LA DOTE DELLA SICILIA ALL’UNITA’ D’ITALIA. QUESTI I NUMERI

17/03/2011 18.51

Un interessante articolo di Lelio Cusimano sul Giornale di Sicilia, evidenzia con dati l’apporto della Sicilia all’Unità d’Italia. Riportiamo quanto scrive Cusimano.

“Quando nacque l’Italia, il nuovo Stato unitario aveva un debito pubblico di poco superiore ai 3 miliardi di lire; a tale debito la Sicilia contribuì con una quota molto ridotta di appena 136 milioni. All’Italia unita la Sicilia apportò un gigantesco patrimonio fatto, tra l’altro, da moltissimi beni ecclesiastici che fruttarono oltre 156 milioni di lire e monete d’argento pari al 65% in valore di tutte la moneta circolante in Italia.

Lo squilibrio Nord-Sud.  Al tempo dell’unificazione d’Italia lo squilibrio nord-sud era una realtà, tangibilmente evidente anche se non priva di curiosi paradossi. La quota di addetti all’industria in Sicilia «staccava» infatti, con un prepotente 31%, il corrispondente valore del nord (25%).

Napoli: record di abitanti Nel 1861 la città di Palermo contava 194 mila abitanti; alla stessa data Milano ne contava 196 mila, Firenze 114 mila, Genova 128 mila; soltanto Napoli svettava con 447 mila abitanti. Al censimento del 1861 la Sicilia contava 2,4 milioni di abitanti, con una densità di 93 abitanti per chilometro quadrato, superiore alla media nazionale che era di 85 abitanti.

Reti ferroviarie.  All’epoca dell’Unificazione la Sicilia contava 2.169 chilometri di strade molto mal tenute, rispetto ai 3.575 chilometri del Piemonte. Il Veneto aveva 298 chilometri di reti ferrate, mentre la Sicilia non aveva una sola traversina.

Sicilia: esercito di artigiani Nel 1861 l’artigianato risultava molto sviluppato in Sicilia con una percentuale di addetti pari al 35% rispetto ad una media nazionale del 25%. A Palermo l’Expo Circa 8 mila espositori ed oltre 1,2 milioni di biglietti venduti segnarono il successo dell’Esposizione Nazionale, di Palermo estesa oltre 130 mila metri quadrati (nell’odierna Piazza Sant’Oliva). Due imponenti torri e due gallerie esterne davano accesso all’Expo; la grande Sala delle feste era di oltre due mila metri quadrati. La mostra delle macchine dell’Expo di Palermo occupava più di 5 mila metri quadrati, mentre la galleria dedicata alla locomozione, larga 15 metri, si estendeva per 280 metri. Al’interno dell’Expo, un villaggio con 60 abissini, costituiva una sicura attrazione. I numeri della flotta Alla vigilia dell’unificazione, la marina mercantile siciliana a vapore contava cinque piroscafi con circa 1200 tonnellate di stazza; si trattava di quasi il 50% della flotta mercantile italiana.

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L’INSABBIAMENTO CULTURALE
DELLA
“QUESTIONE MERIDIONALE” 

Molti storici in epoca moderna hanno fatto luce sugli eventi che hanno caratterizzato l’unità d’Italia dimostrando, con certezza, che la cultura di “regime” stese, dai primi anni dell’unità, un velo pietoso sulle vicende “risorgimentali” e sul loro reale evolversi.

Tutte le forme d’influenza sulla pubblica opinione furono messe in opera, per impedire che la sconfitta dei Borboni o la rivolta del popolo meridionale si colorasse di toni positivi.

Si cercò di rendere patetica e ridicola la figura di Francesco II – il “Franceschiello” della vulgata – arrivando alla volgarità di far fare dei fotomontaggi della Regina Maria Sofia in pose pornografiche, che furono spediti a tutti i governi d’Europa e a Francesco II stesso, il quale, figlio di una “santa” e allevato dai preti, con ogni probabilità non aveva mai visto sua moglie nuda nemmeno dal vivo. Risultò, in seguito, che i fotomontaggi erano stati eseguiti da una coppia di fotografi di dubbia fama, tali Diotallevi, che confessarono di aver agito su commissione del Comitato Nazionale; la vicenda suscitò scalpore e, benché falsa, servì allo scopo di incrinare la reputazione dei due sovrani in esilio.

La memoria di Re Ferdinando II, padre di Francesco, fu infangata da accuse di brutalità e ferocia: gli fu scritto dal Gladstone – interessatamente – d’essere stato – lui cattolicissimo – “la negazione di Dio”.

Soprattutto si minimizzò l’entità della ribellione che infiammava tutto il l’ex Regno di Napoli, riducendolo a “volgare brigantaggio”, come si legge nei giornali dell’epoca (giornali, peraltro, pubblicati solo al nord in quanto la libertà di stampa fu abolita al sud fino al 31 dicembre 1865); nasce così la leggenda risorgimentale della “cattiveria” dei Borboni contrapposta alla “bontà” dei piemontesi e dei Savoia che riempirà le pagine dei libri scolastici.

Restano a chiarire le motivazioni che hanno indotto gli ambienti accademici del Regno d’Italia prima, del periodo fascista e della Repubblica poi, a mantenere fin quasi ai giorni nostri, una versione dei fatti così lontana dalla verità.

A mio parere le ragioni sono composite, ma riconducibili ad un concetto che il D’Azeglio enunciò nel secolo scorso “Abbiamo fatto l’Italia, adesso bisogna fare gli Italiani”, e possono essere esemplificate nel seguente modo:

a. Il mondo della cultura post-unitaria si adoperò per sradicare dalla coscienza e dalla memoria di quelle popolazioni che dovevano diventare italiane, il modo piratesco e cruentisissimo con il quale l’unità si ottenne, ammantando di leggende “l’eroico” operato dei Garibaldini (che sarebbero stati, nonostante tutto, schiacciati prima o poi dall’esercito borbonico), sminuendo il fatto che la reale conquista del meridione fu ottenuta, in realtà, dall’esercito piemontese, attraverso le vicende della guerra civile – nonostante la formale annessione al Regno di Piemonte – e tacendo, soprattutto, la circostanza che le popolazioni del sud, salvo una minoranza di latifondisti ed intellettuali, non avevano nessuna voglia di essere “liberate” e anzi reagirono violentemente contro coloro i quali, a ragione, erano considerati invasori.
Per contro si diede della deposta monarchia borbone un’immagine traviata e distorta, e del ‘700 e ‘800 napoletano la visione, bugiarda, di un periodo sinistro d’oppressione e miseria dal quale le genti del sud si emanciperanno, finalmente, con l’unità, liberate dai garibaldini e dai piemontesi dalla schiavitù dello “straniero”.

b. Il Ministero della Pubblica Istruzione e della cultura popolare del periodo fascista, proteso com’era al perseguimento di valori nazionalistici e legato a filo doppio alla dinastia Savoia, non ebbe, per ovvi motivi, nessuna voglia di tipo “revisionista”, riconducendo anzi l’origine della nazione al periodo romano e saltando a piè pari un millennio di storia meridionale. Il governo fascista ebbe l’indiscutibile merito di cercare di innescare un meccanismo di recupero economico della realtà meridionale, ma da un punto di vista storico insabbiò ancor di più la questione meridionale, ritenendola inutile e dannosa nell’impianto culturale del regime.

c. La Repubblica Italiana, nel dopoguerra, mantenne intatto, in sostanza, l’impianto di pubblica istruzione del periodo fascista.

La nazione emergeva, non bisogna dimenticarlo, da una guerra civile, nella quale le fazioni in lotta avevano, con la Repubblica di Salò, diviso in due l’Italia, il movimento indipendentista siciliano era in piena agitazione (erano gli anni delle imprese di Salvatore Giuliano), non era certamente il momento di sollevare dubbi sulla veridicità della storia risorgimentale e alimentare così tesi separatiste.

Si è arrivati in questo modo ai giorni nostri, dove ancora adesso, in molti libri scolastici, la storia d’Italia e del meridione in particolare è vergognosamente mistificata.

In campo economico la visione che si dette del Regno delle due Sicilie fu, se possibile, ancora più lontana dalla realtà effettuale.

Il Sud borbonico, come ci riporta Nicola Zitara era: “Un paese strutturato economicamente sulle sue dimensioni. Essendo, a quel tempo, gli scambi con l’estero facilitati dal fatto che nel settore delle produzioni mediterranee il paese meridionale era il piú avanzato al mondo, saggiamente i Borbone avevano scelto di trarre tutto il profitto possibile dai doni elargiti dalla natura e di proteggere la manifattura dalla concorrenza straniera. Il consistente surplus della bilancia commerciale permetteva il finanziamento d’industrie, le quali, erano sufficientemente grandi e diffuse, sebbene ancora non perfette e con una capacità di proiettarsi sul mercato internazionale limitata, come, d’altra parte, tutta l’industria italiana del tempo (e dei successivi cento anni). (…) Il Paese era pago di sé, alieno da ogni forma di espansionismo territoriale e coloniale. La sua evoluzione economica era lenta, ma sicura. Chi reggeva lo Stato era contrario alle scommesse politiche e preferiva misurare la crescita in relazione all’occupazione delle classi popolari. Nel sistema napoletano, la borghesia degli affari non era la classe egemone, a cui gli interessi generali erano ottusamente sacrificati, come nel Regno sardo, ma era una classe al servizio dell’economia nazionale”.

In realtà il problema centrale dell’intera vicenda è che nel 1860 l’Italia si fece, ma si fece malissimo. Al di là delle orribili stragi che l’unità apportò, le genti del Sud patiscono ancora ed in maniera evidentissima i guasti di un processo di unificazione politica dell’Italia che fu attuato senza tenere in minimo conto le diversità, le esigenze economiche e le aspirazioni delle popolazioni che venivano aggregate.

La formula del “piemontismo”, vale a dire della mera e pedissequa estensione degli ordinamenti giuridici ed economici del Regno di Piemonte all’intero territorio italiano, che fu adottata dal governo, e i provvedimenti “rapina” che si fecero ai danni dell’erario del Regno di Napoli, determinarono un’immediata e disastrosa crisi del sistema sociale ed economico nei territori dell’ex Regno di Napoli e il suo irreversibile collasso.

D’altronde le motivazioni politiche che avevano portato all’unità erano – come sempre accade – in subordine rispetto a quelle economiche.

Se si parte dall’assunto, ampiamente dimostrato, che lo stato finanziario del meridione era ben solido nel 1860, si comprendono meglio i meccanismi che hanno innescato la sua rovina.

Nel quadro della politica liberista impostata da Cavour, il paese meridionale, con i suoi quasi nove milioni di abitanti, con il suo notevole risparmio, con le sue entrate in valuta estera, appariva un boccone prelibato.

L’abnorme debito pubblico dello stato piemontese procurato dalla politica bellicosa ed espansionista del Cavour (tre guerre in dieci anni!) doveva essere risanato e la bramosia della classe borghese piemontese per la quale le guerre si erano fatte (e alla quale il Cavour stesso apparteneva a pieno titolo) doveva essere, in qualche modo, soddisfatta.

Descrivere vicende economiche e legate al mondo delle banche e della finanza, può risultare al lettore, me ne rendo conto, noioso, ma non è possibile comprendere alcune vicende se ne conoscono le intime implicazioni.

Lo stato sabaudo si era dotato di un sistema monetario che prevedeva l’emissione di carta moneta mentre il sistema borbonico emetteva solo monete d’oro e d’argento insieme alle cosiddette “fedi di credito” e alle “polizze notate” alle quali però corrispondeva l’esatto controvalore in oro versato nelle casse del Banco delle Due Sicilie.

Il problema piemontese consisteva nel mancato rispetto della “convertibilità” della propria moneta, vale a dire che per ogni lira di carta piemontese non corrispondeva un equivalente valore in oro versato presso l’istituto bancario emittente, ciò dovuto alla folle politica di spesa per gli armamenti dello stato.

In parole povere la valuta piemontese era carta straccia, mentre quella napolitana era solidissima e convertibile per sua propria natura (una moneta borbonica doveva il suo valore a se stessa in quanto la quantità d’oro o d’argento in essa contenuta aveva valore pressoché uguale a quello nominale).

Quindi cita ancora lo Zitara: “Senza il saccheggio del risparmio storico del paese borbonico, l’Italia sabauda non avrebbe avuto un avvenire. Sulla stessa risorsa faceva assegnamento la Banca Nazionale degli Stati Sardi. La montagna di denaro circolante al Sud avrebbe fornito cinquecento milioni di monete d’oro e d’argento, una massa imponente da destinare a riserva, su cui la banca d’emissione sarda – che in quel momento ne aveva soltanto per cento milioni – avrebbe potuto costruire un castello di cartamoneta bancaria alto tre miliardi. Come il Diavolo, Bombrini, Bastogi e Balduino (titolari e fondatori della banca, che sarebbe poi divenuta Banca d’Italia) non tessevano e non filavano, eppure avevano messo su bottega per vendere lana. Insomma, per i piemontesi, il saccheggio del Sud era l’unica risposta a portata di mano, per tentare di superare i guai in cui s’erano messi”.

A seguito dell’occupazione piemontese fu immediatamente impedito al Banco delle Due Sicilie (diviso poi in Banco di Napoli e Banco di Sicilia) di rastrellare dal mercato le proprie monete per trasformarle in carta moneta così come previsto dall’ordinamento piemontese, poiché in tal modo i banchi avrebbero potuto emettere carta moneta per un valore di 1200 milioni e avrebbero potuto controllare tutto il mercato finanziario italiano (benché ai due banchi fu consentito di emettere carta moneta ancora per qualche anno). Quell’oro, invece, attraverso apposite manovre passò nelle casse piemontesi.

Tuttavia nella riserva della nuova Banca d’Italia, non risultò esserci tutto l’oro incamerato (si vedano a proposito gli Atti Parlamentari dell’epoca).

Evidentemente parte di questo aveva preso altre vie, che per la maggior parte furono quelle della costituzione e finanziamento di imprese al nord operato da nuove banche del nord che avrebbero investito al nord, ma con gli enormi capitali rastrellati al sud.

Ancora adesso, a ben vedere, il sistema creditizio del meridione risente dell’impostazione che allora si diede. Gli istituti di credito adottano ancora oggi politiche ben diverse fra il nord ed il sud, effettuando la raccolta del risparmio nel meridione e gli investimenti nel settentrione.

Il colpo di grazia all’economia del sud fu dato sommando il debito pubblico piemontese, enorme nel 1859 (lo stato più indebitato d’Europa), all’irrilevante debito pubblico del Regno delle due Sicilie, dotato di un sistema di finanza pubblica che forse rigidamente poco investiva, ma che pochissimo prelevava dalle tasche dei propri sudditi. Il risultato fu che le popolazioni e le imprese del Sud, dovettero sopportare una pressione fiscale enorme, sia per pagare i debiti contratti dal governo Savoia nel periodo preunitario (anche quelli per comprare quei cannoni a canna rigata che permisero la vittoria sull’esercito borbonico), sia i debiti che il governo italiano contrarrà a seguire: esso in una folle corsa all”armamento, caratterizzato da scandali e corruzione, diventò, con i suoi titoli di stato, lo zimbello delle piazze economiche d’Europa.

Scrive ancora lo storico Zitara: “La retorica unitaria, che coprì interessi particolari, non deve trarre in inganno. Le scelte innovative adottate da Cavour, quando furono imposte all’intera Italia, si erano già rivelate fallimentari in Piemonte. A voler insistere su quella strada fu il cinismo politico di Cavour e dei suoi successori, l’uno e gli altri più uomini di banca che veri patrioti. Una modificazione di rotta sarebbe equivalsa a un’autosconfessione. Quando, alle fine, quelle “innovazioni”, vennero imposte anche al Sud, ebbero la funzione di un cappio al collo.

Bastò qualche mese perché le articolazioni manifatturiere del paese, che non avevano bisogno di ulteriori allargamenti di mercato per ben funzionare, venissero soffocate.

L’agricoltura, che alimentava il commercio estero, una volta liberata dei vincoli che i Borbone imponevano all’esportazione delle derrate di largo consumo popolare, registrò una crescita smodata e incontrollabile e ci vollero ben venti anni perché i governi sabaudi arrivassero a prostrarla. Da subito, lo Stato unitario fu il peggior nemico che il Sud avesse mai avuto; peggio degli angioini, degli aragonesi, degli spagnoli, degli austriaci, dei francesi, sia i rivoluzionari che gli imperiali”.

Per contro una politica di sviluppo, fra mille errori e disastri economici epocali (basti pensare al fallimento della Banca Romana, principale finanziatrice dello stato unitario o allo scandalo Bastogi per l’assegnazione delle commesse ferroviarie), fu attuata solo al Nord mentre il Sud finì per pagare sia le spese della guerra d’annessione, sia i costi divenuti astronomici dell’ammodernamento del settentrione.

Il governo di Torino adottò nei confronti dell’ex Regno di Napoli una politica di mero sfruttamento di tipo “colonialista” tanto da far esclamare al deputato Francesco Noto nella seduta parlamentare del 20 novembre 1861: “Questa è invasione non unione, non annessione! Questo è voler sfruttare la nostra terra come conquista. Il governo di Piemonte vuol trattare le province meridionali come il Cortez ed il Pizarro facevano nel Perú e nel Messico, come gli inglesi nel regno del Bengala”.

La politica dissennatamente liberistica del governo unitario portò, peraltro, la neonata e debolissima economia dell’Italia unita a un crack finanziario.

Le grandi società d’affari francesi ed inglesi fecero invece, attraverso i loro mediatori piemontesi, affari d’oro.

Nel 1866, nonostante il considerevole apporto aureo delle banche del sud, la moneta italiana fu costretta al “corso forzoso” cioè fu considerata dalle piazze finanziarie inconvertibile in oro. Segno inequivocabile di uno stato delle finanze disastroso e di un’inflazione stellare. I titoli di stato italiani arrivarono a valere due terzi del valore nominale, quando quelli emessi dal governo borbonico avevano un rendimento medio del 18%.

Ci vorranno molti decenni perché l’Italia postunitaria, dal punto di vista economico, possa riconquistare una qualche credibilità.

L’odierna arretratezza economica del Meridione è figlia di quelle scelte scellerate e di almeno un cinquantennio di politica economica dissennata e assolutamente dimentica dell’ex Regno di Napoli da parte dello stato unitario.

Si dovrà aspettare il periodo fascista per vedere intrapresa una qualche politica di sviluppo del Meridione con un intervento strutturale sul suo territorio attraverso la costruzione di strade, scuole, acquedotti (quello pugliese su tutti), distillerie ed opifici, la ripresa di una politica di bonifica dei fondi agricoli, il completamento di alcune linee ferroviarie come la Foggia-Capo di Leuca, – iniziata da Ferdinando II di Borbone, dimenticata dai governi sabaudi e finalmente terminata da quello fascista.

Ma il danni e i disastri erano già fatti: una vera economia nel sud non esisteva più e le sue forze più giovani e migliori erano emigrate all’estero.

Nonostante gli interventi negli anni ’50 del XX secolo con il piano Marshall (peraltro con nuove sperequazioni tra nord e sud), ’60 e ’70 con la Cassa per il Mezzogiorno e l’aiuto economico dell’Unione Europea ai giorni nostri, il divario che separa il Sud dal resto d’Italia è ancora notevole.

La popolazione dell’ex Regno di Napoli, falcidiata dagli eccidi del periodo del “brigantaggio”, stremata da anni di guerra, di devastazioni e nefandezze d’ogni genere, per sopravvivere, darà vita alla grandiosa emigrazione transoceanica degli ultimi decenni dell”800, che continuerà, con una breve inversione di tendenza nel periodo fascista e una diversificazione delle mete che diventeranno il Belgio, la Germania, la Svizzera, fin quasi ai giorni nostri.

Il Sud pagherà, ancora una volta, con il flusso finanziario generato dal lavoro e dal sacrificio degli emigranti meridionali, lo sviluppo dell’Italia industriale.

Ritengo, in conclusione, che sia un diritto delle gente meridionale riappropriarsi di quel pezzo di storia patria che dopo il 1860 le fu strappato e un dovere del corpo insegnanti dello stato favorire un’analisi storica più oggettiva di quei fatti che tanto peso hanno avuto ed hanno ancora nello sviluppo sociale del Paese, anche attraverso una scelta dei testi scolastici più oculata ed imparziale.

La guerra fra il nord ed il sud d’Italia non si combatte più sui campi di battaglia del Volturno, del Garigliano, sugli spalti di Gaeta o nelle campagne infestate dai “briganti”, ma non per questo è meno viva; continua ancora oggi sul terreno di una cultura storica retriva e bugiarda che, alimentando una visione del sud “geneticamente” arretrato, produce un’ulteriore frattura tra due “etnie” che non si sono amate mai.

Il dibattito ancora aperto e vivace sull’ipotesi di una Italia federalista, i toni accesi del Partito della Lega Nord, una certa avversione, subdola ma reale, tra la gente del nord e quella del sud, nonostante il “rimescolamento” dovuto all’emigrazione interna, testimoniano quanto queste problematiche, nate nel 1860, siano ancora attualissime.

Oggi l’unità dello stato, in un periodo dove il progresso passa attraverso enti politico-economici sopranazionali come la Comunità Europea, è certamente un valore da salvaguardare, ma al meridione è dovuta una politica ed una attenzione particolari, una politica legata ai suoi effettivi interessi, che valorizzi le sue enormi risorse e assecondi le sue vocazioni, a parziale indennizzo dei disastri e delle ingiustizie che l’unità vi ha apportato.

L’enorme numero di morti che costò l’annessione, i 23 milioni di emigrati dal meridione dell’ultimo secolo, che hanno sommamente contribuito, a costo di immani sforzi, alla realizzazione di un’Italia moderna e vivibile, meritano quel concreto riconoscimento e quel rispetto che per 140 anni lo Stato, attraverso una cultura storica mendace, gli ha negato e che oggi gli eredi della Nazione Napoletana reclamano<

di CARLO COPPOLA
“Controstoria dell’Unità d’Italia”
M.C.E. Editore

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– perché mentre dal 1860 mi racconti di un Sud che prima dell’unità non ha mai avuto un’ identità di popolo,
ho scoperto che il Sud era nazione dal lontano 1130 e sia pure sotto diverse dinastie ha sempre mantenuto lo stesso territorio mentre tu sei stato sempre uno spezzatino di staterelli;
– perché mentre dal 1860 mi racconti di un Sud povero, straccione e “affricano”,
ho scoperto che il Regno delle Due Sicilie ha portato in dote all’Italia unita oltre 2/3 della ricchezza monetaria circolante in tutti gli Stati preunitari, che c’era il maggior numero di medici per abitante, il più basso tasso di mortalità infantile mentre da te si moriva di pellagra, che c’era una bassissima pressione fiscale mentre il tuo Piemonte indebitato all’inverosimile era sull’orlo della bancarotta;
– perché mentre dal 1860 mi racconti di un Sud incolto ed inefficiente,
ho scoperto che dopo l’annessione hai fatto chiudere le nostre scuole per 15 anni per poter cancellare la memoria e la cultura di un popolo di millenaria civiltà, che il S. Carlo di Napoli è stato il 1° teatro moderno costruito al mondo ed in soli 270 giorni, che a Napoli c’erano manifestazioni teatrali ogni giorno e nella tua Milano si faticava a trovarne;
– perché mentre dal 1860 mi racconti di un Sud oppresso nella libertà di voce ed opinione,
ho scoperto che oltre la metà di tutte le pubblicazioni fatte negli stati preunitari veniva dal Regno delle Due Sicilie e da Napoli in particolare;
– perché mentre dal 1860 mi racconti di un Sud represso dalla feroce tirannia borbonica,
ho scoperto che i re Borbone risparmiavano la vita dei dissidenti politici mentre i tuoi Savoia li mettevano alla forca; che hai appellato il nostro Re Ferdinando ll “re bomba” per aver appena accennato a bombardare la città di Messina per difendere il proprio regno ed hai chiamato “Re galantuomo” il tuo Savoia che ha bombardato Genova per annetterla al suo regno;
– perché mentre dal 1860 mi racconti di un Sud arretrato industrialmente,
ho scoperto che il Regno delle Due Sicilie aveva il maggior numero di operai nelle industrie, che nel 1856 ebbe il premio internazionale come 3° Paese al mondo per sviluppo industriale e che primeggiava in tantissimi settori, scientifici e tecnologici tra tutti gli stati preunitari e spesso anche a livello mondiale e che dopo il tuo arrivo le industrie al Sud sono state chiuse e da te sono aumentate;
– perché mentre dal 1860 mi racconti di un Sud con una legislazione arretrata ed una amministrazione lenta,
ho scoperto che la legislazione del Regno delle Due Sicilie era la più avanzata tra gli stati preunitari e per alcuni punti finanche più di quella francese e che lenta era l’amministrazione del tuo Piemonte catapultata a Sud e definita borbonica con un sistematico lavaggio del cervello per darne un significato negativo;
– perché mentre dal 1860 mi racconti di un Sud delinquente, senza princìpi e rispetto delle norme,
ho scoperto che nel Regno delle Due Sicilie c’era un minor numero di atti delinquenziali che nel tuo Nord, che hai invaso (alle dipendenze dell’Inghilterra) il nostro florido e pacifico regno col tuo nordico massone Garibaldi in accordo con i nordici Savoia senza dichiarare guerra, corrompendo a suon di moneta e promesse di incarichi, i maggiori generali dell’esercito borbonico e facendo accordi con l’allora rozza criminalità siciliana e campana assegnandole un ruolo importante nella storia ed un potere che oggi per tuo merito mortifica il tessuto economico, sociale e politico del Sud;
– perché mentre dal 1860 mi racconti di un Sud emigrante,
ho scoperto che prima dell’unità nel Regno delle Due Sicilie non esisteva emigrazione anzi era questa, terra di ospitalità e di immigrazione e che ad emigrare erano i tuoi cittadini veneti, piemontesi, ecc.;
– perché mentre dal 1860 mi racconti di aver ideato e unito i fratelli italiani in un solo Stato,
ho scoperto che il concetto di Italia unita è molto più vecchio, risale al 1734 e nasce a Bitonto (Sud) con la cacciata degli austriaci, che da “fratello” hai massacrato persone  (infamate col nome di briganti) ree solo di difendere la propria patria e il proprio re dallo straniero, che hai perfino sciolto nella calce viva i corpi dei nostri soldati morti di stenti nel carcere di Fenestrelle per non essersi piegati al nuovo re usurpatore, che hai messo a ferro e fuoco interi paesi bruciando vivi anche vecchi, donne e bambini inermi, che hai stuprato le nostre donne, che ci hai ingannato con un plebiscito farsa, che hai distrutto la nostra industria;
– perché mentre dal 1860 mi racconti di un Sud rappresentato liberamente da propri politici,
ho scoperto che essi altro non sono che il più becero esempio di asservimento al tuo potere e per questo il Sud vero sarebbe ben lieto di disfarsene al più presto;
– perché mentre da anni mi racconti di una Roma ladrona,
ho scoperto che i tuoi imprenditori aprono fabbriche al Sud per prendersi aiuti economici e fiscali e quando questi rubinetti si chiudono sbaraccano tutto lasciando un mare di desolazione, che parli di federalismo fiscale ma vuoi tenere per te le tasse che le tue aziende devono pagare anche su prodotti e servizi venduti al Sud;
– perché mentre dal 1860 mi racconti di un Sud che non è mai esistito,
ho scoperto che questo Sud di oggi, ferito, oltraggiato, stuprato, deriso, umiliato, incendiato, mortificato, annullato, rapinato, furbo, mafioso, illegale, sporco, povero, arretrato, inefficiente, disaggregato, opportunista, parassita, disilluso, piagnone, emigrante e mandato a morire in guerre assurde, è solo figlio tuo, figlio di quel maledetto 1860.
Caro Nord,
questo Sud sta aprendo gli occhi, quegli occhi che tu hai voluto fossero chiusi da un mare di menzogne ed è pronto a ripudiarti. Questo Sud non è più disposto ad essere una colonia di questa Italia nordista. Non ci sono alternative, o si costruisce una vera Italia oppure non dovrai essere tu a volere l’indipendenza ma il Sud a chiederti di andartene per la tua strada e di lasciarci liberi ed io sono sicuro che il mio Sud, il Sud di tanta gente perbene a cui hai rubato anche la libertà di gridare il proprio dolore e il proprio sdegno, troverà le migliori energie per riprendere quel cammino glorioso che il tuo cinico ed avido egoismo ha interrotto.
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Da 150 anni ci raccontano la barzelletta del Sud liberato dai Savoia per portarvi libertà, giustizia e progresso. Errore: la crisi del sud è cominciata proprio con l’Unità d’Italia, imposta col sangue e governata con l’aiuto della mafia, dopo una brutale guerra di conquista: stragi e deportazioni, da cui la tragedia dell’emigrazione, prima sconosciuta. Impressionante la rapina delle risorse: il sud era più avanzato nel nord anche sul piano industriale. E più ricco: il regno borbonico era il più solvibile d’Europa, mentre quello piemontese il più indebitato. Anche per mettere le mani sul bottino, i Savoia si convinsero a unire l’Italia.

E’ la tesi del libro “Terroni”, di Pino Aprile, che descrive con puntigliosa documentazione una realtà sconvolgente: quella di un paese occupato, brigantispogliato delle sue attività produttive, con centinaia di migliaia di morti tra la popolazione civile. Un paese “senza più padri”, costretti per sopravvivere a ricorrere – a milioni – all’emigrazione, per la prima volta nella loro storia. Tutto questo, dopo l’arrivo dei Savoia, che per prima cosa «ne depredarono le ricchezze, a partire dalla cassa del Regno delle Due Sicilie».

Pino Aprile non ha dubbi sulla necessità dell’Unità d’Italia: «Ci sentiamo tutti italiani, anche orgogliosi delle nostre stupende, meravigliose differenze che ci arricchiscono». Non si discute sul fatto che ci sia l’Italia, ma – al contrario – che non sia abbastanza unita: perché l’Unità reale «non è mai stata fatta», visto che la Penisola è stata unificata «tenendo il sud sotto schiaffo».

Terroni”, si legge nella presentazione sul blog di Beppe Grillo, racconta le distruzioni di interi paesi, le deportazioni, la nascita delle mafie alleate con i nuovi padroni: furono proprio i piemontesi a dare un ruolo politico alla malavita organizzata, che sotto i Borboni restava ai margini della vita sociale. Per conquistare il sud, strappandolo a una dinastia non italiana, «sono state usate le armi, la politica, l’economia».

Risultato: si è creato un dislivello tra le due parti del paese che «non esisteva al momento dell’Unità». Non solo. L’economia monetaria del meridione era più florida: i due terzi del denaro circolante in Italia erano del mezzogiorno. «Il Piemonte ha unificato la cassa, portando al nord l’oro del sud». Verità sostenute «da fior di studiosi» nel corso di un secolo e mezzo, eppure «mai Vittorio Emanuele IIprese in considerazione», in ossequio all’ideologia dei conquistatori torinesi.

Di recente, il Cnr ha ricostruito l’economia delle varie regioni italiane dal 1861 ad oggi: risulta «in maniera incontenstabile» che al momento dell’Unità non c’era differenza tra nord e sud. La differenza è emersa in seguito: non malgrado l’Unità, ma proprio a causa dell’unificazione forzata. «Questa differenza – sottolinea Pino Aprile – è stata imposta con le armi, con stragi». Il conto ufficiale oscilla tra le migliaia di vittime e i 200.000 caduti, mentre “Civiltà Cattolica” parlava all’epoca di un milione di morti: il bilancio di un genocidio.

Qualunque sia l’entità della strage, secondo Pino Aprile l’Unità d’Italia «fu fatta nel modo peggiore, con il sangue e con i soldi dei meridionali». Se i “terroni” combatterono per anni, con una resistenza popolare liquidata poi come “brigantaggio”, interi reparti dell’esercito borbonico si dettero alla macchia per contrastare quello che a tutti gli effetti era un invasore, che faceva una guerra non dichiarata, testimoniando una evidente «volontà di resistenza». Persino un grande intellettuale del sud come Giustino esercito piemonteseFortunato, favorevole all’unità nazionale, ammise: «Stavamo molto meglio con i Borboni».

Verità scomoda: il sud aveva una sua cultura industriale, per alcuni aspetti superiore a quella del nord. Metallurgia, siderurgia, grandi poli tessili. Un’industria che al nord, ai tempi dell’Unità d’Italia ancora non c’era. L’esempio classico che si utilizza per negare la realtà è quello delle infrastrutture per i trasporti: poche strade e pochissimi chilometri di ferrovia come “prova” della presunta arretratezza del sud, dimenticando che la monarchia borbonica preferì sfruttare le coste e i trasporti marittimi, «tant’è che in pochi lustri la flotta commerciale del Regno delle due Sicilie divenne la seconda d’Europa – quella militare la terza».

Puntare sulla navigazione: «Un po’ quello che sta facendo adesso l’Unione Europea con il progetto delle autostrade del mare», aggiunge Pino Aprile. «Quanto alla siderurgia, il più grande stabilimento italiano era in Calabria: da solo, aveva dipendenti e tecnici quasi quanto la gran parte degli stabilimenti siderurgici del nord». La più grande officina meccanica d’Italia e forse d’Europa era nel napoletano, a Pietrarsa, e divenne un modello emigrazione sudcopiato dagli stranieri: «Le mitiche officine di Kronstadt e Kaliningrad non sono altro che la copia, mattone per mattone, delle officine di Pietrarsa».

E così la cantieristica navale: i maggiori cantieri erano al sud. «Quando arrivarono i nuovi “padroni”, in realtà i locali furono messi in condizioni di minorità: tutte queste aziende furono declassate o addirittura chiuse, gli stabilimenti siderurgici di Mongiana che avevano 1.500 dipendenti si fecero consegnare la chiave, chiusero e vendettero come ferro vecchio. Ufficialmente la spiegazione fu che non era più tempo di stabilimenti siderurgici in montagna e lontano dal mare. Chiusa Mongiana, cominciarono a costruire Terni: ancora più in alto e ancora più lontano dal mare».

Altra beffa post-unitaria, la Cassa del Mezzogiorno: pur accusata di inefficienza e dispersione dei finanziamenti, impiegava lo 0,5% del Pil per strade, scuole, fognature, opere spacciate per “interventi straordinari”, che nel suo libro Pino Aprile enumera, chilometro per chilometro. «Dov’è la cosa straordinaria del fare le strade, le fogne, le scuole?». Perché Pino Aprileconsiderare “straordinario” costruire un Paese con fondi pubblici? «Al nord con quali soldi hanno fatto le strade, le scuole, le fogne?».

E perché considerare «un’immensa rapina» lo 0,5 del Pil, tacendo invece sul restante 99,5%? «Perché non si spiega come mai il nord ha dal 30 al 60% in più di infrastrutture, senza neanche avere avuto una Cassa per il Settentrione? Perché non si spiega come mai un chilometro di ferrovia in piano dell’alta velocità tra Torino e Milano, tra le risaie e quindi senza montagne da bucare, costa 52 milioni di euro? Più di 100 miliardi di lire, quando per tratti molto più complicati sulla Roma-Napoli si sono spesi 25 milioni di euro, con tanto di gallerie, mentre in Francia si spendono 10 milioni di euro e in Spagna 9. Chi spiega la differenza?».

Un esempio illuminante: l’Expo si Milano si finanzia con i fondi Fas, quelli per le aree sottosviluppate: «L’Expo di Milano, il Parmigiano, le compagnie di navigazione del Lago Maggiore e del Lago di Garda: significa che il sud è il Bancomat d’Italia, è il derubato che continua a essere chiamato ladro», protesta Pino Aprile. «Questi conti vanno fatti: da un’analisi dell’Italia unita, condotta da un ricercatore di psico-sociologia, viene fuori la descrizione di 1273-Sovra.inddquesto stato di minorità che segna un paese duale, diviso in due. Questa divisione è il motore dell’economia del nord, che crede di guadagnarci».

«In effetti – aggiunge Aprile – il nord qualcosa ci guadagna, rimproverando poi le pensioni di invalidità con cui si comprano i voti al sud, ma è una sciocchezza: perché se il paese si unisse davvero, sia il nord che il sud guadagnerebbero molto di più. Potremmo diventare il primo paese del mondo. Ma se l’alternativa è continuare ad avere una parte del paese succube dell’altra, allora il desiderio di essere soli piuttosto che male accompagnati, comincia a giustificarsi. E’ un desiderio che al sud serpeggia, ribolle: sta proliferando, anche se il nord fa finta di non sentirlo».

(L’intervista è on-line sul blog www.beppegrillo.it. Il libro: Pino Aprile, “Terroni. Tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del sud diventassero meridionali”, edizioni Piemme, 308 pagine, euro 17.50).

Separiamoci, di Marco Esposito

“Separiamoci” è il grido che dovrebbe essere lanciato da tutti i Meridionali che vogliono perseguire il loro vero interesse. In 152 anni di unità d’Italia il Sud è stato progressivamente spogliato dei suoi beni eabbandonato a se stesso. Ci si vergogna quasi a ricordare i primatiche il Sud possedeva fino al 1860 (quando l’ex Regno delle Due Sicilie fu invaso militarmente dai piemontesi) nei campi della scienza, dell’arte, dell’industria, del rispetto dei beni comuni, delle conquiste civili. Nel 1860 il PIL del Regno era uguale a quello medio della penisola italiana; i lavoratori dell’industria erano in proporzione più al Sud che al Nord. Negli anni il sistema bancario del Sud è stato assorbito da gruppi del Nord: il Banco di Napoli dalla torinese Banca Intesa Sanpaolo, il Banco di Sicilia dal gruppo milanese Unicredit. Dopo le banche il Mezzogiorno si è fatto sfilare anche i giornali.
Scrive Esposito: «Se un Paese commette tanti errori e, nonostante l’evidenza del declino, non pone rimedi è perché quel medesimo Paese si osserva e si giudica tramite una lente deformata». La sua classe dirigente non è in grado di correggere gli errori che l’hanno portata in quello stato. La palla al piede non è il Mezzogiorno, come superficialmente si dice, ma è l’incapacità di vedere lontano nel tempo e nello spazio, è la manifesta inadeguatezza politica e culturale della classe dirigente del Nord.
In questa situazione diventa logico chiedersi se non convenga a tutti, e certamente al Sud, di separarsi e ritrovare la propria indipendenza. Solo così il Sud potrebbe riannodare il filo spezzato della sua storia. Nell’ultimo capitolo del libro Esposito sembra pentirsi di questa conclusione, come avviene in una coppia dopo una vita di comunione matrimoniale. Ci si scopre ancora innamorati: «L’Italia potrebbe tornare a innamorarsi di se stessa, tutta intera». Ma ritengo sia un pentimento retorico, se le condizioni poste sono le seguenti: istituzione di un giorno della memoria per tutte le vittime dell’invasione e della repressione piemontese, ritorno in Patria delle ossa dei briganti custodite nel museo Lombroso a Torino, intitolazione di una via Pontelandolfo in ogni capoluogo di Provincia, riscrizione di tutte le regole sul federalismo, chiusura nel Sud delle discariche di rifiuti tossici provenienti dal nord con relativo disinquinamento.
Marco Esposito fornisce anche dettagliate istruzioni pratiche per l’attuazione della separazione. Pur restando nell’ambito dell’attuale Costituzione, ricorrendo alla procedura dettata dall’articolo 138, la Repubblica può cambiare la sua natura da unitaria a federale e persino i suoi confini possono essere rivisti. Percorso stretto ma non inaccessibile. E poi l’Italia è campione dell’interpretazione delle leggi. L’unica preclusione è data all’uso della violenza fisica, perché eticamente inaccettabile. Quel che conta è la spinta popolare, anche se «il momento del disgusto popolare nei confronti di un’Italia diventata matrigna per larga parte della penisola [il Sud] forse è ancora lontano, ma i segnali non mancano».
Senza alcuna modifica costituzionale, facendo ricorso all’articolo 132 della Costituzione, per ridare al Mezzogiorno una sua centralità si potrebbe creare una macroregione meridionale. Secondo Esposito dovrebbero entrarne a far parte le regioni del Sud continentale: Campania, Abruzzo, Molise, Puglia, Basilicata e Calabria. Io ci aggiungerei anche la Sicilia, più parte dell’odierno Lazio meridionale ed orientale. Altri vorrebbero aggiungere anche la Sardegna. La popolazione di questa macroregione sarebbe superiore a quella di nazioni come Grecia, Portogallo o Svezia. La sua Giunta, con il presidente eletto direttamente dai cittadini, avrebbe un peso politico specifico tale da condizionare l’attività del Governo italiano. Tale macroregione potrebbe rappresentare una via intermedia tra l’attuale Italia unita e la totale indipendenza futura del Sud.
Fra le varie opzioni in campo Esposito individua e sceglie anche nome, capitale, bandiera, moneta, che il Sud indipendente potrebbe avere. Nome: Mediterranea, capitale: Napoli, bandiera: giallo e rosso, moneta: euro.
Certo, scrive Esposito, far nascere un nuovo Stato richiede convinzione nei propri mezzi e anche una certa dose di spregiudicatezza, capacità di osare. Ma forse è proprio questo che serve: credere in se stessi, tornare a sognare.
Pino Aprile nella prefazione al libro scrive: «Separiamoci elenca tutte la ragioni che potrebbero rendere inevitabile il ritorno a un Sud indipendente; e spiega come farlo bene, se quelle ragioni continueranno a essere ignorate».
Marco Esposito è napoletano, classe 1963. Ha lavorato come giornalista per Milano Finanza, la Voce, il Messaggero, la Repubblica, il Mattino. Dal 2011 è assessore al Commercio e alle Attività produttive del Comune di Napoli.
Rocco Biondi

Marco Esposito, Separiamoci, prefazione di Pino Aprile, Magenes Editoriale, Milano 2013, pp. 165, € 12,00

Fonte: http://roccobiondi.blogspot.it/2013/05/separiamoci-di-marco-esposito.html

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