Nuovo Ordine Mondiale, Intercettazioni Napolitano-Mancino, Transumanesimo, le Holding di Berlusconi, l’Entità che Governa le Stragi, Controllo della Popolazione, Politica della Carenza, Perchè all’Italia conviene uscire dall’Euro, BerlusCagliostro, Quelli che sono oggi i frutti delle Stragi

L’anteprima integrale dell’intervista a Carmine Schiavone è nuovamente visibile ed audibile al link già segnalato dalla Redazione:
http://www.video.mediaset.it/video/iene/interviste/416378/fubini-carmine-schiavone.html

La parte finale dell’intervista (in cui si parla dei mandanti dell’assassinio di Falcone e Borsellino) è stata ripresa anche dal quotidiano on line “CASERTACE”, il cui fondatore e direttore, Gianluigi Guarino, fu il primo giornalista in Europa ad essere arrestato per omesso controllo di alcuni articoli ritenuti diffamatori “:
http://www.casertace.net/cronaca/carmine-schiavone-show-lex-super-boss-torna-in-tv-ad-intervistarlo-le-iene-20131024.html
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Riflessione.

Come mai un uomo “scafato” come Carmine Schiavone sta concedendo da tempo interviste a ruota libera (= a Mediaset, Sky, Luna TV) su fatti esplosivi, sconvolgenti e criminali ?

Per amore della verità e della giustizia o perché si è pentito di essersi pentito?

E come mai alcuni media mainstream gli fanno volentieri da megafono ?

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21 ottobre 2013

Fonte: http://6viola.wordpress.com/2013/10/21/bilderberg-imposimato-commenta-con-il-silenzio-il-caso-del-magistrato-paolo-ferraro-20-10-2013/comment-page-1/#comment-1301

Posted on 21 ottobre 2013

Al minuto 19 nel video seguente:

Domanda del pubblico a Imposimato al minuto 19:

Borsellino disse il Paese lo Stato e la Magistratura sono i più colpevoli della morte di Falcone .. oggi ho capito una cosa .. che Falcone hanno deciso di farlo morire già dal 1988 .. oggi si sta ripetendo la stessa storia con il magistrato Paolo Ferraro .. scusi perché sono emozionato .. ma quello che è stato fatto a Paolo Ferraro è una indecenza .. [Imposimato: però stiamo uscendo fuori tema] le chiedo scusa .. stiamo uscendo po’ fuori tema, è giusto parlare della storia di Italia, ma ci sono anche dei vivi che oggi rischiano di essere isolati e di essere ammazzati .. Paolo Ferraro attualmente è vivo! ..e chiedo alle istituzioni a lei compreso di prendere le difese di questo uomo che è stato interdetto non solo dalla magistratura ma anche dalla psichiatria (ndr: una componente, come numerose controperizie che lo danno sano d mente) un uomo che si vede subito che è una persona più che lucida e che sta bene .. solo per avuto la colpa di avere fatto una denuncia .. e la denuncia probabilmente lei la conosce bene .. delle attività che venivano svolte all’interno della Cecchignola (ndr: città militare vicino a Roma) .. dove apparati militari collusi anche con la massoneria hanno stuprato e probabilmente anche ucciso piccole creature innocenti .. parliamo di bambini .. e quindi io mi chiedo anche lei in che posizione si trova di fronte a questa situazione attuale .. perché abbiamo un magistrato che è vivo e che rischia e un collaboratore di Paolo Ferraro .. il luogo tenente Spartaco de Cicco .. 4 giorni fa ha ricevuto una forma di attentato tramite incidente stradale gravissimo adesso è ricoverato all’ospedale di Teramo in fin di vita ..

Risposta di Imposimato:

Allora .. se lei mi fa dire 2 parole .. l’argomento lo conosco bene .. perché conosco Paolo Ferraro .. tenga presente che io non sono più in magistratura dal 1998 .. quindi da molti anni .. e non solo .. sono andato via dalla magistratura -di fatto- dal 1984 e sono andato alle Nazioni Unite .. quindi la vita del tribunale di Roma dove è Paolo Ferraro l’ho seguita dall’esterno .. e per la verità quelle cose che lei ha detto di Falcone sono esatte .. Falcone è stato perseguitato da una parte della magistratura ed in particolare anche da Magistratura Democratica perché .. la ragione era che lui era per la separazione delle carriere ..

Pubblicato in data 20/ott/2013

Imposimato tace imbarazzato su Paolo Ferraro e racconta che tra MD e Falcone vi era mero dissenso VERGOGNA.

Chi ha l’ardire di raccontare che vi era mero dissenso tra Falcone e la nomeKlatura di MD e che il tema era “la separazione delle carriere ” .. fa una operazione “amplificatrice di false versioni che hanno gestito la copertura della guerra grave e sotterranea in atto dalla seconda metà degli anni ottanta .UNa operazione pertanto semplicemente di sviamento ed occultamento .. sul fronte protetto interno della vera supermassoneria di apparato … E lo fa mentre era assente allora e non conosceva e non presenziava alle dinamiche interne di questi apparatini che si muovevano all’unisono condividendo scelte e decisioni . ATTENTI .. vi stiamo avvisando di dinamiche di inserimento e gestione di attività disinformative e ruoli assunti di primo livello per tamponare accerchiare delimitare gli effetti di quello che è stato immesso da due anni e mezzo a conoscenza del paese. . E voi sapete bene da chi e come . . . INFORMATENE TUTTA LA RETE e tutte le aree politiche pulite ..
VIDEOAUDIO CONFERENZA di PAOLO FERRARO. ” DA DALLAS ALLA SCUOLA MORVILLO FALCONE DI BRINDISI. Un FILO UNICO OCCULTATO “.

“STATO-MAFIA” TgCafe24 intervista integrale di Paolo Ferraro ALTERNATIVA ALLE CASTE DEVIATE E NON ,
OCCORRE FAR SAPERE ….. INFORMARE IL PAESE .
CASTE STATO MAFIA E REALTA’ CRIMINALI SOVRANAZIONALI INFILTRATE, EVERSIONE CONVENZIONALE E NON SI BATTONO SOLO INFORMANDO E CREANDO UN FRONTE CONTRAPPOSTO OLTRE LE FALLACI ARCAICHE DISTINZIONI TRA DESTRE E SINISTRE USATE DA SPECCHIO E COPERTURA

Il magistrato PAOLO FERRARO UNIONE M5s Salvo Mandarà.
Dal cemento sotterraneo dei gruppi gestiti da servizi deviati, tramite la supergladio alla storia del paese, da Kennedy a Moro e alle BR, a Berlinguer ed Occhetto, alla scalata della massoneria deviata negli apparatii e nel cuore della sinistra , a Falcone e Borsellino e le stragi poi del 1993.
Dalla strategia sotterranea di controllo politico e sociale, tramite psichiatri di sistema e vertci deviati militari e della magistratura, alla vera alternativa possibile . La lotta e cacciata delle caste ed il progetto nostro dallo smascheramento delle organizzazioni che ci hanno controllato sotterraneamente con ricatti, irretimenti, disinformazione e mediante la scalata dei gangli dello Stato alla strategia di legalità e repressione
Una lunga chiacchierata radio con Salvo Mandara il M5s e la gente che vuole realmente cambiare l’Italia
https://vimeo.com/channels/cddpaolofe…

ORA LA SUPERGLADIO E’ ALLO SCOPERTO. A distanza di due anni e mezzo dalla prima conferenza a SKYTG successiva pubblica, e di un anno e mezzo dalla conferenza ” Da Dallas alla scuola Morvillo Falcone ” DNA, Procure di Caltanissetta e Palermo ( e speriamo Procura di Firenze ), condividono ed indicano la medesima analisi ed i contenuti che hanno visto Paolo Ferraro solo a denunciare ed indicare LA SUPERGLADIO e le strategie eversive convenzionali e non, gestite da un apparato sotterraneo condiviso da alcuni politici ed imprenditori, magistratura psichiatria ed apparati deviati nell’esercito ed in altri gangli delle istituzioni .
OLTRE la P4 sovrastata, ed annichilita la P2 .. , ora la SUPERGLADIO è allo scoperto, definitivamente .
http://paoloferrarocdd.blogspot.it/p/…

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"E’ intervenuto l’evento che voi sapete, gravissimo per tutti: gravissimo per la Sicilia, gravissimo per l’intera nazione, gravissimo vorrei dire senza tema di esagerare per il mondo intero.   Nel pensare un istante a quei momenti così tragici che ho personalmente vissuto raccogliendo financo qui, fra le mie braccia, gli ultimi respiri di Giovanni Falcone, pensai che si trattasse di un appuntamento rinviato".   Paolo Borsellino. Roma, 28 maggio 1992 E’ intervenuto l’evento che voi sapete, gravissimo per tutti: gravissimo per la Sicilia, gravissimo per l’intera nazione, gravissimo vorrei dire senza tema di esagerare per il mondo intero. Nel pensare un istante a quei momenti così tragici che ho personalmente vissuto raccogliendo financo qui, fra le mie braccia, gli ultimi respiri di Giovanni Falcone, pensai che si trattasse di un appuntamento rinviato“. Paolo Borsellino. Roma, 28 maggio 1992

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8 ottobre 2013

Fonte: http://www.nocensura.com/2013/10/strage-di-capaci-un-pm-ipotizza-la-mano.html

Un nuovo caso come quello del giudice Paolo Ferraro? Il giudice romano sospeso e poi licenziato, dopo aver denunciato una presunta setta massonico-satanica di cui avrebbero fatto parte anche alti papaveri delle istituzioni e dell’esercito?I servizi segreti implicati nella strage di Capaci: è quanto ha ipotizzato il procuratore dell’Antimafia Ginfranco Donadio: una ipotesi simile tra l’altro a quella espressa alcuni mesi fa dal Presidente Onorario della Suprema Corte di Cassazione, Ferdinando Imposimato;Il PM Donadio è stato isolato ed estromesso: e ora la sua indagine rischia di essere insabbiata! Per questo è necessario dare alla vicenda più risalto possibile!

A.B. – nocensura.com

Di seguito l’articolo di Affari Italiani:

strage capaci falcone

Su Falcone ipotizza doppia bomba e mano dei servizi. E il pm Donadio viene rimosso

Di Lorenzo Lamperti

Una doppia bomba a Capaci. Con il coinvolgimento dei servizi segreti. Pezzi deviati dello Stato avrebbero partecipato non solo all’omicidio di Borsellino, ma anche a quello di Falcone. E’ la conclusione alla quale era arrivato Gianfranco Donadio, procuratore dell’Antimafia che indagava sulle stragi del 92-93. Individuato anche l’attore principale, un ex poliziotto soprannominato “faccia di mostro”. E poi un furgone misterioso… “Quel giorno a Capaci non c’era solo la mafia“. Ma ora a Donadio è stata tolta la delega.Depistaggi, falsi pentiti, segreti investigativi venduti da una talpa interna alla Procura. Così il pm è stato isolato e fatto fuori. E a microfoni spenti sono in molti a dire: “Era diventato scomodo. Ora si rischia l’insabbiamento“.

LE IPOTESI DI DONADIO – Gianfranco Donadio lavorava da almeno undici anni, da quando cioè è entrato a far parte della Direzione nazionale antimafia. Per tutto questo tempo ha analizzato e indagato su uno dei momenti più drammatici della storia d’Italia, vale a dire le stragi di mafia del 1992 e 1993. Donadio ha lavorato molto, andando a fondo e cercando di scavare oltre la coltre di alcuni dei misteri del nostro Paese. In particolare si è concentrato sulla strage di Capaci, dove perse la vita Giovanni Falcone. Tra i due attentati di quei mesi terribili è sempre stato considerato il più “chiaro”. Mentre per Borsellino e via D’Amelio la verità è sempre stata considerata lontana, tanto che ancora ci sono indagini e processi in corso, per Falcone la responsabilità è stata sempre attribuita solamente a Cosa Nostra. Il lavoro di Donadio ha messo in discussione queste certezze. Il resoconto di Donadio, poi inopinatamente diffuso da una talpa interna alla Procura, racconta una realtà molto più complessa.

LA DOPPIA BOMBA E IL “CANTIERE FANTASMA” – Donadio ha ipotizzato infatti un intervento di pezzi di servizi segreti, italiani e/o stranieri, ed ex appartenenti alle forze di polizia. La convinzione di Donadio si basa soprattutto sull’esplosivo usato per uccidere Falcone. Impossibile che l’esplosivo della mafia possa aver provocato da solo quella devastazione. Il pm ritiene certo l’utilizzo di un esplosivo cosiddetto “nobile”, utile a rendere più efficace e scenografica l’esplosione. Insomma, l’esplosivo recuperato sulle barche da Spatuzza non sarebbe stato l’unico a essere azionato. Donadio ipotizza una seconda bomba e un secondo innesco oltre a quello mafioso sotto il manto stradale. Nei giorni seguenti all’attentato, diversi testimoni fornirono sei identikit di uomini intenti a lavorare a un “cantiere fantasma” al di sopra del livello dell’autostrada. Senza contare le testimonianze su un furgono presente sulla verticale del luogo minato. Due piste che non erano state seguite né approfondite. Donadio stava provando a farlo, ipotizzando un intervento esterno a Cosa Nostra, in qualche modo legato all’eversione di destra e probabilmente a Gladio, come aveva paventato qualche mese fa Ferdinando Imposimato in un’intervista ad Affaritaliani.it. La scelta del sito, le carte clonate e tanti altri elementi gli hanno suggerito la netta diversità con l’attentato fallito dell’Addaura, così tipicamente mafioso nel modus operandi, e l’inquietante somiglianza con un’azione militare.

“FACCIA DI MOSTRO” – Tra i protagonisti dell’attentato a Capaci, secondo Donadio, anche un ex agente di polizia. Si tratterebbe del cosiddetto “faccia di mostro”, un poliziotto sfigurato in viso per alcuni colpi d’arma da fuoco. Sarebbe lui il “killer di Stato” del quale ha parlato il pentito Luigi Ilardo. In conclusione, Donadio tratteggia uno scenario inquietante nel quale l’omicidio di Falcone rientra in una rinnovata “strategia della tensione” portata avanti da Cosa Nostra e l’eversione di matrice nera con il coinvolgimento di ambienti para-istituzionali. Uno scenario non facile da digerire. Forse per questo quello scenario è stato divulgato. Rivelazioni e riflessioni venute fuori durante segretissime riunioni in procura sono state “vendute”.

IL FALSO PENTITO E LA ”MACCHINA DEL FANGO” – Il risultato di anni di lavoro è stato bruciato. La procura di Roma ha anche aperto un fascicolo per provare a capire chi è la “talpa” responsabile di una fuga di notizie disastrosa. E che alla fine ha portato alla rimozione della delega sulle stragi a Donadio. Il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti ha ritenuto di togliere l’indagine a Donadio senza per ora spiegare pubblicamente i motivi della sua decisione. Ma questo è solo l’ultimo passaggio di un periodo “difficile” per Donadio. Il pentito calabrese Nino Lo Giudice, una delle fonti di Donadio, è improvvisamente scomparso. Salvo poi diffondere due registrazioni in cui ha accusato inquirenti e investigatori, tra i quali Donadio, di avergli estorto dichiarazioni. Nel secondo memoriale ha persino affermato che il procuratore lo avrebbe spinto a fare i nomi di Berlusconi e Dell’Utri. Le sue accuse sono state ritenute inattendibili. Lo Giudice è ritenuto, secondo quanto risulta, un falso collaboratore. Lo schema è quello vecchio: fingere di pentirsi per depistare le indagini e infangare la magistratura, screditandola. In questo caso l’obiettivo era screditare un pm che indagava su qualcosa di molto scomodo e per questo considerato molto pericoloso.

CAOS ALL’ANTIMAFIA – Fonti vicine all’Antimafia legano la scelta di sollevare dall’incarico Donadio ad alcune diversità di vedute con i colleghi. C’è chi sostiene che già in passato alcuni suoi atti erano stati accolti con “un certo scetticismo”. Ma sono anche molti quelli che, a microfoni spenti, esprimono preoccupazione temendo che le inchieste sulle stragi possano fermarsi o essere insabbiate: “E’ la solita fine che fa chi indaga sull’eversione in Italia, viene messo a tacere”.

Fonte: http://www.affaritaliani.it/cronache/via-il-pm-delle-stragi-doppia-bomba2609013.html?refresh_ce

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Grasso replica a Travaglio: “Non consento che si faccia a pezzi la mia storia, dovevo reagire”

25.3.2013

Il presidente del Senato in tv: “La mia nuova carica veniva sporcata dalle sue accuse”

22:47 – Il presidente del Senato, Pietro Grasso, risponde in tv alle accuse mosse da Marco Travaglio. “L’operazione di qualcuno che estrapola pezzi della tua storia facendola a pezzi e rendendola opaca non può essere consentita”, ha detto Grasso a Piazza Pulita. “Dovevo reagire – ha aggiunto – la mia nuova carica veniva sporcata, opacizzata da queste parole così difficili da contrastare per la loro genericità”.

“Ho trovato mia moglie a casa in stato di agitazione, non poteva quasi parlare – ha detto Grasso parlando dell’attacco di Travaglio nel corso di Servizio Pubblico – come era accaduto un’altra volta quando durante il maxiprocesso citofonarono dicendo che si sa quando un figlio esce di casa ma non quando ritorna. Ho rivisto quella sensazione i pericolo quindi ho riascoltato la registrazione e ho sentito che era l’inizio di qualcosa che sarebbe cambiato, la strumentalizzazione di 43 anni della mia carriera: un attacco al presidente del Senato”.“Accusa più grave? Inciuci con il potere” – “L’accusa che mi brucia di più è che io abbia fatto inciuci con il potere per avere delle leggi a mio favore”, ha detto Grasso. “Chi è che non fa errori? Certo, ne ho fatti anche io, come quello di non aver preso posizione prima su cose di cui ora mi accusano. Ma non è che si possano imputare tutti gli errori al procuratore. Io mi prendo le mie responsabilità ma non è possibile”.

“Basta ai processi gogne pubbliche, sono anticostituzionali” – “Pensare ad inchieste come una gogna pubblica, efficace perché distruggono una carriera politica, è una deviazione della funzione delle indagini – ha aggiunto Grasso – ed è anticostituzionale perché la Costituzione dà il potere al magistrato di indagare in funzione del processo. Ci sono stati dei processi che hanno certamente portato all’arresto di imputati che poi sono finiti con assoluzioni. Ma non mi va di fare dei nomi che tra l’altro tutti sanno e conoscono. Non sarebbe elegante”.

Stato-mafia, “forse ci son cose ben più gravi da scoprire” – “Io valuto i fatti. La cosa peggiore è avere delle intuizioni e non poterle provare. Ma sino a quando non ho le prove, io non parlo e non ne parlerò neanche stasera”. Così il presidente del Senato ha risposto alla domanda su cosa ne pensi della trattativa Stato-Mafia. “Forse ci sono cose ben più gravi da scoprire”.

“Non firmai l’appello nel processo Andreotti perché ero testimone” – Davanti alle telecamere, Grasso risponde punto per punto alle accuse sollevate da Travaglio. A partire da quella di non aver firmato l’appello per il processo Andreotti. “Io ero stato testimone in quel processo. Ero stato sentito in istruttoria proprio da Scarpinato ed essendo diventato testimone la mia firma sull’appello avrebbe impedito la chiamata come testimone nel successivo grado di giudizio. E’ solo per questo che ho deciso di non firmare – insiste Grasso – e comunque andai con i colleghi di Palermo e misi la mia faccia su questa sentenza”.

“Antimafia furono tagliati fuori dal Csm” – Grasso parla anche del suo rapporto, quando era capo della Procura di Palermo, con i procuratori aggiunti antimafia. “A tagliarli fuori è stato il Csm quando ha stabilito che i magistrati in antimafia, aggiunti, dopo 8 anni avrebbero dovuto lasciare l’incarico. Io andai a perorare la loro causa chiedendo la proroga almeno fino a 10 anni. Ma il Csm fece una delibera inderogabile e non ci fu niente da fare”.

“Nomina Caselli? Csm avrebbe potuto farla” –
Il presidente Grasso affronta anche il capitolo relativo alla sua nomina all’Antimafia e ai contrasti con Giancarlo Caselli. “C’è stato un momento in cui il Csm avrebbe potuto deliberare sulla nomina del procuratore nazionale antimafia” prima che la “legge ‘anti-Caselli’ entrasse in vigore”, ha spiegato.

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Operazione della Dia, effettuate anche numerose perquisizioni. Gli inquirenti: “Squarciato il velo anche su personaggi mai sfiorati dalle inchieste”

foto LaPresse

07:28 – La Direzione investigativa antimafia (Dia) ha eseguito otto provvedimenti di custodia cautelare, emessi dal gip di Caltanissetta nell’ambito delle indagini sulla strage di Capaci. Effettuate anche numerose perquisizioni. Secondo gli inquirenti è stato “squarciato il velo d’ombra nel quale erano rimasti alcuni personaggi, mai prima d’ora sfiorati dalle inchieste sull’eccidio”.

Nell’attentato del 23 maggio 1992 sull’autostrada verso Palermo furono uccisi il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta.
L’inchiesta della Dda, che si è basata anche sulle dichiarazioni dei pentiti Gaspare Spatuzza e Fabio Tranchina, ricostruisce i tasselli mancanti relativi alle fasi deliberativa, preparatoria ed esecutiva della strage di Capaci.

Strage di Capaci, otto nuovi arresti"Squarciato il velo d'ombra"  FotoTra gli arrestati il boss Madonia – Tra le persone raggiunte da ordine di custodia cautelare c’è anche il capomafia Salvo Madonia, già detenuto al carcere duro. Sono detenute anche le altre sette persone: tra queste Cosimo D’Amato, un pescatore di Santa Flavia (Palermo), finito in manette nel novembre scorso su ordine dei pm di Firenze che indagano sulle stragi mafiose del ’93. Secondo gli inquirenti, avrebbe fornito l’esplosivo utilizzato per gli attentati di Roma, Firenze e Milano. I pm nisseni gli contestano di avere procurato alle cosche anche il tritolo usato per l’eccidio di Capaci. D’Amato avrebbe recuperato l’esplosivo da residuati bellici che erano in mare.

Gli altri arrestati sono Giuseppe Barranca, Cristofaro Cannella, Cosimo Lo Nigro, Giorgio Pizzo, Vittorio Tutino e Lorenzo Tinnirello, tutti in carcere già da tempo, con condanne pesanti per reati di mafia ed omicidio.

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22/04/2013
Stato-mafia, intercettazioni distrutte Napolitano parlava con Mancino

La cancellazione dei file audio disposta dal gip di Palermo stamane nel carcere dell’Ucciardone

Il gip di Palermo, Riccardo Ricciardi, ha distrutto le intercettazioni delle conversazioni telefoniche tra il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, e l’ex ministro Nicola Mancino, registrate nell’ambito dell’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia.

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Trattativa Stato-mafia, pm Palermo interrogano Licio Gelli come teste

”L’estate delle stragi, mio padre incontrò a Cortina Licio Gelli. I magistrati hanno trovato anche i riscontri”. Era il settembre del 2009 quando Massimo Cincimino raccontò questo episodio in una intervista. Forse per questo il procuratore aggiunto Vittorio Teresi e il pm Roberto Tartaglia hanno interrogato l’ex capo della P2 che ha 94 anni

Licio Gelli

”L’estate delle stragi, mio padre incontrò a Cortina Licio Gelli. I magistrati hanno trovato anche i riscontri”. Era il settembre del 2009 quando Massimo Cincimino raccontò questo episodio in una intervista. Forse per questo il procuratore aggiunto di Palermo Vittorio Teresi e il pm Roberto Tartaglia hanno interrogato l’ex capo della P2 che ha 94 anni. Un’audizione che si è svolta alla procura della Repubblica di Arezzo. Gelli, accompagnatao da un legale che non ha partecipato, è stato sentito come persona informata sui fatti, quindi non ha potuto avvalersi della facoltà di non rispondere.

”Nel ’92, c’erano dei progetti politici di nuovi partiti, credo – aveva raccontato Ciancimino jr – che si siano confrontati su questo. Ma c’è un’inchiesta in merito” aveva aggiunto riferendosi all’indagine sulla trattativa Stato-Mafia per cui oggi la Cassazione ha disposto la distruzione delle intercettazioni Mancino-Napolitano. Proprio sull’ex ministro dell’Interno Ciancimino aveva detto: ”Non ho nulla da rimangiarmi su Nicola Mancino, che mi ha querelato. Quando si voleva aprire un canale per la trattativa, era stato fatto il nome suo e di un altro ministro. Che poi mio padre non trovo’ in Mancino l’interlocutore che voleva…, infatti sono venuti fuori anche altri nomi, oggetto d’indagine”.

Il figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo aveva anche ricordato celle visite del boss Bernardo Provenzano nella loro casa a Roma, della ”necessità del padre di oliare i meccanismi con soldi ai politici, per i suoi affari sul gas”, dell’ultimo messaggio dal carcere di Totò Riina e di alcuni personaggi coinvolti nelle indagini su via D’Amelio. ”Franco-Carlo, uomo delle istituzioni, intensificò le sue presenze da noi nell’estate delle stragi. Mi sembra che si fosse salutato anche con l’uomo dal viso deformato, che frequentava casa mia anche per altre ragioni”.

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Trattativa Stato-mafia, indagini chiuse: 12 avvisi da Dell’Utri a Mannino

Il braccio destro di Berlusconi nuovamente accusato di essere l'”uomo cerniera” tra la politica e Cosa nostra. Oltre ai boss, indagati anche gli ufficiali del Ros Subranni, Mori e De Donno. Il pm Ingroia parla di accordi presi “sul sangue” di servitori della Repubblica

Trattativa Stato-mafia, indagini chiuse: 12 avvisi da Dell’Utri a Mannino

Dopo l’omicidio Lima diventa interlocutore dei vertici di Cosa nostra come mediatore dei benefici richiesti dalla mafia, agevola la prosecuzione della trattativa dopo l’arresto di Vito Ciancimino e Totò Riina, e alla fine favorisce la ricezione della minaccia mafiosa da parte di Silvio Berlusconi, “dopo il suo insediamento come capo del Governo”: Marcello Dell’Utri è “l’uomo cerniera” tra Stato e mafia, l’anello di congiunzione tra la vecchia e la nuova Repubblica sorta nel ’92 a suon di bombe. Insieme a lui boss e ministri, gregari mafiosi e ufficiali dei carabinieri e, se fossero vivi, anche il capo della polizia Vincenzo Parisi e il vice capo del Dap Francesco Di Maggio: ecco i protagonisti del “ricatto allo Stato”, raccontato da un’indagine durata due anni e che è giunta alla sua conclusione con l’invio ieri pomeriggio delle notifiche dell’avviso di conclusione delle indagini ai 12 indagati dell’inchiesta sulla trattativa tra “mafia e Stato”, condotta, secondo la procura di Palermo, da uomini dello Stato e uomini di Cosa nostra.

Sono Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca, Antonino Cinà, Salvatore Riina e Bernardo Provenzano, gli ufficiali del Ros Antonio Subranni, Mario Mori e Giuseppe De Donno, gli esponenti politici Calogero ManninoMarcello Dell’Utri (la cui condanna in appello per concorso esterno in associazione mafiosa è stata recentemente annullata dalla Cassazione). Devono rispondere dell’art. 338 del codice penale: violenza o minaccia a corpi politici dello Stato, aggravata dall’art. 7 per avere avvantaggiato l’associazione mafiosa armata Cosa nostra e “consistita nel prospettare l’organizzazione e l’esecuzione di stragi, omicidi e altri gravi delitti (alcuni dei quali commessi e realizzati) ai danni di esponenti politici e delle istituzioni a rappresentanti di detto corpo politico per impedirne o comunque turbarne l’attività”. Insieme a loro presto riceveranno una richiesta di rinvio a giudizio anche l’ex ministro dell’Interno, Nicola Mancino per falsa testimonianza e il figlio di don Vito, Massimo Ciancimino per concorso esterno alla mafia e per calunnia nei confronti dell’ex capo della polizia Gianni De Gennaro.

In un’indagine parallela, sono indagati per false dichiarazioni al pm, l’ex ministro Giovanni Conso, e altri ancora sconosciuti: per loro l’accusa ipotizzata (articolo 371 bis) prevede la sospensione del procedimento fino alla definizione, con sentenza di primo grado o con archiviazione, dell’inchiesta principale. Si chiude oggi una stagione tra le più impegnative per la Procura di Palermo, per la sua capacità di scandagliare la cattiva coscienza della classe politica italiana. I pm chiedono in sostanza di processare i protagonisti di una stagione segnata, secondo l’accusa, dalla svendita dei valori dello Stato da parte di alcuni uomini delle istituzioni in cambio della salvezza della vita di alcuni, identificati, uomini politici.

Il racconto dell’indagine è la narrazione oscura, rimasta sempre in ombra , delle radici della Seconda Repubblica, fondata, come dice il pm Antonio Ingroia, sul sangue dei servitori dello Stato. Ad avviare la trattativa sarebbe stato Calogero Mannino, esponente della sinistra dc, nel mirino delle cosche, accusato di avere contattato “a cominciare dai primi mesi del ’92” investigatori, in particolare dei carabinieri, “per far cessare la strategia stragista”. Scendono in campo, a questo punto, Subranni, Mori e De Donno, che su incarico “di esponenti politici e di governo” aprono un “canale di comunicazione con i capi” di Cosa nostra per far cesare la strategia stragista. Ed in seguito favoriscono lo sviluppo della trattativa rinunciando, insieme e reciprocamente, con i boss, “all’esercizio dei poteri repressivi dello Stato”. Come? Assicurando, per esempio, “il protrarsi della latitanza di Provenzano, principale referente della trattativa”. Che si continua a snodare sul terreno politico: nel frattempo Mannino, infatti, avrebbe esercitato “indebite pressioni per condizionare l’applicazione del 41 bis ai detenuti mafiosi”.

Ma a parlare con i mafiosi, in quel periodo, sono in tanti. Prima di lui, infatti, sulla scena era apparso Marcello Dell’Utri, che dopo l’omicidio di Salvo Lima si pone come interlocutore di Totò Riina “per le questioni connesse all’ottenimento dei benefici”, per poi continuare a dialogare con Provenzano, dopo l’arresto di Vito Ciancimino e Riina. La cattura dei capi dei capi, e l’arrivo dei governi tecnici del ’93 inducono i boss a puntare sul “cavallo” considerato vincente: e per il tramite dello stalliere Vittorio Mangano e di Marcello Dell’Utri, Bagarella e Brusca portano ad Arcore le richieste di Cosa nostra. Tre, in particolare: una legislazione penale e processuale più morbida, un condizionamento dei processi in corso e un trattamento penitenziario più leggero. Condizioni “ineludibili” per porre fine allo stragismo. A capo del governo si è appena insediato Berlusconi: e Dell’Utri deve oggi rispondere di avere favorito la ricezione della minaccia mafiosa da parte di Silvio Berlusconi dopo il suo arrivo a Palazzo Chigi. È il 1994, l’inizio della Seconda Repubblica.

di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza

Da Il Fatto Quotidiano del 14 giugno 2012

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Trattativa, al via il processo a politici e boss. Tra storia e codice penale

Oggi l’udienza preliminare davanti al gip Morosini. Ecco l’inchiesta che ha messo sul banco degli imputati padrini di Cosa nostra, vertici delle istituzioni, ufficiali dei carabinieri. La ricostruzione dei fatti dovrà misurarsi con la possibilità di attribuire a ciascuno di loro specifici reati

Trattativa, al via il processo a politici e boss. Tra storia e codice penale

Dopo vent’anni di silenzi, stragi e pax sanguinis, mafia e Stato torneranno a sedere di nuovo allo stesso tavolo. Questa volta però non sarà l’antro del patto a suon di bombe sottoscritto tra il 1992 e il 1994, ma il banco degli imputati dell’aula bunker del carcere Pagliarelli a Palermo. L’ora X della prima udienza preliminare dell’inchiesta sulla Trattativa è fissata per le 9: un momento storico che sancirà l’inizio del procedimento in cui lo Stato dovrà processare per la prima volta sé stesso. Dopo anni di indagini, testimonianze e ricostruzioni storiche, adesso la parola passa soltanto a un giudice, il gup Piergiorgio Morosini, che dopo aver esaminato la montagna di carte dell’inchiesta, dovrà decidere appellandosi meramente al codice. Perché un conto è la ricostruzione storica di quei fatti, un altro è l’attribuzione di specifici reati ai singoli imputati. Bisogna ora vedere se il puzzle ricomposto dall’accusa possa effettivamente reggere la prova di un’aula di giustizia. La prima tappa dell’iter giudiziario sulla trattativa arriva, tra l’altro, in un clima reso tesissimo dal conflitto d’attribuzioni sollevato dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano contro la procura di Palermo di fronte la Consulta.

 Stato e mafia nella stessa aula. Oggi alla sbarra  ci saranno dodici imputati tra boss di Cosa Nostra, alti ufficiali dei carabinieri ed esponenti delle istituzioni. I boss pluricondannati Leoluca Bagarella, Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Antonino Cinà e Giovanni Brusca saranno collegati in video conferenza dai penitenziari in cui sono detenuti in regime di 41 bis (a parte Brusca che è un collaboratore di giustizia). Saranno invece presenti in aula gli ex alti ufficiali del Ros Antonio Subranni, Mario Mori e Giuseppe De Donno, l’ex ministro democristiano Calogero Mannino e il senatore del Pdl Marcello Dell’Utri: devono tutti rispondere di violenza o minaccia al corpo politico dello Stato, con l’aggravante dell’articolo 7, per aver favorito Cosa nostra. Un reato, quello sancito dall’articolo 338 del codice penale, poco comune, su cui praticamente non esiste una vera e propria giurisprudenza, e che per la prima volta dovrà quindi passare il vaglio di un’aula in un processo peraltro delicatissimo (Trattativa, tutti gli imputati: l’accusa e la difesa. Guarda lo speciale di ilfattoquotidiano.it).

Deve invece rispondere di concorso esterno alla mafia uno dei testimoni eccellenti dell’indagine, Massimo Ciancimino, accusato anche di calunnia ai danni dell’attuale sottosegretario Gianni De Gennaro. Falsa testimonianza è invece il reato contestato all’ex vicepresidente del Csm Nicola Mancino, che chiederà lo stralcio dal fascicolo principale. Mancino è stato protagonista del “Romanzo Quirinale” in cui è rimasta impigliata la voce di Napolitano: è proprio per quelle quattro intercettazioni “indirette” che il capo dello Stato ha trascinato le toghe palermitane davanti la Corte Costituzionale (la sentenza è attesa per novembre).

Le vittime dal patto.  Ad aspettare gli imputati fuori dall’aula bunker ci sarà il popolo delle Agende Rosse, che manifesterà la propria vicinanza ai pm di Palermo riunendosi in sit in contemporanei davanti tutti i tribunali d’Italia. Alla prima udienza preliminare, il gup  Morosini – che si è dimesso da segretario di Magistratura Democratica per occuparsi del processo sulla trattativa – troverà subito una richiesta di ricusazione, avanzata da De Donno: secondo l’ex ufficiale del Ros, Morosini avrebbe anticipato il proprio giudizio già nelle pagine del suo libro “Attentato alla giustizia”. La decisione spetterà alla corte d’appello, mentre Morosini dovrà invece decidere quali costituzioni di parte civile ammettere. Oltre alla richiesta avanzata formalmente dal governo di Mario Monti, hanno deciso di costituirsi come soggetti danneggiati dal patto Stato-mafia anche Salvatore Borsellino, fratello del giudice assassinato, il centro Pio La Torre, l’Associazione dei familiari delle vittime di via dei Georgofili, i comuni di Palermo e Firenze, Rifondazione Comunista e i familiari di Salvo Lima, assassinato da Cosa Nostra il 12 marzo 1992. Secondo la ricostruzione della procura di Palermo, la chioma bianca di Lima riversa nel sangue di Mondello rappresenta il prequel della trattativa, il primo atto formale con cui Cosa Nostra dichiara guerra ai vecchi referenti politici.

Le pagine bianche della trattativa. Aldilà delle ricostruzioni giuridiche, c’è una data che cambia per sempre la storia d’Italia: è il 30 gennaio del 1992. Quel giorno a Roma la corte di cassazione conferma la sentenza del primo maxiprocesso contro Cosa nostra istruito da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Per la prima volta, nonostante le rassicurazioni dei politici, i boss mafiosi vengono condannati all’ergastolo. È il “fine pena mai” lo spettro che scatena la furia di Totò Riina, capo dei capi di un’organizzazione criminale dall’enorme potenza di fuoco. Ed è per questo che, secondo la procura di Palermo, Riina stila una black list di politici da punire con la morte dopo che non hanno mantenuto le promesse fatte in passato. Il primo è Salvo Lima. Poi sarebbe dovuto toccare a Calogero Mannino. Secondo i pm coordinati da Antonio Ingroia, Mannino sapeva bene che Cosa Nostra voleva ucciderlo. “Adesso o uccidono me o uccidono Lima” avrebbe confidato Mannino al maresciallo dei carabinieri Giuliano Guazzelli. A raccontarlo ai magistrati è il figlio del carabiniere poi assassinato nell’aprile successivo in un agguato mai completamente chiarito.

È per questo che Mannino avrebbe coinvolto l’allora capo del Ros Subranni, chiedendogli di aprire un contatto con Cosa Nostra e salvarsi quindi la vita. Ad accusarli, ci sono alcuni collaboratori di giustizia, come Francesco Di Carlo e Angelo Siino, che hanno raccontato dell’intimo rapporto tra l’ex ministro e l’allora capo del Ros. “E’ tutto falso, io ho solo avuto rapporti ufficiali con Subranni, e all’epoca non ero preoccupato per me, ma soprattutto per la sorte dei magistrati che combattevano la mafia” è invece la difesa di Mannino. “Dopo l’omicidio Lima, Mannino era spaventato, mi disse: adesso tocca a me” è  il racconto che Mancino ha fatto in aula, deponendo al processo contro Mario Mori per la mancata cattura di Bernardo Provenzano nel 1995. Nella stessa udienza, Mancino si sarebbe macchiato di falsa testimonianza: i magistrati non sarebbero stati convinti da come ha ricostruito il suo insediamento al Viminale il 28 giugno del 1992. L’ex ministro dell’Interno ha infatti raccontato di aver pregato il suo predecessore, Vincenzo Scotti, di rimanere al suo posto. Ma Scotti lo smentisce, e i pm ritengono il racconto di quest’ultimo, insieme a quello di Claudio Martelli, più credibile.

Il primo governo di Giuliano Amato si forma in un momento centrale della trattativa: nel giugno del ’92 infatti iniziano i primi incontri tra Mori, De Donno e Vito Ciancimino. A raccontarli ai magistrati è il figlio di don Vito, indagato per concorso esterno perché avrebbe fatto da “postino” del papello, l’elenco di richieste che Riina spedisce allo Stato tramite il suo medico di fiducia, Nino Cinà. Mori e De Donno però smentiscono Ciancimino junior: quegli incontri con don Vito erano semplici “abboccamenti” investigativi per arrestare latitanti. E in effetti, il 15 gennaio nel’93 finisce nella rete il pesce più grosso: Riina, ammanettato dal capitano Ultimo, che però non perquisisce il suo covo in via Bernini, poi ripulito da mani oscure. Cosa Nostra passa a questo punto sotto la guida dei “riiniani” di ferro Bagarella e Brusca.

Il ruolo di Marcello Dell’Utri. E sarebbe Bagarella, secondo il racconto di numerosi pentiti, l’uomo che continua la stagione delle bombe, insieme a Brusca, che da collaboratore, ha raccontato come, dopo aver tentato la strada della politica indipendentista con Sicilia libera, l’ala stragista di Cosa Nostra avesse inviato Vittorio Mangano da Dell’Utri per prospettare a Silvio Berlusconi le richieste della Piovra, avvertendolo anche che “la sinistra sapeva”. Sullo sfondo però si fa sempre più lunga l’ombra di Provenzano, il vero regista della trattativa: prima consigliere di Ciancimino, poi presunto contatto di Dell’Utri dopo l’arresto di Bagarella e di tutti gli altri corleonesi.  Sul piatto della trattativa, nel 1993, c’è l’alleggerimento del 41 bis, il carcere duro per detenuti mafiosi. In questo senso si sarebbe mosso Mannino, indicato come uno dei politici che avrebbe fatto pressioni sull’ex vice capo del Dap Francesco Di Maggio.

Ad accusare Mannino in questo caso è Nicola Cristella, ex capo scorta del magistrato deceduto nel 1996, che però ha reso una testimonianza controversa durante il processo Mori. Per i magistrati Di Maggio è uno degli uomini che spinse per allentare la pressione sui mafiosi in carcere. Il racconto dell’avvocato Rosario Cattafi, arrivato nei giorni scorsi, combacerebbe con la ricostruzione della procura: solo che Cattafi non è al momento neanche un collaboratore di giustizia e le sue dichiarazioni sono ancora tutte da riscontrare. Di Maggio “era stato esautorato dalla gestione del 41 bis” ha raccontato di recente Tito Di Maggio, fratello minore dell’ex vice capo del Dap.

La pressione sui mafiosi in carcere venne comunque effettivamente allentata nel novembre del 1993, quando l’allora guardasigilli Giovanni Conso lasciò scadere oltre trecento provvedimenti di 41 bis “in completa solitudine”. Se fu per la trattativa o per altro spetterà alle sentenze stabilirlo. La pubblica accusa però non crede a Conso e per questo lo indaga per false informazioni al pm, insieme all’eurodeputato Giuseppe Gargani e ad Adalberto Capriotti, ex superiore di Di Maggio al Dap.  Per questo reato il codice prevede che la posizione dell’indagato resti sospesa fino a quando il procedimento principale non arrivi alla sentenza del primo grado di giudizio. Una sentenza che per la complessità del procedimento si preannuncia ancora molto lontana. Lo Stato, diceva Leonardo Sciascia, non può processare se stesso. E quando lo fa, dentro un’aula di tribunale, può basarsi soltanto su un codice di procedura.

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Trattativa Stato-mafia, Cdm: “Governo parte civile nel processo”

La decisione a pochi giorni all’inizio dell’udienza preliminare a Palermo per i 12 imputati. Il pm Di Matteo: “Segnale importante di attenzione alla ricerca della verità”. Il procuratore Messineo: “Un fatto positivo”. Polemica Idv-Pd. Di Pietro: “Ci siamo riusciti”. Garavini: “Avete creato solo caos”. L’imputato De Donno ricusa il giudice

Trattativa Stato-mafia, Cdm: “Governo parte civile nel processo”

Il Consiglio dei ministri ha deciso che lo Stato, come invocato da più parti e con forza nei mesi e nelle settimane precedenti, si costituirà parte civile nel procedimento sulla trattativa Stato-mafia. La scelta arriva pochi giorni all’inizio dell’udienza preliminare davanti al giudice di Palermo Piergiorgio Morosini che dovrà decidere se rinviare a processo gli imputati. La prima udienza è prevista  lunedì 29 ottobre.

Il  24 luglio scorso i pm di Palermo aveva chiesto il rinvio a giudizio i dodici personaggi indagati per il presunto patto che, secondo la Procura di Palermo, portò pezzi delle istituzioni a trattare con Cosa nostra, che a colpi di stragi e bombe, voleva spezzare le catene del carcere duro cui erano sottoposti i boss. Un “invito” violento a sedersi allo stesso tavolo della mafia nel periodo che videro i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, gli uomini della scorta e tanti altri innocenti a Milano e Firenze morire.

”La costituzione di parte civile del Governo può essere un segnale importante di effettiva attenzione alla ricerca della verità su cosa accadde in uno dei periodi più oscuri della nostra storia recente”, commenta il pm di Palermo Nino Di Matteo, titolare dell’indagine sulla trattativa Stato-mafia insieme al procuratore aggiunto Antonio Ingroia. Poco dopo è arrivata anche la dichiarazione del procuratore capo del capoluogo siciliano Francesco Messineo: ”E’ un fatto positivo perché rapporta la nostra determinazione nel cercare la verità in questa vicenda”.

Sul fronte politico, interviene il leader dell’Idv Antonio Di Pietro, da sempre sostenitore della scelta: ”A forza di martellare siamo riusciti a far ammorbidire le pietre che stanno al governo, anche se abbiamo dovuto aspettare fino all’ultimo minuto”. Alla fine, sottolinea Di Pietro, “la decisione dell’esecutivo è arrivata a ridosso dell’udienza preliminare. E’ una scelta che ci sta bene e sta bene agli italiani, ma rimane l’amarezza di quanto abbiamo dovuto lottare, con i denti e con le mani, per una decisione che in realtà era ed è doverosa”.

Nel momentaneo silenzio del centrodestra, la polemica resta confinata nel centrosinistra: ”E’ una scelta positiva che noi abbiamo sostenuto e sulla quale, del resto, il governo aveva dato ampie rassicurazioni”, replica Laura Garavini, capogruppo del Pd in commissione Antimafia. “La campagna di Di Pietro non è stata utile, ha solo creato molto caos, un metodo ben poco costruttivo quando si affrontano temi così delicati”.

Intanto uno degli imputati, l’ex ufficiale dei carabinieri Giuseppe De Donno, ha presentato istanza di ricusazione del gup di Palermo Piergiorgio Morosini. Gli altri imputati sono i mafiosi Salvatore Riina, Nino Cinà, Bernardo Provenzano, Leoluca Bagarella e Giovanni Brusca; gli alti ufficiali del Ros Mario Mori e Antonio Subranni; senza dimenticare gli esponenti politici Calogero Mannino, Marcello Dell’Utri e Nicola Mancino, ex ministro dell’interno e già presidente dl Senato. Per tutti l’accusa è di attentato a corpo politico dello Stato, tranne che per Mancino, accusato di falsa testimonianza dopo la sua audizione al processo Mori-Obinu del 24 febbraio scorso. Secondo gli inquirenti palermitani, guidati dal procuratore aggiunto Antonio Ingroia, agirono “per turbare la regolare attività dei corpi politici dello Stato”. Secondo la stessa richiesta di rinvio a giudizio tutti coloro che parteciparono alla trattativa agirono “in concorso con l’allora capo della polizia Vincenzo Parisi e il vice direttore del Dap Francesco Di Maggio, deceduti”: loro avrebbero ammorbidito la linea dello Stato contro la mafia, revocando centinaia di 41 bis.

Da Palazzo Chigi la nota è di sole poche righe, ma la vicenda giudiziaria, per le sue implicazione, è una delle più importanti degli ultimi: “Il Consiglio dei ministri ha deliberato la costituzione di parte civile del governo all’udienza preliminare del procedimento penale davanti al Tribunale di Palermo a carico di Bagarella Leoluca Biagio e degli altri 11 imputati per i capi di imputazione di interesse dello Stato“.

Solo due giorni fa Mancino ha chiesto che fosse stralciata la sua posizione per essere giudicato dal Tribunale dei ministri.  Il politico, che si era rivolto al Quirinale per chiedere aiuto, si è sempre dichiarato “estraneo, lo dimostrerò. Dimostrerò la mia estraneità ai fatti addebitatimi ritenuti falsa testimonianza, e la mia fedeltà allo Stato” aveva detto subito dopo la richiesta della Procura di Palermo.  Le telefonate con il presidente della Repubblica, considerate irrilevanti dalla Procura, sono oggetto un conflitto sollevato dal capo dello Stato davanti alla Corte Costituzionale che dovrà decidere se la Procura di Palermo poteva intercettare una conversazione del capo dello Stato che però era stato captato casualmente perché parlava con l’indagato Mancino. Agli atti anche le conversazioni tra l’es ministro e il consigliere di Napolitano, Loris D’Ambrosio, poi morto per infarto.

Secondo la ricostruzione del procuratore aggiunto Antonio Ingroia e dei sostituti Antonino Di Matteo, Lia Sava e Francesco Del Bene, il primo contatto con Cosa Nostra sarebbe stato cercato da Mannino, che dopo l’omicidio di Salvo Lima era spaventato dall’aggressione di Cosa nostra nei confronti dei politici, incapaci di non aver saputo bloccare le sentenze del maxi processo. La trattativa sarebbe stata poi avviata dai carabinieri del Ros Mori e De Donno che incontrarono più volte don Vito Ciancimino, ex sindaco di Palermo, per arrivare a Riina. Il dialogo tra mafia e Stato sarebbe poi proseguito fino al novembre del 1993 quando l’allora Guardasigilli Giovanni Conso non rinnovó oltre 300 provvedimenti di 41 bis per detenuti mafiosi. L’apice dei contatti tra Stato e anti Stato sarebbe invece stato raggiunto nel 1994 quando Bagarella e Brusca, luogotenenti di Riina (arrestato un anno prima) manifestarono al nuovo premier Silvio Berlusconi “per il tramite di Vittorio Mangano e Dell’Utri” una serie di richieste finalizzate ad ottenere benefici di varia natura.  Secondo i magistrati sarebbero stati reticenti anche Conso e l’ex capo del Dap Adalberto Capriotti, accusati di false informazioni al pm. Per loro peró il codice prevede che il reato contestato rimanga “congelato” fino al primo grado di giudizio dell’indagine principale.

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Trattativa Stato-mafia, chiesti 11 rinvii a giudizio: “Istituzioni cercarono dialogo”

Gli ex ministri Mancino, accusato di falsa testimonianza, e Mannino hanno chiesto di essere giudicati con il rito abbreviato, la posizione di Provenzano è stata stralciata per motivi di salute. Contestato l’attentato, con violenza o minaccia, a corpo politico, amministrativo o giudiziario dello Stato, tutto aggravato dall’agevolazione di Cosa nostra

Una ricostruzione lunga due udienze per chiedere il rinvio a giudizio di tutti gli 11 imputati della trattativa tra pezzi dello Stato e Cosa Nostra. È la richiesta che il sostituto procuratore Antonino Di Matteo ha avanzato al giudice Piergiorgio Morosini, che dall’ottobre scorso presiede l’udienza preliminare del patto sotterraneo siglato tra pezzi delle istituzioni e la mafia. Toccherà ora al gup decidere se accogliere le richieste dell’accusa. Sulla stessa vicenda è stata pubblicata anche la relazione conclusiva della commissione antimafia presieduta da Beppe Pisanu.

Il pm ha passato in rassegna tutti gli elementi raccolti nell’indagine condotta dalla procura di Palermo negli ultimi anni: dall’uccisione dell’europarlamentare Salvo Lima, primo atto di guerra di Cosa Nostra allo Stato, fino all’incarico di contattare Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri che l’ex stalliere di Arcore Vittorio Mangano avrebbe ricevuto da Leoluca Bagarella. È a quel punto che, secondo il pm, si sarebbe siglato un nuovo patto tra la mafia e lo Stato. Il passaggio però non è piaciuto al boss corleonese, che ha infatti chiesto la parola per smentire di aver avuto contatti con elementi politici.

Insieme a Bagarella, sono imputati per violenza o minaccia a corpo politico dello Stato anche i boss Totò Riina e Antonino Cinà, considerato il “postino” del papello, il collaboratore di giustizia Giovanni Brusca, l’ex ministro democristiano Calogero Mannino, autore secondo i pm del primo input per aprire un contatto con Cosa Nostra, il senatore del Pdl Dell’Utri e l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino, accusato soltanto di falsa testimonianza dopo la sua deposizione al processo Mori-Obinu del febbraio scorso. Sia Mannino che Mancino hanno chiesto di essere giudicati con il rito abbreviato.

Alla sbarra anche tre alti ufficiali dei carabinieri: i generali Mario Mori e Antonio Subranni e l’ex colonnello Giuseppe De Donno. È invece imputato per calunnia nei confronti di Gianni De Gennaro uno dei testimoni eccellenti dell’inchiesta: Massimo Ciancimino, “agganciato” da De Donno per organizzare i primi incontri tra il Ros e l’ex sindaco mafioso di Palermo. “Non pensavamo che Ciancimino arrivasse davvero a Riina” ha detto al fattoquotidiano.it lo stesso De Donno. Per i pm i colloqui tra i carabinieri e Vito Ciancimino sono il primo atto formale di “interlocuzione” tra le istituzioni e Cosa Nostra. Un dialogo sotterraneo che, nella ricostruzione della procura, dura dal 1992 fino al 1994, ed ha come oggetto una vera e propria negoziazione tra i pezzi delle istituzioni e la mafia.

Oggetto principale della trattativa sarebbe poi divenuto l’alleggerimento del 41 bis, obiettivo che si sarebbe realizzato nel novembre del 1993, quando l’allora guardasigilli Giovanni Conso non rinnovò oltre 300 provvedimenti di carcere duro a detenuti mafiosi. Ed è proprio per proseguire la trattativa che, secondo il pm, i carabinieri del Ros non arrestarono deliberatamente il boss Nitto Santapaola, “intercettato nella zona di Barcellona Pozzo di Gotto senza che ne venissero informati i magistrati”.

Un importante salvacondotto sarebbe poi stato assicurato al boss (Bernardo Provenzano per la posizione del quale nei giorni scorsi è stato disposto lo stralcio) localizzato nella zona di Mezzojuso nel 1995, e lasciato volontariamente libero dai militari. Il “ragioniere” di Cosa Nostra era in origine tra gli imputati della trattativa, ma il gup Morosini ha stralciato la sua posizione, dopo che i periti neuropsichiatrici hanno sancito la sua incapacità di presenziare alle udienze. Per il mancato arresto del padrino corleonese sono attualmente sotto processo Mori e Obinu: è per questo che Di Matteo ha chiesto d’inserire agli atti dell’inchiesta anche l’intero fascicolo del procedimento che vede i due carabinieri accusati di favoreggiamento a Cosa Nostra.

Tra le decine di documenti dei faldoni che costituiscono l’inchiesta sulla trattativa, il pm ha prodotto anche una vignetta del disegnatore Giorgio Forattini. L’illustrazione, di poco successiva all’omicidio Lima, rappresenta l’allora presidente del consiglio Giulio Andreotti infilzato alle spalle da una lima. “Un’altra conferma – ha detto in aula Di Matteo – che l’omicidio Lima fu percepito come una minaccia al Governo allora in carica”. La chioma bianca dell’europarlamentare della Dc, rivolta nel sangue di Mondello è il prequel della trattativa Stato-mafia. “Una storia – ha detto sempre Di Matteo – nella quale la parte delle istituzioni che anche in nome di una inconfessabile ragion di Stato ha cercato e ottenuto il dialogo con la mafia”. Quel dialogo sotterraneo cercato da pezzi delle istituzioni avrebbe avuto come reazione “il convincimento negli uomini della mafia che le bombe pagano e determina la scelta della linea terroristica e un parziale cambiamento degli obiettivi da eliminare che non sono più i politici ma coloro i quali sono di ostacolo alla trattativa”. Alla fine della prima udienza anche il pentito Giovanni Brusca aveva chiesto di fare dichiarazioni spontanee. “La sinistra sapeva della trattativa – ha detto il collaboratore di giustizia – ma sono stato io il primo a dirlo: l’aveva detto già Riina in un processo e in quella sede aveva incluso nella Sinistra i comunisti”.

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Trattativa, distrutte le intercettazioni Napolitano-Mancino

Il gip di Palermo, Riccardo Ricciardi, ha distrutto le conversazioni nel carcere dell’Ucciardone, dove erano conservati i file. Il via libera era stato dato dalla Cassazione, che ha ritenuto “inammissibile” la richiesta di Massimo Ciancimino di ascoltare le telefonate

Trattativa, distrutte le intercettazioni Napolitano-Mancino

Dopo la sua rielezione al Quirinale, Giorgio Napolitano ha visto anche la chiusura della storia delle  intercettazioni del Colle con l’ex ministro Nicola Mancinoregistrate nell’ambito dell’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia. Tutte le conversazioni sono state, infatti, distrutte dal gip di Palermo, Riccardo Ricciardi.

La distruzione dei file audio è avvenuta nel carcere Ucciardone, dove si trova il server in cui i file erano conservati. Alle operazioni ha partecipato anche il tecnico della Rcs, la società che gestisce gli impianti di intercettazioni per conto della Procura di Palermo. “Le registrazioni  hanno costituito un vulnus costituzionalmente rilevante” e per questo devono essere distrutte “con procedura camerale”, senza contraddittorio tra le parti, si legge nelle motivazioni della sentenza della Cassazione, che aveva dato il via libera al macero, respingendo il ricorso di Massimo Ciancimino.

Quella delle intercettazioni tra il Colle e Mancino è una vicenda lunga, che ha visto numerose tappe. Le telefonate risalgono infatti a fine 2011, ma la storia è divenuta pubblica solo nel giugno scorso. Da lì il conflitto di attribuzione sollevato dal Quirinale nei confronti della Procura di Palermo, poi il pronunciamento della Corte costituzionale a dicembre e infine la richiesta dei pm di Palermo al gip di distruggere le telefonate. Ecco però poi  arrivare il ricorso di Massimo Ciancimino, che in quanto parte in causa ha chiesto, in virtù del diritto i difesa, di poter ascoltare le conversazioni. Richiesta ritenuta “inammissibile” dalla Corte di Cassazione, che ha dato quindi il via libera alla distruzione.

Il telefono sotto controllo su mandato degli inquirenti era quello di Mancino, in quella fase indagato e oggi imputato di falsa testimonianza: secondo i pm, l’ex ministro, insediatosi al Viminale il primo luglio 1992, sapeva della trattativa e avrebbe mentito sui rapporti tra pezzi dello Stato e pezzi di Cosa Nostra intercorsi nei primi anni ’90. Per lui e per altri undici indagati i pm hanno chiesto il rinvio a giudizio il 24 luglio scorso e l’udienza preliminare è in corso. Mancino, preoccupato per l’inchiesta che lo riguardava, ha compiuto diverse diverse telefonate contattando anche lo stesso Napolitano. Il Capo dello Stato ha ritenuto lese le proprie prerogative e la Consulta gli ha dato ragione.

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Trattativa Stato-mafia, ascoltato Licio Gelli

I magistrati siciliani hanno convocato l’ex capo della P2 come persona informata sui fatti. «Sono stati molto gentili»

Licio Gelli (Ansa) Licio Gelli (Ansa)

AREZZO – Di venerabile probabilmente gli resta soltanto l’età, 94 anni che compirà domenica 21 aprile. Eppure Licio Gelli, ex capo della loggia P2 e per molti uno dei depositari dei segreti più inconfessabili della storia d’Italia del Dopoguerra, continua ad interessare molte procure. Soprattutto quella di Palermo che sta indagando sulla trattativa tra Stato e mafia che sarebbe stata avviata dopo le stragi che dal 1992 al 1993 gettarono terrore e disperazione in Italia, uccidendo innocenti ed eroi come Falcone, Borsellino e gli uomini delle loro scorte.

A VILLA WANDA – Gelli, che vive a Villa Wanda, nei pressi di Arezzo (trenta stanze con vista su un parco di quasi tre ettari), è stato ascoltato giovedì per un’ora e mezzo da alcuni magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Palermo. Non è indagato, l’ex maestro venerabile, ed è stato convocato come persona informata sui fatti. Gelli è stato ascoltato da solo, ma alla fine dell’incontro con i magistrati ha raccontato al suo avvocato, Raffaello Giorgetti, che i pm (che non conosceva e non sapeva neppure arrivassero dalla Sicilia) gli hanno fatto alcuni nomi. «Ma io ho detto loro che non li conoscevo, solo uno l’ho sentito nominare sul giornale», ha spiegato Gelli al suo legale.

IL PROCESSO – L’ex venerabile ha inoltre raccontato di essersi trovato a suo agio davanti ai due magistrati. «Sono stati molto gentili», ha sottolineato. Gelli era stato convocato una ventina di giorni fa a Roma, ma poi è stato deciso di spostare l’incontro ad Arezzo per l’età avanzata dell’ex Venerabile. Il 27 maggio davanti alla prima sezione della Corte d’Assise di Palermo inizierà il processo sulla trattativa tra Stato-mafia. Negli anni Novanta il nome di Gelli è saltato fuori anche per un presunto progetto di Cosa Nostra di far nascere un proprio partito. Marco Gasperetti

Marco Gasperetti 18 aprile 2013 | 19:04

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Archivio › Storia della trattativa

Strage di Via D’Amelio, 19 luglio 1992

26 agosto 2012 • StatoMafia •
La strage di Via D'AmelioAlle 16:58 una Fiat 126 carica di Semtex esplode in Via D’Amelio a Palermo. Muoiono inceneriti il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta, Antonio Vullo, Claudio Traina, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli e Walter Cosina. Don Vito, appena saputa la notizia, chiama al telefono il figlio Massimo. Gli dice di venire immediatamente perché […]
Il PapelloIn seguito all’insistenza di Provenzano, don Vito decide di mettere mano al papello. L’idea è quella di riscriverne una versione più ammorbidita: una serie di contro-richieste indirizzate espressamente a Nicola Mancino, Virginio Rognoni e al Guardasigilli Claudio Martelli. E’ l’ultimo tentativo di far ragionare Riina. Don Vito infatti cancella alcune richieste del papello originale (come […]
Bernardo ProvenzanoProvenzano viene immediatamente informato da don Vito dell’interruzione della trattativa. Inizia un lavorio frenetico per tentare di riallacciare i contatti con i Carabinieri. Provenzano è convinto che si possa ancora fare uno sforzo per venire incontro alle richieste del Ros. Tenta di convincere don Vito a non desistere nella trattativa. Fonte: 19 luglio 1992

La trattativa si interrompe, 13 luglio 1992

26 agosto 2012 • StatoMafia •

Il giorno seguente, don Vito torna a Roma insieme con Massimo. Dà subito disposizione al figlio di contattare il capitano De Donno. Si organizza un altro incontro. E’ il terzo in ordine cronologico con il colonnello Mori (il quarto con De Donno). Don Vito mostra loro il papello redatto da Riina. I Carabinieri ritengono le […]

CianciminoDopo la visita al Cimitero dei Cappuccini alle ore 14:00 per il compleanno del padre, come concordato tramite pizzino don Vito incontra Provenzano nei pressi di Via Pacinotti, all’interno del negozio Mazzara. Chiede a Provenzano di fare un sforzo di mediazione e di convincere Riina ad ammorbidire le richieste impresentabili del papello. I due stabiliscono […]
Claudio MartelliDon Vito convoca il signor Franco a casa sua e gli consegna il papello ricevuto da Riina. Vuole avere una sua opinione in merito. Non solo. Don Vito rivela a Franco che, per tutelarsi, d’ora in poi vorrebbe registrare le sue conversazioni con Mori e De Donno. Avrebbe messo un registratore nella borsettina gialla che […]
Nicola MancinoMassimo torna a Roma e consegna al padre il papello. Don Vito lo apre in camera da letto con la solita precauzione dei guanti per non rischiare di lasciare impronte digitali. Lo legge e dà disposizione al figlio di contattare immediatamente sia il signor Franco che il capitano De Donno per avere degli appuntamenti separati. […]

Borsellino incontra Mori e De Donno, 25 giugno 1992

26 agosto 2012 • StatoMafia •
Mario MoriMori e De Donno incontrano Paolo Borsellino, in gran segreto, nella caserma di Carini. Ufficialmente, secondo quanto dichiarato più volte dagli stessi Mori e De Donno, si parla del dossier mafia-appalti che Borsellino sarebbe intenzionato a riprendere in mano. Spiega Mori: “In quei giorni ebbi ripetuti contatti telefonici col dottor Borsellino, che conoscevo da tempo, […]
Nicola MancinoSi insedia il nuovo governo Amato. Alla Difesa, Salvo Andò (PSI) subentra a Virginio Rognoni (DC). Vincenzo Scotti (DC), ex-Interni, viene spostato momentaneamente agli Esteri. Gli subentra Nicola Mancino (DC), colui che era stato indicato da Franco come la persona che sapeva della trattativa insieme al ministro Rognoni. Don Vito ne è certo: percepisce in […]
Paolo-BorsellinoQueste le parole di Borsellino: “In questo momento, oltre che magistrato, io sono testimone. Sono testimone perché, avendo vissuto a lungo la mia esperienza di lavoro accanto a Giovanni Falcone, prima di parlare in pubblico anche delle opinioni, anche delle convinzioni che io mi sono fatte raccogliendo tali confidenze, questi elementi che io porto dentro […]
Bernardo ProvenzanoDon Vito torna a Palermo. Nella sua abitazione posizionata sulla prima curva del monte Pellegrino, incontra di nuovo Bernardo Provenzano. Parlano della trattativa in corso con i Carabinieri. Provenzano dimostra nuovamente perplessità sull’operato di Riina. Non riesce proprio a comprendere perché abbia deciso di intraprendere la strada dell’uccisione di Lima, paradossalmente proprio nel momento in […]
Liliana FerraroLiliana Ferraro, l’allora capo degli affari penali di via Arenula e stretta collaboratrice di Giovanni Falcone, durante la messa del trigesimo anniversario della morte del giudice a Roma, viene avvicinata dal capitano De Donno. Le riferisce dei contatti presi con Vito Ciancimino tramite suo figlio Massimo. Contatta immediatamente anche il ministro della Giustizia Claudio Martelli […]
Paolo BorsellinoAd un mese dalla morte dell’amico Falcone, tra le fiaccole e con molta emozione parla di lui, cerca di raccontarlo: «La lotta alla mafia, il primo problema da risolvere nella nostra terra bellissima e disgraziata, non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale che coinvolgesse tutti e specialmente […]

Riina: “Si sono fatti sotto!”, 21 giugno 1992

26 agosto 2012 • StatoMafia •
Salvatore RiinaMassimo Ciancimino incontra il dottor Cinà e lo mette al corrente delle richieste dei Carabinieri. Riina viene subito informato della cosa ed è euforico: “Si sono fatti sotto!” Si mette immediatamente a scrivere un papello di dodici contro-richieste e lo consegna, redatto a penna in stampatello, a Cina’. E’ scritto in modo molto preciso e […]

Vito Ciancimino incontra Provenzano, 17 giugno 1992

26 agosto 2012 • StatoMafia •
Antonino CinàProvenzano e don Vito si incontrano a Palermo. Subito dopo, don Vito manda Massimo da Pino Lipari per richiedere un contatto ufficiale con Riina. Lipari però è appena stato arrestato nell’ambito dell’inchiesta mafia-appalti e Massimo viene ricevuto dalla moglie. Le chiede di poter aprire un canale preferenziale con Riina. La moglie di Lipari gli organizza […]
Mario MoriMori e De Donno spiegano a don Vito di essere mandati per conto del generale Antonio Subranni. Don Vito però ha grosse perplessità. Non ritiene che Subranni né Mori o De Donno possano avere il potere di garantirgli agevolazioni processuali. Inoltre, don Vito ha molti dubbi, soprattutto sull’opportunità di trattare con un personaggio imprevedibile e […]
Vito CianciminoDe Donno ribadisce la richiesta dei Carabinieri: resa incondizionata dei super-latitanti in cambio di agevolazione per le loro famiglie. Don Vito fa capire immediatamente che, con queste premesse, non e’ possibile andare avanti. E’ inimmaginabile che egli possa andare da Riina e Provenzano a proporre una cosa simile. Sarebbe pericoloso per la sua stessa incolumita’. […]

Inizia il Maxiprocesso, 10 febbraio 1986

25 agosto 2012 • StatoMafia •
Tommaso BuscettaDopo diversi anni di pianificazione, il processo iniziò il 10 febbraio 1986. La corte era presieduta da Alfonso Giordano, affiancato da due giudici a latere, uno dei quali era Piero Grasso, che erano i suoi “sostituti”, in modo tale da assicurare la continuità del procedimento nel caso in cui a Giordano fosse accaduto qualcosa di irreparabile prima della fine dello […]

L’assassinio di Antonino Scopelliti, 9 agosto 1991

25 agosto 2012 • StatoMafia •
Antonio ScopellitiIl magistrato fu ucciso il 9 agosto 1991, mentre era in vacanza in Calabria, sua terra d’origine, in località Piale (frazione di Villa San Giovanni, sulla strada provinciale tra Villa San Giovanni e Campo Calabro). Senza scorta, metodico nei suoi movimenti, Scopelliti venne intercettato dai suoi assassini mentre, a bordo della sua automobile, rientrava in paese dopo avere trascorso la giornata al mare. L’agguato […]

Omicidio di Salvo Lima, 12 marzo 1992

25 agosto 2012 • StatoMafia •
Omicidio di Salvo LimaVicesindaco di Palermo dal 1956 al 1958 e primo cittadino del capoluogo siciliano dal 1959 al 1963 e poi dal 1965 al 1968. La sua fine fu violenta: il 12 marzo del 1992, mentre stava per recarsi a lavoro dalla sua villa di Mondello a bordo di un’auto civile guidata da un docente universitario, Alfredo Li Vecchi, con un suo collaboratore ed assessore provinciale, Nando Liggio, un commando con alla testa […]
Vito CianciminoMassimo torna a Roma dopo il weekend passato a Palermo e riferisce al padre il contenuto del colloquio con il capitano De Donno. Don Vito non appare meravigliato della proposta di De Donno e anzi dice di voler prendersi un paio di giorni per pensarci. Fonte: 19 luglio 1992
Giuseppe De DonnoIl capitano del Ros spiega a Massimo che la loro idea è quella di costruire “un canale preferenziale e privilegiato” per poter interloquire con i vertici di Cosa Nostra tramite una persona stimata come suo padre. La proposta messa sul piatto dai Carabinieri è la resa totale e incondizionata di Cosa Nostra e l’auto-consegna dei […]
Giovanni FalconeDa un’idea di Giovanni Falcone, viene istituita la Procura Generale Antimafia e la figura del Procuratore Generale Antimafia. Questa figura è stata istituita con legge nel gennaio 1992. È sottoposto alla vigilanza del Procuratore generale presso la Corte di Cassazione che riferisce al Consiglio Superiore della Magistratura, circa l’attività svolta e i risultati conseguiti dalla […]

Nasce l’idea del pool antimafia, inizi del 1980

25 agosto 2012 • StatoMafia •
Rocco ChinniciAlla fine del 1979, Rocco Chinnici, magistrato in Cassazione, viene trasferito a Palermo a guidare l’ufficio Istruzione. Inzia da qui la serie di eventi che porterà alle stragi di Capaci e Via D’Amelio e alla trattativa tra Stato e Cosa Nostra. Chinnici organizza l’ufficio in modo simile a quanto avvenuto a Torino contro le Brigate […]

Assassinio di Beppe Montana, 29 luglio 1985

25 agosto 2012 • StatoMafia •
Beppe MontanaIl 28 luglio 1985, il giorno prima di andare in ferie, venne ucciso a colpi di pistola (una 357 Magnum ed una calibro 38 con proiettili ad espansione) mentre era con la fidanzata a Porticello, frazione del comune di Santa Flavia, nei pressi del porto dove era ormeggiato il suo motoscafo. Dal giorno della sua […]
Marcello Dell'UtriMarcello Dell’Utri contatta Ezio Cartotto, DC, e lo coinvolge nell’organizzazione di Forza Italia. «Nel maggio-giugno 1992», mette a verbale Cartotto davanti al Pm di Palermo Domenico Gozzo, «sono stato contattato da Marcello Dell’Utri perché lo stesso voleva coinvolgermi in un progetto da lui caldeggiato. In particolare Dell’Utri sosteneva la necessità che, di fronte al crollo […]
Paolo BorsellinoNel pomeriggio del 21 maggio, nella sua abitazione di via Cilea a Palermo, Paolo Borsellino rilascia ai giornalisti francesi Jean-Pierre Moscardo e Fabrizio Calvi un’intervista in cui menziona alcune delle “teste di ponte” della mafia al nord Italia. L’ intervista scomparsa di Paolo Borsellino, è un documento eccezionale e assolutamente inedito. I due reporter stanno […]

Scalfaro Presidente della Repubblica, 23 maggio 1992

26 agosto 2012 • StatoMafia •
Oscar Luigi ScalfaroDopo la strage di Capaci, cade definitivamente la candidatura di Andreotti. Scalfaro fu eletto Capo dello Stato (al sedicesimo scrutinio) con 672 voti, espressi dai democristiani, dai socialisti, dai socialdemocratici, dai liberali, dal PDS, dai Verdi, dai Radicali e dalla Rete. La Lega Nord diede 75 voti al suo candidato Gianfranco Miglio, il Movimento Sociale […]
Vincenzo ScottiPaolo Borsellino decide di scrivere una lettera al ministro Scotti: «La scomparsa di Giovanni Falcone mi ha reso destinatario di un dolore che mi impedisce», scrive Borsellino, «di rendermi beneficiario di effetti comunque riconducibili a tale luttuoso evento». Il giudice chiede quindi di poter «continuare a Palermo» la sua opera, «in una procura della Repubblica […]
Bernardo ProvenzanoDon Vito chiede a Provenzano consigli su come muoversi e vuole da lui un’autorizzazione ufficiale a parlare con i Carabinieri. Il boss dà il via libera a don Vito a trattare. Nonostante le diffidenze verso l’Arma, considera la trattativa come l’unica strada percorribile: “Va bene, facciamo un tentativo, prova a trattare, prova a proporti da […]

Archivio › Storia della trattativa

Omicidio Dalla ChiesaAlle ore 21.15 del 3 settembre del 1982, la A112 bianca sulla quale viaggiava il prefetto, guidata dalla moglie Emanuela Setti Carraro, fu affiancata, in via Isidoro Carini, a Palermo, da una BMW dalla quale partirono alcune raffiche diKalashnikov AK-47 che uccisero il prefetto e la moglie. Nello stesso momento l’auto con a bordo l’autista […]

Assassinio di Rocco Chinnici, 29 luglio 1983

25 agosto 2012 • StatoMafia •
Rocco ChinniciRocco Chinnici è stato ucciso il 29 luglio 1983 con una Fiat 127 imbottita di esplosivo davanti alla sua abitazione in via Pipitone Federico a Palermo, all’età di cinquantotto anni. Ad azionare il detonatore che provocò l’esplosione fu il killer mafioso Antonino Madonia. Accanto al suo corpo giacevano altre tre vittime raggiunte in pieno dall’esplosione: […]
Tommaso BuscettaIl 24 ottobre 1983 quaranta poliziotti circondarono la sua abitazione a San Paolo e lo arrestarono assieme alla moglie, portandolo in commissariato. A nulla valse un tentativo di corruzione operato dallo stesso Buscetta, che venne rinchiuso in prigione per alcuni omicidi collegati con lo spaccio di droga. Nel 1984 i giudici Giovanni Falcone e Vincenzo […]
AulaIn Cassazione molte sentenze di condanna per processi riguardanti mafiosi furono annullate ad opera di una Sezione della Corte presieduta dal giudice Corrado Carnevale, in seguito anch’egli accusato di collusione con la mafia ed infine prosciolto dopo un lungo ed articolato iter processuale che vide alternarsi condanne ed assoluzioni (la tesi dell’accusa era che, essendo […]
Vincenzo ParisiE’ il 16 marzo del 1992, quando un documento, a firma del capo della Polizia Vincenzo Parisi, viene inviato a tutti: prefetti, questori, l’alto commissario per la lotta alla mafia, il direttore della Dia, i capi del servizio segreto civile e a quello militare. Quattro giorni prima, il 12 marzo, è morto a Palermo Salvo […]
Alfonso GiordanoIl processo terminò il 16 dicembre 1987, circa due anni dopo il suo inizio. La sentenza fu letta alle 19:30, e ci volle un’ora perché venisse letta completamente. Dei 475 imputati – presenti e non – 360 vennero condannati. 2665 anni di condanne al carcere vennero divisi fra i colpevoli, non includendo gli ergastoli comminati ai diciannove boss di […]
Giulio AndreottiIl 13 maggio del 1992 iniziano gli scrutini per l’elezione del Presidente della Repubblica. Andreotti è in corsa per la carica.
Massimo CianciminoMassimo Ciancimino e il capitano del Ros Giuseppe De Donno si incontrano casualmente nell’area del check-in dell’aeroporto di Fiumicino. Viaggeranno accanto per tutta la durata del volo. Parlando della strage di Capaci, Massimo rivela a De Donno che il padre Vito, mafioso, è rimasto molto scosso e gli ha riferito: “Questa non è più mafia. […]

Strage di Capaci, 23 maggio 1992

25 agosto 2012 • StatoMafia •
Strage di CapaciIl 23 maggio 1992, sull’autostrada A29, nei pressi dello svincolo di Capaci e a pochi chilometri da Palermo, persero la vita il magistrato antimafia Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e i tre agenti della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. Nel tragico attentato sono rimasti illesi altri quattro componenti del gruppo al seguito […]
Carlo Alberto Dalla ChiesaNel 1982 Carlo Alberto dalla Chiesa viene nominato dal consiglio dei ministri prefetto di Palermo, e posto contemporaneamente in congedo dall’Arma. Il tentativo del governo è quello di ottenere contro Cosa nostra gli stessi risultati brillanti ottenuti contro le Brigate Rosse. Dalla Chiesa inizialmente si dimostrò perplesso da tale nomina, ma venne convinto dal ministro Virginio Rognoni, che gli promise poteri fuori dall’ordinario per […]

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Alfonso GiordanoIl processo terminò il 16 dicembre 1987, circa due anni dopo il suo inizio. La sentenza fu letta alle 19:30, e ci volle un’ora perché venisse letta completamente. Dei 475 imputati – presenti e non – 360 vennero condannati. 2665 anni di condanne al carcere vennero divisi fra i colpevoli, non includendo gli ergastoli comminati ai diciannove boss di […]
Giulio AndreottiIl 13 maggio del 1992 iniziano gli scrutini per l’elezione del Presidente della Repubblica. Andreotti è in corsa per la carica.

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Ritrovata la borsa di Dalla Chiesa, è vuota senza documenti

Il vuoto. E’ tutto quello che resta della tragica scomparsa del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, di sua moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente di scorta Domenico Russo in quel 3 settembre del 1982 in una Palermo strozzata e ammutolita da una guerra di mafia infinita. Vuota la cassaforte del generale, vuota la scatola che c’era dentro e vuota ora pure la borsa di pelle che il generale portava sempre con sè. L’amara realtà sulla borsa del generale emerge 31 anni dopo il suo assassinio. I magistrati di Palermo l’hanno ritrovata nel bunker sotterraneo del palazzo di giustizia del capoluogo siciliano.
Nomi scottanti Dentro la borsa non c’è più nulla. Nemmeno un foglio di carta. Dall’ufficio corpi di reato è scomparso tutto. Il pm Nino Di Matteo e il suo pool di magistrati hanno visuionato i reperti dopo una lettera di un “carabiniere ben informato” che con una lettera inviata proprio a Di Matteo aveva riacceso i riflettori sulla trattativa Stato-Mafia e sui documenti e soprattutto gli appunti che aveva dalla Chiesa poco prima di morire. L’anonimo carabiniere scrive nella lettera: “Nella borsa c’erano documenti relativi a indagini svolte personalmente dal prefetto e una lista di nomi scottanti. Un ufficiale dell’Arma ha messo al sicuro la valigetta”. Un pò troppo al sicuro. I documenti sono spariti e con loro tutti i segreti che portava Dalla Chiesa, utili oggi per far luce sulla vicenda. Una storia quella del prefetto Dalla Chiesa che resta oscura dopo decenni. Intanto la verità continua dormire nel sottoscala del tribunale di Palermo. (I.S.)

http://www.liberoquotidiano.it/news/italia/1232018/Dalla-Chiesa–il-giallo-della-borsa–i-magistrati-la-trovano-ma-e-vuota.html

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Pio La Torre. La lotta alla mafia non c’è più.

domani, come ogni anno, sarà ricordato a Palermo Pio La Torre. Una cerimonia che è diventata sempre più “ufficiale”, sempre più vuota di contenuti. La stessa cosa è avvenuta per il ricordo di Falcone e di Borsellino e degli altri giudici ammazzati dalla mafia.
Mentre il paese reale precipita nella crisi più grande della sua storia, il paese ufficiale ha una luna di miele. Vive le grandi intese che hanno permesso il varo del governo Letta con l’appoggio di circa il settanta per cento del Parlamento. Non c’è più praticamente opposizione tranne quella del M5S e dei comunisti. Ma la maggioranza non si è formata su un programma che in qualche modo realizzi rivendicazioni profonde delle società italiana ed un progetto di giustizia. Si è formata sulla linea indicata dall’Europa e dai “mercati” che vogliono la soppressione dei diritti dei lavoratori e del welfare a cominciare dalle pensioni.
Le feste del 1 maggio di quest’anno saranno fatte da CGIL,CISL,UIL che hanno invitato sul palco i dirigenti della Confindustria e delle altre associazioni padronali. Anche qui “grandi intese” ma certo non per dare di più ai lavoratori ed alle loro famiglie. La scelta dei vertici sindacali di festeggiare assieme al padronato ha lo scopo di stravolgere il senso della storia e questo avviene nel punto più basso toccato dai lavoratori che vivono nel terrore di perdere il posto dopo avere perduto ogni diritto.
A differenza di trenta anni fa non avremo aperta la questione dei missili a Comiso contro i quali si è battuto ed ha mobilitato la Sicilia Pio La Torre che molto probabilmente è stato ucciso proprio a causa di questa opposizione. Abbiamo la questione del MUOS del terribile sistema installato dagli USA a Niscemi per spiare il mondo e per dirigere i Drone nelle loro missioni di morte. Per quanto la Regione diretta da Crocetta si sia schierata contro i Muos dubito molto che essi non saranno installati. Non esiste una opposizione politica forte ed estesa a questo progetto che vada al di là dei comunisti, di 5 stelle e dei comitati di base.
In quanto alla lotta alla mafia credo che questa sia stata relegata dallo Stato soltanto al livello militare. Questa è l’indicazione che è venuta dalla decisione della Corte Costituzionale sollecitata da Napolitano di fare incenerire le intercettazioni telefoniche di Mancino. L’orientamento della Magistratura è cambiato. Ingroia è stato confinato ad Aosta e gli altri giudici antimafia stanno vivendo grosse difficoltà. Non credo proprio che il governo Letta farà niente per rilanciare la lotta alla mafia.
Questa intanto si è estesa a tutta l’Italia ed anche in Europa. La mafia si è inabissata dopo la “cattura” di Provenzano. Non ci sono più le centinaia di omicidi degli anni settanta o ottanta. Ma la mancanza di crimini di sangue non significa che abbia perduto peso o rilevanza. La mancanza di crimini di sangue è un segno di unità e di prosperità delle associazioni mafiose.
Non credo che l’antimafia come era concepita e praticata da Pio La Torre abbia a che fare con quella che viene oggi praticata dallo Stato. Uno Stato controllato dalla Massoneria euroatlantica che attraverso la Triade del FMI,della BCE e della UE impone programmi sempre più pesanti e difficili da sopportare. L’antimafia si perfezionerà sempre di più nella lotta agli affari criminali della mafia come il traffico di droga, lo sfruttamento della prostituzione, il pizzo. Ma non andrà molto oltre. Del rapporto mafia-stato non si parlerà più. Come se non ci fosse mai stato, come se non esistesse.

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E ora mordacchia ai magistrati

di Marco Travaglio

Ridurre l’azione dei pm. Tagliare le indagini preliminari. Imbavagliare le intercettazioni. Introdurre un quarto grado di giudizio. Sono le idee dei ‘saggi’ sulla giustizia. Che la nuova maggioranza vuole far passare
(29 aprile 2013)

Del nuovo governo si sa soltanto che partirà dal programma compilato in dieci giorni dai dieci “saggi” di Napolitano. E, siccome Berlusconi sarà della partita, si occuperà parecchio di giustizia, materia su cui si sono saggiamente sbizzarriti Violante (Ds), Onida (Sel), Quagliariello (Pdl) e Mauro (Scelta civica). I giornali hanno parlato di “libro dei sogni”. Ma era meglio dire incubi. La premessa è gia tutta un programma: evitare «i conflitti ricorrenti tra politica e giustizia». Quali, non è dato sapere: dalle cronache risultano ricorrenti indagini e processi su politici che commettono reati. Se un politico ruba o tresca con la mafia, c’è un conflitto fra lui e il pm che indaga? E come evitare che pm indaghino su politici? Dicendo ai politici di non delinquere o ai pm di non indagare?

I saggi preferiscono la seconda opzione.

1) Azione penale: «Contenere il fenomeno di iniziative che tendono a intervenire in sostanziale assenza di vere, oggettive e gia acquisite notizie di reato». Traduzione: il pm deve attendere che le notizie di reato gliele portino le forze di polizia, tutte dipendenti dal governo, cioè dai politici che magari hanno commesso il reato. Così sarà molto più improbabile scoprire i reati dei politici e dei loro amici, e si processeranno solo i poveracci.

2) Intercettazioni: «Particolare attenzione per gli strumenti investigativi più invasivi… come le intercettazioni delle conversazioni per le quali dev’essere resa cogente la loro qualità di mezzo per la ricerca della prova, e non di strumento di ricerca del reato… Occorre porre limiti alla loro divulgazione». Torna, col solito pretesto della privacy (già ampiamente tutelata dalla legge Rodotà del ’96), il bavaglio alla stampa. Ma anche una forte limitazione a uno strumento fondamentale per le indagini. E lo scopo, spudoratamente dichiarato, è quello di coprire i reati sommersi tipici dei colletti bianchi. Altrimenti deplorare la “ricerca del reato”, contrapposta alla “ricerca della prova”, è un non-sense: a nessun giudice verrebbe in mente di intercettare qualcuno se non è sospettato di qualcosa (la legge richiede gravi indizi di reato). Accade però che, intercettando un indiziato per un reato, se ne scoprano altri, suoi o altrui. Oggi quella prova vale, domani “saggiamente” non più. Resta da capire come i punti 1 e 2 siano compatibili con l’auspicio di «una maggiore efficacia preventiva e repressiva nella vita politica, amministrativa ed economica».

3) Tempi lunghi: «Rispetto effettivo dei tempi di ragionevole durata dei processi, oggi carente». La ragione della “carenza”, secondo i saggi, non sono – come qualche ingenuo potrebbe pensare – la prescrizione, le manovre dilatorie degli avvocati vip per agguantarla, gli infiniti gradi di giudizio e le notifiche a imputati e parti civili spesso introvabili (anziché agli avvocati). Bensì la lunghezza delle indagini preliminari, la cui durata va “contenuta” per legge. Forse lorsignori non sanno che le indagini possono durare al massimo 18 mesi (24 per mafia e terrorismo). Che è proprio il minimo, specie per i delitti che richiedono lunghe rogatorie e perizie. Accorciarli ancora significa archiviare quasi tutti i fascicoli per corruzione o frode fiscale . Ma i saggi una ne fanno e cento ne pensano.

4) «Introduzione di forme di ricorso individuale alla Corte costituzionale per violazione dei diritti fondamentali». Cioè: per sveltire i processi, oggi impostati su sei fasi di giudizio (indagini, deposito atti, udienza preliminare, tribunale, appello e Cassazione), se ne aggiunge una settima: il ricorso alla Consulta contro le condanne definitive. 5) Ideona: se un pm troppo attivo contro i potenti finisce sotto processo disciplinare, a giudicarlo in appello non sarà più il Csm (organo di autogoverno, dunque formato per due terzi da toghe), ma «una Corte composta per un terzo da magistrati, per un terzo da eletti dal Parlamento e per un terzo da persone scelte dal Presidente della Repubblica» (organo di etero-governo, per due terzi politico: un plotone di esecuzione).

ULTIMA DELIZIA : sul conflitto d’interessi si partirà da «proposte che non possano essere identificate come mosse da spirito di parte». Ci siamo capiti.

http://espresso.repubblica.it/dettaglio/e-ora-mordacchia-ai-magistrati/2205793

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Governo Letta: tassazione senza rappresentanza

Dopo una campagna elettorale basata, sia da parte PD che da parte PdL, sul nemico (il giaguaro da smacchiare per il PD e il pericolo comunista o le toghe rosse per il PdL) arriva il governo dell’inciucio, dove quelli che si erano presentati come nemici si manifestano invece come alleati.
I temi della campagna elettorale evaporano come neve al sole, e il neonato governo del bastone si appresta a massacrare il popolo con una valanga di nuove tasse, mentre dichiara di fare il contrario.

La neolingua di Orwell in questo caso si applica alla perfezione. Si parla di aiuti all’Italia e si intende aiuti alle banche. Si parla di responsabilità e si intende scaricare sul popolo le ruberie della casta.

Si evidenziano comunque alcune tendenze e si possono prospettare alcune azioni.

Lo scudo a Berlusconi
Una delle prime azioni dell’esecutivo sarà fornire a Berlusconi lo scudo definitivo contro i giudici che egli sicuramente ha messo come condizione per il proprio appoggio. A breve vedremo qual è la soluzione trovata. Una potrebbe essere la nomina a senatore a vita, con la prospettiva successiva di un incarico di maggior prestigio (presidenza della repubblica).

The show must go on
La sensazione che arriva dai media è che ad ogni costo bisogna tenere la scena. Ciò è ancora più importante quando non si ha niente da dire.
Bisogna evitare che gli spettatori vadano via (anche metaforicamente, evitare che si distraggano dalla recita e comincino a pensare con la propria testa).
Quindi continua la valanga di talk show di politica dove tutti i teatranti a turno parlano di argomenti inessenziali. Riforme, responsabilità, emergenza, concertazione, sono parole che si possono usare tranquillamente, perché ormai da tempo sono state svuotate di significato. Europa da citare sempre in termini positivi.
A volte servirà fare qualche promessa, che comunque verrà smentita al momento buono (es. abolizione dell’IMU).

La legge elettorale
La legge elettorale è uno degli argomenti di cui si parlerà molto. Non è un argomento pericoloso, perchè tanto non si farà. Non si può fare una legge elettorale se prima non si sa come tener fuori il M5S, o almeno minimizzare la sua presenza in Parlamento. Ma i numeri cambiano in continuazione e la soluzione per far fuori il M5S è ancora da trovare.
Quindi la legge elettorale si farà subito prima dello scioglimento delle camere. Nel frattempo partirà la fabbrica del fango, per cercare di coprire di sterco chiunque aderisca al M5S.

La strategia del bromuro
Nel frattempo per il dissenso si privilegia la strategia del bromuro rispetto all’abusata strategia della tensione. Il dissenso viene minimizzato, viene considerato gesto individuale di esaltati. A nessun costo bisogna ammettere che ormai la disaffezione verso i partiti di governo nella popolazione è totale.
La tecnica è collaudata, spettacolo al posto del lavoro. Per chi non si accontenta c’è il gratta e vinci. E se anche questo non basta si alzerà il livello della musica.
Sperando che il popolo non si ricordi di quando la tassazione senza rappresentanza portò ad una rivoluzione.

Economia, economia, economia
Nei talk show si continuerà a parlare diffusamente di economia, che andrebbe intesa invece come monetarismo. Nel pensiero unico del governo delle banche l’unico modo di governare l’economia è il monetarismo, quindi si discuterà all’infinito di come sostenere i consumi con manovre puntuali.
Si accennerà anche alle due versioni del monetarismo, quella USA, che prevede di stampare denaro all’infinito, e quella europea basata sull’austerità. Si farà così finta di mostrare più punti di vista (dando chiaramente ragione alla fine al modello europeo, ma con qualche correzione in base all’esperienza degli USA).
E’ ormai dimenticata la politica economica, quella ben studiata da Federico Caffè, che si poneva in un’ottica anche a lungo periodo, per vedere come le azioni governative pilotavano le attività produttive. La scusa è che senza la possibilità di manovrare la leva del cambio non c’è il controllo dell’economia.
In realtà la leva del cambio della moneta è solo una delle azioni si cui il governo può agire. Non è difficile capire che intervenendo sui fondamentali: agricoltura, industria, scuola, sanità, il denaro speso resta in Italia e la quantità di circolante è ben superiore a quella che si ha sostenendo i consumi. Insomma è alla base della catena produttiva che bisogna intervenire, non nella fase finale dell’acquisto. Anche se numerose restrizioni sono imposte da quel consorzio di banche detto Europa, restano numerose possibilità di manovra. Un esempio sono gli incentivi al fotovoltaico.

Ma ai nostri governanti questo non interessa, loro lavorano per le banche.

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16 maggio 2013

VIDEO

Via D’amelio, i ladri dell’agenda rossa: spunta video inedito

Nel nastro scoperto dalla Procura di Caltanissetta ci sono momenti che seguirono l’uccisione di Borsellino. Viene immortalato il colonnello Giovanni Arcangioli che parla accanto alla blindata del magistrato. Le immagini in esclusiva pubblicate da Repubblica

Redazione PalermoToday15 maggio 2013

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BRUSCA È QUASI INNOCENTE ?

DI PIERO LAPORTA
pierolaporta.it

Un libro sbagliato che tuttavia apre a un’ipotesi inquietante: un’altra mano dietro la strage di Capaci? Stefania Limiti, “Doppio Livello, come si organizza la destabilizzazione in Italia” (ed. Chiarelettere). Quasi 500 pagine, documentate, ricche di riferimenti, dense di fatti e pure di congetture inconcludenti.

L’interesse si fa acuto nel capitolo di Capaci, l’ultimo di otto: “Dopo la strage di Capaci”, in effetti, a differenza di quanto avvenne poi per quella di via D’Amelio, esecutori e concorrenti esterni non ebbero alcun bisogno di depistare l’inchiesta”. Tenuto conto di quanto segue, tali parole non fanno onore a chi investigò sulla morte di Falcone.

Nella tavola qui accanto sono riassunti taluni aspetti controversi, che la Limiti non ha approfondito né scientificamente ma neppure analiticamente.
Non di meno la Limiti introduce un indizio per Capaci che, se avvalorato, certificherebbe Giovanni Brusca innocente della morte (ma colpevole della preparazione dell’attentato) e suo malgrado prigioniero d’un burattinaio raffinatissimo e potente.

Ho quindi scritto a parte sui primi sette capitoli (si può leggere qui), preferendo concentrarmi sulle pagine di Capaci per spiegare perché l’analisi della Limiti è errata, così com’è basata acriticamente sulle “rivelazioni” di un c.d. “gladiatore” (dell’organizazione Stay Behind del SID/SISMI?!?). Faccio così perché le prime 400 pagine, a dispetto della ricchezza della ricerca – un vero sciupio – rispecchiano la consueta tesi del giornalismo italiano: “Le stragi? Responsabilità di Nato, Cia, massoneria, P2, servizi deviati…” Ne siamo certi? Non c’era nessun altro fattore? Sarà proprio il capitolo su Capaci a suggerirci, come vedremo, che forse altre manine e di certo la stupidità potrebbero avere avuto ruoli non secondari.

Appare necessario rintracciare il c.d. gladiatore, per capire perché talvolta sembri intorbidire le acque. L’Autrice può/deve nascondersi dietro il segreto professionale, ovvio. Non di meno il c.d. gladiatore, se davvero è tale, appartiene ai servizi segreti e, come si sa, la legge guarda con attenzione alla collaborazione fra giornalisti e servizi, tanto più se l’Autrice (come conferma la sua lettera, leggi qui) è acritica col c.d. gladiatore, gli scopi del quale sono comunque da approfondire, visto che le sue parole non appaiono aderenti alla verità. In ogni caso il c.d. gladiatore – se ancora esiste – è facile trovarlo. Se un magistrato è interessato, siamo pronti a spiegargli come fare. A meno che tutti i magistrati, proprio tutti, gradiscano questo libro così com’è; in tal caso sarebbe un’altra storia.

Un’Auto Troppo Lenta Eppure Puntuale


Nel capitolo “False Bandiere a Capaci”
(Stefania Limiti “Doppio Livello” ed. ChiareLettere) l’Autrice afferma che la carica esplosiva, preparata e collocata dalla mafia, fu successivamente potenziata da una mano misteriosa. Secondo l’Autrice glielo ha rivelato un sedicente “gladiatore” (cioé della organizzazione atlantica “Stay Behind) da lei intervistato [testo evidenziato in giallo].

«Scusi, che intende quando dice che non c’erano solo quattro mafiosi?» chiesi all’ex gladiatore. «Può farmi capire meglio?» L’uomo di Gladio mi raccontò allora che quando sua figlia era piccola amava accompagnarlo in barca e pescare con lui: «Naturalmente, non era ancora in grado di tirare su pesci e allora, pur di farla divertire, la armavo di canna con una lenza rivolta verso il basso e poi, sempre accanto a lei, gettavo in acqua la mia canna aspettando che la preda abboccasse alla mia esca. Appena sentivo che la mia canna si muoveva, cercavo di agganciarmi alla sua lenza così che lei potesse sentire il movimento e illudersi di aver pescato … quando tiravamo su era cosi felice che certo non distingueva le due canne … Mi creda, Stefania, quei poveri scemi piazzati nella casetta sopra la curva dell’autostrada credono davvero di aver compiuto un attentato con tutti i crismi della professionalità degna dei migliori artificieri militari operanti in un teatro di guerra… ma alla fine assomigliano molto alla mia bimba… non si sono accorti che altri, ben più all’altezza di tali situazioni, hanno fatto tutto con grande capacità, lasciando a loro solo l’effimera illusione di essere veri criminali … Credo che quella tecnica sia stata applicata molte altre volte e che l’innocente inganno della canna da pesca possa spiegare non solo i segreti di Capaci». La storia si interrompe qui, senza un bel finale. Ma possiamo provare a ricomporla grazie al lavoro di alcuni magistrati. [grassetto aggiunto]

gladiatoreQuesto racconto non convince. Se il gladiatore fosse sincero e informato, non dovrebbe opporre difficoltà a chiarire qual è stata la manipolazione, qual è stata la “seconda canna” e in quale modo fu data in mano ai “poveri scemi”.

La manipolazione di quella esplosione infatti può concernere solo due elementi: l’esplosivo e l’innesco che lo fa scoppiare. Se vi fosse stato un timer, questa sarebbe stata una terza possibilità; è tuttavia dimostrato che un timer non c’era.

Il «gladiatore» la dà a intendere ma non spiega: è tipico di chi mente e vuole lasciarsi comunque una via di fuga. Non è l’unica ombra nel comportamento di costui, come vedremo, né la più grave.

Non di meno l’Autrice e, a suo dire, un piemme poggiano una deduzione sulle fumosità del sedicente gladiatore: la “seconda canna”, la manipolazione fu il potenziamento della carica esplosiva all’ insaputa dei “poveri scemi”. La ragione del potenziamento dell’esplosivo, secondo l’Autrice? Entità ignote volevano essere certe di colpire comunque l’auto di Falcone, sebbene fosse in movimento.

A parte il fatto che potevano pensarci prima, queste misteriose entità a far mettere più esplosivo, la deduzione della Limiti è invece un errore marchiano per almeno per le due seguenti ragioni.

Primo. La perizia sugli esplosivi, redatta all’indomani dell’attentato dagli esperti incaricati dal tribunale, [leggila qui] certificò scientificamente quantità e qualità dell’esplosivo. Queste certezze furono poi confermate dalle indagini successive.

Secondo. Un esperto sa molto bene che l’esplosivo perde esponenzialmente la sua efficacia col crescere della distanza dall’obiettivo. L’autista di Falcone, Giuseppe Costanza, si salvò trovandosi 50 centimetri dietro il giudice. Si sarebbe probabilmente salvato anche se l’esplosione fosse stata più potente. Per un esperto il problema più acuto in un tale attentato è realizzare la contiguità fra scoppio e vittima, cioè far coincidere il tempo dello scoppio con l’istante della presenza della vittima nelle immediate vicinanze dell’esplosivo.

La preparazione dell’attentato

I mafiosi fecero numerose prove di velocità, al fine di stabilire come e quando dare l’impulso radiocomandato all’esplosione mentre transitava l’auto di Falcone. Tutte le prove presumevano che l’auto di Falcone viaggiasse a 160-170 chilometri orari.

Essi pertanto posero un indicatore – un rottame di frigorifero – sul margine della carreggiata. Quando l’auto di Falcone fosse stata allineata col frigorifero, Brusca avrebbe dato l’impulso radio alla deflagrazione. Tutte le prove compiute dai mafiosi ruotarono intorno a tale procedura.

La distanza tra frigorifero ed esplosivo era 30 metri.

Questi esperimenti – che come vedremo sono fallaci – offrono tuttavia una preziosa informazione oggettiva circa la scarsità di riflessi di Giovanni Brusca, il mafioso che manovrava il telecomando. Appuriamola.

“v” è la velocità, “s” lo spazio, “t” il tempo.

170 km/h è pari a 47 metri al secondo, pertanto:

s:v = t, cioè 30 /47 = 0,63 secondi

In altre parole, Brusca aveva necessità di 0,63 secondi dal momento in cui il suo cervello percepiva il segnale (auto allineata col frigo) al momento in cui egli premeva il pulsante.

Un tempo di reazione normale è 0,2 secondi. Il tempo di reazione di Brusca è invece tre volte più alto.

La differenza fra i due valori è importante poiché l’auto lanciata a 170 km/h in 0,63 secondi percorre 30 metri. L’auto di Falcone tuttavia non sfiorò neppure i 170 km orari.

Dimostreremo che nel momento fatale essa procedeva a 80-90 km/h e con questa velocità tuttavia il tempo di reazione di Brusca peggiorava le possibilità di successo, l’auto di Falcone a 90 km orari percorre 17 metri in 0,63 secondi (il tempo di reazione di Brusca). tenuto conto che il frigorifero era a 30 metri, dopo 0,63 secondi Falcone avrebbe coperto 17 metri e quindi si sarebbe stato a 13 metri dall’esplosione, cioé alla distanza che poi ebbe la terza auto del convoglio, i cui componenti si salvarono tutti.

Falcone invece fu puntuale sull’esplosione, purtroppo, nonostante l’auto fosse troppo lenta.

Sottolineiamo ora che la pianificazione di Brusca e dei suoi compari presentava un errore grossolano, che la dice lunga sulla loro professionalità: davano per certa la velocità, 170 km/h.

Questo errore è marchiano per almeno tre gravi motivi: 1) quel modello di Croma (blindata per di più) raggiungeva molto difficilmente i 170 km/h; 2) Falcone limitava la velocità a non più di 120 km/h quando viaggiava con la moglie; 3) la velocità non è un parametro fisso, bensì una variabile del tutto incontrollabile da parte dei malviventi, conseguentemente è soggetta soltanto alle imprevedibili scelte di chi guida l’auto.

Pertanto, la congettura “160-170 km/h” era un formidabile e irreparabile errore in partenza. Questo grave errore nella pianificazione fu causato dalla fretta? Difficile dirlo ma sarebbe necessario indagare se fu la fretta a collocare l’attentato nel mentre si eleggeva il presidente della repubblica in Parlamento.

Pregiudizi e Indagini Inconcludenti

Il personale di Stay Behind (c.d. Gladio) era sottoposto a un addestramento accurato, vasto e di ottima qualità. Tale addestramento includeva la pratica e la teoria degli esplosivi. Come mai il sedicente gladiatore non ha fatto cenno alle questioni elementari che abbiamo appena illustrato?

Vedremo che mostrerà imprecisioni ulteriori e più gravi.

L’Autrice e, a suo dire, taluni magistrati requirenti – sulla base delle dichiarazioni del preesunto gladiatore – non di meno sostengono che vi sia stata un’altra manina oltre quella della mafia che ha avuto parte nell’attentato.

Ne è convinto pure il magistrato Giuseppe Ayala, citato dalla Limiti [testo evidenziato giallo].

Secondo un magistrato molto informato, Giuseppe Ayala, il coinvolgimento nelle stragi del1992 dei «Centri occulti di potere» è addirittura «certificato». Due circostanze inoppugnabili, «ossia la cancellazione delle annotazioni contenute nel computer di Falcone e la scomparsa dell’agenda di Borsellino», sono lì a provarlo: «Né l’una né l’altra, infatti, possono ragionevolmente essere attribuite a uomini di Cosa nostra».

Tale affermazione si scontra, per esempio, con la convinzione di Giovanni Falcone, [leggi qui] secondo il quale nel tribunale di Palermo vi era un traditore da individuare. Dato quindi per scontato il “concorso esterno” nel caso di Giulio Andreotti, non si capisce perché non si volle subito sospettare e indagare un concorso vero e proprio da parte di magistrati palermitani che avrebbero avuto la massima e la più agevole disponibilità delle prove da inquinare. Ancora una volta affiora un velo ideologico che devia i ragionamenti, offrendo oggi il destro a ulteriore confusione [leggi qui].

Esaminiamo un altro brano del libro per capire che forse le indagini – come la stessa Autrice ammette – non ebbero bisogno dei complotti di Nato, Cia, massoneria, P2 e via fumigando per arrivare all’incertezza di oggi. [testo evidenziato giallo]

[…] subito dopo la strage, tra le 18 e le 18.30, vennero trovati alla distanza di una sessantina di metri dal centro del cunicolo, in un punto compreso tra il punto dello scoppio e la stradella che conduce al Passaggio della lepre, strani oggetti: un sacchetto di carta bianco che conteneva una torcia a pile, un tubetto di alluminio con del mastice di marca Arexons e due guanti in lattice, evidentemente usati. Chi li aveva utilizzati? E per fare cosa?

I giudici scrivono considerazioni molto interessanti: innanzitutto, notano che quelle cose non possono essere state lasciate lì dal giorno in cui tutto fu predisposto e ultimato, l’8 maggio, perché «Sicuramente le intemperie, frequenti in quel periodo sulla zona, avrebbero determinato la lacerazione del contenitore, che, lo si deve ricordare, era di carta».

• […] Dunque, non potevano essere strumenti impiegati dai killer della mafia. […] perché si sarebbe trattato di una macroscopica distrazione, inconcepibile a fronte dell’emergere dalla descrizione di tutte le operazioni che si sono via via susseguite nel corso dei preparativi, di una meticolosa e puntuale cura nell’evitare che potessero restare tracce delle azioni compiute».

Giustissimo. Domanda: come mai – se quei reperti erano così recenti – nessuno rilevò le impronte digitali e il Dna sui guanti di lattice?

Paradosso: la manina misteriosa c’era davvero

Verso le ultime pagine del libro finalmente affiora un indizio che da solo vale tutte le pagine precedenti ma che l’Autrice non sembra in grado di valutare nella sua reale portata. Il fatto che riferisce è ben più importante di tutte le congetture e le imprecisioni del c.d. gladiatore, che tuttavia non ha ancora finito di fumigare, come vedremo. Leggiamo questo importante brano.[testo evidenziato giallo]

[…]alcuni testimoni hanno denunciato che il giorno precedente, […] era stato notato un furgone Ducato bianco e alcune persone che apparentemente erano concentrate a eseguire dei lavori. Fu anche deviato il corso delle automobili di passaggio, furono usati birilli per spartire il traffico. Lo hanno spiegato i testimoni indicati con i numeri d’ordine 26 e 27, e il loro racconto si riferisce a ciò che videro il 22 maggio 1992, intorno alle ore 12,32 ma il punto è che per Brusca e compagnia non c’è alcuna necessità di lavorare lungo la corsia, il loro lavoro si era concentrato a livello dell’imbocco del cunicolo, al di sotto del livello stradale. E poi loro erano pronti già da tempo. Per di più fu subito accertato che in quei giorni non erano in corso lavori di nessun genere, «né in forma diretta né in regime di subappalto – si legge in un documento della Procura di Caltanissetta – da parte dell’Anas, dell’Enel, della Sip e della Sirti tale da rendere necessario l’impiego di uomini e mezzi rilevati [invece] dalle persone escusse». Dunque, si deve escludere qualsiasi attività di manutenzione stradale, ordinaria o straordinaria, e i giudici d’appello ammettono di non essere stati capaci di «fornire del ritrovamento di quel materiale alcuna interpretazione degna di rilievo giuridico, per cui l’episodio non può assumere alcuna valenza né a favore né a carico degli odierni imputati».

Tanto importante è questo episodio, quanto superficiale e scontata appare l’indagine che si limita a escludere la possibilità di un cantiere «dell’Anas, dell’Enel, della Sip e della Sirti». Nulla si dice circa un’attività di ricerca e di riconoscimento del furgone e delle persone che lo utilizzarono. Ricerca che invece sarebbe dovuta essere sistematica, prolungata, accurata e volta in ogni direzione. Avrebbero dovuto bloccare la Sicilia, censire i furgoni Ducato uno per uno, esigere dagli americani le foto dei satelliti che tengono sotto controllo la “loro” Sicilia. Invece nulla di nulla; si limitarono forse solo a telefonare alle ditte: “Che avevate un cantiere? Ah, no? Va bene, grazie lo stesso”.

Questo è un dato di fatto che rende verosimile una interferenza dopo l’8 maggio, quando l’esplosivo è nel cunicolo, e prima del 23 maggio, giorno dell’attentato.

Che cosa è successo?

Riassumiamo gli elementi sin qui acquisiti e aggiungiamo taluni altri, certificati dall’inchiesta.

  1. Afferma il c.d. gradiatore: «[…]quei poveri scemi piazzati nella casetta sopra la curva dell’autostrada credono davvero di aver compiuto un attentato con tutti i crismi della professionalità degna dei migliori artificieri militari operanti in un teatro di guerra… ma alla fine assomigliano molto alla mia bimba… non si sono accorti che altri, ben più all’altezza di tali situazioni, hanno fatto tutto con grande capacità, lasciando a loro solo l’effimera illusione di essere veri criminali[…]»
  2. La velocità presunta dai mafiosi è di 170 km/h (47 metri al secondo), è grossolanamente errata.
  3. Il tempo di reazione di Brusca col telecomando è di 0,63 secondi.
  4. Questo tempo di reazione determina uno scoppio anticipato o ritardato tale che, quantunque la velocità fosse solo di 100 km/h, l’auto si sarebbe trovata a 13 metri dall’esplosione, determinando il fallimento dell’impresa.
  5. Qualcuno lavorò – con certezza – sul fornello esplosivo il 22 maggio, intorno alle 12,30
  6. La quantità e la qualità di esplosivo, determinate dalla perizia scientifica, sono coerenti con gli effetti ottenuti e con le dichiarazioni dei vari imputati/pentiti/testimoni.
  7. Attenzione: Falcone scambiò in corsa il mazzo di chiavi, circa 300 metri prima del fornello esplosivo, lasciando la macchina in folle – a una velocità iniziale intorno ai 120 km/h (33 metri/secondo) – così determinando un moto decelerato che nei primi 3 secondi abbassa la velocità a 80-90 km/h
  8. Questa decelerazione e il tempo di reazione di Brusca, pari a 0,63 secondi, avrebbero dovuto determinare la posizione di Falcone a 10-12 metri dal muro esplosivo. Essa invece è meno di sei metri ne viene investita: segno evidente che l’impulso esplosivo è stato dato con un tempo di reazione maggiore di 0,1 e minore di 02 secondi, dinamicamente ed efficacemente adattato alla tendenziale decrescenza della velocità.
  9. Il tempismo con cui l’auto di Falcone è comunque coinvolta nell’esplosione presume un tempo di reazione ASSOLUTAMENTE NON coerente con quello di 0,63 secondi più volte sperimentato da Brusca.
  10. Questo tempismo – quantunque sfuggito all’analisi della Limiti – è quindi un indizio molto, davvero molto forte che l’impulso esplosivo non sia in realtà partito da Brusca.

Gli esperti che hanno presumibilmente lavorato sul fornello esplosivo il 22 maggio 1992, alle 12.30, si erano resi conto dell’errore grossolano di Brusca nel presumere una velocità di 160-170 km/h.

Costoro hanno quindi deciso di rimediare, ma non di certo potenziando la quantità di esplosivo, come sostenuto dall’Autrice. Quand’anche raddoppiata la quantità di esplosivo, gli errori sullo spazio/tempo non avrebbero dato scampo.

Le capacità potenziali di un tiratore/killer possono essere di una raffinatezza inimmaginabile, con un tempo di reazione prossimo a 0,1 secondo, se vi sono stati addestramento e formazione peculiari, tali che Brusca non possedeva affatto. Il suo tempo di reazione – come abbiamo più volte ripetuto – era di 0,63 secondi, certificato da lui medesimo.

Insomma Brusca è, come tanti del suo genere, un volgare sicario e null’altro di più, capace di sparare alle spalle a bruciapelo, su una vittima inerme. Nulla di più.

D’altro canto, lo ripeto, la quantità di esplosivo è certificata.

L’unica spiegazione che rimane pertanto per spiegare la puntualità dell’auto di Giovanni Falcone è che sia stato manipolato l’innesco, l’unica possibile operazione da potersi fare in pieno giorno, alle 12,30 da quanti – rimasti ignoti – gravitavano intorno al furgone bianco, nei pressi del fornello esplosivo.

Forse quegli individui del furgone erano già intervenuti in precedenza per evitare scoppi fortuiti (evento possibile con un circuito di quel genere, esposto alle onde radio) ma non furono notati poiché l’esplosione avvenne numerosi giorni dopo e mancò dunque nei testimoni – a differenza di quelli del giorno priuma – la possibilità di correlare i due eventi.

Questi individui il 22 maggio possono avere fatto i seguenti passi:

  1. Tagliare i fili del circuito predisposto dai mafiosi
  2. Introdurre un altro innesco con esplosivo fortemente detonante (nitroglicerina?).

Il giorno successivo, 23 maggio, erano sul lato della montagna, a una quota più alta di quella dei mafiosi, con ottiche molto potenti, in grado di seguire con chiarezza e costanza il moto delle auto.

Il killer ha quindi dato l’impulso radio, prima puntando l’auto di Falcone, poi “sparando” l’impulso con tempestività, grazie al suo ottimo addestramento da killer/tiratore professionista, in grado di elaborare lo spazio/tempo con lucidità, continuità e freddezza, operando col minore margine di errore possibile, mentre i dati di movimento del convoglio mutavano in continuazione a causa della sostituzione delle chiavi operata in corsa da Falcone e della conseguente decelerazione del velivolo.

Giustiziamo ora un altro dettaglio messo maliziosamente in evidenza dal c.d. gladiatore: la presenza nel cielo della strage di un velivolo, piper o elicottero che fosse. Oggi non si può escludere che fosse un volo non autorizzato e tuttavia innocente, il cui pilota, resosi conto dell’attentato, non ha voluto esporsi alle pesanti sanzioni sulla sua condotta che sarebbero conseguite alla sua testimonianza.

Se invece il velivolo aveva a bordo dei delinquenti interessati alla strage, solo chi non ha alcuna dimestichezza col volo di un piper o di un elicottero può presumere che da bordo di un tale mezzo si possa sparare un impulso radio con l’accuratezza indispensabile tale da attivare tempestivamente un telecomando. È un dato di fatto sperimentale che da quei velivoli è impossibile l’apprezzamento delle distanze e la gestione dello spazio/tempo per un attentato come quello a Falcone.

Domanda: come mai il c.d. gladiatore, dotato di un addestramento militare raffinato ed esteso alla dimestichezza col volo, su aereo e su elicottero, così come agli esplosivi e agli inneschi, come mai costui offre delle informazioni deformate, intossicate, devianti e – per quanto concerne il velivolo – in sintonia con le tesi di Totò Riina?

Allora, diradati i fumi, solo il doppio innesco s’adatta al racconto della “doppia canna”, offerto all’autrice dal “gladiatore”, indipendentemente dal fatto che costui sia o meno quello che dice di essere e abbia detto effettivamente quanto a sua conoscenza.

Troppi anni sono tuttavia inutilmente trascorsi per poter sperare di arrivare alla prova definitiva.

I “misteri d’Italia” sono spesso l’esito d’una procedura investigativa più attenta alle sollecitazioni giornalistiche, non sempre disinteressate, che all’oggettività dei fatti e al rispetto delle procedure.

Si trascurano in tal modo elementi importanti, avvinghiandosi a dettagli marginali.

Quando, a distanza di molti anni, ci si avvede di incongruenze investigative, si evocano misteri, depistaggi e strutture parallele, solo per fare velo a mera incapacità, negligenza e, altrettanto spesso, amore per il quieto vivere in vista di altri incarichi.

Giovanni Brusca non è innocente, ma le responsabilità delle Istituzioni e del giornalismo italiani non appaiono meno lievi.

Ribadiamo quindi che è necessario rintracciare quel c.d. gladiatore che dice e non dice e, quando dice, confonde. L’Autrice deve/può nascondersi dietro il segreto professionale.

Non di meno il c.d. gladiatore, se davvero è tale, appartiene ai servizi segreti e, come si sa, la legge guarda con attenzione alla collaborazione fra giornalisti e servizi, tanto più se l’Autrice (come conferma la sua lettera, leggi qui) è acritica col c.d. gladiatore, gli scopi del quale sono comunque da approfondire, visto che le sue parole non appaiono aderenti alla verità.

Il c.d. gladiatore – se ancora esiste – è facile trovarlo. Se un magistrato è interessato, siamo pronti a spiegargli come fare. A meno che tutti i magistrati, proprio tutti, gradiscano questo libro così com’è; in tal caso sarebbe un’altra storia.

Piero Laporta
Fonte: http://www.pierolaporta.it
Link: http://www.pierolaporta.it/capaciditutto-2/
13.05.2013

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Solo i primi della scorta morirono subito, ma Falcone e sua moglie no……… Il primo penso dopo un ora all’ospedale e la moglie a tarda sera. Quindi, in teoria, un secondo in più o in meno non conta nulla. Conta il risultato

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Nato, P2, CIA, Massoneria e Mossad sono sinonimo di “non sappiamo chi”.

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Dimentica che il contachilometri di una delle macchine segnava 158km. Dimentica anche la faccenda relativa alla pista Stepankov, Procuratore generale venuto qui in Italia. L’indagine relativa a quella pista vide il PM sostituito e fu archiviata velocemente. Falcone, reduce da un colloquio con Stepankov, colloquio del quale rimase molto impressionato (come risulta da varie testimonanze) aveva preso appuntamento a Mosca, appuntamento che cadeva proprio pochi giorni dopo l’attentato. Come risulta dalla sua agenda. Mentre Gladio, la P2, e pure l’onnipresente Andreotti sono sempre stati rimestati e rimescolati, questo invece non è mai apparso, ed aveva collegamenti forti con il disfacimento dell’URSS, le enormi quantità di soldi uscite, e il coinvolgimento di apparati militari in coniugazione con Mafie internazionali specie quella Russa.

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L’Agenda Rossa, Scatola Nera della II Repubblica

Sulla scomparsa dell’agenda rossa di Borsellino restano intatti molti interrogativi, dubbi e ipotesi investigative. Cosa riaffiora?

La notizia rilanciata oggi da Repubblica relativa al video dei vigili del fuoco dove si vedrebbe l’agenda rossa di Paolo Borsellino accanto ai suoi resti ha creato un notevole clamore mediatico. Di fatto nel filmato che Antimafia Duemila ha visionato si vede una sorta di quaderno dal colore rosso accanto ad un corpo carbonizzato nel quale non si distinguono la testa e le braccia, privo di gambe, incastrato tra la parte anteriore di una macchina e il marciapiede. Nei 20 secondi durante i quali l’operatore dei pompieri filma questo dettaglio, quella che viene indicata come la possibile agenda rossa del giudice giace intatta sul suolo costellato di detriti e pezzi di carne umana.

Il filmato, però, lascia aperti alcuni interrogativi. Secondo la ricostruzione dei funzionari della Dia di Caltanissetta il cadavere ripreso in quel momento dal cameraman dei vigili del fuoco (a cui fa riferimento Repubblica) non è quello di Paolo Borsellino.

Il corpo del giudice si trovava infatti nel giardinetto antistante il portone di ingresso dello stabile dove abitava la madre del magistrato e non incastrato tra una macchina e il marciapiede. Successivamente nel video, una ventina di secondi dopo le riprese del quaderno di colore rosso, avviene un cambio di immagine: si vede un lenzuolo che viene alzato al di sopra del corpo mutilato del giudice Borsellino. La fisionomia del suo volto, seppur annerito, è decisamente riconoscibile; è evidente che la salma del magistrato è posizionata in un altro luogo, lontano dalla macchina e dal marciapiede. Un minuto dopo l’immagine del giudice cambia prospettiva. In pochi istanti che racchiudono tutto l’amore e la pietà umana si vede il marito di Rita Borsellino che, in ginocchio, accarezza il volto del giudice assassinato sul quale sembra quasi di vedervi un sorriso.

Per quanto riguarda quindi il cadavere ripreso dai pompieri accanto al quaderno di colore rosso gli investigatori ipotizzano che potrebbe essere quello dell’agente di scorta Claudio Traina. E’ evidente che il “dettaglio” di quell’agenda rossa accanto al corpo carbonizzato non è stato a suo tempo particolarmente attenzionato dagli investigatori e quindi la segnalazione di Repubblica merita decisamente ulteriori approfondimenti investigativi. Ma le possibilità che l’agenda rossa fosse nelle mani di Borsellino al momento dello scoppio dell’autobomba sono davvero minime. Il 19 luglio 1992 Paolo Borsellino aveva deciso di guidare personalmente la macchina nel tragitto da Villagrazia di Carini a via D’Amelio. Il giudice si trovava da solo nell’auto, presumibilmente aveva appoggiato la sua valigetta, dentro la quale era riposta la sua agenda rossa, sul sedile posteriore, o sul pianale posteriore. Una volta arrivato sotto casa della madre era sceso a suonare al campanello del civico 19. Per quale motivo Borsellino sarebbe dovuto scendere dalla macchina tenendo in mano la sua preziosa agenda? Di fatto si trattava di attendere qualche minuto fino a quando sua madre sarebbe scesa e insieme sarebbero andati dal cardiologo per una visita di controllo dell’anziana signora.

Ma se invece quell’agenda fosse stata nelle mani del giudice, come è possibile ritrovarla integra nonostante l’esplosione dell’autobomba? Come è noto i 90 chili di esplosivo posizionati nel bagagliaio della fiat 126 hanno scatenato l’inferno in via D’Amelio. Il famigerato “Semtex-H”, un esplosivo di produzione cecoslovacca contenente T4 e Pentrite (venduto legalmente fino al 1989, dopodichè in dotazione soltanto alle Forze Armate e soprattutto merce di scambio tra ambienti legati ai servizi e la criminalità organizzata), ha carbonizzato e sbriciolato corpi, bombardato muri, polverizzando letteralmente qualunque cosa trovasse sulla sua traiettoria.

Come potrebbe quindi essere rimasta integra un’agenda fatta di carta investita da una fiammata violentissima?

Gli investigatori ricordano che nell’immediatezza dello scoppio dell’autobomba le stesse armi in dotazione agli agenti di scorta scoppiavano per la reazione termica. Resta infine appesa ad un filo la domanda su chi fosse l’uomo in abiti civili vicino all’auto di Borsellino nei minuti successivi alla strage. E sono le stesse dichiarazioni dell’ispettore Giuseppe Garofalo, in servizio il 19 luglio ’92 alla Sezione Volanti della Questura di Palermo, ad alimentare gli interrogativi. “Ricordo – aveva raccontato Garofalo agli investigatori – di avere notato una persona, in abiti civili, alla quale ho chiesto spiegazioni in merito alla sua presenza nei pressi dell’auto. A questo proposito non riesco a ricordare se la persona menzionata mi abbia chiesto qualcosa in merito alla borsa o se io l’ho vista con la borsa in mano o, comunque, nei pressi dell’auto del giudice. Di sicuro io ho chiesto a questa persona chi fosse per essere interessato alla borsa del giudice e lui mi ha risposto di appartenere ai Servizi. Sul soggetto posso dire che era vestito in maniera elegante, con la giacca, di cui non ricordo i colori. Ritengo che se mi venisse mostrata una sua immagine potrei anche ricordarmi del soggetto”.

A quel punto i funzionari della Dia hanno sottoposto all’attenzione dell’ispettore Garofalo il video che riprendeva Giovanni Arcangioli mentre si allontanava da via D’Amelio reggendo la valigetta di Paolo Borsellino. Ma l’ispettore ha escluso che si potesse trattare della stessa persona in quanto l’abbigliamento del personaggio appartenente ai Servizi era completamente diverso dallo stile casual di Arcangioli.

Il 16 novembre 2005 davanti agli inquirenti Garofalo aveva ravvisato “forti somiglianze tra l’Adinolfi (il tenente colonnello del Ros di Palermo Giovanni Adinolfi, ndr) e il soggetto qualificatosi in forza ai Servizi ed interessatosi della borsa”, poi però in data 20 gennaio 2006, visionando nuovamente insieme agli investigatori le immagini dell’attentato Garofalo “non riconosceva nessuno (neanche l’Adinolfi) ravvisando somiglianze con un soggetto (non meglio identificato) non corrispondente alla figura dell’Adinolfi”. Sulla scomparsa dell’agenda rossa di Paolo Borsellino restano quindi intatti molti interrogativi, dubbi e ipotesi investigative. Il caso sollevato da Repubblica riaccende nuovamente l’attenzione su quella che a ragione è stata definita “la scatola nera della Seconda Repubblica”.

E sono gli stessi che l’hanno fatta sparire a preoccuparsi che non possa più riaffiorare dagli archivi di Stato.

Lorenzo Baldo
Fonte: www.antimafiaduemila.com
Link: http://www.antimafiaduemila.com/2013051842934/primo-piano/alla-ricerca-dellagenda-rossa-di-paolo-borsellino-nuove-immagini-dubbi-e-verita.html
18.05.2013