Armenia, la strage delle innocenti

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Clero ortodosso armenoClero ortodosso armenoCresce, nel paese fiero delle proprie radici cristiane, il fenomeno dell’aborto selettivo ai danni delle nasciture. Ogni anno 1400 bambine non arrivano alla nascita: un tabù per la chiesa ortodossa

Giorgio Bernardelli
Roma

 Non è una Paese per bambine: ben 114 maschi contro 100 femmine alla nascita, quando invece le proporzioni normali non dovrebbero andare mai oltre un rapporto di 105 a 100. Sembrerebbero le cronache sull’aborto selettivo – la triste pratica di interrompere la gravidanza se si scopre che a nascere sarà una femmina – che abbiamo purtroppo letto tante volte dall’India o dalla Cina. E proprio di questo fenomeno stiamo parlando. Che ora, però, si scopre essere molto diffuso anche in un Paese come l’Armenia. Cioè in una terra molto fiera delle proprie radici cristiane e che solitamente fa notizia per la memoria del genocidio subito all’inizio del Novecento proprio in nome di questa identità.

A lanciare l’allarme è stato, alcune settimane, fa il Consiglio d’Europa, che ha approvato una risoluzione nella quale – condannando la pratica dell’aborto selettivo – si cita il fatto che questo dramma è molto diffuso anche nei Balcani. Pochi giorni dopo il tema è stato ripreso da un articolo di denuncia pubblicato dalla giornalista armena Nanore Barsoumian sul settimanale Armenian Weekly. E il quadro che emerge è molto inquietante: l’abbinamento tra l’abitudine all’aborto facile lasciato in eredità in Armenia dagli anni dell’Unione Sovietica e una mentalità non proprio amica delle donne tuttora radicatissima, fa sì che nel Paese i tassi di squilibrio tra i due sessi alla nascita viaggino a livelli cinesi. Con alle spalle anche pratiche del tutto illegali ma evidentemente tollerate: in Armenia, infatti, l’aborto sarebbe ammesso solo entro la dodicesima settimana, prima dunque di conoscere il sesso del nascituro. La sezione armena dell’Unpfa (il dipartimento dell’Onu sulla popolazione) è arrivata addirittura a proporre una stima: sarebbero almeno 1.400 ogni anno le bambine che nel Paese non arrivano alla nascita solo perché all’ecografia vengono riconosciute come femmine.

L’articolo di Nanore Barsoumian ha sollevato un vivace dibattito tra i lettori del sito del settimanale armeno. E più di uno ha chiamato in causa il silenzio del locale patriarcato su questo tema così scottante. Del resto gli armeni amano ricordare di essere stati i primi ad adottare il cristianesimo come religione di Stato: già nell’anno 301 dopo Cristo, infatti – dodici anni prima dell’Editto di Costantino – re Tiridate si convertì a quel Vangelo che in Armenia, secondo la tradizione, avrebbero annunciato per primi gli apostoli Bartolomeo e Giuda Taddeo. E la Chiesa apostolica armena – antica Chiesa orientale che prese una strada differente rispetto a Roma già ai tempi del Concilio di Calcedonia – è stata nei secoli il baluardo dell’identità di questo popolo dalla storia tanto travagliata.

Le statistiche ufficiali classificano oltre il 98 per cento degli armeni come cristiani (anche se non bisogna dimenticare l’eredità dell’ateismo di massa predicato anche qui a lungo dal comunismo sovietico). Come molte Chiese d’Oriente, però, anche quella armena è sempre stata molto restia a condannare pubblicamente l’aborto. Nel 1995, interpellato sulla questione dal Washington Post durante un viaggio negli Stati Uniti, l’allora guida della Chiesa apostolica armena Karekin I spiegò: «Noi non emettiamo pronunciamenti dogmatici o imposizioni di principi. Quando una persona è nutrita dal cristianesimo e la sua coscienza è formata da principi cristiani, quella persona deve essere libera nell’affrontare questioni specifiche come quella dell’aborto. La Chiesa non deve essere coinvolta in questo tipo di dettagli. Gesù non ha mai imposto nulla ai suoi discepoli».

L’atteggiamento non sembra essere mutato con il suo successore Karekin II, catholicos degli armeni dal 1999. Che nel suo recente messaggio di Natale – diffuso il 6 gennaio scorso – ha criticato il mondo moderno «appesantito da difficoltà, privazioni, contraddizioni e conflitti costruiti dall’uomo». E ha anche aggiunto che «il rifiuto di Cristo e dei suoi comandamenti fa nascere guerre e tragedie, minaccia il nostro pianeta, diviene causa di un indebolimento dell’anima e dello spirito, come per l’interruzione violenta della vita donata da Dio». Riguardo a queste ultime parole, però, ha offerto solo due esemplificazioni: l’omicidio e il suicidio. La questione delle bambine non nate, evidentemente, per la Chiesa apostolica armena resta ancora un tabù.

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La Chiesa armena

Con questo articolo iniziamo una visita alle Chiese Orientali presenti in Terra Santa. Iniziamo con la Chiesa Armena, perché l’Armenia è stata la prima nazione del mondo a proclamarsi cristiana. La sua conversione risale al 299, quando nell’impero romano si stava preparando la persecuzione di Diocleziano.


GLI ARMENI. CHI SONO, DA DOVE VENGONO?

Benché la leggenda faccia risalire a Noè l’origine del popolo armeno, sembra che solo nel sec. VI a.C. gli Armeni si siano costituiti come popolo intorno al monte Ararat, nelle scoscese catene del Caucaso. L’Armeno è un popolo venuto dalla fusione degli abitanti dell’antico regno di Urartu con tribù indoeuropee venute dalla Frigia. La prima notizia storica ci viene da un’iscrizione cuneiforme dell’epoca degli achemenidi’ la dinastia persiana fondata da Ciro intorno al 550 a.C..

Nel II sec. a.C. gli Armeni erano già uno stato indipendente. Uno dei suoi re, Tigràn il Grande (95-55 a.C.), conquistò la Cappadocia ed estese il suo dominio sino alla Fenicia, sulla costa mediterranea. Un’espansione molto breve, perché nel 67 a.C. i Romani ridimensionarono Tigràn.

Tra gli anni 310-313 il re Tiridate II (287-330) si convertì´ al Cristianesimo ad opera di S. Gregorio l’Illuminatore, e proclamò il Cristianesimo religione di stato. Da questo momento la fede cristiana, insieme alla lingua armena, sarà la componente più dinamica dell’anima nazionale.

Conquistato nel 642 a sangue e fuoco dai Musulmani, il paese fu superficialmente occupato e risparmiato dalla islamizzazione. A partire dal sec. IX la dinastia locale dei Bagratidi, che scelse Ani come capitale, assicurò all’Armenia una certa prosperità e un notevole rinascimento artistico.

Conquistata nel 1071 dalle orde turche Seleucidi che devastarono tutta l’Armenia, una parte della nazione, con i regnanti a capo, emigrò in terra bizantina, installandosi tra le montagne del Tauro e della Cilicia. Qui, nel 1073, fondarono il principato dell’Armenia Minore e, nel 1198, un regno che durò fino al 1375. Ebbe relazioni molto strette con i Crociati, ai quali gli Armeni prestarono aiuto militare. A Edessa si costituì un principato Armeno Franco che durò mezzo secolo.

UN POPOLO MARTIRE
Le comunità armene dell’Armenia Maggiore e dell’Armenia Minore caddero nei sec. XV-XVI una dopo l’altra sotto la dominazione dei Turchi Ottomani, nella quale gli Armeni vissero in relativa prosperità, grazie alla loro indole intraprendente e all’amore per il lavoro. I problemi spuntarono a metà del secolo scorso, quando le idee di uguaglianza, progresso e autonomia venute dall’Occidente si propagarono tra le minoranze cristiane dell’impero turco. L’applicazione concreta di tali idee di libertà porterà al genocidio del popolo armeno.

In effetti, nel 1894 un rumore di “complotto armeno” si estese per tutta la penisola turca dell’Anatolia. La reazione dei Turchi fu brutale: furono assassinati almeno 300 mila Armeni, mentre 100 mila emigrarono fuori dell’impero- Nel 1909 ci furono altri massacri in Adana e a Antiochia: erano solo il preludio del genocidio perpetrato durante la guerra mondiale del 1915-18: più di un milione e mezzo di Armeni persero la vita e fuggirono dalla terra che li aveva visti nascere.

Terminate le guerre e le stragi, gli Armeni del Caucaso, che da un secolo erano sotto il dominio russo, approfittarono della rivoluzione bolscevica, che aveva disarticolato le basi dello stato, per proclamare un’Armenia indipendente (28 maggio 1918). L’indipendenza durò fino al 29 novembre 1920, quando Sovietici e Turchi si spartirono il Paese.

Gli Armeni scampati al genocidio turco si stabilirono per lo più in Siria e in Libano, allora sotto il mandato francese, e a poco a poco ricostituirono le proprie istituzioni comunitarie.

La caduta del Comunismo in Armenia ha permesso di realizzare nel 1991 l’antico sogno nazionale: l’indipendenza di Hayastan (la terra dei Hayk, Armeni). Oggi l’Armenia è una piccola repubblica di 3.300.000 abitanti; la capitale è Erevan, la superficie è di 29 mila km 2. Tener presente che il trattato di Sèvres nel 1920 aveva stabilito non 29, ma 72 mila km quadrati. Fa piacere ricordare che l’attuale presidente dell’Armenia, Levon Petrossian, fu battezzato nella chiesa francescana di Terra Santa di Kesab (Siria) e compì le scuole elementari nella stessa scuola parrocchiale.

INIZI DELLA CHIESA ARMENA
La tradizione riferisce che furono gli apostoli Bartolomeo e Giuda Taddeo gli evangelizzatori dell’Armenia. E’ più sicuro affermare che l’evangelizzazione fu opera di missionari della Siria e della Cappadocia. Fu così vigorosa che verso il 299 il re Tiridate TI si convertì al Cristianesimo con il suo popolo. Il promotore di questo cambio fu S. Gregorio l’Illuminatore, figura prominente del Cristianesimo armeno.

Aggregata inizialmente alla Chiesa metropolitana di Cesarea di Cappadocia, in territorio romano, la Chiesa armena si proclama autonoma ai primi del sec. V, sotto la giurisdizione di una specie di patriarca che prende il nome di catholicòs (arcivescovo che ha dei suffraganei). Tale titolo era dato primitivamente al capo di una comunità cristiana fuori dei confini dell’impero romano-bizantino, fuori cioè della giurisdizione dei patriarchi. Attualmente conservano il titolo di Catholicòs i capi delle Chiese armena, nestoriana e georgiana.

A partire dal sec. IV si consolidano le istituzioni ecclesiastiche armene e si forma la liturgia, fortemente influenzata dall’antico rito di Gerusalemme. Al tempo stesso si crea l’alfabeto armeno che la tradizione attribuisce al monaco Mesrop (360-440); ciò permette di tradurre nella lingua nazionale i testi liturgici scritti fino ad allora in greco e in siriaco.

LA CHIESA ARMENA SI SEPARA DALLA CHIESA CATTOLICA
Nel 451 a Calcedonia ci fu il Concilio ecumenico che definì le due nature, umana e divina, nell’unica persona del Cristo. Benché la Chiesa armena, impegnata in guerre coi Persiani, non partecipasse ai dibattiti conciliari, tuttavia le decisioni del concilio furono accolte con diffidenza, dato che il potere imperiale bizantino aveva partecipato attivamente alle conclusioni conciliari. Tutto questo, col fatto che i vescovi monofisiti della Siria (sostenitori della sola natura divina del Cristo) furono i primi a informare i prelati armeni intorno alle definizioni di Calcedonia, e con l’aggiunta dei problemi di traduzione dei termini teologici greci di natura e persona, spinse la Chiesa armena a rifiutare le decisioni conciliari e a separarsi quindi dalla Chiesa cattolica. Due concili nazionali, celebrati nel 506 e nel primo centenario di Calcedonia (551), confermarono il rifiuto e l’adesione al monofisismo. Solo alcuni vescovi armeni ricusarono di condannare le decisioni calcedonesi: e questo causò all’interno della Chiesa armena uno scisma che durò lungo tempo.

Tale situazione di allontanamento dalla Chiesa universale durerà fino ai sec. XI-XIII, quando la Chiesa latina, rappresentata dai Crociati, suscitò tra gli Armeni, movimenti unionisti. Così il catholicòs Nersès IV (1166-1173) consacrò la sua vita a un’intesa fra Armeni, Greci e Latini. Durante la prima metà del 1200 si arrivò a stabilire un’effimera unione con Roma. Era il tempo in cui Domenicani e Francescani si erano lanciati all’evangelizzazione delle regioni dell’Armenia Minore, convertendo molti al Cattolicesimo romano, senza però giungere a formare una Chiesa cattolica paraIlela. Durante il Concilio di Firenze (1439) i rappresentanti armeni sottoscrissero l’atto di unione a Roma. Senza dubbio, fu una decisione senza effetti pratici.

UNA CHIESA, 4 PATRIARCHI
Fino al sec. XI la Chiesa armena era unita sotto un unico patriarca, il catholicòs di Etchmiadzìn, città santa degli Armeni. Con il grande esodo armeno in Cilicia, dove si fondò nel 1073 il principato dell’Armenia Minore, il catholicòs di Etchmiadzìn lasciò la sua sede del Caucaso per installarsi nella nuova patria armena. Nel 1293 si stabilisce a Sis, capitale della Cilicia. Questo trasferimento della sede patriarcale rese più profondo il solco fra le – due Armenie, la Maggiore del Caucaso, che rimase senza capo spirituale, e la Minore di Cilicia.

Vent’anni più tardi, nel 1311, il vescovo armeno di Gerusalemrne, insoddisfatto dell’avvicinamento tra gli Armeni di Cilicia e Roma, prende il titolo di patriarca, confermato ufficialmente dal sultano d’Egitto. Un secolo dopo, nel 1441, è la volta dell’Armenia di Caucaso che, sentendo la necessità di avere un capo spirituale, nominano un nuovo catholicòs con giurisdizione sugli Armeni dell’Armenia Maggiore.

Il quarto patriarcato ha inizio sotto la zione dei Turchi ottoman). Alcuni anni dopo la conquista di Costantinopoli i Turchi favoriscono l’istituzione di un patriarcato nella capitale (1461) con giurisdizione civile e ecclesiastica sopra tutti gli Armeni dell’impero.

E’ così che la Chiesa armena ortodossa risulta divisa fino ad oggi in quattro strutture autonome: il catholicòs di Etchmeadzìn e quello di Sis; i patriarchi di Gerusalemme e di Costantinopoli. Tra essi l’unico elemento di interdipendenza è il riconoscimento del primato d’onore del catholicòs di Etchmiadzìn.

I1 catholicòs di Sis, fondato nel 1293, continuò fino al 1921. Il genocidio degli anni 1915-18 costrinse il patriarca a trasferire la sue sede prima a Aleppo e poi, nel 1930, a Antelias, al nord di Beirut, dove attualmente risiede. Ha giurisdizione sopra gli Armeni del Libano, Siria e parse della diaspora: in tutto un 400 mila fedeli.

I1 patriarca di Gerusalemme ha giurisdizione sugli Armeni di Terra Santa e Giordania (4 mila fedeli). Risiede a Gerusalemme, nel monastero di S. Giacomo il Maggiore, centro religioso e sociale degli Armeni in TS. Infatti, intorno a questo monastero si è sviluppato un quartiere interamente abitato dagli Armeni con le loro chiese, il seminario, scuole, associazioni, biblioteca con 50 mila volumi, tipografia e museo d’arte religiosa. Il patriarca di Gerusalemme è eletto dalla fraternità di S. Giacomo composta da 60 membri, tra cui i monaci del monastero, e, per la maggior parse, da secolari. Egli è assistito da quattro vescovi, il primo dei quali ha il titolo di Gran Sacrista ed è, al tempo stesso, superiore del monastero.

Il patriarcato è proprietario dei seguenti santuari: due cappelle al S. Sepolcro, una cappella nella chiesa della Natività a Betlemme; la- chiesa di S. Giacomo Maggiore eretta sul luogo del suo martirio, le case di Anna e Caifa. Con i Francescani e i Greci ortodossi è comproprietario della Tomba del Signore e della Grotta della Natività.

LA CHIESA ARMENA CATTOLICA
La Chiesa armena cattolica non è nata nelle montagne del Caucaso come la sorella ortodossa, chiamata anche georgiana, ma negli ambienti arabizzati della Siria e del Libano, lontana dalle influenze dei due catholicòs di Etchmiadzin e di Sis. L’origine di questa Chiesa è frutto dello zelo apostolico dei missionari gesuiti, carmelitani e cappuccini, a partire dal sec. XVI. Facilitava la conversione il fatto di non aver serie divergenze teologiche tra Armeni ortodossi e cattolici, dato che il monofisismo dei primi è solo nominale. Per questo gli Armeni ortodossi non sono considerati eretici, ma scismatici, cioè separati dalla Chiesa universale.

Nel 1740 un sinodo di vescovi armeni uniti a Roma elegge il primo patriarca cattolico di rito armeno nella persona dell’arcivescovo di Aleppo, Abraham Ardzivian, che era stato deposto dalla sue sede per aver abbracciato la fede cattolica. Ricevuta la conferma ufficiale del Papa, il nuovo patriarca si stabilisce provvisoriamente in Kraim, in Libano. I1 suo successore stabilisce nel 1749 la sue residenza ufficiale nel monastero di S. Maria di Bzummar sulle montagne libanesi. Al tempo stesso cominiciano a svilupparsi le strutture episcopali della nuova Chiesa in Aleppo, Palestina, Cilicia, Anatolia e Alta Mesopotamia. Nel frattempo la Chiesa armena ortodossa opponeva forte resistenza a quella cattolica fino a ricorrere al braccio secolare ottomano “per ricondurre i ribelli della nazione armena”. Solo nel 1831 gli Armeni cattolici ottennero dal Sultano di sottoporsi all’autorità del, patriarca ortodosso dal quale dipendevano civilmente. Il patriarca cattolico Pietro IX riunisce per la prima volta nella sue persona i due poteri, religioso e civile, della comunità cattolica e stabilisce la sue sede a Costantinopoli, dove rimarrà fino al 1928.

La prima guerra mondiale fu disastrosa anche per gli Armeni cattolici dell’Anatolia turca: praticamente sparirono dalla carte geografica; per questo trasferirono la loro sede patriarcale a Bzommar.

La giurisdizione del patriarca cattolico, oggi nella persona di Giovanni XVIII Kasparian, si estende su tutti gli Armeni cattolici d’Oriente e della diaspora. Conta quattro archidiocesi: Beirut, Aleppo, Istambul, Bagdad; otto diocesi: due in Siria, una rispettivamente in Iran, Egitto, Grecia, Francia, Romania; tre esarcati: Gerusalemme, Argentina, Europa Unita. Nell’Armenia indipendente vi è un arcivescovo cattolico con il titolo di “Arcivescovo degli Armeni di Sebaste”.

A questa Chiesa appartengono la congregazione dei Mekitaristi, divisi in due rami: quello dell’isola di S. Lazzaro a Venezia (fondata nel 1717) e quello di Vienna (dal 1800); e le monache dell’Immacolata Concezione, fondate nel 1852.

In Gerusalemme il patriarcato cattolico è rappresentato da un vescovo, senza clero, con il titolo di I esarca; ha giurisdizione sopra gli Armeni cattolici in Terra Santa (ca 400) e di Giordania. L’attuale esarca è il vescovo Andrea Bedoghlian e , prima di lui per tre anni e mezzo, P. Basilio Talatinian. La residenza vescovile è alla IV Stazione della Via Crucis, dove possiede la chiesa annessa dedicata a “S. Maria dello Spasimo”.

Dal sec. XIX esistono anche Armeni protestanti, riuniti nella “Unione delle Chiese Armene”. Gli aderenti sono circa 150 mila.

© copyright 1998

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Breve storia del genocidio armeno

 scritto  da Matteo Miele

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La notte del 24 aprile 1915 iniziava l’orrendo e sistematico sterminio del popolo armeno nei territori dell’Impero ottomano. L’obiettivo dei Giovani Turchi, organizzazione nazionalista nata all’inizio del XX secolo, era quello di creare uno stato nazionale turco, sul modello dei nuovi paesi europei nati nell’Ottocento. imgs/GenocidioArmeno00.jpgCreare dunque la Turchia e unirla con il mondo turcofono dell’Asia centrale (il Turkestan). Gli armeni, cristiani ed indoeuropei, erano l’ostacolo più evidente da eliminare per portare a termine il sogno nazionalista di un immenso territorio che dal Mediterraneo arrivasse fino allo Xinjiang cinese. Il primo passo era la nascita di un nuovo Paese abitato soltanto da turchi. Le popolazioni cristiane, che per secoli si erano organizzate in diversi millet (le comunità religiose e nazionali) dovevano sparire dal territorio. La definizione “Stato nazionale” prevede un paese linguisticamente e culturalmente omogeneo, con una popolazione composta in larga misura da un unico gruppo etnico e dove le altre popolazioni si limitano a piccole minoranze (l’Italia ne è un esempio). L’idea dei Giovani Turchi era dunque quella di conseguire con la forza le condizioni che la storia non aveva realizzato. Armeni, greci, assiri, le tre più importanti comunità cristiane, erano i primi obiettivi. Inizialmente i Giovani Turchi si servirono anche dei curdi (iranici, ma musulmani) per portare avanti le stragi.

imgs/GenocidioArmeno0.jpgGli armeni erano stati i primi al mondo a dichiarare il Cristianesimo religione ufficiale del proprio Paese, nell’anno 301. Secondo la tradizione la fondazione della Chiesa armena viene fatta risalire a Taddeo e Bartolomeo (due apostoli di Gesù), ma fu solo all’inizio del IV secolo che San Gregorio Illuminatore battezzò il re armeno Tiridate III. Da allora il Cristianesimo è diventato il pilastro dell’identità armena. Religione e cultura furono i segni distintivi degli armeni, per secoli sotto dominazioni straniere. In ogni casa, anche la più povera, non mancano mai i libri e nelle biblioteche è possibile scovare antichi volumi a forma di bottiglia per nasconderli meglio dal furore distruttivo degli invasori e preservare la propria storia e il proprio futuro. Prima di convertirsi al Vangelo, Tiridate aveva fatto rinchiudere San Gregorio in un pozzo sul quale oggi sorge il monastero di Khor Virap, dal quale è possibile ammirare il Monte Ararat, simbolo dell’Armenia. Secondo la Bibbia fu proprio sulle alture dell’Ararat che l’arca di Noè si sarebbe fermata.

imgs/GenocidioArmeno1.jpgIl genocidio del 1915 iniziò però lontano dall’Ararat, a molti chilometri di distanza dall’Armenia storica: a Costantinopoli nella notte del 24 aprile, nelle case degli intellettuali, degli studiosi, dei poeti. Poi, sistematicamente, il massacro andò avanti più a Oriente, nelle terre abitate da millenni dal popolo armeno. Uccidendo gli uomini e deportando i bambini e le donne nel deserto siriano, dove morirono per la fame e per la sete, abbandonati. Ad alcuni bambini vennero inchiodati ai piedi i ferri di cavallo. I beni sequestrati andarono ad arricchire alcune famiglie turche. Fu il Medz Yeghern, il “Grande Male”.

imgs/GenocidioArmeno2.jpgOggi gran parte dell’Armenia storica si trova in territorio turco. In primo luogo per via del genocidio che annientò le vite di un milione e mezzo di armeni. E poi per il tradimento delle potenze occidentali che nel 1923 firmarono a Losanna un nuovo trattato che annullava quello di Sévres del 1920, che avrebbe dovuto dare vita a un’Armenia indipendente nel territorio dell’Armenia storica, secondo quanto voluto dal presidente americano Woodrow Wilson. Agli armeni non rimase dunque che una piccola porzione di territorio, la Repubblica democratica armena che, entrata a far parte dell’Unione Sovietica all’inizio degli anni ‘20, ritroverà l’indipendenza solo nel 1991. Nell’Armenia occidentale restarono solo chiese diroccate, monasteri deserti, villaggi abbandonati. La cattedrale di Akhtamar, importantissimo centro della cristianità armena su un’isola del lago di Van, è stata trasformata pochi anni fa in un museo dal governo turco. I nomi stessi di quei luoghi sono monumenti dolorosi di un mondo distrutto dall’odio nazionalista che tuttora continua sistematicamente a negare le proprie responsabilità.

imgs/GenocidioArmeno3.jpgLa storiografia ufficiale turca cerca infatti di inserire i massacri all’interno della Prima guerra mondiale, negando un piano specifico di sterminio dell’intera popolazione armena. Il solo nominare la parola “genocidio” in Turchia può costare diversi anni di carcere e il riconoscimento da parte di un paese terzo porta regolarmente alle proteste di Ankara. In realtà la Grande guerra fu solo un’utile circostanza per condurre a termine un progetto ideato molto prima. Il massacro di Adana del 1909 e prima ancora i massacri hamidiani di fine Ottocento ne sono tragiche prove, così come aver accompagnato al genocidio armeno, il genocidio assiro ed il genocidio greco. Oggi anche l’Ararat si trova oltreconfine, in territorio turco. Può essere contemplato da Yerevan, la capitale della Repubblica armena, ma quella frontiera così vicina rimane forse la più imponente testimonianza della tragedia.

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Nel 1914 la situazione armena peggiora irrimediabilmente. In quell’anno infatti il governo turco, che ha messo il proprio paese in mano all’imperialismo tedesco, decide di entrare in guerra a fianco degli imperi centrali e subito si lancia alla conquista dei territori azeri “irredenti”. La Terza Armata turca, impreparata, male equipaggiata, mandata allo sbaraglio in condizioni climatiche ostili, viene presto sbaragliata a Sarikamish nel gennaio 1915 dalle forze russe.

I capi dei Giovani Turchi sfruttano la guerra commercialmente, senza ritegno. L’esercito turco indica i responsabili della disfatta negli armeni che, allo scoppio della guerra avevano comunque assicurato il proprio sostegno all’impresa turca. Il clima si fa sempre più teso e, tra il dicembre del 1914 ed il febbraio del 1915, il comitato centrale del partito Unione e Progresso, diretto dai medici Nazim e Behaeddine Chakir, decide la soppressione totale degli armeni. Vengono creati speciali battaglioni irregolari, detti tchété, in cui militano molti detenuti comuni appositamente liberati; essi hanno addirittura autorità sui governi ed i prefetti locali e quindi godono di un potere pressoché assoluto.

Nel novembre 1914 Russia, Francia, Inghilterra e altri paesi dell’Intesa dichiararono guerra alla Turchia, che si era alleata alla Germania. Francia e Inghilterra presero a bombardare le fortezze turche sui Dardanelli; i russi entrarono nella regione armena della Turchia orientale.

Temendo che gli armeni potessero diventare un pericoloso nemico interno, alleato delle potenze dell’Intesa, già nel primo anno della guerra l’esercito regolare turco, insieme a bande armate curde, prese a sterminarli in maniera sistematica. Stessa sorte subiscono gli aissori, che vivevano in Turchia, e particolarmente oppresse sono anche le etnie di origine araba.

In quegli anni il governo ultra-nazionalista varò una politica di deportazione degli Armeni le cui aspirazioni all’indipendenza, sostenute dai paesi occidentali, minacciavano ulteriormente la coesione dell’Impero Ottomano già in piena disintegrazione. ”Lo stato ottomano è esclusivamente turco (…) la presenza di elementi stranieri è utilizzata dagli europei come pretesto per un intervento”, si legge in un documento del governo del 1915.

E ancora: ”Il diritto degli Armeni di vivere e di lavorare in Turchia è totalmente abolito”. Gli Armeni – denominati ”il pericolo interno”, perché sospettati di avere collaborato col nemico russo durante la prima guerra mondiale. E’ il primo del XX secolo.

Il genocidio degli armeni può essere considerato il prototipo dei genocidi del XX secolo. La pianificazione avviene tra il dicembre del 1914 e il febbraio del 1915 con l’aiuto di consiglieri tedeschi, alleati della Turchia all’interno del primo conflitto mondiale. L’obiettivo era di risolvere alla radice la questione degli armeni, popolazione cristiana che guardava all’occidente.

Il movente fondamentale è da ricercarsi all’interno dell’ideologia panturchista, che ispira l’azione di governo dei Giovani Turchi, determinati a riformare lo Stato su una base nazionalista, e quindi sull’omogeneità etnica e religiosa. La popolazione armena, di religione cristiana, che aveva assorbito gli ideali dello stato di diritto di stampo occidentale, con le sue richieste di autonomia avrebbe potuto costituire un ostacolo ed opporsi al progetto governativo.

La motivazione principale del genocidio è stata quindi di tipo politico. L’obiettivo degli ottomani era la cancellazione della comunità armena come soggetto storico, culturale e soprattutto politico. Non secondaria fu la rapina dei beni e delle terre degli armeni.

Le responsabilità maggiori dell’ideazione e dell’attuazione del progetto di sistematico genocidio vanno dunque individuate all’interno del partito dei Giovani Turchi, “Ittihad ve Terraki” (Unione e Progresso). L’ala più intransigente del comitato centrale del partito ha pianificato il genocidio attraverso una struttura paramilitare, l’Organizzazione Speciale (O.S.), diretta da due medici, Nazim e Chakir.

L’O.S. dipendeva dal Ministero della Guerra e attuò il genocidio con la supervisione del Ministero dell’Interno e la collaborazione del Ministero della Giustizia. I politici responsabili dell’esecuzione del genocidio furono: Talaat, Enver, Djemal. Mustafa Kemal, detto Ataturk, ha completato e avallato l’opera dei Giovani Turchi, sia con nuovi massacri, sia con la negazione delle responsabilità dei crimini commessi.

Il piano turco comincia a realizzarsi verso la prima metà del 1915, quando il governo prende provvedimenti anti-armeni anche fuori delle zone di guerra. Il 24 aprile, a Costantinopoli, nel corso di una gigantesca retata, circa 500 esponenti del Movimento Armeno vennero incarcerati e poi strangolati con filo di ferro nelle prigioni.

Lo sterminio prosegue con la soppressione della comunità di Costantinopoli ed in particolare della ricca ed operosa borghesia armena: tra il 24, che resta a segnare la data commemorativa del genocidio, e il 25 aprile, 2.345 armeni (intellettuali, sacerdoti, dirigenti politici, professionisti) vengono arrestati e uccisi, mentre tra il maggio e il luglio del 1915 vengono sterminati gli armeni delle province orientali di Erzerum, Bitlis, Van, Diyarbakir, Trebisonda, Sivas e Kharput. Solo i residenti della provincia di Van riescono a riparare in Russia grazie ad una provvidenziale avanzata dell’esercito russo. Quanto più i russi penetravano nel territorio turco, tanto più i turchi infierivano sugli armeni. (1)

Nelle città, a maggio, viene diffuso un bando che intima alla popolazione armena della Turchia orientale di prepararsi per essere deportata in campi di concentramento nel sud del paese, a centinaia di chilometri di distanza dalle loro abitazioni (in Siria e in Mesopotamia). Gli armeni avevano pochissimi giorni di tempo per vendere tutti i loro beni e prepararsi alla partenza. Sia il decreto provvisorio di deportazione sia quello di conquista dei beni non sono mai stati ratificati dal parlamento turco.

Stando ad un rapporto ufficiale del console statunitense ad Ankara, nel luglio 1915, duemila soldati di etnia armena, reduci dalla campagna del Caucaso, vennero improvvisamente disarmati dai turchi e spediti in catene nella regione della città di Kharput con il pretesto di utilizzarli nella costruzione di una strada. Ma giunti in una vallata, i militari armeni vennero circondati da un battaglione della polizia turca e massacrati a colpi di moschetto. Tutti i cadaveri vennero poi scaraventati in una profonda grotta.

Identico destino toccò ad altri 2.500 militari armeni, anch’essi condotti nei pressi di una cava di pietra, in località Diyarbakir, e lì trucidati da un grosso reparto misto formato da soldati e miliziani curdi. Sempre secondo i resoconti dei diplomatici statunitensi, i corpi delle vittime vennero seviziati, spogliati e lasciati a marcire nella cava.

Nel giugno 1916, dopo aver eliminato circa 150.000 militari di origine armena, i turchi decisero di fare fuori anche un terzo degli operai armeni impiegati nella costruzione e manutenzione dell’importante linea ferroviaria Berlino-Costantinopoli-Baghdad. Ma a questo punto, gli alleati tedeschi e austriaci, che da tempo avevano palesato il loro disappunto per le orrende carneficine, denunciarono finalmente, e in maniera ufficiale, le atrocità turche. L’ambasciatore tedesco a Costantinopoli, il conte von Wolff-Metternich, si precipitò alla Sublime Porta, accusando direttamente Taalat Pascià e il Ministro degli Esteri Halil Pascià “di inutili crudeltà e persino di atti di sabotaggio”. Tuttavia, le vibranti proteste dell’ambasciatore lasciarono impassibili i capi ottomani. Tutti i soldati armeni (“Battaglioni operai”) che prestavano servizio militare regolare nell’esercito turco (cosa resa possibile da quando i Giovani Turchi era saliti al potere) furono eliminati di nascosto.

Molti ufficiali e sottufficiali armeni, scampati ai massacri, tentarono di organizzare sui monti la resistenza. Nell’aprile 1915, nella città di Van, alcune migliaia di civili armeni riuscirono a disarmare la locale guarnigione turca, barricandosi nel nucleo urbano dove resistettero per molti giorni alla controffensiva ottomana e curda; fino all’arrivo, provvidenziale, di una divisione di cavalleria russa che nel mese maggio liberò dall’assedio quei disperati.

Eguale successo ebbe poi la famosa resistenza del massiccio montuoso del Musa Dagh, nei pressi di Antiochia (Golfo di Alessandretta). Su questo acrocoro non meno di 4.000 armeni resistettero per ben quaranta giorni agli attacchi dei reparti regolari dell’esercito ottomano e dei “volontari” civili turchi, segnando una delle pagine più eroiche della storia del popolo armeno. Alla fine, proprio quando la resistenza sembrava dover cedere di fronte alle preponderanza dell’avversario, i reduci vennero salvati dal provvidenziale arrivo nel Golfo di Alessandretta di una squadra navale francese che riuscì in gran parte a trarli in salvo (l’epopea del Musa Dagh venne in seguito narrata da Franz Werfel nel suo celebre romanzo storico “I quaranta giorni di Musa Dah”).

Altri tentativi di resistenza non ebbero la medesima fortuna, come accadde ad Urfa. Qui, tutta la guarnigione armena, composta di ex-militari e civili, dovette soccombere alle soverchianti forze ottomane che, a battaglia conclusa, massacrarono tutti i difensori ancora in vita, compresi i feriti.

Verso l’autunno del 1915, una volta eliminata la parte più giovane e combattiva della nazione armena, il Ministero degli Interni ottomano iniziò a pianificare lo sterminio di tutti gli adulti di età superiore ai 45 anni, che fino ad allora erano stati risparmiati perché ritenuti necessari al lavoro delle campagne, e degli ultimi prelati. Come testimonia questo brano tratto da un dispaccio inviato dal Ministro Taalat Pascià al governatore turco di Aleppo il 15 settembre 1915. “Siete già stato informato del fatto che il governo, su ordine del partito (Unione e Progresso), ha deciso di sterminare l’intera popolazione armena… Occorre la vostra massima collaborazione… Non sia usata pietà per nessuno, tanto meno per le donne, i bambini, gli invalidi… Per quanto tragici possano sembrare i metodi di questo sterminio, occorre agire senza alcuno scrupolo di coscienza e con la massima celerità ed efficienza. Coloro i quali si oppongono a questo ordine non possono continuare a rimanere negli organici dell’amministrazione dell’impero”.

In effetti in certi casi alcuni governatori (i vali) turchi, (come quello di Angora, città nella quale vivevano 20.000 armeni), mostrarono pietà nei confronti degli armeni, arrivando anche a disubbidire alle direttive del governo. Tanto che, nel luglio del ’15, il governatore di Ankara – che si era opposto agli stermini – venne subito rimosso e sostituito con un funzionario più zelante.

Per risparmiare denaro e per razionalizzare al massimo l’operazione, la giunta dei Giovani Turchi avviò una deportazione di massa (dalla quale talvolta vennero però risparmiati i medici o i tecnici utili al governo, come accadde nella città di Kayseri) in modo da concentrare in pochi siti isolati tutti gli armeni ancora in vita. Una delle destinazioni prescelte fu la desolata e poverissima regione siriana di Deir al-Zor, dove, dopo una marcia a piedi di centinaia di chilometri, intere famiglie armene vennero ammassate e trucidate nei modi più raccapriccianti, tanto da sollevare le inutili proteste di un gruppo di ufficiali tedeschi e austriaci che assistette a quei tragici eventi. Queste deportazioni vennero architettate anche per facilitare l’esproprio dei beni immobili armeni. Abbandonata la precedente prassi della distruzione dei villaggi, molti dirigenti del partito dei Giovani Turchi e moltissimi funzionari di polizia e comandanti delle famigerate bande a cavallo curde ebbero modo di arricchirsi proprio in virtù di questi lasciti forzati.

Taalat Pascià, divenuto Gran Visir, arrivò addirittura addirittura a chiedere all’ambasciatore americano Morgenthau “l’elenco delle assicurazioni sulla vita che gli armeni più ricchi (deceduti nei campi di sterminio) avevano precedentemente stipulato con compagnie americane, in modo da consentire al Governo di incassare gli utili delle polizze”.

Nell’inverno del ’15 il rappresentante tedesco a Costantinopoli, conte Wolff-Metternich denunciò, in una missiva inviata a Berlino, questa “orribile prassi”, accusando nuovamente i Giovani Turchi di “tradimento nei confronti della comune causa tedesco-ottomana”. L’ambasciatore tedesco agì in maniera talmente diretta da indurre Enver Pascià e Taalat Pascià a chiederne a Berlino la sua sostituzione, cosa che in effetti avvenne nel 1916. A testimonianza delle dimensioni del fenomeno “espropriazioni”, dopo la fine della guerra, nel 1919, lo scrittore e storico tedesco J. Lepsius nel suo Deutschland und Armenien stimò che nel 1916 “i profitti derivati all’oligarchia dei Giovani Turchi e ai suoi lacché dai beni rapinati agli armeni fossero arrivati a toccare la cifra astronomica di un miliardo di marchi”.

Dunque, gli uomini non più giovani, le donne e i bambini furono selvaggiamente depredati, rapiti o uccisi o islamizzati a forza o, nel caso delle donne più giovani, inviate negli harem da militari turchi e bande curde lungo il tragitto. Le carovane dei deportati venivano sistematicamente assalite anche da bande di malfattori fatte uscire appositamente dal carcere per costituire la cosiddetta “Teskilate maksuse” (Organizzazione Speciale), il cui compito era proprio quello di sterminare gli armeni, la stragrande maggioranza dei quali infatti non riuscì neppure ad arrivare nei campi di concentramento.

Lungo il cammino, i prigionieri, lasciati senza cibo, acqua e scorta, muoiono a migliaia, anche perché scoppiarono terribili epidemie di tifo e vaiolo. D’altra parte per i pochi sopravvissuti la sorte non sarà migliore: periranno di stenti nel deserto o bruciati vivi, rinchiusi in caverne o annegati nel fiume Eufrate e nel Mar Nero. A queste atrocità scamperanno solo i pochi armeni di Costantinopoli vicini alle ambasciate europee, quelli di Smirne, protetti dal generale tedesco Liman von Sanders, gli armeni del Libano e quelli palestinesi.

Nell’autunno del 1918, quando le forze inglesi del generale Edmund Allenby dopo avere sconfitto i turco-tedeschi a Megiddo, occuparono la Palestina e la Siria, trovarono ancora in vita nei bordelli alcune decine di ragazze armene, tutte marchiate a fuoco dagli stenti e dalle malattie veneree. Sorte ancora peggiore toccò ai bambini armeni rinchiusi nei campi siriani. Gran parte di questi vennero infatti sottratti alle madri e inviati anch’essi in bordelli per omosessuali o in speciali orfanotrofi per essere rieducati come turchi musulmani da Halidé Edib Adivart, una mostruosa virago alla quale il governatore della Siria aveva affidato il compito di “raddrizzare la schiena alla ribelle gioventù armena”.

Nelle regioni orientali e settentrionali dell’Impero Ottomano, la situazione delle comunità armene che erano riuscite a trovare rifugio nelle valli del Caucaso si fece improvvisamente drammatica. In seguito alla rivoluzione bolscevica del 1917, l’esercito russo aveva infatti iniziato a ritirarsi dall’Anatolia orientale e dalla Ciscaucasia, abbandonando gli armeni al loro destino. Rioccupata l’importante città-fortezza di Kars, le forze ottomane, ormai libere di agire, iniziarono una meticolosa caccia all’uomo, arrivando a sopprimere circa 19.000 persone in poche settimane. Identica sorte che toccò a quei profughi cristiani che, rifugiatisi preventivamente in Transcaucasia, soprattutto in Georgia e nella regione caspica di Baku, vennero massacrati dalle locali minoranze mussulmane tartare e cecene. Nel settembre del ’18, nella sola area di Baku furono eliminati 30.000 armeni.

La comunità armena contava circa 1.800.000 persone: solo 600.000 riuscirono a salvarsi, o perché scapparono in Russia, o perché vivevano nella parte occidentale della Turchia. In pratica i 2/3 della popolazione armena residente nell’impero ottomano è stata soppressa, e regioni per millenni abitate da armeni non vedranno più in futuro nemmeno uno di essi. Circa 100.000 bambini vennero prelevati da famiglie turche o curde e da esse allevati, smarrendo così la propria fede e la propria lingua. Nel 1927 il primo censimento della Repubblica turca indicò che la popolazione armena ammontava a sole 123.602 persone.

L’intervento del Vaticano, tramite il papa Benedetto XV, non produsse alcun effetto, in funzione anche del fatto che i turchi avevano proclamato la guerra santa.

Successivamente, approfittando degli sconvolgimenti in corso in Russia a causa della rivoluzione, gli armeni sotto il controllo dell’impero zarista si ribellarono e il 28 maggio 1918 dichiararono la propria indipendenza.

In seguito, dopo la presa di alcuni territori nell’Armenia turca, verrà proclamata la nascita della Repubblica Armena. Durante i lavori del Trattato di Sevrès venne perfino riconosciuta l’indipendenza al popolo armeno e la sua sovranità su gran parte dei territori dell’Armenia storica ma, come altre volte in futuro, tutto resterà solo sulla carta. Infatti il successivo Trattato di Losanna (1923) annullerà il precedente, negando al popolo armeno persino il riconoscimento della sua stessa esistenza.

La caduta del regime turco alla fine del conflitto mondiale e la seguente ascesa alla guida del paese di Kemal Ataturk non cambiò la situazione. Infatti, tra il 1920 e il 1922, con l’attacco alla Cilicia armena ed il massacro di Smirne, il nuovo governo portò a compimento il genocidio.

I PROCESSI

La disfatta ottomana nella grande guerra spinse i principali responsabili del genocidio ad abbandonare il paese e molti di essi fuggirono in Germania. Quando, nell’ottobre 1918, la Turchia si arrese alle forze dell’Intesa, i principali dirigenti e responsabili del partito dei Giovani Turchi e del Comitato di Unione e Progresso vennero arrestati dagli inglesi e internati per un breve periodo a Malta. Successivamente, un tribunale militare turco condannò a morte, in contumacia, Enver Pascià, Ahmed Gemal e Nazim, accusati di avere architettato e portato a compimento, tra il 1914 e il 1918, l’olocausto armeno.

A loro carico venne intentato un processo svoltosi nel 1919 a Costantinopoli sotto la direzione di Damad Ferid Pascià. Lo scopo non era evidentemente quello di rendere giustizia al martoriato popolo armeno, ma di addossare le colpe dell’accaduto sulle spalle dei Giovani Turchi, discolpando al tempo stesso la nazione turca in quanto tale.

Il risvolto pratico del processo fu minimo, in quanto, nei confronti dei condannati, non vennero mai presentate richieste di estradizione e successivamente i verdetti della corte vennero annullati. L’importanza del procedimento sta comunque nel fatto che, durante il suo svolgimento, vennero raccolte molte testimonianze che descrivevano le varie fasi del genocidio, a partire proprio dalle dichiarazioni di chi ne era stato artefice.

Altri processi vennero tenuti a riguardo di specifiche situazioni. A seguito di quello per i massacri del convoglio di Yozgat venne condannato il vice-governatore Kemal. Nel processo di Trebisonda si ammise la responsabilità del governatore e si descrisse il modo in cui venivano perpetrati gli annegamenti di donne e bambini. Nel processo per il massacro nella città di Karput venne giudicato in contumacia Behaeddin Chakir e si descrisse dettagliatamente il ruolo dell’Organizzazione Speciale.

A seguito però della riluttanza delle autorità turche ed alleate ad eseguire le sentenze da loro stesse emesse, il partito Dashnag creò un’organizzazione di giustizieri armeni che si incaricò di eliminare alcuni tra i principali responsabili del genocidio. Vennero così freddati Behaeddin Chakir, Djemal Azmi (il boia di Trebisonda), Djemal Pascià (componente del triumvirato dirigente dei Giovani Turchi) e l’ex Ministro degli Interni Talaat, ucciso per le strade di Berlino il 15 marzo del 1921 da Solomon Tehlirian. In quest’ultimo caso le colpe a carico di Talaat emerse durante il processo furono talmente terrificanti da far assolvere Tehlirian per l’omicidio da lui compiuto.

Enver Pascià, il più intelligente e “idealista” dei Giovani Turchi, il propugnatore fanatico e determinato del Pan-Turanismo, si rifugiò tra le tribù turche della remota regione asiatica centrale di Bukhara, dove pensava di portare a compimento la realizzazione del suo sogno, cioè la creazione di una Grande Nazione Turca.

Agli inizi degli anni Venti Enver si mise a capo di una rivolta turco-mussulmana contro il potere sovietico. Ma il 4 luglio 1922, egli venne circondato con il suo piccolo esercito da un grosso reparto bolscevico (combinazione guidato da un ufficiale armeno) e ucciso. Con la morte di Enver tramontava per sempre il progetto revanchista, di chiara matrice nazionalista e razzista, che non soltanto aveva trascinato la Turchia nel disastro del Primo Conflitto, ma che aveva contribuito a riaccendere l’atavico e mai sopito odio della popolazione turca nei confronti della minoranza armena cristiana.

Oggi, a distanza di tanti anni, quell’impetuoso rigurgito di intolleranza etnico-religiosa che scatenò la persecuzione contro gli armeni, sta – paradossalmente – interessando un’altra minoranza, quella curda, che da colpevole fiancheggiatrice di una strage si è trasformata a sua volta in vittima di una logica di persecuzione spietata.

Nel 1991 a seguito della dissoluzione dell’URSS è nata la Repubblica Armena sulle ceneri dell’ex Repubblica Sovietica Armena. Il 90% dell’Armenia storica, comunque rimane sotto il controllo della Turchia che, oltre a non voler ammettere alcuna responsabilità riguardo al genocidio, rifiuta categoricamente la restituzione anche parziale dei territori da loro occupati.

Nel 1989 è scoppiata la guerra con il vicino Azerbaigian per il controllo dell’Artzak (Nagorno-Karabach) l’enclave armena in territorio azero, conclusosi con la conquista dell’indipendenza della provincia armena. Recentemente i rapporti tra curdi ed armeni sono migliorati in seguito alle persecuzioni turche che hanno colpito entrambi i popoli, ma il governo di Ankara si ostina ancora a non voler riaprire la frontiera kurdo-armena.

Inoltre i rapporti tra l’Armenia e l’Azerbajan turcofono sono tuttora tesi a causa delle rivendicazioni azere sul territorio del neonato stato di Artzak e per le rivendicazioni armene sul Nakitcevan, provincia affidata all’Azerbajan dal trattato russo-turco del 1921, area che taglia i rapporti diretti tra lo Stato di Armenia e la provincia armena di Tabriz in territorio iraniano.

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98 anni fa iniziò il genocidio armeno

mercoledì 24 aprile 2013

Durante la prima guerra mondiale (1914-1918) si compie, nell’area dell’ex impero ottomano, in Turchia, il genocidio del popolo armeno (1915 – 1923), il primo del XX secolo. Il governo dei Giovani Turchi, preso il potere nel 1908, attua l’eliminazione dell’etnia armena, presente nell’area anatolica fin dal 7° secolo a.C.Dalla memoria del popolo armeno, ma anche nella stima degli storici, perirono i due terzi degli armeni dell’Impero Ottomano, circa 1.500.000 di persone. Molti furono i bambini islamizzati e le donne inviate negli harem. La deportazione e lo sterminio del 1915 vennero preceduti dai pogrom del 1894-96 voluti dal Sultano Abdul Hamid II e da quelli del 1909 attuati dal governo dei Giovani Turchi.
Le responsabilità dell’ideazione e dell’attuazione del progetto genocidario vanno individuate all’interno del partito dei Giovani Turchi, “Ittihad ve Terraki” (Unione e Progresso). L’ala più intransigente del Comitato Centrale del Partito pianificò il genocidio, realizzato attraverso una struttura paramilitare, l’Organizzazione Speciale (O.S.), diretta da due medici, Nazim e Chakir. L’O.S. dipendeva dal Ministero della Guerra e attuò il genocidio con la supervisione del Ministero dell’Interno e la collaborazione del Ministero della Giustizia. I politici responsabili dell’esecuzione del genocidio furono: Talaat, Enver, Djemal. Mustafa Kemal, detto Ataturk, ha completato e avallato l’opera dei Giovani Turchi, sia con nuovi massacri, sia con la negazione delle responsabilità dei crimini commessi.
Il genocidio degli armeni può essere considerato il prototipo dei genocidi del XX secolo.L’obiettivo era di risolvere alla radice la questione degli armeni, popolazione cristiana che guardava all’occidente. Il movente principale è da ricercarsi all’interno dell’ideologia panturchista, che ispira l’azione di governo dei Giovani Turchi, determinati a riformare lo Stato su una base nazionalista, e quindi sull’omogeneità etnica e religiosa. La popolazione armena, di religione cristiana, che aveva assorbito gli ideali dello stato di diritto di stampo occidentale, con le sue richieste di autonomia poteva costituire un ostacolo ed opporsi al progetto governativo.
L’obiettivo degli ottomani era la cancellazione della comunità armena come soggetto storico, culturale e soprattutto politico. Non secondaria fu la rapina dei beni e delle terre degli armeni. Il governo e la maggior parte degli storici turchi ancora oggi rifiutano di ammettere che nel 1915 è stato commesso un genocidio ai danni del popolo armeno.
Il 24 aprile del 1915 tutti i notabili armeni di Costantinopoli vennero arrestati, deportati e massacrati. A partire dal gennaio del 1915 i turchi intrapresero un’opera di sistematica deportazione della popolazione armena verso il deserto di Der-Es-Zor.
Il decreto provvisorio di deportazione è del maggio 1915, seguito dal decreto di confisca dei beni, decreti mai ratificati dal parlamento. Dapprima i maschi adulti furono chiamati a prestare servizio militare e poi passati per le armi; poi ci fu la fase dei massacri e delle violenze indiscriminate sulla popolazione civile; infine i superstiti furono costretti ad una terribile marcia verso il deserto, nel corso della quale gli armeni furono depredati di tutti i loro averi e moltissimi persero la vita. Quelli che giunsero al deserto non ebbero alcuna possibilità di sopravvivere, molti furono gettati in caverne e bruciati vivi, altri annegati nel fiume Eufrate e nel Mar Nero.
Anche qui la presenza di alcuni Giusti permise al mondo di sapere quello che stava succedendo. Ne ricordiamo due Armin T. Wegner  e  Giacomo Gorrini.
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Per non dimenticare: 24 Aprile Giornata della Memoria del Popolo Armeno

Di Virginia Grass

Durante il primo conflitto mondiale la Turchia, area dell’ex Impero Ottomano, fu lo scenario del genocidio del popolo armeno, tra il 1915 e il 1923.
La pianificazione e l’esecuzione della prima pulizia etnica del XX secolo avvenne in seguito alla presa del potere nel 1908 dei Giovani Turchi, che avevano progettato la modernizzazione del Paese e la riorganizzazione dello Stato su una base nazionalista, che prevedeva un’omogeneità etnica e religiosa.
A pagarne le conseguenza furono gli armeni, presenti nell’area anatolica sin dal VII sec a.C., che diventarono “razza maledetta”, “ghiavur”, “infedeli”. Con le loro richieste di autonomia di stampo occidentale costituivano un ostacolo al progetto governativo.La deportazione nel deserto di Der-Es-Zor, le marce della morte, il massacro, lo sterminio: i fatti del 1915 erano già stati preceduti nel 1894-96 dai pogrom condotti dal Sultano Abdul Hamid II e da quelli del 1909 attuati dal governo dei Giovani Turchi.

Ad oggi le stime calcolano un milione e mezzo di morti.

Per non dimenticare, il 24 aprile di ogni anno si ricordano le vittime di questo dramma, troppo spesso ignorato, dimenticato o addirittura negato.
Il silenzio-assenso di tutte le grandi potenze europee nei confronti di questa tragedia e del suo insabbiamento da parte della Turchia – che ha cercato di ricondurre i massacri agli eventi più generici della Prima guerra mondiale, negando un piano specifico di sterminio ed epurazione – è stato vergognoso.
Solo nel 1985 il genocidio è stato formalmente riconosciuto dall’ONU e in seguito (1897) anche dal Parlamento Europeo. Nel 1991 l’Armenia si è vista riconoscere la propria indipendenza.
Ricordiamo inoltre che il governo turco tutt’oggi continua a rifiutare di riconoscere il genocidio ai danni degli armeni. L’atteggiamento negazionista si è concretizzato più di una volta con le condanne da parte della magistratura turca fino a tre anni di reclusione previste per chi nomina in pubblico l’esistenza del genocidio degli armeni, in quanto gesto anti-patriottico. Rischio che ha toccato – fortunatamente senza esito – anche il Premio Nobel per la Letteratura 2006 Orhan Pamuk, a seguito di un’intervista ad un giornale svizzero in cui accennava al fenomeno.
Ma contro chi nega e chi minimizza, contro chi si oppone al tentativo di riflettere affinché la Storia non si ripeta, il ricordo è l’arma più forte.

Fonte:http://www.luukmagazine.com/it/2013/04/24/per-non-dimenticare-24-aprile-giornata-della-memoria-del-popolo-armeno/

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Onore ad Hagop Melkumian e al battaglione armeno dell’Armata Rossa che sconfiggendo Enver Bey nel 1922 vendicò i propri connazionali uccisi e pose le basi per la Repubblica armena poi aderente all’URSS, dando una patria a un popolo perseguitato. Questo evento fondamentale non viene mai neanche citato: per puro ostracismo ideologico viene cancellata la storia…

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Genocidio Armeno

Durante la prima guerra mondiale (1914-1918) si compie, nell’area dell’ex impero ottomano, in Turchia, il genocidio del popolo armeno (1915 – 1923), il primo del XX secolo. Il governo dei Giovani Turchi, preso il potere nel 1908, attua l’eliminazione dell’etnia armena, presente nell’area anatolica fin dal 7° secolo a.C.
Dalla memoria del popolo armeno, ma anche nella stima degli storici, perirono i due terzi degli armeni dell’Impero Ottomano, circa 1.500.000 di persone. Molti furono i bambini islamizzati e le donne inviate negli harem. La deportazione e lo sterminio del 1915 vennero preceduti dai pogrom del 1894-96 voluti dal Sultano Abdul Hamid II e da quelli del 1909 attuati dal governo dei Giovani Turchi.
Le responsabilità dell’ideazione e dell’attuazione del progetto genocidario vanno individuate all’interno del partito dei Giovani Turchi, “Ittihad ve Terraki” (Unione e Progresso). L’ala più intransigente del Comitato Centrale del Partito pianificò il genocidio, realizzato attraverso una struttura paramilitare, l’Organizzazione Speciale (O.S.), diretta da due medici, Nazim e Chakir. L’O.S. dipendeva dal Ministero della Guerra e attuò il genocidio con la supervisione del Ministero dell’Interno e la collaborazione del Ministero della Giustizia. I politici responsabili dell’esecuzione del genocidio furono: Talaat, Enver, Djemal. Mustafa Kemal, detto Ataturk, ha completato e avallato l’opera dei Giovani Turchi, sia con nuovi massacri, sia con la negazione delle responsabilità dei crimini commessi.
Il genocidio degli armeni può essere considerato il prototipo dei genocidi del XX secolo. L’obiettivo era di risolvere alla radice la questione degli armeni, popolazione cristiana che guardava all’occidente.
Il movente principale è da ricercarsi all’interno dell’ideologia panturchista, che ispira l’azione di governo dei Giovani Turchi, determinati a riformare lo Stato su una base nazionalista, e quindi sull’omogeneità etnica e religiosa. La popolazione armena, di religione cristiana, che aveva assorbito gli ideali dello stato di diritto di stampo occidentale, con le sue richieste di autonomia poteva costituire un ostacolo ed opporsi al progetto governativo.
L’obiettivo degli ottomani era la cancellazione della comunità armena come soggetto storico, culturale e soprattutto politico. Non secondaria fu la rapina dei beni e delle terre degli armeni. Il governo e la maggior parte degli storici turchi ancora oggi rifiutano di ammettere che nel 1915 è stato commesso un genocidio ai danni del popolo armeno.
Il 24 aprile del 1915 tutti i notabili armeni di Costantinopoli vennero arrestati, deportati e massacrati. A partire dal gennaio del 1915 i turchi intrapresero un’opera di sistematica deportazione della popolazione armena verso il deserto di Der-Es-Zor.

Il decreto provvisorio di deportazione è del maggio 1915, seguito dal decreto di confisca dei beni, decreti mai ratificati dal parlamento. Dapprima i maschi adulti furono chiamati a prestare servizio militare e poi passati per le armi; poi ci fu la fase dei massacri e delle violenze indiscriminate sulla popolazione civile; infine i superstiti furono costretti ad una terribile marcia verso il deserto, nel corso della quale gli armeni furono depredati di tutti i loro averi e moltissimi persero la vita. Quelli che giunsero al deserto non ebbero alcuna possibilità di sopravvivere, molti furono gettati in caverne e bruciati vivi, altri annegati nel fiume Eufrate e nel Mar Nero.
Anche qui la presenza di alcuni Giusti permise al mondo di sapere quello che stava succedendo. Ne ricordiamo due Armin T. Wegner  e  Giacomo Gorrini

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mercoledì 24 aprile 2013
di Gianni Lannes
Il XX secolo forse è stato il più doloroso per la storia dell’umanità, con guerre e conflitti che hanno provocato 250 milioni di vittime. Tra gli episodi più drammatici ci sono purtroppo da annoverare i tanti genocidi, non solo di zingari ed ebrei. Alcuni notissimi, altri rimossi dalla memoria collettiva, ricoperti da un oblio che vale come nuova offesa per tutte le vittime. Come il primo genocidio del secolo breve, quello compiuto dal governo ottomano a maggioranza turca contro il popolo armeno, dal 1915 al 1917. E prima ancora gli eccidi dell’agosto-settembre 1894. Quasi centomila armeni furono massacrati in un solo colpo, nell’agosto 1896 e nel 1909. Un terzo della popolazione armena di Turchia, è stato barbaramente trucidato, un altro terzo deportato e l’ultimo terzo ha potuto fuggire ed emigrare.
Lo sterminio – 1.500.001 armeni trucidati. L’ultima vittima in ordine cronologico è stata il giornalista armeno Hrant Dink, assassinato ad Istanbul il 19 gennaio 2007. Enclave cristiana tra popolazioni turcofone, gli Armeni furono vittima nel 1915 della pulizia etnica voluta dal partito dei Giovani Turchi, Ittihad ve Terakki (Unione e progresso). Il genocidio, il primo del Novecento, costò la vita a un milione e mezzo di Armeni. Furono 2 milioni e mezzo i deportati, 500 mila gli esuli sopravvissuti. «Lo Stato turco non ha accettato il fatto di avere compiuto un genocidio. Nega questo fatto – argomenta il dottor Zovikian –  Non solo. Ma hanno innalzato dei monumenti in memoria dei principali responsabili dello sterminio (ndr, i ministri Talat Pasha, Enver Pasha, Topal Osman, Sukru Kaya, Mustafa Abdulhalik Renda, Arif Fevzi, Asli Cnani Bey, Trustu Aras). Sarebbe come se la Germania di adesso innalzasse un monumento a Hitler. A Berlino ci fosse una piazza intitolata a Himmler. Ad Amburgo una via a Goering». Anche se il padre della patria turca, Mustafa Kemal ha condannato i massacri, definiti infami e chiedendo che i colpevoli fossero puniti, la repubblica è stata fondata sul genocidio e sull’amnesia collettiva organizzata. Solo nel 1987 l’Unione europea si è decisa a riconoscere lo sterminio commesso dai Turchi ai danni della minoranza armena. L’Italia e la Grecia, la Francia e il Vaticano lo hanno fatto formalmente soltanto qualche anno fa. Un passo importante anche se tardivo contro il colpevole oblio della storia umana, che rischia di trasformare le amnesie in amnistie.
In fuga – Gli Armeni sono numerosi in Grecia, Siria, Egitto, Bulgaria, Romania, Francia, Inghilterra, Due Americhe e India. Ma la loro persecuzione ha radici molto più remote, rintracciabili in Italia. Sull’isola veneta di San Lazzaro, infatti, c’è un convento che accolse una piccola colonia di profughi già nel diciottesimo secolo. Quella divenne una delle comunità più importanti, sia dal punto di vista economico che intellettuale. Come dimostrano i reperti ancora custoditi nel convento. Fuggivano dalla Morea invasa dai Turchi, i monaci armeni che nel 1717 approdarono a Venezia. Li guidava il nobile Mechitar, fondatore dell’Accademia che da lui prende nome. Mechita, così chiamato secondo il termine assunto in religione, che vuol dire “consolatore”. Era un giorno di nebbia quando i padri misero piedi sull’isoletta di San Lazzaro, concessa loro dal governo della Serenissima. Il fazzoletto di terra che aveva ospitato lebbrosi e appestati della repubblica veneta, divenne da allora la patria degli armeni in esilio, il punto di riferimento della cultura e dell’identità nazionale del popolo armeno. La comunità religiosa crebbe attorno al prezioso patrimonio che i monaci mechitaristi riuscirono a sottrarre alla furia dell’impero ottomano.
 Il Rifugio – Oggi il convento di San Lazzaro accoglie una biblioteca di 150 mila volumi, 4 mila preziosi manoscritti non solo armeni. L’ambiente è impreziosito da tele di pittori del ‘600 e del ‘700, il museo custodisce cimeli storici e reperti archeologici. Il pezzo più pregiato è una mummia del settimo secolo avanti Cristo, donata alla Congregazione nel 1825, da un diplomatico armeno in missione in Egitto. La pace e il silenzio di San Lazzaro incantarono Giorgio Byron. Nella stanza del poeta inglese, padre Vertanes, responsabile della biblioteca, espone il manoscritto più pregiato. «Risale al sesto secolo. E mostra che il popolo armeno già all’inizio della cultura cristiana aveva cominciato a trascrivere i testi biblici. E questo è un tetravangelo che è stato dedicato a una regina. La scrittura è una delle più antiche forme di espressione grafiche di lingua armena, inventata nel 404; le miniature lo stesso». Attualmente a San Lazzaro sotto la guida di un abate generale vivono 10 monaci, divisi tra attività culturali e uffici divini. «L’esistenza oggi del popolo armeno è un miracolo nonostante persecuzioni e genocidio – racconta Souren Zovikian, medico della comunità armena a Venezia – I nostri antenati avevano una forte volontà di creare per loro e per i loro figli un avvenire, pensando alla propria identità».

Fonte: http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/2013/04/armeni-amnesia-di-un-genocidio.html

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27 dicembre 2012 – cade un tabù: l’autore invita il suo paese a «fare pace con la storia vera, non inventata»

La copertina del libro di Hasan Cemal uscito in Turchia

Il nipote di Cemal Pasha, uno dei pianificatori: “E’ stato un crimine contro l’umanità”
Luigi Grassia

Le notizie sono due: 1) che un nipote del famigerato Cemal Pasha, organizzatore del genocidio armeno durante la prima guerra mondiale, in questo ultimo scorcio di 2012 ha scritto un libro per ammettere la realtà del genocidio (da sempre negata dai turchi) citando con abbondanza documenti e lettere di famiglia, e 2) che questo suo libro viene regolarmente pubblicato in Turchia, e in lingua turca, nonostante il fatto che in quel Paese parlare di genocidio armeno sia un reato; le autorità non prendono alcun provvedimento, e questo è insolito.

In Turchia non c’è uno specifico articolo del codice penale che ostracizzi in maniera esplicita il genocidio armeno ma a questo scopo viene sistematicamente utilizzato il famigerato articolo 301, di cui da dieci anni l’Europa chiede (invano) l’abrogazione; l’articolo reprime (genericamente) le offese all’identità turca, e guarda caso chi parla del genocidio finisce incriminato ex articolo 301, come è toccato persino al Premio Nobel turco per la Letteratura Oran Pamuk, proprio per aver osato esprimersi senza reticenze sull’argomento.

Adesso la mancata incriminazione di Hasan Cemal potrebbe voler dire che la Turchia, anche senza abrogare formalmente il divieto di parlare del genocidio armeno, ha deciso di farlo cadere silenziosamente; e questa sarebbe una bella cosa. Oppure l’inerzia dei magistrati può significare che le autorità stanno zitte e ferme per non creare un altro caso Pamuk, il cui processo fu di imbarazzo per il Paese più delle stesse dichiarazioni sul genocidio.

Nel suo libro Hasan Cemal, che è uno dei più noti giornalisti politici turchi e lavora per il quotidiano Milliyet, è stato molto esplicito nel prendere posizione: le parole «genocidio armeno» compaiono già nel titolo, e Cemal scrive senza mezzi termini che «negare il genocidio significherebbe rendersi complici di questo crimine contro l’umanità». Aggiunge: «Quel che è successo nel 1915 non è una questione del passato, ma del presente. Possiamo trovare pace solo facendo pace con la storia, ma la storia vera, non una storia inventata o alterata come la nostra».

Gli armeni, che hanno popolato l’Anatolia orientale per migliaia di anni prima che ci arrivassero i popoli di lingua turca, sono improvvisamente scomparsi fra il 1915 e il 1916, e si trattava di almeno un milione e mezzo di persone. Lo Stato turco nega che si sia trattato di un genocidio pianificato e contrappone la tesi di un limitato numero di vittime in entrambe le comunità (la turca e l’armena) a seguito di disordini civili; questo però non spiega nulla, non spiega la scomparsa dell’intero popolo armeno dal territorio.

L’Unione europea per ammettere la Turchia nel suo club non pretende il riconoscimento del genocidio armeno, ma fra le condizioni dell’accesso figura la libertà di parola su ogni questione, inclusa questa; quindi devono finire i processi a chi si azzarda a parlare del genocidio. Il quotidiano turco Zaman nel recensire (come hanno fatto altri giornali del Paese) il libro di Hasan Cemal, ha commentato che «la Turchia è sulla strada di infrangere uno dopo l’altro tutti i suoi tabù».

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Documentazione fotografica sul  genocidio armenoLe fotografie qui in visione propongono immagini e scene decisamente impressionanti che ho comunque scelto di pubblicare per dare almeno una vaga idea delle atrocità commesse dai criminali turchi.

Foto 1: una colonna di sfollati armeni.   Foto 2: scheletri armeni ritrovati nel deserto di Der-el-Zor

Foto 1: un gruppo di martiri armeni   Foto 2: l’impiccagione di alcuni esponenti della comunità armena

Foto 1: tre militari turchi posano mostrando due teste di decapitati armeni   Foto 2: una donna ed un bimbo nel deserto di Der-el-Zor

Foto 1: tre uomini armeni appesi ad un ponte   Foto 2: “trofei” di guerra turchi

Foto 1: una fossa comune  Foto 2: una fossa comune

Foto 1: un bambino armeno.   Foto 2: una madre con i suoi due bambini tutti morti di fame

Foto 1: un gruppo di deportati armeni.   Foto 2: vittime armene

Foto 1: una momento della deportazione.   Foto 2: un altro gruppo di assassinati

Foto 1: omicidio di massa   Foto 2: un altro momento della deportazione

Foto 1: un bambino armeno   Foto 2: teste di decapitati armeni esposte su pali

Foto 1: impiccagione di gruppo   Foto 2: resti umani in una fossa comune

Foto 1: un gruppo di bambini deportati               Foto 2: deportati nel sonno

Foto 1: vittime del genocidio    Foto 2: un gruppo di orfani

Foto 1: un gruppo di sfollati   Foto 2: i resti delle vittime in una fossa comune

Foto 1: una delle tante colonne di deportati dirette in pieno deserto

Foto 1: militari turchi posano accanto ai corpi di alcune vittime

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l Genocidio degli Armeni

Bolzano 5 febbraio 2000

Una delle pagine più oscure, ed al tempo stesso meno divulgate, della storia del XIX secolo é quella del genocidio perpetrato dall’Impero Ottomano prima e dai Giovani Turchi poi, ai danni delle popolazioni armene stanziate da sempre sul territorio che comprendeva la parte nord-orientale dell’attuale Turchia e sulle terre a nord dell’Impero Persiano su fino alle cime del Caucaso. Ed infatti la storia ci racconta di una nazione eternamente contesa e frazionata tra molti grandi imperi, Persiano, Ottomano, Russo e continuamente devastata ed angariata da frotte di invasori quali i Turchi Selgucidi od i Mongoli.

Tratto da “Il Sole Delle Alpi” anno 1998.

Gli armeni dall’antichità al XVIII secolo

Le radici di questo popolo affondano già nel primo millennio a.C. quando, nel VII secolo gli armeni giunsero dalla Frisia, anche se la loro presenza nella regione anatolica è testimoniata da documenti storici già verso il 3000 a.C. Qui si fusero con la popolazione hurrita discendente degli antichi regni. Questa zona, però, era di fondamentale importanza per il controllo delle vie di comunicazione tra Oriente ed Occidente ed il suo possesso fu a lungo conteso dalle maggiori potenze militari dell’epoca. Gli armeni videro perciò passare sulle loro terre persiani, greci, romani ed arabi ma, anche grazie alla rivalità esistenti tra le varie potenze, riuscirono a sopravvivere ad ognuna di esse ed a raggiungere in alcuni momenti della sua storia, la piena indipendenza.
Tra il IV ed il VI secolo il popolo armeno definisce le caratteristiche che lo identificheranno in futuro abbracciando come religione di stato il cristianesimo (primi al mondo nell’anno 301) nella loro particolare visione monofisita e fissando come propria lingua l’armeno. Queste particolarità contribuiranno al mantenimento della propria autonomia culturale e politica, sopratutto nei riguardi dell’occidente e della Chiesa Romana, ma, al tempo stesso isoleranno l’intera nazione dai paesi confinanti arabi di fede musulmana.
Nell’undicesimo secolo l’invasione dei Turchi Selgucidi mette in ginocchio il paese e costringe parte della popolazione alla fuga in Cilicia; seguiranno però tre secoli di relativa pace, rotta, all’inizio del XVI secolo, dall’invasione ottomana che occupa la parte occidentale dell’Armenia mentre quella orientale resta sotto il dominio persiano. L’Impero Ottomano non attua una politica marcatamente repressiva nei confronti delle minoranze interne ma impone comunque, su tutto il suo territorio, la Sharia, la legge coranica, quale unica fonte di diritto, ed il popolo armeno, in quanto cristiano, dovette subire pesanti discriminazioni.

L’inizio del genocidio.

Fino al XVIII secolo la condizione armena non segna sostanziali modifiche ma l’avvio del declino della potenza ottomana e la nascita del sentimento nazionale armeno, contemporaneamente alla conquista dell’indipendenza del popolo greco, aprono possibilità fino ad allora sconosciute. La contemporanea sollevazione dei popoli caucasici a reclamare la propria indipendenza e l’annessione da parte dell’Impero Russo dell’Armenia Orientale, concorrono a spezzare gli equilibri esistenti. Inoltre anche le maggiori potenze europee, ansiose di accrescere i propri interessi nell’area, premono sull’Impero pretendendo delle riforme interne che la Sublime Porta si vede costretta a prendere in considerazione. In questo clima effervescente l’azione armena si esplica su due fronti: il primo a Costantinopoli, dove il Patriarcato Armeno solleva la questione del riconoscimento della specificità armena, il secondo in Armenia dove nascono i primi partiti rivoluzionari armeni clandestini. Il Sultano Abdul Hamid II, preoccupato dall’attivismo armeno ed anche dallo sviluppo economico che questo popolo sta vivendo, decide di mettere alla prova le titubanti potenze straniere punendo la popolazione armena con l’esecuzione di alcuni pogrom durante i quali vengono uccisi 200.000 (300.000 secondo altre fonti) armeni nel periodo compreso tra il 1895 ed il 1997. Tutto questo avviene sotto gli occhi delle potenze europee che, come spesso faranno anche in futuro, non riescono a prendere alcuna iniziativa in difesa delle popolazioni angariate. La reazione armena consiste nell’intraprendere la guerriglia e nella creazione della Federazione Rivoluzionaria Armena, detta anche Dachnak, con basi nella vicina Armenia Russa e fortemente sostenuta dalle popolazioni locali.

I Giovani Turchi

Una nuova speranza, presto disillusa, nasce quando anche il potere imperiale giunge al collasso e prende sempre più forza il movimento rivoluzionario dei GiovaniTurchi, caratterizzati da un forte nazionalismo turco. Essi sembrano intenzionati ad abbattere il sistema imperiale per poi creare una federazione di tutti i popoli precedentemente inclusi nell’Impero. Ovviamente le concezioni di nazionalismo turco e di una federazione ottomana sono decisamente antitetiche e questo porterà a considerare l’elemento armeno come un pericolo interno da combattere ed annientare. Già nel 1909 avvengono i primi massacri: in Cilicia 30.000 armeni vengono uccisi dalle forze del loro partito Ittihad ve Terakki (Unione e Progresso). Tutto ciò fu conseguenza dell’ideologia che aveva ormai impregnato l’intero partito, formata da un’ intreccio di panturchismo, caratterizzato da tratti nazionalisti-irredentisti, e Turanismo*. L’unione tra indipendenza nazionale e purezza razziale furono la premessa per la conquista dell’allora provincia russa dell’Azerbaigian. Tra essa e la Turchia vi erano però proprio in mezzo le terre armene. Questa nuova campagna di conquista fornisce ai Giovani Turchi la giustificazione per l’eliminazione del “pericolo armeno”.

* il Turanismo è l’ideologia che si basa sulla convinzione che, quando tutti i popoli di lingua turca saranno uniti in una stessa entità nazionale estesa dall’Asia Centrale al Mediterraneo, ritornerà l’età dell’oro in cui Turan, l’antenato dei Turchi, lottava contro Ario, l’antenato degli ariani, estendeva il suo dominio su tutta l’Asia.

Alcuni dei 5000 armeni presi a bordo di una nave della marina francese che sono stati ricoverati in un campo a nord di Latakieh in Siria.
Tratto da “Il Sole delle Alpi”

Nel 1914 la situazione armena peggiora irrimediabilmente. In quell’anno infatti il governo turco decide di entrare in guerra a fianco degli imperi centrali e subito si lancia alla conquista dei territori azeri “irredenti”. La Terza Armata turca, impreparata, male equipaggiata, mandata allo sbaraglio in condizioni climatiche ostili, viene presto sbaragliata a Sarikamish nel gennaio 1915 dalle forze sovietiche. L’esercito turco indica i responsabili della disfatta negli armeni che, allo scoppio della guerra avevano comunque assicurato il proprio sostegno all’impresa turca. Il clima si fa sempre più teso e, tra il dicembre del ’14 ed il febbraio del ’15, il Comitato Centrale del partito Unione e Progresso, diretto dai medici Nazim e Behaeddine Chakir, decide la soppressione totale degli armeni. Vengono creati speciali battaglioni irregolari, detti tchété, in cui militano molti detenuti comuni appositamente liberati; essi hanno addirittura autorità sui governi ed i prefetti locali e quindi godono di un potere pressoché assoluto.
L’eliminazione sistematica prende l’avvio nel 1915, quando i battaglioni regolari armeni vengono disarmati, riuniti in gruppi di lavoro ed eliminati di nascosto. Il piano turco, pensato e diretto dal Ministro dell’Interno Talaat, prosegue poi con la soppressione della comunità di Costantinopoli ed in particolare della ricca ed operosa borghesia armena: tra il 24, che resta a segnare la data commemorativa del genocidio, ed il 25 aprile, 2345 notabili armeni vengono arrestati mentre tra il maggio ed il luglio del 1915 gli armeni delle province orientali di Erzerum, Bitlis, Van, Diyarbakir, Trebisonda, Sivas e Kharput vengono sterminati. Solo i residenti della provincia di Van riescono a riparare in Russia grazie ad una provvidenziale avanzata dell’esercito sovietico. Nelle città viene diffuso un bando che intima alla popolazione armena di prepararsi per essere deportata; si formano così grandi colonne nelle quali gli uomini validi vengono raggruppati, portati al di fuori delle città e qui sterminati. Il resto della popolazione viene indirizzato verso Aleppo ma la città verrà raggiunta solo da pochi superstiti: i nomadi curdi, l’ostilità della popolazione turca, i tchété e le inumane condizioni a cui sono sottoposti fanno si che i deportati periscano in gran numero lungo il cammino. Dopo la conclusione delle operazioni neppure un armeno era rimasto in vita in queste province.
La seconda parte del piano prevedeva il genocidio della popolazione armena restante, sparsa su tutto il resto del territorio. Tra l’agosto del 1915 ed il luglio del 1916 gli armeni catturati vengono riuniti in carovane e, malgrado le condizioni inumane cui vengono costretti, riescono a raggiungere quasi integre Aleppo mentre un’altra parte di deportati viene diretta verso Deir es-Zor, in Mesopotamia. Lungo il cammino, i prigionieri, lasciati senza cibo, acqua e scorta, muoiono a migliaia. Per i pochi sopravvissuti la sorte non sarà migliore: periranno di stenti nel deserto o  bruciati vivi rinchiusi in caverne.
A queste atrocità scamperanno solo gli armeni di Costantinopoli, vicini alle ambasciate europee, quelli di Smirne, protetti dal generale tedesco Liman Von Sanders, gli armeni del Libano e quelli palestinesi.
Il consuntivo numerico di questo piano criminale risulta alla fine:

  • da 1.000.000 a 1.500.000 di armeni vengono eliminati nelle manieri più atroci. In pratica i due terzi della popolazione armena residente nell’Impero Ottomano è stata soppressa e, regioni per millenni abitate da armeni, non vedranno più, in futuro, nemmeno uno di essi.
  • circa 100.000 bambini vengono prelevati da famiglie turche o curde e da esse allevati smarrendo così la propria fede e la propria lingua.
  • considerando tutti gli armeni scampati al massacro il loro numero non supera le 600.000.

Su tutte valga la testimonianza del Console italiano Giovanni Gorrini che così scrisse: “Dal 24 giugno non ho più dormito ne mangiato. Ero preso da crisi di nervi e da nausea al tormento di dover assistere all’esecuzione di massa di quegli innocenti ed inermi persone. Le crudeli cacce all’uomo, le centinaia di cadaveri sulle strade, le donne  ed i bambini caricati a bordo delle navi e poi fatti annegare, le deportazioni nel deserto: questi sono i ricordi che mi tormentano l’anima e quasi fanno perdere la ragione.” Anche l’intervento della Santa Sede tramite il Papa Benedetto XV non produsse alcun effetto, in funzione anche del fatto che i turchi avevano proclamato la guerra santa.
Successivamente, approfittando degli sconvolgimenti in corso in Russia a causa della rivoluzione, gli armeni sotto il controllo dell’impero zarista si ribellano e, il 28 maggio 1918, dichiarano la propria indipendenza. In seguito, dopo la presa di alcuni territori nell’Armenia turca, verrà proclamata la nascita della Repubblica Armena. Durante i lavori del Trattato di Sevrès venne perfino riconosciuta l’indipendenza al popolo armeno e la sua sovranità su gran parte dei territori dell’Armenia storica ma, come altre volte in futuro, tutto resterà solo sulla carta. Infatti il successivo Trattato di Losanna (1923) annullerà il precedente negando alle popolo armeno persino il riconoscimento della sua stessa esistenza.
La caduta del regime turco alla fine della Grande Guerra e la seguente ascesa alla guida del paese di Kemal Ataturk non cambiò la situazione. Infatti, tra il 1920 ed il 1922, con l’attacco alla Cilicia armena ed il Massacro di Smirne, il nuovo governo portò a compimento il genocidio. Dopo questi ultimi crimini non un solo armeno vivo lasciò traccia in Turchia.

Due giorno dopo il massacro del 30 ottobre 1895 a Erzerum: fossa per seppellire le vittime armene.

Una donna armena e i suoi bambini durante la deportazione (foto di Armin Wagner).
Fotografie tratte dal volume “Breve storia del genocidio degli armeni” di Claude Mutafian e Metz Yeghérn.

Il processo di Costantinopoli

La disfatta ottomana nella grande Guerra spinse i principali responsabili del genocidio ad abbandonare il paese e molti di essi fuggirono in Germania. A loro carico venne intentato un processo svoltosi nel 1919 a Costantinopoli sotto la direzione di Damad Ferid Pascià. Lo scopo non era evidentemente quello di rendere giustizia al martoriato popolo armeno ma di addossare le colpe dell’accaduto sulle spalle dei Giovani Turchi discolpando al tempo stesso la nazione turca in quanto tale. Il risvolto pratico del processo fu minimo in quanto, nei confronti dei condannati, non vennero mai presentate richieste di estradizione e successivamente i verdetti della corte vennero annullati. L’importanza del procedimento sta comunque nel fatto che, durante il suo svolgimento, vennero raccolte molte testimonianze che descrivono le varie fasi del genocidio a partire proprio dalle dichiarazioni di chi ne era stato artefice.
Altri processi vennero tenuti a riguardo di specifiche situazioni. A seguito di quello per i massacri del convoglio di Yozgat venne condannato il vice-governatore Kemal. Nel processo di Trebisonda si ammise la responsabilità del governatore e si descrisse il modo in cui venivano perpetrate gli annegamenti di donne e bambini. Nel processo per il massacro nella città di Karput venne giudicato in contumacia Behaeddin Chakir e si descrisse dettagliatamente il ruolo dell’Organizzazione Speciale.
A seguito però della riluttanza delle autorità turche ed alleate ad eseguire le sentenze da loro stesse emesse, il partito Dashnag creò un’organizzazione di giustizieri armeni che si incaricò di eliminare alcuni tra i principali responsabili del genocidio. Vennero così freddati Behaeddin Chakir, Djemal Azmi (il boia di Trebisonda), Djemal Pascià (componente del triumvirato dirigente dei Giovani Turchi) e l’ex Ministro degli Interni Talaat ucciso per le strade di Berlino il 15 marzo del 1921 da Solomon Tehlirian. In quest’ultimo caso le colpe a carico di Talaat emerse durante il processo furono talmente terrificanti da far assolvere Tehlirian per l’omicidio da lui compiuto.

L’Armenia attuale

Durante e dopo l’attuazione del piano criminale turco gran parte degli scampati e dei sopravvissuti furono costretti all’esilio ed alla diaspora. Nel 1991 a seguito della dissoluzione dell’URSS è nata la Repubblica Armena sulle ceneri dell’ex Repubblica Sovietica Armena. Il 90% dell’Armenia storica, comunque rimane sotto il controllo della Turchia che, oltre a non voler ammettere alcuna responsabilità riguardo al genocidio, rifiuta categoricamente la restituzione anche parziale dei territori da loro occupati. Nel 1989 scoppia la guerra con il vicino Azerbaigian per il controllo dell’Artzak (Nagorno-Karabach) l’enclave armena in territorio azero, che sembra essersi recentemente concluso con la conquista dell’indipendenza della provincia armena.
Recentemente i rapporti tra Curdi ed Armeni sono migliorati in seguito alle persecuzioni turche che hanno colpito entrambi i popoli ma il governo di Ankara si ostina ancora a non voler riaprire la frontiera kurdo-armena. Inoltre i rapporti tra l’Armenia e l’Azerbajan turcofono sono tuttora tesi a causa delle rivendicazioni azere sul territorio del neonato stato di Artzak e per le rivendicazioni armene sul Nakitcevan provincia affidata all’Azerbajan dal Trattato russo-turco del 1921, area che taglia i rapporti diretti tra lo Stato di Armenia e la provincia armena di Tabriz in territorio iraniano.

Il riconoscimento del Genocidio da parte della comunità internazionale

Attualmente il genocidio armeno è stato riconosciuto come realtà storica di cui la Turchia dovrà farsi carico in diverse sedi. L’ONU, anche se in sordina, lo ha fatto il 29 agosto del 1985 mentre il Parlamento Europeo si pronunciò in proposito il 18 giugno 1997. Tra le nazione attivatesi in questo senso tra le prime è stato l’Uruguay ed alcuni stati degli USA (Massacjusetts, California, New Jersey, New York, Wisconsin, Pennsylvania, RhodeIsland,Virginia ed Illinois in ordine di tempo a partire dal 1978 al 1995) mentre ne il Governo statunitense, ne il Consiglio di Stato hanno preso iniziative simili. Anche laDuma della Federazione Russa ha ufficialmente riconosciuto quanto accaduto agli armeni. Per quanto riguarda l’Italia sono state prese iniziative a livello comunale quali quelle di Milano, nel novembre ’97, e recentemente di Roma. Inoltre per il giorno 31/3/2000 è stata posta all’ordine del giorno della Camera una mozione, presentata già nel ’98 dall’onorevole G. Pagliarini (Lega Nord per l’Indipendenza della Padania) e sottoscritta da 165 deputati di vari partiti, che mira al riconoscimento, da parte del Governo Italiano, del genocidio armeno. Dopo lunga attesa questa mozione è stata accantonata dall’attuale maggioranza (governo Amato) definendo il momento storico-politico non opportuno per approvare il documento.
A tutt’oggi il riconoscimento del genocidio da parte della comunità internazionale sembra ancora ben lontano dall’essere una realtà ed i timidi tentativi, quali quello dell’Assemblea Nazionale Francese, di dare dignità storica ai fatti avvenuti in quegli anni sono stati tutti immediatamente insabbiati dalle inconsulte reazioni turche e dal vergognoso silenzio-assenso delle grandi potenze, primi fra tutti gli USA, che hanno sempre dato maggiore importanza ai propri interessi politici ed economici piuttosto che alla giustizia ed al rispetto di quei principi morali ai cui spesso loro stessi fanno appello e di cui si sentono custodi.

La comunità armena in Italia

In Italia la principale comunità armena, nata dalla diaspora, è quella residente a Milano, composta da un migliaio di elementi. La comunità, pur essendo perfettamente integrata nella società che li ha accolti, costituiscono una realtà molto coesa nella quale vengono mantenute vivissime le tradizioni della lingua d’origine, la religione storica e la lingua madre parlata anche dalle generazioni più giovani. Il luogo di ritrovo è situato in Piazza Velasca dove ha sede il Centro Culturale Casa Armena, in cui vi è una biblioteca con un migliaio di volumi e pubblicazioni dall’Armenia e dai membri della diaspora; nel centro sono tenuti anche corsi di lingua armena. Il luogo di culto è costituito invece dalla Chiesa Armena dedicata ai Santi Quaranta Martiri, gestita da Padre Sarkissian e consacrata dal Patriarca Armeno di Costantinopoli nel 1958. La comunità di rito armeno apostolico milanese conta circa 1.300 membri
Venezia è sede di una storica comunità, di fede cattolica, e proprio nella città lagunare è sito il monastero della Congregazione Melchitarista sull’isola di San Lazzaro, mentre, fino ad un paio di anni addietro, era attivo il Collegio degli Armeni presso il Palazzo Zenobio ora adibito a centro culturale. Anche a Roma e Torino, sono comunque presenti una laboriosa comunità.

Sono vive anche alcune associazioni quali l’Unione degli armeni d’Italia, l’Unione culturale armena, l’Unione sportiva armena e la Gioventù armena.

Infine la comunità ed il culto armeno sono stati riconosciuti ufficialmente con D.P.R. del 24 febbraio 1956, mentre dal punto di vista religioso, la Chiesa dipende dalla Diocesi di Vienna e Mitteleuropa che fa capo al Katholikos di Ecmiadzin.

Parte del complesso monastico di Haghbat costruito nel X secolo in un altopiano che domina la regione montuosa del Lori, nel nord dell’Armenia.

Davide l’Invincibile” miniatura da un manoscritto armeno del 1280.
Fotografie tratte da “Luoghi dell’Infinito” del settembre 1999 supplemento ad “Avvenire”

Collegamenti a siti inerenti la storia e la cultura armene

http://www.comunitaarmena.it è il nuovo sito della comunità armena di Roma molto ben fatto ed utile per seguire le attività proposte dalla comunità.

http://www.wavefront.com/~homelands/armenia.html il sito è completamente in inglese ed è una pagina generale dove si possono trovare molti link con varie informazioni sulla storia e cultura armena, gruppi di discussione, gli eventi politici od il sito del governo armeno.

http://www.genocide.am/  è un sito completamente in inglese che oltre a fornire i dati sulla tragedia armena invita materialmente al sostegno di una massiccia campagna per il riconoscimento del genocidio.

http://www.calpoly.edu/~pkiziria/pub-files/FACTS.html il testo, disponibile anche in italiano, fornisce un resoconto completo degli avvenimenti dell’epoca del genocidio e numerose foto originali.

http://www.agora.stm.it/politic/nagorno-karabach.htmldal sito generale di Agorà è possibile visitare quello del movimento indipendentista armeno nell’enclave azera dell’Artsak (Nagorno Karabach). Tra i link visitabili anche quello sul conflitto con la repubblica azera che pare finalmente, da poco, giunto ad una conclusione.

http://members.xoom.it/Voce_Armena/index.htm  a questo indirizzo è possibile accedere alla versione in lingua italiana del periodico armeno Voce Armena.

http://space.tin.it/edicola/vshahbaz  un bellissimo sito che tratta nello specifico la storia dell’attuale Repubblica autonoma dell’Artsak, meglio nota in Italia con il nome turco di Nagorno Karabagh.

http://web.infinito.it/utenti/a/armpap è l’indirizzo del sito personale del signor Armenag Papazian armeno della comunità milanese. Sito molto completo in cui si possono trovare molte informazioni su tutti gli aspetti della cultura armena ma anche sulle associazioni delle varie comunità.

Bibliografia

  • Un utile testo di riferimento per approfondire la vicenda armena, ma anche molti altri genocidi del XX secolo, è costituito dal testo di Yves Ternon “Lo Stato Criminale”, che, tra gli altri, ho preso a riferimento nella stesura della pagina.
  • Un altro testo molto sintetico ma altrettanto significativo è  “Breve Storia del Genocidio Armeno” di Claude Mutafian e Metz Yeghérn ed. Guerini ed Associati che ripercorre tutte le fasi del genocidio in modo preciso ed essenziale.
  • Un testo fondamentale è “I quaranta giorni del Mussa Dagh” scritto nel 1933 da F. Werfel ed edito da Mondadori. A questo testo si deve in pratica la memoria che in Italia si ha del genocidio.
  • Un secondo romanzo molto toccante e significativo scritto da V. Katcha è “Il pugnale nel giardino. La saga degli Armeni” edito da Sonzogno nel 1982.
  • Il testo HAYASTAN, Diario di un viaggio in Armenia scritto da Alice Tachdjian Polgrossi è un reportage che parla degli armeni e della loro repubblica. Edizioni del Girasole.
  • Per alcune notizie sulla storia degli armeni apostolici è utile il testo “Le minoranze religiose in Italia” di Silvio Ferrari e Giovan Battista Varnier, edizioni San Paolo.
  • Tutti i volumi di P. Kuciukian come Le terre di Nairì. Viaggi in Armenia editi da Guerini.

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La Turchia in Europa: un pericolo sottovalutatoBolzano 12 gennaio 2000

L’allargamento dell’Unione Europea è ultimamente argomento molto dibattuto  in considerazione del fatto che l’espansione dell’Unione comporterebbe mutamenti geopolitici tali da sconvolgere gli attuali, delicati equilibri.
Molti paesi hanno fatto domanda di ingresso nell’Unione, alcuni appartenenti all’ex blocco comunista altri alla ex federazione jugoslava; in questa lista d’attesa notiamo però un’ anomalia al tempo stesso inquietante e pericolosa: anche la Repubblica Turca ha richiesto l’ingresso nell’Unione e, a quanto pare, non sono pochi i sostenitori di questa candidatura. Per capire meglio la situazione bisogna però porsi due domande precise:

  • perché la Turchia vuole entrare in Europa?
  • la Turchia ha le caratteristiche necessarie al suo ingresso ed alla sua permanenza nella comunità?

La prima domanda richiede una rapida digressione poiché, in primo luogo, non si può certo sorvolare sull’alleanza di ferro che lega il paese asiatico agli U.S.A. e sul fatto che, vista anche la sua strategica posizione geografica, rappresenta un prezioso alleato anche per la N.A.T.O. (si legga pure U.S.A.). Gli Stati Uniti infatti hanno ripetutamente dimostrato quanto sia per loro importante la collaborazione di Ankara per il mantenimento e l’espansione della loro influenza in Medio Oriente. Washington perciò è attualmente il maggior sponsor dell’ingresso della Turchia in Europa in quanto ciò gli conferirebbe notevole voce in capitolo nelle questioni interne comunitarie e gli garantirebbe il possesso di un cuneo di penetrazione nel bel mezzo di un’area fondamentale per il controlo degli equilibri geopolitici mondiali..
Dando invece un rapido sguardo alle presunta europeicità della Turchia scopriamo subito che le caratteristiche sociali, economiche e politiche sono ben diverse da quelle comuni a tutti gli stati che aspirano all’ingresso nell’Unione. I diritti civili, politici e religiosi sono quotidianamente calpestati da un regime e da una società sempre in bilico tra dittatura militare ed integralismo islamico che in questo secolo, ma anche in quello precedente, ha fatto dell’uso sistematico del terrore l’unico metodo per mantenere saldamente il potere.
Anche considerando gli aspetti sociali e religiosi osserviamo che l’abisso tra Turchia ed Europa è incolmabile e che le possibilità di incontro tra le due realtà sono assai limitate. La dimostrazione l’abbiamo in Germania dove la cospicua minoranza turca immigrata negli ultimi decenni è ancora decisamente poco integrata e spesso causa di tensioni sociali. Dobbiamo tenere conto che l’ingresso della Turchia nell’Unione Europea porterebbe uno stravolgimento degli equilibri demografico-religiosi interni quali solo ottanta milioni di cittadini musulmani potrebbe creare, arrivando al paradosso che, nella Comunità Europea, tradizionalmente cristiana, la nazione più popolosa sarebbe l’unica musulmana ed extraeuropea.  Sintetizzando e tralasciando ogni aspetto di carattere economico, riguardo ai quali le pregiudiziali restano notevoli, i grandi scogli che si oppongono all’ingresso turco nell’unione sono almeno tre:

  • il riconoscimento del genocidio armeno:dopo aver subito, nell’ultima fase di vita dell’Impero Ottomano, ogni sorta di angheria e maltrattamenti (nel 1880 vengono uccisi più di 300.000 armeni durante le rivolte irredentiste) con la presa del potere della giunta dei Giovani Turchi, avvenuta nel 1908, dal 1915 prende il via l’ultima e più cruenta fase del genocidio del popolo armeno da millenni stanziati nelle regioni nord orientali della Turchia e, più recentemente ma in gran numero, anche nella città di Costantinopoli. Più di 1.500.000 di vittime cadranno in maniera atroce per mano del Governo Turco.Durante l’estate del 1998 al parlamento italiano venne dalla proposto dall’On. Giancarlo Pagliarini della Lega Nord un documento che affermava il riconoscimento del genocidio degli armeni da parte del nostro governo: solo145 parlamentari lo hanno sottoscritto e nessun media ne ha dato notizia. Con tutta probabilità non fu mai neppure consegnato alle autorità turche ed insabbiato poco dopo. Recentemente, dopo la presa di posizione del Comune di Roma, il documento è stato riproposto ma ancora non si ha notizia della sua discussione in aula. Nel maggio dello stesso anno l’Assemblea Nazionale francese (1) ha approvato all’unanimità un atto in cui si recitava testualmente “la Francia riconosce pubblicamente il genocidio degli armeni del 1915”. Il governo turco ha risposto nel suo classico stile affermando che il genocidio è una farsa propagandistica e le vittime della repressione furono solo 300.000 (come se ciò rappresentasse una giustificazione). A ciò seguì addirittura la minaccia di un embargo economico contro la Francia e di un serio deterioramento delle relazioni diplomatiche tra i due paesi (con buona pace delle forniture di elicotteri e di attrezzature militari) (2). Anche in questo caso l’iniziativa venne prontamente insabbiata. Sarebbe scandaloso se la Comunità accogliesse al suo interno un paese che, dopo aver commesso tali crimini, non ha neppure il coraggio di fare pubblica ammenda.

Fig.1 tratta da “Il Corriere della Sera” di domenica 31 maggio 1998.  Fig.2 tratta da “La Padania”.

  • il ritiro delle forze di invasione a Cipro nord: in quest’isola decine di chilometri di filo spinato e mattoni dividono in due l’isola separando le repubbliche greco-cipriota e quella turco-ciprota. Tutto ciò è frutto dell’invasione turca del 1974 che causò 5.000 vittime e lo sfollamento di 200.000 profughi dalla parte settentrionale, invasa, a quella meridionale rimasta libera. Nonostante la risoluzione 353 dell’O.N.U. condanni l’aggressione e la definisca priva di ogni fondamento giuridico nel 1983 i turchi arrivarono addirittura a proclamare Repubblica Turca di Cipro Nord. Durante l’occupazione, inoltre, viene attuato un piano di turchizzazione forzata delle aree grecofone con lo spostamento in massa di interi villaggi dagli altopiani dell’Anatolia centrale e, per meglio rimarcare le proprie intenzioni, il governo turco procede alla posa di filo spinato e mura per decine di chilometri. Come se non bastasse, grazie all’appoggio ricevuto da Stati Uniti e Comunità Europea, i turchi aumentano le proprie ambizioni ed arrivano ad issare la propria bandiera sull’isola greca di Imia ed avanzano pretese di possesso sulle isole del Dodecaneso. L’unica iniziativa europea riguardante la questione consiste nel far pressione sulla Grecia affinchè non risponde alle provocazioni. Anche per questi motivi la candidatura turca all’ingresso nella comunità dovrebbe perlomeno essere prorogata fino a quando non verranno meno gli atteggiamenti aggressivi ed espansionistici della repubblica asiatica e non avverrà il ritiro totale ed incondizionato dall’isola di Cipro.

La linea di confine tra la repubblica turco-cipriota e quella greco cipriota

  • il rispetto delle minoranze interne ed in particolar modo della questione curda: il nazionalismo fanatico turco, dopo essersi abbattuto sul popolo armeno, si è sfogato contro un’altra minoranza etnica stanziata all’interno dei suoi confini: quella curda. Già nel secolo scorso i curdi erano stati oggetto della politica repressiva dell’impero e, dopo aver subito pesanti angherie durante tutto il secolo, attualmente si vedono negata dalle autorità turche la propria stessa esistenza in quanto vengono considerati semplicemente turchi di montagna permettendo così al governo centralista di applicare la sistematica distruzione della particolare cultura curda impedendone l’uso della lingua, dei costumi tradizionali e delle tradizioni nel tentativo di omologare questo popolo al resto della popolazione turca. L’attuale conflitto in corso nel Kurdistan turco non è altro che la naturale conseguenza di decenni di spietata repressione che comunque non accenna assolutamente a diminuire.Anche in questo caso l’Europa ha dimostrato una volta di più la propria debolezza politica e la soggezione cronica ai diktat statunitensi e sembra non dare il minimo peso politico alla repressione perpetrata dalla Turchia ai danni del popolo turco.

Note:

1: in Francia risiede una consistente minoranza armena, circa 300.000 persone, giunte qui durante la diaspora causata dal genocidio.
2: confronta con Il Corriere Della Sera domenica 31 maggio 1998 pag. 10.

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Genocidio armeno, la censura turca arriva in Vaticano

Michele Tornabuoni – 11 febbraio 2012

In occasione della commemorazione del genocidio armeno, che cade oggi, riproponiamo la storia di un

Immagini del genocidio armeno a Mosca (Afp)

«Ho visto trucidare molti bambini». Al capo del villaggio «furono cavati gli occhi, poi fu scorticato e baionettato». Al prete di Ohannes «furono cavati gli occhi, tagliata la barba, naso e orecchi, e in quello stato fu fatto ballare, poi sollevato per aria con le baionette e finalmente strangolato». «Circa seicento persone s’erano rifugiate nella Chiesa di Sup-Merapan, e ufficiali, capi curdi e soldati vi penetrarono, scelsero sessanta fra le più belle donne e le allontanarono, le altre furono date ai soldati, ai quali fu detto di far come piaceva loro: essi infatti le violarono e poi le uccisero, e se ne vedeva il sangue scorrere a rivi dalla porta della chiesa». «Furono portati dei grandi vasi di petrolio, col quale si incendiarono alcuni villaggi». Una ragazza armena, «per non farsi musulmana ed essere violata, seguita da altre tre, si uccise buttandosi da un precipizio sull’Antog-Dag». Guardando una donna armena, due soldati turchi «fecero una scommessa sul sesso del bambino, e senz’altro la sventrarono e con le baionette estrassero il feto».

Dalle viscere dell’Archivio Segreto Vaticano emerge, oltre un secolo dopo, la sconvolgente testimonianza del primo genocidio degli armeni. A trascorrere lunghi mesi tra le carte conservate negli scaffali della Città Leonina è stato uno studioso polacco, Marko Jacov, che ha appena dato alle stampe il volume La questione d’Oriente vista attraverso la tragedia armena (1894-1897). Mentre Parigi e Ankara litigano per la legge voluta dal presidente Nicolas Sarkozy per perseguire il reato di negazionismo del secondo genocidio armeno (1915-1916), il libro è molto più che una pur preziosa ricognizione storiografica. Diplomaticamente, è una mina sul percorso dei delicati rapporti tra la Turchia e la Santa Sede. Tanto che il modo accidentato in cui libro di Jacov è venuto alla luce è una storia nella storia.

Per capire perché la pubblicazione di una ricerca archivistica ha creato fibrillazione tra Ankara e la Segreteria di Stato vaticana è necessario fare un passo indietro. Cioè a quando l’elezione di Ratzinger al soglio pontificio si è abbattuta sui rapporti tra il governo di Recep Tayyip Erdogan e il Palazzo apostolico. Papa Wojtyla aveva stabilito con tutto il mondo islamico un rapporto di cordialità, sottraendo la Santa Sede alla montante ideologia di uno “scontro di civiltà”.

Dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, aveva schierato la Chiesa cattolica contro la guerra in Iraq, con una mossa che aveva alienato al Vaticano la simpatia degli Stati Uniti ma gli aveva conquistato quella delle masse del mondo arabo e mediorientale. Anche con la Turchia i rapporti erano eccellenti. Fino al 19 aprile del 2005. Quando si affacciò dal loggione centrale di San Pietro il nuovo Pontefice, nella memoria di politici e diplomatici turchi era ancora fresca la dura presa di posizione con la quale il cardinale Ratzinger, un anno prima, aveva bocciato l’ingresso di un paese musulmano come la Turchia nell’Unione europea.

I timori si trasformarono in aperta contestazione quando, nel settembre 2007, Benedetto XVI pronunciò il celebre discorso di Ratisbona, letto in tutto il mondo musulmano come un affronto alla memoria del profeta Maometto e, più fondamentalmente, un’accusa di irragionevolezza all’Islam. Il primo a protestare, non a caso, fu il gran muftì turco Ali Bardakoglu. Da lì a qualche mese la Santa Sede ebbe modo di precisare il senso del discorso papale e di riallacciare i rapporti con il paese anatolico, tanto che proprio con il viaggio del Papa in Turchia, tra fine novembre e inizio dicembre, andò in scena la ricucitura dello strappo, immortalata nella scena di Ratzinger assorto in preghiera accanto al muftì nella moschea blu di Istanbul.

La pace raggiunta era però fragile. Non tanto per altre iniziative diplomatiche della Santa Sede (quando il Papa si recò a Cipro, nel 2010, il Segretario di Stato, card. Tarcisio Bertone, si adoperò, senza successo, per realizzare una mediazione vaticana tra la metà greca dell’isola e la metà occupata militarmente dai turchi nel 1974). Piuttosto perché la situazione dei cristiani in Turchia è andata via via peggiorando. Erdogan, a capo di un partito islamico moderato, ha portato avanti il suo progetto di trasformare la Turchia in un perno degli equilibri mediorientali.

Per realizzare questa “terza via”, però, ha scatenato le reazioni tanto dei settori dell’esercito legati al laicismo di Atatürk, quanto dell’anima fondamentalista dell’islam anatolico. Va probabilmente inquadrato in questo contesto sia l’omicidio di don Andrea Santoro nel 2006, sacerdote missionario a Trebisonda (Trabzon), quanto l’uccisione, nel 2010, di mons. Luigi Padovese, vicario apostolico dell’Anatolia. Queste morti non solo hanno aumentato l’apprensione dei cristiani del Medio Oriente, oggetto di persecuzione in vari paesi, ma hanno anche preoccupato non poco la diplomazia vaticana, incerta sulla capacità del governo Erdogan di assicurare l’incolumità dei propri fedeli.

In questo quadro di sottile diffidenza reciproca, Marko Jacov si è messo a studiare le esplosive carte sul primo pogrom degli armeni per mano della Sublime porta. Suscitando l’allarme della Turchia.

A grandi linee la storia è nota. A fine Ottocento gli armeni dell’Impero ottomano – circa due milioni – chiesero sempre più insistentemente riforme per ottenere maggiore autonomia fiscale e amministrativa. Una pretesa che non intendeva mettere in discussione la fedeltà al Sultano, ma che si intrecciò con i sommovimenti geopolitici che accompagnarono il declino della Sublime porta.

«In seguito al Congresso di Berlino (1878) – si legge nel volume di Jacov – l’Inghilterra entrò militarmente in Egitto e la Francia affermò la propria presenza e influsso nel Maghreb, in Siria e in Palestina. A quel punto l’Asia minore divenne un’area in cui si metteva in forse non soltanto l’esistenza dell’Impero Ottomano, ma anche il futuro di un possibile Stato nazionale turco. Proprio con lo scopo di impossessarsi del cuore dell’Impero Ottomano prima della sua disgregazione, l’Inghilterra utilizzò i comitati rivoluzionari armeni per provocare una sollevazione degli armeni stessi. Così scoppiarono le rivolte armene a Sassun nel 1894 e a Costantinopoli nel 1895. Seguì l’assalto alla Banca ottomana nel 1896. La popolazione armena rivendicava il diritto alle riforma ma non aspirava ad una indipendenza e tanto meno ricorreva ad atti di violenza per realizzare i propri diritti, riconosciuti tra l’altro anche dal Congresso di Berlino. Gli armeni volevano dunque una vita normale per se stessi ed un futuro migliore per l’Impero, di cui per secoli furono sudditi fedeli e leali. Perciò il Sultano non aveva nessun fondamento per muovere, come fece, la macchina bellica del suo esercito per sterminarli».

Il pogrom anti-armeno fece decine di migliaia di vittime, e una massa incalcolabile lasciò l’Impero ottomano per sfuggire al massacro. «Il fatto è – scriveva il britannico Malcom MacColl citato nel volume – che, dietro a quel cadavere recalcitrante che risponde al nome dell’indipendenza della Turchia, si nasconde, ci dicono alcuni, la Questione d’Oriente, la quale spargerà fuoco e fiamme ai quattro lati dell’Europa».

La scorsa primavera, il libro di Jacov era in stampa. Non era la prima volta che lo studioso si occupava dell’argomento. In precedenza lo storico polacco aveva pubblicato un articolo intitolato «Leone XIII, la diplomazia europea e la questione armena». Ma ora stava per dare alle stampe un intero volume, denso di dettagli, reportage, testimonianze dirette del massacro in cui perirono migliaia di armeni. Documentazione mai pubblicata tratta sia dall’Archivio segreto vaticano, sia dagli archivi del Quai d’Orsay, il ministero degli Esteri di quel paese, la Francia, che di lì a poco avrebbe approvato la legge che ha fatto infuriare Erdogan. Ce n’era abbastanza perché Ankara si allarmasse. Appena la notizia della pubblicazione del libro filtrò dal Vaticano, la Turchia si è attivata.

Non ci sono conferme ufficiali, ma a quanto apprende Linkiesta gli ambienti diplomatici turchi presenti a Roma si sono discretamente messi in contatto con alti funzionari della Segreteria di Stato ed hanno recapitato l’apprensione di Ankara che una simile pubblicazione avesse dei contraccolpi difficili da gestire sui rapporti bilaterali.

Il timore, inoltre, era che rimestare quella antica ferita prestasse facilmente il fianco alle correnti di pensiero europee anti-turche. «Questo tipo di protesta non sorprende, visto quello che è successo poco dopo con la Francia…», commenta un prelato in Vaticano che preferisce mantenere l’anonimato. «Eppure – prosegue – certe reazioni non si capiscono. Certo, iniziative come la legge francese sul negazionismo lasciano perplessi, ma se si interviene per evitare la pubblicazione dei libri… Un conto è la polemica politica, altro è l’interferenza nella ricerca scientifica».

Forse la distinzione non è così facile da fare. Tanto più quando si tratta di vicende che affondano sì le radici nel passato remoto, ma possono trovare nella cronaca di questi anni dei singolari ricorsi. E quando non manca – nella galassia cattolica come nelle sfaccettature della politica turca – chi è interessato a utilizzare il passato storico per reinterpretare ideologicamente il presente politico, facendo leva sulla contrapposizione tra Occidente e Oriente o vedendo nelle persecuzioni che i cristiani subiscono in questi anni in Medio Oriente un riflesso di contrapposizioni avvenute nei secoli passati.

Quel che è certo è che il libro, che doveva essere pubblicato in primavera, è uscito solo a fine 2011, e non per mano della Libreria editrice vaticana. A pubblicarlo a Cracovia – in italiano – è stata l’Accademia polacca delle scienze e delle lettere. La Santa Sede non ha dato nessun patrocinio all’opera. Il libro è giunto a fine gennaio in alcune – poche – librerie intorno al Vaticano. E nella prefazione, non firmata, si ricorda come la «presa di coscienza» del genocidio in corso «non fu immediata a motivo delle notizie, inizialmente confuse e distorte, che provenivano dall’Anatolia. In tale contesto emerse l’azione di papa Leone XIII, che mostrò un preveggente interesse per la questione armena a dispetto delle illazioni in contrario mossegli da taluni autorevoli giornali di orientamento laico e sostanzialmente anticlericale che negando i massacri accusavano il pontefice di organizzare, col pretesto di difendere gli armeni, una nuova crociata. In un primo momento la stampa sembrò fungere da cassa di risonanza della propaganda del sultano Abdul Hamid II e della Sublime porta, affermando che sarebbero stati gli armeni i responsabili della tragedia che li aveva colpiti. Lungi da cedere a qualunque tipo di propaganda, il papa si rivolse direttamente al sultano, con cui aveva mantenuto e coltivato precedentemente buoni rapporti, con la richiesta di fermare il massacro in corso e ordinò al suo Segretario di Stato, il cardinale Mariano Rampolla del Tindaro, di comunicare ai nunzi di intervenire presso i governi delle Potenze a favore degli armeni».

In appendice del libro, oltre cento pagine di preoccupati dispacci di militari, uomini di Chiesa e ambasciatori pontifici, francesi, italiani, tedeschi, portoghesi inglesi, e poi ancora tabelle dettagliatissime su luoghi delle stragi, numero di morti, case e chiese distrutte. «Merita apprezzamento – si legge nella prefazione – lo sforzo compiuto dal nostro autore per trarre dalle molte fonti notizie dati sui luoghi e sulle persone implicate nel tragico genocidio con la redazione di comode tabelle riassuntive. Abbiamo così una mappa geografica e una scansione cronologica dei massacri che non si scorre senza una forte e negativa impressione delle crudeltà perpetrate».

Contabilità storiografica della tragedia, di una memoria storica ancora troppo incandescente per i rapporti tra Turchia e Santa Sede. Ad Arapkir il 5 novembre 1895 «les victimes des massacres s’elevennt à trois mille». A Hankddoum il 23 ottobre 18954 «le pretre der-khatt, un venerable vieillard, a eté massacré». A Malatia da ottobre a dicembre «uccisi: 3630 aemrni gregoriani, 70 armeni cattolici». Ad Abana il 24 ottobre 2895 «les femmes er jeunes filles armeniennes qui, pour plus de securité s’etaient refugées aux villages grecs des environs, y ont subi les derniers outrages de la part des turcs, et plusiers d’entre elles ont eté enlevées».

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Libano, 98° anniversario genocidio armeno: migliaia in corteo a Beirut

Libano, 98° anniversario genocidio armeno: migliaia in corteo a Beirut

Beirut (Libano), 24 apr. (LaPresse/AP) – Migliaia di persone sono scese in corteo a Beirut, in Libano, per protestare contro la Turchia nel 98esimo anniversario del genocidio armeno, che Ankara si rifiuta di riconoscere. Il 24 aprile ricorre la giornata della memoria del genocidio armeno, avvenuto nell’impero ottomano in declino e in cui furono uccisi secondo la maggior parte degli storici circa 1,5 milioni di persone. La Turchia si rifiuta di riconoscere il genocidio, sostenendo che il bilancio delle vittime sia stato gonfiato e che, nel crollo dell’impero ottomano, ci siano stati morti da entrambe le parti, cioè sia fra gli armeni che fra i turchi. La maggior parte dei manifestanti a Beirut erano appartenenti alla comunità armena e portavano le bandiere armene.

Pubblicato il 25 aprile 2013
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Francia e genocidio armeno, una questione ‘in sospeso’

Davanti all’arco di Trionfo, i rappresentanti del popolo armeno hanno ricordato il massacro del 1915, mentre la legge contro il negazionismo passa ora nelle mani di Hollande.

testo e foto di Maria Letizia Perugini da Parigi
Sugli Champs Elysées, tra gruppi di turisti ignari e francesi dediti allo shopping, il 24 aprile uomini e donne hanno marciato sventolando bandiere armene, per ricordare il massacro avvenuto nel 1915 ai danni della popolazione armena di Turchia.
Un evento sanguinoso che ha battezzato la nascita della Turchia contemporanea, quello stesso Stato che oggi rinnega ufficialmente il suo passato.
La manifestazione francese si è svolta tra place de l’Etoile e place du Canada, verso l’arco di Trionfo, e ha coinvolto le numerose associazioni armene presenti in Francia.
L’ufficialità delle celebrazioni è stata sottolineata anche dalla partecipazione di alcuni esponenti del governo, in particolare del ministro dell’Educazione, Vincent Peillon.
Tra i cartelli che hanno sfilato alla manifestazione, spiccava quello in ricordo della morte di Sevag Balıkçı, un ragazzo di origini armene, che stava effettuando il servizio militare obbligatorio.
Il giovane è stato ucciso da un colpo d’arma da fuoco il 24 aprile del 2011, a Batman, nel sud est del paese.
Secondo la versione ufficiale si è trattato di morte accidentale avvenuta mentre Sevag “giocava” con altri commilitoni. 
Nell’inchiesta successiva è però emerso che Kıvanç Ağaoglu, il proprietario della pistola ‘assassina’, era un ultanazionalista con alle spalle una storia di attività anti-armene.
Il processo si è concluso solo poche settimane fa, il 26 marzo, con una sentenza che ha definito “accidentale” la morte di Sevag, condannando Kivanç a due anni e sei mesi di prigione.
Perché il 24 aprile
Il 24 aprile è la data in cui in tutto il mondo si celebra la commemorazione del genocidio armeno, scelta per la prima volta dal Libano nel 1965 e poi adottata dalla comunità internazionale.
Nell’65, la numerosa comunità armena del paese dei cedri scendeva in piazza per celebrare i cinquant’anni passati dall’evento che scatenò il massacro.
Nella notte tra il 23 e il 24 aprile del 1915, le autorità turche attuarono una retata nell’allora Costantinopoli contro le elite intellettuali armene.
Scrittori, avvocati, insegnanti, artisti e membri del Parlamento vennero prelevati dalle loro case. Si parla di almeno 300 persone in una sola notte.
I rappresentanti politici vennero uccisi quella sera stessa, gli altri morirono durante il trasferimento forzato verso l’intero del paese.
La Francia e il genocidio armeno 
In Francia la comunità armena è molto numerosa e ben organizzata, e non a caso uno degli ultimi atti politici di Nicolas Sarkozy per assicurarsi la rielezione aveva riguardato proprio la questione del negazionismo rispetto al genocidio del 1915.
Il presidente dell’UMP aveva proposto una legge passata all’Assemblea nazionale e al Senato, che puniva con il carcere e con il pagamento di una multa particolarmente onerosa chiunque avesse negato il genocidio armeno. 
La legge si è però arenata al Consiglio costituzionale, che l’ha respinta perché “contraria alla Costituzione”.
Succedeva a ridosso delle elezioni, e adesso il nuovo governo Hollande si ritrova ad affrontare la questione lasciata in sospeso da Sarkozy.
Sebbene il nuovo ministro degli Esteri, Laurent Fabius, abbia dichiarato l’indisponibilità del governo a riprendere la proposta bocciata dal Consiglio costituzionale, provocando le reazioni indignate della comunità armena francese, il presidente Hollande ha invece rinnovato il suo impegno contro il negazionismo del genocidio.
Promessa ribadita anche in occasione della commemorazione sugli Champs Elysées. 
Per spiegare questa apparente contraddizione tra le fila del governo d’oltralpe è bene ricordare che le dichiarazioni di Fabius sono arrivate all’indomani dell’incontro con il suo omologo turco, destinato a aprire una nuova tappa nelle relazioni Parigi-Ankara e segnato innanzitutto dalla rimozione delle sanzioni economiche applicate dalla Turchia nei confronti della Francia, proprio in relazione alla legge votata a fine 2011.
26 aprile 2013
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Il genocidio armeno e la Shoah: un confronto

(di R. Melson)

Il genocidio armeno e la Shoah possono essere definiti dei modelli emblematici di genocidio dell’epoca moderna.

A sostegno di questa affermazione si possono addurre quattro motivazioni.

In primo luogo questi due stermini di massa sono stati la conseguenza di una politica statalista che aveva come obiettivo da una parte l’eliminazione della comunità armena in tutto l’Impero ottomano, dall’altro quello degli Ebrei in Germania ed in Europa. Si tratta di due esempi incontestabili di quello che l’ONU ha chiamato “genocidio totale”, il ché lo differenzia dal “genocidio parziale” (tra i casi di “genocidio parziale” figurano i massacri dei Cinesi in Indonesia nel 1965, degli Ibos in Nigeria nel 1967, del musulmani in Bosnia nel 1992/96.

In secondo luogo i gruppi bersagliati sono delle comunità etnico-religiose parzialmente integrate ed assimilate nei rispettivi contesti sociali, l’Impero ottomano per gli uni, l’Europa per gli altri. Anziché svilupparsi in un contesto con le caratteristiche che assume un conflitto contro un Paese straniero, la loro eliminazione fu un massacro collettivo, preceduto da un’aggressione ad opera degli apparati dello Stato contro una parte del proprio tessuto sociale. Il genocidio armeno e la Shoah rappresentano dunque non soltanto un “genocidio totale”, ma un “genocidio interno statale”, diverso dunque dei genocidi di popolazioni straniere residenti al di fuori della frontiera dello Stato. Su questo punto il genocidio armeno e la Shoah differiscono dall’eliminazione di massa degli abitanti di Melisso da parte degli Ateniesi, dell’annientamento di Cartagine da parte di Roma o di quello dei popoli del Nuovo Mondo e dell’Africa per mano degli Europei.

In terzo luogo, gli Armeni e gli Ebrei formavano un gruppo comunitario ed etnico e non un gruppo od una categoria politica, che non rientrano nella prima definizione, fortemente avversata, di genocidio accettata dalle Nazioni Unite. Anche se gli Armeni e gli Ebrei hanno fatto parte di specifiche categorie sociali , nell’Impero ottomano per gli uni, in Germania e dovunque in Europa per gli altri, essi non rappresentavano una classe sociale specifica, come avveniva per i kulaki in unione Sovietica io i Cambogiani di città, rispettivamente eliminati da Stalin e dagli Kmer rossi.

In quarto luogo il genocidio armeno e la Shoah sono il risultato iniquo di una ideologia moderna, di un contesto rivoluzionario e di guerra: la rivoluzione turca e la Prima Guerra mondiale per il genocidio armeno, la rivoluzione nazista e la Seconda Guerra mondiale per la Shoah. Nei secoli precedenti, la minoranza armena dell’Impero ottomano si era giovata di una forma di tolleranza non disgiunta da evidente disprezzo. Gli Armeni accolsero favorevolmente la rivoluzione dei Giovani Turchi del 1908, sperando che avrebbe contribuito a migliorare la loro situazione, che era peggiorata all’epoca del sultano Abdülhamid II. Nonostante questo, dopo le vicende militari del periodo 1908/12, i Giovani Turchi si discostarono da questa tradizione di tolleranza, orientandosi verso una ideologia panturca, una variante del nazionalismo organicista contemporaneo e nel 1915, in piena guerra mondiale, deportarono ed annientarono la comunità armena. Gli Ebrei della Germania imperiale erano stati emancipati nel 1871 e, nonostante qualche manifestazione di antisemitismo, essi speravano di essere assimilati ed integrati nella società tedesca ed europea. I disastri della Prima Guerra mondiale, l’inflazione degli anni ’20, la grande depressione, ebbero come sbocco la fine della repubblica di Weimar e l’arrivo al potere dei nazisti, che erano ispirati da una concezione del mondo che univa al razzismo un antisemitismo assoluti. Il piena guerra mondiale essi misero in atto un programma di sterminio totale degli ebrei e degli Zingari e un genocidio parziale di popoli come quello Polacco.

Nonostante queste analogie tra il genocidio armeno e la Shoah esistono anche almeno tre differenze.

In primo luogo gli Armeni, come gli Ebrei, erano considerati una comunità inferiore e regevole, ma a differenza degli Ebrei, non erano accusati di deicidio. Per gli Ebrei infatti, l’essere percepiti come deicidi ha contribuito, nel momento in cui chiedevano di avere pari dignità sociale, a far crescere un movimento antisemita che li demonizzava e che imponeva loro una esclusione molto più marcata e diversa da quella subita dagli Armeni.

In secondo luogo gli Armeni erano soprattutto una comunità rurale che viveva sulla terra dei suoi antenati, in Cilicia e nelle province orientali dell’Anatolia, mentre gli Ebrei costituivano una comunità essenzialmente urbana, senza un territorio ancestrale, sparpagliati per tutta la germania e l’Europa. Nel contesto delle rivendicazioni nazionaliste, alcuni nazionalisti Armeni rivendicarono l’autonomia territoriale ed amministrativa, mentre gli Ebrei europei, fatta eccezione per il movimento sionista, aspiravano all’integrazione e all’assimilazione da parte dei paesi nei quali risiedevano. Il genocidio armeno dunque, a differenza della Shoah, comportò non solo la scomparsa di tutto un popolo, ma anche la confisca delle terre tradizionalmente da questo coltivate a partire dall’epoca precristiana.

Infine, contrariamente ai Giovani Turchi, le cui aspirazioni erano di tipo nazionalista e imperialista, i nazisti rappresentavano un movimento totalitario la cui ideologia antisemita aveva delle ambizioni mondiali. Contrariamente al genocidio armeno e ad altri tipi di genocidio, la Shoah aveva dunque scopo e portata mondiali. E’ noto che i nazisti chiesero ai loro alleati giapponesi di consegnare tutti i loro ebrei perché fossero sterminati. I giapponesi rifiutarono, ma questo esempio è paradigmatico per capire le differenti ideologie nazista e turca. La prima si era posta come obiettivo quello di combattere gli Ebrei a livello planetario, la seconda quello di uccidere gli Armeni di Anatolia e del resto dell’Impero panturco.

Diversamente dai nazisti, i Giovani Turchi non aspiravano a far scomparire gli Armeni dalla faccia della terra.

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Armin. T Wegner è stato testimone oculare dello sterminio del popolo armeno iniziato a Istanbul il24 aprile 1915 con una retata che lasciò la nazione armena priva di una guida spirituale, culturale e politica.
Documentò lo sterminio con le fotografie che riuscì a scattare. Fece pervenire parte del materiale fotografico in Germania e negli Stati Uniti. E ancora oggi le sue foto sono tra le testimonianze storiche più preziose di quanto avvenne in quel periodo.
Mi hanno raccontato che Gemal Pascià, il carnefice siriano, ha proibito, pena la morte, di scattare fotografie nei campi profughi. Io conservo le immagini di terrore e di accusa legate sotto la mia cintura…
So di commettere in questo modo un atto di alto tradimento, e tuttavia la
consapevolezza di aver contribuito per una piccola parte ad aiutare questi poveretti mi riempie di gioia più di qualsiasi cosa abbia fatto”
E’ a nome della Nazione Armena che io mi appello a voi, come uno dei pochi europei che sia stato testimone oculare, fin dal suo inizio, dell’atroce distruzione del Popolo Armeno nei fertili campi dell’Anatolia, oso rivendicare il diritto di farvi il quadro delle scene di sofferenza e di terrore che si sono snodate davanti ai miei occhi per circa due anni, che non si potranno mai cancellare dalla mia memoria.
(Armin T. Wegner)
… io non accuso il popolo semplice di questo paese il cui animo è profondamente onesto, ma io credo che la casta di dominatori che lo guida non sarà mai capace, nel corso della storia, di renderlo felice, perché essa ha distrutto totalmente la nostra fiducia nelle loro capacità di incivilire ed ha tolto alla Turchia, per sempre, il diritto all’auto-governo.
(Armin T. Wegner)
I malati e i vecchi, nonché i bambini, cadevano lungo la strada per non più rialzarsi.
Delle donne sul punto di partorire, erano obbligate sotto la minaccia delle baionette o della frusta d’andare avanti fino al momento del parto, poi venivano abbandonate sulla strada per morirvi d’emorragia.
Le ragazze più attraenti venivano ripetutamente violentate.
E quelle che potevano si suicidavano.
Delle madri divenute folli gettavano i loro figli nel fiume per porre fine alla loro sofferenza.
Centinaia di migliaia di donne e di bambini soccombevano a causa della fame, della sete…
Armin Theophil Wegner nasce a Wuppertal, in Germania nel 1886.
Allo scoppio della prima guerra mondiale, è inviato in Medio Oriente come membro del servizio sanitario tedesco nel quadro dell’alleanza militare tra la Germania e la Turchia. Nel corso della campagna mesopotamica del 1915 –
1916, Wegner è testimone oculare del genocidio del popolo armeno, la prima pulizia etnica del XX secolo. Nonostante i divieti, scatta centinaia di fotografie nei campi dei deportati, raccoglie lettere di supplica per le ambasciate, invia missive
in Germania, scrive un diario, raccoglie appunti e riesce a far giungere a destinazione parte del materiale. Scoperta la sua attività clandestina, nel novembre del 1916 è espulso dalla Turchia e richiamato in Germania, dove cerca di diffondere le notizie sulla tragedia degli armeni.
Organizza conferenze e dibattiti; pubblica le lettere inviate alla madre e agli amici dal deserto di Deir es Zor nel libro intitolato ”La via senza ritorno”.
Nel 1919 invia una lettera aperta al Presidente degli Stati Uniti, nella quale denuncia lo sterminio della nazione armena e auspica una patria per i sopravissuti. Nel 1933, all’indomani della serrata contro gli ebrei, indirizza ad
Adolf Hitler una lettera di protesta contro i comportamenti antiebraici e antiumani del regime.
Viene arrestato dalla Gestapo, torturato e incarcerato. Liberato, dopo varie peregrinazioni, si rifugia in Italia, dove risiede fino alla morte, nel 1978. Dopo il 1965 il suo ruolo di testimone del genocidio armeno e di difensore dei diritti dei popoli, degli armeni e degli ebrei, è riconosciuto a livello internazionale. Nel 1968 viene insignito del titolo di “Giusto tra le Nazioni” dallo Yad Vashem in Israele e dell’ordine di S. Gregorio, a Yerevan, capitale dell’Armenia, dove una strada porta il suo nome. Qui, nel 1996, le sue ceneri sono state tumulate nel “Muro della memoria”.
Testimonianza del Console italiano Giovanni Gorrini che così scrisse:
Dal 24 giugno non ho più dormito ne mangiato. Ero preso da crisi di nervi e da nausea al tormento di dover assistere all’esecuzione di massa di quegli innocenti ed inermi persone. Le crudeli cacce all’uomo, le centinaia di cadaveri sulle strade, le donne ed i bambini l’anima e quasi fanno perdere la ragione.
Nel 1914, quando ebbe inizio la prima guerra mondiale, i turchi vennero nel nostro villaggio, radunarono gli uomini armeni e li portarono via per arruolarli nell’esercito ottomano. Ma ci fu poi chi portò la notizia che, lungo la strada, li avevano uccisi tutti a colpi di accetta. Tra quegli uomini c’era anche mio padre.
Mesrop Minassian aveva 4 anni nel 1914. Nato a Samsun in Anatolia, é uno dei sopravvissuti al genocidio che novant’anni fa si consumò in Turchia nel tentativo (quasi riuscito) di eliminare un intero popolo. La data simbolo é il 24 aprile 1915: ma in ealtà il progetto era già iniziato nel 1894 col sultano Abdul – Hamid, che aveva organizzato battaglioni di curdi detti appunto hamidies e che, scrive Claude Mutafian, “sarebbero diventati la punta di diamante della repressione contro gli armeni”. Ma se per l’impero ottomano battevano gli ultimi rintocchi della storia, furono poi i “Giovani Turchi” a riprendere in mano il progetto di sterminio con maggior vigore.
L’uomo che vide il genocidio
Arrivarono – continua Mesrop – e ci fecero uscire tutti dalle case. Ragazze, donne, bambini: ci portarono tutti nel deserto. Così, come un agnellino, mi hanno strappato da mia madre. Mi misero sotto terra, mi seppellirono lasciando fuori solo la testa e si allontanarono dicendo ‘Domani uccidiamo anche questo qui. Poi se andarono a scegliersi le ragazze più belle: quelle brutte le uccidevano o le gettavano nel fiume. Aprivano la pancia alle donne incinte, per vedere se il figlio era maschio o femmina. Alle ragazze vergini tagliavano i capezzoli, mentre alle donne tagliavano i seni e glieli mettevano sulle spalle. Io, dal buco dove ero interrato, vedevo tutto con i miei occhi.
Mesrop é uno dei pochi che ha potuto raccontare quella tragedia. Tutto il resto è
fatto di ricordi. Per molti versi simili. Gerard Chaliand, come Antonio Arslan, si sono affidati alla memoria e ai racconti che si facevano in famiglia. Yves Ternon o Vahakn Dadrian invece si sono basato su archivi, carte, documenti. Ma le testimonianze dirette di quanto accadde a ridosso della grande guerra, quando i “Giovani Turchi” inseguivano il sogno panturco (che prevedeva la pulizia etnica dei non turchi), restano i più vividi.
A Mesrop capitò, dopo aver assistito alla tragedia di amici e parenti, di essere anche lui rapito: “Un turco che passava da quelle parti, sentì i miei lamenti. Venne, mi tirò fuori e mi portò a casa sua. Poi mi condusse dal mullah e mi
fece circoncidere. Mi fecero stendere per strada, in mezzo al paese, in modo che chi passava vedesse che c’era un musulmano in più. Io rimasi con il mio padrone turco, badavo alle sue pecore. Mia madre era una donna molto bella ed era stata rapita da un altro turco. Il mio padrone un giorno mi lasciò andare da lei, perché la vedessi: arrotolavano le foglie del dolma.
Mi vide e non disse niente, fece finta di nulla: intinse soltanto una foglia nell’acqua e me la diede perché la mangiassi… Il mio padrone mi utilizzava come servo. Ogni giorno mi diceva: ‘Infedele!
Porta le pecore al pascolo e torna!’. Mi davano i compiti piu umili. Lui si accucciava per fare i suoi bisogni e poi mi diceva: ‘Infedele! Porta una pietra e puliscimi il sedere!’. Un giorno tardai e si infuriò, prese una grossa pietra e me la voleva tirare in testa, ma la moglie si mise in mezzo e io mi salvai”.
E’ dovere di noi tutti effettuare nelle sue linee più ampie la realizzazione del nobile progetto di cancellare l’esistenza degli armeni che per secoli hanno costituito una barriera la progresso e alla civiltà dell’Impero…
Siamo criticati e richiamati ad essere pietosi; questa semplificazione è una sorta di ingenuità. Per coloro che non cooperano con noi troveremo un posto che stringerà la fibra dei loro cuori delicati”.
(Ministro dell’Interno Talaat, 18 novembre 1915).
“Il luogo di esilio di questa gente sediziosa è l’annientamento”. (Ministro dell’Interno Talaat, 1 dicembre 1915).
” Dopo aver fatto inchieste, è risultato che solo il 10 per cento degli armeni soggetti alla deportazione generale ha raggiunto i luoghi a loro destinati; il resto è morto di cause naturali, come fame e malattie. Vi informiamo che stiamo lavorando per avere lo stesso risultato riguardo quelli ancora vivi, usando severe misure”.
(Abdullahad Nouri, 10 gennaio 1916).
“Il numero settimanale dei morti durante gli ultimi giorni non era soddisfacente”.
(Abdullahad Nouri Bey, 20 gennaio 1916)
“…Senza ascoltare nessuna delle loro ragioni, rimuoverli immediatamente, donne, bambini, chiunque essi siano, anche se sono incapaci di muoversi; e non lasciate che la gente li protegga, perché con la loro ignoranza mettono al primo posto guadagni materiali piuttosto che sentimenti patriottici e non riescono ad apprezzare la grande politica del governo. Perché, invece di misure indirette di sterminio usate in altri luoghi, come severità, furia (per portare avanti le deportazioni), difficoltà di viaggio, miseria, possono essere usate misure più dirette da voi, perciò lavorate con entusiasmo…”
(Ministro dell’Interno Talaat, 9 marzo 1915).
“…La Jemiet (Assemblea) ha deciso di salvare la madrepatria dalle ambizioni di questa razza maledetta e di prendersi carico sulle proprie spalle patriottiche della macchia che oscura la storia ottomana. La Jemiet, incapace di dimenticare tutti i colpi e le vecchie amarezze, ha deciso di annientare tutti gli armeni viventi in
Turchia, senza lasciarne vivo nemmeno uno e a questo riguardo è stato dato al governo ampia libertà d’azione…” (Comitato Unione e Progresso, 25 marzo 1915)
“Non è un segreto che il piano previsto consisteva nel distruggere la razza armena in quanto razza”.
(Leslee Davis, Console USA, 24 luglio 1915)
“Non vi è alcun dubbio che questo crimine sia stato pianificato ed eseguito per ragioni politiche”. (Sir Winston Churchill)
“Credo che la storia della razza umana non comprenda un episodio terrificante come questo. Il grande massacro e le persecuzioni del passato sembrano insignificanti se comparate a quella della razza armena in 1915”. (Henry Morghentau, Ambasciata USA in Turchia)
“Il governo turco si è reso colpevole di un massacro la cui atrocità eguaglia e supera qualsiasi altro che la storia abbia mai registrato”.
(George Cleménceau, Primo Ministro di Francia)
“…Gli armeni furono sospettati e sorvegliati dovunque, essi subirono una vera strage, peggiore del massacro. …
Fu una strage e carneficina d’innocenti, cosa inaudita, una pagina nera, con la violazione fragrante dei più sacrosanti diritti di umanità, di cristianità e di nazionalità… La questione armena non è morta. Anzi, essa risorge e si mantiene viva, perché la giustizia internazionale, anche se ritardi, ho fede che finirà per imporsi. Spero che l’auspicato avvenimento, o presto, o tardi, si realizzerà; e lo auguro di gran cuore; come spero e auguro che a ciò possa contribuire principalmente l’Italia”. (Giacomo Gorrini, Console d’Italia in Trebisonda)
“Il massacro degli armeni è considerato come il primo genocidio del XX secolo” (Sottocommissione Diritti Umani dell’ONU, 1973)
Durante la Prima Guerra Mondiale i massacri perpetrati dalla Turchia costituiscono crimini riconosciuti dall’ONU come genocidio. La Turchia è obbligata a riconoscere tale genocidio e le sue conseguenze”
.
(Parlamento Europeo, 1987)
LA MASSERIA DELLE ALLODOLE
di ANTONIA ARSLAN
E COSI’, ORA DOPO ORA, GIORNO DOPO GIORNO, SI ATTUO’ LA MALEDIZIONE
DEGLI ARMENI, ANCHE PER LE DONNE, I VECCHI, I BAMBINI DELLA PICCOLA
CITTA’. OGNI GIORNO PORTO’ IL SUO ORRORE QUOTIDIANO, E OGNI GIORNO LA PENA SI ACCREBBE PER I SOPRAVVISSUTI, CHE SI TRASCINAVANO AVANTI PASSO DOPO PASSO, SEMPRE PIU’ MISERABILI, SEMPRE PIU’ MACILENTI, AFFRONTANDO OGNI GIORNO LA MORTE QUOTIDIANA.”
E ANCORA..
SEMINUDE, SPORCHE, AMMALATE, AFFAMATE, ABBACINATE DAL SOLE, CON
LE TRECCE SUDICE LEGATE ALLA MEGLIO, CON I VESTITI A BRANDELLI E UN
CENCIO IN TESTA, CAMMINARONO LE MADRI ARMENE, DI PAESE IN PAESE,
COME LEBBROSE, COME APPESTATE: TENUTE FUORI DALLE CITTA’ CHE
ATTRAVERSAVANO, GIACEVANO PER TERRA SENZA SAPERE SE AVREBBERO
TROVATO LA FORZA PER RIALZARSI, IN QUEL FOSCO INDOMANI SENZA SPERANZA E SENZA ESITO, STREGATE DALLA SVENTURE: CAMMINANDO, AVANTI, SENZA PIU’ SAPERE PERCHE’, TRANNE IL BISOGNO PRIMITIVO, ANIMALE, DI GIACERE, ALLA SERA, ACCANTO AI LORO BAMBINI.”
“Per quanto orribile sia l’ampiezza del male, c’è sempre qualcuno che si schiera dalla parte delbene, come i tre disperati che interferiranno sulla macchina del male per salvare i quattro bambini e farli arrivare in Italia. Non c’è una sola parola d’odio verso il Popolo Turco in questo libro perché anch’esso è stato maltrattato e continua ad esserlo oggi.
Ricordo lo scrittore Turco Orhan Pamuk che rischia tre anni di carcere per aver sostenuto chel’Impero Ottomano ha sterminato un milione di armeni e trentamila curdi nel 1915. Sono glistessi Turchi ad affermare “E’ inutile che ci nascondiamo, il genocidio c’è stato.”
Il consuntivo numerico del GENOCIDIO DEGLI ARMENI
  • da 1.000.000 a 1.500.000 di armeni vengono eliminati nelle manieri più atroci. In pratica i due terzi della popolazione armena residente nell’Impero Ottomano è stata soppressa e, regioni per millenni abitate da armeni, non vedranno più, in futuro, nemmeno uno di essi.
  • circa 100.000 bambini vengono prelevati da famiglie turche o curde e da esse allevati smarrendo così la propria fede e la propria lingua.
  • considerando tutti gli armeni scampati al massacro il loro numero non supera le 600.000.
GENOCIDIO ARMENI

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