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ITALIA: I RETROSCENA DELLA NASCITA DI UNA NAZIONE

L’articolo che vi proponiamo è stato pubblicato su Nexus New Times nr. 98, con il titolo Così nasceva una nazione. Abbiamo deciso di pubblicarlo anche in rete, perché riteniamo necessario dare la massima diffusione possibile alle informazioni in esso contenute, consapevoli di quanto la comprensione del passato sia indispensabile per far luce sul presente e, quindi, riscrivere il futuro.

Di fronte allo stupore di molti davanti alla palese e gigantesca manipolazione mediatica, a cui assistiamo ormai da anni, ai danni della nazione ‘canaglia’ di turno (come di recente contro la Libia e ad oggi ancora contro la Siria, la Russia, il Venezuela, l’Iran), abbiamo pensato bene di rispolverare qualche evento passato, per sondarne la conoscenza da parte di chi legge. Come un vecchio disco che, recuperato alla polvere che lo avvolgeva dopo anni di inutilizzo, è in grado di far riaffiorare ricordi sopiti, ma anche di trasmetterci suggestioni che, in precedenza, non avevamo colto. Così è anche per la storia che, sottratta all’erudizione degli esperti e alla propaganda dei vincitori, può ancora oggi essere attuale. Il giornalismo raramente indaga il passato, ma come essere veramente attuali, cioè comprendere il proprio tempo ed agire su di esso, senza quello spirito critico che solo dalla memoria storica ci può giungere? Passati ormai i festeggiamenti per il centocinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia, è il caso di approfondire un periodo storico così cruciale e di indagarlo come si farebbe con l’attualità. Sediamoci comodi, allora (ma non troppo!) e torniamo indietro di centocinquant’anni, poco più poco meno.

“La negazione di Dio eretta a sistema di governo”. Con queste parole, scritte nel 1851 dal giovane diplomatico britannico William Ewart Gladstone al Ministro degli Esteri di Londra, Lord Aberdeen, aveva inizio la denigrazione del Regno delle Due Sicilie sulla stampa europea. Riferite alle condizioni delle carceri napoletane, dove Gladstone sosteneva di aver incontrato i membri della setta “Unità d’Italia” (responsabile di alcuni attentati nel 1849), furono smentite sia da parte duosiciliana sia da diplomatici di tutto il mondo, tra cui l’ambasciatore francese Walewski. Ma le smentite, oggi come ieri, non fanno notizia. Fu l’inizio di una campagna di stampa, soprattutto da parte britannica, che contribuì a modificare notevolmente la storia italiana ed europea: da allora l’aggettivo ‘borbonico’ assunse il significato dispregiativo che ancora conserva.

I detenuti politici napoletani, accusati dalla giustizia regia di aver tramato contro la monarchia, divennero presto icone della battaglia anti-borbonica della stampa inglese. Fu il caso di Carlo Poerio, condannato a 24 anni di carcere duro (ridotti a dieci), di cui la stampa britannica descriveva, con raro senso di umanità, le condizioni di salute precarie. Analoghe attenzioni ricevette anche un altro detenuto eccellente, il letterato Luigi Settembrini. Per liberarlo, il primo ministro inglese Palmerston pensò addirittura ad una spedizione navale, in barba alla sovranità duosiciliana. Poco importa se poi sarà lo stesso Settembrini, anni più tardi, ad ammettere che il carcere borbonico gli garantiva diverse comodità (caffè, giornali, libri) e a lamentare l’utilizzo del suo diario come “libello di guerra” contro Ferdinando II di Borbone.

La persuasione dell’opinione pubblica internazionale è indispensabile per preparare il terreno di una futura guerra, esterna od interna. Non ha importanza, in quest’ottica, se si tratti di verità o di menzogne. Un secolo dopo, Roger Mucchielli nella sua Subversion (un manuale pratico per la sovversione politica) teorizzerà la necessità di creare la giusta ‘percezione delle circostanze’ in seno all’opinione pubblica, in modo che questa non solo non si opponga ad un cambio di regime, ma lo favorisca consapevolmente. Secondo Mucchielli, non sono le circostanze ad indirizzare l’opinione pubblica, ma la percezione delle circostanze, veicolata dai mezzi d’informazione. Il compito di ‘creare’ una percezione della realtà spetta proprio ai mezzi di comunicazione, ma anche a quegli intellettuali che oggi si auto-definiscono opinion makers (creatori di opinioni, appunto). Così, a distanza di secoli, la percezione della realtà diventa la realtà stessa e quest’ultima diventa storia.

[foto di Lord Palmerston]

Poco importa, in vero, se il sistema giudiziario duosiciliano fosse il più avanzato dell’Italia preunitaria, non prevedesse i lavori forzati e solo in casi rari la pena di morte. Nelle sue Memorie documentate, Paolo Mencacci ricordava come, negli anni dal 1851 al 1854, su 42 condanne a morte, 19 furono tramutate da Ferdinando II in condanne all’ergastolo, 11 in 30 anni ai ferri, 12 in altre pene minori. Nessuna esecuzione, quindi. A riprova di ciò, nello stesso periodo il re graziava 2.713 condannati per reati politici e 7.181 per altri reati. L’opposto di quanto accadeva, per esempio, nel Piemonte sabaudo dove, dal 1851 al 1855, venivano eseguite ben 113 esecuzioni capitali. Tanto da spingere il deputato piemontese Angelo Brofferio ad affermare che “i progressi della morte aumentano” nel regno dei Savoia. A conferma della malafede utilizzata contro i Borboni, sarà lo stesso Gladstone nel 1888 ad ammettere di aver “scritto senza vedere” le sue lettere ad Aberdeen, di non esser mai stato in un carcere borbonico e di aver mentito su incarico del primo ministro inglese Palmerston. Perfino l’allora ministro degli esteri di Londra, lord Malmesbury, scriverà nelle sue memorie che Poerio (liberato nel frattempo) godeva di condizioni di salute fin troppo ottimali per aver subito i trattamenti descritti dalla stampa. A giochi fatti, però, le smentite puliscono le coscienze, ma non modificano il racconto storico.

Ma a cosa si deve l’ostilità britannica nei confronti delle Due Sicilie?

Forse alla politica estera di Ferdinando II che, oltre ad aver assunto un deriva filorussa, mirava a fare avere alle Due Sicilie un posto importante tra le potenze europee.

Un indizio in questo senso fu il precoce ritiro dalla guerra di Crimea, nel 1855, che favorì inizialmente i russi ai danni della coalizione occidentale. Ma soprattutto la questione degli zolfi, che portò quasi allo scontro militare tra Roma e Napoli. Nel 1836, infatti, Ferdinando decise di affidare alla compagnia francese Taix e Aycard di Marsiglia agevolazioni per la vendita degli zolfi, di cui il sottosuolo duosiciliano era particolarmente ricco. La società francese offriva il doppio del prezzo pagato dagli inglesi, che acquistavano gli zolfi (utili per la soda artificiale, l’acido solforico e la polvere da sparo) ad un prezzo irrisorio, salvo rivenderlo a cifre assai maggiori ed in condizioni monopolistiche. Ma si trattava di uno strappo al Trattato di Commercio stipulato tra Londra e Napoli nel 1816, che prevedeva una reciproca applicazione della clausola della ‘nazione più favorita’. Così, dopo le rituali proteste diplomatiche, nel 1840 Palmerston inviò una flotta britannica al largo di Napoli, pronta a cannoneggiare. Solo la mediazione francese convinse Ferdinando a non aprire il fuoco contro l’amico-nemico, ma la sua resa lo costrinse ad un doppio indennizzo: all’Inghilterra, per la violazione del trattato, ed alla Francia, che perdeva il contratto. Da allora, il “contegno non servile” (come lo definirà Benedetto Croce) di Ferdinando II divenne una minaccia tangibile per gli interessi commerciali britannici.

In vista della realizzazione del Canale di Suez, i porti dell’Italia meridionale sarebbero stati indispensabili per il commercio delle materie prime e non avrebbero di certo potuto rimanere nelle mani di un governo ostile. Inoltre, un ruolo importante, sia economico sia strategico, era ricoperto dalla Sicilia. L’isola, infatti, non solo era un avamposto militare strategico a presidio delle rotte commerciali inglesi, ma era la sede di numerose attività commerciali britanniche. Diverse le famiglie inglesi che vi si erano trasferite durante il protettorato britannico (che durò dal 1811 al 1815), costruendo in loco una rete imprenditoriale che smistava quantità di denaro significative. È il caso dei Whitaker, ad esempio, che facevano girare dai 4 ai 5 milioni di lire annue, ma anche dei Woodhouse e degli Ingham. Dalla Sicilia, quindi, partì la strategia destabilizzatrice di Londra ai danni di Ferdinando II e del suo regno.

Innanzitutto era necessario mettere la Sicilia contro il governo di Napoli. Approfittando dell’odio popolare contro i baroni latifondisti, vicini al Re, creare delle ‘rivoluzioni guidate’ nell’isola che portassero alla destituzione delle autorità borboniche: ne sarebbe nato uno stato-satellite, che avrebbe mostrato fedeltà alle direttive di Londra e indebolito il governo di Napoli. Un procedimento simile a quello usato di recente in Libia, alimentando la contrapposizione tra Tripoli e Bengasi.

[ritratto di Ferdinando II]

In quest’ottica si può spiegare la ‘rivoluzione costituzionale’ di Palermo del 1848, impossibile senza i carichi di armi inviate ai rivoltosi dall’esercito inglese, come testimoniato anche dalla lettera scritta a Palmerston dal Governatore di Malta. Il 13 aprile 1848, infatti, il nuovo General Parlamento creato dagli insorti dichiarò decaduta la monarchia borbonica.

L’appoggio di Londra ai ‘rivoluzionari’ siculi, sebbene noto agli ambienti diplomatici, non era però ufficiale e così Palmerston pensò bene di ricattare il neonato governo costituzionale di Palermo, in cerca di un principe italiano disposto a prendere lo scettro dell’isola. L’avvallo ‘ufficiale’ d’oltremanica al cambio di regime sarebbe giunto solo previo affidamento della carica regia ad un membro di casa Savoia. Una famiglia dinastica ben lontana dalle vicende sicule, che non conosceva l’isola, radicata in una regione di confine tra la Francia e il Piemonte, ma che aveva acquisito la corona della vicina Sardegna nel 1720. Ma il 27 agosto, 3 mesi dopo la rivoluzione (o colpo di stato, a seconda del punto di vista), Ferdinando riuscirà a riprendere la città. Ma proprio le vicende legate al ritorno del sovrano diedero nuova linfa alla campagna di stampa anti-borbonica, che passò alla fase successiva: la demonizzazione del nemico. “Mostro coronato”, “Nerone del Sebeto”,“Tigre borbonica”, “Caligola di Napoli”, furono gli appellativi denigratori usati contro Ferdinando II . Ma soprattutto “Re Bomba”con riferimento al presunto bombardamento di Messina nel settembre del 1848. In realtà, gli fu cucito addosso già prima, quando, nel febbraio dello stesso anno, l’esercito borbonico sparò diversi colpi per spaventare gli insorti palermitani e costringerli ad arrendersi, come registrava lo storico Harold Acton. In quell’occasione non vi fu nessuna strage e i civili stessi furono messi al sicuro a Palazzo Normanno dal settimo reggimento borbonico, prima dell’operazione. Sempre Acton ci fornisce una descrizione dei fatti di Messina: i rivoltosi, durante l’assedio del 3 settembre, avrebbero aperto il fuoco contro un vapore napoletano in mare, scatenandone la risposta. Alcuni colpi finirono nei pressi del centro abitato, ma non si trattò affatto di “bombardamento borbonico”. Diverso sarebbe stato, invece, il trattamento mediatico riservato l’anno successivo a Vittorio Emanuele II durante la rivolta di Genova. Il 3 marzo del ’49, la ribellione dei genovesi al governo sabaudo sarebbe costata 500 vittime civili, ma l’evento non intaccherà l’appellativo di “Re galantuomo” gratuitamente concessogli dalla stampa europea. Una diversità di trattamento, quella riservata ai due sovrani, che, unita alla richiesta di Palmerston di cedere ai Savoia lo scettro della Sicilia, è una spia evidente delle preferenze di Londra per la monarchia sabauda. Preferenze che peseranno non poco nella storia d’Italia.

Lo stato sabaudo era la “personificazione dello stato liberale” per Palmerston, che il 21 maggio 1852 ricorda i “grandi interessi politici e commerciali che ha l’Inghilterra per la conservazione dell’indipendenza della Monarchia sarda e della sua prosperità”. Il Regno di Sardegna è lo Stato perfetto agli occhi di Palmerston e della Corona britannica: monarchia costituzionale e governo liberale, con una politica economica liberista ed una politica estera filo-britannica. Ma anche filo-francese. Il 15 agosto 1853, infatti, il duca di Guiche, inviato francese a Torino, scrive al suo Ministro degli Esteri Thouvenel che in Piemonte “il governo è parlamentare e costituzionale in apparenza, in realtà è una macchina difficile a definire ma i cui ingranaggi obbediranno sempre al ministro di Francia se questi vuole darsene la pena e fare uso delle forme”. Per i governi di Londra e Parigi, dunque, un modello da esportare in tutta la penisola italiana.

Di contro, le ostilità tra Napoli e Londra crescono al punto che il Times chiede a gran voce al governo britannico di intraprendere un’azione mirata contro il Regno delle Due Sicilie, definito “un Giappone mediterraneo posto a poche miglia da Malta e non eccessivamente distante da Marsiglia”, la cui politica non era più tollerabile dal governo britannico. Toni che ricordano quelli dei giornali occidentali contro gli ‘stati canaglia’ di oggi: Iraq, Afghanistan, Libia, Iran, Venezuela, Russia, Siria.

Palmerston prese immediatamente la palla al balzo e si fece carico di tradurre in azione le richieste del Times, che rispecchiavano – a suo avviso – la volontà dell’opinione pubblica. Se la spedizione non ebbe luogo, fu solo per la contrarietà della Regina Vittoria, ma la sintonia e la collaborazione tra la stampa e il governo di Londra la dice lunga sulla funzionalità al potere dei mezzi di comunicazione.

Bombardamento di Palermo dai Borbonici

Contemporaneamente alla sponda offerta alla politica di Palmerston, il giornalismo salariato tesseva le lodi dell’unica monarchia costituzionale d’Italia, contrapposta all’assolutismo dei Borboni, dei Lorena, degli Asburgo e alla teocrazia pontificia. Così la Gazzetta del Popolo del 1° gennaio 1853: “L’Inghilterra riconosce di dovere la sua grande felicità, cioè la sua ricchezza, la sua potenza, la sua moralità alle istituzioni costituzionali; resta sottinteso per contro che i paesi dispotici così miserabili, come gli stati papeschi p. es., devono al despotismo la vergognosa loro inferiorità.” In realtà, la condizione economica e sociale degli ‘stati papeschi’, cioè lo Stato Pontificio e il ‘cattolicissimo’ Regno delle Due Sicilie, poteva difficilmente essere ritenuta ‘miserabile’. A Napoli, infatti, le tasse erano basse, così come il costo della vita, l’emigrazione pressoché nulla, i poveri costituivano solamente l’1,34% della popolazione e il Tesoro era florido. Analoga la situazione dello Stato Pontificio, come testimoniato dalle Memorie documentate di Paolo Meccacci. In entrambi gli Stati, le strutture assistenziali ecclesiastiche, gli ordini monastici, le parrocchie, gli ospedali (spesso gestiti dal clero) garantivano un welfare eccellente rispetto al Piemonte, dove l’abolizione di tali strutture porterà, invece, ad una povertà generalizzata e graverà ulteriormente sul debito, già enorme, della nazione. Finanziariamente, infatti, il debito pubblico piemontese era il più alto tra gli stati preunitari: 1271,43 milioni di lire, contro i 441,22 delle Due Sicilie, che pure avevano una popolazione tripla. La goccia che fa traboccare il vaso delle finanze sardo-piemontesi è la guerra di Crimea, che porta Torino ad indebitarsi ulteriormente con i Rothschild, attraverso le banche inglesi. Il rischio di default èalto. Il deputato piemontese Pier Carlo Boggio dichiarerà che “il Piemonte non può permettersi indugi. Perché? Perché è in vista la bancarotta. La pace ora significherebbe per il Piemonte la reazione e la bancarotta”. È necessaria una guerra, che permetta di rapinare uno stato dalle finanze floride per ripagare parte del debito contratto. Le guerre d’Indipendenza saranno, quindi, guerre di rapina, che permetteranno al Piemonte di ripagare (ma solo nel 1902) il debito contratto con i Rothschild.

Nel frattempo, il 7 agosto 1855, di fronte alla Camera dei Comuni, Palmerston sferra un attacco frontale al regno borbonico, che “aveva dimostrato sfrontatamente la sua ostilità alla Francia e all’Inghilterra vietando l’esportazione di merci che il suo stato di neutrale gli avrebbe consentito tranquillamente di continuare a trafficare”. Una “palese violazione del diritto internazionale”, tanto più grave perché “perpetrata da un governo che si era macchiato di atti di crudeltà e di oppressione verso il suo popolo, assolutamente incompatibili con i progressi della civiltà europea”. Non importa se gli “atti di crudeltà” borbonici non siano mai stati confermati, anzi smentiti (come le lettere di Gladstone), né se fosse stata proprio Londra ad armare i rivoluzionari siciliani. Come non importerà, centocinquant’anni dopo, se Gheddafi avesse veramente bombardato manifestazioni pacifiche di suoi cittadini (fatto smentito dalle rilevazioni satellitari russe); né creato fosse comuni (le foto mostrate erano quelle del cimitero di Tripoli); né assoldato mercenari (come ammesso anche da Amnesty International). La Storia è scritta dai vincitori, con buona pace dei Gheddafi e dei Francesco II.

Il Regno delle Due Sicilie era diventato ufficialmente uno ‘stato-canaglia’ e gli serviva una tirata d’orecchi. Non con un intervento ‘diretto’ di Londra, ma attraverso il Piemonte, debitore della City: una nazione indebitata non è una nazione libera. Non potendo più privatizzare nulla per ripagare parte del debito contratto, per il governo sabaudo era necessario invadere stati sovrani dal Tesoro prospero, come le Due Sicilie, lo Stato Pontificio, i granducati di Toscana, Modena, Parma. Se la sovranità della moneta è nelle mani di banche private, che la emettono a debito, la produzione di altro debito (e il conseguente moltiplicarsi degli interessi) è l’unico modo che un governo possieda per rifinanziarsi. Un circolo vizioso, che rende il debito impagabile sin dalla sua contrazione iniziale, perché il suo pagamento presuppone una quantità di denaro aggiuntiva (l’interesse) di cui lo stato non dispone. Così, come nel Mercante di Venezia di Shakespeare, il debitore che non può pagare si trova nelle mani del creditore, che può disporne come vuole.

Non dovrebbe destare stupore, allora, sostenere che proprio i Rothschild, manovratori della City, furono i veri beneficiari di quella vasta operazione che verrà chiamata dai posteri ‘Risorgimento‘. L’eliminazione di stati sovrani economicamente e politicamente indipendenti dagli influssi d’oltremanica e oltralpe, significò non solo l’eliminazione di potenziali nemici, ma l’estensione in tutta Italia del modello economico piemontese. Il Piemonte era, infatti, non solo l’unico stato completamente nelle mani dei banchieri inglesi, ma anche l’unico ad essersi quasi privato del tallone aureo per l’emissione della moneta. La Banca Nazionale degli Stati Sardi, creata nel 1848 e di proprietà privata, aveva una riserva aurea di 20 milioni di lire, ma emetteva tre lire di carta ogni lira d’oro. Già prima del 1861 l’oro non era più sufficiente: troppe le spese di guerra. Nel 1866 verrà quindi introdotto il corso forzoso, ma sarà l’ufficializzazione di un’abitudine ormai consolidata. Se il Piemonte avesse rispettato la propria copertura aurea, certo non avrebbe potuto disporre della liquidità necessaria per muovere guerra al resto d’Italia e, nello stesso tempo, non avrebbe potuto espandere così tanto il suo debito pubblico. Una situazione simile a quella in cui si trovano oggi gli Stati Uniti, che facendo stampare denaro-debito senza copertura aurea dalla Federal Reserve (privata), si ritrovano con il più grande debito pubblico al mondo e con un bilancio gravato dalle maggiori spese militari della storia. Un ruolo, il loro, simile a quello del Piemonte di allora nella penisola italiana, cioè di poliziotto internazionale per conto terzi.

Totalmente diverso, invece, il modello economico duosiciliano. Il Banco delle Due Sicilie, a cui era affidata l’emissione monetaria, emetteva solamente ducati d’oro e d’argento. Non vi erano banconote, ma titoli di fede emessi esclusivamente a fronte di un avvenuto deposito. A unità compiuta, infatti, dei 607,4 milioni di lire a cui equivalevano le riserve auree del neonato Regno d’Italia, ben 443,2 milioni erano rappresentati dalle riserve borboniche e solamente 27 dal Piemonte. Nelle Due Sicilie il tallone aureo andava di pari passo con una politica economica autarchica e protezionistica: la produzione dei beni era funzionale al soddisfacimento della domanda interna e solo il surplus rimanente poteva essere esportato. La popolazione godeva inoltre della rete di strutture assistenziali già nominate. Questo rendeva il Sud borbonico decisamente sgradevole all’alta finanza. Il suo progresso era lento ma sicuro, la borghesia era impegnata nell’attività commerciale ed imprenditoriale (che crea sviluppo) e non in attività finanziarie (che sottraggono ricchezza alla collettività), la politica estera lontana da mire espansionistiche. Il regime ‘costituzionale’ che gli intellettuali europei sbandieravano contro Napoli, Roma e Firenze era, quindi, la copertura ideologica di un sistema economico che garantiva a pochi (i proprietari privati degli istituti di emissione monetaria) il potere su molti (il popolo) attraverso il monarca, il governo, il parlamento e il monopolio della violenza legittima di cui questi disponevano (per conto terzi). Per parafrasare Ezra Pound, non si trattava di una guerra tra stato liberale e monarchia assoluta, ma tra monarchie legittime e usurocrazie o daneistocrazie, ossia regimi in cui il potere è esercitato dai prestatori di denaro.

[in foto Filippo Curletti]

Una guerra che, però, non fu mai dichiarata. Il governo sabaudo, infatti, non dichiarò mai guerra a nessuno degli stati preunitari, ma soltanto all’Austria. Nella logica di liberazione e unificazione dell’Italia, l’Austria era l’unico nemico ufficiale, perché invasore del Lombardo-Veneto. Non poteva dirsi altrettanto per gli altri stati italiani. Per il Piemonte era indispensabile, quindi, dare all’intervento militare una veste di ‘guerra di liberazione’ o ‘guerra umanitaria’ agli occhi dell’opinione pubblica europea, altrimenti l’ingresso dei soldati piemontesi in territorio straniero sarebbe parso per ciò che era: un’invasione. Le modalità con cui ciò avvenne ci vengono descritte da Filippo Curletti, un agente segreto di Cavour che, incarcerato dal conte quando non più utile, decise di vendicarsi rivelando per iscritto molti particolari scomodi sulle vicende ‘risorgimentali’. Coinvolto nei moti che portarono alla destituzione dei Lorena nel Granducato di Toscana, Curletti descrive la ‘rivoluzione’ fiorentina non come un moto popolare nato spontaneamente, bensì come un’operazione condotta da un gruppo di ottanta carabinieri travestiti da popolani, data l’indisponibilità dei fiorentini a ribellarsi ai Granduchi. Scrive Curletti: “la propaganda secreta dei Piemontesi nelle Romagne e nella Toscana cominciava a produrre i suoi frutti; tutto era pronto per una rivoluzione; i comitati che agitavano gli spiriti in questi due paesi sotto la direzione del Conte Cavour, domandavano al ministro il segnale dell’azione e qualche uomo sicuro per operare il movimento”. Una guerra sotterranea, come si può notare, fondata sulla propaganda e l’organizzazione segreta. Di fatto, i ‘ribelli’ erano armati da una potenza straniera (il Piemonte), come conferma anche l’epistolario dell’ammiraglio Persano, che scriveva a Cavour: “noi continuiamo, con massima segretezza, a sbarcare armi per la rivoluzione, a tergo delle truppe napoletane”. A Napoli come a Firenze, il metodo è lo stesso usato dieci anni prima a Palermo dagli inglesi. Tornando a Curletti, l’agente spiega come le modalità con cui si sarebbero svolti i moti furono decise a tavolino da lui e dall’ambasciatore piemontese. Gli agenti, mascherati da popolani, avrebbero formato una compagine numerosa che, al grido di “Viva l’Indipendenza! Abbasso i Lorena!”, si sarebbe diretta verso Palazzo Pitti. Mentre il clamore così suscitato riusciva a coinvolgere alcuni fiorentini, Curletti ed i suoi uomini correvano a sequestrare le casse pubbliche del Granducato: “alle 4 del pomeriggio Buoncompagni era installato nel palazzo del Sovrano presso il quale era accreditato; alla stessa ora tutte le casse pubbliche erano vuote, senza che una sola lira sia entrata nel tesoro piemontese. Quelli che non avevano potuto prendere parte al saccheggio si installarono chi alle poste chi ai ministeri. (…) Io ricevetti per mia parte dalle mani stesse di Buoncompagni una gratificazione di seimila franchi”. Si è trattato, quindi, di una vera e propria rapina, condotta da agenti cavouriani ai danni del Granducato di Toscana. Ma Firenze non è stato un caso isolato. Curletti fornisce i suoi servigi di stato in stato: Toscana, Parma, Modena, Stato Pontificio, Due Sicilie e le modalità di sovversione e rapina che descrive sono le stesse in ogni stato. Rapine che superano i limiti della decenza se ci si attiene a quanto Curletti testimonia relativamente al ducato di Modena. Qui il plenipotenziario sabaudo La Farina, che aveva sostituito il duca, avrebbe ordinato all’uomo fidato di Cavour di raccogliere tutto l’oro e l’argento del duca e di farlo fondere. Ma non prima di aver scritto un articolo sul quotidiano locale in cui dichiarava che il duca si era portato via tutto, in modo che nessuno si chiedesse che fine avessero fatto i preziosi della nobile famiglia. L’oro e l’argento, assunta una nuova forma, non sarebbero più stati esigibili da parte dei duchi ad un loro eventuale ritorno. Non paghi di ciò, lo stesso Curletti, insieme ad altri, si è reso autore di vere e proprie estorsioni. Usufruendo del nuovo ruolo di tutore dell’ordine pubblico, aveva il dovere di stilare una lista di proscrizione di tutti i fedelissimi del duca. Tra questi vi erano sempre (casualmente?) i personaggi più ricchi della città, ai quali venivano estorte laute somme di denaro in cambio della cancellazione dalla lista (che li avrebbe salvati dall’arresto o dalla confisca dei beni). Vere e proprie azioni banditesche, che trovano paragone solo con quelle di…Giuseppe Garibaldi. Non si può parlare di Risorgimento, infatti, senza citare il Generale dei Mille.

Garibaldi veniva trattato dalla stampa inglese come un vero e proprio idolo: un’icona della libertà dei popoli. The Time lo elogiava come eroe senza macchia e senza paura e la Marina britannica in diverse occasioni si prodigò a suo favore. Come quando, nel 1841, gli fu salvata la vita dal commodoro Pulvis alle foci del River Plate. O quando la flotta britannica intervenne per salvarlo dalle grinfie degli argentini. O a Capo Matapàn, dove un veliero britannico agganciò il suo barcone, ormai privo di viveri e senza timone, dopo un assalto dei pirati berberi. Insomma, ogni volta che l’eroe dei due mondi rischiava la vita, c’era una nave battente bandiera britannica pronta a salvarlo. Sarebbe troppo scontato chiedersi: per chi lavorava Garibaldi?

Forse la risposta ce la può dare lo storico Giulio di Vita, che ci porta a conoscenza dei tre milioni di franchi francesi donati dalla corona britannica a Garibaldi e ai suoi uomini, poi convertiti in piastre d’oro turche: la moneta usata all’epoca per le transazioni finanziarie nel mediterraneo. A cosa servivano quei soldi? Proviamo a rispondere con un altra cifra: 2.300. È il numero di generali borbonici che, dopo la caduta delle Due Sicilie, hanno trovato una collocazione di pari ordine e grado all’interno dell’esercito piemontese. Tra questi c’è anche Guglielmo Acton, comandante della corvetta Stromboli. Acton era di guardia alla costa siciliana quell’11 maggio 1860 in cui i garibaldini sbarcarono a Marsala, protetti dalle cannoniere britanniche Argus e Intrepid. Delle quattro navi duosiciliane, solo lo Stromboli e il Capri (guidato da Marino Caracciolo) si accorsero della presenza del Piemonte e del Lombardo, le due navi di Garibaldi. Cosa fecero? Attesero pazientemente che le navi fossero vuote per poi cannoneggiarle, quando ormai non si correva più il rischio di fermare lo sbarco. Ma tra di essi c’è anche il generale Ferdinando Lanza, che avrebbe dovuto difendere Palermo dall’attacco garibaldino. Invece le porte resteranno sguarnite, lasciando via libera ai 3.000 uomini di Garibaldi (i Mille, più 2.000 ‘picciotti’), mentre i 24.000 soldati agli ordini di Lanza resteranno nel Palazzo Reale. Non contento, Lanza consegnerà nelle mani di Garibaldi le casse del Regio Banco di Sicilia. Casse piene d’oro, dato che giusto l’anno prima i pavimenti dell’edificio erano stati rafforzati appositamente per evitare crolli, a causa dell’eccessivo peso delle riserve. Una rapina in grande stile: 5 milioni 444 ducati e 30 grani, l’equivalente di circa 86 milioni di euro di oggi. Quell’appropriazione indebita, messa agli atti anche dall’ammiraglio inglese Mundy, che sorvegliava le coste sicule a sostegno di Garibaldi, sarà il primo atto della spoliazione del Sud, come vedremo più avanti.

Altrettanto sciagurato sarà il tradimento del generale Landi, che guidava le truppe borboniche a Calatafimi. In quell’occasione, Landi ordinò la ritirata ai suoi 3.000 uomini, nello stupore generale, cedendo la vittoria senza combattere a mille uomini male armati. L’atto di disonore era stato comprato con un titolo di fede di 14.000 ducati, pari a 224mila euro di oggi, ricevuto personalmente da Garibaldi. Quei soldi però non li vedrà mai: il titolo di fede era taroccato e di ducati ne valeva solo 14. Il Regno delle Due Sicilie cadeva per una tangente mai incassata.

Ora forse ci è più chiaro a cosa servissero i tre milioni di franchi francesi convertiti in piastre d’oro turche donate dagli inglesi a Garibaldi. Al suo fianco, Nino Bixio aveva il compito di tenere i contatti con il nemico, per individuare quanti fossero pronti a vendere la propria fedeltà per qualche gruzzolo d’oro. Non solo gli inglesi, attraverso i mercenari garibaldini, si prodigarono nella corruzione. Nell’ottobre 1882, Pietro Borelli scriverà sulla Deutsche Rundschau:“gli iniziati sanno che tutta la rivoluzione in Sicilia fu fatta da Cavour, i cui emissari militari, vestiti da merciaiuoli girovaghi, percorrevano l’isola e compravano a prezzo d’oro le persone più influenti”. Infatti, l’ammiraglio Persano riporterà nei suoi diari: “possiamo ormai far conto sulla maggior parte dell’officialità della marina regia napoletana”. Il modo migliore per vincere contro la seconda flotta militare d’Europa era comprarne i vertici. Con buona pace di quei soldati e marinai che, ricordando la fedeltà giurata al loro sovrano, rifiutarono di combattere contro i propri connazionali: furono fucilati su esplicito ordine di Cavour, sebbene le leggi sabaude non prevedessero la pena di morte per diserzione.

Ma ci furono anche morti eccellenti. Come quella del garibaldino Ippolito Nievo, affondato, il 4 marzo 1861, insieme al piroscafo Ercole che lo stava trasportando in Sicilia. La sua morte fu subito sospetta: la perdita di contatto del piroscafo con la nave che lo precedeva, il ritardo nei soccorsi, il fatto di essere stato l’unico battello che solcava il Tirreno verso la Sicilia ad affondare. Elementi che puzzano. Soprattutto perché Nievo era Vice Intendente e, come tale, responsabile dell’amministrazione del corpo di spedizione garibaldino. A causa delle critiche malevole nei suoi confronti, fu costretto a redarre un rendiconto meticoloso e dettagliato delle spese sostenute, per difendersi dalle accuse di malagestione o corruzione. Dal documento, sarebbero facilmente emersi i contributi inglesi e piemontesi alla spedizione dei Mille, le tangenti pagate ai generali e funzionari borbonici, i soldi sottratti alle popolazioni meridionali come “spese di guerra” (e mai rimborsati). Tra i compiti dell’Intendenza, infatti, vi era proprio la gestione delle piastre d’oro turche pagate da Londra a Garibaldi. Ma un incendio nelle caldaie dell’Ercole ha trascinato i documenti segreti nel Tirreno.

L’opera di corruzione che abbiamo descritto, però, difficilmente avrebbe potuto, da sola, far crollare il Regno delle Due Sicilie. Serviva un’organizzazione capillare, segreta e parallela alle vie di comunicazione ufficiali. La vedova Whitaker ci informa nei suoi diari delle riunioni che si tenevano nei salotti (anche inglesi) della Sicilia. Come quelle durante le feste settimanali di Pietro Riso, in cui si incontravano i nobili filo-inglesi: al primo piano si ballava e si festeggiava, per deviare l’attenzione, mentre al piano superiore si organizzavano azioni anti-governative. Ma sono le logge massoniche e, più in generale, le società segrete ad avere la migliore struttura di infiltrazione. Molti esponenti del Risorgimento, a partire da Garibaldi e Cavour, ne erano affiliati. “L’unità massonica trarrà a sé l’unità politica d’Italia”, diceva Garibaldi, che si era iscritto alla loggia Asile de la Vertu di Montevideo e nel 1864 divenne anche Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia. Una carica ricoperta oggi da Giuliano di Bernardo, che, in un’intervista al Corriere delle Alpi del 16 marzo 2011, ricordava come l’Unità d’Italia sarebbe stata “impossibile senza la Massoneria”, proprio per la capacità di collegamento operativo tra le logge. La fedeltà al Re era quindi messa da parte per una fedeltà più elevata: la fedeltà al Maestro. Quel Maestro era probabilmente Lord Palmerston, primo ministro inglese ma soprattutto fondatore dell’Ordine Reale di Sion, a cui facevano capo (presumibilmente) le logge massoniche italiane e le vendite carbonare. Se le prime erano state represse su volontà di Ferdinando II nel periodo dal 1825 al 1832 e costrette a sopravvivere in segreto, le seconde avevano in passato mostrato fedeltà ai Borboni. Durante la Repubblica Partenopea, infatti, il loro ruolo fu determinante nel 1813-14, quando furono alla base di sollevazioni filo-borboniche in Calabria ed Abruzzo. Ma la fedeltà a Londra era più vincolante. Gli 800mila affiliati alla Carboneria nelle Due Sicilie scelsero, con molta probabilità, di tradire la monarchia e forse fu questo a decretarne la fine. L’organizzazione delle società segrete e delle logge era tale da garantire una sovversione interna, comprando, delegittimando o uccidendo chi ostacolava i loro piani. Il loro progetto è contenuto nell’Istruzione permanente del 1818, redatta dall’Alta Vendita, la direzione strategica della Carboneria. L’azione di propaganda non dissimile da quella, già mostrata, della stampa d’oltremanica. Infatti: “schiacciate il nemico, quando è potente, a forza di maldicenze e di calunnie; […] una parola può, qualche volta, uccidere un uomo […]. Come l’Inghilterra e la Francia, così l’Italia non mancherà mai di penne che sappiano dire bugie utili per la buona causa. Con un giornale in mano, il popolo non avrà bisogno di altre prove”.

Dalle calunnie era necessario, però, passare ai fatti. Alcuni fatti emblematici avvennero nelle Due Sicilie prima dell’aggressione dei mercenari garibaldini. Uno di questi è l’insubordinazione di due dei quattro reggimenti svizzeri, che costituivano la guardia scelta del re, il 7 luglio 1859. “Nelle loro tasche tintinnava più denaro del solito”, scriverà il Barone von Hubner, ambasciatore austriaco a Napoli. Mentre Brenier, suo omologo francese, sarà ancora più chiaro, descrivendo l’ammutinamento come un “sommovimento concordato da ambienti ultra-liberali, che avevano distribuito ai soldati svizzeri ben 100mila franchi svizzeri in oro”. Se la corruzione aveva raggiunto persino la guardia scelta del re, non c’era più scampo per la monarchia di Napoli. Alessandro Nunziante, braccio destro del sovrano, suggerirà il congedo per i soldati svizzeri. Ma questa scelta contribuirà a lasciare Napoli sguarnita all’arrivo del nemico. Ovviamente, ritroveremo Nunziante tra i piemontesi.

Cruciale fu anche la tentata uccisione di Salvatore Maniscalco, il capo della polizia borbonica a Palermo, accoltellato sugli scalini della cattedrale. Siniscalco era l’uomo giusto al posto giusto: aveva informatori in tutta la città, che gli permettevano di essere al corrente di ogni crimine commesso in città, ed avrebbe facilmente scoperto in anticipo i tentativi di corruzione degli alti ranghi dell’esercito. Le ferite lo costrinsero a dodici mesi di convalescenza, che gli impedirono d’interferire con l’invasione garibaldina. Ad accoltellarlo fu il pregiudicato Vito Farina, detto Farinella, per seicento ducati d’oro: sarà il primo esempio di alleanza tra la Mafia siciliana e la finanza anglosassone.

Ma non fu l’unico tentativo di omicidio politico. Il più importante era stato compiuto tre anni prima ai danni dello stesso Ferdinando II, durante la processione dell’8 dicembre. Contro di lui si scagliò Agesilao Milano, un soldato regio di origine albanese, che lo colpì con una baionetta. Non fu grave e la ferita si rimarginò, ma è curioso quanto successe dopo. Il re infatti avrebbe perdonato Milano, tanto che, durante la medicazione della ferita, avrebbe criticato il medico che aveva definito “infame” l’attentatore: «non si deve dir male del prossimo; io ti ho chiamato per osservare la ferita e non per giudicare il misfatto; Iddio lo ha giudicato, io l’ho perdonato. E basta così». Se Ferdinando aveva perdonato il Milano, perché farlo giustiziare, come avvenne pochi giorni dopo? Secondo quanto riporta il Mencacci, contemporaneo agli accadimenti, nella sua Storia della Rivoluzione Italiana, il Milano avrebbe volentieri cantato come un uccellino per evitare la pena capitale ed era pronto a fare i nomi degli affiliati che l’avevano spinto ad agire e che circondavano il sovrano stesso. Meglio, quindi, processarlo subito per direttissima, con la scusa di voler salvaguardare la vita del re. Nel frattempo, le accuse ricadranno su Cavour, che negherà di essere il mandante del tentato regicidio, ma istituirà un fondo per la famiglia di Milano, che sarà riconfermato da Garibaldi al suo arrivo a Napoli.

Casi come quelli di Agesilao Milano e Salvatore Maniscalco non accaddero solo nelle Due Sicilie. Il 26 marzo 1854 il Duca di Parma, Carlo III, era stato accoltellato in strada da uno sconosciuto. Non di poco rilievo il fatto che Parma fosse uno dei centri più importanti della Carboneria riformata. Il 4 marzo, tre settimane prima, era toccata la stessa sorte al sovrintendente alla direzione della pubblica sicurezza. Due settimane prima, la città era stata teatro di un altro attentato, questa volta fallito, ai danni del colonnello Anviti, comandante delle truppe ducali. Poco dopo verrà ucciso però l’ispettore Borgi, che dirigeva le investigazioni sull’attentato ad Anviti. Quale mano dietro questa scia di sangue? Leo Zagami, nelle sue Confessioni di un Illuminato, pubblica una ricevuta che attesta il finanziamento britannico alla Giovine Italia di Giuseppe Mazzini. Soldi che servivano a finanziare insurrezioni, ma anche omicidi politici. Mazzini era infatti alla guida del Comitato Centrale Democratico Europeo, di cui facevano parte Adriano Lemmi, Lajos Kossuth, Ledru Rollin, Felice Orsini, Alexander Herzen, Michele Bakunin. Di questi, mi limito a ricordare l’Orsini, che il 14 gennaio 1858 tentò di assassinare Napoleone III scagliando una bomba contro la sua carrozza: il regicidio fallì, ma ci furono 12 morti e 156 feriti. Mazzini aveva organizzato anche un altro attentato contro Luigi Napoleone, il 28 aprile del ’55. L’attentatore, Giovanni Pianori Faenza, mancò l’obiettivo, ma anche in quell’occasione i finanziamenti per l’attentato venivano da Londra, con l’intento di spingere Napoleone ad assumere una posizione più decisa sulla ‘questione italiana’.

Ritorniamo ora al Sud, per affrontare una questione che potrebbe lasciare di stucco più di qualcuno. Poco sopra, abbiamo descritto le rapine effettuate da Garibaldi ai danni del Regio Banco di Sicilia, analoghe a quelle di Curletti a Firenze, Parma, Modena e in altre città. Le appropriazioni indebite di Garibaldi provocarono non pochi danni al Banco delle Due Sicilie, che si ritrovò, ad unificazione compiuta, quasi privo di riserve auree o argentee con cui concedere prestiti. Situazione aggravata dal comportamento del neonato governo unitario. L’istituto, infatti, che era l’unico deputato all’emissione monetaria nel regno borbonico, non solo fu scisso in due istituti diversi (Banco di Napoli e Banco di Sicilia), ma gli fu esplicitamente proibito di ritirare dalla circolazione i ducati d’oro e d’argento duosiciliani, che costituivano oltre il 65% della moneta circolante nella penisola. A provvedere ad un loro graduale ritiro ci pensò la Banca Nazionale degli Stati Sardi (poi Banca Nazionale del Regno d’Italia) insieme ad altri istituti di credito nati ad hoc: il Banco di Sconto e Sete (creato nel 1863 attraverso fondi Rothschild), il Credito Mobiliare di Torino, la Cassa di Sconto di Torino e la Cassa Generale di Genova. Insieme, le quattro banche costituirono una cordata guidata da Carlo Bombrini, amico di Cavour e direttore della banca centrale sabauda, che le utilizzerà per spostare al Nord le commesse imprenditoriali meridionali. In pratica, le uniche due banche meridionali si trovarono impossibilitate a fornire credito nel Meridione, non potendo ritirare le monete d’oro e d’argento da loro stesse emesse, che sarebbero servite come garanzia per i prestiti. Tutte le monete borboniche furono invece ritirate da banche settentrionali, fondate proprio negli anni dell’unificazione, che le usarono come garanzia per concedere prestiti ad imprenditori settentrionali. Un perfetto esempio di capitalismo di rapina, che rispondeva ad un piano di spoliazione e spartizione progettato sin nei minimi dettagli. “I napolitani non dovranno essere mai più in grado di intraprendere”, scrisse Bombrini. E così fu.

Tra i beneficiari di questo sciacallaggio, ci fu anche Francesco Cirio, che grazie ai finanziamenti del Credito Mobiliare di Torino diede vita alla prima industria conserviera italiana. Cirio approfitterà dell’impossibilità per le imprese meridionali di usufruire dei prodotti della loro terra per creare un giro d’affari che lo porterà ad ottenere dapprima concessioni ferroviarie agevolate per il trasporto di alimenti all’estero (grazie alla legge Cirio del 1885) e poi addirittura una posizione di monopolio sulla Società Ferroviaria dell’Alta Italia. Contratti agevolati proprio dal Bombrini, che attraverso la cordata bancaria di cui sopra riuscirà ad ottenere almeno tredici concessioni ferroviarie. Un’operazione non da poco se si pensa che il suo stesso amico Cavour era azionista della Società Anonima Molini Anglo-Americani e non poteva non nutrire interesse nell’esportazione del grano tramite via ferrata. Un conflitto d’interessi notevole, che si aggiunge al suo comportamento durante la crisi granaria del 1853. In quell’occasione, mentre l’autarchia borbonica impediva l’esportazione di grano per assicurare il cibo a tutti i cittadini, il Piemonte liberista la favoriva apertamente, mettendo il profitto del primo ministro davanti al sostentamento del popolo.

“Ai napoletani non rimarranno nemmeno gli occhi per piangere”, furono le ultime parole di Francesco II, che resse il trono di Napoli dopo la morte del padre Ferdinando. Profetiche o forse consapevoli di quanto sarebbe accaduto al suo regno. Come consapevoli ne erano, probabilmente, i veneti che, nel 1866, si sarebbero opposti all’invasione sabauda. Contrariamente alla vulgata della storiografia ufficiale, l’esercito ‘asburgico’ si chiamava Austro-Veneto e vide i veneti combattere a difesa degli Asburgo contro i ‘tajani. Come a Lissa, nell’alto Adriatico, quando il 20 luglio 1866 la Imperial Veneta Marina sconfiggerà la Regia Marina italiana. La nave ammiraglia Re d’Italia

Una rappresentazione della battaglia di Lissa

verrà rovinosamente affondata dalla Ferdinand Max, grazie al capotimoniere Vincenzo Vianello di Pellestrina, incitato così dall’ammiraglio Tegetthoff: “Daghe dosso, Nino, che la ciapèmo!”. Gli equipaggi erano infatti veneti, parlavano veneto e festeggiarono quella vittoria urlando “Viva San Marco!”. Come si può, dunque, parlare di ‘guerra d’indipendenza’ e non di ‘guerra d’invasione’? I libri di storia non spiegheranno mai, infatti, come avrebbe potuto una nazione priva di sbocchi al mare come l’Austria sconfiggere l’Italia in campo marittimo: ma la memoria storica è scritta sulla sabbia, lo spirito critico una moda d’altri tempi.

Proprio per abbracciare passato e presente in unico sguardo, concludiamo questo lungo articolo sulla Rivoluzione Italiana, facendo nostre le parole di Curletti: “quella che io espongo è la storia di tutte le rivoluzioni. Esse sono quasi sempre l’opera di qualche uomo a cui due o tre funzionari comprati aprono le porte e di cui il popolo, per lo più indifferente alle questioni che si agitano, diventa il complice senza saperlo, prestando loro, per curiosità o per desiderio di rumore, il soccorso imponente delle sue masse”.

Bibliografia

• Angela Pellicciari, L’altro Risorgimento. Una guerra di religione dimenticata, Piemme

• Lorenzo Del Boca, Maledetti Savoia, Piemme

• Angela Pellicciari, I panni sporchi dei Mille. L’invasione delle Due Sicilie nelle testimonianze di Giuseppe La Farina, Carlo Pellion di Persano e Pier Carlo Boggio, Liberal Edizioni

• Filippo Curletti, La verità sugli uomini e sulle cose del Regno d’Italia, Solfanelli

• Nicola Zitara, L’unità d’Italia: nascita di una colonia, Jaca Book

• Cesaremaria Glori, La tragica morte di Ippolito Nievo. Il naufragio doloso del piroscafo Ercole, Solfanelli

• Marco Della Luna, Basta con questa Italia! Il fallimento dello stato mafio-massonico, Arianna Editrice

• Cristopher Duggan, La forza del destino. Storia d’Italia dal 1796 ad oggi, Laterza

• Eugenio Di Rienzo, Il Regno delle Due Sicilie e le Potenze europee (1830 – 1861), Rubettino

• Erminio de Biase, L’Inghilterra contro il Regno delle Due Sicilie, ControCorrente

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Bella e nobile intervista (del 1924) all’ultima Regina delle Due Sicilie, Maria Sofia, sposa di Francesco II

Segnalazione di Maurizio-G. Ruggiero

Intervista ad una grande Donna del passato: Sua Maestà la regina Maria Sofia

Nel novembre del 1924 il giornalista del “Corriere della Sera” Giovanni Ansaldo si recò a Monaco per intervistare Maria Sofia di Baviera, l’ultima regina di Napoli. Il marito, quel Francesco II di Borbone, al quale con un gravissimo atto di pirateria era stato sottratto tanti anni prima un legittimo regno, era ormai da tempo passato a miglior vita e Maria Sofia viveva gli ultimi scampoli della sua lunga e travagliata esistenza (era nata nel 1841), in un vecchio ma imponente palazzo adagiato sulla Ludwigstrasse, ospite di un nipote, figlio del duca Carlo Teodoro di Baviera. Il giovane giornalista si trovò di fronte una vecchia signora (aveva già 83 anni) che, però, malgrado le tante vicissitudini, niente aveva perso della sua regalità e del suo innato charme. Maria Sofia era ancora lucidissima e ricordava perfettamente il suo fin troppo breve ma felice periodo napoletano quando per tutti era “la regina”. Nel corso dell’intervista non vengono risparmiati giudizi taglienti riguardo ai Savoia che a quel tempo, è bene ricordare, erano ancora saldamente seduti sul trono d’Italia.  Ad un certo punto Maria Sofia diventa persino profetica quando esclama: “Il modo in cui loro hanno trattato noi è di brutto augurio. Dio non voglia che un giorno, anch’essi, non abbiano da difendere, dall’esilio, i loro patrimoni personali”. Profezia, ahimé, veritiera solo in parte. I Savoia, infatti, nel momento della fuga, furono molto più astuti e previdenti provvedendo in anticipo a spostare nei capienti forzieri svizzeri il loro inestimabile tesoro. Quel tesoro che era stato largamente rimpinguato grazie alle ruberie e ai furti perpetrati a Napoli e nel meridione tutto. Il giornalista resta rapito dalla determinazione e dall’energia della vecchia regina che di lì a qualche mese renderà l’anima a Dio, tanto che non riesce più ad articolare domande. Alla fine, in maniera alquanto impacciata e goffa, si congeda dalla regina e si reca in albergo a scrivere il suo pezzo. Quell’incontro, però, rimarrà impresso a lungo nella sua mente e nel suo cuore. Anche perché incontrare una persona di così elevato spessore e di così forte tempra, non era di certo cosa usuale. Maria Sofia, infatti, fino all’ultimo istante della sua vita, era rimasta e si sentiva regina. La regina di un Regno che era stato grande e che, proprio sull’esempio mirabile di cotanta donna, vorrebbe ardentemente tornare ad esserlo.

INTERVISTA ALLA REGINA MARIA SOFIA DI GIOVANNI ANSALDO, APPARSA SUL CORRIERE DELLA SERA NEL NOVEMBRE 1924

Maria Sofia di Baviera, regina di Napoli

(Ansaldo omise una parte – da “Voi lo vedete, sono povera.” a “i loro patrimoni personali…” – che pubblicò sul “Tempo” il 12 febbraio 1950)

Maria Sofia di Baviera, regina di Napoli, vedova di Francesco II di Borbone. Non solo vive ancora, ma regna. Duchessa di Castro per il volgo dei maitres d’hotel e dei fattorini, imperatrice dell’anima per me.

Maria SofiaAmo in lei la bellezza e la dignità della tragedia.

I re ci saranno sempre, trionferanno delle teorie e delle rivoluzioni, perché la tragedia è necessaria, ed essi soli ne sono i personaggi.

I poveri uomini hanno bisogno di esseri viventi, affrancati per nascita dalle miserie della promiscuitá sentimentale e da certe convenzioni verso l’uguaglianza, da certi livellamenti del dolore, da certi ménagements della rispettabilità.

Giorni fa, Maria Sofia, rovistava in certe vecchie casse, da anni non aperte.

Ne trasse fuori due poveri acquerelli, due vedutine del Vesuvio, dolcemente velate da un languore di esilio, che aveva tremato nella mano del dilettante. Il suo fido Barcellona, che le era accanto, le trovò belle.

“Ti pare?” replicó la regina, socchiudendo gli occhi e guardando in prospettiva i due acquerelli. “Ti pare? Le dipinse il mio re. No, il mio re, tu lo vedi, non fu imbecille… Come dicono.” 

le LL.MM. Francesco II e Maria Sofia

Vedere anche qui!

Lei rise. La vecchia regina di ottantatré anni ride ancora, dolcemente o con un secco convulso, e un`onda di sangue le monta ancora giovanilmente dal cuore alle tempie, fino alla radice dei capelli bianchi ; ride ancor oggi come nella casa paterna di Possenhofen, nella reggia di Napoli, nelle casematte di Gaeta, ai tempi dei suoi diciott’anni.

I grandi sdegnosi sono propensi al riso: è, in essi, una attitudine di di difesa contro la vita. Diversamente da sua sorella Elisabetta d’Austria, Maria Sofia cercò la felicità. Lo dice: “Noi, le cinque figlie del duca Max, ci chiamavano da giovani die Wittelsbacher Schwestern, le sorelle Wittelsbach. Portavamo tutte e cinque le treccie nere, ricondotte a giro appena al di sopra delle orecchie e sulla fronte, al modo delle contadine dello Oberbayern.

Poi tutte pigliammo il volo: Elisabetta diventò imperatrice d’Austria, Elena diventò principessa di Thurn und Taxis, Matilde sposò Luigi conte di Trani, Carlotta il duca di Alençon: ma di tutte e cinque, io era quella più predisposta dalla natura a godermi la vita” Il suo disegno è stato dunque una lenta e faticosa conquista, la sua indifferenza è una corona ben più gloriosa di quella monarchia normanna.

Le angustie di questi ultimi anni, le peripezie di una vecchiaia appena agiata, non le hanno tolto il suo riso, che ancor oggi vela il suo viso di porpora, la porpora della sua intima e vincitrice regalità, che le avventure del mondo e degli uomini non possono offendere. Maria Sofia vive a Monaco. Ospite del nipote, il figlio del duca Carlo Teodoro.

Il vecchio palazzo costruito dal duca Max sulla Ludwigstrasse accoglie, nell’ala sinistra, la sede della Deutsche Bank; nell’ala destra, la regina di Napoli. Accomodamenti inevitabili.

I giovani principi Wittelsbach, le nuove generazioni, si sono fabbricate altre dimore, a Bad Kreut, a Berchtesgaden, a Tegernsee: essi si portano dietro la servitù valida: hanno lasciato alla vecchia regina due servitori che indossavano con estremo decoro la livrea dei Wittelsbach, bianco-azzurra, e che introducono con dignità nell’anticamera nuda, con poche poltrone in raso giallo, ma senza – se Dio vuole – tutto il bric a brac degli appartamenti privati del poveri e banali re con regno.

Due vecchi servitori pensionati, due cameriere, il segretario: ecco la corte di Maria Sofia. II segretario è un catanese, il Signor Barcellona: da più di vent`anni al servizio della regina. E racconta, con devozione ingenua e onesta di impiegato.

Il conte de La Tour, il barone Carbonelli, il conte di San Martino, gli ultimi gentiluomini che circondarono la vecchia Maria Sofia prima della guerra, tutti morti.

“Io solo li sostituisco” fa il signor Barcellona con una infinita discrezione.

“Il patrimonio di Sua Maestà era tutto investito in fondi austriaci. Voi capite Ie conseguenze. La regina possedeva anche una bella villa sul boulevard Maillot, a Parigi. Fu lì che, anzi, ci sorprese la guerra. Oh, tutte le avventure per rispedire in Germania la servitù tedesca!… La regina ha la cittadinanza italiana, è italiana. La Pubblica Sicurezza francese fu allora molto gentile, per il passaporto. Io dissi: Ma capite bene, signori: non vorrete che una vecchia regina venga personalmente al commissariato! Capirono, e mandarono un delegato. Poi capitò il moratorium degli interessi: eravamo già qui a Monaco. Ma i Wittelsbach aiutavano ancora la regina: c’era sul trono il principe reggente. Leopoldo, quello stesso che la condusse all’altare, per procura di Franceschiello. Molti italiani, molti, visitò la regina nei campi di prigionieri. La regina parla correntemente italiano, appena qualche termine francese, ma di rado: e quelli se ne meravigliavano.

E lei spiegava così: “Sono una signora, che conosce bene Napoli”. Oppure: “Sono una signora, che imparò da giovane a parlare italiano”.

Poi diceva: “Povera gente! Si stupiscono di trovarmi cosi simile a loro, perché domando se hanno avuta tutta la loro razione di broda!”. Regalò ai campi di prigionieri tutti i suoi libri italiani.

Ai tempi della “repubblica dei consigli”, la regina era alloggiata al Kaiserhof, sullo Stachus. Gli spartachisti si difendevano dalle barricate erette proprio di fronte all’hotel, sulla Karlsplatz.

II proprietarlo diceva: “Ma Maestá, io declino tutte le responsabilità“.

La regina rideva, e diceva: “Mio caro, assolutamente no. Io non scenderò in cantina. Voglio vedere se almeno i rivoluzionari di oggi tirano meglio di quelli dei tempi miei”. E osservò sempre dal suo appartamento tutte le fasi della lotta.

Il generale Epp, che comandava le truppe del governo, le piacque molto perché montava bene a cavallo. Poi partimmo per Parigi, boulevard Maillot, dove passammo due anni: dall’ottobre `20 all’ottobre `22. Ora, la bella casa di boulevard Maillot è venduta. Si congedarono gli ultimi tre servitori italiani. Quest’inverno la regina avrebbe voluto anche svernare a Parigi: abbiamo scritto a qualche buon albergo, non dei primi: ma che prezzi! Cento franchi al giorno. La regina, voi capirete, deve fissare almeno tre o quattro camere. Per quest’anno bisognerá rinunciarvi. Come per i giornali.

Un tempo, noi ricevevamo una ventina di giornali, parecchi, anche giornali italiani: ma come si fa, adesso, con questa valuta? La regina riceve ancora qualche giornale italiano, ma così sapete… cosi, quando c`è qualche cosa di interessante…

Il segretario non vuol pronunciare le parole proprie: “di seconda mano”. Ha ragione. I re non possono accettare nulla di seconda mano: né il trono, né il giornale. Io rifletto: quanto sarebbe bello e nobile se i più grandi giornali italiani inviassero una copia in omaggio a una vecchia Signora di ottantadue anni, che fu… Ma sì. Neanche da pensarci. Saremmo accusati di borbonismo latente.

“È così con la posta. Quanta posta, un tempo, signore! La regina faceva molta beneficenza, pagava delle piccole pensioni. Una la vuol pagare anche adesso, al vecchio Giovanni Tagliaferri, di Caserta, che fu con lei a Gaeta: è quello che si ricorda ancora adesso più cose di quando la regina era giovane, e guidava sei cavalli, con salda mano, per i viali di Capodimonte. Ma anche la posta, a poco a poco… Fu molto triste quando dovette sospendere il sussidio all’ospizio dei piccoli vetrai italiani, alla Plaine Saint-Denis, vicino a Parigi.

Fu suor Maria d’Ajutolo che ora è morta anche lei, che l’aveva portata a vedere cos’era la miseria di quella gente. Suor Maria d’Ajutolo era una donna energica, che quando parlava degli orrori della Plaine Saint-Denis, o di qualche altro affare del genere, piantava gli occhi in faccia alla regina, e diceva: “C’è da vergognarsi, Maestà “.

E la regina replicava fermamente convinta: “Si, c’è da vergognarsi, suor Maria”. Quando le dissi che ormai non si poteva più fare quella spesa del sussidio, la regina era seduta di là al suo tavolo da lavoro, e ripeté due o tre volte, guardando così, nel vuoto: “C’è da vergognarsi, Maestà“. Poi aggiunse: “Nessuno mi parlò mai cosi bene come suor Maria “.

Ne aveva infatti una stima grande. Adesso, la regina scrive più a poca gente. In Italia ha ancora qualche amico dei tempi lontani: come la duchessa Della Regina, che è anche contessa di Macchia, di Napoli. Per il 4 di ottobre, che è il compleanno della regina, e per il nome di Maria, la duchessa manda sempre a chiedere che cosa la regina gradirebbe di più. E sapete, cosa indico sempre, io? Una cassettina di maccheroni, con un po’ di cacio e di conserva, tanto almeno da poter fare un po’ di pasta asciutta.

E la duchessa manda sempre tutto puntualmente. La duchessa è vecchierella pure lei, conobbe la regina a Caserta, non la rivide mai più, da quei giorni. Ma fa il pacco ancora lei, io conosco la calligrafia. Bisogna scrivere sull’indirizzo: “Liebesgaben “.

Allora alla frontiera non aprono il pacco, la dogana tedesca non apre i pacchi di strenne”. “Liebesgaben“, “dono d’amore”. Voi siete una grande anima, duchessa “vecchierella”. Voi scrivete con mano tremante la parola straniera, la parola misteriosa, la parola che deve aprire le frontiere lontane all’omaggio per la regina della vostra gioventù. “Liebesgaben“, “dono d’amore…”

“La regina, quando riceve i pacchi della duchessa, con su scritto Liebesgaben, è tutta contenta. Manda a chiamare un vecchio napoletano, qui di Monaco (a Parigi, c’erano i Tagliaferri, zio e nipote) e si fa fare delle buonissime paste asciutte, che fa assaggiare a quanta più gente può. L’ultima volta, invitò a pranzo il Nunzio pontificio, monsignor Pacelli: ma un pranzo così in confidenza, si capisce: il Nunzio è molto intelligente e conosce le condizioni della regina. Del resto, poche visite. il Kronprinz Rupprecht, che viene ad essere nipote d’acquisto della regina, quando viene a Monaco da Berchtesgaden è sempre impegnato in cerimonie ufficiali di leghe militari, o altro: fa un salto qui a palazzo, ma pochi minuti.

La regina ebbe anche, tempo fa, la visita di una principessa italiana, che ora è entrata nella nostra Casa: la principessa Bona. Viene ad essere sua pronipote d’acquisto, perché il principe Corrado suo marito è figlio d’una figlia dell’imperatrice Elisabetta”.

Il signor Barcellona si orienta nelle parentele wittelsbachiane- asburghesi con la sicurezza di un pipistrello in una caverna. “E poi, pochi altri amici. Tutte le sere alle cinque, viene la sorella della regina, la duchessa di Trani. Matilde che abita all`hotel Vierjahreszeiten, sulla Maximilianstrasse. A prendere il the. Allora io faccio un po’ di lettura dei giornali, perché la duchessa di Trani, per quanto meno vecchia della regina, non può leggere facilmente, senza occhiali, come la regina.

La duchessa di Trani ha ottant’anni. La regina dice che i loro discorsi sono tetri come quel verso di Schiller nella ballata di Rodolfo di Asburgo: “Als dächt’er vergangener Zeiten” (come se pensasse a tempi passati) ma lo dice senza rimpianti. Poi io riaccompagno sempre la duchessa di Trani all’hotel, che è piuttosto distante, e per lo scuro potrebbe succederle qualche disgrazia”.
Rodolfo di Asburgo, quando i tempi passati lo riafferrano, e lo fanno piangere, siede al banchetto palatino, in mezzo alla sua corte, e può nascondere le lacrime “nel manto dalle purpuree pieghe”. Maria Sofia non ha che la porpora del suo viso, che la protegge dalle ingiurie del volgo, dalle curiosità e dalle compassioni, meglio del manto imperiale “des Mantels purpurnen Falten“.
In piedi accanto al suo tavolo da lavoro, dritta come il fusto di un giovane pino, la regina riceve. Sotto la frangia dei capelli bianchi, e l’arco grande e perfetto delle sopracciglia, gli occhi guardano il nuovo venuto, e insieme guardano lontano: Si sente di essere in margine a quella vita superba; ospiti, episodio. La bocca sottile si dà, sì, pena e per essere buona e benevola, ma non può sorridere col facile e banale incoraggiamento degli charmeurs.

La regina che resiste così tenacemente alla morte ha nel viso qualche cosa di quei bambini, per i quali si ha paura che muoiano presto: questo timore, questa ritrosia dinnanzi alla vita è uguale oggi sul suo viso, come nel ritratto che di lei diciassettenne Piloty dipinse, prima che andasse sposa. Per questo suo ansioso e disdegnoso viso, Maria Sofia è salva dalla oscena vecchiaia, è contemporanea di tutte le generazioni sopravvenute: è la donna senza età dell’antico poema ellenico, che colpita dalla sciagura della sua casa, tuttavia non disperando della giustizia degli dei, lieta e orgogliosa della propria bellezza che non può essere tolta ai poveri uomini, loda i disegni del fato.

Il tono con cui essa chiede al visitatore il nome, i maggiori, la patria, è schiettamente omerico. La regina crede nella bontà del sangue e nella importanza di una ascendenza almeno pulita. Essa chiede anche gli anni, e dice i suoi, senza alcuna vanesia senile. “Ho ottantatré anni. Uno di più dell’onorevole Giolitti. Sono molto vecchia.”

La regina tace. Io cerco furiosamente nel mio cervello le domande da farle, le questioni, gli argomenti. Niente. Quella sua ultima frase mi fa l’effetto di una saracinesca, calata di colpo su una vetrina dove io volevo piluccare colla mia curiosità. “Sono molto vecchia”: sottinteso: “Le parole tue sien conte”. Alzo la testa: la regina è immobile. Non riesco a vedere e a pensare altro che i due oggetti posati sul tavolo: un lavoro di tricot bianco, e un giornale. Finisco per chiedere alla regina quali giornali legga.

“Vi dirò. Io stessa leggo tutti i giorni Les Journal des Débats e Le Figaro. La mia politica estera la dirige un po’ il signor Gauvain, che io considero il primo articolista politico di Europa, il più informato, indipendente e sistematico. Il Figaro lo leggo per la parte mondana. È l’unico giornale del mondo che dia bene i matrimoni, le morti, le villeggiature del mio parentado e delle mie relazioni, e in genere della buona società: una cosa molto più importante di quanto voi credete. Poi il Figaro è l’unico di cui mi fido per le recensioni letterarie. Io compro i libri di cui dice bene, gli altri li trascuro senz’altro”.

“E di giornali tedeschi?.”

“Così, le Münchener, per quello che succede in città. Ma Monaco è triste, sapete. Questi monachesi hanno perduto la testa”. La regina abbassa la voce, e ripete più volte: “perduto la testa”. “Il Signor von Kahn è un uomo assai devoto alla monarchia: ma non ha testa, no, no.” La regina accenna ancora di no, col capo, con indulgenza, con compatimento. “Io conosco come sono gli uomini devoti, ma senza testa”.

Quando la regina sa che ho visitato anche la Ruhr, mi domanda se è vero che truppe francesi commettano tante atrocità. Io rispondo ciò che so.

“Ma io lo pensai sempre! Non può essere che i francesi si mettano a fare di proposito ciò che raccontano questi giornali” dice la regina sfogliando un numero del Münchener. “Sono contenta che voi mi diate delle informazioni moderate e imparziali. Questa storia delle atrocità francesi nella Ruhr è come quell’altra delle atrocità tedesche nel Belgio. Tutto uguale, tutto così uguale, signore! E la “vergogna nera”? Anche lì si sarà esagerato. Purtroppo chissà quante ragazze bianche, tedesche come francesi, vorranno andare col negro! Ma certo, è cosi…”

Una pausa, piena di povera umanità. La regina socchiude gli occhi come per non vedere quanto sono menzogneri e lubrici gli uomini. “Mon cher monsieur, le monde c’est fou. Non c’è modo di guarirlo. Ogni generazione ripete gli errori delle generazioni precedenti, prendendoli per clamorose novità“.

La regina è informatissima delle cose italiane. Della Casa regnante, soprattutto: pone domande ermetiche, sigillate, di cui solo un iniziato alla vita di corte potrebbe afferrare il senso riposto. Si compiace che il principe Umberto sia un giovane: “È una gran fortuna, per un re, essere bello e prestante: se no, finisce per restare… per restare, come dicono i francesi, aigri [inacidito]. La regina Elisabetta del Belgio (madre di Maria José) è mia nipote: è una figlia del duca Carlo Teodoro. Ed anche la mia preferita, perché la più vivace, la più audace, quella che da bambina somigliava di più a noi, le sorelle Wittelsbach, quando bambine eravamo anche noi, nella casa di mio padre, in Possenhofen”.

Una grande stima per l’imperatrice Zita di Asburgo. “Vedete quanto è fine: è stata l’unico personaggio regale che non abbia scritto le sue memorie. Gli editori americani gliele avrebbero pagate anche a lei. Ma una regina che scrive le sue memorie… L`imperatrice lo ha capito”.

“Le memorie sul mio conto, voi dite? Oh, quante ne incominciai a leggere! Ma romanzi, tutti romanzi che gettavo via indispettita..” Niente aquiletta bavara. “Io ero una sana e allegra ragazza. Ma torniamo all’imperatrice Zita. Ha due disgrazie: il nome, che è brutto, e quel viaggio in aeroplano in Ungheria: quelle aventure!… Ma suo figlio tornerà sul trono”.

Arco, Deauville, Tegernsee, la casa degli Orléans a Twickenhan, la villa di Neuilly sur Seine: sfondo su cui passano rapidamente bare di re in esilio, nozze di principi giovani, cavalcate solitarie di lei, la rievocatrice.

“Ditemi. Ho veduto sull’Illustration una fotografia, in cui alcune monache salutano il re d’Italia e Mussolini con il braccio disteso alla romana. È esatto questo? O è un trucco?” “Credo che sia esatto, Maestà“.

“È vero che l’onorevole Mussolini cerca di avere ottimi rapporti col Papa?”

“Credo che sia vero.”

“Ma è naturale, è naturale…”

Non insisto. Ho paura dei ricordi della sua gioventù e dei suoi anni di regno…

“Voi lo vedete, sono povera. Ed abito qui per concessione di un mio nipote; ché altrimenti dovrei abitare in un quartierino di sobborgo a Schwibing o a Sendling. Monsieur Barcellona mi serve per devozione, non certo per il salario che gli posso pagare. Non ho neanche i mezzi per abbonarmi a qualche rivista italiana e per comprarmi le ultime novità di Treves, come mi era sempre piaciuto fare. I Savoia non sono stati chic con noi Borboni.

Che don Giovanni Rossi ch’era impiegato della Casa Reale nostra, e che aveva la custodia del borderò [distinta di pagamento] di quattro milioni di ducati, proprietà privatissima di mio marito, sia andato subito a presentarlo al Garibaldi, appena costui entrò in Napoli, per farsene merito, non mi meraviglia; che il Garibaldi lo abbia subito confiscato, insieme ai borderò degli altri principi borbonici, neppure questo mi fa meraviglia; i rivoluzionari hanno sempre fatto così con i re caduti. Ma che i Savoia, dopo che ebbero annesso il regno di Napoli, non abbiano sentito il bisogno di usare un po’ di riguardo ai Borboni, che erano stati re legittimissimi, come loro, questo è ciò che ancora oggi, dopo tanti anni, mi fa meraviglia. Vittorio Emanuele lo sapeva pure che quei quattro milioni di ducati venivano dalla dote della madre di Francesco II, venivano dalla eredità di Maria Cristina di Savoia, erano il frutto della vendita dei beni allodiali del primo ramo dei Savoia, in Piemonte, e di palazzo Salviati, a Roma.

E sapeva bene che la villa di Caposele, a Mola, non aveva nulla da fare coi beni della corona, coi palazzi reali di Portici e di Capodimonte per esempio; ma era stata proprietà personalissima di re Ferdinando e da questi lasciata al re Francesco, mio consorte, in testamento, proprio in testamento, come bene libero. Ma non fece nessuna distinzione neppure lui, come il Garibaldi. Fu un re che si comportò con noi come un rivoluzionario, e ciò non è bene. La repubblica francese fu molto più signora con gli Orleans di quanto sia stato il regno d’Italia con noi… E ora voi mi dite che i figli del re d’Italia sono sani e belli e che si godono la vita. Io ne sono felice e auguro loro ogni bene. Ma il modo in cui loro hanno trattato noi è di brutto augurio. Dio non voglia che un giorno, anch`essi, non abbiano da difendere, dall’esilio, i loro patrimoni personali…”.

Ma la regina vi pensa, con dolcezza. Parla dei suoi servitori italiani, i tre ultimi che ebbe: sa con precisione i nomi, cosa fanno, dove sono. “Erano tre meridionali che mi restarono devoti all’infuori di ogni convenienza personale, finché non fui io che li mandai via, perché… erano giovani, venuti al mio servizio per raccomandazione di qualche vecchia amica, dovevano farsi una famiglia, non era più possibile che perdessero il tempo attorno a una vecchia signora.

Si possono fare molte ferrovie, molte strade, molte scuole in quei paesi: gli uomini non si cambiano, sapete. Resteranno sempre attaccati per devozione personale al padrone che saprà convincerli: i più bravi soldati di tutta la penisola, insieme ai montanari alpini. Avevo Gaetano. Gaetano Restivo, siciliano di Ficarazzo, in provincia di Palermo: adesso è laggiù al suo paese, mi ha mandato tempo fa una cassettina di arance. L’ultimo tributo che mi arriva…

Poi Luigi Tagliaferri, di Caserta, nipote di un altro Tagliaferri, che fu con me a Gaeta. Poi Gaetano Marsala, abruzzese di Pescocostanzo, che ora fa il calzolaio a Parigi. Questo Marsala è un’anima semplice, e mi parlava sempre della corona angioina che si conserva nella collegiata del suo paese. Pareva che contasse delle favole, quando raccontava della corona angioina: che da quanto capii dev’essere in qualche sacrestia della Chiesa, e il Marsala da bambino, deve averla ammirata a lungo, quando si preparava per servir messa. Per lui, c’era attorno alla corona di Pescocostanzo veramente un regno perduto, pieno di tutti gli splendori… assai più che per me. Un siciliano, uno di Terra di Lavoro, un abruzzese: avevo proprio attorno a me tutte le province del Regno.

La voce si abbassa stanca, cade. Nel punto che muore, sento che la regina mi accomiata, mi lascia di nuovo in margine alla sua ricca vita, in cui mi illusi, a qualche accento, di poter guardare con occhi chiari. Di questa sua vita, non mi ha lasciato intravvedere nulla: solo degli scorci, delle prospettive sul suo pensiero: dei giudizi, se volete: ma della vita profonda, nulla. Nella sua tragedia, non ci sono mai stati confidenti, e i monologhi sono aboliti.

Quando sono sulla soglia, la regina comprende la mia disillusione sciocca, e ne ha una pietà ironica. Alta in mezzo alla sala, essa mi richiama con un cenno. Forse, ora, mi appare per un istante la vera, la barbara Maria Sofia di Wittelsbach, fatta per essere guidatrice di cavalli, compagna di conquistatori, madre di re? Ma la solita voce smarrita mormora: “Voi siete giovane, signore: vedrete ancora vecchie regine, tante cose, tante cose…”

Mentre tentavo il mio primo inchino cortigiano, Maria Sofia accennava ancora, tristemente, col capo, alle avventure del mondo; che essa non vedrà più. Ma forse osservava. anche la mia goffaggine plebea nell’ossequio alla Maestá, e l’impiccio in cui ero per uscire dalla stanza, senza voltare le spalle, come ho letto nei libri che si pratica coi re: e compiangeva questi miseri tempi, in cui non si insegna neppure l’inchino dinnanzi alle regine.

“…E ‘a Riggina! Signò !… Quant’ era bella!
E che core teneva! E che maniere!
Mo na bona parola ‘a sentinella,
mo na strignuta ‘e mana a l’ artigliere….
Steva sempe cu nui!… Muntava nsella
currenno e ncuraggianno, juorne e sere,
mo ccà, mo llà…. V’ ‘o ggiuro nnanz’ ‘e sante!
Nn’ èramo nnammurate tuttuquante!…”

 Fonte: http://istitutoduesicilie.blogspot.it/2013/03/8-marzo-intervista-ad-una-grande-donna.html

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Quando Pirandello, Verga, Nievo, Franceschi, Sonnino e altri si prestavano a parlar male dei Borbone

“Inchiesta in Sicilia” di Franchetti e Sonnino

Il lavoro dei carusi

 

Leopoldo Franchetti e Giorgio Sidney Sonnino erano due professori universitari ed esponenti della Destra storica che intendevano far conoscere le condizioni di vita del Meridione e diffondere la consapevolezza di un problema  sociale (la cosiddetta “questione meridionale“) che andava risolto sia per riequilibrare uno sviluppo economico che sacrificava le campagne e l’economia del Sud, sia anche per porre fine al malcontento delle masse contadine che dava origine al brigantaggio  e che poteva provocare pericolose insurrezioni socialiste.

Franchetti e Sonnino dedicarono allo studio della “questione meridionale “ un libro-inchiesta noto come Inchiesta in Sicilia, pubblicato nel 1877.

Nell’ Inchiesta in Sicilia si dedica particolare attenzione al lavoro dei ragazzi, i cosiddetti carusi, impiegati come garzoni nel duro lavoro nelle miniere di zolfo.

Il lavoro di questi fanciulli consisteva nel trasporto sulla schiena del minerale in sacchi o ceste, dalla galleria dove veniva scavato dal picconiere, fino al luogo dove all’aria aperta si faceva la basterella (riunione  di più casse) delle casse dei diversi picconieri, prima di riempire il calcarone (fornace).

Ogni picconiere impiegava in media da due a quattro ragazzi, la cui età variava dai sette agli undici anni. I fanciulli  lavoravano sotto terra da otto a dieci ore al giorno. I ragazzi impiegati all’aria aperta lavoravano per undici-dodici ore. Il carico variava secondo l’età e la forza dei ragazzi, ma era sempre molto superiore a quanto potesse portare una creatura di tenera età, senza grave danno alla salute, e senza pericolo di storpiarsi. I più piccoli portavano sulle spalle, incredibile a dirsi, un peso dai 25 ai 30 kg.

Il numero dei viaggi che faceva ogni ragazzo in un giorno variava molto, a seconda delle profondità diverse delle miniere e delle gallerie .

Il guadagno giornaliero di un ragazzo di otto anni era di £ 0,50,dei più piccoli e deboli era di £ 0,35. Questi poveri carusi uscivano dalle bocche delle gallerie dove la temperatura era caldissima, grondando sudore e contratti sotto i gravissimi pesi che portavano, e uscivano all’aria aperta, dove dovevano percorrere un’altra cinquantina di metri, esposti a un vento ghiaccio.

Altre schiere di fanciulli lavoravano all’aria aperta trasportando il minerale dalla basterella  al calcarone. Là dei lavoranti riempivano le ceste e le caricavano sui ragazzi, che correndo le portavano fino alla bocca della fornace, dove un altro operaio li sorvegliava, gridando questo, spingendo quello, dando ogni tanto una sferzata a chi correva meno.

La triste condizione dei carusi ci è tristemente nota anche attraverso le pagine letterarie che lo scrittore siciliano Giovanni Verga dedicò, sempre nell’Ottocento, a uno di loro, Rosso Malpelo, protagonista dell’omonima novella.

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Lo Stato “Italiano” appartiene ai Rothschild. La memoria ritrovata su una Patria che non c’è !

Segnalazione di www.nocensura.com

Uno Stato, spacciato per “Italiano”, ma in verità solo ed assolutamente rothschildiano, senza onore, e senza dignità, ma soprattutto senza nessuna autonomia e sovranità, imposto con le armi e con i brogli elettorali, dai vincitori rothschildiani del “risorgimento” ebraico massonico del 1861.
Ecco il nostro nemico: I Rothschild. Da 300 anni questa famiglia semina morte e da ben 152 anni ci tiene schiavi. Ieri i Savoia con l’unità d’Italia, e la mente che ideò questo complotto fu quella di un Rothschild. Oggi con la B.C.E. (Banca Centrale Europea) e con l’unità monetaria, una macchinosa truffa meglio nota come signoraggio bancario, e a tramare contro il nostro popolo e a cospirare contro la nostra costituzione, c’è ancora un Rothschild. L’incantesimo è finito: questa famiglia va fermata, questa bestia va fermata, i suoi servi vanno fermati o loro fermeranno te!!!!
Errare è umano, perseverare è diabolico!!!
Le tasse da pagare non dovrebbero in uno stato libero e giusto superare il 10%. Quando lo stato chiede di più, questo significa che la cosa pubblica è amministrata o da incapaci, o da ladri. Stiamo versando Sangue da 152 anni: il nostro sangue innocente per questi vampiri criminali, che occupano abusivamente la nostra terra e le nostre Istituzioni. Senza la verità storica l’Italia non sarà mai un popolo, né tanto meno una nazione ma solo una squallida e misera espressione geografica.  In questo momento storico così difficile per il paese, il Sud a testa alta e con orgoglio, deve utilizzare questa memoria rivelata e ritrovata per adoperarsi a difendere la democrazia di questa Nazione: che è stata grande ed è cresciuta ed è stata Italia, grazie all’immenso contributo e sacrificio che il meridione ha dato. Noi figli del Sud, figli di una Patria Perduta, costruiremo la vera Italia, dove saremo davvero finalmente tutti fratelli.
(lucia g. – s. brosal)

Fonte:

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