Uno spunto di riflessione: qual’è l’unico Paese in Europa che è cresciuto sia in termini di esportazione che di economia? La Polonia, che si è sempre rifiutata di entrare in Europa alle condizioni imposte.

Pare che la scatola nera sia stata presa dai russi subito dopo l’incidente, si sono sentiti degli spari durante i soccorsi testimoniati da un video amatoriale e non c’è mai stata conferma che a bordo ci fossero tutte quelle persone. Approfondite su questa vicenda, la Polonia si era opposta a molte politiche di integrazione monetaria e al momento dei funerali non hanno partecipato né Berlusconi, nè la Merkel, né Sarkozy, né Obama.

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Katyn: il genocidio negato

Katyn: il genocidio negato – i fascicoli segreti che la Polonia voleva a tutti i costi

Quello che è successo due giorni fa in Russia sortisce gli stessi effetti di un vero e proprio colpo di stato che azzera i vertici di un paese membro dell’Unione Europea. Se i rapporti tra la Polonia e il regno di Vladimir Putin, infatti, fossero improntati ad una solida cordialità, non ci sarebbe motivo di dubitare circa le dinamiche della tragedia occorsa sui cieli di Smolensk. Tuttavia, la Polonia è sempre stata considerata dalla Russia come una provincia romana sulla quale estendere la propria influenza ed allungare la zampetta, un po’ come fa il gatto con il topo quando quest’ultimo tenta di riguadagnarsi la libertà. E non è necessario risalire alla seconda guerra mondiale per leggere con chiarezza le dinamiche in gioco: è sufficiente guardarsi alle spalle di una manciata di mesi.
Ma nessuno lo fa. Quindi, come al solito, armiamoci di tanta buona volontà e rimbocchiamoci le maniche. Vedrete che la strada è in discesa.

Questa è una storia che arriva da lontano. Per la precisione, nasce il 23 agosto 1939 con il Patto Molotov-Ribbentrop, in forze del quale la Germania nazista e l’URSS giocano a spartirsi la Polonia come la iena e lo sciacallo si contendono i brandelli di carne di un’antilope. Così, per la parte che le competeva, la Russia di Stalin deportò e uccise circa 22mila cittadini polacchi nella foresta di Katyń, a pochi passi da Smolensk vi dice niente? Almeno ottomila di questi erano alti ufficiali, mentre gli altri erano in ogni caso guide, gendarmi, poliziotti e secondini.
A togliere ogni dubbio sulla chiara volontà di decapitazione dell’intera elité polacca, basti ricordare che Stalin ordinò contestualmente anche la deportazione in Kazakhstan e in Siberia delle famiglie degli ufficiali assassinati, senza risparmiare i bambini. L’obiettivo era quello di impedire che per almeno due generazioni la Polonia avesse una classe dirigente che potesse in qualche modo intralciare i piani espansionistici russi e tedeschi.

Il fattarello restò sconosciuto fino al 1943, altrimenti la Polonia non avrebbe mai acconsentito, nel 1941, a firmare con l’URSS un accordo per contrastare la Germania che nel frattempo, a dispetto del Patto Molotov-Ribbentrop, si era rivoltata contro i pericolosi bolscevichi mangiabambini, più che altro per ingraziarsi gli inglesi e indurli a soprassedere dall’invadere la Germania.
Invece gli inglesi si allearono con i russi, in un’inedito asse capitalismo-comunismo che lasciò perplesso perfino Hitler, l’anticomunista per eccellenza, il salvatore del mondo che si ergeva come un baluardo contro il pericolo rosso e che elogiava Mussolini, definito un uomo di grandezza secolare, per essere stato il primo ad aver allontanato il pericolo comunista dall’Europa. Poi, con calma, sarebbe arrivato anche Berlusconi.

Dopo che i corpi dei primi 4000 polacchi furono trovati in una fossa comune, nella foresta di Katyń, la Russia fece orecchie da mercante. Fino al 1989, quando alcuni studiosi sovietici rivelarono che Stalin aveva effettivamente ordinato il massacro, cosa che indusse Gorbaciov, nel 1990, a chiedere scusa, ma senza rivelare dove fossero i documenti che autorizzavano l’uccisione a sangue freddo di 25mila polacchi, peraltro senza che fosse stato loro addebitato nessun capo di imputazione.

Qui la storia si fa interessante. Nel settembre 2004 alcuni funzionari russi annunciarono di voler trasferire la documentazione, che nel frattempo qualcuno aveva tirato fuori, alle autorità polacche perchè facessero luce sui fatti di 63 anni prima. Bisognava solo attendere che venissero declassificate.
Invece nel marzo 2005 il pubblico ministero capo russo Alexander Savenikov dichiara che il massacro non fu affatto un genocidio, né tantomeno un crimine di guerra o contro l’umanità, e che “non esistevano le basi per parlarne in termini giuridici“. Sarà! Sta di fatto che ben 116 dei 183 volumi di documenti che gli investigatori hanno raccolto durante le indagini sono stati rigorosamente coperti da segreto. Idem per le motivazioni finali di archiviazione.

Così il parlamento polacco, il Sejmlo stesso che l’anno scorso si è rifiutato di acquistare milioni di euro di dosi di inutile vaccino contro l’influenza suina, attirandosi le ire delle lobby farmaceutiche e le maledizioni di più di un alto funzionario della WHO -, il 22 marzo 2005 approva all’unanimità un atto con il quale si richiede che sugli archivi russi venga tolto il segreto e che il massacro venga classificato come genocidio. Una definizione che non è di semplice nomenclatura, perché avrebbe implicazioni internazionali, economiche e di immagine non di poco conto.

Per tutta risposta, lo scorso settembre Russia e Bielorussia spaventano la Polonia simulando attacchi nucleari sul suo territorio. 13mila soldati per l’operazione in codice “West“, oltre all’aviazione e all’armata rossa, dispiegati per fronteggiare l’ipotetico aggressore polacco in un’esercitazione molto – diciamo così – realistica, condotta anche entro i confini della Polonia, con l’attacco di spiagge e gasdotti.

La Polonia protesta formalmente con la Commissione Europea, definendo quanto accaduto “un tentativo di metterci al nostro posto. Non dimenticate che tutto questo accade proprio nel 70° anniversario dell’invasione sovietica della Polonia“. La segreteria del Presidente Lech Kaczynski, nella circostanza, dichiara: “Non abbiamo gradito l’impressione che hanno dato queste esercitazioni. Il loro stesso nome ci riporta ai tempi del Patto di Varsavia“. I grandi mainstream di informazione nostrani tacciono, troppo impegnati a riprendere le grandi strette di mano e gli incontri cordiali che intercorrono tra Putin e Berlusconi, il grande mangiatore di bolscevichi in linea con l’eredità di Mussolini e, sotto questo punto di vista, in perfetta sintonia con le idiosincrasie di Hitler.
Inoltre, nonostante Mosca e Minsk avessero insistito sul fatto che l’Operazione West aveva l’obiettivo di assicurare la stabilità strategica della regione dell’Est Europeo, un polacco illlustre, Lech Walesa, e l’ex presidente della Repubblica Ceca Vaclav Havel, scrivono nientemeno che a Barack Obama per avvertirlo che “la Russia è tornata, nelle vesti di un potere revisionista che persegue un’agenda da 19° secolo con le tattiche e i metodi in uso nel 21° secolo“.

Ma l’ultima parola doveva essere scritta lo scorso sabato sera. L’aereo – un Tupolet TU-154 – che stava portando il Presidente Lech Kaczynsky, le istituzioni al gran completo e tutto lo stato maggiore polacco in Russia, per le commemorazioni del 70° anniversario dal massacro della foresta di Katyń, si è misteriosamente schiantato proprio a Smolensk, esattamente dove nel 1939 la Russia aveva già decapitato in una sola notte l’intero establishment polacco.

L’unica cosa certa, a questo punto, è che i fascicoli delle indagini russe sul genocidio ordinato da Stalin resteranno secretati ancora per molto, molto tempo.

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Le elite polacche sono state rapite ed uccise in Polonia?

venerdì 3′ aprile 2010

http://www.climatrix.org/2010/04/le-elite-polacche-sono-state-rapite-ed.html

Mentre il sito theflucase.com della giornalista scientifica austriaca Jane Burgermeister è ancora chiuso a seguito di un attacco informatico, occorre considerare che è stato oscurato subito dopo aver espresso dubbi fondati sul cosiddetto incidente aereo in cui sono morti, in Russia, i vertici esecutivi della Polonia. La Burgermeister faceva notare come esistevano molte contraddizioni nella dinamica dell’incidente e che erano stati colpiti i sostenitori della Ministra Ewa Kopacz, l’unico esponente politico europeo che non solo aveva rifiutato l’acquisto di vaccini contro la “strana” pandemia suina ma che lo aveva addirittura definito una truffa! L’assenza di resti umani nel luogo dell’incidente alimenta speculazioni.

Il giornalista televisivo polacco Slawomir Wisniewski, che è stato il primo a raggiungere il sito in cui è caduto l’aereo Tupolev con a bordo figure chiave dei vertici militari polacchi, alcuni figure civili di rilievo ed il Presidente polacco Lech Kaczynski, ha affermato che non c’era nessuno a bordo dell’aereo ad eccezione dei membri dell’equipaggio.
In una intervista al giornale Rzeczpospolita (RZ), ha detto di non aver riconosciuto elementi riferibili a persone:”non c’erano segni delle centinaia di persone uccise nell’incidente” e:”non c’erano sedili, valigie, borse, semplicemente nulla e soprattutto nessun resto umano, solo un terribile silenzio”. Wisniewski ha detto di aver filmato un altro incidente aereo nel 1987 e di aver visto i resti di corpi dappertutto. Ha detto inoltre: ” il fatto di non averli visti a Smolensk mi fa sospettare che non c’erano passeggeri a bordo, solo l’equipaggio …”.

Wisniewski è stato malmenato e gettato a terra da agenti dei servizi segreti russi, che hanno sequestrato il film, ma è riuscito a tenere il nastro che è stato poi messo su internet. Un altro film del luogo del disastro che è apparso l’11 aprile e che è stato girato da un giornalista ucraino usando il suo telefono cellulare, non mostra segni di corpi. Secondo i report su internet, il giornalista è morto in ospedale a Kiev, dopo essere stato aggredito con un coltello e dopo che i sistemi di rianimazione sono stati disconnessi.

Le assenze di qualsiasi segno di corpi alimenteranno speculazioni che le elite polacche sono state attirate verso l’aeroporto, od in altro luogo, e rapite in Polonia e poi trasferite in carcere, forse anche in prigioni della CIA per un interrogatorio, prima di essere uccise.
L’incidente aereo in Smolensk è stato poi messo in scena per spiegare la loro scomparsa. Il governatore della banca centrale polacca, il capo della sicurezza nazionale ed i generali dell’esercito che si presume siano morti nello schianto, nonché il Presidente, due candidati presidenziali e gran parte del partito di opposizione, hanno aperto la strada al Primo Ministro polacco Donald Tusk per seguire politiche pro-Euro, pro-F.M.I. e pro-Gazprom che arricchiranno i globalisti.

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il massacro dei polacchi

” Stalin fu un criminale “

la magistratura riconosce ufficialmente la responsabilita’ per la strage di Katyn

“Stalin fu un criminale” IL MASSACRO DEI POLACCHI Programma segreto per sviluppare armi chimiche La magistratura riconosce ufficialmente la responsabilita’ per la strage di Katyn

Fu una strage sovietica e non nazista. Voluta da Beria. Autorizzata per iscritto da Stalin. Avallata dalle firme di Voroshilov, Molotov, Mikoyan, Kalinin e Kaganovic. E questo lo sapevamo. Ma soltanto oggi, con la sentenza ufficiale dell’ ufficio istruzione della Procura militare russa, i responsabili del massacro di Katyn, nella foresta bielorussa, vengono bollati per sempre come “criminali”. Il dittatore del Cremlino, il capo della sua polizia segreta, i gerarchi del Politburo vengono cosi’ riconosciuti colpevoli di “strage e abuso dei poteri d’ ufficio” per aver preso la decisione di mandare a morte senza processo piu’ di 15 mila ufficiali polacchi tra marzo e maggio del 1940. Una condanna simbolica, naturalmente, emessa in base al Codice penale del 1926, allora formalmente in vigore nell’ URSS. Ma una condanna che piu’ di mezzo secolo dopo completa un faticoso risarcimento, ancora impensabile pochi anni fa. “I documenti dell’ archivio del Pcus hanno superato verifiche severissime e sono incontestabilmente autentici”, ha detto alle “Izvestia” Nikolai Anissimov, il giudice militare che ha guidato l’ inchiesta cominciata tre anni fa. E ha aggiunto: “Abbiamo studiato le due versioni, quella sovietica e quella tedesca, ma ben presto ci siamo accorti che la Nkvd (l’ antesignana del Kgb, n.d.r.) aveva falsificato le prove. D’ altra parte anche i giudici del processo di Norimberga avevano giudicato poco convincente la versione stalinista su Katyn e si erano rifiutati di addebitare ai nazisti quel crimine come invece avrebbero voluto i sovietici”. La menzogna di Mosca ha resistito per 50 anni. Gli orrori dei nazisti durante la guerra avevano costituito un ottimo “fumus” per addebitar loro anche il massacro degli ufficiali polacchi. Era stata invece l’ Armata Rossa ad arrestare oltre 20 mila militari dell’ esercito di Varsavia nel settembe del 1939: due settimane dopo l’ invasione tedesca da Occidente, anche l’ URSS aveva a sua volta aggredito da Est la Polonia in base ai protocolli segreti del patto Molotov von Ribbentrop, con cui Mosca e Berlino si erano spartiti a tavolino anche il Baltico promettendosi di non attaccarsi. Giudicati “nemici giurati del potere sovietico” da Beria, almeno 15 mila di essi erano stati uccisi tra l’ inverno e la primavera del ‘ 40. Il terribile segreto della foresta di Katyn fu scoperto proprio dall’ esercito tedesco, durante la ritirata del 1943. Informati dalla popolazione locale, i nazisti scoprirono enormi fosse comuni: ne estrassero quasi cinquemila cadaveri. Erano quasi tutti ufficiali e sottufficiali, la crema dell’ esercito polacco. Tutti erano stati uccisi con un colpo di pistola alla nuca. Degli altri, ancora oggi si hanno delle notizie incerte: molti furono uccisi e interrati nella regioni di Voroshilovgrad, Karkhov e Kalinin, di tanti altri si e’ detto che furono annegati nel Baltico. Fu un gioco, per i sovietici vincitori, nascondere le prove del loro scempio e rovesciare l’ accusa sui tedeschi. Una commissione addomesticata, guidata da Burdenko, provvide alla definitiva esumazione dei corpi. Centinaia di testimoni apparvero dal nulla. Ma nessuno aveva mai creduto veramente alla versione del Cremlino. C’ erano volute la glasnost e la perestroika di Michail Gorbaciov per cominciare a grattare timidamente sotto la verita’ ufficiale. Nel 1987 una commissione mista sovietico polacca era stata incaricata di indagare sugli avvenimenti. Ma i documenti erano rimasti ancora inaccessibili. Il primo strappo fu nell’ aprile 1990, alla vigilia della visita del generale Jaruzelski in URSS. Prima Radio Mosca, poi la Tass indicarono la polizia segreta di Beria come “responsabile diretta delle atrocita’ commesse nella foresta di Katyn”. Definirono il massacro come “uno dei piu’ gravi crimini dello stalinismo”. Poi, dopo la scomparsa dell’ URSS e l’ apertura defintiva degli archivi, la verita’ si e’ fatta strada senza piu’ alcun intoppo. Uno dei punti oscuri della vicenda, certamente non il solo e comunque non quello decisivo visto l’ esito, rimane il comportamento di Gorbaciov. Ancora nel 1987, il segretario negava davanti al mondo di sapere nulla sui protocolli segreti e sulle fosse di Katyn. Ma uno dei suoi piu’ stretti collaboratori, l’ ex capo dello staff del Cremlino Valery Boldin, sostiene che sicuramente l’ anno prima e forse ancora in precedenza i documenti segreti dell’ archivio erano stati messi sul suo tavolo. Certo Boldin va preso con le pinze, visto che fu uno dei golpisti dell’ agosto 1991 e letteralmente odia Gorbaciov. Ma stando alle sue dichiarazioni, l’ allora presidente sovietico gli chiese piu’ volte di distruggerli rifiutandosi tuttavia di assumersi ogni responsabilita’ . NEW YORK . La Russia sta celando sforzi per sviluppare armi chimiche avanzate nonostante abbia preso l’ impegno di rendere noti agli USA i particolari del suo programma sui gas velenosi. Lo rivela il “New York Times”, citando funzionari dell’ amministrazione Clinton. Secondo il giornale i sospetti sul programma di Mosca per i gas letali e le difficolta’ della Russia nel mettere a punto un piano efficace per la distruzione delle sue riserve . 40.000 tonnellate, il piu’ grande arsenale del mondo . sono considerati tema importante al Senato americano. Sempre per il giornale, recentemente funzionari americani e russi si sono scambiati dati sugli sforzi dei rispettivi Paesi in materia di sviluppo, produzione e stoccaggio di armi chimiche.

Valentino Paolo

Pagina 9
(24 giugno 1994) – Corriere della Sera

Ci sono state anche segnalazioni di agenti polacchi entrati nello studio di una delle vittime dell’incidente per cercare tra i suoi file solo due ore dopo che l’incidente aereo è stato annunciato, suggerendo quindi che l’incidente sia stato pianificato.”

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IL CRIMINE MAI RACCONTATO DELLA RUSSIA DI STALIN
Lo sterminio (censurato) di 22.000 ufficiali polacchi da parte dei sovietici: ”venne così annientata la futura classe dirigente della Polonia” Giampaolo Pansa

«Perdonateci, se potete»: fu con queste parole che nel 1992 il presidente russo Boris Eltsin consegnò alla Polonia i documenti che attestavano la piena responsabilità dell’Unione Sovietica nel massacro di Katyn, cioè nello sterminio di oltre 20 mila prigionieri polacchi avvenuto nel 1940. Si chiudeva così una lunghissima vicenda, intessuta di falsificazioni e opposte verità, che viene ora ricostruita da Victor Zaslavsky in un libro che presenta molti motivi di interesse. Anzitutto, se l’eccidio di Katyn non fu che uno dei tanti crimini del regime sovietico, è anche vero – come giustamente osserva Zaslavsky – che esso riflette un carattere della dittatura staliniana che è stato a lungo imbarazzante riconoscere, per i vertici dell’Urss ma anche per una parte della cultura occidentale: vale a dire certe affinità che collegavano il regime stesso all’altro grande totalitarismo dell’epoca, quello nazista. Il massacro, infatti, doveva servire ad eliminare una parte cospicua dell’élite polacca (nella vita civile quegli ufficiali erano professionisti, giornalisti, professori universitari) nel quadro di una spartizione della Polonia tra Germania e Urss già prevista dal patto Ribbentrop-Molotov dell’agosto 1939.
Un patto che Stalin considerava non solo un trattato di non aggressione, ma una vera e propria alleanza: nel 1940 il dittatore sovietico giunse a chiedere a Hitler di poter aderire al Patto tripartito che legava Germania, Italia, e Giappone. È appunto una tale complicità con il nazionalsocialismo, precedente il repentino mutamento di fronte provocato dall’attacco tedesco del giugno 1941, che viene richiamata dal massacro di Katyn. Di particolare interesse è la lunga disputa sulle responsabilità della strage, iniziata fin da quando le truppe germaniche, nell’aprile 1943, informarono il mondo del ritrovamento nella zona di Katyn dei corpi di migliaia di ufficiali polacchi che risultavano fucilati tre anni prima, ciò che incolpava necessariamente i sovietici. Da allora l’Urss si impegnò per accreditare a costo di qualunque manipolazione la versione opposta. Rioccupata che ebbero la zona, i sovietici costituirono una commissione compiacente che spostò in avanti la data di morte delle migliaia di cadaveri, così da collocarla nel periodo dell’occupazione tedesca. Terminata la guerra, l’Urss cercò, anche se senza successo, di far accreditare la strage come nazista dal tribunale di Norimberga, non arrestandosi di fronte a nulla, neppure all’assassinio di uno dei giudici russi, che appariva restio ad avallare la falsificazione. Tentò anche di intimidire i medici che avevano fatto parte della commissione internazionale costituita nel 1943 dalla Germania e avevano accertato la responsabilità dell’Urss. In Italia, nel 1948, fu il Pci che organizzò su incarico dei sovietici una pesante contestazione di un membro di quella commissione, il professor Vincenzo Palmieri, che venne accusato d’essere stato un «servo dei nazisti».
Tutt’altro che irrilevante fu la disponibilità di Stati Uniti e Gran Bretagna ad accettare la versione sovietica. Finché il conflitto era in corso, appariva inevitabile che gli angloamericani accantonassero la questione di Katyn, «di nessuna importanza pratica» come con cinico realismo dichiarò Winston Churchill. Ciò che appare sorprendente, semmai, è che gli inglesi abbiano continuato a fingere di non conoscere la verità addirittura fino al 1989. Gli Stati Uniti invece, terminata la guerra, accolsero le conclusioni di una commissione del Congresso di Washington che aveva verificato l’esistenza di prove «definitive e inequivocabili» della responsabilità sovietica nel massacro di Katyn. Gran parte dell’opinione pubblica europea seguì per decenni più la posizione ufficiale inglese che quella americana, sostenendo dunque che la questione della responsabilità rimaneva controversa.
Proprio la disponibilità dell’opinione pubblica occidentale ad accogliere una versione palesemente infondata, scrive Zaslavsky, è stata una delle cause della pervicace ostinazione con cui l’Urss ha continuato anno dopo anno a sostenere il falso. Fino, ed è la parte più incredibile di tutta la vicenda, all’inventore stesso della glasnost (che in russo vuol dire «trasparenza»), Mikhail Gorbaciov. Se non ci trovassimo di fronte all’occultamento di un crimine, verrebbe da dire che in epoca gorbacioviana la lunga storia delle omissioni e falsificazioni attorno a Katyn assunse perfino aspetti farseschi.
Nel 1987 Gorbaciov accettò la costituzione di una commissione storica polacco-sovietica, continuando però a dichiarare che i documenti originali riguardanti Katyn non si riusciva a trovarli. A quell’epoca il leader sovietico era invece una delle tre persone che ne conoscevano l’esistenza. Nell’ottobre 1990 porse le scuse ufficiali del suo Paese ai polacchi, continuando però a sostenere che i documenti cruciali – il testo del patto tra Stalin e Hitler e l’ordine del marzo 1940 con il quale il Politburo ordinava che si fucilassero 25 mila polacchi senza neppure avanzare contro di loro un capo di imputazione – non si sapeva dove fossero.
Conclusasi ai tempi di Eltsin, la vicenda sembra aver avuto di recente un’appendice che getta una luce non proprio rassicurante sul modo in cui la Russia di oggi guarda al passato, ma dunque anche al proprio ruolo presente e futuro. Apprendiamo infatti dal libro di Zaslavsky che nel 2004 la procura militare della Federazione russa ha deliberato di porre il segreto di Stato su una cospicua parte dei documenti che aveva raccolto sul massacro di Katyn. Una decisione evidentemente surreale, poiché lo Stato che un tale «segreto» dovrebbe proteggere, l’Urss, da tempo non esiste più. Ma anche una decisione che conferma la tendenza dell’attuale presidente della Russia, Vladimir Putin, a collocare il suo Paese lungo una linea di ideale continuità – in chiave di esaltazione della potenza russa – con tutta la storia precedente, dall’impero zarista all’espansionismo staliniano.

KATYN IN ITALIA

Negli Anni 50 il professor Vincenzo Maria Palmieri, direttore dell’Istituto di medicina legale dell’Università di Napoli, fu uno dei 12 anatomopatologi che su mandato della Croce rossa internazionale esaminarono i cadaveri degli ufficiali polacchi dissepolti a Katyn nell’aprile 1943. A causa del suo referto inconfutabile – «il crimine fu commesso dai sovietici» – Palmieri venne fatto oggetto di un feroce linciaggio morale a opera dell’Unità diretta dall’ex partigiano Mario Alicata, deputato del Pci. Il braccio destro di Palmiro Togliatti arrivò a pretendere che il docente fosse privato della cattedra. Gianpaolo Pansa (giornalista di sinistra) ha affermato: “La sinistra non vuole la verità su quanto è avvenuto sino al 1948. Non la vuole perché la “sua” verità, gonfia di menzogne, l’ha già imposta in tutte le sedi: la cultura, la ricerca storica, i testi scolastici, il cinema”. Mazzarotto, distributore in Italia di Katyn: “Il film Katyn ha avuto la nomination all’Oscar, è andato al Festival di Berlino, eppure è stato rifiutato in Italia alla Mostra di Venezia. In compenso hanno ammesso «Un Paese diverso» di Silvio Soldini, il documentario pagato dalle Coop. Com’è possibile? Parliamoci chiaro: in Italia il cinema è un sistema di appartenenza dominato dalla sinistra”.

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KATYN, UN CRIMINE DI STALIN

VARSAVIA Abbiamo le prove: tutto indica che a Katyn i nostri ufficiali furono assassinati non dai nazisti, ma dalla Nkvd, la polizia segreta di Stalin. Abbiamo illustrato ai sovietici i risultati delle nostre indagini, e ci aspettiamo che accelerino le loro ricerche. Mentre Walesa e il generale Kiszczak hanno tentato ieri, con un nuovo incontro ristretto, di accelerare l’ accordo alla Tavola rotonda (il negoziato tra regime e Solidarnosc) il governo polacco – con la consueta conferenza stampa settimanale del portavoce Jerzy Urban – ha detto per la prima volta la verità conosciuta da tutto il paese, sulla grande macchia bianca nella storia dell’ Europa orientale. In quarant’ anni di potere comunista, il regime aveva sempre sottoscritto la versione fornita dalla propaganda sovietica, secondo cui i quindicimila ufficiali furono trucidati dai tedeschi. Una versione che aveva subito sollevato pesanti dubbi anche tra gli alleati occidentali. Da quasi due anni, una commissione mista di storici polacchi e sovietici è al lavoro per ristabilire la verità sulla strage di Katyn. Le prove presentate dai polacchi, ha detto Urban, sono all’ esame degli storici sovietici secondo i quali, tuttavia, esse non sarebbero sufficienti a fornire la certezza assoluta della responsabilità dell’ Urss. Noi – ha detto ancora Urban -interpretiamo ciò come un desiderio di cercare conferme negli archivi sovietici; non vogliamo che la ricerca della verità su Katyn susciti sentimenti anti-sovietici in Polonia, la conclusione dell’ indagine storica dovrebbe invece rafforzare l’ amicizia polacco-sovietica e l’ interesse comune alla perestrojka. In realtà il governo polacco – che insieme a quello ungherese, è per Mosca l’ alleato più fidato e più favorevole alle riforme in tutto l’ Est europeo – insiste da qualche tempo perché l’ Urss acceleri i tempi dell’ inchiesta su Katyn, e ha chiesto ai sovietici di indagare anche negli archivi delle loro forze armate e in quelli che il Kgb ha ereditato dalla Nkvd staliniana. Il massacro di Katyn avvenne nel l940, ma fu scoperto un anno dopo dalla Wehrmacht hitleriana che, nel maggio l941, aveva lanciato l’ attacco di sorpresa contro l’ ex alleato. Le vittime erano quindicimila ufficiali dell’ esercito polacco, ed erano prigionieri in Urss, detenuti in tre campi di concentramento. Le clausole segrete del patto Molotov-Ribbentrop avevano previsto una spartizione della Polonia tra il Terzo Reich e l’ Urss. Era il 1ø settembre del 1939, la Wehrmacht e la Luftwaffe lanciarono il devastante blitz che in poche settimane li avrebbe condotti a Varsavia dopo una disperata resistenza del combattivo ma male armato esercito polacco. Il successo dell’ aggressione tedesca, che scatenò la seconda guerra mondiale, fu facilitato dall’ attacco simultaneo dell’ Armata rossa sul versante orientale: i pochi carri armati, i reggimenti di cavalleria e le squadriglie da caccia del generale Edward Ridz-Smigly dovettero combattere su due fronti, contro due nemici infinitamente più forti. Conquistata la Polonia, sovietici e nazisti se la spartirono: ai russi andarono i territori orientali, compresa l’ antica città di Leopoli. Secondo diverse testimonianze, ci furono anche scambi di prigionieri tra le due parti, inclusi militanti ebrei polacchi ed esponenti politici ricercati dalla Gestapo o dalla Nkvd. I quindicimila ufficiali, che avrebbero potuto essere l’ élite della Polonia postbellica, furono trattati dai sovietici come nemici di classe e avversari di guerra. Stalin non riconobbe mai il legittimo governo polacco, accolto a Londra da Churchill, e nel l945 creò un governo fantoccio comunista a Lublino. I quindicimila furono uccisi con un colpo alla nuca, e sepolti in fosse comuni che essi stessi avevano dovuto scavare. La stessa sorte subirono, durante e dopo la guerra, molti partigiani polacchi dell’ Armia Kraiowa, l’ esercito clandestino anticomunista che per tutto il conflitto affrontò la Wehrmacht, e dopo il 1945 si oppose con le armi alla sovietizzazione forzata del paese combattendo contro gli occupanti comandati dal proconsole di Stalin, il maresciallo Rokossowski. Per quarant’ anni, l’ eccidio di Katyn ha pesato nei rapporti tra i due paesi, alimentando odio e diffidenza verso l’ Urss, tanto che l’ opinione pubblica polacca fu delusa dalla rinuncia di Gorbaciov a parlare di Katyn nel corso della sua ultima visita ufficiale, nel luglio scorso. Oggi, la verità finalmente riconosciuta può aiutare il regime di Jaruzelski a raggiungere un accordo con Solidarnosc. Walesa ieri è uscito soddisfatto dall’ incontro con il generale Kiszczak, e fonti governative e dell’ opposizione danno per scontato che la Tavola rotonda si concluderà il 3 aprile con una solenne cerimonia, e un primo compromesso che segnerà un nuovo passo in avanti verso l’ intesa nazionale e la transizione al pluralismo.

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“Da seminarista a rapinatore di banche: il giovane Stalin”

Simon Sebag Montefiore, lo storico che ha ricostruito la formazione del futuro dittatore: “Georgiano sino al midollo, applicò all’Urss la logica dei clan”

Un tempo è esistito un bambino battezzato a Gori con il nome di Josif Vissarionovic Dzugasvili. Poi è esistito un gracile ragazzino, chiamato Soso da parenti o amici, che studiava in seminario ma faceva a botte nelle strade pur avendo un braccio quasi paralizzato. Poi è esistito un giovane rivoluzionario georgiano con un piede nel mondo della malavita e un indubbio fascino sulle femmine, tutti lo chiamavano Koba. Dopo, una volta che la Russia è diventata l’Urss, è esistito solo Josif Stalin interessato a far sparire ogni traccia imbarazzante del suo passato. E su quegli anni giovanili sono calati l’agiografia o il silenzio. Oppure la maldicenza feroce degli oppositori, che dell’agiografia è la forma speculare. Ecco perché il saggio Il giovane Stalin (Longanesi, pagg. 554, euro 29) scritto dallo storico inglese Simon Sebag Montefiore – arriverà nelle librerie giovedì – è un libro importante. Ricostruisce in maniera puntuale questa giovinezza rimasta a lungo avvolta nella leggenda. Quello che emerge dal volume è uno Stalin profondamente legato alla Georgia e al sottobosco di clan e banditismo che caratterizzava quella regione. Uno Stalin sospeso tra il seminario dove lo infilò la madre e le risse di strada. Ne abbiamo parlato con l’autore.

Quali documenti ha utilizzato per scoprire i segreti del giovane Stalin?
«Il libro è interamente basato su carte che sono diventate accessibili solo negli ultimi anni. La maggior parte dei documenti inediti vengono dagli archivi della Presidenza a Mosca, dove sono confluiti gli archivi personali di Stalin. Ho poi utilizzato anche quelli georgiani di Tbilisi. Questa documentazione consente di capire come Stalin è diventato Stalin. E anche, in un certo senso, come l’Unione sovietica è diventata l’Unione sovietica».

Nel suo libro ha sviscerato alcune vicende, come la cruenta rapina in banca che Stalin organizzò il 13 giugno 1917, che mettono in luce i rapporti con la criminalità georgiana… Stalin all’origine era un bandito?
«Stalin nella sua gioventù è stato molte cose: un rivoluzionario e un giornalista, un poeta e un donnaiolo, un bravo corista e un aspirante prete che studiava in seminario… Ma è un dato di fatto che è stato anche rapinatore e un uomo con molti legami con la criminalità georgiana. Le sue rapine avevano un preciso movente politico e anche mentre si dedicava al crimine Koba (come Stalin si faceva chiamare allora) era in primo luogo un rivoluzionario bolscevico ma, come spiego nel libro, un rivoluzionario che a differenza di altri sapeva muoversi in un sottobosco violento che avrebbe spaventato intellettuali come Trockij…».

Si è a lungo discusso sul rapporto tra Lenin e Stalin. Cosa pensava Lenin dello Stalin capobanda che attaccava le diligenze?
«Lenin già in quegli anni era molto ben informato delle caratteristiche del compagno Dzugasvili e trovava fondamentale la sua attività di procacciatore di denaro per il partito comunista. Non si limitava a far finta di niente, aveva proprio bisogno di un “duro” come Stalin. Anzi, alcuni comunisti georgiani si lamentarono delle rapine di Stalin, degli ammazzamenti, dell’attività di quest’ultimo nell’ambito del racket e delle protezioni. Si sentirono rispondere: “Fantastico, è proprio il tipo di persona di cui ho bisogno”».

Quanto queste frequentazioni hanno influito sul modo in cui Stalin intendeva la politica?
«Hanno avuto una grande influenza. Stalin, come altri georgiani che avevano condiviso le sue esperienze, simpatizzarono d’istinto con le brutalità della guerra civile. Erano cresciuti nelle stesse strade, s’erano impegnati nelle stesse guerre di bande, avevano abbracciato la stessa cultura della violenza. In questo senso la militanza criminale è difficilmente separabile da altre esperienze come le sue radici georgiane, il clima familiare…».

Stalin si sviluppò la tendenza a covare odi duraturi anche verso i suoi stessi compagni. È il caso di Trockij…
«Erano esattamente agli opposti e l’odio covò da subito. Trockij era uno sfavillante e ricco intellettuale ebreo, Stalin un ruvido e coriaceo georgiano figlio di un calzolaio. Eppure entrambi erano degli outsider, dei non russi, ed entrambi erano degli estremisti. Senza contare che Lenin li considerava tra i più intelligenti e abili tra i suoi scagnozzi e cercò di spingerli allo “spareggio”. Se a questo aggiungiamo che entrambi, come Lenin, consideravano, l’assassinio uno strumento chiave della politica…».

Insomma le scelte politiche c’entravano poco…
«Fu uno scontro personale, si trovarono antipatici da subito. Una volta messo fuori gioco Trockij, Stalin mise in atto molte delle sue idee politiche».

Tornando allo Stalin delle origini. Alcuni storici hanno dato spazio alle voci che lo vedevano coinvolto in maneggi con la polizia: insomma una spia dello Zar.
«Spazzatura, sciocchezze. Ma in un certo senso è un errore comprensibile. Stalin giocando a un complesso e sporco gioco a guardia e ladri, fatto di infiltrazioni e controinfiltrazioni, era costretto ad avere rapporti con la polizia segreta ma sicuramente non fu un agente zarista».

Matteo Sacchi

Il Giornale

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