mercoledì 15 giugno 2011 – da Non Possumus

Pio XII disse:

“Sono preoccupato per il messaggio che ha dato la Beata Vergine a Lucia di Fatima. Questo insistere da parte di Maria, sui pericoli che minacciano la Chiesa, è un avvertimento divino contro il suicidio di alterare la fede, nella Sua Liturgia, la sua Teologia e la Sua anima… Sento tutt’intorno a me questi innovatori che desiderano smantellare la Sacra Cappella, distruggere la fiamma universale della Chiesa, rigettare i suoi ornamenti e farla sentire in colpa per il Suo passato. Verrà un giorno in cui il mondo civilizzato negherà il proprio Dio, quando la Chiesa dubiterà come dubitò Pietro. Sarà allora tentata di credere che l’uomo è diventato Dio. Nelle nostre chiese, i Cristiani cercheranno invano la lampada rossa dove Dio li aspetta. Come Maria Maddalena, in lacrime dinanzi alla tomba vuota, si chiederanno: Dove lo anno portato? ”
Infatti con l’avvento del Concilio Vaticano II questa profezia si è avverata, soprattutto per quanto riguarda la liturgia Eucaristica: codesti nemici, di cui parlava Pio XII : “Sento tutt’intorno a me questi innovatori…”, ( in effetti per quanto riguarda il Concilio Vaticano II, molti di questi personaggi erano stati fermati da Pio XII, per le loro posizioni dottrinarie contrarie alla vera Dottrina Cattolica, per poi essere incredibilmente riabilitati da Giovanni XXIII e costoro sono Padre Karl Rahaner, Hans Urs von Balthasar, Yves Congar, Hans Kùng, Padre Shillebeeckx, Domunique Chenu, l’Arcivescovo Bugnini Annibale, progressista, che fu uno dei principali artefici della rivoluzione della liturgia culminata nella nuova Messa “Novus Ordo”. Quest’ultimo fu alla fine esiliato in Iran dal Vaticano perché Paolo VI ricevette prove inconfutabili che dimostravano l’appartenenza di Bugnini alla Massoneria. [Michael Davies dedica un intero capitolo all’Arcivescovo Bugnini nel suo “Pope Paul’s New Mass” – Angelus Press, Kansas City, 1992, cap. 24]. Il Cardinale Jean Villot, che di fatto ideò e portò a termine la ristrutturazione della Curia Romana: se si cerca nei registri dei Massoni, richiesto dalla legge Italiana, si può leggere benissimo tra i vari nomi quello di Jean Villot. Lo stesso Villot che operò la ristrutturazione della Curia! Dopo la morte del Cardinal Villot, fu trovato nella sua biblioteca privata un messaggio scritto dal Gran Maestro della sua Loggia di appartenenza, il quale lo lodava per aver sostenuto le tradizioni massoniche. Inoltre Padre Pedro Farnes, Don Bernard Botte, Odo Casel, Louis Bouyer, Paul Ricoeur, Carl Barth, ecc…)
Il Santo Padre nel discorso di lunedì 13 giugno, in San Giovanni in Laterano tra l’altro ha detto:
“Mi torna alla memoria che, proprio in questa Basilica, in un intervento durante il Sinodo Romano, citai alcune parole che mi aveva scritto Hans Urs von Balthasar: “La fede non deve essere presupposta ma proposta”.
Portando ad esempio questo teologo, Hans Urs von Balthasar, allora viene da chiedersi come mai spesso vengano citati questi personaggi che furono allontanati da Pio XII perche’ eretici? Ma leggiamo ancora cosa dicono di questo teologo Giovanni Paolo II e Benedetto XVI:
 

Già Giovanni Paolo II considerava Henri de Lubac, Hans Urs von Balthasar e Adrienne von Speyr dei maestri spirituali, dei dottori atti a illuminare la vita cristiana con una dottrina profondamente cattolica.

Il Papa Benedetto XVI, che nel 1990 ha patrocinato la fondazione della Casa Balthasar, si è auspicato una collaborazione con la nuova Joseph Ratzinger Papst Benedikt XVI. – Stiftung la quale si propone di promuovere la ricerca e l’insegnamento teologico nel suo spirito. La Casa Balthasar,in stretto legame con questa fondazione, sta creando a Roma un Centro J. Ratzinger.

Nell’autunno del 1949 Alfred Läpple mi aveva regalato l’opera forse più significativa di Henri de Lubac, Cattolicismo, nella magistrale traduzione di Hans Urs von Balthasar. Questo libro è divenuto per me una lettura di riferimento. Esso non solo mi trasmise un nuovo e più profondo rapporto con il pensiero dei Padri, ma anche un nuovo e più profondo sguardo sulla teologia e sulla fede in generale. La fede era qui una visione interiore, divenuta nuovamente attuale proprio pensando insieme con i Padri. In quel libro si percepiva il tacito confronto con il liberalismo e con il marxismo, la drammatica lotta del cattolicesimo francese per aprire una nuova breccia alla fede nella vita culturale del nostro tempo. De Lubac accompagnava il suo lettore da un modo individualistico e angustamente moralistico di credere verso il largo di una fede pensata e vissuta socialmente, comunitariamente nella sua stessa essenza, ad una fede che proprio perché era per sua stessa natura anche speranza, investiva la totalità della storia e non si limitava a promettere al singolo la sua beatitudine privata.

Joseph Ratzinger, La mia vita, p. 62

La Chiesa nel suo aspetto ministeriale ci dice che Balthasar fu un vero maestro della fede, una guida sicura verso le fonti dell’acqua viva, un testimone della Parola, dal quale noi impariamo Cristo e dal quale possiamo imparare la Vita.

Joseph Ratzinger, Funerale di Balthasar, Lucerna, 1° luglio 1988
Ritengo che la riflessione teologica [di Balthasar] mantenga intatta fino ad oggi una profonda attualità e provochi ancora molti ad addentrarsi sempre più nella profondità del mistero della fede, tenuti per mano da una guida così autorevole. […]
Posso attestare che la sua vita è stata una genuina ricerca della verità, che egli comprendeva come una ricerca della vera Vita. Ha cercato le tracce della presenza di Dio e della sua verità ovunque: nella filosofia, nella letteratura, nelle religioni, giungendo sempre a spezzare quei circuiti che tengono spesso la ragione prigioniera di sé e aprendola agli spazi dell’infinito. Hans Urs von Balthasar è stato un teologo che ha posto la sua ricerca a servizio della Chiesa, perché era convinto che la teologia poteva essere solo connotata dall’ecclesialità. La teologia, così come lui la concepiva, doveva essere coniugata con la spiritualità; solo così, infatti, poteva essere profonda ed efficace. […]
L’esempio che von Balthasar ci ha lasciato è piuttosto quello di un vero teologo che nella contemplazione aveva scoperto l’azione coerente per la testimonianza cristiana nel mondo. Lo ricordiamo in questa significativa circostanza come un uomo di fede, un sacerdote che nell’obbedienza e nel nascondimento non ha mai ricercato l’affermazione personale, ma in pieno spirito ignaziano ha sempre desiderato la maggior gloria di Dio.


Quindi come si puo’ ben intendere dal pensiero di questi due pontefici, questo teologo viene portato ad esempio al popolo cristiano come un campione della fede. Ora noi propporremo un libro scritto da don Luigi Villa su questo teologo che mostra chiaramente che questo personaggio, definito teologo, di cattolico ha ben poco, difatti l’ultimo grande pontefice, Pio XII, veramente cattolico l’aveva fermato insieme ad altri perche le loro idee non erano considerate ortodosse ma anzi pericolose…
Se si ha avuto la pazienza di leggere questo documento si comprende in maniera chiara che questo teologo e’ stato un disastro per la fede di tante persone e non ci si meraviglia piu’ del perche lodano questi personaggi ambigui, daltronde fanno parte tutti della stessa conbriccola che ha traviato pesantemente l’andamento del Conciliabolo Vaticano II…
…Ero seduto nella tribuna dove gli esperti avevano il loro posto, così potevo seguire i lavori conciliari.
Nei primi due mesi, tuttavia, non ero ancora un perito ufficiale, solo un perito privato del cardinale. Soltanto in novembre il Papa mi nominò anche perito ufficiale, e da quel momento ho partecipato ufficialmente a tutte le sedute.
All’inizio, potevo partecipare ai lavori , ma non regolarmente a tutte le sedute: in queste circostanze era un grande avvenimento vedere tutti gli esperti, grandi personalità che avevo conosciuto attraverso lo studio: Henri De Lubac, Jean Danielou (1905-1974), Yves Congar (1904-1995), Marie-Dominique Chenu (1895-1990) e altri grandi nomi. Fu straordinario incontrare questi personaggi venerati perché erano persone che ammiravo.
 
Come non ci si stupisce piu’ quando si fanno affermazioni, discorso di lunedì 13 giugno, ortodosse e poi nei fatti si faccia esattamente il contrario di quanto si afferma:
…La catechesi è azione ecclesiale e pertanto è necessario che i catechisti insegnino e testimonino la fede della Chiesa e non una loro interpretazione. Proprio per questo è stato realizzato il Catechismo della Chiesa Cattolica, che idealmente questa sera riconsegno a tutti voi, affinché la Chiesa di Roma possa impegnarsi con rinnovata gioia nell’educazione alla fede.
Per esempio quali possono essere questi fatti contraddittori? L’approvazione dello statuto e delle eretiche cathechesi del movimento assolutamente non cattolico Neocatecumenale:

Totale”debacle” modernista della nuova Chiesa Conciliare. L’ingiustizia è completa, VERGOGNA…

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Dalla collegialità all’assolutismo, all’anarchia. Il fattaccio di Friburgo

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Il “caso Friburgo” ha portato certa stampa a gridare che la Chiesa “finalmente” apre a queste persone, come se fossero diversi da tutti gli altri peccatori. Sembra poco credibile che papa Francesco voglia modificare questi orientamenti. Probabilmente intende dare indicazioni per smussare certe durezze di comportamento da parte dei sacerdoti, come ha fatto in Argentina. Questo è il suo senso della “accoglienza”…

di Michele M. Ippolito

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Ma sulla Comunione ai divorziati come la pensa davvero Francesco?

Dall’assolutismo alla collegialità fino all’anarchia, il percorso da compiere può essere molto breve. Lo dimostra il caso di un oscuro funzionario della diocesi di Friburgo, che qualche giorno fa ha ben pensato, senza coordinarsi con l’amministratore apostolico della diocesi (che in questo momento fa le veci del vescovo) di pubblicare il manualetto per i sacerdoti che garantisce, contro tutto quello che prevede il magistero della Chiesa cattolica, la liceità dell’accesso all’Eucarestia per uomini e donne divorziati e risposati che abbiano compiuto un precedente percorso di fede ed abbiano messo in pratica una qualche forma di riconciliazione con la Chiesa.

Se per alcuni la “collegialità” è una scusa per l’anarchia…

Lo stravagante, imprevedibile e confusionario arcivescovo uscente di Friburgo, Robert Zollitsch, già presidente dei sediziosi vescovi tedeschi, una chiesa scandalosamente ricca e burocratizzata. Sia chiaro, i frati sono ricchi. Lo stato in base a un vergognoso concordato stipendia con assegni d'oro vescovi e preti, come fossero impiegati dello stato, E come tali, in effetti, si comportano, non come servitori della Chiesa.

Lo stravagante, imprevedibile e confusionario arcivescovo uscente di Friburgo, Robert Zollitsch, già presidente dei sediziosi vescovi tedeschi, una chiesa scandalosamente ricca e burocratizzata. Sia chiaro, i frati sono ricchi. Lo stato in base a un vergognoso concordato stipendia con assegni d’oro vescovi e preti, come fossero impiegati dello stato, E come tali, in effetti, si comportano, non come servitori della Chiesa.

Al di là del caso specifico, alquanto irrilevante poiché è evidente che un funzionario diocesano non ha alcuna autorità su questi temi, quanto accaduto fa sorgere una riflessione sul perché a Friburgo ci sia stato qualcuno che ha pensato di sostituirsi al Papa.

Storicamente il Papa è stato quasi sempre visto, tranne nei primi secoli del cristianesimo, come un sovrano assoluto. Il cardinale Joseph Ratzinger, nel suo famoso libro “Rapporto sulla fede” del 1985, scritto con Vittorio Messori chiariva che la struttura della chiesa “non è democratica ma sacramentale, dunque gerarchica” perché “l’‘autorità non si basa su votazioni a maggio­ranza; si basa sull’autorità del Cristo stesso”. Per centinaia di anni il tema dell’assolutismo papale nella chiesa è stato oggetto di critiche profonde, sia dall’interno che, soprattutto, dall’esterno. Per dirla tutta, oggi il principale ostacolo ad un riavvicinamento con le chiese ortodosse non sono le differenze dottrinarie, che sono minime, ma proprio il ruolo del Papa nel mondo cattolico, opposto alla tendenza delle comunità orientali a governarsi da sé.

Con papa Francesco qualcosa è subito cambiato ed è tornata ad essere in auge la parola “collegialità”. Bergoglio ha nominato un comitato composto da otto cardinali per farsi aiutare a prendere le decisioni più importanti. Qualcuno, però, ha scambiato la “collegialità” con un “liberi tutti” o con un invito all’anarchia nella Chiesa.

Chi abbia letto qualcosa sugli orientamenti pastorali del cardinale Bergoglio sa che questi è un tradizionalista, sia in materia di dottrina che in materia di morale. Tuttavia è stato lo stile del Papa a creare dei fraintendimenti. Non c’è dubbio che Bergoglio usi un linguaggio semplice, capace di toccare i cuori di molti, ma bisogna anche constatare che certe sue uscite, probabilmente, non studiate a tavolino, prestano il campo a differenti interpretazioni, sono poco chiare, talvolta ambigue e fanno sì che chiunque possa manipolarle a suo piacimento.

Le possibili riforme di Bergoglio rischiano di creare confusione. Anche dove non c’era

il papa e il presidente dei vescovi tedeschi

il papa e il presidente dei vescovi tedeschi

Le profonde critiche a Bergoglio di alcuni quotidiani di destra italiani in questi ultimi giorni (Libero, il Giornale, il Foglio) sono una spia di un malessere che si sta pian piano diffondendo nel mondo dei cattolici conservatori nei confronti del Papa e dei suoi atteggiamenti. Si è dovuto scomodare anche Massimo Introvigne, probabilmente il più importante commentatore del magistero papale del nostro Paese, per rintuzzare gli attacchi a papa Francesco dei tre quotidiani e lo ha fatto esprimendosi in maniera molto dura.Per stare nella Chiesa – ha scritto – occorre camminare con i Papi e farsi guidare dal loro Magistero quotidiano. Fuori di questo cammino stretto c’è la strada larga che porta allo scisma” invitando i detrattori di Bergoglio a rendersi conto che “è possibile che Papa Francesco avvii ulteriori riforme nella Chiesa, che il cattolico fedele dovrà accogliere con docilità e insieme cercare di leggere non contro gli insegnamenti dei precedenti Pontefici ma tenendo conto di essi.”

Il problema, però, è che alcune riforme rischiano di ingenerare confusione se non sono espresse e presentate ai sacerdoti ed ai fedeli in modo chiaro. Il termine “accoglienza” non è nuovo nel lessico della Chiesa, come certi commentatori inesperti, ignoranti o peggio ancora in malafede provano continuamente a farci credere, ma è usato da tutti i documenti del magistero, dal Catechismo a scendere. Tuttavia, se papa Bergoglio parla genericamente di “accoglienza” per i divorziati, a Friburgo, terra di sacerdoti progressisti al limite dello scisma, un solerte funzionario decide che allora sì, due parole sono sufficienti per cambiare storie millenarie, e quindi è giusto ammettere alla comunione divorziati risposati. D’altronde non è necessario seguire il vento di cambiamento che parte direttamente da papa Francesco?

Peccato che poi arrivino, immediate o quasi, le smentite. Su tutte, quella di Monsignor Vincenzo Paglia, a capo del Pontificio Consiglio per la Famiglia, che è intervenuto dicendo che ”quando nelle squadre di calcio si segna in fuorigioco l’arbitro fischia”, mentre il portavoce vaticano padre Lombardi ha chiarito che “non cambia nulla, non c’è nessuna novità per i divorziati risposati” e che “proporre particolari soluzioni pastorali da parte di persone o di uffici locali può rischiare di ingenerare confusione.”

E che la confusione sia massima lo si capisce anche dal fatto che lo stesso funzionario diocesi di Friburgo sostiene che un divorziato risposato non possa “accedere ai sacramenti”, affermando pure che chi si trova in questa condizione non possa ricevere il battesimo, accostarsi alla confessione o l’estrema unzione. Sciocchezze che denotano una scarsa conoscenza addirittura dei più noti documenti del magistero se non, anche in questo caso, malafede.

La Chiesa già accoglie i divorziati risposati, ma lo fa nella Verità

matrimonio_sacerdoti_divorzio_filmIl tema della comunione ai divorziati risposati sarà dibattuto dal Sinodo dei Vescovi che si terrà in Vaticano dal 5 al 19 ottobre 2014 sul tema “Le sfide pastorali della famiglia nel contesto dell’evangelizzazione”, da cui usciranno indicazioni chiare o almeno così si spera. Tuttavia, un testo poco conosciuto, una dichiarazione del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi del 2000 (quindi appena tredici anni fa non nel Medioevo) ha già posto ordine nella vicenda. Chi si trova in condizione di peccato, semplicemente, non può accostarsi alla comunione come insegna San Paolo:“Perciò chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore. Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna» (1 Cor 11, 27-29)”

Ammettere alla comunione i fedeli divorziati risposati creerebbe uno “scandalo” che sussisterebbe “anche se, purtroppo, – si legge nella dichiarazione – siffatto comportamento non destasse più meraviglia: anzi è appunto dinanzi alla deformazione delle coscienze, che si rende più necessaria nei Pastori un’azione, paziente quanto ferma, a tutela della santità dei sacramenti, a difesa della moralità cristiana e per la retta formazione dei fedeli.” In pratica, anche se per il Mondo divorziare e risposarsi non è poi così grave, è compito dei sacerdoti puntualizzare che si tratta di una situazione che genera un comportamento contrario al Vangelo. Fortemente contrario al Vangelo.

"Prendete e mangiatene tutti" e beveteci su.

“Prendete e mangiatene tutti” e beveteci su.

Allora questo vuol dire che la dottrina cristiana e la Chiesa cattolica allontanano da sé i divorziati risposati? Il “caso Friburgo” ha portato certa stampa a gridare che la Chiesa “finalmente” apre a queste persone, come se fossero diversi da tutti gli altri peccatori. Anche su questo dice parole chiare il documento del 2000: “La Chiesa riafferma la sua sollecitudine materna per i fedeli che si trovano in questa situazione o in altre analoghe, che impediscano di essere ammessi alla mensa eucaristica. Quanto esposto in questa Dichiarazione non è in contraddizione con il grande desiderio di favorire la partecipazione di quei figli alla vita ecclesiale, che si può già esprimere in molte forme compatibili con la loro situazione. Anzi, il dovere di ribadire questa non possibilità di ammettere all’Eucaristia è condizione di vera pastoralità, di autentica preoccupazione per il bene di questi fedeli e di tutta la Chiesa, poiché indica le condizioni necessarie per la pienezza di quella conversione, cui tutti sono sempre invitati dal Signore.”Il senso è: se vi dicessimo che il vostro atteggiamento è lecito, vi faremmo più contenti ma diremmo una falsità, vi allontaneremmo dalla Verità e quindi alla perdizione dell’anima, la cui salvezza è la finalità principale della Chiesa. Non una chiusura, quindi, ma un tentativo di aiuto, di sostegno, che si concretizza anche attraverso azioni di pastorale. Non è un caso, infatti, che in molte diocesi da tempo sono organizzate attività di sostegno spirituale per fedeli divorziati e risposati.

Né il sinodo né il Papa possono andare contro il Vangelo

Un esempio di "accoglienza", che già c'era. Anche se è tutta da dimostrare questa storia che ci sarebbero chissà quanti divorziati risposati a fare ressa ai portoni delle chiese. Viene il sospetto che sia (alla maniera tipica dei radicali) la solita faccenda ideologica, teorica e puramente strumentale per creare una "emergenza" che nella realtà non esiste.

Un esempio di “accoglienza”, che già c’era. Anche se è tutta da dimostrare questa storia che ci sarebbero chissà quanti divorziati risposati a fare ressa ai portoni delle chiese. Viene il sospetto che sia (alla maniera tipica dei radicali) la solita faccenda ideologica, teorica e puramente strumentale per creare una “emergenza” che nella realtà non esiste. Al solo scopo di creare divisione all’interno del mondo cattolico.

Sembra poco credibile che papa Francesco voglia modificare questi orientamenti. Probabilmente intende dare indicazioni per smussare certe durezze di comportamento da parte dei sacerdoti, come ha fatto in Argentina, bacchettando, giustamente, i preti che si rifiutano di battezzare bambini nati fuori dal matrimonio. Questo è il suo senso della “accoglienza”, al di là delle ricostruzioni fantasiose che si sono lette negli ultimi mesi. In ogni caso, è necessario che Bergoglio dica ancora una volta come la pensa sui temi che fin troppe volte dividono le comunità cattoliche, senza indugi e con chiarezza, per non prestare il fianco a chi lo tira continuamente per la mozzetta, addebitandogli pensieri mai espressi.

Tra l’altro, per modificare la dottrina sulla comunione ai divorziati bisognerebbe superare un problemino di poco conto, su cui, incredibilmente, la stampa che ha trattato della vicenda di Friburgo non si è soffermata. Nel Vangelo di Matteo Gesù dice: “Chiunque ripudia sua moglie, eccetto il caso di concubinato, la espone all’adulterio e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio” (Mt 5,32). Può mai una dottrina della Chiesa, espressa da un Sinodo o addirittura da un Papa, andare contro il Vangelo?

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BASTA COL CONCILIO!
(Lo disse Padre Pio)

Il Cardinale Bacci, reduce da una visita a Pietralcina, riferì al Papa l’ esortazione del frate. La clamorosa rivelazione contenuta in una biografia di Padre Pio pubblicata dal Centro Culturale Francescano.

Un Papa, un frate, un cardinale loro tramite.
L’aneddotica della Chiesa si è arricchita, inaspettatamente, di una clamorosa rivelazione. E’ stato Padre Pio di Pietralcina, il cappuccino venerato come un santo dai fedeli ancor prima che fosse introdotta la sua causa di beatificazione e ostegggiato in vita dalla Curia romana (subì due inchieste, due “persecuzioni”), a indurre Paolo VI ad anticipare la chiusura del Concilio Ecumenico Vaticano II. Papa Montini, assalito dal dubbio che i padri conciliari si stessero avventurando pericolosamente verso una imprevedibile svolta, inviò a S. Giovanni Rotondo un suo autorevole ambasciatore segreto, il grande latinista recentemente scomparso cardinale Antonio Bacci, “per sentire cosa ne pensasse Padre Pio”. Molte voci. Sotto Papa Giovanni XXIII erano corse molte voci, e talune malevoli sul pensiero di Padre Pio a proposito del Concilio. Una volta aveva sentenziato con burbanza contadina, parlando con un monsignore del Santo Uffizio: “Il pesce puzza dalla testa”. Un’altra volta si era lamentato con un giornalista dell’ Osservatore Romano: “La Chiesa è senza nocchiero”. Per i più sospettosi, alla “seconda persecuzione” subita proprio sotto Papa Roncalli non era estranea la drasticità di questi giudizi, anche se la spedizione motivata del visitatore apostolico monsignor Maccari, inviato come epuratore a San Giovanni Rotondo, veniva attribuita al segretario-factotum del Pontefice, monsignor Loris Capovilla, ora in disgrazia ma allora potentissimo e intimo del Vescovo di Padova Bortignon, inguaiato con lo scandalo Giuffrè e avversario di vecchia data di Padre Pio da Pietralcina. “Il Concilio? Per carità, lo chiuda al più presto”, fu il responso ottenuto dal cardinale Antonio Bacci. L’ultimo colloquio avvenne nella cella n° 5 del convento di Santa Maria delle Grazie, il porporato latinista era venuto anche per portare al cappuccino abitudinario la dispensa vaticana dall’obbligo, sancito appunto dal Concilio (una delle tante innovazioni non condivise) di celebrare la Messa in italiano. Poteva continuare a dirla ogni mattina all’alba nel suo latino, come aveva sempre fatto da oltre mezzo secolo. Padre Pio pianse di gratitudine. All’incontro erano presenti alcuni frati, che orecchiarono e riferirono. Ma a rivelare pubblicamente l’episodio è stato Padre Carmelo da Sessano, sguardo azzurro e barba da Patriarca, che fu prima compagno di studi e poi guardiano di Padre Pio dal 1953 al 1958. Si è sbilanciato nel corso di una conferenza stampa passata pressoché inosservata (un po’ lo sciopero dei giornali, un po la solita congiura del silenzio) e indetta per la presentazione del libro Padre Pio da Pietralcina, un Cireneo per tutti, edito dal Centro Culturale Francescano e scritto da Padre Alessandro da Ripabottoni, della provincia monastica di Foggia. Si tratta di una biografia di 890 pagine, la prima ufficiale e autorizzata, compilata utilizzando documenti e testimonianze del Dossier per la causa di beatificazione del cappuccino stigmatizzato: “non tutti però”, confessa l’autore, “perché si è dovuto trattare in modo limitato dei difficili rapporti tra Padre Pio e la Santa Sede e si è preferito non scrivere sopra fatti sui quali certi convincimenti nostri non collimavano con l’orientamento ufficiale”. Testimone l’incontro, con pochi giornalisti e molti devotissimi, si è svolto in un’ atmosfera catacombale nello scantinato dell’Hotel Alicorni, vicino a S. Pietro, già prescelto per certe riunioni di preti del dissenso e di avanguardisti sinodali. Questa volta, però, il protagonista era un prete dell’assenso e un tradizionalista. Padre Pio, difatti, è sempre stato considerato un prete della vecchia Chiesa (un tradizionalista). E’ appunto in nome della vecchia Chiesa che Padre Pio scongiurò di chiudere il Concilio. “Il nostro confratello”, ha spiegato Padre Carmelo da Sessano, “non era tanto contrario al Concilio, quanto preoccupato della piega che aveva preso. Temeva le innovazioni irrompenti, diffidava del fronte olandese che con austriaci ed altri si era già costituito”.

Questo articolo è tratto dalla rivista
“Il Settimanale” del 04-01-1975

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E la Chiesa cadde in mano agli intellettuali (Teologi e Concilio PARTE 1)

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E LA CHIESA

CADDE IN MANO

AGLI INTELLETTUALI 1

Teologi e pre-Concilio. Teologi e Concilio. Teologi e post-Concilio

Un breve tentativo di analisi. PARTE 1

Così nasce l’apologetica. Un po’ di storia. E sotto il trono di Pio XII covavano i modernisti sperando nella sua morte. In questa nuova teologia (che era una nuova ideologia) cadde anche Ratzinger. “Finalmente” Pio XII muore. Quei vescovi finirono fucilati a causa del sostituto Montini?

Negli anni del Concilio Vaticano II balzano agli onori delle cronache i più fulgidi esponenti della “Nouvelle Theologie” (e non solo), teologi francesi, tedeschi, svizzeri in genere. Il Concilio in un certo senso diventa “loro” (o così pensano). In altri concili, così come accadde per altre riforme liturgiche, l’opera di approfondimento e attualizzazione del dogma cattolico è sempre stata ad opera dei santi più che dei teologi. Perché questa improvvisa importanza degli intellettuali?

di Tea Lancellotti

COSÌ NASCE L’APOLOGETICA. UN PO’ DI STORIA

“bene scripsisti de Me Thoma”

Prima di avventurarci nei particolari del nostro tempo, è fondamentale chiarire che cosa si intende per “Nouvelle Theologie” (nuova teologia). Una Teologia che si rispetti, infatti, non nasce dal giorno alla notte, ma segue uno sviluppo continuo che poi, a seconda di una più o meno fedele ortodossia, la Chiesa valuterà come attendibile oppure come erronea, quando non proprio eretica. Ricordiamoci che i teologi, seppur non tutti ortodossi e pochi dottori o canonizzati, sono sempre stati considerati i detentori della sapienza a seconda dei carismi “dati ad ognuno”, come spiega san Paolo, e che, a modo loro, hanno comunque aiutato la Chiesa nelle sue riforme storiche.

Faremo qui esclusivamente una breve, ma necessaria, ricostruzione storica. Il primo grande teologo che tutta la Chiesa contempla e mantiene come fondamento è san Paolo, per via delle lettere canoniche entrate nel Nuovo Testamento, quale materiale più antico e completo che abbiamo. Da qui si sviluppa la teologia della Chiesa in campo dottrinale, etico e morale: basti ricordare, come esempio, il primo Concilio di Gerusalemme a cui si accenna nel capitolo 15 degli Atti.

Nei tempi della “patristica”, si avrà uno sviluppo molto controllato della teologia a causa delle tante eresie che continuamente nascevano: severità soprattutto verso il giudaismo per una corretta comprensione della fondamentale necessità della conversione, senza la quale non vi può essere alcuna comunione; severità anche verso l’espansione del paganesimo, così come contro lo gnosticismo che pretendeva un cristianesimo mitologico e dualista. Da questo scaturisce, fin dal I secolo, la cosiddetta apologetica che non è altro che l’eloquenza in difesa della dottrina cristiana.

Non tratteremo qui di Origene e di altri scrittori ecclesiastici, spesso usati in modo distorto e contro la dottrina cattolica. Ci preme avanzare nel tempo per sottolineare come tutto questo fosse in comune, ed univa la chiesa cattolica da Oriente, la cui diversità si esprimeva nel rito greco, ad Occidente, la cui diversità si evidenziava nel rito latino. Con la fioritura dei monasteri e il conseguente avvicinamento agli studi dei monaci, la teologia compirà ulteriori sviluppi nella sua specifica caratteristica: “contemplatio, meditatio, ruminatio” della Sacra Scrittura attraverso gli scritti dei Padri e delle loro interpretazioni approvate dalla Chiesa. In questa nuova teologia, che non vuol dire inventata, ma si riferisce ad un nuovo modo di fare teologia, i monaci introducono le allegorie, figure retoriche in cui ad un’immagine corrisponde un concetto e a questa immagine viene data l’interpretazione necessaria alla sua comprensione, perseguendo costantemente l’ortodossia di tutta la Chiesa, arricchendola.

Con sant’Agostino, san Bernardo da Chiaravalle e con Ugo da san Vittore (tanto per citarne alcuni), agli inizi del XII secolo abbiamo una nuova aggiunta al modo di fare teologia. Senza mai distaccarsi da quella apologetica iniziale e da quanto la Chiesa aveva maturato fino a questo periodo, questi teologi inseriscono all’interno della teologia non più soltanto la Sacra Scrittura, bensì anche tutto il supporto della tradizione orale e di conseguenza anche la cosiddetta “critica storica”.

Nascono le “scuole theologiche”, con la famosa “Scolastica”, che vedrà impegnati gli Ordini “Mendicanti” in nuovi approfondimenti teologici validi per affrontare con innovative predicazioni il proprio tempo, affranto da nuove forme di eresie come quella dei catari-albigesi, del protestantesimo ed altre. Notare come il termine “nuovo” si affaccerà in ogni epoca della Chiesa…

Con san Tommaso d’Aquino, infatti, nel XIII secolo si vedrà un ulteriore e sostanzialmente definitivo sviluppo in questo senso della “Sacra Doctrina”, nella quale la dimensione del senso del sacro irrompe nella teologia dandole quell’impronta fino a noi pervenuta. Impronta che sarà rimessa in discussione dalla cosiddetta “Nouvelle Theologie” che si affaccia nel Novecento per poi esplodere prepotentemente sfruttando il Concilio Vaticano II. Tutto questo, naturalmente, merita un approfondimento che ogni lettore potrà compiere per arricchirsi ulteriormente.

E SOTTO IL TRONO DI PIO XII COVAVANO I MODERNISTI SPERANDO NELLA SUA MORTE

Alcuni santoni della Nouvelle Thelogie

Negli anni del Concilio Vaticano II balzano agli onori delle cronache i più fulgidi esponenti della “Nouvelle Theologie” (e non solo), teologi francesi, tedeschi, svizzeri in genere. Il Concilio in un certo senso diventa “loro” (o così pensano). In altri concili, così come accadde per altre riforme liturgiche, l’opera di approfondimento e attualizzazione del dogma cattolico è sempre stata ad opera dei santi più che dei teologi. Perché questa improvvisa importanza degli intellettuali?

Perchè questa improvvisa importanza degli intellettuali?

La “Nuova Theologia”, come concetto, non nasce con il Concilio Vaticano II. A fare i pignoli essa comincia a svilupparsi, come concetto moderno, con il Protestantesimo liberale e la sua devastante Sola Scriptura. Con l’Illuminismo (con tutti gli “ismi” raggruppati fino ad oggi), poi, troverà un terreno fertile che esploderà nei primi del Novecento tanto da far intervenire il pontefice san Pio X che, con autentico spirito profetico, condannerà quel concetto di modernismo. Del progressismo ci occuperemo invece più avanti perché i due termini non vanno affatto confusi. La crisi di questa insistente teologia modernista metterà a dura prova anche il venerabile Pio XII, che porrà un freno al suo espansionismo con l’enciclica Humani Generis, ma più che un freno questa sarà solo un tamponamento. Tuttavia distingueremo più avanti anche la liceità di questa “nuova teologia” dall’errata strumentalizzazione scaturita dalla lotta fra cattolici conservatori e modernisti…

Alla morte di Pio XII, nel 1958, si presentò un grande dilemma nella Chiesa.

Da una parte il lungo pontificato di Pacelli era stato segnato dal prestigio indiscutibile di un papa che, più passavano gli anni, più concentrava potere nelle sue mani, anche perché era cosciente delle tensioni che crescevano all’interno del mondo cattolico e che Pacelli sapeva fronteggiare: aspetto, questo, che davvero non piaceva ai modernisti.

Dall’altra parte, la Seconda Guerra Mondiale, con i suoi totalitarismi ed orrori, aveva aperto il dilemma non soltanto su nuove possibili distruzioni a livello planetario, ma soprattutto sulla necessità di un dialogo più aperto verso un mondo che voleva scardinare i valori tradizionali e perfino Dio.

In questo scenario, si rafforzarono alcuni quadri all’interno della Chiesa che credevano più importante aprirsi al dialogo con il mondo, sacrificando la parte magisteriale, dogmatica e dottrinale della Chiesa (i modernisti), mentre si fecero più pressanti quei gruppi definiti poi conservatori, che ritenevano più importante invece mantenere ad ogni costo la purezza del dogma e della morale cattolica, nonostante il pericolo di naufragare, lasciando annegare ciò che si sarebbe potuto invece salvare. In questi quadri si formarono anche gruppi più moderati che, fedeli al Pontefice ed alla Tradizione della Chiesa, sentivano tuttavia la necessità di sostenere un equilibrato progresso interno alla Chiesa e saranno loro, effettivamente, ad essere quell’ago della bilancia ma anche quel fermento che, sostenendo i conservatori ma lasciandosi fuorviare anche dalle iniziative tentatrici dei modernisti, contribuiranno non poco a portare la Chiesa verso un vistoso sbandamento che avrà il suo apice negli anni Settanta.

Nascono così, negli anni Quaranta e Cinquanta, dei movimenti come quello della Nouvelle Théologie e dei preti operai che mantennero prima una posizione d’avanguardia, tanto da essere tollerati dalla Chiesa, salvo poi, quando furono oggetto di condanna papale, agire più cautamente per poter muoversi efficacemente, cominciando ad infiltrarsi nelle file di coloro che, fedeli ad un corretto e legittimo progresso della Chiesa, diedero sfogo a ciò che venne poi definito progressismo.

Non è un segreto di oggi che molti all’epoca desideravano la morte di Pio XII, considerato il maggior ostacolo alla vera riforma della Chiesa. E non si può negare l’importante ruolo svolto dal cardinale Ottaviani, che si rivelò essere un vero e provvidenziale “angelo custode” per il Pontefice ma anche per la conservazione dottrinale della Chiesa contro la deriva “progressista e modernista”, due correnti che non sono affatto, come dicevamo, la stessa cosa per quanto le si voglia assimilare.

Aderirono alle idee della Nouvelle Théologie teologi come Pierre Teilhard de Chardin, i domenicani Yves Congar ed Edward Schillebeeckx, Hans Küng, Han Urs von Balthasar, Marie-Dominique Chenu, Karl Rahner, Louis Bouyer, Etienne Gilson.

IN QUESTA NUOVA TEOLOGIA (CHE ERA UNA NUOVA IDEOLOGIA) CADDE ANCHE RATZINGER…

i teologi conciliari Ratzinger e Congar

In questa ideologia caddero in un primo tempo anche Jean Daniélou e persino Joseph Ratzinger. Ebbene, e come da lui stesso raccontato nel libro “La mia vita”, lui e Danièlou si dissociarono successivamente e lo stesso Ratzinger spiega bene come questo lo portò in conflitto, tutt’oggi aperto, con Hans Küng. Spiegò Ratzinger: «Mi si rimproverò di aver abbandonato la nuova teologia, in verità e come spiegai a Küng, fu lui a dissociarsi dalla Teologia della Chiesa che ha nell’Aquinate la massima espressione».

Il comune denominatore della Nuova Teologia lo possiamo ricondurre a questa spiegazione: l’ideale di una maggiore libertà della ricerca teologica, scardinata dalle dottrine esistenti, e un pluralismo teologico capace di rimettere in discussione la storia stessa della Chiesa e delle dottrine emanate. Un ripartire da capo con la possibilità di modificare.

Tutto questo non spiega ancora, anzi, non dà una risposta chiara alla domanda, e probabilmente non avremmo mai una risposta soddisfacente. É ancora oggi inspiegabile ed incomprensibile come sia stato possibile far approdare al Concilio questi moderni teologi in chiaro ed aperto dissenso con il Magistero Ecclesiale.

Ancora oggi Karl Rahner è offerto all’interno dei seminari come materiale da studiare ed imparare: sovente si trovano vescovi che negli scritti usano citarlo per suffragare le loro pastorali. Eppure è ben risaputo come egli si sia in qualche modo allontanato dalla teologia cattolica. Sembrano assai chiare le restrizioni e i richiami dei pontefici ad Hans Küng e al domenicano Schillebeeckx: strano, però, è l’atteggiamento che ebbero, invece, verso altri teologi come il domenicano Congar, e il gesuita de Lubac, premiati con il cardinalato, dei quali parleremo più avanti.

Ciò che possiamo dire è che già con il beato Pio IX ci furono scrittori, da lui incoraggiati, quali Sanseverino, Cornoldi, Gonzalez, ecc. che diedero il via ad una “neo-scolastica”, attraverso cui riportare la fondamentale dottrina rifacendosi alla Scolastica del XIII secolo, dimostrando che le certe verità filosofiche, raggiunte dalla Chiesa, non sono affatto mutabili e non variano secondo le mode dei tempi. Inoltre questi scrittori spiegarono che, se i grandi teologi del Medioevo, come san Tommaso o san Bonaventura, erano riusciti ad armonizzare un sistema filosofico sulle fondamenta dei pensatori filosofi greci come Aristotele, per esempio, allora doveva essere possibile, anche ai giorni nostri, trovare un’armonia tra le verità ottenute, già raggiunte, e le nuovi correnti filosofiche. Tuttavia, proprio con il confronto dialettico con il pensiero moderno, la neo-scolastica, trovandosi di fronte a problemi sconosciuti nel tempo medievale al quale faceva riferimento, comincia a mutare il suo metodo di lavoro, allontanandosi dall’Aquinate, pur rimanendo ancora in linea con il pensiero costante della Chiesa. In tal senso si spiega l’Enciclica di Leone XIII Aeterni Patris del 1879 che dà “alla Neo-scolastica il suo carattere definitivo e ad accelerarne lo sviluppo, in un’ottica in cui si chiede la fusione di principi universali e immutabili con la sintesi delle nuove conoscenze in continuo progresso“.

FINALMENTE” PIO XII MUORE

L’ultimo papa interamente romano: Pio XII

Quale che sia la storia, comunque, il perché ci siamo ritrovati nel Concilio Vaticano II questi personaggi va ascritto a Pio XII. Nella sua enciclica Humani Generis, è vero che esprime una chiarissima condanna alla Nouvelle Theologie, ma non fa nomi, non emette scomuniche e al contrario tollera e sollecita coloro che esprimono una teologia inquieta, pur definendoli ribelli, a lavorare non per demolire il corpus dottrinale della Chiesa, «ma per arricchirlo». Se apparentemente questa enciclica fu un colpo durissimo per la Nouvelle Theologie e se è vero che questi teologi furono esclusi dall’insegnamento, va detto che già nel 1959 cominciarono ad essere riabilitati uno dietro l’altro, e non certo per opera di Pio XII, che nel ’58 era “finalmente” (per loro) morto. Tuttavia, se egli avesse apportato delle chiarissime condanne, facendo nomi e cognomi, e avesse espresso chiare scomuniche, probabilmente neppure Giovanni XXIII (e non Paolo VI) avrebbe potuto con tanta facilità farli entrare addirittura al Concilio, alcuni di loro persino come periti, spesso come veri leader e maitre a penser. E’ evidente, dunque, che già ai tempi di Pio XII, il concetto di una nuova teologia non era affatto del tutto condannato dalla Chiesa e non poteva esserlo, dal momento che in tutta la sua storia la Chiesa aveva sempre incoraggiato le “nuove” teologie purché aderissero e restassero fedeli all’insegnamento già in vigore, come spiega l’enciclica di Leone XIII sopra citata. Il vero scontro comincia con la Nouvelle Theologie poiché avanzerà, allontanandosi dal patrimonio dottrinale già acquisito, pretendendo, dello stesso, una mutazione radicale.

QUEI VESCOVI FINIRONO FUCILATI A CAUSA DEL SOSTITUTO MONTINI?

Pio XII e Montini, sostituto

Questi teologi hanno, del resto, la piena simpatia di Paolo VI, che sembra assai affine a certa cultura “francese”. Oltre a questa affinità letteraria, che altre affinità ha con loro? Perché vi ripose tanta fiducia? E particolare predilezione mostrò a Congar, definendolo «la più grande testa della Chiesa». Tuttavia, Congar, ne fu anche il massimo demolitore, della Chiesa.

Comprendere Paolo VI sarebbe come vincere un terno al Lotto! Perdonate il paragone che non nasce da una mancanza di rispetto, ma sorge spontaneo osservando la realtà dei fatti. E’ il Papa che ha combattuto, attraverso le udienze del mercoledì, il dilagare delle false interpretazioni del Concilio, ma al tempo stesso è colui che è sembrato tacere ed applaudire alla devastazione liturgica e sistematicamente dottrinale che avveniva sotto i suoi occhi. Quando andava, per esempio, in visita nelle parrocchie, non vedeva forse come si celebrava la liturgia fra canti sguaiati e il suono delle chitarre? E’ stato il primo Papa a girare il mondo: non vedeva cosa accadeva nella Chiesa e il tutto suffragato proprio da quella Teologia moderna e “Nouvelle” da lui corteggiata attraverso i suoi amici teologi?

C’è, a tal proposito, un aneddoto assai chiarificatore: lo scrittore Julien Green, un anglicano che si convertì al cattolicesimo – per altro, grazie proprio alla Messa antica che sottolineava quella Presenza Reale che fu causa di divisione – stupefatto nel verificare che il nuovo rito era così simile a quello che aveva conosciuto nella sua infanzia protestante, si girò verso la sorella, che gli stava accanto, e tristemente le disse: ” Ma allora, perché ci siamo convertiti?”

Me c’è di più! Padre Josè-Apeles Santolaria de Puey y Cruells, che è anche avvocato e giornalista, ha scritto un libro, “Papi in libertà” in cui descrive alcuni aspetti della situazione assai interessanti. Li riporto, anche e un poco condensati, perché vale la pena di leggerli.

Il vero scontro fra l’ala conservatrice e i due estremi della Chiesa, progressista e modernista, non avvenne con il Concilio Vaticano II come molti pensano, ma bensì nel conclave del 1958, durante il quale si pensò di eleggere un Pontefice innovatore, progressista, ma non modernista.

L’uomo chiave dell’ala innovatrice era Giovanni Battista Montini, arcivescovo di Milano dal 1954. La sua era, tuttavia, un’elezione (quasi) impossibile, in quanto non era stato fatto cardinale poiché – ed anche qui non è un segreto – Pio XII gli negò la porpora per ragioni che ancora non sono state del tutto chiarite, ma che si possono individuare con il racconto di un vicenda che ci terrà impegnati per un poco ma che è importante conoscere per gettare luce sulla personalità di Montini.

Il bello e nobile tratto di Montini, nel suo “esilio” dorato di Milano. Dove lo aveva mandato Pio XII a seguito di gravi vicende

Negli anni cinquanta, mons. Montini, all’epoca sostituto della Segreteria di Stato, mantenne dei colloqui segreti con il Cremlino, senza che Pio XII ne fosse al corrente.

I fatti furono questi.

Pio XII aveva mandato, in incognito, dall’altra parte della Cortina di ferro, alcuni vescovi, con l’intenzione di aiutare la Chiesa perseguitata nei Paesi dell’Est. A questi aveva anche dato l’incarico di fare alcune consacrazioni di altri vescovi.

Qualcosa, però, andò storto.

Improvvisamente, questi vescovi inviati dal Papa furono tutti arrestati dal governo moscovita: alcuni furono fucilati, altri furono mandati nei gulag della Siberia, senza alcun processo e senza informare la Santa Sede.

Pio XII, appena lo seppe, ne fu profondamente costernato, e pianse lacrime amare. Non si dava pace e non capiva che cosa fosse accaduto, viste le mille precauzioni prese per mantenere segreta la presenza dei vescovi. Nel 1954, però, il mistero fu svelato. L’arcivescovo di Riga (Lettonia) comunicò personalmente a Pio XII una informazione importantissima ricevuta dal vescovo luterano di Uppsala (Svezia) che, a sua volta, l’aveva saputo direttamente dai servizi segreti occidentali: il KGB era venuto a conoscenza della presenza dei vescovi clandestini niente meno che da “informazioni dalla Segreteria di Stato”!

Sembra che Pio XII piangesse amaramente al solo pensiero di essere stato tradito dalla Segreteria più importante. Senza perdersi d’animo, tuttavia, aprì immediatamente un’indagine e scoprì i contatti che c’erano stati tra Montini e il governo dei “rossi” a sua insaputa, ossia “contatti non ufficiali”.

Fu questo il momento in cui, immediatamente e sotto l’apparenza di una promozione, predispose il repentino trasferimento di Montini alla sede ambrosiana. Inoltre, alla consacrazione del nuovo successore di sant’Ambrogio, che ebbe luogo a San Pietro, Pio XII non fu presente e Montini se ne andò appunto, senza il tradizionale “cappello rosso”, un fatto che stupì tutti in Vaticano, ma anche nella sede ambrosiana.

Rimane da chiedersi come mai Pio XII fu così buono con Montini, compiendo una scelta che, nonostante l’allontanamento da Roma, garantiva comunque un certo prestigio al futuro Paolo VI. Il fatto è che probabilmente Pio XII non aveva avuto le prove che cercava. Certo, sapeva che Montini intratteneva “contatti non ufficiali” con l’oltre Cortina, ma non aveva avuto le prove dell’alto tradimento tanto da incolparlo della morte dei vescovi inviati di nascosto dal Pontefice. Se Pio XII avesse avuto prove più sicure di certo avrebbe preso misure più drastiche del promoveatur ut amoveatur.

Dal canto suo e a onore del vero, Montini fu in un certo senso innocente della morte di quei vescovi, ma agì imprudentemente nel prendere la decisione di intrattenersi in colloqui non ufficiali alle spalle del Pontefice!

Il più ributtante e misterioso personaggio dell’ultimo mezzo secolo di storia vaticana: l’ex padre Alighiero Tondo, in arte “Cippico”. In borghese, con altri due fresconi di chierici

Il vero colpevole della drammatica vicenda fu un padre gesuita, Alighiero Tondi, alias “Cippico”, per altro subordinato di Montini, che le guardie, messe da Pio XII a vigilare la Segreteria, scoprirono in flagrante nell’atto di fotocopiare dei documenti segreti. Così padre Tondi venne prima scomunicato e poi consegnato alla giustizia italiana che lo condannò a due anni di prigione, durante i quali si sposò – con rito civile – con l’amante Carmen Zanti, militante del Partito Comunista e obbediente tassativamente a Palmiro Togliatti.

Il seguito della vicenda, tutt’oggi, lascia sbigottiti. Inizialmente, infatti, il Tondi e la sua compagna emigrarono in Germania dell’Est, dove lui divenne segretario del dittatore comunista Walter Ulbricht ed ottenne anche la cattedra di ateismo nell’Università Marxista-Leninista. Poi, quando Paolo VI fu eletto, la coppia ritornò in Italia: mentre la Zanti ricevette incarichi prestigiosi nel Partito Comunista italiano, Tondi venne preso come funzionario civile in Vaticano. Inoltre, Paolo VI legalizzò quel matrimonio canonicamente nel 1965.

Ma non finisce qui: quando la Zanti morì (con il funerale che divenne il pretesto di una grande manifestazione comunista), il Tondi, rimasto vedovo, chiese di essere riabilitato come sacerdote. Concessione che gli venne data niente meno che da Giovanni Paolo II nel 1980! Inoltre, gli venne anche conferito il titolo di monsignore con la carica di “prelato d’onore” e mantenne un importante posto nella curia romana. Se le prostitute ci passano innanzi nel regno dei cieli, pare che pure sulla terra sia la stessa cosa: in Vaticano soprattutto.

Questo epilogo è, per certi versi, incomprensibile dal momento che Paolo VI non giustificò mai, attraverso uno scritto, l’evoluzione di questa situazione, né il Tondi formulò mai le proprie scuse né richieste di perdono, e tantomeno fece mai abiura dei suoi anni vissuti da professore presso la cattedra ateistica dell’Università Marxista. Si dice solo che rimasto vedovo “si ravvide”: nulla di più, però, su tutta la vicenda.

Questa storia, seppur non faccia luce sull’argomento del nostro colloquio, ci aiuta però a comprendere meglio la figura, assai complessa ed enigmatica, di Paolo VI. Ci sono, tuttavia, altre domande che tutti ci poniamo, ma che probabilmente non troveranno mai una risposta eloquente: come mai lo stesso Giovanni Paolo II finì per promuovere le iniziative di Paolo VI come il cardinalato a de Lubac? O il posto in Vaticano al Tondi, nella Curia Romana con il titolo di monsignore?

L’atteggiamento incomprensibile e volubile della complessa personalità di Paolo VI si evince anche quando perfino l’ala progressista, già abbondantemente impregnata dai modernisti che vi si erano infiltrati (lupi travestiti, e neppure tanto, da agnelli) che lo aveva prescelto fin dal conclave del 1958, eleggendo Roncalli solo come transizione in attesa di avere Montini cardinale, rimase da lui profondamente delusa.

Paolo VI, che sembrava il grande innovatore e il propugnatore delle cause dell’ala modernista, si arrestò infatti di fronte alle questioni etiche e morali, difendendo la dottrina della Chiesa categoricamente fino a scrivere la Humanae Vitae, la Mysterium Fidei, la Marialis Cultus, con la proclamazione solenne di Maria Mater Ecclesiae, e pronunciando il famoso “Credo”, a chiusura del Concilio, che salverà lo stesso Pontefice da ogni dubbio circa l’ortodossia della fede, facendolo trasparire come il Papa del progresso della Chiesa, ma non certo modernista, come gli infiltrati avrebbero voluto. Da qui le loro delusioni, ma anche le delusioni da parte dell’ala conservatrice a causa delle ambiguità prodotte dalle azioni del Pontefice che sembravano contraddire, sovente, gli stessi atti ufficiali proclamati attraverso i documenti sopra citati.

In questo modo, Paolo VI si trovò completamente solo, incompreso sia dall’ala progressista (nella quale erano i modernisti a tirare le fila) che lo aveva eletto, sia dall’ala conservatrice che temeva le sue idee innovatrici, spesso improvvise e arbitrarie. Incompreso o meno, resta palese che Paolo VI agì tante volte in modo contraddittorio, con uno stile tutto suo spesso autonomo come quando, appunto, operò di nascosto, alle spalle di Pio XII.

I Papi che seguirono Paolo VI ebbero così a che fare con una eredità gravosa: rendere credibile un’ immagine di Chiesa che, da una parte, si mostrava come “amica del mondo” rinunciando ai fasti e al simbolo del potere temporale e spirituale che era la tiara, e, dall’altra, ne condannava ancora una volta i vizi e i peccati. La capacità della Chiesa di essere credibile non partiva più dalla sua dottrina, ma dalla capacità del Pontefice di renderla credibile.

Quanto questa rivoluzione sia stata giusta o meno lo dirà la storia. Certo è che la crisi della Chiesa comincia proprio da quando ne venne intaccata l’immagine, specialmente a partire dalla Liturgia, ma questa è un altra pagina…

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E la Chiesa cadde in mano agli intellettuali (Teologi e Concilio PARTE 2)

Concilio

E LA CHIESA

CADDE IN MANO

AGLI INTELLETTUALI 2

Teologi e pre-Concilio. Teologi e Concilio. Teologi e post-Concilio

Un breve tentativo di analisi. PARTE 2

Contrordine compagni: la crocifissione “è un fiasco”; Schillebeeckx, il Catechismo Olandese. Giovanni XXIII fece il vero guaio, non Paolo VI. Henri de Lubac. Dio confonde i sapienti o i “sapienti” confondono Dio? Dice il Signore: “E’ necessario che gli scandali avvengano”… ma “guai” a chi dà scandalo. Essere “progressisti” è doveroso… nel senso: “Quanto ora io vi dico lo comprenderete a poco a poco”. Che il progresso non sia mutamento. Il guaio è che i modernisti e non i progressisti si impadronirono del Concilio

Il “Catechismo Olandese” è la modernità dei suoi concetti di religione e fede, adattata alle esigenze dell’uomo moderno, che deve diventare una vera catechesi. Con questo testo, si scatenò un putiferio. Paolo VI lo definì “il grande scandalo” e un esame del Sant’Uffizio vi identificò 10 gravi eresie e 48 medie eresie miste ad ambiguità di linguaggio. Eppure, ecco un altro paradosso ed un’altra contraddizione montiniana: il “Catechismo” non viene distrutto, se ne lascia la libera pubblicazione con il solo obbligo di una aggiunta di note atte a spiegare gli errori rilevati. Ma, santa pazienza! E’ un catechismo eretico, 10 gravi eresie, 48 medie (“medie” che vuol dire poi? un’eresia è eresia e basta, così come il bianco o è bianco o non è), lo definisci un grande scandalo e tu, Sommo Pontefice, non salvi il piccolo gregge dalla contaminazione? Lo lasci pubblicare solo con l’aggiunta di “note”? Così, la Verità viene fornita nelle note e l’errore viene lasciato nelle pagine dette di catechismo. E ai vescovi “ribelli” non fu richiesta alcuna abiura, non fu fatta alcuna verifica della loro fede. A cosa mirarono? Ad una “Nouvelle Eglise”, la quale, per essere tale, necessita anche di una nuova dottrina, di un nuovo culto, di nuovi movimenti, di un clero che venga pasturato con le loro idee innovatrici. Una “Eglise”, una Chiesa, trasfigurata, che ormai non solo non ha più nulla di cattolico, ma nemmeno di cristiano: è già post-cristiana. Credo che Chesterton abbia risposto bene alla domanda con due righe: Uomini che cominciano a combattere la Chiesa per amore della libertà e dell’umanità, finiscono per combattere anche la libertà e l’umanità pur di combattere la Chiesa”.

di Tea Lancellotti

CONTRORDINE COMPAGNI: LA CROCIFISSIONE “È UN FIASCO”. SCHILLEBEECKX, IL CATECHISMO OLANDESE

Bastarono queste pagine sataniche ad annientare per sempre nell’arco 12 mesi l’intera gloriosa chiesa d’Olanda

L’intento principale di questi teologi appare spesso più quello di “razionalizzare” la fede che quello di rendere ragione della stessa. E la “razionalizzazione” non è esattamente nel senso tomistico del termine. Questo nel migliore dei casi; nel peggiore si hanno vere e proprie dottrine parallele, che di cattolico hanno ormai ben poco. È il caso, per dirne una, del “Catechismo Olandese” pubblicato a Concilio appena chiuso, e che in pochissimi mesi distrusse l’intera chiesa olandese. Ma questi teologi che che “razionalizzano”, che persino riscrivono a loro arbitrio dottrine e catechismi, a cosa mirano davvero?

Sostanzialmente, molti di questi teologi innovatori miravano a riscrivere la storia della Chiesa. La loro idea non era quella di rinnegare la dottrina, ma… di modificarla completamente!

E’ assai probabile che i pontefici, da Pio XI in poi, siano stati influenzati in parte da questa idea innovatrice, ben vedendo quanto la Chiesa avesse bisogno di una riforma dopo la Questione Romana, dopo il Concordato, dopo le grandi dittature.

L’azione dei pontefici fu effettivamente in buona fede, ma i frutti furono devastanti.

Prendiamo, per esempio, Schillebeeckx Edward Cornelis Florentius Alfonsus, domenicano, amico e confratello di Congar. Egli ha una visione particolare della crocifissione e morte di Gesù, che, calata nel contesto storico, non è da considerare salvatrice. Anzi, per lui, la crocifissione di Gesù è storicamente un fiasco, poiché appare come una vittoria dell’ingiustizia umana, in cui spicca il silenzio di Dio. Inoltre, Schillebeeckx mette in dubbio la “tomba vuota”. Tutte teorie dalle quali Congar prenderà le dovute distanze. Il problema è che non se le tiene per sé. Come domenicano, infatti, si sente in dovere di dirlo alla Chiesa, si sente in diritto di essere ascoltato ed ha infine la superbia e la presunzione che la dottrina debba cambiare secondo le sue personali convinzioni. Non è un caso che Schillebeeckx sia anche uno degli ispiratori del famoso ed eretico Catechismo Olandese – che riceve l’imprimatur dell’arcivescovo di Utrecht, Bernard Alfrink – nel quale è la modernità dei suoi concetti di religione e fede, adattata alle esigenze dell’uomo moderno, che deve diventare una vera catechesi. Con questo testo, si scatenò un putiferio. Paolo VI lo definì “il grande scandalo” e un esame del Sant’Uffizio vi identificò 10 gravi eresie e 48 medie eresie miste ad ambiguità di linguaggio. Eppure, ecco un altro paradosso ed un’altra contraddizione montiniana: il Catechismo non viene distrutto, se ne lascia la libera pubblicazione con il solo obbligo di una aggiunta di note atte a spiegare gli errori rilevati. Ma, santa pazienza! E’ un catechismo eretico, 10 gravi eresie, 48 medie (“medie” che vuol dire poi? una eresia è eresia e basta, così come il bianco o è bianco o non è), lo definisci un grande scandalo e tu, Sommo Pontefice, non salvi il piccolo gregge dalla contaminazione? Lo lasci pubblicare solo con l’aggiunta di note? Così, la Verità viene fornita nelle note e l’errore viene lasciato nelle pagine dette di catechismo. E ai vescovi ribelli non fu richiesta alcuna abiura, non fu fatta alcuna verifica della loro fede: in compenso Schillebeeckx pagò per tutti. Anche se solo in apparenza, visto che nel 1979 Giovanni Paolo II tentò di venire incontro a lui e a Kung, aprendo un’inchiesta la quale, ovviamente, scatenò il dissenso del mondo protestante, dell’ala modernista e ormai anche progressista cattolica; reazione spinta a tal punto che sembra si riverberi ancora oggi su oltre il 50% di quel che resta dello sciagurato clero olandese, nonché di qualche vescovo, seguaci tuttora del pensiero teologico di Schillebeeckx.

L’indegno primate d’Olanda durante il Concilio: Bernard Alfrink, massimo devastatore della sua chiesa nazionale

A cosa mirarono? Ad una “Nouvelle Eglise”, la quale, per essere tale, necessita anche di una nuova dottrina, di un nuovo culto, di nuovi movimenti, di un clero che venga pasturato con le loro idee innovatrici. Una “Eglise”, una Chiesa, trasfigurata, che ormai non solo non ha più nulla di cattolico, ma nemmeno di cristiano: è già post-cristiana. Credo che Chesterton abbia risposto bene alla domanda con due righe: “Uomini che cominciano a combattere la Chiesa per amore della libertà e dell’umanità, finiscono per combattere anche la libertà e l’umanità pur di combattere la Chiesa”.

Quanto alla questione tomista, in realtà essi non vollero e non vogliono neppure ora cancellare san Tommaso. Pensano piuttosto di averlo superato: loro, del resto, si ritengono figli dell’Illuminismo e qui sta anche la chiave per comprendere ciò che stiamo vivendo oggi.

GIOVANNI XXIII FECE IL VERO GUAIO, NON PAOLO VI. HENRI DE LUBAC

Non v’è dubbio che questi teologi saranno, con tutti i loro filistei, i grandi protagonisti del post-concilio. E che la “deviazione” deriverà anche da loro. I loro nomi sono altisonanti, abbiamo visto: i più “grandi” agli occhi del mondo: Congar, Rahner, De Lubac; a seguire Balthasar, Danielou, Haring, Kung, diversi altri. Quando come e perchè decisero di “deviare”? Soprattutto ne erano consapevoli? Qual era la loro visione ecclesiologica?

Con la confusione raggiunta oggi, non è facile rispondere a queste domande perché chi ha provato a farlo, ha ceduto spesso, per stare o da una parte o dall’altra. Ciò che manca al momento è una valutazione ufficiale che, ponendosi al di sopra delle parti, chiarisca una volta per tutte. Magari facendo anche una lista di nomi con tanto di spiegazioni, per chi è rimasto nell’ortodossia e chi no. Con l’avvento del Concilio è stato modificato anche il senso della critica e spesso si confonde una giusta critica con l’ingiusta accusa del “voler giudicare gli altri”: così ti sbattono in faccia il versetto biblico del “non giudicare”! Il punto è che questi teologi non credono di aver deviato quanto piuttosto che sia la Chiesa ad avere avuto la necessità di una deviazione. O peggio: che la Chiesa era deviata e loro l’hanno rimessa in riga. Consapevoli? Senza dubbio sì, naturalmente in nome della “buona fede” e, naturalmente, in nome “dell’umanità e della libertà dell’uomo”. Come se la Chiesa, in questi duemila anni, non avesse fatto nulla o peggio, come se avesse tenuto nascosta all’uomo la verità.

Il volto della Superbia. Il vecchio scarpone domenicano Schillebeeckx, il teologo deviato. Nella sua vecchiaia dissennata

C’è un particolare che va sottolineato. Non fu proprio con Paolo VI che queste persone trovarono spazio nella Chiesa, ma con l’elezione di Giovanni XXIII. Fu proprio il Papa “buono”, infatti, a riabilitare il gruppo che bene o male Pio XII riuscì a tenere a freno e a dare la porpora cardinalizia a Montini che Pio XII non ritenne opportuno dare. Giovanni XXIII fu il vero artefice del rinnovamento e della riforma nella Chiesa: fu lui a riabilitare de Lubac nel 1958 e fu sempre lui a volerlo, nel 1960, quale consulente teologo per la preparazione del Concilio. Ciò che non viene mai spiegato, però, è se de Lubac abbia accettato l’enciclica di Pio XII Humani Generis, nella quale il pontefice condannava le sue teorie pur senza mai nominarlo. Dal momento della sua riabilitazione, diventa il teologo vivente più ascoltato, gli sarà facile avere anche gli altri del gruppo al suo seguito e, nel 1983, Giovanni Paolo II lo nominerà cardinale. Tutto sommato, a de Lubac si attribuisce la massima espressione della Nouvelle Theologie e di aver inciso più d’altri nel Concilio: di fatto, però, de Lubac non fu affatto il “peggiore”, tanto è vero che – come abbiamo detto – persino lui finirà per dissociarsi dalle teorie del domenicano Schillebeeckx, arrivando a ringraziare Giovanni Paolo II “per aver compreso le sue interpretazioni teologiche” e per averle trovate “equilibrate anche se provocatorie”. Dunque, il Papa, di recente beatificato, era d’accordo con la teologia di de Lubac? Sembrerebbe di si. In fondo è de Lubac stesso che affermerà che “un umanesimo esclusivista è un umanesimo disumano perché pretende di essere umano senza l’incarnazione di Dio”, un concetto che riprenderà sovente Ratzinger per parlare del vero umanesimo di oggi e delle sue false interpretazioni e derive.

Eppure tutto questo ci appare incomprensibile perché, come ha spiegato de Lubac stesso, egli prese le distanze dalla teologia di san Tommaso d’Aquino quando, contemporaneamente ai fatti che abbiamo letto – e paradossalmente, aggiungo – sia Paolo VI che Giovanni Paolo II difendevano ad oltranza la teologia dell’Aquinate, definendola «il parametro verso il quale ogni moderna teologia doveva ritrovarsi».

Possiamo pensare ad un de Lubac strumentalizzato? Forse sì. Se, per esempio, prendiamo questa sua frase: “Non è vero che l’uomo, come sembra talvolta si dica, non possa organizzare il mondo terreno senza Dio. È vero però che, senza Dio, non può alla fin dei conti che organizzarlo contro l’uomo”, e ne estrapoliamo solo la prima parte troviamo l’eresia; se la lasciamo integrale troviamo una “ovvia” verità! Ma per dire delle “ovvie” verità era proprio necessario inventarsi una Nouvelle Theologie?

DIO CONFONDE I SAPIENTI O I “SAPIENTI” CONFONDONO DIO?

Il bel volto di Henri de Lubac

Non v’è neppure dubbio che le università cattoliche e i seminari, dove questi teologi andavano per la maggiore, fino agli anni ’80 e anche dopo, si ridurranno nel luogo deputato dell’opinione, della confusione, dell’apostasia vera e propria. Dove tutto era smarrito: l’ecclesiologia, la teologia, il concetto di peccato, il senso della natura dei sacramenti e Dio stesso, il Dio cattolico. Ne rimase solo cenere e fumo. Spesso questi teologi saranno loro in persona a gettare, dalle loro cattedre, benzina sul fuoco, rivendicando teologie ormai palesemente post-cristiane, ribelli.

Eppure in tutti questi casi che dilagarono (prima sui giornali, nelle librerie e poi direttamente sulle cattedre e dai pulpiti) di deviazionismo, Roma sembrò voler rinunciare a punire. Salvo il caso eclatante di Kung. Come non servisse più a niente rivendicare anche canonicamente i diritti della verità. Perché Roma finito il Concilio rinunciò a punire? Perché lasciò queste persone alle loro cattedre a propalare eresie e non le rimosse? Forse condivideva? Forse riteneva fosse inarrestabile questo movimento?

Quanto abbiamo detto in precedenza, ci porta a fare questa riflessione: che necessità avevamo di complicare la dottrina della Chiesa quando, prima, era più facilmente comprensibile, seminava a pieno ritmo e sfornava fiumi di santi, vocazioni, conversioni e saggi maestri? Se penso, tanto per fare un esempio, alla conversione dell’ebreo Ratisbonne per mezzo di Maria Santissima e alla storia di una medaglia prodigiosa con la teologia bellissima e pura dell’Immacolata Concezione, mi viene in mente una fragrante cascata in mezzo ad un magnifico e sereno paesaggio collinare dove una semplice ragazzina di nome Bernardette diventerà la più grande “teologa” della Vergine, senza per nulla stravolgere il percorso della Chiesa; se penso invece ai frutti di certe moderne teologie e alle loro complicazioni nelle disamine dottrinali, mi vengono in mente un uragano o un fiume che rompe gli argini portando morte e devastazione, il cielo grigio e i vortici delle trombe d’aria a spazzare via tutto ciò che fino ad oggi era stato faticosamente costruito. Quante conversioni sono scaturite dai loro ragionamenti e quanta apostasia, invece, hanno prodotto?

L’immagine dell’Orgoglio. Nei tratti e nelle movenze di Congar c’era un misto di volgarità ed effemminatezza tutte francesi. Fu uno degli astri del deviazionismo conciliare e post

Un’altro esempio? La bellissima storia della Madonna delle Tre Fontane, a Roma, detta anche Madonna della Rivelazione nel cui messaggio, riconosciuto da Pio XII e dal Vicariato di Roma, c’è una sublime dottrina sulla Trinità Santissima, che converte senza troppi giri di parole il protestante Bruno Cornacchiola, la cui moglie, cattolica e con tre figli, passava il tempo a perdonare il marito e a fare i Primi Venerdì del mese al Cuore di Gesù come atto riparatore ma anche per chiedere la conversione del marito. E così avvenne perché le promesse di Gesù sono fedeli! E, ancora, nelle verdi praterie del Portogallo, a Fatima, dove tre bambini di 8, 9 e 10 anni, ricevono le confidenze della Vergine del Rosario, vedono l’Inferno – che questi teologi modernisti spesso rinnegano o che ritengono, a loro giudizio, vuoto – ricevono dalla Madre di Dio drammatiche profezie sulle sorti della Chiesa e sono “custodi” di una promessa: se vogliono andare in Paradiso e piacere a Gesù, devono pregare e fare sacrifici. Dice loro Maria: «Pregate incessantemente per le anime dei peccatori, perché non c’è nessuno che preghi per loro, e molte di queste vanno all’inferno»

Con l’arrivo di certi teologi, invece, tutto è stato rimesso in discussione. Negato financo, con aria di sufficienza, per giunta.

Ma la fede non era dei semplici? Quanti del piccolo gregge” passano davvero il tempo a leggere questi teologi? Il fatto è che questa ci sembra una guerra fra titani, fra i grandi del sapere del nostro tempo, e, quando questi si scontrano, a rimetterci poi sono sempre i piccoli.

E’ evidente che con il Concilio Vaticano II si è data la cattedra anche al suo pensiero opposto. Laddove bastava dire: “O Maria concepita senza peccato originale, pregate per noi, che ricorriamo a Voi”, si è andato a complicare tutto, con una tolleranza, spesse volte inaudita, da parte di certi pastori che non hanno trovato ostacoli nella Chiesa. Una tolleranza esasperata che ha raggiunto lo scopo di far desistere il fedele dalla sua pietà, e, anziché tranquillizzarlo con queste giaculatorie e con le pratiche devozionali, non ha fatto altro che smantellare, con delle pastorali complesse perché infarcite dei vani ragionamenti di questi teologi modernisti, l’autentica fede del credente.

Abbiamo le prove di tutto questo e sono l’insistenza sia di Giovanni Paolo II quanto maggiormente oggi di Benedetto XVI per un ritorno alla semplicità della fede attraverso l’adorazione eucaristica, il ritorno al sacro, la riforma della liturgia, la pratica del santo rosario. Un’insistenza che ci fa ritornare in mente il sogno “delle sue colonne” di san Giovanni Bosco.

DICE IL SIGNORE: “E’ NECESSARIO CHE GLI SCANDALI AVVENGANO”. MA GUAI A CHI DÀ SCANDALO

Giovanni XXIII celebra la sua messa privata secondo il rito di sempre

Il paradosso o, se volete, la contraddizione che viviamo è che in realtà dallo stesso Giovanni XXIII in poi, nessun Papa voleva questa deriva, ma ognuno di loro ha messo del suo, abbassando di fatto la guardia, perché alla fine avvenisse. Di fronte a queste incomprensioni, non possiamo far altro che tirare in causa Nostro Signore e pensare, ragionevolmente, che Egli stesso abbia permesso questi fatti per cause a noi ignote e che forse risultano chiarissime all’interno del Suo progetto. Rammentiamo infatti il monito di Gesù: “E’ necessario che gli scandali avvengano” (mentre fulmina coloro che scandalizzano).

Gli scandali all’interno della Chiesa sono nati con la Chiesa stessa, come maturano insieme grano e gramigna, come esistono servi giusti e servi infingardi, come crescono senapi rigogliosi e fichi sterili. I Vangeli non nascondono l’uomo all’uomo, anzi, preannunciano un cammino tortuoso e difficile, per nulla agevolato dall’appartenere alla Chiesa.

E questa Santa Chiesa non ha mai conosciuto isole di tranquillità nel suo navigare sulle correnti della storia. Anzi, spesso i venti contrari sono stati più numerosi di quelli favorevoli. Tuttavia, questa Chiesa continua ostinata per la sua strada, rispondendo al mandato di Cristo.

Il problema è che ogni epoca pone in risalto le sue debolezze. Un tempo, la più grande tentazione per i prelati era il potere; poi vennero i soldi e, col Rinascimento, anche la lussuria fece capolino. Comunque, in ogni epoca si saranno consumati, magari a percentuali variabili, i grandi peccati capitali, ora uno, ora l’altro: nulla di nuovo sotto il sole. Oggi assistiamo ad un ritorno della superbia e della presunzione di saperne più di Dio, più della Tradizione della Chiesa, in tema di teologia.

Ha ragione Rino Cammilleri nel voler vedere, nel peccato di turno, la tentazione di turno.

La tentazione coglie l’essere umano là dove le sue difese sono più deboli, le sue mura presentano qualche crepa, la preghiera vigile cede al sonno il suo sguardo verso il fine. Oggi la maggior tentazione è il sapere, la conoscenza, o peggio, la scienza, senza minimamente riflettere sulla autentica “conoscenza dell’uomo stesso” con lo sguardo di Dio, specialmente attraverso i santi che ne furono i confidenti. Si pretende di avanzare con la propria e sola ragione condendola, ogni tanto, di un pizzico di fede giusto per darle quel sapore che possa far riconoscere tale ragione come legittima all’interno della Chiesa. Chi dà, dunque, scandalo, commette un attentato verso il prossimo, commette un atto ingiusto verso i “semplici e i puri di cuore”, verso i piccoli, per i quale se l’Amore di Dio opera per metterli a riparo, è anche vero che la Sua giustizia condannerà a suo tempo l’empietà.

Giovanni XXIII pochi mesi prima della morte

Noi, veri piccoli, non abbiamo risposte a queste domande, noi che viviamo di devozioni come il Santo Rosario quotidiano o come gli appuntamenti dei Primi Sabati e Venerdì del mese per trovare nei Cuori di Gesù e Maria quella vera Pace che altrove non troviamo. Non sappiamo neppure come siamo finiti a dover discutere di eventi più grandi di noi ma che, senza alcun dubbio, sono eventi che non avrebbero dovuto farci sentire così distanti dalla Chiesa, eventi che hanno prodotto l’apostasia. Teologi senza scrupoli che tentando di razionalizzare il nostro umanesimo hanno finito per non farci più credere in Cristo; teologi modernisti come Rahner (ancora oggi insegnato nei seminari), che invece di essere allontanati da noi sono stati premiati e promossi senza però spiegarci come questo sia stato possibile. Teologi le cui dottrine continuano ad annacquare la purezza di quella fede dei santi che tanto seppero fare per guadagnare anime al Divino Crocefisso tanto da farci domandare oggi: ma questi teologi, quante anime hanno portato alla salvezza? O forse dovremmo chiederci: quante anime a causa delle loro speculazioni teologiche si sono rovinate dannandosi?

C’è una promessa di Gesù che ci consola: “Padrone, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene dunque la zizzania? Ed egli rispose loro: Un nemico ha fatto questo. E i servi gli dissero: Vuoi dunque che andiamo a raccoglierla? No, rispose, perché non succeda che, cogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Cogliete prima la zizzania e legatela in fastelli per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio.” (Mt 13, 27)

Dunque sembra quasi fatale e inspiegabile quanto abbiamo visto. Ma non agli occhi del Signore, che già tutto aveva “visto” in anticipo. E, infatti, proprio quando ormai questi fenomeni, raggiunto l’acme negli anni ’80, volgevano verso un’agonia oscena ma inevitabile, che però trascinava nell’agonia anche un intero sistema e tutte le istituzioni accademiche cattoliche, proprio allora, invece che essere puniti o almeno rimossi dalla memoria, questi teologi (si pensi a de Lubac, Congar, von Balthasar, e anni prima Danielou ecc.) furono in massa elevati da Giovanni Paolo II alla porpora. Perché? Che senso aveva? Per cosa li premiava? Forse sta proprio nella parole della parabola sopra citata, il senso.

ESSERE “PROGRESSISTI” E’ DOVEROSO. NEL SENSO: “QUANTO ORA IO VI DICO LO COMPRENDERETE A POCO A POCO”

Paolo VI. Solennissima liturgia

Attenzione a quanto abbiamo detto fino a qui, ora è necessario terminare con alcuni basilari chiarimenti che potranno aiutarci a trovare le risposte a queste difficili domande.

E’ fondamentale per noi oggi non rischiare una totale chiusura nei confronti del Concilio stesso, nelle sue intenzioni originali, anche a favore di quella apertura che non mise affatto in pericolo la Verità, le dottrine e i dogmi. Sarebbe infatti assurdo pensare o affermare che la Verità stessa (con la V maiuscola) possa essere uccisa dagli uomini e con i loro ragionamenti. Senza dubbio, chi attenta alla Verità stessa, la perde, ma non può mai eliminarla. San Paolo stesso, mentre ci mette in guardia dalle false dottrine, avverte i fedeli di “conservare ciò che è buono, di non gettare via tutto, perché ciò che è buono viene da Dio“: è il famoso discernimento di cateriniana memoria. Si tratta di trovare quel corretto equilibrio che non elimina la ragione stessa, né impedisce alla Chiesa il suo proprio legittimo progresso, anche dottrinale. La Verità stessa infatti, arricchisce chi l’accoglie, ma a sua volta si incrementa per sbriciolare nel tempo l’intera comprensione delle Scritture (“quanto ora io vi dico, lo capire a poco a poco”, disse il Signore), fino al ritorno glorioso di Cristo, come indica il versetto: “Per questo ogni scriba divenuto discepolo del regno dei cieli è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche” (Mt 13, 52). Quando una teologia è ben fatta e non rigetta la Verità già acquisita, il concetto di nuovo non è affatto illegittimo o illecito: al contrario, diventa una continuità nella Verità e, basandosi sulla Tradizione, l’arricchisce rendendola viva in ogni tempo.

Quando diciamo progressisti, dunque, occorre fare attenzione, invece, a chi ha a cuore l’autentico progresso della Chiesa insito anche e soprattutto nella nuova comprensione del Vangelo all’interno di problematiche tipiche del proprio tempo: ai suoi tempi san Tommaso fu definito un innovatore, bocciato come eretico dal vescovo francese. L’Aquinate aveva incomprensioni anche con san Bonaventura e non è un segreto che tra francescani e domenicani c’è sempre stata una chiara distinzione nell’innovazione stessa. Viviamo in un tempo in cui i termini si sprecano e spesso vengono usati senza rifletterci troppo, rischiando di usarli come etichette o come slogan che invece di aiutare alla comprensione, finiscono per confondere ulteriormente i fedeli.

Diverso è quando parliamo di modernisti: non sono la stessa cosa dei progressisti come si tende a far credere e la condanna di questa ideologia è incisa a chiare lettere nell’Enciclica di san Pio X, Pascendi Dominicis Gregis, con il suo Giuramento antimodernista e, a seguire, la condanna della sua “Nouvelle Theologiae” denunciata da Pio XII nella Humani Generis.

Nel gruppo di coloro che furono a favore di questo progresso troviamo di fatto tutti i pontefici, specialmente a partire dal beato Pio IX, Leone XIII con la Rerum Novarum, in particolare, oggi, Giovanni Paolo II e lo stesso Ratzinger, i quali si batterono, e si batte oggi Benedetto XVI, perché tale “progresso” non si trasformasse piuttosto in progressismo o in modernismo mascherato da progresso. Questo infatti, significò quella rottura con la Tradizione, sfruttando le porte aperte del Concilio, mentre in tutti i documenti troviamo chiara la condanna ad ogni forma di modernismo che si voleva far infiltrare nel concetto di nuovo.

In tal senso, si può comprendere la posizione favorevole dei pontefici nei confronti di alcuni teologi come de Lubac, Congar, von Balthasar, Danielou e lo stesso allora giovane Ratzinger, il quale sarà invece un punto di riferimento importante per valutare fino a che punto avrebbe dovuto e potuto spingersi la “Nova Theologia” e non la “Nouvelle Theologie”. Basta leggere le catechesi, i discorsi, le stesse encicliche di Benedetto XVI per comprendere non solo queste differenze, ma il concetto stesso dell’ermeneutica della continuità.

CHE IL PROGRESSO NON SIA MUTAMENTO

Due volte Pietro. Paolo VI e il neo-cardinale di Monaco Joseph Ratzinger

Un modernista è, per esempio, Karl Rahner oppure il domenicano Schillebeeckx o Hans Kung, i quali pretendono di trasformare il Vangelo a seconda delle necessità della modernità, a seconda delle mode del momento (lo stesso vuole anche la Teologia della Liberazione).

Un progressista se inteso correttamente come a favore del progresso, si muove secondo i parametri estesi da san Vincenzo Linirense che diceva:

Dirà forse qualcuno: non si dà, dunque, progresso alcuno della religione nella Chiesa di Cristo? Altroché se si dà, e grandissimo! Chi vorrà essere tanto ostile agli uomini e tanto odioso a Dio da tentare di impedire un simile progresso? Però avvenga in modo tale da esser veramente un progresso della fede e non un’alterazione. Progredire, infatti, significa che una cosa si amplifica rimanendo se stessa; mutamento, invece, significa che una cosa passa a diventare un’altra cosa. È necessario, dunque, che crescano — e crescano molto gagliardamente — col passare delle generazioni e dei tempi l’intelligenza e la scienza e la sapienza della fede sia nel singolo sia presso la comunità, sia in ciascun cristiano sia in tutta la Chiesa: però la crescita della fede avvenga soltanto ferma restando la sua propria natura, cioè entro l’ambito dello stesso dogma, nel medesimo significato e nella medesima sentenza — in suo dumtaxat genere, in eodem scilicet dogmate, eodem sensu eademque sententia” (Commonitorium,23 -PL50,667).

Un vero progressista, dunque, è colui che progredisce ma senza mutare la dottrina. Chi modifica le dottrine, invece, non è un progressista, ossia a favore del progresso, ma è un modernista che si finge progressista, la cui ideologia rimane condannata dalla Chiesa senza mezze misure.

IL GUAIO È CHE I MODERNISTI E NON I PROGRESSISTI SI IMPADRONIRONO DEL CONCILIO

Due volte Pietro. Giovanni Paolo II e il futuro Benedetto XVI, suo successore

In sostanza il vero danno sta nella confusione fra coloro che sono per il progresso autentico della Chiesa – e che vengono chiamati erroneamente progressisti – e i modernisti, vera piaga della Chiesa. Senza dubbio l’ultimo Concilio portò con sé questo legittimo progresso che, strumentalizzato da modernisti senza scrupoli, ha dato origine all’uso di termini altrettanto strumentalizzati. Il Concilio fu progresso e non progressismo; il Concilio si aprì alle tematiche del mondo moderno, ma non era modernista!

In tal senso è doveroso fare discernimento sui teologi che vi parteciparono e comprendere così perché alcuni di questi furono protetti dalla Chiesa, furono appunto premiati. Lo stesso Ratzinger dice: “Sempre più cresceva l’impressione che nella Chiesa non ci fosse nulla di stabile, che tutto può essere oggetto di revisione. Sempre più il Concilio pareva assomigliare a un grosso parlamento ecclesiastico, che poteva cambiare tutto e rivoluzionare ogni cosa a modo proprio. Evidentissima era la crescita del risentimento nei confronti di Roma e della Curia, che apparivano come il vero nemico di ogni novità e progresso. Le discussioni conciliari venivano sempre più presentate secondo lo schema partitico tipico del parlamentarismo moderno […].

Per i credenti si trattava di un fenomeno strano: a Roma i loro vescovi parevano mostrare un volto diverso da quello di casa loro. Dei pastori che fino a quel momento erano ritenuti rigidamente conservatori apparvero improvvisamente come i portavoce del progressismo – ma era farina del loro sacco?” (Card. J. Ratzinger, La mia vita. pp. 97-99.). Non abbiamo risposte alle mille domande che ci siamo posti e che continuano a sorgere. Abbiamo, però, un segno tangibile della Verità della Chiesa: Ratzinger è divenuto Pontefice!

Teologi del suo spessore e spesso etichettati erroneamente, con fare dispregiativo e confuso, come progressisti dai modernisti, sono invece a favore del legittimo progresso della Chiesa, favorevoli ad una comprensione sempre più nuova del Vangelo, attenti a quell’autentico Spirito Santo che “fa nuove tutte le cose”. Un concetto di nuovo che Benedetto XVI ha spiegato bene nel creare il nuovo Dicastero dedicato alla nuova evangelizzazione: seppur questo termine nuovo lo riscontriamo in ogni pastorale e in ogni documento ufficiale, non significa sempre un fatto negativo. Il Papa spiega nel MP Ubicumque et semper:

“La diversità delle situazioni esige un attento discernimento; parlare di nuova evangelizzazione non significa, infatti, dover elaborare un’unica formula uguale per tutte le circostanze. E, tuttavia, non è difficile scorgere come ciò di cui hanno bisogno tutte le Chiese che vivono in territori tradizionalmente cristiani sia un rinnovato slancio missionario, espressione di una nuova generosa apertura al dono della Grazia. Infatti, non possiamo dimenticare che il primo compito sarà sempre quello di rendersi docili all’opera gratuita dello Spirito del Risorto, che accompagna quanti sono portatori del Vangelo e apre il cuore di coloro che ascoltano. Per proclamare in modo fecondo la Parola del Vangelo, è richiesto anzitutto che si faccia profonda esperienza di Dio”.

Dalle stesse parole del Papa, ecco le priorità di questa evangelizzazione:

“…promuovere e favorire, in stretta collaborazione con le Conferenze Episcopali interessate, che potranno avere un organismo ad hoc, lo studio, la diffusione e l’attuazione del Magistero pontificio relativo alle tematiche connesse con la nuova evangelizzazione”.

Insomma, a certe domande non si può rispondere con un sì o con un no, con una condanna o con una promozione: la situazione assai complessa necessita di sano discernimento e di immensa prudenza, senza, spregiudicatamente, dover rigettare tutto. Dare delle specifiche risposte sarebbe presuntuoso da parte nostra, ma ci auguriamo di aver dato del materiale per riflettere, materiale attraverso il quale ognuno potrà trovare la risposta che cerca, non una risposta qualsiasi o risposte sincretiste questo no! Piuttosto delle risposte che possano aiutarci ad alimentare in noi la fede nella Chiesa sulla quale le parole del Cristo, Sommo Pontefice, sono la garanzia che le “porte degli inferi non prevarranno”; fiducia nei Vicari di Cristo che legittimamente si sono succeduti in tutti i duemila anni di storia ecclesiale, specialmente in Benedetto XVI che, senza esagerare, possiamo definire il più grande “Dottore della Chiesa” del nostro tempo!

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Un papa teologo non può convincere (Il papa e il bimbo. Parte I)

09

UN PAPA TEOLOGO

“NON PUÒ CONVINCERE”

Il papa teologo. Il bambino malato. I giornalisti sciacalli. PARTE 1

Dinanzi alle parole meravigliose del papa a Madrid,ecco il livello medio della polemica anticattolica

SPAGNA: SIA BENEDETTO IL BASTONE CHE LI PERCUOTE. IL BAMBINO MALATO DOMANDA AL PAPA:“PERCHÈ?”, LA STAMPA “RISPONDE”. UN PAPA TEOLOGO “NON PUÒ CONVINCERE”. SE IL FETO “NON È” UN BAMBINO, PERCHÈ UN EBREO NON PUÒ ESSERE UN TOPO? L’OCCIDENTE DOVE O GODI O MUORI. LA PASSIONE PER LA VITA DEL CATTOLICESIMO. IL “SILENZIO” DI DIO? VERAMENTE DIO HA PARLATO: NEI COMANDAMENTI. LO ABBIAMO ASCOLTATO?

(Parte prima)

Morte morte morte! Godere o morire. Questa è sempre, in ogni contesto, mutando solo in un altro sinonimo il medesimo sostantivo, la loro unica risposta a ogni problema. In questo, i giacobini, sono e saranno sempre inconciliabili col cristianesimo, e qualsiasi “risposta” del papa a ogni domanda, prima ancora che la risposta giunga, prima ancora della domanda stessa, sarà condannata come “non convincente”, perchè tale è secondo il loro “schema”, se non secondo la realtà della quale, come abbiamo visto, se ne strafottono. Il cattolicesimo ama l’autentico, loro la rappresentazione farsesca della realtà; il cattolicesimo ama pazzamente la vita, a tal punto che della stessa sofferenza e della morte fa momenti qualificanti della vita stessa, vita ulteriore, passaggio a una vita superiore. Proprio perchè il cattolicesimo odia il nulla, odia anche la morte. Il cattolicesimo, per dire Cristo, ha sconfitto la morte, l’ha cancellata, annientata, ridotta a “vita” essa stessa. Gli altri invece, come questi giornalisti nichilisti, amano la morte, come ogni “nichilista”, e ne vedono sempre non un “passaggio” a vita ulteriore, ma la soluzione finale alle vite che “non val la pena” d’essere vissute, secondo loro. Si inizia col “diritto di morire” e si finisce col “dovere” di far morire chi non avrebbe “diritto” a vivere

di Antonio Margheriti Mastino

SPAGNA: SIA BENEDETTO IL BASTONE CHE LI PERCUOTE

E Zapatero manganellò i contestatori

Il papa è stato in Spagna: la sua GMG si è rivelata non solo un trionfo mondano, come magari poteva succedere in passato; al contrario, il silenzio carico di significati da parte di tutti nei momenti più sacri, la parola (parole che stavolta sono state meravigliose) gravida di contenuti del papa, erano parte corposa e maggioritaria di quel “successo” che, dunque, era affatto solo statistico: gioia sì, ma restando concentrati con serietà sull’Essenziale (l’adorazione, prima di tutto). Niente caciaronerie e giovanilismi anacronistici come qualche lustro fa, da parte di papaboys acchitarrati, schiamazzanti, non di rado patetici e con la testa rivolta a tutt’altro che non alle parole del papa, semmai gli prestavano un occhio per i tanti enfatizzati “gesti”, e per i quali le GMG spesso erano un’occasione ulteriore per un generale facimm ammuina.

Un viaggio davvero trionfale, dunque: anche perchè la polizia spagnola, proprio perchè non è italiana e non ha sul collo giudici-ideologi radical-chic, quando c’è stato da benedire (menare) ha benedetto senza risparmio di aspersorio (manganello) i guastafeste. Che poi altro non erano frange sparute di provocatori anarco-tossico-gay-anticristiani più qualche rottame senescente di vetero-femminista irrancidita, radunatisi per disturbare milioni di cattolici raccolti intorno al loro papa. “Sia benedetto il bastone che mi percuote!”, diceva san Francesco d’Assisi, prima di far mazzolare qualche fraticello insubordinato. Sì, proprio quello che qualche cialtrone di cattolico “adulto” oggi fa passare per “pacifista” quando non addirittura per anarchico, ecologista e antesignano di Rifondazione Comunista. La cosa che fa più piacere è che tali eroici manganellatori, son stati mandati proprio da Zapatero, giunto alla fine della sua parabola politica e rivoluzionaria, a percuotere santamente la sua stessa sciagurata base elettorale. Dopotutto, se non per rispetto al papa, almeno c’era da difendere la manna caduta dall’orbe cattolica di milioni di fedeli-turisti che hanno riversato su Madrid un vero capitale, una colata d’oro, per albergatori, ristoratori, musei: tutti! E dato che sono marxisti, e siccome per il marxismo l’economia è tutto e il resto è sovrastruttura, per loro i soldi son soldi e… pecunia, fosse anche cattolica, non olet, finchè finisce nelle loro tasche. Tutto si paga: tutti si comprano. I marxisti per primi, in base ai loro stessi principi.

IL BAMBINO MALATO DOMANDA AL PAPA:“PERCHÈ?”. LA STAMPA “RISPONDE”

Benedetto XVI e un piccolo malato romano

Fatto sta che l’ultimo giorno, il grande vecchio papa, uscendo dall’Escorial, si è trovato davanti un ragazzino sulla sedia a rotelle. Il quale, pare – così la raccontano i giornali, almeno – ha fatto tenacemente di tutto, per superare i servizi di sicurezza e accostare il Vicario di Cristo. Doveva ad ogni costo consegnare “una lettera” al papa. Lo scenario drammatico e strappalacrime c’era tutto. Scenario ideale anche per manipolatori, mestatori e sciacalli senza scrupoli. Dico questo perchè ancora non è affatto chiaro se il ragazzino ha veramente agito sua sponte e se davvero ha scritto lui tale lettera. E a giudicare da come hanno rigirato la frittata giornali laicisti e spagnoli (un’accoppiata micidiale), dall’artificiosità di certi resoconti, dalla pretestuosità di certi commenti (classici), si potrebbe pure pensare che no, è zizzania del sacco altrui.

Al di là della malafede bavosa degli sciacalli, al di là se è onesto e sincero il quesito di quella “lettera”, se non contiene già in sé una risposta preconfezionata, apodittica o anapodittica che sia, al di là di tutto questo, la domanda c’è e merita attenzione. Più che per la risposta che ne dovrebbe scaturire, per la domanda in sé. Certe volte per capire le cose non bisogna aspettare la risposta alla domanda, bisogna andare persino oltre la domanda, risalire invece al “da dove sorge una tal domanda?”. Andare all’origine del dubbio, vero o fittizio che sia: non cosa si chiede ma perchè si è arrivati a chiederlo.

Andiamo alla notizia, riprendendola da un giornale online.

Un bambino in sedia a rotelle e malato di cancro ha chiesto a Benedetto XVI: «Santo Padre, perché Dio, se è buono e onnipotente, permette che malattie come la mia colpiscano persone innocenti?Perchè la mia malattia?». Un bambino in sedia a rotelle, ammalato di cancro, è riuscito a consegnare un bigliettino, con scritto il suo drammatico interrogativo, a Benedetto XVI.

Una domanda semplice, ma carica di emozione. Emozione che il piccolo ha dimostrato insieme a tanta tenacia per riuscire a convincere sicurezza e organizzatori a lasciarlo avvicinare al Papa. Così Benedetto XVI, uscendo dal Monastero dell’Escorial, se l’è trovato davanti. Il Santo Padre si è fermato un attimo. Ha guardato il bimbo, triste e serio. Ha preso il biglietto. Il piccolo lo ha pregato di rispondergli. E Ratzinger ha fatto cenno di sì.

Renato Farina mi disse, sorprendendomi, che l’ambiente giornalistico “è il più nichilista della terra”. E non è un caso che,subito dopo l’incontro del bambino in carrozzella col papa, si è scatenato lo sciacallaggio della stampa. Una giornalista spagnola di Tele Madrid, dando prova di tutto il cinismo viscido di cui è capace il giornalista medio, imbevuto di dottrine giacobine, chiede al bambino: «E se non ti risponde?». E il bambino dalla risposta pronta, dice: «Se non mi risponde mi darà una grande delusione perché sono anni che mi pongo questa domanda».

E siccome al peggio del giornalismo spazzatura non c’è limite, El Mundo supera se stesso e cedendo ogni argine di decenza, con insostenibile leggerezza scrive:“Una risposta probabilmente gli arriverà. Sarà sicuramente gentile, ma difficilmente potrà soddisfare il bimbo, anche se a scriverla sarà il Papa teologo”. Una affermazione superficiale che, nella sua profonda idiozia, lungi dal non dir nulla, dice anzi tutto. Sul livello di faziosità al limite del fanatismo anticattolico della stampa. E la dice lunghissima anche su quanto se ne stessero fregando, loro, le prefiche e pupari delle commozioni artificiali della tv generalista dei sentimentalismi, delle condizioni fisiche e psicologiche del bambino in carrozzella.

UN PAPA TEOLOGO “NON PUÒ CONVINCERE”

Dei sodomiti a Madrid, ignorati dai fedeli, tentano la loro provocazione al passaggio del papa

La risposta del papa difficilmente potrà soddisfare il bimbo”, perchè in fondo non è che un “teologo” e magari -non detto ma ti pare di leggerlo tra le righe- è pur sempre l’ex panzerkardinal, e come non bastasse “tedesco”, e, hai visto mai, sotto sotto nazista, anzi, magari veramente cattolico, il che è peggio. Ergo: uno così, con tanto di curriculum, quali risposte “convincenti” può mai dare?

Parlerà di cose “sorpassate” dai tempi. Vecchie: Dio, Chiesa, fede, speranza, volontà di Dio. Cose “vecchie”, che non possono convincere, immateriali, e se la Chiesa è “materiale” per quel tanto deve solo chiedere “scusa” (a chi? di cosa? A coloro che hanno sostenuto tutte le rivoluzioni e il limo sanguinario delle burocrazie che ne son derivate? Ai giacobini a prescindere?), tutte quella altre cose non si possono provare, e in più non si possono nemmeno comprare e vendere, non si trovano nei mega-store o in farmacia. Invendibili. Che questi signori siano gli stessi che negli anni hanno sposato tutti gli “ismi” ossia tutte le mode, e che mille volte sono rimasti “vedovi” di queste mode sposate e passate subito a peggior vita, mentre la Chiesa e quel “Dio inutile” durino da duemila anni, unico fenomeno tanto antico sul globo, questo, tutto questo non li induce a una minima riflessione. Il pregiudizio non ha bisogno di “prove”, non sente il bisogno di “dimostrazioni”, che invece vorrebbero per quella fede, che comunque già a priori liquidano come indimostrabile: una passione inutile. “Vecchia… fuori dal tempo”…

Ma tanto, qualunque cosa il “teologo” dirà “difficilmente soddisferà il bimbo”.

Un processo alle intenzioni, praticamente, così caro al loro padrino Robespierre. Un conato acido di determinismo storico per il quale la storia ha in sé le leggi che hanno superato, portandola all’inevitabile autodistruzione per privazione di senso, ciò che non è pura materia, la religione appunto, “oppio dei popoli” e sovrastruttura (mentre proprio questo schema marxista è fallito autodistruggendosi, come il marxismo stesso, come tutti gli schemi e le mode che lo hanno preceduto e seguito, e tuttavia sta ancora in cattedra a dar lezioni di come si sta al mondo).

In definitiva, il trionfo della malafede, di orfani d’ogni moda autoritaria e mistificatrice: il giornalismo giacobino ne è l’orfanotrofio.

SE IL FETO “NON È” UN BAMBINO, PERCHÈ UN EBREO NON PUÒ ESSERE UN TOPO?

Le risposte del papa “certamente” non saranno “soddisfacenti”.