Quei segni misteriosi alla morte di Gesù

di Gianfranco Ravasi

La Pasqua potrebbe sollevare molte domande, considerata la ric­chezza testuale biblica che la documenta e rappresenta e la complessità teologica del miste­ro. L’evento pasquale, infatti, è trascendente nella sua struttura intima, eppure incide nella storia e decide la qualità nuova della storia uma­na. Noi ci accontenteremo di affrontare un aspetto particolare che potremmo definire di contorno all’evento cen­trale della morte e risurrezione di Gesù.

È soprattutto Matteo (27,51-54) a circonda­re la morte di Gesù con una serie di eventi cla­morosi. È quella che gli esegeti chiamano “la cornice teofanica“. Essa comprende tre elemen­ti: lo squarcio nel velo del tempio (questo dato è comune anche a Marco e Luca), il terremoto, la risurrezione dai sepolcri. Prima di indicare il va­lore di questa coreografia straordinaria di taglio apocalittico, è necessario ribadire una conside­razione già nota ma fondamentale.

I vangeli, pur offrendo una serie di dati storici di Gesù e su Gesù, non vogliono essere né un ma­nuale di storia, né un resoconto o un verbale di cronaca. Essi presentano gli eventi della vita di Cristoannunziandoli” nel loro valore profondo, interpretandoli alla luce della fede, sco­prendone il significato sotteso di salvezza.

Davanti agli occhi di Matteo sta, dun­que, l’evento capitale della morte di Ge­sù. Egli lo vede come l’approdo di una storia di annunzi salvifici già offerti dal­l’Antico Testamento. E per questa via che egli convoca una serie di immagini bibliche per illustrare il significato au­tentico e intimo della morte di Cristo che si è compiuta in quel pomeriggio pri­maverile a Gerusalemme.

Ed ecco, innanzi tutto, lo squarcio del velo del tempio (Mt 27,51), quella corti­na di porpora viola e rossa, di scarlatto e di lino ritorto che nascondeva allo sguar­do il Santo dei santi, cioè la sede dell’ar­ca dell’alleanza e della presenza di Dio in mezzo al suo popolo.

L’idea che gli evangelisti vogliono comunicare è chiara. Dio non è più celato e misterioso, re­legato nello spazio sacro inavvicinabile o nell’in­finito del suo cielo, ma è visibile nella persona di Cristo. Non per nulla «il centurione e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù, sentito il terremoto e visto quel che succedeva, furono presi da grande timore e dicevano: Davvero co­stui era Figlio di Dio!» (27,54).

Il segno successivo è quello del terremoto: «La terra si scosse e le rocce si spezzarono» (Mt 27,51). Poche righe prima si era evocata una sorta di eclisse di sole: «Da mezzogiorno fino al­le tre del pomeriggio si fece buio su tutta la ter­ra» (27,45). Entrambi questi fenomeni nell’ An­tico Testamento accompagnano le teofanie, cioè le apparizioni divine e vogliono esaltare la trascendenza, cioè il mistero terribile e glorioso di Dio che, però, si avvicina all’uomo per giudi­carlo ma anche per salvarlo.

Al Sinai, ad esempio, in occasione della rivela­zione della legge divina, il libro dell’Esodo introdu­ceva «tuoni, lampi, una nube densa […] e tutto il monte tremava molto» (19,16.18). Chi non ricor­da la piaga delle tenebre che per tre giorni si sten­dono su tutto l’Egitto (cf 10,22)?  Il profeta Amos, per descrivere “il giorno del Signore”, cioè il suo giudizio sulla storia umana, ha un’immagine vici­nissima a quella di Matteo: «In quel giorno – ora­colo del Signore Dio – farò tramontare il sole a mezzodì e oscurerò la terra in pieno giorno» (8,9).

Eccoci, infine, davanti al terzo segno, il più importante per spiegare il valore ultimo del­la morte pasquale di Cristo: «I sepolcri si apriro­no e molti corpi di santi morti risuscitarono. E uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti» (Mt 27,52-53). Si noti quell’inciso “dopo la sua risurrezione”: la morte e la risurrezione di Cri­sto segnano l’inizio del trionfo sulla morte.

I membri del popolo di Dio (i “santi morti”) so­no uniti alla vittoria di Gesù sulla morte: le loro tombe vengono spalancate, i corpi risvegliati dal­la morte e introdotti nella “città santa”, cioè la Ge­rusalemme celeste. La loro apparizione è la testi­monianza e la conferma della precedente risurre­zione vittoriosa di Cristo che è la garanzia di quel­la di tutti i giusti dell’antica e nuova alleanza.

Questa pagina, allora, non dev’essere letta in modo cronachistico ma nella sua densità pro­fonda. Matteo descrive l’evento della morte di Gesù, offrendoci certo le coordinate storiche e spaziali, ma al tempo stesso egli vuole che i suoi lettori colgano il significato autentico di quella morte, la sua unicità assoluta, ed egli lo fa ricor­rendo a quei segni che abbiamo prima spiegato.

Quella morte è, infatti, la radice della nostra fede nella risurrezione, è l’ingresso dell’eternità nella caducità della nostra esistenza, è la rivela­zione diretta del mistero di Dio che si è fatto uo­mo per trasformare la nostra realtà umana met­tendola in comunione con la sua divinità e la sua vita eterna.

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“Dall’ora sesta si fece buio su tutta la terra, fino all’ora nona.” (Matteo 27,45)

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In questa riflessione escatologica potremmo aprire le porte per la Salvezza. Gesù ce lo mostrò nella Sua Teofonìa.

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