LA GRAVITÀ DELLA SITUAZIONE ECCLESIALE ATTUALE: Siamo giunti al Vaticano III?

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LA GRAVITÀ DELLA SITUAZIONE ECCLESIALE ATTUALE
Siamo giunti al Vaticano III?

Francesco I intervistato sulla situazione religiosa odierna da Eugenio Scalfari ha risposto così: “Il Vaticano II, ispirato da papa Giovanni e da Paolo VI, decise di guardare al futuro con spirito moderno e di aprire alla cultura moderna. I padri conciliari sapevano che aprire alla cultura moderna significava ecumenismo religioso e dialogo con i non credenti. Dopo di allora fu fatto molto poco in quella direzione. Io ho l’umiltà e l’ambizione di volerlo fare” (Repubblica, 1° ottobre 2013, pag. 3).

Si noti:

1°) la negazione del ‘principio di non-contraddizione’ (umiltà = ambizione);

2°) come conseguenza dell’apertura al pensiero moderno, che inizia con il soggettivismo di Cartesio e giunge alla ‘dialettica della contraddizione’ di Hegel (Concilio Vaticano II = apertura alla modernità);

3°) implicitamente, secondo Bergoglio, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI avrebbero fatto “molto poco” in vista dell’apertura alla modernità;

4°) inoltre Francesco I, non contento di ciò che ha prodotto il post-concilio, vuole spingerlo sino alle estreme conseguenze, annunziando una sorta di “Vaticano III”, già preconizzato ufficiosamente da Küng, Rahner e Schillebeeckx negli anni Sessanta e lanciato ufficialmente da Francesco I nel 2013 come voleva il suo maestro diretto, cardinal Carlo Maria Martini.

Ora come la modernità razionalista è stata scavalcata dalla post-modernità nichilista, così il Concilio Vaticano II, oggettivamente, è stato scavalcato dal post-concilio, il quale tuttavia – secondo papa Bergoglio – non è ancora compiuto, ma deve essere perfezionato nella direzione della totale apertura alla modernità, ossia la ‘contraddizione per principio’ portata al parossismo del nichilismo teologico, nello spirito di un futuro ‘Vaticano III’ praticato e non teorizzato neppure pastoralmente.

Ora nella modernità non più Dio, ma l’uomo è contemplato come creatore della realtà: “L’antropologia diventa l’asso piglia tutto […]. Oggi […] l’uomo è il centro” (Cornelio Fabro, Introduzione a San Tommaso, Milano, 1997, 2a ed., p. 9). Si può dire, perciò, senza aver paura di esagerare che Hegel & il Vaticano II sono il punto culminante ed insuperabile della cultura moderna: epoca, che però è superata e si consuma nel nichilismo assoluto, come esito dell’antropocentrismo, ossia Nietzsche & il ‘Vaticano III’ annunciato implicitamente da Francesco I.

Mi sembra di poter affermare senza esagerare che dal Vaticano II in cui Dio si identifica panteisticamente col mondo, come hanno scritto sia Paolo VI che Giovanni Paolo II, stiamo passando – con Francesco I – ad una sorta di “Vaticano III” pratico-pratico, in cui il Dio personale, reale e trascendente è negato non teoreticamente, ma praticamente oppure “ucciso” nichilisticamente come realtà oggettiva in sé e per sé esistente.

Infatti per il modernismo, l’idealismo e la massoneria si può ammettere un’idea soggettiva dell’uomo su Dio che sarebbe una creazione dell’uomo, ma non una conoscenza certa di un Dio realmente ed oggettivamente esistente. Come il nichilismo postmoderno segna l’esito ultimo dell’immanentismo panteistico della modernità, così il nichilismo teologico del “Vaticano III” segna il compimento ultimo dell’antropocentrismo del Vaticano II spingendolo sino all’antropolatria.

Ma il nichilismo è la radice dei mali d’oggi poiché il nichilismo (esploso in tutta la sua virulenza nel 1968 e preparato a partire dagli anni Venti/Trenta dalla ‘Scuola di Francoforte’ e dallo ‘Strutturalismo francese’) si radica in questo tipo di società mondialista, globalizzata, progressista, tecnologico-scientista ed edonista. Analogamente possiamo parlare di “Vaticano III” come il completamento nichilistico e la soluzione finale del Vaticano II.

La cultura e la teologia contemporanea modernista hanno perduto il senso di quei grandi valori che, nell’età antica, medievale e pre-conciliare costituivano i punti di riferimento essenziali, e in larga misura irrinunciabili, nel pensare e nel vivere naturale e soprannaturale.

bergoglio-francesco-gioca-col-rosarioAlla filosofia attuale o post-moderna, manca persino la ragion d’essere, il fine e lo scopo di vivere, la risposta al “perché?”, che restavano ancora – anche se mutilate dal soggettivismo – nella modernità idealista. Il pensiero contemporaneo è il nichilismo filosofico, ove i valori supremi (essere, conoscere, morale) si s-valorizzano, infatti non restano più l’essere per partecipazione e per essenza, la realtà, la verità, il bene, resta solo il “nulla” ove tutto sprofonda.

L’uomo ha cercato, così, di dare a se stesso gli attributi che prima della modernità e del Vaticano II conferiva a Dio. Ma, “l’uccisione di Dio” della post-modernità e dell’antropolatria del “Vaticano III” comporta anche l’eliminazione di tutte le proprietà e gli attributi divini, per cui dopo aver “ucciso Dio” l’uomo postmoderno e il chierico modernista restano senza Dio e senza potersi appropriare delle sue qualità; mentre il Dio tradizionale, trascendente e personale, oggettivamente e realmente esistente, li aveva resi “partecipi della sua natura divina”, in maniera limitata e finita, tramite la Morte e Resurrezione di Cristo fonte della grazia santificante.

Marx è il maestro di un certo tipo di nichilismo, in cui il primato spetta alla prassi, che porta all’oblio della verità rimpiazzata con ciò che fa comodo (pragmatismo) o con la “disciplina del partito”. Nel 68 si diceva “cercate il potere, e tutto il resto verrà da sé”. Questo è il vero ideologismo & il modernismo compiuto. L’ideologo/modernista non è colui che ricerca la verità come conformazione alla realtà. No. L’ideologo/modernista, sottospecie ammodernata di intellettualoide all’ultimo grido, non si cura della verità oggettiva “adaequatio rei et intellectus”, ma si auto-convince o fa finta di credere che “ciò che conta è quello che è ritenuto per vero o che è fatto ritenere per vero” con la forza bruta o con la persuasione allucinogena della depravazione liberista.

Il vero filosofo/teologo è il contrario dell’ideologo/modernista, egli sa vivere e morire in accordo con il proprio pensiero, che ha cercato di adeguare alla realtà lungo il corso di tutta la sua esistenza. L’ideologo/modernista è in disaccordo con il retto pensiero o adeguazione dell’intelletto alla realtà e si vuol auto-convincere che la prassi è superiore alla teoria, il fare all’essere, il produrre al conoscere la verità. Egli deve vivere di menzogne, soprattutto deve mentire e nascondere la realtà a se stesso, poiché verità viene dal greco aletheia, ossia alfa privativo più lanthano, che significa “non-nascosto”. Onde la verità appare chiara se si scruta con onestà la realtà oggettiva, mentre la si deve voler nascondere se si vuol vivere secondo i propri sofismi soggettivistici e non secondo la realtà quando è scomoda.

Allora ci si domanda retoricamente, come fa continuamente Francesco I senza attendere risposta, “cos’è la verità? Cosa posso dire io dell’omosessualità? dei divorziati? degli abortisti?”. Vale ancora la pena farsi metter in croce per “rendere testimonianza alla verità”? Non si deve parlar più di questi valori “non negoziabili”. Così – pur senza dirlo esplicitamente – si lascia errare e fare il male praticamente. Questa purtroppo è la tattica di Bergoglio, che solo l’Onnipotenza divina potrà arrestare.

Ecco, dunque, le conseguenze dell’apertura alla modernità. Infatti, quando si nega il principio primo speculativo di identità e non contraddizione (sì = sì, no = no, sì ≠ no), si perde anche il principio primo di ordine pratico o la sinderesi “bonum faciendum, malum vitandum”, che riposa su quello di identità (bene = bene, male = male, bene ≠ male), per cui si perde la nozione di bene e di male, li si confonde e si prende il male per bene e viceversa. Tutto è praticamente lecito: il divorzio, l’aborto, l’omosessualità. Soprattutto non bisogna dibattere teoreticamente e dogmaticamente su tali questioni sorpassate dalla vita moderna e contemporanea. La verità non è più la “conformità dell’intelletto alla realtà” (Aristotele e San Tommaso), ma la “conformità dell’intelletto alle esigente della vita contemporanea” (Maurice Blondel). Siccome le esigenze della vita contemporanea richiedono ogni tipo di depravazione teoretica (negazione dei primi principi speculativi per sé noti ed evidenti) e pratica (negazione della sinderesi: “bisogna fare il bene e fuggire il male”), allora bisogna lasciar fare senza preoccuparsi della verità e moralità oggettiva, naturale e soprannaturalmente rivelata.

Il ‘principio d’identità’ (sì = sì, no = no), che ha retto e diretto la filosofia classica da Socrate, Platone, Aristotele, Cicerone, Seneca sino a quella patristica (Sant’Agostino) e scolastica (San Bonaventura e San Tommaso d’Aquino), è stato negato nell’antichità dai sofisti ed ha caratterizzato il fulcro della filosofia moderna soprattutto hegeliana, la quale si basa sulla ‘contraddittorietà’ quale mezzo per giungere alla conoscenza filosofica (“tesi, antitesi, sintesi”).

Le conseguenze pratiche, etiche e morali di tale rifiuto sono state tratte soprattutto dalla filosofia post-moderna e contemporanea a partire da Nietzsche, Marx e Freud, secondo la quale bisogna evertere il sistema di valori morali classici e cristiani per sostituirgliene uno diametralmente opposto, che ritenga bene ciò che era male e male ciò che era bene. Si può dire che la prassi di Francesco I eguaglia la filosofia post-moderna e supera quella moderna, sopravanza il Vaticano II ed inaugura lo spirito del “Vaticano III”.

Ora Lucifero è il “patrono” della modernità e post-modernità. Infatti secondo San Tommaso d’Aquino (S. Th., I, q. 63, a. 7) Lucifero è caduto subito dopo il primo istante della sua creazione poiché per un peccato di superbia naturalistica desiderò e preferì il bene proporzionato alle forze della sua natura angelica a quello soprannaturale della Visione Beatifica di Dio faccia a faccia, oppure perché per un peccato di orgoglio immanentistico volle la beatitudine soprannaturale come dovuta alla sua natura angelica e non come dono gratuito di Dio (S. Th., I, q. 63; Contra Gent., lib. III, cap. 110; De malo, q. 16, a. 2, ad 4).

Questi due errori, e soprattutto il secondo, li ritroviamo nella teologia modernistica e neo-modernistica condannate da S. Pio X (Pascendi, 1907) e Pio XII (Humani generis, 1950) e sostenuto specialmente da Henri de Lubac (nel suo libro Surnaturel del 1946), condannato negli anni Cinquanta da Pio XII, ma chiamato come “perito conciliare” da Giovanni XXIII al Vaticano II nel 1960. Il nichilismo completo è quindi una riedizione del titanismo novecentesco, del prometeismo e del luciferismo. “Eritis sicut dii” ha promesso satana nel Paradiso terrestre ad Adamo ed Eva, ma “chi vuol far l’angelo, fa la bestia” e perciò ci siamo ritrovati “in questa valle di lacrime”. Icaro voleva volare con delle ali che si era costruito da sé, ma che si squagliarono alla luce del sole, di modo che il povero Icaro non arrivò in cielo, ma precipitò a terra.

Ora il Concilio Vaticano II ha voluto dialogare e far propria la modernità come categoria filosofica e nel post-concilio non solo qualche teologo, ma i “periti conciliari” più rinomati ed intere Conferenze episcopali hanno tirato delle conclusioni sia in campo dogmatico che morale, le quali sono paragonabili allo spirito del Sessantotto, preparato dalla Scuola di Francoforte e dallo Strutturalismo francese. Per esempio nel 1965 Herbert Marcuse in Eros e civiltà (tr. it., Torino, Einaudi, 1966) chiedeva la liberazione dal reale (p. 277) sia ontologico che morale, esaltando la dirompente forza rivoluzionaria dell’omosessualità (Eros e civiltà, cit., p. 192). Jean Paul Sartre nel 1969 auspicava l’incesto come liberazione dalla famiglia (Tout, n. 12) e nel 1977 si pronunciava a favore della pedofilia (Le Monde, 26 gennaio).

Le stesse idee sessantottine le ritroviamo nel famigerato “Catechismo” olandese e in quello della Conferenza episcopale belga, che si è schierato a favore dell’omosessualismo e della pedofilia.

Si veda, inoltre, anche Il Corso di Istruzione di Religione Cattolica, intitolato “Una strada di stelle”, edizioni Elledici, Torino, 2011, con “Nulla osta” del Presidente della Conferenza Episcopale Italiana card. Angelo Bagnasco (protocollo n. 811/2010) del 19 novembre 2010. Il capitolo “Credenti in dialogo” a pagina 73 e 74 riporta: «Tutte le religioni sono un cammino verso Dio, come viene spiegato dal brano che ti presentiamo. In un villaggio di ciechi si udì che sarebbe giunto un re a dorso di un elefante. Nessuno di essi aveva mai avvicinato un elefante e si dicevano: “Chissà come sarà fatto?”. Al suo arrivo un gruppetto si avvicinò per tentare di conoscerlo. Il primo gli toccò la proboscide, il secondo una zanna, il terzo un orecchio, il quarto una zampa, il quinto la pancia e l’ultimo la coda. Se ne tornarono a casa convinti di sapere esattamente come era fatto. “Oh, è fantastico!” disse il primo che aveva toccato la proboscide, “così lento e morbido, lungo e forte”. “No!” disse quello che aveva toccato la zanna. “È corto e molto duro”. “Avete torto entrambi” disse il terzo, “è piatto e sottile”. “Oh no”, disse il quarto, che aveva toccato la zampa, “è come un albero!”. Anche gli ultimi due intervennero: “È come un muro!”. “Come una corda!”. Dissero e discussero, sino a litigare e a fare a botte. Finalmente arrivò qualcuno che vedeva bene e disse ai ciechi: “Avete ragione tutti. Tutte queste parti insieme formano l’elefante”. […]. La storia dei ciechi e dell’elefante mostra che ci sono tante strade per arrivare a Dio; esse sembrano molto diverse tra loro. In realtà tutte hanno caratteristiche comuni». In breve per la CEI – come per l’Esoterismo e la Massoneria – nessuna religione è vera in sé, neppure la Religione cattolica, ma solo prendendole tutte assieme arriviamo alla verità. Esse sembrano solo apparentemente diverse, ma in realtà sono eguali prese tutte assieme, è per questo che ci è riuniti tutti assieme ad Assisi nel 1986-2012.

Nell’uomo, dopo il peccato originale, vi sono delle tendenze o inclinazioni disordinate, che lo spingono al male. Esse sono la Tre Concupiscenze: Orgoglio, Avarizia e Lussuria. Quindi l’educazione delle passioni o istinti sensibili umani è di capitale importanza. Non si tratta di annullarle o reprimerle, ma di educarle e subordinarle all’intelletto e alla volontà. Avendo abbandonato la morale e l’ascetica tomistica e controriformistica per aderire al modernismo morale e ascetico chiamato “Americanismo” da Leone XIII in Testem benevolentiae, il teilhardismo (sin dagli anni Venti-Trenta) , il Concilio Vaticano II, il 1968 e il post-concilio hanno aperto la porta alla forza propulsiva e distruttiva delle passioni disordinate. Non si è voluto più insegnare a sublimare, dominare, padroneggiare le passioni per finalizzarle al bene, ma, sotto pretesto di non “reprimere”, le si è lasciate freudianamente in balia del disordine, che porta l’uomo ad agire male. Ecco come si è giunti al Catechismo olandese, belga, all’odierna apertura pratica alla comunione ai divorziati conviventi e all’omosessualità.

Bisogna vivere come si pensa (Fede e Buone Opere) altrimenti si finisce per pensare (luteranamente) come si vive (“pecca fortiter sed fortius crede”). Certi fatti incresciosi sono stati pianificati e pensati dal teilhardismo (“l’eterno femminino”), dal Vaticano II (“connubio spurio con la modernità”), dal post-concilio (“post-modernità”) ed oggi vengono spinti al parossismo dal “Vaticano III” iniziato praticamente in maniera ufficiale da papa Francesco I in dialogo con il “pontefice laico” Eugenio Scalfari il 1° ottobre del 2013.

Ora un errore (Vaticano II) non si corregge con un altro errore (“Concilio Vaticano III”, richiesto da Küng, Martini e Bergoglio) o con una mezza verità (“Ermeneutica della continuità conclamata e non provata”), ma con la verità integralmente affermata e vissuta.

Per esempio, quando dopo l’Umanesimo e il Rinascimento scoppiò la rivolta protestante, la Chiesa si interrogò e capì che le false idee e i costumi rilassati umanistico-rinascimentali si erano infiltrati nel clero e nel popolo cattolico e volle riformarsi tramite il Concilio di Trento, nel quale la Somma Teologica di san Tommaso d’Aquino era aperta davanti l’altare dell’Assise conciliare tridentina. Da essa nacque la fioritura teologica e ascetica della Controriforma (seconda Scolastica e spiritualità ignaziana), che hanno prodotto insigni teologi, Dottori ecclesiastici e grandi santi.

Oggi bisogna, con la grazia di Dio, ri-educare tutto l’uomo, nel fisico, nelle passioni sensibili, nelle idee e nell’agire morale e soprannaturale. Non è la modernità del Vaticano II che ci salverà, neppure il dialogo inter-religioso del “Vaticano III”, ma la Verità, che è Gesù Cristo “heri, hodie et in saecula” e il “Tradidi quod et accepi”.

Non dobbiamo farci illusioni. Oramai la rivoluzione (individuale, familiare, finanziaria, sociale ed anche religiosa) ha gettato la maschera e parla più che apertamente. Dopo l’apparente battuta d’arresto durante il pontificato di Benedetto XVI, la sovversione teologica ha ripreso tutto il suo slancio, che da antropocentrico diventa antropolatrico e quindi ateistico. Vedremo l’abominazione nel Luogo Santo molto più spinta di quel che abbiamo dovuto sopportare da 51 anni (11 ottobre 1962) a questa parte. La tattica di Bergoglio di parlare senza teorizzare per lasciar fare e distruggere è una valanga che solo l’onnipotenza divina potrà arrestare. A questa intervista succitata seguiranno nel lasso di poco tempo altre 100 omelie, interviste, ancora più radicali. Non intendo lasciarmi travolgere da questa marea di orrori filosofico-teologici pratici e non teorizzati. Non le si può stare dietro, è troppo veloce e distruttiva, è una specie di tsunami ‘a-telogico’. Occorre solo avere la pazienza di attendere l’intervento di Dio, il quale non può permettere che questa furia devastatrice avanzi all’infinito e annichili ogni cosa.

d. Curzio Nitoglia

20/10/2013

http://doncurzionitoglia.net/2013/10/20/la-gravita-della-situazione-ecclesiale-attuale-siamo-giunti-al-vaticano-iii/

http://doncurzionitoglia.wordpress.com/2013/10/20/830/

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Nuovo Ordine Mondiale, Controllo Mentale e Campo Concentramento delle Masse

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Si ricordi che nel 1986 ci furono Assisi e Chernobyl (=Assenzio)

Nel 2011 ci furono Assisi e Fukushima (un altro “avvelenamento” nucleare)

Ecco cosa dice Wikipedia:

Il disastro di Černobyl’ (in ucraino: Чорнобильська катастрофа Čornobyl’s’ka katastrofa, in bielorusso Чарнобыльская катастрофа Čarnobyĺskaja katastrofa, in russo: Чернобыльская авария Černobyl’skaja avarija) è stato il più grave incidente mai verificatosi in una centrale nucleare. È uno dei due incidenti classificati come catastrofici con il livello 7 e massimo della scala INES dell’IAEA, insieme all’incidente avvenuto nella centrale di Fukushima Dai-ichi nel marzo 2011.

Il terribile Assenzio di Chernobyl

Sono in molti a ricordare ancora vividamente il gravissimo incidente nucleare verificatosi nel 1986 nella centrale nucleare di Chernobyl in Ucraina. L’incidente causò il rilascio nell’atmosfera di materiale radioattivo che contaminò gravemente la zona e i cui effetti furono registrati in tutta Europa.

Decine di migliaia di persone morirono e milioni si ammalarono in conseguenza dell’esposizione alle radiazioni.

Poiché Chernobyl in ucraino significa assenzio, in molti individuarono un nesso sconcertante fra questo terribile incidente e il celebre passo dell’Apocalisse di Giovanni in cui si parla della caduta dal cielo di una stella che “si chiama Assenzio (Ap 8,10-11). Riportiamo a questo proposito alcuni stralci di un articolo pubblicato dal noto studioso di profezie Renzo Baschera nella rivista “Terzo Millennio” (luglio 98).

«Il 26 aprile 1986, quando scoppiò il reattore di Chernobyl, una cittadina russa, poco lontano da Kiev, furono molti che videro in questo evento disastroso “un segno”, perché Chernobyl vuol dire “l’erba amara“, vuol dire Assenzio. E Giovanni, nell’Apocalisse (8-10,11) annuncia la stella che si chiama Assenzio […]»

…cadde dal cielo una grande stella, ardente come una torcia, e colpì un terzo dei fiumi e le sorgenti delle acque. La stella si chiama Assenzio; un terzo delle acque si mutò in assenzio e molti uomini morirono per quelle acque, perché erano divenute amare.

«[…] Chernobyl ha contaminato ogni cosa. Ma sono state soprattutto le acque a presentare una radioattività che lo scienziato russo Zhores Medvedev ha definito a suo tempo “disastrosa”. Se consideriamo poi che ogni isotopo di cesio 137 ha “una vita” di circa trent’anni, dobbiamo dire che la stella chiamata Assenzio continuerà a rimanere sopra le nostre teste fino al 2016. […] Non illudiamoci: Chernobyl é stato solamente “un segno”, un avvertimento, che nessuno ha raccolto. […] Di particolare interesse é ancora una volta la dichiarazione: dello scienziato Zhores Medvedev: “…Va considerato circa un terzo delle acque ad alta concentrazione di cesio 134 e 137, nonché, di iodio 131”. Un terzo, come annuncia Giovanni nell’Apocalisse.

[…] Stiamo andando pertanto a grandi passi, verso grandi eventi. Ma gli uomini continuano a non sentire e a non vedere. E questa superbia, questa irresponsabilità, questa adorazione blasfema di una scienza che spesso sconfina al di là di ogni limite, finiranno per portare l’umanità verso un baratro disperatamente tragico».

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Mi permetto di aggiungere una considerazione sull’Assenzio. L’Assenzio è una droga più che un veleno. Quindi, immaginare che il 26 aprile ci sia stato l’incidente di Chernobyl e poi il 12 giugno il primo incontro Interreligioso di Assisi promosso da Giovanni Paolo II nel 1986 apre ad una serie di ipotesi che troverebbero conferma nel 2011 con lo Tsunami-Terremoto combinato con il disastro del Reattore nucleare del Giappone dell’11 marzo e con il terzo incontro Interreligioso ad Assisi promosso da Benedetto XVI del 27 ottobre (programmato il giorno 1 gennaio 2011 dello stesso anno). Ossia: l’Assenzio è il veleno-droga (inebriante) introdotto nel mondo attraverso una falsa religione ecumenica fondata sulla “Pacem in Terris” di Giovanni XXIII.
Va tenuto anche conto che al Secondo incontro Interreligioso di Assisi del 1993 in seguito alla crisi Balcanica, seguirà nel 26 settembre 1997 il grave terremoto che investì tutta l’Umbria ed in particolare la Basilica storica di San Francesco con la morte di molte persone tra cui alcuni frati e gravissimi danni per le strutture architettoniche. Cinonostante Giovanni Paolo II ritornerà ad Assisi il 24 gennaio 2002 dopo l’attentato alle Torri Gemelli per scongiurare una Guerra di Civiltù o di Religione.
Quindi vien da sè: qualcuno proverà a dire che sono andati a stuzzicare il demonio e che quindi questi ultimi papi sono stati attaccati per la loro opera di contrastare il male. Ma se si guarda bene, nell’Apocalisse di San Giovanni non si parla del male che troverà un ostacolo da parte dei papi, ma di un male che Dio permetterà inverarsi proprio per assenza di una fede autentica da parte delle gerarchie ecclesiastiche.

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IL LINGUAGGIO BIBLICO DEI GESUITI

Il terribile Assenzio di Chernobyl
Sono in molti a ricordare ancora vividamente il gravissimo incidente nucleare verificatosi nel 1986 nella centrale nucleare di Chernobyl in Ucraina. L’incidente causò il rilascio nell’atmosfera di materiale radioattivo che contaminò gravemente la zona e i cui effetti furono registrati in tutta Europa.
Decine di migliaia di persone morirono e milioni si ammalarono in conseguenza dell’esposizione alle radiazioni.
Poiché Chernobyl in ucraino significa assenzio, in molti individuarono un nesso sconcertante fra questo terribile incidente e il celebre passo dell’Apocalisse di Giovanni in cui si parla della caduta dal cielo di una stella che “si chiama Assenzio” (Ap 8,10-11). Riportiamo a questo proposito alcuni stralci di un articolo pubblicato dal noto studioso di profezie Renzo Baschera nella rivista “Terzo Millennio” (luglio 98).

«Il 26 aprile 1986, quando scoppiò il reattore di Chernobyl, una cittadina russa, poco lontano da Kiev, furono molti che videro in questo evento disastroso “un segno”, perché Chernobyl vuol dire “l’erba amara”, vuol dire Assenzio. E Giovanni, nell’Apocalisse (8-10,11) annuncia la stella che si chiama Assenzio […]»
…cadde dal cielo una grande stella, ardente come una torcia, e colpì un terzo dei fiumi e le sorgenti delle acque. La stella si chiama Assenzio; un terzo delle acque si mutò in assenzio e molti uomini morirono per quelle acque, perché erano divenute amare“.
«[…] Chernobyl ha contaminato ogni cosa. Ma sono state soprattutto le acque a presentare una radioattività che lo scienziato russo Zhores Medvedev ha definito a suo tempo “disastrosa”. Se consideriamo poi che ogni isotopo di cesio 137 ha “una vita” di circa trent’anni, dobbiamo dire che la stella chiamata Assenzio continuerà a rimanere sopra le nostre teste fino al 2016. […] Non illudiamoci: Chernobyl é stato solamente “un segno”, un avvertimento, che nessuno ha raccolto. […] Di particolare interesse é ancora una volta la dichiarazione: dello scienziato Zhores Medvedev: “…Va considerato circa un terzo delle acque ad alta concentrazione di cesio 134 e 137, nonché, di iodio 131″. Un terzo, come annuncia Giovanni nell’Apocalisse.
[…] Stiamo andando pertanto a grandi passi, verso grandi eventi. Ma gli uomini continuano a non sentire e a non vedere. E questa superbia, questa irresponsabilità, questa adorazione blasfema di una scienza che spesso sconfina al di là di ogni limite, finiranno per portare l’umanità verso un baratro disperatamente tragico».

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Il caso De Mattei e la giustizia divina (la cassa di risonanza -consapevole o no- dei Gesuiti e del Nuovo Ordine Mondiale)

In un commento al post precedente è stata affrontata la questione delle dichiarazioni del professor Roberto De Mattei sullo tsunami in Giappone. La Stampa di oggi dedica una pagina intera al caso, con un articolo di Mattia Feltri, incentrato su De Mattei, e uno mio che parla della galassia tradizionalista e del fatto che le posizioni del vicepresidente del CNR sul Concilio, con la pubblicazione del recente volume edito da Lindau (Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta), stanno dando vita a un nuovo movimento.
Sul blog vorrei spendere due parole sul caso De Mattei e poi sul merito delle sue affermazioni. Non sono d’accordo con chi chiede le sue dimissioni dal CNR: in fondo il professore non ha preteso di parlare della giustizia e della misericordia divina in un consesso scientifico. Parlava ai microfoni di Radio Maria, peraltro citando le parole pronunciate da un vescovo oltre un secolo fa. C’era da aspettarsi la polemica – ed è probabile che lui stesso se l’aspettasse – come pure l’indignazione di chi lo accusa. Ma vedo in giro una voglia di «purghe» che non mi piace affatto.
Detto questo, veniamo al merito. Non condivido l’interpretazione offerta da De Mattei, che ha presentato le catastrofi naturali come una punizione di Dio. La sofferenza, il dolore degli innocenti (e quanti innocenti sono morti a seguito del terremoto e dello tsunami in Giappone, quanti innocenti muoiono ogni giorno), la presenza del male nel mondo rappresentano una domanda drammatica per l’uomo. Uno scandalo, che talvolta, come ha ricordato Marco Invernizzi in questo editoriale su La Bussola, può allontanare dalla fede. Ecco, bisognerebbe, a mio avviso, nell’affrontare questi temi, tenere presente il magistero nella sua totalità, compreso quello più recente. Giovanni Paolo II ha dedicato un’esortazione apostolica al tema del sofferenza (Salvifici doloris, 1984).
Papa Wojtyla ha ricordato che l’umanità è ferita dal peccato originale, e che la sua precaria condizione, segnata dalla morte, è legata a quella ferita. E ha spiegato che, «anche se la vittoria sul peccato e sulla morte, riportata da Cristo con la sua croce e risurrezione, non abolisce le sofferenze temporali dalla vita umana, né libera dalla sofferenza l’intera dimensione storica dell’esistenza umana, tuttavia su tutta questa dimensione e su ogni sofferenza essa getta una luce nuova, che è la luce della salvezza».
La risposta al dolore innocente, alle sofferenze umane, alla presenza del male, è, per i cristiani, il sacrificio della croce, quello del Figlio di Dio fatto uomo. Di fronte allo scandalo, alla domanda sul perché del dolore e della sofferenza, specie di quella innocente, non esistono formule da applicare ma la vicinanza, la compagnia dell’innocente per eccellenza, sacrificato sulla croce per la redenzione di tutti gli uomini.
Qualsiasi declamazione dottrinale a questo riguardo che non sia attraversata dal palpito di questa condivisione e compassione, non può che risultare urticante.

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I Gesuiti mettono in “castigo” De Mattei.
La “Civiltà Cattolica” (rivista ufficiale dei Gesuiti, e supervelina dei servizi segreti per il Nuovo Ordine Mondiale, nda) e l’Osservatore Romano(diretto dal Gesuita Padre Lombardi che già affermò che non si può essere realmente cattolici se non si comprende il dramma della shoah, nda) disapprovano ciò che De Mattei dice alla luce della Tradizione

La polemica sul terremoto in Giappone come “castigo di Dio”, accesa da un intervento del professor Roberto de Mattei, vicepresidente del CNR, a Radio Maria del 16 marzo scorso, è arrivata fino alle alte stanze vaticane. La segreteria di stato ha approvato parola per parola una confutazione delle tesi di de Mattei fatta stampare sul numero del 21 maggio de “La Civiltà Cattolica“, a firma del gesuita Giandomenico Mucci, col titolo “La verità e lo scandalo”.
Nel sito della rivista l’articolo di padre Mucci non è accessibile. C’è solo il suo riassunto, che è questo:
L’articolo commenta un episodio che ha avuto molto rilievo sulla stampa. Il prof. Roberto de Mattei ha parlato di un probabile castigo divino sul Giappone sconvolto dal terremoto e dallo tsunami. L’articolo critica questa opinione alla luce di quanto insegna la Chiesa sul male fisico e della centralità che la fede in Cristo deve avere anche nell’interpretazione di tali drammi. Nel piano divino non esistono disgrazie, ma tutto è grazia. Questa è la salvezza: non sempre siamo salvati dal dolore, ma sempre veniamo salvati nel dolore. In realtà la sofferenza umana ha qualcosa di incomprensibile che può placarsi soltanto pensando e credendo che Dio non è indifferente al dolore degli uomini, tanto che vi ha preso parte nel Figlio. Sulla centralità di Gesù, quando si affronta il problema del male del dolore, insistono i documenti della Chiesa”.
La ferma controreplica di de Mattei non si è fatta attendere. È comparsa il 1 giugno sul sito messainlatino.it
In essa de Mattei non solo ribadisce che le sue tesi “sono basate, parola su parola, sul Catechismo della Chiesa Cattolica, sulla teologia di sant’Agostino e di san Tommaso d’Aquino e sulle parole di innumerevoli santi”, ma chiama a propria difesa anche l’udienza generale di Benedetto XVI del 18 maggio, nella quale il papa, commentando la preghiera di Abramo a Dio perché risparmiasse Sodoma e Gomorra, aveva detto che “non è il castigo che deve essere eliminato, ma il peccato, quel rifiuto di Dio e dell’amore che porta già in sé il castigo”.
La Civiltà Cattolica” non è stata però l’unica voce vaticana levatasi contro de Mattei. Anche “L’Osservatore Romano” del 14 maggio lo ha contestato, pur senza nominarlo, con un articolo di Inos Biffi teologicamente più munito di quello di padre Mucci.
Inos Biffi mostra che nella dottrina cattolica “il dolore come puro castigo della colpa non è mai esistito e non è neppure pensabile”. (
E ciò in parte dimostrerebbe che i Gesuiti fanno quel che fanno convinti di essere interpreti della volontà di Dio per la conversione del genere umano, nda)

Ecco qui di seguito il suo articolo, per intero.

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