occhi del Primo Ministro come colui il quale aveva fatto il miracolo di far diventare quelle popolazioni tutte filo piemontesi. Sapeva benissimo che la realtà era ben diversa: sia gli abruzzesi che i molisani accolsero i piemontesi a fucilate.

Una volta al potere quest’accozzaglia liberal-massonica inasprì fino all’inverosimile gli animi dei contadini che reclamavano giustizia e ricevevano torti; reclamavano i terreni demaniali e venivano scacciati con la forza da quelle terre; chiedevano pane e gli si dava morte.

A far traboccare la goccia dal vaso fu il bando che rivedeva la presentazione dei soldati di leva e degli sbandati entro il 31 gennaio 1861. Ovunque fosse stato affisso si verificarono disordini ed incendi di municipi; iniziò così la caccia ai giovani a agli sbandati con rastrellamenti scientifici. Tutti i renitenti venivano fucilati sul posto.

Cominciò così la resistenza armata contro gli invasori del Regno delle Due Sicilie.

Gli ufficiali piemontesi non badavano alla forma; la fucilazione divenne una cosa ordinaria e cominciò così l’epopea della classe contadina, gli eccidi di intere popolazioni, gli incendi dei raccolti e delle città ritenute covi dei briganti.

I militari piemontesi, i cosiddetti azzurri sabaudi, in nove mesi trucidarono 8968 contadini, senza pietà; eseguivano ordini criminali ed i superiori davano loro facoltà di razzia e di saccheggio.

Cominciarono ad incendiare paesi interi per incutere timore, paura e terrore.In poco tempo tutto il Sud insorse contro i nuovi invasori e pagò un prezzo altissimo in morti.

Scurcola fu devastata dai piemontesi e così Carbonara. Avigliano, Gioia del Colle e tante altre città furono bruciate ed i loro abitanti trucidati: Pontelandolfo, Casalduni, Venosa, patria d’Orazio, Barile, Monteverde, S. Marco, Rignano, Spinelli, Montefalcione, Auletta ed altre cento città.Mai conosceremo il numero dei contadini immolati, fucilati, trucidati.

Antonio Gramsci, nato ad Ales in Sardegna ma originario di Gaeta, che aveva dato i natali al padre Giuseppe nell’agosto 1860 ed il cui nonno, Don Gennaro Gramsci, era capitano della gendarmeria borbonica, parlando della questione meridionale ebbe a dire che: “.. .Lo Stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, crocifiggendo, squartando, seppellendo vivi i contadini poveri che gli scrittori salariati tentarono di infamare con il marchio di briganti”.

Il Piemonte stava massacrando un popolo, stava distruggendo l’economia del Meridione, stava imponendo con la forza il nuovo ordine voluto dalla massoneria inglese.

La legge borbonica sulla leva era mite ed accomodante; la Sicilia ne era esente.La legge di Ferdinando II del 1834 esentava i figli unici, i figli di vedovi, gli ammogliati, i sostegni di famiglia, i diaconi, i seminaristi; una famiglia con tanti figli ne dava solo uno per fare il soldato e a domanda si poteva essere esenti per grazia sovrana.

La legge piemontese distruggeva le famiglie e la loro economia. Tutti i figli maschi erano obbligati a prestare servizio militare e spesso mandati al nord a prendere istruzioni per poi andare a sparare contro i loro fratelli nel Sud.

Gli animi erano colmi d’ira, bastava un nonnulla per far scoppiare la rabbia che ognuno serbava in corpo. I contadini volevano restaurare l’antico Regno delle Due Sicilie, i liberalmassoni volevano i Savoia che garantivano loro potere e denaro.

L’ORDA MASSONICA

In un mondo di topi nasce un popolo di roditori

Il Piemonte: servo dei voleri della massoneria, indirizza da sempre la politica italiana.

Nel 1861 il Piemonte faceva capo alla gran Massoneria di Mister Albert Pike ed oggi alla Trilateral Commission.

Il 12 marzo 1849 sul Globe, quotidiano inglese, portavoce dell’alto iniziato Palmerston, ministro della regina Vittoria, apparve un articolo che era praticamente un vero libro profetico e possiamo dire, senza enfasi, che era stato preparato segretamente nel Sacro Tempio della massoneria londinese:

“.. .E’ da ritenere che gli accadimenti dell’anno scorso non siano stati che la prima scena di un dramma fecondo di risultati più vasti e più pacifici. L’edificio innalzato dal Congresso di Vienna era così arbitrario e artificioso che ciascun uomo di stato liberale vedeva chiaramente che non avrebbe sopportato il primo urto dell’Europa. L’intero sistema stabilito dal Congresso di Vienna stava dissolvendosi e Lord Palmerston ha agito saggiamente allorché ha rifiutato il proprio concorso a opporre una diga all’onda dilagante. Il piano che egli ha concepito è quello di una nuova configurazione dell’Europa attraverso la costituzione di un forte regno tedesco che possa costituire un muro di separazione fra Francia e Russia, la creazione di un regno polacco-magiaro destinato a completare l’opera contro il gigante del nord, infine un reame d’Italia superiore guidato dalla casa Savoia.”

Il disegno era chiaro, doveva essere attuata la profezia di Comenius espressa in Lux in Tenebris, secondo la quale sarebbe dovuta sorgere dalle, tenebre come fonte di luce una Super-chiesa che integrasse ogni religione attraverso i Concistori nazionali, le Chiese Nazionali, onde giungere in nome di un umanesimo unitivo ed a carattere filantropico e tollerante, a proclamare l’uguaglianza e la pari dignità di tutte le religioni

Questo progetto si scontrava con un ostacolo formidabile: la chiesa cattolica con la sua gerarchia, la cattolicissima casa Asburgo d’Austria, la Santa Russia degli zar ed il Regno delle Due Sicilie, primo stato al mondo, quest’ultimo, che aveva saputo integrare il dogma cattolico con il verbo del Vangelo; tradotto in pratica da leggi che non disdegnavano le novità della rivoluzione francese o quelle comuniste del Campanella e di Marx.

Questo nuovo ordine doveva portare sconvolgimenti politici e morali d’inaudita violenza.

In Italia il compito di capovolgere detto ordine, come abbiamo visto nell’ articolo del Globe, fu assegnato al Piemonte e a casa Savoia, votata alla Gran Consorteria. Gli altri sovrani infatti erano tutti devotissimi alla Chiesa di Roma. Lo Stato più retrivo d’Italia avrebbe dovuto dare luce allo stivale! Al suo servizio la massoneria londinese mise uomini, denaro e mezzi; soprattutto denaro ed oro. Casa Savoia doveva eseguire spietatamente gli ordini di Londra dopo.

Londra mandò Lord Gladstone a Napoli e Lord Mintho ed altri emissari nelle varie province italiane a preparare la rivoluzione liberale agli ordini di Giuseppe Mazzini, capo della Carboneria Italiana, il cui scopo finale, secondo il suo fondatore genovese Antonio Maghella, era ”.. .quello di Voltaire e della rivoluzione francese: il completo annientamento del cattolicesimo ed infine del cristianesimo”.

Ma torniamo ai nostri contadini e operai napoletani

Il Regno delle Due Sicilie fu conquistato militarmente e senza dichiarazione di guerra.

Era indipendente fin dal 1734 ed era guidato da un re italiano che parlava napoletano. Il suo popolo era ingegnoso, pacifico, prospero; la sua industria dava lavoro a due milioni di persone, l’agricoltura era fiorentissima, la flotta contava 9848 navi, seconda solo a quella Iimperiale Inglese, le riserve auree erano attive e non vi era deficit pubblico; la disoccupazione era zero.

Il piccolo Piemonte, armato dalla massoneria inglese, strumento e servo di Lord Palmerston, scatenò nel Sud una repressione feroce contro i contadini e contro il clero.

Dal 1860 al 1871 il Meridione divenne un inferno.

Il terrore imperava, il genocidio di massa fu regola e legge. Si doveva distruggere un popolo la cui colpa era quella di essere cattolico e fedele al suo re, al papa e alla sua terra, che da sempre considerava la sua patria.

Il Piemonte era stato delegato dalla massoneria inglese a creare una borghesia laica, liberale, vorace, senza scrupoli.

Accentrò il potere, annullò l’autonomia impositiva dei comuni; annullò tutte quelle istituzioni, sia pubbliche che religiose, che per secoli avevano consentito un equilibrio unico al mondo, che consentivano ai deboli di difendersi dai soprusi dei ricchi.

Il Piemonte annullò lo stato sociale che i Barbone avevano eletto a patrimonio morale.

Il Piemonte, grazie alla politica dei vari governi incamerò centinaia di milioni dalla vendita dei beni ecclesiastici e demaniali.

Nel 1860 il debito pubblico del Piemonte ammontava alla somma di oltre un miliardo di lire di allora (1.159.970.595.43) e doveva pagare £ 57.561.532.18 di interessi annui alle banche inglesi, una montagna di debiti, una voragine spaventosa che 4 milioni di abitanti non sarebbero mai riusciti a pagare.

Tale debito fu caricato con lagrime e sangue sulle spalle delle popolazioni annesse con l’Unità d’Italia.

Secondo i dati del primo censimentonto dell’Italia unita (1861) risulta che su 668 milioni di lire incamerati nelle casse piemontesi, ben 443 appartenevano al Regno delle Due Sicilie

NORD LADRO

Quando si parla d’industria, l’immaginario collettivo pensa al Nord, pensa al triangolo industriale Milano, Genova, Torino, come se il Padreterno avesse eletto i padani a condurre l’economia, come se i meridionali fossero incapaci di produrre beni, ma solo in grado di consumare ricchezza.

Leggendo le statistiche del primo censimento dell’unità d’Italia, ci accorgiamo che gli addetti nell’industria

erano 1.595.359 nel Regno delle Due Sicilie

contro i 376.955 del Regno di Sardegna,

i 465.003 della Lombardia,

i 66.325 del Ducato di Parma,

i 71.759 di Modena, Reggio Emilia e Massa,

i 130.062 della Romagna,

i 16.344 delle Marche,

i 10.955 dell’Umbria,

i 33.456 della Toscana.

Questi sono dati forniti dal governo piemontese nel 1861 e quindi inconfutabili. 1.595.359 addetti nell’industria del Regno Borbonico contro 1.170.859 addetti del resto d’Italia.

La Campania nel 1860 era tra le regione più industrializzata del mondo ed oggi, dopo 150 anni di potere liberal massonico, è definita terra di camorra.

Per oltre un secolo scrittori salariati dal regime massonico hanno denigrato i Borboni ed il loro Regno, tanto che la parola borbonico, nell’accezione imperante, è diventata sinonimo di arretrato, di inefficiente.

Naturalmente i pennivendoli del Nord e del Sud, baldracche allo stato dell’arte, feccia immonda senza nerbo ed imputridita, letame e monnezza, ai quali stava e sta a cuore solo il più bieco servilismo nei confronti del regime piemontese prima e borghese massonico capitalista oggi, hanno infangato un popolo, un Regno e la sua amministrazione, la sua efficienza amministrativa e tributaria, hanno infangato i contadini del Sud che erano accorsi a difendere la loro patria chiamandoli briganti, hanno infangato la storia.

Oggi è sotto gli occhi di tutti la voragine debitoria di questo Stato!

Nel 1860 scannarono il Sud e il Sud ha pagato un prezzo enorme alla causa unitaria: quasi un milione di morti, tra fucilati, incarcerati, impazziti, un decimo della popolazione, 20 milioni di emigranti; la spoliazione delle terre demaniali e dei beni ecclesiastici, tutti i risparmi dei Meridionali rapinati.

I pennivendoli di regime continuano a scrivere libri di storia menzogneri sull’Unità d’Italia, danno al Sud colpe tremende di parassitismo; continuano a chiamare “borbonica” la cattiva amministrazione e la burocrazia di stampo piemontese e, soprattutto, sono riusciti ad inculcare nell’immaginario collettivo, senza spiegarne le cause, bombardando continuamente le menti ormai fiaccate della gente, che Sud vuol dire mafia, vuol dire camorra, vuol dire ‘ndrangheta, vuol dire far niente, vuol dire assistito.

Ecco, questi pennivendoli sperano di mettere un velo sull’intelligenza umana, di far dimenticare a qualcuno le miserie del Nord, gli eccidi perpetrati dagli invasori piemontesi, le prepotenze dei liberalmassoni di ieri e di oggi e soprattutto vorrebbero farci dimenticare che il Sud era ricco.

Le finanze del Regno delle Due Sicilie nel 1860 costituirono un bottino enorme per i piemontesi ed i mercenari garibaldini al soldo inglese.

Vittorio Gleijeses nella sua Storia di Napoli scrive: “… il tesoro del Regno delle Due Sicilie rinsanguò le finanze del nuovo stato, mentre l’unificazione gravò sensibilmente la situazione dell’Italia meridionale, in quanto il Piemonte e la Toscana erano indebitate sino ai capelli ed il regno sardo era in pieno fallimento. L’ex Regno delle Due Sicilie, quindi, sanò il passivo di centinaia di milioni di lire del debito pubblico della nuova Italia e, per tutta ricompensa, il meridione, oppresso dal severissimo sistema fiscale savoiardo, fu declassato quasi a livello di colonia. Con l’unificazione, a Napoli, aumentarono le imposte e le tasse, mentre i piemontesi videro ridotti i loro imponibili e col denaro rubato al Sud poterono incrementare le loro industrie ed il loro commercio”.

Ferdinando Ritter ha scritto che: “… il Regno delle Due Sicilie contribuì alla formazione dell’ erario nazionale, dopo l’unificazione d’Italia, nella misura di ben 443 milioni di lire in oro, mentre il Piemonte, la Liguria e la Sardegna ne corrisposero 27, la Lombardia 8,1, il Veneto 12,7, il Ducato di Modena 0,4, Parma e Piacenza 1,2, la Romagna, le Marche e l’Umbria 55,3; la Toscana 84,2; Roma 35,3…“.

La ricchezza del Regno delle Due Sicilie era dovuta alla buona amministrazione pubblica che dava autonomia impositiva ai comuni. Il Sud godeva di un patrimonio aureo di poco inferiore al mezzo miliardo di lire in oro, più del doppio di quello degli altri Stati d’Italia.

Nel Regno delle Due Sicilie l’emigrazione era una parola inesistente nel vocabolario; tutti avevano un lavoro, l’occupazione era completa, la scuola era pubblica e gratuita per tutti, ne mancavano quelle private e quelle religiose; i vecchi venivano accolti in ospizi pubblici o religiosi; i braccianti agricoli, quando non trovavano lavoro nelle tenute dei possidenti, scorticavano le montagne demaniali e vi impiantavano vigne, frutteti, uliveti; i pastori avevano libero accesso ai pascoli; i pescatori utilizzavano pescherecci moderni costruiti nei cantieri navali del Regno; i naviganti solcavano tutti i mari del mondo trasportando le merci prodotte nelle fabbriche del Meridione d’Italia.

I prodotti agricoli, essendo il vanto di un’ agricoltura sana venivano trasformati negli opifici locali e destinati all’ estero dopo aver soddisfatto le esigenze degli indigeni.

Si rimane esterrefatti nel leggere le statistiche relative all’industria tessile, all’industria metalmeccanica a quella ferroviaria e mercantile del Regno delle Due Sicilie, in quanto le nostre orecchie sono state abituate da sempre a sentire parlare di un Sud povero, pieno di mafiosi e di nulla facenti, insomma un popolo di terroni.

Nel Meridione vi era una fittissima rete di opifici tessili che davano lavoro a decine di migliaia di operai, di fabbriche metallurgiche e mercantili che, con una grossa rete di maestri artigiani e una moderna industria di trasformazione agricola, formavano un tessuto laborioso di prim’ ordine.

Nel corso dei secoli il Sud era sempre stato un paese esportatore di materie prime ed importatore di manufatti.

Dal 1820 al 1860 la situazione cambiò radicalmente: una vera rivoluzione. Nel 1834 il Regno delle Due Sicilie esportò lana per 65.991 ducati; nel 1842 ne vennero importati 1.000 quintali per soddisfare le esigenze delle nostre industrie del settore; quantità che aumentò nel corso degli anni. Nel 1852 si importarono 15.000 quintali di lana.

Il cotone cominciò ad essere importato attorno agli anni trenta in quanto le industrie del Sud avevano esigenze nuove. Nel 1838 vennero importati 1710 quintali di cotone; nel 1852 i quintali arrivarono a 11.078. Il cotone filato passò dalle 1.439 tonnellate del 1830 alle 3.429 del 1855.

I prodotti manifatturieri in un primo momento servirono a soddisfare le esigenze del mercato interno in continua espansione, per poi essere esportati in tutto il mondo. Da grande esportatore di lana, il Sud divenne in un ventennio grande consumatore del prodotto. Nel 1855 s’importarono cotone e lana per circa 100.000 ducati, prodotti che venivano lavorati nelle industrie del Sud.

Intere zone del Regno delle Due Sicilie vennero rivoluzionate in poco tempo per la gran massa di operai impiegati in quelle industrie. 200 mila persone, di cui centomila donne, lavoravano nel settore.

Nella Valle del Liri, in Ciociaria, gli imprenditori locali, aiutati da una politica bancaria equa, investirono in un anno quasi un milione di ducati nel settore tessile impiegando circa 15 mila operai su una popolazione di 30 mila abitanti producendo annualmente oltre 360.000 canne di tessuti.

Nel 1846 a Napoli ed in Terra di Lavoro lavoravano nel settore tessile 60 mila operai, pari al 28% della popolazione residente nel territorio.

Nel distretto di Salerno gli operai addetti nelle fabbriche tessili erano 10.244. Famosissime erano le tele di lino di Cava de’ Tirreni.

In una città come Arpino, sempre in Ciociaria, che contava 12 mila abitanti, vi erano 32 fabbriche che impiegavano 7.000 operai locali.

Questo pullulare di industrie aveva un unico titolare: il Banco di Napoli che, favorito dalle leggi del Regno e avendo grandi capitali da investire risparmiati dalle popolazioni meridionali, dava ricchezza rimettendo il denaro nel circuito locale. Il tutto veniva facilitato dalla continua protezione governativa.

L’INDUSTRIA METALMECCANICA NEL REGNO DELLE DUE SICILIE

Per difendere l’economia del suo regno, Ferdinando II il 15 dicembre del 1823 ed il 20 novembre del 1824, emise provvedimenti doganali che proteggevano lo sviluppo industriale autoctono.

Già nel 1818, pochi anni dopo la Restaurazione, abbandonando i criteri liberistici che producevano utili per pochi e disoccupazione per molti, il Sovrano napoletano aveva imposto dazi elevati sui prodotti stranieri importati e dazi minimi sulle merci d’importazione necessarie allo sviluppo delle sue terre.

Quanto alle esportazioni, erano stati fissati dazi elevati per le materie prime che potevano essere lavorate dall’industria napoletana.

Fin dal 1821, inoltre, erano stati aboliti i regolamenti sulle corporazioni. Erano stati spesso anticipati capitali ai manifatturieri da parte della Cassa di Sconto.

Questa politica fece dell’industria tessile e metalmeccanica due settori trainanti che portarono molti stranieri ad investire nel Meridione.

Tra essi ricordiamo l’industriale Guppyche, che con il suo connazionale Pattison, aveva intrapreso a Napoli la costruzione di macchine agricole e macchine a vapore

La fonderia di Macry ed Henry, con sede al Ponte della Maddalena, con mille addetti operava nel settore del ferro fuso.

Ferdinando II divenne, di fatto, il più dinamico imprenditore del Regno.

Nacque così il Reale Opificio Meccanico e Politecnico di Pietrarsa, nei pressi di Napoli, con mille operai specializzati, fiore all’occhiello dell’industria partenopea.

Lo stabilimento fu inaugurato nel 1840 da Ferdinando II di Barbone. Pietrarsa fu il primo nucleo veramente industriale italiano; lì si producevano, con tecnologie avanzate, treni e locomotive.

Le officine della Breda nacquero 44 anni più tardi e la Fiat 57 anni dopo.

Sempre su iniziativa del Re venne istituita la real fonderia in Castelnuovo (500 operai), la Real Manufattura delle armi in Torre Annunziata (500 operai), l’Arsenale di Napoli ed il Cantiere Navale di Castellammare (2.000 operai).

1.500 operai lavoravano alle Ferriere Mongiana in Calabria, con stabilimenti a Pazzano e a Bigonci.

Quattro altiforni producevano 21.000 quintali di ghisa, mentre 200 operai specializzati lavoravano nello stabilimento metalmeccanico di Cardinale, sempre in Calabria, e producevano 2.000 quintali di ferro.

Altri centri siderurgici e meccanici erano sorti a Fuscaldo (Calabria), Picinisco (Terra di Lavoro), Picciano (Abruzzo), Atripalda (Avellino). Altri ancora a Lecce, Foggia, Spinazzola: questi ultimi tutti specializzati nel produrre macchine agricole.

In ogni paese nacquero piccole industrie, che erano il nerbo dell’ economia reale del Regno.

Di notevole importanza erano le industrie della pasta alimentare, della lavorazione del cuoio e per la produzione di colori, delle maioliche, di vetri, cristalli, metalli preziosi, stoviglie, saponi, mobili, strumenti musicali di precisione.

LE FERROVIE NEL REGNO DELLE DUE SICILIE

Il 3 ottobre 1839 venne inaugurata la Napoli-Portici, la prima ferrovia italiana: la locomotiva a vapore coprì la distanza tra le due città in nove minuti, tra due ali di folla festante e curiosa di vedere tanta potenza in quello sbuffare di vapore.

I pennivendoli post-unitari si affannarono per sostenere l’inutilità di detta ferrovia, ritenuta un passatempo da giocattolo nelle mani del Re Borbone.

In realtà quegli intellettuali da strapazzo tentarono di oscurare la grandezza illuminata di Ferdinando II che, fortissimamente, aveva voluto dare impulso all’intero assetto industriale del Regno.

Altro che giocattoli! Dietro quella locomotiva c’erano le industrie di Pietrarsa, della Mongiana e mille altre; industrie con personale qualificato e specializzato e che preparavano i ragazzi con corsi di formazione.

Durante il discorso d’inaugurazione, Ferdinando II espose il suo progetto ferroviario.

Il Sud doveva essere attraversato da due grandi dorsali ferroviarie: la prima doveva collegare Napoli a Brindisi e dalla città pugliese la ferrovia avrebbe dovuto raggiungere Pescara, Ancona Bologna e, passando per Venezia, avrebbe dovuto ricongiungersi con le ferrovie danubiane e renane.

La seconda, partendo dalla Calabria e dalla Basilicata avrebbe dovuto raggiungere Roma per poi proseguire per Firenze, Genova e Torino.

Nel 1840 la via ferrata raggiunge Torre del Greco, nel 1842 Castellammare di Stabia, nel 1844 Nocera e quindi Salerno. A nord di Napoli si lavorava speditamente: nel 1843 la ferrovia giunse a Caserta e nel 1844 a Capua e Sparanise.

Sulla Gazzetta Piemontese del 30 marzo 1847, Ilarione Petitti di Roreto esprimeva la sua ammirazione per il programma ferroviario avviato nel Regno delle Due Sicilie.

Il Piemonte, arretrato e guerrafondaio, riteneva detti programmi fantascientifici; Cavour aveva altro a cui pensare e la storiografia ufficiale di regime fece passare per «grandi opere»la costruzione del canale chiamato poi di Cavour.

Il 16 aprile 1855 Ferdinando II emanò un decreto sottofirmato dal Direttore di Stato dei lavori pubblici, Salvatore Murena. L’art. 1 così recitava:

“.. .Accordiamo concessione al Sig. Emanuele Melisburgo di costruire una ferrovia da Napoli a Brindisi…”.

Nello stesso giorno il Re firmò un altro decreto in cui all’art. 1 dichiarava:

“accordiamo concessione al Barone D. Panfilo De Riseis, di costruire una ferrovia da Napoli agli Abruzzi, fino al Tronto, con una diramazione per Ceprano, una per Popoli, una per Teramo ed una per Sansevero…”.

Ferdinando II aveva previsto persino una ferrovia per il trasporto di animali dagli Abruzzi nelle Puglie per alleviare le fatiche dei mandriani e le relative perdite di giumente compensate così da un trasporto a tariffa conveniente.

Edoardo Spagnuolo, nel n°5 dei quaderni di Nazione Napoletana, così commenta la fine del sogno vissuto dalle popolazioni meridionali dopo l’annessione piemontese:

” I grandi progetti ferroviari del Governo Borbonico avevano dunque un fine preciso. Le strade ferrate dovevano divenire un supporto fondamentale per l’economia meridionale ed essere di servizio allo sviluppo industriale che il Mezzogiorno d’Italia andava mirabilmente realizzando in quei tempi.

Il governo unitario, dopo aver distrutto le fabbriche del Sud a proprio vantaggio, realizzò un sistema ferroviario obsoleto che, assieme alle vie marittime, servì non per trasportare merci per le manifatture e gli opifici del meridione ma per caricare masse di diseredati verso le grigie e nebbiose contrade del Nord o delle Americhe”.

LA MARINA MERCANTILE, LA VERA CAUSA PER LA DISTRUZIONE DEL REGNO DELLA DUE SICILIE

Le industrie del Sud richiedevano continuamente materie prime e quindi c’era bisogno di navi che le trasportassero.

Essendo l’Italia meridionale attraversata da una dorsale appenninica formata di aspre montagne, e quindi da vie di comunicazione di difficile attraversamento, fu naturale, sin dai tempi dell’Impero Romano, che uomini e merci viaggiassero per mare.

Tutta la costa era punteggiata di centri i cui cantieri navali erano rinomati in tutto il mondo e che davano lavoro a migliaia d’operai che lavoravano nelle industrie collegate.

Nel 1818 il Regno delle Due Sicilie disponeva di 2.387 navi, nel 1833 il numero salì a 3.283, di cui ben 262 superiori alle 200 tonnellate e 42 che oltrepassavano le 300 tonnellate.

Nel 1834 i bastimenti arrivarono a 5.493 per salire a 6.803 nel 1838. Nel 1852 il numero di navi e bastimenti arrivò a 8.884.

Nel 1860 la flotta mercantile borbonica era la seconda d’Europa dopo quella inglese e contava 9.848 bastimenti per 259.910 tonnellate di stazza, dei quali 17 piroscafi a vapore per 3.748 tonnellate, 23 barks per 10.413 tonnellate 380 brigantini per 106.546 tonnellate, 211 brick schooners per 33.067 tonnellate, 6 navi per 2.432 tonnellate e moltissime imbarcazioni da pesca.

I cantieri navali erano sparsi per tutta la costa tirrenica, ionica e adriatica. Praticamente in ogni città costiera vi erano insediamenti accompagnati da scuole di formazione professionale e scuole marittime e nautiche.

Tutti pensano che Gaeta, allora, fosse solo una roccaforte militare che dava ospitalità a circa 10.000 soldati.

In realtà attorno alla fortezza ruotava un’ agricoltura ricchissima ed avanzata costellata da circa 300 trappeti che davano lavoro a centinaia di persone, come pure vi erano fabbriche di sapone e di reti.

Gaeta, come altre città del Regno, era ricchissima e la sua flotta mercantile vantava molte società di navigazione con al servizio duemila marinai sempre in viaggio.

Essa era composta da 100 brigantini e martegane, da 60 a 220 tonnellate di stazza, 60 paranzelle da 30-40 tonnellate e circa 200 barche a vela da 2 a 20 tonnellate di stazza che ogni giorno si recavano a Napoli o a Roma attraverso il Tevere trasportando merci e passeggeri.

I cantieri navali di Gaeta, da sempre attivi, costruivano brigantini, galeoni, saette e velieri che venivano anche esportati.

Tutto questo stava togliendo prestigio e competitività a una grane Marina, alla Marina Reale Inglese.

Le navi napoletane toglievano fette sempre più ampie al mercato della cantieristica inglese, non solo erano ottime, ma più economiche.

Il varo della prima nave a vapore del mediterraneo, l’attuazione di rotte che giungevano in America del Nord, del Sud e nel Pacifico, stavano intaccando i mercati commerciali Imperiali.

Soprattutto, da lì a pochi anni si sarebbe aperto il canale di Suez, e tal cosa avrebbe rischiato di fare diventare il porto Napoli, uno dei porti più importanti dell’Europa ma innanzitutto la porta dell’Europa verso il cuore dell’impero inglese; le Indie.

Questo non poteva essere più essere tollerato.

I Borboni erano a conoscenza di questo e, per calmare le acque, avevano praticamente dato la Sicilia in usufrutto agli inglesi, le minieri di zolfo erano indispensabili agli inglesi per la produzione di polvere da sparo, ma non era bastato.

All’indomani dell’invasione piemontese, l’industria e la cantieristica del Regno delle Due Sicilie venne quasi praticamente tutta smontata e smantellata, si doveva estirpare alla radice quel temibile concorrente economico.

Non solo, lo Stato Sabaudo, con una politica protezionistica a favore del Nord, con anticipi di capitale e generosi sussidi a favore delle compagnie liguri e della nascente industria padana, affossò patriotticamente la rimanente economia meridionale costringendo alla fame intere popolazioni.

Con l’avvento dei Savoia, il Sud importò solo fame e miseria per sconfiggere le quali erano possibili due soluzioni: la rivoluzione o l’emigrazione.

Il popolo tutto, verso la fine del 1860, insorse contro i piemontesi. Ma dieci anni di guerra civile, e una politica da terra bruciata da parte dei Savoia, finirono per distruggere l’intero assetto economico del Regno e la nazione precipitò nel baratro.

Dopo la sconfitta i Meridionali furono costretti ad abbandonare in massa la loro terra.

L’ISTRUZIONE PUBBLICA NEL REGNO DELLE DUE SICILIE

Nel 1734 il Sud andò a Carlo III di Borbone che, avendo in dote 28 milioni di ducati, pensò bene ricomporre lo Stato attraverso la cultura.

Nacque così il ’700 napoletano.

La scuola fu l’ istituzione realizzata per imporsi e per rinnovare il sapere della gente.Ogni città, ogni villaggio doveva essere provvisto di scuole pubbliche.

Ogni provincia doveva avere una scuola per uomini ed una per donne, ove potessero apprendere le scienze primarie e le belle arti e, per i nobili, esercizi di colta società.

Nella capitale fiorì l’Università con le diverse specializzazioni, università che era considerata come l’atto finale e sublime della pubblica istruzione.

Nel 1806 molte leggi furono emanate nel Regno delle Due Sicilie : si ebbe l’apertura di scuole speciali come l’Accademia delle Belle Arti, la scuola delle Arti e mestieri, l’Accademia Reale militare, la Politecnica, l’Accademia Navale, quella dei Sordomuti, una delle arti da disegno, un convitto di chirurgia e medicina, uno di musica.

I seminari furono conservati e potevano svolgere regolarmente e mirabilmente la loro funzione sociale.

Nacque allora anche la Società Reale, cioè un’accademia di storia ed antichità che si giovò di doni e privilegi e, così pure, quella detta d’incoraggiamento e pontaniana.

L’istruzione pubblica permise a tutti di imparare l’arte del leggere e dello scrivere, consentendo ai figli dei contadini l’accesso agli uffici pubblici, la carriera nell’esercito e soprattutto la presa di coscienza delle libertà individuali e dell’indipendenza di cui godeva il Regno delle Due Sicilie.

I Borboni profusero non poche energie per sviluppare l’istruzione pubblica che prima del 1806 era commessa a 33 scuole normali, ai seminari delle Diocesi Vescovili, ai corpi religiosi e, come abbiamo già visto, all’Università degli Studi di Napoli.

Ad Avellino vi era un collegio che conferiva i Gradi accademici per la giurisprudenza, la teologia e la medicina.

A Salerno si davano i gradi in medicina; gradi che fecero del dottorato salernitano una scuola rinomata in tutto il mondo.

Dopo il 1810 in tutti i comuni si istituirono scuole primarie gratuite a spese dei municipi; molte ne furono istituite nei capoluoghi di provincia.

Ferdinando II volle incrementare la cultura ed il sapere nel suo Regno introducendo altre 16 cattedre nell’Università della capitale, l’Orto Botanico, il Collegio Veterinario; istituì quattro Licei a Salerno, Catanzaro, Bari e l’Aquila.

Le spese per l’istruzione pubblica ammontavano a circa un milione di ducati all’anno.

I regolamenti per le scuole primarie furono approvati il 21 dicembre 1819.

Le ministeriali del 12 giugno 1821 e 7 agosto 1821 stabilirono il modo come dovessero scegliersi i maestri nelle scuole primarie. Con decreto del 13 agosto 1850 il Re nominò i Vescovi ispettori di tutte le scuole del Regno, pubbliche e private.

A Napoli esistevano 14 istituti d’istruzione media superiore con 1.343 alunni; due istituti di nobili fanciulle con 303 educande; 32 Conservatori di musica frequentati da 2.134 studenti.

Dopo il 1861 il Piemonte, scientificamente, chiuse tutte le scuole che erano sovvenzionate con denaro pubblico.

L’operazione doveva servire a due cose: rendere il Sud schiavo e colonizzato e trasferire i soldi, tutti quelli possibili, al Nord.

Il Piemonte, indebitato di un miliardo di lire con le banche londinesi, aveva bisogno di liquidità costante, anche per portare a temine l’opera di pulizia etnica nel Mezzogiorno d’Italia.

Prima ad essere attaccata fu l’istruzione pubblica, poi vennero svuotati tutti i forzieri delle banche e quelli dei comuni. Mai, nel Sud, la barbaria fu più feroce ed infame.

Il Villardi, che era stato mandato nella capitale a smantellare 1′apparato scolastico napoletano, così ricorda:

“ Pareva che si volesse levar tutto a Napoli. Oggi per esempio, noi abbiamo sciolto l’Accademia delle Belle Arti, mentre si pagano tutti i professori; per l’istruzione secondaria, in una città di cinquecentomila anime, non abbiamo che un liceo di sessanta alunni e questo con un ministro intelligente e pieno di volontà… “.

Ecco, il Regno delle Due Sicilie era finito nelle mani degli eredi di Vittorio Emanuele I, della dinastia più reazionaria d’Europa; quella cioè che, abolendo il Codice Napoleonico, ristabilì l’antica legislazione complicata e senza unità, i privilegi fiscali e l’antica legislazione penale con la fustigazione e, cosa più terribile, proibì i culti ai cattolici perseguitando anche mortalmente ebrei e valdesi e, cosa ancora più abominevole, ridiede tutta l’istruzione nelle mani delle scuole religiose a pagamento, abolendo quelle pubbliche istituite da Napoleone.

Allo stesso modo represse con ferocia i tentativi dei genovesi di riacquistare l’antica dignità e libertà*.

*Tra il 1 e il 10 aprile del 1849, il generale sabaudo Alfonso La Marmora ordinò ai suoi 30.000 bersaglieri il bombardamento di Genova che era insorta contro la tirannìa piemontese.

I bersaglieri misero a sacco la città depredando beni e cose, violentando donne e bambini.

Uccisero circa 600 Genovesi. Vittorio Emanuele II alla fine di quell’azione si congratulò con La Marmora definendo i cittadini di Genova “vile ed inetta razza di canaglie”.

Tutto ciò che era pubblico doveva essere abolito e così le scuole.

Chi non poteva pagarsi l’istruzione, secondo le leggi dei Savoia, doveva rimanere analfabeta e la classe contadina, chiamata dai montanari piemontesi classe infima da erudire con le fucilazioni e le torture.

In pochi mesi il governo piemontese distrusse secoli di cultura, di tradizioni, di storia, secoli di libertà e dignità.

Alla guida dei licei del Regno fu mandata gente illetterata, con il solo scopo di smantellare l’istruzione pubblica e rendere il popolo ignorante e servo.

In poco tempo i piemontesi, sotto la gragnuola di ispettori, vice ispettori, delegati, bidelli, funzionari ed impiegati, quasi tutti venuti dal Piemonte, i quali non conoscevano nemmeno la lingua italiana, “‘nfrancesati” come erano, massacrarono e dissolsero la scuola primaria e secondaria.

Gli scagnozzi e gli scherani di Vittorio Emanuele II, re dei galantuomini e della borghesia cisalpina, i servi del governo della destra storica, ebbero l’ordine di chiudere l’Accademia Napoletana delle Scienze e di Archeologia, famosissima in tutto il mondo, mentre L’Istituto delle Belle Arti fu abolito per decreto.

Mai i Borboni avevano dissacrato la cultura, né la religione, né la dignità dei contadini e degli operai. La scuola superiore era affidata ad uomini di grande reputazione morale e professionalmente preparati.

Ai sovrani napoletani poco importava, se politicamente fossero di idee repubblicane, liberali o legittimiste; sapevano che la matematica o la fisica non potevano essere politicizzate in una scuola seria

Uomini del calibro di Galluppi, Lanza, Flauti, De Luca, Bernardo Quaranta reggevano le cattedre universitarie.

Macedonio Melloni, cacciato da Parma per le sue idee liberali, fu accolto dai Borboni affinché portasse la sua esperienza nella scuola del Regno. Il Melloni era raccomandato presso il Governo Borbonico da Francesco Arago, ardentissimo e passionale repubblicano, ma ai Borboni interessava soprattutto“far funzionare le libere istituzioni nel modo migliore possibile”.

Quasi come adesso…….

Aneddoti

– Nel 1852 Re Ferdinandi I fece un giro d’ispezione per il regno, in una sosta il valletto Galizia gli portò per pranzo due polli ma senza pane.«Non fa nulla» disse il monarca e mandò un ufficiale a prendere due pani. Il pane giunse, ma il re, notando che il principino ereditario mangiava solo il pollo, esclamò: «Né , Ciccí, tu magni senza pane?» Franceschiello si lagnò che era duro e muffito, «Magnatello, e l’avarissi siempe, ‘o magnano i surdati che sono meglio ‘e nuje» gli replicò il padre.

– Ferdinando I, rivolto a un ministro che criticava il Tanucci (a lungo al potere): «Zittati tu, isso è lu maestro, noi siamo li ciucci».

Fonte: Liberamente tratto da srs di Antonio Ciano

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11 Febbraio 2013

di GIANFRANCESCO RUGGERI

Chi abbia studiato un po’ di contro storia risorgimentale saprà che negli ultimi anni la fortezza sabauda di Fenestrelle è stato più volte descritta come luogo di prigionia per migliaia di soldati borbonici che vi sarebbero stati reclusi e uccisi a migliaia. Gli scrittori più infervorati hanno parlato di un vero e proprio lager, di un campo di sterminio ante litteram accumunando la sorte dei soldati borbonici prigionieri a quella dei deportati nazisti.

Nel 2008 a Fenestrelle è stata persino inaugurata una lapide che testualmente recita “Tra il 1860 e il 1861 vennero segregati nella fortezza di Fenestrelle migliaia di soldati dell’esercito delle Due Sicilie, che si erano rifiutati di rinnegare il re e l’antica patria. Pochi tornarono a casa, i più morirono di stenti. I pochi che sanno si inchinano.” Durante l’inaugurazione della lapide si affermò che a Fenestrelle erano morti 8.000 uomini e che i prigionieri meridionali che vi transitarono furono stati 40.000.

È vero tutto ciò?

No, assolutamente no, si tratta di una bufala colossale che Alessandro Barbero, professore di storia all’Università del Piemonte Orientale, ha smascherato in modo ineccepibile con la sua ultima fatica: “I prigionieri dei Savoia – La vera storia della congiura di Fenestrelle”.

Si tratta di un’opera serissima e molto precisa, ben 316 pagine dove minuziosamente vengono ricostruiti con pazienza e precisione gli eventi, basandosi su di un’accurata ricerca archivistica, testimoniata da più di 40 pagine di note.

Allora quanti sono stati i prigionieri borbonici trasferiti a Fenestrelle, quanto vi hanno soggiornato, come sono stati trattati e quanti di loro sono morti in questo presunto campo di stermino?

1) Fra il 9 e il 10 di novembre del 1861 giunse a Fenestrelle una colonna di prigionieri borbonici catturati a Capua il 2 di novembre, in totale si trattava di 1.186, ben lontani quindi dai 40.000 favoleggiati.

2) La maggior parte di questi prigionieri ha soggiornato a Fenestrelle per non più di tre settimane, dato che con una circolare ministeriale del 20 di novembre si prevedeva che tutti i prigionieri borbonici fossero inviati ai depositi e ai reggimenti dell’esercito italiano per esservi arruolati. Anche da Fenestrelle già il 28 di novembre partirono, dotati di viveri per il viaggio, i primi contingenti di prigionieri borbonici, tanto che il primo di dicembre il contingente di prigionieri si era ridotto a 70 uomini, tutti ospedalizzati e per tanto al momento inabili a partire.

3) Sulle condizioni della prigionia e dello sterminio si è detto e scritto di tutto: i soldati borbonici sarebbero stati rieducati col freddo, ovvero in una fortezza posta a 2.000 metri sarebbero stati costretti a vivere in locali da cui erano stati volutamente rimosse porte e finestre, i prigionieri non sarebbero stati in alcun modo curati, l’aspettativa di vita media era pari a 3 mesi, ecc, ecc. È evidente che queste descrizioni che Barbero cita e che campeggiano su internet, ma anche in molti testi che pretendo di avere valore storiografico sono palesemente infondate. Barbero dimostra come i soldati giunti a Fenestrelle, effettivamente stremati dal viaggio, furono regolarmente curati e ospedalizzati, chi a Fenestrelle, chi distaccato in altri ospedali per essere meglio curato, a Pinerolo gli affetti da malattie veneree, a Torino quanti erano stati colpiti da oftalmia bellica. I registri militari parlano chiaro e annotano i movimenti di ogni singolo soldato, pertanto è possibile stabilire quanti furono gli ospedalizzati, che raggiungessero il picco massimo di 143 il 17 di novembre: alla faccia di quanti sostengono che non furono curati! È poi veramente assurda la diceria secondo cui l’aspettativa di vita media a Fenestrelle non superava i tre mesi, dato che la prigionia non ha superato le tre settimane! Infine una nota sulla presunta “correzione con il freddo”, se proprio li si voleva ghiacciare e surgelare, perché mandarli via da Fenestrelle entro il primo di dicembre e non farvi trascorrere invece tutto l’inverno? Per dimostrare l’infondatezza e la mostruosa macchinazione che in questi anni è stata creata ad arte per inventare il caso, Barbero cita un sito internet con tanto di fotografia in bianco e nero di presunti prigionieri borbonici, per lo meno il sito li descrive come tali, peccato che Barbero nel suo certosino lavoro abbia scoperto che l’immagine ritrae in realtà un gruppo di deportati in un campo nazista! La grossolanità delle mistificazioni è tale che persino io, che non sono certo uno storico, ne ho scovata una piccolina: da più parti gli inventori di questa bufala sostengono che il forte di Fenestrelle sia a 2.000 metri di quota, in realtà il forte si trova a 1.200 metri, per cui o si tratta di una voluta esagerazione o di un errore di battitura che è stato ripreso tal quale e in modo acritico da tanti altri scrittori che non hanno verificato neppure i dati più banali: esperti in “copia e incolla”.

4) In definitiva quanti sono stati i prigionieri borbonici morti a Fenestrelle? 5, dicesi cinque, sich, five, cinco, cinq, fünf e sono stati regolarmente annotati sui registri parrocchiali della chiesa di Fenestrelle. Questo dà l’idea di quanto sia colossale la bufala, 5 morti diventano migliaia e migliaia, neppure 1.200 prigionieri diventano decine di migliaia di segregati, tre settimane di prigionia divengono anni e anni con prospettive di vita non superiore ai tre mesi.

Di fronte ai dati dei registri parrocchiali i sostenitori dello sterminio replicano che quelli furono i pochi morti registrati, gli altri sono stati fatti sparire, sciolti nella calce viva e non hanno lascito traccia, neppure negli archivi, neppure in parrocchia: insomma il governo sabaudo scientificamente avrebbe pianificato il loro inconfessabile sterminio.

A parte il fatto che di tutto ciò non esiste uno straccio di prova, l’idea che si volesse sterminare i soldati borbonici è assolutamente insostenibile, perché come ho anticipato più sopra i Savoia e tutti i vari governanti risorgimentali avevano ben altre intenzioni. Non ci pensavano affato a sterminare i borbonici, anzi volevano arruolarli quanto prima e pensavo di inquadrarli rapidamente nelle fila del neo costituito esercito italiano, perché la guerra con l’Austria sarebbe presto ripresa e avevano bisogno di uomini!

Stimavano di poter arruolare almeno 50.000 ex soldati borbonici, erano convinti che liberati dalla schiavitù del Borbone, questi “fratelli italiani” avrebbero gioiosamente aderito alla causa nazionale. A leggere certe cose cascano le braccia, quanto dovevano essere alienati i politici che hanno fatto l’Italia? Come potevano pensare che i soldati borbonici, cui fino al giorno prima i garibaldini avevano sparato addosso, aderissero gioiosamente e si sentissero liberati?

Ciò nonostante la stragrande maggioranza degli ex soldati borbonici venne in seguito arruolata nell’esercito italiano, certo non gioiosamente come credevano gli illusi politici risorgimentali, ma di sicuro senza il minimo spargimento di sangue, al massimo vi furono casi di diserzione o di tentata diserzione e casi di insubordinazione puniti dai tribunali militari.

Anche questi soldati sono stati inviati a Fenestrelle negli anni successivi, perché Fenestrelle era un luogo di punizione, come più tardi lo sarebbe stata Bolzano e poi la Sardegna e vi venivano mandati tutti i soldati problematici compresi quelli sorpresi a commettere reati comuni e reati di camorra. In questi casi non si può più parlare di prigionia, bensì di punizione che consisteva nel trascorrere parte del periodo di leva in forza ai Cacciatori Franchi di stanza al forte, né si può sostenere che la misura abbia colpito solo gli ex soldati borbonici, bensì ha riguardato tutti i neo sudditi italiani: se qualche ex soldato delle Due Sicilie è stato punito per aver urlato “Viva Francesco II, re d’Italia”, al posto di “Viva Vittorio Emanuele, re d’Italia”, allo stesso tempo qualche militare di leva lombardo è stato trasferito a Fenestrelle “per aver impunemente gridato Viva Giuseppe II, Imperatore d’Austria”.

In sintesi non si vuole negare che l’occupazione delle Due Sicilie fu una semplice guerra di conquista e non di liberazione, una aggressione bella e buona, una violenza pura e semplice, ma come dice Oneto, prendere atto e riconoscere questo torto è già sufficiente, non è necessario favoleggiare che il sud fosse un Eldorado, né inventarsi stermini e genocidi che fortunatamente non sono mai esistiti.

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38 Responses to “Fenestrelle, la storia è diversa da come l’hanno raccontata” Subscribe

giorgio 16 Aprile 2013 at 12:22 pm #

Su Fenestrelle gli amici di Borghezio del sud hanno montato una vergognosa e infame speculazione . Tanti infame quanto stupida perche le cifre che loro danno del presunto ” sterminio ” sono cosi’ folli che vengono smentite dalla ragione . Nessuno puo’ essere cosi’ stupido da pensare che ogni giorno centinata di soldati morivano e ” venivano sciolti nella calce ” Intanto perche la calce corrode la carne ma non le ossa . Ci sarebbero enormi fosse comuni con migliaia di scheletri . E poi perche i loro nomi mancherebbero negli archivi dei comuni . Invece ognuno di loro e’ facilente rintracciabile nel loro percorso civile dopo il 1860 ( matrimoni , licenze di vario tipo , morti , cause civili o penali ecc ) chi ha montato questa ignobile farsa ha voluto fare opera di sciacallaggio per motivi politici . Una speculazione infame . Ma il castello di bugie sta crollando . E speriamo che gli infami speculatori rimangono sotto le macerie
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ciro di giacomo 13 Febbraio 2013 at 10:44 pm #

Come da confronto visibile su youtube (neoborbonici contro barbero) barbero ha letto 65 unità archivistiche sulle oltre 2700 presenti nel solo archivio di Torino sul tema e non è mai stato presso altri archivi. E questa sarebbe la ricerca “definitiva”??? Ma di che parla/parlate???
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Lorenzo Terzi 13 Febbraio 2013 at 8:36 pm #

Se questo giornale on line è la continuazione di una testata che si chiamava “Indipendenza” e usciva in forma cartacea, allora non mi meraviglia che abbia dato voce al pallone gonfiato Barbero. Il giornale che conoscevo io era pronto a versare calde lacrime su tutte le forme di indipendentismo, anche le più improbabili e ridicole; salvo fare la faccia feroce di fronte ad analoghe istanze provenienti da Sud.
Quanto a Barbero, costui dice di essere professore di storia medievale. Sarà. Di fatto, ultimamente, è salito agli onori delle gazzette per le sue avventate incursioni nella storia contemporanea. Naturalmente, essendo un anti revisionista, è immediatamente diventato il “golden boy” della storiografia italiana, ospite prediletto delle case di tolleranza televisive pseudoscientifiche gestite da Augias, Angela, eccetera.
Invece si tratta di un ringhioso dilettante, come dimostra la figura da peracottaro rimediata dal “grand’uomo” in occasione dell’incontro da lui sostenuto, a Bari, con il presidente del Movimento Neoborbonico Gennaro De Crescenzo. Se non ci credete, potete guardare il relativo filmato andando al seguente indirizzo web:

Ovviamente la stampa e la TV hanno omesso o del tutto falsato il resoconto di questa “sfida”, dalla quale il professorino “sabaudo” – il cui risentimento è peraltro dettato da bieco campanilismo piemontese, nemmeno da patriottismo italiota – è uscito con le ossa rotte! C’era da aspettarselo: solo in questo sporco paese, unito esclusivamente dall’ipocrisia e dall’avversione alla verità, un tizio del genere avrebbe ancora il coraggio di farsi vedere fuori casa e, addirittura, di continuare a pontificare in televisione!
Riguardo al leghista Oneto, si tratta del solito revisionista “pro domo sua”: ci riserviamo di conciare per le feste, “pubblicisticamente” parlando, a tempo debito.
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Gian 12 Febbraio 2013 at 11:34 pm #

http://www.corriere.it/cultura/12_ottobre_11/stajano-mito-lager-savoia_734bb576-1382-11e2-ad6a-6254024087b3.shtml

articolo sul corriere

http://www.neoborbonici.it/portal/index.php?option=com_content&task=view&id=4262&Itemid=99

e interessante sfida a duello dei neoborbonici…
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Marco 12 Febbraio 2013 at 8:23 pm #

Finalmente uno studio serio che fa chiarezza su questa vicenda.
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Trasea Peto 12 Febbraio 2013 at 5:47 pm #

Mi sono sempre chiesto, ma se sono stati i Piemontesi a conquistare la Sicilia e la Napolitania come mai anche mio nonno non sentiva parlare il piemontese negli uffici pubblici, ma lo stesso italiano pieno di doppie che sento anch’io attualmente?
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fabio ghidotti 12 Febbraio 2013 at 1:50 pm #

per una volta sono d’accordo con Lucano. Non ho la possibilità di giudicare le prove, ma è difficile pensare che dei non mesotalassici abbiano interesse a esagerare le malefatte sabaude contro quella gente. I Piemontesi sono stati capaci di tutto, come ricordato anche da altri commenti. Insistere su questi fatti non è revanscismo di qualunque tipo: è ricordare che la cosidetta “unitàd’italia” non sta in piedi neanche nel nome…
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Gian 12 Febbraio 2013 at 4:18 pm #

che l’unità di italia sia una fesseria è dimostrabile in mille modi, non serve inventarsi uno sterminio inesistente di cui nessuno sapeva nulla fino a che del boca, che non è uno storico, ha scritto un libro.
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Gianni 12 Febbraio 2013 at 1:15 pm #

Sarà come x il famoso Olocausto dove invece di 6 milioni secondo alcuni storici ne morirono 200000 ?Così come secondo questo storico a Fenestrelle invece di migliaia e migliaia di morti ce ne furono 5…Negazionismo o verità?Forse la verità sta nel mezzo?
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onvisentin 12 Febbraio 2013 at 12:31 pm #

non credo alla versione del presente articolo.
che i sabaudi si siano concentrati per anni a massacrare migliaia di civili al sud e, nel contempo, abbiano trattato con i guanti bianchi i soldati borbonici catturati prigionieri… non regge!!!
l’italia (è storicamente provato!) si fonda sulla falsità e sulla menzogna, sul sopruso, sulla violenza e sulla guerra, sui massacri e le ruberie.
l’unico modo di “convincere” i meridionali era l’ammazzarli… o prenderli con la fame e la mafia.
come hanno fatto in veneto.
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Gian 12 Febbraio 2013 at 4:33 pm #

il presente articolo riferisce solo ciò che dice il libro e il libro non è una versione ma uno studio approfondito ed accurato fatto da uno storico che prima di parlare ha scartabellato archivi su archivi.

lo stesso Barbero non si sogna minimamente di smentire come fu condotta la repressione nel sud, ma il fatto che la repressione al sud sia stata condotta in modo brutale non autorizza a ritenere che allora ad ogni angolo d’italia c’era un piemontese che compiva un genocidio.

Continua pure a credere a ciò che vuoi… continua pure a credere che abbiamo una volontà di ferro come scozzesi e irlandesi e che siamo stati piegati solo con la violenza, nel frattempo ieri 7 comuni che potevano passare da una regione a statuto ordinario in una a statuto speciale non son neppure riusciti a raggiungere il quorum… che indomiti, che indomita massa di mollaccioni!

Ci manca solo di credere a certa pubblicistica per completare l’opera.
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Gian 12 Febbraio 2013 at 11:11 pm #

preciso che il mollaccioni era riferito a noi padani, che di certo non dimostriamo combattività, neppure quel minimo che servirebbe per andare a votare in un referendum.
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Trasea Peto 12 Febbraio 2013 at 4:50 pm #

…o si poteva dare loro in gestione interi apparati dello Stato(Regno all’epoca) e questo evidentemente non è stato fatto nelle Venezie, nel litorale o in Sudtirol… Ho le prove! 😀 …basta andare in qualsiasi Ente pubblico o parlare con un carabiniere a caso.
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Lucano 12 Febbraio 2013 at 10:18 am #

L’articolo è pietoso e i commenti non ne parliamo!
la ricostruzione dei fatti operata sui registri parrocchiali (sarebbero queste le prove inoppugnabili?) è semplicemente risibile basta leggere i libri di DEL BOCA (storico Piemontese) o di Giordano Bruno GUERRI (altro storico settentrionale).
Ma poi cosa centra questo con le presunte condizioni di Eldorado del Sud al momento dell’annessione piemontese???
Chi ha mai parlato o scritto di Eldorado?
Non ci sono state stermini?? allora questo Ruggeri sei legga questo:

http://it.wikipedia.org/wiki/Massacro_di_Pontelandolfo_e_Casalduni

La realtà è un altra: questa è subcultura da bar!
ma dove volete andare voi??? compratevi un bel bigliardo e invitate quello con le K cisalpino, a farvi divertire
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Gian 12 Febbraio 2013 at 12:41 pm #

ancora una volta si fa casino, si mescola casalduni con fenestrelle senza sapere di cosa si parla.

per del boca ho già risposto, si legga il libro di barbero e vedrà come smonta pezzo a pezzo il libro di del boca.

buona lettura.
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Lucano 12 Febbraio 2013 at 4:34 pm #

Si mescola?? chi scrive: non è necessario favoleggiare che il sud fosse un Eldorado, né inventarsi stermini e genocidi che fortunatamente non sono mai esistiti??

Ma chi ha favoleggiato di presunti eldorado?? ha mai letto Giustino Fortunato? o lei è uno studioso da inteRnet?
gli stermini non sono esistiti? e Casalduni cos’è?

ulteriore sciocchezza: quanto al rifiuto di arruolarsi di cui parla La Marmora questo è confermato dai fatti, finchè i soldati furono considerati prigionieri di guerra e gli si chiedeva volontariamente di passare nelle file dell’esercito sabaudo credendo che si sentissero fratelli italiani appena liberati. Quando con la circolare del 20 dicembre 1860, si è stabilito che tutte le provincie del sud italia entravano a far parte del nuovo regno e che i prigionieri non era più tali, ma sudditi e avrebbero dovuto e non pouto fare la leva come gli altri, l’hanno fatta, a malincuore come gli altri, ma l’hanno fatta!

Certo che l’anno fatta ma a MALINCUORE!! chi non la faceva si dava alla macchia!! Ha mai sentito parlare di legge Pica? di fucilazioni e barbarie variie??
guardi qua..
http://www.storiadelleimmagini.it/2011/06/fotografie-di-briganti/
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Gian 12 Febbraio 2013 at 11:17 pm #

quando uno non vuol capire non c’è niente da fare…
quando uno vuole continuamente mescolare quello che è successo nel sud italia con quello che NON è successo a fenestrelle per il solo scopo di avere ragione, il discorso non porta da nessuna parte.

adesso rispondi ancora una volta che nel sud c’è stata la repressione dura, fai altri 28 messaggi, poi magari al 29 renditi conto che l’esistenza di un repressione dura dei cosiddetti briganti, per quanto sia riconosciuta da tutti, non conferma l’esistenza di uno sterminio a 2000 metri di quota.
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maurizio 11 Febbraio 2013 at 11:24 pm #

Civiltà cattolica scrive: (la chiesa non vedeva di buon occhio i Piemontesi, questo è bene dirlo) ma questo fu scritto:
«Per vincere la resistenza dei prigionieri di guerra, già trasportati in Piemonte e in Lombardia, si ebbe ricorso a uno spediente crudele e disumano, che fa fremere. Quei meschinelli appena coperti da cenci di tela e rifiniti di fame furono fatti scortare nelle gelide casematte di Fenestrelle e d’altri luoghi posti nei più aspri luoghi delle Alpi. Uomini nati e cresciuti in clima caldo e dolce come quello delle Due Sicilie, eccoli gittati, peggio che non si fa coi negri schiavi, a spasimar di fame e di stento fra le ghiacciaie! E ciò perché fedeli al loro giuramento militare ed al legittimo Re».
Le parole del Generale Lamarmora a Cavour:
“Non ti devo lasciar ignorare che i prigionieri Napoletani dimostrano un pessimo spirito. Su 1600 che si trovano a Milano non arriveranno a 100 quelli che acconsenton a prendere servizio. Sono tutti coperti di rogna e di vermina, moltissimi affetti da mal d’occhi o da mal venereo e quel che è piú dimostrano avversione a prendere da noi servizio. Ieri a taluni che con arroganza pretendevano aver il diritto di andar a casa perché non volevano prestare un nuovo giuramento, avendo giurato fedeltà a Francesco II, gli rinfacciai che per il loro Re erano scappati, e ora per la Patria comune, e per il Re eletto si rifiutavan a servire, che erano un branco di carogne che avressimo trovato modo di metterli alla ragione. Non so per verità che cosa si potrà fare di questa canaglia, e per carità non si pensi a levare da questi Reggimenti altre Compagnie surrogandole con questa feccia. I giovani forse potremo utilizzarli, ma i vecchi, e son molti, bisogna disfarsene al piú presto”.
Arruolarli era difficile, per stessa ammisione del Generale Lamarmora. Disfarsene al più presto fa pensare subito ai lager nazisti. Smettetela con i termine borbonici, cercare la verità non significa piangersi o appartenere a questo o a quella fazione.
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Gian 12 Febbraio 2013 at 12:39 pm #

la storia fatta con i “fa pensare” partorisce i mostri!!!!

disfarsene al più presto significa che sono stati mandatati o al Corpo Veterani o in congedo illimitato, così come gli ammogliati! Non diciamo scemenze! Migliaia di soldati borbonici delle leve precedenti il 1857 che erano ancora in servizio sotto Francesco II sono stati rimandati a casa, perchè non ritenuti idonei, così come molti soldati ammogliati, perchè l’esercito sabaudo non permetteva ai militari di sposarsi.

a un certo punto lo stesso La Marmora scrisse di non mandare più nessuno ai Veterani perchè il corpo era già strabocchevole!!!!!!!!!!!!!!! Ne avevano troppi e se tu conoscessi la Relazione Torre, che era beneventano e non un piemontese, sapresti che racconta come il 1 giugno del 1861 il corpo Veterani contava già 7328 uomini e che hai veterani si mandavano quanti pur non essendo più abili per la guerra non avrebbero avuto altro modo per vivere!!!!! altro che sterminio!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

quanto al rifiuto di arruolarsi di cui parla La Marmora questo è confermato dai fatti, finchè i soldati furono considerati prigionieri di guerra e gli si chiedeva volontariamente di passare nelle file dell’esercito sabaudo credendo che si sentissero fratelli italiani appena liberati. Quando con la circolare del 20 dicembre 1860, si è stabilito che tutte le provincie del sud italia entravano a far parte del nuovo regno e che i prigionieri non era più tali, ma sudditi e avrebbero dovuto e non pouto fare la leva come gli altri, l’hanno fatta, a malincuore come gli altri, ma l’hanno fatta!

non capisco perchè non li si possa chiamare borbonici, io non ci trovo nulla di offensivo in questo termine e non lo uso certo con l’intenzione di offendere.
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maurizio 19 Febbraio 2013 at 2:06 am #

che i sabaudi si siano concentrati per anni a massacrare migliaia di civili al sud e, nel contempo, abbiano trattato con i guanti bianchi i soldati borbonici catturati prigionieri… non è credibile. Ci sono prove che hanno processato per brigantaggio bambini di 11 e 7 anni, fucilato bimbe di 9 anni.
Il termine usato dal Generale Lamarmora “bisogna disfarsene al piú presto” proprio contestualizzando assume un significato sinistro. Lei, invece, non contestualizza, è questo non la rende obiettivo.

Il termine Borbonico è usato in senso dispregiativo, anche se il suo significato profondo non è negativo per chi conosce la loro storia. Hanno compiuto misfatti peggiori i Savoia e di gran lunga, è questo è un fatto.
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angin51 11 Febbraio 2013 at 7:44 pm #

Beh… Uno storico 2″professore di storia all’Università del Piemonte Orientale” ha finalmente scoperto e provato che i Piemontesi erano e sono “brava gente”.
Lapalassiano.
Angelo Pierobon
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Giovanni S. 11 Febbraio 2013 at 7:36 pm #

Il professor PAUL RASSINIER, socialista francese , arrestato e torturato dalla Gestapo, fu deportato nel campo di sterminio di Buchenwald. Sopravvissuto, nell’immediato dopoguerra scrisse il libro “Le menzogne di Ulisse”, in cui ha affermato che ci sono “PROVE INOPPUGNABILI” che i nazisti non avevano mai organizzato l’annientamento degli Ebrei. E che non ci sono prove che attestano l’esistenza delle camere a gas. Si è scoperto successivamente che il professore, deluso dai “compagni” socialisti, molti dei quali di origine ebraica, aveva iniziato a frequentare ed a condividere le idee del fascista-collaborazionista Maurice Bardèche. Il professor MARTIN BROSZAT,tedesco, Direttore dell’Istituto di Storia Contemporanea dell’Università di Monaco di B.,riprendeva le affermazioni dell’ex deportato Rassinier e, da “onesto” patriota tedesco, riproponeva in un suo scritto del 1960 che a Dachau e Buchenwald, con “PROVE INOPPUGNABILI”, non c’erano camere a gas. L’illustre professore universitario ROBERT FAURISSON, docente nell’ateneo di Lione, riprese le argomentazioni dei due predetti e scrisse che , con “PROVE INOPPUGNABILI”, le camere a gas non erano mai esistite, che i forni servivano a sterminare i pidocchi (causa dell’alta mortalità tra gli internati) , e che fosse tecnicamente impossibile annientare un così grande numero di persone in “locali” così angusti. Il suo scritto fu pubblicato nel 1978 nella rivista di estrema destra del suindicato fascista-collaborazionista M.Bardèche. Ora un professore universitario piemontese, con “PROVE INOPPUGNABILI”, smentisce l’annientamento di migliaia di prigionieri borbonici a Fenestrelle, attestato, da oltre un secolo, da testimonianze di sopravvissuti e da decine di storici. A questo punto, ritengo che il tedesco Broszat fosse anche convinto, con “PROVE INOPPUGNABILI” che i forni dei lager servissero a preparare enormi pizze-formato-famiglia per sfamare gli Ebrei pigri ed inappetenti. E che il piemontese Barbero, anche lui con “PROVE INOPPUGNABILI” , abbia intuito che i prigionieri borbonici fossero stati inviati a Fenestrelle dal suo corregionale, il magnanimo generale Govone, per imparare a sciare.
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Luca 11 Febbraio 2013 at 10:16 pm #

La differenza sta nel fatto che mentre gli studiosi da te citati cercavano di smentire la storiografia “ufficiale”, condivisa da pressochè tutti gli storici, riguardante l’olocausto, il professor Barbero col suo libro smonta le tesi di una piccola minoranza interessata e arrabbiata.
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Giovanni S. 12 Febbraio 2013 at 3:16 am #

Chi abbia letto documenti o libri inerenti il trattamento dei prigionieri, catturati alla fine dei sanguinosi conflitti del XIX e XX secolo, sa che la preoccupazione dei vincitori -in caso di progettata eliminazione fisica dei detenuti- era quella di non lasciare prove. Per evitare,poi, successive accuse o processi. Esemplare l’eliminazione degli Armeni da parte dei Turchi (1915-16) : oltre 1 milione di persone. Oggi , tutti sanno che sono stati sterminati, ma pochissime sono le prove rinvenute. Anche i nazisti usarono procedure analoghe. I deportati avviati all’immediata eliminazione nelle camere a gas, subito dopo l’arrivo nel lager, non venivano registrati. Al contrario di quelli più “sani”, avviati al lavoro. Pertanto, l’affermazione del Ruggeri “..non esiste uno straccio di prova” è semplicemente ridicola ! La maggior parte degli storici che hanno indagato sull’argomento (Palatucci, Izzo, Grilli, Del Boca, ecc..)confermano che su 80.000 prigionieri borbonici, 40.000 fecero ritorno a casa ed altri 40.000(ritenuti inaffidabili) furono avviati nei campi di prigionia del Nord (Fenestrelle, Priamar, S:Maurizio Canavese, ecc..). Di questi, 8.000 furono rilasciati successivamente. E così ebbero la possibilità di emigrare in Francia, nel Veneto(austriaco), in Svizzera e negli Stati Uniti. E gli altri 32.000 ? Scrive lo storico piemontese Lorenzo del Boca : “Fenestrelle..a 1200 metri..per essere certi che lassù..la vita dei prigionieri fosse davvero dura, i piemontesi si preoccuparono di strappare le finestre dei dormitori..Quanti morti ? Quanti storpiati per sempre? Quanti lasciati impazzire dal dolore ?..Certo le vittime dovettero essere migliaia..Morti senza onore, senza tombe..ecc.” (LORENZO DEL BOCA- MALEDETTI SAVOIA- PIEMME POCKET 2001, pag.145-146). A proposito della mancata registrazione degli uccisi, a Gaeta, città assediata (1860-61) e distrutta dai piemontesi, i vincitori -guidati dal “mansueto” Cialdini- continuarono vergognosamente a fucilare civili e militari prigionieri, anche dopo la resa. In quella città, un secolo dopo (1961), degli operai scavavano per costruire una scuola. Improvvisamente “Si trovarono di fronte ad uno spettacolo orrendo : trovarono una fossa profonda 12 metri., 20 di diametro, piena di scheletri. Erano i resti di dei partigiani e civili di idee borboniche fucilati dai piemontesi…ossa umane per trasportare le quali , nel cimitero di Gaeta, gli operai impiegarono un mese; si contarono circa 2.000 scheletri. Che indossavano cappotti borbonici..l’ultimo mezzo metro della fossa era impregnato di sangue..”(GIORDANO B. GUERRI- IL SANGUE DEL SUD- MONDADORI 2010, pag.68).Per l’esimio storico Barbero e per il succitato Ruggeri, gli scheletri contenuti nella fossa non costituiscono uno “straccio di prova” sui crimini commessi dai piemontesi , perché i nomi delle vittime(con divise borboniche) non sono stati annotati dagli assassini sui..registri parrocchiali !
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Gian 12 Febbraio 2013 at 12:13 pm #

però se si vuole discutere di storia è un conto se si vuole fare solo casino è un altro. Nè io né tanto meno barbero abbiamo parlato di Gaeta o della repressione del sud italia, non mescoliamo tutto per buttarla in vacca, perchè non sappiamo cosa altro dire.

secondo non è affatto vero che non vi sono prove dello sterminio degli armeni, diplomatici internazionali tedeschi ne hanno descritto buona parte delle persecuzioni.

aggiungiamo poi che gli armeni e gli ebrei hanno ben chiaro nelle loro coscienza di popolo il ridordo di ciò che han patito, non hanno bisogno del libro di Del Boca per ricordarselo, com’è che fino a 10 anni fa nessuno ne sapeva nulla a Napoli e dintorni?

per quanto riguarda il campo di San Maurizio è un’altra palla mostruosa leggiti il libro di Barbero e lo scoprirai.

come è una palla mostruosa che i prigionieri borbonici fossero 80.000, perchè non dici che erano 180.000 mila così puoi parlare di uno streminio di 100.000 in più?

infine Del Boca: Berbero definisce il suo libro “un ammasso di falsità e di errori”: a dire il vero si tratta di errori anche grossolani tanto che sostiene che nel campo di San Maurizio, aperto nell’agosto del 1861, siano transitati anche i prigionieri pontifici, già tutti liberati nel novembre del 1860.

ma per favore…
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Giovanni S. 12 Febbraio 2013 at 6:56 pm #

Sulle stragi degli Armeni, è risaputo che esistono testimonianze di diplomatici e libri , come “Quattro anni sotto la mezzaluna” dell’ufficiale turco , di origine venezuelana, Rafael Mendez. O il best seller di F.Werfel. Ma io, a proposito di prove, mi riferivo ai “parametri padani” adottati dal Prof. Barbero e dal suo recensore Ruggeri. Parametri che, per essere attendibili, devono essere basati “su di un’accurata ricerca archivistica”. Quindi non fondati anche su testimonianze soggettive (per me validissime) ma soltanto su registrazioni tratte da REGISTRI MILITARI e REGISTRI PARROCCHIALI, come quelli compilati dai carnefici piemontesi di Fenestrelle (sic) . Questa è l’onestà professionale del suo prof. Barbero ! Lei poi aggiunge “..fino a dieci anni fa nessuno ne sapeva niente, a Napoli e dintorni..” Lei vaneggia ! Il piemontese Del Boca non è stato il primo a descrivere questi massacri. Il giornale “L’Armonia”, lo storico De Sivo, già in quegli anni, raccontavano le testimonianze dei pochi superstiti sul trattamento subito in quei luoghi. L’ambasciatrice statunitense a Torino, C.Marsh, in un suo libro (Un’americana alla corte dei Savoia-Allemandi,Torino 2006) scriveva : “..a Fenestrelle ci siano quasi seimila prigionieri ed è un numero eccessivo che potrebbe causare problemi”(pag.20). G.Di Fiore scrive :”A Fenestrelle ci fu il maggior numero di morti. La calce viva scioglieva i corpi di chi non ce l’aveva fatta a superare il rigore del freddo e della fame …morti senza lapidi e senza identità. IN NUMERO MAGGIORE DI QUELLI REGISTRATI…si usò una grande vasca di calce viva per gettarvi i cadaveri..la vasca dietro la chiesa principale del forte..” (G.DI FIORE-CONTROSTORIA DELL’UNITA’ D’ITALIA-RIZZOLI 2011, pag.178). Quanto al totale del numero dei prigionieri meridionali , Lei definisce “una palla mostruosa” il numero di 80.000 individui. Vada a leggersi gli atti parlamentari del Senato piemontese del 1861. Intervento del Ministro della Guerra Della Rovere : “80.000 prigionieri meridionali rifiutarono di servire sotto la bandiera italiana “. Chi vomita “palle mostruose” ? Che la ferocia dei “liberatori” fosse ormai conosciuta in tutta Europa lo attestano tante testimonianze. Nonostante la censura degli invasori. Il deputato Mancini, in Parlamento, disse : “Preferisco non fare rivelazioni di cui l’Europa potrebbe inorridire”. Lord Lennox riuscì ad ottenere il permesso di visitare le prigioni dove erano detenuti i soldati napoletani. Infrangendo, con un sotterfugio, la disposizione impartita dal Ministro dell’Interno di Torino, che vietava il permesso agli stranieri. Dagli atti del parlamento Inglese (8 maggio 1863) : “la descrizione di queste prigioni[piemontesi] ha fatto fremere d’orrore tutti i cuori di questa assemblea..[bisogna ]impegnare il governo inglese ..perchè si interponga a prevenire la continuazione delle atrocità[piemontesi]..”. Al senato francese, il generale Gemeau accenna alla differenza che si fa tra polacchi e napoletani . I primi definiti insorti, i secondi [per i piemontesi] briganti. E nel 1920 A.Gramsci :”Lo Stato Sabaudo..una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le Isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri, che SCRITTORI SARDI (=settentrionali) TENTARONO DI INFAMARE COL MARCHIO DI BRIGANTI”. E , a quanto pare, tipi come Barbero, Ruggeri ed altri..hanno ereditato il compito di continuare a disinformare.
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Gian 12 Febbraio 2013 at 11:23 pm #

ancora un altro che non vuol capire, quello che è successo al sud non giustifica un presunto sterminio pianificato a fenestrelle, dove 6000 prigionieri, più la guarnigione neppure ci stavano.

quanto agli autori che lei cita, sono tutti dettagliatamente presenti nel testo di barbero che ne conosce tutti i testi, li richiama tutti, cita in molti casi i medesimi passa e li smonta sistematicamente uno a uno. vi è un intero capitolo destinato al del boca, izzo, l’alfiere, di fiore, ecc,

vada a leggerselo e poi mandi una letterina dettagliata di controdeduzioni a Barbero, però con tanto di note e di ricerca archivistica.
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Giovanni S. 13 Febbraio 2013 at 12:51 am #

È Lei che si rifiuta di capire. Che me ne faccio di uno ” storico” che afferma che Fenestrelle era un ameno “sanatorio alpino” , dove i prigionieri venivano ospedalizzati, curati, rimessi a nuovo e rinviati felici a casa. Perché ciò è attestato dalle registrazioni della parrocchia della fortezza e dagli archivi dell’esercito piemontese. Figuriamoci…Il revisionismo padano continua la tradizione censoria della storiografia sabauda, di cui parlava Gramsci. Io leggero’ il libro, come ho letto Faurisson. Che ha scritto un sacco di stupidaggini perché è un mascalzone nazistoide.
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Marco 12 Febbraio 2013 at 1:19 pm #

Bè allora è più coraggioso Rasssinier di questo storico piemontese che difende le verità ufficiali dei vincitori.Ad es la verità ufficiale ci dice l’evasione fiscale è la prima causa dei problemi italiani,e quindi gli storici e gli scrittori che fanno libri sui 220 000 milioni evasi contro una piccola minoranza interessata e arrabbiata sono più autorevoli?
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Gian 12 Febbraio 2013 at 12:08 am #

in realtà è vero l’esatto contrario, non è che Barbero ha prove inoppugnabili, sono gli altri, quelli che sostengono lo sterminio dei borbonici che non hanno uno straccio di prova!!!!!!! si citano l’un l’altro, se la cantano e se la suonano tra di loro, fanno a gara a chi la spara più grossa, ma non sanno neppure dove è Fenestrelle, che non è a 2.000 metri di quota!!!!!!

La verità fa male…
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Unione Cisalpina 11 Febbraio 2013 at 4:33 pm #

la rete è intasata, su kuesti argomenti, dai merdionali levantin_borbonici tutti presi dal loro solito fervore furbistiko di stravolgere verità e storia x farsi vanto d’un passato ke, miserabile kome il presente, li vede sempre pezzenti, violenti, truffatori e ladri, di giustizia, dignità, verità e vita civile morale e produttiva degna … ieri kome oggi …
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Meridionale 19 Giugno 2013 at 12:35 am #

Tralasciando le barbarie e gli stermini commessi dai piemontesi-massoni che si vantano di essere gli artefici dell’unità d’italia, che con le armi e l’inganno hanno sottomesso il popolo meridionale e grazie ai mafiosi e camorristi del posto hanno mantenuto il controllo per un secolo. Di una cosa noi meridionali dobbiamo essere orgogliosi: visto che ci avete depredati di tutto, siamo migrati al nord e vi abbiamo ammorbato la vita e adesso voi siete una piccola minoranza e noi vi controlliamo… e voi schiattate dalla rabbia. hahahahahahhaahaha e dopo di noi sono arrivati i musulmani ……. ancora peggio !
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Luca 11 Febbraio 2013 at 4:17 pm #

Ed ecco che un altro baluardo dei meridionalisti d’accatto finisce nel cestino.
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joe 11 Febbraio 2013 at 4:13 pm #

Bene, smascheriamo la mitologia neoborbonico-italiota.
Alla pagliacciata della lapide fra l’altro partecipò il clown mardano Porkezzio sempre pronto ad arruffianarsi neobarbonici e napoletani vari.
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Trasea Peto 11 Febbraio 2013 at 4:09 pm #

Di sicuro l’Esercito, Polizia e Carabinieri attuali sono borbonici e non me li ricordi diversamente. Addirittura il corpo degli alpini di alpino ha solamente il nome…
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oirevas 13 Febbraio 2013 at 6:53 pm #

Due settentrionali a quel tempo furono persone oneste nei confronti del sud; il generale Alfonso Lamarmora con i suoi rapporti militari da cui ne trasse la sua relazione l’onorevole milanese Antonio Mosca dando una motivazione sociale e non politica al fenomeno insurrezionale, chiamato poi brigantaggio. Ma questo ai baroni, politici del sud non andava bene e così fecero loro una commissione d’inchiesta, guidata da Giuseppe Massari, parlamentare di Taranto (del sud) che li definì briganti, assassini, mangiatori di carne umana, bevitori di sangue e………l’elenco è lunghissimo (leggere la relazione Massari). In forza di questa relazione un altro parlamentare del sud, l’abbruzzese Giuseppe Pica propose una legge che prese poi il suo nome
(legge Pica) questa istituiiva la legge marziale nelle zone dove avveniva il fenomeno del brigantaggio. Incaricato di farla rispettare fù il generale Cialdini che da militare obbedì agli ordini, che altro poteva fare un militare? noi del sud dobbiamo finirla di piangerci addosso, e se vogliamo fare un po’ di revisionismo storico cominciamo a togliere il nome dalle strade e le statue da tutte le città della puglia e dell’abruzzo, intitolate a quei due signori. Ancora una cosa, nessuno si chiede perchè non insorsero le città del meridione? Indaghino gli storici su questo , troveranno molti nomi di camorristi che diventarono poliziotti. Signori con questo non voglio significare che sono contro la mia gente, siamo stati trattati molto malamente all’unità d’Italia, perchè siamo stati traditi dai nostri stessi fratelli.
Reply
Giovanni S. 14 Febbraio 2013 at 4:49 pm #

Seguendo le Sue argomentazioni, Petain e Quisling erano i peggiori criminali dei loro ripetitivi Paesi (Francia e Norvegia), responsabili dell’invasione e dell’occupazione tedesca. Invece,Hitler, Himmler,ed i capi delle forze armate naziste erano, come Lamarmora e Cialdini, persone per bene. Che meravigliosa obiettività..
Reply
Lucky 11 Febbraio 2013 at 3:51 pm #

http://www.pbmstoria.it/dizionari/storiografia/lemmi/033.htm

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