-o0o-

IL TOTALITARISMO PALMARE. O DELL’ILLUSIONE DEL PROGRESSO TECNOLOGICO
Postato il Domenica, 27 ottobre @ 21:00:00 CET di davide

DI EDUARDO ZARELLI
ilribelle.com

Consapevoli o meno, persuasi o critici, siamo tutti coinvolti nel passaggio onnipervasivo della rivoluzione digitale tecnologica. Basta soffermarsi un attimo a considerare le implicazioni del telefono cellulare palmare in mano ai più, a partire dagli adolescenti, per rendersi conto del mutamento antropologico indotto dalla tecnica e delle sue ricadute totalizzanti.

I cantori del progresso si sono spinti a evocare la valenza determinante di questi strumenti di comunicazione per l’emancipazione delle masse mondiali sul modello occidentale liberal-democratico.

Tutti ricorderanno – ad esempio – i commenti entusiasti degli opinionisti sulla cosiddetta “primavera araba” levitata dai “social network”. In realtà, le cose sono andate ben diversamente dalle previsioni interessate dei redentori del progresso altrui, ma anche per questo è interessante provare a descrivere le dinamiche totalitarie della modernità per mezzo del determinismo tecnologico.

Oggetto delle più riuscite narrazioni distopiche contemporanee – si pensi al manifesto dell’iperdemocrazia di Gianroberto Casaleggio – quello che caratterizza nella realtà la presente rivoluzione digitale è il fatto che i consumatori non si ritengono semplici fruitori, semplici beneficiari, ma attori in prima persona, protagonisti del progresso, cioè dello “spirito del tempo”; la sentono e la vivono come cosa propria, creata, esercitata e voluta da loro.

Evidentemente, le cose non stanno così; tutte le proprietà che vengono assegnate a Internet sono a loro volta discutibili e di segno opposto. Su tutte, la trasparenza; solo per fare un esempio tratto dalla cronaca, nell’era dello scandalo NSA la trasparenza è quella dei governati nei confronti dei governanti, o viceversa? Eppure, ai “consumatori”, la trasformazione della personalità in alienazione fa apparire il fenomeno come aderente a un’individuale libertà di scelta nel mercato che, siccome appartiene a loro, è per definizione buona.

Anche l’evocata democrazia diretta esige un confronto diretto nello spazio pubblico. Gli internauti possono pure connettersi fra loro a milioni, ma restano nella sfera dell’atomismo minimalista del privato. Facebook dà l’illusione di avere degli “amici”, ma non è diventando dipendenti da una tastiera che si rimedia alla scomparsa del legame sociale; eppure chiunque manifesti perplessità o esprima critiche si oppone all’affermazione del bene, viene cioè emarginato come regressivo, reazionario, illiberale, antimoderno. Siccome è “buona”, prima arriva e prima trionfa in ogni dove, meglio è; siccome appartiene ai consumatori, cioè a tutti, ed è “buona”, è anche “democratica”; di più: è la Democrazia. Anzi la vera, l’unica democrazia “obbligatoria”.

Ma perché mai la rivoluzione digitale è così popolare, così affettuosamente partecipata e condivisa? Vi sono due risposte, una di superficie e una profonda. Quella di superficie è la gratificazione che essa regala, la più grande, il senso di onnipotenza: in un oggetto che sta in mano c’è tutto l’immaginabile, tutto lo scibile, in forma relazionale ludica aperta, senza sacrificio. La seconda risposta, la più profonda, è anche più sottile; ha a che vedere con il suo carattere libertario, il suo non essere impositiva, autoritaria, il suo mettersi al servizio di una visione generica, indifferenziata e massificata di “umanità”. La sua orizzontalità giovanilistica è contrapposta alla verticalità gerarchica e tradizionalista. La rivoluzione digitale non è una cosa specifica e non impone contenuti particolari; è informe, muliebre, ammiccante, per connettere tutti con tutti, in un mondo in cui non vi sono più emittenti e destinatari, ma pari che si informano e comunicano con altri pari, in una singolare e definitiva realizzazione utopica della libertà, dell’eguaglianza e della fraternità. Più di ogni altra rivoluzione tecnologica, quella digitale ha una portata ideologica immensa, nell’imporsi della modernità. Non a caso, è un passo determinante nell’incedere dell’affermazione della “forma-capitale”, tanto nella smaterializzazione dell’economia quanto nel dominio della finanziarizzazione. Nel giubilo liberistico imperante, si è realizzata negli ultimi anni la più rapida e massiccia concentrazione di capitale che la storia ricordi. Una corporation come Apple nel 2012 ha messo insieme circa 156 miliardi di dollari di ricavi e 46 di utili; Google, sempre nel 2012, ha avuto 50 miliardi di ricavi e 11 di utili.

Scriveva Herbert Marcuse che «La società industriale contemporanea tende a essere totalitaria. Il termine “totalitario”, infatti, non si applica soltanto a un’organizzazione politico terroristica della società, ma anche a un’organizzazione economico-tecnica non terroristica che opera mediante la manipolazione dei bisogni da parte di interessi costituiti». E come non riconoscere la metamorfosi totalitaria, nelle contraddizioni e nelle ingiustizie delle società liberali? Come ogni totalitarismo, si impongono come il solo sistema universalmente possibile. L’uomo è ridotto alla condizione di oggetto, i cittadini vengono trasformati in consumatori, l’economia ha il sopravvento sulla politica, la pubblicità prende il posto della propaganda; il conformismo assume la forma del pensiero unico dell’ideologia dei “diritti umani”.

Le società liberali riducono insomma l’uomo in servitù, ma lo fanno in una forma nuova, attraverso la persuasione e il condizionamento invece che con la violenza brutale: l’uomo si trova privato dolcemente, e persino con il proprio assenso, della sua umanità.

Il problema è proprio questo: la comodità, il benessere e la sicurezza sono stati realmente accresciuti, ma, contemporaneamente, è cresciuta anche una serie di effetti negativi insiti, ineliminabili, che hanno reso la nostra vita più difficile, più angosciosa e priva di significato.

Tutto nasce dalla grande illusione e dal grande inganno dell’Illuminismo, cioè che il benessere edonistico sia sinonimo di felicità; che il progresso porterà a tutti benessere e felicità; che la ragione, la ragione strumentale, metterà in moto la ruota del progresso; eppure anche un adolescente alle prese con il suo smartphone avverte inconsciamente che la tecnica ha preso il sopravvento, e che non sono le macchine a essere al servizio dell’uomo, ma è l’uomo a essere sempre più funzione delle macchine.

Gli impianti industriali non si possono mai spegnere, devono restare attivi di giorno e di notte, ed ecco i tecnici e gli operai adeguarsi ai ritmi e ai tempi della macchina, sobbarcarsi turni di lavoro notturno e diurno, spezzando i propri ritmi naturali e sconvolgendo il proprio orologio biologico. È solo un esempio, e dei più semplici, ma sono tecnica anche la fecondazione artificiale, la manipolazione genetica, la clonazione di esseri viventi; tecnica è anche la creazione di elaboratori elettronici talmente raffinati da potersi agevolmente sostituire all’uomo in quasi tutte le sue funzioni operanti, per quanto inconsapevoli. La tecnica ormai può creare macchine perfettamente simili a un essere umano o programmare esseri umani (e animali) molto, ma molto simili a macchine: il confine tra la macchina e il vivente, tra la macchina e il pensante, diviene incerto, ambiguo, sfumato; si costruiscono macchine sempre più potenti, in tutti i campi, talvolta senza sapere esattamente a cosa serviranno, oppure perfino augurandosi di non dovervi mai fare ricorso. Tale è la condizione dell’uomo contemporaneo. In questa situazione, ha ancora senso parlare di umanesimo?

Eppure, bisogna mettere in chiaro una cosa: non è che un tempo c’era l’umanesimo e oggi c’è la tecno-scienza dilagante. La tecno-scienza non è la negazione dell’umanesimo, è la sua diretta prosecuzione; i suoi presupposti, intellettuali e spirituali, risiedono tutti in esso: niente vi è stato aggiunto, che non fosse già nelle premesse.

Se vi è stato un errore, non è stato commesso negli ultimi decenni o negli ultimi due o tre secoli, bensì molto prima: è stato commesso quando l’uomo – in tempi e luoghi diversi, e comunque, fino a due o tre generazioni fa, quasi nel solo Occidente – ha ritenuto di farsi misura di tutte le cose, di potere trovare in se stesso tutte le risposte, di essere il padrone e il signore onnipotente del mondo.

L’assiologia industriale si basa sulla convinzione che l’uomo possa dominare la natura grazie alle sue facoltà razionali, ma esiste una profonda differenza fra razionalità e ragione (logos), che concettualmente rimanda all’intelligenza noetica, intuitiva. La razionalità è solo una componente dell’intelligenza umana, riflesso, quest’ultima, di qualcosa di più vasto e più alto, che permea la vita in ogni sua manifestazione. È attraverso l’intelligenza che l’uomo comprende oggettivamente la dimensione del sacro, percepisce l’essere. Parte essenziale dell’intelligenza umana è la sensibilità (o empatia), facoltà che ci permette di ritrovarci consapevolmente in sintonia con i ritmi profondi della natura e di intuire ciò che non può essere razionalmente spiegato.

La dimensione olistica dell’aggregarsi, in cui ognuno si riconosce come parte di qualcosa di più vasto e partecipa alla trama della vita nella sua interezza: fatta di modelli, archetipi e simboli, da un lato; di cicli, suono e ritmi, dall’altro. La razionalità, invece, è la capacità di elaborazione logico-matematica e di previsione a partire dai dati acquisiti con l’esperienza; è espressione parziale dell’individuo ed è determinata da una serie di condizionamenti, fra cui spicca quello sociale in una prospettiva unilaterale antropocentrica. L’averla elevata al rango di unica guida dell’attività umana comporta uno squilibrio, dovuto alla razionalizzazione che si cristallizza nel potere della sopraffazione: l’artificiale sul naturale, il materiale sullo spirituale, i “progrediti” sugli “arretrati”. Essenza operativa della razionalizzazione è l’esito strumentale della tecnologia.

Il movimento meccanico è privo di vita, rigido; affermandosi, annulla il ritmo metrico e si fa meccanica, regolata dal tempo diacronico, lineare, morto. Ogni pausa della meccanica risveglia nell’uomo, organizzato tecnicamente, il sentimento del vuoto, insopportabile disagio cui egli cerca di sfuggire tramite l’esasperazione del movimento, della velocità, dell’oltrepassare il limite.

Lo strumentalismo tecnologico, inoltre, è un funzionalismo. Pensare funzionalmente significa assoggettare l’uomo a un sistema di funzioni, e di conseguenza trasformarlo in un sistema di funzioni. Tale paradigma scientifico-culturale coincide con il progresso tecnologico, che ha bisogno di un’organizzazione di massa e di una meccanizzazione del lavoro che perseguano un automatismo perfetto. Tanto più completa è l’organizzazione tecnica in cui l’uomo è inserito, tanto più essa si risolve in un semplice svolgimento di funzioni. Più la meccanizzazione del lavoro tende all’automatismo, più è sicuro il ruolo che la funzione svolge. Cosa distingue, infatti, l’automa da una macchina che funziona autonomamente?

Nel bisogno di sicurezza, che non indietreggia davanti ad alcun atto di sottomissione, l’uomo che vive nell’organizzazione tecnica manifesta tutta la sua debolezza, il suo stato di necessità, la sua instabilità, il suo isolamento. Con il perfezionarsi della tecnica, aumenta il bisogno di sicurezza in modo direttamente proporzionale alle minacce, sempre più avvertibili e ingovernabili, perché l’uomo alla ricerca delle certezze confortevoli del benessere materiale sempre più assapora i veleni del regresso, evocato dai suoi stessi sforzi di soggiogare le forze elementari.

L’illusione ultima del progresso tecnologico è dunque il raggiungimento di uno stato di perfezione, perché il movimento infinito, che esso presuppone linearmente, all’infinito si annulla. Quel nulla è la realizzazione planetaria di un meccanismo autoreferenziale, inanimato, raggiungibile praticamente, ma non sostenibile antropologicamente e spiritualmente.

La forza di Prometeo è nella rivalsa, egli vuole scalzare Zeus e farsi signore di un esistente a sua immagine e potenza. La razionalizzazione tecnologica è spiritualmente cieca, socialmente uniforme, culturalmente conformista. La sua concretezza non le consente di riflettere su se stessa e avanzare la creatività di un sapere, che non si assoggetti all’automatismo.

Un destino nichilistico, a cui contrapporre un gioco a somma zero, un’inversione di paradigma: reincantare il mondo.

Eduardo Zarelli
www.ilribelle.com
22.10.2013

Per gentile concessione de “La Voce del Ribelle”

La Voce del Ribelle è un mensile – registrato presso il Tribunale di Roma,
autorizzazione N° 316 del 18 settembre 2008 – edito da Maxangelo
s.r.l., via Trionfale 8489, 00135 Roma. Partita Iva 06061431000
Direttore Responsabile: Valerio Lo Monaco
All rights reserved 2005 – 2008, – ilRibelle.com – RadioAlzoZero.net
Licenza SIAE per RadioAlzoZero n° 472/I/06-599
Privacy Iscrizione ROC – Registro Operatori della Comunicazione – numero 17509 del 6/10/2008

-o0o-

“Un destino nichilistico, a cui contrapporre un gioco a somma zero, un’inversione di paradigma: reincantare il mondo”

Questi articoli sono i migliori alleati di certe elitè,tutte le virtù citate in contrapposizione alla mercificazione dell’esistente la falsa naturalizzazione della tecnica fine a se stessa SONO l’umanesimo e lo spirito dell’illuminismo.E’ il tradimento effettuato dopo ad aver creato quei mostri,che sono la negazione stessa dell’umanesimo e spirito illuminista,avendo per bene strumentalizzato centinaia di autori,come sempre fanno.

Scriveva Mincuo:

“Nel pensiero Illuminista l’eguaglianza, oltre alle ovvie considerazioni su diritti e doveri, aveva un portato molto profondo: significava il dialogo su basi paritarie e sulla base della ragione, e non di un pregiudizio o di una dottrina, verso le altre culture, le altre genti, gli altri costumi, le altre idee. Il confronto e il dialogo non significava per nulla l’annullamento della propria diversità o specificità, né la perdita delle altre diversità, anzi il contrario.

Era proprio l’amore per la diversità, la comprensione della diversità, l’apprezzamento della diversità, il rispetto della diversità, e la nozione che la cultura si sviluppa grazie ai contributi di ogni diversità e specificità culturale. Infine era il concetto che nessuno dispone di una verità da imporre e quindi l’Illuminismo, proprio nel concetto di egalitè, si poneva assolutamente su un piano anti-dottrinario.

L’egualitarismo è l’imposizione di un modello “uguale” stabilito però da uno che è “più uguale” degli altri e si pone in diritto di sancire e imporre cosa deve essere “uguale” per tutti e a tutti i costi, e in diritto di demonizzare, escludere condannare, perseguitare chi non è “uguale”.

Questo nelle sue forme più radicali. Ma anche nelle sue forme più blande è perlomeno l’idea di un compromesso al ribasso fino a trovare un comun denominatore, in cui ognuno annacqui le sue specificità fino ad arrivare a un modello uniforme, che però è guidato e imposto. E così per ogni aspetto culturale e sociale. Successivamente questo lo si porta man mano a norma intangibile.

Grazie anche alla creazione di Istituti mondiali (ONU, WTO, FMI, BIS, W.B. Ecc…) spacciati per dei consessi in cui ascoltare le varie voci, ma in realtà tutti costituiti con una struttura rigidamente oligarchica in cui 5 membri permanenti (cioè non eletti e in carica eternamente per diritto divino) decidono tra le tante cose anche cosa deve essere “uguale” per ognuno. E per ognuno deve essere “uguale” un modello di società, di sessualità, di morale, di costumi, di credenze, di modi di vivere, di giustizia, di organizzazione politica.

Arrivando anche in base a questo “uguale” tramutato anche nei famosi “diritti umani” (cioè i diritti umani secondo una sola versione) ad aggredire Stati che non si uniformano ai dettami del più ”uguale” di tutti e con ciò scavalcando le basi stesse del Diritto Internazionale che avevano sempre impedito di impicciarsi delle regole e degli ordinamenti che una Nazione si dà. La società poi in generale viene allevata in una forma bigotta che non si era mai vista, un bigottismo laicista(non laico) in cui vengono continuamente fissati dogmi e modelli, e molti di questi sono nel solco appunto dell’ uniformità, con incorporata la nozione che divergere da questa uniformità è sacrilego. E’ una condizione imposta addirittura nell’inconscio delle persone, che infatti normalmente non se ne rendono conto.

Ed è in realtà un modello fanatico-religioso, fondamentalista.

Annunci