Oggi, che si fa un gran vociare se Matteo Renzi (Firenze, 11 gennaio 1975 è un politico italiano, già Presidente della Provincia di Firenze dal 2004 al 2009, e attuale sindaco di Firenze) possa ricevere un incarico per esplorare un’ipotesi di formare un Governo di “unità nazionale”, mi torna alla mente Giovanni Goria, forse il Ministro che cominciai a percepire per la prima volta nella totalità delle sue funzioni, fino allora ancora non individuate organicamente e istituzionalmente. Questo a causa dell’asprezza dei miei poco più che vent’anni. E come sempre è quella l’età in cui, forse, è più facile farsi ingannare, ma anche l’età in cui meglio si riesce ad apprezzare il valore e la genuinità di una persona, come fosse uno zio, un parente prossimo. Ed io amai la semplicità di questo uomo mite e cordiale.

Goria1.jpgGiovanni Giuseppe Goria (Asti, 30 luglio 1943 – Asti, 21 maggio 1994) è stato un politico italiano e il più giovane Presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica Italiana, dal 28 luglio 1987 al 13 aprile 1988.
Goria iniziò la sua carriera politica iscrivendosi alla Democrazia Cristiana nel 1960 e operando a livello di politica locale. Venne eletto alla Camera dei deputati nel 1976.

Fu sottosegretario al Bilancio dal 28 giugno 1981 al 3 giugno 1982 nel Governo Spadolini (sostituito da Emilio Rubbi in seguito alle sue dimissioni).

Dal 1982 ebbe cariche ministeriali in quasi tutti i governi:

  • Ministro del Tesoro dal 1º dicembre 1982 al 4 agosto 1983 con il Governo Fanfani V;
  • Ministro del Tesoro dal 4 agosto 1983 al 1º agosto 1986 con il Governo Craxi I;
  • Ministro del Tesoro dal 1º agosto 1986 al 17 aprile 1987 con il Governo Craxi II;
  • Ministro del Tesoro e Ministro del Bilancio e programmazione economica (ad interim) dal 17 aprile 1987 al 28 luglio 1987 con il Governo Fanfani VI;
  • Presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica Italiana, dal 28 luglio 1987 al 13 aprile 1988;
  • Ministro dell’Agricoltura e foreste nel Governo Andreotti VII dal 12 aprile 1991 al 24 aprile 1992;
  • Ministro delle Finanze nel successivo governo, presieduto da Giuliano Amato.

Divenne celebre per il suo stile informale e la sua adattabilità alle trasmissioni televisive. Resta anche memorabile l’icona del suo volto vuoto, incorniciato da barba e capelli fluenti, reiterata dall’allora vignettista di Repubblica Giorgio Forattini (probabilmente a sottolineare il suo scarso peso politico).

In seguito alle elezioni del 1987 Goria divenne Presidente del Consiglio su indicazione del segretario del suo partito Ciriaco De Mita; in tale governo era anche Ministro (senza portafoglio) per gli Interventi straordinari nel Mezzogiorno. Fu costretto a dare le dimissioni nel 1988 in seguito alla bocciatura in Parlamento del suo bilancio.

Goria venne eletto al Parlamento europeo nel 1989. Si dimise nel 1991 per diventare Ministro dell’Agricoltura e foreste nel Governo Andreotti VII dal 12 aprile 1991 al 24 aprile 1992. Durante tale ministero Giovanni Goria decise di Commissariare la Federconsorzi che in breve fu travolta da una crisi irreversibile. Divenne Ministro delle Finanze nel successivo governo, presieduto da Giuliano Amato.

Caduto il governo Amato, durante le indagini di Mani pulite lo stesso Goria venne implicato nelle indagini giudiziarie. Il processo a suo carico iniziò nel 1994; Goria morì a causa di un tumore ai polmoni il 21 maggio dello stesso anno ad Asti. A lui è stata intestata una Fondazione.

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Esponente di spicco della Dc, fu il piu’ giovane presidente del Consiglio

Se ne andato a cinquant’ anni Giovanni Goria Un “delfino” che non aveva re da ossequiare

ROMA. Piu’ del “mostro”, prima la malattia, poi, la morte repentina, che a soli cinquantuno anni l’ha brutalmente strappato via sia dalla famiglia, la moglie Clara e i figli Paola e Gianluca, sia dalla scena del grande teatro della politica, il vero incubo di Giovanni Goria e’ stato, per oltre un decennio, il pasticciaccio brutto della Cassa di Risparmio di Asti. Da quel groviglio polveroso e avvelenato di carte processuali, “rimescolate” a suo tempo anche dalle abili mani, risultate ahime’ sporche di tangenti, del giudice milanese Diego Curto’ , il figlio di una salumaia e di un geometra di Montafia, l’ allievo prediletto dei salesiani con il sogno bambinesco di diventare governatore della Banca d’ Italia (“per cacciare via . ricordava con il sorriso buono . il capufficio”), ne uscira’ prociolto, lui dira’ “vivo”, soltanto pochi mesi fa. Troppo tardi. Per Goria era la fine dei tormenti giudiziari, ma non delle sofferenze fisiche provocategli da un tumore maligno. “E’ dal ‘ 76 che chiedo sia fatta giustizia”, si lamentava l’ ex ragazzo di bottega dell’ altro Giovanni democristiano, il capo dei “basisti” del Nord, “Albertino” Marcora. “Ero la guardia e adesso mi accusano di ritrovarmi con i ladri e i loro complici”, sospirava ancora il dicci’ dei miracoli e dei primati in quella calda estate del ‘ 92. Di li’ a pochi mesi sara’ costretto a dare le dimissioni da ministro delle Finanze del governo Amato. Era stato arrestato il suo ex capo della segreteria politica e amico inseparabile, Patrizio Sguazzi, coinvolto in una vicenda di tangenti alle Ferrovie Nord di Milano. L’ altro suo piu’ stretto collaboratore, l’ ex portavoce Tiziano Garbo, adesso lavora all’ Eni. “Ma oggi . dice . resta piu’ forte la nostalgia per la politica e il rimpianto per la triste sorte di Gianni”. Gia’ , a quarant’ anni il ragioniere di Asti, esperto in “nasometria”, diventa responsabile del Tesoro. Cosa mai accaduta prima di lui dall’ avvento della Repubblica. Ma a quarantaquattro anni, siamo nel luglio ‘ 87, Francesco Cossiga lo chiama addirittura a presiedere il governo, consentendogli di superare se stesso. E resta ancora un piccolo mistero su chi sia stato il suo santo protettore (Misasi, allora potente gran visir di De Mita?) in quella decisione che, forse, inauguro’ una delle sue stagioni politiche piu’ felici, brevi e contrastate. Ma nemmeno il salto triplo dalla comoda poltrona del Tesoro a quella arroventata di palazzo Chigi (De Mita e Craxi sono sempre ai ferri corti), momento che come al solito lo trova impreparato, gli fa perdere la testa. “Ho i pregi e i difetti di tutte le persone normali, anche se a Roma essere normale costituisce una eccentricita’ “, confesso’ una volta al cronista seduti ai tavoli di “Settimio” a mangiare polpette. Una trattoria a conduzione familiare in via del Pellegrino, diventata la sua seconda casa. Cosi’ , se il giorno della sua prima investitura ministeriale tocca a Mastella prestargli l’ abito blu per andare a giurare al Quirinale, quando arriva la seconda chiamata del Capo dello stato, Goria e’ in vacanza a Parma ed e’ Borri a fargli dono della sua cravatta. Ma dopo sette mesi di graticola l’ avventura finisce. Alla Camera il governo, aggredito dai franchi tiratori, va sotto ben diciotto volte sulla legge finanziaria. Ed e’ il deputato Scalfaro, che ieri e’ andato a rendergli l’ estremo saluto, a lanciare per lui la spugna nell’ aula di Montecitorio: “Da semplice iscritto di un partito che amo, la Dc, rivolgo una preghiera ai vertici della maggioranza affinche’ il Parlamento non subisca danni cosi’ gravi nella pubblica opinione”. Finisce cosi’ , malamente, anche il suo sogno di dare un governo dell’ economia al Paese. “Visse belando, ruggendo morì ” annoto’ impietoso sul Giornale Indro Montanelli. Gia’ , in realta’ la fulminante e involontaria carriera di Goria, uomo mite, discreto e scrupoloso, che davvero non aveva nulla a che spartire con l’ allora insorgente rampantismo politico, forse gli ha provocato piu’ antipatie che simpatie sia dentro sia fuori la Dc. Anche se le ingenerose vignette di Forattini, che s’ accaniva ad immortalare la sua barba di Sandokan con dentro il niente, hanno una origine e una storia di risentimenti diversi. “Alla Dc . racconta il ribelle e amico Grillo . era attaccatissimo. Non ha mai smesso di pensarci. Neanche il giorno del voto di fiducia a Berlusconi”. Ecco, Goria e’ stato fino all’ ultimo un “delfino” senza un vero Re da ossequiare nel declinante partito cattolico. E non e’ davvero un merito di poco conto.

Proietti Fernando

Pagina 8
(22 maggio 1994) – Corriere della Sera

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TESTIMONIANZE SULLA DEMOCRAZIA CRISTIANA: GIOVANNI GORIA

TESTIMONIANZA DEL FIGLIO MARCO

Questa breve intervista con il figlio Marco vuole essere un ricordo ed una riflessione sulla figura del padre e sul senso della politica di quegli anni.

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Caro Marco, grazie innanzitutto della tua disponibilità e cortesia, non solo per questa testimonianza, ma anche per la concessione di alcune fotografie e di alcuni documenti di tuo padre che sono ora sul nostro sito web dedicato alla storia della Democrazia Cristiana. Data l’età, non hai certo vissuto “in prima fila” il Giovanni Goria uomo politico, ma ne hai ovviamente vissuto i riflessi familiari ed umani della sua esperienza pubblica. Quali sono stati i tratti più caratteristici del rapporto tra la vita familiare ed i gravosi impegni politici di tuo padre?

Marco Goria. Non ha mai pensato di abbandonare Asti e quasi sempre tornava in Piemonte il fine settimana per stare con la famiglia e per non perdere il rapporto diretto con il suo collegio, cosa, allora, molto importante per un politico. Ricordo bene i tentativi, non sempre riusciti, di tutelare la privacy mia e della nostra famiglia che viveva ad Asti una vita tranquilla e normale.

Vi è un gran parlare, oggi, di “laicità”, quando la questione fu risolta da Alcide De Gasperi e dalla responsabilità politica dei democratici cristiani nella vita repubblicana. Quale è stato il rapporto tra la fede religiosa e l’impegno politico di tuo padre?

Marco Goria. E’ cresciuto come tantissimi ragazzi dell’epoca nell’oratorio del Don Bosco, aveva fatto parte del movimento di Pax Christi. Era profondamente religioso ma aveva ben presente la netta separazione tra lo Stato di tutti gli italiani e la chiesa dei cristiani.

Come concepiva tuo padre il partito politico, ed in particolare la Democrazia Cristiana nella quale militava?

Marco Goria. Nella cultura politica di mio padre le Istituzioni vengono sempre prima del partito. Ma ancora per tutti gli anni ’80 la centralità di quello che avveniva nella DC era fondamentale. Il dibattito nella DC, con i suoi congressi, il confronto interno tra correnti rappresentative della società, i cambi di segreteria, assorbiva in gran parte il dibattito ed il confronto del Paese reale. L’equilibrio che si realizzava nella DC era l’equilibrio di un programma di Governo del Paese. Per questo, sebbene sia stato al Governo per quasi due legislature, l’attenzione alla vita del Partito, sia nella base piemontese sia nel confronto di vertice, è sempre stata molto alta ed intensa. La linea del rigore che mio padre cercò di attuare nelle Istituzioni di Governo era la linea economica del rinnovamento tentato da De Mita, Andreatta e i “colonnelli2 quarantenni che sono stati protagonisti dell’ultima grande stagione della DC dopo Moro.

Quali sono state le principali linee di azione politica di tuo padre nei cinque anni in cui è stato Ministro del Tesoro, dal 1982 al 1987?

Marco Goria. L’obiettivo principale dell’azione governativa era vincere la lotta contro l’inflazione che era ancora al 18% quando mio padre diventava Ministro del Tesoro. Quando terminava il suo impegno era sotto il 3%. Gli strumenti furono:
– una salda politica monetaria che non ci allontanasse troppo dall’Europa, le cui regole dovevano essere un vincolo virtuoso;
– una rigorosa politica di bilancio che frenasse l’esponenziale aumento del debito pubblico con una accorta politica di gestione degli oneri sul debito ma nella difesa del risparmio degli Italiani;
– una coraggiosa politica dei redditi volta alla riduzione di tutti gli automatismi che generavano il ciclo perverso dell’inflazione. Il referendum sulla scala mobile, vinto, fu il punto più alto e più contrastato di queste politiche.
Queste tre azioni combinate hanno permesso la ricapitalizzazione delle imprese italiane, sull’orlo della bancarotta, il controllo del debito pubblico, per il quale avevamo impegnato a garanzia europea parte dell’oro della Banca d’Italia, il rilancio del dinamismo produttivo della società italiana che vivrà nella prima parte degli anni novanta una stagione di ripresa ed euforia.

Giovanni Goria è stato il più giovane Presidente del Consiglio nella storia repubblicana del nostro Paese. Cosa ritieni rilevante ricordare di quell’esperienza?

Marco Goria. L’umiltà di non abbandonarsi alla ricerca di una facile popolarità, perchè giovane, bello e nuovo. Il suo governo era un governo di transizione per permettere che tra De Mita e Craxi, tra la DC ed il PSI, si ripristinassero le condizioni per una effettiva collaborazione a guida democristiana. E così è stato: anche questa funzione di servizio politico è stata svolta sugli obbiettivi limitati che erano possibili.
L’invio della marina nel Golfo Persico fu vissuto senza spirito militaristico; l’alluvione in Valtellina fu affrontata sul posto alla ricerca di soluzioni immediate; le ricorrenti crisi di borsa furono controllate nella difesa del risparmio degli italiani, allora indirizzato verso i BOT e i CCT, indispensabili a coprire il debito pubblico.
Una rigorosa legge finanziaria fu comunque portata ad approvazione, nonostante i ripetuti agguati di franchi tiratori che intendevano abbreviare la vita di un governo comunque a termine.

Nel 1989 tuo padre fu eletto parlamentare europeo, l’Europa è stata uno degli orizzonti della politica estera della DC e dell’Italia: quale è stato il contributo piùsignificativo dell’esperienza europea di tuo padre?

Marco Goria. Mio padre venne eletto al Parlamento Europeo l’anno successivo alla sua uscita da Palazzo Chigi, con un record di preferenze impressionante in Piemonte e Lombardia. Credo sia ancora un primato, tenendo conto del sistema elettorale allora in vigore. Segno questo che la gente aveva apprezzato il modo sobrio e concreto con cui aveva tentato di governare una speranza di rinnovamento che poi si è fermata e si è persa definitivamente sino alla crisi della I Repubblica.
Al Parlamento europeo mio padre è stato Presidente della Commissione Politica che è la più importante per il procedere delle grandi questioni. Anche in quei due anni l’Europa ha fatto piccoli passi in avanti e l’Italia ha irrobustito il suo ruolo dopo una sofferta e stentata adesione al Sistema Monetario Europeo (SME) che è stato l’anticamera dell’Euro.

Un’immagine, un ricordo, di tuo padre che senti come emblematico del suo carattere e della sua personalità.

Marco Goria. La grande passione politica, che si concretizzava in una ricerca continua di cogliere i grandi ed i piccoli problemi della società e di elaborarne risposte. Noi spesso, quando partiva il lunedì per Roma lo prendevamo in giro dicendogli “stai andando a salvare l’Italia”. Oggi più di allora mi rendo conto che lui un po’ ci credeva e ci sperava.

Esiste, secondo te, un’eredità politica di tuo padre?

Marco Goria. Non credo, anche se molti “goriacei2, una sorta di corrente non organizzata, proseguono nel loro impegno politico con nostalgia e buon ricordo di quella stagione, troppo diversa da quella attuale per poter parlare di eredità. Mi fa piacere constatare che molti collaboratori di mio padre hanno oggi ruoli importanti, come il Governatore Draghi, l’economista Cipolletta, il politico Tabacci, il presidente Riggio e che tanti altri protagonisti della vita economica e politica ne conservino tutti un buon ricordo.

Ed esiste un’eredità politica della Democrazia Cristiana?

Marco Goria. Certamente sul piano dei valori, della condivisione di un giudizio storico carico di un tardivo apprezzamento, della necessità di una forza moderata, riformatrice e di ispirazione etica. Ma è troppo brusco il passaggio da un sistema parlamentare rappresentativo del pluralismo votato a base proporzionale ad un sistema di brutale bipolarismo dove è prevalente l’aspetto di chi riesce a vincere le elezioni ma poi non riesce a governare. E’ difficile giudicare se tra i tanti che vorrebbero aggiudicarsi l’eredità della DC ce ne siano davvero di meritevoli in un contesto così profondamente mutato. Io stesso mi chiedo: se mio padre fosse ancora in vita sarebbe di centro-destra o di centro-sinistra? Non ho risposta ma sono certo che avrebbe comunque dato un contributo di originalità e di innovazione.

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Enrico Letta: a 46 anni, il terzo premier
più giovane della storia della Repubblica

Il primo rimane Giovanni Goria 43enne nel 1987,
poi Fanfani (45). Che fu anche il più anziano (79)

mercoledì 24 aprile 2013

Giovanni Goria: il più giovane premier di sempreGiovanni Goria: il più giovane premier di sempre

Il terzo premier più giovane della Repubblica: da quando esiste, tale sarebbe lo status anagrafico di Enrico Letta, di suo già abituato a intascare record di precocità ( fu il più giovane ministro di sempre, alle politiche Comunitarie nel ’98 col governo d’Alema). Il primato è ancora nelle mani del democristiano Giovanni Goria, incaricato nell’anno 1987, barba fluente, economista provetto, ma che dovette gestire la pesante eredità Craxi, per finire impallinato dai suoi stessi colleghi di partito. Poi scomparso troppo presto, solo cinquantenne, dopo esser finito nelle secche di Tangentopoli.

L’ETERNO FANFANI – Dopo di lui, l’eterno Fanfani, protagonista assoluta della Prima Repubblica, capace di essere il secondo più giovane nel primo dei suoi cinque governi (1954). E poi il più anziano nell’ultimo (79enne nel 1987). E tornando a Letta, al di là della fatica e del subbuglio che l’hanno portato (quasi) a Palazzo Chigi, rimane il fatto che è il primo premier politico inedito dal 1999 (se si è esclude l’incarico a Monti – tecnico-). Ad ogni modo, a seguire, eccovi la lista completa dei presidenti del Consiglio ( al primo incarico) dal più giovane al più anziano.

Giovanni Goria 43 anni: 1987
Amintore Fanfani 45 anni: 1954
Enrico Letta (premier incaricato) 46 anni: 2013
Aldo Moro 47 anni: 1963
Bettino Craxi 49 anni e cinque mesi: 1983
Massimo D’Alema 49 anni e sei mesi: 1998
Emilio Colombo 50 anni: 1970
Francesco Cossiga 51 anni e 9 giorni: 1979
Giuseppe Pella 51 anni e tre mesi: 1953
Mario Scelba 52 anni: 1954
Giulio Andreotti 53 anni e un mese: 1972
Mariano Rumor 53 anni e cinque mesi: 1968
Giuliano Amato 54 anni e un mese: 1992
Giovanni Leone 54 anni e sette mesi: 1963
Arnaldo Forlani 54 anni e dieci mesi:198o
Giovanni Spadolini 56 anni e sette giorni: 1981
Romano Prodi 56 anni e nove mesi: 1996
Silvio Berlusconi 57 anni: 1994
Fernando Tambroni 58 anni: 1960
Ciriaco De Mita 60 anni: 1988
Lamberto Dini 63 anni: 1994
Antonio Segni 64 anni: 1955
Alcide De Gasperi 65 anni : 1946
Mario Monti 68 anni: 2011
Adone Zoli 69 anni: 1957
Carlo Azeglio Ciampi 72 anni: 1993

Matteo Cruccu
ilcruccu24 aprile 2013 | 17:58

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Andando indietro nel tempo. Era l’anno 1987

TASSI D’ INTERESSE ORA SI E’ FERMATA LA LUNGA DISCESA

17 maggio 1987

DA IERI sono in vigore i tre decreti che il ministro del commercio estero, Mario Sarcinelli, ha firmato nei giorni scorsi per eliminare il deposito infruttifero del 15 per cento sull’ acquisto di titoli esteri, per elevare le assegnazioni valutarie dei turisti italiani e per snellire le operazioni di import-export delle imprese. La misura più dirompente sembra essere la prima. L’ apertura delle frontiere per quanto riguarda gli investimenti esteri pone soprattutto due problemi. Il primo riguarda i tassi di interesse e il secondo la gestione del cambio, dice l’ ex governatore della Banca d’ Italia, Paolo Baffi. Il ministro del Tesoro, Giovanni Goria, ha subito notato che da ora in poi bisognerà abituarsi a tassi di interesse più variabili. Gli investitori dovranno quindi seguire più che in passato gli indicatori economici italiani e internazionali che possono influire sulla determinazione dei tassi di interesse. Qual è la situazione in questo momento? I tassi di interesse americani sono di nuovo in tensione. Venerdì scorso le banche americane hanno aumentato il prime-rate per la terza volta nel giro di due mesi portandolo all’ 8,25.E’ molto probabile, dice uno studio fresco di stampa della Banca nazionale del lavoro, che la fase di discesa dei tassi debba considerarsi per il momento terminata. Il rialzo dei tassi in America stabilizza il dollaro, favorisce l’ afflusso di capitali esteri e contrasta le spinte inflazionistiche emergenti. La banca centrale americana evita di ratificarlo attraverso un aumento del tasso di sconto ufficiale per evitare un processo recessivo e auspica iniziative equivalenti da parte della Germania e del Giappone. Se questi due paesi riducessero i loro tassi di interesse il dollaro si stabilizzerebbe lo stesso. Il momento della verità sembra ormai essere il prossimo incontro dei Sette Grandi a Venezia all’ inizio di giugno.In questo scenario l’ Italia si presenta abbastanza protetta. Il suo tasso di sconto , pari all’ 11,5 per cento,è il più alto dei paesi industrializzati. Il rendimento dei titoli di Stato italiani, al netto dell’ inflazione relativa, è invece meno attraente. E’ pari a quello dei titoli americani e di appena mezzo punto superiore a quelli tedeschi. Decisiva per le scelte di portafoglio degli investitori appare, quindi, la previsione sul tasso di cambio. La lira si è rivalutata dall’ inizio dell’ anno di oltre il 6 per cento nei confronti del dollaro mentre si è svalutata del 4,5 per contro il marco e il franco svizzero e del 9 per cento circa rispetto allo yen e alla sterlina. Quali altri movimenti si possono prevedere su queste monete nei prossimi mesi? La Banca d’ Italia sembra aver adottato una nuova politica del cambio decisamente più flessibile. Il deprezzamento della lira realizzato recentemente dal governatore della Banca d’ Italia, Carlo Azeglio Ciampi, ha riportato il cambio su livelli più realistici, anche se le prospettive per le esportazioni non sono ancora soddisfacenti. Anche le prospettive sui cambi dipendono dai risultati del summit di Venezia. In mancanza di un accordo, dice l’ ufficio studi della Bnl, ci si può attendere un ulteriore deprezzamento del dollaro nei confronti dello yen e marco che finirebbe col provocare nuove tensioni nello Sme. Le riserve della Banca d’ Italia sono a livelli record e non possono che beneficiare degli introiti del turismo. Ci può essere, però, un deflusso sia per gli investimenti all’ estero che gli italiani decideranno nei prossimi mesi sia per la gestione più elastica dei conti valutari delle imprese. Non si tratta comunque di una perdita di riserve, bensì di trasferimento di munizioni dalle mani delle autorità monetarie a quelle dei privati e delle imprese. E’ questo un effetto inevitabile della liberalizzazione valutaria ed è un’ alternativa di gran lunga migliore a un disavanzo commerciale provocato da una corsa ai consumi che molte volte in passato ha esercitato pressioni devastanti sulle riserve. Tanto da far dire a Baffi: non capisco perchè gli italiani possano comprare Mercedes e non titoli tedeschi. Ora può avvenire il contrario e c’ è da augurarselo.

di ENRICO MORELLI

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Il libroNon fu il governo Craxi a creare il debito. Dal volume “L’economia italiana dal Risorgimento ad oggi” (ed. Cantagalli)
di Francesco Forte

Nel periodo tra il 1983 e il 1992, il PIL cresce intorno al 27%, al tasso medio annuo del 2,7%, circa lo stesso valore del tasso di crescita del PIL pro-capite, essendo la popolazione stazionaria. Si tratta di un risultato molto notevole, considerando che questo è un periodo di riorganizzazione economica, in cui l’Italia man mano recide i precedenti dirigismi, ma è ancora tormentata da un elevato deficit, che genera un alto debito pubblico, come effetto dell’emersione del debito precedentemente occultato nella Banca Centrale e con i vincoli al sistema bancario. Questo periodo segna il ritorno dell’Italia ai principi dell’economia di mercato occidentale e getta le basi per l’ingresso nell’Unione Monetaria Europea.Le vicende politiche e la politica economica

Il recupero di potere di voto da parte della DC, la riduzione di quello del PCI e, soprattutto, lo spostamento del PSI da una politica di sudditanza al PCI, ad una autonoma, sempre più indirizzata verso formule di socialismo liberale, causarono _ come già avvenne nella VIII legislatura – governi di coalizione fra DC, PSI e partiti laici “minori” (PRI, PU e PSDI): il cosiddetto “penta partito”.
L’evento che in Italia determinò politicamente la svolta storica del sistema dei partiti è costituito dall’insuccesso della coalizione DC-PSI, guidata da Craxi, Andreotti e Forlani, nell’elezione del Capo dello Stato del 1992. In realtà, tale insuccesso fu causato dalla divisione che si determinò nella DC, per la rivalità fra le candidature di Arnaldo Forlani, più vicino a Craxi e alla formula del centrosinistra di allora, e quella di Giulio Andreotti, che già negli anni ’70 aveva guidato una coalizione opposta a questa, con l’asse DC-PCI-PRl. Nella contesa, uno dei due leader democristiani sarebbe risultato comunque perdente, perchè, secondo tacite intese, il socialista – che non sarebbe stato eletto Presidente della Repubblica, in quanto non veniva candidato – sarebbe diventato capo del governo. Nel caso dell’elezione di un laico” o di un terzo, scelto nella DC o nel PSI, l’accordo tacito sarebbe diventato ancora più problematico. La lunga serie di votazioni nulle (per l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica) rappresentava la difficoltà di questa scelta, che avrebbe avuto importanti conseguenze per la politica e l’economia italiana.
Lo scontro non era tanto sulle linee di politica economica, che parevano obbligate: portare a compimento il risanamento del bilancio pubblico, mediante eliminazione di alcuni privilegi fiscali e lotta agli innumerevoli sprechi nelle pieghe del bilancio, nonchè mediante riforme strutturali, in parte relative al ridimensionamento della spesa sociale e dello Stato del benessere e trasformatosi in Stato assistenziale), in parte relative a sovvenzioni a imprese in perdita; portare avanti le privatizzazioni, sia per ridurre le sovvenzioni a enti pubblici in perdita, sia per dare all’economia un assetto di mercato conforme alle nuove regole europee, con rilevanti effetti futuri sugli equilibri fra i centri del potere economico in Italia; negoziare il trattato dell’Unione Monetaria Europea e gestire la successiva entrata dell’Italia nell’Unione. Lo scontro vero era sulla capacità di realizzare queste linee, soprattutto sulle modalità e sulle alleanze con i vari gruppi industriali e finanziari e con gli interessi economici del sistema delle cooperative e dei poteri sindacali (che, ad esempio, consideravano di loro spettanza la Presidenza dell’INPS ed avevano un ampio ruolo nelle Ferrovie dello Stato).
Vi era anche il problema delle riforme istituzionali, che poteva accompagnare questa complessa azione di politica economica. La scelta del sistema presidenziale avrebbe rafforzato il governo rispetto ai poteri economici dell’industria, della finanza, del sistema sindacale e cooperativo; la scelta del sistema elettorale uninominale e delle politiche referendarie, senza repubblica presidenziale, avrebbe indebolito i partiti, senza rafforzare l’esecutivo, e pertanto giovato ai gruppi di potere economico. Nell’ondata emotiva dovuta alla strage di Capaci, in cui però un magistrato protagonista della lotta antimafia come Giovanni Falcone, prevalse la necessità di una decisione immediata: ebbe luogo, con grande rapidità, l’elezione di Oscar Luigi Scalfaro, che in qualità di Vicepresidente della Camera gestiva le votazioni e pareva figura super partes. In realtà, Scalfaro risultò ben presto avverso al centrosinistra e al PSI in particolare, mostrandosi disposto a gestire il suo potere non come arbitro, ma come sponsor della nuova formula DC-PDS, senza il PRI.
Le elezioni politiche per la XI legislatura, tenutesi il 4 aprile del 1992, poco dopo la designazione del nuovo Capo dello Stato, videro il crollo della DC: alla Camera essa riportò solo il 29% dei voti, al Senato il 27%.
La sua funzione di diga contro i comunisti, con il crollo del muro di Berlino si era esaurita. Invece, nonostante le accuse di corruzione e illecito finanziamento, il PSI – i cui vertici cominciavano ad essere colpiti per queste vicende – resse bene alla prova elettorale, attestandosi sul 14% dei voti e superando questa percentuale, alla Camera, in termini di seggi. Sommando ai propri seggi quelli dei socialdemocratici, il PSI arrivava alla Camera al 17% contro il 16% dei PDS, il partito sorto dalla trasformazione del PCI. Ma il mondo delle grandi imprese non gradiva affatto l’egemonia che, in tal modo, si sarebbe potuta profilare sulla scena politica da parte ciel PSI, con un’ipotetica fusione o un nuovo “patto di unità di azione2 con gli ex comunisti. Comunque, il PRI non era più disponibile all’alleanza di centrosinistra, che la grande industria e la grande banca ritenevano oramai superata. Inoltre, a sinistra, sulle ceneri dell’ex PCI, erano sorti o si erano rafforzati diversi partiti, alcuni dei quali – come i Verdi e La Rete – chiaramente in attesa di far parte di nuove formule di governo, alternative a quelle che avevano dominato negli anni ’80.
Nella DC era in atto un movimento politico, il “Patto Segni”, che sostenendo la riforma del sistema elettorale, nel senso di un maggior peso del referendum e dell’adozione del sistema uninominale, si poneva contro il sistema tradizionale dei partiti. Ora che il PCI non c’era più – o, meglio, si stava trasformando, con un difficile passaggio – essere contro il sistema dei partiti, voleva dire essere a favore del “cambiamento”, contro i grandi partiti di sinistra che non avevano bisogno di cambiare pelle per adeguarsi alla fine del blocco sovietico, e che le regole europee esigevano principi di economia di mercato. Di fatto significava essere contro il PSI. Il sostegno al sistema uninominale implicava di dover decretare la fine dei partiti laici minori, che si erano dissanguati per la difesa dei valori della libertà economica e politica negli anni ’70 e ’80. Ma non si era calcolato che questa nuova linea antipartito costituiva non solo un supporto alla difficile evoluzione dell’ex PCI verso la socialdemocrazia è da cui il PSI si stava distaccando, perchè obsoleta, in rapporto alle trasformazioni delle classi sociali e della realtà economica è costituiva anche un prezioso supporto per l’affermazione di movimenti politici di destra, che erano stati tradizionalmente considerati contrari al sistema dei partiti, come il MSI, diventato MSI-Destra Nazionale, e di movimenti anti-partito e anti Stato “centralista” come la Lega Nord. Costituiva, comunque, il via libera per nuovi movimenti politici, che meglio della DC e del PSI sapessero sostenere i principi di libertà e l’adesione al modello neocapitalista degli Stati Uniti e della Gran Bretagna post-Reagan e postTatcher, che il PLI non era riuscito a propugnare.
Il nuovo Capo dello Stato, Oscar Luigi Scalfaro, come si è detto, era avverso al centrosinistra di Craxi, Andreotti e Forlani: una formula politica, del resto, in cui risultava sempre più evidente l’egemonia socialista. Sembrava ovvio che si dovesse puntare su un nuovo blocco di potere basato sull’asse DC-PDS che, nel nuovo scenario parlamentare, assicurava il 59% dei voti. Tuttavia, poichè non si poteva attuare immediatamente questo capovolgimento di fronte e d’altra parte il processo di risanamento esigeva ancora alcuni passaggi non gradevoli, la DC e il Presidente della Repubblica accettarono di dare vita a un governo a guida socialista, non però con il premierato di Bettino Craxi, ma con quello del suo vice Giuliano Amato, che era comunque incline all’alleanza con il PDS, in cui si poteva sperare di far confluire uno spezzone del PSI, una volta che si fosse stabilita la nuova coalizione pentapartitica DC-PDS-PRI-Verdi-La Rete. L’operazione fu favorita dall’allargarsi a macchia d’olio delle indagini sulle “tangenti” che, allìinizio, colpì principalmente i vertici del PSI, del PSDI e del PLI e l’ala conservatrice della DC. Con il primo governo Amato e il primo Ciampi terminavano i governi del “pentapartito”.

L’economia italiana ritorna al sistema di mercato, interno ed internazionale

Dal 1982 al 1987 al Ministero del Tesoro vi era stata la guida ferma di Giovanni Goria che, assieme al governatore della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi – succeduto allo sfortunato Paolo Baffi nel 1980 – si può dire il protagonista a livello tecnico del rientro dell’Italia nel sistema monetario e finanziario europeo.
Gli subentrò Giuliano Amato, che proseguiva nella medesima linea, anche perchè il Presidente del Consiglio nel periodo sino al gennaio 1988, era proprio Giovanni Goria. Ad Amato succedette Guido Carli, rimasto in carica per un triennio, realizzando importanti riforme, come la partecipazione alla formulazione del Trattato dell’Unione Monetaria di Maastricht, da lui stesso sottoscritta. Seguì, per un biennio, l’economista Piero Barucci che, con Amato Presidente del Consiglio, proseguiva nel solco tracciato da Goria, Amato e Carli, affrontando con successo anche il difficile momento della caduta del cambio della lira del 1992. Nonostante l’alternarsi di quattro Ministri del Tesoro, si tratta di una fase di grande continuità, poichè due di essi diventano Presidenti del Consiglio quando lasciano il Ministero e uno è l’ex governatore della Banca d’Italia, che l’ha guidata per molti anni e che aveva il compito di preparare l’inserimento dell’Italia nel nuovo sistema monetario europeo che stava per nascere.
I governi costituiti con questa formula politica realizzarono gradualmente importanti cambiamenti istituzionali nella politica fiscale, in quella monetaria e in quella del lavoro, accrescendo le entrate, riducendo il dirigismo del credito e della moneta e abbattendo rigidità nel settore del lavoro create nei precedenti anni ’70. Man mano, vennero affrontati il tema del recupero della flessibilità del lavoro, quello della riforma dello Stato del benessere e quello delle privatizzazioni.
Un’importante innovazione, attuata nei primi anni ’80, fu il cosiddetto “divorzio” tra Banca d’Italia e Ministero del Tesoro, in base al quale la prima non era più obbligata ad operare come sottoscrittore residuale dei titoli del debito pubblico. La principale conseguenza immediata del “divorzio” fu l’incremento sostanziale, in termini reali, del tasso d’interesse, che faceva emergere il costo effettivo del servizio di debito pubblico, sino ad allora nascosto mediante l’artifizio inflazionistico della sottoscrizione forzata della Banca centrale. E poichè gran parte del debito pubblico degli anni ’70 era costituito da titoli di breve termine, il peso del debito aumentò non solo a causa dei nuovi deficit, ma anche in conseguenza del finanziamento a tassi di mercato dei debiti precedenti.
D’altro canto, il tasso di crescita del PIL iniziava a declinare, Vari fattori spiegano tale declino. Un certo ruolo l’hanno avuto le politiche monetarie correlate ai cambiamenti istituzionali relativi alla gestione del debito pubblico indicati precedentemente. Il tasso di interesse superò il tasso di crescita del PIL, aggravando l’onere del debito. La nuova politica monetaria non permissiva fu chiaramente condizionata dalla scelta operata nel 1981 di entrare nello SME, il sistema di cambi relativamente fissi dell’Unione Europea: cosa che avvenne mediante la concessione all’Italia di far fluttuare la lira entro una banda provvisoria più larga di quella ordinaria. Il PCI votò contro tale scelta, che costituiva una chiara opzione di integrazione nel sistema di mercato europeo,
Si andavano divaricando le linee di politica economica fra il “pentapartito” e il PCI e, in particolare, si divaricava sempre più la linea del PSI guidato da Bettino Craxi, improntata ad una visione liberal socialista , dalla linea dirigista dei comunisti, Nella legislatura del 1983-1987, in cui la guida fu assunta da Craxi, la coalizione DC-PSI divenne dominante, con sostanziale continuità di governo nell’intero periodo. Il maggior evento di politica economica di tale periodo fu la ricordata abrogazione della scala mobile delle retribuzioni, nel 1985, e la successiva vittoria del fronte governativo nel referendum indetto dal PCI e dalla CGIL per la sua reintroduzione. La marcia dei 30 mila dipendenti della FIAT che protestavano contro lo strapotere che in essa aveva conquistato i sindacati, pose fine all’eccessivo potere sindacai nelle imprese e verso le imprese.
Altri rilevanti cambiamenti istituzionali ebbero luogo nella seconda metà degli anni ’80: la liberalizzazione dei movimenti valutari con l’estero, l’abrogazione del conto corrente del Tesoro con la Banca d’Italia, l’attuazione della direttiva che impedisce gli aiuti di Stato alle imprese pubbliche e alle banche, liinizio della politica di privatizzazione delle imprese pubbliche. Trasformazioni relative a fattori esogeni di partecipazione alla nuova fase di integrazione europea, iniziata con il vertice di Milano del 1985, in cui fu varato, con l’attività determinate del presidente di turno dell’Unione Europea, Bettino Craxi, l’Atto unico, che dava vita al “grande mercato unico europeo”. Nel 1990, l’Italia entrò nella banda stretta dello SME (Sistema Monetario Europeo). L’Italia fece ingresso nel G6, il consesso dei paesi a maggior sviluppo industriale e firmò l’accordo sull’Unione Monetaria Europea, sottoscritto a Maastricht nel 1992. Vennero poste così le premesse per un nuovo ciclo di sviluppo nell’economia globale, ma rimaneva un pesante onere del debito pubblico e una pressione fiscale troppo elevata.
In effetti, la spinta maggiore alla tenace azione di risanamento degli anni ’80 fu data proprio dalla consapevolezza che era necessario rimettere la casa in ordine, per potere partecipare a tale Unione. Se per la Gran Bretagna poteva essere possibile rimanere fuori da essa, dato il risanamento economico operato dal primo ministro Margaret Tatcher, il prestigio secolare della sterlina, il legame particolare con gli USA e con le regioni extra europee dell’ex impero britannico, per l’Italia l’isolamento sarebbe stato estremamente pericoloso. Con il 1983, il tasso di inflazione comincia una rapida discesa, dovuta al parziale disinnesco della scala mobile, attuata da chi scrive – ministro delle Finanze del governo Fanfani – in cambio di consistenti riduzioni fiscali e ampliata successivamente dal nuovo Presidente del Consiglio Craxi e dal ministro del Lavoro Gianni De Michelis (entrambi PSI), nel quadro della politica dei redditi.
Nel 1984, come si rileva nella Tavola 3 in appendice al Capitolo, il tasso di inflazione scendeva allo 10,5% dal 15% dell’anno precedente.1 Per effetto della manovra Craxi-De Michelis, essa si riduceva poi al 8,6% nel 1985 e al 6% nel 1986, mentre nel 1987, ultimo anno del governo Craxi, era oramai al 4,6% e rimarrà poco sopra tale livello anche nel 1988. Tuttavia, l’inflazione non è vinta, non basta il disinnesco della scala mobile a condurre alla stabilità monetaria se vi sono altre rigidità nel mercato del lavoro e in altre strutture dell’economia, come nell’Italia dell’epoca: l’inflazione tornava al 6% nel 1989 e su tale livello oscillava nel 1990 e nel 1991. Nonostante la grande svalutazione della lira del 1992, invece, essa rimaneva al 5% in quell’anno. Il 2pentapartito”, così, lasciava l’inflazione al livello a cui il “centro sinistra” nel 1972 l’aveva lasciato ai successori del “compromesso storico”. Ma nel 1992, con Presidente del Consiglio il socialista Amato, ministro degli Esteri De Michelis e ministro del Tesoro Carli, l’Italia firmò il Trattato dell’Unione monetaria Europea di Maastricht, che obbligherà a porre la stabilità monetaria fra le grandi priorità della politica economica e sociale. Vengono poste le premesse per un nuovo ciclo di sviluppo nell’economia globale, ma rimane un pesante onere di debito pubblico e una pressione fiscale troppo elevata (cfr. Tavola 4 in appendice al Capitolo).
Nel 1981, il deficit era una quota molto elevata del PIL (cfr. Tavola 5 in appendice al Capitolo), circa 1-11% – retaggio dell’epoca del “compromesso storico” – che scendeva al 10% nel biennio 1982-83 per risalire al 12,5% nel 1985, nel passaggio dal Ministro delle Finanze Francesco Forte al Ministro Bruno Visentini. Occorre notare che su questo deficit pesava sempre di più la spesa per gli interessi sul debito pubblico, esplosa, come già visto, con il “divorzio” del Tesoro dalla Banca d’Italia. D’altra parte, tale spesa era gonfiata dall’alto livello del tasso di interesse nominale, che incorpora un elevato tasso di inflazione, Quest’ultimo, man mano, si riduce, ma poichè il servizio di interesse sul debito aumenta, l’illusione monetaria derivante dall’inflazione – che rialza il tasso di interesse, ma svaluta il debito pubblico – dà luogo a un gonfiamento artificioso del disavanzo. Il rapporto debito/PIL, cresceva continuamente a causa dell’elevato onere per interessi, generato da un alto disavanzo. Alla fine del periodo il rapporto debito/PIL è oltre il 115%: una percentuale notevole,
Per capire come il deficit genera o meno un aumento del debito pubblico occorre però “deflazionarlo”, ovvero togliere dal disavanzo nominale la quota rappresentata dalla perdita di valore del debito in essere, dovuta alla perdita di potere di acquisto della moneta. Chiunque fa questo calcolo, ragionando di un proprio debito o di quello di un’impresa: l’aumento dei prezzi svaluta il debito in essere della medesima percentuale; e, pertanto, se riceve un tasso di interesse del 10%, ma l’inflazione è del 6% sa che il suo vero tasso di interesse è il 4%.
Lo stesso ragionamento fa, correttamente, il governo per il debito pubblico e per il deficit di bilancio. Posto che il debito sia il 110% del PIL e il tasso di inflazione il 6%, un deficit pari al 6% del PIL non aumenta il disavanzo stesso, ma lo riduce di poco, poichè nel frattempo il debito si è deprezzato del 6% di “sè stesso”, cioè di un po’ più che il 6% del PIL. Il nuovo PIL in moneta, a parità di PIL reale, è pari a 106 e il 6% di 106 è 6,36. Che sommato a 110 fa 116,36. E diviso per 106 dà 109,77: un po’ meno di 110.
La Tavola 9 in appendice al Capitolo mostra come negli anni ’90 del secolo scorso il risanamento finanziario era oramai vicino, perchè, al netto del tasso di inflazione, il rapporto fra deficit e PIL era oramai al 4,4%, con un rapporto debito/PIL del 115%. E pertanto si avvicinava al 3% che avrebbe comportato, con una crescita del 2% in termini reali e del 2% in termini monetari, una discesa del rapporto debito/PIL al 113,8%.
Dunque, nel 1993 il deficit in termini reali era oramai al 4,4% e nel 1994 scenderà al 3,2%, considerando il disavanzo nominale al 9,1% ed il tasso di inflazione al 6%. è evidente, dunque, che sarebbe bastato ridurre l’inflazione per arrivare al 3% del PIL richiesto dalle regole di Maastricht. Vi poteva riuscire la coalizione politica in cui primeggiava il PSI di Craxi che avrebbe potuto, quindi, arrogarsi il merito del risanamento finanziario, 1997, i parametri stabiliti per entrare nell’Unione Monetaria Europea e, dopo, i principi attuativi della nuova Unione Monetaria, stabiliti con gli accordi di Amsterdam del 1996. Tali parametri erano costituiti da un deficit del governo generale (cioè di tutta la finanza pubblica, statale, regionale e locale) non eccedente il 3% del PIL, un debito complessivo non eccedente il 60% del PIL stesso e un tasso di inflazione tendente allivello del 2-2,5%, che sarebbe stato considerato come il tetto della stabilità monetaria, per la politica della futura Banca Centrale Europea. Nel caso di un debito eccedente il rapporto del 60%, gli Stati che desideravano essere ammessi all’Unione monetaria Europea avrebbero dovuto garantire un trend di riduzione del proprio debito mirante a tale traguardo nel lungo termine.2
Se il PIL da cui si palle è 100% il deficit che mantiene invariato il rapporto fra debito e PIL è costituito da una percentuale sul PIL eguale a quella del tasso di crescita nominale del PIL stesso. Nel caso fatto di una crescita del PIL monetario ciel 3%, il deficit che mantiene invariato al 100% il rapporto tra debito e PIL è un deficit del 3% di quest’ultimo, perchè tutte e due le percentuali di incremento sono calcolate su 100, il rapporto non cambia. Se il debito è il 50% del PIL, il deficit che mantiene invariato quel rapporto è pari alla metà del tasso di crescita del PIL. Nel nostro esempio è lo 1,5%. Se il rapporto debito PIL è del 110%, invece, il deficit che mantiene invariato tale rapporto è pari al tasso di crescita del PIL è il 3,3%. Invertendo il punto di vista, ci si può chiedere quale tasso di crescita del PIL sia necessario per mantenere invariato il rapporto debito/PIL. E’ ovvio che, partendo dal rapporto debito/PIL del 100%, si confermerà la conclusione di cui sopra. Ma se quel rapporto è il 50% e abbiamo un deficit del 3%, per mantenere invariato il rapporto sarà necessaria una crescita del PIL monetario del 6%. Se il rapporto debito/PIL è il 60%, basterà una crescita del PIL monetario del 5%, in quanto essa moltiplicata per 0,6 dà 3. L’Italia, come si è visto, avendo oramai agli inizi degli anni ’90 un rapporto debito/PIL superiore al 100%, se avesse avuto un deficit del 3%, con un tasso di inflazione moderato, ad esempio del 4%, e una crescita del PIL del 2% in termini reali, avrebbe potuto attuare la riduzione sistematica ciel rapporto debito/PIL, per avvicinarsi gradualmente all’obbiettivo di un rapporto del 60%. Con una riduzione dell’inflazione che consentisse di ridurre il tasso di interesse sul debito, il deficit si sarebbe ridotto e tale obbiettivo, come si è visto, risultava raggiungibile senza una restrizione del rapporto fra entrate e spese al netto degli interessi. Con l’ingresso nell’Unione Europea gli oneri per interessi sul debito sarebbero scesi. Ma per entrare nell’euro occorreva una bassa inflazione. Il tema cruciale era, dunque, la riduzione dell’inflazione.
Possiamo ora, rifare il ragionamento, da un altro punto di vista, quello del saldo del bilancio primario, ossia del saldo fra la spesa pubblica, al netto degli interessi e il totale delle entrate. Quando vi è un saldo primario positivo, una parte degli interessi viene pagata con le entrate e, quindi, il nuovo deficit è inferiore a quello con cui si pagano tutti gli interessi. Ossia una parte delle entrate va a riduzione del debito. Se si considera l’avanzo primario in rapporto al PIL si può vedere di quanto esso operi per ridurre il debito. Se esso è negativo, emerge quanto esso dia luogo a una crescita del debito. Osservando i dati della serie storica del bilancio italiano si nota che questo saldo cessa di essere mediamente positivo nel 1965, quando raggiunge il -2,5%, per poi scendere a -1,9% del 1970. Quindi, ad esclusione del picco del 1975, esso fluttua su percentuali negative intorno al -3% -5% negli anni ’70, in cui il connubio fra Banca di Italia e Tesoro celava l’onere per gli interessi sul debito pubblico. Il saldo negativo del bilancio primario, poi, assume un andamento altalenante nel corso dei primi anni ’80, per scendere a -1,4% del 1990, azzerarsi nel 1991 e tornare con il segno positivo a partire dal 1992.
Con la notizia che il Paese stava per entrare nell’area euro, perchè in grado di rispettare i parametri sull’inflazione richiesti – con un deficit non superiore al 3% sul PIL ed un rapporto debito/PIL, che sebbene elevato tendeva a ridursi, in misura costante – ecco che il tasso di interesse sul nuovo debito sarebbe sceso di almeno un punto e l’avanzo primario si sarebbe accresciuto spontaneamente. Fu questo il ragionamento che fece nel 1994, l’insieme di forze politiche ed economiche che operò per la caduta del pentapartito e per il riemergere del patto fra DC e PCI, con la sola DC di sinistra e che fu poi ripreso nel 1996 dal governo Prodi, con la guida del Ministro del Tesoro e del Bilancio Campi. Il lettore può verificare questo ragionamento guardando la tabella dei valori assoluti e percentuali del saldo primario, negli anni ’90. Essa dimostra con i numeri, che il traguardo del risanamento finanziario era vicino e oramai costava fiscalmente e socialmente zero, quando fu liquidato il “pentapartito”. Il frutto era maturo, ma non si desiderava che fosse il penta partito a coglierlo.

Tavola 2 – LE RIFORME PER IL RITORNO AL SISTEMA DI MERCATO NEL PERIODO DEL PENTAPARTITO 1982-93

Marzo 1981 L’Italia entra nella banda larga dello SME.
Luglio 1981 Divorzio tra la Banca d’Italia e il Tesoro circa il ruolo della prima di acquirente residuale di titoli del debito.
1982 Aumento e poi abrogazione del tetto del credito delle banche al settore di mercato.
14/2/1984 Taglio della scala mobile.
17/2/1986 Approvazione da parte dell’Italia dell’Atto unico europeo che introduce nuove regole per un mercato unico europeo libero e non distorto che dovrà completarsi entro il 1992. Gli Stati membri che hanno firmato l’atto unico si impegnano all’integrazione monetaria.
1986 L’Italia recepisce la direttiva europea che vieta i sussidi alle imprese pubbliche.
1987 liberalizza zio ne dei ti di capitali con l’estero.
11/3/1988 Istituzione del Documento di programmazione economica e finanziaria, per cui, prima della sessione di bilancio, il Parlamento approva le linee guida del governo per i successive tre anni e pone un limite al deficit per l’anno successivo.
13/8/1988 Abolizione del voto segreto in Parlamento, tranne per questioni etiche e personali.
2917/1989 Abolizione definitiva della scala mobile.
12/5/1990 Riduzione della riserva obbligatoria delle banche e dell’obbligo di inserire nel loro portafoglio titoli di debito pubblico.
14/5/1990 Applicazione della direttiva sulla liberalizzazione completa dei movimenti monetari.
6/1/1990 L’Italia entra nella banda stretta dello SME.
3017/1990 Trasformazione in fondazioni delle banche pubbliche.
20/12/1990 Trasformazione in S.p.a. soggette al codice civile degli istituti di credito pubblici.
1991 Abolizione del c/c di tesoreria dello Stato con la Banca Centrale.
8/8/1992 Trasformazione di IRI, ENI, ENEL, INA in S.p.a. in vista delle privatizzazioni.
3/11/1992 Viene firmato il trattato di Maastricht sulla moneta unica europea con i conseguenti obblighi su deficit e debito.
Legge finanziaria del 1993 Riforme del sistema sanitario nazionale e del sistema pensionistico pubblico.

Le vicende economiche

In questo periodo continuano i cambiamenti nella composizione settoriale dell’economia che si erano svolti nel periodo precedente. Come risulta dalla Tavola 6 in appendice al Capitolo, l’apporto dell’agricoltura al PIL subisce un’ulteriore diminuzione, livellandosi su quello dei maggiori paesi industrializzati, con base agricola importante. L’industria subisce un lieve ridimensionamento percentuale, dovuto allo sviluppo del decentramento produttivo, il cosiddetto outsourcing, che comporta lo scorporo dalle imprese industriali non solo di produzioni di beni, ma anche di servizi, a monte e a valle del loro processo produttivo.
I servizi del settore privato si accrescono, in modo che la loro produzione di valore aggiunto costituisce la metà di quello globale, mentre si riduce considerevolmente il settore dei servizi della pubblica amministrazione, che aveva subito nel precedente periodo un artificioso gonfiamento.
Come si nota nella Tavola 7 in appendice al Capitolo, agli inizi degli anni ’80, la produzione siderurgica subisce un ridimensionamento. Questo è dovuto all’ politiche comunitarie rivolte a eliminare le capacità produttive in eccesso. Successivamente, nel periodo del “pentapartito”, si realizzeranno riorganizzazioni e privatizzazioni che porteranno a un consistente sviluppo della produzione di acciaio, mentre rimane ridimensionata la produzione, meno nobile, di ghisa.

NOTE

1) Soprattutto per effetto della manovra Forte; così come la scala mobile trasmette l’inflazione dei trimestri a cui si applica a quelli successivi, la sua riduzione genera una minor trasmissione dell’inflazione dai trimestri dati a quelli successivi.
2) Fra il deficit del 3% e il debito del 60% del PIL vi è un rapporto di equilibrio, quando il PIL cresce ciel 5%. Questa affermazione si basava sulla assunzione di un tasso di crescita reale e di un tasso di inflazione pari al 2,5%, ovvero di un tasso di crescita reale del 3% e di un tasso di inflazione del 2%. Nell’ipotesi di tassi di crescita del PIL inferiori, il deficit consentito sarebbe stato minore, salvo per i paesi sotto il 60% nel rapporto debito PIL. Inoltre, per un paese che avesse avuto un rapporto debito/PIL dello 80%, sarebbe bastato un tasso di crescita del PIL del 3,75% per mantenere quel rapporto, con un deficit/PIL del 3%. Ma, ovviamente, sarebbe stato necessario un tasso di crescita maggiore ciel 3,75% allo scopo di ottemperare alla regola clelia riduzione graduale ciel rapporto debito/PIL verso il 60%. Il tema del rapporto fra deficit/PIL e debito/Pil, e del ruolo del tasso di inflazione in tali rapporti sarà ripreso, più avanti, più fissamente, nel testo.

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Giovanni Goria, il politico onesto che amava l’Italia
di Pio Mastrobuoni – 23 gennaio 2004A distanza di quasi trent’anni, la tentazione di costituire in Europa un direttorio a tre torna a solleticare i governanti di Francia, Germania e Gran Bretagna. Di fronte alla notizia del vertice Chirac, Schroder, Blair in programma a Berlino a metà febbraio (il terzo della serie) la mente corre a quel lontano 1975 quando l’allora presidente francese Valery Giscard d’Estaing convocò nel castello di Rambouillet, residenza estiva degli inquilini dell’Eliseo, il primo degli incontri al più alto livello di governo tra i maggiori paesi industrializzati. L’invito fu limitato, tra gli europei, al cancelliere tedesco, ch’era allora Helmut Schmidt, e al premier britannico Harold Wilson ai quali si sarebbero aggiunti il presidente americano Gerald Ford e il primo ministro giapponese Miki, entrambi beneficiari di due eventi straordinari alquanto simili tra di loro, le dimissioni di Nixon in seguito allo scandalo del Watergate e la sostituzione di Tanaka travolto dallo scandalo Lockheed (lo stesso scandalo che in Italia costò il Quirinale al presidente Leone, costretto a lasciare la carica di capo dello stato per accuse tanto infamanti quanto inconsistenti, come poi è stato ampiamente dimostrato). L’Italia era stata esclusa perché considerata il ventre molle dell’allora Mercato Comune Europeo. Era instabile politicamente (la crisi del centro sinistra stava aprendo la strada a maggioranze allargate al PCI ch’erano viste con crescente preoccupazione e ostilità da una parte e dall’altra dell’Atlantico); soggetta a uno dei suoi tanti sbandamenti economici (per ottenere un prestito dalla Germania aveva dovuto dare in garanzia l’oro contenuto nei forzieri della Banca d’Italia); bersagliata dalle quotidiane scorrerie di organizzazioni eversive di destra, come la Rosa dei Venti, e di sinistra, come le Brigate Rosse, che si alimentavano sfruttando un disordine sociale alquanto diffuso, di cui spesso facevano le spese gli stessi leader più autorevoli delle confederazioni sindacali. Non fu impresa facile conquistare qual posto attorno al tavolo di Rambouillet che all’Italia spettava di diritto. Il presidente del consiglio dell’epoca, Aldo Moro, che guidava un governo bipartito DC-PRI, dovette far ricorso a tutte le armi della diplomazia, comprese le più spregiudicate, come fu certamente quella di far credere che escludendo l’Italia, i partecipanti al vertice si assumevano la responsabilità storica di spalancare le porte del potere romano al più grande partito comunista d’occidente, che già si era avvicinato pericolosamente alla Democrazia Cristiana, balzando al 33 per cento nelle elezioni amministrative e regionali che si erano da poco tenute, contro il 35 per cento raccolto dalla DC. Moro insistè molto sulla tesi che gli italiani sarebbero stati indotti a reagire in quel modo alla mortificante esclusione imposta ai loro governanti e alla fine la spuntò. Il G5 si trasformò allora in G7 perché oltre all’Italia, per bilanciare i rapporti di forza all’interno del nuovo club, l’invito fu esteso anche al Canada.
Ed eccoci ai giorni d’oggi. Molti i punti di contatto tra quel periodo storico e la situazione attuale che balzano agli occhi in tutta la loro sconcertante evidenza. Se i tre di Berlino cercavano dei pretesti per emarginare l’Italia ne hanno avuto a bizzeffe.
L’instabilità politica sta di nuovo presentando il carattere di un male endemico da cui l’Italia non riesce a guarire, nonostante disponga oggi di una larga maggioranza di governo. Hanno di che arrovellarsi il cervello gli ambasciatori accreditati in Italia nel tentativo disperato di spiegare alle loro capitali le stramberie di Umberto Bossi che mettono a dura prova la compattezza delle forze raggruppate nella Casa delle Libertà così come i contorcimenti a cui sono quotidianamente costretti i leader del Centro Sinistra per rappresentare una credibile alternativa di governo, a dispetto del tanto agognato sistema bipolare sottoposto continuamente ai ricatti delle ali estreme sull’uno e l’altro versante. E poi c’è la difficile congiuntura economica, che come in quel lontano 1975 rende aspro lo scontro sociale, con spinte corporative che paralizzano alcuni servizi essenziali al Paese. A rendere più incandescente il momento, l’Italia si trova oggi a fare i conti con scandali finanziari di portata internazionale che mettono a dura prova la credibilità del suo sistema economico. Il crac della Parmalat, della Cirio, quello paventato della Finmatica e di altre aziende quotate in Borsa, fa il paio con i casi altrettanto clamorosi di dissesto societario riguardanti alcuni importanti gruppi stranieri, come Enron, World Com, Vivendi, Ahold. Ma a differenza di ciò ch’è accaduto altrove, da noi questi dissennati episodi di raggiro a danno dei risparmiatori hanno innescato un’accesa polemica tra il ministro dell’economia e il governatore della Banca d’Italia che lascia sconcertati i nostri principali partner internazionali. Mentre sarebbe stato più saggio considerare, come ha scritto di recente il membro italiano della BCE, Tommaso Padoa-Schioppa, che una lettura strettamente nazionale di queste vicende “deforma la diagnosi e può fuorviare la terapia”. A far tesoro di una simile lezione di buon senso saranno presumibilmente i tre di Berlino, che potranno accordarsi sui passi da compiere per mettere un argine ad abusi finanziari di tale gravità, ragionando semplicemente sulla inadeguatezza delle misure nazionali. Agli assenti sarà difficile, se non impossibile, frapporre ostacoli a un loro eventuale piano di riordino dei mercati finanziari, specie nella prospettiva dell’allargamento dell’Unione.
Se, infine, si riflette con attenzione sul recente dibattito tenuto dal Parlamento Europeo in occasione della presentazione del programma della nuova presidenza irlandese, nel corso del quale sono state mosse critiche molto pungenti alla conduzione del semestre italiano, la scelta di non invitare l’Italia al vertice di Berlino trova altre spiegazioni. Tedeschi e francesi non hanno dimenticato la decisione di Berlusconi di schierare l’Italia a fianco degli Stati Uniti contro l’Iraq di Saddam Hussein. Lo accusano di aver trascurato da presidente di turno dell’Unione la tenuta del fronte europeo. Un atteggiamento reputato più grave di quello dello stesso Tony Blair che pure a quella guerra ha partecipato con un ampio schieramento di truppe. Intanto, in considerazione delle speciali relazioni che da sempre legano l’Inghilterra all’America, e poi perché, a differenza dell’Italia, la Gran Bretagna non è tra i soci fondatori della Comunità e, dunque, non deve farsi carico nelle sue scelte di politica estera di un passato così ingombrante. Se a tutto ciò si aggiungono gli ondeggiamenti mostrati dalla presidenza italiana su molti aspetti qualificanti del dibattito europeo e il fastidio che alcuni esponenti governativi, in specie quelli della Lega, non nascondono di fronte alle disposizioni targate Bruxelles, il mquadro del messaggio politico che viene da Berlino è completo. Per la verità tra i motivi dell’esclusione dell’Italia dal vertice di metà febbraio c’è spazio anche per un pizzico di malizia. Quando Valery Giscard d’Estaing decise di lasciare Aldo Moro fuori dal castello di Rambouillet, suo primo ministro era Jacques Chirac, lo stesso che oggi, da presidente della repubblica, si presta, assieme al cancelliere tedesco e al primo ministro inglese, a un nuovo episodio di emarginazione politica di un presidente del consiglio italiano. Si può forse dire che il fatto è oggi meno grave e preoccupante di quello del 1975,che aveva come cornice l’intero campo occidentale. A differenza, infatti, di Aldo Moro che subì un’altra forma di ostracismo l’anno successivo, al secondo vertice del G7 a Portorico- quando venne escluso da un incontro riservato che i tre leader europei e Jimmy Carter, succeduto a Gerald Ford alla Casa Bianca, tennero proprio per discutere dello stato di crisi in cui versava l’Italia- oggi Berlusconi vanta un rapporto molto stretto con George W. Bush. Non può però, nel momento in cui è in discussione la riforma istituzionale dell’Unione e alla vigilia delle lezioni europee, rassegnarsi a restare in una posizione di rincalzo rispetto agli altri tre grandi. E almeno in questa battaglia le forze politiche rappresentate in Parlamento dovrebbero sentire il dovere di fare fronte comune.

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Milano – 09/05/2007
(Introduce Ferruccio de Bortoli, direttore del Sole 24 Ore. Partecipa il Commissario Europeo Meglena Kuneva)

Carlo Azeglio Ciampi

Non posso non premettere alla mia testimonianza quale Ministro del Tesoro un cenno breve, ma intensamente sentito, sia alla data di oggi sia al luogo che ci ospita.

Il 9 maggio. Pochi giorni fa il Parlamento ha approvato la legge istitutiva del “giorno della memoria”, dedicata alle vittime del terrorismo, come ha solennemente annunciato ieri il Presidente Napolitano. È stato simbolicamente scelto il giorno dell’uccisione di Aldo Moro, avvenuta dopo 55 giorni di prigionia cominciata il 16 marzo 1978 con il suo rapimento e con l’assassinio dei cinque uomini della scorta: due Carabinieri, il maresciallo Oreste Leonardi e l’appuntato Domenico Ricci e tre agenti di Polizia, il vice brigadiere Francesco Zizzi e le guardie Raffaele Jozzino e Giulio Rivera. Non erano le prime vittime del terrorismo, di molte delle quali per troppi anni il silenzio avvolse la memoria. Nel 2004, proprio nel mese di maggio ruppi quel silenzio, assegnando oltre trenta medaglie d’oro alla memoria di servitori dello Stato caduti nell’adempimento del dovere.

Il “Piccolo”, il teatro nel quale oggi ci troviamo, è luogo simbolo di una stagione irripetibile quando sessant’anni fa, rimarginate da poco le ferite della guerra, due personalità altrettanto uniche come Giorgio Strehler e Paolo Grassi seppero dar vita a una delle realizzazioni artistiche più coraggiose e innovative, di altissimo valore culturale, sintesi mirabile di intelligenza e passione, di spirito creativo e disciplina severa.

Questo ciclo di testimonianze ritengo abbia nelle intenzioni dei promotori soprattutto l’intento di avvicinare i giovani – e in generale un pubblico più vasto di quello usualmente dedito, per necessità professionale, all’analisi e alla valutazione dell’azione dei ministri del Tesoro – a temi che dal dibattito corrente possono apparire riservati ai “chierici”. L’incontro con “i protagonisti del bilancio pubblico” è anche l’occasione per coglierne la filosofia personale, l’impostazione culturale che ne ha ispirato l’agire, insomma la Weltanschauung, pur con tutti i condizionamenti, gli aggiustamenti e le mediazioni che l’azione di governo e il momento storico inevitabilmente richiedono.

Personalmente ho interpretato così il senso di questo incontro; talché l’azione da me svolta come ministro del Tesoro nel triennio compreso tra il maggio 1996 e il maggio 1999 – pur nella particolarissima congiuntura, nella peculiarità, dell’ingresso nella moneta unica europea – rappresenta in un certo qual modo l’approdo di un itinerario cominciato molto tempo prima, lungo il quale più volte mi sono trovato a incrociare, con incarichi istituzionali diversi, la materia riservata alla competenza primaria del Ministro del Tesoro.

L’ingresso a via XX Settembre segna l’assunzione della responsabilità massima in materia di finanza pubblica. La familiarizzazione con questa materia per me è avvenuta per gradi: parte da lontano, dai primi anni Sessanta, allorché dalla filiale della Banca d’Italia di Macerata fui trasferito al Servizio Studi. La finanza pubblica non rientrava inizialmente nell’ambito di mia competenza, che era invece quello dell’economia reale: produzione industriale, prezzi, reddito nazionale. Lo stile di lavoro della Casa però prevedeva diverse occasioni di scambio di informazioni, di valutazioni, di confronto, spesso sollecitate dallo stesso governatore Guido Carli.

La mia formazione originaria era umanistica: non nascevo economista. In quegli anni, in quei luoghi, con gli uomini che vi lavoravano, ebbi nella Banca d’Italia una scuola impareggiabile. Fu il mio corso di Master of economics.

Le riunioni allargate per la redazione e la discussione dei capitoli della relazione annuale e quelle più ristrette per la stesura delle considerazioni finali, che vedevano entrambe la partecipazione attiva di personaggi come Guido Carli, Paolo Baffi, Rinaldo Ossola, Antonino Occhiuto, Federico Caffè, Salvatore Guidotti e di altri più giovani, ma già brillanti economisti degli Studi (ricordo, in ordine anagrafico, Giovanni Magnifico, Mario Sarcinelli, Antonio Fazio, Tommaso Padoa-Schioppa, Pierluigi Ciocca, Rainer Masera), non avevano niente da invidiare, anche nella libertà del confronto di idee e posizioni, ai seminari che si tenevano nelle più prestigiose sedi accademiche, in Italia e all’estero.

Anche in materia di finanza pubblica, oltre che di economia monetaria, mi venivo formando alcune convinzioni di fondo, maturate quando dei conti pubblici mi sono trovato ad assumere la responsabilità primaria. Convinzioni la cui fondatezza sono stato obbligato a sottoporre a continua verifica via via che il mio coinvolgimento istituzionale in Banca d’Italia aumentava, fino a divenirne Governatore nel 1979. Dovetti da allora direttamente confrontarmi con i gradi di limitata autonomia che l’andamento delle pubbliche finanze lasciava all’azione della Banca centrale, in una dialettica pressoché quotidiana con il Ministro del Tesoro. Durante il mio periodo da Governatore, a mia memoria, si sono succeduti a Via XX Settembre: Filippo Maria Pandolfi, Nino Andreatta, Giovanni Goria, Giuliano Amato, Guido Carli, Piero Barucci.

La mia azione di Governatore si è svolta in un arco temporale che ha visto a lungo il tasso d’inflazione viaggiare al ritmo di due cifre, anche oltre il 20 per cento annuo. Nelle mie prime Considerazioni finali, nel maggio del 1980, osservavo che «a provocare l’alto livello d’inflazione hanno concorso la spesa pubblica e le sue forme di finanziamento». L’inflazione era in quegli anni il “male sottile” che consumava la nostra economia, mentre il disavanzo del settore pubblico premeva sulle risorse disponibili. Non potevo, allora, che concludere amaramente che le «misure monetarie (…) possono rallentare l’involuzione, attutirne alcuni effetti, ma non possono da sole invertirne il corso perché la natura dei mali è essenzialmente ‘reale’». (Considerazioni finali del 31 maggio 1980).

«L’inflazione – aggiungevo – oltre a provocare ingenti e ciechi spostamenti di ricchezza e tutte le inefficienze dovute all’incertezza e alla volatilità dei prezzi relativi, altera l’essenza stessa della moneta, svuotandola in gran parte della sua funzione di riserva di valore».

Un anno dopo, il 30 maggio 1981, riprendevo il filo di questo discorso in modo più propositivo. Se il processo inflazionistico è, come allora era, in corso da anni «non è – affermavo – con l’attrito di una liquidità scarsa o di un cambio non accomodante che si ripristina l’equilibrio monetario. Il ritorno a una moneta stabile – proseguivo – richiede un vero cambiamento di costituzione monetaria, che coinvolge la funzione di Banca centrale, le procedure per le decisioni di spesa e quelle per la distribuzione del reddito». (Considerazioni finali del 30 maggio 1981).

Considero questo passaggio delle Considerazioni finali del maggio 1981 il presupposto per l’affermazione di quella che avrei poi chiamato sinteticamente “cultura della stabilità”.

Tale presupposto era costituito da tre punti basilari: a) autonomia piena della Banca centrale, b) rafforzamento delle procedure di bilancio, c) codice della contrattazione collettiva.

Questo era il triangolo in cui, a mio avviso, necessariamente si inscriveva la stabilità della moneta. Mi sentivo responsabile della politica monetaria; ignoravo allora che in seguito sarei stato chiamato ad agire direttamente anche sugli altri due lati del triangolo: quello della politica dei redditi, nel 1993 da presidente del Consiglio, quello della politica di bilancio come ministro del Tesoro, dal 1996 al 1999.

All’autonomia della Banca centrale fu dato un primo considerevole contributo nello stesso 1981 con il cosiddetto “divorzio”. D’intesa con l’allora ministro del Tesoro, il non dimenticato Nino Andreatta, stabilimmo che la Banca d’Italia cessava di essere acquirente residuale dei Bot offerti alle aste. Aste che allora venivano indette dal Tesoro stabilendo sia il tasso di interesse sia la quantità dei titoli offerti.

Con l’applicazione del “divorzio” il finanziamento agevolato della spesa pubblica cominciò a ridursi e il tasso di interesse a riprendere il suo ruolo nel mercato monetario e finanziario.

La tappa finale sulla strada dell’autonomia monetaria fu raggiunta dieci anni dopo con la legge del 7 febbraio 1992, che stabilì che «le variazioni del tasso di sconto sono disposte dal Governatore della Banca d’Italia con proprio provvedimento» e non più dal Ministro del Tesoro, su proposta del Governatore della Banca d’Italia.

Questo, sinteticamente, circa il primo lato del triangolo della stabilità.

Poco più di un anno dopo, alla fine di aprile del 1993, nel volgere di poche ore, mi trovai “trasferito” dalla responsabilità della Banca d’Italia a quella di presidente del Consiglio di un Governo di transizione, che portò alle elezioni dell’aprile del 1994. Mio primo impegno fu quello di raggiungere un accordo con le parti sociali – sindacati e datori di lavoro – per attuare una politica dei redditi. L’accordo venne siglato il 3 luglio 1993 e ratificato il successivo 23 luglio.

Con quell’accordo, ogni residua forma di indicizzazione venne espulsa dalla nostra economia e fu accolto il principio del tasso programmato di inflazione (e a questo riguardo qui il ricordo va al povero Ezio Tarantelli). Furono questi i presupposti per una politica attiva volta alla stabilità dei prezzi e alla crescita dell’economia. E questo fu il mio apporto al secondo lato del triangolo: la politica dei redditi.

Dopo circa due anni di, chiamiamola così, “vita privata”, nel maggio del 1996 fui richiesto di far parte del governo di Romano Prodi come ministro del Tesoro e del Bilancio. Eravamo entrati nella fase finale di attuazione del Trattato di Maastricht. Personalmente, avevo partecipato a tutte le fasi della lenta costruzione della moneta unica europea: dalla creazione dello Sme nel 1979, al Comitato Delors che formulò un progetto concreto per la creazione della moneta unica e della Banca centrale europea, al Comitato dei governatori delle Banche centrali, al quale fu affidato il compito di predisporre la bozza di statuto della Banca centrale europea.

Ero profondamente convinto della rilevanza non solo monetaria-economica, ma anche politica della creazione dell’euro, di un euro che non fosse solo mitteleuropeo, e dell’importanza per l’Italia di parteciparvi fin dall’inizio.

Al di là delle mie convinzioni europeiste, ero consapevole che per l’Italia la partecipazione all’euro costituiva l’allontanamento definitivo dalle seduzioni inflazionistiche e dal baratro finanziario che avevamo sfiorato nel 1992.

Varcai la soglia al primo piano di Via XX Settembre, il 13 maggio del 1996, con questo obbiettivo, pur conscio delle distanze che separavano l’Italia dal raggiungimento dei parametri di Maastricht. Quello più lontano (a parte il rapporto debito/Pil, per il quale si sapeva ammessa una larga tolleranza) era il rapporto disavanzo/Pil: il limite del 3,0% era considerato il massimo consentito. L’Italia aveva chiuso il 1995 con un rapporto del 7,4%, si era posto come obbiettivo per il 1997 il 4,5% con la riserva di arrivare almeno al 3,5% nel 1998 ed eventualmente un ingresso successivo alla creazione dell’euro. Io però consideravo pericolosa questa eventualità, perché una volta non ammessi alla fase iniziale sarebbe stato molto più difficile poi ottenere il consenso all’ingresso dell’Italia, che era considerata – ricordiamolo – la pecora nera dell’Europa, il Paese inflazionista, il Paese che non ha regole economiche. Da qui l’importanza di entrare nell’euro fin dall’inizio.

Presa contezza dell’andamento dei conti pubblici, su mia proposta Governo e Parlamento approvarono rapidamente, prima dell’estate del 1996, una manovra correttiva di circa 20mila miliardi di lire. Ai primi di luglio sempre del 1996, il Dpef confermò per il 1997 l’obbiettivo di un rapporto disavanzo/Pil del 4,5 per cento: aggiunsi però un breve paragrafo di poche righe, cinque se ben ricordo, era il paragrafo 4.10, nel quale fu fatta riserva di considerare dopo l’estate un obiettivo più ambizioso per l’autunno, vedendo meglio l’andamento congiunturale e del bilancio. Questa riserva, e qui non sto ad entrare nei particolari, venne sciolta a settembre assumendo di fatto, dopo un incontro in Spagna, mi pare a fine agosto o ai primi di settembre, l’obiettivo ufficiale di raggiungere il 3% per la fine del 1997. Quindi non più il 4,5% ma il 3%.

Fu una scelta audace, ma consapevole, frutto del convincimento che ci eravamo fatti nel Governo, e più specificamente al Tesoro. L’attuazione fu merito dell’intera squadra Tesoro-Bilancio – mi riferisco in particolare sia ai sottosegretari e cioè Cavazzuti, Giarda, Macciotta, Pennachi, Pinza e Sales, sia alla Ragioneria generale retta da Andrea Monorchio, sia, infine, alla Direzione generale del Tesoro condotta da Mario Draghi – e proprio come una squadra lavoravamo. Ci riunivamo settimanalmente, ognuno di noi aveva assegnato un compito che fu in gran parte di monitoraggio. Ognuno era responsabile, poi, di riferire ogni dieci o quindici giorni, a che punto era l’attuazione di un determinato aspetto rispetto all’obiettivo finale.

Ci fu chiaro – e questo è ciò che chiamo il “macchiavello” – che il circolo vizioso inflazione-svalutazione-sfiducia, e quindi tassi di interesse elevati, che aveva portato l’Italia sull’orlo dell’abisso finanziario, poteva essere spezzato per innescare una spirale virtuosa. Il “macchiavello” per il successo stava nel riuscire a suscitare nei mercati fiducia e credibilità. Il “la” era stato dato con la piena autonomia della Banca Centrale, e quindi della politica monetaria, con lo sradicamento delle indicizzazioni e l’avvio della politica dei redditi, cioè l’accordo del 3 di luglio del 1993.

Restava da impostare una sana politica di bilancio. Fiducia e credibilità avrebbero portato come conseguenza il beneficio del calo dei tassi di interesse, la riduzione cioè dello spread negativo che gravava sui tassi italiani. Dai grafici si vede che questo spread aveva raggiunto fino a 600 punti base; cioè se il tasso di interesse su un prestito in Deutsche Mark era del 6%, gli italiani pagavano il 12%: un onere enorme sia per le finanze pubbliche, sia per le imprese.

Quale indicatore di una sana politica di bilancio venne assunto il cosiddetto avanzo primario. È questo un aggregato finanziario da me richiamato sin dalla metà degli anni Ottanta, allorché proposi, come primo obbiettivo della politica di bilancio, l’azzeramento del fabbisogno pubblico al netto degli interessi sul debito.

C’è un grafico che utilizzavo al ministero del Tesoro, e considero tuttora valido, che compendia, anno per anno, l’andamento dei conti pubblici italiani dalla metà degli anni Ottanta a oggi. Per ogni anno sono riportati tre istogrammi, che rappresentano:

– il primo, il saldo tra il totale delle entrate di bilancio e le spese, escluse quelle per gli interessi sul debito pubblico. È quello che chiamo disavanzo (o avanzo) primario;

– il secondo, la spesa per interessi sul debito pubblico; quindi il complemento di spese dello Stato;

– il terzo, il saldo totale di bilancio, che è in sostanza la somma algebrica delle due, ovverosia il cosiddetto indebitamento netto.

Tutti e tre gli aggregati sono espressi in rapporto percentuale rispetto al prodotto interno lordo (Pil) di ciascun anno.

Dal grafico risulta che alla metà degli anni Ottanta il bilancio pubblico presentava un disavanzo primario, cioè una eccedenza delle spese, escluse quelle per interessi per il servizio del debito pubblico, sul totale di tutte le entrate, pari al 4,0% del Pil. A questo disavanzo si aggiungevano le spese per interessi sul debito pubblico, pari all’8% del Pil; si arrivava così a un rapporto indebitamento/Pil del 12 %.

Da Governatore – l’ho già ricordato – avevo suggerito, a metà degli anni Ottanta, come primo traguardo sulla strada del risanamento, l’eliminazione del disavanzo primario: obiettivo che fu raggiunto agli inizi degli anni Novanta. Sei anni dopo, divenuto responsabile del Tesoro, mi impegnai ad accrescere l’avanzo primario, che era già di una certa consistenza, e al tempo stesso a prendere misure, raggiungere intese con i principali enti di spesa sì da esercitare un’azione coordinata volta al risanamento strutturale del bilancio e al ricupero di fiducia e di credibilità dell’operatore pubblico sui mercati interni e internazionali.

Come ho detto, uno dei punti essenziali era raggiungere le intese con i principali enti di spesa, vale a dire Comuni, Regioni ed enti vari, perchè mi accorsi che, anche se si bloccava l’assegnazione per competenza di nuovi fondi a questi enti, essi avevano già, per assegnazioni degli anni precedenti, disponibilità di tesoreria che permettevano loro di coprire perlomeno le spese di un anno. Allora dovetti esercitare un’azione per convincerli a contenere l’uso di questi fondi di tesoreria. Questo fu il monitoraggio, il cui successo si deve in gran parte alla squadra alla quale ho fatto cenno, dove ciascun componente seguiva in maniera sistematica un certo numero di enti di spesa. Per me, infatti, l’importanza della squadra è precisamente questa: lavorare in maniera sistematica e coordinata. Così cominciammo a riacquistare credibilità.

Infatti, il “rischio Italia” che gravava sull’economia italiana, sul suo settore pubblico come su quello privato, era “misurato” dal differenziale fra i tassi di interesse sui prestiti in lire e quelli sui prestiti in marchi. Questo differenziale, lo spread, che nel 1995 – come abbiamo osservato dal grafico – era giunto a superare 600 punti base, cominciò rapidamente a ridursi, apportando un immediato sollievo alla spesa per interessi sul debito pubblico, debito che era oltretutto in gran parte a brevissima scadenza (soprattutto Bot a un anno).

In sintesi, al circolo vizioso si sostituì un circolo virtuoso. Si spiega così l’“incredibile” risultato del 1997. Nel volgere di dodici mesi il disavanzo complessivo (l’indebitamento netto) passò dal 7% nel 1996 al 2,7% nel 1997, effetto di un avanzo primario salito al 6,6% (dal 4,6% del 1996) e di un onere per interessi ridottosi (dall’11,5% al 9,3%).

Il 2 di gennaio del 1998 l’ufficio stampa del ministero del Tesoro emise, non nascondo con orgoglio di tutta la “squadra”, questo scarno comunicato: “Il mese di dicembre 1997 si è chiuso con un avanzo del settore statale di circa 25.500 miliardi. Tale avanzo è superiore di circa 19.400 miliardi rispetto a quello dello stesso mese dello scorso anno. Il fabbisogno di cassa dell’anno 1997 ammonta, pertanto, a circa 52.500 miliardi, inferiore di oltre 76.300 miliardi rispetto a quello dell’anno 1996 pari a 128.852 miliardi”. Il parametro del 3% era più che rispettato, avendo noi raggiunto il 2,7%.

L’obbiettivo centrato non spalancò immediatamente all’Italia le porte dell’euro: il risultato e la sua tempistica erano guardati con scetticismo, se non con sospetto, da alcuni partners europei e da autorevoli commentatori nazionali. Si temeva o si insinuava che il risultato fosse effimero: frutto di artifici contabili e di provvedimenti con effetto temporaneo; insomma si sospettava che avessimo nascosto la spazzatura sotto al tappeto.

Fino al 2 maggio del 1998, cioè all’Ecofin di Bruxelles, quando l’Italia ufficialmente entra nell’Euro, fummo impegnati, la “squadra” ed io, in una serrata, intensa azione di persuasione, che ci portò in varie sedi europee, dove, come si suol dire “documenti alla mano”, dimostravamo che i risultati ottenuti poggiavano su basi solide e avevano carattere duraturo.

Ricordo che l’ultimo a cedere fu l’amico Hans Tietmayer, presidente della Bundesbank, il quale mi annunciò il suo sì in modo singolare. All’ingresso dell’Italia nella fase iniziale dell’euro si era sempre opposto: «Mi fido di quello che avete fatto economicamente – diceva, argomentando il suo no – ma siete politicamente deboli, quindi non potete entrare nell’euro». Successivamente non mi disse mai apertamente «sì». Ma una sera a York, a margine di un Ecofin, dopo cena, dopo che io avevo continuato ancora a cercare di persuaderlo, nonostante che avessi già avuto l’assenso di tutto il governo tedesco, lui mi dice: «Non possiamo dire di sì se non lo dice anche la Bundesbank», e poi subito dopo mi chiede: «Chi pensi di designare come membro del board della Banca Centrale Europea?» Questa fu la maniera, diciamo così implicita, con la quale diede il suo assenso all’ingresso dell’Italia nell’Euro.

Sulle posizioni negative del ministro del Tesoro olandese, altro carissimo amico, posso dire che pretendeva che gli consegnassi prima del 1° di maggio, giorno in cui doveva decidere, la finanziaria dell’anno successivo già approvata dal Parlamento. A questa richiesta obiettai: «Guarda che mi chiedi una cosa impossibile». Però anche per questo ostacolo trovammo la soluzione: decisi di anticipare il Dpef. Facemmo un magnifico Dpef, anche dal punto di vista editoriale, con illustrazioni e grafici a colori ben fatti, perchè anche la presentazione conta. Alla fine convinsi il Ministro Zalm a prendere in considerazione questo Dpef presentato già a un ramo del Parlamento e approvato in Commissione. Lui allora lo sbandierò di fronte ai giornalisti e prendendo la parola, lui che non conosceva l’italiano, alla riunione dell’Ecofin del 1° maggio, lesse una dichiarazione preparata in italiano per congratularsi con l’Italia. Subito dopo venne ad abbracciarmi.

Questo anche per dire, carissimi amici, che ognuno conduceva la sua battaglia, con lealtà reciproca; nessuno di noi nei confronti degli altri ha mai nutrito malanimo.

Il sollievo degli oneri per interessi, grazie alla sostanziale eliminazione del rischio Italia in seguito all’ingresso della lira nell’euro, si è consolidato negli anni successivi; l’ammontare complessivo si è assestato sul 4,5-5% del Pil.

L’evidenza del beneficio è non meno chiara in valore assoluto. Nonostante che, di anno in anno, il debito pubblico della Repubblica Italiana sia aumentato, la spesa per interessi si è considerevolmente ridotta: nel 1996 il Tesoro pagò per interessi sul debito 116 miliardi di euro in valore assoluto; nel 2006 ne ha spesi 67 miliardi. Ripeto, c’è quindi un beneficio enorme per la finanza pubblica italiana, non solamente in percentuale, ma in valore assoluto. Pensate se oggi dovessimo pagare ancora oltre 100 miliardi di euro di interessi!

Analogo effetto positivo è stato esercitato dal venir meno del rischio Italia sul settore privato dell’economia, cioè sulle imprese, che oggi sui loro prestiti corrispondono il tasso di interesse europeo.

In conclusione, per completare il risanamento delle finanze pubbliche, occorre accelerare l’abbassamento del rapporto debito/Pil verso il traguardo del 60 per cento. Per farlo, è necessario perseguire per alcuni anni l’obiettivo di un avanzo primario dell’ordine del 4-5%, in grado cioè di coprire larga parte dell’onere per interessi: ne conseguirebbe un disavanzo complessivo di modesta entità, sicuramente inferiore al 3 per cento o addirittura un avanzo.

Questo risultato e la contemporanea crescita del reddito nazionale del 2-3% in termini reali – compatibile con il potenziale di sviluppo della nostra economia – e del 4-5% in termini nominali produrrebbero la graduale riduzione del rapporto debito/Pil. La diminuzione di questo rapporto, iniziata nel 1996, ha avuto negli anni recenti un imprevisto, pericoloso rimbalzo, peraltro – secondo gli ultimi dati – in via di riassorbimento.

Vorrei concludere questa parte del nostro incontro, prima di dare spazio a domande e commenti, non senza aver ricordato che la “porta stretta” varcata per portare l’Italia nell’euro sin dalla sua creazione fu certo una sfida vinta dall’intero Governo e dal Parlamento, una sfida che coinvolse profondamente sul piano personale me e con me la squadra dei più stretti collaboratori. Ma fu soprattutto la collettività nazionale, resa consapevole della indispensabilità di quel passaggio, che reagì e sostenne i nostri sforzi. Fu una sintonia decisiva nei momenti difficili. Il fatto stesso di aver accettato quella che fu chiamata “tassa per l’Europa” dimostra quanto ormai gli italiani si fossero convinti dell’importanza, per il proprio futuro, di entrare nell’Euro. Grazie.

Ferruccio de Bortoli

Grazie, presidente, per questa bella e appassionata rievocazione di anni difficili ma interessanti. Vorrei chiedere adesso al Commissario Meglena Kuneva di fare il suo intervento. Prego.

Meglena Kuneva

Caro presidente Ciampi, è un grande onore per me renderle omaggio questa sera a nome della Commissione Europea per il suo grande e costante impegno a favore dell’unità europea.

Caro Presidente, lei ha rivestito molte cariche diverse e si è rivelato insostituibile quale Governatore della Banca d’Italia, ministro del Tesoro, presidente del Consiglio e infine presidente di uno dei Paesi membri fondatori dell’Unione Europea. Ha onorato il suo Paese ed ha avuto un ruolo fondamentale in molti momenti cruciali della storia europea, ivi inclusa, tra l’altro, l’introduzione dell’euro.

La sua credibilità personale e il suo ruolo istituzionale sono stati decisivi per consentire il passaggio dell’Italia alla moneta unica e sono molto interessata ad ascoltare direttamente da lei il racconto di questa pagina importante della storia dell’Europa e del suo Paese. In qualità di Presidente della Repubblica Italiana, spesso in collaborazione con il defunto ex Presidente della Repubblica Federale Tedesca, (Johannes Rau, ndr), e con i suoi interventi a favore dell’Europa, ha incoraggiato i leader dei governi a liberarsi dell’egoismo nazionale per ricordare i vuoti del passato e a basare le proprie azioni su valori condivisi, che ci spingono a porre l’Europa al centro del nostro interesse, come lei ha dichiarato nei suoi importanti interventi dinnanzi al Collegio d’Europa a Bruges nell’ottobre del 2002.

Nel 2003, anno della presidenza di turno italiana dell’Unione Europea, in quanto membro della Convenzione Europa, ricordo bene i suoi interventi, che ci incoraggiavano a proseguire il nostro lavoro e ricordo la passione con cui difendeva il Trattato costituzionale solennemente sottoscritto al Senato italiano. Finisco con il rammentare il suo storico intervento a Strasburgo il 5 luglio 2005, quando, poche settimane dopo la vittoria del no al referendum sul Trattato costituzionale in Francia e in Olanda, lei è stato uno dei primi a dichiarare che era essenziale andare avanti insieme per tutti gli undici Paesi, tra cui l’Italia che aveva già ratificato il Trattato costituzionale, i Paesi che non lo avevano ancora fatto e i due Paesi che lo avevano respinto.

Ha detto: «L’Unione europea è già abbastanza forte per consentirci di stare insieme, di fare molto per i nostri cittadini per riguadagnare il consenso popolare sul Trattato, che è venuto a mancare in molti Paesi, e di rafforzare le nostre istituzioni che abbiamo ereditato da un passato glorioso. Proprio perché siamo già un’istituzione politica e costituzionale, possiamo constatare effettivamente che il significato del rifiuto nei due Paesi è legato all’avvio del progetto europeo».

Le sue parole continuano a risuonare oggi e sono fonte di ispirazione per il nostro lavoro all’interno delle istituzioni europee. Oggi è il 9 maggio, la giornata dell’Europa. In questo giorno il nostro pensiero va rivolto ai padri fondatori dell’Unione Europea. Ne citerò solo alcuni: Robert Schumann, Jean Monnet, Alcide De Gasperi, Konrad Adenauer. Mi consenta, signor presidente, in quanto europeista convinto e politico europeo, di aggiungere il suo nome all’elenco dei padri dell’Europa, che hanno fatto sì che il sogno dell’Unione Europea si trasformasse in realtà per tutti i nuovi Paesi che si sono uniti a questa casa comune. Grazie.

Ferruccio de Bortoli

Grazie al commissario europeo Meglena Kuneva. Adesso abbiamo spazio per le domande che il pubblico e soprattutto i giovani presenti vorranno rivolgere al presidente Ciampi.

Sara Colonna

Buonasera signor Presidente, la mia è una domanda che riguarda una nuova sfida che l’Europa ha di fronte. Quella monetaria è stata infatti vinta. Ci vuole adesso una sfida della Costituzione, quindi una sfida per le istituzioni. Quando nel novembre del 2003 si svolgeva il vertice di Bruxelles, i leader dei 25 Paesi membri non avevano ancora raggiunto un accordo sul testo della Costituzione da varare. L’allora cancelliere tedesco Gerhard Schröder aveva dichiarato il fallimento del summit, il presidente francese Jacques Chirac aveva detto che invece quel fallimento lo aveva galvanizzato, perché si voleva dare all’Europa un nuovo motore, un nuovo gruppo di pionieri, ma in realtà quel gruppo, quel motore c’era già: Francia e Germania. Lei stesso ha detto: «Io volevo fare un euro e un’Europa che non fosse solo mitteleuropea».

Per tutta risposta Tony Blair dichiarò che ci voleva molto tempo per rilanciare l’Europa unita anche soprattutto dal punto di vista delle istituzioni. Allora la domanda è: dobbiamo pensare che questa Europa sia nata soltanto su una intesa monetaria e non invece su una piena e realizzata civiltà istituzionale? Chi, come noi giovani, questa Europa ha appena iniziato a viverla vuole farsi stupire come voi siete riusciti a stupirci molte volte: dopo grandi crisi abbiamo visto realizzarsi enormi successi. Un primo segno è venuto dal Cancelliere Merkel, che ha rilanciato il tema della costituzione mettendolo tra le priorità. Allora, è possibile una identità d’Europa, e se sì, a che punto siamo di questo cammino? Grazie.

Ferruccio de Bortoli

Grazie a lei. Più che una domanda, è una corrispondenza da Bruxelles. La ringrazio. A lei Presidente.

Carlo Azeglio Ciampi

Lei ha parlato dell’Europa, dei confini dell’Europa. I confini dell’Europa coincidono con l’identità dell’Europa. Che cos’è l’Europa? Quali sono i valori che sono alla base della civiltà europea? Questi appunto sono per me i confini dell’Europa.

Per quanto riguarda il processo unitario, sono stati fatti degli errori, chiamiamoli così, di tattica. Cioè, a mio avviso negli anni passati avevamo due temi che dovevamo portare avanti. Avevamo cominciato col tema del dare all’Unione Europea una nuova locomotiva (ricorro sempre alla metafora ferroviaria). Noi abbiamo costruito un’Europa inizialmente con sei Paesi, una locomotiva con sei Paesi, poi l’Europa è diventata più grande, fino ad arrivare appunto a quindici Paesi, poi da quindici si è passati a ventisette.

La locomotiva nel frattempo è stata un po’ potenziata, ma è sempre la stessa, quindi rischia di lasciare qualche convoglio per la strada.

Certamente occorre far fare un salto in avanti nella macchina europea. Di qui l’importanza che aveva e che ha il Trattato costituzionale.

Con la caduta del muro di Berlino si è riproposto il tema dell’allargamento. È chiaro che si trattava un aspetto così importante che non poteva essere rinviato. A mio avviso però bisognava condurre i due obiettivi congiuntamente e far sì che la Costituzione europea fosse in vigore, cioè venisse ratificata, cinque minuti prima, anche un minuto prima che fosse deliberato l’allargamento a ventisette paesi. Questo avrebbe facilitato le cose; sarebbe stato più corretto, più logico.

Purtroppo ciò non si è fatto, quindi si è avuto un Trattato costituzionale europeo firmato il 24 di ottobre 2004 a Roma, in Campidoglio, e ricordo bene quella giornata. Tutti i ventisette Paesi lo firmarono, compresi quelli di nuova adesione. Poi, quando si è passati alle ratifiche sono cominciate le difficoltà; i due no, francese e olandese, hanno generato anche l’occasione per bloccare tutto. E’ iniziata una pausa di riflessione, ma è durata già troppo a lungo. Era ormai convincimento che bisognasse attendere le elezioni francesi per riprendere il cammino. Le elezioni francesi si sono avute domenica scorsa, quindi bisogna riprendere il cammino e già questi mesi di maggio e di giugno devono servire per rimettere in moto la macchina.

In che modo? Ci sono alcune proposte. Per l’Italia, ad esempio, l’Istituto Affari Internazionali, di cui sono Presidente onorario, sta lavorando per cercare di trovare delle soluzioni. Certamente bisogna ripartire, e in questo senso c’è la volontà, credo, di tutti. Bisogna trovare un modo che permetta di riprendere il cammino possibilmente tutti e ventisette, però bisogna anche, lo dico da tempo, non escludere che, in mancanza di volontà di tutti e ventisette, l’Europa possa andare avanti con le sue avanguardie.

Lo stesso caso dell’euro, che è un esempio straordinario. L’euro venne approvato da tutti i Paesi allora partecipanti all’Unione Europea il 1° e il 2 di maggio del 1998. Allora era il semestre del Regno Unito. Ma il Regno Unito non partecipò all’euro: era previsto, infatti, che l’euro fosse approvato da tutti, ma non necessariamente che tutti vi partecipassero.

Il Cancelliere dello Scacchiere, Gordon Brown e il Presidente, il primo ministro Tony Blair, il 1° maggio 1998 aprirono la riunione con queste parole: «Oggi è una giornata storica per l’Europa, si crea la moneta comune». Il Regno Unito non vi partecipa, ma può entrare quando vuole.

Una volta ho fatto ricorso a una similitudine con il presidente spagnolo José Maria Aznar: per me l’Europa è come un porto e un golfo. Alla fonda cioè nel golfo possono entrare navi che rispettino alcune regole e sono per questo protette dalla baia. Poi c’è il porto. Nel porto entrano le navi che vogliono dei vantaggi maggiori, una protezione maggiore. Uno è libero di entrare nel porto, l’importante che il porto abbia attracchi sufficienti per tutte le navi che sono dentro nella baia. Così è l’Europa. Così è per l’euro, dove siamo arrivati prima a essere dodici con la Grecia, poi tredici con la Slovenia, però il porto è aperto anche agli altri.

Quindi, ripeto, mi auguro che si vada avanti tutti insieme, ma qualora ci fosse la posizione negativa di alcuni, è meglio procedere con quelle che chiamo avanguardie. Ciò è quanto ritengo si possa fare. Un’ultima cosa, la domanda è stata fatta da un giovane, e quindi mi rivolgo e mi raccomando ai giovani: impegnatevi, voi state vivendo l’Europa. Lo vedo nelle mie nipoti, ormai ultraventenni: loro vivono l’Europa con tutti i vantaggi che ne derivano, a cominciare dal circolare liberamente da un Paese all’altro, senza ostacoli, con l’euro in tasca senza fare cambio di valute, e si sentono veramente cittadini europei. Bisogna però che l’impegno a che l’Europa vada avanti sia maggiore. La nostra generazione porta la responsabilità di non essere riuscita a motivare sufficientemente i giovani. Dovete convincervi che, se non si va avanti, come appunto lei ha osservato nella sua domanda, nella costruzione europea, se la mettiamo addirittura a repentaglio, allora non dico che si torni indietro, ma si mette a rischio il sentimento europeo. Se viene a mancare questo, è grave. Noi oggi di fatto ci sentiamo cittadini europei. Lo dico sempre: sono nato a Livorno, sono orgoglioso di essere livornese, toscano, italiano, ma mi sento cittadino europeo.

Ferruccio de Bortoli

Grazie Presidente. Un’altra domanda, prego.

Paolo Rainone

Buonasera signor Presidente. Sia dalle lezioni che si tengono in classe, sia dai giornali che spesso mi diverto a leggere, ho notato che è sempre più forte negli ultimi anni l’ascesa di Paesi come Cina, India, Russia, Brasile, cioè i cosiddetti Brics. Ecco, da un lato questa ascesa determina e determinerà un risultato positivo nell’aggiungere, se così possiamo dire, dei nuovi motori all’economia mondiale. Però, dall’altro, se riflettiamo attentamente, si parla di una mancanza di equilibrio sulla stabilità finanziaria, sui mercati energetici e di un calo del peso economico dell’Europa proprio in un’economia e in una società aperta. Lei come padre dell’Europa come osserva questo fenomeno e come pensa che una così rapida ascesa delle realtà così lontane possano impattare anche sul nostro modo di essere, sul nostro continente?

Carlo Azeglio Ciampi

La globalizzazione, questo è il fenomeno appunto di queste grandi economie dell’Est remoto che si sono sviluppate, e che si stanno sviluppando a tassi incredibili, 10-11% all’anno la Cina, l’India è sull’8-9%. Sono tassi di sviluppo enormi, e allora le rispondo con una domanda: lei pensi, di fronte a queste nuove realtà così importanti, cosa accadrebbe se l’Europa fosse ancora quella dei singoli Stati nazionali, per di più in lotta fra di loro? Oggi noi come Europa siamo una realtà che può porsi come interlocutore, collaboratore e antagonista di questa nuova grande realtà. Prima noi avevamo semplicemente il problema dei rapporti economici con gli Stati Uniti, ai quali poi ci lega un rapporto particolare. Ma la realtà di un’India, di una Cina, non la consideravamo. Oggi è diventata un’altra cosa, concordo con lei. Ma pensi se fossimo divisi fra noi: possiamo rispondere a questa loro sfida come Europa, molto meglio che come singola nazione, tedesca, francese, italiana o spagnola. Questa è la dimostrazione dell’importanza di accelerare la coesione europea.

Ferruccio de Bortoli

Grazie, allora c’è un’altra domanda.

Mario Perugini

Buonasera signor Presidente, lei ha citato le elezioni francesi. Domenica sera Nicolas Sarkozy, nel suo primo discorso da Presidente della Repubblica, ha subito tenuto a ribadire la sua fede europeista; ha detto: «Da stasera il mio Paese è di nuovo in Europa». Subito dopo ha però aggiunto: «Adesso l’Unione Europea deve dare ascolto alla collera dei popoli che vogliono essere protetti e che vedono in Bruxelles un cavallo di Troia pieno di tutte le peggiori minacce che destabilizzano l’esistenza». Una breve domanda: vorrei sapere secondo lei cosa deve fare l’Unione Europea, e cosa devono fare i governi nazionali, per riconquistare i cuori e le menti dei popoli europei.

Carlo Azeglio Ciampi

Le rispondo riallacciandomi a una delle risposte precedenti: è necessario che sopratutto voi giovani, che vivete l’Europa, diventiate combattenti per l’Europa. Per quanto riguarda le elezioni francesi, che mi guardo bene dal commentare, vorrei che tenessimo presente che il nuovo presidente Sarkozy ha fra i suoi consiglieri molti europeisti. Aggiungo poi, che lui stesso si è proposto di trovare una soluzione che possa portare a una ratifica del Trattato costituzionale da parte della Francia senza la necessità di un nuovo referendum.

Quanto al resto ritengo sia necessario puntare possibilmente ad una soluzione che possa evitare, anche per rispetto ai 18 paesi che hanno già ratificato e ai loro Parlamenti, una nuova ratifica del Trattato, ma che al tempo stesso permetta in tempi rapidi, prima delle elezioni del 2009, di arrivare ad un accordo ratificato da tutti, operativo.

Fra l’altro, il presidente Sarkozy in un altro punto del suo programma elettorale sostiene il tema importante del passaggio dal principio di unanimità a quello a maggioranza, che è uno dei punti fondamentali per dare maggiore efficienza alle istituzioni europee.

Ferruccio de Bortoli

Bene, grazie Presidente, grazie commissario Kuneva. Siamo arrivati alla fine di questo incontro che conclude anche la serie di appuntamenti intitolata “I Ministri del Tesoro raccontano”. Grazie a tutti voi.

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Fu proprio Goria a sdoganare Mario Draghi dietro consiglio di Andreatta

Mario Draghi, ecco il piano dell’uomo che salverà l’euro

Nei giorni che decideranno il futuro dell’Europa tutti gli occhi sono puntati su Draghi: il presidente della Bce è l’uomo che può farci uscire dalla più grave emergenza del dopoguerra. E in vista del vertice del 28 giugno ha un piano

Mario Draghi, ecco il piano dell'uomo che salverà l'euro

di Stefano Cingolani

Prima di partire per il G20 di Los Cabos in Baja California, Mario Draghi ha chiamato nel suo ufficio al 35esimo piano dell’Eurotower di Francoforte, in Kaiserstrasse 29, Ulrich Bindseil, che dal 1° maggio ha rimpiazzato alla guida delle operazioni di mercato Francesco Papadia, pilota della macchina dell’euro fin dal 1° gennaio 2002. E ha lasciato istruzioni precise. L’apocalisse greca è rinviata, ma tornano nel mirino Spagna e Italia. Lo spread avanza con la sua falce acuminata. Guai ad abbassare la guardia.

I 10 giorni che possono salvare l’euro saranno un percorso di guerra. I mercati sono pronti a testare fino in fondo la tenuta del sistema, almeno fino alla conclusione del consiglio europeo di venerdì 29 giugno. «O la moneta unica c’è, e allora devono cambiare molte cose, o è solo una finzione e allora gli operatori la mollano» sintetizza Domenico Lombardi della Brookings institution (think tank di Washington), fra i consulenti del G20. Lo riconosce lo stesso presidente della Bce: «Quella configurazione che abbiamo avuto per 10 anni e che era ritenuta, direi forse in maniera miope, essenzialmente sostenibile si è dimostrata insostenibile, a meno che non vengano effettuati ulteriori passi». E mette le mani avanti: «Garantiremo sempre liquidità sufficiente, ma la politica monetaria non può colmare tutti i vuoti lasciati dalla politica». Che cosa vuole dire?

«Nessuno riesce a leggere dietro quella faccia da poker» sostiene Carsten Brzeski, economista della olandese Ing. La bozza che sarà discussa al vertice Ue parla di «agenda per la crescita» e di «portare a uno stadio superiore l’unione monetaria». Una fonte vicina alla Bce spiega: «I governi debbono proclamare in modo solenne che difenderanno fino in fondo l’euro». Dal Messico arriva un impegno dei grandi paesi a sostenere sviluppo e occupazione, con un assegno di 456 miliardi di dollari in più per il Fondo monetario internazionale. La Germania sembra isolata, però in Europa è un’altra musica. E Draghi, che guida l’unica istituzione federale dotata di strumenti per agire, cerca una copertura per aggirare le trincee tedesche.

Con il Principe di Niccolò Machiavelli in una mano e nell’altra gli esercizi di Ignazio da Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù, prepara le frecce che gli sono rimaste. La prima è il tasso ufficiale di interesse: può scendere di mezzo punto, arrivando a 0,50. La Bce tiene la mossa per i primi di luglio. La seconda è introdurre operazioni twist come fa la Fed, cioè vendere titoli a breve e col ricavato comprare titoli a lungo per fare abbassare i tassi senza aumentare la liquidità. In un bilancio da 3 mila miliardi (una volta e mezzo il debito italiano), i bond acquistati direttamente ammontano a 284 miliardi, quelli offerti in garanzia di prestiti molti, molti di più. C’è poi un nuovo corposo rifinanziamento delle banche. Tra il 21 dicembre e il 29 febbraio sono stati concessi 1.000 miliardi di euro per tre anni all’1 per cento. L’operazione ha preso tutti di sorpresa e non è piaciuta ai tedeschi. Jens Weidemann, l’ex consigliere di Angela Merkel diventato capo della Bundesbank, ha scritto una lettera di protesta finita sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung, giornale sempre vicino alla banca centrale tedesca. Draghi non ha fatto una piega. Poi, il 9 marzo, durante una conferenza stampa, ha lasciato cadere la sua stilettata: «Quella scelta è stata votata all’unanimità» ha detto gelido.

Fra una settimana presenterà un nutrito carnet al consiglio europeo: un tetto agli spread oltre il quale l’Eurotower si impegna a intervenire e la possibilità di fare operare il meccanismo di stabilità come una banca, così potrebbe prendere euro dalla Bce e comprare titoli dei paesi in difficoltà (due proposte francesi); mettere in comune in un fondo i debiti oltre il 60 per cento del prodotto lordo (idea del Consiglio degli economisti tedeschi); introdurre gli eurobill, titoli emessi dai singoli paesi ma garantiti dalla Ue (abile aggiramento del veto agli eurobond). A tutto questo s’aggiunge l’unione bancaria con tanto di vigilanza unificata (Berlino frena), l’unione fiscale (e qui le resistenze sono francesi), l’assicurazione europea sui depositi per evitare la corsa agli sportelli, i project bond per investimenti specifici.

Una grande architettura preparata da un ambizioso architetto. Anche le sorti dell’Eurolandia, dunque, sono nelle mani di un tecnico? Il romano dai nervi d’acciaio, come lo chiamano a Francoforte, in realtà fa politica senza veli. È successo il 4 agosto 2011 con la lettera firmata insieme al suo predecessore Jean-Claude Trichet, ma concepita in via Nazionale. E da allora è stata una vera e propria escalation, fino a dettare l’agenda della Ue. Il fiscal compact è una idea sua, poi è arrivato il growth compact. Adesso l’unione bancaria e soprattutto un’agenda decennale per il rafforzamento dell’unione, vero e proprio manifesto annunciato il 31 maggio al Forum economico di Bruxelles. Ogni volta, Angela Merkel lo ha seguito. Perché si fida e per convenienza. «La Kanzlerin cerca un deus ex machina che faccia ingoiare ai suoi elettori ricette indigeste» sostiene una fonte tedesca.

Draghi ha un comitato esecutivo debole. Il suo vice, il portoghese Vitor Constancio, è ormai in scadenza. Benoit Coeuré non ha mai fatto il banchiere centrale, come del resto Jörg Asmussen, un bocconiano tedesco, bravo ma acerbo. Dietro di lui c’è la figura di Weidemann, vero osso duro con forti legami oltre Reno: ha studiato in Francia e sposato una francese. Non è stato ancora riempito il posto dello spagnolo José Gonzalez-Paramo. Draghi non ha un vero portavoce. Si muove con passo felpato e tiene lui i contatti che contano. Tra gli economisti sente Lucas Papademos, già numero due della Bce e sfortunato primo ministro di transizione in Grecia. Ha utilizzato l’uscita di Jürgen Starck, il rappresentante tedesco, per rimescolare gli incarichi. Berlino aveva sempre voluto l’ufficio economico, quello che prepara i dossier e detta la linea. Invece, ad Asmussen sono state affidate le relazioni internazionali. Al suo posto è andato il belga Peter Praet. Di nuovo una prova di abilità nella gestione degli uomini.

Quando sorride, Draghi è enigmatico come il gatto del Cheshire in Alice nel Paese delle meraviglie. Selettivo fino alla ossessione, sceglie con cura i compagni di tennis o di golf (passione d’età matura). Entrato al Tesoro nel 1982, consigliere del ministro Giovanni Goria, su raccomandazione di Beniamino Andreatta, si racconta che volesse sapere chi erano i commensali anche per andare a mangiare una pizza.

Le poche immagini private sono state rubate quasi per caso. A villa Borghese con una macchinetta fotografica in mano, accanto alla moglie Serena, padovana di famiglia nobile discendente da Bianca Cappello che sposò Francesco de’ Medici. Alla guida di una Smart con il telefonino all’orecchio. A Milano mentre insieme alla figlia Federica, biologa, aspetta la nipotina che esce da scuola. Il secondo figlio Giacomo lavora in Morgan Stanley e si è laureato con Francesco Giavazzi, amico di lungo corso.

A Francoforte Draghi ha preso casa accanto al parco del castello Holzhausen, una delle più antiche famiglie della città sul Meno. Torna nella sua Roma appena può, come il 24 maggio scorso per commemorare i 25 anni della scomparsa di Federico Caffè, con il quale si è laureato. «Qui mi ritrovo con gli amici di una vita» ha detto. Ma è stato attento a non canonizzare l’economista eccentrico sopraffatto dalla «solitudine del riformista» (titolo di un suo amaro pamphlet). Si sente con Fabrizio Saccomanni che ha riportato al vertice della Banca d’Italia e avrebbe voluto governatore. E con alcuni giornalisti importanti. Eugenio Scalfari, per esempio. O Giuliano Ferrara: una volta gli ha telefonato da Tel Aviv dove Draghi era andato a trovare il professore degli anni di Boston, Stanley Fischer. È rimasto in buoni rapporti con Antonio Padellaro, direttore del Fatto quotidiano, dai tempi del liceo Massimiliano Massimo. C’erano anche altri con lui, come Luigi Abete, Luca di Montezemolo, l’ex capo della Polizia Gianni De Gennaro.

Il suo segreto si nasconde proprio in quel tempo, racconta un amico. Ha perso i genitori molto presto e, a partire dai 9 anni, è stato di fatto adottato da padre Franco Rozzi, preside all’istituto romano della Compagnia di Gesù. Gli è sempre stato riconoscente. Tanto che, nominato governatore della Banca d’Italia, si è avviato a piedi in via degli Astalli, pochi metri da Palazzo Grazioli, residenza romana di Silvio Berlusconi, al pensionato dove il vecchio gesuita era ricoverato per dargli la notizia e salutarlo: i giornalisti pensarono che era andato a ringraziare il premier.

Lo irrita venire bollato come uomo della Goldman Sachs. Ci ha lavorato tre anni, 20 li ha passati nello Stato. Ha messo le sue azioni in un blind trust. Non le ha vendute, anche questo una conferma dell’innata prudenza. «Sono un grand commis» ripete. Atermico, d’inverno rifiuta il cappotto, un dettaglio apprezzato dal Financial Times («Sembra voler dire che è uno di noi»). Del resto passa da un’aria condizionata all’altra con piglio giovanile nonostante i quasi 65 anni. A Francoforte ha smesso di tingersi i capelli che si stanno ingrigendo, il profilo si è fatto più affilato, le rughe più profonde. Premi Nobel come Paul Krugman e Joseph Stiglitz lo accusano di essere prigioniero dell’ortodossia tedesca e degli interessi bancari. «A differenza di Bernanke, Draghi non punta a fare l’eroe» ha scritto Marketwatch del Wall Street Journal. Ma dice Sant’Ignazio: «Non prendere decisioni in base ad alcuna propensione che sia disordinata». E l’italiano con l’elmetto a punta, come lo ha raffigurato la Bild, quel precetto non l’ha mai dimenticato.

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