La Decrescita Felice e la Resilienza Cattolica sono possibili solo se recuperiamo i principi antropologici che ci ha tolto la civiltà dei consumi

Renzo Piano, interrogato da Fazio sui concetti di bellezza, di futuro e sulla sua reale intenzione di onorare l’incarico di Senatore a Vita. “E’ il mio progetto più ambizioso – dice Piano – e penso al giuramento dei politici ateniesi che promettevano di restituire la città migliore di come l’avevano presa“.

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Che Tempo che Fa, 13 ottobre 2013: Renzo Piano

20.33 Preferisce essere chiamato architetto, si sente più preparato. Ma racconta della grande emozione provata entrando in Senato: “Un orgoglio civile, non un orgoglio personale”.

20.34 Quale il rapporto tra arte e politica? “La politica è un’arte. Io penso sempre al giuramento della Polis, in cui i politici giuravano di consegnare al termine del mandato un’Atene migliore di quella che avevano ricevuto”. Come oggi proprio, eh.

20.36 “L’Italia è per forza una culla delle cultura, perché ha la testa in Europa e i piedi in Africa”.

20.37 Si parla dunque del progetto delle città del futuro: per lui sono le periferie. “Spesso non sono fotogeniche, ma sono ricche di umanità. Il destino delle città è nelle periferie. La nostra generazione ha fatto un po’ di disastri su quello che ci hanno lasciato i nostri avi, ma i giovani devono guardare alle periferie”.

20.39 Il suo concetto non è ‘ampliare’ le periferie, ma completarle, raffinarle, ma non estenderle, anche perché bisogna tutelare la fragilità del nostro territorio. “Il nostro Paese ha bisogno di un’opera ciclopica di ‘rammendo’, sul fronte idrogeologico, sismico. E come una casa bella ma mai manutenuta”.

20.41 La sua bellezza, la sua idea di bellezza è nell’urbanità, nel costruire luoghi di incontro.

20.42 Perché da noi non si punta sulle energie alternative? E’ uno dei grandi misteri. “Se mettiamo insieme la bellezza paesaggistica, quella costruita e la bellezza del suo popolo, l’Italia è imbattibile”.

20.43 “La bellezza è come il silenzio, come lo evochi sparisce. Ma quella dell’Italia non è fatta di cipria, di superficie, ma profonda, di cultura. Che non è affatto inutile. Ed è quello che deve dare la forza ai giovani”. Un discorso molto ‘politico’ nota Fazio.

20.44 La differenza tra buon lavoro e un bel lavoro? “Il buon lavoro è bello anche dentro…”.

20.46 Fazio ricorda che la prima barca che ha costruito era sbagliata. “Non l’avevo disegnata io, ma la costruì. E non passava per la porta del garage”. Aveva 18 anni, eh.

20.47 “Si parla tanto di local, ma quando lavori sulle radici, che ti porti sempre con te, diventa il tuo universale”.

20.48 Perché non ha votato la fiducia? “Perché ero a New York. Ma ho intenzione di onorare le istituzioni. Io ho un ufficio a Roma, ed è la prima volta che ho un ufficio e ci andrò. E questo è proprio il mio progetto più ambizioso. Ma quello che ha colpito me e le matricole è che è un impegno a vita: non è una corsa, è una maratona”.

20.49 “Qualche gentile critico ha parlato di me e di noi senatori a vita come una ‘pedina’ nelle mani di qualcuno: ma figuratevi se io o Carlo Rubbia possiamo diventare pedine di qualcuno! Nessuno di noi si farà mai usare”.

20.51 Darà il suo emolumento da senatore per girarli a giovani progettisti per il consolidamento di istituti pubblici, scuole in primis.

20.51 “I mestieri di grande responsabilità penso debbano essere retribuiti. Questo depauperamento della politica mi preoccupa, temo livelli alla mediocrità”: così Fazio, che mi sa lancia già frecciate al prossimo ospite…

20.53 “E’ importante che i giovani non si abituino alla mediocrità” dice Piano che non fa che parlare di giovani, giovani, nuovi mestieri per i giovani, ai quali lui sta e vuole lavorare. “Mi domando se questo sia possibile in un Paese che si sta ripeigando su se stesso, che si autocommisera, fino all’autodistruzione”. E il consiglio è sempre lo stesso: viaggiare, per conoscere e capire gli altri. E capire che la diversità è un valore, non un problema”. E per capire anche quanto sia bella l’Italia, alla quale siamo fin troppo abituati.

21.00 Brunetta: “Posso dire una cosa? Bellissima intervista politica a Renzo Piano”; Fazio: “Beh sì, politica ALTA”. Si inizia alla grandissima.

20.55 “Pubblicità, sennò ci danno la multa”: altra frecciata?

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Vedi anche Pasolini ed il caso Petrolio (Cefis-P2)

L’altra faccia del tragico
Pasolini, Grillo e il Palazzo di ieri e di oggi
Chiara Rubin

[…] non si può guardare nel suo insieme 
[la realtà italiana] se non a costo di restare impietriti.
(Pier Paolo Pasolini, Lettere luterane]

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L’altra faccia del “tragico”, si sa, è il “comico”. In ogni tragedia vi sono più o meno nascosti situazioni o personaggi comici capaci di rovesciare inaspettatamente la prospettiva, ed ecco irrompere un’intrattenibile risata nel bel mezzo di un corteo funebre. Ma la tragedia rimane e la risata, lungi dal risolvere il nostro dolore, ne alleggerisce momentaneamente il peso. Cominciamo quindi a parlare della tragedia. 

Pier Paolo PasoliniLa situazione politica e sociale del nostro paese venne descritta in tutti i suoi aspetti tragici da Pasolini in un articolo apparso sul Mondo il 28 agosto 1975, con il titolo “Bisognerebbe processare i gerarchi dc“. Egli chiedeva un processo contro i responsabili 

«… di una quantità sconfinata di reati: indegnità, disprezzo per i cittadini, manipolazione del denaro pubblico, intrallazzo con i petrolieri, con gli industriali, con i banchieri, connivenza con la mafia, alto tradimento in favore di una nazione straniera, collaborazione con la Cia, uso illecito di enti come il Sid, responsabilità nelle stragi di Milano, Brescia e Bologna (almeno in quanto colpevole incapacità di punirne gli esecutori), distruzione paesaggistica e urbanistica dell’Italia, responsabilità della degradazione antropologica degli italiani, responsabilità della condizione, come suol dirsi, paurosa, delle scuole, degli ospedali e di ogni opera pubblica primaria, responsabilità dell’abbandono “selvaggio” delle campagne, responsabilità dell’esplosione “selvaggia” della cultura di massa e dei mass-media, responsabilità della stupidità delittuosa della televisione, responsabilità del decadimento della Chiesa, e infine, oltre a tutto il resto, magari, distribuzione borbonica di cariche pubbliche ad adulatori.[…]»

Adempiendo alla sua funzione di intellettuale indipendente, Pasolini osservava, analizzava e soprattutto viveva direttamente i fenomeni aberranti oggetto della sua violenta denuncia. Chiedeva un processo penale contro coloro che, godendo il privilegio di abitare un dorato altrove (il Palazzo), avevano coltivato il proprio “particulare” con irresponsabile colpevolezza ed arroganza, e insieme con la serietà e il decoro esteriori di chi professa una fede incrollabile: l’inamovibilità. Ecco quindi descritta una reale tragedia: tragici i contenuti, tragico lo stile, tragiche le maschere dei protagonisti. Tuttavia quell’articolo e quelli che seguirono non ebbero la forza di scatenare né un serio dibattito politico né un’altrettanto violenta reazione degli accusati. 

AndreottiFanfaniRumorDonat CattinI

protagonisti della nostra tragica storia, Andreotti, Fanfani, Rumor, Donat Cattin e gli altri, ritennero che non sarebbe stato serio rispondere a Pasolini, come re Lear sapeva che non sarebbe stato serio intrattenere una conversazione politica con il proprio giullare! E così accadde quello che accade nelle false democrazie: la libertà di stampa permise a Pasolini di esprimersi, il nuovo fascismo, così ben descritto in quell’articolo attraverso i suoi fenomeni più degenerativi, garantì l’impunità ai gerarchi dc. 

Beppe GrilloTuttavia oggi qualcosa è cambiato, con buona pace dell’antico fustigatore di savonaroliana memoria, e la storia appena descritta appare preistoria! Sono cambiati i contenuti, i luoghi, i protagonisti? Siamo finalmente usciti dalla nostra tragedia nazionale? Ovviamente no, però ne stiamo vivendo gli aspetti comici. Beppe Grillo, professione comico, raccoglie valanghe di consensi da parte dei cittadini di un paese in cui gli intellettuali di professione o non esistono o non sono indipendenti; in cui molti politici di professione hanno indossato la maschera di attori di una tragica farsa. Grillo si muove a modo suo, con la libertà di chi non ha doveri e neanche favori da rendere, si serve della sua arte come Pasolini si servì della sua. Non chiede un processo per i politici, li vuole mandare a vaffanculo, e l’espressione non è casuale, facendosi egli carico di rappresentare anche tutta la volgarità e il becerume che hanno animato la nostra scena politica degli ultimi dieci anni. 

MastellaBerlusconiD'AlemaProdi

Quindi l’altra faccia del “tragico” Pasolini è il “comico” Grillo? Non lo credo. La maschera e le parole di Grillo ci rimandano ancora al registro tragico, non fanno ridere ma piangere. Oggettivamente comiche sono le risposte dei politici chiamati in causa dal nuovo fustigatore. Oggi essi rispondono, irresponsabili e arroganti come sempre, ma del tutto privi della preoccupazione di non apparire abbastanza seri e decorosi. Quindi sono diventati comici e le loro risposte sono così ridicole da far ridere fino alle lacrime (amare). Così credo si ridesse nascostamente della mimica e della retorica  mussoliniane durante il ventennio. Quello che avvenne poi tutti lo conoscono… Quindi dopo una parentesi di legittimo divertimento, i cittadini italiani devono  tornare al registro serio e  pretendere di non essere più rappresentati da dei comici di professione politici.

«[…] I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di cosiddetto benessere si è speso in tutto fuorché nei servizi pubblici di prima necessità […]
I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di cosiddetta civiltà tecnologica si siano compiuti così selvaggi disastri edilizi, urbanistici, paesaggistici, ecologici […]
I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di cosiddetto laicismo l’unico discorso laico sia stato quello, laido, della televisione […]”(da “Perché il Processo” Corriere della Sera, 28 settembre 1975)
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Chiara Rubin
20 settembre 2007

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Nulla è più feroce della banalissima televisione. La forza coercitiva

Secondo me la televisione è più forte di tutto questo, e la sua mediazione ho paura che finirà per essere tutto. Il potere vuole che si parli in un dato modo, ed è in quel modo che parlano gli operai appena abbandonano il mondo quotidiano familiare o dialettale in estinzione. In tutto il mondo ciò che si vuole dall’alto è più forte di ciò che viene dal basso, non c’è parola che un operaio pronunci in un intervento che non sia voluta dall’alto; ciò che resta originale nell’operaio non è verbale, per esempio la sua fisicità, la sua voce, il suo corpo.
La ferocia era terribile e all’antica; i campi di concentramento dell’Unione Sovietica, la schiavitù nelle democrazie orientali, l’Algeria. Questa ferocia all’antica naturalmente permane, ma, oltre a questa vecchia ferocia, c’è una nuova ferocia che consiste nei nuovi strumenti del potere, una ferocia così ambigua, ineffabile, abile, da far si che ben poco di buono rimane in ciò che cade sotto la sua sfera.
Lo dico sinceramente, non considero niente di più feroce della banalissima televisione.
Io da telespettatore la sera prima e una infinità di sere prima le mie sere di malato ho visto sfilare in quel video dove essi erano ora un’infinità di personaggi, la corte dei miracoli d’Italia e si tratta di uomini politici di primo piano, ebbene la televisione faceva e fa di tutti loro dei buffoni, riassume loro discorsi facendoli passare per idioti, col loro sempre tacito beneplacito. Mah. Oppure, anziché esprimere le loro idee, legge i loro interminabili telegrammi, non riassunti evidentemente, ma idioti! Idioti! Come ogni espressione ufficiale!
Il video è una terribile gabbia che tiene prigioniera dell’opinione pubblica, servilmente servita per ottenere il totale servilismo, l’intera classe dirigente italiana.
Tutto viene presentato come dentro un involucro protettore, col distacco del tono didascalico di cui si discute di qualcosa già accaduta, da poco magari, ma accaduta, che l’occhio del saggio o chi per lui, contempla nella sua rassicurante oggettività, nel meccanismo che quasi serenamente e quasi senza difficoltà reali che l’ha prodotta; in realtà nulla di sostanziale divide i comunicati della televisione da quelli della analoga comunicazione radiofonica fascista, l’importante è una sola cosa, che non trapeli nulla mai di men che rassicurante.
L’ideale piccolo borghese di vita tranquilla e perbene – le famiglie per bene non devono avere disgrazie – si proietta come una specie di furia implacabile in tutti i programmi televisivi e in ogni piega di essi. Tutto ciò esclude gli spettatori da ogni partecipazione politica, come al tempo fascista! C’è chi pensa per loro. E si tratta di uomini senza macchia, senza paura e senza difficoltà, neanche casuali e corporee.
Da tutto ciò nasce un clima di terrore. Lo vedo chiaramente il terrore negli occhi degli intervistatori e degli intervistati ufficiali.
Non va pronunciata un parola di scandalo, praticamente non può essere pronunciata una parola, in qualche modo, vera”.

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La morte di PierPaolo Pasolini, un delitto italiano

Intorno alle 10 dell’uno novembre Pasolini attraversa con la sua Alfa GT piazza dei Cinquecento, arriva a Piazza Esedra e dopo qualche cenno d’intesa prende come passeggero il diciassettene Giuseppe “Pino” Pelosi, un ragazzo di Setteville di Guidonia, detto “la Rana” per via degli occhi grandi che sporgono all’infuori.

La cronaca delle ore che seguiranno è descritta dal Pelosi durante uno dei suoi interrogatori:

Mi trovavo con gli amici Claudio, Salvatore e Adolfo alla stazione Termini verso le ore 22, quando ci si è avvicinato un signore con gli occhiali sui 35-40 anni con il volto magro, media statura e a bordo di una macchina. Sceso dall’auto è venuto incontro al mio amico che rideva, da lì ho capito che era un “omosessuale”. Così mi sono allontanato e sono andato verso piazza Esedra, dopo pochi minuti quel signore è arrivato con la macchina davanti al bar, è sceso dall’auto e mi è venuto incontro per propormi, come aveva fatto con il mio amico, un giretto in macchina con la promessa che mi avrebbe fatto un bel regalo. Mi ha, così, portato in una trattoria vicino alla Basilica di San Paolo. Lì abbiamo un pò parlato ma senza farmi mai proposte concrete, anche se avevo già capito cosa volesse da me. Siamo stati in trattoria dalle 23 fino alle 23.20 e poi siamo risaliti in macchina. Il signore ha fatto benzina presso un Self Service e mi ha detto che mi avrebbe portato in un posto isolato presso Ostia promettendomi 20.000 lire. Sembrava conoscesse perfettamente il posto dove eravamo arrivati: il campo sportivo.”

Pasolini era un appassionato di calcio e passava interi pomeriggi a giocare a pallone, ma il campo sportivo di via dell’Idroscalo era il luogo dove lo scrittore amava consumare i suoi incontri amorosi nascosto, alcune volte, tra baracche abusive, altre volte, invece, in casupole in affitto che ospitavano servizi igienici confuse in mezzo alle altre costruzioni abusive.

Il racconto del Pelosi continua offrendo la sua ricostruzione dei fatti:

Dopo aver tentato un primo approccio di sesso orale, il Paolo mi ha fatto scendere dalla macchina e poggiare a una rete metallica, lì ha tentato di abbassarmi i pantaloni e di infilarmi un paletto di quelli che recingono i giardini. Ho così afferrato un pezzo di legno e gli ho intimato di smetterla e sono scappato in direzione della strada asfaltata, ma ho inciampato e sono caduto. A questo punto il Paolo mi ha raggiunto e mi è venuto addosso colpendomi col bastone cha aveva in mano, sulla testa, proprio dove ora ho il cerotto. Io ho visto in terra la tavola e gliela ho rotta in testa ma questo non è servito a farlo smettere. Ho così colpito con due calci i suoi genitali e il suo volto e continuato con la tavola che avevo già in mano. A quel punto il Paolo è caduto a terra ed io sono scappato con la sua auto non accorgendomi se nel fuggire sono passato o meno sul corpo del Paolo. Ricordo soltanto che sulla strada alla prima fontanella mi sono fermato per lavarmi e togliermi le macchie di sangue che avevo addosso.

Il corpo di Pasolini a Ostia Lido

I carabinieri fermano il Pelosi che a tutta velocità è diretto verso Roma, ma quando si accorgono che dal libretto dell’Alfa il proprietario risulta essere Pier Paolo Pasolini, cominciano ad avere dei sospetti e conducono momentaneamente il ragazzo in una caserma sul litorale.

Al ritrovamento del corpo di Pasolini, il Pelosi viene portato nel carcere minorile di Casal del Marmo, e lì, più lucido, comincia a chiedere le sigarette, l’accendino e il bell’anello color oro di fabbricazione americana e con grosse aquile sormontate da un rubino che dovrebbero essere rimaste in macchina. Oggetto inconfondibile e ben visibile: l’anello, viene ritrovato, invece, vicino al corpo e segna la condanna per Pelosi che per “legittima difesa” ammette volontariamente di essere stato lui ad uccidere Pier Paolo Pasolini, quasi fosse un desiderio di spingere gli inquirenti a ritrovare l’anello per essere accusato.

Il corpo investito di Pasolini

Pelosi confessa, ma la sua versione dei fatti lascia tantissimi dubbi:

  • in una colluttazione tra due soggetti è impossibile, a meno che uno dei due sia menomanto sul piano fisico, che uno dei due soggetti esca indenne dalla lotta. Il Pelosi, a parte un taglietto sulla fronte, non aveva subito traumi, mentre Pier Paolo Pasolini, che aveva un fisico sportivo, aveva riportato rilevanti lesioni.
  • Pasolini non improvvisava mai le sue avventure, anzi prendeva appuntamento con due o tre giorni d’anticipo, era facile quindi progettare un possibile agguato al poeta.
  • Nella macchina di Pasolini fu ritrovato un plantare per scarpa destra. Tale plantare non apparteneva nè a Pasolini e nè al Pelosi.
  • Secondo Oriana Fallaci, impegnata in una contro-inchiesta sull’omicidio dello scrittore, un testimone terrorizzato e che vide tutta la scena del delitto c’è e la polizia ne è sempre stata a conoscenza. A bordo di una moto due motociclisti raggiunsero Pasolini e il Pelosi in una baracca e dopo un inseguimento colpirono a morte lo scrittore. L’attacco doveva impartire allo scrittore una lezione, ma degenerò nel massacro, i due ragazzi salirono sull’automobile di Pasolini e per due volte investirono il corpo dello scrittore, poi scesero e partirono lasciando il Pelosi a urlare “Mò me lasciate solo, mò me lasciate qui.
  • La perizia medico-legale esclude l’ipotesi che il Pelosi possa aver agito da solo, sia per lo scarso imbrattamento di sangue delle sue vesti, sia per il fatto che il violento trauma contusivo ai testicoli non avrebbe permesso a Pasolini di alzarsi, togliersi la camicia e fare altri 70 m, ma, anzi, avrebbe dovuto impedire allo scrittore qualsiasi possibile reazione successiva al colpo.

Secondo i periti il Pelosi più che un assassino è una vittima manovrata dai veri mandatari dell’assassinio di Pasolini. Il Pelosi avrebbe dovuto essere complice di un pestaggio ma la ferocia degli assassini dello scrittore, con cui era meglio non scherzare, l’avrebbero spinto a prendersi tutta la responsabilità, lo sfilarsi l’anello per gettarlo accanto al cadavere diventerà la sua firma.

Giuseppe Pelosi

Il processo di primo grado si svolge nell’aprile del 1976, il Pelosi viene condannato a 9 anni, 7 mesi, 10 giorni di reclusione e a 30.000 lire di multa. La sentenza parla di “omicidio volontario in concorso con ignoti“.

Questa sentenza lascia, però, due punti aperti:

  • Perchè Pasolini è stato ucciso?
  • Chi sono gli ignoti esecutori materiali del delitto dello scrittore?

Tante furono le supposizioni da parte dei giornali e dei presunti testimoni sulla causa dell’assassinio del poeta:

  • Pasolini cominciava a dar fastidio ai “magnaccia” dei “ragazzi di vita” per le troppe domande sul loro lavoro.
  • Pasolini era oggetto di un tentativo di estorsione e l’alterco contro i suoi aguzzini era poi degenerato in tragedia.
  • Chi aveva voluto l’omicidio di Pasolini non poteva essere un semplice ladruncolo ma personaggi che stavano molto in alto.
  • Pasolini si interessò al caso tra Eni e Montedison, tra Mattei e Cefis, facendo di quest’ultimo un personaggio chiave assieme a Mattei nel suo romanzo-inchiesta Petrolio. Secondo Pasolini, Cefis alias Troya avrebbe avuto un ruolo chiave nello stragismo italiano legato al petrolio e alle trame internazionali e secondo ipotesi giudiziarie fu proprio questa indagine a far uccidere Pasolini.
  • La morte violenta di Pasolini è da attribuire, secondo altri, alle tante vicende di sangue che hanno visto vittime omosessuali italiani costretti in quel periodo a nascondere la loro tendenza sessuale restando a contatto con il mondo della prostituzione maschile.

Il 4 dicembre del 1976 la Corte d’Appello riporta le indagini sull’omicidio dello scrittore al punto di partenza rigettando il dispositivo della prima sentenza sul caso Pasolini. Il “concorso con ignoti” dovrà sparire e, ribaltando le conclusioni del processo di primo grado, i Giudici d’Appello rivedono gli indizi sull’intervento di più persone non riuscendo a spiegare i motivi per cui il Pelosi avrebbe ucciso Pasolini. Tale sentenza sarà confermata dalla Cassazione il 26 aprile del 1979.

Altri processi si susseguiranno ma tutti porteranno allo stesso risultato: da chi è stato ucciso Pasolini e perchè?

Oltre le tesi dell’ omicidio politico-sessuale con spedizione punitivia, c’è da dire che Pier Paolo Pasolini era un uomo che scherzava molto con il fuoco. Il suo amore per il pericolo ha, sicuramente, facilitato l’azione di aggressione da parte dei colpevoli. “La Rana”, ovvero il Pelosi, dal canto suo ha sempre ammesso la sua colpevolezza sia nelle interviste concesse negli anni 80′ che in un libro autobiografico scritto nel 1995.

Il colpo di scena sulla morte di Pasolini è nel 2005: Pelosi intervistato dalla giornalista Franca Leosini nel programma Ombre sul Giallo afferma:

Non sono stato io ad uccidere Pasolini, ho 46 anni e pago per quell’omicidio…credevo volessero dargli una bella lezione, una cosa tipo tre mesi di ospedale, se volevano ucciderlo gli avrebbero sparato e avrebbero sparato anche a me. Gente come quella non si mette paura. Quella notte, c’erano altre tre persone che scesi da una Fiat 1500 avrebbero cominciato ad urlare contro Pasolini sporco comunista per iniziare subito dopo a massacrarlo di botte“.

Pasolini, un delitto italiano

Queste affermazioni diedero spazio, come nel film di Marco Tullio Giordana, “Pasolini, un delitto italiano“, all’ipotesi dell’omicidio politico e spinsero la procura a riapire il caso. Le dichiarazioni però del Pelosi creano nuovo scompiglio e nel mondo politico cominciano le prime rappresaglie contro il lauto compenso che la Rai avrebbe dato al Pelosi per fargli rilasciare quelle dichiarazioni. Pochi giorni dopo l’intervista il Pelosi viene arrestato nel viterbese mentre trasporta 380 grammi di cocaina. Questo nuovo incidente in cui incappa lo sprovveduto Pelosi continua ad aumentare l’inquietudine che circonda uno dei più intriganti “Misteri d’Italia” il delitto di Pier Paolo Pasolini: chi avrebbe mai affidato una notevole quantità di droga a un uomo accusato di aver ucciso Pier Paolo Pasolini?

Una cosa è certa Pasolini non è stato ucciso perchè è impossibile uccidere i suoi libri e i suoi film. Dopo trent’anni lo scrittore, che avrebbe dovuto morire, è lo scrittore tradotto e tramandato in tutte le lingue del mondo, i suoi film, testi teatrali, romanzi, poesie e articoli di giornali parlano del più grande intellettuale italiano del dopoguerra.

Nel 2010 grazie a un filmato di Sergio Citti (morto nel 2005), amico e collaboratore di Pasolini, nel quale racconta di come Pier Paolo Pasolini sia stato ucciso, l’avvocato Guido Calvi ha riaperto l’inchiesta sulla morte di Pasolini depositandolo agli atti giudiziari per la riapertura dell’istruttoria.

“Secondo me c’è una forte affinità fra la fine di Pasolini e la fine di Caravaggio, perché in tutt’e due mi sembra che questa fine sia stata inventata, sceneggiata, diretta e interpretata da loro stessi.” (citaz. di Federico Zeri).

Tra le Fonti: Roma Criminale – (Armati – Selvetella)

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Si riapre l’inchiesta sulla morte di Pasolini «La svolta grazie a Sergio Citti».L’avvocato Guido Calvi ha deposto l’atto per conto del Comune di Roma «Lo Stato ha un debito»

Il monumento a Pasolini all'Idroscalo di Ostia (Eidon)
Il monumento a Pasolini all’Idroscalo di Ostia (Eidon)

ROMA – Un filmato inedito girato da Sergio Citti all’Idroscalo di Ostia, pochi giorni dopo la morte di Pier Paolo Pasolini, e il suo racconto sull’omicidio. Contiene questo il documentario presentato questa mattina alla Casa del Cinema che dovrebbe riaprire il caso Pasolini. Secondo quanto riferito dal senatore Guido Calvi (che nel filmato girato da Mario Martone nel 2005 intervistò Citti), il documento è stato consegnato una settimana fa al pm Francesco Minisci a cui è affidata l’inchiesta sull’uccisione del poeta.

«FILM NEL FILM» – Trenta minuti di scottante verità, rivelata con la voce rotta dalla sofferenza della malattia. Sergio Citti parla a fatica ma con veemenza, mentre sullo sfondo il fratello Franco allettato, lo guarda e lo ascolta. Scorrono le immagini mute del suo video girato all’idroscalo subito dopo l’omicidio di Pasolini, e lui le commenta, mentre l’avvocato Guido Calvi prende nota e gli fa domande, e Gianni Borgna assiste. È il «film nel film» che Mario Martone ha girato nel 2005, poco prima della morte di Sergio Citti e che e stato depositato agli atti giudiziari per nella riapertura dell’istruttoria.

Sergio Citti, seduto, con il fratello Franco (Ansa)
Sergio Citti, seduto, con il fratello Franco (Ansa)

LA TESTIMONIANZA – «Dopo circa dieci giorni girai il video perchè un pescatore mi aveva raccontato cosa aveva visto quella notte ma non voleva essere ripreso perchè aveva paura – dice Citti nel filmato – Due macchine, mi ha detto il pescatore, che ha visto entrare nell’area vicino al campetto dell’idroscalo. Il pescatore stava in una casetta, non so quale, forse una dove avevo trovato un materasso. Pasolini fu preso e tirato fuori da alcune persone, quattro cinque, che l’hanno preso e portato su una rete e cominciato a picchiare». I passaggi più intensi sono quelli che documentano la fine: «Il pescatore diceva che lui strillava, sentiva le grida, che ad un certo punto Pasolini ha fatto finta di essere finito, e s’è tolto la camicia insanguinata e s’è asciugato, ma che poi una macchina è tornata lì, l’ha illuminato coi fari, e quegli uomini l’hanno inseguito a piedi», continua Citti riportando che il pescatore ha detto di aver visto «st’uomo» alzarsi e scappare, ma poi più niente. Pasolini viene bloccato forse una bastonata e poi l’altra, la macchina parte per investirlo avanti e indietro tante volte per finirlo: una «manovra assurda e volontaria per investire il corpo», insiste Citti, «una manovra strana e che ha spostato il corpo». La macchina, sostiene Citti, poteva andare via più comodamente e invece fa una manovra strana solo per investire il corpo di Pasolini, non certo involontariamente, come sosteneva Pelosi. «Su questo caso ho le mie opinioni, e credo che sia importante che si concordasse tutti per accertare la verità – dice Martone – Il fatto che gli assassini fossero più d’uno è una verità incontrovertibile e deve essere affermata sul piano giudiziario». Continua il regista: «Io avevo 15 anni quando Pasolini fu ucciso, ero a Napoli e ricordo la reazione di tanti esultanti compagni per la morte di quel “ricchione di merda”, come dicevano. Ma quella compartecipazione di ragazzi a Napoli, era diffusa in Italia. Mi sentii estraneo rispetto ad una maggioranza che esultava». Conclude Martone dicendo: «Nel film si vedono due miei cari amici, Franco e Sergio Citti. Qui sono molto malati, e la testimonianza è uno strazio della memoria e dell’ostinazione degli amici stretti di Pasolini. Con loro, il libro Petrolio è una bomba che continua a deflagrare e ci dice quanto Pasolini non sia morto».

L’EX RAGAZZO DI VITA- «La macchina che uccise Pasolini, che non era quella Pasolini, fu portata, sporca di fango e sangue prima da un carrozziere sulla Portuense che la rifiutò, poi da un altro che la riparò. I carrozzieri sono entrambi viventi», aggiunge Silvio Parrello, «uno dei ragazzi di vita di Pasolini», a margine della presentazione del filmato. «Sono uno dei ragazzi di vita di Pier Paolo Pasolini – spiega Parrello, 67 anni – sono l’unico intellettuale uscito dal gruppo, sono scrittore e poeta e ho indagato per passione e per riconoscenza alla mamma di Pasolini. Un mese fa circa sono stato sentito dal giudice e a lui ho fatto il nome della persona che portò a riparare la macchina e che ora è agli atti».

CALVI: «GRANDI NOVITA’» – «Ringrazio il Comune di Roma nell’affidarmi l’incarico di riaprire l’istruttoria e trovare la verità», ha commentato l’avvocato Calvi. «E ringrazio Martone che mi ha consentito di avere un atto giudiziario, l’intervista a Sergio Citti perchè ci dicesse quello che sapeva e mostrasse il suo filmato per consentire al giudice di vedere uno scenario sconosciuto. Ho depositato l’atto qualche giorno fa. Questo Stato ha un grande debito nei confronti dell’indagine» continua Calvi. «La morte di Pasolini fu chiusa subito dopo l’arresto di Pelosi, e non fu fatto più nulla con la cancellazione di elementi fondamentali. Era evidente che Pelosi non diceva il vero. Basta vedere il filmato di Pelosi che entra in carcere senza una macchia di sangue quando il corpo di Pasolini era devastato. Sul luogo del delitto la più elementare delle indagini prevede di circoscrivere l’area quando invece fu consentito a tutti di entrare e disperdere le tracce di una seconda macchina che portava altri protagonisti. L’autovettura di Pasolini tenuta per giorni e giorni nel parcheggio della polizia sotto la pioggia (era novembre). In Italia è stata coperta con velo di omertà questa morte». Calvi sottolinea gli elementi di novità: «Noi oggi presentiamo l’atto che ha girato Martone: non è un film ma un atto giudiziario, un’investigazione difensiva portata al magistrato perchè l’acquisisca agli atti e ne tragga le conseguenze. C’è un testimone, poi, che ha dato nomi sul carrozziere che prese in custodia la macchina, e sulla persona che gliela portò, si aprono nuovi scenari su ignoti dunque. Il mio convincimento è che qualcuno voleva che quella voce non parlasse più, una voce che non doveva essere più ascoltata o letta. Quel “Io so” non doveva essere più ripetuto. Al di là dell’esito è un atto doveroso da parte della magistratura per fare luce su chi ha voluto quella morte».

LA VICENDA PETROLIO – L’interesse su Pasolini e sul mistero della sua morte si era riaperto anche in seguito alla strana vicenda strana di Petrolio, che pure ha dato materia per riaprire l’istruttoria. Improvvisamente Dell’Utri dichiarò di aver avuto e letto l’ultimo capitolo di Petrolio per presentarlo al Salone del Libro. Seguì l’interrogazione parlamentare di Veltroni, la risposta di Dell’Utri che non era più in grado di ricostruire chi gliel’aveva dato. Il secondo atto con la lettera di Veltroni al ministro Alfano che rispose sul Corriere che riteneva opportuno riaprire le indagini come atto dovuto. Presentando i nuovi elementi, Calvi ha commentato: «Per la prima volta la politica ha superato il mondo degli intellettuali, dove invece ho trovato risposte sconcertanti da alcuni diffidenti. La verità è un dovere dello Stato. La politica si è mostrata più seria rigorosa e attenta: arrestato Pelosi il processo si è chiuso. Invece è un dovere accertare gli ignoti. Lo Stato deve fare quello che non ha fatto allora, forse questi ignoti non sono più vivi dopo trent’anni, ma bisogna dare risposta ad un mistero».

Redazione online
04 maggio 2010

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Omicidio Pasolini, Veltroni: “Pelosi ha ancora paura di dire la verità”

“Pelosi lei ha ancora paura? Fa i nomi di persone che non esistono più, non ne fa nessuno di persone ancora in vita: lei sente che c’è ancora qualcuno in giro che potrebbe fare rappresaglie se dicesse la verità?”.

“Nì”.

“Allora la risposta è sì….nì significa sì”.

E’ un frammento del dialogo fra Valter Veltroni, deputato Pd, ex sindaco di Roma, e Pino Pelosi, unico imputato condannato per l’omicidio di Pier Paolo Pasolini.

“La pista catanese? Solo un depistaggio per l’avvocato Marazzita….vi pare che la gente veniva da Catania…in totale quella sera…erano sei, sei persone…”.

Inizia così l’inattesa testimonianza di Pelosi, alla presentazione del libro “Nessuna pietà per Pasolini” – firmato dall’avvocato Stefano Maccioni, la criminologa Simona Ruffini ed il giornalista Valter Rizzo –  presentato a Roma nella libreria Mondadori di via Piave. Ad improvvisare una vera e propria intervista a Pelosi è stato Walter Veltroni, che era presente in qualità di ospite. Veltroni è stato fra coloro che ha cercato la verità sull’omicidio dell’intellettuale, ed era stato invitato a portare la sua testimonianza. Ma il programma è stato stravolto dalla presenza di Pelosi, il quale a pochi minuti dall’inizio della presentazione è entrato in sala sottolineando a gran voce. “Non chiamatemi Giuda Iscariota perché non sono io che ho tradito Pasolini, anzi, sono l’unico che ha pagato…mi sono fatto anni di carcere”.

Veltroni ha chiesto a Pelosi come nacque la versione che lui diede la notte del delitto, il 2 novembre 1975, dopo che fu arrestato. Questa la risposta: “Mi fu imposta. Mi strapparono l’anello che portavo a dito e fu buttato lì all’idroscalo…fu l’uomo alto con la barba che mi minacciò, presi anche una bastonata, due punti di sutura e una frattura al naso mi provocarono…avevo 17 anni…non è che potevo fare chissà che…”.

E l’avvocato che la difese, ha insistito Veltroni, come lo scelse? “L’avvocato Mangia – ha replicato Pelosi – furono i miei genitori a sceglierlo, e fu consigliato anche da un giornalista”.

Veltroni non demorde: “Pelosi, lei è l’unico qui che sa veramente cosa accadde quella notte,  lo vuol raccontare?”

“Dopo aver avuto un rapporto sessuale – ha dichiarato Pelosi – scesi dall’auto per fare la pipì, improvvisamente fui aggredito alle spalle da una persona, mentre altri due tirarono letteralmente fuori dalla vettura Pasolini. Lui si divincolò, fece alcuni metri, io lo persi di vista perché era completamente buio, poi sentiì urlare Aiuto Mamma!, Aiuto!…”.

Al termine di questo confronto, Pelosi ha lasciato la sala (ma è rimasto comunque all’ingresso della libreria) e Veltroni ha proseguito le sue considerazioni: “Io credo a Pelosi quando dice che non è stato lui; lui conosce l’identità di chi quella notte era all’idroscalo, ma non ne parla perché ha paura. Evidentemente sono persone che hanno la capacità di esercitare un certo tipo di pressione.  Quello che manca ancora è un movente reale, su cui è necessario fare un lavoro di ricerca”

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Video-lezione di Federico Sollazzo

Se noi vogliamo comprendere un fenomeno, l’unica possibilità che abbiamo di comprenderlo
è penetrare questo fenomeno. Non si può comprendere dall’esterno.
Questo è uno degli errori, o degli orrori, della mentalità scientifica, il fatto che
l’osservatore, lo scienziato, è sempre esterno, è sempre impersonale, è sempre oggettivo.
No!, se si vuole comprendere un fenomeno si deve penetrare quel fenomeno,
ci si deve sporcare le mani con quel fenomeno, si deve rischiare di morire con quel fenomeno…
Federico Sollazzo

Vi sono, tra quelli raccolti in Scritti corsari, alcuni interventi tra i più importanti che si riferiscono alla “mutazione antropologica”, un fenomeno descritto da Pasolini e riguardante i cambiamenti profondi verificatisi con l’avvento della società dei consumi.
Un primo intervento è del 10 giugno 1974: Studio sulla rivoluzione antropologica in Italia (sul “Corriere della Sera” col titolo Gli italiani non sono più quelli);  un altro articolo, apparso sul “Corriere” con il titolo Il Potere senza volto (titolo originale Il vero fascismo e quindi il vero antifascismo  è del 24 giugno 1974. Un terzo è dell’11 luglio dello stesso anno: Ampliamento del “bozzetto” sulla rivoluzione antropologica in Italia (Intervista a cura di Guido Vergani apparsa sul “Mondo”.
La “mutazione antropologica”, formulazione originale esclusivamente pasoliniana, è uno dei fenomeni più tragici trattati dall’autore: essa consiste, nel caso italiano, in una distruzione di ogni carattere individuale, sia superficiale, sia profondo, spirituale.
Pasolini sostiene che ultimamente i ceti medi hanno completamente, antropologicamente, cambiato i loro valori in quelli dell’edonè e del consumo, propri della borghesia. Il Potere del consumismo ha gettato via cinicamente vecchi valori, provocando, con la nuova “cultura di massa”, il cambiamento antropologico. Questa nuova cultura non è moralistica, ecclesiastica o patriottica, ma è determinata da leggi interne e da un’ideologia autosufficiente: segnate da essa, le persone non sono più distinguibili fisicamente e dal punto di vista delle abitudini, e anche un fascista e un antifascista paradossalmente si assomigliano. L’autore  definisce  la  nuova “cultura  di  massa”  “follia  pragmatica”,  “conformismo  e  nevrosi”. Pasolini sostiene inoltre che la cultura base degli italiani è cambiata, che la cultura di classe è stata sostituita da una cultura interclassista.
In un ulteriore intervento su “Paese Sera” dell’8 luglio 1974, Lettera aperta a Italo Calvino: Pasolini: quello che rimpiango (in Scritti corsari col titolo Limitatezza della storia e immensità del mondo contadino) Pasolini parla dell’impoverimento dello spazio umano determinato dalla “mutazione antropologica”. Si tratta soprattutto di un impoverimento dello spazio fisico nel quale l’uomo vive e dei comportamenti, della lingua, ridotta a mero strumento di  comunicazione che riduce l’espressività, e dello spazio linguistico, che si riflette nella scomparsa dei dialetti. Pasolini replica a Calvino sostenendo che gli uomini sono sempre conformisti e più possibilmente uguali l’uno all’altro, ma secondo la loro classe sociale e sotto condizioni culturali regionali. Oggi sono tutti uguali, conformisti, senza distinzione di classe: un operaio è uguale fisicamente a uno studente, e un operaio del Nord a uno del Sud. Si tratta solo di uno degli effetti dei cambiamenti globali indotti dalla società avanzata consumistica di massa. Più on generale, la scoperta della “mutazione antropologica” è un passo significativo  verso la constatazione dell’esistenza di un fenomeno che accomuna tutti i cambiamenti portati dalla società consumistica di massa, vale a dire l’impoverimento dello spazio umano, del mondo fisico e intellettuale.
Pasolini vede nei tempi passati ricchezza e varietà di comportamenti, di lingue e di culture, mentre il presente significa per lui impoverimento in tutti i sensi: spariscono alcuni gesti, spariscono alcuni dialetti, la gente abiura le proprie culture particolaristiche, seguendo le lusinghe del consumismo. Prima della “mutazione”, secondo Pasolini, l’uomo era più autonomo, creativo, si distingueva con il suo fisico, era fiero della propria cultura particolaristica, parlava il suo dialetto ricco di espressioni, il suo spazio spirituale nella vita era vasto e sembrava illimitato; l’Italia, nonostante la povertà materiale, prima conosceva diversi aspetti delle culture locali. Ora le culture particolaristiche si sono avvicinate alla cultura centralistica, ufficiale, che riduce la creatività linguistica, unisce culturalmente la gente e le toglie l’autonomia dello spazio spirituale.
Di questo e di molto altro parla Federico Sollazzo nel suo intervento video,
nel quale tra l’altro si avvale di un’analisi stringente e di alcune citazioni
originali pasoliniane a sostegno delle proprie tesi.
Un grande ringraziamento di “Pagine corsare” a Federico Sollazzo.

Nella prima foto, Walter Veltroni, nella seconda Pino Pelosi, immagine tratta dal sito della casa editrice Vertigo

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La mutazione antropologica del popolo italiano: “Lettere Luterane” di P.P.Pasolini.

La mutazione antropologica del popolo italiano: “Lettere Luterane” di P.P.Pasolini.

La mutazione antropologica che Pasolini denunciava a gran voce negli anni ’70 è il grande tema delle Lettere Luterane, raccolta di articoli scritti sul Corriere della Sera tra il ’73-’75, ma uscita postuma soltanto nel 1976.

Aumentano a dismisura gli storici o i sociologi che nelle loro analisi fanno riferimento alla grande trasformazione che avvenne sul finire degli anni sessanta, in termini antropologici prima che economici o politici. Oggi il tema pasoliniano ci appare nella sua più assoluta evidenza, mentre più di trentacinque anni fa era l’argomento prediletto di un grande intellettuale, lucido e spietato, ma nonostante tutto isolato da un pervasivo appiattimento culturale e, sotto certi aspetti, da una società ancora retrograde e razzista. Per Pasolini era impossibile affrontare le problematiche interne del Palazzo (vuoi in termini legali, in termini mafiosi, in termini amministrativi o in termini politici) senza tener conto della profonda e devastante mutazione culturale verso cui gli italiani, in quegli anni, si stavano avviando. La sua suggestiva metafora non venne presa sul serio, così più tardi, all’inizio degli anni ’90, dopo la profondissima crisi scatenata dallo tsunami Tangentopoli, si diffuse l’illusione che bastasse rimpiazzare il Palazzo vecchio con uno nuovo per sperare in una società civile, ma le euforiche speranze di una Seconda Repubblica furono l’inizio di altri disastri, molti dei quali furono la naturale e logica conseguenza di quella mutazione.

In primo luogo non  mancano le critiche rivolte alla televisione, alla sua esacerbante forma di indottrinamento, e alla imminente società dei consumi. Tra gli anni cinquanta e sessanta la televisione e il consumismo parteciparono alla fabbricazione degli italiani, anzi a standardizzare il modo di essere italiani, quella spiccata italianità dell’arrangiarsi in cambio di un’ossequiosa e narcisistica omertà, il mai dire mai, il continuo distogliere altrove lo sguardo da una società sempre più opulenta e sempre più vanitosa. L’attacco meritevole e doveroso nei confronti dello Stato e delle sue istituzioni, prima fra tutte la scuola (quest’ultima e la televisione sono le protagoniste in una meritevole proposta di abolirle), alla cultura cattolica, socialista e comunista e gli innumerevoli ed onnipresenti rimandi ai golpe, alle stragi, alle trame della politica italiana coi servizi segreti, il clima clerico-fascista degli anni ’50, il pomposo ottimismo democratico-progressista e la sua famosa invettiva contro il Palazzo, quel processo che solo Pasolini poteva inscenare, rendono ancora più evidente la poca distanza che separa il degrado e l’inadeguatezza di ieri col feticismo umano e il parossismo nevrotico di oggi.

Le stragi fasciste di Piazza della Loggia e del treno Italicus, l’arresto del generale Vito Miceli per cospirazione contro lo Stato, le indagini del giudice Violante riguardanti il “golpe bianco”e al contempo lo stretto legame tra la vittoria del referendum sul divorzio e l’avanzata pseudo-democratica del Pci erano per Pasolini un preambolo. Le vittorie amministrative del ’75 e l’affermazione del Pci non vennero interpretate come la rivalsa del laicismo e della democrazia, ma una efferata manifestazione di come i valori dei ceti medi siano stati assoggettati dal modello culturale americano e dal suo edonismo consumistico. Questa nuova forma di democrazia, questa nuova forma d’intendere la (ri)produzione, ha distrutto il vecchio scenario clerico-fascista degli anni ’50 ed è stato rimpiazzato da un potere falsamente laico e falsamente tollerante (per usare i suoi termini).

Il 1974 fu un anno cruciale anche in tema di corruzione politica, aprendo le porte al suo celebre processo. Infatti, con la rivelazione delle tangenti petrolifere che venivano versate rigorosamente ai partiti di governo, la corruzione divenne non più un elemento episodico, ma una prassi sistematica. Mi viene da dire quasi quotidiana. In questo audace e ambizioso atto d’accusa scritto di getto, Pasolini fece luce su una verità molto chiara: i democristiani non fecero in tempo a capire che quella forma di potere (clerico-fascista) che avevano servito nei 20’anni precedenti si era del tutto esaurita, rimpiazzata da una edonistica-consumistica che li aveva prima strumentalizzati e poi, di conseguenza, rigettati, perché oramai del tutto inutili. Cioè, è intrinseca nella natura di questo nuovo potere (Capitalismo, Consumismo), oggi attualissimo, l’alienazione stessa dello Stato.

Le Lettere lasciano ancora senza parole. Guardare il passato per poter programmare il futuro.

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Lucio Garofalo

15 novembre 2005

Ho atteso con ansia che trascorresse la ricorrenza del 30° anniversario della tragica morte di Pier Paolo Pasolini, per provare a scrivere qualcosa su di lui, per riflettere sul prezioso senso della sua figura e della sua opera, a 30 anni di distanza dalla sua precoce scomparsa, per ragionare sull’attualità e sulla verginità delle sue idee così avanzate e così ferocemente presenti oggi più di ieri, in quanto hanno anticipato notevolmente i tempi.
La prima impressione che ho ricavato dalle innumerevoli, scontate ed ovvie celebrazioni dell’evento, è la seguente.
Ormai tutti sembrano appropriarsi (o volersi appropriare) dell’eredità del pensiero pasoliniano, da sinistra a destra, rivalutando e riabilitando post mortem un personaggio che in vita era stato scomodo a tanti e da tanti (troppi) è stato osteggiato, perseguitato e diffamato, mentre oggi sembra far comodo a tanti, forse troppi per i suoi gusti di genio anticonformista.
Ormai il sistema sembra aver inglobato ed omologato persino le analisi e le riflessioni provocatorie e rivoluzionarie dell’intellettuale italiano (e non solo italiano) più geniale, più anticonformista e più eversivo del Novecento.
Ma Pasolini non può essere omologato e assimilato con tanta facilità, e tantomeno le sue idee possono essere addomesticate o neutralizzate nell’atto di sposarle o ripensarle così banalmente. Eppure, l’operazione in corso è proprio quella di un’assimilazione politico-culturale del pensiero pasoliniano, post mortem, in piena regola!
In particolare, l’industria culturale, e lo starsistem in generale, è ferocemente consumista ed ha cinicamente consumato i riti e le celebrazioni pasoliniane, divorando e metabolizzando il significato eversivo e rivoluzionario dell’opera di Pier Paolo Pasolini.

Chissà che cosa avrebbe da dire oggi Pier Paolo Pasolini se fosse ancora vivo…

Chissà quali sarebbero le sue opinioni e le sue provocazioni “corsare” a proposito, ad esempio, della globalizzazione economica neo-liberista e del “pensiero unico” (che Pasolini seppe intuire già 30 anni or sono) , della guerra “preventiva” in Iraq e della nuova strategia del terrore globale, del “cavaliere nero” Silvio Berlusconi e del suo pessimo governo “clerico-fascista” in versione aggiornata, del subdolo tentativo di attuare il “Piano di rinascita democratica” promosso della P2 di Licio Gelli, delle leggi ad personam… E, dulcis in fundo, dell’ultimo colpo di mano, quel “golpe elettorale” pseudo-proporzionalista che non sancisce affatto la restaurazione del precedente sistema proporzionale che, non a caso, era molto più serio e più democratico di questa riedizione mistificante di un modello maggioritario travestito (appunto) di proporzionalismo. Altrimenti, quale senso e quale ruolo bisognerebbe assegnare al “premio di maggioranza” previsto dalla proposta governativa di riforma elettorale?…

2 novembre 1975 – 23 novembre 1980: tempo di anniversari…

Il 2 novembre scorso, e nei giorni immediatamente precedenti e successivi a quella data, si è consumato una rituale e piatta rievocazione del 30° anniversario della scomparsa, violenta e prematura, di Pier Paolo Pasolini.
Senza dubbio, questa morte ha costituito una perdita incolmabile per la cultura e per la società non solo italiana, ma universale.
Non si tratta di una frase fatta, né di una banale constatazione, bensì è la scoperta, magari tardiva, da parte della collettività nazionale, dell’annientamento, fisico e morale, di una coscienza critica estremamente acuta e spietatamente sincera che, per quanto fosse scomoda, ingombrante e destabilizzante, soprattutto per la classe politica dirigente del nostro Stato, esprimeva comunque una voce importantissima ed un pensiero estremamente utile e necessario per capire meglio la direzione presa dalla nostra società, ossia dal nostro destino, a partire ovviamente dalle nostre esperienze particolari e dalle nostre realtà locali, sempre più omologate ad un modello dominante. In tal senso, il pensiero pasoliniano è una preziosissima fonte di ispirazione ed un utile strumento di analisi e di interpretazione dei processi di trasformazione in atto anche nelle mia terra, l’Irpinia, negli ultimi 25 anni (25, infatti, sono gli anni trascorsi dal terribile evento tellurico del 23 novembre 1980).
La straordinaria statura morale, intellettuale ed umana di Pasolini, è soprattutto quella di un geniale precursore del suo tempo, al punto che il suo pensiero può risultare “profetico”, ma è solo il frutto di una mente assai acuta e profonda, capace di andare oltre il suo tempo, di andare oltre i momenti e i comportamenti effimeri e transitori, di oltrepassare gli aspetti superficiali e fenomenici, per carpire a fondo la vera natura delle cose.
La validità di molte analisi radicali e “corsare” di Pasolini consiste nell’aver colto nel segno, molto prima di tanti altri, quei cambiamenti sociali e culturali così profondi e drammatici della realtà italiana, che all’epoca (ossia verso la metà degli anni ’70) erano ancora ad un livello embrionale e non erano ancora emersi chiaramente in superficie.
Già 30 anni fa Pasolini aveva intuito in modo geniale alcuni segnali di trasformazione di natura strutturale e socio-economica, ma anche di carattere antropologico-culturale, mutamenti che all’epoca erano ancora in nuce, generati dall’avvento e dall’espansione dell’economia capitalistica e dall’imposizione di un’ideologia, quella consumistico-borghese, che Pasolini aveva riconosciuto come il nuovo, vero fascismo, anzi come il peggiore dei fascismi e dei totalitarismi dell’epoca contemporanea.

A quanto pare, non si sbagliava affatto…

Io, ad esempio, risiedo in un piccolo centro dell’Irpinia, che conta meno di 10 mila abitanti. Eppure, mi sembra di stare in una metropoli dispersiva ed alienante. Come mai?…
Probabilmente, il catastrofico sisma del 23 novembre 1980 (che rase quasi interamente al suolo il mio paese) e il successivo processo di ricostruzione urbanistica e sociale, con l’immenso fiume di denaro piovuto dall’alto, possono aver favorito, anche da noi, un’accelerazione improvvisa di quei processi di mutazione antropologica e di omologazione culturale e sociale di massa che Pasolini seppe comprendere e descrivere oltre 30 anni fa.
Infatti, l’infausta data del 23/11/80 segna e costituisce per noi irpini un vero e proprio spartiacque storico e antropologico-culturale.
Ormai non c’è più alcuna differenza tra gli stili di vita e di comportamento, totalmente consumistici, degli individui che vivono in un piccolo paese delle zone interne dell’Italia meridionale, e gli abitanti di un’estesa metropoli come Roma, Milano, Torino, eccetera.
Invece, 25/30 anni fa il divario era molto maggiore, direi quasi abissale; oggi si è ridotto in modo colossale livellandosi verso il basso.
Il predominio assoluto, e assolutistico, dell’economia di mercato, ha generato effetti di alienazione e di omologazione superiori a qualsiasi altra forma di dittatura o di sistema totalitario, dal fascismo al nazismo, e via discorrendo. Ciò che in Italia non era riuscito al regime fascista di Mussolini durante un intero ventennio, è riuscito al modello di produzione e di consumo neocapitalista nel giro di pochi lustri. Ciò è accaduto anche da noi, in Irpinia, una terra immobile ed immutata per secoli, stravolta e sconvolta in poco tempo, soprattutto a partire dai primi anni ’80, anche per effetto di accelerazioni causate dall’evento sismico e dai processi economico-sociali innescati dalla ricostruzione delle aree terremotate.

Lo “spaesamento” del mio paese natale…

Oggi, il mio paese natale è un luogo di vita alienante, sempre meno comunità a misura d’uomo, e sempre più una realtà a misura di bottegai affaristi e speculatori.
Certo, da noi convivono vecchi e nuovi problemi, piaghe antiche e secolari, come il clientelismo politico-elettorale, la camorra (in Calabria c’è la ‘ndrangheta, che si è recentemente manifestata in tutta la sua barbarie) e nuove contraddizioni sociali quali, ad esempio, la disoccupazione, le devianze giovanili, l’alienazione, l’emarginazione sociale e la disperazione che sono effetti provocati dalla modernizzazione puramente economica e materiale di una società che è diventata ormai una società di massa.
Purtroppo, già da diversi anni, anche nelle nostre zone i giovani muoiono a causa di overdose di eroina e fanno uso di sostanze stupefacenti, oppure si schiantano in automobile il sabato sera, dopo una serata trascorsa in discoteca, e via dicendo…
Persino il fenomeno dell’emigrazione si è “aggiornato” e “modernizzato”, nel senso che si ripropone in forme nuove e, forse, anche più drammatiche e più gravi del passato.
Infatti, una volta gli emigranti irpini, e meridionali in genere, erano lavoratori analfabeti o semianalfabeti, oggi sono in grandissima parte giovani con un elevato grado di scolarizzazione.
Inoltre, mentre gli emigranti del passato sovvenzionavano le loro famiglie rimaste nei luoghi di origine, a cui speravano di ricongiungersi il più presto possibile, i giovani di oggi che emigrano verso il Nord lo fanno senza più la speranza, né l’intenzione di far ritorno alla propria terra natale, anzi molto spesso formano e crescono le loro famiglie altrove, laddove si sono economicamente sistemati. Insomma, si tratta di un’emigrazione di cervelli, ossia di giovani intellettuali sui quali le nostre comunità hanno investito molte risorse per farli studiare.
Pertanto, questa è la più grave perdita di ricchezze e di valori per le nostre zone!…
Quelle che un tempo erano piccole comunità a misura d’uomo, depositarie di una memoria storica secolare e dotate di un profonda identità fondata soprattutto sulle tradizioni locali e particolaristiche, oggi si sono disgregate e addirittura atomizzate, avendo perso rapidamente la propria dimensione umanistica e popolare, avendo smarrito la propria originale identità socio-culturale, localistica e dialettale, senza tuttavia assumerne una nuova, con inevitabili e devastanti ripercussioni in termini di alienazione sociale e di vuoto esistenziale.

La “modernizzazione” del Sud come effetto della “post-modernizzazione” del Nord…

Sul piano strettamente economico, quella irpina non è più una società agraria, ma non è diventata qualcosa di veramente nuovo e diverso, ovvero non si è trasformata completamente, e spontaneamente, in un assetto industriale vero e proprio, pur vantando antiche vocazioni artigianali e commerciali, come quelle che animano le dinamiche e lo sviluppo, forse troppo poco regolato e razionale, dell’economia del mio paese.
Oggi, a 25 anni di distanza dal terremoto, la società irpina è più o meno un “ibrido”, sia dal punto di vista economico-materiale, sia sotto il profilo sociale e culturale.
Certo, occorre precisare che sul versante propriamente economico-produttivo, la “modernizzazione” delle nostre zone, che fino a pochi decenni fa erano dominate da un tipo di economia agraria, latifondistica e semi-feudale, è avvenuta in tempi rapidi e in modo convulso e controverso. Ciò si è determinato all’interno di un processo di “post-modernizzazione” del sistema capitalistico su scala globale, ossia in una fase di ristrutturazione tecnologica in chiave post-industriale, delle economie neocapitalistiche più avanzate dell’occidente, con il trasferimento di capitali e di macchinari ormai obsoleti in alcune aree arretrate, depresse e sottosviluppate dal punto di vista capitalistico-borghese come, ad esempio, il nostro Meridione. Voglio puntualizzare che anch’io, come Pasolini, credo nel progresso, ma non nello sviluppo, soprattutto in questo tipo di sviluppo selvaggio ed irrazionale che è generato dalla globalizzazione economica neoliberista.

Una speranza di palingenesi terrena, non ultraterrena…

Voglio concludere la mia analisi condotta in pieno stile pasoliniano, cioè in modo “corsaro” e “provocatorio”, con il richiamo ad una speranza e ad una volontà di palingenesi spirituale della mia terra, l’Irpinia, a cui sono visceralmente legato, nonostante tutto.
L’opera e le idee di Pasolini erano disperate, ossia prive di speranza, almeno in apparenza; in realtà erano pervase da un profondo sentimento di religiosità, scevro tuttavia di qualsiasi forma di moralismo o di fondamentalismo. La religiosità pasoliniana era indubbiamente laica.
D’altronde egli era un intellettuale marxista e marxisticamente ha cercato di analizzare e descrivere la realtà del suo tempo, con coraggio, lucidità ed onestà morale ed intellettuale.
A mio parere, il compito dell’intellettuale è certamente quello di provare ad interpretare e a conoscere la realtà, ma è anche quello di tentare di migliorarla.
Insomma, bisogna comprendere e spiegare il reale, l’essere, ma c’è ancora più bisogno di comprendere e spiegare, dunque attuare, l’ideale, il dover-essere. Ma, da solo, l’intellettuale è impotente, per cui deve riferirsi e agganciarsi alle forze materiali e sociali presenti e operanti nella realtà in un determinato momento storico.
In tal senso, la speranza di rinascita spirituale dell’umanità, a partire dalla mia umanità, deve esplicarsi in un progetto di trasformazione concreta, da proporre e promuovere politicamente, ossia in sede terrena, non ultraterrena.
Si può e si deve cominciare dal basso, dal piccolo, dal semplice, per arrivare in alto, per pensare ed agire in grande, cambiando magari il mondo in cui viviamo.
Io ci voglio provare scrivendo queste cose. Almeno spero che servano a qualcuno e a qualcosa!

Lucio Garofalo

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Dalla Civiltà Contadina alle campagne trasformate. La “Cultura Agricola” e dei Pescatori nella vera Resilienza Cattolica

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LA “STORIA” RACCONTATA DA PRESA DIRETTA

IL MIO SALTO SULLA POLTRONA

di Filippo Giannini

Presa diretta è un programma, diciamo politico, trasmesso settimanalmente da Rai/3 (una volta indacata come Radio Kabul). Ebbene il giorno 2 settembre 2013, il conduttore Riccardo Lacona, scrupolosamente con un brillantino all’orecchio sinistro, certamente per essere consono alla way of life yankee, ad un certo punto della trasmissione intervistò un signore. Questi era seduto in uno stanzone, dietro a lui, sullo sfondo, si intravedeva un grande quadro raffigurante Karl Marx; rispondendo ad una domanda del conduttore disse che per uscire dalla crisi che ci attanaglia, dovremmo fare quel che fece negli anni ’30 Franklin D. Roosevelt. Data l’enormità della bestemmia non potei trattenermi dal fare un balzo dal divano dove ero seduto.

Provo a spiegarne il motivo.

Per prima cosa prego i lettori di leggere attentamente e di tenerlo ben presente anche oltre la fine della lettura, quanto ebbe a dire l’allora futuro Presidente Usa Woodrom Wilson. Questi tenne una lezione alla Columbia University e, sfacciatamente, così caricò la mentalità predatoria degli studenti americani: <Dal momento che il commercio ignora i confini nazionali e il produttore preme per avere il mondo come mercato, la bandiera della sua nazione deve seguirlo, e le porte delle nazioni chiuse devono essere abbattute… Le concessioni ottenute dai finanzieri devono essere salvaguardate dai ministri dello stato, anche se in questo venisse violata la sovranità delle nazioni recalcitranti… Vanno conquistate e impiantate colonie, affinché al mondo non resti un solo angolo trascurato o inutilizzato>.

Sarebbero sufficienti queste parole per comprendere “come siamo ridotti oggi!”. Ma non basta, tanto è sufficiente per esclamare: e pensare che in Europa ci sono ancora tanti idioti che festeggiano la data della “liberazione” del 1945!

Ma la lezione di Woodrom Wilson è solo un passaggio; vediamo le sue radici.

Quello che poi sarà il primo Presidente degli Stati Uniti, George Washington profetizzò quella che sarà la guerra contro l’Europa (cito a memoria): <Quelli che sono i mali dell’Europa, dovranno diventare i nostri beni>. Pochi decenni dopo subentrò colui che sarà il quinto Presidente Usa, James Monroe con la sua famosa Dottrina, detta, impropriamente: Dottrina Monroe (2 dicembre 1823): essa sanciva che il continente americano (tutto, incluso quello meridionale!) non era un territorio destinato alla colonizzazione europea e che ogni tentativo delle potenze europee di estendere la loro influenza sul continente americano sarebbe stato considerato dagli Stati Uniti come una minaccia. In altre parole gli Stati Uniti ponevano la propria sovranità non solo sull’America del Nord (che sarebbe pure stato giusto e ovvio), ma su tutto il “continente americano”, quindi anche sull’America meridionale. Infatti non tardò molto che gli statunitensi si avvalsero di questo diritto (?).

E questo diritto sarà esercitato non solo sul continente americano tutto, ma su ogni angolo del mondo, grazie all’alleanza massonica della diabolica triade Francia-Gran Bretagna-Stati Uniti. Gli effettivi padroni del mondo, anche grazie alla scarsa capacità politica dimostrata nel XX Secolo. Le prime due cadranno da Potenze Mondiali, lasciando il posto alla terza, quella cioè, come ha scritto Bernhard Shaw: <Gli Stati Uniti sono l’unico Paese occidentale ad essere passati da uno stato di barbarie ad uno di decadenza senza essersi fermati in quello della civiltà>. Quindi siamo messi bene! Da Bernhard Shaw, anche il direttore della rivista Harper’s: <Nel 1945 gli Stati Uniti hanno ereditato la terra… Alla fine della seconda guerra mondiale, quello che era rimasto della civiltà occidentale passò sotto la responsabilità americana>. E siamo come stiamo!

Torniamo alla ci a zeta zeta a ta proferita dal capiscine di turno nella ricordata trasmissione Presa diretta e cioè che per uscire dalla crisi dovremo fare come Roosevelt negli anni ’30.

Anticipo che negli anni ’30 tutto il mondo – ad eccezione di Italia e Germania – affogavano nella crisi congiunturale iniziata nel 1929. Si facciano forza il capiscione e il signor Riccardo Lacona, ma quanto segue è la verità VERA. In merito sentiamo quanto hanno scritto su “L’Economia Italiana fra le due Guerre” Giorgio De Angelis, laureato in Scienze politiche all’Università di Roma: <L’onda d’urto provocata dal risanamento monetario non colse affatto di sorpresa la compagine governativa (per intenderci guidata da Benito Mussolini, nda)… L’opera di risanamento monetario, accompagnata da un primo riordino del sistema bancario, permise comunque al nostro Paese di affrontare in condizioni di sanità generale la grande depressione mondiale sul finire del 1929 (…)>. E, sempre nello stesso volume, il professor Gaetano Trupiano, a pag. 169, afferma: <Nel 1929, al momento della crisi mondiale, l’Italia presentava una situazione della finanza pubblica in gran parte risanata; erano stati sistemati i debiti di guerra, si era proceduto al consolidamento del debito fluttuante con una riduzione degli oneri per interessi e le assicurazioni sociali avevano registrato un sensibile sviluppo>.

Ed ora altre citazioni .

J.P. Diggins (L’America, Mussolini e il Fascismo) a pag. 45 ha scritto: <Negli anni Trenta lo Stato Corporativo sembrò una fucina di fumanti industrie. Mentre l’America annaspava, il progresso dell’Italia (…). In confronto all’inettitudine con cui il presidente Hoover affrontò la crisi economica, il dittatore italiano appariva un modello di attività>. E ancora: il giornale Noradni Novnij di Brno, il 15 dicembre 1933, scriveva: <(…). In Italia il piano Mussolini rende una popolazione felice e nuove città sorgono in mezzo a terre redente, coperte ovunque di biondi cereali>.

Caro Capiscione e caro signor Riccardo Lacuna, un invito accettatelo, se siete solo ignoranti vi suggerisco di andare a leggere la Storia (quella vera); se invece la vostra è solo malafede, beh! Continuate così. Però aggiungo: l’Italia sotto il male assoluto, pur essendo una piccola provincia in una grande Europa, tuttavia dettava leggi al mondo. Una prova? Una volta eletto Roosevelt, (e questo nel dopoguerra venne accuratamente nascosto) inviò nel 1934, in Italia Rexford Tugwell e Raymond Moley, due fra i suoi più preparati uomini del Brain Trust per studiare il miracolo italiano.

Lucio Villari ha scritto: <Tugwell e Moley, incaricati alla ricerca di un metodo di intervento pubblico e di diretto impegno dello Stato che, senza distruggere il carattere privato del capitalismo, ne colpisse la degenerazione e trasformasse il mercato capitalistico anarchico, asociale e incontrollato, in un sistema sottoposto alle leggi e ai principi di giustizia sociale e insieme di efficienza produttiva>. Roosevelt inviò Rexford Tugwell a Roma per incontrare Mussolini e studiare da vicino le realizzazioni del Fascismo. Ecco come Lucio Villari ricorda il fatto tratto dal diario inedito di Rexford Tugwell in data 22 ottobre 1934 (Anche l’Economia Italiana tra le due Guerre, ne riporta alcune parti; pag. 123): <Mi dicono che dovrò incontrarmi con il Duce questo pomeriggio… La sua forza e intelligenza sono evidenti come anche l’efficienza dell’amministrazione italiana, è il più pulito, il più lineare, il più efficiente campione di macchina sociale che abbia mai visto. Mi rende invidioso… Ma ho qualche domanda da fargli che potrebbe imbarazzarlo, o forse no>. Molti economisti americani, vedevano nel Corporativismo italiano il coordinamento economico statale necessario davanti alla bancarotta liberista del lassez-faire, quindi suggerirono a Roosevelt di introdurre anche negli Stati Uniti qualcosa di simile al corporativismo italiano, il New Deal. Così nel 1933 (attenzione alla data signor Capiscione) Roosevelt firmò il First New Deal e il Second New Deal venne firmato nel 1934-1936.

Lo stesso Bernhard Shaw affermò che <lo Stato corporativo fascista costituiva il grande avvenimento del secolo>. Fu un grande avvenimento, ma costituiva un ulteriore motivo di attrito con quei Paesi che adottavano il sistema liberista in economia e questo aggravato ancor più dal fatto che in quasi tutti i Paesi del mondo sorgevano partiti o movimenti tendenti a seguire l’esempio italiano.

Che l’Italia fosse sulla strada giusta è attestato proprio da colui che è considerato uno dei maggiori scrittori del secolo: Giuseppe Prezzolini. Giuseppe Prezzolini nacque per caso (così era solito dire) a Perugia il 27 gennaio 1882 (morì, centenario, a Lugano nel 1982). Iniziò la sua attività di giornalista ed editore appena ventunenne. Dopo aver partecipato alla Prima Guerra mondiale si trasferì negli Stati Uniti nel 1929; ma, come poi scriverà, non mancherà di tornare frequentemente in Italia. Dopo uno di questi viaggi compiuto nei primi anni Trenta, scrisse: <Le mie impressioni possono forse parere semplici per i lettori italiani, ma hanno però lo sfondo dei paesi per i quali passo quando torno: un confronto e un controllo. Pace in questa Italia: ecco il primo sentimento certo che si prova venendo da fuori e dura per tutto il soggiorno. La pace degli animi, il silenzio delle lotte che divorano gli altri paesi, e separano classi e spezzano famiglie e rompono amicizie, e disturbano il benessere, talora in apparenza maggiore. Le strade non saranno grandi come le Avenue, ma non ci sono mitragliatrici; le lire non saranno molte come i dollari, ma sono sempre lire e lo saranno domani. I ricchi non hanno bisogno di guardie del corpo per salvare i figlioli dal sequestro. I poveri non devono pagare la taglia mensile alla mala vita per esercitare il loro mestiere. C’è oggi una generale convinzione che in un mondo come quello d’ora l’esercito è uno strumento di prima necessità. Nel resto del mondo vi sono momenti in cui anche la famiglia più modesta e l’uomo più pacifico pensano che sia meglio saltare un pasto per comprarsi un revolver (…). Il popolo italiano appare rinnovato. Sta lontano dalle osterie e dalle risse; sale sui monti in folla. Gode, come nessun altro popolo, del paesaggio, dei fiori, dei colori e dell’aria. I discorsi e i commenti che vi senti, lasciano trasparire l’atmosfera di serenità e di salute. Il popolo italiano ha un aspetto più forte, più dignitoso, più serio, più curato, meglio vestito di un tempo, è ossequiente alle leggi e ai regolamenti, è istruito nella generalità e più aperto perfino agli orizzonti internazionali. Si muove di più, viaggia di più: conosce meglio di una volta il suo paese. Non è ricco come altri popoli, ma non lo è mai stato e in confronto del popolo americano mi pare senza dubbio più contento>.

Il grande banchiere americano John P. Morgan sembra condividere l’opinione di Prezzolini: <In America i nostri uomini politici non si curano se non di un problema, quello della loro rielezione. Tutto il resto non li interessa che mediocremente. Felici voi, italiani, che grazie a Mussolini, avete in questo periodo così difficile il senso della sicurezza e della fiducia in voi stessi. Ci vorrebbe anche per l’America un Mussolini>.

E questo, e tanto altro ancora in Italia, mentre l’America in quegli anni ancora navigava nella grande congiuntura che portava centinaia di persone al suicidio per la disperazione e la miseria.

La grande Nazione americana doveva provvedere ad assistere 13 milioni di disoccupati. Questo, mentre l’Italia fascista era impegnata in una pianificazione economica di vasta portata. Il Presidente americano intravide nel piano italiano i mezzi necessari per porre rimedio ai mali esplosi nel 1929; nel contempo quegli stessi mezzi potevano essere utilizzati per evitare che nel futuro il Paese potesse cadere nella medesima crisi. Roosevelt imboccò quella strada utilizzando, però, mezzi e leggi non proprio conformi ad una democrazia. Con questa definizione ci riferiamo all’Executive Order 6102 a firma di Franklin D. Roosevelt: con tale Order veniva imposto agli americani di consegnare tutto l’oro alla Federal Riserve. A questa imposizione faceva eccezione l’oro utilizzato per scopi professionali, ad esempio, per i dentisti. Chi non ottemperava rischiava una pena di 10 mila dollari (del valore del tempo) e fino a 10 anni di carcere. In Italia, invece, proprio in quegli anni, sotto la dittatura mussoliniana vennero offerti alla Patria, con spontaneità ed entusiasmo, oltre 33 mila chili d’oro e più di 94 mila chili d’argento. Il testo, in lingua originale dell’Executive Order, viene riportato in Appendice n° 3 e 4 nel mio ultimo libro Le Guerre di Mussolini? (attenzione al punto interrogativo).

Oggi la triade gangsteristica, Usa, Gran Bretagna e Francia, o quel che rimane dei soliti noti, stanno organizzando un nuovo attacco, questa volta tocca alla Siria, Le giustificazioni sono le solite banali, e pre-costruite.

E la solita storia che si ripete da almeno quattro secoli.

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