DIETRO SILVIO BERLUSCONI C’E’ UN UOMO CHE SI CHIAMA SILVIO BERLUSCONI, DI CUI NESSUNO PARLA. ECCO CHI E’
Postato il Martedì, 05 novembre @ 21:07:54 CET di davide

DI SERGIO DI CORI MODIGLIANI
Libero pensiero

Come leggere la realtà sotto gli occhi di tutti.

Goldman Sachs fa politica in Italia.
Goldman Sachs dice il falso.
Goldman Sachs diffonde informazioni false ai propri clienti, alla borsa e al mondo finanziario, al fine di contribuire, con le notizie che diffonde, all’affermazione politica dei leader che perseguono i loro fini e obiettivi strategici.
Wow! Che notizia. Ullalà, il vero segreto di Pulcinella.

E invece la novità della notizia c’è, eccome se c’è.

Come tutti sappiamo, Goldman Sachs è diventato il simbolo che scatena immediatamente, a livello viscerale, le pulsioni dei complottisti e degli esemplificatori della realtà. C’è gente che li vede sempre dietro a tutto e tutti, ma raramente è in grado di fornire dettagli specifici e ponderati sulla loro attività d’intervento con dati e cifre alla mano. Oggi, ne abbiamo una possibilità reale e tangibile, che ritengo sia utile per la comprensione della realtà nella quale viviamo.

Veniamo ai fatti: questa mattina, i titoli nelle borse europee -soprattutto quella italiana- vanno a picco perchè le banche sono piene di debiti e Mario Draghi non è più in grado di metterci una pezza.
Eppure, a Milano, vola il titolo Mediaset in netta controtendenza, talmente brillante da toccare il proprio massimo negli ultimi due anni e mezzo.
Come mai?
Chi investe in borsa sa che l’andamento dei titoli (e quindi la capitalizzazione di denaro fresco cash per le aziende) deriva da due fattori incrociati: a) il bilancio dell’azienda quotata, il suo stato di salute, le prospettive di espansione o contrazione; b) le notizie che vengono diffuse su una specifica azienda da parte delle agenzie di rating e dai grandi consorzi finanziari, i cui portavoce -quando aprono bocca- determinano spostamenti sul mercato di centinaia di miliardi di euro. I loro analisti, infatti, hanno informazioni “specifiche e riservate”, non a caso i tre più importanti consulenti di Goldman Sachs in Italia (tra i tanti) sono Mario Monti, Romano Prodi, Corrado Passera. Sul desk Italy, a New York, arrivano notizie considerate da fonte attendibile che vengono poi diffuse agli analisti di borsa, agli scambisti (i cosiddetti traders), ai grossi clienti, che pagano fior di soldoni a Goldman Sachs per avere delle dritte su determinati titoli. E su quelli investono.

Questa mattina si sono verificati due fattori che cozzano l’uno contro l’altro, da cui la notizia.

Alle 8.30 del mattino, ora italiana, l’ufficio europeo di Goldman Sachs ha diffuso un comunicato relativo a Mediaset in cui si sostiene che l’azienda ha superato brillantemente i propri problemi in seguito “all’ottimo andamento e recupero dell’investimento pubblicitario sia nel settore audiovisivo che in quello cartaceo editoriale, ai quali va aggiunta la razionalizzazione della spesa, attestandosi sul mercato in una posizione tale da spostare il proprio giudizio da “neutral” a “buy” con la prospettiva a breve termine di un grande rilancio del gruppo. L’azienda che ieri aveva chiuso a 3,72 euro ad azione la vediamo spingersi verso un 5,1 euro”.
Una volta letto quest’annuncio, gli scambisti di tutta Europa si sono affrettati a passarsi l’informazione immediata sull’Italia “il Berluska va alla grande, acquistare Mediaset a tutto spiano”. E così è avvenuto: + 4%.

La gente non segue queste vicende, lo capisco anche. In Italia, infatti, in conseguenza della crisi perdurante, gli investitori si sono ritirati e i dati ufficiali diffusi ieri dall’Istat rilevano (e rivelano) che ormai soltanto il 7% dei risparmiatori italiani investe in borsa.
Ma quel 7% è quello che regge l’economia.

Un unico organo di stampa ha dato la notizia: Ilsole24ore.
Attraverso un dispaccio della sua agenzia (radiocor) che così recita:

MEDIASET: PER GOLDMAN PRONTA AD AGGANCIARE RIPRESA, IL TITOLO VOLA (+4,3%)

(Il Sole 24 Ore Radiocor) – Milano, 05 nov ore 9.30 – Mediaset vola e aggiorna i massimi da maggio 2011 grazie a un report di Goldman Sachs, che l’ha inserita nella “convinction buy list” (la precedente indicazione era “neutral”). Il target price del titolo del Biscione, che ora guadagna il 4,3% a 3,89 euro, e’ stato cosi’ portato da 3,6 a 5,1 euro. Secondo gli esperti della casa d’affari Usa, Mediaset e’ tra le societa’ meglio esposte alla ripresa europea nel settore, visto che la pubblicita’ (per quanto riguarda le tv) sembra avere interrotto l’emorragia dopo 21 mesi di calo. Le indicazioni di Goldman Sachs sono coerenti con quanto affermato dai vertici di Mediaset nelle ultime settimane, riguardo una possibile inversione di rotta della raccolta nell’ultimo trimestre. Gli analisti Usa, secondo i quali il titolo scambia su valutazioni interessanti, citano tra gli ulteriori elementi che possono spingere il titolo anche la vendita di asset non strategici e ulteriori tagli dei costi. Ai quali va aggiunta la ripresa alla grande del fatturato della pubblicità sul cartaceo editoriale del gruppo.

Questa notizia che avete letto, così come viene enunciata, sarebbe una “informazione oggettiva piatta”, cioè neutrale. Diciamo, il pane quotidiano per chi opera in borsa. Goldman Sachs ci sta informando che in Italia la ripresa è iniziata e che Mediaset è un’azienda che funziona alla grande e finalmente il gettito ricavato dalla pubblicità è in netto aumento di nuovo. Al di là del fatto che piaccia o non piaccia Mediaset, che piaccia o non piaccia la stampa italiana, questa è una notizia che non può non incitare al più sfrenato ottimismo. Perchè vuol dire che allora Saccomanni ha ragione. Vuol dire che Letta allora ha ragione. Che stiamo davvero allacciandoci alla ripresa e il mercato -finalmente, era ora!- si è ripreso.
I famosi “investitori” sono ritornati.
Le imprese investono.
Le aziende aumentano la pubblicità per i propri prodotti.
Le agenzie di pubblicità aumentano il fatturato.
I consumi si allargano.
I soldi girano di nuovo.
Ma che bello: proprio ciò di cui avevamo bisogno.

Pare che non sia vero.

Le notizie diffuse da Goldman Sachs sono false.

Non è certo il sottoscritto a dirlo; la mia opinione conta poco o nulla.

Lo sostiene -esattamente alla stessa ora- la più attendibile fonte di informazione e diffusione sui dati del ricavo pubblicitario sulla stampa cartacea in Italia: “Prima Comunicazione”. E’ uno strumento usato dai professionisti della comunicazione e fornisce i dati veri, tanto è vero che è usato come barometro da chiunque lavori nel mondo dell’editoria e della televisione. E i dati relativi al mercato in Italia per il mese di settembre 2013 rilevano “un arretramento e una contrazione del mercato pubblicitario nell’ordine di un – 22,4%”. Soltanto Mediaset (da sola) nel mese di settembre ha perso circa 400 milioni di euro, il suo bilancio fa acqua da tutte le parti e si prevede che -se non cambia il quadro economico- entro sei mesi ne avrà persi circa 2 miliardi di euro. Goldman Sachs, invece, sostiene che in Italia è finita la crisi e il mercato pompa alla grande. Che coincidenza! Proprio come sostengono Saccomanni e Letta.
E se lo dice Goldman Sachs, gli scambisti e gli analisti di borsa -degli individui che ragionano sulla base di ciò che appare “ufficialmente” sui loro visori- si adeguano e spingono in automatico dei bottoni: è l’economia digitale. In tal modo, mentre sul mercato Mediaset seguita a perdere colpi, clienti, fatturato, commesse, (e quindi soldi) si arricchisce grazie ai risparmiatori italiani che acquistano le sue azioni seguendo le indicazioni di Goldman Sachs.

Ecco qui di seguito i dati gentilmente messi a disposizione da Prima Comunicazione:

Prima Comunicazione Editoria, Pubblicità
05 novembre 2013 | 11:05

Pubblicità sulla stampa a settembre in calo del 22,9%

Il fatturato pubblicitario del mezzo stampa in generale registra un calo del -22,9%. E’ quanto emerge dai dati dell’Osservatorio Stampa Fcp relativi al periodo gennaio – settembre 2013 raffrontati allo stesso periodo del 2012 .
In particolare i quotidiani nel loro complesso registrano -21,5% a fatturato e -13,1% a spazio. L’andamento è confermato dai dati relativi alle singole tipologie. La tipologia Commerciale nazionale ha evidenziato -28,3% a fatturato e -19,9% a spazio. La tipologia Di Servizio ha segnato -8,2% a fatturato e -1,8% a spazio. La tipologia Rubricata ha segnato un calo a fatturato -13,9% e a spazio -11,7%. La pubblicità Commerciale locale ha ottenuto -19,5% a fatturato e -12,0% a spazio.

I periodici segnano un calo a fatturato -25,4% e a spazio -21,6%.
I Settimanali registrano un andamento negativo sia a fatturato -26,9% che a spazio -19,2%.
I Mensili hanno percentuali negative sia a fatturato -24,8% che a spazio -25,6%.
Le Altre Periodicità registrano un calo a fatturato -10,2% e a spazio -13,0%.

Non è necessario essere degli esperti del mercato dell’editoria e dell’audiovisivo per comprendere l’inghippo.
Evidentemente Goldman Sachs ha deciso di puntare su Berlusconi perchè la sua politica, le sue idee, il suo programma sono i più aderenti e fedeli alla logica dei grandi consorzi finanziari speculativi. Si danno una mano a vicenda. Sostiene così Letta e Saccomanni. E ci possiamo scommettere sopra che avrà il suo profitto.
Per questo Berlusconi non si ritira dalla vita politica.
Ha trovato chi lo sostiene e gli tiene bordone.
Si chiama Goldman Sachs.
Le notizie del giorno lo confermano e lo spiegano con chiarezza.
Dietro Silvio Berlusconi c’è Silvio Berlusconi.
Come dire: l’intera classe dirigente politica italiana sta lavorando per consentire a Mediaset di rifinanziarsi in borsa nonostante l’azienda sia decotta. I risparmiatori hanno abboccato e finirà che un “falso nato da informazioni virtuali” diventerà, invece, reale. Grazie alla diffusione di notizie false, Mediaset sta facendo il pieno in borsa. Così va l’Italia del business.

Sergio Di Cori Modigliani
Fonte: http://sergiodicorimodiglianji.blogspot.it
Link: http://sergiodicorimodiglianji.blogspot.it/2013/11/dietro-silvio-berlusconi-ce-un-uomo-che.html
5.11.2013

—————o0o—————

30 settembre 2013

Fonte: http://www.ilgiornale.it/news/sistema-delle-banche-tradisce-i-risparmiatori.html

«Il sistema delle banche tradisce i risparmiatori»

– Mer, 28/09/2005 – 00:00

Ne aveva fatto una battaglia di principio e di sostanza: per Arrigo Molinari, nella veste di avvocato patrocinatore delle cause dei cittadini deboli contro i poteri forti, quella contro la Banca d’Italia e il suo governatore Antonio Fazio era diventata una sorta di sfida da vincere a tutti costi.

E l’occasione giusta – come gli piaceva dire – era capitata di recente: per la causa intentata «nell’interesse degli eredi di Pallavicino Maria Teresa e Pallavicino Carlo che hanno numerosi contenziosi civili incardinati nei tribunali di Genova, Savona e Imperia, relativi a rapporti di conto corrente e di mutuo fondiario con numerosi istituti bancari».
Ci si era dedicato con lo stesso entusiasmo che aveva messo in tanti anni di carriera in polizia. Tanto più che, diceva spesso, «i risparmiatori sono stati traditi, e bisogna che si prendano la loro rivincita». Le sue argomentazioni parevano ineccepibili, magari un po’ ardue da decifrare, ma, di questi tempi, sparare sulle istituzioni creditizie private e pubbliche, nazionali ed europee, poteva incontrare solo consensi. Nel mirino, però, più di tutti, la Banca d’Italia, «un elefante con 8mila addetti che godono di stipendi da 75mila euro all’anno e il cui capo è di fatto completamente inamovibile. Il vero scandalo è una schiera di dipendenti annidati in un vero e proprio carrozzone».
Molinari aveva affondato il coltello nella piaga, facendo ricorso contro l’istituto centrale e le sue sedi decentrate di Genova, Savona e Imperia, ma accomunando nell’istanza anche la Banca centrale europea. Sosteneva infatti che Palazzo Koch «aveva privato i ricorrenti della tutela amministrativa prevista dalla normativa vigente in materia di vigilanza sugliistituti di credito, stante il conflitto di interesse che si è venuto a creare tra la Banca d’Italia stessa e gli istituti di credito soci della Banca d’Italia».
In particolare, sottolineava Molinari, «il dibattito che è scaturito sulla cosiddetta vicenda Fazio non è tanto sulla regolamentazione dei poteri e sulla durata in carica del governatore, quanto una meritoria presa di posizione dello Stato italiano di riappropriarsi di risorse, il cosiddetto reddito di “Signoraggio“, nella quale era stato, seppure in parte, espropriato in favore di soggetti privati. Invero e singolare se non addirittura assolutamente inaccettabile che l’istituto di emissione in uno Stato sovrano sia in primis una società per azioni commerciale, nonché partecipata per la maggioranza assoluta da soggetti privati che nulla hanno a che vedere con le ragioni pubbliche che dovrebbero presidiare ogni determinazione relativa alla Banca centrale».
Ed è questo soprattutto che a Molinari, ormai compreso perfettamente nella parte di paladino dei diritti dei risparmiatori, non andava proprio giù. «Le banche – insisteva l’ex vicequestore di Genova – sono diventate padrone dell’arbitro». Seguivano, nel ricorso, espressioni particolarmente pesanti nei confronti del sistema, definito senza mezzi termini «mafioso». E una vera e propria «cosca mafiosa», con tanto di «sicari» e base a Montecarlo, aveva in qualche modo minacciato «i danti causa dei ricorrenti». Per questo si chiedevano «provvedimenti urgenti in merito alla proprietà della moneta per conseguire il risarcimento del danno da parte della collettività derivante dall’illecita attribuzione del reddito da “Signoraggio“ in favore di soggetti che ab origine e per loro natura non hanno titolo a percepire alcun provento dalla circolazione monetaria».
Nel portare avanti la sua battaglia anti-Fazio, Molinari si era rivolto anche al Giornale, telefonava in redazione quasi quotidianamente, dichiarando di condividere in pieno le argomentazioni sull’argomento pubblicate nelle nostre pagine. «Bravi. Dobbiamo fare azione comune – insisteva – per far cessare l’ingiustizia». E la fiducia nella causa non gli era mai venuta meno: «La Banca d’Italia, nata per essere pubblica, è in mano alle stesse banche che la Banca d’Italia stessa dovrebbe controllare. Il conflitto di interesse è grave. Una mia cliente – spiegava in dettaglio -, vessata e usurata da un gruppo bancario di primaria importanza, radicato in Liguria, con la quale è stata in rapporto con 18 rapporti di conto corrente e con 9 mutui ipotecari, non era affatto tutelata in quanto il gruppo bancario controlla la Banca d’Italia, essendo socia della stessa al 3,96 per cento». La conclusione era drastica: «Il sistema va riformato. A cominciare dai poteri del governatore».

—————o0o—————

Io non riesco ad avere una idea chiara di Berlusconi, sebbene vorrei e lo dico sul serio, innamorarmi di lui, sentirlo il mio rappresentante degno, il Capo in Comando. Non ho mai avuto la sensazione che volesse rifilarmi qualche “sòla”; e non credo gli siano imputabili omicidi o una tendenza alla cultura della morte, o della miseria altrui. Non mi sembra abbia mai impoverito altra gente o istigato al crimine. L’ho sempre visto come un padre di famiglia, che ha sognato all’americana e che ha tenuto in buon conto il Paese. Ma si è fatto anche massimo interpreto di quel progetto del fabianesimo che è il Grande Fratello. Lo ha fatto con le televisioni che gli sono state messe a disposizione dagli amici della P2.
Ha tutto ciò (per meriti acquisiti tramite la fortuna di essere il figlio del Direttore della Banca Rasini) che serve ad un uomo per essere l’idolo del suo popolo. Avrà fatto qualche patto, forse più che col “diavolo” con la Mafia e con i Bush, questo sì. Nella Banca Rasini transitavano i tesoretti della P2 di Gelli, i soldi riciclati di Sindona e Calvi, i proventi della vendita della droga e del racket di Riina, Provenzano, Pippo Calò, Spatola, Vito Ciancimino e non so che altri. Ma hanno preso le loro precauzioni, mettendogli vicino Mangano, lo stalliere di Arcore. Avvocati del calibro di Previti gli hanno offerto ottimi servigi, mentre avvocati onesti come Vittorio Dotti e giornalisti gentiluomini come Cilindro Montanelli (l’amante di Maria Josè) non se lo sono filati per nulla. Sempre fidi gli sono stati Confalonieri, Fede e Dell’Utri. Poi è scoppiato il caso della Teste Omega (Stefania Ariosto, la findanzata di Dotti) che ha ricostretto a vedere gli amici di cui fidarsi: e da Capo Gruppo alla Camera, Dotti verrà silurato dolo le elezioni del 1994. Cosa è dunque che ce lo fa sembrare così ambiguo, pericoloso, egocentrico, supino, dialogante, concessorio, interessato, lussurioso se non la presunta idea che prima o poi potrà assestare il giusto colpo da Statista?

Ecco il punto. Berlusconi ha sempre cercato di sopravvivere a se stesso e alla sua epoca. Il caso dell’esilio del suo amico Craxi e compare di giochi (la Legge Mammì aiutò le sue TV tanto quanto la Legge Gasparri) gli ha fatto incassare un bel colpo col Lodo Mondadori, che però gli è tornato come boomerang poco dopo aver fatto fallire l’operazione più a cuore a Carlo De Benedetti di fondare loro due insieme la più grande holding di affari e investimenti di Italia. Nel frattempo Berlusconi intesseva una relazione strettissima con Putin e Gheddafi, che prevedeva oltre alla South Stream, partecipazioni nella Finmeccanica e l’eventualità di vendere al leader libico quote del Milan per avere liquidità in mano per ogni evenienza.
Il fatto di avere come avversari la Regina d’Inghilterra, la Merkel, Sarkozy (a parte l’accordo che gli abbiamo fatto andare gambe all’aria con il referendum contro il Nucleare, ma che gli è mai venuto in mente?) me lo ha fatto apparire simpatico ed ho visto in lui un leader ritrovato. Poi il sostegno al Governo Monti, ahi che mal!
Allora ecco cosa scopro. Quando è alle strette, con la pistola alle tempie, comincia a sparare contro la BCE, a favore della Sovranità, per una moneta nazionale, per una energia nostrana, per un impianto di produzione fondata anche sul patrimonio culturale e naturalistico. Non a caso è socio del FAI, ha idee interessanti sul recupero dei beni e del genio loci. Sono certo avesse potuto avrebbe sostenuto Ferrero nell’acquisto della Parmalat per sottrarla alla Lactalis francese. Ma anche lì hanno avuto il sopravvento la JP Morgan, la Stanley Morgan, la City Bank, l’American Bank rimaste illese dalla eventuale accusa di agiotaggio.
Ora sta tentando il colpo da maestro, in nome della stabilità richiesta da Christine Lagarde del FMI, di prendersi il Colle. Se non lui un uomo di compromesso: Gianni Letta, già Opus Dei, già Goldman Sachs, già uomo di fiducia di Berlusconi, già zio di Enrico Letta, già uomo di diplomazia, già amico di mollllllllti cardinali (ricordiamo la crostata della moglie a Bertone).
Stiamo a vedere cosa succederà. Oggi Bersani, Monti e Grillo mi preoccupano molto di più per quel 5 Stelle che sta dietro di loro. E qui mi fermo, visto che a Lugano i Rothschild a novembre hanno appena finito di comprare la Banca per consegnarla a Casaleggio. Questa è tutta un’altra storia…

——————o0o——————

“LA PADANIA” 30 settembre 1998 articolo di Max Parisi

Innanzitutto una notizia scivolata via dalla grande stampa nazionale – e mi pare ovvio… – soltanto alcuni giorni fa: la Procura di Palermo ha ordinato il sequestro dell’intero archivio della Banca Rasini. Ah, Cavaliere, che dolori in arrivo… Come più volte abbiamo scritto, la sede principale dove vennero custoditi alcuni dei capitali all’origine dei “grandi affari” berlusconiani è proprio questo istituto di credito siculo-meneghino, fondato a metà dagli anni Cinquanta da una strano miscuglio di persone: esponenti della nobile famiglia milanese dei Rasini, ed esponenti della più disgraziata periferia palermitana ad altissimo tasso mafioso: gli Azzaretto di Misilmeri. Per quasi vent’anni, e per tutto il primo periodo d’attività di Silvio Berlusconi, la Rasini ha rappresentato un punto fermo, un faro imprescindibile per le avventure professionali del futuro Cavaliere. Alla Rasini, voluto sia dagli Azzaretto sia dai Rasini, ha lavorato fino alla pensione Luigi Berlusconi, padre di Silvio. E non ebbe un ruolo marginale, anzi. Fu procuratore con potere di firma di tutto questo clan di strani banchieri, questa confraternita tenebrosa di uomini e interessi la cui natura diventerà tragicamente chiara nel 1983, il 15 febbraio, il giorno dell’operazione “San Valentino”, grande retata della polizia milanese contro le cosche di Cosa Nostra annidate in città. Diversi degli arrestati, Luigi Monti, Antonio Virgilio, Robertino Enea e per loro conto il clan Fidanzati, il clan Bono, Carmelo Gaeta e i relativi referenti palermitani, ovvero Pippo Calò, Totò Riina e Bernardo Provenzano, erano correntisti multimilardari della Banca Rasini. Non solo questa “clientela” affezionata al riciclaggio finì in galera, anche il direttore generale della Rasini, tal Vecchione, in seguito subirà una condanna a 4 anni di carcere. Naturalmente, ripensando a tali vicende, non può che sorgere un interrogativo presto risolto: chi volle che tutta questa marmaglia operasse nella banca di Piazza dei Mercanti numero 8?

Proprio Giuseppe e Dario Azzaretto, padre e figlio. Ora capite l’importanza del decreto di sequestro dell’archivio di questo istituto di credito presso la Banca Popolare di Lodi, che ha assorbito la Rasini qualche anno fa? È assolutamente basilare per poter ricostruire l’epopea di mister Forza Italia, ma anche altre vicende che apparentemente “sembrerebbero scollegate” dalla storia di Berlusconi. Infatti non finisce qui l’importanza della notizia dell’acquisizione di questa documentazione. La Rasini, dopo lo scandalo di mafia del 1983, venne ceduta dagli Azzaretto… indovinate a chi? L’avete già letto nella nostra inchiesta sull’Imi-Sir: a Nino Rovelli, il grande elemosiniere, colui che diede 2 miliardi a Giulio Andreotti, denaro di cui scrisse Mino Pecorelli (il famoso articolo: “Gli assegni del Presidente” che non venne mai pubblicato) costandogli la vita. Proprio un bell’ambientino, eh, quello della Rasini di berlusconiana memoria, non trovate? Tuttavia, per meglio capire fino a dove si spinse la ragnatela infame di questa banca, è necessario ricordare che Giuseppe Azzaretto sposò… la nipote di Papa Pacelli. Mancava giusto giusto questo tassello per completare il quadro. È fuori di dubbio che tale signora possedesse diverse e apprezzate qualità, non ultime le relazioni personali e perfino di parentela con importanti personaggi del Vaticano, ad iniziare dal Papa.
Certo che ne fece di “carriera” quell’uomo, Giuseppe Azzaretto, partito da una delle frazioni più povere e miserabili di Palermo, e ritrovatosi nel volgere di pochi anni al vertice di una banca a Milano – da lui fondata – e perfino maritato con una damigella la cui famiglia era tra le meglio introdotte nei gangli del potere millenario della Roma dei Papi. C’è ancora molto da scoprire, come si vede. Se la Banca Rasini venisse davvero scoperchiata fino in fondo, sono convinto che una parte della storia d’Italia andrebbe riscritta, e sarebbero le pagine peggiori. Della storia più recente della Rasini – il lettore ricorderà anche questo – abbiamo scritto anche altro. Ad esempio abbiamo raccolto la testimonianza della baronessa Maria Giuseppina Cordopatri, che fu correntista di questo istituto di credito. La baronessa ha reso noto che il vero dominus della banca non era il clan Azzaretto sic et simpliciter, bensì un certo Giulio Andreotti.
Non è notizia da poco, se si pensa che Nino Rovelli rileverà questa banca benché in vita sua non avesse mai operato nel settore. Per conto di chi Rovelli gestirà la Rasini fino all’arrivo della Banca Popolare di Lodi?
Bella domanda.In ogni caso, come si diceva all’inizio, la nostra inchiesta sta avanzando. Nei prossimi giorni saremo in grado di approfondire in maniera circostanziata il ruolo e l’azione delle due società fiduciarie della Banca Nazionale del Lavoro, Saf e Servizio Italia, che tanto hanno avuto a che fare con la costruzione del Gruppo Fininvest all’epoca in cui il vero “burattinaio” si chiamava Licio Gelli. Eh sì, proprio lui, che nell’anno 1978 – quando vennero fondate 32 delle 38 Holding Italiane – annotò fra gli iscritti alla sua loggia infame anche Silvio Berlusconi, il piduista n° 1816, entrato nel cerchio infernale gelliano… esattamente lo stesso anno in cui nascono dal nulla (con l’uso del solito schermo di prestanome) le holding casseforti del suo futuro impero. Accidenti, che coincidenza, anzi: che pista investigativa.Su un altro versante, saremo presto nelle condizioni di svelare i rapporti fra alcune di queste Holding Italiane “occulte” e inquietanti personaggi palermitani, così pure saremo in grado di disegnare la “mappa” di intrecci societari fra queste Holding segrete e altri rami della pianta berlusconiana, ad esempio Mediaset.
Mala tempora currunt, signor Berlusconi. Se n’è accorto?

—————————-o0o—————————–

da Wikipedia: La Banca Rasini (Berlusconi, Andreotti, Sindona, Calvi, Provenzano, Riina, Mangano…)

La Banca Rasini era una piccola banca milanese, nata negli anni ’50 ed inglobata nella Banca Popolare di Lodi nel 1992. Il motivo principale della sua fama è che tra i suoi clienti principali si annoveravano i criminali Pippo Calò, Totò Riina, Bernardo Provenzano (al tempo, uomini guida della Mafia) e l’imprenditore e uomo politico Silvio Berlusconi, il cui padre Luigi Berlusconi ivi lavorava come funzionario. Le dichiarazioni di Michele Sindona sulla Banca Rasini la fanno citare più volte da Nick Tosches, un giornalista del New York Times, nel suo libro I misteri di Sindona, e l’hanno resa nota tra gli studiosi internazionali che si occupano della storia della Mafia italiana.

Storia

La “Banca Rasini Sas di Rasini, Ressi & C.” viene fondata all’inizio degli anni ’50 dai milanesi Carlo Rasini, Gian Angelo Rasini, Enrico Ressi, Giovanni Locatelli, Angela Maria Rivolta e Giuseppe Azzaretto. Il capitale iniziale è di 100 milioni di lire. Sin dalle sue origini la banca è un punto di incontro di capitali lombardi (principalmente quelli della nobile famiglia milanese dei Rasini, proprietaria del feudo di Buccinasco) e palermitani (quelli provenienti da Giuseppe Azzaretto, uomo di fiducia di Giulio Andreotti in Sicilia).

Nel 1970 Dario Azzaretto, figlio di Giuseppe, diviene socio della banca. Sempre nel 1970, il procuratore della banca Luigi Berlusconi (padre di Silvio Berlusconi) ratifica un’operazione destinata ad avere un peso nella storia della Rasini: la banca acquisisce una quota della Brittener Anstalt, una società di Nassau legata alla Cisalpina Overseas Nassau Bank, nel cui consiglio d’amministrazione figurano nomi destinati a divenire famosi, come Roberto Calvi, Licio Gelli, Michele Sindona e monsignor Paul Marcinkus.

Nel 1973 la Banca Rasini diviene una S.p.a., ed il controllo passa dai Rasini agli Azzaretto. Il Consiglio di Amministrazione della Banca Rasini S.p.a. è costituito da Dario e Giuseppe Azzaretto, Mario Ungaro (avvocato romano e noto amico di Michele Sindona e Giulio Andreotti), Rosolino Baldani e Carlo Rasini.

Ma nel 1974, nonostante l’ottima situazione finanziaria della Banca Rasini (che nell’ultimo anno aveva guadagnato oltre un quarto del suo capitale), Carlo Rasini lascia la banca fondata dalla sua famiglia, dimettendosi anche dal ruolo di consigliere. Secondo gli analisti, le ragioni delle dimissioni di Carlo Rasini sono da cercarsi nella sua mancanza di fiducia verso il resto del Consiglio di Amministrazione, e degli Azzaretto in particolare.

Sempre nel 1974, Antonio Vecchione diviene Direttore Generale, ed in soli dieci anni il valore della banca esplode, passando dal miliardo di lire nel 1974 al valore stimato di circa 40 miliardi di lire nel 1984.

Il 15 febbraio 1983 la Banca Rasini sale agli onori della cronaca, per via dell'”Operazione San Valentino”. La polizia milanese effettua una retata contro gli esponenti di Cosa Nostra a Milano, e tra gli arrestati figurano numerosi clienti della Banca Rasini, tra cui Luigi Monti, Antonio Virgilio e Robertino Enea. Si scopre che tra i correntisti miliardari della Rasini vi sono Totò Riina e Bernardo Provenzano. Anche il direttore Vecchione e parte dei vertici della banca vengono processati e condannati, in quanto emerge il ruolo della Banca Rasini come strumento per il riciclaggio dei soldi della criminalità organizzata.

Dopo il 1983, Giuseppe Azzaretto cede la banca a Nino Rovelli. Nino Rovelli è un imprenditore (noto soprattutto per la vicenda Imi-Sir) e non ha esperienza nel settore bancario. Nelle inchieste tuttora in corso sulla Banca Rasini, Nino Rovelli è spesso considerato un uomo che ha coperto la vera dirigenza della banca fino al 1992. Tuttavia, non esistono evidenze al riguardo, né ipotesi sui nomi dei veri amministratori della Banca.

Nel 1992 la Banca Rasini viene inglobata nella Banca Popolare di Lodi, ma è solo nel 1998 che la Procura di Palermo mette sotto sequestro tutti gli archivi della banca. I giudici di Palermo, anche a seguito delle rivelazioni di Michele Sindona (intervista del 1985 ad un giornalista americano, Nick Tosches) e di altri “pentiti”, indicano la stessa banca Rasini come coinvolta nel riciclaggio di denaro di provenienza mafiosa. Tra i correntisti della banca figurava anche Vittorio Mangano, il mafioso che lavorò come fattore nella villa di Silvio Berlusconi dal 1973 al 1975.
Legami con la mafia.

La Banca Rasini deve la sua fama tra gli studiosi della storia d’Italia soprattutto alle dichiarazioni di Michele Sindona del 1984. Quando il giornalista del New York Times, Nick Tosches, chiese a Sindona (poco prima della misteriosa morte di quest’ultimo): «Quali sono le banche usate dalla mafia?». Sindona rispose: «In Sicilia il Banco di Sicilia, a volte. A Milano una piccola banca in Piazza dei Mercanti». In effetti, le indagini successive alla retata dell’Operazione San Valentino dimostrarono ampiamente il ruolo della Banca Rasini nel riciclaggio dei soldi della mafia, ed i contatti dell’istituto coi più alti vertici mafiosi. Il Commissario di Polizia Calogero Germanà ha ipotizzato che l’istituto, al pari della Banca Sicula di Trapani, fosse uno dei centri per il riciclaggio del denaro sporco di Cosa Nostra.
Legami con la famiglia Berlusconi.

Tra i personaggi famosi con cui la Banca Rasini ebbe dei legami va citato l’imprenditore e uomo politico Silvio Berlusconi. Il padre di Silvio Berlusconi, Luigi Berlusconi fu prima un impiegato alla Rasini, quindi procuratore con diritto di firma, ed infine assunse un ruolo direttivo all’interno della stessa[3]. La Banca Rasini, e Carlo Rasini in particolare, furono i primi finanziatori di Silvio Berlusconi all’inizio della sua carriera imprenditoriale. Silvio e suo fratello Paolo Berlusconi avevano un conto corrente alla Rasini, così come numerose società svizzere che possedevano parte della Edilnord, la prima compagnia edile con cui Silvio Berlusconi iniziò a costruire la sua fortuna.

La Banca Rasini risulta anche nella lista di banche ed istituti di credito che gestirono il passaggio dei finanziamenti di 113 miliardi di lire (equivalenti ad oltre 300 milioni di euro nel 2006) che ricevette la Fininvest, il gruppo finanziario e televisivo di Berlusconi, tra il 1978 ed il 1983.

Il giornale inglese «The Economist» cita ripetutamente la Banca Rasini nel suo noto reportage su Silvio Berlusconi[4], sottolineando come, ad avviso dei recensori del reportage, Berlusconi abbia effettuato transazioni illecite per mezzo della banca. È stato infatti accertato che Silvio Berlusconi ha registrato presso la banca ventitré holding come negozi di parrucchiere ed estetista. Anche per fare chiarezza su questi fatti nel 1998 l’archivio della banca è stato messo sotto sequestro.

—————————-o0o——————————

BERLUSCONI E I SUOI MISTERI

La vita e la carriera dell’imprenditore Silvio Berlusconi, nonostante le biografie autorizzate che il protagonista ha fatto pubblicare o propiziato nel corso degli anni con fini auto-agiografici, rimane costellata di buchi neri e di domande senza risposta. Piccolo riepilogo degli omissis più inquietanti.

1) La Edilnord Sas è la società fondata nel 1963 da Silvio Berlusconi per costruire Milano 2. Soci accomandatari (quelli che vi operano), oltre al futuro Cavaliere, sono il commercialista Edoardo Piccitto e i costruttori Pietro Canali, Enrico Botta e Giovanni Botta. Soci accomandanti (quelli che finanziano l’operazione) il banchiere Carlo Rasini, titolare dell’omonima banca con sede in via dei Mercanti a Milano, e l’avvocato d’affari Renzo Rezzonico, legale rappresentante di una finanziaria di Lugano: la “Finanzierungesellschaft für Residenzen Ag”, di cui nessuno conoscerà mai i reali proprietari. Si tratta comunque di gente molto ottimista, se ha affidato enormi capitali a Berlusconi, cioè a un giovanotto di 27 anni che, fino a quel momento, non ha dato alcuna prova imprenditoriale degna di nota.

2) Sulla banca Rasini, dove il padre Luigi Berlusconi lavora per tutta la vita, da semplice impiegato a direttore generale, ecco la risposta di Michele Sindona (bancarottiere piduista legato a Cosa Nostra e riciclatore di denaro mafioso) al giornalista americano Nick Tosches, che nel 1985 gli domanda quali siano le banche usate dalla mafia: “In Sicilia il Banco di Sicilia, a volte. A Milano una piccola banca in piazza Mercanti”. Cioè la Rasini, dove – ripetiamo – Luigi Berlusconi, padre di Silvio, ha lavorato per tutta a vita, fino a diventarne il procuratore generale. Alla Rasini tengono i conti correnti noti mafiosi e narcotrafficanti siciliani come Antonio Virgilio, Salvatore Enea, Luigi Monti, legati a Vittorio Mangano, il mafioso che lavora come fattore nella villa di Berlusconi fra il 1973 e il 1975.

3) Il 29 ottobre 1968 nasce la Edilnord Centri Residenziali Sas (una sorta di Edilnord 2): stavolta, al posto di Berlusconi, come socio accomandatario c’è sua cugina Lidia Borsani, 31 anni. E i capitali li fornisce un’altra misteriosa finanziaria luganese, la “Aktiengesellschaft für Immobilienanlagen in Residenzentren Ag” (Aktien), fondata da misteriosi soci appena 10 giorni prima della nascita di Edilnord 2. Berlusconi da questo momento sparisce nel nulla, coperto da una selva di sigle e prestanome. Riemergerà solo nel 1975 per presiedere la Italcantieri, e nel 1979, come presidente della Fininvest. Intanto nascono decine di società intestate a parenti e figuranti, controllate da società di cui si ignorano i veri titolari. Come ha ricostruito Giuseppe Fiori nel libro “Il venditore” (Garzanti, 1994, Milano), Italcantieri nasce nel 1973, costituita da due fiduciarie ticinesi: “Cofigen Sa” di Lugano (legata al finanziere Tito Tettamanzi, vicino alla massoneria e all’Opus Dei) e “Eti A.G.Holding” di Chiasso (amministrata da un finanziere di estrema destra, Ercole Doninelli, proprietario di un’altra società, la Fi.Mo, più volte 7 inquisita per riciclaggio, addirittura con i narcos colombiani).

4) Nel 1974 nasce la “Immobiliare San Martino”, amministrata da Marcello Dell’Utri e capitalizzata da due fiduciarie del parabancario Bnl: la Servizio Italia (diretta dal piduista Gianfranco Graziadei) e la Saf (Società Azionaria Finanziaria, rappresentata da un prestanome cecoslovacco, Frederick Pollack, nato nientemeno che nel 1887). A vario titolo e con vari sistemi e prestanome, “figlieranno” una miriade di società legate a Berlusconi e ai suoi cari: a cominciare dalle 34 “Holding Italiana” che controllano il gruppo Fininvest. Secondo il dirigente della Banca d’Italia Francesco Giuffrida e il sottufficiale della Guardia di Finanza Giuseppe Ciuro, consulenti tecnici della Procura di Palermo al processo contro Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa, queste finanziarie hanno ricevuto fra il 1978 e il 1985 almeno 113 miliardi (pari a 502 miliardi di lire e 250 milioni di euro di oggi), in parte addirittura in contanti e in assegni “mascherati”, dei quali tuttoggi “si ignora la provenienza”. La Procura di Palermo sostiene che sono i capitali mafiosi “investiti” nel Biscione dalle cosche legate al boss Stefano Bontate. La difesa afferma che si tratta di autofinanziamenti, anche se non spiega da dove provenga tutta quella liquidità. Lo stesso consulente tecnico di Berlusconi, il professor Paolo Jovenitti, ammette l'”anomalia” e l’incomprensibilità di alcune operazioni dell’epoca.

5) Nel 1973 Silvio Berlusconi acquista da Annamaria Casati Stampa di Soncino, ereditiera minorenne della nota famiglia nobiliare lombarda rimasta orfana nel 1970, la settecentesca Villa San Martino ad Arcore, con quadri d’autore, parco di un milione di metri quadrati, campi da tennis, maneggio, scuderie, due piscine, centinaia di ettari di terreni. La Casati è assistita da un pro-tutore, l’avvocato Cesare Previti, che è pure un amico di Berlusconi, figlio di un suo prestanome (il padre Umberto) e dirigente di una società del gruppo (la Immobiliare Idra). Grazie alla fortunata coincidenza, la favolosa villa con annessi e connessi viene pagata circa 500 milioni dell’epoca: un prezzo irrisorio. E, per giunta, non in denaro frusciante, ma in azioni di alcune società immobiliari non quotate in borse, così che, quando la ragazza si trasferisce in Brasile e tenta di monetizzare i titoli, si ritrova con una carrettate di carta. A quel punto, Previti e Berlusconi offrono di ricomprare le azioni, ma alla metà del prezzo inizialmente pattuito. Una sentenza del Tribunale di Roma, nel 2000, ha assolto gli autori del libro “Gli affari del presidente”, che raccontava l’imbarazzante transazione.

6) Nel 1973 Berlusconi, tramite Marcello Dell’Utri, ingaggia come fattore (ma recentemente Dell’Utri l’ha promosso “amministratore della villa”) il noto criminale palermitano, pluriarrestato e pluricondannato Vittorio Mangano. Il quale lascerà la villa solo due anni più tardi, quando verrà sospettato di aver organizzato il sequestro di Luigi d’Angerio principe di Sant’Agata, che aveva appena lasciato la villa di Arcore dopo una cena con Berlusconi, Dell’Utri e lo stesso Mangano. Mangano verrà condannato persino per narcotraffico (al maxiprocesso istruito da Falcone e Borsellino) e, nel 1998, all’ergastolo per omicidio e mafia.

7) Il 26 gennaio 1978 Silvio Berlusconi si affilia alla loggia Propaganda 2 (P2), presentato al gran maestro venerabile Licio Gelli dall’amico giornalista Roberto Gervaso. Paga regolare quota di iscrizione (100 mila lire) e viene registrato con la tessera 1816, codice E.19.78, gruppo 17, fascicolo 0625. La partecipazione al pio sodalizio gli procaccerà vantaggi di ogni genere: dai finanziamenti della “Servizio Italia” di Graziadei ai crediti facili e ingiustificati del Monte dei Paschi di Siena (di cui è provveditore il piduista Giovanni Cresti) alla collaborazione con il “Corriere della Sera” diretto dal piduista Franco Di Bella e controllato dalla Rizzoli dei piduisti Angelo Rizzoli, Bruno Tassan Din e Umberto Ortolani.

8) Il 24 ottobre 1979 Silvio Berlusconi riceve la visita di tre ufficiali della Guardia di Finanza nella sede dell’Edilnord Cantieri Residenziali. Si spaccia per un “un semplice consulente esterno” addetto “alla progettazione di Milano 2”. In realtà è il proprietario unico della società, intestata a Umberto Previti. Ma i militari abboccano e chiudono in tutta fretta l’ispezione, sebbene abbiano riscontrato più di un’anomalia nei rapporti con i misteriosi soci svizzeri. Faranno carriera tutti e tre. Si chiamano Massimo Maria Berruti, Salvatore Gallo e Alberto Corrado. Berruti, il capopattuglia, lascerà le Fiamme Gialle pochi mesi dopo per andare a lavorare per la Fininvest come avvocato d’affari (società estere, contratti dei calciatori del Milan, e così via). Arrestato nel 1985 nello scandalo Icomec (e poi assolto), tornerà in carcere nel 1994 insieme a Corrado per i depistaggi nell’inchiesta sulle mazzette alla Guardia di Finanza, poi verrà eletto deputato per Forza Italia e condannato in primo e secondo grado a 8 mesi di reclusione per favoreggiamento. Gallo risulterà iscritto alla loggia P2.

9) Il 30 maggio 1983 la Guardia di Finanza di Milano, che sta controllando i telefoni di Berlusconi nell’ambito di un’inchiesta su un traffico di droga, redige un rapporto investigativo in cui si legge: “E’ stato segnalato che il noto Silvio Berlusconi finanzierebbe un intenso traffico di stupefacenti dalla Sicilia, sia in Francia che in altre regioni italiane (Lombardia e Lazio). Il predetto sarebbe al centro di grosse speculazioni in Costa Smeralda avvalendosi di società di comodo aventi sede a Vaduz e comunque all’estero. Operativamente le società in questione avrebbero conferito ampio mandato ai professionisti della zona”. Per otto anni l’indagine, seguita inizialmente dal pm Giorgio Della Lucia (poi passato all’Ufficio istruzione, da anni imputato per corruzione in atti giudiziari insieme al finanziere Filippo Alberto Rapisarda, ex datore di lavoro ed ex socio di Marcello Dell’Utri) langue, praticamente dimenticata. Alla fine, nel 1991, il gip milanese Anna Cappelli archivierà tutto.

10) Il terzo, seccante incontro ravvicinato fra il Cavaliere e la Legge risale al 16 ottobre 1984. Tre pretori, di Torino, Roma e Pescara, hanno la pretesa di applicare le norme che regolano l’emittenza televisiva e che il Cavaliere ha deciso di aggirare, trasmettendo in contemporanea gli stessi programmi su tutto il territorio nazionale. I tre magistrati fanno presente che è vietato, 9 non si può e bloccano le attrezzature che consentono l’operazione fuorilegge. Il Cavaliere oscura le sue tv, per attribuire il black out ai giudici, poi scatena il popolo dei teledipendenti con lo slogan “Vietato vietare”, opportunamente rilanciato dallo show del giornalista piduista Maurizio Costanzo. Lo slogan viene subito tradotto in legge dal presidente del Consiglio Bettino Craxi. Il quale abbandona una visita di Stato a Londra per precipitarsi in Italia e varare un decreto legge ad personam (“decreto Berlusconi”) che riaccende immediatamente le tv illegali del suo compare. Lo scandalo è talmente enorme che, persino nel pentapartito, qualcuno non ci sta. E il decreto viene bocciato dall’aula come incostituzionale. Due dei tre pretori reiterano il sequestro penale delle attrezzature utilizzabili oltre l’ambito locale. Così Craxi partorisce un secondo decreto Berlusconi, agitando davanti ai riottosi partiti alleati lo spauracchio della crisi di governo e delle elezioni anticipate, in caso di mancata conversione in legge. Provvederà poi lo stesso Caf a legalizzare il monopolio illegale Fininvest sulla televisione commerciale con la legge Mammì, detta anche “legge-Polaroid” per l’alta fedeltà con cui fotografa lo status quo.

—————————o0o—————————-

Berlusconi e la Banca Rasini

Roma 4 settembre 2009, continua l’attacco di Berlusconi contro i media italiani e stranieri e la relativa strategia della mensogna mediatica. Questi riportati nell’articolo sono stralci tratti da libro di Marco Travaglio che, come suo diritto di cittadinoe nostro, chiede, in tempi di democrazia agonizzante alcune cosette al Ego-Rais. Sono abbastanza raccapriccianti: eccole, sono disponibili su molti siti tra cui oknotizie.virgilio.it 

Le informazioni riportate nelle sette domande sono state estratte dal libro “L’odore dei soldi” di Elio Veltri e Marco Travaglio (Editori Riuniti) 2001. Sono quindi ben note alla stampa ed ai parlamentari italiani.
Il Signor Berlusconi ha intentato due cause agli autori del libro: la prima, per diffamazione, si è conclusa nel 2005 con l’assoluzione dei due autori e la condanna del signor Berlusconi a pagare 100′000 euro di spese. La seconda causa, una richiesta di risarcimento per diffamazione a mezzo stampa, è stata respinta dal tribunale di Roma con l’obbligo del pagamento di 15′000 euro di spese da parte del querelante.
Premessa: La Banca Rasini di Milano, di proprietà negli anni ’70 di Carlo Rasini, è stata indicata da Sindona e in molti documenti ufficiali di magistrati che hanno indagato sulla mafia, come la principale banca utilizzata dalla mafia per il riciclo del denaro sporco nel Nord – Italia.
Di questa Banca sono stati clienti Pippo Calò, Totò Riina e Bernardo Provenzano, negli anni in cui formavano la cupola della mafia.
In quegli stessi anni il Sig. Luigi Berlusconi lavorava presso la Banca, prima come impiegato, poi come Procuratore con diritto di firma e infine come Direttore.
1)
Nel 1970, il procuratore della banca Luigi Berlusconi ratifica un’operazione molto particolare: la banca Rasini acquisisce una quota della Brittener Anstalt, una società di Nassau legata alla Cisalpina Overseas Nassau Bank, nel cui consiglio d’amministrazione figurano Roberto Calvi, Licio Gelli, Michele Sindona e monsignor Paul Marcinkus. Questo Luigi Berlusconi, procuratore con diritto di firma della banca Rasini, era suo padre?

2)


Sempre intorno agli anni ’70 il Sig. Silvio Berlusconi ha registrato presso la banca Rasini ventitré holding come “negozi di parrucchiere ed estetista”, è lei questo Signor Silvio Berlusconi?

 
3)
Lei ha registrato presso la banca Rasini, ventitré “Holding Italiane” che hanno detenuto per molto tempo il capitale della Fininvest, ed altre 15 Holding, incaricate di operazioni su mercati esteri. Le ventitré holding di parrucchiere, che non furono trovate ad una prima indagine della guardia di finanza, e le ventitré Holding italiane, sono la stessa cosa?
 
4)
Nel 1979 il finanziere Massimo Maria Berruti che dirigeva e poi archiviò l’indagine della Guardia di Finanza sulle ventitré holding della Banca Rasini, si dimise dalla Guardia di Finanza. Questo signor Massimo Maria Berruti è lo stesso che fu assunto dalla Fininvest subito dopo le dimissioni dalla Guardia di Finanza, fu poi condannato per corruzione, eletto in seguito parlamentare nelle file di Forza Italia, e incaricato dei rapporti delle quattro società Fininvest con l’avvocato londinese David Mills, appena condannato in Italia su segnalazione della magistratura inglese?
 
5)
Nel 1973 il tutore dell’allora minorenne ereditiera Anna Maria Casati Stampa si occupò della vendita al Sig. Silvio Berlusconi della tenuta della famiglia Casati ad Arcore. La tenuta dei Casati consisteva in una tenuta di un milione di metri quadrati, un edificio settecentesco con annesso parco, villa San Martino, di circa 3’500 metri quadri, 147 stanze, una pinacoteca con opere del Quattrocento e Cinquecento, una biblioteca con circa 3000 volumi antichi, un parco immenso, scuderie e piscine. Un valore inestimabile che fu venduto per la cifra di 500 milioni di lire (250′000 euro) in titoli azionari di società all’epoca non quotate in borsa, che furono da lei riacquistati pochi anni dopo per 250 milioni.(125′000 euro). Il tutore della Casati Stampa era un avvocato di nome Cesare Previti. Questo avvocato è lo stesso che poi è diventato suo avvocato della Fininvest, senatore di Forza Italia, Ministro della Difesa, condannato per corruzione ai giudici, interdetto dai diritti civili e dai pubblici uffici, e che lei continua a frequentare?
——————–o0o——————-
Ma quale è il vero Berlusconi?

———————o0o——————–
24 marzo 2013 | Autore
Scritto sulla bacheca fb – 24/3/2013

Avverto tutti quanti i miei lettori che non parteciperò al linciaggio di Berlusconi – in Craxiana maniera – da parte dei suoi compari della finanza più criminali di lui perché arrabbiati con lui per non avere eseguito fino in fondo i piani del NOM.
Avverto tutti quanti i piccolini di spirito che ciò non vuol dire che ho votato Berlusconi o che ne abbia mai fatto la sua difesa elettorale. Anzi. Mai votato.
Avverto tutti quanti che se il cappio ricattatorio e minatorio su di lui continua a stringersi come stanno dimostrando i fatti, poiché pur essendo la sua coalizione la terza forza del paese vi sono due esponenti PD a capo delle camere, e probabilmente né lui né nessuno dei suoi uomini andrà al Quirinale – a causa del veto idiosincratico germanoeuropeo così bene veicolato dai sedicenti ‘comunisti’ ma in realtà degli impostori dell’ideologia alla quale si richiamano – può anche darsi che alla prossima io lo possa votare MA IN SEGNO DI PROTESTA.
Faccio ancora notare che alla fine del 2007 chiamai Grillo per farci scendere in campo alle elezioni del 13 aprile 2008, a noi grillini, onde evitare a tutti i costi una rivincita di Berlusconi, cosa che lui rifiutò predisponendo quindi la vittoria di Berlusconi, che all’epoca non volevo.

L’ennesimo orrido esempio di linciaggio mediatico, il più recente, effettuato da FORD India – Porta la firma della massoneria satanista, non credete?Avverto infine che chi non è d’accordo con questo fatto imprescindibile che qualsiasi siano i suoi reati presunti o reali, i suoi torti politici presunti o reali, e il suo malgusto morale presunto o reale, egli si trova obiettivamente al centro di una stigmatizzazione da ALMENO un decennio destinata appunto a evitare che facesse passare misure:

  1. contro la riduzione dei contanti,
  2. per la nazionalizzazione di Bankitalia (art. 19, comma 10 , della legge 28/12/2005, n, 262, cfr. http://www.stampalibera.com/?p=3954),
  3. per l’abolizione di ICI e IMU,
  4. per prevedere che la Cassa Depositi e Prestiti salvasse le aziende di ‘interesse nazionale’ dagli speculatori internazionali acquisendone la maggioranza (cfr. DL 34 del 31/3/2011, art 7),
  5. per la rinegoziazione dell’euro in UE come ha ripetuto da Santoro,
  6. per l’abolizione dei derivati agli enti pubblici che Tremonti aveva sospeso il 17 giugno 2009 in attesa di una regolamentazione che Berlusconi aveva dichiarato di volere fare – ma fermato dallo scandalo ‘Noemi’ – (cfr. http://mercatoliberotestimonianze.blogspot.it/2011/11/berlusconi-monti-e-il-complotto.html ).
  7. Per non parlare dei suoi accordi di affari ed energetici con Russia, Venezuela di Chavez e soprattutto Libia di Gheddafi.

CIO’ NON SIGNIFICA che lui al governo non abbia preso alcune di quelle misure volute dalla banda centrale e dall’UE, ma che magari non avendole fatte tutte, o avendone volute alcune riparatorie, lui non ha ottemperato COMPLETAMENTE ai diktat del Nuovo ordine mondiale.
Per questo gli hanno mandato Monti per sgomberarlo, e viste le sue vicende giudiziarie persecutorie lui è rimasto in sella, per avere salva la vita.
Premesso questo fatto, e cioè che è vittima di un ostracismo e di una persecuzione della magistratura bancaria e dei media rotschildiani nazionali e soprattutto internazionali, chiunque non sia d’accordo con questo può anche salutarmi, non entrerò in sterili polemiche. Tale accanimento è stato appena attenuato ultimamente grazie all’intervento del massone Napolitano: sarà che Ber minaccia di tirare fuori il dossier sui retroscena del paracadutaggio di Monti, come ha detto da Santoro? O della trattativa Stato mafia?
Partendo da tale premessa, che è indiscutibile, benvengano dati di fatto sul suo operato, sul suo fare ondivago, provocato probabilmente da quella premessa. Non voglio ulteriormente perdere tempo su sta faccenda e dedicarmi ai fatti più importanti, la moneta, l’economia, la geopolitica, il rischio Grecia e adesso Cipro. Oppure sui suoi torti reali come la votazione del MES, l’istituzione degli studi di settore e quant’altro. Argomentazioni con fatti. Ma senza quel rancore meticolosamente e scientificamente instillato nell’italiota medio che si nutre di media e TV. E nella presunzione di superiorità di certa sinistra che si richiama a dubbia superiorità morale e a ideologia di conformismo radical chic, che non fa che mascherare un complesso di inferiorità nei confronti dei padroni anglosassoni e che perciò odia la sua origine italiana di giullare e cantore.

Chi pensa che B è il corruttore in capo, non ha capito che la nostra euroEuropa è intrinsecamente  basata tutta sulla corruzione dei signori della moneta nei confronti di politici magistratura parlamenti stati governi istituzioni UE e tutti quanti. Bisogna debellare la corruzione intrinseca data a chi stampa moneta senza rendere conto a nessuno – sancita dai trattati UE – e che poi in parte presta alle banche dealer (cfr. http://www.dt.tesoro.it/export/sites/sitodt/modules/documenti_it/debito_pubblico/elenco_specialisti/Elenco_Specialisti_in_titoli_di_Strato_-_Dal_6_Luglio_2012.pdf ) per prestarla agli stati e l’altra la da agli amichetti (nelle cosiddette Operazioni di Mercato Aperto), altra ancora la gioca in Borsa per speculare come qualsiasi banca d’investimento SULLA NOSTRA PELLE, I NOSTRI BENI E LE NOSTRE VITE.

Corre voce che vogliano effettuare un prelievo forzoso sui nostri conti entro maggio per racimolare i 130 miliardi di euro che lo Stato deve al MES entro giugno. Qualcosa mi dice che il nostro ‘buffone’ non sarebbe d’accordo con un gesto del genere. Qualcosa mi dice che la mafia bancario lo vuole eliminare dalla scena politica, ma non solo, per non avere ostacoli a procedere…L’italiano che non capisce che ciò è profondamente contrario al rispetto del voto di un terzo degli italiani e che casca nella trappola della propaganda del regime bancario, fa il male di sé stesso e della nostra sovranità.

Concludo infine dicendo che questa fissazione sul ruolo di B nelle vicende italiane è frutto di una manipolazione mediatica che ha esasperato il ruolo del premier rispetto a quello di Commissione europea, BCE, Troika e tutti i figli di mignotta nei circoli esclusivi che cooptano e paracadutano negli istituti i loro scugnizzi dove decidono sopra le nostre teste e i nostri parlamenti cose vitali come fiscal compact semi ogm e contanti: la bancarizzazione delle nostre vite.

24 marzo 2013 – Nicoletta Forcheri

Altri riferimenti

Colpa Vostra, di Nicoletta Forcheri

Presidente, per il bene del paese non si dimetta, di Paolo Barnard

————————

Maundrillo:

Una parte di loro hanno votato per il MES, sono sicuro però che adesso nessuno di loro firmerebbe, cosa che invece continuerebbero a fare Monti e Bersani e i loro partiti. Tremonti in tv più volte ha parlato di illuminati, Borghezio di Bilderberg al parlamento europeo… Berlusconi in campagna elettorale ha detto che bisogna fregarsene dello spread e di continuare a fare la nostra vita tranquillamente. Sicuramente anche il centro destra ha avuto le sue colpe quando ha governato, ma l’accanimento verso Berlusconi è un modo violento per buttarlo giù ed avere la strada libera. Non mi sembra che i politici del PD coinvolti nella Banca Monte Paschi, abbiamo un trattamento mediatico simile eppure i segni di corruzione sono evidenti e ci sono le prove.

giovanni:

Che Berlusconi sia sotto ricatto penso sia fuori di dubbio.
Che la sua lotta per la propria salvezza possa in parte coincidere con gli interessi di buona parte della popolazione e’ anche vero.
Personalmente do queste percentuali:
33% Berlusconi sara’ in qualche modo tacitato risolvendogli buonaparte dei problemi giudiziari (grossa fregatura per il popolo)
33% Morira’ in qualche modo (Viagra-coca-tumore maligno superveloce caduta di aereo incidente…) (grossissima fregatura per il popolo)
33% Entrera’ a far parte del governo in qualche modo (probabile minore danno per il popolo)
1% Fara’ la Rivoluzione in nome proprio e per conto del POPOLO, diventera’ il CHAVEZ Italiano, diventera’ martire e sara’ fatto Santo Subito…(sognamo…)

——————o0o—————–

<div>
<h2 style=”text-align: center;”><a title=”Permalink a Berlusconi si toglie il solito sassolino facendo cadere il governo: signoraggio” href=”http://www.stampalibera.com/?p=66901&#8243; target=”_blank” rel=”bookmark”> Berlusconi si toglie il solito sassolino facendo cadere il governo: signoraggio </a></h2>
</div>
<div>30 settembre 2013</div>
Fonte: <strong><a href=”http://www.ilgiornale.it/news/sistema-delle-banche-tradisce-i-risparmiatori.html”>http://www.ilgiornale.it/news/sistema-delle-banche-tradisce-i-risparmiatori.html</a></strong&gt;
<h2>«Il sistema delle banche tradisce i risparmiatori»</h2>
<div>
<div><a href=”http://www.ilgiornale.it/autore/redazione.html&#8221; rel=”author”>Redazione</a> – Mer, 28/09/2005 – 00:00</div>
</div>
<div>
<div>
<div>

Ne aveva fatto una battaglia di principio e di sostanza: per Arrigo Molinari, nella veste di avvocato patrocinatore delle cause dei cittadini deboli contro i poteri forti, quella contro la Banca d’Italia e il suo governatore Antonio Fazio era diventata una sorta di sfida da vincere a tutti costi.
<div id=”media_1″>
<div>
<div>
<div>
<div><img class=”alignleft” alt=”” src=”http://www.ilgiornale.it/sites/default/files/styles/large/public/foto/2005/09/28/att_39862_1&#8243; width=”407″ height=”135″ /></div>
</div>
</div>
</div>
</div>
E l’occasione giusta – come gli piaceva dire – era capitata di recente: per la causa intentata «nell’interesse degli eredi di Pallavicino Maria Teresa e Pallavicino Carlo che hanno numerosi contenziosi civili incardinati nei tribunali di Genova, Savona e Imperia, relativi a rapporti di conto corrente e di mutuo fondiario con numerosi istituti bancari».
Ci si era dedicato con lo stesso entusiasmo che aveva messo in tanti anni di carriera in polizia. Tanto più che, diceva spesso, «i risparmiatori sono stati traditi, e bisogna che si prendano la loro rivincita». Le sue argomentazioni parevano ineccepibili, magari un po’ ardue da decifrare, ma, di questi tempi, sparare sulle istituzioni creditizie private e pubbliche, nazionali ed europee, poteva incontrare solo consensi. Nel mirino, però, più di tutti, la Banca d’Italia, «un elefante con 8mila addetti che godono di stipendi da 75mila euro all’anno e il cui capo è di fatto completamente inamovibile. Il vero scandalo è una schiera di dipendenti annidati in un vero e proprio carrozzone».
Molinari aveva affondato il coltello nella piaga, facendo ricorso contro l’istituto centrale e le sue sedi decentrate di Genova, Savona e Imperia, ma accomunando nell’istanza anche la Banca centrale europea. Sosteneva infatti che Palazzo Koch «aveva privato i ricorrenti della tutela amministrativa prevista dalla normativa vigente in materia di vigilanza sugliistituti di credito, stante il conflitto di interesse che si è venuto a creare tra la Banca d’Italia stessa e gli istituti di credito soci della Banca d’Italia».
In particolare, sottolineava Molinari, «il dibattito che è scaturito sulla cosiddetta vicenda Fazio non è tanto sulla regolamentazione dei poteri e sulla durata in carica del governatore, quanto una meritoria presa di posizione dello Stato italiano di riappropriarsi di risorse, il cosiddetto reddito di “Signoraggio“, nella quale era stato, seppure in parte, espropriato in favore di soggetti privati. Invero e singolare se non addirittura assolutamente inaccettabile che l’istituto di emissione in uno Stato sovrano sia in primis una società per azioni commerciale, nonché partecipata per la maggioranza assoluta da soggetti privati che nulla hanno a che vedere con le ragioni pubbliche che dovrebbero presidiare ogni determinazione relativa alla Banca centrale».
Ed è questo soprattutto che a Molinari, ormai compreso perfettamente nella parte di paladino dei diritti dei risparmiatori, non andava proprio giù. «Le banche – insisteva l’ex vicequestore di Genova – sono diventate padrone dell’arbitro». Seguivano, nel ricorso, espressioni particolarmente pesanti nei confronti del sistema, definito senza mezzi termini «mafioso». E una vera e propria «cosca mafiosa», con tanto di «sicari» e base a Montecarlo, aveva in qualche modo minacciato «i danti causa dei ricorrenti». Per questo si chiedevano «provvedimenti urgenti in merito alla proprietà della moneta per conseguire il risarcimento del danno da parte della collettività derivante dall’illecita attribuzione del reddito da “Signoraggio“ in favore di soggetti che ab origine e per loro natura non hanno titolo a percepire alcun provento dalla circolazione monetaria».
Nel portare avanti la sua battaglia anti-Fazio, Molinari si era rivolto anche al Giornale, telefonava in redazione quasi quotidianamente, dichiarando di condividere in pieno le argomentazioni sull’argomento pubblicate nelle nostre pagine. «Bravi. Dobbiamo fare azione comune – insisteva – per far cessare l’ingiustizia». E la fiducia nella causa non gli era mai venuta meno: «La Banca d’Italia, nata per essere pubblica, è in mano alle stesse banche che la Banca d’Italia stessa dovrebbe controllare. Il conflitto di interesse è grave. Una mia cliente – spiegava in dettaglio -, vessata e usurata da un gruppo bancario di primaria importanza, radicato in Liguria, con la quale è stata in rapporto con 18 rapporti di conto corrente e con 9 mutui ipotecari, non era affatto tutelata in quanto il gruppo bancario controlla la Banca d’Italia, essendo socia della stessa al 3,96 per cento». La conclusione era drastica: «Il sistema va riformato. A cominciare dai poteri del governatore».

</div>
</div>
</div>

Advertisements