28 novembre 2013 | Autore

Moro e Kissinger

Riceviamo e pubblichiamo una analisi svolta a suo tempo da alcuni studiosi di economia e di Storia

Fonte: Signoraggio.it

http://www.signoraggio.it/aldo-moro-signoraggio-bancario-e-le-strane-coincidenze/

Cosa accomuna diversi politici che si sono battuti per la Sovranità Monetaria?

In questo articolo analizzeremo le inquietanti coincidenze relative in particolar modo a tre esponenti politici che, poco dopo aver promosso leggi a favore della sovranità monetaria dei rispettivi Paesi, hanno poi fatto un brutta fine. Stiamo parlando di Abraham Lincoln, John Fitzgerald Kennedy e Aldo Moro.
Il problema di fondo è quello dell’emissione sovrana di moneta, ben noto per chi si occupa di Signoraggio Bancario. Abbiamo in parte toccato questo tema i due precedenti articoli: ” Signoraggio bancario: perchè ildebito è inestinguibile? ”e “Auriti, il valore indotto e la proprietà della moneta”.
Le banche centrali di moltissimi Paesi, spacciate come istituti pubblici, ma in realtà Società per Azioni private possedute generalmente da famiglie di banchieri senza scrupoli, hanno da sempre utilizzato qualsiasi mezzo per occultare la loro vera natura e nascondere l’inganno agli occhi della popolazione.
Cerchiamo di riassumere brevemente i fatti.

Il presidente Lincoln nel 1862, ebbe un incontro privato con un amico di vecchia data, il colonnello Edmund Dick Taylor che suggerì di stampare biglietti di Stato a corso legale per fronteggiare le spese della Guerra Civile Americana scoppiata l’anno precedente. Questa idea scaturì anche a causa degli interessi usurai (dal 24 al 36 per cento) pretesi dai banchieri internazionali nell’eventualità di un prestito all’Unione. Lincoln ovviamente non accettò le condizioni poiché non voleva trascinare il proprio Paese nel baratro del debito. Così, nonostante forti opposizioni, il 25 febbraio 1862 firmò il First Legal Tender Act che autorizzava l’emissione dei biglietti di Stato, conosciuti in seguito come greenbacks, nome derivato dall’uso di inchiostri verdi per distinguerli dalle altre banconote.
Il 14 aprile 1865, durante uno spettacolo teatrale al Ford’s Theatre, John Wilkes Booth (attore che aveva più volte recitato proprio in quello stesso teatro) spara un colpo alla testa del presidente Lincoln. I lati oscuri della vicenda resteranno numerosi: l’assenza della guardia del corpo del presidente, impegnata a bersi qualche drink ed il mistero del killer, ufficialmente scovato e ucciso una decina di giorni dopo, anche se nel corso degli anni molti ricercatori hanno sostenuto che Booth fosse riuscito a scappare.

Facciamo un salto di un secolo.
John Fitzgerald Kennedy, il 4 giugno 1963, firma l’Ordine Esecutivo 11110, un decreto presidenziale che di fatto toglieva alla Federal Reserve Bank (la banca centrale presente negli Stati Uniti) il potere di stampare denaro, restituendolo al Dipartimento del Tesoro, come sancito nella Costituzione americana. Il governo USA tornava in possesso della propria sovranità monetaria grazie ad una legge esplicita che lo autorizzava a «emettere certificati d’argento a fronte di ogni lingotto di argento e dollari d’argento della Tesoreria».
Praticamente gli Stati Uniti si riprendevano il diritto di stampare moneta, collegando l’emissione di banconote alle riserve d’argento della Tesoreria, senza la necessità di chiedere prestiti ad interessi alla Federal Reserve: biglietti a corso legale sgravati dal debito all’atto di emissione. L’unica differenza visibile sulle nuove banconote rispetto alle precedenti era la dicitura: quelle successive all’ordine esecutivo di Kennedy riportavano “Biglietto degli Stati Uniti” (United States Note), le altre “Biglietto della Federal Reserve” (Federal Reserve Note).
Guarda caso pochi mesi dopo, il 22 novembre 1963, il presidente Kennedy verrà ucciso a Dallas. Dopo più di quarant’anni i punti oscuri di questo omicidio rimangono senza una plausibile e convincente spiegazione ufficiale. Al contrario, risultano ormai palesi le incongruenze, i depistaggi e le manomissioni relative alla vicenda. Come in altri casi analoghi, i poteri forti hanno manovrato nell’ombra per far passare l’idea che il tutto fosse riconducibile ad un mitomane, un povero pazzo isolato che aveva agito da solo (in questo caso Lee Harvey Oswald). Questo perché, per definizione, un’eventuale azione premeditata da più persone costituirebbe un complotto. Il che starebbe a significare l’esistenza di strategie occulte che meriterebbero un’attenzione profonda da parte del pubblico. Ed è ovvio che i criminali complottisti abbiano tutto l’interesse nel mantenere un basso profilo e non essere scoperti.
Stranamente anche lo squilibrato, l’utile idiota dell’omicidio Kennedy, verrà a sua volta messo a tacere per sempre prima ancora di poter rivelare qualche informazione compromettente, ucciso in pubblico da Jack Leon Ruby (nato Jacob Leon Rubenstein), apparentemente senza un valido movente, appena un paio di giorni dopo l’assassinio del presidente USA. Il bello è che “Sparky” Jack Ruby riuscì ad eliminare lo scomodo testimone davanti alla centrale di polizia di Dallas, proprio mentre Oswald veniva scortato da un gruppo di poliziotti al vicino carcere statale. Inutile dire che pure Ruby morirà poco dopo, ufficialmente per un’embolia polmonare, il 3 gennaio 1967, dopo aver scampato una sentenza di morte dettata dal tribunale il 14 marzo 1964. Sia Oswald che Ruby avevano dichiarato più volte di essere stati incastrati.

Facciamo notare, fra parentesi, che pure la data della morte di Kennedy presenta una particolare coincidenza: cade esattamente cinquantatré anni dopo l’incontro (all’epoca segreto) tenuto sull’isola di Jekill (Jekill Island) fra un gruppetto di banchieri che stavano sviluppando il progetto che avrebbe portato a costituire proprio la Federal Reserve. Un fatto che potrebbe apparire casuale per chi è a digiuno di esoterismo, rituali e la logica relativa a gruppi massonici e paramassonici. Invitiamo perciò i nostri lettori ad approfondire la questione con studi e ricerche. Prossimamente pubblicheremo una serie di articoli al riguardo.

Veniamo al caso Moro. Negli anni sessanta lo statista della Democrazia Cristiana decise di finanziare la spesa pubblica italiana attraverso l’emissione di cartamoneta di Stato sgravata da debiti, in tagli da 500 lire, ossia con un “biglietto di Stato a corso legale”.
Con i DPR 20-06-1966 e 20-10-1967 del presidente Giuseppe Saragat venne regolamentata la prima emissione, la serie “Aretusa” (Legge 31-05-1966), mentre il presidente Giovanni Leone regolarizzò con il DPR 14-02-1974, la serie “Mercurio” (DM 2 aprile 1979), le famose banconote da 500 lire conosciute come “Mercurio alato”.
Già all’epoca la sovranità monetaria dell’Italia era limitata: allo Stato era concesso (chiedetevi, fra l’altro, da chi fosse “elargita” questa concessione) solamente il diritto di conio delle monete attraverso la Zecca, mentre le banconote venivano acquistate dal Fondo Monetario Internazionale. Un po’ come accade oggi, dove ai singoli Paesi europei spetta il diritto di coniare gli euro di metallo ma non le banconote, che vengono emesse dalla Banca Centrale Europea. Per questo quando nel 2002 Giulio Tremonti, all’epoca ministro dell’Economia, propose di sostituire le monete da uno e due euro, Wim Duisenberg, primo governatore della BCE, rispose con un avvertimento: «Spero che Mr. Tremonti si renda conto che se tale banconota dovesse essere introdotta, egli perderebbe il diritto di signoraggio che si accompagna ad essa. Dunque se egli, come ministro dell’Economia, ne sarebbe contento non lo so». Fra parentesi ci sarebbe anche da indagare sulla strana morte di Duisenberg, avvenuta il 31 luglio 2005, nemmeno due giorni dopo le sentenze di rinvio a giudizio pronunciate a Milano contro le filiali Deutsche Bank, UBS, Morgan Stanley e Citygroup partite dai procuratori che stavano indagando sul crac Parmalat. Ricordiamo che il banchiere olandese era stato eletto primo presidente della Banca Centrale Europea proprio grazie all’appoggio del colosso bancario tedesco. Coincidentemente, nelle stesse ore, precipitava dalla finestra del suo appartamento di New York Arthur Zankel, ex membro del consiglio di Citybank.

Ma forse stiamo divagando troppo, torniamo alle 500 lire cartacee emesse dai governi Moro.
Lo statista, per ovviare ai limiti imposti di cui sopra, utilizzò un brillante stratagemma. Dopo aver autorizzato il conio delle 500 lire di metallo, fece una deroga che permetteva, contemporaneamente, l’emissione della versione cartacea, che poteva in questo modo essere stampata ugualmente dalla Zecca di Stato.
Il 16 marzo 1978 Aldo Moro venne rapito e ucciso il 9 maggio dello stesso anno. Casualmente, in seguito al tragico avvenimento, l’Italia smise di emettere biglietti di Stato.
Come per gli omicidi di Lincoln e Kennedy, anche in questo caso i punti oscuri sono numerosissimi.
Uno dei fattori comuni è il ruolo dei servizi segreti. La versione ufficiale che additava la responsabilità alle fantomatiche Brigate Rosse non hai mai convinto le persone minimamente informate sui fatti. La streategiadella tensione era chiaramente funzionale alla volontà di destabilizzare l’Italia, obiettivo confermato e dichiarato anche nell’Operazione Caos e nell’Operazione Condor in America latina (fra i tanti misteri dei Servizi, mai sentito parlare dell’ufficio K?).
Più volte è stata avanzata l’ipotesi dei tre livelli delle BR: base ideologizzata utilizzata come manovalanza, alcuni capicolonna eterodiretti come Mario Moretti ed il centro studi Hyperion di Parigi, una scuola di lingue usata come copertura per uno degli avamposti della CIA in Europa, il corrispettivo francese della Gladio italiana, il tutto parte della rete NATO “Stay Behind”.
I dubbi su Moretti (capo effettivo delle Brigate Rosse durante il sequestro Moro) circa il suo ruolo di infiltrato, spia e doppiogiochista dei servizi segreti sono stati sollevati più volte dagli stessi brigatisti, ad esempio Alberto Franceschini, Renato Curcio, Giorgio Semeria e Valerio Morucci o da personaggi come il senatore Sergio Flamigni, che definì il capo brigatista “la sfinge”. Addirittura vennero fatti degli accertamenti da parte di alcuni esponenti delle BR su questo losco individuo, prima del sequestro dello statista, ma non ne venne fuori nulla e così Moretti rimase ai vertici dell’organizzazione.
È ormai risaputa la presenza del colonnello del Sismi Camillo Guglielmi in via Stresa la mattina dell’agguato e del rapimento di Moro avvenuto in via Fani, a soli duecento metri di distanza. Cosa ci facesse da quelle parti non è mai stato chiarito. E nemmeno un’altra delle miriadi di coincidenze: nello stesso palazzo in via Gradoli 96 dove viveva Moretti al tempo del sequestro c’erano almeno 24 appartamenti intestati a società immobiliari fra i quali amministratori figuravano membri dei servizi segreti. Al secondo piano dello stabile viveva un’informatrice della polizia, mentre al n° 98 della solita via abitava un compaesano di Moretti, agente segreto militare ed ex ufficiale dei carabinieri.

Qualche anno fa nel libro Nous avons tué Aldo Moro di Emmanuel Amara pubblicato da Patrick Robin Editions (uscito in Italia con il titolo Abbiamo ucciso Aldo Moro. Dopo trent’anni un protagonista esce dall’ombra edito da Cooper e curato da Nicola Biondo), Steve Pieczenik, assistente del sottosegretario Usa nel 1978, psichiatra, specialista in “gestioni di crisi”, esperto di terrorismo, mandato in missione da Washington su “invito” di Francesco Cossiga durante i cinquantacinque giorni del sequestro, ha rivelato: «Ho messo in atto la manipolazione strategica che ha portato alla morte di Aldo Moro al fine di stabilizzare la situazione dell’Italia. I brigatisti avrebbero potuto cercare di condizionarmi dicendo “o soddisfate le nostre richieste e lo uccidiamo”. Ma la mia strategia era “No, non è così che funziona, sono io a decidere che dovete ucciderlo a vostre spese”. Mi aspettavo che si rendessero conto dell’errore che stavano commettendo e che liberassero Moro, mossa che avrebbe fatto fallire il mio piano. Fino alla fine ho avuto paura che liberassero Moro. E questa sarebbe stata una grossa vittoria per loro».
Pieczenik non solo ha ammesso di aver intavolato una falsa trattativa con i brigatisti, ma dice spudoratamente che uno degli obiettivi fu quello di costringere le Brigate Rosse ad uccidere Moro: «La mia ricetta per deviare la decisione delle BR era di gestire un rapporto di forza crescente e di illusione di negoziazione. Per ottenere i nostri risultati avevo preso psicologicamente la gestione di tutti i Comitati (del Viminale n.d.r.) dicendo a tutti che ero l’unico che non aveva tradito Moro per il semplice fatto di non averlo mai conosciuto».
Il colpo di grazia venne inferto quando risultò evidente che Moro fosse ormai disperato e si decise di attuare il piano della Duchessa, un falso comunicato da attribuire alle Brigate Rosse: «I brigatisti non si aspettavano di trovarsi di fronte ad un altro terrorista che li utilizzava e li manipolava psicologicamente con lo scopo di prenderli in trappola. Avrebbero potuto venirne fuori facilmente, ma erano stati ingannati. Ormai non potevano fare altro che uccidere Moro. Questo il grande dramma di questa storia. Avrebbero potuto sfuggire alla trappola, e speravo che non se ne rendessero conto, liberando Aldo Moro. Se lo avessero liberato avrebbero vinto, Moro si sarebbe salvato, Andreotti sarebbe stato neutralizzato e i comunisti avrebbero potuto concludere un accordo politico con i democristiani. Uno scenario che avrebbe soddisfatto quasi tutti. Era una trappola modestissima, che sarebbe fallita nel momento stesso in cui avessero liberato Moro».
Secondo le parole di Pieczenik Cossiga era d’accordo con praticamente la maggior parte delle scelte proposte: «Moro, in quel momento, era disperato e avrebbe sicuramente fatto delle rivelazioni piuttosto importanti ai suoi carcerieri su uomini politici come Andreotti. È in quell’istante preciso che io e Cossiga ci siamo detti che bisognava cominciare a far scattare la trappola tesa alle BR. Abbandonare Moro e fare in modo che morisse con le sue rivelazioni. Per giunta i carabinieri e i servizi di sicurezza non lo trovavano o non volevano trovarlo».
Gli obiettivi raggiunti con questa strategia furono molteplici: venne eliminato Moro, le BR furono messe a tacere e fu possibile entrare in possesso del vero memoriale e delle registrazioni dell’interrogatorio dello statista italiano. Quello dell’esponente della Democrazia Cristiana è stato un sacrificio umano, come dichiarato apertamente da Pieczenik: «Mai l’espressione “ragion di Stato” ha avuto più senso come durante il rapimento di Aldo Moro in Italia». E come ogni rituale, la scena del delitto era carica di simbologia esoterica, evidente soprattutto per gli iniziati. Il discorso merita un articolo a parte, che verrà pubblicato prossimamente. La cosa meno esoterica fu la seduta spiritica alla quale partecipò Romano Prodi, dove venne fuori la parola “Gradoli”, il nome della via in cui era situato il covo dei sequestratori di Moro. Quella stessa via nella quale erano presenti immobili di proprietà dei servizi segreti. Ovviamente la seduta spiritica fu un escamotage per tenere sotto copertura la fonte della soffiata che comunque venne deliberatamente ignorata. Venne sviata l’attenzione su Gradoli in provincia di Viterbo, arrivando addirittura ad affermare che non esistesse nessuna via a Roma con quel nome.
Va anche tenuto presente che all’epoca del sequestro i massimi dirigenti dei Servizi erano appartenenti alla Loggia P2. Senza considerare che alcuni anni prima, durante la visita negli Stati Uniti dello statista italiano nel settembre 1974, Henry Kissinger lo minacciò pesantemente, come riferito dal portavoce di Moro, Corrado Guerzoni, davanti ai giudici. Per non parlare della testimonianza della moglie dell’esponente della DC, che dichiarò alla commissione parlamentare a proposito delle evidenti minacce fatte al marito da parte della delegazione americana: «Lei deve smettere di perseguire il suo piano politico di portare tutte le forze del suo paese a collaborare direttamente. Qui, o lei smette di fare questa cosa, o lei la pagherà cara, veda lei come la vuole intendere».

Un’altra delle numerose coincidenze fu la morte di Pier Paolo Pasolini che, guarda caso, aveva espresso pubblicamente le sue perplessità, avanzando ipotesi e connessioni tra “stragi di Stato”, poteri forti, servizi segreti internazionali, politici, petrolieri e banchieri. Già nel 1975 aveva fatto notare che la “Strategia della Tensione” era cominciata il 12 dicembre 1969 proprio con l’attacco alle sedi di tre banche: la Banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana a Milano, la Banca Commerciale Italiana, anch’essa a Milano (dove per fortuna la bomba rimase inesplosa) e la Banca Nazionale del Lavoro in via Veneto a Roma.
La Banca Nazionale dell’Agricoltura, che aveva cominciato ad emettere le 500 lire cartacee poco prima di questi tragici eventi, casualmente interruppe l’emissione dei biglietti di Stato a corso legale dopo gli attentati.

Guardatevi il video della relazione di marco Saba sul tema di Signoraggio Bancario e stragi di Stato. Sentite cosa dice a proposito dei libri Il Bilancio dello StatoUn Istituto in trasformazione. Franco Angeli (1977) di Giuliano Passalacqua e del Libro bianco del Ministero del Tesoro (1969): «A proposito dei buoni ordinari del tesoro, il grado di liquidità dei BOT può essere uguale a quello della base monetaria se la Banca d’Italia li acquista senza limiti ad un prezzo uguale a quello di emissione». In poche parole la Banca d’Italia (quando era un po’ più statale di ora) poteva comprare illimitatamente BOT alla pari, senza dover pagare interessi; praticamente come se lo Stato italiano si fosse stampato la propria moneta. Come riferisce Marco Saba, la cosa importante da notare è che questa era la pratica che effettivamente esisteva in Italia fino al 1969, anno della strage di piazza Fontana e delle bombe nelle banche. Senza considerare il discorso sui residui passivi.
Altro tema interessante è quello sulle guerre, le quali hanno quasi sempre a che vedere con il ricatto ed il potere bancario nei confronti dei Paesi che hanno le banche nazionalizzate ed una gestione della moneta a livello statale. Saba pone l’esempio della rivoluzione iraniana che cominciò quando Khomeini fece due leggi contro l’usura e nazionalizzò le banche.

Chissà perché chi si occupa di denunciare e contrastare le attività criminose di banchieri senza scrupoli generalmente non fa una bella fine. Per esempio Federico Caffè, scomparso alle prime luci dell’alba dalla sua casa a Roma, dove viveva con il fratello Alfonso, il 15 aprile nel 1987 (coincidentemente lo stesso giorno della morte del presidente Abraham Lincoln). Un paio di anni prima, il 27 marzo 1985, il suo allievo Ezio Tarantelli venne ucciso nel parcheggio dell’Università La Sapienza, attentato poi rivendicato dalle fantomatiche Brigate Rosse per la costruzione del Partito Comunista Combattente.
Sia ben inteso, sono tutte coincidenze.

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SIGNORAGGIO BANCARIO: SENTENZA DI CASSAZIONE

27 ottobre 2013

25.10.13 Fonte: http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/2013/10/truffa-del-signoraggio-bancario.html

di Gianni Lannes

Non è in atto alcun complotto, ma va in onda la cruda realtà. Indicibile per chi manovra all’oscuro. L’ecologia ci insegna che fatti ed eventi sono legati,collegati e interconnessi. Infatti.A proposito di palesi violazioni costituzionali nell’esercizio della politica monetaria, la Corte costituzionale dopo questa sentenza della Cassazione nel 2006, non si è mai espressa in materia. Strano. Perché?

Chi pagherà al popolo italiano i danni economici per l’introduzione truffaldina e forzata dell’euro, nonché per il signoraggio bancario in atto? Forse la Germania?

Il popolo italiano non ha contratto alcun debito pubblico. Ne rispondano a titolo personale i politicanti e i burocrati che hanno manovrato tenendo all’oscuro la gente. Ergo: non esiste: si tratta di una gigantesca speculazione.

Non c’è alcuna crisi economica in atto (il messaggio che tentano di inculcare nelle masse), ma solo una strategia della tensione per conquistare definitivamente il mondo ancora apparentemente libero. Non a caso il sistema di potere ha incrementato il sistema di controllotecnologico. E si è preparato a schiacciare con la violenza ogni tentativo di giusta ribellione, con Eurogendfor, una forza di polizia militare che non risponde alla legge né ai Parlamenti ormai esautorati, ma soltanto alla Nato, in base al Trattato di Velsen, ratificato anche in Italia dalla legge statale 14 maggio 2010 numero 84 (votata in sordina da tutte le forze partitiche).

Anche dal punto di vista squisitamente etimologico, il termine crisi indica un punto di svolta, un cambiamento, qualcosa di positivo.

Allarghiamo l’orizzonte del contesto. La parola d’ordine del nuovo ordine mondiale – che passa anche attraverso le geo-ingegneria ambientaleper l’alterazione del clima, il controllo della Natura (per scatenare guerre segrete, non convenzionali) e l’indebolimento degli organismi viventi (alla voce scie chimiche, o meglio: aerosolterapia bellica) – è la globalizzazione della povertà materiale.

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Aldo Moro, Signoraggio Bancario e le strane coincidenze

(richiesta di autorizzazione al sito proprietario)

Aldo Moro Signoraggio Bancario
Cosa accomuna diversi politici che si sono battuti per la Sovranità Monetaria?

In questo articolo analizzeremo le inquietanti coincidenze relative in particolar modo a tre esponenti politici che, poco dopo aver promosso leggi a favore della sovranità monetaria dei rispettivi Paesi, hanno poi fatto un brutta fine. Stiamo parlando di Abraham Lincoln, John Fitzgerald Kennedy e Aldo Moro.
Il problema di fondo è quello dell’emissione sovrana di moneta, ben noto per chi si occupa di Signoraggio Bancario. Abbiamo in parte toccato questo tema i due precedenti articoli: Signoraggio Bancario: perché il debito è inestinguibile? e Auriti, il valore indotto e la proprietà della moneta.
Le banche centrali di moltissimi Paesi, spacciate come istituti pubblici, ma in realtà Società per Azioni private possedute generalmente da famiglie di banchieri senza scrupoli, hanno da sempre utilizzato qualsiasi mezzo per occultare la loro vera natura e nascondere l’inganno agli occhi della popolazione.
Cerchiamo di riassumere brevemente i fatti.

Il presidente Lincoln nel 1862, ebbe un incontro privato con un amico di vecchia data, il colonnello Edmund Dick Taylor che suggerì di stampare biglietti di Stato a corso legale per fronteggiare le spese della Guerra Civile Americana scoppiata l’anno precedente. Questa idea scaturì anche a causa degli interessi usurai (dal 24 al 36 per cento) pretesi dai banchieri internazionali nell’eventualità di un prestito all’Unione. Lincoln ovviamente non accettò le condizioni poiché non voleva trascinare il proprio Paese nel baratro del debito. Così, nonostante forti opposizioni, il 25 febbraio 1862 firmò il First Legal Tender Act che autorizzava l’emissione dei biglietti di Stato, conosciuti in seguito come greenbacks, nome derivato dall’uso di inchiostri verdi per distinguerli dalle altre banconote.
Il 14 aprile 1865, durante uno spettacolo teatrale al Ford’s Theatre, John Wilkes Booth (attore che aveva più volte recitato proprio in quello stesso teatro) spara un colpo alla testa del presidente Lincoln. I lati oscuri della vicenda resteranno numerosi: l’assenza della guardia del corpo del presidente, impegnata a bersi qualche drink ed il mistero del killer, ufficialmente scovato e ucciso una decina di giorni dopo, anche se nel corso degli anni molti ricercatori hanno sostenuto che Booth fosse riuscito a scappare.

Facciamo un salto di un secolo.
John Fitzgerald Kennedy, il 4 giugno 1963, firma l’Ordine Esecutivo 11110, un decreto presidenziale che di fatto toglieva alla Federal Reserve Bank (la banca centrale presente negli Stati Uniti) il potere di stampare denaro, restituendolo al Dipartimento del Tesoro, come sancito nella Costituzione americana. Il governo USA tornava in possesso della propria sovranità monetaria grazie ad una legge esplicita che lo autorizzava a «emettere certificati d’argento a fronte di ogni lingotto di argento e dollari d’argento della Tesoreria».
Praticamente gli Stati Uniti si riprendevano il diritto di stampare moneta, collegando l’emissione di banconote alle riserve d’argento della Tesoreria, senza la necessità di chiedere prestiti ad interessi alla Federal Reserve: biglietti a corso legale sgravati dal debito all’atto di emissione. L’unica differenza visibile sulle nuove banconote rispetto alle precedenti era la dicitura: quelle successive all’ordine esecutivo di Kennedy riportavano “Biglietto degli Stati Uniti” (United States Note), le altre “Biglietto della Federal Reserve” (Federal Reserve Note).
Guarda caso pochi mesi dopo, il 22 novembre 1963, il presidente Kennedy verrà ucciso a Dallas. Dopo più di quarant’anni i punti oscuri di questo omicidio rimangono senza una plausibile e convincente spiegazione ufficiale. Al contrario, risultano ormai palesi le incongruenze, i depistaggi e le manomissioni relative alla vicenda. Come in altri casi anologhi, i poteri forti hanno manovrato nell’ombra per far passare l’idea che il tutto fosse riconducibile ad un mitomane, un povero pazzo isolato che aveva agito da solo (in questo caso Lee Harvey Oswald). Questo perché, per definizione, un’eventuale azione premeditata da più persone costituirebbe un complotto. Il che starebbe a significare l’esistenza di strategie occulte che meriterebbero un’attenzione profonda da parte del pubblico. Ed è ovvio che i criminali complottisti abbiano tutto l’interesse nel mantenere un basso profilo e non essere scoperti.
Stranamente anche lo squilibrato, l’utile idiota dell’omicidio Kennedy, verrà a sua volta messo a tacere per sempre prima ancora di poter rivelare qualche informazione compromettente, ucciso in pubblico da Jack Leon Ruby (nato Jacob Leon Rubenstein), apparentemente senza un valido movente, appena un paio di giorni dopo l’assassinio del presidente USA. Il bello è che “Sparky” Jack Ruby riuscì ad eliminare lo scomodo testimone davanti alla centrale di polizia di Dallas, proprio mentre Oswald veniva scortato da un gruppo di poliziotti al vicino carcere statale. Inutile dire che pure Ruby morirà poco dopo, ufficialmente per un’embolia polmonare, il 3 gennaio 1967, dopo aver scampato una sentenza di morte dettata dal tribunale il 14 marzo 1964. Sia Oswald che Ruby avevano dichiarato più volte di essere stati incastrati.

Facciamo notare, fra parentesi, che pure la data della morte di Kennedy presenta una particolare coincidenza: cade esattamente cinquantatré anni dopo l’incontro (all’epoca segreto) tenuto sull’isola di Jekill (Jekill Island) fra un gruppetto di banchieri che stavano sviluppando il progetto che avrebbe portato a costituire proprio la Federal Reserve. Un fatto che potrebbe apparire casuale per chi è a digiuno di esoterismo, rituali e la logica relativa a gruppi massonici e paramassonici. Invitiamo perciò i nostri lettori ad approfondire la questione con studi e ricerche. Prossimamente pubblicheremo una serie di articoli al riguardo.

Veniamo al caso Moro. Negli anni sessanta lo statista della Democrazia Cristiana decise di finanziare la spesa pubblica italiana attraverso l’emissione di cartamoneta di Stato sgravata da debiti, in tagli da 500 lire, ossia con un “biglietto di Stato a corso legale”.
Con i DPR 20-06-1966 e 20-10-1967 del presidente Giuseppe Saragat venne regolamentata la prima emissione, la serie “Aretusa” (Legge 31-05-1966), mentre il presidente Giovanni Leone regolarizzò con il DPR 14-02-1974, la serie “Mercurio” (DM 2 aprile 1979), le famose banconote da 500 lire conosciute come “Mercurio alato”.
Già all’epoca la sovranità monetaria dell’Italia era limitata: allo Stato era concesso (chiedetevi, fra l’altro, da chi fosse “elargita” questa concessione) solamente il diritto di conio delle monete attraverso la Zecca, mentre le banconote venivano aquistate dal Fondo Monetario Internazionale. Un po’ come accade oggi, dove ai singoli Paesi europei spetta il diritto di coniare gli euro di metallo ma non le banconote, che vengono emesse dalla Banca Centrale Europea. Per questo quando nel 2002 Giulio Tremonti, all’epoca ministro dell’Economia, propose di sostituire le monete da uno e due euro, Wim Duisenberg, primo governatore della BCE, rispose con un avvertimento: «Spero che Mr. Tremonti si renda conto che se tale banconota dovesse essere introdotta, egli perderebbe il diritto di signoraggio che si accompagna ad essa. Dunque se egli, come ministro dell’Economia, ne sarebbe contento non lo so». Fra parentesi ci sarebbe anche da indagare sulla strana morte di Duisenberg, avvenuta il 31 luglio 2005, nemmeno due giorni dopo le sentenze di rinvio a giudizio pronunciate a Milano contro le filiali Deutsche Bank, UBS, Morgan Stanley e Citygroup partite dai procuratori che stavano indagando sul crac Parmalat. Ricordiamo che il banchiere olandese era stato eletto primo presidente della Banca Centrale Europea proprio grazie all’appoggio del colosso bancario tedesco. Coincidentemente, nelle stesse ore, precipitava dalla finestra del suo appartamento di New York Arthur Zankel, ex membro del consiglio di Citybank.

Ma forse stiamo divagando troppo, torniamo alle 500 lire cartacee emesse dai governi Moro.
Lo statista, per ovviare ai limiti imposti di cui sopra, utilizzò un brillante stratagemma. Dopo aver autorizzato il conio delle 500 lire di metallo, fece una deroga che permetteva, contemporaneamente, l’emissione della versione cartacea, che poteva in questo modo essere stampata ugualmente dalla Zecca di Stato.
Il 16 marzo 1978 Aldo Moro venne rapito e ucciso il 9 maggio dello stesso anno. Casualmente, in seguito al tragico avvenimento, l’Italia smise di emettere biglietti di Stato.
Come per gli omici di Lincoln e Kennedy, anche in questo caso i punti oscuri sono numerosissimi.
Uno dei fattori comuni è il ruolo dei servizi segreti. La versione ufficiale che additava la responsabilità alle fantomatiche Brigate Rosse non hai mai convinto le persone minimamente informate sui fatti. La strategia della tensione era chiaramente funzionale alla volontà di destabilizzare l’Italia, obiettivo confermato e dichiarato anche nell’Operazione Chaos e nell’Operazione Condor in America latina (fra i tanti misteri dei Servizi, mai sentito parlare dell’ufficio K?).
Più volte è stata avanzata l’ipotesi dei tre livelli delle BR: base ideologizzata utilizzata come manovalanza, alcuni capicolonna eterodiretti come Mario Moretti ed il centro studi Hyperion di Parigi, una scuola di lingue usata come copertura per uno degli avamposti della CIA in Europa, il corrispettivo francese della Gladio italiana, il tutto parte della rete NATO “Stay Behind”.
I dubbi su Moretti (capo effettivo delle Brigate Rosse durante il sequestro Moro) circa il suo ruolo di infiltrato, spia e doppiogiochista dei servizi segreti sono stati sollevati più volte dagli stessi brigatisti, ad esempio Alberto Franceschini, Renato Curcio, Giorgio Semeria e Valerio Morucci o da personaggi come il senatore Sergio Flamigni, che definì il capo brigatista “la sfinge”. Addirittura vennero fatti degli accertamenti da parte di alcuni esponenti delle BR su questo losco individuo, prima del sequestro dello statista, ma non ne venne fuori nulla e così Moretti rimase ai vertici dell’organizzazione.
È ormai risaputa la presenza del colonnello del Sismi Camillo Guglielmi in via Stresa la mattina dell’agguato e del rapimento di Moro avvenuto in via Fani, a soli duecento metri di distanza. Cosa ci facesse da quelle parti non è mai stato chiarito. E nemmeno un’altra delle miriadi di coincidenze: nello stesso palazzo in via Gradoli 96 dove viveva Moretti al tempo del sequestro c’erano almeno 24 appartamenti intestati a società immobiliari fra i quali amministratori figuravano membri dei servizi segreti. Al secondo piano dello stabile viveva un’informatrice della polizia, mentre al n° 98 della solita via abitava un compaesano di Moretti, agente segreto militare ed ex ufficiale dei carabinieri.

Qualche anno fa nel libro Nous avons tué Aldo Moro di Emmanuel Amara pubblicato da Patrick Robin Editions (uscito in Italia con il titolo Abbiamo ucciso Aldo Moro. Dopo trent’anni un protagonista esce dall’ombra edito da Cooper e curato da Nicola Biondo), Steve Pieczenik, assistente del sottosegretario Usa nel 1978, psichiatra, specialista in “gestioni di crisi”, esperto di terrorismo, mandato in missione da Washington su “invito” di Francesco Cossiga durante i cinquantacinque giorni del sequestro, ha rivelato: «Ho messo in atto la manipolazione strategica che ha portato alla morte di Aldo Moro al fine di stabilizzare la situazione dell’Italia. I brigatisti avrebbero potuto cercare di condizionarmi dicendo “o soddisfate le nostre richieste e lo uccidiamo”. Ma la mia strategia era “No, non è così che funziona, sono io a decidere che dovete ucciderlo a vostre spese”. Mi aspettavo che si rendessero conto dell’errore che stavano commettendo e che liberassero Moro, mossa che avrebbe fatto fallire il mio piano. Fino alla fine ho avuto paura che liberassero Moro. E questa sarebbe stata una grossa vittoria per loro».
Pieczenik non solo ha ammesso di aver intavolato una falsa trattativa con i brigatisti, ma dice spudoratamente che uno degli obiettivi fu quello di costringere le Brigate Rosse ad uccidere Moro: «La mia ricetta per deviare la decisione delle BR era di gestire un rapporto di forza crescente e di illusione di negoziazione. Per ottenere i nostri risultati avevo preso psicologicamente la gestione di tutti i Comitati (del Viminale n.d.r.) dicendo a tutti che ero l’unico che non aveva tradito Moro per il semplice fatto di non averlo mai conosciuto».
Il colpo di grazia venne inferto quando risultò evidente che Moro fosse ormai disperato e si decise di attuare il piano della Duchessa, un falso comunicato da attribuire alle Brigate Rosse: «I brigatisti non si aspettavano di trovarsi di fronte ad un altro terrorista che li utilizzava e li manipolava psicologicamente con lo scopo di prenderli in trappola. Avrebbero potuto venirne fuori facilmente, ma erano stati ingannati. Ormai non potevano fare altro che uccidere Moro. Questo il grande dramma di questa storia. Avrebbero potuto sfuggire alla trappola, e speravo che non se ne rendessero conto, liberando Aldo Moro. Se lo avessero liberato avrebbero vinto, Moro si sarebbe salvato, Andreotti sarebbe stato neutralizzato e i comunisti avrebbero potuto concludere un accordo politico con i democristiani. Uno scenario che avrebbe soddisfatto quasi tutti. Era una trappola modestissima, che sarebbe fallita nel momento stesso in cui avessero liberato Moro».
Secondo le parole di Pieczenik Cossiga era d’accordo con praticamente la maggior parte delle scelte proposte: «Moro, in quel momento, era disperato e avrebbe sicuramente fatto delle rivelazioni piuttosto importanti ai suoi carcerieri su uomini politici come Andreotti. È in quell’istante preciso che io e Cossiga ci siamo detti che bisognava cominciare a far scattare la trappola tesa alle BR. Abbandonare Moro e fare in modo che morisse con le sue rivelazioni. Per giunta i carabinieri e i servizi di sicurezza non lo trovavano o non volevano trovarlo».
Gli obiettivi raggiunti con questa strategia furono molteplici: venne eliminato Moro, le BR furono messe a tacere e fu possibile entrare in possesso del vero memoriale e delle registrazioni dell’interrogatorio dello statista italiano. Quello dell’esponente della Democrazia Cristiana è stato un sacrificio umano, come dichiarato apertamente da Pieczenik: «Mai l’espressione “ragion di Stato” ha avuto più senso come durante il rapimento di Aldo Moro in Italia». E come ogni rituale, la scena del delitto era carica di simbologia esoterica, evidente soprattutto per gli iniziati. Il discorso merita un articolo a parte, che verrà pubblicato prossimamente. La cosa meno esoterica fu la seduta spiritica alla quale partecipò Romano Prodi, dove venne fuori la parola “Gradoli”, il nome della via in cui era situato il covo dei sequestratori di Moro. Quella stessa via nella quale erano presenti immobili di proprietà dei servizi segreti. Ovviamente la seduta spiritica fu un escamotage per tenere sotto copertura la fonte della soffiata che comunque venne deliberatamente ignorata. Venne sviata l’attenzione su Gradoli in provincia di Viterbo, arrivando addirittura ad affermare che non esistesse nessuna via a Roma con quel nome.
Va anche tenuto presente che all’epoca del sequestro i massimi dirigenti dei Servizi erano appartenenti alla Loggia P2. Senza considerare che alcuni anni prima, durante la visita negli Stati Uniti dello statista italiano nel settembre 1974, Henry Kissinger lo minacciò pesantemente, come riferito dal portavoce di Moro, Corrado Guerzoni, davanti ai giudici. Per non parlare della testimonianza della moglie dell’esponente della DC, che dichiarò alla commissione parlamentare a proposito delle evidenti minacce fatte al marito da parte della delegazione americana: «Lei deve smettere di perseguire il suo piano politico di portare tutte le forze del suo paese a collaborare direttamente. Qui, o lei smette di fare questa cosa, o lei la pagherà cara, veda lei come la vuole intendere».

Un’altra delle numerose coincidenze fu la morte di Pier Paolo Pasolini che, guarda caso, aveva espresso pubblicamente le sue perplessità, avanzando ipotesi e connessioni tra “stragi di Stato”, poteri forti, servizi segreti internazionali, politici, petrolieri e banchieri. Già nel 1975 aveva fatto notare che la “Strategia della Tensione” era cominciata il 12 dicembre 1969 proprio con l’attacco alle sedi di tre banche: la Banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana a Milano, la Banca Commerciale Italiana, anch’essa a Milano (dove per fortuna la bomba rimase inesplosa) e la Banca Nazionale del Lavoro in via Veneto a Roma.
La Banca Nazionale dell’Agricoltura, che aveva comiciato ad emettere le 500 lire cartacee poco prima di questi tragici eventi, casualmente interruppe l’emissione dei biglietti di Stato a corso legale dopo gli attentati.

Guardatevi il video della relazione di Marco Saba sul tema di Signoraggio Bancario e stragi di Stato. Sentite cosa dice a proposito dei libri Il bilancio dello Stato – Un istituto in trasformazione – Franco Angeli / La finanza pubblica (1977) di Giuliano Passalacqua e del Libro bianco del Ministero del Tesoro (1969): «A proposito dei buoni ordinari del tesoro, il grado di liquidità dei BOT può essere uguale a quello della base monetaria se la Banca d’Italia li acquista senza limiti ad un prezzo uguale a quello di emissione». In poche parole la Banca d’Italia (quando era un po’ più statale di ora) poteva comprare illimitatamente BOT alla pari, senza dover pagare interessi; praticamente come se lo Stato italiano si fosse stampato la propria moneta. Come riferisce Marco Saba, la cosa importante da notare è che questa era la pratica che effettivamente esisteva in Italia fino al 1969, anno della strage di piazza Fontana e delle bombe nelle banche. Senza considerare il discorso sui residui passivi.
Altro tema interessante è quello sulle guerre, le quali hanno quasi sempre a che vedere con il ricatto ed il potere bancario nei confronti dei Paesi che hanno le banche nazionalizzate ed una gestione della moneta a livello statale. Saba pone l’esempio della rivoluzione iraniana che cominciò quando Khomeini fece due leggi contro l’usura e nazionalizzò le banche.

Chissà perché chi si occupa di denunciare e contrastare le attività criminose di banchieri senza scrupoli generalmente non fa una bella fine. Per esempio Federico Caffè, scomparso alle prime luci dell’alba dalla sua casa a Roma, dove viveva con il fratello Alfonso, il 15 aprile nel 1987 (coincidentemente lo stesso giorno della morte del presidente Abraham Lincoln). Un paio di anni prima, il 27 marzo 1985, il suo allievo Ezio Tarantelli venne ucciso nel parcheggio dell’Università La Sapienza, attentato poi rivendicato dalle fantomatiche Brigate Rosse per la costruzione del Partito Comunista Combattente.
Sia ben inteso, sono tutte coincidenze.

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Sankara e il sogno africano

Presidente per quattro anni del Burkina Faso, alla ricerca del riscatto per un intero continente.
Un ricordo di Thomas Sankara.
Carlo Batà

“L’Africa agli africani!”, urlava a un mondo sordo Thomas Sankara alla metà degli anni Ottanta. La guerra fredda era agli sgoccioli, le speranze sorte dopo l’affrancamento dal dominio coloniale – il 1960 era stato dipinto come l’anno dell’Africa tra proclami e belle parole – erano state ormai strozzate da decenni di sfruttamento economico, disarticolazione sociale e inerzia politica. Le multinazionali invadevano le ricche terre d’Africa, mentre gli Stati del Nord del mondo imponevano condizioni commerciali che impedivano lo sviluppo dei Paesi africani, schiacciati tra debito estero e calamità naturali.
Il 4 agosto 1983, in Alto Volta, iniziava l’esperienza rivoluzionaria di Thomas Sankara, capitano dell’esercito voltaico giunto al potere con un colpo di stato incruento e senza spargimento di sangue. Il Paese, ex colonia francese, abbandonò subito il nome coloniale e divenne Burkina Faso, che in due lingue locali, il moré e il dioula, significa “Paese degli uomini integri”. Ed è dall’integrità morale che Sankara partì per tagliare i ponti con un triste passato e con deprimente presente. Pochi dati illustrano quanto grave fosse la situazione: tasso di mortalità infantile del 187 per mille (ogni cinque bambini nati, uno non arrivava a compiere un anno), tasso di alfabetizzazione al 2%, speranza di vita di soli 44 anni, un medico ogni 50.000 abitanti.
“Non possiamo essere la classe dirigente ricca in un Paese povero”, era solito ripetere Sankara, che visse un’infanzia di miseria (“Quante volte i miei fratelli e io abbiamo cercato qualcosa da mangiare nelle pattumiere dell’Hotel Indépendance”) e povero, come gli altri burkinabè, è sempre rimasto. Le auto blu destinate agli alti funzionari statali, dotate di ogni comfort, vennero sostituite con utilitarie, ai lavori pubblici erano tenuti a partecipare anche i ministri. Sankara stesso viveva in una casa di Ouagadougou, la capitale del Paese, che per nulla si differenziava dalle altre; nella sua dichiarazione dei redditi del 1987 i beni da lui posseduti risultavano essere una vecchia Renault 5, libri, una moto, quattro biciclette, due chitarre, mobili e un bilocale con il mutuo ancora da pagare.
“È inammissibile”, sosteneva, “che ci siano uomini proprietari di quindici ville, quando a cinque chilometri da Ouagadougou la gente non ha i soldi nemmeno per una confezione di nivachina contro la malaria”. Negli stessi anni i suoi omologhi si trinceravano in lussuose ville o agli ultimi piani dei migliori hotel, lontani anni luce dai bisogni quotidiani della popolazione. Per esempio il presidente della Costa d’Avorio, Felix HouphouëtBoigny, aveva fatto costruire in pieno deserto una pista di pattinaggio su ghiaccio per i propri figli. Quando alcuni capi di Stato si offrirono per donare a Sankara un aereo presidenziale, la risposta fu che era meglio fare arrivare in Burkina Faso macchinari agricoli. E la terra burkinabè non è mai stata particolarmente fertile, inaridita dall’Harmattan, il vento secco proveniente dal deserto del Sahara che lambisce i confini settentrionali del Paese.
Per ridare impulso all’economia si decise di contare sulle proprie forze, di vive re all’africana, senza farsi abbagliare dalle imposizioni culturali provenienti dall’Europa: “Non c’è salvezza per il nostro popolo se non voltiamo completamente le spalle a tutti i modelli che ciarlatani di tutti i tipi hanno cercato di venderci per anni”. “Consumiamo burkinabè”, si leggeva sui muri di Ouagadougou, mentre per favorire l’industria tessile nazionale i ministri erano tenuti a vestire il faso dan fani, l’abito di cotone tradizionale, proprio come Gandhi aveva fatto in India con il khadi.
Le magre risorse vennero impiegate per mandare a scuola i bambini e le bambine – nel 1983 la frequenza scolastica era attorno al 15% – e per fornire cure mediche ai malati, organizzando campagne di alfabetizzazione e di vaccinazione capillare contro le infermità più diffuse come la febbre gialla, il colera e il morbillo. L’obiettivo era di fornire 10 litri di acqua e due pasti al giorno a ogni burkinabè, impedendo che l’acqua finisse nelle avide mani delle multinazionali francesi o statunitensi e cercando finanziamenti che fossero funzionali allo sviluppo idrogeologico del Paese, non al profitto di pochi uomini d’affari.
Il Burkina Faso divenne un esempio per le altre nazioni, governate da élite corrotte e supine ai dettami provenienti dagli istituti economici internazionali. Se un piccolo Paese, condannato anche dalla geografia (il deserto avanzava verso sud di sette chilometri all’anno mangiandosi campi coltivati; esiste un solo corso fluviale e non c’è alcuno sbocco sul mare) riusciva a levare il proprio grido di dolore e di insofferenza e a dimostrare che i problemi che affliggevano l’Africa si potevano risolvere, cosa avrebbero potuto fare Paesi con immense risorse naturali? Il 15 ottobre 1987 Sankara, che a dicembre avrebbe compiuto 38 anni, veniva ucciso: troppo scomodo, troppo generoso, troppo attento alle esigenze della povera gente. Quando i giovani africani cominciarono a chiedere ai propri governanti di seguire l’esempio di Sankara, il complotto prese forma e coinvolse chi, in Burkina Faso, in Africa e in Europa, non poteva tollerare la sua indisciplina e la sua semplicità.
In quattro anni Sankara aveva invitato i Paesi africani a non pagare il debito estero per concentrare gli sforzi su una politica economica che colmasse il ritardo imposto da decenni di dominazione coloniale. Dominazione che era anche culturale: “Per l’imperialismo”, affermava, è più importante dominarci culturalmente che militarmente. La dominazione culturale è la più flessibile, la più efficace, la meno costosa. Il nostro compito consiste nel decolonizzare la nostra mentalità.
Ecco così spiegato l’impulso dato al Festival Panafricaine du Cinéma de Ouagadougou (Fespaco), la più importante rassegna continentale, con il fine di sviluppare la cinematografia locale a scapito di quella europea, uno dei tanti strumenti per legittimare la superiorità dei “bianchi” e l’inferiorità degli Africani. Nel 1986, durante i lavori della 25esima sessione dell’Organizzazione per l’Unità Africana (OUA) tenutasi a Addis Abeba, Sankara espresse in modo molto semplice perché il pagamento del debito doveva essere rifiutato: “Noi siamo estranei alla creazione di questo debito e dunque non dobbiamo pagarlo. […] Il debito nella sua forma attuale è una riconquista coloniale organizzata con perizia. […] Se noi non paghiamo, i prestatori di capitali non moriranno, ne siamo sicuri; se invece paghiamo, saremo noi a morire, possiamo esserne altrettanto certi”.
Sempre a Addis Abeba, Sankara invocò il disarmo, proponendo ai Paesi africani di smettere di acquistare armi e di dissanguarsi in dispute fomentate dall’estero per protrarre l’arretratezza e la dipendenza del continente. L’invito era di adottare misure a favore dell’occupazione, della tutela ambientale, della pace tra i popoli, della salute. A New York, qualche mese prima, davanti all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, Sankara aveva tuonato contro l’ipocrisia di chi fornisce aiuti ai Paesi in via di sviluppo (mentre per altre vie si inviano armi) e contro l’egoismo di chi, per esempio, si rifiuta di investire nella ricerca contro la malaria – che in Africa provoca ogni anno milioni di morti – solo perché è una malattia che non riguarda i Paesi del nord del mondo. “Ci sentiamo una persona sola con il malato che ansiosamente scruta l’orizzonte di una scienza monopolizzata dai mercanti di armi. […] Quanto l’umanità spreca in spese per gli armamenti a scapito della pace!”.
Sankara espresse la convinzione che per eliminare i lasciti coloniali fosse indispensabile avviare un processo di unione di tutti gli Stati (dal Maghreb al Capo di Buona Speranza) del continente, che doveva diventare un’entità politica coesa e rispettata sul piano internazionale: “Mentre moriamo di fame e nel nostro Paese ci sono migliaia di disoccupati, altrove non si riescono a sfruttare le risorse della terra per mancanza di manodopera. Se ci fosse maggiore cooperazione, potremmo arrivare all’autosufficienza alimentare e non dovremmo più dipendere dagli aiuti internazionali”.
Primo passo era la fine dell’apartheid in Sudafrica, dove la minoranza “bianca” godeva in realtà del sostegno economico dei Paesi occidentali. Sankara ebbe parole di rimprovero per tutti, a partire da François Mitterrand: “Che senso ha organizzare marce contro l’apartheid, mentre si producono e si vendono armi al Sudafrica?”.
Forse non è un caso che Sankara venne ucciso quattro giorni dopo che a Ouagadougou si era tenuta una Conferenza panafricana contro l’apartheid. Il “Président du Faso”, come viene ancora oggi ricordato dai burkinabè, si è sacrificato dimostrando che è possibile rispondere, all’africana, ai problemi dell’Africa, con chiarezza e talvolta ingenuità, come quando chiese che “almeno l’1% delle somme colossali destinate alla ricerca spaziale sia destinato a progetti per salvare la vita umana”.
Dinanzi alle Nazioni Unite Sankara liberò davanti al mondo intero, ponderando con attenzione ogni singola parola, il grido di dolore di miliardi di esseri umani che soffrono sotto un sistema crudele e ingiusto: “Parlo in nome delle madri che nei nostri Paesi impoveriti vedono i propri figli morire di malaria o di diarrea, senza sapere dei semplici mezzi che la scienza delle multinazionali non offre loro, preferendo investire nei laboratori cosmetici o nella chirurgia plastica a beneficio del capriccio di pochi uomini e donne il cui fascino è minacciato dagli eccessi di assunzione calorica nei loro pasti, così abbondanti e regolari da dare le vertigini a noi del Sahel”.

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La Repubblica sbrocca definitivamente, definisce Orban, il Presidente dell’Ungheria democraticamente eletto, un autocrate

Schermata 2013 03 08 alle 16.38.11 650x845 La Repubblica Sbrocca Definitivamente: Un Leader Democraticamente Eletto, definito Autocrate (Victor Orban)

Io non so chi sia il tizio che si firma Andrea Tarquini (e neppure mi importa), sono solo felice che non scriva su Rischio Calcolato.

Ma ci rendiamo conto?

Victor Orban, che all’uso sarebbe un leader politico eletto con sistema democratico ha messo un suo uomo alla guida della banca centrale Ungherese e La Repubblica si permette di definirlo nell’ordine:

  • Autocrate
  • Nazionalpopulista (e che caspio vuol dire?)
  • Euroscettico (ovvove, ovvove)

Poi sul nuovo banchiere centrale neo nominato Gyorgy Matoclsi:

  • discusso e malvisto dagli ambienti ecofinanziari (?!?) europei e mondiali (pare che anche su Saturno non goda di buona stampa)
  • pericoloso incompetente
  • piegato ai voleri del regime.. (ha scritto regime di una democrazia il “giornalista” Andrea Tarquini, avete letto bene)
  • nazionalista (che evidentemente in Europa equivale a figlio di buona donna)

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Nuova aggressione mediatica contro l’Ungheria, in nome dei “valori democratici”

di Federico Cenci

Il meccanismo è già noto. Quando c’è da gettare discredito su di uno Stato “canaglia”, inviso ai mercati e ai poteri forti, ad ogni latitudine si procede mediante una stessa, consolidata prassi. Dapprima giungono perentori proclami di “forte preoccupazione” da parte di strutture sovranazionali circa le “derive anti-democratiche”; successivamente, in loco, gruppi di dissidenti rinfocolano tensioni tramite azioni di protesta; infine, dopo che la forza pubblica interviene per sedare le rivolte, i media stranieri lanciano allarmi per l’utilizzo di metodi autoritari e ribadiscono le “forti preoccupazioni” per le “derive anti-democratiche”. Quel che è successo nei confronti dell’Ungheria in questi giorni è solo l’ultimo capitolo di questo oleato congegno denigratorio, il cui fine ultimo è la destabilizzazione di uno Stato sovrano.

La nuova Costituzione ungherese.
La causa che ha fatto riacutizzare le polemiche è un fatto, per altro, ampiamente preventivato. Il Parlamento di Budapest, dove il partito di governo Fidesz e i suoi alleati detengono i 2/3 della maggioranza, sta approvando una serie di emendamenti che cambiano 14 pagine della Costituzione ungherese. Un proposito che già in passato aveva destato più di qualche malumore dalle parti di Bruxelles. L’intento del presidente Viktor Orbán di rinnovare la Costituzione – secondo crismi di sovranità nazionale e di difesa delle radici cristiane – era stato definito antitetico ai “valori democratici” dell’Unione europea. Ma poi chi li ha decisi questi “valori”? I popoli europei non sono mai stati chiamati a farlo.

Ora che l’intento si sta compiendo, lo scontro si riapre. “Sono preoccupato per la compatibilità degli emendamenti annunciati col principio dello Stato di Diritto previsto dalla Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo”, tuona Thorbjørn Jagland, Segretario Generale del Consiglio d’Europa. La risposta del Governo ungherese giunge direttamente per bocca del presidente Viktor Orbán, che sottolinea: “Siamo uno Stato di diritto, il governo sta rispettando le norme europee, il potere costituente spetta solo al Parlamento ungherese”. E poi, gentilmente, chiede ai vertici dell’Unione europea di rispettare l’autonomia decisionale dell’Ungheria: “Non intromettetevi”.

L’aggressione alla sede di Fidesz.
Il giorno dopo queste dichiarazioni, qualcun altro ha creduto bene di prendere alla lettera l’invito del presidente Orbán. Sì, ma per violarlo. Un gruppo di “spontanei” manifestanti, appartenenti a gruppi dell’opposizione al partito Fidesz, ha infatti tentato di fare irruzione all’interno della sede che ospita il partito di governo. L’assalto, avvenuto il 6 marzo e preceduto da un presidio nella strada antistante, è stato efficacemente bloccato da un corpo di guardia. Un manifestante soltanto, come rivela il “Wall Street Journal” (1), è stato portato via con le manette ai polsi dagli agenti. Nulla di diverso rispetto a quanto avverrebbe, in circostanze simili, in qualunque altro Stato di diritto. Se succede nell’Ungheria di Orbán, tuttavia, il fatto assume i connotati del pogrom.

Lo strepito indignato di “Repubblica”.
In un quadro giornalistico così confuso e genericamente proteso alla maldicenza nei confronti del governo ungherese, capita pertanto che sulla stampa i contenuti delle modifiche costituzionali vengano descritti in modo partigiano e inesatto. Un esempio in questo senso ce lo fornisce “Repubblica”, che parla di “golpe bianco” ungherese e riassume gli emendamenti stilando un elenco – molto sommario – di punti definiti “allarmanti” (2). Scandagliamo quali sono i motivi di cotanto clamore.

Primo punto. “Repubblica” denuncia il fatto che dopo queste modifiche la Corte costituzionale non potrà più sollevare obiezioni di sostanza sugli emendamenti alla Costituzione. E allora? La Corte è chiamata a sindacare la legittimità costituzionale di leggi al di fuori degli articoli della Costituzione. Quanto alle modifiche della stessa, il Parlamento, quale espressione del potere legislativo, detiene il diritto di agire mediante le procedure previste. Se per far ciò dovesse appellarsi preventivamente alla Corte, perderebbe il suo ruolo sovrano. Punto secondo. “Repubblica” si indigna perché d’ora in poi l’esecutivo avrà il potere di limitare la libertà d’espressione. Bene, allora attendiamo che il quotidiano fondato da Scalfari si faccia portavoce, in Italia, di una campagna contro le leggi – invocate da alcune forze politiche – che sanzionano reati d’opinione sulla cosiddetta omofobia, sul revisionismo storico, etc. Punto terzo. “Repubblica” si turba perché i neolaureati ungheresi avranno il dovere di restare in patria almeno dieci anni. Peccato che l’articolo in questione preveda qualcosa di diverso. Ossia che, coloro i quali hanno ottenuto una borsa di studio durante l’università, se vorranno trasferirsi all’estero, dovranno risarcire lo Stato delle tasse di cui fino a quel momento si è fatto carico per loro. Punto quarto. “Repubblica” si stizzisce poiché la nuova Costituzione magiara afferma che sono riconosciute come religioni soltanto quelle che possiedano specifici requisiti. E quindi? Un modo assolutamente ortodosso onde evitare abusi da parte di sette e pseudo-tali che vogliono rientrare nell’alveo dei gruppi religiosi a cui lo Stato riconosce forme di contributo (tipo il nostro Otto per mille). Punto quinto. “Repubblica” si risente perché il vecchio partito comunista (foriero di morte e terrore) verrà definito “associazione criminale”. Qui in Italia, invece, che atteggiamento ha assunto, sin dal ‘45, la stampa progressista nei confronti del fascismo? Punto sesto. “Repubblica”, infine, si sdegna perché la nuova Costituzione riconosce come famiglia soltanto l’unione di una coppia eterosessuale che si sposa al fine di far figli. Non resta che rimandare l’autore del pezzo a leggersi l’articolo 29 della Costituzione italiana. Dopodiché aspettiamo che lo stesso scriva un altro pezzo, stavolta per riferire dell’inclinazione clerico-fascista, degna del despota magiaro Orbán, dei nostri padri costituenti.

(1) http://blogs.wsj.com/emergingeurope/2013/03/07/hungarys-plan-to-change-constitution-draws-protest/

(2) http://www.repubblica.it/esteri/2013/03/06/news/ungheria_orbn_difende_la_nuova_costituzione_e_attacca_l_unione_europea_non_intromettetevi-53997766/

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Quando i piccoli dicono: io non ti pago. La lezione dell’Ecuador

È la globalizzazione, bellezza. L’avreste mai immaginato? Un Paese piccolo come l’Ecuador, anzi il più piccolo tra i Paesi del Sudamerica, ora può dare lezione di gestione del debito ai giganti, ai Paesi più grandi, a quelli europei, alla nostra vicina Grecia che ha appena registrato un Pil negativo nei primi nove mesi che ha sfondato il tetto del 7% o l’Italia che ha un rapporto debito/Pil del 120%. Quella dell’Ecuador? Il 20% appena. Lo fa attraverso le parole di Rafael Correa, economista, presidente dell’Ecuador dal 2007, che ha fatto tappa all’Università Bicocca per tenere una lectio magistralis proprio sul tema della gestione del disavanzo pubblico.

Rifiutando di pagare quanto richiesto dai nostri debitori abbiamo risparmiato e investito l’equivalente di due anni di nuove infrastrutture nel Paese”, ha detto Correa.

Non è stato facile limitarsi a pagare quello che secondo Quito era giusto pagare e c’è da crederci: l’Ecuador è stato l’unico Paese al mondo ad aver adottato il dollaro come moneta nazionale di scambio trasferendo di fatto la politica economica del Paese alla Federal Reserve USA quando l’economia, alla svolta del terzo millennio, collassò.

“Dobbiamo raccomandarci a Dio che è grande e che benedice le persone inutili, tra i quali mi metto anch’io – ha detto ironicamente il presidente Correa, che ha ereditato questa situazione dal Governo precedenti. Risultato: – noi non abbiamo alcuna voce in capitolo nella politica monetaria, ma non ci siamo arresi”.

Lui, infatti, s’è impuntato contro gli interessi galoppanti legati ai prestiti fatti al suo paese. Si può copiare il metodo Correa? Lui ha sostenuto di sì, spiegando come ha tenuto duro rifiutando di onorare un “buco” sempre più profondo ampio.

“Bisogna avere coraggio per prendere decisioni politiche anche se questo può influire sul rating, sul rischio-paese. Un’economia sociale e solidale con il mercato porta benessere al Paese. Chi è partito dall’Ecuador ritorni, chi vuol visitarci troverà le porte aperte”.

Alla lectio magistralis erano presenti anche una novantina di studenti ecuadoriani di seconda generazione.

“Un capitale umano” sul quale Correa ha detto di voler investire risorse importanti “per finanziare borse di studio e facilitare la mobilità internazionale dei nostri giovani».

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Ma non sempre va come dovrebbe andare e come sia giusto che vada!

29 dicembre 2011 – L’Argentina è in lutto. 
Il sottosegretario al commercio, all’uscita da una riunione con il Fondo Monetario, si impicca all’età di 33 anni – di Sergio Di Cori Modigliani

Tempi duri per i puri, non vi è dubbio.
A Montevideo, Uruguay, ieri notte, il sottosegretario alla presidenza e al commercio nonché l’uomo che sarebbe dovuto essere il prossimo ministro dell’economia della Repubblica Argentina, Ivan Heyn si è impiccato nella sua stanza d’albergo, all’Hotel Radisson.
La notizia, indifferente per noi europei, viene vissuta come una enorme tragedia per tutta l’America Latina e anche in Usa l’evento ha suscitato un forte impatto.
Per diversi motivi. Tra cui, non ultimo, la giovane età dell’economista: 33 anni.

Considerato il padre dell’attuale rivoluzione economica argentina, Ivan Heyn si trovava a Montevideo per una riunione allargata del Mercosur (sarebbe il corrispondente in America Latina della Unione Europea) alla quale erano stati invitati anche i responsabili di Usa e Gran Bretagna. Uscendo da una riunione ristretta con i delegati del Fondo Monetario Internazionale, l’economista ha pronunciato la frase “io questo non lo posso proprio fare”. Da quel momento è sparito e nessuno l’ha più visto.

Dieci ore dopo è stato trovato impiccato nella sua suite dell’albergo.
In Argentina gli stanno tributando un enorme cordoglio. Veniva soprannominato “el economista callejero”, l’economista di strada, perché proveniva da una famiglia povera, e nonostante la sua prestigiosa carriera, aveva scelto di rimanere a vivere nel suo quartiere natìo di Constituciòn, tra i più popolari e poveri della capitale Buenos Aires, dove era riverito e amato dalla gente. Si era laureato in economia a 24 anni e, per un caso fortuito, al bar dell’università, il giorno della laurea, aveva incontrato Maximo, il figlio primogenito della presidenta Christina Kirchner, con il quale condivideva il fatto di essere fidanzati con due gemelle. Attivo militante del gruppo La Càmpora, la frazione più a sinistra del partito peronista al potere, si era specializzato in macro economia e aveva accettato una consulenza al ministero dell’economia, diventando poi consigliere personale della Kirchner.  In seguito, lei stessa aveva fortemente spinto per farlo accettare dagli anziani del partito dandogli il sottosegretariato al commercio e indicandolo chiaramente come la figura preminente a cui affidare nel 2012 il dicastero dell’economia.

Un anno e mezzo fa, nel corso di una riunione del Fondo Monetario Internazionale, si era scontrato con Strauss Kahn rifiutandosi di accettare e seguire le indicazioni del fondo che vedevano con preoccupazione l’alta inflazione in Argentina (circa il 30%). Post keynesiano tinto di marxismo, Ivan Heyn –il padre era un intellettuale libertario tedesco sfuggito alla persecuzione della Stasi nella Germania dell’est ed emigrato in Argentina nel 1966- aveva lanciato un ambizioso programma che si è rivelato vincente. “Abbiamo tre nemici: la povertà dei ceti disagiati, l’impoverimento dei ceti medi, e il rischio di conflitti sociali interni” aveva sostenuto, varando un piano economico (bocciato dal Fondo Monetario Internazionale) che ruotava intorno a un allargamento del welfare, a un massiccio impegno di sovvenzioni sociali per il rilancio del consumo interno, aumentando le tasse ai ceti ricchi e abbattendo le aliquote fino a zero a tutti i ceti imprenditoriali della fascia media a condizione che assumessero almeno dieci giovani tra i 18 e i 28 anni. In seguito alle sue idee applicate, l’Argentina è cresciuta nell’ultimo biennio a una velocità del 9,2% l’anno, seconda nel mondo soltanto alla Cina, con l’abbattimento della povertà, e la disoccupazione che dal 22% è scesa al 4%. Il prezzo da pagare è stato un incremento altissimo dell’inflazione, severamente condannato sia dal Fondo Monetario che dall’Europa. Celebre il suo scontro con il collega tedesco in visita ufficiale, quando, alla conferenza stampa in televisione, ebbe a dire “Che cosa me ne importa a me di avere una inflazione al 3% come avete voi in Europa essendo infelici tutti, se io posso dare felicità alla mia nazione con una inflazione al 30%? Lo so da me che va abbassata, ho studiato economia anch’io. Lo faremo. Ma lo faremo soltanto quando ci saremo ripresi tutti. Non prima. La felicità ha valore soltanto se può essere condivisa collettivamente, è una teoria economica, questa, e mi meraviglio che lei che viene dal Primo Mondo non lo sappia. La felicità per pochi privilegiati, non è vera felicità, è avidità bulimica. E’ un peccato mortale. Lo sa anche il papa. E noi siamo cattolici”.

E’ molto probabile che non sapremo mai perché si è ucciso.
La sua ultima riunione era relativa al fatto che l’Argentina aveva denunciato per protezionismo sia gli Usa che la Gran Bretagna sei mesi fa. Il governo Usa e quello britannico, infatti, hanno bloccato l’importazione di limoni argentini con la scusa che non rispettavano i parametri sanitari della Unione Europea. L’Argentina è il primo paese al mondo produttore di limoni. Gli argentini avevano protestato sostenendo che si trattava di un trucco dato che la Coca Cola e la Lipton acquistano in Argentina il 90% dei loro limoni, perché il rapporto prezzo/qualità è il più competitivo in assoluto al mondo.

E’ in atto, in questi mesi, un furioso scontro tra il Mercosur (Cile, Bolivia, Argentina, Brasile, Paraguay, Venezuela, Perù, Uruguay, Ecuador) e l’Europa. I sudamericani hanno apertamente accusato l’Unione Europea “di essersi venduta ai cinesi facendo passare un discorso sulla quantità a scapito della qualità” e gli argentini si sono dichiarati orgogliosi di essere l’unico paese al mondo che in Cina esporta senza importare nulla. L’Argentina, infatti, vende il 95% della propria soja (è il primo produttore al mondo) alla Cina. Inoltre, in Argentina, la Cina viene presentata al pubblico come un paese fascista,.

Una gigantesca campagna pubblicitaria progresso voluta proprio da Heyn, nel 2009, verteva proprio su quest’aspetto, contestata dagli Usa e dalla Germania che sostenevano violasse i principii democratici della convivenza esaltando il razzismo. Gli argentini se ne sono fregati. La campagna ruotava tutta intorno allo slogan “i cinesi sono tanti ma le loro merci valgono davvero molto poco: meglio acquistare merci argentine. Siamo pochi ma ciò che produciamo vale molto”.
In tutto il Sudamerica hanno deciso una giornata di lutto nazionale, per ricordare il più giovane economista mai assurto al rango di ministro dell’economia nella martoriata storia del territorio latino del continente americano.
Che riposi in pace

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Lo stesso giorno – Mercosur offre alla Palestina un accordo commerciale

Traduzione libera dall’inglese, http://www.bbc.co.uk/news/world-latin-america-16277159

E’ della stessa giornata la notizia che a Montevideo è stato raggiunto un accordo commerciale tra il Mercosur e l’Autorità palestinese, primo passo commerciale dopo il riconoscimento dello Stato palestinese.  Il ministro palestinese degli esteri Riyad al Maliki ha firmato un accordo a nome dei palesitnesi e ha ringraziato il Brasile, l’Argentina, l’Urugay e il Paraguay per avere riconosciuto i territori palestinesi come una nazione indipendente e sovrana. La ratifica è avvenuta durante il vertice presidenziale del Mercosur a Montevideo.

“Speriamo che i paesi del Mercosur ci possano aiutare a porre fine alle sofferenze del popolo palestinese e a raggiungere un accordo di pace con Israele” ha dichiarato. “Siamo felici di sapere che abbiamo così tanti amici in questa area del mondo”.
A Beit Jala, vicino a Betlemme, il negoziatore in capo Saeb Erekal ha definito l’accordo basilare per la costruzione delle istituzioni palestinesi ma ha ammonito sui controlli israeliani per controllare l’economia del popolo.

L’Argentina rimane l’unico partner di rilievo della Palestina che ospita anche una delle massime comunità ebraica in America Latina.
Questo accordo potrebbe rimanere poco più che simbolico, hanno indicato gli analisti, a meno che Israele non allenta le restrizioni all’import-export che impone ai territori palestinesi.

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Quanto segue avveniva nel 2009:
Intervista di Benjamin Fulford al ministro delle Finanze Giapponese, Shoichi Nakagawa, sul perchè aveva passato il controllo del sistema finanziario Giapponese ad un gruppo oligarchico di super banchieri internazionali. La risposta è a dir poco sconcertante: il ministro e il suo portavoce hanno affermato di essere vittima della minaccia di un'”arma per terremoti” americana.

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15 marzo 2013

Fonte: http://www.nocensura.com/2013/03/la-presidente-argentina-esorta-i-leader.html

La presidente argentina esorta i leader europei a opporsi ai “predatori finanziari”

14 marzo 2013 (MoviSol) – Aprendo la nuova legislatura del Congresso Nazionale il 1 marzo, la Presidente dell’Argentina Cristina Fernandez de Kirchner ha puntato il dito contro i leader mondiali che si piegano ai fondi speculativi e che cercano di distruggere le nazioni, invece di difendere il benessere delle loro popolazioni.

Cristina Fernandez ha parlato del default argentino nel 2001-2002 e della conseguente ristrutturazione del debito sovrano, che ha costretto i detentori di titoli di stato (in larga parte stranieri) ad accettare una riduzione del valore nominale, gonfiato, di tali titoli, indicando il disastro in Europa. “E’ probabile che molti altri paesi, prima o poi, pur negando il disastro, ristrutturando e attuando salvataggi bancari, saranno costretti a ristrutturare il proprio debito riducendo i pagamenti ed i tempi di rimborso. Altrimenti come potranno pagare paesi come Grecia, Spagna e ora l’Italia, che a quanto scopriamo ha il dramma di non avere un governo?”

In questo contesto, ha aggiunto, le battaglie giudiziarie dell’Argentina contro gli speculatori e i loro fondi pirata, che continuano ad esigere il pieno pagamento, più gli interessi, sui titoli che detengono, sono emblematici, non solo in termini economici e finanziari, ma anche come un test politico. “La questione è se i principali leader mondiali, i membri del G-20, i capi degli istituti di credito ed i governi di varie nazioni del mondo lasceranno che una manciata di predatori finanziari – che si contano sulle dita di una mano – mandino in rovina il mondo intero, creino milioni di disoccupati, persone disperate che si suicidano, che hanno perso il lavoro, non possono andare a scuola, hanno perso la casa, o se daranno invece la priorità alla loro società, alla loro nazione, alla loro storia ed al loro patrimonio. Questo è in ballo oggi” ha dichiarato la Fernandez.

Riferendosi al calo della produzione industriale in Europa, e in particolare in Italia, ha considerato che “viviamo in un mondo strano, dove i leader che hanno più responsabilità, perché nei loro paesi si è generata la crisi, non hanno una percezione di ciò che sta avvenendo”. E si è chiesta: “Come è possibile che si voglia sacrificare intere nazioni a dei piccoli gruppi” che esattamente come i fondi pirata che predano in Argentina “cercano di imporre le proprie condizioni al mondo intero?”

La Presidente argentina sottolinea che lo sviluppo scientifico e tecnologico è alla base del suo governo così come lo era di quello del suo scomparso marito, Nestor Kirchner, dichiarando che è sua ferma intenzione ricostruire l’infrastruttura scientifica che è stata decimata dalla giunta militare e dal regime del FMI dagli anni Settanta agli anni Novanta, costringendo decine di migliaia di scienziati e studenti universitari a lasciare il paese. Questo sarà al centro dell’attenzione anche in futuro, ha notato, giacché il paese dipende da ciò.

Quello che infuria il FMI, ha aggiunto, è che “fondamentalmente abbiamo avuto successo senza seguire la sua politica. Anzi, siamo andati contro tutte le cose che ci hanno detto di fare, e andiamo benissimo. Ecco perché vogliono punirci, non ci perdonano questo successo”.
Fonte: http://www.nocensura.com/2013/03/la-presidente-argentina-esorta-i-leader.html

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15 marzo 2013 | Autore

DI PIERO VALERIO – Fonte http://tempesta-perfetta.blogspot.it/2013/03/mentre-leurozona-e-nel-caos-lirlanda-si.html#more

Che l’eurozona sia nel caos ormai è un dato di fatto. La mancanza di un governo centrale capace di prendere decisioni univoche e chiare (e magari anche razionali e comprensibili, che non guasta) si sta facendo sentire proprio adesso che bisogna fare delle scelte e nessuno sa bene chi sia autorizzato a farle. In mezzo a questo putiferio istituzionale l’Irlanda nel silenzio più assoluto dei media (perché parlare di cose importanti, ci sono tante belle scemenze di cui parlare? Gli occhi di Berlusconi, le lacrime di Bersani, le bacchettate di Grillo, l’elezione del papa, insomma per i cialtroni dell’informazione c’è solo l’imbarazzo della scelta), la piccola Irlanda ha fatto una mossa che potrebbe mettere presto in crisi il colosso d’argilla europeo e nessuno sembra avere la capacità di cambiare gli eventi. La Commissione Europea scarica il compito alla BCE e la BCE, a sua volta, per bocca del suo governatore Mario Draghi, passa la patata bollente al Consiglio Direttivo, che a quanto pare sul caso specifico dell’Irlanda dovrà pronunciarsi entro la fine dell’anno.

In questo contesto di confusione assoluta, il governo irlandese guidato dal primo ministro Enda Kenny (foto a sinistra) pare sia l’unica istituzione ad avere le idee chiare e abbia deciso di continuare ad andare avanti per la sua strada, in attesa che qualcuno si decida a pronunciarsi chiaramente sul da farsi. Il risultato odierno è un passo storico sulla strada per la ripresa economica” ha detto trionfante al Parlamento di Dublino Kenny qualche giorno fa “Questa manovra assicura la futura sostenibilità finanziaria dello stato“.

Ma cosa ha fatto di così rivoluzionario ed epocale Kenny? Si tratta di un’ennesima bufala o fregatura per i cittadini, oppure questa decisione aiuterà concretamente la ripresa di uno stato a pezzi? Andiamo con ordine perché la posizione attuale dell’Irlanda è molto delicata. Malgrado tutti i plausi pervenuti da ogni parte, da Bruxelles e Berlino in particolare, per il rigore teutonico con cui l’Irlanda ha seguito il suo programma di austerità, fatto principalmente di licenziamenti nel settore pubblico e tasse, la situazione del paese è ancora drammatica, con l’economia che ristagna e la disoccupazione che si attesta intorno al 14%. Senza considerare tutti i massicci movimenti migratori dei giovani ragazzi irlandesi verso l’Australia, soprattutto. Una catastrofe sociale che come i meglio informati sanno non è dovuta affatto all’eccesso di debito pubblico, agli sprechi o alla corruzione della classe politica, ma alle sciagurate gestioni fallimentari di un ristretto manipolo di banchieri privati, appoggiati e spalleggiati ovviamente dai politici locali, che nel giro di pochi anni sono riusciti a sommergere di debiti l’intero paese. Chi ancora ha dei dubbi su come si sia sviluppata e quale sia la vera origine della crisi finanziaria che attanaglia oggi l’eurozona, dovrebbe studiare meglio il caso dell’Irlanda che è sicuramente il più emblematico di tutti. E con qualche piccola variante, dovuta alla minore o maggiore compartecipazione del settore pubblico, applicarlo poi agli altri paesi PIIGS. Italia compresa.

Ma vediamo innanzitutto a grandi linee quali sono gli elementi e gli eventi principali che caratterizzano il caso irlandese. Prima dello scoppio della bolla speculativa dei titoli subprime americani del 2008, l’Irlanda era a detta di tutti il paese più “virtuoso” d’Europa per quanto riguarda i conti pubblici: aveva raggiunto il pareggio di bilancio fra entrate e uscite e il suo debito pubblico era sceso addirittura sotto il 40% del PIL. Il regime di defiscalizzazione degli investimenti, con una tassazione media del 12% fra le più basse del mondo, aveva convinto molte multinazionali (Google è soltanto la più famosa, ma ci sono anche IBM, Apple, Xerox, Intel) a prendere sede in Irlanda, per godere dei vantaggi di arbitraggio concessi dalla globalizzazione. I nuovi capitali che arrivavano a fiumi in Irlanda, oltre a dare la parvenza di un paese sviluppato con bassa disoccupazione, avevano ingrossato anche i depositi presso le banche locali che prese dall’euforia si erano lanciate con entusiasmo nel campo degli investimenti speculativi in titoli derivati, soprattutto americani, e nell’attività creditizia interna nel settore immobiliare. Insomma fra l’acclamazione generale si stavano creando le premesse per la nascita di una piccola bolla bancaria all’interno della più grande bolla finanziaria che intanto si stava minacciosamente gonfiando a livello internazionale.

Attirate dagli alti rendimenti, le banche tedesche e francesi non avevano lesinato a sua volta ad investire in titoli delle banche irlandesi, mantenendo in piedi uno schema finanziario molto fragile, perché sostenuto appunto dai capitali e dagli investimenti esteri e non dai risparmi interni. E così mentre il debito pubblico scendeva rapidamente, il debito estero, contratto soprattutto dal settore bancario privato, continuava ad ingigantirsi senza che nessuno suonasse mai il campanello di allarme. Anzi, gli analisti finanziari più esperti si sperticavano in una serie interminabile di elogi per il modello di sviluppo applicato in Irlanda, presentandolo al mondo come un esempio da seguire per molte altre nazioni che stentavano a far ripartire l’economia. L’Irlanda era chiamata la “Tigre Celtica”, proprio per la sua intraprendenza nel campo finanziario, cosa che in effetti avrebbe dovuto preoccupare e insospettire qualcuno dei residenti visto la fine che avevano fatto le “Tigri Asiatiche” dopo lo scoppio della bolla speculativa del 1997. Ma gli analisti finanziari come si sa hanno la memoria corta, soprattutto quelli che lavorano all’interno di grandi gruppi bancari e finanziari e devono tenere alto il valore degli investimenti fatti dalle rispettive società di appartenenza. Importante in questi casi è non rimanere mai l’ultimo con il cerino in mano quando scoppia la bolla, ma fino a quando gli affari si gonfiano bisogna soffiare aria fritta e parole a vanvera con tutta l’energia e la credibilità possibile.

Il momento di smobilitare gli investimenti fatti in Irlanda arrivò appunto nel settembre 2008, quando a causa della crisi dei titoli subprime americani, le sei maggiori banche del paese, fra cui la Anglo Irish Bank e la INBS (Irish Nationwide Building Society), si trovarono strette in una doppia morsa di crisi di solvibilità e liquidità, dato che gran parte delle attività finanziarie e immobiliari si erano deprezzate drasticamente e chi era ancora in tempo aveva provveduto a prelevare i suoi depositi per riportarli all’estero. Per impedire che iniziasse una furibondacorsa agli sportelli, il governo irlandese si vide costretto ad apporre la garanzia statale sui depositi delle banche intervenendo pesantemente per evitare il collasso e fornire il salvataggio pubblico necessario. E qui finisce la storia della virtù pubblica dell’Irlanda, che da stato “virtuoso” cominciò ad essere additato dai soliti analisti come uno stato spendaccione, un maiale, alla stregua degli altri PIIGS dell’eurozona (pochi ebbero la decenza e il pudore di spiegare che il governo irlandese era intervenuto soprattutto per salvare gli investimenti delle banche tedesche e francesi, che in caso contrario avrebbero subito ingenti perdite). Ma per capire meglio le dimensioni del debito estero accumulato dall’Irlanda, guardiamo il grafico sotto diviso per categorie (investimenti diretti, investimenti di portafoglio, debiti bancari e finanziari, banca centrale): già nel 2010, il debito estero complessivo ammontava a €1,73 trilioni circa, ovvero 10 volte maggiore del PIL del paese di €173 miliardi. Una situazione molto preoccupante, che non si discostava affatto da ciò che stava accadendo intanto in SpagnaPortogallo eGrecia.

Ovviamente, e per fortuna, l’Irlanda ha anche un credito estero, dal cui saldo derivava una posizione netta sull’estero passiva superiore al 90% del PIL (quindi ben oltre il livello di guardia fissato dai più autorevoli economisti intorno al 50% del PIL). Nel 2010, il governo irlandese ormai alle corde, impossibilitato a finanziarsi sui “mercati” a rendimenti accettabili, si vide costretto a chiedere un piano di salvataggio internazionale da€67,5 miliardi all’Unione Europea, alla BCE e al FMI. In particolare i €30,6 miliardi concessi dalla BCE dovevano servire per il salvataggio diretto delle due banche più in crisi, la AIB e la INSB, che furono fuse in un’unica banca chiamata IBRC (Irish Bank Resolution Corporation). Gli investitori stranieri furono così tutelati senza alcuna perdita e ricevettero la garanzia del ritorno del 100% del loro investimento iniziale, mentre tutto il peso della cattiva gestione delle banche irlandesi ricadde sul governo e indirettamente sui cittadini, che furono penalizzati con un notevole aumento della pressione fiscale e un taglio netto della spessa pubblica, che comportò migliaia di licenziamenti nel settore statale. In finanza accade sempre questo strano fenomeno: chi investe grosse somme non perde mai, mentre chi scommette poco o non ha mai messo piede in una banca e non sa nemmeno cosa sia la borsa deve pagare per i primi. E così, gravati da questa pesante passività, i conti pubblici andarono in rovina, il surplus faticosamente raggiunto prima del 2008 passò a diventare un deficit pubblico, che dal disastroso -30,9% del 2011 è passato al -8,2% attuale (grafico sotto). Anche perché come capita spesso in questi casi oltre alle maggiori uscite per il salvataggio pubblico delle banche il governo dovette assistere ad un calo delle entrate tributarie dovuto al crollo del reddito nazionale.

Il programma di assistenza, Emergency Lending Assistance (ELA), negoziato dal governo con la Banca Centrale d’Irlanda, prevedeva in cambio della liquidità necessaria per far funzionare la nuova banca IBRC la firma e la consegna di vere e proprie cambiali (Promissory Note) pagabili dal governo in 20 anni. Il piano di rientro era così composto: €3,1 miliardi ogni anno per 12 anni (il 2% del PIL nazionale), €2,1 miliardi nel 2024, quindi €0,9 miliardi per 5 anni e infine €0,1 miliardi a saldo nel 2031, con un interesse complessivo associato all’operazione di €17 miliardi che il governo avrebbe dovuto corrispondere durante tutto il corso dei venti anni. Con le solite tasse e i tagli alla spesa pubblica. Di conseguenza il debito pubblico, sotto il peso di questo macigno, è sprofondato dalla sua iniziale quota “virtuosa” inferiore al 30% agli oltre 100% del PIL attuali (grafico sotto), facendo allarmare sia i politici che i cittadini sulla reale sostenibilità dell’intera manovra di salvataggio bancario. Anche perché a più riprese, la protesta dei cittadini si è fatta sentire rumorosamente, sia conmanifestazioni contro le crescenti tasse che con proteste di piazza contro i banchieri truffatori e i governanti compiacenti.

Ma a questo punto comincia la parte più interessante del racconto. Già ad inizio gennaio del 2013, il premier Kenny intraprende i suoi primi viaggi della speranza verso Bruxelles e Francoforte per trovare nella Commissione Europea o nella BCE degli interlocutori validi per ritrattare l’intero programma di rientro. La situazione già precaria dell’economia irlandese che mostrava qualche timido cenno di ripresa non poteva essere appesantita con i previsti prelievi annuali e secondo Kenny era più che mai necessaria una ristrutturazione del debito per consentire un atterraggio più morbido e allungare il piano generale di rimborso. Tuttavia il classico balletto dello scaricabarile inscenato dagli inconcludenti tecnocrati europei unito all’avvicinarsi della data del 31 marzo in cui l’Irlanda avrebbe dovuto rimborsare la sua quota annuale, hanno convinto Kenny a prendere una decisione perentoria.

Il governo irlandese scambierà le cambiali in scadenza possedute dalla Banca Centrale d’Irlanda con titoli del debito pubblico con tempi di maturazione media superiori a 34 anni, in cui le maggiori quote di rimborso sono previste per il 2038 e il 2053. Per la prima volta, uno stato non più sovrano dell’eurozona se ne è infischiato di attendere le decisioni degli sfaccendati e stralunati tecnocrati di Bruxelles e ha fatto una scelta a tutti gli effetti “sovrana”, che contrasta vistosamente con i trattati europei e in particolare con il famigerato articolo 123 che impedisce alle banche centrali dell’eurozona di finanziare direttamente i rispettivi governi. Il precedente prestito si è trasformato insomma in una forma più o meno camuffata di monetizzazione del deficit pubblico: soldi freschi della banca centrale in cambio di titoli di stato, anche se poi questi soldi non servono per alimentare la spesa del governo ma sono stati già convogliati nelle casse delle banche fallite. In ogni caso, questo legame diretto fra governo e banca centrale rappresenta un vero abominio e un affronto per la tecnocrazia europea, che proprio su questa inconsueta e ancora incomprensibile cesura aveva fondato le basi del suo primato oligarchico e antidemocratico.
Interrogato sullo smacco irlandese dai giornalisti nell’ultima conferenza stampa di inizio marzo, il governatore della BCE Mario Draghi non senza qualche imbarazzo ha riferito di avere preso nota di ciò che sta accadendo in Irlanda, riservandosi di rivedere con calma l’intera faccenda insieme agli altri membri del Consiglio Direttivo della banca centrale di Francoforte. Ad ogni modo, Draghi ha fatto capire che la questione riguarda ormai i rapporti interni fra il governo irlandese e la Banca Centrale d’Irlanda, mentre le presunte irregolarità inerenti il rispetto dell’articolo 123 verranno analizzate con la dovuta scrupolosità entro la fine dell’anno. Nulla però Draghi ha detto riguardo la questione di fondo che soggiace all’intera vicenda e lo stesso Kenny ha spesso accennato in modo velato, con tutte le cautele del caso (non sia mai svegliare i cittadini e spiegargli apertamente quale sia il vero significato dei soldi oggi: i politici sono pur sempre i camerieri dei banchieri, o no?), in pubblico: ma se i soldi prestati dalla BCE al governo irlandese vengono creati dal nulla, perché i cittadini dovrebbero svenarsi e privarsi dei loro risparmi per rimborsare del denaro che una volta rientrato alla base verrebbe distrutto o bruciato? Che senso ha mettere in ginocchio un’intera nazione per dei semplici bit elettronici o delle voci contabili all’interno del bilancio di una banca centrale? Non sarebbe più giusto che la parte di debito dovuto alla BCE venisse in qualche abbonata o decurtata, lasciando intatta solo la quota prestata dal FMI?

Ovviamente di fronte a questi scottanti interrogativi i funzionari della banca centrale tedesca Bundesbank sono sobbalzati all’unisono e hanno fatto una corale levata di scudi, ricordando che il compito principale della banca centrale deve essere il controllo dell’inflazione e pur di mantenere bassa l’inflazione, la gente può essere tranquillamente dissanguata e lasciata morire. Ricordiamo che i tedeschi sono ormai gli unici al mondo, insieme ai loro servili lacchè europeisti disseminati in tutto il continente, a credere che l’aumento della massa monetaria crei automaticamente inflazione e soprattutto che una banca centrale possa davvero influenzare e modificare il livello della massa monetaria circolante. Due scemenze belle e buone che servono per coprire la verità profonda dell’intransigenza teutonica in tema di politica monetaria: per chi ancora non lo avesse capito, l’euro non è una moneta comune ma una veste un po’ più sofisticata del marco tedesco e i marchi, da che mondo è mondo, non si regalano a nessuno, ma bisogna guadagnarseli con il sangue. Fine della storia. O almeno così sembra, dato che nel caos attuale imperante nell’eurozona la decisione “sovranadell’Irlanda potrebbe creare un precedente politico a cui potranno in futuro appellarsi gli altri governi degli stati più in difficoltà. In particolare pensiamo a Grecia e Portogallo, i cui governi invece stanno continuando a pagare a caro prezzo i loro durissimi piani di rientro con rivolte popolari, sofferenze e vessazioni non più tollerabili della cittadinanza. Ma anche l’Italia potrebbe essere presto coinvolta in questa faccenda e non a caso qualche tempo fa il direttore del collocamento dei titoli pubblici del MEF Maria Cannata aveva timidamente accennato alla possibilità di rifinanziare l’enorme debito pubblico italiano con titoli a più lunga scadenza, dai 30 fino ai 50 anni. Non è sicuramente una soluzione definitiva al problema del debito pubblico e della perdita della sovranità monetaria, ma indubbiamente un’operazione del genere potrebbe alleviare non poco la pesantezza degli impegni immediati di consolidamento del debito e partecipazione ai fondi di salvataggio presi in sede europea dall’Italia (vedi Fiscal Compact Mes).

Se i tecnocrati europei sono degli inetti, perché i politici e i funzionari nazionali non dovrebbero adoperarsi da soli, in piena autonomia, per modificare le norme più criminali e controverse dei trattati europei? In questo ingarbugliato castello di carte e burocrazia costruito dal comitato d’affari di Bruxelles, esiste ancora per un governo democratico nazionale lo spazio di manovra necessario per prendere decisioni “sovrane”? La strategia del silenzio assenso potrebbe essere il metodo migliore per riformare rapidamente in senso democraticol’impostazione monolitica e totalitaria dell’eurozona? L’anarchia istituzionale, in cui ognuno decide per sé e cerca di salvare il salvabile, sarà la prossima evoluzione del mostro giuridico europeo? Invece di stare appresso alle lusinghe del fallito Bersani e alle congiuntiviti di Berlusconi, i neo-deputati del Movimento 5 Stelledovrebbero pronunciarsi e seguire attentamente ciò che sta accadendo oggi in Europa se vogliono stare al passo con i tempi e risultare davvero decisivi per il nostro paese e per il futuro di tutti noi. Perché ormai le decisioni che contano veramente per i cittadini si prendono o non si prendono a Bruxelles, a Francoforte, a Berlino. Mentre a Roma al massimo si elegge un papa e poco altro. E anche qui il baricentro pare essersi spostato verso Buenos Aires. E poco importa se il nuovo papa argentino sia ostile al governo progressista sudamericano e un convinto conservatore, perchè adesso i media italiani saranno costretti loro malgrado a parlare di Argentina. E chissà se un giorno la presidentessa Kirchner verrà in visita in Italia a dare lezioni di democrazia a noi inconsapevoli vittime di una dittatura.

Piero Valerio
14.03.2013

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Gli aiuti economici all’Africa sono stati inutili

Di fronte a un rifiorire dell’ideologia terzomondista, riteniamo opportuno riportare questo interessante articolo, ribadendo la nostra profonda convinzione per cui gli africani andrebbero aiutati a casa loro attraverso un sano e serio colonialismo.
I soldi donati dall’Occidente hanno devastato il Terzo mondo, perché hanno solo alimentato la corruzione, i conflitti interni e il potere dei regimi armati
di Anna Bono

A partire dal secondo dopoguerra la cooperazione internazionale allo sviluppo ha usufruito di immense risorse finanziarie, tecnologiche e umane destinate a combattere la povertà nei paesi del terzo mondo. Tuttavia ha mancato l’obiettivo proprio dove più si è impegnata e dove maggiore era il bisogno: in Africa, a cui in poco più di mezzo secolo sono andati oltre mille miliardi di dollari, erogati a vario titolo e con diverse modalità, una sorta di “Piano Marshall” inaugurato all’indomani delle indipendenze per dotare i nuovi governi dei capitali, delle tecnologie e delle competenze professionali indispensabili.
Alle risorse della cooperazione, per l’Africa, si aggiungono quelle ricavate dalla vendita di materie prime e raccolti e dalle concessioni su miniere e giacimenti. Inoltre l’Africa indipendente ha potuto contare fin dall’inizio sulle rimesse degli emigranti, divenute così cospicue da rappresentare oggi per molti Stati una voce consistente del Pil e tali da superare in valore sia gli investimenti esteri che gli aiuti internazionali. Dopo l’anno nero, il 2009, a causa della crisi finanziaria internazionale, nel 2010 le rimesse degli africani emigrati in altri continenti hanno ripreso a crescere superando i 21 miliardi di dollari. Per il 2011 si prevede un totale di 22 miliardi e per il 2012 la previsione è di 24 miliardi.
Eppure in Africa la povertà è aumentata proprio mentre il continente disponeva di una quantità di risorse straordinaria, incomparabilmente superiore rispetto a qualsiasi altra epoca precedente. Tra il 1970 e il 1998, il periodo in cui ha ricevuto i maggiori contributi dall’estero, la povertà è passata dall’11 per cento al 66 per cento. Casi esemplari, tra gli altri, sono il Burkina Faso e il Burundi, due degli stati più poveri del mondo (rispettivamente 181° e 185° su 187 stati classificati nell’Indice dello Sviluppo Umano 2011 dell’Undp): 30 anni fa il loro Pil pro capite era superiore a quello della Cina. Un altro esempio: il Kenya nel 1961, quando ancora era colonia britannica, aveva un Pil pro capite superiore a quello della Corea del Sud; adesso il suo Pil è di 1.622 dollari l’anno e quello della Corea del Sud è di 29.326 dollari.
Oggi gli agricoltori africani producono, su base pro capite, il 19 per cento cento in meno rispetto al 1970. È così in quasi tutta l’Africa subsahariana, nonostante gli sforzi e le cifre spese. Le cause solitamente addotte per spiegare come mai (conflitti etnici, dittature, corruzione, inflazione, Aids, difficoltà di accesso ai mercati…) in realtà sono quasi irrilevanti. Prima di tutto la produzione agricola è stagnante perché non sono stati realizzati i necessari progressi tecnologici: sementi selezionate, fertilizzanti chimici, corrente elettrica, sistemi di irrigazione, macchinari e attrezzi moderni.
Nel settore industriale, anche nei paesi in cui gli investimenti si sono concentrati per decenni sul suo sviluppo, è successo lo stesso.
Le attività di cooperazione si sono articolate su tre fronti d’intervento: il superamento delle economie di sussistenza, tramite l’industrializzazione dei settori produttivi e la costruzione di infrastrutture; la creazione di sistemi scolastici e sanitari efficienti e accessibili a tutti, per crescere generazioni di giovani in buone condizioni di salute, autosufficienti economicamente e in grado di decidere di sé e di scegliere il loro futuro; e infine l’assistenza alle popolazioni in difficoltà, in particolare se minacciate da conflitti e calamità naturali, volta a garantire loro, per quanto possibile, protezione, mezzi di sostentamento e cure mediche.
Sulla carta doveva funzionare. Ma così non è stato, come dimostrano le attuali condizioni di vita nel continente, l’indebitamento degli Stati, gli indicatori di sviluppo che collocano quasi tutti i paesi africani agli ultimi gradini delle classifiche economiche e sociali.
La spiegazione che va per la maggiore è che occorreva più denaro, che quello stanziato non era abbastanza, che i paesi industrializzati devono aumentare la quota del Pil dedicata ai paesi poveri vincendo egoismo e indifferenza. Ma negli ultimi anni si è andata affermando l’idea che non sia affatto una questione di denaro – neanche i paesi africani che godono della remissione del debito estero nell’ambito del progetto Hipc mostrano segni convincenti di ripresa e progresso – bensì di come viene speso e da chi.
«La peggior decisione della moderna politica dello sviluppo: la scelta degli aiuti come soluzione ottimale al problema della povertà in Africa»: questo è in sintesi il bilancio di Dambisa Moyo, l’economista originaria dello Zambia divenuta famosa in tutto il mondo per le sue drastiche critiche agli aiuti allo sviluppo, esposte nel libro in Italia pubblicato da Rizzoli con l’eloquente titolo La carità che uccide.
Il fatto è che, mentre un flusso immenso di denaro e di risorse si riversa da decenni nel continente, miliardi di dollari ne escono, depositati in banche straniere, usati per investire in immobili e in imprese finanziarie e spesi per acquistare beni di lusso fabbricati in altri continenti. Complessivamente ogni anno i capitali sottratti alle casse statali dai politici africani e dai loro entourage ammontano, secondo calcoli dell’Unione Africana, a oltre 100 miliardi di euro, circa il 25 per cento del Pil globale dell’Africa.
Anche le rimesse degli emigranti si rivelano una potenzialità  tutto sommato sprecata. Quasi tutto il denaro infatti viene speso in beni di consumo e tutt’al più in attività nel settore informale, non in imprese economiche tali da creare sviluppo.
L’errore fondamentale, ma non l’unico, è stato dar credito ai governi africani susseguitisi a partire dalla fine dell’epoca coloniale europea e affidare a loro capitali e risorse: corruzione e malgoverno hanno dilapidato patrimoni immensi e continuano a farlo. Peggio ancora, la cooperazione allo sviluppo contribuisce alla sopravvivenza dei regimi autoritari che fanno razzia delle ricchezze nazionali. Parte degli aiuti, opportunamente stornati, oltre ad accrescere i beni e i capitali privati dei leader africani e delle loro clientele, vengono usati per armare e remunerare lautamente forze dell’ordine, servizi segreti e guardie presidenziali: così si mantiene il potere in Africa, più che grazie al consenso popolare. Ma anche il consenso, o se non altro l’ordine pubblico, devono molto agli aiuti internazionali che da decenni attenuano le tensioni sociali e politiche generate dalle difficili condizioni di vita delle popolazioni rurali e delle masse urbane mitigando gli effetti dolorosi delle crisi economiche, ambientali e sociali provocate dalla disattenta e irresponsabile amministrazione della cosa pubblica. I generi di prima necessità offerti dalla cooperazione internazionale rimandano l’ennesima protesta per l’aumento dei prezzi di mais, grano e riso, i progetti di sviluppo alimentano illusorie speranze di progresso e sicurezza, i servizi sanitari e scolastici creati dalle Ong e dagli istituti missionari rimediano all’inefficienza e all’inadeguatezza di quelli statali.
Anche sotto questo profilo, quindi, gli aiuti allo sviluppo diventano parte del problema, come sostiene Dambisa Moyo: il sostegno pubblico internazionale allo sviluppo «distrugge ogni slancio alle riforme, allo sviluppo, alla capacità di creare ricchezza nazionale e di esportarla. Alimenta la corruzione e i conflitti interni e favorisce il mantenimento di regimi pluriennali».

Fonte: Tempi, 04/01/2013
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di Piero Valerio – Fonte: http://tempesta-perfetta.blogspot.it/2013/03/mentre-leurozona-e-nel-caos-lirlanda-si.html#more 

Che l’eurozona sia nel caos ormai è un dato di fatto. La mancanza di un governo centrale capace di prendere decisioni univoche e chiare (e magari anche razionali e comprensibili, che non guasta) si sta facendo sentire proprio adesso che bisogna fare delle scelte e nessuno sa bene chi sia autorizzato a farle. In mezzo a questo putiferio istituzionale l’Irlanda nel silenzio più assoluto dei media (perché parlare di cose importanti, ci sono tante belle scemenze di cui parlare? Gli occhi di Berlusconi, le lacrime di Bersani, le bacchettate di Grillo, l’elezione del papa, insomma per i cialtroni dell’informazione c’è solo l’imbarazzo della scelta), la piccola Irlanda ha fatto una mossa che potrebbe mettere presto in crisi il colosso d’argilla europeo e nessuno sembra avere la capacità di cambiare gli eventi. La Commissione Europea scarica il compito alla BCE e la BCE, a sua volta, per bocca del suo governatore Mario Draghi, passa la patata bollente al Consiglio Direttivo, che a quanto pare sul caso specifico dell’Irlanda dovrà pronunciarsi entro la fine dell’anno. In questo contesto di confusione assoluta, il governo irlandese guidato dal primo ministro Enda Kenny (foto a sinistra) pare sia l’unica istituzione ad avere le idee chiare e abbia deciso di continuare ad andare avanti per la sua strada, in attesa che qualcuno si decida a pronunciarsi chiaramente sul da farsi. ”Il risultato odierno è un passo storico sulla strada per la ripresa economica” ha detto trionfante al Parlamento di Dublino Kenny qualche giorno fa “Questa manovra assicura la futura sostenibilità finanziaria dello stato“.
Ma cosa ha fatto di così rivoluzionario ed epocale Kenny? Si tratta di un’ennesima bufala o fregatura per i cittadini, oppure questa decisione aiuterà concretamente la ripresa di uno stato a pezzi? Andiamo con ordine perché la posizione attuale dell’Irlanda è molto delicata. Malgrado tutti i plausi pervenuti da ogni parte, da Bruxelles e Berlino in particolare, per il rigore teutonico con cui l’Irlanda ha seguito il suo programma di austerità, fatto principalmente di licenziamenti nel settore pubblico e tasse, la situazione del paese è ancora drammatica, con l’economia che ristagna e la disoccupazione che si attesta intorno al 14%. Senza considerare tutti i massicci movimenti migratori dei giovani ragazzi irlandesi verso l’Australia, soprattutto. Una catastrofe sociale che come i meglio informati sanno non è dovuta affatto all’eccesso di debito pubblico, agli sprechi o alla corruzione della classe politica, ma alle sciagurate gestioni fallimentari di un ristretto manipolo di banchieri privati, appoggiati e spalleggiati ovviamente dai politici locali, che nel giro di pochi anni sono riusciti a sommergere di debiti l’intero paese. Chi ancora ha dei dubbi su come si sia sviluppata e quale sia la vera origine della crisi finanziaria che attanaglia oggi l’eurozona, dovrebbe studiare meglio il caso dell’Irlanda che è sicuramente il più emblematico di tutti. E con qualche piccola variante, dovuta alla minore o maggiore compartecipazione del settore pubblico, applicarlo poi agli altri paesi PIIGS. Italia compresa.
Ma vediamo innanzitutto a grandi linee quali sono gli elementi e gli eventi principali che caratterizzano il caso irlandese. Prima dello scoppio della bolla speculativa dei titoli subprime americani del 2008, l’Irlanda era a detta di tutti il paese più “virtuoso” d’Europa per quanto riguarda i conti pubblici: aveva raggiunto il pareggio di bilanciofra entrate e uscite e il suo debito pubblico era sceso addirittura sotto il 40% del PIL. Il regime di defiscalizzazione degli investimenti, con una tassazione media del 12% fra le più basse del mondo, aveva convinto molte multinazionali (Google è soltanto la più famosa, ma ci sono anche IBM, Apple, Xerox, Intel) a prendere sede in Irlanda, per godere dei vantaggi di arbitraggio concessi dalla globalizzazione. I nuovi capitali che arrivavano a fiumi in Irlanda, oltre a dare la parvenza di un paese sviluppato con bassa disoccupazione, avevano ingrossato anche i depositi presso le banche locali che prese dall’euforia si erano lanciate con entusiasmo nel campo degli investimenti speculativi in titoli derivati, soprattutto americani, e nell’attività creditizia interna nel settore immobiliare. Insomma fra l’acclamazione generale si stavano creando le premesse per la nascita di una piccola bolla bancaria all’interno della più grande bolla finanziaria che intanto si stava minacciosamente gonfiando a livello internazionale.
Attirate dagli alti rendimenti, le banche tedesche e francesi non avevano lesinato a sua volta ad investire in titoli delle banche irlandesi, mantenendo in piedi uno schema finanziario molto fragile, perché sostenuto appunto daicapitali e dagli investimenti esteri e non dai risparmi interni. E così mentre il debito pubblico scendeva rapidamente, il debito estero, contratto soprattutto dal settore bancario privato, continuava ad ingigantirsi senza che nessuno suonasse mai il campanello di allarme. Anzi, gli analisti finanziari più esperti si sperticavano in una serie interminabile di elogi per il modello di sviluppo applicato in Irlanda, presentandolo al mondo come un esempio da seguire per molte altre nazioni che stentavano a far ripartire l’economia. L’Irlanda era chiamata la “Tigre Celtica”, proprio per la sua intraprendenza nel campo finanziario, cosa che in effetti avrebbe dovuto preoccupare e insospettire qualcuno dei residenti visto la fine che avevano fatto le “Tigri Asiatiche” dopo lo scoppio della bolla speculativa del 1997. Ma gli analisti finanziari come si sa hanno la memoria corta, soprattutto quelli che lavorano all’interno di grandi gruppi bancari e finanziari e devono tenere alto il valore degli investimenti fatti dalle rispettive società di appartenenza. Importante in questi casi è non rimanere mai l’ultimo con il cerino in mano quando scoppia la bolla, ma fino a quando gli affari si gonfiano bisogna soffiare aria fritta e parole a vanvera con tutta l’energia e la credibilità possibile.
Il momento di smobilitare gli investimenti fatti in Irlanda arrivò appunto nel settembre 2008, quando a causa della crisi dei titolisubprime americani, le sei maggiori banche del paese, fra cui laAnglo Irish Bank e la INBS (Irish Nationwide Building Society), si trovarono strette in una doppia morsa di crisi di solvibilità e liquidità, dato che gran parte delle attività finanziarie e immobiliari si erano deprezzate drasticamente e chi era ancora in tempo aveva provveduto a prelevare i suoi depositi per riportarli all’estero. Per impedire che iniziasse una furibonda corsa agli sportelli, il governo irlandese si vide costretto ad apporre la garanzia statale sui depositi delle banche intervenendo pesantemente per evitare il collasso e fornire il salvataggio pubblico necessario. E qui finisce la storia della virtù pubblica dell’Irlanda, che da stato “virtuoso” cominciò ad essere additato dai soliti analisti come uno stato spendaccione, un maiale, alla stregua degli altri PIIGS dell’eurozona (pochi ebbero la decenza e il pudore di spiegare che il governo irlandese era intervenuto soprattutto per salvare gli investimenti delle banche tedesche e francesi, che in caso contrario avrebbero subito ingenti perdite). Ma per capire meglio le dimensioni del debito estero accumulato dall’Irlanda, guardiamo il grafico sotto diviso per categorie (investimenti diretti, investimenti di portafoglio, debiti bancari e finanziari, banca centrale): già nel 2010, il debito estero complessivo ammontava a €1,73 trilioni circa, ovvero 10 volte maggiore del PIL del paese di €173 miliardi. Una situazione molto preoccupante, che non si discostava affatto da ciò che stava accadendo intanto in SpagnaPortogallo e Grecia.
 
Ovviamente, e per fortuna, l’Irlanda ha anche un credito estero, dal cui saldo derivava una posizione netta sull’estero passiva superiore al 90% del PIL (quindi ben oltre il livello di guardia fissato dai più autorevoli economisti intorno al 50% del PIL). Nel 2010, il governo irlandese ormai alle corde, impossibilitato a finanziarsi sui “mercati” a rendimenti accettabili, si vide costretto a chiedere un piano di salvataggio internazionale da €67,5 miliardi all’Unione Europea, alla BCE e al FMI. In particolare i €30,6 miliardi concessi dalla BCE dovevano servire per il salvataggio diretto delle due banche più in crisi, la AIB e la INSB, che furono fuse in un’unica banca chiamata IBRC (Irish Bank Resolution Corporation). Gli investitori stranieri furono così tutelati senza alcuna perdita e ricevettero la garanzia del ritorno del 100% del loro investimento iniziale, mentre tutto il peso della cattiva gestione delle banche irlandesi ricadde sul governo e indirettamente sui cittadini, che furono penalizzati con un notevole aumento della pressione fiscale e un taglio netto della spessa pubblica, che comportò migliaia di licenziamenti nel settore statale. In finanza accade sempre questo strano fenomeno: chi investe grosse somme non perde mai, mentre chi scommette poco o non ha mai messo piede in una banca e non sa nemmeno cosa sia la borsa deve pagare per i primi. E così, gravati da questa pesante passività, i conti pubblici andarono in rovina, il surplus faticosamente raggiunto prima del 2008 passò a diventare un deficit pubblico, che dal disastroso -30,9% del 2011 è passato al -8,2% attuale (grafico sotto). Anche perché come capita spesso in questi casi oltre alle maggiori uscite per il salvataggio pubblico delle banche il governo dovette assistere ad un calo delle entrate tributarie dovuto al crollo del reddito nazionale.
 
Il programma di assistenza, Emergency Lending Assistance (ELA), negoziato dal governo con la Banca Centrale d’Irlanda, prevedeva in cambio della liquidità necessaria per far funzionare la nuova banca IBRC la firma e la consegna di vere e proprie cambiali (Promissory Note) pagabili dal governo in 20 anni. Il piano di rientro era così composto: €3,1 miliardi ogni anno per 12 anni (il 2% del PIL nazionale), €2,1 miliardi nel 2024, quindi €0,9 miliardi per 5 anni e infine €0,1 miliardi a saldo nel 2031, con un interesse complessivo associato all’operazione di €17 miliardi che il governo avrebbe dovuto corrispondere durante tutto il corso dei venti anni. Con le solite tasse e i tagli alla spesa pubblica. Di conseguenza il debito pubblico, sotto il peso di questo macigno, è sprofondato dalla sua iniziale quota “virtuosa” inferiore al 30% agli oltre 100% del PIL attuali (grafico sotto), facendo allarmare sia i politici che i cittadini sulla reale sostenibilità dell’intera manovra di salvataggio bancario. Anche perché a più riprese, la protesta dei cittadini si è fatta sentire rumorosamente, sia conmanifestazioni contro le crescenti tasse che con proteste di piazza contro i banchieri truffatori e i governanti compiacenti.
 
Ma a questo punto comincia la parte più interessante del racconto. Già ad inizio gennaio del 2013, il premier Kenny intraprende i suoi primi viaggi della speranza verso Bruxelles e Francoforte per trovare nella Commissione Europea o nella BCE degli interlocutori validi per ritrattare l’intero programma di rientro. La situazione già precaria dell’economia irlandese che mostrava qualche timido cenno di ripresa non poteva essere appesantita con i previsti prelievi annuali e secondo Kenny era più che mai necessaria una ristrutturazione del debito per consentire un atterraggio più morbido e allungare il piano generale di rimborso. Tuttavia il classico balletto dello scaricabarile inscenato dagli inconcludenti tecnocrati europei unito all’avvicinarsi della data del 31 marzo in cui l’Irlanda avrebbe dovuto rimborsare la sua quota annuale, hanno convinto Kenny a prendere una decisione perentoria.
Il governo irlandese scambierà le cambiali in scadenza possedute dalla Banca Centrale d’Irlanda con titoli del debito pubblico con tempi di maturazione media superiori a 34 anni, in cui le maggiori quote di rimborso sono previste per il 2038 e il 2053. Per la prima volta, uno stato non più sovrano dell’eurozona se ne è infischiato di attendere le decisioni degli sfaccendati e stralunati tecnocrati di Bruxelles e ha fatto una scelta a tutti gli effetti “sovrana”, che contrasta vistosamente con i trattati europei e in particolare con il famigerato articolo 123 che impedisce alle banche centrali dell’eurozona di finanziare direttamente i rispettivi governi. Il precedente prestito si è trasformato insomma in una forma più o meno camuffata di monetizzazione del deficit pubblico: soldi freschi della banca centrale in cambio di titoli di stato, anche se poi questi soldi non servono per alimentare la spesa del governo ma sono stati già convogliati nelle casse delle banche fallite. In ogni caso, questo legame diretto fra governo e banca centrale rappresenta un vero abominio e un affronto per la tecnocrazia europea, che proprio su questa inconsueta e ancora incomprensibile cesura aveva fondato le basi del suo primato oligarchico e antidemocratico.
Interrogato sullo smacco irlandese dai giornalisti nell’ultima conferenza stampa di inizio marzo, il governatore della BCE Mario Draghi non senza qualche imbarazzo ha riferito di avere preso nota di ciò che sta accadendo in Irlanda, riservandosi di rivedere con calma l’intera faccenda insieme agli altri membri del Consiglio Direttivo della banca centrale di Francoforte. Ad ogni modo, Draghi ha fatto capire che la questione riguarda ormai i rapporti interni fra il governo irlandese e la Banca Centrale d’Irlanda, mentre le presunte irregolarità inerenti il rispetto dell’articolo 123 verranno analizzate con la dovuta scrupolosità entro la fine dell’anno. Nulla però Draghi ha detto riguardo la questione di fondo che soggiace all’intera vicenda e lo stesso Kenny ha spesso accennato in modo velato, con tutte le cautele del caso (non sia mai svegliare i cittadini e spiegargli apertamente quale sia il vero significato dei soldi oggi: i politici sono pur sempre i camerieri dei banchieri, o no?), in pubblico: ma se i soldi prestati dalla BCE al governo irlandese vengono creati dal nulla, perché i cittadini dovrebbero svenarsi e privarsi dei loro risparmi per rimborsare del denaro che una volta rientrato alla base verrebbe distrutto o bruciato? Che senso ha mettere in ginocchio un’intera nazione per dei semplici bit elettronici o delle voci contabili all’interno del bilancio di una banca centrale? Non sarebbe più giusto che la parte di debito dovuto alla BCE venisse in qualche abbonata o decurtata, lasciando intatta solo la quota prestata dal FMI?
Ovviamente di fronte a questi scottanti interrogativi i funzionari della banca centrale tedesca Bundesbank sono sobbalzati all’unisono e hanno fatto una corale levata di scudi, ricordando che il compito principale della banca centrale deve essere il controllo dell’inflazione e pur di mantenere bassa l’inflazione, la gente può essere tranquillamente dissanguata e lasciata morire. Ricordiamo che i tedeschi sono ormai gli unici al mondo, insieme ai loro servili lacchè europeisti disseminati in tutto il continente, a credere che l’aumento della massa monetaria crei automaticamente inflazione e soprattutto che una banca centrale possa davvero influenzare e modificare il livello della massa monetaria circolante. Due scemenze belle e buone che servono per coprire la verità profonda dell’intransigenza teutonica in tema di politica monetaria: per chi ancora non lo avesse capito,l’euro non è una moneta comune ma una veste un po’ più sofisticata del marco tedesco e i marchi, da che mondo è mondo, non si regalano a nessuno, ma bisogna guadagnarseli con il sangue. Fine della storia. O almeno così sembra, dato che nel caos attuale imperante nell’eurozona la decisione “sovrana dell’Irlanda potrebbe creare un precedente politico a cui potranno in futuro appellarsi gli altri governi degli stati più in difficoltà. In particolare pensiamo a Grecia e Portogallo, i cui governi invece stanno continuando a pagare a caro prezzo i loro durissimi piani di rientro con rivolte popolari, sofferenze e vessazioni non più tollerabili della cittadinanza. Ma anche l’Italia potrebbe essere presto coinvolta in questa faccenda e non a caso qualche tempo fa il direttore del collocamento dei titoli pubblici del MEF Maria Cannata aveva timidamente accennato alla possibilità di rifinanziare l’enorme debito pubblico italiano con titoli a più lunga scadenza, dai 30 fino ai 50 anni. Non è sicuramente una soluzione definitiva al problema del debito pubblico e della perdita della sovranità monetaria, ma indubbiamente un’operazione del genere potrebbe alleviare non poco la pesantezza degli impegni immediati di consolidamento del debito e partecipazione ai fondi di salvataggio presi in sede europea dall’Italia (vedi Fiscal Compact Mes).

Se i tecnocrati europei sono degli inetti, perché i politici e i funzionari nazionali non dovrebbero adoperarsi da soli, in piena autonomia, per modificare le norme più criminali e controverse dei trattati europei? In questo ingarbugliato castello di carte e burocrazia costruito dal comitato d’affari di Bruxelles, esiste ancora per un governo democratico nazionale lo spazio di manovra necessario per prendere decisioni “sovrane”? La strategia del silenzio assenso potrebbe essere il metodo migliore per riformare rapidamente in senso democraticol’impostazione monolitica e totalitaria dell’eurozona? L’anarchia istituzionale, in cui ognuno decide per sé e cerca di salvare il salvabile, sarà la prossima evoluzione del mostro giuridico europeo? Invece di stare appresso alle lusinghe del fallito Bersani e alle congiuntiviti di Berlusconi, i neo-deputati del Movimento 5 Stelle dovrebbero pronunciarsi e seguire attentamente ciò che sta accadendo oggi in Europa se vogliono stare al passo con i tempi e risultare davvero decisivi per il nostro paese e per il futuro di tutti noi. Perché ormai le decisioni che contano veramente per i cittadini si prendono o non si prendono a Bruxelles, a Francoforte, a Berlino. Mentre a Romaal massimo si elegge un papa e poco altro. E anche qui il baricentro pare essersi spostato verso Buenos Aires. E poco importa se il nuovo papa argentino sia ostile al governo progressista sudamericano e un convinto conservatore, perchè adesso i media italiani saranno costretti loro malgrado a parlare di Argentina. E chissà se un giorno la presidentessa Kirchner verrà in visita in Italia a dare lezioni di democrazia a noi inconsapevolivittime di una dittatura.

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20 marzo 2013

20 marzo 2013

La Presidentessa argentina Cristina Fernandez de Kirchner parla dopo il Ministro dell’Economia Carlos Fernandez ( a destra) al National Social Security Administration a Buenos Aires.

BUENOS AIRES –

(…) Il governo ha proposto di nazionalizzare le pensioni private, cosa che gli fornirebbe molta della liquidità di cui ha bisogno per far fronte al debito dei pagamenti ed evitare un secondo default nel decennio.

(…) Cristina Kirchnerha detto che la mossa per rilevare il sistema pensionistico privato, ha come scopo quello di proteggere gli investitori dalle perdite derivanti dal tumulto del mercato globale.

I fondi nel sistemapensioni private, che è parallelo al sistema pensionistico governativo, sono amministrati da aziende finanziarie. Il sistema privato ha circa 30 miliardi di dollari in assets e genera annualmente circa 5 miliardi in nuovi contribuenti.

Mentre nessuno sa per certo cosa farebbe il governo con il sistema privato, gli economisti hanno detto che la nazionalizzazione consentirebbe al governo di assaltare nuovi contributi pensionistici per coprire debiti a breve termine, nei prossimi anni.

(…) L’Argentina è ferita due volte. Avendo avuto nel 2001 rigidi creditori, ha poche prospettive di ritornare presto al mercato dei prestiti internazionali . Gli economisti critici sulla proposta di nazionalizzazione, hanno detto che questa rafforza l”immagine della Argentina come rinnegata nei circoli finanziari.

(…) In Argentina, i lavoratori hanno l’opzione di pagare in conti pensione individuali gestiti da fondi pensionistici, piuttosto che dal governo.

Lo fanno 3 milioni di argentini. I conti sono rintracciabili e possono in parte deliberare su come i fondi pensionistici investono il loro denaro .(…) Dopo la nazionalizzazione si presume che il sistema gestito dal governo, assorbirebbe i fondi privati.

Il sistema latino americano ha contribuito a creare un ampio pool di risparmi domestici che possono finanziare mercati locali di capitali e prestare denaro per progetti come strade a pagamento. In Argentina, Mexico e Cile, i fondi pensionistici sono tra i maggiori giocatori nei mercati borsistici locali, aiutando cosi le giovani aziende ad accedere al capitale.

(..) La presidente Kirchner ha dipinto la mossa come un tentativo di aiutare i lavoratori nella crisi finanziaria. (…) In un suo recente discorso ha detto:: “I maggiori stati membri del gruppo degli 8 , stanno adottando una politica di protezione delle banche e, nel nostro caso, noi stiamo proteggendo i lavoratori e i pensionati.

L’economista Aldo Abram di Buenos Aires, tra gli altri, non si è bevuto così la faccenda , . “Erano in una situazione stretta e questa è stata una fonte accessibile per recuperare risorse”, ha detto

(…) La leader della opposizione Elisa Carrió, ha detto: “Le misure del governo non sono state studiate per migliorare il sistema pensionistico, piuttosto per saccheggiare i fondi dei pensionati“.

(…) Prima del collasso economico del 2001, quando il governo cercava di mantenere il ” peso” in parità col dollaro, il governo pose limiti ai prelievi bancari. Successivamente emise un decreto che convertiva in pesos i depositi nominati in dollari.

Sintesi e trad. da questa fonte:
http://online.wsj.com/article/SB122460155879054331.html

http://cafedehumanite.blogspot.it/2013/03/largentina-nazionalizza-i-fondi.html?utm_source=feedburner&utm_medium=email&utm_campaign=Feed:+CafHumanit+(Caf%C3%A9+Humanit%C3%A9)

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Citazioni e Frasi celebri – Rothchild-Ford-Napoleone-Marx-Kennedy-Pound e tanti altri

Penny Guide.org:

Le frasi più importanti di Banchieri, politici, intellettuali, sul potere della Moneta e l’ economia.

Da i Rothschild famosa famiglia di Banchieri, che si dica comandi il Mondo a Carl Marx, passando tra Presidenti Americani, Economisti ed intellettuali.

«Permettetemi di emettere e gestire la moneta di una nazione, e mi infischierò di chi ne fa le leggi.»
[Mayer Anselm Rothschild]

«È una fortuna che la gente non capisca il nostro sistema bancario e monetario, perchè  se lo facesse, credo che scoppierebbe la rivoluzione prima di domani»
[Henry Ford, fondatore della Ford Motor Company]

«Il banco trae beneficio dall’interesse su tutta la moneta che crea dal nulla.»
[William Paterson, fondatore Bank of England, 1694]

«La nostra politica è quella di fomentare le guerre, ma dirigendo

Conferenze di Pace, in modo che nessuna delle parti in conflitto possa ottenere guadagni territoriali. Le guerre devono essere dirette in modo tale che le Nazioni, coinvolte in entrambi gli schieramenti, sprofondino sempre di più nel loro debito e, quindi, sempre di più sotto il nostro potere.»
[Mayer Anselm Rothschild 1773]

«Pochi comprenderanno questo sistema, coloro che lo comprenderanno saranno occupati nello sfruttarlo, il pubblico forse non capirà mai che il sistema è contrario ai suoi interessi.»
[Rothschild, alla Ditta Ikleheimer, Morton e Vandergould di New York, 26 giugno 1863]

«Quando un governo dipende dai banchieri per il denaro, questi ultimi, e non i capi del governo, controllano la situazione, dato che la mano che dà è al di sopra della mano che riceve… Il denaro non ha madrepatria e i finanzieri non hanno patriottismo, né decenza: il loro unico obiettivo è il profitto.»
[Napoleone Bonaparte 1815]

«Potrete ingannare tutti per un pò, potrete ingannare qualcuno per sempre, ma non potrete ingannare tutti per sempre.»

[Abramo Lincoln]

«Voi siete un covo di vipere. Ho intenzione di distruggervi e, per il Padreterno vi distruggerò. Se solo la gente sapesse la stoltaggine del nostro sistema monetario e bancario ci sarebbe una rivoluzione prima di domattina.»
[Andrew Jackson, 1836]

«Fin dalla nascita le grandi banche agghindate di denominazioni nazionali non sono state che società di speculatori privati che si affiancavano ai governi…»
[Karl Marx, Il Capitale, 1885]

«Assurdo dire che il nostro paese può emettere $30,000,000 in titoli ma non $30,000,000 in moneta. Entrambe sono promesse di pagamento; ma una promessa ingrassa l’usuraio, l’altra invece aiuta la
collettività.»
[Thomas Edison – New York Times, 1921]

«Un governo può sopravvivere con il signoraggio quando non può sopravvivere con nessun altro
mezzo»
[Maynard Keynes]

«Siamo riconoscenti al Washinton Post ed al New York Times e alle testate giornalistiche i cui direttori hanno partecipato ai nostri incontri ed hanno rispettato la loro promessa di segretezza e discrezione per quasi 40 anni. Sarebbe stato impossibile per noi sviluppare un progetto per il mondo se fossimo stati nel mirino pubblico per tutto questo tempo. Ma adesso il mondo è più sofisticato e pronto a marciare verso un governo mondiale. La sovranità dell’elite intellettuale insieme a quella dei banchieri mondiali è sicuramente preferibile all’autodeterminazione nazionale praticata nei secoli scorsi.»
[Dal discorso di David Rockefeller alla Commissione Trilaterale nel giugno 1991]

«Non i soldi, bensi’ un falso sistema monetario è la causa di tutti i mali.»
[E . C Riegel Studioso, scrittore e saggista di economia monetaria]

«Che cos’è una rapina in banca a confronto della fondazione di una banca?»
[Bertolt Brecht]

“Dare alle banche la possibilità di creare la moneta è come darsi in schiavitù e pagarsela pure.”
[Sir Josiah Stamp, vecchio governatore della Banca d’Inghilterra]

«Signori  Signore,
proprio la parola “segretezza” è ripugnante in una società libera e aperta e noi siamo un popolo storicamente e intrinsecamente contrario a procedure segrete, ad associazioni segrete, a giuramenti segreti, perché siamo contrastati in tutto il mondo da una cospirazione spietata e monolitica che si sostiene principalmente su strumenti segreti per espandere la propria sfera di influenza, sull’infiltrazione al posto di invasione, sull’eversione al posto di elezioni, basata sull’intimidazione al posto di libere scelte.
È un sistema che ha i suoi coscritti, grandi risorse umane e materiali per la costruzioni di una macchina altamente efficiente che combina operazioni militari, diplomatiche, servizi segreti, economia, scienza e politica.
L’organizzazione è segreta, non pubblica; i suoi errori nascosti, non pubblicizzati, nessuna spesa da approvare, nessun segreto che viene alla luce.
Ecco perché il legislatore ateniese Solone dichiarò un crimine per un cittadino l’astensione dal dibattito.
Sono qui a chiedere il vostro aiuto nel tremendo compito di informare e allertare gli americani fiducioso che con il vostro aiuto l’uomo sarà ciò per cui è nato, libero ed indipendente.»
[John Kennedy, discorso storico Video YouTube]

«Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni.

Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, né i successi del paese sulla base del prodotto nazionale lordo. Il prodotto nazionale lordo comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana.
Il prodotto nazionale lordo mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende la distruzione delle sequoie e la morte della fauna nel Lago Superiore. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, e
comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica. [Siamo nel 1968 – ndr]
Il prodotto nazionale lordo si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte nelle nostre città, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari.
E se il prodotto nazionale lordo comprende tutto questo, non calcola però molte altre cose. Non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. E’ indifferente alla decenza del luogo di lavoro o alla sicurezza nelle nostre strade. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti.
Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi. Il prodotto nazionale lordo non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese.
Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani.»
[Robert Francis Kennedy sul PIL, il Prodotto Nazionali Lordo]

«I politici non sono altro che i camerieri dei banchieri.»
[Ezra Pound]

«L’attuale creazione di denaro dal nulla operata dal sistema bancario è identica alla creazione di moneta da parte di falsari. La sola differenza è che sono diversi coloro che ne traggono profitto.»
[Maurice Allais, nobel per l’economia]

«L’ intera economia mondiale si basa attualmente su gigantesche piramidi di debiti che si appoggiano le une sulle altre in un equilibrio instabile. Non si era mai assistito nel passato ad un accumulo così importante di promesse di pagamento. Non era mai era stato così difficile affrontare.»
[Maurice Allais, nobel per l’economia]

«Che le borse siano diventate dei veri e propri casinò, dove si giocano delle enormi partite di poker, non sarebbe dopo tutto di grande importanza, poiché mentre alcuni guadagnano altri perdono, se le fluttuazioni generali delle quotazioni non generassero, come fanno, delle profonde ondate di ottimismo e di pessimismo, che influiscono considerevolmente sull’economia reale. E’ qui che
appare il carattere irrazionale e nocivo del quadro istituzionale attuale dei mercati di borsa. Il sistema attuale è fondamentalmente antieconomico e sfavorevole ad un funzionamento corretto dell’economia. Non può che essere vantaggioso per gruppi minoritari assai piccoli.»
[Maurice Allais, nobel per l’economia]

«Il debito pubblico è abbastanza grande da badare a se stesso.»
[Ronald Reagan]

«Non c’è nulla che riguardi la moneta che non possa essere alla portata di una persona mediamente
curiosa, diligente e intelligente. [..] Lo studio della moneta, più di ogni altro settore dell’economia, è
quello in cui ci si serve della complessità per travestire la verità o per sfuggirle, non certo per
rivelarla.»
[John K. Galbraith]

«Che mortificazione.. chiedere a chi ha il potere di riformare il potere! Che ingenuità!»
[Giordano Bruno, 1600]

«Gli affari internazionali possono condurre le loro operazioni con pezzi di carta, ma l’inchiostro usato è il sangue umano.»
[Eric Ambler]

«Siamo sull’orlo di una trasformazione globale. Tutto ciò di cui abbiamo bisogno è la giusta crisi globale e le nazioni accetteranno il nuovo ordine mondiale.»
[David Rockefeller]

«Non cambierai mai le cose combattendo la realtà esistente. Per cambiare qualcosa , costruisci un modello nuovo che renda la realtà obsoleta»
[Buckminster Fuller]

«La transizione politica spagnola avrebbe confermto l’importanza di disporre di alcuni strumenti molto precisi e potenti capaci di dotare gli ideali di trasformazione sociale di qualcosa di più che non manifestazioni o libere elezioni. Il disinganno dalla politica è il prezzo che stiamo pagando per non avere appreso dalla maggior parte delle rivoluzioni sociali che quelli che hanno davvero il potere permettono “che cambi tutto perchè non cambi niente».
[Agustí Chalaux i de Subirà]

«Se vogliamo che le cose cambino, occorre occupare le banche e far saltare la televisione. Non c’è altra possibile soluzione rivoluzionaria.»
[Luciano Bianciardi – scrittore, filosofo e teorico anarchico]

«Se un uomo non è disposto battersi per le proprie idee, o le sue idee non valgono nulla, o non vale niente lui.»

[Ezra Pound]

«Finché non ci si impegna, allora regnano l’esitazione, la possibilità di tirarsi indietro, e sempre l’inefficacia. A proposito di ogni gesto di iniziativa, c’è una verità elementare, ignorare la quale vuol dire uccidere un’infinità di idee e splendidi progetti: nel momento in cui ci si impegna definitivamente, allora anche la Provvidenza inizia a muoversi. Cominciano a succedere cose che altrimenti non sarebbero mai accadute. Un intero flusso di eventi scaturisce dalla decisione, portando a favore di chi si impegna ogni sorta di accadimento imprevisto, ogni incontro, ogni assistenza materiale, come nessuno avrebbe mai potuto immaginare. Qualsiasi cosa puoi fare o sogni di poter fare, comincia a farlo. Nell’ardimento ci sono genio, potere e magia. Comincia. Ora. »
[Goethe]

Responsabilità: “Abilità nel rispondere”
«Se il mondo che nasce vuole evitare nuove catastrofi e volgere verso mete superiori, occorre creare una società nella quale la Persona abbia la possibilità immediata di esplicare la propria umanità e spiritualità cioè trasformarsi da individuo a persona. Certo, non possiamo cambiare il mondo, ma probabilmente possiamo migliorarlo. Se l’economia ci impone i grandi numeri noi possiamo imporci il dovere di trovare l’alternativa dei piccoli numeri, della qualità rispetto alla quantità.
Coloro che pensano al mercato come a una piazza nella quale si svolgono pure transazioni economiche dimentica o ignora per formazione culturale che si tratta sempre e comunque di relazioni umane.»
[Adriano Olivetti]

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10 luglio 2013

Il parallelismo è d’obbligo con il sequestro dei Simec

DI ELLEN BROWN

webofdebt.wordpress.com

L’ex volontario delle Forze di Pace Will Ruddick e diversi altri cittadini di Bangladesh (Kenya) rischiano sette anni di prigione per aver messo a punto un modo efficace per alleviare la povertà nelle più povere comunità africane. La soluzione da loro elaborata: una valuta complementare emessa e garantita dalla comunità locale.
La Banca Centrale del Kenya ha già sporto denuncia di contraffazione valutaria.

Le valute complementari possono contribuire realmente a ridurre la povertà. E’ difficile riuscire a dimostrare questa cosa nelle economie complesse, a causa dei numerosi fattori che influenzano i risultati. Ma in un piccolo villaggio africano che detiene un’infinitesima parte della valuta nazionale, fornire ai residenti una valuta alternativa non può che avere un effetto positivo ovvio, immediato e indiscutibile.

Questo è stato dimostrato chiaramente (1) quando Will Ruddick, un medico, economista ed ex-volontario delle Forze di Pace americano, introdusse una valuta complementare in un piccolo insediamento in Kenya chiamato Bangladesh, vicino alla città costiera Mombasa.

L’organizzazione di sviluppo locale di Will, Koru-Kenya (2), ha lavorato insieme a più di cento piccole imprese locali di Bangladesh, che si erano accordate nel riconoscersi reciprocamente l’equivalente di 400 scellini (circa €3.5 o $4.60) di credito reciproco, sotto forma di voucher commerciali chiamati Bangla-Pesa (3). Metà di questi voucher sarebbero stati disponibili per l’acquisto reciproco di prodotti e servizi, e l’altra metà sarebbe servita a finanziare progetti pubblici per la comunità, come raccolta dei rifiuti e servizi sanitari.

Le assegnazioni delle risorse furono decise in modo democratico e trasparente, e la nuova valuta fu completamente finanziata dalla comunità locale stessa e assicurata da un sistema di garanti, senza alcun esborso o avallo da parte del governo del Kenya o di un’agenzia di sviluppo nazionale.

Il progetto fu avviato in Maggio 2013 ed ebbe come effetto immediato un aumento del 22% delle vendite. Questo corrispose a un incremento dei profitti e del potere d’acquisto del 22%.

Gli scambi erano di beni e servizi che senza la presenza di una valuta alternativa sarebbero stati non utilizzati o sprecati, e non perché non fossero commerciabili, ma perché i potenziali acquirenti non avevano il denaro per poterli acquistare.

L’introduzione del Bangla-Pesa riuscì a dare un forte e decisivo impulso all’economia locale, creando un link diretto tra la comunità e le sue risorse, senza il vincolo di quel pezzo di carta chiamato “denaro”. A questo indirizzo internet : link (4) potete trovare un video molto significativo su questo progetto.
Il successo dell’esperimento di Bangladesh ha suscitato il plauso delle Nazioni Unite, dell’Aja (5) e dell’ Associazione Internazionale dello Scambio Reciproco (6). Bisogna dirlo: nessun altro programma di riduzione della povertà di governi locali può competere con l’efficacia di un simile approccio che, oltretutto, è facilmente replicabile in innumerevoli piccole altre comunità africane. Il progetto era di estenderlo ad altri villaggi in maniera semplice e democratica, così da creare uno strumento locale di scambio per la gente di tutto il continente.
Tutto avviene tramite telefoni cellulari con un sistema fornito da Community Forge (7), un’organizzazione con sede a Ginevra che sostiene lo sviluppo delle valute locali in tutto il mondo.

Ma il piano fu inspiegabilmente interrotto il 29 maggio scorso, quando Will e cinque altri partecipanti al progetto sono stati arrestati dalla polizia del Kenya e messi in prigione. Oltre a Will, che è sposato con una donna del Kenya impegnata in attività umanitarie ed è padre da poco, tra gli altri arrestati ci sono due piccoli imprenditori locali (genitori e nonni), un giovane attivista, una mamma volontaria e il tutore di sette orfani (8).

All’inizio la polizia ha accusato il gruppo di ordire un complotto per capovolgere il governo, sostenendo che il Bangla-Pesa fosse collegato al MRC, un gruppo di terroristi secessionisti.

Quando tale collegamento si dimostrò infondato, entrò in scena la Banca Centrale del Kenya con le sue accuse formali di falsificazione valutaria. Will e i suoi compagni di sventura per ora sono stati rilasciati dietro una cauzione di 5,000 euro e sono in attesa del processo, previsto per il 17 luglio prossimo. Se saranno condannati, li attendono sette anni di reclusione in Kenya.

Ma nonostante la difficile situazione, Will rimane ottimista: “La cosa più emozionante” dice “è che questi sistemi hanno dimostrato la capacità di ridurre la povertà – e la mia speranza è che dopo questa vicenda sarà permesso di estenderli a tutti i paesi e i villaggi del Kenya. Ormai l’uso delle valute complementari sarà affermato e riconosciuto come ottimo strumento per combattere la povertà, non ci saranno più dubbi al riguardo”.

Precedenti casi di successo, dalla Svizzera al Brasile

Le valute complementari sono adottate da diversi governi del mondo. Il sistema più antico e diffuso è il WIR della Svizzera, un sistema di scambio tra 60,000 imprenditori – in pratica più del 20% di tutto il sistema di imprese svizzero (http://www.americantradesystem.com/WIR_Bank.htm). Questo tipo di valute hanno dimostrato di avere un effetto anti-ciclico che contribuisce a stabilizzare l’economia Svizzera, rendendo disponibili liquidi e prestiti in quei momenti in cui scarseggia per le piccole imprese il credito convenzionale. Il Brasile è un leader mondiale nell’uso delle valute complementari mirate alla riduzione della povertà. Un fatto interessante è che la sua esperienza è iniziata più o meno nello stesso modo che per il Kenya: la più famosa valuta alternativa del paese, chiamata “Palmas”, rischiò di essere soppressa sul nascere per mano della Banca Centrale del Brasile. Come andarono i fatti ce lo raccontano Margrit Kennedy e i co-autori di People Money: (9)

“Dopo l’emissione delle prime Palmas nel 2003, l’organizzatore locale Joaquim Melo fu arrestato per sospetto riciclaggio di denaro in banche non ufficiali. La Banca Centrale del paese avviò un’azione legale contro di lui, sostenendo che la sua banca stesse coniando denaro falso.
Gli accusati chiesero aiuto per la difesa a testimoni esperti del settore, come l’organizzazione olandese per lo sviluppo “STRO”. Infine, il giudice stabilì che era un diritto costituzionale dei cittadini avere accesso alla finanza e che la Banca Centrale stesse facendo ben poco per quelle aree povere del paese che utilizzavano le valute locali. Emise quindi un giudizio a favore del Banco Palmas.
Ciò che avvenne dopo mostra il grande potere che ha il dialogo. La Banca Centrale creò un gruppo di riflessione e invitò Joaquim a unirsi alle discussioni per capire come poter aiutare la gente più povera. Il Banco Palmas creò quindi l’Istituto Palmas per condividere e diffondere la sua metodologia tra altre comunità e nel 2005 il ministro per “l’economia solidale” creò una partnership con l’Istituto per finanziare la diffusione del metodo. Il sostegno alle banche per lo sviluppo locale che emettono nuove valute fa parte ormai delle politiche di stato.

Il dibattito legale: Credito Reciproco o Contraffazione valutaria?

Se il tribunale del Kenya seguisse l’esempio del Brasile, questo potrebbe essere l’inizio di un approccio molto promettente nella lotta alla povertà in Africa. Il Bangla-Pesa era finanziato da risorse locali, e i locali erano molto felici di averlo per poter far circolare loro prodotti e acquistarne da altri all’interno della loro comunità.

Tuttavia, se sarà giudicato un caso di falsificazione valutaria, esiste purtroppo un precedente storico che fu duramente punito. Nella metà del diciottesimo secolo, quando la Banca d’Inghilterra era detenuta da privati e aveva il diritto esclusivo di emettere la valuta nazionale, la falsificazione delle banconote della Banca d’Inghilterra era considerata un crimine punibile con la pena di morte (10). Erano i tempi in cui sono ambientate le storie di Charles Dickens “Tale of Two Cities” e di “Bleak House”, tempi in cui l’aver affiancato alla valuta nazionale una valuta alternativa avrebbe certamente aiutato a sollevare le masse dalla profonda povertà in cui versavano; ma era proprio interesse della Banca controllare il mercato valutario e mantenerlo “scarso”, proprio per garantire una costante richiesta di prestiti.

Quando nel sistema scarseggia il denaro necessario per soddisfare le esigenze di scambi commerciali, le persone devono contrarre dei prestiti dalle banche pagando degli interessi, assicurando così un bel profitto alle banche stesse. E’ vero anche il contrario: quando gira denaro sufficiente per coprire le esigenze di scambio, cala drasticamente il livello dei debiti e della povertà. In questo caso, il voucher Bangla-Pesa non ha niente a che vedere con una falsificazione della valuta nazionale. Quindi, le accuse fatte sono del tutto infondate.

Lo scopo delle valute complementari, come dice il loro stesso nome, non è di imitare o competere con la valuta nazionale, ma di completarla, permettendo un aumento degli scambi commerciali di prodotti e servizi disponibili nelle comunità locali, prodotti e servizi che, altrimenti, sarebbero rimasti invenduti e sprecati. Oggi, la Banca d’Inghilterra stessa riconosce ufficialmente il ruolo di complementarietà di queste valute (http://www.bankofengland.co.uk/banknotes/Pages/localcurrencies/default.aspx).

L’esperienza del Bangla-Pesa dimostra quello che la classe politica spesso ignora: il Prodotto Interno Lordo è misurato in beni e servizi venduti, non in beni e servizi prodotti; e affinché i prodotti siano venduti, gli acquirenti devono avere il denaro per comprarli. Provate a dare alla gente denaro supplementare da spendere e vedrete che il PIL salirà. (In Kenya, dove quasi la metà della popolazione vive in stato di povertà e di disoccupazione estrema, gli aumenti del PIL riflettono più le pratiche estrattive che le condizioni locali).

Un’idea diffusa è che aumentando gli strumenti di scambio si avrà come unico effetto la svalutazione monetaria e l’aumento dei prezzi; ma i dati mostrano che questo non avviene se prodotti e servizi restano invenduti e i lavoratori rimangono disoccupati. Aggiungere liquidità, in circostanze del genere, dà impulso alle vendite, alla produttività e all’occupazione, più che ai prezzi.

Questo è stato dimostrato in un grande esperimento condotto in Argentina nel 1995, un momento in cui il paese era colpito da una grave crisi bancaria. La mancanza di fiducia nel Peso e la fuga di capitali provocò l’assalto alle banche da parte dei risparmiatori, tale da fargli praticamente chiudere i battenti in poco tempo. Quando iniziò a scarseggiare la valuta nazionale, la gente rispose creandosela da sola. Queste valute locali pian piano si evolvettero nel Global Exchange Network (Red Global de Trueque, detto anche RGT), che alla fine divenne la più vasta rete di valute locali nel mondo. Il modello si diffuse in tutta l’ America centrale e meridionale, raggiungendo i sette milioni di membri e un giro d’affari di milioni e milioni di dollari USA l’anno. A livello locale, anche le province in cui scarseggiava la valuta nazionale, ricorsero all’emissione di una loro “moneta”, pagando gli impiegati con ricevute cartacee chiamate “Buoni di Cancellazione di Debiti”, in unità valutaria uguale al Peso Argentino.

Anche se tutte queste misure aumentarono la quantità di denaro in circolazione, i prezzi non salirono. Al contrario, in alcune province che adottavano oltre alla valuta nazionale quella locale, i prezzi addirittura calarono (11) rispetto ad altre province argentine. I sistemi locali di scambio permettevano la commercializzazione di quei beni e servizi che altrimenti non avrebbero avuto alcun mercato.

Anche a Bangladesh si sono riscontrati questi effetti positivi. “Con il Bangla-Pesa”, dice Ruddick, “abbiamo notato che un credito circolante senza interessi, finanziato dalla comunità locale è uno strumento economico ed efficace per aumentare la liquidità locale e ridurre la povertà”.
Gli accusati quindi devono riuscire a dimostrarlo in tribunale. E’ stata organizzata una raccolta di fondi generale per poter pagare i loro difensori: ecco il link. Per firmare la petizione avviata da una delegazione dell’Aja che sostiene Bangladesh, cliccare qui.

Ellen Brown è un avvocato, presidente dell’Istituto Bancario Pubblico, autrice di dodici testi, tra cui “La ragnatela del Debito” ed il seguito, di recente pubblicazione: “La soluzione della Banca Pubblica”

Fonte: http://webofdebt.wordpress.com
Link: http://webofdebt.wordpress.com/2013/06/28/5801/
28.06.2013

All’articolo ha contribuito anche Jamie Brown

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di SKONCERTATA63

Le pagine internet di Ellen Brown:

http://WebofDebt.com

http://PublicBankSolution.com

http://PublicBankingInstitute.org.