6 novembre 2013 | Autore

di Eva Gollinger

Fonte : Contrainjerencia

Negli ultimi mesi il governo del Venezuela, sotto la presidenza di Nicolas Maduro, successore di Chavez, ha denunciato molti incidenti ed atti di sabotaggio contro il sistema elettrico accompagnati da una costante campagna per sabotare l’economia del paese. Una gran parte dei grandi media internazionali, oltre a quelli privati che sono all’interno del Venezuela, si sono burlati delle gravi denunce fatte dal presidente venezolano e in sua vece hanno cercato di dare la responsabilità al governo per i danni causati al paese. Nonostante questo un documento interno di tre organizzazioni di Colombia e Stati Uniti mettono in evidenza l’esistenza di un macabro piano diretto contro lo stato venezuelano per provocare violenza -incluso vittime-con l’intenzione di giustificare un intervento internazionale prima delle elezioni municipale del prossimo 8 dicembre.

Il documento denominato “Piano strategico Venezolano” era stato preparato dalla fondazione “Internazionalismo Democratico”dell’ex presidente Alvaro Uribe, insieme con la fondazione di Centro di pensiero “Primero Colombia” e l’impresa nord americana di consulenza “FTI Consulting”.

La data di redazione risulta 13 Giugno 2013, durante una riunione dei rappresentanti di queste organizzazioni, dirigenti dell’opposizione venezuelana come Maria Corina Machado, Julio Borges e Ramon Guillelmo Avelado, l’esperto nella guerra psicologica, J.J.Rendon, l’incaricato d’affari dell’agenzia Internazionale di Sviluppo, USA (USAID) per l’America Latina, Mark Feierstein. (La veridicità del documento non è stata confermata da una fonte indipendente ma è stata riportata come autentica da Russia Today).

Il piano strategico di destabilizzazione del Venezuela ha la finalità strategica di debilitare il governo nell’imminenza delle elezioni municipale del prossimo 8 Dicembre, così come viene spiegato nel testo, così come quello di logorare la gestione del governo fino a facilitare il trionfo delle opposizioni (Capriles)e, se questo avvenisse prima, anche meglio.

Nel documento si descrive poi in particolare la strategia per sabotare il sistema elettrico del Venezuela per addossare al governo la responsabilità della debolezza delle infrastrutture del paese

quindi proiettare un’immagine di crisi internazionale del Venezuela.

Come parte del piano, gli autori propongono di “mantenere e aumentare il sabotaggio dei servizi che interessano alla popolazione, in particolare per il sistema elettrico, consentendo di incolpare il governo per la presunta inefficienza e negligenza”. Da allora, blackout e altre interruzioni di corrente hanno colpito diverse regioni in tutto il Venezuela, causando grande malcontento, e causando una percezione negativa del governo. Recentemente, le autorità venezuelane hanno arrestato diverse persone coinvolte nel sabotaggio dell’impianto elettrico e alla fine di settembre, il presidente Maduro ha espulso tre funzionari dell’ambasciata degli Stati Uniti a Caracas per il loro presunto ruolo nei piani di destabilizzazione.

Nella sezione intitolata “Azioni”, gli autori del documento dettagliano i loro prossimi passi per destabilizzare il governo venezuelano. Oltre a “perfezionare il discorso conflittuale e di denuncia di Henrique Capriles”, candidato presidenziale sconfitto da Maduro, fare riferimento al “generare entusiasmo con messaggi brevi ma per raggiungere più persone, che riprendano i problemi sociali, provocando disordini sociali. Acutizzare i problemi con la carenza sul mercato degli alimenti di base.

Negli ultimi mesi, il Venezuela ha sperimentato problemi di carenza sul mercato di beni di prima necessità come carta igienica, zucchero, latte, olio, burro e farina, tra gli altri. Le autorità venezuelane hanno sequestrato tonnellate di questi prodotti nei negozi appartenenti a imprenditori associati con l’opposizione. Esse hanno anche sequestrato grandi quantità di questi prodotti al confine con la Colombia, dove vengono venduti di contrabbando.

Secondo il documento, “Il ‘Piano strategico venezuelano’, d’accordo con i degni rappresentanti dell’opposizione al governo di Nicolas Maduro, è orientato verso questi obiettivi con il continuo forte sostegno di numerose personalità internazionali con la funzione di restituire al Venezuela la “vera democrazia” e l’indipendenza che le sono stati sottratti da oltre 14 anni. ”

Durante i 14 anni di gestione democratica del presidente Hugo Chavez, le minacce contro il suo governo abbondavano e i piani di destabilizzazione, non finivano mai. Dopo il fallimento del colpo di stato contro di lui, nel 2002, che era stato organizzato e sostenuto dal governo degli Stati Uniti, ci furono numerosi tentativi di rovesciarlo per mezzo del sabotaggio economico, l’intervento elettorale, tentativi di assassinio, guerra psicologica, il finanziamento miliardario delle forze di opposizione ed il piano di isolamento dall’esterno ed internazionale che alla fine non è riuscito.

Uno degli aspetti visibili dei tentativi di destabilizzare il governo di Chavez è stato l’ex presidente della Colombia Alvaro Uribe Velez. L’ex presidente colombiano ha concluso la sua presidenza nel 2010, chiedendo esplicitamente un intervento internazionale in Venezuela con l’intenzione di destituire il presidente Chavez e la sua Rivoluzione Bolivariana. Uribe ha trascorso gli anni successivi a diffamare il Presidente Chavez ed il suo governo e di rafforzare i legami con i settori anti-Chavisti dentro e fuori il Venezuela.

La morte del presidente Chavez, nel marzo 2013, non ha impedito a Uribe di continuare le sue azioni contro il Venezuela. Con l’elezione di Nicolas Maduro alla la presidenza del paese e la continuità del processo socialista , iniziato dal Hugo Chavez, Uribe ha continuato con i suoi piani per destabilizzare il Venezuela.

Ora questo documento interno, che è il prodotto di un accordo dei settori della ultra destra della Colombia e del Venezuela, insieme con i rappresentanti del governo degli Stati Uniti, dimostra i piani di destabilizzazione in corso contro il governo del presidente Maduro.

Come parte di questo pericoloso complotto contro il Venezuela, gli autori propongono di “creare crisi nelle strade “per facilitare l’intervento degli Stati Uniti e le forze della NATO, con il sostegno del governo della Colombia. Quando possibile, dovrebbe provocare violenza con vittime o feriti “.

Rappresentanti dell’opposizione venezuelana, stanno collaborando con le forze esterne a causare la morte di cittadini innocenti nel proprio paese con l’intenzione di promuovere una invasione militare contro la loro nazione. Ciò rappresenta una seria minaccia-e-un crimine vile contro la sovranità del Venezuela.

Infine, oltre a promuovere la spinta per una campagna internazionale per emarginare, delegittimare e screditare il governo di Nicolas Maduro attraverso i media ed i portavoce della destra, il documento raccomanda “una insurrezione militare” contro lo “Stato venezuelano”. Propongono di contattare gruppi di militari attivi ed altri ritirati per ampliare la campagna per togliere il prestigio al governo all’interno delle Forze Armate. (…) E ‘fondamentale preparare i militari perché in una fase di crisi e di disordini sociali, siano la punta di diamante per l’insurrezione contro il governo, o almeno per sostenere l’intervento straniero o rivolta civile.

Questa documento rende evidente e conferma la veridicità e la gravità-delle accuse fatte dal presidente Nicolas Maduro. Il Venezuela è sotto attacco, come lo è stato negli ultimi 14 anni dall’inizio della Rivoluzione Bolivariana da quando ha operato per il salvataggio della sovranità, l’indipendenza e la dignità del Paese. Non bisogna dimenticare che il Venezuela dispone delle maggiori riserve di petrolio del mondo. I forti interessi che vogliono controllare queste grandi risorse non si fermeranno fino a raggiungimento del proprio obiettivo.

http://www.contrainjerencia.com/?p=77343

http://www.redpres.com/t7131-videos-conozca-el-documento-que-evidencia-un-plan-de-desestabilizacion-contra-venezuela

http://www.controinformazione.info/eva-gollinger-un-documento-rende-evidente-il-piano-di-destabilizzazione-del-venezuela/

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Datagate? Iniziò a Roma quando Nsa spiò la visita di Chavez

Datagate? Iniziò a Roma quando Nsa spiò la visita di Chavez
Nel maggio 2006 l’intelligence Usa organizzò una massiccia operazione di spionaggio contro il presidente venezuelano. La Capitale fu intercettata per una settimana.

venerdì 21 giugno 2013 19:02

Il Datagate? Ebbe inizio a Roma nel maggio del 2006 quanto su ordine di George Bush mezza città venne intercettata dalla Nsa perché si voleva carpire ogni minimo dettaglio sulla visita di Hugo Chavez in Italia. Prima Roma, poi il G20 del 2009 con tecniche e tecnologie più affinate. Ha rivelato Edward Snowden che il G20 del 2009 era stato caratterizzato da un articolato sistema di spionaggio delle conversazioni di intere delegazioni e dei leader presenti al vertice, attraverso l’installazione di Internet point truccati con software-spia e il controllo capillare del sistema dei Blackberry utilizzati dagli ospiti e ogni altra diavoleria.

Quello che ancora non si sa – e che Globalist è in grado di riferire tramite una fonte qualificata che ebbe un ruolo diretto nella vicenda – è che la grande operazione di spionaggio del G20 ha avuto in Italia il vero banco di prova. Un’azione massiccia dell’Nsa che determinò un salto di qualità che avrebbe consentito all’agenzia di intelligence di diventare il grande fratello su scala planetaria di cui oggi si parla tanto.

Bisogna tornare al maggio 2006, seconda visita di Hugo Chavez, presidente del Venezuela, in Italia. Chavez, allora, era in una posizione di scontro frontale con gli Stati Uniti e, in particolare, con George Bush che alcuni mesi dopo (a settembre) avrebbe definito il diavolo che puzza di zolfo.[ Del resto gli Stati Uniti anni prima avevano appoggiato il fallito colpo di Stato contro il presidente venezuelano e uno degli agenti della Cia coinvolti nel complotto era successivamente stato destinato proprio alla stazione Cia di Roma. Combinazioni.

La National Security Agency, durante quei giorni, mise in atto un’operazione di Sigint (signal intelligence) ossia di spionaggio elettronico senza precedenti che rappresentò l’inizio di una nuova fase nelle capacità di controllo e penetrazione.

7 Maggio 2006. A Ciampino, area riservata, atterra un aereo con a bordo alcune persone “invisibili”, senza né nome, né identità. La procedura è la stessa che sarebbe poi diventata tristemente nota all’opinione pubblica per le extraordinary rendition e che era già una proceduta standard: massima segretezza, il minor numero di tracce possibili.
Gli occupanti dell’aereo erano parte di un team di eccellenza dell’Nsa. Arrivati a Ciampino furono portati direttamente in un’ala dell’ambasciata degli Stati Uniti in via Veneto, nella quale restarono come reclusi in isolamento per tutta la durata della missione. Niente alberghi, niente contatti con l’esterno e nemmeno con il personale dell’ambasciata. Finita la missione stesso percorso al contrario per Ciampino. Il team aveva con se delle attrezzature di assoluta avanguardia (parliamo del 2006) in grado di interagire con il sistema satellitare e guidarlo e interagire con gli aerei spia.

9 maggio 2006. Sul cielo della Capitale cominciano a volare due aerei spia direttamente controllati dall’Nsa. Due aerei che, dandosi il cambio, sarebbero rimasti ininterrottamente (h24 nel gergo militare) in volo sopra Roma per non far mancare nemmeno per un minuto la vigilanza.

10 maggio 2006. A Roma arriva il presidente del Venezuela Hugo Chavez. Il suo è un tour in Europa. A Roma l’incontro più importante è quello previsto per l’11 mattina con Papa Benedetto XVI. In agenda anche una visita e colloquio privato con il presidente della Camera, Fausto Bertinotti. Chavez va diretto in un albergo di via Veneto, paradossalmente a poche decine di metri dal team giunto nella capitale per spiarlo. Ma è solo un dettaglio: le tecnologie avrebbero garantito egualmente un controllo a distanza di chilometri.

L’operazione Nsa comincia in tutti i suoi aspetti. Sotto controllo finiscono tutte le frequenze radio (comprese quelle degli apparati italiani); sotto controllo finisce la rete internet secondo modalità simili, ovviamente secondo le possibilità di quel periodo, a quella descritta da Snowden per la Cina: si entra nei gangli delle reti di comunicazione che danno accesso alle comunicazioni di centinaia di migliaia di persone senza dover piratare ogni singolo computer; ovviamente i telefoni.

Per tutta la durata del viaggio Hugo Chavez viene pedinato elettronicamente grazie a due strumenti di straordinaria importanza per la Signal Intelligence: il bombardamento radio e la capacità di ascolto a grande distanza. Ossia con il solo utilizzo dei satelliti e degli aerei spia Nsa fu un grado di ascoltare le conversazioni di Chavez, anche quelle private e che si svolgevano nei luoghi chiusi e, ovviamente, nei luoghi aperti. Non c’era bisogno di microfonare le stanze o di mandargli alle calcagna qualche spia armata di microfono. Tutto via satellite con le potentissime tecnologie. Ovviamente costosissime.

Ma quando il presidente venezuelano si spostava da un luogo all’altro, oppure si trovava in qualche posto dove le onde radio provocavano interferenze e non si riuscivano ad ascoltare le conversazioni, Nsa era in grado di attivare un dispositivo di emergenza: l’abbattimento di tutte le onde e le frequenze in un raggio di circa 500/600 metri. In pratica mentre era attivato il dispositivo i telecomandi di tv o cancelli non funzionavano; la linea dei telefoni cellulari si interrompeva; le radio diventavano mute. Il tutto non per ore ma per qualche decina di secondi. Nulla che non potesse essere scambiato per un normale temporaneo malfunzionamento, senza quindi generare sospetti. Ma che garantiva a Nsa il tempo necessario per “pulire” il segnale.

L’operazione Chavez costò un’enormità ma fu voluta da George Bush in persona che vedeva nel presidente venezuelano uno dei principali nemici e che voleva conoscere ogni dettaglio sul suo avversario, le sue strategie e quali fossero i suoi contatti e referenti internazionali.

Partito Chavez i due aerei spia migrarono per altri cieli. Il team dell’Nsa rimase un altro giorno recluso in ambasciata prima di essere riportato segretamente a Ciampino; i vertici Nsa che avevano seguito tutto dalla sala situazione (esattamente come Obama avrebbe seguito l’uccisione di Bin Laden e come si vede nei film) cominciarono ad analizzare il bottino.

Quale fu il bottino di quell’operazione? Il seguito alla prossima puntata. Al momento una consapevolezza: l’operazione Chavez fu un banco di prova. Senza di quella non ci sarebbe stata quella del G20 e chissà quante altre. Correva l’anno 2006. Da allora non ci si è fermati più.

http://www.globalist.it/Detail_News_Display?ID=45721&typeb=0

una domanda sorge spontanea: in Italia ci sono ancora i servizi segreti e il copasir a difesa della repubblica dove si trovava in quel momento?

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E’ morto Ugo Chavez! Oggi siamo più soli con un katechon in meno nella lotta contro il Signoraggio. E che Katechon! Pace all’anima tua, e ringraziamo Dio per averti preso all’ultimo momento donandoti la Grazia della Fede.

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Hugo Chàvez chiede il rimpatrio del suo oro e la Banca d’Inghilterra non ce l’ha più. Sintomi del Nuovo Ordine Mondiale su chi non lo accetta

22 agosto 2011

di Attilio Folliero

La Banca di Inghilterra ha venduto tutto il suo oro, anche quello che il Venezuela le aveva affidato in custodia. Secondo l’analista Max Keiser la Banca di Inghilterra non ha l’oro venezuelano e per questa deve rivolgersi al mercato per poterlo consegnare al Venezuela.

Oggi il Venezuela chiede giustamente il rimpatrio delle sue 211 tonnellate d’oro che erano state inviate in Inghilterra e in altre banche di tutto il mondo, come garanzia per i prestiti erogati dal Fondo Monetario Internazionale ai governi di Jaime Lusinchi nel 1988 e di Carlos Andrés Pérez nel 1989.

Il Venezuela ha cancellato tutti i suoi debiti da vari anni, ma l’oro dato in garanzia rimane nei forzieri delle banche di vari paesi: il 17,9% in Inghilterra, il 59,9% in Svizzera , l’11,3% negli Stati Uniti, il 6,4% in Francia e lo l 0,8% a Panamá; mentre solo il 3,7% delle sue riserve d’oro si trovano nelle casseforti del Banco Central de Venezuela.

Oggi Hugo Chávez ha richiesto il rimpatrio del suo oro e risulta che la Banca di Inghilterra, pure percependo un compenso per custodire l’oro venezuelano, nella realtà l’aveva venduto. Giustamente, di fronte alla domanda del governo venezuelano, ora lo deve consegnare, non ha materialmente l’oro e quindi per adempiere ai suoi obblighi deve cercarlo nel mercato mondiale, cosa che sta facendo salire il prezzo. Ovviamente Hugo Chávez non è la causa di questo rialzo, ma la colpa è dei banchieri ladri che hanno venduto persino l’oro che dovevano custodire.
Inoltre la giusta richiesta di Hugo Chávez ha allertato il mercato mondiale, generando ancora più incertezza in relazione all’opportunità di detenare divise quali il dollaro e l’euro. Tutti gli investitori del mondo stanno comprando oro ed argento come beni rifugio.

Ricordiamo che il Venezuela detiene una delle più forti riserve internazionali di oro al mondo con 366 tonnellate e inoltre ha miniere di oro, come quella di Las Cristinas, una delle più grandi del mondo con più di 500 tonnellate di riserva.

Oltre al rimpatrio del metallo prezioso, Hugo Chávez ha annunciato la nazionalizzazione di tutte le attività ollegate all’oro, perché, come ha spiegato, si tratta di un prodotto strategico e lo stato non può lasciare in mani ai privati e alle multinazionali straniere le proprie attività.
Fino ad oggi, in Venezuela le attività di settore minerario collegate alll’oro erano date in concessione a imprese transnazionali che potevano trattenere il 50 percento dell’oro estratto, mentre dovevano vendere il restante 50 percento alla Banca Centrale del Venezuela. D’ora in poi, sarà lo stato a incaricarsi dell’estrazione dell’oro e di tutte le attività collegate.

Inoltre Hugo Chávez, in accordo con la Banca Centrale, in virtù della crisi che penalizza Stati Uniti ed Europa e in attesa del probabile crollo del dollaro e dell’Euro, ha annunciato che la sua riserva internazionale, oggi totalmente nelle banche dei paesi in crisi, sarà diversificata e messa nelle banche di Brasile, Russia e Cina, cioè in banche dei paesi BRICS, che rappresentano il futuro dell’economia mondiale.

Fonte: attiliofolliero.blogspot

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Caracas, il presidente venezuelano si sarebbe aggravato in seguito a “una nuova e severa infezione“. Denunce di avvelenamento! Intanto come non osservare le Rose Rosse sulla bara?

5 marzo 2013 – TGcom24
05:52 – Le condizioni di salute del presidente venezuelano, Hugo Chavez, sono “molto delicate” a causa di un aggravamento dei problemi respiratori provocati da “una nuova e severa infezione”. Lo ha reso noto il ministro per la Comunicazione, Ernesto Villegas che, durante l’annuncio trasmesso a reti unificate, ha sottolineato inoltre che Chavez è stato sottoposto in questi giorni ad una “chemioterapia il cui impatto è molto forte”.
Nonostante ciò, il presidente continua ad essere “aggrappato a Cristo e alla vita”, ha aggiunto il ministro, ricordando che il leader “bolivariano” sta seguendo le indicazioni ordinate dall’equipe medica dell’Hospital Militar di Caracas dove si trova da un paio di settimane, dopo le cure ricevute in una clinica all’Avana.

La dichiarazione shock del vicepresidente Nicolas Maduro, che ha denunciato un piano straniero per destabilizzare il Paese. Espulsi due funzionari dell’ambasciata Usa

20:48 – Hugo Chavez si è ammalato perché “è stato attaccato”, come è successo con il leader palestinese Yasser Arafat. Lo ha detto il vicepresidente venezuelano, Nicolas Maduro, sostenendo che “una commissione speciale di scienziati” potrà confermare questa tesi. Maduro ha anche denunciato l’esistenza di un “piano per destabilizzare” il Paese dietro la malattia di Chavez.

“Queste le ore più difficili per Chavez” – “Il presidente affronta una situazione di complicazioni, in mezzo alla battaglia che sta portando avanti per la sua salute. Ha un’infezione molto grave, come già reso noto. Ci sono complicazioni. Il nostro popolo è in preghiera affinché il presidente superi questo difficile momento”, ha poi detto Maduro nel suo intervento a reti unificate. “Queste – ha ricordato – sono le ore più difficili dall’intervento al quale è stato sottoposto Chavez”.

Espulsi due funzionari Usa – Sempre Maduro ha annunciato che è stato espulso l’addetto militare dell’ambasciata americana David Del Monaco per aver agito a favore della destabilizzazione del Paese. “Ha 24 ore per fare le valige e andarsene dal Venezuela”, ha sottolineato Maduro spiegando inoltre che i “nemici della patria hanno provocato alterazioni”, cioè sabotato “il sistema elettrico del Paese, generando il caos”.

Sono accusati di ingerenza e cospirazione – Dopo alcune ore il ministero degli esteri venezuelano ha comunicato l’espulsione di un secondo funzionario dell’ambasciata statunitense a Caracas. Si tratta di Debling Costal: come il suo collega è accusato di ingerenza e cospirazione. I due, ha detto il ministro, “hanno contattato membri delle Forze Armate Bolivariane per destabilizzare il Paese. Nessun addetto militare ha il permesso di entrare in contatto con i nostri militari. Non permetteremo a nessuno di giocare con il dolore del popolo venezuelano. Devono rispettare le nostre istituzioni”, ha aggiunto, precisando che tali tentativi di “contatti” hanno avuto luogo a Miranda, lo Stato che è in mano a Henrique Capriles, leader dell’opposizione antichavista.

Venezuela, addio al presidente Hugo Chavez

L’annuncio della morte dato alla popolazione in diretta tv dal suo vice, Nicolas Maduro

23:14 – Il presidente venezuelano Hugo Chavez è morto. Lo ha reso noto parlando in diretta tv al Paese il vicepresidente e delfino di Chavez, Nicolas Maduro. Lo stesso Maduro, nelle scorse ore, aveva invitato la popolazione a pregare per il leader bolivariano dopo l’aggravarsi delle sue condizioni. Chavez, operato nei mesi scorsi di cancro, si è spento alle 16.25 ora locale.

“E’ un momento di profondo dolore”, ha detto Maduro parlando alla Nazione visibilmente commosso. “Chi muore per la vita non può essere considerato morto”, ha sottolineato parlando insieme ai membri del suo governo. “Nelle prossime ore – ha aggiunto – renderemo noti tutti i programmi per rendere omaggio al nostro comandante”.

“Tragedia storica per il nostro Paese” – La morte di Hugo Chavez “è una tragedia storica per la nostra patria”, ha detto ancora Maduro, prima di rivolgere “un appello a tutti i connazionali di ogni età affinché siano militanti della pace e della serenità della patria”. “Noi, i suoi compagni – civili e militari – raccogliamo la sua eredità, il suo progetto e le sue bandiere. Che viva Chavez!”.

Maduro convoca il popolo “in omaggio al Comandante” – “Portiamogli canzoni di omaggio, di onore, come quella di Alì Primera: quelli che muoiono per la vita non possono essere chiamati morti”, ha ribadito Maduro convocando i suoi concittadini a concentrarsi davanti all’ospedale militare, dove è morto il presidente Chavez. Maduro ha chiesto anche che “il popolo di Chavez” si riunisca sulla piazza Bolivar, dove il leader bolivariano ha tenuto l’ultimo meeting della campagna elettorale prima delle presidenziali dello scorso 8 ottobre, sottolineando che “a partire da questo momento, è proibito piangere”. Alì Primera è un cantante e compositore molto noto in Venezuela, anche come militante del Partito Comunista locale, morto nel 1985.

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Carismatico e spigoloso, sognava di seguire le orme di Castro

23:53 – Lunghi anni al potere, in lotta contro l’opposizione, gli Stati Uniti e, più di recente, col tumore. Hugo Chavez è riuscito a imporre la sua personalità espansiva, carismatica e spesso spigolosa, così come il progetto bolivariano di ‘socialismo del secolo XXI’, in uno dei principali paesi dell’America Latina: potenza mondiale per riserve di petrolio.

Sognava di diventare come Fidel Castro – Leader politico con caratteristiche da ‘show man’ – cantava, ballava, suonava le percussioni e impartiva ordini ai suoi ministri – tutto in diretta tv, sempre vicino al pubblico, spesso nel programma ‘Alò, presidente’, da lui inventato per essere vicino al suo ‘pueblo bolivariano’. Chavez è sempre stato posseduto da un’ostinata volontà di imporsi nel suo Paese e anche a livello mondiale, ereditando il ruolo dal suo amico Fidel Castro. Di fatto, è stato uno dei leader più noti dell’America Latina ‘antimperialista’, spina nel fianco di Washington quasi come il ‘lider maximo’ cubano.Voleva guidare il Paese fino al 2031 – Per 14 anni al potere, Chavez non nascondeva la tentazione di voler guidare il Venezuela fino al 2031. Su tutti i fronti, dall’economia alla società, dalla politica alla cultura, ha cambiato radicalmente la faccia del Paese. Per i suoi oppositori è stato un volgare demagogo, che ha nascosto il proprio autoritarismo nella retorica populista. Per i suoi sostenitori – numerosi soprattutto nelle fasce marginali del Venezuela – è stato invece un autentico rivoluzionario, l’incarnazione della rivincita contro le ‘politiche neoliberali’ e ‘l’imperialismo’ che hanno dominato per lunghi anni Caracas e l’intera America Latina.Spina nel fianco per gli Stati Uniti – Ex colonnello paracadutista, è sempre stato battagliero e allo stesso tempo sognatore. Nato il 28 luglio 1954 a Sabaneta, nello Stato di Barinas (est del Paese) da una famiglia di insegnanti di campagna, è entrato presto nell’esercito. Amava il baseball, ma la sua vocazione sportiva è stata presto superata dalla passione per la politica, da quando – a 21 anni – rimase affascinato dalla figura di Simon Bolivar, l’eroe della liberazione latinoamericana. Sempre al fianco di Cuba e prodigando simpatie alle nazioni che hanno sfidato il potere a stelle strisce (non esclusi Iran, Siria o Bielorussia), negli ultimi due-tre anni era entrato in un cono d’ombra, e non solo per i suoi problemi di salute: sullo scenario latinoamericano è spuntata infatti la stella del Brasile, un vero colosso e soprattutto un modello diverso di socialismo, più moderato, aperto e ‘presentabile’ di quello di Caracas.Il trionfo alle ultime elezioni – L’ultima sua grande vittoria elettorale è dello scorso 7 ottobre, quando ha preso 8 milioni di voti, battendo il giovane leader dell’opposizione, l’avvocato Henrique Capriles. Sul tavolo del governo di Chavez sono comunque rimasti intatti tutti i problemi che angosciano i venezuelani – ‘chavisti’ oppure no – quali l’inflazione (tra le più alte del pianeta) o la sicurezza a Caracas e in altre città. Con i capelli ricresciuti dopo le prime chemioterapie, durante la campagna elettorale il presidente aveva puntato su un’immagine energica e di rinnovata salute. Ci era riuscito. Inguaribile ottimista, aveva di fatto cancellato l’immagine di un 58enne malato, riuscendo ad affrontare nel modo giusto la grinta del 40enne Capriles.

La sconfitta contro il cancro – Scommessa riuscita ma in fondo subito rimasta bloccata non dalla politica ma dalla malattia: qualche giorno dopo la vittoria, è subito ricomparso, in tutta la sua gravità, l’incubo del cancro. La data chiave dell’ultimo periodo della sua lunga malattia è stata la notte tra l’8 e il 9 dicembre, quando il presidente ‘bolivariano’ ha reso noto in tv che doveva rientrare quanto prima a Cuba per sottoporsi al quarto intervento chirurgico. Nello stesso drammatico intervento aveva di fatto designato un successore: il vicepresidente Nicolas Maduro. Lo stesso che, dopo settimane di voci e smentite sulle reali condizioni del ‘comandante’ e dopo un improvviso rientro in Venezuela interpretato dai più come il frutto del desiderio di morire in patria, ne ha annunciato la scomparsa fra le lacrime.

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Obama: “Per la storia del Venezuela si apre un nuovo capitolo” – “Gli Stati Uniti ribadiscono il loro sostegno al popolo venezuelano e il loro interesse per lo sviluppo di un rapporto costruttivo con il governo del Paese”. Lo dice il presidente americano, Barack Obama, secondo cui oggi “il Venezuela inizia un nuovo capitolo della sua storia”.

Lula: “Il suo impegno continuerà” – “Ho appreso la notizia della morte del presidente Hugo Chavez con grande tristezza ma sono sicuro che il suo esempio di amore per la patria e la sua dedizione alla causa dei meno fortunati continuerà illuminando il futuro del Venezuela”. Lo ha detto l’ex presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva. “Sono orgoglioso di aver lavorato con lui per l’integrazione dell’America Latina e per un mondo più giusto”, ha aggiunto Lula.

I funerali si terranno venerdì – I funerali di Hugo Chavez si svolgeranno venerdì 8 marzo. Lo ha reso noto il ministro degli Esteri di Caracas, Elias Jaua, precisando che il Venezuela rispetterà sette giorni di lutto dopo la morte del presidente. Le scuole rimarranno chiuse tre giorni. Già nelle prossime ore, il corpo di Chavez sarà portato dall’Hospital Militar alla hall dell’Academia Militar di Caracas, dove si svolgeranno le esequie.

Fidel Castro: “Chavez come un figlio” – Per Fidel Castro, Hugo Chavez era “come un vero figlio”: lo sottolinea in una nota il governo cubano, poco dopo la notizia della morte del presidente venezuelano, amico da tanti anni del “lider maximo” de L’Avana. Da parte di Cuba, viene precisato, “ci sarà sempre un’eterna lealtà nei confronti della memoria del comandante presidente”.

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Un piccolo tributo di video di questo grande uomo…






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Autore: Thierry Deronne, Caracas, Gennaio 2011 – Traduzione di Alessandro Lattanzio  sito Aurora – La ripubblicazione è gradita con riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation

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E’ vero, io sono un uomo del diciannovesimo secolo. Ma penso che le nostre idee siano più moderne di questo neo-liberalismo che risale all’età della pietra.” – Hugo Chavez

Una volta che ogni famiglia politica ha ridipinto il Venezuela nei suoi colori, rimane la domanda: da dove proviene la rivoluzione bolivariana? Il Presidente Guzman Blanco (1829-1899)), questo Caudillo dichiarato che voleva ricalcare Caracas su Parigi, non nascondeva il suo stupore. “Il popolo qui è come un pezzo di cuoio secco, disse, lo si schiaccia da una parte, si alza dall’altro!”. A differenza del Messico o del Perù, Caracas non fu mai la sede di un “vicereame”. Le prime ribellioni degli schiavi americani ebbero luogo in Venezuela. Da quella di Miguel Rey (1533) a quello di Jose Leonardo Chirino (1795) la lotta per l’emancipazione (1) ha spianato la strada alla guerra di indipendenza di Simón Bolívar (1783-1830), così come alle idee della Rivoluzione francese.

A contatto con i giacobini neri della rivoluzione haitiana, che hanno dato al continente la sua prima repubblica libera, le persone hanno scambiati i geni monarchici con i geni repubblicani. Dall’alto delle “cumbes” – comunità fondate da schiavi fuggiaschi – i tamburi chiamavano alla rivolta. In questi folli ritmi si nasconde il segreto che ha permesso a Simon Bolivar di attraversare le nevi delle Ande, con il suo esercito di schiavi liberati e contadini senza terra, per liberare altri popoli. Quando Bolivar capì che avrebbe vinto la guerra d’indipendenza, dichiarando una guerra sociale, decretò la liberazione degli schiavi e gettò il concetto esplosivo di parità politica, trasformando sconfitte in vittorie, fino ad espellere l’Impero Spagnolo. Ben prima del vertice di Bandung (1955), Bolivar pensava alla sua politica estera come la ricerca dell’”equilibrio del mondo“, il perseguimento della parità nelle relazioni tra Stati.
Quando Chavez ha detto che Bolivar ed i suoi compagni di lotta sono stati dei socialisti innanzitutto, suscita sorrisi condiscendenti. La mancanza di cultura storica, l’ideologia dei mass media e delle scuole di giornalismo, insieme con la scomparsa dell’indagine, impedisce loro di capire cosa sta succedendo in Venezuela. Quando Bolivar sbarcò clandestinamente sulle coste venezuelane la prima stamperia liberatrice, lo spazio mentale non era il continente balcanizzato dalle oligarchie, ma il “Sud America”. Questa idea di Francisco de Miranda (1750-1816), eroe e pensatore dell’indipendenza, che si dice sia stato un pensatore più immenso di Bolivar, ha costituito la dimensione originaria della coscienza dell’America Latina – dal Texas, California e Arizona ancora messicani alla punta della Patagonia -, uno stato di coscienza che Ernesto Guevara raggiunse gradualmente allontanandosi dalla classe media argentina. (2) Quando non cercava di impressionare i suoi amici con un concorso di nuoto con le mani legate dietro la schiena, Simón Bolívar leggeva o scriveva, appollaiato sul suo cavallo, conducendo sui campi di battaglia una linea di muli carichi di libri. Fu così che Locke, Condillac, Buffon, D’Alembert, Helvétius, Montesquieu, Mably, Filangieri, Lalande, Rousseau, Voltaire, Rollin, Berthollet parteciparono a modo loro alle battaglie per l’indipendenza.
Un popolo ignorante è lo strumento cieco della propria distruzione” Bolivar capì prima di Marx che un’idea diventa una forza materiale quando si impadronisce delle masse e che questi ex-schiavi potevano essere molto di più che un esercito di liberazione: un popolo in movimento verso una rivoluzione in cui il motore sarebbe stata l’informazione, la conoscenza e la coscienza. A tal fine ha creato il quotidiano “El Correo del Orinoco” e moltiplicato le assemblee popolari per diffondere nuove idee durante le sue campagne militari. Quali “nuove idee”? Contro quello che lui chiamava “la divisione odiosa in classi e colori“, Bolivar propose “un governo fortemente popolare, eminentemente giusto“, un “governo repubblicano-popolare, scelto con l’intervento della maggioranza politicamente più capace.” Storicamente Bolivar è stato il primo governante a usare il termine “sicurezza sociale”. Negli Stati Uniti un termine come “sicurezza sociale” è stato adottato dopo che Eleanor Roosevelt aveva fatto riferimento a Bolivar. Aveva avuto buoni insegnanti. Il suo mentore principale era l’educatore repubblicano, intriso di idee socialiste, Simon Rodriguez (1769-1852). La sua visione dialettica della storia (“il nuovo non può essere la vecchia copia di esso, deve essere qualcosa d’altro, inventiamo o erriamo“) rivendicava  l’originalità delle nuove istituzioni dell’America Latina e rifiutava ogni pedissequa copia dei modelli stranieri. Molto prima di Marx, Rodriguez aveva osservato che “la divisione del lavoro nella produzione dei beni, serve solo ad abbrutire la forza lavoro. Se per la produzione di forbicine per le unghie di qualità ed a buon mercato, abbiamo bisogno di ridurre i lavoratori allo stato di macchine, è meglio tagliare le nostre unghie con i denti.”(3)
Karl Marx, in seguito, ha denunciato la limitazione dello sviluppo professionale e la sua sottomissione alla divisione del lavoro, dicendo che “in una società comunista, non ci saranno pittori, ma al più degli uomini che si occupano anche, tra le altre cose, di dipingere“. (4) Questo spiega perché il governo bolivariano parla nel 2011 di ridurre il tempo del lavoro per trovare il tempo della vita reale – quella del tempo libero, istruzione, creazione, dei legami familiari e sociali – laddove la sinistra mondiale ha dimenticato la sua ragion d’essere e non parla più del lavoro che come un “diritto.” Alcuni dirigenti del processo bolivariano ostacolano la trasformazione dei rapporti di produzione e riproducono i vecchi schemi del potere? Ma il Venezuela è uno dei pochi Paesi in cui le nazionalizzazioni e il recupero congiunto di imprese comuni da parte dei lavoratori e dello Stato, sono accompagnate da iniziative di sensibilizzazione. “Se non trasformiamo le relazioni che sono alla base della società, del nostro socialismo rimarrà un fantasma errante“, spiega Hugo Chavez.
Un altro eroe dell’indipendenza, importante quanto sconosciuto, è il filosofo brasiliano Generale Jose Ignacio Abreu Lima (1794-1869), proveniente dalla rivoluzione del Pernambuco per fare la guerra al fianco di Bolívar, direttore del giornale rivoluzionario e che ci ha lasciato un libro monumentale, “Il Socialismo” (1855). Alla fine della sua vita, decise di convertire la sua casa in un centro di salute popolare, prefigurando la Missione Barrio Adentro, il programma avviato in Venezuela con l’aiuto di Cuba per fornire assistenza sanitaria gratuita ai poveri. Quando si parla del ruolo dei militari nella rivoluzione bolivariana, dobbiamo in primo luogo ricordare che è sempre esistito in America Latina, contro i fanatici della sicurezza nazionale, una corrente di militari umanisti e progressisti che hanno per nome (tra gli altri) Arbenz (Guatemala), Prestes (Brasile) e Velazco (Perù). L’esercito non è stato progettato da Bolivar per ridurre in schiavitù, ma per liberare. L’attuale concetto di unione civile-militare ha contribuito a far rivivere questa identità e a sostituire l’Esercito robot anti-sovversivo della Scuola delle Americhe in un esercito consapevole della sua cittadinanza. L’idea non è stata inventata da Chávez ma dal generale Ezequiel Zamora (1859-1863). Colui che lottò dopo Bolivar per la “terra e gli uomini liberi“, ponendosi in testa il suo cappello da contadino, a significare la sua doppia condizione di cittadino-soldato (6).
L’esercito di Zamora era una scuola itinerante, in cui i lavoratori senza terra imparavano a leggere e assorbivano le idee del socialismo utopico. Hugo Chavez proviene da quella scuola: “E’ vero, io sono un uomo del diciannovesimo secolo. Ma penso che le nostre idee sono più moderno di questo neo-liberalismo che risale all’età della pietra.” Giovane soldato di origine contadina, meticcio, la nonna indigena, ha rifiutato di reprimere i contadini e s’infilò attraverso una fessura del sistema per studiare scienze politiche. Nel 1989, mentre una folla festante raccoglie le macerie del Muro di Berlino, il popolo venezuelano è in piazza per dire no alle misure di austerità imposte dal Fondo Monetario Internazionale del socialdemocratico Carlos Andrés Pérez. La repressione fece 3.000 morti. Nel frattempo l’esercito degli Stati Uniti invadeva Panama e massacrava migliaia di civili. Questi crimini contro l’umanità impuniti, oscurati dai media mainstream, indignarono soldati d’estrazione popolare come Chavez, decidendo di far risorgere la massima di Simón Bolívar: “Maledetto sia il soldato che spara al suo popolo“, rifiutando ogni forma di pinochetismo e denunciando poi l’ideologia allora dominante, della “fine della storia”.
Di fronte a un albero leggendario, il Saman da Gueret, simbolo della resistenza indigena, i fondatori del Movimento Bolivariano Rivoluzionario-200 (BR-200) prestarono giuramento. Lo stesso presso cui le donne indigene partorivano o Bolivar e le sue truppe ponevano l’accampamento. Un albero, due secoli, tre radici: Ezequiel Zamora, Simón Rodríguez, Simón Bolívar. Questi sono gli uomini in verde e rosso meditanti di fronte a un albero, non i partiti di sinistra, che sono gli autori intellettuali e materiali di una rivoluzione che  ha “iniettato vitamine alla democrazia dell’America Latina” (Eduardo Galeano). Dalla prima elezione di Chavez (1998), il Venezuela è il Paese che ha ospitato il maggior numero di votazioni di ogni genere. Tutti convalidati da osservatori internazionali (UE, OSA, ecc.), ciò che rende Chavez, secondo Lula, “il presidente più legittimo dell’America Latina“.
Quando nel 2011 si parla di radicalizzare il processo, non si tratta di “indurirlo”, ma di tornare a questo albero con tre radici e molti rami: il Bolivar ambientalista che adotta misure per impedire il massacro di Vicuña, il divieto del taglio di foreste senza permessi e la preservazione delle fonti d’acqua per l’agricoltura, il Bolivar nativista che restituisce le terre ai popoli originari e vietato la loro messa ai lavori forzati, il Bolivar dell’assegnazione dei terreni agricoli ai membri dell’esercito liberatore, il Bolivar promotore dell’educazione popolare, che nel 1829 decretò l’istruzione primaria obbligatoria (7) e creò l’Università di Cuzco, il Bolivar statista anti-imperialista che previde gli Stati Uniti “coprire l’America di miseria in nome della libertà” e che cerca di organizzare senza di essi il Congresso di Panama (1826) e, soprattutto, il Bolivar repubblicano per il quale la salute pubblica passa attraverso l’Assemblea permanente dei cittadini, costituente e legiferante: “Io credo più nella saggezza popolare che nei consigli dei saggi“.  Gli agenti del Nord America sparsi in tutto il continente fecero di questo credo democratico il loro principale obiettivo. La campagne di stampa martellano l’immagine di un “Cesare assetato di potere,  un dittatore pazzo da uccidere“, al fine di isolare e allontanare i popoli dal suo progetto di Unione di Repubbliche. Due secoli dopo, i media mainstream riciclano parola per parola la campagna.
La rivoluzione bolivariana continua a realizzare i suoi ideali democratici con l’aggiunta costante di nuovi diritti, con nuovi spazi che permettono al popolo di formare lo Stato. La legge del potere comunale, approvata di recente dall’Assemblea Nazionale, e al cui centro ha la comune organizzata dai cittadini, è ispirata dalle idee di Bolivar. E sebbene la dittatura dei media sia ancora viva (l’80% delle radio e della televisione cosi come la stampa, è di proprietà privata e dell’opposizione), la rivoluzione ha legiferato affinché uscissero dalla clandestinità centinaia di mezzi di comunicazione alternativi, popolari, critici, gestiti dagli stessi cittadini. “La democrazia è necessariamente rivoluzionaria“. “Necessariamente”? Perché porta a una maggioranza sociale troppo consapevole, troppo intelligente, perché possa essere manipolata come prima, e con essa nuove esigenze, nuove recensioni, nuovi interessi, che a loro volta richiedono modifiche sociali, culturali, economiche, istituzionali e così via.
La rivoluzione bolivariana sta scommettendo sull’intelligenza e sulla partecipazione di vari movimenti popolari. Recentemente, il sociologo brasiliano Emir Sader ha ricordato come l’università latino-americana è per lo più ripiegata su se stessa, tagliata dai popoli (8). Poche settimane fa, il professore di giornalismo cileno Pedro Molina Santander era a Caracas, per una discussione sugli studi di specializzazione presso l’Università Centrale. Ebbe la curiosità di raggiungere a piedi la vicina Università Bolivariana. Ha detto del contrasto immediato con la UCV: “c’è molto più pelle più scura, più manifesti, più rumore, più vita. La prima cosa che mi si dice è una sorpresa: si tratta di un’università pubblica, di recente creazione e gratuita! (…) Non posso fare confronti: in Cile non si creano più università pubbliche da 80 anni“, e racconta la dilagante mercificazione dell’istruzione superiore nel suo Paese, poi la sua emozione nel vedere offerto al popolo venezuelano una vasta letteratura a prezzi bassi e di ogni sorta, che gli ricordava le edizioni politiche Qimantu, create per lo stesso scopo, sotto il governo di Salvador Allende. (9)
Il professore di Bolívar, Simón Rodríguez, anche lui attraversò il deserto del Cile e del Perù, creando scuole dappertutto in cui si mescolavano mulatti, bianchi, indigeni, prima che l’oligarchia le chiudesse. Due secoli dopo, il Venezuela le riapre. Quasi la metà della popolazione studia, e l’UNESCO ha premiato il governo bolivariano per il suo sforzo di diffondere le nuove tecnologie dell’informazione tra i settori popolari. (10)  Alcuni “insegnanti di sinistra” non perdonano Chavez di avergli fatto perdere così il monopolio della critica. Alla fine della strada e al di là delle polemiche maggiori, l’Università Bolivariana continuerà il suo processo di decolonizzazione e la sua diffusione nelle comunità in tutto il Paese, facendo dell’università una periferia, e del popolo organizzato il suo centro, la sua intelligenza collettiva, il suo “intellettuale organico”. Una università i cui contenuti non saranno scelti dal “circuito chiuso” della classe media, ma dalle necessità della maggioranza sociale.
Come ripensare l’agronomia al servizio della sovranità alimentare? La ricerca scientifica in funzione della sanità pubblica e dello sviluppo nazionale? Come scrivere una storia popolare del Venezuela? Come rifondare il giornalismo dalla proprietà sociale dei mezzi di produzione delle informazioni? … “Il genio è uscito dalla bottiglia, nulla lo farà rientrare.”

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TEHERAN (IRIB) – Un messaggio di condoglianze commosso ed addolorato ed allo stesso tempo pieno di ammirazione.

Un messaggio senza precedenti quello rivolto all’intero Venezuela dal presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad che scrive uno dei più singolari messaggi che un presidente iraniano abbia mai inviato. Ecco quì sotto la versione integrale del messaggio da lui inviato:

“Nel nome di Dio, il Clemente, il Misericordioso.

Da Allah proveniamo ed a Lui verremo ricondotti,

Caro amico, egregio signor Nicolas Maduro

Rispettabile presidente del Venezuela facente funzioni,

lo spirito eccelso di un grande uomo, della dinastia dei grandi liberatori e dei sostenitori della giustizia, è volato in cielo immergendo un intero mondo nella tristezza. Il Venezuela ha perso un figlio possente e coraggioso, ed il mondo intero ha perso un leader saggio e rivoluzionario.

Con il mio più grande dolore porgo le mie condoglianze a tutti i popoli, soprattutto il grandioso popolo del Venezuela, la famiglia del defunto e lei stesso.

Hugo Chavez è un nome famigliare per tutti i popoli. Questo nome ricorda il sapore limpido della purezza e dell’affetto, il coraggio, la lealtà, l’amore per la gente, l’altruismo, lo sforzo incessante per servire la gente e soprattutto i diseredati e le vittime del colonialismo e dell’imperialismo.

Egli era un uomo profondamente fedele e rispettoso dei valori umani e divini e credeva nella via dei profeti e nella vittoria finale del bene sul male.

Con il suo coraggio si è opposto a tutte le ambizioni degli imperialisti e contemporaneamente ha sopportato la pressione pesante della propaganda a lui ostile, delle azioni ostili economiche, delle accuse e persino dei colpi di Stato.

Quel corpo imponente lui lo piegava per abbracciare un bambino di qualche anno ed accarezzarlo e cantare con lui gli inni di libertà della patria e trasmettergli l’amore che aveva per il suo popolo.

Hugo Chavez è stato il simbolo e l’erede di tutti i coraggiosi, i combattenti, i rivoluzionari della storia piena di gloria ed allo stesso tempo triste dell’America Latina e la personificazione dello spirito libero dei popoli oppressi di questa regione del mondo e di quello di tutti i popoli danneggiati dal colonialismo; era una bandiera, di giustizia, e di amicizia tra i popoli.

Era un punto di riferimento per tutti i rivoluzionari e gli amanti della libertà nel mondo.

Lui è il simbolo di un venezuelano amabile, appassionato, idealista, ed il popolo del Venezuela con grande maturità politica lo hanno scelto più volte come presidente della loro nazione e lo hanno aiutato negli alti e bassi e lui ha ricambiato usando ogni occasione per aiutare il suo popolo e tenere a testa alta il nome del Venezuela nel mondo.

Proprio su questa via, alla fine, ha dovuto dare anche la sua vita, ed è scomparso a seguito di una dubbia e misteriosa malattia.

In verità lui è “il martire” che ha sacrificato la sua esistenza per servire il popolo del Venezuela e difendere i valori umani e rivoluzionari ed anche se oggi, in apparenza, l’amico affettuoso e sorridente della gente, Hugo Chavez, non è più tra di noi, io sono sicuro che il suo spirito celeste ed il suo pensiero si diffonderà in una dimensione superiore nel cuore e nello spirito di tutta la popolazione dell’America Latina e del Venezuela e sorgerà tra tutti i popoli della Terra ed illuminerà dinanzi a noi la via della dignità e della gloria.

Hugo Chavez è vivo, fino a quando lo saranno l’amore e la libertà. Lui è vivo fino a quando lo saranno la fede, l’umanità e la purezza. Sarà vivo fino a quando saranno vivi i popoli e si batteranno per l’indipendenza e la giustizia.

Io non ho dubbi sul datto che lui tornerà un giorno, insieme a tutti i prescelti ed insieme al Messia e insiem all’unico discendente della progenie pura, l’uomo perfetto, che verrà per riempire la terra di pace, giustizia ed affetto.

Porgo un’altra volto il mio cordoglio per questa grandissima perdita e chiedo a Dio il Generoso di dare a voi ed al popolo del Venezuela e a tutti gli altri popoli, la felicità, la salute, il benessere e la gloria.

Il vostro amico e fratello Ahmadinejad

Presidente della Repubblica Islamica dell’Iran“

Fonte: http://italian.irib.ir/notizie/iran-news/item/122237-scomparsa-chavez-messaggio-di-cordoglio-di-ahmadinejad

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7 marzo 2013 – da TGCom24 – Venezuela, Chavez imbalsamato “come Lenin”

Maduro: “Il popolo così lo vedrà eternamente”. Oggi i funerali di Stato alle 11 a Caracas. Presente anche una delegazione dagli Stati Uniti

02:05 – Il corpo di Hugo Chavez “sarà imbalsamato affinché il popolo possa vederlo eternamente”, così come avviene “con Lenin, Mao, Ho Chi Minh”. Lo ha annunciato il presidente ad interim del Venezuela, Nicolas Maduro. Il feretro di Chavez è stato portato nella hall dell’Accademia militare di Caracas, dove oggi alle 11 si celebreranno i funerali di Stato. I resti sono stati accompagnati dalle autorità e da centinaia di migliaia di persone.

Il corpo del leader sarà esposto “ancora per altri sette giorni” presso l’Accademia militare di Caracas, ha aggiunto Maduro.Gente in piazza anche a Cuba – Anche migliaia di cubani si sono radunati oggi in piazza della Rivoluzione all’Avana, luogo simbolo della liturgia castrista, per rendere omaggio “all’amico di Cuba”. Tra la folla, erano presenti anche numerosi esponenti del governo di Raul Castro, che ha offerto ospitalità e cure mediche al presidente venezuelano nei due anni di lotta contro il cancro. Intanto in Venezuela, in attesa dei funerali, dai due fronti della politica, chavisti e antichavisti, già si pensa alle elezioni presidenziali. I rappresentanti delle forze dell’opposizione si sono accordati: a rappresentarli sarà Henrique Capriles, che alle elezioni del 7 ottobre era stato sconfitto al leader bolivariano morto lunedì. Capriles troverà quale rivale in Nicolas Maduro, ora presidente ad interim, delfino designato da Chavez l’8 dicembre.Quasi tutti i leader dell’America Latina ai funerali – Quasi tutti i leader dell’America Latina tranne il presidente paraguayano Federico Franco e la presidente argentina Cristina Kirchner saranno nella capitale venezuelana per partecipare ai funerali di Stato del presidente Hugo Chavez, secondo informazioni diffuse dal governo locale e dai diversi paesi del subcontinente. José Mujica (Uruguay), Evo Morales (Bolivia) sono già a Caracas, dove dovrebbero arrivare anche Dilma Rousseff (Brasile) Rafael Correa (Ecuador), Sebastian Pinera (Cile), Ollanta Humala (Perù) Enrique Pena Nieto (Messico) e Juan Manuel Santos (Colombia). A questi presidenti sudamericani si aggiungono quelli dell’America Centrale e dei Caraibi: Danilo Medina (Repubblica Dominicana), Porfirio Lobos (Honduras), Ricardo Martinelli (Panama), Mauricio Fynes (El Salvador) hanno confermato la loro presenza, mentre Daniel Ortega (Nicaragua) è già a Caracas.Il presidente paraguayano non parteciperà ai funerali di Stato perché il Venezuela e la maggior parte degli altri Paesi latinoamericani non riconosce la legittimità del suo governo, nato dall’impeachemnt del presidente Fernando Lugo nel giugno scorso: l’ex presidente, del resto, si trova già in Venezuela. Da Madrid è stata confermata la presenza del principe Felipe. La presenza più controversa sarà comunque quella del presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad.Ai funerali anche una delegazione Usa – La delegazione Usa che parteciperà al funerale di Hugo Chavez sarà composta dall’incaricato d’affari americano a Caracas e da due parlamentari democratici. Lo ha reso noto il Dipartimento di Stato.

Cristina Kirchner torna a Buenos Aires – La presidente argentina, Cristina Fernandez de Kirchner, è partita da Caracas per tornare a Buenos Aires e non assisterà ai solenni funerali di Stato del defunto presidente venezuelano Hugo Chavez, ha annunciato la stampa locale, citando fonti del governo.

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Venezuela: morto Chavez. Un intero popolo in lacrime

Segnalazione di www.nocensura.com

Il presidente non riesce a vincere la malattia. Il vice Maduro: “C’è un piano per destabilizzare lo Stato” e accusa “attaccato come Arafat”. In giornata erano stati espulsi due addetti militari dell’ambasciata Usa. Washington: “Accuse assurde”

La notizia è arrivata dopo una giornata molto convulsa, con gli alti vertici politico-militari venezuelani che si erano riuniti dopo l’aggravarsi delle condizioni di salute del presidente. ProprioMaduro aveva convocato il consiglio dei ministri, i 20 governatori socialisti delle regioni del paese e l’alto comando delle Forze Armate. Ufficialmente il motivo della riunione era una “valutazione del progresso del progetto nazionale per lo sviluppo del paese”. In serata la notizia della morte. “E’ un momento di profondo dolore”, ha detto Maduro, interrompendosi fra i singhiozzi, in un discorso televisivo alla nazione.
Lo stesso Maduro aveva denunciato anche l’esistenza di un “piano per destabilizzare” il Venezuela. Dietro la malattia e la morte di Chavez ci sarebbe un complotto. Il presidente si sarebbe ammalato perché “è stato attaccato”, come è successo con il leader palestinese Yasser Arafat. Una convinzione così profonda che sarebbe già pronta “una commissione speciale di scienziati”  che potrà confermare questa tesi.
“Non abbiamo dubbi sul fatto che il comandante sia stato attaccato con questa malattia”, ha aggiunto Maduro. “Si tratta di un tema molto serio”, ha proseguito il vicepresidente, aggiungendo che “gli storici nemici della nostra patria hanno cercato il modo per danneggiare Chavez”. “La destra corrotta” del Venezuela – ha proseguito Maduro riferendosi all’opposizione – vuole “distruggere il comandante e il suo lavoro” ed “ha sempre odiato il presidente: non c’è in loro nemmeno un minimo di compassione umana. Vogliono inoculare odio affinché la rabbia del nostro popolo si trasformi in violenza”. Ciò dovrebbe a sua volta “portare ad un intervento estero”.
Il Venezuela ha espulso due addetti militari dell’ambasciata Usa per aver agito a favore della destabilizzazione del Paese. Il primo è David Del Monaco accusato da Maduro di essere tra i “nemici della patria” che hanno “provocato alterazioni”, e cioè sabotato, “il sistema elettrico del paese, generando il caos”. Il secondo è David Kostal, anch’egli facente parte della rappresentanza dell’Aviazione Usa presso la sede diplomatica. Kostal è stato “dichiarato persona non grata”. Entrambi sono accusati di aver “proposto piani cospiratori” a ufficiali venezuelani in servizio attivo per indurli a organizzare un golpe contro Chavez.
Rivolgendosi alla Nazione in diretta televisiva Maduro aveva sottolineato come Chavez stesse “attraversando le ore più difficili” e “le circostanze peggiori che gli è toccato vivere dall’istante stesso della sua ultima operazione chirurgica” per l’asportazione di un tumore, l’11 dicembre scorso all’Avana, quarto intervento del genere in meno di un anno e mezzo. Anche il Paese, ha incalzato Maduro, deve fare i conti con il “momento più delicato” della sua storia recente: “Pace e vittoriaper questa nostra patria che sta al fianco del nostro Comandante”, ha aggiunto il numero due del regime, delfino e sostituto di fatto di Chavez. Questi, aveva confermato, soffre di una “infezione molto grave”, e di “complicazioni nella situazione respiratoria”. I medici sono costantemente al capezzale del 58enne paziente per curarlo, aveva concluso Maduro, il quale ha infine invitato il popolo venezuelano a “pregare” per il proprio leader.
Nonostante ciò, il comandante presidente continua ad essere “aggrappato a Cristo e alla vita”, aveva aggiunto il ministro per la comunicazione Ernesto Villegas, ricordando che Chavez stava seguendo le indicazioni ordinate dall’equipe medica dell’Hospital Militar di Caracas dove si trovava da un paio di settimane, dopo le cure ricevute in una clinica all’Avana. Il governo è accanto ai familiari del presidente “in questa battaglia piena d’amore e spiritualità”, aveva aggiunto Villegas, il quale ha lanciato un appello al popolo venezuelano “per rimanere in lotta, incolume davanti alla guerra psicologica dispiegata dai laboratori stranieri ed amplificati dalla destra corrotta venezuelana”. Tali ambienti puntano a “favorire scenari di violenza quale pretesto per un intervento straniero nel paese”, aveva aggiunto il portavoce, denunciando “i nemici storici di Hugo Chavez. L’unità e la disciplina sono ora le basi per garantire la stabilità politica della patria”.
Chavez era rientrato una quindicina di giorni fa a Caracas da Cuba, dove lo scorso 11 dicembre era stato sottoposto alla sua quarta operazione contro il cancro. Proprio per ragioni di salute, il capo dello Stato non si era ancora insediato per un altro mandato, a seguito della sua netta vittoria alle presidenziali dello scorso 7 ottobre. La Corte suprema, a gennaio, aveva congelato la cerimonia di giuramento e concesso al presidente tutto il tempo possibile.
Durante il fine settimana, il vicepresidente Nicolas Maduro aveva reso noto che Chavez stava affrontando un nuovo e duro ciclo di chemioterapia, che non gli impediva – era stato precisato – di governare il paese dal suo letto di ospedale. Tali considerazioni erano state subito messe in discussione dall’opposizione ‘antichavista‘, secondo la quale il presidente era ormai in fase terminale, non più in grado di svolgere le sue funzioni.
Proprio per queste ragioni, l’opposizione aveva invitato il governo a fornire informazioni più complete sullo stato di salute di Chavez. La richiesta era stata fatta propria tra l’altro anche da un gruppo di studenti che da giorni ormai si erano incatenati in una strada vicino all’ospedale militare diCaracas, dove era ricoverato dal 18 febbraio Chavez, per chiedere al governo di dire la verità. In questi tre mesi di assenza dalla scena politica, il governo di Caracas aveva pubblicato solo quattro foto che mostrano Chavez provato ma sorridente, tra le figlie, nel letto dell’ospedale all’Avana. Il presidente ha trascorso 70 giorni all’Avana, e, dopo un intervento chirurgico “alla zona pelvica”, aveva subito una tracheotomia per aiutare la respirazione dopo un’infezione ai polmoni.

Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/05/venezuela-morto-hugo-chavez-malattia-indotta-nemici-storic/520662/

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8 marzo 2013 – da TGCom24 – Venezuela, stampa: “Chavez è morto a Cuba”

Un giornale spagnolo rivela: “La bara che ha sfilato per Caracas non conteneva la sua salma”

16:08 – Hugo Chavez sarebbe morto a Cuba e la bara che ha sfilato durante oltre sette ore attraverso Caracas e alla quale hanno reso omaggio centinaia di migliaia di venezuelani non avrebbe contenuto la sua salma. Lo sostiene il quotidiano spagnolo ABC, citando fonti militari venezuelane. I funerali del presidente “bolivariano” sono previsti per oggi.

Chavez, quindi, non sarebbe morto nell’ospedale Militare di Caracas, ma a Cuba, dove il presidente era stato portato per un ultimo e disperato tentativo di salvare la sua vita. Da qui il suo corpo sarebbe stato portato direttamente all’Accademia Militare di Fuerte Tuina, dove centinaia di migliaia di persone stanno salutando il leader bolivariano.Fonti militari: “Messa in scena del governo” – Secondo Abc “l’inganno della processione costituisce una nuova messa in scena del governo, che si aggiunge alla lunga lista di bugie con le quali il chavismo ha riempito gli ultimi mesi della vita del leader”. “Volevano mostrare un bagno di folla con un chiaro interesse politico, permettendo che la gente potesse perfino toccare il feretro, quello falso, senza mettere a rischio l’integrità fisica di quello vero”, ha detto una delle fonti militari del giornale madrileno.“Il corpo tenuto mercoledì nei sotterranei dell’Accademia Militare” – Il decesso, scrive il quotidiano, risalirebbe a martedì scorso all’Avana intorno alle 7 del mattino (ora locale) e il suo cadavere sarebbe stato trasportato durante la notte fino alla base aerea Generalisimo Francisco de Miranda, a Caracas, più vicina al Forte Tiuna dell’aeroporto internazionale civile di Maiquetia. La salma di Chavez, proseguono le fonti, sarebbe quindi stata esaminata nel centro medico della base, che si trova a circa 200 metri dall’Accademia Militare, e composta con l’uniforme militare. Durante la giornata di mercoledì, il corpo sarebbe stato tenuto nei sotterranei dell’Accademia.

“A Caracas processione con una bara vuota” – Nel frattempo, una bara simile, vuota o con qualche peso al suo interno, è stata portata all’ospedale Militare, da dove è partita mercoledì la processione funebre. Al suo arrivo all’Accademia, duranti i pochi minuti in cui il feretro non è stato ripreso dalle telecamere, si è proceduto alla sostituzione della bara finta con quella vera, prima della sua esposizione.

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A poche ore dall’annuncio shock che porterà il Venezuela a nuove elezioni entro 30 giorni, spuntano nuove indiscrezioni provenienti dalla Russia, secondo il vecchio adagio che i nemici dei miei nemici, in fondo, sono miei amici. Ecco quindi un lungo rapporto di Russia Today sul progetto Backyard con cui gli USA hanno trattato le questioni del Sud America come quelle di un giardino di casa da curare. Sfruttando i documenti di Wikileaks, siamo in grado di ricostruire i movimenti di intelligence avvenuti in Venezuela prima dell’aggravarsi delle condizioni di salute di Chavez.

In tal caso ci sono due aspetti che vengono evidenziati. Il primo riguarda Stratfor, una società che si occupa di pubblicazioni di intelligence che oltre a collaborare con il Dipartimento Statunitense di Sicurezza Nazionale, i Marines e le agenzie di Intelligence USA, ha tra i suoi clienti una serie di compagnie private legate al settore militare come Bhopal’s Dow Chemical Co., Lockheed Martin, Northrop Grumman, Raytheon.

Il secondo aspetto riguarda CANVAS, un nuovo settore dell’intelligence americana, installata in Serbia che si è resa protagonista di una serie di processi legati all’applicazione di particolari tecniche molto sfruttate dopo i cambiamenti traumatici generati dalla Primavera araba del 2011.

Il CANVAS, o Centro per l’Applicazione di Strategie e Azioni non Violente, ha operato attivamente in Venezuela, chiedendo il supporto logistico di Stratfor, come dimostrato da un messaggio finito tra i cables di Wikileaks:

Quando qualcuno chiede il nostro aiuto, come nel caso del Venezuela, noi chiediamo “e come vorresti farlo?” Quello che significa è che prima facciamo un’analisi situazionale (il file doc che ti ho inviato) e dopo arriva lo “Missione” (ancora da implementare) ed il “Concetto Operazionale” che è il piano per la campagna…Per questo caso abbiamo tre campagne: unificare l’opposizione, una campagna per le elezioni del Settembre 2010 e una campagna parallela da “esci e vota”.

Ma dai files carpiti all’intelligence da Wikileaks sul Venezuela, si scopre che il contractor scelto per seguire da vicino il governo Chavez è la Phoenix Worldwide Industries, che fa capo ad una struttura dell’intelligence situata a Miami, in Florida e che si occupa di attenzionare l’ex leader venezuelano intercettatori di trasmissioni telefoniche, stazioni satellitari di intercettamento per telefonate, camion e furgoni di copertura, videocamere spia miniaturizzate e centinaia di altre apparecchiature, compresa una centrale di addestamento per gli ufficiali da infiltrare nell’intelligence venezuelana con sede a Miami.

I collegamenti tra queste strutture e l’opposizione schierata contro Chavez rendono potenzialmente esplosiva la situazione in Venezuela, dove i nuovi assetti del paese sono estremamente importanti data la politica di totale opposizione imposta contro le multinazionali americane del petrolio e del comparto agro-alimentare.

Fonte: http://news.cloudhak.it

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14 marzo 2013
Il PCV propone misure per creare una nuova base materiale verso la transizione socialista
 
Tribuna Popular | tribuna-popular.org
Caracas, 25/02/2013
Il Partito Comunista del Venezuela (PCV) ha proposto questa mattina che lo Stato venezuelano assuma il monopolio sulle importazioni per porre fine alla speculazione e la fuga di dollari dal paese fatta da uomini d’affari senza scrupoli. Tutto questo nel quadro di una serie di misure economiche dirette a passare dallo Stato capitalista dipendente, rentier e improduttivo che ancora esiste, per creare una base sociale produttiva in Venezuela.
Oscar Figuera nel precisare alcune delle misure economiche avanzate, ha chiarito che il PCV non sta proponendo misure di carattere socialista, ma misure transitorie per creare la base materiale di sviluppo che permetta la costruzione futura del socialismo.
“Non stiamo proponendo, né proporremo misure che possono considerarsi socialiste, perché se non abbiamo creato la base materiale, né abbiamo trasformato la base materiale di carattere capitalistico, è molto difficile oggi proporre misure socialiste”, ha affermato.
Il Partito Comunista ha sviluppato lo scorso fine settimana una giornata di analisi dell’economia venezuelana, nel suo carattere capitalistico dipendente, rentier, mono-esportatore e multi-importatore, molto inefficiente e poco produttivo, le distorsioni che presenta il suo sviluppo e la necessità di sviluppare misure, che non solo sono destinate a risolvere situazioni imminenti che si presentano nella macroeconomia, ma che puntano all’approfondimento delle trasformazioni dell’economia “che consentano davvero, di aprire in prospettiva a un processo che va oltre il quadro del capitalismo per avanzare nella fase di transizione al socialismo”, ha detto Figuera.
“Dal punto di vista del Partito Comunista, nonostante tutte le conquiste che questo processo (governo bolivariano) ha significato per il popolo venezuelano, in particolare il tentativo di porre rimedio al grande debito sociale storico che ha con la maggior parte del popolo – istruzione, alimentazione, alloggi e l’innalzamento della qualità della vita – riteniamo che ancora non si stia avanzando nella direzione della costruzione della base materiale e dello sviluppo delle forze produttive necessario, fondamentale per poter parlare di una fase di transizione nella direzione della costruzione della società socialista “, ha precisato il segretario generale del PCV.
Per questo il PCV non propone misure che possono essere di carattere socialista, perché la sua base materiale non si è ancora costruita, ma proposte che vanno nella direzione della costruzione della sua base materiale.
“Quello che proponiamo è un insieme di proposte per spezzare la spina dorsale, il modello rentier e di accumulazione parassitaria che continua ad esistere nel nostro paese”, ha detto Figuera, ribadendo la valutazione positiva degli immensi progressi sociali raggiunti dal popolo in questi 14 anni del governo del presidente Chavez.
Proposte
Alcuni delle misure che ha delineato il dirigente comunista alla stampa, fanno parte del Programma del Partito Comunista del Venezuela attualmente in vigore e che è andato sviluppandosi tra Congresso e Congresso.
1 – Lo Stato deve esercitare il monopolio assoluto sul commercio estero. Il PCV ritiene che esistano le condizioni per cui lo Stato eserciti il monopolio assoluto, sia nelle esportazioni che nelle importazioni.
Nelle esportazioni, che sono fondamentalmente di carattere petrolifero, già esiste il monopolio su di esse da parte dello Stato venezuelano. “Ma una delle segnalazioni fatte riguardo al Sistema di transazioni per i titoli in valuta estera (SITME) e alla Commissione nazionale di amministrazione delle valute (CADIVI) è come, il Sitme, sia stato indebitamente usato per settori che richiedono dollari per importare merci che alla fine non arrivano. Questo è necessario controllarlo”, ha detto Figuera. Il SITME è stato utilizzato per introdurre dollari nel paese e reindirizzarli nel mercato speculativo, senza alcun controllo.
Pertanto, il PCV ritiene sia necessario che una delle iniziative da adottare sia di decretare che l’acquisizione di beni importati venga effettuata solo attraverso un organismo centrale dello Stato venezuelano.
2 – E’ giunto il momento della nazionalizzazione della Banca venezuelana. Si tratta di una misura necessaria per porre fine alla speculazione delle valute nel paese.
3 – Industrializzazione del paese. Questa misura, insieme con le precedenti, dovrebbe dare impulso all’industrializzazione del paese, cosa che non è mai esistita in Venezuela, giacché il sistema capitalista si è dedicato solo ad appropriarsi della rendita petrolifera a beneficio di pochi. Con essa si deve avanzare nella trasformazione dell’economia venezuelana.
4 – Adozione di una serie di misure compensative per “l’aggiustamento dei tassi di cambio”. Oltre alle misure in corso di attuazione da parte del governo venezuelano attraverso le catene di commercializzazione di alimenti – Mercal, Pdval – che sono strumenti di sussidio diretto al popolo venezuelano, come il sistema pensionistico che raggiunge già più di 2 milioni di beneficiari.
Oltre a questo, il PCV propone l’aumento del salario minimo, la cui percentuale è in fase di studio da parte del Partito e sarà resa pubblica a breve, entro il mese di maggio, quando il governo – come ha fatto nel corso di questi anni – annuncerà il suo riallineamento.
Ma questo aumento deve svilupparsi intorno ai salari superiori in forma scaglionata e progressiva in base al reddito delle persone.
Altre misure, il cui dovere è dello Stato venezuelano, riguardano la promozione della discussione dei Contratti Collettivi.
Per il PCV, nel quadro del contesto in cui si trova la società venezuelana, che si riflette nelle importanti conquiste del popolo, i lavoratori le terranno in considerazione al momento della discussione dei Contratti Collettivi.
Inoltre, “l’esercizio delle discussioni dei Contratti Collettivi eleva la coscienza e i livelli di organizzazione dei lavoratori e lavoratrici”, ha sottolineato Figuera.
Per il PCV, in una genuina rivoluzione l’interesse è che i lavoratori e le lavoratrici elevino il loro livello di coscienza e di organizzazione, al fine di svolgere un ruolo maggiormente protagonista nel processo di cambiamento.
Il tema delle discussioni dei Contratti Collettivi, in ​​ogni momento è fondamentale, “ma in questo momento consideriamo che vi sia un ruolo determinante nell’attenzione delle richieste della classe lavoratrice venezuelana”.
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13 marzo 2013
TEHERAN (RADIO ITALIA IRIB) – “Anche senza Chavez il mondo è comunque pieno di dittatori”. E’intitolato cosi’ un articolo dell’8 Marzo firmato da Anna Mazzone su Panorama (http://news.panorama.it/esteri/Anche-senza-Chavez-il-mondo-e-comunque-pieno-di-dittatori) che scrive un “incredibile” articolo.

E’ davvero difficile credere che una persona arrivi ad un livello tale da poter scrivere certe cose ed e’ veramente impensabile che un periodico, anche se caduto molto in basso, possa pubblicare simili farneticazioni.

Andiamo avanti poco alla volta. Iniziamo dal titolo “Anche senza Chavez il mondo è comunque pieno di dittatori”. La domanda ora e’ questa:

1) Chavez, dittatore o meno, e’ morto ed e’ veramente cultura italiana, cristiana, cattolica, o addirittura laica parlare male di un Capo di Stato defunto?

2) Ma allora perche’ Napolitano, Hollande e la quasi totalita’ dei leaders occidentali hanno voluto mandare un messaggio di cordoglio riconoscendo il grande impegno di Chavez, in vita, per il suo popolo?

Ma non finisce qui’ perche’ si prosegue nell’articolo parlando dei dittatori rimasti nel mondo “Feroci, kitsch o romantici, la mappa dei regimi del pianeta, dall’Azerbaijan a Cuba, passando per Zimbabwe ed Iran”.

E qui’ subito una domanda che riteniamo nuovamente importante.

3) Chi ha autorizzato questa testata “di m***” (perche’ quando ci vuole ci vuole) di offendere i governi di paesi indipendenti?

Nessuno ha il diritto di offendere 75 milioni di iraniani che votano e vogliono la Repubblica Islamica. Nessuno ha il diritto di offendere Cuba con il suo leader che al contrario di tanti altri politici e’ invece una persona onesta ed amata dal suo popolo.

Ma leggiamo ancora: “In vetta alla classifica dei dittatori mondiali spicca, e non solo per l’attualità, il raìs siriano Bashar al Assad”.

Ancora domanda:

4) Sulla base di quale parametro avviene questa ‘saggia’ interpretazione?

Sinceramente a detta degli esperti persino occidentali oltre il 50% della popolazione siriana sostiene pienamente il governo Assad. Panorama dimentica forse che il governo uscente italiano non aveva (da quello che si e’ appreso dal voto) nemmeno il 10% dei voti?

Poi arriva la sezione sull’Iran: “In quanto a dittature, l’Iran meriterebbe un capitolo a parte. Il presidente Mahmoud Ahmadinejad (grande amico del defunto Hugo Chavez) ha soffocato nel sangue il movimento di protesta Onda Verde, che manifestava contro la sua rielezione a giugno del 2009″.

Domanda:

5) Come si fa a scrivere qualcosa su una nazione quando non si nulla su questa?

In Iran le forze armate e di sicurezza non sottostanno al governo percio’ in ogni caso Ahmadinejad non avrebbe potuto, anche volendolo, soffocare nessuna protesta. E poi ormai lo sa tutto il mondo che cio’ che avvenne quell’anno fu un tentativo di rivoluzione colorata.
Non stiamo a commentare oltre le farneticazioni di questi pennivendoli ma concludiamo con qualche riflessione.

Visto che Panorama ci fa il grande favore di presentarci i “regimi dittatoriali” ci potrebbe presentare anche le “democrazie”?

1) Ci presentate per favore il democratico governo di Israele, che ha democraticamente occupato con crimini contro l’umanita’ territori altrui fondando un regime fasullo e facendo della guerra e della morte la propria politica principale. Ci parlate della democrazia, li’, nei territori da dove arrivano gli ordini ai vostri padroni, degli autobus per palestinesi e israeliani che sono divisi, delle scuole divise per ebrei dell’ovest e dell’est, del muro dell’Apartheid, delle bombe su Gaza, delle torture dei prigionieri palestinesi, degli arresti arbitrari, dell’assedio contro la gente comune per farla morire di fame?

2) Ci presentate la democrazia negli Usa, soprattutto nelle prigioni di Guantanamo ed Abu Ghraib, di quella democrazia volante dal nome ‘droni’ che si aggira per i cieli del mondo per uccidere la gente riunita per un matrimonio e poi andare a raccontare che erano terroristi? Ci parlate di quella democrazia che ha usato la bomba atomica, che dal 1945 ad oggi ha effettuato 50 colpi di Stato in tutto il mondo, che ha ucciso anche questo stesso Chavez, che ha 113 basi in Italia, che ha ucciso Calipari, che ha compiuto gesta come quella del Cermis, che vi mette la gente a Niscemi in un grande forno a microonde, ecc…?

3) E le altre democrazie non dimenticatele, ok? Le democrazie che ne so tipo la Francia, con la sua guerra umanitaria e democratica in Mali, o la Gran Bretagna con la sua lunga storia di colonialismo democratico che ancora oggi 2013 anni dopo la nascita di Cristo occupa terre altrui e cio’ lo confermano anche l’Onu ed ecc…

4) Visto che vi piace l’Oriente vogliamo parlare della democrazia di sua Maesta’ Abdullah d’Arabia Saudita, che se i becca in Arabia con una Bibbia in tasca ti mette in galera, che solo 4 anni fa’ ha accettato di dare alle donne la carta d’identita’ (prima non venivano censite come gli animali) e che non le fa guidare, o che taglia ancora la mano ai ladri o se persino sei musulmano ma non sunnita va a finire che ti da un bel colpo di scimitarra sul collo? E le democrazie del Bahrain, dove la gente muore perche’ non vuole il re, dello Yemen, di tanti altri paesi, non ve le scordate.

Ps: Noi abbiamo usato il vostro stile ma se ben abbiamo capito “democrazia” significa essere criminali e assetati di sangue ed invece “regime” e “dittatura” significa amare il popolo e lavorare per il suo benessere. In ogni caso chiediamo ulteriori spiegazioni…

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L’ARTE DELL’ASSASSINIO “LEGALE”: HUGO CHAVEZ NELLA LISTA NERA DEGLI “STATI UNITI INC.”

DI WILLIAM BLUM
globalresearch.ca

Una volta scrissi a proposito del Presidente del Cile Salvador Allende: Washington non ha visto eresie nel Terzo Mondo, ma genuina indipendenza. Nel caso di Salvador Allende l’indipendenza si è presentata vestita in uno speciale costume provocatorio- un marxista costituzionalmente eletto che ha intenzione di onorare la stessa costituzione. Questo proprio non s’ha da fare. Fece vacillare le pietre fondanti sulle quali è stata costruita la torre dell’anti-comunismo: la dottrina, accuratamente coltivata per decenni, che i “comunisti” potessero salire al potere solo attraverso la forza e l’inganno e che potessero mantenere questo potere solo terrorizzando e facendo il lavaggio del cervello alla popolazione. Poteva esserci solo una cosa peggiore di un marxista al potere- un marxista eletto al potere.

Non c’era nessuno nell’intero Universo che coloro che posseggono e controllano gli “Stati Uniti, Inc.” volessero vedere morto più di Hugo Chavez.

Lui era peggiore di Allende e di Fidel Castro.

Peggiore di ogni altro leader mondiale fuori dal fronte americano, per aver detto apertamente e nel modo più energico possibile cosa sta dietro l’imperialismo USA e la sua crudeltà.

Ripetutamente. Costantemente. Dicendo cose che non ci si aspetterebbe da un capo di stato, alle Nazioni Unite, in un modo scioccante nei confronti di George W. Bush. In tutta l’America Latina, organizzando la regione come dei blocchi contrapposti al potere imperialista degli USA.

Chi mi conosce da più tempo sa che io non sono proprio un teorico cospirazionista. Ma quando qualcuno come Chavez muore alla giovane età di 58 anni non ho dubbi sulle circostanze. Un cancro inarrestabile, infezioni respiratorie incurabili, un infarto improvviso, uno dopo l’altro… Si sa bene che durante la guerra fredda la CIA lavorò diligentemente allo sviluppo di sostanze che erano in grado di uccidere senza lasciare tracce. Mi piacerebbe vedere il governo venezuelano sondare ogni possibile via investigativa per ottenere infine un’autopsia.

Ritornando indietro al dicembre 2011, Chavez, già in cura per il cancro, si domandò: “ Sarebbe davvero così strano che abbiano inventato la tecnologia per combattere il cancro e noi non avessimo la possibilità di conoscerla se non tra 50 anni?”. Il presidente venezuelano parlava il giorno dopo che la presidente di sinistra dell’Argentina, Cristina Fernandez de Kirchner, annunciò che le era stato diagnosticato un tumore alla tiroide. Ciò avvenne dopo che altri tre leader di sinistra latinoamericani avevano ricevuto una diagnosi di cancro: il presidente del Brasile, Dilma Rousseff, quello del Paraguay Fernando Lugo e l’ex presidente del Brasile Luiz Inacio da Silva.

“Evo, prenditi cura di te. Correa, stai attento. Non si può mai sapere”, questo disse Chavez, riferendosi al presidente boliviano, Evo Morales e a Rafael Correa, il presidente dell’Equador, entrambi leader di sinistra.

Chavez disse di aver ricevuto parole di monito da Fidel Castro, anch’egli bersaglio di migliaia di piani di assassinio bizzarri da parte della CIA. “Fidel mi ha sempre detto: Chavez, fa’ attenzione. Questa gente ha sviluppato la tecnologia. Sei troppo indifeso. Fai attenzione a ciò che mangi e a ciò che ti danno da mangiare… un piccolo ago e ti iniettano chissà cosa”. (1)

Quando il vice presidente Nicolas Maduro parlò di un possibile coinvolgimento dell’America nella morte di Chavez, il Capo di Stato americano definì assurda questa illazione. (2)

Diverse organizzazioni USA hanno archiviato un “Atto per la libertà dell’informazione” richiesto dalla CIA, nel quale si domanda per “ogni informazione riguardante piani di avvelenamento o assassinio ai danni del Presidente del Venezuela Hugo Chavez, appena deceduto”.

Io personalmente ritengo che Hugo Chavez sia stato assassinato dagli Stati Uniti. Se la sua morte non fosse indotta, la CIA – che ha tentato di assassinare più di 50 leader stranieri, molti con successo- (3) non starebbe facendo il suo lavoro.

Quando Fidel Castro si ammalò molti anni dopo, i media di opinione americani si accanirono su quante possibilità aveva il sistema socialista cubano di sopravvivere alla sua morte. La stessa congettura è in voga adesso per il Venezuela. La mente Yankee non riesce a comprendere come grandi masse di persone possano uscire dal capitalismo quando gli viene data una buona alternativa. Dev’essere il risultato di un dittatore in grado di manipolare la gente; tutto riposa nell’unico uomo la cui morte ha segnato la fine del processo.

E’ la fine del mondo… ancora

Il comitato per gli affari pubblici israelo- americani (AIPAC) recentemente riunito a Washington ha prodotto il classico discorso apocalittico circa il possesso imminente da parte dell’Iran delle armi nucleari e di una bomba che possa colpire Israele e gli Stati Uniti. Dunque ancora una volta devo ricordare a tutti che questa gente- ufficiali americani e israeliani- non sono davvero spaventati da un attacco iraniano. Qui ci sono alcune delle loro tante frasi precedenti: Nel 2007, in una discussione a porte chiuse, il ministro degli esteri israeliano Tzipi Livni disse che secondo lei “le armi nucleari iraniane non sono un pericolo per l’esistenza di Israele”. Anche lei criticò “l’uso smodato che il Primo Ministro (israeliano) Ehud Olmert sta facendo del caso della bomba iraniana, affermando che si sta sforzando di manifestare al pubblico intorno a lui le sue più basse paure”. (4)

2009: “Un ufficiale senior, israeliano, di stanza a Washington”, secondo quanto riportato dal Washington Post (5 marzo), asserì che “l’Iran difficilmente userà i suoi missili in un attacco (contro Israele) per paura di una sicura rappresaglia”.

Nel 2010 il Sunday Times di Londra (10 gennaio) riportò la notizia che il Generale di Brigata Uzi Eilam, eroe di guerra, pilastro della dirigenza che controlla la difesa di Israele, nonché ex direttore generale della Commissione per l’Energia Atomica, affermò: “Credetemi, ci vorranno almeno sette anni per vedere l’Iran dotato di armi nucleari”.

Gennaio 2012: il Segretario alla difesa Leon Panetta afferma in tv: “Sta cercando (l’Iran) di sviluppare armi nucleari? No, ma sappiamo che stanno cercando di sviluppare una capacità nucleare”. (5)

Dopo un mese si è potuto leggere sul New York Times (15 gennaio) che “tre esperti della sicurezza israeliani di alto profilo- il capo Mossad, Tamir Pardo, l’ex capo Mossad, Efraim Halevy, e un ex capo militare dello staff, Dan Haluz- hanno recentemente dichiarato che un Iran nuclearizzato non porrebbe dei problemi di natura esistenziale ad Israele”.

Poi, dopo pochi giorni, il Ministro della Difesa Ehud Barak, in un colloquio con la Radio dell’Esercito Israeliano (18 gennaio) ha detto quanto segue:

Domanda: l’opinione di Israele è che l’Iran non abbia ancora intenzione di cambiare il suo potenziale nucleare in armi di distruzione di massa?

Barak: La gente chiede se l’Iran sia determinato a sfuggire al regime di controllo (ispezione) ora… cercando di ottenere armi nucleari o una installazione operativa più velocemente possibile.

Apparentemente non è questo il caso.

Il 20 aprile 2012 in una intervista alla CNN, Barak ripetè questo punto di vista: “E’ vero che probabilmente (il leader iraniano) Khamenei non ha dato ordini per partire con la costruzione di armi (nucleari)”.

(6) E in tante altre occasioni, Barak ha affermato: “l’Iran non costituisce un problema serio per Israele”. (7)

Infine, il Direttore di servizi segreti americani, James Clapper, nel gennaio del 2012, disse al Congresso: “Non sappiamo, comunque, se l’Iran deciderà infine di costruire armi nucleari”… Ci sono “alcune cose che (gli iraniani) non hanno fatto” che sarebbero necessarie per la costruzione di una testata. (8)

Dunque perché, poi, i leader israeliani e americani, in molte altre occasioni, hanno mantenuto la retorica apocalittica? Un po’ perché l’AIPAC continua a ricevere ingenti donazioni; da Israele, per ricevere più appoggio possibile dagli USA; dai leader israeliani, per vincere le elezioni. Per proteggere lo status “dorato” di Israele come unico detentore del nucleare nel Medioriente.

Ecco cosa dice Danielle Pletka, vice presidente per gli esteri e per gli studi della politica difensiva in uno dei più importanti gruppi di esperti neo- conservatori, l’American Enterprise Institute: Il problema più grosso per gli Stati Uniti non è che l’Iran si doti di armi nucleari e le testi, ma che se ne doti e non ne faccia uso. Perché poniamo non facciano niente di male, tutti i detrattori potranno venire qui e dire: “Avete visto? Vi avevamo detto che l’Iran era una potenza responsabile. Vi avevamo detto che l’Iran non aveva intenzione di dotarsi di armi nucleari per usarle nell’immediato”… e potranno infine affermare che l’Iran con l’arma nucleare non è un problema. (9)

William Blum
Fonte: http://www.globalresearch.ca
Link: http://www.globalresearch.ca/the-precious-art-of-assassinating-legally-hugo-chavez-on-the-hit-list-of-united-states-inc/5326298
11.03.2013

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di DANIELE FRAU

NOTE

1) The Guardian (London), December 29, 2011
2) Huffington Post, March 7, 2013
3)http://killinghope.org/bblum6/assass.htm
4) Haaretz.com (Israel), October 25, 2007; print edition October 26
5)“Face the Nation”, CBS, January 8, 2012
6) Washington Post, August 1, 2012
7)Iran Media Fact Check, “Does Israel Consider Iran an ‘Existential Threat’?”
8)The Guardian (London), January 31, 2012
9) Political Correction, “American Enterprise Institute Admits The Problem With Iran Is Not That It Would Use Nukes”

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17 marzo 2013

Per concessione di Tlaxcala

Deceduto il 5 marzo 2013 all’età di 58 anni a causa del cancro, il presidente Hugo Chavez ha segnato per sempre la storia del Venezuela e dell’America Latina.

CHAVEZ-50di Salim Lamrani – lapluma.net.
Tradotto da Alba Canelli per Tlaxcala.

1. Mai nella storia dell’America Latina, un leader politico aveva raggiunto una legittimità democratica così incontestabile. Fin dal suo arrivo al potere nel 1999, sedici elezioni hanno avuto luogo in Venezuela. Hugo Chavez ne ha vinte quindici, l’ultima il 7 ottobre 2012. Ha sempre battuto gli avversari con una differenza di 10-20 punti

2. Tutte le organizzazioni internazionali, dall’Unione Europea all’Organizzazione degli Stati Americani, attraverso l’Unione delle Nazioni Sudamericane e il Centro Carter unanimemente hanno riconosciuto la trasparenza delle elezioni.

3. James Carter, ex presidente degli Stati Uniti, dichiarò che il sistema elettorale  venezuelano era il “migliore del mondo”.

4. L’accesso universale all’istruzione attuata dal 1998 ha avuto risultati eccezionali. Circa 1,5 milioni di venezuelani hanno imparato a leggere, scrivere e contare, grazie alla campagna di alfabetizzazione, chiamata Missione Robinson I.

5. Nel dicembre 2005, l’UNESCO ha dichiarato che l’analfabetismo era stato sradicato in Venezuela.

6. Il numero di bambini che frequentano la scuola è passato da 6 milioni nel 1998 a 13 milioni nel 2011 e il tasso di scolarizzazione nella scuola primaria è ora del 93,2%.

7. La Missione Robinson II fu lanciata al fine di far raggiungere a tutta la popolazione il livello universitario. Pertanto, il tasso di iscrizione alla scuola secondaria è aumentato dal 53,6% nel 2000 al 73,3% nel 2011.

8. Le missioni Ribas e Sucre hanno permesso a centinaia di migliaia di giovani adulti di intraprendere gli studi universitari. Così, il numero di studenti è passato da 895.000 nel 2000 a 2,3 milioni nel 2011, con la creazione di nuove università.

9. Nell’ambito della salute, il Servizio Sanitario Nazionale pubblico è stato creato per garantire l’accesso all’assistenza sanitaria gratuita a tutti i venezuelani. Tra il 2005 e il 2012, sono stati creati in Venezuela 7.873 centri medici.

10. Il numero di medici ogni 100.000 abitanti è aumentato da 20 nel 1999 a 80 nel 2010, con un incremento del 400%.

11. La Missione Barrio Adentro ha permesso di effettuare 534 milioni di visite mediche. Circa 17 milioni di persone poterono essere curate, mentre nel 1998, meno di 3 milioni di persone avevano regolare accesso alle cure. 1.700.000 di vite sono state salvate tra il 2003 e il 2011

12. Il tasso di mortalità infantile è sceso dal 19,1 per mille del 1999 al 10 per mille nel 2012, che significa una riduzione del 49%.

13. L’aspettativa di vita è aumentata da 72,2 anni nel 1999 a 74,3 anni nel 2011.

14. Grazie all’Operazione Miracolo lanciata nel 2004, 1,5 milioni di venezuelani affetti da cataratta e altre malattie dell’occhio, hanno riacquistato la vista.

15. Dal 1999 al 2011, il tasso di povertà è passato dal 42,8% al 26,5% e il tasso di povertà estrema dal 16,6% al 7%.

16. Nella classifica dell’Indice di Sviluppo Umano del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, il Venezuela è passato dall’ottantatreesimo posto nell’anno 2000 (0,656) al settantatreesimo posto nel 2011 (0,735), ed è entrato nella categoria delle nazioni con un indice di sviluppo umano elevato.

17. Il coefficiente GINI, che permette di calcolare la disuguaglianza in un paese, è passato dallo 0,46 nel 1999 allo 0,39 nel 2011.

18. Secondo il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, il Venezuela mostra il coefficiente GINI più basso dell’America Latina, essendo il paese della regione dove c’è meno disuguaglianza.

19. Il tasso di denutrizione infantile si è ridotto del 40% dal 1999.

20. Nel 1999, l’82% della popolazione aveva accesso all’acqua potabile. Ora è il 95%.

21. Durante la presidenza di Chávez, la spesa sociale è aumentata del 60,6%.

22. Prima del 1999, solo 387.000 anziani ricevevano una pensione. Ora sono 2,1 milioni.

23. Dal 1999 si sono costruiti 700.000 alloggi in Venezuela.

24. Dal 1999, il governo ha consegnato più di un milione di ettari di terra ai popoli aborigeni del paese.

25. La riforma agraria ha permesso a decine di migliaia di agricoltori di essere padroni della propria terra. In totale, si sono distribuiti più di tre milioni di ettari.

26. Nel 1999, il Venezuela produceva il 51% degli alimenti che consumava. Nel 2012 la produzione è del 71%, mentre il consumo di alimenti è aumentato dell’81% dal 1999. Se il consumo del 2012 fosse simile a quello del 1999, il Venezuela produrrebbe il 140% degli alimenti consumati a livello nazionale.

27. Dal 1999, le calorie consumate dai venezuelani sono aumentate del 50% grazie alla Misión Alimentación, che ha creato una catena di distribuzione di 22.000 magazzini alimentari (MERCAL, Casas de Alimentación, Red PDVAL), in cui i prodotti sono sovvenzionati fino al 30%. Il consumo di carne è aumentato del 75% dal 1999.

28. Cinque milioni di bambini ricevono adesso alimentazione gratuita attraverso il Programa de Alimentación Escolar. Erano 250.000 nel 1999.

29. Il tasso di denutrizione è passato dal 21% nel 1998 a meno del 3% nel 2012.

30. Secondo la FAO, il Venezuela è il paese dell’America Latina e dei Caraibi che più ha avanzato nella lotta per eliminare la fame.

31. La nazionalizzazione dell’ente petrolifero PDVSA nel 2003 ha permesso al Venezuela di recuperare la sua sovranità energetica.

32. La nazionalizzazione del settore dell’elettricità e di quello delle telecomunicazioni (CANTV e Electricidad de Caracas) ha permesso di porre fine a situazioni di monopolio e di universalizzare l’accesso a questi servizi.

33. Dal 1999 sono state create più di 50.000 cooperative in tutti i settori dell’economia.

34. Il tasso di disoccupazione è passato dal 15,2% nel 1998 al 6,4% nel 2012, con la creazione di oltre 4 milioni di posti di lavoro.

35. Il salario minimo è passato da 100 bolívares (16 dollari) nel 1998 a 247,52 bolívares (330 dollari) nel 2012, ovvero un aumento di oltre il 2.000%. Si tratta del salario minimo più alto dell’America Latina.

36. Nel 1999, il 65% della popolazione attiva percepiva il salario minimo. Nel 2012 solo il 21,1% dei lavoratori si trovano a questo livello salariale.

37. Gli adulti che non hanno mai lavorato dispongono di un reddito di protezione equivalente al 60% del salario minimo.

38. Le donne sole, così come le persone portatrici di handicap, ricevono un aiuto equivalente all’80% del salario minimo.

39. L’orario di lavoro è stato ridotto a 6 ore al giorno e a 36 ore settimanali, senza diminuzione salariale.

40. Il debito pubblico è passato dal 45% del PIL nel 1998 al 20% nel 2011. Il Venezuela si è ritirato dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale, rimborsando con anticipo tutti i suoi debiti.

41. Nel 2012 il tasso di crescita del Venezuela è stato del 5,5%, uno dei più elevati del mondo.

42. Il PIL pro capite è passato da 4.100 dollari nel 1999 a 10.810 dollari nel 2011.

43. Secondo il rapporto annuale World Happiness del 2012, il Venezuela è il secondo paese più felice dell’America Latina, dietro il Costa Rica, e il diciannovesimo a livello mondiale, davanti a Germania o Spagna.

44. Il Venezuela offre un appoggio diretto al continente americano più importante di quello fornito dagli Stati Uniti. Nel 2.700 Chávez ha destinato più di 8.800 milioni di dollari a donazioni, finanziamenti e aiuti energetici, a fronte dei soli 3.000 milioni dell’amministrazione Bush.

45. Per la prima volta nella sua storia, il Venezuela dispone dei suoi satelliti (Bolívar e Miranda) ed ha ora la sovranità nel campo della tecnologia spaziale. Internet e le telecomunicazioni coprono tutto il territorio.

46. La creazione di Petrocaribe nel 2005 permette a 18 paesi dell’America Latina e dei Caraibi, ovvero 90 milioni di persone, di acquistare petrolio sovvenzionato fra il 40% e il 60%, e di assicurarsi il proprio fabbisogno energetico.

47. Il Venezuela porta aiuto anche alle comunità svantaggiate degli Stati Uniti, fornendo loro combustibile a tariffe agevolate.

48. La creazione della Alianza Bolivariana para los Pueblos de Nuestra América (ALBA) nel 2004 fra Cuba e Venezuela ha posto le basi di un’alleanza di integrazione basata sulla cooperazione e la reciprocità, che raggruppa 8 paesi membri, e che pone l’essere umano al centro del progetto di società, con l’obiettivo di lottare contro la povertà e l’esclusione sociale.

49. Hugo Chávez è stato l’artefice della creazione nel 2011 della Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caribeños (CELAC), che raggruppa per la prima volta le 33 nazioni della regione, che così si emancipano dalla tutela di Stati Uniti e Canada.

50. Hugo Chávez ha svolto un ruolo chiave nel processo di pace in Colombia. Secondo il presidente Juan Manuel Santos, «se stiamo avanzando in un progetto solido di pace, con progressi chiari e concreti, progressi mai raggiunti prima con le FARC, è anche grazie alla dedizione e all’impegno di Chávez e del governo del Venezuela».

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La morte di Hugo Chávez e le calunnie de “Il Fatto”

Mentre in tutto il mondo, oltre un miliardo di persone assitiva in TV al funerale dello statista venezuelano, al quale rendevano omaggio una sessantina di delegazioni, tra cui una quarantina di capi di stato e di governo, in Italia il quotodiano diretto da Antonio Padellaro, “Il Fatto” metteva in discredito Hugo Chávez ed il popolo venezuelano. Anche il candidato oppositore Henriques Capriles Radonski ha dovuto chiedere perdono per aver dubitato sulle modalità e circostanze della morte di Chavez. Padellaro più papista del papa.

La morte di Hugo Chávez e le calunnie de “Il Fatto”
Attilio Folliero e Cecilia Laya da Caracas (*)
Il fatto quotidiano, giornale ritenuto di sinistra e diretto da Antonio Padellaro, anche nel giorno della morte di Hugo Chávez continua a gettare discredito e vomitare articoli infamanti sullo statista latinoamericano e contro il popolo venezuelano.

Padellaro ha affidato il commento della figura di Chávez a giornalisti famosi per i loro attacchi continui non solo a Chávez, ma anche a Cuba e a tutto ciò che che si oppone all’imperialismo statunitense ed al neoliberismo: Angela Nocioni, Anna Vullo, Roberta Zunini e Massimo Cavallini sono i paladini prescelti per commentare la morte di Chávez e cominciare l’opera di discredito verso il suo successore, Nicolas Maduro Moros.
Anna Vullo, già dal titolo del suo articolo “Chávez, show man come Berlusconi mai diseredati lo veneravano”, fa intravedere che razza di personaggio fosse per lei Chávez: un pagliaccio alla Berlusconi che però i diseredati veneravano; un totale irrispetto per il presidente venezuelano e soprattutto per il popolo ed il proletariato venezuelano.
L’articolo inizia parlando di come questa giornalista riuscì ad intervistare Chávez nel 2002, grazie all’aiuto ed all’astuzia di Teresa Maniglia: “… dopo un’anticamera di quasi sei ore a Palacio Miraflores, sede del governo venezuelano. Ero a Caracas per il quotidiano Avvenire e avevo chiesto alla responsabile delle comunicazioni del governo, Teresa Maniglia, un incontro con il presidente. Con astuzia partenopea (aveva origini napoletane), la donna organizzò una serie di incontri pubblici che dovevano preludere a un avvicinamento graduale con il leader bolivariano”; poi parla del tentativo di seduzione da parte di Chávez verso la sua persona “… sfoderando armi da seduttore che farebbero impallidire Berlusconi”. Per la Vullo, Chávez è peggio di Berlusconi.

Tutto l’articolo è una totale mancanza di rispetto verso Chávez ed il popolo venezuelano e praticamente termina dandogli del farabutto; infatti scrive: “Chávez era un personaggio controverso e sfaccettato che fa venire in mente Limonov, l’eroe del libro dell’anno: un avventuriero, per certi versi un farabutto“.

Chávez è senza dubbio uno degli uomini più colti che siano mai esistiti sul nostro pianeta; infatti, secondo quanto annunciato da Earle Herrera, in una recente puntata del suo programa domenicale “Kiosko Veráz” è in corso di stesura un libro contenente i titoli delle migliaia di libri che Chávez ha letto e citato nel corso delle sue apparizioni televisive. Per la signora Vullo del quotidiano “Il Fatto”, il caudillo Chávez è un farabutto, un sinvergüenza, un ignorante che non sapeva mettere insieme due parole d’inglese, che veniva rimproverato ed invitato a comportarsi da capo di stato dagli uomini del suo staff (“Gli uomini del suo staff lo spinsero a bordo ricordandogli che lo attendeva un discorso da capo di Stato”), che “arringava le masse di derelitti dei barrios” e vinceva le elezioni comprando i voti (“C’è chi sostiene che comprasse i voti e mandasse pullmini sin nei barrios più periferici per raccattare manifestanti da sguinzagliare nella capitale all’occasione. Può darsi. E’ prassi in molti Paesi sudamericani”).

Con la scusa della libertà di opinione e di stampa, questi giornalisti si permettono di offendere la memoria di Hugo Chávez e l’intero popolo venezuelano. E’ assolutamente intollerabile e pertanto invitiamo l’Ambasciatore della Repubblica Bolivariana del Venezuela in Italia, Isaias Rodriguez, ad elevare una formale nota di protesta verso questo giornale ed il suo direttore responsabile, Antonio Padellaro.

Invitiamo la signora Teresa Maniglia a prendere maggiori precauzioni per il futuro, chiudendo ogni possibilità alla maggior parte dei giornalisti e cineasti provenienti dall’Italia, soprattutto a quelli che si dicono di sinistra; degli italiani non c’è da fidarsi! Ricordiamo alcuni “illustri” servizi sul Venezuela da parte di giornalisti e cineasti italiani che presentatisi a Caracas come persone di “sinistra” poi hanno prodotto opere ignobili contro Chávez e contro il Venezuela: i numerosi articoli di Liberazione, organo del partito della Rifondazione Comunista; i numerosi articoli de Il Fatto, per non parlare de L’Unità, capace perfino di trasformare Eduardo Galeano, uno dei piu grandi estimatori di Chávez in un suo critico (1) e La Repubblica, altro bel giornale di sinistra! Ricordiamo tra i documentari, “La minaccia” del duo Silvia Luzi e Luca Bellino, che trasformano Chávez in una minaccia per il popolo venezuelano! E tanti altri.

Oltre all’articolo della Vullo, Padellaro per screditare Chávez si serve anche di Angela Nocioni, un tempo punta di lancia con cui il polverizzato ed ormai inesistente partito della Rifondazione Comunista, presieduto da Fausto Bertinotti, attraverso l’organo ufficiale del partito “Liberazione” attaccava Hugo Chávez, Fidel Castro, Venezuela, Cuba e tutto cio che aveva una parvenza di sinistra.

Nel suo articolo: “Chávez, eroe o tiranno? Di sé diceva: “Sono un soldato” Angela Nocioni ripercorre la vita del presidente venezuelano, ovviamente alla sua maniera, commettendo una serie di imprecisioni che ovviamente terminano facendolo apparire quello che non era.

L’articolo fin dall’inizio, attaverso una serie di domande (Un eroe degli oppressi? Un tiranno? Un caudillo come l’America latina ne ha conosciuti tanti? O un leader carismatico senza rivali nell’ora della conquista del consenso?) tende a seminare dubbi, sulla sua figura nell’ignaro lettore italiano, che a leggere i commenti non è poi tanto ignaro di fatti venezuelani.

Le nuemrose imprecisioni sulla ribellione militare del 4 febbraio 1992, sui tentativi di colpi di stato di cui è stato vittima Chávez e le imprecisioni riguardanti il personaggio da lei citato, un tale Rangel, ex alleato político fanno pensare che la signora Nocioni non abbia nessun reale conoscimento del Venezuela.

In questo articolo, la Nocioni cita un tale Rangel, ma di Rangel alleati di Chávez ce ne sono due: il generale Rangel Silva, ex Ministro della Difesa ed oggi governatore eletto dello stato Trujillo e José Vicente Rangel, giornalista, avvovato e político, grande amico e stimatore di Chávez, è stato per 5 anni (2002-2007) Vicepresidente della Repubblica, quindi il principale collaboratore di Chávez; per motivi di età, classe 1929, quindi oggi 84 anni, ha lasciato l’attività política, dedicandosi unicamente alla realizzazione di una trasmissione televisiva domenicale. Nessuno dei due è un ex alleato di Chávez!

Forse, la signora Nocioni voleva riferirsi all’ex Ministro della Difesa Baduel, di cui pure ha scritto vari articoli ed oggi ne confonde il nome. Baduel effettivamente era amico di Chávez ed è finito in carcere per atti di corruzione commessi mentre ricopriva l’incarico di Ministro della Difesa. Baduel è uno dei politici incarcerati o finiti sottoprocesso per corruzione ed altri reati e che sono considerati prigionieri politici dall’opposizone venezuelana e media come “Il Fatto”. Questi non sono prigionieri politici incarcerati, ma politici, magistrati, banchieri e imprenditori corrotti, processati ed incarcerati.

In realtà sono pochi quelli finiti in carcere: a parte Baduel, c’è la ex magistrata María Lourdes Afiuni, giudicata per corruzione: secondo l’accusa, in cambio di un milione di dollari, ha emesso un ordine di scarcerazione per un ricco e famoso banchiere, Eligio Cedeño, accusato di bancarotta fraudolenta della sua banca; tra le tante irregolarità commesse dalla magistrata, c’è addirittura quella che per farlo uscire dal tribunale senza incontrare intoppi, lo ha fatto passare per una porta secondaria, lo ha accompagnato al parcheggio del tribunale e lo ha portato fuori sul seggiolino posteriore di una moto che lei stessa guidava! Una volta fuori dal tribunale, è stato accompagnato sulla pista di un aereoporto di Caracas, in cui era pronto un aereo privato che lo ha portato negli USA, dove ha chiesto asilo político.

In carcere ci sono anche tre commissari della ormai estinta Polizia Metropolitana di Caracas, Iván Simonovis, Lázaro Forero ed Henry Vivas, tutti giudicati in via definitiva e condannati per essere i responsabili dell’omicido di 2 delle 19 persone morte il giorno del colpo di stato (11 aprile 2002); per tale reato sono in carcere anche altri 8 poliziotti, condannati con pene minori. Come mai questi “prigionieri politici” ordinarono ai poliziotti che sparavano con fucili di precisione di utilizzare guanti sterili da chirurgo?

I profughi della giustizia venezuelana sono tanti: Carlos Ortega, Pedro Carmona Estanga, Alfredo Peña e vari militari, accusati del golpe del 2011; Manuel Rosales già governatore dello Stato Zulia, ed ex candidato alla Presidenza della Repubblica (nel 2006), accusato di truffa, corruzione ed ingiustificato arricchimento; Patrizia Polea, giornalista del quotidiano “Nuevo Pais” di proprietà del padre, è accusata di essere la mandante dell’omicidio del giudice Danilo Andreson, assieme al propietario della TV privata Globovision, Nelson Merzherane, accusato anche di bancarotta fraudolenta per il fallimento della sua banca (Banco Federal); anche l’altro propietario di Globovision, Guillermo Zuloaga, è scappato all’estero, reo confesso di speculazione ed accusato di numerosi reati connessi alla sua attività imprenditoriale, esterna a Globovision; il famoso studente violatore Nixon Moreno, protetto ed aiutato a scappare all’estero dalla Nunziatura Vaticana di Caracas è accusato di tentata violenza sessuale ai danni di una poliziotto; in esilio a Miami, si è poi unito in matrimonio con la profuga Patrizia Poleo. Tutti prigionieri politici? Tutti perseguitati politici? Francamente sono un po troppi! Secondo gli scrivani di Padellaro no!

Numerosi politici per i reati connessi al tentativo di golpe del 2002 hanno usufruito dell’amnistia presidenziale; tra questi Henrique Capriles Radonski, già candidato alle elezioni presidenziali del passato 2012 e Leopoldo Lopez, già sindaco di Chacao, accusato anche di corruzione e per questo inabilitato políticamente. Evitato il carcere per l’amnisitia presidenziale, oggi Leopoldo Lopez è nuevamente sul banco degli accusati, assieme a sua madre, importante funzionario di PDVSA, l’impresa petrolífera statale, la quale ha distolto una enorme qantità di soldi dell’impresa per cui lavorava e li ha trasferiti al figlio, che li ha utilizzati per la costituzione del partito “Primero Justicia”, il partito del candidato dell’opposizone Henrique Capriles Radonski.

Anche alcuni ex governatori, come Lapi dello Stato Yaracuy, sono fuggiti all’estero per sfuggire ad una sicura condanna per corruzione e malversazione di fondi pubblici.

Per l’opposizione, per i media internazionali e per molti media italiani, questi delinquenti sono presentati come prigionieri politici.

Antonio Padellaro affida al noto Massimo Cavallini, il compito di raccontarci cosa resterà di Chávez: “Quel che ci lascia Hugo Chávez”.

L’articolo non merita neppure di essere preso in considerazione, condividendo in pieno il commento lasciato da un lettore, tale Dariodi (che riportaimo a lato): tutto questo scritto per non dire assolutamente niente!

(*) Attilio Folliero e Cecilia Laya, Caracas 07/03/2013; Aggiornato successivamente
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Note

(1) L’Unità – Nell’articolo di Leonardo Sacchetti, intitolato “Galeano: «Sostengo Chávez ma ora basta con la retorica»” ed apparso ne “L’Unità” dell’8 di ottobre del 2007, alla domanda: “Lei ha sempre difeso I’esperienza di Hugo Chávez. Non crede che le ultime riforme (presidenza vitalizia, partito unico, ecc) rischino di portare alla deriva il Venezuela?” Fanno rispondere a Galeano con le seguenti parole: «Ho sempre apprezzato iI tentativo del presidente venezualano di trasformare, caso unico nella storia, un paese ricco di petrolio in un paese generoso. Ma e anche vera che reputo fondamentale poter criticare anche le cose che ci piacciono. Nel caso di queste nuove riforme proposte da Chávez lo faccio. Parlare di presidenza vitalizia o di partito unico mi riporta a esperienze del XX secolo sconfitte e che hanno prodotto tragedie…”. Una totale manipolazione del progetto di riforma costituzionale che stava portando avanti Chávez ed una ovvia manipolazione della risposta di Galeano. Ma l’intervista a Galeano presenta nuemrosi altri punti di manipolazione.

http://selvasorg.blogspot.it/2013/03/la-morte-di-hugo-chavez-e-le-calunnie.html#more

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17 marzo 2013

Per concessione di Tlaxcala

Deceduto il 5 marzo 2013 all’età di 58 anni a causa del cancro, il presidente Hugo Chavez ha segnato per sempre la storia del Venezuela e dell’America Latina.

CHAVEZ-50di Salim Lamrani – lapluma.net.
Tradotto da Alba Canelli per Tlaxcala.

1. Mai nella storia dell’America Latina, un leader politico aveva raggiunto una legittimità democratica così incontestabile. Fin dal suo arrivo al potere nel 1999, sedici elezioni hanno avuto luogo in Venezuela. Hugo Chavez ne ha vinte quindici, l’ultima il 7 ottobre 2012. Ha sempre battuto gli avversari con una differenza di 10-20 punti

2. Tutte le organizzazioni internazionali, dall’Unione Europea all’Organizzazione degli Stati Americani, attraverso l’Unione delle Nazioni Sudamericane e il Centro Carter unanimemente hanno riconosciuto la trasparenza delle elezioni.

3. James Carter, ex presidente degli Stati Uniti, dichiarò che il sistema elettorale  venezuelano era il “migliore del mondo”.

4. L’accesso universale all’istruzione attuata dal 1998 ha avuto risultati eccezionali. Circa 1,5 milioni di venezuelani hanno imparato a leggere, scrivere e contare, grazie alla campagna di alfabetizzazione, chiamata Missione Robinson I.

5. Nel dicembre 2005, l’UNESCO ha dichiarato che l’analfabetismo era stato sradicato in Venezuela.

6. Il numero di bambini che frequentano la scuola è passato da 6 milioni nel 1998 a 13 milioni nel 2011 e il tasso di scolarizzazione nella scuola primaria è ora del 93,2%.

7. La Missione Robinson II fu lanciata al fine di far raggiungere a tutta la popolazione il livello universitario. Pertanto, il tasso di iscrizione alla scuola secondaria è aumentato dal 53,6% nel 2000 al 73,3% nel 2011.

8. Le missioni Ribas e Sucre hanno permesso a centinaia di migliaia di giovani adulti di intraprendere gli studi universitari. Così, il numero di studenti è passato da 895.000 nel 2000 a 2,3 milioni nel 2011, con la creazione di nuove università.

9. Nell’ambito della salute, il Servizio Sanitario Nazionale pubblico è stato creato per garantire l’accesso all’assistenza sanitaria gratuita a tutti i venezuelani. Tra il 2005 e il 2012, sono stati creati in Venezuela 7.873 centri medici.

10. Il numero di medici ogni 100.000 abitanti è aumentato da 20 nel 1999 a 80 nel 2010, con un incremento del 400%.

11. La Missione Barrio Adentro ha permesso di effettuare 534 milioni di visite mediche. Circa 17 milioni di persone poterono essere curate, mentre nel 1998, meno di 3 milioni di persone avevano regolare accesso alle cure. 1.700.000 di vite sono state salvate tra il 2003 e il 2011

12. Il tasso di mortalità infantile è sceso dal 19,1 per mille del 1999 al 10 per mille nel 2012, che significa una riduzione del 49%.

13. L’aspettativa di vita è aumentata da 72,2 anni nel 1999 a 74,3 anni nel 2011.

14. Grazie all’Operazione Miracolo lanciata nel 2004, 1,5 milioni di venezuelani affetti da cataratta e altre malattie dell’occhio, hanno riacquistato la vista.

15. Dal 1999 al 2011, il tasso di povertà è passato dal 42,8% al 26,5% e il tasso di povertà estrema dal 16,6% al 7%.

16. Nella classifica dell’Indice di Sviluppo Umano del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, il Venezuela è passato dall’ottantatreesimo posto nell’anno 2000 (0,656) al settantatreesimo posto nel 2011 (0,735), ed è entrato nella categoria delle nazioni con un indice di sviluppo umano elevato.

17. Il coefficiente GINI, che permette di calcolare la disuguaglianza in un paese, è passato dallo 0,46 nel 1999 allo 0,39 nel 2011.

18. Secondo il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, il Venezuela mostra il coefficiente GINI più basso dell’America Latina, essendo il paese della regione dove c’è meno disuguaglianza.

19. Il tasso di denutrizione infantile si è ridotto del 40% dal 1999.

20. Nel 1999, l’82% della popolazione aveva accesso all’acqua potabile. Ora è il 95%.

21. Durante la presidenza di Chávez, la spesa sociale è aumentata del 60,6%.

22. Prima del 1999, solo 387.000 anziani ricevevano una pensione. Ora sono 2,1 milioni.

23. Dal 1999 si sono costruiti 700.000 alloggi in Venezuela.

24. Dal 1999, il governo ha consegnato più di un milione di ettari di terra ai popoli aborigeni del paese.

25. La riforma agraria ha permesso a decine di migliaia di agricoltori di essere padroni della propria terra. In totale, si sono distribuiti più di tre milioni di ettari.

26. Nel 1999, il Venezuela produceva il 51% degli alimenti che consumava. Nel 2012 la produzione è del 71%, mentre il consumo di alimenti è aumentato dell’81% dal 1999. Se il consumo del 2012 fosse simile a quello del 1999, il Venezuela produrrebbe il 140% degli alimenti consumati a livello nazionale.

27. Dal 1999, le calorie consumate dai venezuelani sono aumentate del 50% grazie alla Misión Alimentación, che ha creato una catena di distribuzione di 22.000 magazzini alimentari (MERCAL, Casas de Alimentación, Red PDVAL), in cui i prodotti sono sovvenzionati fino al 30%. Il consumo di carne è aumentato del 75% dal 1999.

28. Cinque milioni di bambini ricevono adesso alimentazione gratuita attraverso il Programa de Alimentación Escolar. Erano 250.000 nel 1999.

29. Il tasso di denutrizione è passato dal 21% nel 1998 a meno del 3% nel 2012.

30. Secondo la FAO, il Venezuela è il paese dell’America Latina e dei Caraibi che più ha avanzato nella lotta per eliminare la fame.

31. La nazionalizzazione dell’ente petrolifero PDVSA nel 2003 ha permesso al Venezuela di recuperare la sua sovranità energetica.

32. La nazionalizzazione del settore dell’elettricità e di quello delle telecomunicazioni (CANTV e Electricidad de Caracas) ha permesso di porre fine a situazioni di monopolio e di universalizzare l’accesso a questi servizi.

33. Dal 1999 sono state create più di 50.000 cooperative in tutti i settori dell’economia.

34. Il tasso di disoccupazione è passato dal 15,2% nel 1998 al 6,4% nel 2012, con la creazione di oltre 4 milioni di posti di lavoro.

35. Il salario minimo è passato da 100 bolívares (16 dollari) nel 1998 a 247,52 bolívares (330 dollari) nel 2012, ovvero un aumento di oltre il 2.000%. Si tratta del salario minimo più alto dell’America Latina.

36. Nel 1999, il 65% della popolazione attiva percepiva il salario minimo. Nel 2012 solo il 21,1% dei lavoratori si trovano a questo livello salariale.

37. Gli adulti che non hanno mai lavorato dispongono di un reddito di protezione equivalente al 60% del salario minimo.

38. Le donne sole, così come le persone portatrici di handicap, ricevono un aiuto equivalente all’80% del salario minimo.

39. L’orario di lavoro è stato ridotto a 6 ore al giorno e a 36 ore settimanali, senza diminuzione salariale.

40. Il debito pubblico è passato dal 45% del PIL nel 1998 al 20% nel 2011. Il Venezuela si è ritirato dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale, rimborsando con anticipo tutti i suoi debiti.

41. Nel 2012 il tasso di crescita del Venezuela è stato del 5,5%, uno dei più elevati del mondo.

42. Il PIL pro capite è passato da 4.100 dollari nel 1999 a 10.810 dollari nel 2011.

43. Secondo il rapporto annuale World Happiness del 2012, il Venezuela è il secondo paese più felice dell’America Latina, dietro il Costa Rica, e il diciannovesimo a livello mondiale, davanti a Germania o Spagna.

44. Il Venezuela offre un appoggio diretto al continente americano più importante di quello fornito dagli Stati Uniti. Nel 2.700 Chávez ha destinato più di 8.800 milioni di dollari a donazioni, finanziamenti e aiuti energetici, a fronte dei soli 3.000 milioni dell’amministrazione Bush.

45. Per la prima volta nella sua storia, il Venezuela dispone dei suoi satelliti (Bolívar e Miranda) ed ha ora la sovranità nel campo della tecnologia spaziale. Internet e le telecomunicazioni coprono tutto il territorio.

46. La creazione di Petrocaribe nel 2005 permette a 18 paesi dell’America Latina e dei Caraibi, ovvero 90 milioni di persone, di acquistare petrolio sovvenzionato fra il 40% e il 60%, e di assicurarsi il proprio fabbisogno energetico.

47. Il Venezuela porta aiuto anche alle comunità svantaggiate degli Stati Uniti, fornendo loro combustibile a tariffe agevolate.

48. La creazione della Alianza Bolivariana para los Pueblos de Nuestra América (ALBA) nel 2004 fra Cuba e Venezuela ha posto le basi di un’alleanza di integrazione basata sulla cooperazione e la reciprocità, che raggruppa 8 paesi membri, e che pone l’essere umano al centro del progetto di società, con l’obiettivo di lottare contro la povertà e l’esclusione sociale.

49. Hugo Chávez è stato l’artefice della creazione nel 2011 della Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caribeños (CELAC), che raggruppa per la prima volta le 33 nazioni della regione, che così si emancipano dalla tutela di Stati Uniti e Canada.

50. Hugo Chávez ha svolto un ruolo chiave nel processo di pace in Colombia. Secondo il presidente Juan Manuel Santos, «se stiamo avanzando in un progetto solido di pace, con progressi chiari e concreti, progressi mai raggiunti prima con le FARC, è anche grazie alla dedizione e all’impegno di Chávez e del governo del Venezuela».

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IL LASCITO DI CHAVEZ

DI BENJAMIN DANGL
Counterpunch

Le strade di un continente ed una rivoluzione bolivariana nella vita quotidiana

Il bus scivolava lungo la strada nella giungla boliviana con musica evangelica sparata fuori dagli altoparlanti. La pioggia gocciolava costantemente dai buchi nel tetto mentre il veicolo avanzava singhiozzando, passava le luci dei piccoli paesi e la grande oscurità del Chapare, una regione tropicale nel cuore del paese. Alla fine la pioggia lasciò posto all’ alba, ed un sole caldo scaldò il bus umido mentre entravamo nella città di Santa Cruz, dove nel 2003 si svolgeva il summit dei presidenti ibero-americani.

Nella periferia della città il presidente venezuelano Hugo Chavez, più tardi, fece un discorso in uno stadio pieno di coltivatori di coca con i loro sacchi di foglie e di minatori con piccole bandierine boliviane sui loro elmetti.

Chavez affascinò lo stadio per 4 ore, parlando di baseball e di Simon Bolivar, criticando la guerra in Iraq di George W. Bush e congratulandosi con la Bolivia per la recente cacciata con proteste popolari del presidente neoliberale. Mentre il presidente venezuelano parlava durante la notte dalla folla saliva il fumo dei barbecue e di occasionali fuochi d’ artificio.

Qui c’ era un presidente segnato dai movimenti e dalle politiche che lo circondavano. Il Movimento dei Senza Terra del Brasile lo ha sostenuto in un polveroso raduno a Porto Alegre nel 2005 quando ha annunciato che la Rivoluzione Bolivariana (dal nome del leader dell’ indipendenza latino-americana) era un progetto politico socialista. E la folla era in delirio lo stesso anno in Argentina, quando Chavez, insieme a Maradona, ha festeggiato la morte dell’ area di libero scambio delle Americhe.

A questi incontri, quella che è sempre stata la cosa più impressionante di Chavez non era quello che diceva o faceva, ma il peso e lo spazio politico che lo circondava. Dai coltivatori di coca che condividevano la sua posizione anti-imperialista, ai molti presidenti latino-americani di sinistra eletti durante i suoi 14 anni di governo, Chavez ha marcato un’ era e un movimento che è ancora lontano dall’ esaurirsi.

Come icona della sinistra contemporanea latino-americana, ha aiutato a creare uno spazio per le mosse di altri presidenti, che fosse con Rafael Correa dell’ Ecuador per scacciare una base militare americana, o il boliviano Evo Morales per nazionalizzare un’ industria del gas in Bolivia. La costituzione progressista che Chavez ha aiutato a scrivere è stata un modello per gli altri governi da seguire nei prossimi decenni. I blocchi regionali che ha creato hanno favorito alleanze economiche e politiche da sud a sud, hanno permesso di verificare il potere militare degli USA nella regione, e hanno incoraggiato politiche di sinistra e politiche economiche dei presidenti dell’ America Latina.

Al di là di questa influenza regionale, alcune della più grandi eredità di Chavez non si trovano nel palazzo presidenziale, ma nelle strade, nelle fabbriche e nelle periferie del Venezuela, fra gli attivisti, i lavoratori e nelle persone che hanno costruito la Rivoluzione Bolivariana dal basso.

Dai consigli comunali alle fabbriche gestite dai lavoratori, il Venezuela è il luogo di alcuni degli esperimenti più sofisticati e di successo di democrazia diretta, socialismo e direzione da parte dei lavoratori in tutto il mondo. Mentre Chavez era la figura chiave nello sviluppo di molte di queste iniziative e progetti, è il popolo venezuelano che gli ha dato vita e li terrà vivi dopo la sua morte. Molti di questi programmi sono caratterizzati non da una direzione dall’ alto al basso, da uno stato di polizia burocratica, o da fondi governativi distribuiti per creare supporto elettorale. Sono i progetti delle persone che usano la Rivoluzione Bolivariana come strumento di base.

Dal suo insediamento nel 1999, Chavez ha usato il mandato come un leader, e la ricchezza petrolifera della nazione per creare programmi che forniscono istruzione gratuita, cliniche sanitarie e dentali, riforme della terra e delle abitazioni, supermercati sovvenzionati dal governo, e centinaia di migliaia di cooperative di lavoro. In Venezuela, dove la maggior parte della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà, questi programmi hanno avuto un grande impatto. Altre iniziative governative hanno contribuito a stimolare l’ attivismo dal basso, autogoverno a livello locale, e democrazia diretta nelle decisioni politiche e nei finanziamenti.

La storia del quartiere di Caracas El 23 de Enero è emblematica di tali tendenze progressiste. Il quartiere El 23 de Enero ha una storia di coscienza sociale e ribellione; essendo un quartiere povero e operaio, El 23 de Enero è stato marcato dalla polizia come zona pericolosa i cui residenti andrebbero controllati e repressi. Durante le presidenze dei conservatori, la stazione di polizia locale era un luogo di tortura e di imprigionamenti per molti leader di sinistra. Dopo decenni di violenze di stato e in seguito all’ elezione di Chavez, la comunità è stata in grado di recuperare e trasformare questo centro di repressione poliziesco. Juan Contreras, produttore radiofonico, leader nell’ organizzazione comunitaria Coordinador Simon Bolivar, e da tempo residente nel quartiere, mi ha raccontato di come lui e i suoi companeros hanno preso la stazione di polizia – per anni un avamposto per la soppressione della sinistra – e l’ hanno trasformata in una stazione radio comunitaria e centro culturale.

“Questo posto era un simbolo della repressione”, mi ha spiegato Contreras in studio che odorava di vernice fresca. “Così abbiamo preso quel simbolo e ne abbiamo fatto uno nuovo”. Ha continuato: “è la prova della rivoluzione fatta da noi, i cittadini. Non possiamo stare ad aspettare, la rivoluzione deve essere fatta da noi; noi dobbiamo fare il cambiamento.” La stazione riceve finanziamenti statali, ma i membri della comunità hanno dovuto combattere duramente per recuperare la stazione di polizia, occupando l’ edificio senza permesso. Le vittorie di El 23 de Enero sono esempi di come i movimenti venezuelani hanno lavorato con l’ amministrazione Chavez, chiedendo attenzione con l’ azione diretta per poi lavorare con il successivo supporto statale.

La tattica usata in El 23 de Enero di cogliere le opportunità e gli spazi forniti dal governo Chavez, pur mantenendo l’ autonomia di base e lo slancio dal basso, è la base di molti cambiamenti sociali pieni di speranza in corso oggi in Venezuela. I consigli comunali offrono un interessante aspetto dei particolari aspetti del processo Bolivariano. Sono stati creati dal governo nel 2006 e continuano tuttora ad esistere. I consigli lavorano per sollecitare i finanziamenti dal governo, iniziare progetti sociali, programmi, missioni nella comunità, e affrontare temi come la gestione locale della sanità e dei progetti idrici. L’ attivista di lungo corso venezuelano Alfonso Olivo crede che i consigli comunali siano “la misura più rivoluzionaria presa dal governo” per via del trasferimento di potere dai sindaci e governatori ai cittadini nei consigli. “Le persone sono in grado [di pianificare il sociale] da soli, senza l’ intervento dello stato o dei funzionari burocratici”, ha spiegato nell’ eccellente raccolta di interviste Venezuela Speaks! Voices from the Grassroots.

In Venezuela i consigli comunali mostrano l’ affascinante tira e molla che emerge dove lo stato crea strutture e progetti che producono legami comunitari. I consigli sono a volte autonomi, o addirittura antagonisti allo stato Bolivariano e al partito. L’ amministrazione Chavez ha organizzato i consigli in modo da incoraggiare il coinvolgimento delle comunità. Chiunque al di sopra dei 15 anni può partecipare, e perché una decisione venga ufficialmente presa deve essere votata da almeno il 30% dei presenti in consiglio. Nelle aree urbane i consigli devono coinvolgere minimo 150 famiglie, e circa 20 nelle aree rurali. Questa distribuzione significa che i consigli promuovono la partecipazione diretta e sono relativamente facili da autoamministrare. Quando un consiglio ha preso una decisione relativa a un progetto, può ricevere il finanziamento direttamente dal governo nazionale o da istituzioni nazionali, tagliando fuori sindaci e funzionari locali ed avere maggior potere nelle mani dei cittadini stessi.

I consigli comunali hanno fornito un controllo al potere dei governi locali e anche una piattaforma per richiedere al governo una burocrazia trasparente e più efficiente. La piccola scala e l’ attenzione locale di questi consigli è essenziale alla loro funzionalità, contribuendo ad eliminare la burocrazia in eccesso ed eludere i politici corrotti e irresponsabili.

I consigli possono anche fornire un contrappeso ad uno stato troppo centralizzato. La politologa Sara Motta scrive su Reclaiming Latin America: Experiments in Radical Social Democracy che i consigli comunali “sono tentativi di creare nuove istituzioni statali che bypassano lo stato tradizionale e distribuiscono il potere in maniera democratica e partecipativa. L’ elasticità del rapporto tra la base e lo stato viene testato tramite la concessione di più potere al pubblico da parte di istituzioni create dallo stato – istituzioni che i cittadini possono usare per sfidare lo stato tradizionale se necessario.

L’ equilibrio tra l’ essere autonomo dallo stato ed esserne coinvolto viene descritto dal partecipante del consiglio Edenis Guilarte in Reclaim Latin America, “dobbiamo ottenere gli strumenti per combattere la burocrazia e trovare un modo per sbarazzarci dei leader che ci vogliono controllare, che cercano di mantenere i loro poteri e dividono la comunità.” In questo senso i consigli possono essere strumenti di emancipazione. “Quello che stiamo facendo”, spiega Guilarte, “è provare a creare consapevolezza, un processo che va al di là del riparare strade, ottenere servizi, consentire l’ accesso all’ acqua. È un macroprocesso, un processo di cambiamento sociale, una lotta per le idee e la realizzazione.” I legami sociali creati dal lavoro su progetti di sviluppo tramite queste istituzioni create dal governo possono sostituire i fini immediati di questo progetto.

Mentre i consigli comunali gestiscono i budget e i progetti di sviluppo comunitari, fungono anche come base per una rete di sviluppo di legami della comunità, che sono molto utili al di là del lavoro dei consigli. Per esempio, Ismila, un’ attivista di un quartiere di Caracas, ha spiegato che quando la società idrica pubblica Hidrolara non ha risposto per due giorni alla domanda della sua comunità di effettuare un’ operazione di purificazione, i membri del suo consiglio comunale hanno deciso di prendere in mano la situazione.

Data l’ abitudine a lavorare, discutere e organizzarsi insieme, è stato facile coordinare un viaggio agli uffici della Hidrolara e richiedere di parlare con la persona competente per l’ emergenza della purificazione. Insieme hanno fatto pressione sui funzionari per 2 ore, e alla fine sono tornati alla loro comunità con un ingegnere che ha risolto il problema. Ismaila dice: “oggi abbiamo imparato che la Hidrolara è un’ istituzione inutile, non lavora per la comunità. Questi funzionari credono di sapere tutto e non ascoltano la comunità finché non sorge un problema.” Così, mentre la burocrazia rappresentava un problema, la solidarietà e il senso di comunità sviluppato attraverso i consigli comunali hanno aiutato a risolverlo. I consigli comunali hanno fornito gli strumenti per l’ organizzazione locale, un grande potenziale per licenziare il clientelismo governativo e affermare l’ autonomia, aiutare le persone a vivere ed organizzarsi al di là dello stato.

Il governo Chavez ha lavorato per aprire spazi all’ organizzazione comunitaria, come con i consigli comunali e le cooperative, ma ha anche incoraggiato il controllo dei lavoratori sulle fabbriche e nei luoghi di lavoro. Nel 2005 l’ amministrazione Chavez ha annunciato decreti che permettevano allo stato di espropriare aziende e fabbriche e permettere ai lavoratori di gestirle come cooperative. Con le disposizioni giuridiche in atto che permettono allo stato di intervenire, quando una fabbrica o un’ azienda chiude, il governo può ora collaborare con i lavoratori per garantire la continuità dell’ azienda e mantenere i lavoratori al loro posto. Inoltre, sotto l’ autogestione dei lavoratori, questi hanno maggiore controllo e decisione riguardo l’ organizzazione del loro posto di lavoro. Dozzine di aziende in Venezuela sono finite sotto il controllo statale e dei lavoratori.

Nel 2005 i lavoratori hanno preso il controllo di Inveval, un’ azienda produttrice di valvole nella periferia di Caracas. Pablo Cormenzana di Inveval ha spiegato in un’ intervista del 2006 alla giornalista Maria Trigona che l’ impianto chiuse il 9 dicembre 2002, lasciando i lavoratori disoccupati. “In principio c’ erano 330 lavoratori nell’ impianto. Un gruppo di questi lavoratori ha deciso di cominciare a combattere per richiedere che l’ ex proprietario pagasse ciò che gli doveva. In seguito questa richiesta si è trasformata nell’ idea di recuperare il loro lavoro e di riaprire l’ azienda.” Questa battaglia legale e politica è andata avanti per anni, con i lavoratori che si accampavano davanti alla fabbrica, e con scontri nei tribunali, finché la fabbrica è passata sotto il controllo dello stato e dei lavoratori.

“Non solo i lavoratori della Inveval hanno gestito con successo un’azienda senza padroni o proprietari, stanno andando avanti senza tecnocrati e burocrati del governo. Il governo ha avuto una scarsa partecipazione nel funzionamento dell’ azienda,” ha spiegato Cormenzana. “Tutti i lavoratori hanno gli stessi salari, non importa se guidi il camion, se sei un operaio di linea o il presidente. Stanno mettendo in pratica una genuina gestione da parte dei lavoratori alla Inveval.” La Inveval è un interessante esempio dove ai lavoratori sono stati dati dei poteri ed questi hanno spinto il governo ad operare come strumento per i lavoratori stessi, invece che al contrario.

Attraverso questi vari progetti, conflitti e relazioni, il pubblico venezuelano ha usato lo stato come uno strumento del popolo, e ci ha collaborato quando le cause del popolo e del governo si intersecavano. Un vero test per questi movimenti dal basso è rappresentato da quanto durerà la Rivoluzione Bolivariana dopo Chavez.

Oltre le attività in corso, l’ attivismo e l’ organizzazione giornaliera della gente in tutto il Venezuela, un passo cruciale saranno le prossime elezioni presidenziali in programma il 14 di aprile. Nicolas Maduro, ex autista di bus e leader sindacale, eletto la prima volta all’ Assemblea Nazionale nel 2000, è stato scelto da Chavez come suo successore. Maduro, che era vice presidente ed ora presidente ad interim, correrà alle prossime elezioni contro l’ oppositore di destra Henrique Caprile Radonski, battuto dell’ 11% da Chavez nelle ultime elezioni di ottobre. È probabile che Maduro vinca. A prescindere dal risultato, l’ influenza dei programmi e delle politiche avviate da Chavez si farà sentire per generazioni in Venezuela e in tutto il Sud America.

Gli esempi qui presentati sono solo alcuni dei molti progetti di democrazia diretta e di gestione da parte dei lavoratori che segnano l’ eredità di Chavez. Oltre i confini del Venezuela questa eredità comprende un largo movimento contro il capitalismo e l’ imperialismo statunitense, in favore dei diritti umani, una riforma agraria progressista, pace ed una economia globale giusta.

Il 2 dicembre 2011 vicino Caracas, si è tenuto il fondamentale summit del CELAC ( Comunità degli Stati Latinoamericani e dei Caraibi). Camminando nella sala riunioni mi resi conto che la sinistra politica del 20° secolo era qui assieme alla sinistra del 21° secolo: ex guerriglieri diventati presidenti come Daniel Ortega e Raul Castro sedevano allo stesso tavolo di Kirchner ed Evo Morales, con Chavez che guardava il tutto. Il fine del raduno dei 33 capi di stato latinoamericani e caraibici era di creare un’ alleanza regionale che avrebbe reso obsoleta la vecchia Organization of Americas States dominata dagli Stati Uniti, e dirigersi verso una autoderminazione lontano dal potere di Washington.

Al primo raduno del CELAC, Chavez fece una riflessione sui 200 anni passati dall’ indipendenza del Sud America dalla Spagna, e la continua colonizzazione straniera della regione attraverso il capitalismo e l’ imperialismo. Citò l’ ultima riga del libro Cent’ Anni di Solitudine di Gabriel Garcia Marquez: “Razze condannate a cento anni di solitudine non hanno una seconda opportunità sulla terra.”

Il defunto leader venezuelano concluse: “a noi sembra che qualcuno ci abbia condannato a cento anni di solitudine, e ad altri cento. Ma forse, dato che siamo condannati ai primi cento ed anche ai secondi cento, qualcuno ci ha dato una seconda opportunità su questa terra.”

Benjamin Dangl
Fonte: http://www.counterpunch.org
Link: http://www.counterpunch.org/2013/03/11/what-chavez-left-behind/
11.03.2013

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di REIO

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CHAVEZ E L’ECONOMIA POLITICA VENEZUELANA

DI LUCIANO WEXELL SEVERO
rebelion.org

Benché lo scenario degli ultimi mesi fosse prevedibile, sembrava che in pochi fossero preparati alla morte di Hugo Rafael Chávez Frías. In questo momento di costernazione, perplessità e profondo dolore davanti alla perdita del leader boliviano, si è ritenuto importante pubblicare questo breve scritto che contiene una sintesi dello sviluppo della politica economica venezuelana dall’inizio dello sfruttamento petrolifero. Le tesi centrali di questo articolo sono state già pubblicate in altre occasioni e sono state trattate più approfonditamente nel libro “Economía venezolana 1899-2008, la lucha por el petróleo y la emancipación”, pubblicato a Caracas, nell’anno 2009.

Il testo è stato diviso in tre parti. La prima fa riferimento agli antecedenti della Rivoluzione Bolivariana, all’inizio del XX secolo. La seconda tratta dei primi 14 anni dell’attuale governo. Infine, si presenta una breve sezione che tratta della dipartita di Chávez, dove si prospettano alcuni scenari per il prosieguo del profondo processo di sviluppo.

Nell’ultimo secolo, la crescita politica ed economica venezuelana è imperniata sulla contrapposizione esistente tra gli interessi nazionali e stranieri per il petrolio. Non ci sono dubbi che, per lo meno fino all’anno 1999, i secondi abbiano prevalso sui primi. Benché durante gli anni della Rivoluzione Bolivariana si sia appalesata la grande difficoltà per il superamento del nodo del sottosviluppo e dell’assoggettamento, senza dubbi, il Venezuela ha avuto molti più successi che ostacoli.

100 anni di lotte per il petrolio

“Il piede insolente dello straniero ha profanato il suolo sacro della Patria”, ha affermato il presidente e Generale Cipriano Castro, nell’anno 1903, quando il Venezuela fu invaso dalla flotta anglo-tedesca, a causa della ferma posizione governativa di fronte all’intransigenza e le insolenze straniere alla ricerca di petrolio. Nell’anno 1908, Castro fu deposto dalla Presidenza dal Generale Juan Vicente Gómez, il “Patriarca” immortalato da Gabriel García Márquez (nel romanzo L’autunno del patriarca, scritto da Gabriel García Márquez nel 1975 n.d.t.), che governò in nome delle compagnie straniere fino alla morte avvenuta nell’anno 1935.

A seguire, gli inquilini del Palazzo di Miraflores (sede dell’ufficio del Presidente della Repubblica del Venezuela n.d.t.) furono i Generali Eleazar López Contreras (1935-1941) ed Isaías Medina Angarita (1941-1945) che accrebbero il potere di controllo e di pianificazione dello Stato sull’economia, assumendo posizioni democratiche, progressiste e nazionaliste in temi tanto delicati come quello della riforma agraria, riscossione dei tributi e controllo statale sugli idrocarburi. Per questo motivo, Angarita (che è stato Presidente del Venezuela dal 28 aprile 1941 al 18 ottobre 1945 n.d.t.) fu destituito con l’appoggio dell’imperialismo nord-americano, con un golpe promosso dai settori conservatori delle forze armate, della Chiesa, delle compagnie petrolifere e della famosa Federación de Cámaras y Asociaciones de Comercio y Producción de Venezuela (Fedecámaras). In conseguenza, si insediò una Giunta “Rivoluzionaria” di Governo (1945-1948).

Nel 1948, lo scrittore Rómulo Gallegos (Rómulo Ángel del Monte Carmelo Gallegos Freire, scrittore e politico, è stato Presidente del Venezuela dal 17 febbraio al 24 novembre del 1948 n.d.t.), autore di “Doña Bárbara” e “Mr. Danger”, diventò il primo presidente venezuelano eletto con il voto popolare. Governò solamente 280 giorni: un nuovo golpe rimpiazzò una Giunta Militare di Governo (1948-1950), presieduta dal Comandante Carlos Delgado Chalbaud ed affiancata da Marcos Pérez Jiménez.

Nel 1950, Chalbaud fu assassinato. Si insediò una nuova Giunta di Governo (1950-1952), presieduta da Germán Suárez Flamerich e nuovamente affiancata da Pérez Jiménez.

Nel dicembre del 1952 il partito Unione Repubblicana Democratica (URD) vince le elezioni, ma il risultato elettorale fu ignorato e Pérez Jiménez assunse provvisoriamente la Presidenza.

Nel 1953, il presidente del Venezuela fu designato dall’Assemblea Nazionale Costituente. Furono anni di sfrenate concessioni petrolifere alle multinazionali e di brutale repressione dei movimenti popolari. Malgrado la posizione del presidente, la battaglia per il controllo dell’oro nero continuò nei campi petroliferi, nei nascenti latifondi, nelle università, nei partiti politici clandestini, nelle nuove fabbriche e nei campi che cominciavano a riempirsi di gente. Il 23 gennaio del 1958 le forze popolari abbatterono Pérez Jiménez, ma successivamente furono tradite: incominciò il cosiddetto patto del Punto Fijo che segnò l’inizio della IV Repubblica ed i suoi quaranta anni di alternanza al potere tra due partiti – la socialdemocratica Azione Democratica ed il socialcristiano COPEI.

Durante queste quattro decadi si sono succeduti dodici Presidenti; quasi tutti assoggettati alle multinazionali del petrolio, lontani dal paese e annientatori della sovranità nazionale.

Si fortificò ed istituì nella vita politica venezuelana la pratica della corruzione, dello sperpero, dell’improvvisazione, dell’opportunismo, vale a dire, il parassitismo economico e mentale – anti – valori che, come vizi, continuano ancora vivi. A tal proposito sono stati essenziali i contributi politico -ideologici dei grandi mezzi di comunicazione ed il loro continuo lavoro contro la coscienza nazionale, con l’obiettivo di indebolire l’autostima popolare e perpetuare le falsificazioni ed i privilegi.

In risposta all’accumulo dell’insoddisfazione, nel 1989, il paese esasperato promosse il primo movimento continentale di resistenza al neoliberalismo, noto con il nome di Caracazo. Tuttavia, il tumulto esplose dopo anni, all’alba di un martedì del 4 febbraio del 1992, col sollevamento civile – militare capitanato dal Tenente Colonello Hugo Chávez. Sono trascorsi 21 anni, ma nessuno si è dimenticato di quel giovane viso che si assumeva la completa responsabilità delle sue azioni davanti le reti nazionali di radio e televisione, scontando due anni di prigione. Nel dicembre del 1998, desiderosa di andare oltre l’acuta crisi finanziaria e morale del paese, la maggioranza scelse Hugo Chávez come presidente e leader del processo di profonda trasformazione strutturale del Venezuela.

Venezuela Bolivariana

Così come per gli altri paesi latinoamericani, nel corso di 500 anni si è andata rafforzando nel sistema internazionale la collocazione del Venezuela tra i paesi satellite di quelli centrali.

Tuttavia, dalla scoperta del petrolio, intorno al 1910, questa relazione si intensificò e l’economia venezuelana assunse un ruolo ancora più forte come devota fornitrice di energia per il centro capitalista, soprattutto per gli Stati Uniti. Dette condizioni hanno limitato direttamente lo sviluppo venezuelano e condizionato il mutamento della sua struttura economica. Risultato di ciò, durante il secolo XX, si manifesta e si aggrava la mancanza di collegamento tra i settori produttivi interni, la concentrazione del reddito, la difficoltà di configurare un mercato interno, la carenza di infrastrutture e la fragilità dei comparti industriali ed agricoli.

Con l’arrivo della Rivoluzione Bolivariana ed il recupero del controllo statale sul petrolio, si aprirono nuove prospettive per il paese. Il Venezuela ebbe la possibilità di utilizzare la sua strategica ricchezza, come notoriamente ha provato a farlo, per recuperare la sua identità latinoamericana e per inserirsi in maniera più autorevole nelle relazioni internazionali. Dal 1999, si è privilegiata la spinta alla realizzazione di un mondo multipolare, al rinvigorimento dell’asse sud – meridionale, all’integrazione dell’America Latina e la ristrutturazione dell’OPEP (Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio è un’organizzazione intergovernamentale con sede a Vienna n.d.t.). Superate le prime battaglie per l’affrancamento della Petróleos de Venezuela Sociedad Anónima (PDVSA) e per l’effettivo controllo nazionale sugli idrocarburi, la sfida è stata quella di utilizzare in maniera proficua la risorsa petrolifera per promuovere la diversificazione dell’economia, sulla base di un’industrializzazione forte e di una ripresa delle forze produttive interne.

Dal mio punto di vista, tra il 1999 ed il 2012 l’economia venezuelana ha avuto almeno cinque tappe diverse, chiaramente definite. In ognuna di queste fasi si sono riscontrate notevoli differenze nell’utilizzo degli strumenti di politica economica: non è esistita un’unica forma di utilizzo di queste azioni; esse sono state cambiate a seconda delle circostanze. Alcune volte furono adottate per decisioni proprie del governo, altre furono indotte dalle reazioni dell’opposizione.

Queste tappe sono le seguenti: 1) 1999 – insediamento in un quadro economico, politico ed istituzionale abbastanza sfavorevole sia sul fronte nazionale che internazionale; 2) 2000 e 2001 – l’adozione di misure politiche e regolamentari tendenti in maggior misura allo sviluppo a partire dal secondo semestre del 1999; 3) il colpo di Stato ed il sabotaggio economico, condotti dall’elite associata agli interessi transnazionali, tra il quarto trimestre del 2001 ed il terzo del 2003, come risposta al sopravanzare dello Stato sull’economia e sull’industria petrolifera; 4) la ripresa economica a partire dal quarto trimestre del 2003, in maniera più incisiva del passato lo Stato ha iniziato ad usare la propria influenza in maniera più marcata nelle questioni economiche (Banca Centrale, politiche pubbliche e, la cosa più importante, PDVSA); 5) la cosi detta “siembra del petróleo” (Piano di semina del petrolio, è il nome che è stato dato ai Piani Strategici Petroliferi del Venezuela – PDVSA – e prevedono l’utilizzo della risorsa mineraria – petrolio -, come leva per la crescita, mirando a promuovere il pieno sviluppo della nazione. n.d.t.) e l’avanzamento “rumbo al socialismo” (“cammino verso il socialismo” n.d.t.) lo sforzo per un nuovo processo di industrializzazione, il pagamento del debito pubblico e l’espansione del potere statale nei settori strategici dell’economia. Quest’ultima tappa fu provvisoriamente interrotta a causa della crisi internazionale che fece crollare il PIB (PIL n.d.t.) venezuelano nel 2009 e 2010. Nel 2011, l’attività economica tornò ai livelli pre-crisi e nel 2012 crebbe di un 5,6%.

Benché in termini di benefici derivanti dal petrolio il governo di Chávez abbia contato per diversi anni su minori risorse provenienti delle esportazioni rispetto alle precedenti amministrazioni, il paese incentivò l’industria petrolifera. Detto processo procedette attraverso otto stadi: 1) modifica della Legge sugli Idrocarburi, con aumento dei diritti di sfruttamento (royalty n.d.t.) pagati al governo dalle compagnie petrolifere (dal 16,6% al 30% e dal 1% al 16,6%, nel caso della Faja del Orinoco) e revisione degli accordi operativi con imprese miste a partecipazione maggioritaria di PDVSA; 2) assunzione del controllo del tasso di cambio nel febbraio del 2003, che aumentò le riserve internazionali da US$ 14 mila milioni agli attuali US$ 27 mila milioni di dollari (marzo del 2013) creando i presupposti finanziari per l’applicazione di altre misure; 3) la nuova Legge sulla Banca Centrale e la creazione del Fondo Nazionale di Sviluppo (FONDEN) che conta un fondo di quasi US$ 48 mila milioni per il finanziamento di progetti sociali, comunitari e di investimento produttivo, con risorse provenienti da PDVSA e dalle riserve internazionali; 4) nuova impostazione del massimo organo di riscossione dei tributi, il SENIAT (Servizio Nazionale Integrato delle Amministrazioni Doganali e Tributarie del Venezuela n.d.t.), che tra il 1999 ed il 2012 ha incrementato le riscossioni totali come percentuale del PIL – colpendo specialmente le grandi imprese nazionali ed transnazionali, storicamente morosi ed elusori fiscali; 5) ampio piano di investimenti pubblici nelle industrie di base, con il conseguente effetto moltiplicatore ed acceleratore dell’investimento privato in settori come quello delle trasformazioni di prodotti base in prodotti di maggiore valore aggiunto e fornitori di beni per l’industria; 6) contributi annuali ultra milionari provenienti da PDVSA allo sviluppo sociale del paese, abbracciando Missioni Sociali, Nuclei di Sviluppo Endogeno e Finanziamento di progetti del FONDEN (Fondo di Sviluppo Nazionale n.d.t.), come meccanismo di emergenza per pagare l’immenso debito sociale accumulato per decadi, diminuire la disoccupazione e combattere strutturalmente l’inflazione; 7) impegno del Ministero dell’Agricoltura (MAT) per incrementare al 33% la superficie agricola utilizzata, attivando produttivamente centinaia di migliaia di ettari, attraverso un appoggio tecnico, finanziario, logistico e la costruzione di infrastrutture (irrigazione, stoccaggio e trasporto); 8) nazionalizzazione ed stabilizzazione di imprese strategiche, come quelle delle telecomunicazioni (Compañía Anónima Nacional Teléfonos de Venezuela – CANTV, del’americana Verizon), elettriche (Electricidad de Caracas – EDC, dell’americana AES; l’impianto di rigassificazione PIGAP, dell’americana Williams Companies; e industrie connesse al settore petrolifero), della siderurgia (Siderúrgica del Orinoco – SIDOR y Sidetur, con capitali misti argentini e messicani) del cemento (la messicana CEMEX, la francese Lafarge e la svizzera Holcim), settore minerario (Las Cristinas, dell’impresa canadese Crystallex), alimentaria (impianti di lavorazione del riso e della pasta della statunitense Cargill, caseifici Los Andes e impianti di lavorazione dello zucchero) cellulosa e carta (del cartiera irlandese Smurfit Kappa), imprese metallurgiche, oltre al Banco de Venezuela, del gruppo spagnolo Santander.

Dal punto di vista dell’integrazione regionale, il Venezuela ha avanzato proposte talmente avanzate da indurre l’applicazione di iniziative innovative. Il fulcro delle azioni è indirizzato verso la promozione dello scambio basato nella cooperazione ed il rispetto all’autodeterminazione. I principali esempi di ciò sono gli accordi di fornitura di petrolio a prezzi sovvenzionati con vari paesi caraibici e sud-americani, nella cornice dell’Alleanza Bolivariana per i paesi della Nuestra América (ALBA) (Alleanza Bolivariana per le Americhe n.d.t.). Sulla base degli insistenti progetti venezuelani nei fori internazionali e regionali furono costituiti il Banco del Sur, la Unión de Naciones Sudamericanas (UNASUR) e la Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caribeños (CELAC). Oltre a questo, il paese è entrato formalmente a far parte del MERCOSUR (Mercato Comune del Sud è formato dalla Repubblica Argentina, la Repubblica Federativa del Brasile, la Repubblica del Paraguay, la República Orientale del’Uruguay, la Repubblica Bolivariana del Venezuela mentre è in corso l’adesione dello Stato Plurinazionale della Bolivia n.d.t.), spingendo la coalizione regionale dalla limitata prospettiva commerciale verso livelli più profondi di integrazione. Un’altra immagine nitida della combattiva posizione venezuelana fu il sotterramento della proposta statunitense di annessione, l’Alca (Area di Libero Commercio delle Americhe n.d.t.), a Mar de Plata, nel 2005. La ricerca per la semina del petrolio – con tutte le sue visibili limitazioni – manifesta l’audacia venezuelana di cercare lo scavalcamento della sua condizione di colonia. Il paese, a dispetto dei problemi che persistono, dimostra che è possibile rompere le catene ed emanciparsi; soprattutto se si cerca spingere la liberazione nazionale congiuntamente con il processo di integrazione regionale. Per il resto, si sa che l’attuale processo di trasformazione strutturale rappresenta più che un capitolo della guerra per il controllo del petrolio. In questo momento di grandi trasformazioni, il Venezuela propone e promuove evoluzioni che possono determinare nuove condizioni di lotta nei paesi periferici. È una lotta per l’indipendenza che ha avuto inizio circa due secoli fa ed è ancora lontana dal terminare.

Serve segnalare che il problema venezuelano è diverso da quello degli altri paesi della regione: non soffre a causa di un embargo e fa assegnamento su un’abbondanza di valute. La sua principale sfida continua ad essere quella di utilizzare le risorse del petrolio in maniera efficiente, promuovendo la diversificazione produttiva in un’economia che vive dallo sfruttamento del sottosuolo ed importa tutto quello che può. Un’altra caratteristica che complica l’azione trasformatrice è la mancanza di organismi funzionali al cambiamento, come di tecnici qualificati coinvolti nel processo. La risposta migliore sembra essere quella di estendere l’industrializzazione sotto il controllo dallo Stato, approfondire la “siembra del petróleo”, fortificare l’apparato pianificatore statale ed intensificare la partecipazione popolare nel processo decisionale.

Sparizione fisica

La dedizione incondizionata di Chávez al progresso del paese commuove. Molte volte ha ripetuto che darebbe la vita per il paese che lascerebbe la sua anima ed il suo sangue nella lotta per la liberazione del Venezuela e per la emancipazione dei più umili. Negli ultimi mesi, benché malato terminale, ha dedicato, instancabilmente i suoi giorni al lavoro e ad una campagna elettorale per le elezioni presidenziali. Ha parlato, saltato, ballato e cantato sotto il sole e sotto la pioggia. Le immagini sono disponibili, i video sono a disposizione di chiunque li voglia vedere e rivedere. Inoltre, ci sono le denunce rivolte all’imperialismo statunitense, al lavoro sporco dell’Ambasciata yankee a Caracas ed allo sforzo permanente degli agenti della CIA per eliminarlo fisicamente. Pochi giorni fa, il presidente incaricato Nicolás Maduro e l’avvocato Eva Golinger, autrice del libro “El código Chávez”, accusarono il governo degli Stati Uniti di avere provocato il cancro di Chávez. Un progetto di quel tipo può sembrare fantasioso solamente per coloro che non conoscono la storia dell’ingerenza di Washington in America Latina.

Non si tratta se un altro mondo può essere o no possibile, bensì che un altro mondo è urgentemente necessario. L’opera per trasformarlo sarà giornaliera e di molte generazioni, ovviamente senza nessuna garanzia che possa raggiungersi la meta. Ma, come disse il maestro cubano José Martí, non c’è un’altra strada: “La libertà costa molto cara, ed è necessario, o rassegnarsi a vivere senza di essa, o decidersi a comprarla per il suo prezzo”. Sono molto poche le circostanze della storia in cui l’azione delle individualità può contribuire in maniera significativa per cambiare la realtà. Straordinariamente esistono brecce, spazi e tempi nei quali questa possibilità di intervento diventa più realizzabile. Ha ragione Víctor Hugo affermando che “Non c’è niente di più forte di un’idea il cui tempo è ormai giunto”. Chávez ha saputo condurre l’apertura di un’eccezionale breccia; quella che aveva scorto già Ali Primera (cantautore di protesta, una delle voci della sinistra Venezuelana, morto nel 1985 n.d.t.).

La linea tracciata per le lotte sociali in Venezuela, come in qualunque altro paese, non è una retta: i suoi processi sono costantemente segnati da avanzamenti, retrocessioni, momenti di grandi cambiamenti o di paralizzazione apparente. Questi movimenti permanenti contano su un gran numero di variabili, con i suoi vettori positivi e negativi, con il suo interminabile gioco di forze contrarie. La lunga guerra per il controllo della maggiore ricchezza nazionale è piena di grandi sfide, buone e cattive, rigurgitante di esseri brillanti e mediocri, di eroi e traditori che trascesero la loro individualità e scrissero la storia venezuelana, con spade, pensieri, penne, mitra e sangue. Nel campo nazionale, popolare ed antimperialista, con i suoi incontri e differenze, sono stati uomini come Francisco de Miranda, Simón Bolívar, Antonio José de Sucre, José Félix Ribas, Ezequiel Zamora, Cipriano Castro, Isaías Medina Angarita, Fabricio Ojeda e migliaia di altri.

Non ci sono dubbi che il presidente Hugo Chávez rappresentò questa parte. Dall’altro lato, l’oligarchia parassitaria, i transnazionali, l’imperialismo e le sue strutture di potere globale.

Felice colui a cui è toccato il privilegio di vivere il Venezuela Bolivariano. Ebbi la gioia di trascorrere quattro intensi anni vivendo e lavorando lì, pienamente coinvolto nel vortice del governo Chávez, vicino a compagni indimenticabili e situazioni indescrivibili. Sono ammirabili la coscienza e la capacità di mobilitazione del paese venezuelano che storicamente assume una carta di avanguardia nelle lotte per la liberazione nazionale e per l’integrazione regionale. Lo storiografo uruguaiano Vivián Trías affermava che il nazionalismo latinoamericano è popolare, antimperialista ed integrazionista. E così è. Bolivar fu così, Chávez fu così. Le aspettative per il futuro venezuelano sono le migliori possibili. Vale a dire, che c’è unità nelle forze bolivariane che Nicolás Maturo accompagna la continuità del progetto emancipatore e che il Venezuela continua a trasmettere quell’alito trasformatore in tutti gli angoli del mondo.

Luciano Wexell Severo, Professore di Economia, Integrazione e Sviluppo presso l’Università Federale di Integrazione Latinoamericana (UNILA), Foz do Iguazú, Brasile. luciano.severo@unila.edu.br Rebelión ha pubblicato questo articolo con il permesso dell’autore mediante una licenza di Creative Commons, rispettandone la facoltà di pubblicarlo in altre testate.

Fonte: http://www.rebelion.org
Link: http://www.rebelion.org/noticia.php?id=165303&titular=ch%E1vez-y-la-econom%EDa-pol%EDtica-venezolana-
15.03.2013

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di FABIO BARRACO

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