Siria: l’olocausto cristiano

img.phpSegnalazione del Centro Studi Federici

“Finita la tragedia dopo aver svuotato gli arsenali e dato lavoro alle proprie industrie, si presenteranno per ricostruire la Nazione. Con la fattura da pagare: se il denaro non sarà disponibile, sistemeranno i conti portando via quello che troveranno, petrolio o gas che sia. Se non ci sarà nessuna risorsa, il popolo lavorerà come schiavo” (Mons. Nazzaro, Vescovo di Aleppo)
Il massacro dei cristiani siriani
L’Arcivescovo siro-ortodosso Alnemeh: “A Sadad il più grande massacro di cristiani in Siria”
Sadad – “Quello avvenuto a Sadad è il più grave e ampio massacro di cristiani avvenuto in Siria da due anni e mezzo”: è perentorio l’Arcivescovo Selwanos Boutros Alnemeh, Metropolita siro-ortodosso di Homs e Hama, nell’illustrare a Fides il tragico bilancio di vittime nella cittadina cristiana di Sadad, invasa dalle milizie islamiste una settimana fa e poi riconquistata dall’esercito siriano. “I civili innocenti, martirizzati senza alcun motivo, sono 45, e fra loro diverse donne e bambini, molti buttati in fosse comuni. Altri civili sono stati minacciati e terrorizzati. I feriti sono 30 e le persone scomparse sono tuttora 10. Per una settimana, 1.500 famiglie sono state tenute come ostaggi e scudi umani. Fra loro bambini, vecchi, giovani, uomini e donne. Alcuni di loro sono fuggiti a piedi percorrendo 8 km da Sadad ad Al-Hafer per trovare rifugio. Circa 2.500 famiglie sono fuggite da Sadad, portando con sé solo i vestiti che avevano indosso, a causa dell’irruzione dei gruppi armati e oggi sono profughi sparsi tra Damasco, Homs, Fayrouza, Zaydal, Maskane, e Al-Fhayle”.
L’arcivescovo prosegue manifestando tutta la sua amarezza: “In città mancano del tutto elettricità, acqua e telefono. Tutte le case di Sadad sono state derubate, e le proprietà saccheggiate. Le chiese sono danneggiate e dissacrate, private di libri antichi e arredi preziosi, imbrattate di scritte contro il cristianesimo. Le scuole, gli edifici governativi, gli edifici comunali sono distrutti, insieme con l’ufficio postale, l’ospedale e la clinica. Ai bambini di Sadad è stato rubato il futuro. Molte case non potranno nemmeno essere ricostruite”.
“Quanto accaduto a Sadad – afferma – è il più grande massacro dei cristiani in Siria e il secondo in tutto il Medio Oriente, dopo quello nella Chiesa di Nostra Signora della Salvezza in Iraq, nel 2010”.
L’Arcivescovo Selwanos Boutros Alnemeh conclude: “Abbiamo gridato soccorso al mondo ma nessuno ci ha ascoltati. Dov’è la coscienza cristiana? Dov’è la coscienza umana ? Dove sono i miei fratelli? Penso a tutte le persone sofferenti, oggi nel lutto e nel disagio: ho un nodo alla gola e mi piange il cuore per quanto è successo nella mia arcidiocesi. Quale sarà il nostro futuro? Chiediamo a tutti di pregare per noi”.
Sadad è una piccola città di 15.000 persone, in maggioranza cristiani siro-ortodossi, situata 160 km a Nord di Damasco. Conta 14 chiese e un monastero con quattro sacerdoti. La città era rimasta finora fuori dal conflitto.
Mons. Nazzaro (Aleppo): “stiamo facendo soffrire un popolo intero”
“Le ultime notizie di cui sono in possesso risalgono a quattro giorni fa. Ad Aleppo mancano acqua, luce, gasolio, benzina. La popolazione si sta preparando a trascorrere un altro inverno con il freddo o il gelo, perché la temperatura scende sotto lo zero”.
Monsignor Giuseppe Nazzaro, vescovo emerito di Aleppo, ospite in questi giorni della parrocchia della cattedrale di Crema, racconta così al Sir la situazione nella città siriana, tra le più martoriate in questo conflitto. Il motivo? “I terroristi impediscono che gli approvvigionamenti arrivino in città”.
Non usa mezzi termini il presule per denunciare questo stato di cose: “Mi domando chi ha voluto e continua a volere che si arrivasse a ciò. Tutto il mondo si deve porre la questione e dare una risposta. Stiamo facendo soffrire un popolo intero; le famiglie sono sradicate dalle proprie case. E i profughi aumentano: per quanto ne so, fino a novembre 2012 a Lampedusa o sulle spiagge della Sicilia non arrivavano profughi siriani. Siamo noi stessi che abbiamo creato i profughi, con le armi vendute ai terroristi”.
Mons. Nazzaro punta l’indice anche contro la propaganda dei media: “Trovo inammissibile che ci accontentiamo delle fandonie che ci propinano certe televisioni e certi giornali, la realtà è un’altra. Si stanno ammazzando due fronti, l’opposizione che aveva chiesto le riforme non esiste più. Oggi in Siria ci sono terroristi che provengono da 80 Paesi. A questi interessa vendere le armi e lasciano che avvenga la distruzione”.
“Finita la tragedia – aggiunge il vescovo – dopo aver svuotato gli arsenali e dato lavoro alle proprie industrie, si presenteranno per ricostruire la Nazione. Con la fattura da pagare: se il denaro non sarà disponibile, sistemeranno i conti portando via quello che troveranno, petrolio o gas che sia. Se non ci sarà nessuna risorsa, il popolo lavorerà come schiavo. Questa – conclude – io la chiamo neocolonizzazione”.
Qui Damasco: anche oggi il dolore ci ha visitato
Carissimi, oggi è una giornata molto brutta. Da quando sono rientrato in patria, la tragedia sulla zona Cristiana di Damasco continua, ed i colpi di mortaio non hanno pietà di nessuno.
Da quando è stato colpito il bus della scuola una settimana fa causando la morte di 5 bambini e ferimento di altri 20, le mamme dei ragazzi delle scuole hanno deciso che non mandano più i loro figli a scuola. I colpi di mortaio arrivano tutti i giorni, al mattino presto all’ora dell’entrata in scuola ed al pomeriggio all’ora di uscire.
In questa settimana la zona nostra (Kassa-Bab Tuma) ha avuto più di 50 colpi di mortaio. Solo oggi sono arrivati più di 15 colpi. Dove colpiscono? Colpiscono soprattutto i luoghi di raduno (piazze – scuole – fermate di bus- mercato- chiese).
Stamattina è morto un mio caro vicino della casa dove sono nato. Siamo stati vicini di casa per più di 20 anni. Lui stava andando a scuola perchè fa l’insegnante ed il colpo del mortaio ha colpito la sua macchina causando la sua morte e ferendo altri due insegnanti che erano dentro la macchina con lui, e non si sa ancora se vivranno o no.
Mentre stavo scrivendo queste parole sono stati colpiti altri due bus della scuola che portavano gli insegnanti, e non sappiamo quanti sono i feriti o i morti. Noi non mandiamo i nostri figli a scuola, ma gli insegnanti devono andarci.
Ieri la deputata Maria Saadeh ha parlato nel parlamento siriano dicendo: “Perchè gli studenti delle scuole sono diventati un obiettivo? Come facciamo a proteggere i nostri figli? Noi stiamo affrontando una grande guerra e vivere come martiri fa parte del nostro destino e del nostro dovere. Ma quando la Guerra tocca i nostri figli nelle loro scuole ed in modo ben studiato, questo va oltre le leggi delle guerre, questo si chiama Crimine contro l’umanità, e tutti devono assumere la responsabilità sia all’interno del paese che all’esterno. Perciò chiedo a tutti voi parlamentari di scrivere una lettera e mandarla a tutti i parlamentari di tutto il mondo ed agli organi internazionali. In questa lettera chiediamo loro di muoversi e di assumere le loro responsabilità davanti a quello che si sta succedendo ai nostri figli. Perchè i bambini fanno parte sia della nostra responsabilità che di quelli che si occupano dei diritti dei minori…”
Ormai noi siriani cristiani sappiamo benissimo che siamo nel mirino di questi fanatici Whaabiti aiutati dai paesi di Qatar e Arabia Saudita e Turchia. Ma l’Europa sa questo? La chiesa cattolica lo sa? Sanno che Saydnaia è in questi giorni sotto l’attacco dei gruppi fanatici? Sanno che Aleppo sta soffrendo la totale mancanza dei viveri (acqua-luce-benzina-cibo…)? Sanno che il fanatismo sta arrivando a casa loro?
La domanda che faccio a voi in Italia è questa: Perchè la Rai non ha parlato e non parla degli scolari che ogni giorno stanno morendo per colpa di mortai?… ha parlato di una manifestazione a Milano fatta ieri per il compleanno di padre Paolo ma niente dei bambini che muoiono in Siria: loro non hanno nessun valore?
Basta sangue… Ricordatevi di noi,
Samaan
Damasco, 18 novembre 2013
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I ribelli sono entrati in uno dei luoghi simbolo del cristianesimo orientale. Maalula era candidata a diventare Patrimonio dell’umanità dell’Unesco

8.9.2013
foto Afp

10:30 – I ribelli siriani hanno preso il controllo della città di Maalula, luogo simbolo del cristianesimo orientale alle porte di Damasco, da giorni stretta tra le forze governative e i ribelli. Lo ha annunciato una Ong, l’Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria con base a Londra. Maalula, candidata a diventare Patrimonio dell’umanità dell’Unesco, è uno dei pochissimi luoghi al mondo dove si parla la lingua di Gesù, l’aramaico.

“Nella notte l’esercito è entrato in città ma i ribelli hanno assunto il controllo”, ha detto Rami Abdel Rahmane, direttore dell’ong. La sua versione è stata confermata da testimoni. Sabato erano ripresi i combattimenti tra ribelli e forze governative vicino a Maalula dove gli insorti avevano detto di essersi ritirati per evitare che la cittadina venisse bombardata dalle forze lealiste. Le truppe governative, secondo quanto riferito sempre dall’Osservatorio nazionale, avevano bombardato una collina sovrastante la città dove sorge l’hotel Safir e dove i combattenti anti-regime sono concentrati.

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A quando Damasco, Efeso e Zenobia (Palmyria), Laodicea, Smirne, Tarso, ….?

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Guerra alla Siria: veloce ripasso

1. Tutte le guerre sono guerre di banchieri

Allora, se è vero quello che è stato scritto, cioè che “All wars are bankers’ wars” (“Tutte le guerre sono guerre di banchieri“, che tradotto in tre parti, che potete trovare qui: 1, 2 e 3), anche questa dovrebbe essere una guerra che soddisfa le ambizioni dei banchieri: eliminare cioè dalla carta geografica tutti quegli stati che si permettono di avere una banca centrale pubblica, non privata e controllata dall’elìte finanziaria di poche famiglie mondiali, a tutti i costi, anche se gli stati interessati sono piccoli, perchè comunque con il loro esempio potrebbero stuzzicare la fantasia dei popoli che non si assoggettano a questa prassi.

E in effetti, una rapida conferma di questo si trova facilmente: ad esempio in questo articolo di Nicoletta Forcheri su Stampalibera, o in questo video di Albamediterranea, sulla proprietà e indipendenza della banca centrale siriana.

2. La guerra alla Siria era da tempo pianificata

Bene. Ma… se fosse un caso? Se fosse cioè che l’attacco, e l’indipendenza della banca centrale siano una coincidenza?

Togliamoci allora anche questo dubbio. In questo video il generale in pensione Wesley Clark racconta di come, già pochi giorni l’attentato dell’11 Settembre, fosse chiara, all’interno dell’amministrazione USA, l’intenzione dell’attacco all’Iraq; al quale sarebbero seguiti gli attacchi ad altri paesi, fra i quali Libia e Siria. Mission Accomplished.

Riprendiamo alcune parti dell’intervista dal sito Democracy Now (traduzione a cura di googletranslate):

About ten days after 9/11, I went through the Pentagon and I saw Secretary Rumsfeld and Deputy Secretary Wolfowitz. I went downstairs just to say hello to some of the people on the Joint Staff who used to work for me, and one of the generals called me in. He said, “Sir, you’ve got to come in and talk to me a second.” I said, “Well, you’re too busy.” He said, “No, no.” He says, “We’ve made the decision we’re going to war with Iraq.” This was on or about the 20th of September. I said, “We’re going to war with Iraq? Why?” He said, “I don’t know.” He said, “I guess they don’t know what else to do.” So I said, “Well, did they find some information connecting Saddam to al-Qaeda?” He said, “No, no.” He says, “There’s nothing new that way. They just made the decision to go to war with Iraq.” He said, “I guess it’s like we don’t know what to do about terrorists, but we’ve got a good military and we can take down governments.” And he said, “I guess if the only tool you have is a hammer, every problem has to look like a nail.”

So I came back to see him a few weeks later, and by that time we were bombing in Afghanistan. I said, “Are we still going to war with Iraq?” And he said, “Oh, it’s worse than that.” He reached over on his desk. He picked up a piece of paper. And he said, “I just got this down from upstairs” — meaning the Secretary of Defense’s office — “today.” And he said, “This is a memo that describes how we’re going to take out seven countries in five years, starting with Iraq, and then Syria, Lebanon, Libya, Somalia, Sudan and, finishing off, Iran.”

Circa dieci giorni dopo l’11/9, ho passato il Pentagono e ho visto il Segretario Rumsfeld e vice segretario Wolfowitz. Scesi le scale solo per dire ciao ad alcune delle persone in comune personale che lavorava per me, e uno dei generali mi ha chiamato dentro Egli disse: “Signore, hai avuto modo di venire a parlare con me un secondo. “dissi,” Beh, sei troppo occupato. “Ha detto,” No, no. “, dice,” Abbiamo preso la decisione che stiamo andando in guerra con l’Iraq. “Questo è stato il o intorno al il 20 di settembre. Ho detto, “Stiamo andando in guerra con l’Iraq? Perché? “Lui disse:” Io non lo so. “Ha detto,” Credo che non sanno che altro fare. “Allora ho detto:” Beh, hanno trovato alcune informazioni di collegamento Saddam ad al-Qaeda? “Ha detto,” No, no. “, dice,” Non c’è nulla di nuovo in questo modo. Hanno appena preso la decisione di andare in guerra con l’Iraq. “Lui ha detto,” Credo che sia come non sappiamo cosa fare con i terroristi, ma abbiamo un buon esercito e possiamo abbattere i governi. “E lui dissi, “credo che se l’unico strumento che hai è un martello, ogni problema ha a guardare come un chiodo.”

Così sono tornato a vederlo un paio di settimane più tardi, e da quel momento ci bombardavano in Afghanistan. Ho detto, “Stiamo ancora andando in guerra con l’Iraq?” Ed egli disse: “Oh, è peggio di così.” Si allungò sulla sua scrivania. Prese un pezzo di carta. E lui ha detto: “Ho appena ricevuto questo giù dal piano di sopra” – che significa il Segretario di Difesa – “. Oggi” Ed egli disse: “Questo è un memo che descrive come stiamo andando a prendere sette paesi in cinque anni, partendo con l’Iraq, e poi la Siria, il Libano, la Libia, la Somalia, il Sudan e ha concluso a rete, l’Iran. “

In quest’altro video, che riprende sostanzialmente la stessa parte dell’intervista, alla fine si nota come, tramite cartina geografica, gli USA stiano attaccando gli stati della regione che non accettano “l’amicizia” di questo ingombrante alleato.

seven countries

Quindi risulta evidente come l’aggressione alla Syria fosse stata messa in conto molto tempo fa, almeno una dozzina d’anni (ma probabilmente anche molto prima, se le informazioni uscirono, almeno all’interno degli ambienti militari, una dozzina d’anni fa).

3. La stessa sorte di Gheddafi

Come si può vedere bene e capire da questo video, la stessa sorte era toccata a Gheddaffi, ancora più colpevole, oltre che di stare sopra un mare di petrolio, di proporre una moneta africana slegata dal dollara ma soprattutto basata sull’oro, il gold dinar.

4. Una scusa futile (per ascoltatori boccaloni)

Ovviamente, la “scusa” della lezione ad Assad non regge. Non solo Putin ha sputtanato Obama all’ONU, mostrando immagini dai satelliti che mostrano razzi partiti dalle zone controllate dai ribelli salafiti, ma il buon senso ci dice che solo un pazzo commetterebbe un crimine così efferato proprio nel momento in cui stanno arrivando gli ispettori ONU. Un po’ come se una famiglia affidataria riempisse di botte il piccolo proprio quando stanno per arrivare gli assistenti sociali a controllare se va tutto bene.

5. Giornalisti criminali perchè complici di criminali

Ma i nostri mezzi di informazione, i giornalisti pagati, i giornali che campano solo grazie ai sussidi pubblici, queste cose non le dicono. Si vergogneranno? Faranno fatica a guiardarsi allo specchio? Gli verrà da vomitare al solo pensiero della loro complicità coi carnefici?

Speriamo. Almeno avrebbero una possibilità di cambiare strada, prima o poi.

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Siria: lo sterminio dei cristiani e il ruolo d’Israele

Syria-Rebel-OfficersSegnalazione del Centro Studi Federici

Siamo in grado di fornire nuovi particolari sull’omicidio del padre Mourad, assassinato da una banda di terroristi. Significative le parole del Ministro regionale dei francescani di Siria: “l‘Occidente nell‘appoggiare i rivoluzionari appoggia gli estremisti religiosi, e aiuta ad uccidere i cristiani. Di questo passo non rimarrà nessun cristiano in queste zone”. Altrettanto significative le parole dell’ex ministero degli esteri francese, Roland Dumnas, che ha riferito di essere stato contattato due anni fa da personalità inglesi “per sostenere una guerra contro la Siria nell’interesse d’Israele”.

Ex ministro francese: la rivolta in Siria è stata organizzata a Londra

22 giu – Nulla che già non sapessimo ma un conto è sentirlo dire su siti di controinformazione o su internet, un conto sentirlo dire da un ex ministro degli Esteri francese che, in tv, ospite della trasmissione “Ça vous regarde” (LCP), ha ammesso che l’intera rivolta siriana sarebbe stata preparata a tavolino nei salotti di Londra. Dumas ha detto di essere stato avvicinato dagli inglesi nel 2010, vale a dire prima della “primavera araba“, per sostenere una guerra contro la Siria nell’interesse d’Israele. E ci sarebbe anche un legame tra l’attacco alla Siria e quello alla Libia, che vide proprio la Francia in prima fila.

Il video:

http://www.imolaoggi.it/?p=53896

Siria, ucciso prete cattolico

Secondo fonti siriane attendibili i militanti islamici di Jabhat al-Nusra avrebbero attaccato in giornata un convento latino nel nord della Siria, in località Ghassanieyh, vicino a Idlib e almeno un sacerdote sarebbe morto. Fonti locali hanno riferito che i militanti del “Fronte della vittoria” avrebbero attaccato la chiesa latina, e la vittima sarebbe il rettore del convento di San Simone, padre Francois Murad. I militanti inoltre avrebbero saccheggiato il monastero e tentato di dargli fuoco. Si ignora se vi siano altre vittime; è difficile vista la situazione avere conferme e dettagli. Jabhat al-Nusra è un’organizzazione vicina ad al-Qaeda. Quel movimento, e altri formati in maggioranza da elementi non siriani, si sono resi responsabili in maniera crescente di violenze contro cristiani, sciiiti, alawiti e sunniti moderati.

http://www.lastampa.it/2013/06/23/blogs/san-pietro-e-dintorni/siria-ucciso-prete-cattolico-9xCno6KZDPXsDXiWsmRTlN/pagina.html

AGGIORNAMENTI 24 GIUGNO

Il convento Francescano (Latino) del villaggio di Ghassanieh (Gisser Es-Choughour), sulle montagne vicine al fiume Oronte, è stato attaccato dai terroristi Jamaat El-Nousra che ha fatto irruzione sparando all’impazzata. Hanno saccheggiato tutto ciò che potevano trovare sotto mano, ed hanno trucidato il monaco di rito siriaco cattolico, P. François Mourad.

Padre François era stato formato dai Padre Francescani di Terra Santa. Sentendosi chiamato ad una vita più contemplativa, lascia i Francescani, completa i suoi studi dai Trappisti a Latroun (Palestina), poi rientra in Siria ed è ordinato sacerdote dal Vescovo Siro Cattolico di Hassaké nel Giaziret siriano. Egli stava iniziando una nuova fondazione monastica, ispirandosi a San Simeone lo Stilita, aveva costruito il monastero nei pressi del villaggio di Ghassahieh ed aveva iniziato la formazione di alcuni giovani siriani.

Con l’aggravarsi degli eventi di sommossa e con l’arrivo delle bande di prezzolati e senza coscienza, i giovani che erano con lui sono rientrati in famiglia. P. François rimane solo, e si appoggia sul convento-parrocchia del villaggio vivendo con il Parroco Francescano. Egli è uno dei pochi sacerdoti rimasti assieme ai pochi fedeli ed ai sacerdoti Francescani dei villaggi che nel gergo sono definiti “i villaggi dell’Oronte” riferendosi, appunto al biblico fiume Oronte che passa in quella zona.

Al villaggio di Ghassahieh, fin da quando sono entrate le masnade assassine che avevano costretti tutti a fuggire abbandonando ogni cosa, erano rimasti soltanto il Parroco Francescano, P. François, tre Suore del Rosario ed una dozzina di fedeli che vivevano tutti protetti dal convento. Qualche mese fa fu ucciso il capo della Comunità cattolica (latina) che era rimasto sul posto, ed un paio di giorno addietro hanno trucidato il Padre François.

Un pietoso Padre Francescano è riuscito a raggiungere il villaggio di Ghassanieh ed ha portato via il corpo martoriato di P. François per dargli un cristiana sepoltura nel vicino villaggio cristiano di Kanayé, altro villaggio dove il parroco Francescano è rimasto sul posto per proteggere il suo popolo. Con il corpo del P. François sono state portate via anche le Suore del Rosario. Naturalmente gli assassini hanno raggiunto il loro scopo, perché già in quel villaggio avevano ridotta a stalla e latrina pubblica la Chiesa greca ortodossa, il parroco greco ortodosso era scappato con tutti i fedeli nei giorni in cui entrarono gli assassini Jamaat El-Noiusra.

A questo punto ci viene spontanea una considerazione: E’ possibile che i governi occidentali non vogliono proprio riflettere che loro sono i responsabili morali dei morti cristiani, alawiti e sunniti moderati? E’ possibile che la loro mente sia così ottusa da non comprendere che il mondo islamico non ragiona come pretendono ragionare loro? Le categoria mentali sono totalmente opposte alle loro e questi capi occidentali nella loro ottusità mentale non vogliono proprio capire che non hanno diritto di armare e sostenere gente che in nome di un Dio trucidano le persone.

L’osservatore siriano d’Aleppo

http://oraprosiria.blogspot.it/2013/06/ucciso-prete-cattolico-al-nord-di-aleppo.html

Custode di Terra Santa: che questa guerra assurda e vergognosa finisca presto

Gassanieh – Domenica 23 giugno il sacerdote siriano François Murad è stato ucciso a Gassanieh, nel nord della Siria, nel convento della Custodia di Terra Santa dove aveva trovato rifugio. Ne dà conferma un comunicato della Custodia di Terra Santa inviato all’Agenzia Fides. (…) “Preghiamo” scrive nel comunicato il Custode di Terra Santa Pierbattista Pizzaballa OFM “perché questa guerra assurda e vergognosa finisca presto e che la gente di Siria possa tornare presto alla normalità”.

Riferisce a Fides l’Arcivescovo Jacques Behnan Hindo, titolare della arcieparchia siro-cattolica di Hassaké-Nisibi: “Tutta la vicenda dei cristiani del Medio Oriente è segnata e resa feconda dal sangue dei martiri di tante persecuzioni. Negli ultimi tempi, padre Murad mi aveva fatto arrivare alcuni messaggi in cui si mostrava consapevole di vivere in una situazione pericolosa, e offriva la sua vita per la pace in Siria e in tutto il mondo”.

http://www.fides.org/it/news/53051-ASIA_SIRIA_Ucciso_sacerdote_cattolico_Il_vescovo_Hindo_ha_offerto_il_suo_martirio_per_la_pace#.UchQAW1H45t

Padre francescano: l’Occidente aiuta a uccidere i cristiani

Il racconto è avvalorato dalla testimonianza diretta di un francescano, padre Firas, che dalla località di Kanaieh avrebbe raggiunto Ghassanieh. Qui avrebbe parlato con le suore del convento e preso il cadavere di padre François per dargli degna sepoltura. “Vorrei che tutti sapessero – sono parole del Ministro regionale dei francescani di Siria, Halim Noujaim – che l‘Occidente nell‘appoggiare i rivoluzionari appoggia gli estremisti religiosi, e aiuta ad uccidere i cristiani. Di questo passo non rimarrà nessun cristiano in queste zone”.

http://it.radiovaticana.va/news/2013/06/24/siria._ribelli_attaccano_un_convento_francescano_a_ghassanieh:_mort/it1-704253

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Il vicario apostolico di Aleppo: “Mi chiedo spesso: ma l’Occidente capisce o non capisce? “ Nuovi scenari di guerra

“I governi occidentali si rendono conto che stanno distruggendo la presenza cristiana in Medio Oriente? Perchè la democrazia si “esporta” solo in Siria?” a porre queste domande è monsignor Giuseppe Nazzaro, vicario apostolico di Aleppo, la città martire, dove più che altrove divampa l’incendio che sta consumando la Siria.

rosario siria

Ci parli della situazione attuale

Già, sono tanti a parlare di una convivenza felice prima di questa guerra.

E dicono bene. Anni fa, quando ancora non c’era il regime di Assad padre, avevo sempre la polizia segreta alle costole. Quando abbandonai il Paese, andarono dalle suore che stavano con me a chiedere informazioni per sapere come avessi fatto a lasciare la Siria. Quando sono tornato era tutto cambiato. Si poteva stare fino a tardi per le strade tranquillamente. Ho potuto girare in lungo e in largo la Siria senza alcun impedimento. C’era libertà e rispetto reciproco. A maggio facevamo le processioni lungo le vie di Aleppo alle quali i musulmani guardavano con curiosità e rispetto. A Natale e a Pasqua i capi religiosi islamici venivano a farci gli auguri e noi ricambiavamo all’inizio e alla fine del Ramadan. Ma incontri simili erano frequenti ben al di là di queste occasioni. I diritti erano uguali per tutti, tanto che il governo annoverava ministri cristiani. Anche adesso il ministro della Difesa è un cristiano.

Poi è iniziata la rivolta.

Sì, sull’onda delle primavere arabe che tanto scompiglio hanno portato altrove. A ogni manifestante disposto a scendere in piazza a gridare contro Assad venivano corrisposti dieci dollari. E altri dieci per ogni persona che riusciva a portare con sé. Se portavi venti persone, potevi metterti in tasca duecento dollari, quanto un siriano medio guadagnava in un mese…

Dicono ci fosse un grande malcontento.

In tutti i Paesi c’è sempre un malcontento contro il governo. In Italia non c’è? Anche in Siria c’era, ma molto circoscritto, la gran parte del popolo stava con Assad. E anche adesso. Comunque di cose se ne sono inventate parecchie: c’è la favola secondo la quale in Siria fosse in vigore la legge marziale, che il regime avesse limitato la libertà con la scusa di uno stato di emergenza. Tutte invenzioni. C’erano leggi vecchie, forse, ma non sono mai state applicate. Nessuno qui le ha mai viste.

Veniamo alle ingerenze esterne.

Ingerenze, già. In Arabia Saudita gli imam chiamano alla guerra santa contro Assad. E poi c’è la rete di Al Qaeda che recluta in zone già teatro di guerra come Afghanistan, Libia, Iraq… Infine c’è l’Occidente che vuole portare la democrazia in Siria. Quale democrazia? In Italia c’è democrazia? E altrove? Cos’è la democrazia? Hanno iniziato con la guerra in Afghanistan, poi c’è stato l’Iraq, quindi la Libia… quale democrazia è fiorita? Mi pare che l’unica conseguenza di questo attivismo per “esportare” la democrazia siano state immani devastazioni e la progressiva diminuzione della presenza cristiana in Medio Oriente. Dopo tutte queste guerre i cristiani stanno sparendo dai Paesi arabi, ponendo fine a secoli di convivenza. Per i ribelli siriani gli alawiti [il ramo islamico cui appartiene Assad e la classe dirigente del Paese, ndr] e i cristiani sono la stessa cosa: un nemico da uccidere. Mi chiedo se in Occidente capiscono o non capiscono… (la ripete questa domanda e la scandisce).

Il regime ha consentito lo svolgimento di elezioni…

Al voto ha partecipato tanta gente. Bisogna fare i passi uno alla volta. La democrazia deve maturare poco a poco, dall’interno del Paese, non deve essere imposta da altri. D’altra parte, quando c’erano le elezioni in Egitto, Mubarak prendeva il 99% dei consensi e nessuno in Occidente diceva niente…

Si parla di guerra tra sciiti e sunniti.

L’Arabia Saudita, il Qatar, Paesi sunniti, tentano di far saltare Assad anche per indebolire l’Iran. A proposito di democrazia: in Bahrein una minoranza di sunniti governa sulla maggioranza sciita che è praticamente senza diritti. Da tempo ci sono scontri e repressioni. Perché nessuno ne parla? C’è poi l’Arabia Saudita, dove sciiti e cristiani non godono di alcun diritto. Non si può costruire una chiesa, celebrare una messa e c’è la polizia religiosa pronta a intervenire in caso di violazioni minime. Perché la democrazia si “esporta” solo in Siria?

La sua città sembra essere al centro di questa guerra.

All’inizio era tranquilla, poi otto o nove mesi fa il conflitto è arrivato anche da noi. Questo perché la gente di Aleppo non era scesa in piazza a protestare contro Assad. Ora lo fa, ma per protestare contro tutte e due le parti: chiede di essere lasciata in pace. Da tempo poi si è diffusa la piaga dei sequestri. Rapiscono povera gente e poi chiedono riscatti altissimi. Si fanno collette tra i cittadini, si tratta sulla cifra da offrire per il rilascio. È un modo criminale per finanziare la guerra di ribellione, anche se a volte a compiere azioni simili sono solo banditi comuni.

Sembra che ci siano alcuni spiragli per poter aprire un negoziato.

Per giungere alla pace occorre iniziare un dialogo senza pre-condizioni. Al momento tutti mettono pre-condizioni che per l’altra parte sono inaccettabili. Così non si va da nessuna parte: bisogna mettersi attorno a un tavolo e trattare. La pace è troppo importante…
In questa tempesta, lei rimane in Siria.

Sì e questo desta meraviglia tra la mia gente. Sono uno straniero, potrei andar via. Ma il Signore non ci ha detto di star comodi. Siamo lì per annunziare Cristo, anzitutto con la testimonianza e l’esempio. San Francesco diceva: non andate in giro a fare tanti discorsi, ma date testimonianza con la semplicità della vostra vita. Stare vicino al popolo, in questo momento, è dare testimonianza di Gesù.

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Il Qatar tifa per l’opposizione al vertice annuale della Lega arabaGli ufficiali “ribelli” addestrati dagli Usa in Giordania tornano a combattere contro Assad Viene da sorridere leggendo le precisazioni americane dopo le promesse fatte ai ribelli siriani anti-Assad – soldi e armi «non letali» – dal Segretario di stato americano John Kerry al recente incontro a Roma degli «Amici della Siria». Niente armi “vere” che potrebbero finire «nelle mani sbagliate» e ricerca di una soluzione politica. Il presidente Bashar Assad però deve farsi da parte, ripetono funzionari di vario livello del Dipartimento di stato. Come dire: facciamo la nostra parte senza lasciarci coinvolgere troppo. Poi è la stessa Cnn , con ottimi rapporti con la Casa Bianca, a rivelare che giovedì un primo gruppo di circa 300 “ufficiali” ribelli ha fatto ritorno in Siria al termine di un corso di addestramento militare in Giordania, pagato e gestito dagli Stati Uniti ( http://edition.cnn.com/2013/03/15/world/meast/ syria-civil-war/index.html?hpt=wo_c1 ). Addestramento nell’uso di armi anticarro e antiaerei e di sistemi d’arma elettronici avanzati. In Siria gli ufficiali quindi sono tornati per combattere e per trasmettere quanto hanno appreso. Presto altri insorti anti-Assad andranno ad addestrarsi e formarsi in Giordania, paese che già ospita da anni “corsi” per gli agenti dei reparti speciali e della polizia politica dell’Autorità nazionale palestinese. Anche in questo caso a staccare gli assegni sarà il Dipartimento di stato.

Si parla dall’inizio dell’anno di trattative segrete tra russi e americani per dare uno sbocco politico alla crisi siriana. In realtà tutti gli attori, sulla scena e dietro le quinte, lavorano per la guerra civile. Come gli Stati Uniti anche l’Iran fa la sua parte, di segno opposto, inviando armi e munizioni all’alleato di Damasco. E se in molte parti della Siria dominano i jihadisti anti-Assad giunti da vari paesi islamici – c’è anche un ex marine Usa convertito all’Islam – è altrettanto sicura la presenza di centinaia di combattenti sciiti giunti da vari paesi della regione in appoggio all’esercito governativo. E se sul terreno la situazione militare resta incerta e il bagno di sangue è incessante, su tavoli della politica si prepara la divisione in due parti della Siria.

Comincia domani a Istanbul un vertice di due giorni tra i capi della galassia che rappresenta l’opposizione siriana, volto a trovare un accordo sul nome del premier del “governo provvisorio” che dovrà «amministrare» le porzioni di Siria nelle mani dei ribelli armati. Più di tutto dovrà diventare il punto di riferimento dove paesi occidentali e arabi potranno indirizzare i loro finanziamenti al fronte armato anti-Assad. Infine, non certo per importanza, questo governo dovrà gestire i giacimenti petroliferi di Deir el-Zour e della regione di Hassakeh, strappati di recente dai ribelli ai governativi. È la soluzione “libica” che sta spingendo soprattutto il Qatar. L’Emiro del Qatar al Thani, che sin dall’inizio ha dato pieno appoggio alla rivolta armata contro il regime siriano, vuole una decisione rapida. Per due motivi: la nascita di un governo provvisorio, che sarà l’ala politica della rivolta armata sunnita, farà naufragare i tentativi di arrivare a una soluzione politica della guerra civile che non contempli l’uscita di scena immediata di Assad e del partito Baath al potere; Al Thani vuole che sia un esponente dell’esecutivo dell’opposizione ad occupare il posto di rappresentante della Siria al vertice annuale della Lega araba che si terrà a fine mese proprio in Qatar. Summit che, non è un mistero, sarà dedicato quasi tutto alla questione siriana e che per il terzo anno consecutivo riserverà ai palestinesi ben poco spazio.

Doha preme con forza sugli alleati più stretti ma non tutti i rappresentanti dell’opposizione sono convinti che la formazione del governo provvisorio sia una buona soluzione. Non pochi la giudicano prematura e temono la frammentazione del paese, tra questi lo stesso capo della Coalizione delle forze di opposizione, Muaz al Khatib che nelle scorse settimane aveva tentato – senza successo per l’opposizione dei Fratelli musulmani – di aprire la strada a una trattativa con il regime (scartando però Assad). I contrasti tra gli oppositori hanno già provocato il rinvio per ben due volte della riunione in Turchia.

Se le differenze non saranno accorciate, il vertice di Istanbul potrebbe rivelarsi una totale perdita di tempo per chi spinge per nominare il premier provvisorio e il suo governo. «Khatib dovrà essere convincente oppure essere pronto ad accogliere l’altro punto di vista. E tutto dovrà avvenire in fretta perché tante aree del paese sono nel caos», ha avvertito Walid al Bunni, un esponente storico dell’opposizione siriana. A ciò si aggiunge il fatto che non è chiaro quanto potere di controllo l’opposizione politica ha sulle migliaia di combattenti che, divisi in piccoli gruppi, partecipano alla lotta contro Assad senza rispettare gli ordini che arrivano dall’alto.

Michele Giorgio
Fonte: www.ilmanifesto.it
17.03.2013

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31 marzo 2013 | Autore

Intervista diPatriarche-lahham Antonio Picasso

Tratto da: Linkiesta

«Questa è la guerra del mondo arabo. Diviso dai tanti interessi stranieri». A una anno dallo scoppio della guerra civile in Siria, la visione di Gregorio III Laham, Patriarca della Chiesa melchita, non cambia. «Il mondo avrebbe dovuto aiutare il regime a cambiare. Invece è rimasto immobile e continua a osservarci mentre sprofondiamo nel disordine». Abbiamo incontrato Sua Beatitudine pochi giorni fa, mentre era a Piacenza, dopo che aveva compiuto una lunga visita in Europa, per incontrare i confratelli di rito greco cattolico e, al tempo stesso, percepire il pensiero occidentale di quel che sta accadendo a Damasco.
Patriarca Laham, la Siria è famosa per essere il Paese dei misteri. Adesso, anche in questa guerra civile, sono molte le ombre che gravano sul regime e anche sul fronte dell’opposizione. La domanda è molto diretta: chi spara a chi?
La Siria è caduta nel caos. Tutto il Medioriente è stato attraversato da questo tsunami rivoluzionario. Ora il terrorismo straniero sta prendendo il sopravvento. Qualche giorno fa, quand’ero in Germania, mi sono messo a leggere i giornali europei, un po’ di tutte le lingue, e mi sono accorto della visione assolutamente parziale che voi avete delle cose. È sbagliato dire che il governo siriano sta uccidendo civili innocenti. Anche i manifestanti hanno le loro armi. Anzi, sono molto più organizzati di quanto si possa credere.
Lei pensa che siano sostenuti da governi stranieri?
Ne sono convinto! Sappiamo che le armi circolavano nel Paese prima dell’inizio delle manifestazioni. Come pure che la Siria è piena di depositi di armi illegali che ormai la polizia non riesce più a scovare. Del resto, siamo in una posizione di passaggio tra da sempre: fra la Turchia e la Penisola arabica. Un punto di transito inevitabile. E poi intendiamoci, un poliziotto lo sanno pagare tutti.
Anche prima? Anche quando Assad aveva ben saldo il potere?
Anche prima. Anche quando gli alawiti controllavano il territorio, con i loro clan e gli apparati di sicurezza. Una mazzetta la accettano tutti anche se si è alawiti. Certo, adesso è tutto molto più semplice. Nessuno sta più di guardia alle frontiere. I gruppi di criminali comuni, o di terroristi, o ancora di oppositori stranieri penetrano indisturbati nel Paese e arrivano a nutrire di nuove idee e soprattutto di forze fisiche chi già combatte contro il regime. È questa la situazione. Non come si legge sui vostri giornali. Le faccio l’esempio di un recente corteo che si è svolto nella mia città natale, Darayya. In piazza c’erano poche persone, circa trecento. A un certo punto un gruppo di questi ha preso d’assalto una stazione della polizia. Ma non limitandosi a scagliare pietre. Bensì sparando. Gli agenti hanno risposto al fuoco e nello scontro ci sono stati tre morti. La stampa occidentale si è limitata a dire che i poliziotti hanno ucciso tre persone. È diverso da come la sto raccontando io. Le aggiungo che poi, proprio in occasione dei funerali di quei tre morti, c’erano diecimila persone. E tutto si è svolto in pace. Un po’ strano per la commemorazione di tre oppositori assassinati dalla polizia. Possibile che un corteo di appena tre centinaia di partecipanti finisca nel peggiore dei modi e poi, quando ci sono diecimila persone, non succeda nulla? Vuole un altro esempio?
La prego…
Un nostro fedele – un cristiano stia ben attento! – era Dubai per affari. Camminando per strada ha sentito una persona vicina lui parlare al cellulare: «Sono a Homs! Stanno sparando! È pieno di morti!» Ma questo non era a Homs. Bensì a Dubai. È possibile che dall’altra parte del cellulare ci fosse un giornalista che ha creduto nel racconto farsa di questo bugiardo. Mi spiego quando le dico che i media occidentali sono vittime di una manipolazione studiata a tavolino, da parte di arabi di altri Paesi? Tra armi vendute sottobanco e notizie false, stanno strumentalizzando la nostra sofferenza.
Ma questo perché?
Per il caos. C’è molta gente che vuole spera di guadagnare da questa situazione. Senza rendersi conto dei rischi però. Il mondo ha già emesso la sua sentenza su Damasco: «Delenda Cartago» Poi a quel che verrà dopo, ci si penserà.
Quindi non crede che Assad si stia macchiando di una strage e che l’opposizione abbia il diritto di essere ascoltata?
L’opposizione è troppo divisa. Non può pretendere di essere l’alternativa valida a un regime che ha garantito stabilità per oltre quarant’anni. E poi non ha un vero esercito che l’appoggi.
Molti militari hanno disertato.
Non più di 1.500. Nulla in confronto alla fedeltà riscossa da Assad tra le fila delle Forze armate. Peraltro, e con questo rispondo alla prima parte della sua domanda, l’esercito ha ricevuto l’ordine di non sparare se non perché attaccato. L’Occidente lo deve capire: il regime non ha interesse a essere messo dalla parte del torto. E a nessuno piace questa situazione. Certo, prima le cose non erano facili. Perché il servizio segreto era terribile. Mentre l’economia stentava a decollare. Tuttavia, la Siria aveva imboccato la giusta strada. Laicismo, convivenza etnico-religiosa e sicurezza. Tre pilastri sui quali Bashar el-Assad stava costruendo le riforme. Si ricordi che a Damasco, a dispetto di tutte le critiche, c’erano le università straniere. Le stesse che adesso sono chiuse. Commercio e turismo erano due opportunità su cui non solo noi cristiani intendevamo affermare un futuro di progresso. Erano fonte di speranza per tutti. Ora il Paese è fermo.
Qual è stato l’errore?
L’errore è stato non permettere al regime di cambiare. Lo sbaglio lo si sta commettendo ancora adesso. Il referendum sulla Costituzione e le elezioni amministrative fissate per il 7 maggio sono un gesto di riconciliazione che Assad sta compiendo verso tutti gli avversari. Nazionali quanto stranieri. Eppure non lo si vuole capire. È dall’estero che ci si ostina a negare il dialogo con il governo.
Dall’estero da dove?
Dai Paesi arabi, ma soprattutto dall’Europa. E forse anche dagli Stati Uniti. Si pensa che il regime sia il peggiore dei mali. Senza rendersi conto che senza Assad si rischia davvero tanto.
Lei cosa prevede?
Il caos totale. Né più né meno. Con il pericolo di coinvolgere Israele, Libano e Giordania. Perché non credo che, dall’altra parte del confine Netanyahu sia tranquillo. Nel frattempo a Tripoli, in Libano, ci sono stati degli scontri tra alawiti del posto e (pare) gente scappata dalla Siria. Un incidente che ha coinvolto anche gli uomini di Hezbollah. E poi pensi alla Giordania: prima della guerra, era la Siria il suo primo partner commerciale. Come può notare, le ripercussioni negative sono già in atto. E francamente penso che sia difficile mettervi un freno. La chiesa greco cattolica ripone le speranze nel grembo di Kofi Annan e di monsignor Tomasi (l’osservatore permanente della Santa Sede presso l’Onu, ndr).
Ecco, a proposito della Chiesa. Voi cristiani, che in Siria avete una così lunga tradizione, vi sentite in pericolo?
Finora la guerra non ha assunto dei risvolti confessionali. Questo però non significa che ci possiamo sentire tranquilli. A Qusayr sono morti sette melchiti. Molti altri sono scappati dai luoghi più colpiti. La nostra fortuna è di convivere con una maggioranza musulmana che sa di avere di fronte una chiesa solida e amica. In un Paese dove la libertà religiosa è un punto di merito per tutti, il cristianesimo si sente a casa. Del resto, la Siria è casa nostra! Così come lo sono il Libano, la Giordania e ovviamente la Terra Santa. Un mondo afflitto da turbolenze politiche, ma nel quale l’intervento della Croce è stata sempre un’iniezione positiva di dialogo. Tutto questo può crollare se prevarrà la violenza salafita.

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I milioni di cristiani “nascosti” in Arabia

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Intervista con un prelato che parla di una realtà ancora troppo sconosciuta, tra discriminazioni e mancanza di libertà

Marco Tosatti – Roma – E’ un fenomeno di cui non si parla spesso; ma la penisola arabica, terra d’islam per eccellenza, pullula di cristiani. I prossimi giorni, per una parte di essi, sarà uno dei pochi momenti di visibilità – limitata – qualche giorno in cui possono apparire, per poi tornare a vivere una vita di fede molto discreta. E addirittura catacombale in Arabia Saudita, dove secondo il nostro interlocutore, un prelato cattolico che esercita da molti anni il suo ministero in quella regione, si supera agevolmente il milione, si giunge forse a due milioni. Ma quei cattolici, forse l’esempio più imponente di discriminazione religiosa, alla pari con la Cina, non possono esistere come tali. Il regime wahabita punisce con l’arresto, l’espulsione e  altre pene ogni manifestazione di cristianesimo nei confini.

Il nostro interlocutore preferisce l’anonimato, per ragioni di sicurezza. Anche nei Paesi che tollerano in qualche forma la libertà di culto, “dipendiamo dalla buona volontà delle autorità locali”. E allora, dal momento che la cura pastorale del piccolo – ma neanche tanto – gregge è la prima preoccupazione, è la sensibilità dei signori del posto è molto alta, e le strumentalizzazioni sono sempre possibili, niente nomi e cognomi.

Le chiese del Kuwait, degli Emirati Arabi Uniti, in Oman, in Qatar, saranno piene, in questi giorni. E anche in Yemen si riuniranno intorno alle loro comunità piccolissime, i pochi cristiani collegati soprattutto alle missionarie di Madre Teresa, a Sanaa, Aden, Hodeida e Taif.

“Nei compound dove ci sono le chiese siamo liberi. Si farà la processione sul territorio della parrocchia; e tutte le cerimonie della settimana Santa le facciamo all’aperto”. Migliaia di persone partecipano. Le cerimonie per il venerdì Santo si succedono l’una all’altra, perché le chiese sono piene. Negli Emirati Arabi gli emiri hanno messo a disposizione gratuitamente il terreno del compound, e poi i fedeli con le loro offerte hanno costruito le chiese “Non abbiamo altre entrate”.

In tutta la penisola arabica poco meno di un centinaio di sacerdoti si occupano di oltre tre milioni di cattolici. Quanti siano in totale i cristiani non si sa, ma certamente sono molto numerosi. La maggior parte dei preti sono cappuccini, circa i due terzi; poi altri ordini religiosi, salesiani soprattutto, e sacerdoti “fidei donum”. La provenienza: India, Filippine, Libano, Stati Uniti e qualche europeo.

In Kuwait esistono solo due chiese, per 350 mila cattolici. Per la notte di Pasqua in tutti quei Paesi le messe cominciano verso le 18, alla fine del lavoro (è un giorno come un altro, nella penisola arabica).  Le messe saranno celebrate in numerose lingue dall’inglese all’arabo, dal tagalog (la lingua nazionale filippina) ai tanti idiomi parlati in India, il tamil, il singalese, il bengalese, il malayalam, l’urdu, e poi francese, italiano e polacco.

“La maggior parte dei fedeli sono asiatici; filippini indiani e un po’ del mondo intero. Qualche anno fa, in una parrocchia, avevamo fatto una piccola inchiesta: abbiamo oltre 90 nazionalità diverse. E non mancano America Latina e Africa”. E’ una Chiesa veramente, realmente e fisicamente pellegrina. “Siamo tutti stranieri; anche quelli che parlano arabo, vengono dalla Palestina, dal Libano, dall’Iraq. La nostra lingua comune è l’inglese, nella Chiesa, non l’arabo”. Sono gli asiatici soprattutto che marcano l’immagine della Chiesa. “Non ci sono fedeli autoctoni. Ce ne sono, pochissimi nello Yemen, una razza verso l’estinzione, a causa della regola dei matrimoni; l’uomo che sposa una musulmana è automaticamente considerato musulmano. La donna può restare cristiana, se il marito è d’accordo. Non ci sono speranze per il futuro di queste poche famiglie; ci vuole un’eroicità incredibile. Convertiti? Noi non accettiamo conversioni nel Paese; se anche si convertissero, non potrebbero praticare, sarebbero a rischio; e le nostre istituzioni sarebbero subito chiuse”.

Gli “evangelical” cercano di fare proseliti; ma non sono visti molto favorevolmente dalle Chiese tradizionali, come cattolici e anglicani, perché la loro attività ricade, in negativo su tutti i cristiani. “Qualche anno fa un gruppetto in un Paese dove c’è una libertà di culto limitata ha affisso dei manifesti sulle strade con slogan cristiani. Sono cose che non si fanno, in questa situazione. Sono stati mandati via, espulsi. Però hanno alimentato un’immagine negativa per tutti i cristiani”. Anche se poi, in realtà, il vero proselitismo è nell’altro senso.

Un grande problema è quello dei lavoratori stranieri arrestati. “E’ quasi impossibile entrare in contatto con le persone in prigione. Molti di loro sono innocenti, pagano per sbagli altrui. Sono Paesi in cui si va facilmente in prigione. Qualcuno che rimane troppo a lungo nel Paese, il visto è scaduto, ma il passaporto non è nelle sue mani, non può uscire. Allora può darsi – abbiamo avuto qualche caso –  che sia rimasto 250 giorni in più, e quando ha riavuto il passaporto, ha scoperto di dover pagare una multa alta, circa 20 euro al giorno, di multa. Insolvente, finisce in galera. Tutte queste persone, cristiane, sarebbero liberate immediatamente se si convertissero. Non amano sentirlo dire, le autorità, ma è la realtà. Per crimini minori si esce se si diventa musulmani; per quelli maggiori c’è una diminuzione di pena, molto forte, essenziale”.

http://vaticaninsider.lastampa.it/homepage/inchieste-ed-interviste/dettaglio-articolo/articolo/arabia-14151/

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Siria,Terzi venerdì voterà su armi ai ribelli.Il Parlamento?

iria, alcune notizie al 17 marzo 2013

UE – VENERDI 22 MARZO I MINISTRI DEGLI ESTERI DECIDERANNO SULLA RICHIESTA DI FRANCIA E GRAN BRETAGNA DI ABOLIRE L’EMBARGO ALLE ARMI PER L’OPPOSIZIONE.

IL NUOVO PARLAMENTO DISCUTERA’ LA POSIZIONE DELL’ITALIA ?

Dai primi giorni della passata settimana Gran Bretagna e Francia hanno iniziato a chiedere insistentemente che l’ Unione Europea tolga l’ embargo alle armi in Siria, rinnovato parzialmente solo il 4 marzo. La questione è stata già posta da Hollande e Cameron al summit dell’Unione Europea il 14 marzo (la quasi totalità dei giornali italiani non ha scritto niente della discussione avvenuta) ma ha trovato perplessità da parte della Merkel e di altri paesi e la scelta è stata lasciata all’ incontro informale dei ministri degli esteri dell’ Unione che si svolgerà a Dublino venerdì 22 e sabato 23 marzo. Gli ambasciatori, probabilmente lunedì al settimanale Consiglio Europeo degli esteri, prepareranno una bozza con una posizione comune a tutti i paesi.

La Gran Bretagna e la Francia in questo momento appaiono isolati, l’ Italia aveva sempre appoggiato la loro richiesta ma le posizioni espresse da Terzi in occasione dell’ incontro a Roma del 28 febbraio con 11 paesi cosiddetti “Amici della Siria”, sono state contestante da Lapo Pistelli, responsabile esteri del Partito Democratico, e dalla Rete Disarmo che raccoglie tutto l’ associazionismo pacifista cattolico o vicino al centrosinistra.

“Non armi ma pane alla popolazione siriana”

“Le associazioni aderenti alla Rete Italiana per il Disarmo condannano qualsiasi decisione di allentamento dell’embargo di armi sulla Siria e chiedono all’uscente ministro Terzi di astenersi dal sostenere questa ipotesi, in vista dell’incontro del “Gruppo di alto livello sulla Siria” in programma il 28 febbraio a Roma..”…..

Articolo integrale al link:
http://www.disarmo.org/rete/a/37824.html

Le associazioni che aderiscono alla Rete Disarmo:

ACLI – Agenzia per la Pace Sondrio – Amnesty International – Archivio Disarmo – ARCI – ARCI Servizio Civile – Associazione Obiettori Nonviolenti – Associazione Papa Giovanni XXIII – Associazione per la Pace – ATTAC – Beati i costruttori di Pace – Campagna Italiana contro le Mine – Campagna OSM-DPN – Centro Studi Difesa Civile – Conferenza degli Istituti Missionari in Italia – Coordinamento Comasco per la Pace – FIM-Cisl – FIOM-Cgil – Fondazione Culturale Responsabilità Etica – Gruppo Abele – ICS – Libera – Mani Tese – Movimento Internazionale della Riconciliazione – Movimento Nonviolento – OPAL – OSCAR Ires Toscana – Pax Christi – PeaceLink – Rete di Lilliput – Rete Radiè Resch – Traduttori per la Pace – Un ponte per…

Ma chi deciderà la posizione italiana? Il Parlamento è ormai insediato, discuterà questa scelta prima o dopo l’ incontro dei ministri degli esteri europei ?

IL DOPPIO BINARIO DELL’ OCCIDENTE.

“UNICA SOLUZIONE UN NEGOZIATO”, MA INTANTO CRESCE L’ INTENSITA’ DELLA GUERRA, CIOE’ CRESCE L’AIUTO MILITARE DALL’ESTERO ALL’OPPOSIZIONE ARMATA.

A)”Il gioco d’ azzardo di John Kerry”(e dell’ Occidente)

“Il gioco d’ azzardo di John Kerry” è il titolo di un articolo di T.Meyssan http://www.megachip.info/rubriche/67-cronache-internazionali/9925-il-gioco-dazzardo-di-john-kerry.html dove viene spiegato come Kerry, che ufficialmente sta discutendo una soluzione pacifica con la Russia, favorisca la guerra e i grandi aiuti che vengono dati ai ribelli. Ricordo che la forza egemone dell’ opposizione politica siriana è costituita dai Fratelli Musulmani mentre il gruppo militare più grande e meglio organizzato è il Fronte Al Nusra che viene considerato vicino ad Al Qaeda.

Un aiuto degli USA ai gruppi armati viene raccontato da una fonte certamente non antiamericana. Il 5 marzo G.Olimpio, corrispondente dagli USA da dove segue e scrive sulla guerra siriana, scriveva sul Corriere della Sera un articolo su un villaggio-fantasma in Giordania dove gli Stati Uniti addestrano gli oppositori di Assad alla guerra urbana.

Mentre domenica 17 marzo su Il Manifesto M.Giorgio scrive “..Poi è la stessa CNN, con ottimi rapporti con gli Casa Bianca, a rivelare che giovedì un primo gruppo di circa 300 “ufficiali” ribelli ha fatto ritorno in Siria al termine di un corso di addestramento militare in Giordania, pagato e gestito dagli Stati Uniti…”

B) 11 Marzo, Brahimi all’ UE: “Negoziato o distruzione”, poi colloquio informale e non pubblico.

Ma possiamo attribuire la doppiezza di Kerry anche all’ Unione Europea e all’ ONU. Questa è l’ impressione che ho avuto dall’ incontro dell’11 marzo tra Brahimi e i ministri degli Esteri dell’ Unione Europea. Per l’ Italia partecipava la sottosegretaria Dassù (Terzi era impegnato con la vicenda dei marò) e in una dichiarazione a radio Radicale qualche giorno dopo ha detto (ho sentito solo la diretta audio, quindi posso sbagliare): “E’ stato un pranzo informale quindi non posso parlare più di tanto”, ”Per Brahimi è necessario il negoziato o sarà la distruzione totale del paese”, ”Però (secondo noi n.d.r.)ancora non ci sono le condizioni per questo”. Ha taciuto poi sulle richieste della Gran Bretagna di togliere l’ embargo alle armi riferendo solo la posizione ufficiale dell’ UE, che lo stesso giorno la GB ha dichiarato di non accettare più, e attribuendo solo ai paesi del Golfo la richiesta di armare i ribelli.

c) Discusso un rapporto sulla Siria dalla Commissione diritti umani delle Nazioni Unite

Anche le dichiarazioni della commissione indipendente CoI che ha preparato un rapporto sulla Siria per la commissione diritti umani della Nazioni Unite a Ginevra sembrano sulla stessa lunghezza d’onda del “doppio binario”. Secondo il rapporto discusso l’ 11 marzo entrambe le parti agiscono con una violenza inaccettabile, ricordo che il giorno prima al Qaeda aveva rivendicato l’ uccisione di 40 militari siriani ed era difficile affermare qualcosa di diverso, viene sottolineato però, almeno dal comunicato dell’ ONU, solo il ruolo dei Comitati popolari che avrebbero compiuto massacri su ordine del governo. Poca attenzione mediatica questa volta sul rapporto, ma la Dal Ponte il 18 febbraio in una conferenza stampa sullo stesso aveva dichiarato che la Siria andrà, prima o dopo, davanti alla Tribunale Penale Internazionale ma questo lo può fare solo il Consiglio di Sicurezza. E l’ 11 marzo è stata fatta dalla commissione la richiesta di riferire proprio al Consiglio di Sicurezza.

A questo link un commento approfondito di M.Correggia sul rapporto ONU:
http://www.sibialiria.org/wordpress/?p=1334

c) 28 febbraio, incontro a Roma dei paesi “Amici della Siria”, Kerry,Terzi e Khatib contestati da una piccola azione nonviolenta censurata da quasi tutti i media.

A Roma, all’ incontro dei cosiddetti Paesi “Amici della Siria”, durante la conferenza stampa del segretario di stato USA Kerry, del ministro Terzi e di Khatib, capo della Coalizione Siriana, una attivista della rete No War Roma ha innalzato un cartello dove accusava USA, UE e stati arabi di boicottare la pace e aiutare gruppi armati terroristi. Ha ricordato poi, in inglese, a Kerry tutte le ultime guerre USA dall’Iraq alla Libia. L’ azione la potete vedere in questo video ma in Italia è stata conosciuta solo dai lettori del Manifesto e Avvenire e da chi si informa con media alternativi.

Il video http://www.youtube.com/watch?v=kDGXn8BBaqw

Qui l’attivista racconta la sua azione

http://www.sibialiria.org/wordpress/?p=1324

NB. Ho messo a questo notiziario il titolo “Alcune notizie dalla Siria” perché non ho potuto, per ragioni di tempo, occuparmi di altri temi importanti come per esempio le diverse posizioni all’ interno della opposizione siriana. Ma ho ritenuto comunque utile inviare queste informazioni anche se non danno un quadro completo della situazione.

Marco Palombo

http://www.sibialiria.org/wordpress/?p=1340

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Usa a Siria: “Armi chimiche inaccettabili”

19.3.2013

Monito della Casa Bianca dopo il missile su Aleppo che ha causato 25 vittime. Ancora da stabilire la provenienza del razzo: le forze lealiste e quelle dell’opposizione si accusano a vicenda

foto Da video

16:57 – “L’uso di armi chimiche” in Siria “è inaccettabile”. Lo afferma il portavoce della Casa Bianca, Jay Carney. Il monito arriva dopo il lancio di un razzo su Aleppo, che ha causato la morte di almeno 25 persone. Un fotografo della Reuters ha raccontato di aver visto “gente che soffocava nelle strade e che si è sentito un forte odore di cloro”. Ancora sconosciuta la provenienza del missile: le forze lealiste e quelle dell’opposizione si scambiano le colpe.

“Non abbiamo alcuna prova a sostegno delle accuse di uso di armi chimiche da parte dell’opposizione”, sottolinea il portavoce della Casa Bianca. “La Siria sarà oggetto di dibattito nel corso del viaggio” in Medio Oriente del presidente Barack Obama, ha aggiunto.Al momento non ci sono conferme da parte dei governi occidentali o di organizzazioni internazionali di un attacco chimico per il quale la Russia, alleata di Damasco, accusa i ribelli. La Gran Bretagna ha fatto sapere che se sarà confermato che l’attacco è avvenuto cambierà la sua posizione.

Il bilancio delle vittime – Il ministro dell’Informazione siriano ha detto che nell’attacco, a suo dire compiuto dai ribelli, sono morte 16 persone e ne sono rimaste ferite 86. La tv di Stato invece ha parlato di 25 morti mentre l’Osservatorio siriano per i diritti umani ha parlato di 26 morti, tra cui 16 soldati.

Accuse reciproche – Il governo siriano e ribelli si accusano a vicenda di aver sparato oggi un razzo carico di agenti chimici alla periferia di Aleppo, nel nord del Paese, in quello che, se confermato, sarebbe il primo caso di ricorso a questo genere di armi dall’inizio del conflitto. Il ministro dell’Informazione ha definito il lancio del missile una “pericolosa escalation” dei ribelli. Ma un alto comandante dei ribelli ha negato l’accusa, aggiungendo di credere che le forze leali ad Assad abbiano sparato un missile Scud con agenti chimici.

Si teme che il presidente Bashar al Assad, che da due anni è alle prese con una rivolta che lo vuole estromettere, abbia un arsenale chimico. I funzionari siriani non lo hanno mai né confermato né smentito, sottolineando però che se ci fosse verrebbe usato per difendere il paese contro le aggressioni straniere e non contro i siriani. Non ci sono invece rapporti precedenti di armi chimiche nelle mani dei ribelli.

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CRISI ? QUALE CRISI ? COLPIAMO LA SIRIA !

  DI PEPE ESCOBAR
asiatimes.com

PARIGI – I capi degli stati e dei governi dell’Unione Europea (UE) si sono appena ritrovati a Bruxelles per il loro festival primaverile della moda, scusatemi, per il vertice politico-economico. Non si è visto il glamour di Gucci o Prada qui, bensì un banale e sartriano spettacolo a porte chiuse. Nessun cittadino fastidioso e rumoroso autorizzato, solo i Grandi dell’Universo (europeo). Tutto questo, dopo tre anni di orrenda crisi a turbare l’eurozona.

Benvenuti, ecco come funziona realmente la “democrazia” in Europa; tutte le decisioni più importanti di politica economica, pianificazione del budget, finanza, che riguardano direttamente 500 milioni di persone prevalentemente deluse (e milioni di disoccupati), vengono prese nella più confortevole oscurità.

L’ex primo ministro belga Guy Verhofstadt, ora presidente del gruppo liberale al Parlamento Europeo, ha quantomeno avuto la decenza di sottolineare: “Né il Parlamento Europeo, né i parlamenti delle singole nazioni possono pronunciarsi sulle decisioni del Consiglio Europeo e della Commissione europea.”

Ebbene sì, rispetto al colosso europeo, il castello di Kafka non è che un parco giochi: è quindi d’obbligo una valutazione dei personaggi del cast.

Il Consiglio dei Ministri Europeo, altrimenti detto Consiglio Europeo, è composto dai capi degli stati e dei governi e si riunisce almeno due volte all’anno per discutere le priorità politiche dell’Unione Europea. Attualmente è presieduto dallo spettacolare e insignificante Herman Van Rompuy. Il Consiglio è composto dai ministri degli stati membri che hanno il compito di scegliere le leggi.

La Commissione Europea (EC) è composta da 27 commissari (eh si, reminiscenze della cara, vecchia URSS), che sono il potere esecutivo dell’ UE e sono eletti dal Parlamento Europeo.

Il Parlamento Europeo viene eletto ogni cinque anni dai cittadini dell’UE (la maggior parte dei quali semplicemente non si preoccupa di votare). Il suo potere legislativo è condiviso con il Consiglio dei Ministri.

C’è poi la Banca Centrale Europea (BCE) che (malamente) gestisce l’Euro.

Benvenuti nell’era dell’ “autocrazia post-democratica”

Tutti questi Grandi dell’Universo (europeo) hanno avuto tre anni per contenere il fuoco dell’eurozona. Fino ad ora il bilancio è di sette paesi dell’eurozona in profonda recessione e nove paesi stagnanti.

Durante la sfilata di moda, scusate, il vertice, si è discusso molto di “policy-mix” (combinazione di politica monetaria e politica fiscale, n.d.t.), che nel gergo dell’ UE significa stimolare la domanda nei paesi che stanno andando leggermente meglio di altri. Si è inoltre discusso molto sul “two-pack” e sul”six-pack”. No, non c’entrano con le confezioni di birra. O con le ultime novità del mondo del fitness. Somigliano più ad una variante del Monopoli.

Tutto inizia con l’intervento della Germania per “salvare”, diciamo così, i PIGS (Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna), fianco a fianco con la Francia, ancora sotto Re Sarkò Primo (l’ex presidente Nicolas Sarkozy); essi decisero che un gruppo di tecnocrati, della Commissione Europea o dell’ Eurogruppo (i ministri della finanza dell’eurozona), sarebbero stati incaricati delle politiche economiche e della pianificazione del budget.

Prima fu il turno del “six-pack”, gli stati dovettero firmare un losco miscuglio chiamato Trattato sulla Stabilità, sul Coordinamento e sulla Governance, all’ insegna del “non fare nulla di strano senza prima aver informato tutti gli altri”.

Poi fu il turno del cosiddetto “two-packs”, adottato la scorsa settimana dal Parlamento Europeo; due regole per cui gli stati sono obbligati a presentare le loro stime di budget alla Commissione Europea prima ancora di averle presentate ai parlamenti nazionali. In ultimo, le “democrazie” europee ora hanno potere decisionale pari a zero sulle politiche di Bruxelles. I poteri principali sono in mano ad un’ambigua troika formata dal Consiglio Europeo, l’Eurogruppo e la Commissione Europea. Per non menzionare la totale opacità della Banca Centrale Europea.

Queste persone hanno il coraggio di criticare il Congresso Nazionale del Popolo Cinese.

Per gli addetti interni però, tutto va alla grande e nel migliore dei modi. Olli Rehn, Commissario Europeo per gli affari economici e monetari, ha dichiarato con un’espressione seria che “se il six-pack ed il two-pack fossero stati in vigore quando l’Euro è stato messo sul mercato, non avremmo mai raggiunto una crisi di questa portata.” Allora perché nessuno dei tecnocrati di Bruxelles, con i loro grassi salari a vita, ci ha pensato prima?

Dal lato opposto del divisorio, Daniel Cohn-Bendit, in passato l’eroico Dany Le Rouge attuale co-presidente dei Greens al Parlamento Europeo, si riferisce a questo racket chiamandolo “austerity tecnocratico”. Ancor meglio, il grande filosofo tedesco nonché federalista europeo certificato Jurgen Habermas raddoppia parlando di “autocrazia post-democratica”.

Da Parigi alla Scandinavia si sentono lamentele che riflettono l’angoscia per la caduta dell’Unione Europea in un buco nero. Basta scendere in strada e ascoltare il rumore per capire da che parte tira il vento: populismo (come nelle recenti elezioni italiane) e fascismo (in Danimarca, ad esempio, un nuovo sondaggio mostra che il Partito Popolare DF di estrema destra, contro l’immigrazione e anti-euro, è già diventato più popolare della coalizione di centro-sinistra attualmente al potere, notizia terribile per il primo ministro in carica Helle Thorning-Schmidt).

Nell’affrontare quest’ Armagheddon la Commissione Europea infestata di tecnocrati potrebbe concludere che sia necessario “re-introdurre la gente nel meccanismo”. Ma non lo farà; il meccanismo sta già avanzando senza controllo.

Radunate i soliti Kalashnikov

Come sempre l’Unione Europea, sfrutterà ogni possibilità per rendere tutto ancor più patetico. Così dal nulla, proprio nel mezzo della sfilata di moda primaverile, scusate, del vertice del Consiglio Europeo, irrompono il Primo Ministro inglese David Cameron e il presidente francese Francois Hollande.

A cosa ambisce questo ritorno di Napoleone con il Duca di Wellington? Niente meno che ad un’offensiva anglo-francese per silurare l’embargo europeo delle armi già concordato ed armare completamente i “ribelli” siriani.

Alcuni rappresentanti degli stati membri sono realmente caduti dalle loro sedie. Ci è voluta la Iron Fraulein nonché cancelliera tedesca Angela Merkel con un secco “NEIN”, che significa “il solo fatto che due membri abbiano cambiato idea non vuol dire che gli altri 25 debbano seguirli”.

Persino Catherine Ashton, l’incredibilmente mediocre Alto Rappresentante in carica per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, è venuta a conoscenza delle marachelle di David e Francois di Arabia solo leggendo i giornali, questo fa notare quanto sia “democratica” l’UE.

Quando è riuscita a farsi coraggio, ha detto al vertice che il risultato finale sarebbe una corsa alle armi in Siria. Quindi vincerebbe l’Iran. Ancora una volta la Ashton si è sbagliata, il Qatar e l’Arabia Saudita stanno già vincendo la loro corsa alle armi.

Il fatto è che nemmeno Cameron, fedele al suo personaggio, sapeva di cosa stesse parlando: “Non sto dicendo che il Regno Unito vorrebbe rifornire i ribelli di armi. Vogliamo lavorare con loro ed essere sicuri che stiano facendo la cosa giusta.”

Così ora tutti si stanno confrontando con la possibilità, per altro piuttosto probabile, che Parigi e Londra, ancora una volta, ignorino le linee politiche dell’UE, di cui tra l’altro fanno parte, e comincino a fare “la cosa giusta” armando allegramente entro maggio o giugno i “ribelli” siriani, inclusi jihadisti salafiti sullo stile di al-Qaeda. Esattamente ciò che Parigi e Londra fecero nel caso della Libia, nel 2011. Esattamente ciò che ha fatto recentemente la Tempesta del Deserto Hollande, supportato da David d’Arabia, con l’invasione del Mali.

Per David e Francois, il resto dell’UE non è che un gruppetto di pappemolli. Crisi? Quale crisi? La crisi è roba da idioti. Fare il Liberatore è molto più divertente.

Pepe Escobar è l’autore di Globalistan: How the Globalized World is Dissolving into Liquid War (Nimble Books, 2007) e Red Zone Blues: a snapshot of Baghdad during the surge. His new book, just out, is Obama does Globalistan (Nimble Books, 2009).

Fonte: http://www.atimes.com
Link: http://www.atimes.com/atimes/Middle_East/MID-03-180313.html
18.03.2013

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di CRISTINA REYMONDET FOCHIRA

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27 maggio 2012
Siria: nuovo piano nemico per ancor più terrorismo e distruzione by Mohamed Khalil al-Roussan
Global Research, May 22, 2012

 Alleanza saudita-qatariana-israeliana con l’obiettivo di silurare una eventuale intesa russo-statunitense sulla Siria

il tiranno del Qatar con l’amico “amerikano”

Una personalità bene informata sul dossier delle relazioni inter-arabe, perché vicina ai Servizi di informazione russi dipendenti dal Ministero degli Affari Esteri, ha affermato che i recenti pourparler russo-statunitensi hanno realizzato una sorta di intesa tra il presidente Medvedev e il presidente Obama sul futuro della crisi siriana. Secondo questa fonte, il presidente russo è stato chiarissimo su questa questione durante il Summit di Seul, dove ha precisato la posizione della Federazione russa, sia agli Stati Uniti che alle altre Potenze mondiali che considerano oramai le vicende siriane come parte integrante degli affari interni della NATO.

Il meno che si possa dire è che Medvedev non si è limitato ad un linguaggio tattico, ma ha fatto sapere che si tratta di una questione strategica russa, che pesa gravemente sulle relazioni tra Russia ed USA e tra Russia ed Unione Europea (UE) e la Turchia. Così il discorso di Medvedev di fronte a Obama e alla UE è stato breve e conciso: “La Siria è alle prese con una guerra combattuta da terroristi contro i suoi cittadini, e ad una crisi interna che non può risolversi in altro modo che attraverso il dialogo tra il governo, le autorità siriane e gli oppositori.

Sempre secondo la stessa fonte, l’impegno della Russia e la sua ripulsa per una ingerenza straniera in Siria sarebbero stati decisivi per convincere gli Stati Uniti che, nel caso decidessero di appoggiare un intervento militare della NATO, della Turchia o di qualche paese arabo (cosa che è da escludersi), non si confronterebbero solo col presidente Assad! Gli Stati Uniti hanno recepito perfettamente il messaggio russo: “Damasco è il test scelto per precedere la messa in opera degli stessi scenari di colpi di stato che avete fomentato in altri paesi, e non si può escludere che abbiate immaginato di far subire la stessa sorte alla Russia”.

La dimostrazione della volontà della Russia di arrivare a un accordo con gli Stati Uniti si è avuta con l’accettazione da parte di Russia e Siria della dichiarazione presidenziale del Consiglio di sicurezza, ed è stato a partire di là che si è adottato un primo piano politico e di sicurezza da realizzare con la supervisione del Consiglio di Sicurezza, della Russia e degli Stati Uniti: “il piano Kofi Annan”. Ma questo piano comune non ha impedito gli attacchi armati contro i civili e i militari siriani. Questa essendo la premessa, ecco le risposte che questa stessa fonte ha fornito a diverse domande essenziali.

Perché gli attacchi armati sono continuati nonostante il piano Annan?

“Cercate sul versante di Israele e della sua amicizia evidente e di lunga data con l’Arabia Saudita e il Qatar!” Questi tre paesi, come la Turchia, non hanno gradito che gli Stati Uniti abbiano deciso di cercare un accordo coi dirigenti politici russi invece di attaccare la Siria, perché questo significa che gli Stati Uniti sono ormai obbligati a cessare ogni forma di sostegno, militare o logistico, accordato alle milizie conosciute dai servizi segreti russi per essere più vicine ai terroristi di AlQaida che ai Fratelli Mussulmani ed ai wahabiti estremisti che imperversano in alcune campagne e villaggi siriani. Ma gli Stati Uniti, costretti ad una cooperazione basata sulla ricerca di compromessi in numerosi dossier che dovranno essere completamente risolti dopo le prossime elezioni presidenziali, non hanno rispettato la promessa fatta alla Russia per la buona ragione che, per quanto concerne il dossier siriano, i Sauditi e i Qatariani si sono rifugiati dietro la politica israeliana che vede nel rovesciamento del Presidente siriano e del suo governo, prima di ogni altra considerazione,  una vittoria strategica. E in Siria gli islamisti wahabiti e la maggioranza dei movimenti islamici, tra cui i Fratelli Mussulmani, sono più vicini al wahabismo saudita che al messaggio di Hassan al-Banna o Sayed Qotb!

I Sauditi e i Qatariani oserebbero andare contro le decisioni degli Stati Uniti?

Potranno farlo solo se Israele se ne assumerà la responsabilità, sostenuta dai suoi fondamentali e influenti alleati delle lobby e della stampa sionista, così tanti alleati che il presidente Obama non si può permettere di contrariarli in questo periodo elettorale a causa delle sue necessità di ottenere l’appoggio dei media e  finanziamenti.

Vuol dire che gli Stati Uniti rinunceranno a un accordo con la Russia per accontentare le lobby sioniste che proteggono le scelte saudite e qatariane in Siria?

Gli Stati Uniti hanno un sicuro interesse a rovesciare il governo del presidente Bachar al-Assad, ma esso si scontra con la volontà della Russia e con il reale rapporto di forza sul campo in Siria. Il presidente siriano si è rivelato essere il più forte a più di un livello: locale, popolare, istituzionale, militare, securitario e diplomatico. Ha anche dimostrato la sua capacità al livello militare e securitario contro i gruppi armati, capacità che non avrebbe ancora raggiunto il suo apogeo. Però l’impegno saudita-qatariano-israeliano si intensifica e si sforza di generalizzare i massacri settari nelle grandi città siriane per realizzare una situazione di anarchia che andrà crescendo verso ancora più massacri, con l’obiettivo di mettere in difficoltà la Russia e di accrescere la pressione su Assad, per paura che il suo governo possa scampare alla guerra combattuta dai paesi del Golfo per conto degli Statunitensi e degli Israeliani, attraverso i sostenitori di AlQaida e della stessa organizzazione.

Il governo USA è obbligato a cooperare col governo russo, ma si scarica da questa responsabilità in quanto non è in grado di costringere Israele, l’Arabia Saudita e il Qatar a obbedire alle sue direttive; scusa inaccettabile per i russi che, come gli statunitensi d’altronde, sono convinti che l’origine del problema non è solo in Israele, ma in Arabia Saudita e più precisamente nel palazzo della famiglia degli Al-Saud, che teme, al pari dell’Emiro del Qatar, che Assad possa riprendere a giocare bene il suo ruolo regionale, una volta che riesca a superare la crisi e che raggiunga un compromesso storico coi suoi oppositori. Se dovesse succedere questo, i paesi del Golfo, e prima di tutto l’Arabia Saudita e il Qatar, sono convinti che Assad cercherebbe di far pagare un prezzo alto ai suoi nemici e a tutti quelli che hanno sostenuto le gang armate in Siria.

Per l’insieme dei principi sauditi, Al-Assad è l’incubo del quale non sanno come sbarazzarsi. Hanno tentato tutto ma hanno sempre fallito, e anche l’opposizione siriana, che sicuramente è riuscita a destabilizzare il paese, non è riuscita ad ottenere nessuna ulteriore penetrazione né al livello dello Stato, né a li livello del dispositivo militare e di sicurezza; al contrario sono stati i Siriani che sono riusciti ad ottenere considerevoli penetrazioni tra i ranghi dei terroristi armati.

Perché questo odio dei Sauditi e dei Qatariani nei confronti della Siria?

Prima di tutto perché non è sfuggito ai due paesi che Al-Assad sa bene che il Qatar e l’Arabia Saudita hanno finanziato la guerra contro il popolo siriano e contro di lui. Poi perché il presidente siriano è perfettamente cosciente che, se i leader di questi due paesi avessero potuto assassinarlo, lo avrebbero senz’altro fatto. Infine perché questi stessi leader, e con loro anche gli Israeliani, cercano con tutte le loro forze di arrecargli danno, fisicamente e direttamente, essendo tutti e tre convinti che, se Bachar al-Assad dovesse sopravvivere a questa crisi, sarà mille volte più pericoloso e chiederà loro il conto, una volta tornata la stabilità.

D’altronde le relazioni tra Siria e Arabia Saudita non sono guastate solo da problemi conosciuti e dichiarati, la realtà del sostegno dei Sauditi agli insorti è chiara ma il fatto che essi cerchino di inondare l’opposizione siriana di denaro e capitali non ha una finalità politica esclusiva, vi sono dei rancori di ordine personale conosciuti da tutti.

Da cui la strategia adottata per distruggere la Siria

Tutti i tentativi di rovesciare il governo siriano sono falliti e non resta altra scelta, agli USA e ai loro alleati, che di scendere a patti con questo Stato protetto da un esercito di mezzo milione di soldati, un servizio di sicurezza di almeno mezzo milione di ufficiali e quadri, assistiti da un esercito di volontari su tutto il territorio; il Presidente siriano gode inoltre dell’appoggio di una parte molto ampia del popolo siriano, molto superiore a quella di cui godevano Mubarak, Ben Ali o Gheddafi, per non dire dell’appoggio della Russia e dell’Iran.

Di conseguenza i colpi inferti alla opposizione armata hanno convinto l’amministrazione statunitense e i suoi alleati a preparare un nuovo piano adeguato alla nuova situazione, con due obiettivi che dovrebbero costringere Al-Assad a negoziare con gli USA in una posizione di debolezza. Il primo obiettivo è di indebolire l’esercito, imponendo al popolo siriano, al suo presidente, alle sue forze armate ed ai servizi di sicurezza la sensazione che sono tutti prigionieri della forza distruttrice degli Stati Uniti e che la pace, la sicurezza, la riconciliazione e la stabilità dipendono solo dalla buona volontà degli USA. Il secondo obiettivo è di sfiduciare i sostenitori del governo con una guerra psicologica che toglierà loro ogni speranza di poter ritornare alla situazione ante-crisi, facendoli diventare un peso per il governo e non più un sostegno come oggi.

Quanto alle ragioni che hanno spinto gli USA ad abbandonare definitivamente l’idea di rovesciare il governo con la forza, esse derivano dalle conclusioni che sono stati costretti a trarre dagli ultimi quattordici mesi. Per prima cosa, l’esercito siriano non si sfalderà e il presidente Al-Assad controlla sempre tutti i centri delle forze armate siriane, che sanno adattarsi sempre di più alle varie situazioni e sanno infliggere colpi decisivi alle forze nemiche. Sebbene l’opposizione armata indebitamente chiamata “esercito libero” non sia ormai niente più che un’accozzaglia di gang demoralizzate, prive di una vera strategia, ostinate a non arrendersi, perché ciascuno consapevole del destino funesto che lo attende. In secondo luogo gli organi della sicurezza siriana sono padroni del terreno anche nelle regioni controllate dagli insorti in armi, in ragione delle infiltrazioni in lungo e in largo da parte di elementi lealisti.

L’economia siriana è sfinita ma è in via di miglioramento perché l’economia di guerra ha sostituito quella ipotecata dall’economia finanziaria e commerciale dell’Occidente, e le somme colossali che i paesi del Golfo offrono agli insorti armati finiscono in un modo o nell’altro per entrare nel circuito economico interno, perché “le regioni dette rivoluzionarie” restano dipendenti dal ciclo economico che comincia dallo Stato siriano e finisce alla Banca centrale di Siria.

Alcuni settori si sono adattati alla situazione sviluppando una economia di libero scambio con Russia, Cina, Iran, India, Brasile e paesi vicini come l’Iraq, il Libano e la Giordania; questi ultimi giocano un ruolo maggiore nell’attenuazione delle sanzioni.

La grande maggioranza delle “minoranze” e del popolo siriano sostengono il governo, e la popolazione “silenziosa” è sempre di più al fianco delle autorità siriane piuttosto che della “rivoluzione”.

Ciò non impedisce che gli Stati Uniti e i loro alleati ritengano di avere una occasione di sfiancare il governo e ridurne la popolarità per raggiungere i loro obiettivi politici e concludere un accordo imposto dalle circostanze, le cui clausole essenziali garantirebbero gli interessi degli Stati Uniti e dei suoi alleati dei paesi del Golfo. E’ dunque urgente per gli Stati Uniti sfruttare questa occasione unica perché il tempo non lavora a loro favore, né in favore degli insorti, tenuto conto della gestione securitaria e politica dei problemi da parte delle autorità siriane, che rischia di mettere definitivamente gli insorti armati e gli oppositori radicali fuori dal gioco locale e internazionale guidato dal presidente siriano da un lato e dalla Russia dall’altro.

Organizzazione dei pianificatori della strategia di distruzione della Siria

Il comitato politico

– Hillary Clinton (supervisore)

– Hodrick Cholet (PDG)

– Robert Ford (componente e ambasciatore Usa a Damasco)

– Frédéric Hoff (componente)

– Jeffrey Feltman (coordinatore) e supervisore di una commissione politica parallela composta da Seud Ben Payçal (ministro saudita degli affari esteri) e dal ministro qatariano Hamad Ben Jassem. E’ anche supervisore dell’Ufficio di coordinamento specifico della Siria con sede a Doha, che comprende un rappresentante della CIA e rappresentanti dei servizi di informazione dell’Arabia Saudita, della Turchia e della NATO… cui si è aggiunta recentemente la Libia; Bandar ben Sultan è il grande esperto degli affari siriani e consigliere particolare di Feltman.

Il comitato militare

– Generale Martin Dempsey (presidente)

– Generale Charles Cleveland

– Generale Frank Gibb

Questo comitato lavora in coordinamento con gli altri comitati, ma ad esso spetta la decisione finale per tutto ciò che concerne l’informazione e l’assistenza logistica da fornire ai gruppi armati che imperversano in Siria, le informazioni essendo assicurate dalle agenzie statunitensi o alleate.

Il comitato per la sicurezza

– Tom Danelon (presidente e consigliere per la sicurezza nazionale)

– James Clapper (componente e direttore per la sicurezza nazionale)

– Generale David Petraeus (decisore, direttore della CIA)

Questo comitato comprende rappresentanti delle sette agenzie di informazione USA, secondo le necessità e le competenze. Si suddivide in diversi sotto-comitati che hanno il compito di approvare le strategia, di rendere conto al presidente Obama con rapporti settimanali, di mettere in esecuzione le strategie che si ritengono idonee a costringere le autorità siriane ad abdicare, ed anche ad evitare ogni pericolo che possa portare ad una guerra regionale con Israele.

Linee generali della strategia di distruzione della Siria

– Sottomettere il governo siriano e obbligarlo ad accettare la volontà degli USA

– Impedire alla Russia di radicarsi in modo permanente in Siria

– Rompere l’alleanza della Siria con l’Iran in modo tale che il governo siriano possa cercare salvezza solo dagli USA e non da parte russa e iraniana

– Spingere al massimo grado la guerra psicologica e la propaganda anti-siriana da parte degli USA, dei loro alleati regionali (arabi) e internazionali (NATO) per imporre l’abdicazione del governo siriano

– Assicurare una transizione politica (democratica) in Siria senza entrare in conflitto con la Russia e senza mettere in pericolo la sicurezza di Israele (clausola formale e piuttosto vaga perché si accetta oramai che il presidente siriano resti al suo posto, a condizione che la Siria si trasformi in uno Stato cosiddetto moderato…)

– Rompere i legami tra Siria, Teheran e gli Hezbollah libanesi

Tappe esecutive della strategia di distruzione della Siria

– Azioni militare realizzate da battaglioni di terroristi volontari entrati in Siria attraverso tutte le sue frontiere e resi capaci di cooperare in tutta libertà con gli insorti armati locali (frontiere: Nord ed Est Libano, Turchia, Giordania, Golan, Kurdistan iracheno e zona irachena adiacente alla regione al-Jaziré nel nord ella Siria)

– Azioni violente di tipo guerriglia urbana in tutte le regioni siriane, quelle già infiltrate dai cosiddetti rivoluzionari e le grandi città non ancora coinvolte

– Operazioni speciali al cuore stesso delle istituzioni siriane a Damasco e nei grandi centri urbani (attentati suicidi, attacchi armati, esplosioni con bombe…)

– Azioni paramilitari (infiltrazioni dei manifestanti da parte di elementi armati inviati per attaccare le regioni ancora indenni e controllate dalle autorità militari siriane)

– Destabilizzazione finale con una guerra psicologica associata a tutto quello che precede

Rischi messi in conto da parte degli autori della strategia di distruzione della Siria

– Guerra generalizzata tra Siria, Hezbollah, Iran da una parte e Israele, Turchia, paesi del Golfo… dall’altra ( da cui il governo di Unione nazionale precipitosamente costituito dagli Israeliani per timore di una risposta congiunta Siria, Iran, Hezbollah che potrebbe abbattersi su Israele se gli USA persistono a lavorare per una escalation del terrorismo in Siria)

– Attacco iraniano diretto o indiretto contro la navigazione nella regione del Golfo

– Attacco militare iraniano contro Qatar, Bahrein e Arabia Saudita

– Attentati terroristici contro le forze USA in Turchia e nei paesi del Golfo

– Lancio di missili su Israele a partire da Libano, Siria e dalla striscia di Gaza

– Propagazione incontrollata della destabilizzazione verso il Libano, seguita da scontri che potrebbero portare gli Hezbollah, alleati della Siria, a controllare tutto il territorio libanese

– Escalation del terrorismo del PKK in Turchia, proveniente da Siria, Iraq e Iran

– Scontro militare tra Turchia e Siria

– Caos e perdita definitiva di ogni controllo sulla situazione in Siria

Articoli che definiscono la strategia di distruzione definitiva della Siria

Articolo 1

Approvazione preliminare da parte degli Stati Uniti di un accordo di cooperazione tra i servizi di informazione del Qatar e dell’Arabia Saudita da una parte ed una agenzia di sicurezza israelo-statunitense con sede a Ginevra dall’altra, per la gestione dell’aggressione senza che gli altri Stati coinvolti debbano compromettersi con l’invio di propri truppe. Coloro che dirigeranno le operazioni sul campo saranno degli esperti in pensione che applicheranno l’ideologia di AlQaida (centinaia di essi sono già sul campo e migliaia di altri sono pronti ad essere inviati, la maggior parte rilasciati dalle prigioni dell’Arabia Saudita, Iraq, Libano, Giordania, Maghreb… tutti simpatizzanti o membri di AlQaida e professionisti della guerriglia; senza contare gli arruolati takfiristi che pretendono di battersi in nome della Jihad e che sono anche loro tutti esperti di questo tipo di guerra, dopo avere partecipato a quanto successo in Iraq, Cecenia, Afghanistan, o Nahr al-Bared in Libano).

Questa cooperazione tra dirigenti ed esecutori è guidata effettivamente sotto l’egida del Qatar e dell’Arabia Saudita (ad esempio di quella conclusa ultimamente tra i Talebani e il Qatar), tutto in nome della lotta contro il nemico comune, vale a dire contro Bachar al-Assad, il suo governo, i suoi sostenitori in Siria e nella regione (Iran-Libano-Iraq).

Articolo 2

Gli Stati Uniti, grazie a taluni loro alleati libanesi, si impegneranno ad assicurare delle zone cuscinetto, piccole ma sufficienti a realizzare dei campi di riposo e di addestramento a nord e ad est del Libano (in particolare con un centro di informazione sotto la copertura discreta e compiacente di personalità politiche o militari complici, e dell’assistenza umanitaria agli sfollati).

Articolo 3

Cooperazione tra USA, Arabia Saudita, Qatar e Turchia per l’istallazione di campi di base riservati ai componenti di Al-Qaida e dell’opposizione siriana armata, all’interno del territorio iracheno e sotto la protezione delle tribù sottomesse ai Sauditi, come quelle di Anbar e del Kurdistan, sotto gli auspici di Massud Barzani e del suo servizio di informazione strettamente legato a Israele.

Articolo 4

L’Arabia Saudita si incarica di spingere alla sedizione le tribù restate fedeli al governo, in particolare a Deir el-Zor, al-jaziré e nei dintorni di Damasco, andando verso Homs.

Articolo 5

L’Arabia Saudita e il Qatar si impegnano a finanziare e orientare il loro media ufficiali, i canali satellitari e quelli degli oppositori siriani, con l’obiettivo di ampliare la cerchia di influenza degli attivisti presenti in Siria, diffondendo voci che possano portare militari e agenti della sicurezza a rompere i loro rapporti di solidarietà con le rispettive autorità. Peraltro tutti gli alleati dovranno realizzare un piano media il cui obiettivo principale è quello di bloccare i diversi sostenitori del presidente per mezzo di un approccio adattato a ciascuna delle loro categorie e l’utilizzo di agenti già infiltrati nei loro ranghi, che dovranno creare uno stato d’animo disfattista. Così il piano media dei prossimi mesi concentrerà gli sforzi degli esperti di Siria (statunitensi, libanesi, sauditi e siriani) nella divulgazione di scandali veri o costruiti ad arte che coinvolgano tutte le componenti istituzionali che circondano il presidente, la sua famiglia, i capi dell’esercito e dei servizi di sicurezza; mentre altre reti di agenti più discrete lavoreranno per istillare e diffondere un sentimento di frustrazione che dovrà spingere allo scoraggiamento nei confronti della sedicente incapacità delle autorità civili e militari e del presidente a risolvere in modo decisivo il problema del terrorismo e dei pretesi rivoluzionari.

D’altronde queste voci già circolano: “Il Presidente non è abbastanza severo. Perché è così paziente? Non vuole spargere il sangue degli oppositori, ma non si rende conto dell’ampiezza dei massacri? Si disinteressa di noi? Questa crisi è gestita male. Per noi la morte, per gli oppositori il perdono. I nostri giovani vengono assassinati e presto verrà il nostro turno. Un governo che non riesce a proteggere se stesso può proteggere noi? Dove sono quelli che hanno sempre assicurato la nostra sicurezza e perché il Presidente non fa più appello a loro? Meglio sarebbe uno Stalin piuttosto che un Bachar! Il Presidente pensa di avere a che fare coi cittadini svizzeri mentre questo popolo avrebbe bisogno di un buon colpo in testa piuttosto che di dialogo e buoni discorsi. Perché non torna a indossare la sua uniforme militare? Se ci fosse Hafez el-Assad, saprebbe come risolvere la faccenda”.

Altre voci diffuse dall’apparato mediatico corrono più veloci ancora:

“Gli attentati sono opera dei Mukhabarat (i servizi siriani di informazione)! Il Presidente è in combutta con gli USA e Israele, sennò la NATO sarebbe venuta in nostro soccorso. Sono i Mukhabarat che fanno esplodere le auto nei quartieri residenziali per seminare paura e dolore e spingerci ad abbandonare la rivoluzione”.

Articolo 6

L’Arabia Saudita, il Qatar e gli USA devono ottenere la liberazione di alcuni combattenti esperti, detenuti nelle prigioni di qualche paese della regione.

La Giordania si è impegnata a dare esecuzione a una parte del piano concernente la promessa fatta dagli Statunitensi ai Sauditi, i quali si sono impegnati nei confronti di AlQaida a far liberare, dagli Inglesi, il n. 3 dell’organizzazione: Abou Qatada Mohamad Omar Ousman di origine giordana. I combattenti di AlQaida in Iraq e in Siria lo considererebbero come il loro capo religioso e come un jihadista di prima categoria. Sarebbe destinato a diventare “l’Emiro della Jihad nei paesi del Levante”, principato che dovrebbe essere proclamato su qualsiasi particella della terra siriana che sarà liberata dalle milizie di AlQaida, meglio conosciuta come “Esercito Siriano Libero”, o “Fronte della vittoria” (Jabhat el-Nasra) o qualsiasi altra sigla che Abou Qatada sceglierà al suo arrivo sul campo della vittoria!

In Libano Elizabeth Dibble, assistente di Jeffrey Feltman, avrebbe fatto pressione su Wissam el-Hassan (Capo del dipartimento dei servizi di intelligence delle forze di sicurezza interne) per ottenere la liberazione anticipata di 238 combattenti wahabiti fondamentalisti attualmente detenuti nelle prigioni libanesi col pretesto che potrebbero beneficiare della legge dell’anno di nove mesi.

Articolo 7

La Turchia assicura la più grande libertà di movimento possibile agli estremisti libici, in particolare il  passaggio sul suo territorio verso Idlib ed Aleppo.

Cosa che innegabilmente è riuscita, soprattutto nel campo dell’escalation degli attacchi armati in Siria!

Articolo originale in arabo in più puntate:

http://filkkaisrael.blogspot.fr/2012/05/blog-post_9825.html

Tradotto dall’arabo in francese da Mouna Alno-Nakhal pour Mondialisation.ca e dal francese in italiano da Ossin.

Informazioni sull’autore fornite da Arabi-press :

http://www.arabi-press.com/?page=article&id=35890

I lettori sono pregati di mettere a confronto quello che ha scritto Al-Akhbar (http://www.al-akhbar.com/node/64510) citando il Washington Post e le informazioni fornite da Khalil el-Roussan, che abbiamo pubblicato su Arabi-press.

Il 29 marzo 2011, Mohamed Khalil Roussan ha pubblicato il suo celebre articolo “Piano Bandar ben Sultan per sabotare la Siria”, che non venne preso sul serio; da un lato perché di autore sconosciuto e senza foto disponibili, ciò che suggeriva dovesse trattarsi dello pseudonimo di qualcuno che non voleva assumersi la responsabilità dei suoi scritti o che intendeva proteggere le sue fonti; d’altro canto perché il testo era lungo e dettagliato senza contenere alcuna prova delle affermazioni che vi comparivano.

Qualche mese più tardi molti lettori, soprattutto in Siria, sono ritornati su questo rapporto per constatare che i gruppi di rivoluzionari, le loro organizzazioni e gli Stati che li sostenevano lo avevano posto in esecuzione punto per punto: sedizione armata realizzata dal Consiglio Nazionale (CNS), dettagli sulla sua leadership… Tutti elementi riferiti dall’autore nella sua descrizione del piano di cui sopra.

Ieri è stato pubblicato un nuovo articolo di Khalil Roussan (qualsiasi sia il suo vero nome) che rivela un nuovo piano statunitense, scritto come un rapporto diplomatico con definizione di comitati di lavoro ed individuazione dei loro rispettivi componenti: ciò che merita lettura e riflessione in ragione della puntuale realizzazione dei suoi precedenti scritti. Saranno un’altra volta confermati?

Arabi-press ha lasciato un messaggio sul solo indirizzo mail conosciuto dell’autore chiedendogli un documento che dimostri la veridicità di quanto da lui affermato. Fino a questo momento non abbiamo ricevuto alcuna risposta. E’ per questo motivo che abbiamo il diritto di dubitare, e quello di lasciare al lettore di giudicare. Qualsiasi cosa sia, diciamo però che questo articolo merita almeno… una lettura.

Direttore della redazione di Arabi-press, 14 maggio 2012, ore 2,41

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22 giugno 2012 | Autore

Dateci Assad, dateci Tsipras, toglieteci Napolitano (e i canarini di guerra)

Articolo di Fulvio Grimaldi * Link

Cari amici, lo so: siamo lunghi, lunghissimi. Cosa non buona, nei tempi dei saettanti  twitter, degli sms criptati in frasette belle magre, quasi anoressiche, delle sveltine pubblicitarie interrotte dalle lungaggini dei programmi, dei face book „Oggi ho annusato la primavera. E tu?“ Capisco che una roba che pretende una curva dell’attenzione meno corta dei sette clic sul telefonino risulti indigesta. Capisco chi si ritira. O, se no, fate finta che sia la serie settimanale dei post di Grillo e suddividete la lettura su 7 giorni. Prometto che prima non ricompaio.
La Siria di allora, come lo è anche adesso, era il nucleo più potente della resistenza araba all’occidente…. Noi (Israele e America, ndr) abbiamo fatto tutto ciò che era possibile contro l’Iran e contro la Siria. Ora è dal maggio 2011 che stiamo cercando di destabilizzare il suo regime…. Dobbiamo continuare a mantenere alte le fiamme che abbiamo acceso e farla bruciare internamente. Noi non possiamo rinunciare ai nostri interessi e dobbiamo continuare e destabilizzare la Siria per ottenere ciò che vogliamo. (Henry Kissinger).

Il resto del testo, ovviamente ispiratore dei miliziani mediatici di cui qui appresso, conviene che vi precipitate a leggerlo in fondo)


Dobbiamo passare all’offensiva. Il nostro obiettivo è schiacciare il LIbano, la Giordania e la Siria. Il punto debole è il Libano, poichè quel regime islamico è facile da destabilizzare. Creeremo lì uno Stato cristiano, dopodichè schiacceremo le armate arabe e la Siria ci cadrà in mano. (David Ben Gurion, premier israeliano).


Il cambio di regime è ovviamente il nostro obiettivo in LIbano e Siria. Ci sono tre modi per raggiungerlo: il dittatore cambia posizione;  viene travolto dal suo popolo infelice; o, se costituisce un ostacolo per l’esterno, l’esterno lo elimina. (JINSA, Istituto Ebraico per gli Affari di Sicurezza Nazionale, Washington)


Diventiamo schiavi nel momento in cui consegniamo le chiavi della definizione della realtà interamente ad altri, che siano gli affari, una teoria economica, un partito politico, la Casa Bianca, o la CNN. (B.W.Powe)


Damasco per Assad, giugno 2012

Siria, trincea dell‘umanità

Dunque, sabato 16 a Piazza del Popolo di Roma, è andata alla grande. Con grave scorno della muta di sciacalli che avevano cercato, col terrorismo della diffamazione e della menzogna, irrimediabilmente fascista, di intimidire organizzatori e relatori e scoraggiare solidali e pubblico. Hanno toppato, non riuscendo nell’intento e, anzi, facendo montare  la mobilitazione e, così, coprendosi del fango che il ventilatore di verità installato a Piazza del Popolo gli ha rimandato addosso.Onore e grazie a Ouday Ramadan, comunista siriano, ideatore e organizzatore principe e irriducibile dell’evento onorato dai migliori degli italiani, per quanto minoranza assediata dalle catapulte di menzogne e calunnie di una conventicola  decerebrata, o collusa con gli sterminatori di popoli e classi. Sotto gli enormi striscioni con la bandiera siriana e il volto di Bashar el Assad, che coloravano di sè tutta la piazza, centinaia di persone (e ci voleva coraggio!) in rappresentanza degli onesti hanno svergognato, nel cuore della colonia imperiale, aggressori, assassini, genocidi, scherani governativi, ignavi, bugiardi e utili idioti. E rappresaglie Digos.
Permettetimi un po‘ di retorica: dall’arida proliferazione di gramigna che ha desertificato l’intelligenza e l’onestà di tanti succubi, è spuntato un bellissimo papavero rosso. La natura ci insegna: nell’erbaccia rinsecchita dal sole, l’astro della luce bacia invece  il suo fiore prediletto e lo fa resistere e proliferare. Fino a far rosseggiare grandiose distese e prepararle al raccolto del grano, la vita. A me è toccata l’apertura e, con un’occhiata al palco in corso di smontaggio, da dove in mattinata avevano emesso cinguettio critico (con occhio strizzato) i fasulloni della triplice sindacale, mi è parso cruciale osservare come i 200mila sotto quel palco monumentale, e anche quelle migliaia di giovani contro il precariato a Piazza Farnese, intelligenza politica e sociale elementare avrebbero voluto che fossero qui, accanto ai siriani e agli amici dei siriani. Insieme ai ferrovieri dei notturni Sud-Nord aboliti, ai pastori sardi uccisi da Nestlè, alle maestre di Riano Flaminio (seviziate per anni da erinni bigotte, morbosizzate e fanatizzate dalla politica del sospetto e della sorveglianza) agli studenti offesi dai quiz Invalsi, alle donne cui fanno schifo donne come Hillary o Fornero quanto uomini come Obama o La Russa.  Era il loro posto, più che la spianata sotto il palco degli imbonitori, questo angolo della piazza dal tricolore con due stelle, dove si lottava contro lo stesso nemico, gli sfruttatori dell’uomo sull’uomo, la cupola dei geno- e socio-cidi, che là bombardano e praticano il terrore e qui praticano il terrore e depredano. Per capire che, con le loro forze armate e il loro popolo, siriani, libici, iracheni, serbi, afghani, palestinesi, si battono per la stessa sovranità e giustizia che la cosca sindacal-bancaria-mafiosa-clericale sottrae a loro come ai lavoratori, ai giovani, agli anziani, alle donne del nostro paese. Quando gridava „fuori la Nato dall’Italia, fuoril’Italia dalla Nato“, questa gente era conscia di quell’unità, del nemico comune e di una strategia unitaria da opporre alla strategia comune degli antropofagi. Si vinceva, allora, loro, i popoli proletari e, noi, le classi. Chi avrebbe potuto separare Berkley, o l’autunno caldo dal Vietnam? Chi la strage Usa di Mi Lay da Piazza Fontana? Chi il movimento del 68 dai fedayin? E chi oggi, invece, sa vedere la connessione tra la demolizione della Val di Susa e la polverizzazione di Sirte?

Si sentiva con forza di tuono echeggiare lo slogan Allah, Surìa, Bashar ua bas. Alcuni correggevano in Shaab, Surìa, Bashar ua bas, dove Shaab sta per popolo. Era la metafora sonora della Siria laica e pluralista, che per laico e pluralista intende e pratica da mezzo secolo il rispetto e la cura di decine di confessioni ed etnie, salvaguardando e garantendo così una separazione laica dello Stato dalle chiese, un codice epistemologico che ha educato generazioni alla convivenza e all’armonia. E, lo dico a te Marinella (cui mi dedicherò fra poche righe), perplessa per quello slogan che è di tutto un popolo, lasciare che si chiami all’intervento sia dio, sia il popolo, significa proprio questo e non getta la minima ombra sul carattere laico di quello Stato. Essere laici, mica significa necessariamente essere atei. Una cosa era chiara ai partecipanti: solidarietà alla Siria libera, sovrana, non globalizzata, nel segno dell’unità e sovranità araba, dell’antimperialismo, dell’anticapitalismo, dell’uguaglianza tra gli esseri umani, indipendentemente da razza, religione, sesso, inclinazioni, purchè non vendipatria. Allah, o non Allah per lo Stato pari sono. Questa è laicità.

Al di là di qualche frammento di folklore nazionalbolscevico, di qualche infiltrato fascista, subito imboscato perchè schiacciato dall‘ antimperialismo autentico, che non è mero antiamericanismo (Viva gli Occupy Wall Street) in funzione di altre versioni geopolitiche di imperialismo, e di un gruppetto di cerchiobottisti che avallavano l’equiparazione ONU tra chi aggredisce e chi si difende invocando un „cessate il fuoco di tutti“. Al di là di questi ambigui o nefasti fiancheggiatori, Piazza del Popolo ha vissuto un momento dignitoso, combattivo, onesto. Denuncia e svergognamento della lieta disponibilità di sinistre capitaliste, opportuniste, trotzkiste, radicalchic e pacifinte, di farsi bollire nel paiolo dei cannibali con il conforto di un rametto di rosmarino (licenza di sopravvivere con la catena alla caviglia).

Nella mefitica palude Stigia, formata dai nove grandi meandri percorsi dal fiume Stige, la dea Teti immerse il figlio neonato Achille, per renderlo invulnerabile, ma trascurò il tallone e Achille perì. La divinità che ha figliato eserciti di suoi eroi politico-merdiatici (la „r“ non è un errore), ve li immerse, in modo da farli immortali. Ma anch’essa li tenne per il piede e non si avvide del lembo scoperto. Il fiume, dolosamente, non rivelò la defraudazione. Così il colosso scatenato dalla Sublime Porta-Casa Bianca, ritenutosi corazzato dal bagno nella palude della frode grazie al concorso dei nove meandri dell’oligarchia merdiatica occidentale (Reuters, AP, Murdoch, CNN, BBC, Mediaset, RAI, De Benedetti, NYT), non si avvide dello zoccolo scoperto. E lì fu colpito da un nugolo di frecce, proprio mentre si apprestava a mettere a ferro e fuoco la città degli uomini di pace. Per restare nel mito, alcune di quelle frecce letali nel tallone del matamoros merdiatico (lo so, l’accostamento di questi modesti canarini da gabbia all’eroe acheo è improprio assai: magari entrambi protervi e prevaricatori, ma con una differenza di classe e di stile, quella tra ratti e falchi), le ha tirate Marinella Correggia. E le sue, di frecce, sono acuminate.

Di Marinella, lo dico con forza, non condivido le strade battute con altri No War in cerca, si vorrebbe, dell’equidistanza e di un pacifismo che finisce con considerare pacificatrice la distribuzione della responsabilità tra vittima e carnefice. Un suo testo, sconsolatamente ambiguo, elegge a „terza forza“ un gruppo di cristiani di Homs, questi, sì, benedetti dal Vaticano (e c’è già da riflettere), che si dichiarano contro ogni violenza e contro ogni scontro armato. Detto davanti a un groviglio di serpenti che strangola e avvelena il corpo della Siria, finisce con sottrarre forza alla resistenza e, ammantandosi di una ipocrita neutralità, lasatrica di buone intenzioni la via dell’inferno. Noi restiamo accanto al legittimo governo, al presidente Assad, alle forze armate patriottiche che, cari fratelli di Homs, purtroppo non hanno scelta se non impegnare la propria vita per fermare i sicari della criminalità organizzata internazionale. Tutto il resto è nè-nè e tradisce la verità e il popolo siriano.

Tutto ciò non incide sullla nostra solidarietà a Marinella contro i suoi detrattori. Senza nè-nè. Con lei e con noi – per i quali, insieme al lancio di mota, qualcuno ha anche fatto la scelta terroristica del procedimento giudiziario – i merdiatici  hanno dato seguito, nel loro piccolissimo, all’operazione planetaria di soppressione di voci altre, quelle dei „selvaggi“ e „dittatori“, di quelle che badano al vero, anzichè alla voce del (loro) padrone. Ci sono giornalisti che stanno alla committenza come le cortigiane stavano a Luigi XIV, come i picciotti ad Al Capone, come i caporali tedeschi al Feldmaresciallo Kesselring. Per loro, mica per niente, è in ballo il Premio Pulitzer. Ci siamo già occupati in passato del bloggista che spara su giornalisti veri, Cristiano Tinazzi, fermato dalla polizia in un gruppo di naziskin e poi candidato per il Fronte Nazionale di Freda, del savianeo geopolitico Ricucci e del davvero  esagerato Germano Monti, uno capace di inquinare con la sua lotta alla verità perfino l’onesto arcipelago della solidarietà palestinese. Ora nel coro è entrato anche un certo Lorenzo Declich (nomen omen), con una sparata contro Marinella tanto vigliacca quanto ottusa. Nascostosi dietro il dito artritico dell’ONU, di quell’ONU che per la Nato in Serbia, Iraq, Afghanistan, Libia ha fatto da notaio-zerbino, un po‘ come Napolitano ha onorato di firme tutte le scorrerie di Berlusconi, il soggetto si affanna a confutare la preziosissima opera di verifica e smascheramento portata avanti da Marinella sul menzognificio allestito dal monopolio merdiatico per lubrificare la sodomizzazione di Libia e Siria. Qui la perfidia diffamatrice è pari solo all’idiozia degli argomenti.

Lo spensierato copione delle migliori bufale dell’intelligence polverizza come nonsense, e magari complottismo, il principio del cui prodest., inserendo tra i due termini un non campione di logica. Così Assad uccide la sua gente e distrugge il suo apparato di sicurezza per offrire su piatto d’argento un bella causa ai suoi potenziali assassini; gli islamici buttano giù le Torri Gemelle e bucano il Pentagono per dare il destro alla potenza guerresca egemone di papparsi i loro paesi; Piazza Fontana è fatta dagli anarchici e Piazza della Loggia da sindacalisti per alimentare la compressione di diritti e salari che passava sotto il nome di „strategia della tensione“; Gheddafi abbatte un aereo e 81 passeggeri a Ustica in modo che Reagan non abbia scrupoli a bombardarne la casa e cento residenti, Milosevic stermina 45 civili a Racak, in Kosovo, perchè non vede l’ora che gli si bombardi la capitale e si distrugga la Serbia e i palestinesi fanno saltare la stazione di Bologna, e chi c’era c’era, perchè si ponga fine allo squilibrio che vede l’Italia patteggiare un accordo di non aggressione reciproca. Le BR poi….

Questo criterio del cui prodest, da che mondo è mondo chiave di lettura di analisti, investigatori e storici per demistificare le campagne di intossicazione atte a rincretinire e soggiogare l’opinione pubblica, è definito apoditticamente „demenziale“. Punto. In compenso, questo assertore del cui non prodest oblitera perfino le perplessità del capo osservatori, generale Mood, messo in campo dal maggiordomo Ban Ki Moon per svolgere il compito di William Walker quando, in Kosovo, s’inventò quella strage di Racak per suscitare un’indignazione collettiva che avrebbe sostenuto le ali dei bombardieri su Belgrado. Il quale Mood, per quanto manipolato da Reuters e Ansa, due bocche della verità atlantiche, di fronte all’evidenza raccolta anche da media amici, aveva dovuto esprimere dubbi sulla paternità della strage di Hula, alla vista delle decine di teste colpite a bruciapelo e dei bambini con la gola tagliata, effetti non imputabili a bombardamenti di artiglieria. Declich, scandalizzatosi perchè c’è chi ascolta anche altre voci, come quella di un governo in ogni caso infinitamente meno criminale dei regimi totalitari del Fronte di Liberazione Siriano, Israele, Usa, GB, Francia, Qatar, Arabia Saudita, Al Qaida, o quella dei centri di informazione cristiani che testimoniano la loro comunità sterminata dai „rivoluzionari“, alla fin fine si aggrappa a un unico argomento: i bombardamenti di Assad sulle case e famiglie di civili. Siccome del cui prodest  il presidente del paese, azzannato da una marmaglia di lanzichenecchi, se ne fotte, ecco che promuove coesione contro il nemico  e consenso della nazione al suo governo bombardandone i figli.

Deve aver proprio pisciato fuori dal vaso imperiale, non unica nella stampa mainstream che incomincia a rendersi conto dell’insostenibilità della vulgata di Hillary e dell’emiro del Qatar, la Frankfurter Allgemeine Zeitung, standard aureo giornalistico per ogni establishment, quando ha pubblicato dati e testimonianze su Hula che rivelavano come TUTTI gli assassinati appartenessero a famiglie sostenitrici del governo, in quartieri che sgherri armati avevano occupato e dove l’esercito regolare era entrato solo a carneficina compiuta. Granate di carri armati siriani che hanno distrutto le case? A parte il fatto che è diritto di ogni governo intervenire contro aggressori che massacrano la gente, al Nostro sono sfuggite le immagini di ribelli che, sparando razzi RPG, fanno crollare case, quelle delle case che vengono fatte passare per bombardate e invece esplodono dal di dentro, quelle delle nuvole di fumo nero che, sistematicamente, si sprigionano dalle macerie e come tali indicano che si tratta di copertoni incendiati sui tetti. Riunendo in sé due delle proprietà delle tre scimmiette, il vessillifero della „rivoluzione siriana“, non vede, non sente. In compenso parla. Ripete.

Riesce anche imbarazzante per i più avveduti tra coloro di cui si esercita a essere l‘eco. Ci fa le pulci sulle provata presenza in Siria di terroristi importati ma, occhiutissimo, non si è neanche accorto delle bandiere nere al vento di Al Qaida in Libia e Siria, o dei 600 sicari lì trasferiti dal fondatore di Al Qaida in Libia, Abdelhakim Belhadj, o delle ormai sempre più frequenti rivelazioni di stampa e servizi occidentali sulle spedizioni mercenarie guidate da forze speciali Nato. Meglio di qualsiasi nostra obiezione, lo mette al posto suo un referente di quel planeticidio che viene tanto ottusamente sostenuto. Leggetene qui sotto il suo pensiero sulla Siria. Un tantino più cinico. Ma parecchio meno stupido. E poi fatevi due risate a rileggere le inveterate scagliate contro di noi da Ricucci e compagnia.

Quando pensate che Kissinger era ministro di Nixon, consigliere di Bush 1 e 2 e oggi di Obama, alla luce dell’annientamento che programma per una nazione dopo l’altra, a partire dal Cile di Allende, non dovreste stupirvi del fatto che nella Casa Bianca, a capo dell’Occidente dove si verificano i prodromi della dittatura sul mondo, siede, come raccontatovi nel precedente pezzo, un assassino seriale di massa. Notizia (New York Times), quella di Obama che insieme ai suoi 14 capi della sicurezza si riunisce settimanalmente per stilare elenchi di assassinandi perchè „sospetti“ o „vicini a sospetti“, per cui è giudice, giuria e boia in uno. Informazione epocale su uno scherano di Wall Street che si crede Zeus e lancia droni sull’umanità che non marcia in fila, bellamente ignorata dalle armate mediatiche di cui i nostri tre scrivani eroi sono lo stormo di zanzare. Tutt’altra cosa il „manifesto“: silenziatore sul serialkiller e sua esaltazione in ultima pagina,  attorno a fotona di latinos con tocco in testa,  per cantare un peana all’angelo nero che, per nulla interessato al voto degli immigrati, regolarizza con decreto i giovani ispanici cresciuti negli States. Semplicemente grandioso per scelta delle priorità. Il collettivo sionista, in quello e in altri luoghi, avrà provato un leggero imbarazzo a vedere che il tema della Shoah, 127°dal dopoguerra (o giù di lì), è stato scelto dal 4,7% dei maturandi, avverso al 41,2% che ha preferito stare con i piedi sulla terra bruciata di oggi impegnandosi su „I giovani e la crisi“. Imbarazzo tramutatosi in euforia al constatare che ancora una vola la Shoah subita 70 anni fa è stata proposta a dispetto degli olocausti inflitti da 70 anni in qua. A Gaza (9 ammazzati da Israele negli ultimi tre giorni), terrorismo coloniale e militare in Cisgiordania del Bersani palestinese, Abu Mazen, in Libano, Siria e, attraverso dittatori surrogati, in metà dell’America Latina.


Intanto in Siria…
Ratti di Libia e bambini “ribelli” di Siria

Del Generale Robert Mood, capo della missione di Osservatori ONU e fonte cristallina di verità, ai sopranominati delatori è sfuggita la denuncia di un membro giordano della missione di Mood spia della Nato, denuncia uscita su buona parte dei media del Sud del mondo. Uno degli espisodi citati: Mood aveva portato il suo convoglio estemporaneamente a Tartus, dove non era in corso alcun conflitto da registrare, solo per ispezionare quattro installazioni militari siriane, operazione non prevista dal mandato ONU. La stessa azione veniva condottaa Rastan, sempre su strutture dell’esercito. Che Mood intenda ripetere la raccolta di elementi atti a favorire bombardamenti e incursioni mirate, già compiuta da osservatori ONU in Iraq prima dell’attacco, o da giornalisti e osservatori OSCE in Serbia a favore dei bombardieri in partenza da Aviano? A pensar male… con questi ci si è sempre preso.

Altra notiziola scartata dai probi cronisti di cui sopra, è la minaccia fatta dai loro teneri e pacifici rivoluzionari che occupano parti di Homs (unico abitato ancora non liberato dall’esercito), dove tengono in ostaggio e nel terrore di subire il noto „trattamento Sirte“  5000 abitanti, di iniziare ad ammazzare civili se l’esercito siriano non se ne va. Hannibal che, mentre sbrana un po‘ di gente, intima al poliziotto di togliersi dai piedi. Notizia confermata non solo dai bugiardoni del governo, ma da vari giornalisti alla Marinella, ovviamente a libro paga di Assad. E, ancora, l’assalto compiuto da „ribelli“ contro l‘inviato dell’Ansa, loro consanguineo deontologico, in cui sono stati massacrati sei poliziotti che lo proteggevano. Ovviamente un’operazione di Assad. Infine, assolutamente non pubblicabile, la rivelazione che gli eroici volontari di „Medici senza Frontiere“ sono stati scoperti contrabbandare dalla Turchia esplosivo plastico ai terroristi. Imperdonabile che siano stati colpiti dalle forze lealiste mentre fraternizzavano in tal modo con i „giovani rivoluzionari“. Alcuni di questi, catturati, hanno confessato che svuotavano farmacie per fornire medicamenti agli „insorti“.

Altra notizia. A suggellare un’affinità terroristica al di là dell’appartenenza alla medesima confraternita confessionale, ecco che miliziani salafiti sono ospitati a Miami nei campi di addestramento dei bombaroli anticastristi, mentre, uniti nell’unica fede narco-islamista, altri tagliagole da lanciare contro la Siria vengono istruiti in Kosovo dall’UCK, a sua volta impratichitosi nel terrorismo grazie all’intervento, nel 98-99, di Al Qaida e dello stesso Osama bin Laden, in vista di Bondsteel, la più grande narcobase militare Usa d’Europa.


Mamma li curdi!

Sherkoh Abbas, importante dissidente siriano curdo, ha sollecitato Israele a ridurre in pezzi la Siria, come previsto nel 1982 dal Piano Oded Yinon del Ministero degli esteri sionista, frantumandola tra sunniti, sciti, alawiti, cristiani, drusi, curdi…  Dopo i despoti curdi  Barzani e Talabani, che hanno svenduto il Kurdistan iracheno alle compagnie Usa e ai servizi e accaparratori di terre israeliani, ecco arruolarsi il curdo siriano per onorare le istanze di emancipazione Nato del suo popolo. Dove ha sede l’Assemblea Nazionale Curda, capeggiata da questo campione dell’unità della sua nazione attraverso lo spezzettamento di altre? A Wahington, dove se no? E l’altro frammento di curdi filoimperialisti, il „Movimento del Futuro“, dove sta? Ma a  Istanbul, nel sottoscala di quel che rimane, dopo sei scissioni, del Consiglio Nazionale Siriano. Ha invece sede in pieno territorio curdo-siriano, il PYD, organizzazione maggioritaria dei curdi siriani, da sempre ideologicamente legato all’onorevolissimo PKK della Turchia e sostenitore della Siria unita e libera di Assad. Non sarà un caso che il PKK abbia negli ultimi mesi intensificato i suoi confronti con le truppe turche, iniziativa simpatica, atta ad allegerire la pressione del Nato-turco Erdogan sulla Siria.

Con la coalizione progressista e democratica di Usa-UE-Nato-Turchia-Qatar-Arabia Saudita, di cui i nostri tre spadaccini sono i vessilliferi medatici, in assoluto marasma per via della resistenza in armi e di popolo e dell’accentuata fermezza di Putin (pensate al recente lancio dimostrativo di missili intercontinentali russi e alle navi di armi russe in rotta verso la Siria), Obama, in vista delle elezioni (Usa, ma anche messicane e venezuelane), si arrovella su un dubbio. Si chiede: guadagno più voti a contrastare Romney, primatista di demenza reazionaria e genocida, mettendomi la corazza del guerriero senza macchia, paura, indulgenze, o mi fa più gioco fermare l’Air Force, con quella maggioranza di cittadini che, animati da Occupy, sono contrari a ogni nuova e vecchia guerra? Il dubbio frantuma anche la coalizione dei volenterosi che, in confusione sul da farsi, diramano a giorni alterni invocazioni al piano di pace Annan e belluine minacce di sfracelli. Al lacerarsi del tessuto di menzogne e provocazioni perfino nella stampa main stream, cui disperatamente i nostri deontologici polemisti offrono puntelli di ricotta, al disgusto dei Brics, per ora non sanno che contraporre un’esasperazione forsennata degli attentati e delle stragi. Come se la quantità potesse porre rimedio al disfacimento della qualità. Come in Nigeria, ultima espansione del terrorismo confessionale Al Qaida-Nato, mirata a sfasciare, dopo la Libia, la più grande e petrolifera nazione africana, sono i cristiani ad andarci di mezzo. In Nigeria macellano quelli che li macellano, in Siria, colpiti dalla fanteria Nato con sequestri, massacri, tortura, distruzione o furti di case, fuggono e gridano aiuto. Il papa, loro monarca e custode, di questi ultimi non è stato informato.


Grecia: chi coglie il vento e naviga, chi s’accuccia in vista della bufera

Una cosa va detta prima di ogni altra considerazione politico-ideologico-economica. Sulla Grecia non si abbatte solo la furia predatrice degli strozzini internazionali e la collera per il fiorire di un pensiero alternativo di massa. Sulla Grecia infierisce la vendetta dei barbari. Il discorso, non della sola Merkel, di „noi brave formichine laboriose e voi cicale canterine e fannullone“ è il rigurgito moderno di un bimillenario complesso di inferiorità del Nord nei confronti della civiltà classica. Civiltà, cultura, che tutto ha iniziato e tutto ci ha insegnato. Civiltà da loro sempre inseguita, mai conquistata, dunque da obliterare. Psicologismi? Chiediamolo a Gramsci e alla sua intelligenza della „sovrastruttura“.

Syriza, fronte di 12 partiti e movimenti, che in Italia potrebbe essere paragonata a una coalizione tra Ferrero (o piuttosto la sua base), Grillo, Landini e No Tav, si moltiplica per sei e becca il 27%.  Stava al 4% due elezioni fa. Gli altezzosi devoti a piaceri solitari del KKE, scavato un fosso tra sè e le masse, si dimezzano al 4, 5% e suscitano un amarcord  che fa rivivere il lento estinguersi dei sedicenti „comunisti“ in mezzo mondo. Suscitano anche una gran collera al pensiero che, uniti, KKE e Syriza avrebbero vinto e provocato la rottura della faglia europea. Il Pasok-PD è giunto al capolinea  dove un binario morto aspetta il suo equipollente italiano. Rattrista la rinnovata adesione del Partito Comunista-Sinistra Popolare del buon Rizzo a questi custodi del terzinternazionalismo più settario e antipopolare. Sinistra Democratica, con il suo 6,26%, manda 17 deputati a coprire a sinistra l’assalto finale di Pasok-ND-UE ai greci ancora in vita. Vale un SEL. Quanto ad Alba Dorata, il parallelo è con i neonazisti di Forza Nuova e affini. In vista della dittatura mondiale perseguita dalla Cupola, vengono allevati e esibiti nel circo della democrazia trucidi energumeni pelati e in camicia nera, macchiette da Gran Guignol, perchè i boccaloni continuino a credere che la minaccia di totalitarismo siano questi figuranti e non Monti, Obama, Draghi, Merkel, Lagarde, Zoellnick… Qualche mio gentile interlocutore insiste nel dare del democretino a chiunque, da Bersani a Stipras, non si ammassi sullo scoglio in gran tempesta dove sventola il vessillo della rivoluzione, dell’uscita dall’euro (nessuno sa come si fa) e dall’Europa. E dove neppure le zattere approdano più. Posso rispondere con la constatazione che esistono anche, più perniciosi per noi, i socialcretini?

Il risultato di Syriza è grandioso e cambia le carte in tavola. Atene non si smentisce. Nella Grecia aggredita dal’autocrate persiano Ciro è sorto un Leonida, o quel Demostene che seppe sottrarre la libertà della Grecia alle grinfie imperiali dei macedoni. 71 deputati sono arrivati in quel parlamento sull’onda di 17 scioperi generali in due anni e di quella volontà insurrezionale di massa che ha difeso con i corpi e con i mezzi possibili il suo diritto alla piazza. Hanno combattuto e votato le famiglie depredate dai tagli e dalle tasse, i lavoratori dei settori pubblico e privato rimasti al quasi 50% in strada, i comunisti seri, gli anarchici, gli studenti, i giovani. Fate un confronto tra le celebrazioni post-elettorali di Nuova Democrazia e di Syriza. Altro che „una faccia una razza“. Due facce, due razze: quella che fa indistinguibili i manifestanti di Occupy, del Quebec, di Madrid, di Santiago del Cile, da quelli di Syntagma. E l’altra che confonde i fichetti, yuppies, signore laccate di Nuova Democrazia, con il seguito arancione della Timoshenko, con quello verde dei quartieri alti di Tehran, o con la fauna di Cortina, o della Bocconi.

Syriza rifiuta il memorandum sociocida  ed è la priorità e la possibilità. E‘ il prerequisito per il ricupero della sovranità. Ha promesso che lo combatterà in parlamento e, ancora, nelle piazze. I giochi sono aperti: la vecchia oligarchia regnante è totalmente screditata. I greci sanno che ulteriori tagli per 11 miliardi li stroncherebbero definitivamente, che i prestiti ingrosseranno il debito e schizzeranno attraverso l’economia per alloggiarsi presso banchieri oltremare, che il licenziamento di 150mila statali preteso dalla Troika (alla maniera della Cuba di Raul, dove saranno un milione e mezzo a finire dietro a bancarelle), comporta la fame per un milione di famiglie. La fase richiede, mi pare, la transizione da un disastro senza limiti a un’economia equa, dinamica e partecipatoria. In parlamento si dovranno denunciare la corruzione dei cleptocrati e le spese assurde per le burocrazie militari e clientelari. Syriza non richiede oggi l’uscita dalll’euro (quante Piazza Fontana seguirebbero?), checchè sognino i dormienti, perchè vorrei vedere il greco che si ritrova con la dracma e i risparmi e salari dimezzati. Ma tale uscita in prospettiva sarà indispensabile una volta  confiscati  i beni rubati dagli oligarchi e nascosti in Svizzera o nei paradisi fiscali, e che gli interessi d’usura del sistema bancario europeo e internazionale siano stati rinegoziati, magari sotto minaccia di un abbandono della Nato, dando un minimo di fiato all’economia e ai livelli di vita. Con la propria valuta nazionale la Grecia riprenderebbe il controllo sulle sue finanze, tasso di cambio, strumenti di politica monetaria e degli investimenti. Nel frattempo sospenda il pagamento del debito (e ne scopra le componenti illegittime), metta il cappio al collo degli evasori miliardari, faccia un trapianto di organi vitali dai briganti armatori, evasori stramiliardari, al corpo agonizzante del popolo, imponga rigidi controlli sui capitali, congeli depositi bancari per evitarne la fuga, si rifornisca di fondi da fonti alternative: Russia, Iran, Venzuela, China e altri Stati non ligi alla Troika. Affidi al controllo operaio la gestione di industrie fallite, abbandonate, inefficienti, ai giovani l’innovazione e la rinascita di un’agricoltura uccisa dalla voracità di multinazionali e importatori.

E‘ il libro dei sogni? Dipende da che sostegno l’azione parlamentare otterrà dalla mobilitazione ed energia di piazza, non solo in Grecia. Gli eurocrati saranno tanto spaventati quanto spietati. Ma i 300 delle Termopili ce la potranno fare. Abbiamo lasciato che Serbia, Iraq, Libia si sacrificassero da soli, anche per noi. Oggi sono la Siria e la Grecia  a poterci salvare. Tocca a noi darci da fare per salvare loro. I fronti sono tanti, c’è anche quello in fiamme d’Egitto, dove gli Usa, barcamenandosi tra i Fratelli Musulmani e i più affidabili generali, hanno benedetto il colpo di Stato con cui è stato sciolto il parlamento, i generali si sono ripresi il potere legislativo e hanno riabilitato alle elezioni presidenziali il boia di Mubaraq, Ahmed Shafiq. La reazione del popolo di Tahrir ha ribadito che i destini di popoli e classi sono intrecciati, una è la guerra, uno il nemico. Capito questo, abbiamo vinto.


Eroi di Napolitano. Bravi a sparare sui pescatori.

Rimpiangere Cossiga?

Senza dubbio non tutte le conquiste del passato possono essere considerate ancora sostenibili e nemmeno ugualmente valide rispetto a nuove concezioni e misurazioni del benessere e della qualità della vita“. Questo, strappato pari pari dalle labbra della Fornero, ha sentenziato Giorgio Napolitano sporgendosi dal balcone su una sterminata massa di precari senza futuro, pensionati senza cibo, cittadini con casa rubata dalle tasse, operai senza rappresentanza sindacale seria e licenziabili a uzzolo del padrone, referendari rasi al suolo dal fuoco congiunto PD e PDL. Le misurazioni del benessere e della qualità della vita vanno fatte su Briatore, Benetton, Marchionne e su quel 10% di italiani che hanno il culo al caldo del 50% della ricchezza nazionale. Non v’è alcun dubbio che Napolitano, petalo di quel quadrifoglio della fortuna Nato-BCE, composto da lui con D’Alema, Veltroni, Bersani (il gambo si chiama Violante) e per lunghi anni concimato nell’orto del PCI togliattian-berlingueresco, tra tutti i nostri capi di Stato si è dimostrato il più equilibrato, imparziale, sopra le parti, saggio ed equo rappresentante di tutte le componenti della nazione. Con particolare cura per quelle minoritarie. Appunto il nominato 10%. Con la garza della sua „viva e vibrante commozione“ applicata sulle piaghe inflitte al paese da una banda di mafiosi promossi al governo del paese, ha permesso agli italiani di sopravvivere in coma vigile e di risvegliarsi nell’esultanza di un colpo di Stato che, come con Vittorio Emanuele di fronte alle intemperanze di lavoratori e socialisti, ha rimesso tutte le cose nel loro naturale ordine. Quello occupato del 10%.

Non si è concesso nè sosta, nè riposo, l’ultraottuagenario, allevato da manovratori illuminati fin  da quando lo mimetizzavano  da entusiastico celebratore dei carri armati di Budapest. Sulle insostenibili „conquiste del passato“, rappresentate in primis dall’anacronistico scudo della sovranità nazionale, consegnatoci in punto di morte dai martiri del Risorgimento, già ridotto a carta velina dal Patto Atlantico,  in nome delle „nuove concezioni e misurazioni“ ha fatto marciare gli stivaletti di pelle umana degli gnomi di Francoforte e di Bruxelles. Non c’è articolo della Costituzione che lui, massimo custode, non abbia liftato e reso trendy, restaurandolo in pret-à-porter europeo (art. 81: pareggio di bilancio, costi quel che costi al popolino e, art. 41, eliminazione della forzatura sociale sulla libertà d’impresa), o addirittura grantendogli una rivitalizzante metempsicosi (art.1: repubblica fondata non più sull‘arcaico lavoro, ma sull’allegra dissipazione praticata a beneficio universale dalla minoranza del 10%; art.11: repubblica che ripudia la pace).

Infine, soddisfatte tutte le esigenze della modernità, restava da rivedere un altro istituto a lungo ostico al 10% (che poi, a ben vedere, è solo quell‘1% a rischio di estinzione che viene perseguitato da Tsipras, Assad,Tahrir e Occupy), la vecchia storia democratica dei  pesi e contrappesi tra i poteri della Repubblica: legislativo, esecutivo, giudiziario (quello militare sta di riserva). Rivelato in termini impropriamente diffamatori dal „Fatto Quotidiano“, che visti i suoi implacabili attacchi ai commessi viaggiatori della Suprema Banca deve essere certamente pagato da poteri occulti,  l’assalto di Giorgino o‘ padrino alla magistratura fa rosolare d’invida la buonanima di Francesco Cossiga. Dopotutto, il bislacco gladiatore si era limitato a garantire con Gladio-Decima Mas-mafia l’incolumità nazionale, a spedire Falchi fucilatori contro i sediziosi di piazza e a tirare colpetti a salve contro „giudici ragazzini“. C’era il dramma di un ex-ministro degli interni e presidente del Senato ai tempi in cui mafia e Stato, accendendo fuochi purificatori tra Capaci e Via die Georgiofili, tentavano disperatamente di tenere a bada il Mazinga comunista. Quei successori, nella disobbedienza e forse nella nemesi, di Borsellino e Falcone, avevano osato incriminare un illustrissimo e intoccabile rappresentante dello Stato e, addirittura, volevano metterlo a confronto con colleghi e pentiti che straparlavano di trattativa mafia-Stato. Succedeva sotto l’occhio dell’allora ministro di polizia e di quello della Giustizia, il quale  si era attribuito il merito di aver allentato il cappio disumano del 41bis ad alcuni interlocutori della trattativa e delle collegate esecuzioni di massa.

Così Mancino, sentita l’aria nuova che  ha preso a tonificare il 10%, cui lui di dirittto appartiene, ha chiesto al presidente, per interposto braccio destro D’Ambrosio, di raddrizzare le cose e i magistrati di Palermo, soffocando così una volta per tutte le mefitiche esalazioni emesse dal pool di coloro che insistevano a soddisfare il diritto alla verità di una proterva maggioranza del 90%. E cosa ha fatto Napolitano? Ha innovato, perbacco. Si è messo al passo con Obama e si è dato, applicando la sua autorità puramente morale in quanto arbitro istituzionale, il ruolo ben meno anodino di incursore sulle fasce. Il centrattacco, del resto, l’aveva già fatto: dando l’assist al gol della punta Monti, con il quale la Banca Centrale Europea, e chi sopra di essa, avevano chiuso ogni partita del vecchio campionato di classe. Il capo dei procuratori della repubblica, inebriato anch’esso dall’aria nuova, ha ottemperato. Non s’incapponisca quel fanatico palermitano di Ingroia, si faccia coordinare da chi al fedele custode dei  misteri del 92-93 saprà rendere il dovuto.

Osservando da vicino l‘erede di un’illuminata e rimpianta monarchia assoluta, se non addirittura di un re, a un bel tomo di Cagliari, avvocato e pure donna, è venuto in mente di riflettere sul fatto che, per molto meno, Nixon era stato impallinato da impeachment. Ha considerato che imporre, su ordini dall’alto, un premier e un governo non legittimato dal voto popolare, insieme a una serie di altre trasgressioni, non costituiva proprio garanzia della Costituzione.  E così, per Giorgino o‘ Delfino, ha azzardato una balzana prospettiva di messa in stato d’accusa. Attentato contro l’integrità, l’indipendenza e l’unità dello Stato (sovranità monetaria trasferita dal popolo italiano alla BCE, quella politica, eocnomica, militare, passata a privati esterni); associazione sovversiva; attentato contro la Costituzione dello Stato; usurpazione di potere politico; attentato contro gli organi costituzionali; attentato contro i diritti politici del cittadino; cospirazione politica mediante accordo; cospirazione politica mediante associazione. Tutto questo prima che gli venisse offerta l’ulteriore ghiotta occasione dell’intervento presidenziale sull’indipendenza dei magistrati. Colpo di Stato? Secondo ogni dottrina giuridica costituzionale è colpo di Stato. C’è chi ne è pratico. E i golpisti nel governo applaudono.

E‘ matta l’avv. Paola Musu da Cagliari? Forse non s’è avveduta che, storicamente, un potere criminale economico a un certo punto ambisce  a farsi politico. A farsi Stato. Prima la mafia regnava per interposta persona. Successivamente, grazie a quattro bombette, è entrata a gamba tesa nel palazzo. E così difficile comprendere Napolitano quando, fatto fare ogni cosa agli altri per tanti anni, ha ritenuto arrivata l’ora di farsi avanti in prima persona, con tanta „vibrante e commossa soddisfazione“ dei suoi papà e mamma, della famiglia tutta. Legittima aspirazione umana, no? Tutto il resto sono maleinterpretazioni, strumentalizzazioni e manipolazioni, dice Napolitano delle intercettazioni. Come Berlusconi.

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Henry Kissinger
“Sono davvero sorpreso da come fa Assad a restare ancora al potere. In passato suo padre era l’unico leader arabo che mi ha battuto. Nel’1973, se non era per Anvar Sadat, il padre del giovane Assad avrebbe potuto battere l’occidente sul campo, perché la Siria di allora, come lo è anche adesso, era il nucleo più potente della resistenza araba all’occidente. Sono sicuro che senza l’aiuto di Sadat ci sarebbe stata una guerra contro Israele e gli arabi avrebbero potuto vincere contro Israele. Noi (Israele o America ? ndr) abbiamo fatto tutto ciò che era possibile contro l’Iran e contro la Siria. Personalmente ero al corrente di tutte le offerte che abbiamo fatto a Assad per allontanarsi dall’Iran, ma lui non ha ceduto e confesso che in lui ho visto l’immagine del padre che mi aveva battuto in modo eguale nel’1973. Ora è dal maggio 2011 che stiamo cercando di destabilizzare il suo regime, ma non riusciamo a stanarlo e questo mi ricorda quella formidabile forza che era l’impero mongolo che aveva preso tutto l’Asia Centrale e il Medioriente in un lampo, ma si fermò dietro le mura di Damasco. La cosa che mi sorprende è che la Siria, pur restando un paese senza grandi risorse e quasi povero, dispone di infrastrutture cosi forti e cosi stabili; ha i generi alimentari immagazzinati per oltre 5 anni ed è auto sufficiente per servizio sanitario ed energetico, inoltre, dall’esercito siriano composto da più di 500 mila unità, siamo riusciti ad ottenere solamente 1500 defezioni in tutti questi mesi e non riusciamo a dividerla internamente pur essendo un paese composto da circa 40 etnie diverse. Senza dubbio la grande maggioranza dei siriani sta con Assad e il paese ha l’appoggio dell’Iran, Russia e Cina. Non ci resta che insistere con la strategia di farla scoppiare dall’interno. Dobbiamo continuare a mantenere alte le fiamme che abbiamo acceso e farla bruciare internamente. Noi non possiamo rinunciare ai nostri interessi e dobbiamo continuare e destabilizzare la Siria per ottenere ciò che vogliamo.”

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23 luglio 2012 | Autore

Wayne Madsen Strategic Culture Foundation 22.07.2012

I governi del defunto presidente siriano Hafiz al-Assad e di suo figlio, Bashar al-Assad, sono nel mirino degli Stati Uniti da molti decenni. Ciò che è sorprendente dell’antipatia degli USA nei confronti di Assad, è che ogni volta che gli Stati Uniti hanno chiesto l’assistenza di Hafiz e Bashar al-Assad, i leader siriani hanno risposto energicamente.
Durante l’operazione Desert Storm, la Siria impegnò delle truppe nella forza della coalizione a guida USA che aveva respinto le truppe del leader iracheno Saddam Hussein dal suolo saudita e quwaitiano e che, successivamente, erano entrate in Iraq. Gli Stati Uniti sono stati in grado di capitalizzare la lunga rivalità tra i governi arabi baathisti di Siria e Iraq.
Fu il governo di Bashar al-Assad che aveva aiutato la CIA nel suo programma di “extraordinary rendition“, in gran parte idea del viceconsigliere per la sicurezza nazionale del presidente Barack Obama, John O. Brennan. Brennan, che era a capo del programma antiterrorismo della CIA, contava sulla Siria, in particolare sul capo dell’intelligence siriana Asif Shawkat, per condurre interrogatori, tra cui sessioni di tortura, di sospetti terroristi rapiti da agenti della CIA e trasportati nei “siti neri” in Siria.
Circa sei anni prima, il presidente George H W Bush, con l’assistenza dell’allora segretario generale dell’ONU Boutros Boutros Ghali, convinse Hafiz al-Assad ad unirsi alla coalizione militare contro Saddam Hussein, il bollettino insider “confidenziale”, dai forti legami con la comunità dell’intelligence USA, “Early Warning“, co-gestita da John Rees e dal consumato frequentatore di Washington Arnaud de Borchgrave, allora direttore del Washington-Times, di proprietà di Sun Myung Moon, aveva pubblicato una storia dalla provenienza dubbia su piloti “kamikaze” e attentatori suicidi addestrati da Hafiz al-Assad per lanciare attacchi su obiettivi “occidentali, israeliani e arabi moderati“.
Il rapporto sembrava essere stato infarcito dallo stesso tipo di roba che si trova nei rapporti attuali sul governo di Bashar al-Assad, secondo cui compirebbe brutali violazioni dei diritti umani in tutta la Siria. Tali relazioni sono state gonfiate dall’invenzione secondo cui la Siria sposta armi chimiche dai depositi per schierarli sul campo di battaglia. Le fonti di tale propaganda, camuffata da notizie legittime, sono le stesse fabbriche della disinformazione che hanno prodotto le storie fasulle su Saddam Hussein e le armi di distruzione di massa, e sul genocidio di massa nella Libia di Muammar Gheddafi. La stessa fabbricazione neo-conservatrice è stata utilizzata nella campagna contro Assad. Questi rapporti falsificati includevano l’accusa alle forze di Assad di compiere atrocità contro i civili, delle quali i ribelli dell’esercito libero siriani, sostenuti dalla CIA, sono invece i responsabili.
E’ interessante confrontare l’assalto attuale della propaganda occidentale contro Bashar al-Assad, a quella condotta dalla CIA e dei suoi organi mediatici, come “Early Warning“, contro il padre di Assad, negli anni ’80. “Early Warning” del giugno 1985 accusò i presunti “kamikaze” di Hafiz al-Assad. La relazione affermava, sotto il titolo “Kamikaze della Siria“, che “ci sono segnali inquietanti secondo cui il presidente siriano Hafiz al-Assad ha deciso di sponsorizzare una nuova ondata di attacchi terroristici contro obiettivi occidentali, israeliani e arabi moderati, in cui attentatori suicidi e piloti kamikaze cercheranno di compiere attentati massicci. Il recente rilascio di 1.150 prigionieri terroristi da parte degli israeliani, per uno scambio di prigionieri con la Siria, fornirà molte nuove reclute per questa offensiva.”
E proprio come nel tentativo attuale di collegare la Russia a Bashar al-Assad, la CIA e i provocatori neo-conservatori dell’amministrazione del presidente Ronald Reagan tentarono lo stesso gioco con Hafiz al-Assad, il terrorismo e l’Unione Sovietica. Il rapporto di “Early Warning” continuava affermando: “Secondo fonti informate a Damasco, il presidente Assad si aspetta la benedizione sovietica per i suoi piani. L’intelligence siriana fornisce già al KGB i canali utili per le reti terroristiche sciite. Vi è ora la prospettiva che Assad possa svolgere il ruolo di sensale siglando un nuovo accordo tra Mosca e i governanti fondamentalisti dell’Iran, anche se questo richiederebbe ai sovietici tagliare le forniture di armi all’Iraq e accelerare il flusso di armi e materiale a Teheran.”
La retorica del 1985 era la stessa di quella di oggi. Ci fu allora, come vi è ora, un chiaro tentativo di costruire un “asse” tra Damasco, Teheran, Mosca e gli sciiti del Libano. Nel 1985, Hafiz al-Assad era stato presentato da fonti dubbie occidentali, tutte con legami con la CIA e Israele, nello stesso modo con cui lo è suo figlio oggi: un “pazzo” dedito ad uccidere il maggior numero possibile di persone innocenti.
Nell’articolo di “Early Warning” del 1985 si scriveva ciò di Hafiz al-Assad: “Assad è stato profondamente colpito dal successo delle squadre suicide sciite libanesi, forzando il frettoloso ritiro degli USA da Beirut e “spezzando lo spirito combattivo di Israele”, come si è espresso in recenti colloqui con il fratello Rifaat e il suo aiutante chiave nell’intelligence, Generale Muhammad al-Kholi. Alcuni osservatori veterani ritengono che Assad abbia subito un drastico cambiamento psicologico negli ultimi mesi, ispirandosi oggi al culto islamico del shahada (martirio per una causa santa), caratteristica dei terroristi estremisti sciiti, tanto quanto a qualsiasi calcolo politico“.
Il rapporto cita Assad, tra l’altro, da un discorso fatto alla Federazione nazionale degli studenti siriani il 4 maggio 1985. La citazione avrebbe dovuto essere presa con un grano di sale, perché tra l’altro ciò significa che la citazione è stata estratta dal verbale della riunione, ma combinate con le informazioni ottenute da un registrazione più completa su altre questioni. Questa è la tattica preferita dei propagandisti, vale a dire, citare una persona fuori dal contesto, al fine di sostenere un programma più ampio o incongruo. Il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad è stato uno dei bersagli preferiti della tattica di propaganda dei neo-conservatori, che praticano tali manipolazioni.
Assad, tra l’altro, avrebbe detto: “All’inizio della mia vita militare, ero solito discutere con i miei colleghi la necessità per lo stato di formare squadre di suicidi tra i piloti. Abbiamo utilizzato la parola ‘suicidi’ [intinhariyin] e la ben nota parola giapponese ‘kamikaze’. Eravamo abituati a dire: vero, ogni pilota è già un commando [fida’i] in virtù della sua professione. Eppure, dobbiamo distinguere tra la missione ordinaria che richiede al pilota di attaccare il bersaglio nemico, navi nemiche, aeroporti e altri obiettivi, dal trasformare se stesso, il suo aereo e le bombe, in una palla di fuoco. Tali attacchi possono infliggere pesanti perdite al nemico. Garantiscono risultati, in termini di colpi diretti a segno, diffondendo il terrore tra le file nemiche, sollevando il morale del popolo e migliorando la consapevolezza dei cittadini sull’importanza del martirio. Così, ondate di martirio popolare seguiranno successivamente e il nemico non sarà in grado di sopportarle“.
Il rapporto affermava poi che Assad, insieme ad al-Kholi, aveva personalmente supervisionato l’addestramento dei piloti kamikaze e degli attentatori suicidi siriani. Le informazioni provenivano da “fonti di intelligence affidabili”, e cioè proprio dagli interlocutori della propaganda governativa israeliana.
Circa sei anni più tardi, Hafiz al-Assad, l’”addestratore di piloti kamikaze”, era un membro a pieno titolo della coalizione globale di George HW Bush contro l’Iraq. E pochi anni dopo, Bashar al-Assad e il capo dell’intelligence siriana assassinato, Asif Shawkat, hanno partecipato al programma di Brennan sui sequestri straordinari della CIA, come il defunto leader libico Muammar Gheddafi, che oggi affrontano un’azione coordinata da Stati Uniti, NATO e Israele per rovesciare i loro regimi. La lezione per un leader, democratico o meno, compresi Assad, Saddam Hussein, Hosni Mubarak e il suo capo dell’intelligence Omar Suleiman, che è morto durante dei “test” medici a Cleveland, poche ore l’assassinio di Shawkat nell’attentato a Damasco, Gheddafi e Manuel Noriega, è che giocano con il fuoco e con le loro vite, ogni volta che fanno un accordo con la CIA e un presidente statunitense…

É gradita la ripubblicazione in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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29 marzo 2013 | Autore

Guerra in Siriadi Luciano Lago

La cronaca di questi giorni fa registrare un nuovo attacco terroristico realizzato all’università di  Damasco, con relativo massacro di alcuni  studenti inermi che si trovavano nella facoltà di Agraria.  Questo è soltanto l’ultimo dei tanti attacchi terroristici che si stanno verificando nel paese, quello precedente era stato fatto mediante razzi e colpi di mortaio fatti esplodere nel centro di Damasco mietendo parecchie vittime civili.

Il fronte dei ribelli siriani la “coalizione nazionale siriana “ sta intensificando gli attacchi contro il regime di Al Assad  senza alcuna remora di colpire obiettivi civili  ma anzi con la precisa strategia di seminare il panico e la sfiducia tra la popolazione ed incrinare la resistenza e la compattezza dei questa a favore del governo legittimo.

Bisogna capire che quello che avviene attualmente in Siria è occultato da un’ opera di massiccia disinformazione e di manipolazione mediatica che non ha paragoni con altre situazioni recenti se non con la guerra in Irak e con l’operazione fatta a suo tempo in Libia.

Nonostante questa intensa campagna di propaganda svolta da giornali e TV in Occidente  (anche con l’apporto di televisioni come di Al Jatzera e Al Arabiya finanziate dagli emiri del Golfo),  quella che  in un primo tempo si è cercato di far apparire  come una “rivolta popolare” contro il regime di Assad, risultata ormai evidente che trattasi di una macchinazione delle grandi potenze USA, GB, Francia ed Israele, per destabilizzare la Siria e favorire gli interessi geo strategici ed energetici delle potenze occidentali.

Si sapeva già da diversi anni che il Pentagono aveva i piani nel cassetto che prevedevano la destabilizzazione della Siria fin dai tempi del secondo intervento in Iraq ( anche quello mascherato dal pretesto delle “armi di distruzione di massa”). L’azione contro la Siria è parte di una “roadmap militare“, una sequenza di operazioni militari. Secondo quanto rivelato da l’ex comandante generale della NATO, Wesley Clark, il Pentagono aveva chiaramente individuato a suo tempo,oltre all’Iraq, ed alla Libia, anche Siria e Libano come paesi bersaglio di un intervento USA-NATO. Si tratta di una strategia ad ampio raggio che prevede il controllo della regione coinvolgendo anche altri paesi quali Sudan e Somalia.

http://epineo.blogspot.it/2012/06/il-generale-wesley-clark-gioca-fare-il.html

Vedi:Testimonianza scioccante di un siriano alla radio francese:

http://www.youtube.com/watch?v=myKCs_90jKs”>http://www.youtube.com/watch?v=myKCs_90jKs

L’intervento in Siria era iniziato più di un anno fa  con l’infiltrazione nel territorio siriano, attraverso Giordania e Turchia, di gruppi di miliziani con il preciso compito di effettuare azioni di guerriglia contro i militari e forze di polizia siriane e massacri di civili per gettane poi la responsabilità sull’esercito lealista attraverso la falsificazione della propaganda. Il piano però ha funzionato soltanto in parte e le forze ribelli, distintesi per crudeltà ed efferatezza (dei veri “tagliagole”) sono state respinte.

Ultimamente gli americani hanno ammesso apertamente di aver organizzato l’invio massiccio di armamenti al fronte dei ribelli siriani con la complicità di Arabia Saudita, Qatar ed altre monarchie del Golfo, armi e rifornimenti che arrivano attraverso un ponte aereo e successivamente vengono inviate, attraverso la Giordania, il Libano e la Turchia, in territorio Siriano.

Erano stati espliciti gli avvertimenti  lanciati l’anno scorso dalla Clinton ad Al Assad perché rassegnasse le dimissioni e favorisse un avvicendamento alla presidenza della repubblica Siriana con un personaggio “gradito” agli USA, minacciando un attacco catastrofico contro la Siria in caso non ottemperanza agli “ordini” del gendarme USA.

http://www.lastampa.it/2012/07/08/esteri/hillary-clinton-avviso-ad-assad-rischia-un-attacco-catastrofico-RGjKEqzYRf9Jg2yWzlKTGN/pagina.html

Neanche a voler nascondere la pesante ingerenza del dipartimento di stato USA nella “guerra sporca” pianificata in Siria per deporre Assad e destabilizzare il paese.

Ed in effetti, visto che le forze ribelli sono state sbaragliate sul campo dall’esercito lealista Siriano e rimaste isolate, anche per l’appoggio dato dalla popolazione al presidente Assad, negli USA si è deciso un cambio di strategia con l’invio diretto di armamenti e rifornimenti alla guerriglia.

Gli USA negli ultimi mesi hanno organizzato e diretto un ponte aereo, mediante il quale sono state trasportate, secondo un calcolo approssimato,  più di 3500 tonnellate di armi. I primi voli sono stati effettuati, con aerei militari da trasporto C-130, dal Qatar in Turchia.  Successivamente sono stati utilizzati i giganteschi aerei cargo C-17, forniti dagli Usa al Qatar, che hanno fatto la spola tra la base di Al Udeid e quella turca di Esenboga. Particolare non secondario: la base aerea qatariana di Al Udeid è la stessa ove trovasi  il quartier generale avanzato del Comando centrale Usa, con un organico di almeno 10mila militari,  funzionando  da base pilota  per tutte le operazioni in Medio Oriente.

In Turchia e Giordania sono presenti campi di addestramento delle milizie affluite da altri paesi, in particolare da Libia, Tunisia, Algeria e Giordania con la presenza di istruttori militari e supervisione di istruttori militari della CIA e Britannici. I “volontari”, che sono in realtà mercenari finanziati dalla monarchia  Saudita, non provengono soltanto da paesi arabi ma anche da paesi occidentali e perfino dalla Cecenia . Vedasi l’episodio dell’uccisione del figlio del capo della guerriglia cecena per opera dell’esercito siriano a dimostrare la provenienza internazionale dei miliziani.

http://www.adnkronos.com/IGN/Aki/Italiano/Sicurezza/Siria-figlio-capo-guerriglia-cecena-combatteva-con-ribelli-morto-in-battaglia_313620813472.html

I volontari sono miliziani, quasi tutti fanatici integralisti di fede salafita, la più oscurantista delle sette islamiche, fortemente rivale degli alawiti e degli sciiti (questi ultimi visti come infedeli) che sono le confessioni di appartenenza rispettivamente del presidente Assad e dell’Iran. Non si perdona alla Siria di essere un regime laico, multi confessionale e tollerante verso tutte le confessioni e dove esiste anche una numerosa comunità cristiana.

Questo spiega quindi anche la preoccupazione dell’Iran che, alleato e sostenitore della Siria, in caso di una caduta del regime di Assad si vedrebbe circondato alla sue frontiere da ovest e da est da paesi ostili.

Le “finte” rivolte organizzate inizialmente in Siria, in particolare a Daraa ( città di confine a 10 Km dalla Turchia) non hanno avuto il successo sperato e si sono risolte con incendi e saccheggi e scontri a fuoco con le forze di polizia. Quello che è emerso da questi rapporti iniziali, è che molti dei manifestanti non erano manifestanti, ma terroristi coinvolti in atti premeditati di assassinio e di incendi dolosi. Dal titolo della notizia di fonte  israeliana si evidenzia quello che è successo: Siria: sette poliziotti uccisi, Edifici incendiati nelle Proteste.

(Si veda Michel Chossudovsky, SYRIA: Who is Behind The Protest Movement? Fabricating a Pretext for a US-NATO “Humanitarian Intervention“, http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=24591 Global Research, 3 maggio 2011)

Lo stesso è accaduto quando l’azione delle milizie integraliste si è spostato nella piccola città di Jisr al-Shughour sempre nelle vicinanze del confine turco.  I miliziani si sono scontrati con le forze di polizia e dell’esercito ma non c’è stata alcuna manifestazione di massa se non nelle false notizie inviate dai media occidentali e da Al Jazeera. La popolazione presa nel fuoco incrociato si è riversata fuggendo al confine, ingrossando il numero dei rifugiati nei campi profughi.

Al contrario nella capitale a Damasco l’azione dei miliziani è sempre rimasta isolata con attentati a colpi di mortaio ed auto bomba mentre  si sono svolte manifestazioni di massa, mai viste prima,  (del tutto oscurate dai media occidentali) a sostegno del presidente Assad.

Questo non toglie che  il regime siriano non si può certo considerare un sistema  democratico (che non esiste in Medio Oriente), tuttavia è chiaro che l’obiettivo dell’azione di sostegno degli USA-NATO al fronte dei ribelli siriani,  in accordo con Israele, non è “promuovere la democrazia”. Un pretesto risibile vista la connotazione fanatica ed integralista  del fronte dei ribelli.

Il vero obiettivo di Washington è quello d’installare alla fine in Siria un regime fantoccio che sia confacente ai propri interessi. Questi consistono essenzialmente nell’accerchiare ed isolare l’Iran e preparare un possibile intervento militare contro la nascente “potenza nucleare” persiana.

In secondo piano non si può escludere anche l’ottenere il controllo dei giacimenti di gas naturale  nel Mediterraneo prospicienti  alle coste della Siria da poco scoperti.

La strategia  della disinformazione mediatica è quella di demonizzare il presidente al-Assad, e più in generale, destabilizzare la Siria quale stato laico.

Esiste però un fronte antagonista agli interessi degli USA e di Israele ed è rappresentato (oltre all’Iran) essenzialmente dalla Russia di Putin, alleata di ferro del regime siriano, considerando anche che la Russia mantiene una importante base nel Mediterraneo sulle coste siriane e Putin ha manifestato chiaramente un altolà alle possibili ingerenze militari dirette degli USA e della Nato  sulla Siria, in particolare l’avviso è stato dato ad Erdogan, il premier Turco, in occasione di alcuni incidenti avvenuti al confine Turco Siriano.

Putin ha avvisato il “turco” che , se anche un solo soldato Nato dovesse entrare nei confini siriani, Mosca valuterebbe questo come un atto ostile contro la Russia e questa reagirebbe con tutta la sua forza con “orribili effetti” per un intervento in Siria.

http://internacional.elpais.com/internacional/2012/02/08/actualidad/1328696203_037940.html

Questa volta gli USA e la Nato non avranno la partita facile come avvenuto in Libia e Obama (nobel per la pace) è avvisato che in Siria gli USA ed i loro alleati stanno “scherzando con il fuoco.”

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Altolà di Putin a Netanyahu: al prossimo attacco di Israele alla Siria rispondera’ la Russia

Altolà di Putin a Netanyahu: al prossimo attacco di Israele alla Siria rispondera' la RussiaMOSCA (IRIB) – Serio altolà del presidente russo Vladimir Putin al premier israeliano Benjamin Netanyahu.

Secondo quanto riferisce il sito DEBKAfile, vicino al Mossad, il presidente Putin avrebbe telefonato di persona a Netanyahu per ricordargli che nel caso della ripetizione di un attacco militare alla Siria, la Russia “sarà a fianco della Siria”. Le agenzie di stampa avevano riferito del colloquio telefonico tra i due leader, lunedì scorso, ma DEBKAfile spiega che Putin avrebbe addirittura minacciato di “rispondere agli attacchi di Israele” nel caso di una azione futura ai danni della Siria. Putin avrebbe consigliato a Netanyahu di prendere sul serio il suo monito dato che la Russia non permettera’ ad alcun paese di rovesciare il governo siriano.

Articoli correlati:

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Che cosa dovrebbe fare l’Europa in Siria? Lettera aperta a Herman Van Rompuy

Lettera Aperta a H.Van Rompuy, presidente del Consiglio europeo

Il Krak dei Cavalieri fu la più importante e più nota costruzione militare fortificata dell’Ordine militare dei Cavalieri dell’Ospedale di S. Giovanni di Gerusalemme,
di Padre Daniel Maes

Eccellenza,
oggi è più che mai difficile ottenere il sostegno dei capi di Stato e di governo. Lei è, per così dire, sulla sedia di Robert Schumann, il padre dell’Europa. (…) politico la cui preoccupazione principale constava nella riconciliazione, nel dialogo, nella cooperazione, nella solidarietà e nella pace dei popoli, con un grande rispetto per l’individualità di ogni nazione, verso la creazione di un’Europa solidale con tutti i paesi e i popoli. Lei sa tutto questo meglio di chiunque altro. In merito a ciò che sta realmente accadendo in Siria, mi permetta di condividere con Lei qualche esperienza personale. Io sono un semplice cittadino, un cittadino europeo che da alcuni anni vive e lavora in Siria. Qui ho pienamente apprezzato l’ospitalità della gente e il suo considerevole patrimonio umano: libertà, pace e soprattutto una profonda e radicata volontà di vivere in pace e sintonia con tutti i diversi gruppi etnici e religiosi per vivere insieme in concordia. A Damasco, Qara e altrove sono stato ospite in molte famiglie, sia musulmane che cristiane. Non ho mai incontrato alcuna differenza in termini di generosità e ospitalità. Nessuna forma di ostilità. Nel frattempo Qara è divenuta oggi un covo di terroristi e uno dei posti più pericolosi in Siria.

Dietro la cosiddetta “Primavera Siriana”
Ho visto nascere su iniziativa dell’Occidente e dei suoi alleati arabi la cosiddetta “rivolta“. Come al solito abbiamo camminato attraverso Qara, visitato qua e là malati nelle famiglie, fatto un pò di shopping e poi insieme ad alcuni ragazzi ed al parroco abbiamo pranzato nella ridente città bizantina. Questo dopo la preghiera del Venerdì presso la moschea centrale, insolitamente affollata. Quindi è accaduto che giovani uomini dall’atteggiamento circospetto d’improvviso hanno cominciato ad agitarsi ed a gridare slogan contro il presidente della Siria al fine di scattare foto e filmare video. Il sacerdote ha poi rivelato come negli ultimi tempi tali pratiche siano divenute una buona attività per guadagnare un pò di soldi vendendo le foto e i video realizzati su Al Jazeera. E si sa come Al Jazeera fino ad oggi abbia influito sulla manipolazione dell’informazione occidentale. La realtà è che in Siria non è mai scoppiata alcuna “sollevazione popolare” e non c’è mai stata una “guerra civile” fomentata dalla popolazione.
Il Complotto – Vittime Sacrificali Predestinate da tempo

In realtà il Governo, il popolo e il territorio siriano erano da tempo le vittime sacrificali predestinate nell’ambito di un complotto (cospirazione) preparato e ben pianificato dall’esterno. D’altra parte fortissimi ed occulti interessi spingerebbero le azioni dell’America, Israele, Europa, Turchia, Arabia Saudita e Qatar: il modo in cui essi presentano e trattano il popolo sovrano siriano ed il suo territorio è un crimine contro l’umanità.

La Responsabilità dell’Europa

La responsabilità dell’Europa è evidente ed implica la negazione più radicale di tutti i suoi principi. Probabilmente la Siria dal punto di vista strategico è uno dei luoghi più importanti per i governanti del mondo, nonché una delle poche roccaforti a resistere contro il distruttivo imperialismo occidentale (che – aggiungiamo – ha già fatto piazzapulita in Medioriente ed Africa).

Il Ruolo della Turchia

Il presidente siriano si è sempre dimostrato pronto al dialogo ed all’amicizia verso la vicina Turchia. Nel frattempo, l’Europa ha posto un suo quartier generale militare lì sul confine settentrionale con la Siria, provvedendo ad allestire campi per l’addestramento militare dei terroristi. Infine, la Turchia ha messo le mani su tutte le fabbriche di Aleppo – il cuore economico della Siria – smantellandole, saccheggiandole e distruggendole, dimostrandosi un fedele partner europeo, con tanto di pugnale nascosto dietro le spalle, e proteso a perseguire il suo sogno: ripristinare l’impero ottomano.

Damasco, 2 maggio: l’autobomba quotidiana

Il Ruolo di Arabia Saudita e Qatar

La Siria è infine l’ultimo baluardo contro l’Islam fondamentalista radicale ed è quindi una spina nel fianco di Arabia Saudita e Qatar: anch’essi buoni amici dell’Occidente, amici ricchi e potenti, nonché i più grandi finanziatori del terrorismo a livello internazionale. Anche se la loro società rappresenta una vergogna per la famiglia umana, essi vogliono creare a tutti i costi uno stato laicale in Siria (cancellando definitivamente – aggiungiamo – la presenza del Cristianesimo) sostituendo all’attuale credo una dittatura islamica radicale. In effetti essi stanno facendo il “lavoro sporco” nell’interesse degli amici occidentali, che un domani (a lavoro finito) potranno mettere le mani sulle risorse energetiche del Paese e quindi stabilizzare nella regione il proprio potere.

L’Asse del Male e la Nuova Norimberga

I cittadini siriani saranno spazzati via, il Paese – come accaduto già in tanti altri paesi – sarà lasciato in balia di queste forze esterne e della fazione collusa con le forze occidentali (e con l’integralismo islamico) auto-proclamatasi col curioso appellativo di “Amici della Siria”. Fazione che a sua volta avrà la sua parte della ricchezza ergendosi contro le altre potenze regionali. Ma una volta cadute tutte queste maschere, quanto accaduto sarà probabilmente ricordato attraverso una nuova Norimberga. Ciò dimostrerà il fatto che il famoso “asse del male” in realtà non riguardava affatto Damasco, ma bensì Washington, New York, Bruxelles e Londra.

Il Ruolo dei Cristiani nella rinascita

Come cristiano, io appartengo al gruppo più imparziale in Siria: i cristiani nella storia della Siria hanno avuto un ruolo importante nel Rinascimento arabo, fornendo tra l’altro il loro contributo particolare alla cultura araba. Ma i cristiani non hanno mai avuto alcuna ambizione nel diventare un gruppo di potere, supportano tutte le riforme in maniera assolutamente equilibrata e non partigiana. I cristiani sono il gruppo più povero, ma restano testimoni della loro fede in Gesù Cristo e del Regno di Dio sulla terra. Quindi, finora, in tale prospettiva, abbiamo operato al fine di aiutare le famiglie bisognose di tutte le etnie e religioni, ricevendo nel contempo aiuto e sostegno da loro. Vuole davvero sapere cosa sta accadendo in Siria? Ascolti allora le grida ripetute dei nostri patriarchi: i testimoni più attendibili e imparziali.

L’Europa non deve contribuire alla distruzione della Siria!

Signore, non è compito dell’Europa quello di rovesciare il governo siriano e il suo Presidente, contribuendo ad uccidere e a distruggere il Paese. Nel frattempo, lo stesso Presidente, il Governo e il Popolo hanno espresso il proprio desiderio di continuare a vivere in unità, nonostante il terribile complotto straniero. Questa è la vera grandezza del popolo. Ci sono certamente molte lacune e carenze nella gestione amministrativa e nella società, tuttavia il modo vigliacco con il quale l’Occidente ed i suoi alleati cercano costantemente di boicottare i processi di cambiamento è inaccettabile e indegno d’Europa.

Basta alle Menzogne mediatiche ed alle azioni sovversive

Che cosa può fare l’Europa? Cessare l’attività di diffusione sistematica di menzogne sulla realtà siriana; cessate ogni azione di sostegno e collaborazionismo protesa al rovesciamento del governo e del capo dello Stato; arrestare tutte le azioni che direttamente o indirettamente, stanno causando continue e cruente uccisioni, seminando il caos nel Paese; cessare di supportare il sedicente “Esercito Libero Siriano”, il quale a ben vedere non è né libero, né siriano, né un esercito, ma è in realtà costituito da bande di criminali operanti con la vocazione e l’ordine di distruggere il Paese.

L’Asse Euro-Anglo-Stutunitense – Stesso copione di Iraq e Libia

Stessa logica seguita dai droni senza pilota degli Stati Uniti, che negli ultimi anni hanno ucciso migliaia di civili innocenti in diverse regioni del mondo. Ciò mentre l’Occidente ed i suoi alleati Continuano a confezionare falsi filmati e false testimonianze inerenti a presunti attacchi con armi chimiche, protesi a mettere in cattiva luce il Governo Assad, incuranti verso le migliaia di vittime – per lo più soldati e giovani – che in questa guerra hanno dato la propria vita per proteggere il loro popolo. In tutto ciò le ricordo che in Iraq, dopo 2000 anni, una delle più antiche comunità cristiane è stata distrutta grazie alla coalizione anglo-americana con lo slogan “Libertà per l’Iraq” e con il supporto della menzogna sulle inesistenti armi di distruzione di massa. Stesso copione seguito per la distruzione disumana della Libia da parte dell’imperialismo occidentale, con il sostegno attivo dell’Europa.

No al Terrorismo. Si al Dialogo ed alla Ricostruzione

Che cosa può fare l’Europa? Difendere la sovranità del popolo siriano razziato dalla Turchia, contribuendo alla ricostruzione di tutti mulini distrutti e rubati. Chi distrugge un Paese deve anche Ricostruirlo. Deve essere uno statista e non un leader terrorista: ciò entrando in dialogo con il governo e il Presidente della Siria, faccia a faccia.

Fermate questa follia! Senza Valori di Pace l’Europa non ha futuro

Eccellenza, l’attacco in corso contro la Siria da parte dell’Europa è degradante. La sofferenza del popolo siriano è espressa da un grido di aiuto che sale sempre più forte: fermate questa follia! È troppo, è davvero troppo! L’Europa deve essere costituita su fondamenti autentici e valori umani universali. Senza questi valori, l’Europa non ha alcun significato: essa è senza futuro. (…) Eccellenza, Se desidererà contribuire a svolgere una positiva inversione di tendenza all’attuale status quo e quindi deciderà di venire incontro alla sofferenza del popolo siriano, allora meriterà il nome di “secondo padre dell’Europa” o quello di “ri-fondatore dell’Europa”, cosa che io sinceramente le auguro, in caso contrario, non si potrà definire un politico e cristiano degno di tale nome.

Padre Daniel Maes – Monastero dell’Ordine dell’Unità di Antiochia, Siria
Traduzione a cura di Sergio Basile e della Redazione di “Qui Europa”