L’eredità romano-bizantina russa nel pensiero di Toynbee

La recentissima iniziativa diplomatica di Vladimir Putin in relazione alla crisi siriana ha riproposto e rilanciato il ruolo internazionale della Russia, dopo un ventennio di declino seguìto allo smembramento ed al collasso dell’Unione Sovietica nel 1991.

In precedenza, con varie scelte di politica interna (l’azione penale contro le Femen, la lotta contro l’oligarchia affaristico-finanziaria, la polemica e l’opposizione al modello occidentale delle adozioni da parte dei gay), Putin si era posto come esponente di un modello alternativo rispetto a quello del “politicamente corretto” di matrice statunitense, differenziandosi anche da altri esponenti della classe dirigente russa che esprimono un atteggiamento più filo-occidentale.

Nella attuale crisi siriana, la Russia esprime ed afferma una visione geopolitica multipolare che si è concretizzata nell’esito del G-20 di S. Pietroburgo, in cui la sua opposizione all’intervento militare USA in Siria ha coagulato intorno a sé i paesi del BRICS (Brasile, India, Cina, Sudafrica, oltre alla Russia stessa). Il presidente russo ha però compreso che non era sufficiente limitarsi a dire no alla guerra nel teatro siriano, ma occorreva mettere in campo un’iniziativa diplomatica che sottraesse ad Obama il pretesto delle armi chimiche per un intervento bellico ammantato da giustificazioni “umanitarie” e legato, in realtà, ad un preciso disegno geopolitico di smembramento e destabilizzazione delle guide politiche “forti” del mondo arabo e dell’area mediorientale in particolare, in moda da garantirsi il controllo delle fonti energetiche (compreso il grande bacino di gas presente nel sottosuolo del Mediterraneo orientale) e consolidare la supremazia militare e politica di Israele.

Questo rilancio del ruolo internazionale della Russia sia rispetto agli USA, sia rispetto al dialogo euro-mediterraneo, unitamente alla riaffermazione di una diversità culturale russa rispetto ad un occidente americanizzato, sollecita una riflessione sulle radici storico-culturali della Russia e sulla possibilità di riscoprire una koiné culturale euro-russa che investe le origini storiche di questa Nazione e la sua diversità rispetto al modello di un Occidente che graviti sul modello americano.

La diffusione e il rilancio della teoria politica “euroasiatica” (espressa in Italia dalla rivista Eurasia e che vanta illustri precedenti teorici) e la recentissima enucleazione del progetto “Eu-Rus” rendono tale riflessione ancora più attuale e necessaria.

A tale riguardo è molto pertinente considerare un saggio dello storico inglese Arnold Toynbee (Londra 1889-York 1975), dal titolo Civilisation on trial (Oxford, 1948), pubblicato poi in traduzione italiana per le edizioni Bompiani nel 1949 e poi riedito tre volte, fino all’ultima edizione del 2003. Il saggio appare quindi in piena epoca staliniana, quando l’URSS sembrava l’antagonista dell’Occidente nello scenario della “guerra fredda”.

In questo libro – che è un classico della storia comparata e che pur risente fortemente del momento storico in cui viene scritto (il passaggio all’era atomica, la supremazia militare ed economica americana), lo storico inglese si interroga sulle radici remote e sull’ eredità bizantina della Russia, illuminandone una dimensione profonda che, nel contesto storico in cui venne teorizzata, denota la capacità di trascendere le apparenze e identificare le “costanti” della storia.

Toynbee divise la sua attività fra gli incarichi accademici e quelli politico-istituzionali. Fu docente di storia bizantina all’Università di Londra (e questo è un aspetto importante per capire il saggio di cui ci occupiamo) e docente di storia internazionale alla London School of Economics. Egli fece parte di numerose delegazioni inglesi all’estero e fu direttore del Royal Insitute of International Affairs. La sua opera maggiore è A Study of History (Londra-Oxford, 1934-1961) in 12 volumi, ma ricordiamo anche L’eredità di Annibale, pubblicato in Italia da Einaudi, in cui approfondisce le linee guida della politica estera di Roma antica e le conseguenze devastanti della guerra annibalica; siamo in presenza di uno storico famoso la cui opera spazia da Bisanzio a Roma antica, da Annibale alle civiltà orientali, offrendo al lettore un grande scenario d’insieme. Egli unisce lo studio della storia all’esperienza diplomatica ed alla conoscenza della realtà contemporanea.

L’eredità bizantina della Russia

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In Civiltà al paragone Toynbee dedica un‘ intero capitolo al tema dell’eredità bizantina della Russia e lo apre con la citazione di una massima di Orazio: “Naturam espellas furca, tamen usque recurret” (“Allontana pure la natura; tuttavia essa ritornerà”).

“Quando tentiamo di rinnegare il passato – scrive lo storico inglese – quest’ultimo ha, come Orazio ben sapeva, un suo modo sornione di tornare fra noi, sottilmente travestito”. Egli non crede quindi alle affermazioni del regime di Stalin secondo cui la Russia avrebbe compiuto un taglio netto col suo passato. In realtà, le radici di un popolo possono manifestarsi in forme nuove, adattate al mutato contesto storico, ma è falso ed illusorio pretendere di cancellare il passato.

Nel decimo secolo d.C. i Russi scelgono deliberatamente – secondo Toynbee – di abbracciare il Cristianesimo ortodosso orientale. Essi avrebbero potuto seguire l’esempio dei loro vicini di sud-est, i Kazars delle steppe – che si convertirono al Giudaismo (v. op.cit., p. 242) – o quello dei Bulgari Bianchi, lungo il Volga, che si convertirono all’Islam nel decimo secolo. Essi preferirono invece accogliere il modello religioso di Bisanzio.

Dopo la presa di Costantinopoli da parte dei Turchi nel 1453 e la scomparsa degli ultimi resti dell’Impero Romano d’Oriente, il principato di Mosca assunse in piena coscienza dai Greci l’eredità di Bisanzio.

Nel 1472 il Gran Duca di Mosca, Ivan III, sposò Zoe Paleològos, nipote dell’ultimo imperatore greco di Costantinopoli, ultimo greco a portare la corona dell’Impero Romano d’Oriente. Tale scelta riveste un senso simbolico ben preciso, indicando l’accoglimento e la riproposizione di un archetipo imperiale, come evidenziato da Elémire Zolla.

Nel 1547, Ivan IV (“il Terribile”) “si incoronò Zar, ovvero – scrive Toynbee – Imperatore Romano d’Oriente. Sebbene il titolo fosse vacante, quel gesto di attribuirselo era audace, considerando che nel passato i principi russi erano stati sudditi ecclesiatici di un Metropolita di Mosca o di Kiev, il quale a sua volta era sottoposto al Patriarca Ecumenico di Costantinopoli, prelato politicamente dipendente dall’Imperatore Greco di Costantinopoli, di cui ora il Granduca Moscovita assumeva titolo, dignità e prerogative”.

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Nel 1589 fu compiuto l’ultimo e significativo passo, quando il Patriarca ecumenico di Costantinopoli, a quel tempo in stato di sudditanza ai Turchi, fu costretto, durante una sua visita a Mosca, a innalzare il Metropolita di Mosca, già suo subordinato, alla dignità di Patriarca indipendente. Per quanto il patriarcato ecumenico greco abbia mantenuto, nel corso dei secoli fino ad oggi, la posizione di primus inter pares fra i capi delle Chiese ortodosse (le quali, unite nella dottrina e nella liturgia, sono però indipendenti l’una dall’altra come governo), tuttavia la Chiesa ortodossa russa divenne, dal momento del riconoscimento della sua indipendenza, la più importante delle Chiese ortodosse, essendo la più forte come numero di fedeli ed anche perché l’unica a godere dell’appoggio di un forte Stato sovrano.

Tale assunzione dell’eredità bizantina non fu un fatto accidentale né il frutto di forze storiche impersonali; secondo lo storico inglese i Russi sapevano benissimo quale ruolo storico avessero scelto di assumere. La loro linea di “grande politica” fu esposta nel sedicesimo secolo con efficace e sintetica chiarezza dal monaco Teofilo di Pakov al Gran Duca Basilio III di Mosca, che regnò fra il terzo e il quarto Ivan (quindi nella prima metà del ‘500):

“La Chiesa dell’antica Roma è caduta a causa della sua eresia; le porte della seconda Roma, Costantinopoli, sono state abbattute dall’ascia dei Turchi infedeli; ma la Chiesa di Mosca, la Chiesa della Nuova Roma, splende più radiosa del sole nell’intero universo… Due Rome sono cadute, ma la Terza è incrollabile; una quarta non vi può essere” .

È significativa questa identificazione esplicita di Mosca con la terza Roma, a indicare l’assunzione, in una nuova forma, dell’ideale romano dell’Imperium, ossia la unificazione di un mosaico di etnie diverse in una entità politica sovranazionale, che è – nella forma storica russa – anche l’autorità da cui dipende quella religiosa ortodossa, così come in precedenza il Patriarca ecumenico di Costantinopoli dipendeva dall’Imperatore di Bisanzio.

In questo messaggio del monaco Teofilo si coglie, inoltre, un esplicito riferimento allo scisma del 1054 d.C. fra le Chiese ortodosse orientali e quella cattolica di Roma, considerata eretica (Toynbee ricorda, al riguardo, la famosa disputa teologica sul “filioque” nel testo del Credo in latino).

Lo storico inglese si chiede perché crollò la Costantinopoli bizantina e perché invece la Mosca bizantina sopravvisse. Egli reputa di trovare la risposta ad entrambi gli enigmi storici in quella che egli chiama “l’istituzione bizantina dello Stato totalitario”, intendendo per tale lo Stato – Impero che esercita il controllo su ogni aspetto della vita dei sudditi. L’ingerenza dello Stato nella vita della Chiesa e la mancanza di autonomia e di libertà di quest’ultima sarebbero state le cause dell’inaridimento delle capacità creative della civiltà bizantina, soprattutto dopo la restaurazione dell’impero di Bisanzio da parte di Leone il Siriano, due generazioni prima della restaurazione dell’Impero d’Occidente da parte di Carlo Magno (restaurazione che Toynbee, da buon inglese fedele ad un’impostazione di preminenza “talassocratica”, considera come un fortunoso fallimento).

La stessa istituzione dello Stato totalitario sarebbe stata invece all’origine della potenza e della continuità storica della Russia, sia perché ne assicurava l’unità interna, sia anche perché tale unità consentiva alla Russia, unitamente alla sua remota posizione geografica rispetto a Bisanzio, di non essere coinvolta nel disfacimento dell’impero bizantino e di restare l’unico Stato sovrano e forte che professasse il cristianesimo ortodosso orientale.

Tale configurazione politica e religiosa implica però che i Russi, nel corso dei secoli, abbiano riferito a se stessi, secondo lo storico inglese, quella primogenitura e supremazia culturale che noi occidentali ci attribuiamo quali eredi della civiltà greco-romana e – secondo Toynbee – anche quali eredi di Israele e dell’Antico Testamento (ma qui il tema si fa più complesso e discusso, perché il cristianesimo occidentale si afferma storicamente in quanto si romanizza e diviene cattolicesimo romano che è fenomeno ben diverso dalla corrente cristiana di Pietro e della primitiva comunità cristiana di Gerusalemme).

Pertanto in tutti i momenti storici in cui vi sia un conflitto, una divergenza di vedute fra l’Occidente e la Russia, per i Russi l’Occidente ha sempre torto e la Russia, quale erede di Bisanzio, ha sempre ragione. Tale antagonismo si manifesta per la prima volta in modo plastico con lo scisma del 1054 fra le Chiese ortodosse orientali e quella di Roma ma è una costante che si sviluppa in tutto il corso della storia russa, seppure con alterne vicende ed oscillazioni, dovute ad una componente filo-occidentale che pur è presente, talvolta, con Pietro il Grande e con la sua edificazione di san Pietroburgo, la più occidentale delle città russe.

Questo Stato totalitario ha avuto due riformulazioni innovative, una appunto con Pietro il Grande e l’altra con Lenin nel 1917. Agli occhi di Toynbee, il comunismo sovietico si configura come una sorta di nuova religione laicizzata e terrestrizzata, di nuova chiesa, ma la Russia nella sua sostanza, resta pur sempre uno Stato-Impero totalitario – nel senso specificato in precedenza – che raccoglie l’eredità simbolica e politico-religiosa dell’Impero Romano d’Oriente. Ciò equivale a vedere – e in questo il suo sguardo era acuto – il comunismo come una sovrastruttura ideologica, come fenomeno di superficie rispetto alla struttura dell’anima russa, rovesciando così l’impostazione del materialismo storico. In quel momento epocale in cui scrive, Toynbee vede un grande dilemma presentarsi davanti alla Russia: se integrarsi nell’Occidente (che egli vede come sinonimo di una civiltà di impronta anche anglosassone e quindi, implicitamente, nel quadro euro-americano) oppure delineare un suo modello alternativo anti-occidentale. La conclusione dello storico inglese – impressionante per la sua lungimiranza – è che la Russia, come anima, come indole del suo popolo, sarà sempre la “santa Russia” e Mosca sarà sempre la “terza Roma”. Tamen usque recurret.

Considerazioni critiche

L’eredità bizantina della Russia è, in ultima analisi l’eredità romana, la visione imperiale come unità sovrannazionale nella diversità, visione geopolitica dei grandi spazi e della grande politica, ivi compresa la proiezione mediterranea, perché un Impero necessita sempre di un suo sbocco sul mare come grande via di comunicazione.

comunita-e-libertaTale retaggio romano (lo Czar ha una sua precisa assonanza fonetica con il Caesar romano, come già notava Elémire Zolla in Archetipi, ove evidenzia anche la componente fortemente germanica della dinastia dei Romanov) è la base, il fondamento della koiné culturale con l’Europa occidentale ed è anche la linea di demarcazione, di profonda distinzione rispetto agli USA.

In altri termini, la Russia è Europa, mentre gli USA risalgono ad un meticciato di impronta culturale protestante e calvinista che è tutta’altra cosa in termini di visione della vita e del mondo, nonché di modello di civiltà.

La teoria del blocco continentale russo-germanico – sostenuta, negli anni ’20 del Novecento dal gruppo degli intellettuali di Amburgo nell’ambito del filone della “rivoluzione conservatrice” – e la visione “euroasiatica” affermata da Karl Haushofer trovano il loro fondamento in questi precedenti storico-culturali, senza la conoscenza dei quali non si comprende la storia contemporanea della Russia, la sua proiezione mediterranea, la sua vocazione ad un ruolo di grande potenza nello scacchiere mondiale.

Sta a noi europei – ed a noi italiani, in particolare, per la specificità della nostra storia e delle nostre origini – ritrovare e diffondere la consapevolezza delle radici comuni euro-russe nella prospettiva auspicabile di un blocco continentale euro-russo che sia un modello distinto e alternativo rispetto a quello “occidentale” di impronta statunitense, sia sul piano politico ma soprattutto su quello “culturale”.

In questa ottica, gioveranno anche altri ulteriori approfondimenti teorico-culturali su temi affini, quali il pensiero di Spengler sull’anima russa, la lettura spengleriana della dicotomia Tolstoj-Dostojevski come simbolo di un’ambivalenza russa, il contributo di Zolla sul rapporto fra la Russia e gli archetipi che essa riprende e sviluppa, l’elaborazione culturale della Konservative Revolution sul rapporto russo-germanico.

Il presente contributo è solo l’inizio di uno studio storico-culturale più ampio.

FONTE:http://www.centrostudilaruna.it/leredita-romano-bizantina-della-russia-nel-pensiero-di-arnold-toynbee.html

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vai anche su: Dal 1984 la Santa Sede è ufficialmente società per azioni;
L’Ordine che lavora per il Nuovo Mondo; Il katechon del glorioso sovrano impero austro ungarico

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Oggi, San Giuseppe, ricordiamo cos’è l’Impero della Chiesa (a dispetto dell’Antipapa Francesco insediato il 10 marzo 2013 a San Pietro)

295534_352922631483378_930471551_nIn questo post estremamente attuale e sempre valido, il Centro Studi Federici ricorda cosa sia l’ Impero della Chiesa. Nel post successivo, un conciliare spiega esattamente che Bergoglio è quello che vuole distruggere…

Segnalazione del Centro Studi Federici

Nella festa di San Giuseppe, patrono della Chiesa Universale, segnaliamo uno scritto di mons. Umberto Benigni (già pubblicato dal nostro centro studi il 27/2/2005), tratto dall’introduzione generale alla monumentale Storia Sociale della Chiesa. Si tratta di un inno al più autentico cattolicesimo romano, in questi giorni in cui la Chiesa è umiliata dal modernismo e dalla demagogia pauperista di Jorge M. Bergoglio.

L’impero della Chiesa

La Chiesa e la civiltà hanno, senza dubbio, un loro elemento proprio, indifferente all’altra: la questione dommatica se lo Spirito Santo proceda da o per il Figlio, è estranea alla civiltà; lo stabilimento del telefono internazionale è estraneo alla Chiesa. Ciò avviene perchè in questa avvi un elemento dommatico, assoluto e trascendente; e nella civiltà entra un elemento semplicemente tecnico.

Peraltro tutto ciò non toglie nè diminuisce affatto il grande principio: la vera religione è la base ed il presidio della vera civiltà, perchè la vera religione è la vera moralità senza di cui la civiltà non può essere che parziale e materiale, quindi manchevole nel più e nel meglio della vita sociale.

La civiltà vera e perfetta risulta da un insieme organico di principii e di fatti morali e materiali: insieme oltremodo complesso e molteplice, che va dal retto funzionamento dell’autorità politica e domestica sino alla rete delle pubbliche comunicazioni ed al buon servizio della nettezza urbana. Ma quanto varrebbe per meritare il titolo di civile ad un popolo, che in esso l’igiene e l’agiatezza raggiungessero la perfezione esistente nel palazzo di un miliardario nord-americano, se in quel popolo mancasse la moralità; sicchè le sue istituzioni, leggi ed usanze fossero immorali od anche amorali, cioè facessero o lasciassero trionfare l’immoralità? Un tal popolo darebbe lo spettacolo di una di quelle stalle signorili, dove ammiransi la pulizia, la comodità, il lusso in cui vivono eleganti e costose bestie da tiro e da corsa.

Dunque la parte più nobile della civiltà, che è la vita morale dei popoli e degli individui, perchè sia logica e stabile, deve fondarsi su di un principio superiore al devenire ed al volere umano, alla vece assidua di partiti e di sistemi che si succedono al governo di una società civile. E ciò solo può darlo la religione la di cui moralità parte direttamente da Dio, verità e giustizia assoluta, immanente, immutabile, a cui ogni uomo, ogni popolo, ogni tempo debbono inchinarsi e sottostare.

Il naturale sentimento dei popoli fu sempre concorde nel riconoscere questa verità fondamentale della civiltà; onde l’età antichissima, l’antica, la media lo riconobbero solennemente e stabilmente lo praticarono; e la stessa età moderna, che ha voluto eliminare la religione come una base dal suo sistema sociale, e così spesso la combatte, pure non può esimersi di fatto da tutta la tradizione e da tutta la coscienza umana; onde ancor oggi i sovrani trovano indispensabile di fondare il loro principio di autorità non solo sulla volontà — spesso cotanto ondulatoria e sussultoria — delle nazioni, ma anche, e prima, sulla grazia di Dio.

Ecco perchè la religione è l’anima della civiltà, e tutto il resto non è che il corpo. E se questo vale in genere per la religione, tanto più vale per il cristianesimo e per la sua storica organizzazione, la Chiesa.

La Chiesa — in uno spazio che dura almeno, da Costantino alla rivoluzione francese, quindici secoli — è stata ufficialmente e realmente la madre, la nutrice, la tutrice della civiltà europea, cioè della più alta civiltà umana.

Ed oggi, dopo più di un secolo di fiera lotta mossa dal paganesimo (già morto e sepolto in una sua forma storica, nè morto nè sepolto nella sua essenza) dell’ultima forma, il “laicismo”, — oggi, nonostante la crisi anticristiana della nostra società, l’anima del cristianesimo (giova ripeterlo) sopravvive indomita in cento criterii, in cento fatti sociali, e non solo nelle formole ufficiali cui or ora accennavamo.

Oggi, la grande lotta sta, appunto, tra il principio cristiano ed il pagano che dividono le menti e i cuori, ed agitano i consigli dei politici, gli studi dei filosofi, le tendenze delle folle. A noi cattolici sta dinanzi il radioso programma così opportunamente rievocato da Pio X: restaurare tutto in Cristo, tutta quanta la società, tutta quanta la civiltà. Questo significa la ripresa efficace dell’antica intuizione cristiana, che fece dire genialmente al vetusto autore della lettera a Diogneto: “quel che nel corpo è l’anima, lo sono nel mondo i cristiani”; significa la speranza di rialzare nella pienezza della verità il grido trionfale: Cristo vince, Cristo regna, Cristo impera. Ciò vuol dire che la vita sociale della Chiesa deve tornare ad essere il fondamento morale della società, il criterio fondamentale della civiltà.

Ad ottenere questa restaurazione cristiana, senza dubbio è indispensabile una duplice restaurazione: — della vita religiosa presso i fedeli, il che costituisce la vita interna e spirituale, il regno della Chiesa — e dell’influenza sociale della Chiesa stessa, il che forma la sua vita esterna, sociale propriamente detta, il suo impero.

Oggi che tanto si parla e si fa dell’imperialismo, è bene intendersi sulla questione che le parole “regno” ed “impero” della Chiesa ci sembrano esprimere esattamente.

Già da tempo si è usata l’espressione “impero della Chiesa” od “impero di Cristo”; ma in senso affatto relativo con cui si è inteso dire che Cristo e la Chiesa sua regnano su varie genti, sparse per tutto il mondo.

Ma il senso proprio d’impero indica il dominio (comando: imperium) su “altre genti”, non il totale dei “cittadini” per quanto sparsi nel mondo, che insieme forma la civitas, e quando questa civitas è monarchica come nella Chiesa cattolica, forma il regno. I cinesi cattolici, gli esquimesi cattolici, gli zulù cattolici non formano, a ver dire, l’impero della Chiesa, ma solo fan parte del suo regno, nè più e nè meno dei latini, dei germani, degli anglo-sassoni cattolici: imperocchè le genti più strane dell’etnologia non sono differenziate da altre nel regno della Chiesa. In una parola i cattolici, qualsiansi, formano la “città“, il “regno”, della Chiesa.

L’ “impero” di lei deve perciò riguardare i non cattolici, e la società e civiltà in genere; come l’imperium della Roma classica era costituito dai non romani.

L’impero della Roma cristiana, della Roma cattolica e papale, si è esplicato e si esplica in tutta la irradiazione della sua vita esterna. La sua forza e il suo prestigio intellettuale e morale, la sua influenza diretta e indiretta nel mondo, il suo peso che preme, vogliano o no, nella bilancia de’ suoi stessi nemici: ecco, propriamente, l’impero della Chiesa.

Tale impero rimonta sin dall’inizio del trionfo costantiniano. I vescovi dell’impero bizantino che peroravano presso il governo per l’alleviamento delle insopportabili tasse, e scongiuravano od almeno condannavano la vendetta imperiale sugl’insorti d’Antiochia e di Tessalonica (IV sec), – Il Crisostomo che, mentre l’imbelle Bisanzio tremava di fronte alle minaccie del goto Gainas, andava incontro come un Attilio Regolo cristiano, al barbaro alla cui ira egli aveva dato occasione (fine del IV sec:9, – i feroci soldati di Alarico, che padroni e predoni di Roma, terrorizzati dalla maestà apostolica, riportano processionalmente a San Pietro i suoi tesori (410) – Agostino d’Ippona, l’ultimo patriota dell’Africa romana, il quale alza la voce verso il vendicativo Bonifacio affinchè perdoni la corte e difenda l’Africa invasa dai barbari (429), – Leone Magno che ferma Attila al Mincio (452), – ecco già fondato l’impero dell Chiesa, ed ancora non è caduto l’impero fondato da Augusto.

E quando, nella rovina finale di questo (476), l’Occidente civile corse il pericolo supremo di naufragare nella tempesta barbarica, l’impero della Chiesa si stabilì e si estese fino ad una vera egemonia politica. Nell’anarchico periodo barbarico-bizantino che corse tra Augustolo (476) e Carlomagno (800), una grande figura veramente imperiale dominò il suo tempo: Gregorio Magno, l’ “ultimo romano”, come fu, a buon diritto, chiamato. Egli è l’imperatore della civiltà: dai continui insistenti reclami a Bisanzio e presso la corte longobarda per la difesa della misera Italia, alla civilizzazione cristiana della lontana Inghilterra e de’ nuovi suoi conquistatori, dal salvataggio del jus e del mos nel cozzo della falsa civiltà bizantina e della barbarie germanica, a quello delle lettere e delle arti, egli nel pauroso diluvio sconfinato appare il provvidenziale Noè che nell’arca della Chiesa slva la civiltà romana.

Che dire, poi, di tutto l’alto medioevo, quando il papa, il vescovo, l’abate, ampliando la tradizione civile di Leone e di Gregorio, salvano dapprima la civiltà; poi la impongono ai barbari, e con questi formano la nuova Europa, la civiltà nuova che giunge ad insperate altezze in tutte forme della vita sociale?

Attraverso gli annali della Chiesa che imprendiamo a scrutare, noi vedremo chiaramente, insistentemente, dominare una legge storica per cui i successi e i disastri dell’impero della Chiesa segnano i successi e i disastri del suo regno; cioè la sua maggiore o minore vitalità esterna va di pari passo con quella interna: e ciò è naturale, perchè una è la forza che agisce dentro e fuori, ed una è l’umanità in cui si esplica.

I tempi moderni ce ne danno una conferma altamente suggestiva. La decadenza estrema dell’influenza “imperiale” della Chiesa nel secolo XVIII (quando l’Europa si rimaneggiava, la Polonia andava a pezzi, i centri politici spostavansi, e Roma non vi aveva più braccio, non più voce; onde Clemente XIV doveva subire i ministri massoni nelle corti borboniche, e Giuseppe II tentava impunemente l’ultimo avvilimento della Chiesa e del papato), preludeva allo sfacelo spirituale che incombeva nell’imminente rivoluzione francese; mentre il risorgere della vita religiosa del cattolicesimo sotto Pio IX e Leone XIII venne segnato dalla ripresa dell’azione “imperiale”, nel ritorno alla tradizione guelfa e del “papa e popolo”, nell’interessamento del romano pontificato per il movimento d’idee e di fatti.

Da tali solenni lezioni della storia, una pratica conseguenza s’impone indiscutibile: per assecondare, rafforzare e diffondere la restaurazione religiosa, spirituale, della società, cioè il regno della Chiesa, bisogna rafforzare e diffondere la sua azione esterna, la sua vita sociale, il suo impero. Il che è quanto dire: bisogna così infondere coraggio ai nostri, e rispetto ai nemici, nel terreno comune della vita sociale; bisogna che i cattolici, clero e popolo, non si lascino sorpassare, nel loro complesso, dal complesso degli avversarii nelle manifestazioni multiformi della civiltà, dalle scienze astratte alle amministrazioni locali.

È necessario che ci facciamo forti anche al di là dei muri dei nostri templi, se vogliamo che questi siano sicuri e rispettati; — che il clero sia stimato anche come dotto, pratico, diligente, civile, se vogliamo più libero ed efficace il suo ministero religioso; — che, sotto la nuova forma dei tempi nuovi, si torni a convincere i nostri avversari come, nella vita sociale, senza di noi cristiani essi valgano a far ben poco, e contro di noi anche meno. La restaurazione di questo “impero” sociale è una necessità pratica per restaurare il regno spirituale della religione: tale “impero” — come una corazza ed una corona, difesa e gloria degli antichi eroi — deve cingere il corpo mistico di Cristo, la sua Chiesa.

Tale è l’insegnamento che ci dà la storia ecclesiastica, doppiamente “maestra della vita”, perchè storia, e perchè della Chiesa.

(Da: Storia Sociale della Chiesa, vol. I, La preparazione. Dagli inizi a Costantino, Casa Editrice Vallardi, Milano 1906, pagg. XIII-XVIII)

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Nel 1917, era autunno in Europa e vengono sterminati gli Zar: o meglio tutta la discendenza dei Romanov. E’ a Rivoluzione di Ottobre. Nelle apparizioni di Nostra Signora a Fatima si parlava di Russia, ma anche dei Katechon “Romani”, e quindi della rimozione del Papato, ma anche del potere Romano che lo “tratteneva”. Forse era sufficiente soffermarsi al suffisso degli ultimi imperatori nel mondo, per comprendere cosa si intendesse con il nome Cesare, ossia con il nome di colui che “Trattiene”: Zar=Czar=Kaiser=cScià=Caesar=Cesare. Cesare è il Sacro Imperatore (sia esso Franco, Austriaco, Tedesco, Russo o addirittura Iraniano), ma anche la Sacra Moneta. Ma c’è di più.
Dovremmo chiederci quando finisce realmente l’Impero Romano, quello trasferito da Costantino nel IV secolo sul Bosforo e che si era perpetuato in Iran come in Russia, la Capitale di tutte le Russie. La dinastia Pahlavi degli Scià regnò in Iran dal 1925 al 1979, quando la Rivoluzione iraniana mise fine alla millenaria tradizione monarchica del Paese. Il 13 maggio 1981 a Piazza San Pietro vi fu l’attentato contro Giovanni Paolo II (fose un avvertimento, in tutti i sensi, perchè si risvegliò il culto per Fatima). E’ nel 1986 con l’esplosione della Centrale Nuclerare di Chernobyl che cominciano a  susseguire tutta una serie di eventi metafisici non ben identificabili nell’epoca in cui ciò accade. Infatti, cosa succede contestualmente in quello stesso periodo?
C’è il tradimento di Assisi. Chernobyl=Assenzio.
L’impero Bizantino a tutti gli effetti è durato più di quello Romano anche se volessimo farlo finire con l’invasione turca o con il crollo del Muro di Berlino (1989) ed è stato retto da più potenze. Ma cosa ha a che fare tutto ciò con San Paolo (II Lettera ai Tessalonicesi), con il messaggio tenuto segreto di Fatima, la richiesta di Consacrare la Russia al Cuore Immacolato di Maria. E che dire della Chiesa Ucraina che di recente ha scomunicato la Chiesa di Roma a causa del Vaticano II e della canonizzazione di Giovanni Paolo II?

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Impero Romano – Bandiera Impero bizantino – Stemma

Impero bizantino è il nome con cui gli studiosi moderni indicano l’Impero romano d’Oriente (di cultura e lingua prevalentemente greca), separatosi dalla parte occidentale (di cultura e lingua prevalentemente latina) dopo la morte di Teodosio I nel 395. Non c’è accordo fra gli storici sulla data in cui si dovrebbe cessare di utilizzare il termine “romano” per sostituirlo con il termine “bizantino”. Le diverse impostazioni storiografiche condizionano anche la diversità di opinioni nella determinazione della datazione: il 476 (caduta dell’ultimo imperatore d’Occidente Romolo Augusto), ma anche il 395 (morte di Teodosio I), il 330 (fondazione di Nuova Roma, in latino Nova Roma, in greco Νέα Ῥώμη, Nea Rome, da parte di Costantino I; la città nuova di Costantino e cioè la Nea Rome che il primo imperatore cristiano dotò artificialmente di sette colli era una copia fedele e nostalgica della Roma imperiale, mentre si cominciò a parlare di Impero d’Oriente dal 364), il 565 (morte di Giustiniano I e del sogno della Restauratio imperii).

La data prevalentemente accettata dal mondo accademico dell’inizio del “periodo bizantino” è tuttavia il 610, anno dell’ascesa al trono di Eraclio I, il quale modificò notevolmente la struttura dell’Impero, proclamò il greco lingua ufficiale in sostituzione del latino e assunse inoltre il titolo imperiale di basileus, al posto di quello di augustus usato fino a quel momento.

Resta comunque il fatto che per gli imperatori bizantini e per i propri sudditi il loro impero si identificò sempre con quello di Augusto e Costantino I dal momento che “romano” e “greco” fino al XVIII secolo furono sinonimi.

L’impero, dopo una lunga crisi, cessò di esistere nel 1453 (conquista di Costantinopoli da parte dei Turchi ottomani guidati da Maometto II). Nato il 17 gennaio 395 e caduto il 29 maggio 1453, quello bizantino è l’impero che è durato più a lungo nella storia d’Europa (e il secondo a livello mondiale), con 1058 anni da stato sovrano. Se lo si intende come parte dell’Impero romano, di cui fu unico e legittimo successore, durò dal 27 a.C. fino al 1453, portando il computo a 1480 anni.

Dati amministrativi
Nome completo Impero romano
Nome ufficiale Βασιλεία Ῥωμαίων
Imperium Romanum
Lingue parlate ufficiali: latino (fino al regno di Eraclio, 610641), greco (dal 610641); altre lingue: copto, siriaco, ebraico, armeno.
Capitale Costantinopoli
Altre capitali Siracusa dal 663 al 669
Nicea dal 1204 al 1261
Dipendente da Impero ottomano dal 1372 al 1402 e dal 1424 al 1453

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Data:   2011-05-12
Autore:   PCB
Appello di Dio a tutti i

                        sacerdoti della Chiesa Cattolica Romana

Con la presente lettera il Patriarcato Cattolico Bizantino esorta in nome di Dio tutti i sacerdoti cattolici romani di separarsi dallo spirito di Assisi – lo spirito dell’anticristo. Il giudizio di Dio inizia dalla testa – dalla gerarchia e dal clero.

Il 1 maggio 2011 con il gesto di beatificazione di Giovanni Paolo II Papa Benedetto XVI ha elevato all’altare della Chiesa lo spirito di Assisi – lo spirito dell’anticristo, così si è scomunicato dalla Chiesa secondo Galati 1, 8-9. La Chiesa si è trovata in stato sedes vacantis. Attraverso un ricevimento ufficiale dello spirito dell’anticristo, Dio ha tolto il sacrificio quotidiano dalla Chiesa Cattolica (cf. Dan. 8, 11-14, Mt. 24, 15).

Poichè il sacerdote nella Liturgia confessa la sua unità con il Papa e il vescovo, ora è tenuto a:

1) distanziarsi pubblicamente dallo spirito di Assisi.

2) non ricordare più il nome di ex-Papa Benedetto XVI e del vescovo apostata nella Divina Liturgia.

Chi dei sacerdoti non lo farà fino al 12 giugno 2011, manifesterà la sua unità con lo spirito di apostasia. Con questo atto egli si scomunica dal Corpo mistico di Cristo – la Chiesa – e la Liturgia celebrata da lui, come da un apostata, non sarà valida (vedi il disegno). Allo stesso modo i Sacramenti, amministrati da lui, non saranno validi. Diventerà solo un pio teatro e offesa fatta al Salvatore. Se un sacerdote morisse in questo stato di apostasia, sarebbe eternamente condannato.

È giunto il momento, in cui ogni sacerdote deve decidere a chi vuole servire – a Cristo o all’anticristo.

Ora è giunto il momento di sistematica distruzione della Chiesa e di retti cristiani.

Che cosa dovrebbe fare un sacerdote sincero?

a) Egli dovrebbe separarsi dalla struttura apostatica. Prima di separarsi pubblicamente, il sacerdote dovrebbe visitare parrocchiani più fedeli e influenti della sua parrocchia. Egli dovrebbe spiegare loro la situazione in cui si è trovata la Chiesa dopo la beatificazione dello spirito di Assisi – lo spirito dell’anticristo – la sua elevazione all’altare della Chiesa. Egli dovrebbe chiedere loro di rimanere fedeli a Cristo e di separarsi dallo spirito di apostasia insieme a lui. Esorti suoi fedeli ad essere disposti a soffrire con lui per la loro fedeltà a Cristo e alla Sua Chiesa. Prepari loro all’espulsione e alle nuove catacombe. Liturgia, celebrata solamente da questi sacerdoti fedeli è valida.

b) Sacerdote fedele non può rimanere da solo. Deve trovare altri sacerdoti che sono disposti a fare questo passo insieme a lui.

Tutti sacerdoti fedeli benedicono

+ Elia

Patriarca del Patriarcato Cattolico Bizantino

 + Metodio, OSBMr Vescovo-segretario

 + Timoteo, OSBMr Vescovo-segretario
Leopoli (Ucraina), 24 dicembre 2012

                                                                                                                         Leopoli (Ucraina), 5 maggio 2011

Quando le parole della consacrazione vengono pronunciate, e nell’epiclesi durante la Liturgia il pane e il vino si trasformano nel Corpo e Sangue di Cristo. Attraverso il sacerdote, che ha ricevuto gli ordini sacri validamente e ha la fede salvifica, questa transustanzione nella Liturgia compie lo Spirito Santo. Se un sacerdote celebra nel peccato grave riguardante la morale, lo Spirito Santo agisce attraverso il suo sacerdozio, ma questo sacerdote non ne ha beneficio. Lo riguarda la parola che egli “mangia e beve la propria condanna”. Tuttavia, se un sacerdote è in unità con lo spirito di Assisi e rifiuta di dissociarsi pubblicamente da esso, diventa l’apostata. E lo Spirito Santo non può operare tramite apostata. La Liturgia celebrata dall’apostata è sempre invalida.

Allegati
Appello di Dio a tutti i sacerdoti della Chiesa Cattolica Romana (5 maggio 2011) Download Appello di Dio a tutti i sacerdoti della Chiesa Cattolica Romana (5 maggio 2011) .DOC 74.0 kB

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coloro che venivano fino a poco tempo prima definiti “Romani” divennero per la Chiesa di Roma “Greci”

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Data:   2012-12-25
Autore:   PCB

Segreteria di Stato Vaticano

Apostasia del Vaticano culmina

Ci si aspetterebbe che durante l’Avvento il Papa facesse appello ai leader politici, in particolare al Presidente degli Stati Uniti e al Cancelliere tedesco, affinchè si pentano e rinuncino a gender-gay ideologia che distrugge tutti i valori morali, spirituali e cristiani. Il Papa è stato inoltre tenuto di rivolgersi a loro di abolire il sistema di giustizia minorile che ruba i bambini senza alcun motivo, li traumatizza psicologicamente, demoralizza e perfino satanizza. Ci si aspetterebbe che in questo periodo prenatalizio il Papa facesse appello ai banchieri del mondo, alle logge massoniche e ai rappresentanti delle Nazioni Unite, dell’Unione europea e del Consiglio d’Europa di pentirsi e di arrestare il processo di riduzione o genocidio dell’umanità.

Purtroppo nel tempo prenatalizio siamo venuti a conoscenza di attività scioccanti del Vaticano .Il 3 dicembre 2012 il Papa si rivolge ai politici del mondo con appello di stabilire un governo mondiale e un nuovo ordine mondiale. Ricordiamo che nel 2010 il Vaticano ha fatto appello di fondare una banca mondiale. Nello stesso anno con il gesto della beatificazione di Giovanni Paolo II ha elevato all’altare della Chiesa lo spirito di Assisi. Con ciò ha preparato la strada ad una religione mondiale con lo spirito dell’anticristo.

Nel corso di ultimi tre anni il Vaticano ha introdotto il programma dei massoni che è:

–  Unico governo mondiale,

–  Unica valuta mondiale,

–  Unica religione mondiale.

Per quanto riguarda la gente comune, quella aspettava dal Papa l’incoraggiamento prima di Natale. A Natale ogni cristiano rinnova il suo rapporto con Cristo e di nuovo Lo accoglie mediante il pentimento e la fede nel proprio cuore. La Parola di Dio nelle lettera agli Efesini 3, 17 dice: “Che Cristo abiti per fede nei vostri cuori” (Ef. 3, 17).

Tuttavia, invece di puntare all’essenza del Natale, il Papa filosofeggia sull’asino, bue, e sul calendario, confondendo in tal modo i fedeli con il metodo ateo-storico che nega in sostanza la divinità di Cristo e l’ispirazione stessa della Scrittura.

Gli ortodossi scandalizzandosi hanno detto: “Il Papa parte da fonti eretici e mette in discussione tutta la storia del cristianesimo”.

Un altro shock è che dal 1 gennaio 2013 il Vaticano introduce obbligatoriamente i chip sotto il numero dell’anticristo 666, anche se per il momento non è ancora sulla mano o sulla fronte.

Il presidente Obama ha dichiarato inserimento obbligatorio dei chip nel corpo a tutti i cittadini degli Stati Uniti entro il 23 marzo 2013. Ora Obama può ingannare il pubblico facendo riferimento al Vaticano.

Il Patriarcato Cattolico Bizantino, a nome di tutti i cristiani sinceri di tutto il mondo, appella il Papa e il Vaticano di fare il pentimento della loro apostasia. In particolare è necessario:

1. rinunciare alle eresie del metodo storico-critico ed allo spirito di ateismo associato a questo metodo.

2. rinunciare allo spirito di Assisi – lo spirito dell’anticristo – che mette il culto pagano dei demoni sullo stesso piano con la morte redentrice di Gesù Cristo, il Figlio di Dio, sulla croce.

3. rinunciare allo spirito che fa unità con massoni e con loro antivangelo.

4. non permettiare l’introduzione di schede elettroniche in Vaticano con il numero della bestia apocalittica 666.

Finchè il Papa e il Vaticano non avranno fatto questi passi concreti, ogni vescovo, sacerdote e fedele cattolico è tenuto a separarsi dallo spirito apostatico del Vaticano, il quale contraddice allo Spirito di Cristo.

Colui che è unito allo spirito del Vaticano contemporaneo, non più unito a Cristo, ma all’anticristo! Il destino è nel lago del fuoco. Secondo Galati 1, 8-9, tutti coloro che accettano antivangelo e spirito dell’anticristo incorrono in anatema di Dio. Il rifiuto del pentimento provoca la dannazione eterna: “Se non vi convertite, perirete tutti!” (Lc. 13, 3). “Convertitevi e credete al Vangelo” (Mc. 1, 15)

+ Elia

Patriarca del Patriarcato Cattolico Bizantino

 + Metodio, OSBMr Vescovo-segretario

 + Timoteo, OSBMr Vescovo-segretario
Leopoli (Ucraina), 24 dicembre 2012

Le copie:

– al Congresso degli Stati Uniti e ai governatori

– ai Presidenti degli Stati membri dell’UE e ai deputati del Parlamento europeo

– ai Presidenti di Russia, Ucraina e Bielorussia

– ai Vescovi delle Chiese ortodosse e rappresentanti delle Chiese cristiane

– ai mass media

Scaricare:  Apostasia del Vaticano culmina (24.12.2012)

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Denominazioni moderna e antica

Il termine “bizantino”, derivato da Bisanzio, l’antico nome della capitale imperiale Costantinopoli, non venne mai utilizzato durante tutta la durata dell’impero (3951453): i bizantini si consideravano Ῥωμαίοι (Rhōmaioi, “romei“, ovvero GrecoRomani in lingua greca), e chiamavano il loro stato Βασιλεία Ῥωμαίων (Basileia Rhōmaiōn, cioè “Regno dei Romani“) o semplicemente Ῥωμανία (Rhōmania).

Fino al regno di Giustiniano I, nel VI secolo, si tentò ripetutamente di ricostituire l’antica unità dell’impero romano, sottraendo i territori occidentali ai successivi conquistatori. Il greco fu la lingua di cultura e d’uso, com’era stata da sempre nelle province orientali dell’impero romano. Il latino, piuttosto diffuso presso le classi alte di Costantinopoli fino almeno ad età marcianea (450457), rimase comunque lingua ufficiale dell’Impero d’Oriente per oltre due secoli (Eraclio lo sostituì con il greco nel terzo decennio del VII secolo). Curiosamente, per lungo tempo fu considerato disdicevole riferirsi all’impero come “greco”, poiché tale termine aveva l’accezione spregiativa di pagano.

Gli storici moderni occidentali preferiscono tuttavia utilizzare il termine “bizantino”, al fine di non generare confusione con l’impero romano dell’epoca classica; questa dicitura fu introdotta nel 1557 dallo storico tedesco Hieronymus Wolf che in quell’anno diede alle stampe il libro Corpus Historiae By­zantinae. La pubblicazione nel 1648 di Byzantine du Louvre (Corpus Scriptorum Historiae Byzantinae) e nel 1680 di Historia Byzantina, scritta da Du Cange, diffuse l’uso del termine “bizantino” tra gli autori francesi illuministi come Montesquieu.[2]

È interessante quindi notare che i bizantini chiamavano sé stessi “romani” anche se di lingua greca, e che gli stessi musulmani conquistandone i territori fondarono il sultanato di “Rum”, mentre gli europei occidentali venivano definiti “latini” (dalla lingua usata). Per corruzione dall’arabo روم Rūm (attraverso le modifiche in Hrūm e quindi in sogdiano, una variante dell’iranico parlata in Sogdiana, Frōm) derivò il termine cinese Fulin (pinyin: 拂菻国, Fúlĭn Gúo, “Paese di Fulin”). Con questo termine, sebbene con varianti grafiche come 拂菻 e 拂临, le storie dinastiche cinesi definirono l’impero bizantino dal tempo degli annali della dinastia Wei, scritti dal 551 al 554, fino agli annali della dinastia Tang scritti nel 945.

Prima dell’introduzione del termine “bizantino”, l’Impero veniva chiamato dagli europei occidentali Imperium Graecorum (Impero dei Greci). Gli europei occidentali consideravano il Sacro Romano Impero, e non l’Impero bizantino, erede dell’Impero romano; quando i re di Occidente volevano fare uso del termine Romano per riferirsi agli imperatori bizantini, preferivano chiamarlo Imperator Romaniæ invece di Imperator Romanorum, un titolo che veniva attribuito a Carlo Magno e ai suoi successori.[3]

Tuttavia, prima della nascita dell’Impero carolingio ad opera di Carlo Magno, anche le fonti occidentali usavano il termine “romani” per riferirsi ai Bizantini, anche se talvolta veniva utilizzato il termine “greco” a causa delle differenze linguistiche.[4] Nelle fonti papali del VI-VII-VIII secolo l’Impero era definito Sancta Res Publica o Res Publica Romanorum: solo con la rottura dei rapporti tra Papa e Imperatore d’Oriente in seguito all’Iconoclasmo (metà VIII secolo) coloro che venivano fino a poco tempo prima definiti “Romani” divennero per la Chiesa di Roma “Greci” e la “Res Publica Romanorum” si trasformò in “Imperium Graecorum”.[5]

Cronologia essenziale
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Storia

Origini

La suddivisione dell’Impero romano in parti governate separatamente, iniziò con il sistema tetrarchico, creato alla fine del III secolo dall’imperatore Diocleziano, che divise l’impero in quattro parti, due delle quali affidate ai Cesari Galerio e Costanzo Cloro e le altre due affidate agli Augusti, Diocleziano e Massimiano. Tale prima suddivisione ebbe tuttavia finalità esclusivamente burocratiche, amministrative, o legate a una più razionale difesa delle frontiere. La tetrarchia ebbe termine quando nel 324 Costantino, figlio di Costanzo Cloro, riunificò nuovamente la carica imperiale nelle sue mani, dopo essere riuscito a sconfiggere Massenzio, figlio di Massimiano, presso ponte Milvio.

Il problema di assicurare la difesa dei confini rendeva tuttavia indispensabile che la corte imperiale si stabilisse in luoghi più vicini ad essi: a causa della sua posizione strategica, Costantino scelse l’antica città greca di Bisanzio per edificare una nuova capitale, la cui costruzione fu completata nel 330. Il nome ufficiale fu quello di “Nuova Roma”, ma nell’uso successivo prevalse la denominazione popolare di Costantinopoli (“Città di Costantino”). Con l’editto di Milano del 313, che concedeva la libertà di culto ai cristiani, ed il forte appoggio dato da Costantino stesso alla nuova religione, l’Impero si trasformò rapidamente da pagano a cristiano; la stessa Costantinopoli fu subito abbellita da stupende chiese.

Prima di morire (395) Teodosio I affidò le due metà dell’impero ai suoi due figli: ad Arcadio l’Oriente, con capitale Costantinopoli, e a Onorio l’Occidente. Le due parti dell’impero, mai più riunite, saranno conosciute come Impero romano d’Occidente e come Impero romano d’Oriente. In teoria, secondo la concezione romana, più imperatori regnavano collegialmente, su un’entità, l’impero, che giuridicamente era comunque considerata come un’unica realtà.

Tale era stata almeno, la “ratio” di tutte le suddivisioni, sia nel III che nel IV secolo. In pratica, dalla scomparsa di Teodosio in poi, i due imperi imboccarono dei cammini differenti e in taluni casi persino contrapposti. A conferma dell’unità “teorica” dell’Impero, la monetazione di quel periodo mostra i due Imperatori d’Occidente e d’Oriente seduti sullo stesso trono ed entrambi sorreggenti il globo crucigero rappresentante l’ideale romano di dominare l’intero mondo, con l’iscrizione SALVS REI PUBLICAE.[6] Tuttavia, leggi promulgate in Oriente erano ritenute valide per l’Occidente solo se ratificate dall’imperatore occidentale, e viceversa, creando una divergenza legislativa tra Occidente ed Oriente.[7]

Nel 476 Odoacre, re degli Eruli, depone l’ultimo imperatore d’Occidente, Romolo Augustolo, e restituisce le insegne imperiali all’imperatore d’Oriente Zenone, in segno di sottomissione. Da tale momento l’Impero d’Oriente sarà l’unico a sopravvivere, considerandosi unico e legittimo erede dell’intero orbe romano.

vedi Wikipedia

<p style=”text-align: center;”><strong><a href=”http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=Forums&amp;file=viewtopic&amp;t=64011&amp;start=0&amp;postdays=0&amp;postorder=asc&amp;highlight=&#8221; target=”_blank”>L’eredità romano-bizantina russa nel pensiero di Toynbee</a></strong></p>
<p style=”text-align: left;”>La recentissima iniziativa diplomatica di Vladimir Putin in relazione alla crisi siriana ha riproposto e rilanciato il ruolo internazionale della Russia, dopo un ventennio di declino seguìto allo smembramento ed al collasso dell’Unione Sovietica nel 1991.

<img class=”alignright” alt=”” src=”http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/toynbee-300×300.jpg&#8221; border=”0″ /> In precedenza, con varie scelte di politica interna (l’azione penale contro le Femen, la lotta contro l’oligarchia affaristico-finanziaria, la polemica e l’opposizione al modello occidentale delle adozioni da parte dei gay), Putin si era posto come esponente di un modello alternativo rispetto a quello del “politicamente corretto” di matrice statunitense, differenziandosi anche da altri esponenti della classe dirigente russa che esprimono un atteggiamento più filo-occidentale.

Nella attuale crisi siriana, la Russia esprime ed afferma una visione geopolitica multipolare che si è concretizzata nell’esito del G-20 di S. Pietroburgo, in cui la sua opposizione all’intervento militare USA in Siria ha coagulato intorno a sé i paesi del BRICS (Brasile, India, Cina, Sudafrica, oltre alla Russia stessa). Il presidente russo ha però compreso che non era sufficiente limitarsi a dire no alla guerra nel teatro siriano, ma occorreva mettere in campo un’iniziativa diplomatica che sottraesse ad Obama il pretesto delle armi chimiche per un intervento bellico ammantato da giustificazioni “umanitarie” e legato, in realtà, ad un preciso disegno geopolitico di smembramento e destabilizzazione delle guide politiche “forti” del mondo arabo e dell’area mediorientale in particolare, in moda da garantirsi il controllo delle fonti energetiche (compreso il grande bacino di gas presente nel sottosuolo del Mediterraneo orientale) e consolidare la supremazia militare e politica di Israele.

Questo rilancio del ruolo internazionale della Russia sia rispetto agli USA, sia rispetto al dialogo euro-mediterraneo, unitamente alla riaffermazione di una diversità culturale russa rispetto ad un occidente americanizzato, sollecita una riflessione sulle radici storico-culturali della Russia e sulla possibilità di riscoprire una koiné culturale euro-russa che investe le origini storiche di questa Nazione e la sua diversità rispetto al modello di un Occidente che graviti sul modello americano.

La diffusione e il rilancio della teoria politica “euroasiatica” (espressa in Italia dalla rivista Eurasia e che vanta illustri precedenti teorici) e la recentissima enucleazione del progetto “Eu-Rus” rendono tale riflessione ancora più attuale e necessaria.

A tale riguardo è molto pertinente considerare un saggio dello storico inglese Arnold Toynbee (Londra 1889-York 1975), dal titolo Civilisation on trial (Oxford, 1948), pubblicato poi in traduzione italiana per le edizioni Bompiani nel 1949 e poi riedito tre volte, fino all’ultima edizione del 2003. Il saggio appare quindi in piena epoca staliniana, quando l’URSS sembrava l’antagonista dell’Occidente nello scenario della “guerra fredda”.

In questo libro – che è un classico della storia comparata e che pur risente fortemente del momento storico in cui viene scritto (il passaggio all’era atomica, la supremazia militare ed economica americana), lo storico inglese si interroga sulle radici remote e sull’ eredità bizantina della Russia, illuminandone una dimensione profonda che, nel contesto storico in cui venne teorizzata, denota la capacità di trascendere le apparenze e identificare le “costanti” della storia.

Toynbee divise la sua attività fra gli incarichi accademici e quelli politico-istituzionali. Fu docente di storia bizantina all’Università di Londra (e questo è un aspetto importante per capire il saggio di cui ci occupiamo) e docente di storia internazionale alla London School of Economics. Egli fece parte di numerose delegazioni inglesi all’estero e fu direttore del Royal Insitute of International Affairs. La sua opera maggiore è A Study of History (Londra-Oxford, 1934-1961) in 12 volumi, ma ricordiamo anche L’eredità di Annibale, pubblicato in Italia da Einaudi, in cui approfondisce le linee guida della politica estera di Roma antica e le conseguenze devastanti della guerra annibalica; siamo in presenza di uno storico famoso la cui opera spazia da Bisanzio a Roma antica, da Annibale alle civiltà orientali, offrendo al lettore un grande scenario d’insieme. Egli unisce lo studio della storia all’esperienza diplomatica ed alla conoscenza della realtà contemporanea.

L’eredità bizantina della Russia

<img class=”alignright” alt=”” src=”http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/civilta-al-paragone.jpg&#8221; border=”0″ /> civilta-al-paragone

In Civiltà al paragone Toynbee dedica un‘ intero capitolo al tema dell’eredità bizantina della Russia e lo apre con la citazione di una massima di Orazio: “Naturam espellas furca, tamen usque recurret” (“Allontana pure la natura; tuttavia essa ritornerà”).

“Quando tentiamo di rinnegare il passato – scrive lo storico inglese – quest’ultimo ha, come Orazio ben sapeva, un suo modo sornione di tornare fra noi, sottilmente travestito”. Egli non crede quindi alle affermazioni del regime di Stalin secondo cui la Russia avrebbe compiuto un taglio netto col suo passato. In realtà, le radici di un popolo possono manifestarsi in forme nuove, adattate al mutato contesto storico, ma è falso ed illusorio pretendere di cancellare il passato.

Nel decimo secolo d.C. i Russi scelgono deliberatamente – secondo Toynbee – di abbracciare il Cristianesimo ortodosso orientale. Essi avrebbero potuto seguire l’esempio dei loro vicini di sud-est, i Kazars delle steppe – che si convertirono al Giudaismo (v. op.cit., p. 242) – o quello dei Bulgari Bianchi, lungo il Volga, che si convertirono all’Islam nel decimo secolo. Essi preferirono invece accogliere il modello religioso di Bisanzio.

Dopo la presa di Costantinopoli da parte dei Turchi nel 1453 e la scomparsa degli ultimi resti dell’Impero Romano d’Oriente, il principato di Mosca assunse in piena coscienza dai Greci l’eredità di Bisanzio.

Nel 1472 il Gran Duca di Mosca, Ivan III, sposò Zoe Paleològos, nipote dell’ultimo imperatore greco di Costantinopoli, ultimo greco a portare la corona dell’Impero Romano d’Oriente. Tale scelta riveste un senso simbolico ben preciso, indicando l’accoglimento e la riproposizione di un archetipo imperiale, come evidenziato da Elémire Zolla.

Nel 1547, Ivan IV (“il Terribile”) “si incoronò Zar, ovvero – scrive Toynbee – Imperatore Romano d’Oriente. Sebbene il titolo fosse vacante, quel gesto di attribuirselo era audace, considerando che nel passato i principi russi erano stati sudditi ecclesiatici di un Metropolita di Mosca o di Kiev, il quale a sua volta era sottoposto al Patriarca Ecumenico di Costantinopoli, prelato politicamente dipendente dall’Imperatore Greco di Costantinopoli, di cui ora il Granduca Moscovita assumeva titolo, dignità e prerogative”.

<img class=”alignright” alt=”” src=”http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/il-racconto-dell-uomo.jpg&#8221; border=”0″ /> il-racconto-dell-uomo

Nel 1589 fu compiuto l’ultimo e significativo passo, quando il Patriarca ecumenico di Costantinopoli, a quel tempo in stato di sudditanza ai Turchi, fu costretto, durante una sua visita a Mosca, a innalzare il Metropolita di Mosca, già suo subordinato, alla dignità di Patriarca indipendente. Per quanto il patriarcato ecumenico greco abbia mantenuto, nel corso dei secoli fino ad oggi, la posizione di primus inter pares fra i capi delle Chiese ortodosse (le quali, unite nella dottrina e nella liturgia, sono però indipendenti l’una dall’altra come governo), tuttavia la Chiesa ortodossa russa divenne, dal momento del riconoscimento della sua indipendenza, la più importante delle Chiese ortodosse, essendo la più forte come numero di fedeli ed anche perché l’unica a godere dell’appoggio di un forte Stato sovrano.

Tale assunzione dell’eredità bizantina non fu un fatto accidentale né il frutto di forze storiche impersonali; secondo lo storico inglese i Russi sapevano benissimo quale ruolo storico avessero scelto di assumere. La loro linea di “grande politica” fu esposta nel sedicesimo secolo con efficace e sintetica chiarezza dal monaco Teofilo di Pakov al Gran Duca Basilio III di Mosca, che regnò fra il terzo e il quarto Ivan (quindi nella prima metà del ‘500):

“La Chiesa dell’antica Roma è caduta a causa della sua eresia; le porte della seconda Roma, Costantinopoli, sono state abbattute dall’ascia dei Turchi infedeli; ma la Chiesa di Mosca, la Chiesa della Nuova Roma, splende più radiosa del sole nell’intero universo… Due Rome sono cadute, ma la Terza è incrollabile; una quarta non vi può essere” .

È significativa questa identificazione esplicita di Mosca con la terza Roma, a indicare l’assunzione, in una nuova forma, dell’ideale romano dell’Imperium, ossia la unificazione di un mosaico di etnie diverse in una entità politica sovranazionale, che è – nella forma storica russa – anche l’autorità da cui dipende quella religiosa ortodossa, così come in precedenza il Patriarca ecumenico di Costantinopoli dipendeva dall’Imperatore di Bisanzio.

In questo messaggio del monaco Teofilo si coglie, inoltre, un esplicito riferimento allo scisma del 1054 d.C. fra le Chiese ortodosse orientali e quella cattolica di Roma, considerata eretica (Toynbee ricorda, al riguardo, la famosa disputa teologica sul “filioque” nel testo del Credo in latino).

Lo storico inglese si chiede perché crollò la Costantinopoli bizantina e perché invece la Mosca bizantina sopravvisse. Egli reputa di trovare la risposta ad entrambi gli enigmi storici in quella che egli chiama “l’istituzione bizantina dello Stato totalitario”, intendendo per tale lo Stato – Impero che esercita il controllo su ogni aspetto della vita dei sudditi. L’ingerenza dello Stato nella vita della Chiesa e la mancanza di autonomia e di libertà di quest’ultima sarebbero state le cause dell’inaridimento delle capacità creative della civiltà bizantina, soprattutto dopo la restaurazione dell’impero di Bisanzio da parte di Leone il Siriano, due generazioni prima della restaurazione dell’Impero d’Occidente da parte di Carlo Magno (restaurazione che Toynbee, da buon inglese fedele ad un’impostazione di preminenza “talassocratica”, considera come un fortunoso fallimento).

La stessa istituzione dello Stato totalitario sarebbe stata invece all’origine della potenza e della continuità storica della Russia, sia perché ne assicurava l’unità interna, sia anche perché tale unità consentiva alla Russia, unitamente alla sua remota posizione geografica rispetto a Bisanzio, di non essere coinvolta nel disfacimento dell’impero bizantino e di restare l’unico Stato sovrano e forte che professasse il cristianesimo ortodosso orientale.

Tale configurazione politica e religiosa implica però che i Russi, nel corso dei secoli, abbiano riferito a se stessi, secondo lo storico inglese, quella primogenitura e supremazia culturale che noi occidentali ci attribuiamo quali eredi della civiltà greco-romana e – secondo Toynbee – anche quali eredi di Israele e dell’Antico Testamento (ma qui il tema si fa più complesso e discusso, perché il cristianesimo occidentale si afferma storicamente in quanto si romanizza e diviene cattolicesimo romano che è fenomeno ben diverso dalla corrente cristiana di Pietro e della primitiva comunità cristiana di Gerusalemme).

Pertanto in tutti i momenti storici in cui vi sia un conflitto, una divergenza di vedute fra l’Occidente e la Russia, per i Russi l’Occidente ha sempre torto e la Russia, quale erede di Bisanzio, ha sempre ragione. Tale antagonismo si manifesta per la prima volta in modo plastico con lo scisma del 1054 fra le Chiese ortodosse orientali e quella di Roma ma è una costante che si sviluppa in tutto il corso della storia russa, seppure con alterne vicende ed oscillazioni, dovute ad una componente filo-occidentale che pur è presente, talvolta, con Pietro il Grande e con la sua edificazione di san Pietroburgo, la più occidentale delle città russe.

Questo Stato totalitario ha avuto due riformulazioni innovative, una appunto con Pietro il Grande e l’altra con Lenin nel 1917. Agli occhi di Toynbee, il comunismo sovietico si configura come una sorta di nuova religione laicizzata e terrestrizzata, di nuova chiesa, ma la Russia nella sua sostanza, resta pur sempre uno Stato-Impero totalitario – nel senso specificato in precedenza – che raccoglie l’eredità simbolica e politico-religiosa dell’Impero Romano d’Oriente. Ciò equivale a vedere – e in questo il suo sguardo era acuto – il comunismo come una sovrastruttura ideologica, come fenomeno di superficie rispetto alla struttura dell’anima russa, rovesciando così l’impostazione del materialismo storico. In quel momento epocale in cui scrive, Toynbee vede un grande dilemma presentarsi davanti alla Russia: se integrarsi nell’Occidente (che egli vede come sinonimo di una civiltà di impronta anche anglosassone e quindi, implicitamente, nel quadro euro-americano) oppure delineare un suo modello alternativo anti-occidentale. La conclusione dello storico inglese – impressionante per la sua lungimiranza – è che la Russia, come anima, come indole del suo popolo, sarà sempre la “santa Russia” e Mosca sarà sempre la “terza Roma”. Tamen usque recurret.

Considerazioni critiche

L’eredità bizantina della Russia è, in ultima analisi l’eredità romana, la visione imperiale come unità sovrannazionale nella diversità, visione geopolitica dei grandi spazi e della grande politica, ivi compresa la proiezione mediterranea, perché un Impero necessita sempre di un suo sbocco sul mare come grande via di comunicazione.

comunita-e-libertaTale retaggio romano (lo Czar ha una sua precisa assonanza fonetica con il Caesar romano, come già notava Elémire Zolla in Archetipi, ove evidenzia anche la componente fortemente germanica della dinastia dei Romanov) è la base, il fondamento della koiné culturale con l’Europa occidentale ed è anche la linea di demarcazione, di profonda distinzione rispetto agli USA.

In altri termini, la Russia è Europa, mentre gli USA risalgono ad un meticciato di impronta culturale protestante e calvinista che è tutta’altra cosa in termini di visione della vita e del mondo, nonché di modello di civiltà.

La teoria del blocco continentale russo-germanico – sostenuta, negli anni ’20 del Novecento dal gruppo degli intellettuali di Amburgo nell’ambito del filone della “rivoluzione conservatrice” – e la visione “euroasiatica” affermata da Karl Haushofer trovano il loro fondamento in questi precedenti storico-culturali, senza la conoscenza dei quali non si comprende la storia contemporanea della Russia, la sua proiezione mediterranea, la sua vocazione ad un ruolo di grande potenza nello scacchiere mondiale.

Sta a noi europei – ed a noi italiani, in particolare, per la specificità della nostra storia e delle nostre origini – ritrovare e diffondere la consapevolezza delle radici comuni euro-russe nella prospettiva auspicabile di un blocco continentale euro-russo che sia un modello distinto e alternativo rispetto a quello “occidentale” di impronta statunitense, sia sul piano politico ma soprattutto su quello “culturale”.

In questa ottica, gioveranno anche altri ulteriori approfondimenti teorico-culturali su temi affini, quali il pensiero di Spengler sull’anima russa, la lettura spengleriana della dicotomia Tolstoj-Dostojevski come simbolo di un’ambivalenza russa, il contributo di Zolla sul rapporto fra la Russia e gli archetipi che essa riprende e sviluppa, l’elaborazione culturale della Konservative Revolution sul rapporto russo-germanico.

Il presente contributo è solo l’inizio di uno studio storico-culturale più ampio.

FONTE:http://www.centrostudilaruna.it/leredita-romano-bizantina-della-russia-nel-pensiero-di-arnold-toynbee.html</p&gt;

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