-o0o-

Caso Moro, l’ombra degli Stati Uniti

Gli Usa «manipolarono» la fase finale del sequestro. La versione di Pieczenik, esperto di terrorismo. E lo spettro Cia.

di Massimo Del Papa

(© imagoeconomica) Aldo Moro, ex presidente Dc assassinato dalle Br nel 1978.

Fantasmi che ritornano, senza mai essere andati via. Per niente candidi fantasmi che aleggiano da 35 anni, dalla prigionia di Aldo Moro destinato a morte forse all’ultimo momento, forse fin da prima di essere rapito in via Fani.
LA VERSIONE DI PIECZENIK. La procura di Roma ha incaricato la Digos di acquisire la cassetta dell’intervista, trasmessa il 30 settembre da Radio24, a Steve Pieczenik, esperto di terrorismo, consulente del dipartimento di Stato Usa nel 1978, che avrebbe condizionato le autorità italiane nella fase finale della gestione di Moro, culminata nella tragedia dell’esecuzione, «al fine di stabilizzare la situazione dell’Italia».
PALAMARA PUNTA I PIEDI. Il pm procedente Luca Palamara vuole convocare, via rogatoria, proprio Pieczenik, anche sulla scia di un esposto, depositato lo scorso giugno, dall’ex giudice istruttore Ferdinando Imposimato che, una volta in pensione, ha fatto luce su alcune circostanze del caso.
LA TEORIA DEL «DOPPIO OSTAGGIO». Imposimato è da sempre convinto che l’ex presidente della Democrazia cristiana potesse essere salvato. Ma il blitz programmato per liberarlo dal covo di via Montalcini sarebbe saltato all’ultimo momento, per un cambio di decisione presa dai vertici del partito. È questa la tesi del «doppio ostaggio» (Moro contro carte compromettenti per la Dc e per lo Stato), sostenuta anche dal maggiore storico del caso, l’ex senatore comunista e scrittore Sergio Flamigni.
Nel 2006, il consulente del Viminale Steve Pieczenik, uomo della Cia, rivendicò clamorosamente il pieno merito dell’esecuzione di Moro, avvenuta per mano di brigatisti sapientemente manipolati, nel libro Abbiamo ucciso Aldo Moro, di Emmanuel Amara, pubblicato in Italia circa due anni dopo. Assunti confermati lunedì e subito acquisiti dalla procura romana.
Il naufragio dei canali di trattativa
Il cadavere di Aldo Moro trovato in una Ranault 4 parcheggiata in via Caetani a Roma il 9 maggio 1978.

Il cadavere di Aldo Moro trovato in una Ranault 4 parcheggiata in via Caetani a Roma il 9 maggio 1978.

Lo stratega americano Steve Pieczenik, arruolato dall’allora ministro dell’Interno Francesco Cossiga nei giorni del sequestro del presidente Dc (mossa che molti all’epoca non capirono), annotò: «Perché ucciderlo [Moro]? Avrebbero dovuto dire: se lo liberiamo il mondo ce ne sarà riconoscente, la sua famiglia anche, la Democrazia cristiana ci lascerà in pace e concluderà un accordo con noi, i comunisti ci riconosceranno e gli elementi reazionari verranno neutralizzati».
Ma l’America voleva davvero tutto questo? Di certo non lo gradiva l’intransigente Mario Moretti, capo supremo delle Br in questa fase, il quale, anche contro il gruppo dirigente brigatista, s’incaricò personalmente dell’esecuzione.
IL GIALLO DEI MEMORIALI. Ulteriori ombre emersero, postume, dalle due versioni dei memoriali dello stesso Moro recuperati a distanza di 12 anni, mai in originale e nella loro completezza, nel covo brigatista di via Monte Nevoso a Milano, la prima il primo ottobre del 1978, la seconda 12 anni più tardi.
Moro, in due diverse lettere, passava dal sollievo per l’imminente liberazione, della quale «desidera dare atto alle Br», allo sconforto definitivo per una svolta inopinata e definitiva, maturata in extremis, che lo condannava.
Ma Moro si poteva salvare? Di certo trattative si aprirono, e per più canali: quello riservato dei singoli uomini delle istituzioni, l’altro, esplicito, di alcuni partiti (il Psi di Craxi). Un terzo, sotterraneo, col Vaticano.
LA PROFEZIA DEL 1968. Ma l’epilogo fu quello che per Moro, in situazioni diverse e a volte paradossali, venne profetizzato fin dal 1968, e che trovò una macabra conferma nel 1974, quando lo statista democristiano, in visita ufficiale negli Stati Uniti, venne esplicitamente avvertito dal segretario di Stato Henry Kissinger delle possibili conseguenze della politica morotea di equilibrio in Medio Oriente, giudicata troppo filopalestinese, nonché sull’apertura manifestata da Moro verso le forze di sinistra.
Il presidente Dc ne restò così turbato da anticipare il rientro in Italia, dandosi malato per alcune settimane.
L’ex Ss Hass, padre Morlion e lo zampino della Cia
Giulio Andreotti.

(© Ansa) Giulio Andreotti.

A proposito di interferenze americane, però, quella di Pieckzenik non è l’unica presenza inquietante. L’ex gerarca Ss Carl Hass, responsabile dell’eccidio delle Fosse Ardeatine, nell’immediato Dopoguerra si trovava a Fermo nei panni di un insegnante di inglese e matematica del Collegio del Sacro Cuore: qui fu agganciato da emissari di padre Felix Morlion, uomo della Cia in Europa, legato ai democristiani De Gasperi, Scelba e Andreotti. Quest’ultimo era addirittura segretario particolare del religioso appartenente ai Servizi americani.
Hass ammise, nell’interrogatorio reso il 4 luglio 1996 al capitano Massimo Giraudo e al maresciallo Cosimo Pano del Ros, il suo ruolo in una rete di agenti sotto la responsabilità di padre Morlion, con compiti di spionaggio raccolti negli ambienti della destra italiana.
GLI ARCHIVI URUGUAYANI DI GELLI. Quanto a Morlion, era entrato in Italia nel 1944 tramite l’Oss americana, per la quale già nel 1932 aveva fondato i Cip, centri informazione Pro Deo.
Il primo a parlare dell’ambiguo prelato-spione fu il solito Mino Pecorelli, che nel 1968 descrisse la ProDeo come una copertura del Servizio di sicurezza del ministero dell’Interno. Indiscrezioni che trovarono conferme anni dopo, quando dagli archivi uruguayani di Licio Gelli, il Venerabile della P2, spuntò un fascicolo intestato a Morlion.
VIA CAETANI: I DUBBI SULL’ORARIO. Il pm Palamara scava pure nell’orario del ritrovamento del cadavere di Moro nella Renault 4 la mattina del 9 maggio 1978 in via Caetani.
Secondo diverse testimonianze, tra cui quelle di due artificieri antisabotaggio, esponenti dello Stato erano sul posto già alle 11, consapevoli del macabro contenuto della R4, mentre la telefonata delle Br che annunciava la presenza del cadavere arrivò solo dopo le 12 e 30.
Lo stesso Cossiga, secondo indiscrezioni di pochi mesi fa, fu informato dell’esecuzione di Moro praticamente in tempo reale.
Ma questa è un’altra storia, anzi un altro mistero.

Lunedì, 30 Settembre 2013

http://www.lettera43.it/cronaca/caso-moro-l-ombra-degli-stati-uniti_43675109617.htm

—————o0o—————

lunedì 15 luglio 2013
130404-imposimato-thumb_fotohome3-1E’ di questi giorni la notizia che l’ex magistrato Ferdinando Imposimato ripropone nuovi retroscena sul rapimento di Aldo Moro. L’autore di “Doveva morire” il dito contro Andreotti e Cossiga, e soggiunge: “L’uccisione di Moro è avvenuta per mano delle Brigate Rosse, ma anche e soprattutto per il volere di Giulio Andreotti, Francesco Cossiga e del sottosegretario Nicola Lettieri … Se non mi fossero stati nascosti alcuni documenti li avrei incriminati per concorso in associazione per il fatto”. Escono allo scoperto alcuni artificieri che danno una versione nuova del giorno in cui Moro venne trovato morto nel cofano di una macchina. Cossiga sarebbe stato presente poco prima del ritrovamento, e l’ora del decesso sarebbe differente. Ci viene da pensare se veramente queste ipotesi-rivelazioni non fossero conosciute anzitempo. E’ curioso che simili posizioni vengano “difese” ora che i citati Cossiga e Andreotti siano passati “oltre la soglia” senza che, dunque, ci sia possibilità di contraddittorio.

Sulla morte di Aldo Moro hanno scritto in molti, ed è giusto che lo faccia Imposimato più di altri, visto che si occupò del caso da vicino. Sarebbe ora che qualcuno cominciasse anche a parlare non soltanto di come sia morto Moro, se mai lo verremo a sapere, ma di come sia vissuto, di cosa abbia fatto, di quali siano state le sue aspirazioni, di quanto abbia desiderato per l’Italia e di cosa sia rimasto, a noi, in eredità della sua azione politica. Occorrerebbe che i giovani studenti leggessero, sapessero, studiassero il pensiero moroteo, come elemento avanzato della cultura politica postmoderna. Nonostante tutto, merito di Imposimato è quello di mantenere vivo il ricordo della morte di Moro e la sua figura di politico, figura che è stata rimossa dalla coscienza della stragrande maggioranza degli italiani. Mi preme ricordarlo: Moro, tra le altre cose, propose e ottenne lo studio dell’Educazione Civica nelle scuole italiane.

Danilo Campanella.

Fonte: http://filomatinews.wordpress.com/2013/07/15/alcune-considerazioni-su-imposimato/

-o0o-

———————-o0o———————-

ALDO MORO: ASSASSINATO DALLO STATO ITALIANO A STELLE E STRISCE

-o0o-
-o0o-
14.3.13 – di Corrado Guerzoni *
La sua vita è stata stroncata a Roma, nello squallido garage di un condominio periferico, dentro una vettura d’infimo valore, con le gambe contratte sul petto, a causa dello spazio angusto, e poi spezzate per poter far entrare il suo corpo nella cassa. E’ stato ammazzato quando aveva 61 anni e otto mesi circa, dunque nel fiore della maturità, persino giovane in base alle attuali aspettative di vita. (…) E’ stato eliminato con una ferocia bestiale da parte di chi si è arrogato il diritto, ma ha anche avuto, di fatto, il potere, di rapirlo dopo aver sterminato la sua scorta, di tenerlo prigioniero per 55 giorni in condizioni inumane e, alla fine, di scaricargli addosso un caricatore di mitra.
Aveva una famiglia Aldo Moro: una moglie, quattro figli, un nipote che amava teneramente; aveva molti studenti, all’Università, che seguivano i suoi corsi (…)
Ebbene qualcuno ha deciso, come se fosse il Dio della vita e della morte, che Aldo Moro doveva morire e morire in quel modo stupido e straziante. Hannah Arendt ha parlato della banalità del male; qui, ripeto, non si può descrivere la situazione se non adottando la dizione: l’atroce stupidità del male (…)
Nel lungo viaggio, una vera e propria Via Crucis, verso la morte Aldo Moro non ha conosciuto solo l’esultanza della sinistra e la gelida indifferenza della componente di destra e conservatrice dell’opinione pubblica, ma anche la denegazione della sua di identità (…)
Quella mattina del 16 marzo 1978, quando era uscito di casa intorno alle nove ed era passato come sempre in chiesa per il suo quotidiano e intimo incontro con Dio, certo non immaginava che di lì a poco si sarebbe trovato repentinamente al centro di una sparatoria, davanti alla strage della sua scorta, poi rapito, chiuso in una cassa e trasportato verso la sua prigione. Un mutamento, improvviso e radicale, l’annullamento brutale di qualsiasi prospettiva della sua vita quale l’aveva vissuta fino a quel punto, fino a quel momento (…)
Aldo Moro è nato a Maglie di Lecce il 23 settembre 1916. E’ figlio di Renato, maestro elementare, sposato con Fida Stinchi, anch’ella educatrice (…)
Nell’ultima lettera scrive che
per il futuro, c’è in questo momento una tenerezza infinita per voi, il ricordo di tutti e di ciascuno, un amore grande di ricordi apparentemente insignificanti, in realtà preziosi. Uniti nel ricordo, vivete insieme. Mi parrà di essere tra voi”. E rivolgendosi alla moglie scrive: “bacia e carezza per me tutti, volto per volto, occhi per occhi, capelli per capelli. A ciascuno una mia immensa tenerezza che passa per le tue mani”. Queste le ultime parole struggenti: “vorrei capire con i miei piccoli occhi mortali come ci si vedrà dopo, se ci fosse luce, sarebbe bellissimo. Amore mio sentimi sempre con te e tienimi stretto”.
 
Andreotti & Cossiga
Lui, accusato di vigliaccheria, morirà per la viltà altrui, per la debolezza di un Stato incapace di compiere il suo primario dovere che è quello di proteggere e salvare i propri cittadini; morirà per il tragico opportunismo del sistema politico deciso ad andare oltre lui, senza di lui come se egli non fosse mai esistito (…)
* Giornalista, portavoce e assistente alla comunicazione di Aldo Moro. Autore del libro ALDO MORO, da cui è tratta la predetta citazione, pubblicato da Sellerio nel 2008.
 
Kissinger e Napolitano
Dalla prigione in cui era stato rinchiuso dai brigatisti rossi (bieca manovalanza) eterodiretti dalla Central Intelligence Agency – con la compiacenza dell’ambasciatore USA Richard Gardner (intimo del presidente della Repubblica uscente Giorgio Napolitano, che più recentemente ricevuto in pompa magna il criminale internazionale Henry Kissinger, lo stesso Kissinger che aveva minacciato di morte Moro, come si evince anche dalle molteplici testimonianze processuali e documentali – Aldo Moro nella sua lettera a Zaccagnini del 24 aprile 1978, aveva scritto:

Non creda la Dc di aver chiuso il suo problema, liquidando Moro. Io ci sarò ancora come un punto irrinunciabile di contestazione e di alternativa, per impedire che nella DC si faccia quello che se ne fa oggi. Per questa ragione, per un’evidente incompatibilità, chiedo che ai miei funerali non partecipino né Autorità dello Stato né uomini di partito. Chiedo di essere seguito dai pochi che mi hanno veramente voluto bene e sono degni perciò di accompagnarmi con la loro preghiera e con il loro amore”.

strage e rapimento del 16 marzo 1978:
 

dal film IL CASO MORO (di Giuseppe Ferrara), 1986:

—————————–o0o—————————–

18 marzo 2013 – Tratto da “Il club Bilderberg” di Daniel Estulin

Il 10 novembre 1982, in un’aula del tribunale di Roma, Corrado Guerzoni, un intimo amico della vittima, testimoniò che Aldo Moro – che è stato un leader politico per decenni «fu minacciato da un agente del “Royal Institute for In­ternational Affaire” (RTIA), mentre era ancora ministro». Coleman racconta che, durante il processo ai membri delle Briga­te Rosse, «molti di loro testimoniarono di essere venuti a conoscenza dell’implicazione di un alto funzionario degli Stati Uniti nel piano per uccidere Moro».

Tra il giugno e il luglio del 1982, «la vedova di Aldo Moro testimoniò che l’omicidio di suo marito era stato il risultato dì una serie di minacce alla sua vita, mosse da qualcuno, che lei definì una figura molto importante della politica degli Stati Uniti”. Quando il giudice le chiese se poteva dichiarare alla Corte cosa aveva detto precisamente questa persona, Eleonora Moro ripeté esat­tamente lo stesso concetto espresso da Guerzoni: «Se non cambi la tua linea politica, la pagherai cara». In una delle pagine più emozionanti del libro, Coleman scrive: «A Guerzoni, richiamato dal giudice, venne chiesto se era in grado di identifi­care la persona, di cui aveva parlato la signora Moro. Guerzoni rispose che si trattava di Henry Kissinger, come aveva già detto precedentemente». Perché un importante uomo politico statunitense minaccia un lea­der di una nazione europea indipendente? La testimonianza sensazio­nale, e potenzialmente distruttiva delle relazioni tra Stati Uniti e Italia, di Guerzoni fu immediatamente diffusa da tutti i media dell’Europa occidentale, ìl 10 novembre 1982.

Curiosamente, nessun canale televi­sivo americano pose l’attenzione su quella notizia, anche se Kissinger venne condannato per complicità in omicidio. Ma questo silenzio non è poi tanto sorprendente, come capiremo meglio nella seconda parte del libro, quando parleremo del “Council Foreign Relatìons”.

Tratto da “Il club Bilderberg” di Daniel Estulin

———————-o0o———————

———————o0o———————-

Caso Moro: Cia e Mossad complici delle BR?
Interrogazione di Gigi Malabarba (Capogruppo PRC al Senato) al Presidente del Consiglio

Se CIA e Mossad avevano infiltrato le BR prima del rapimento di Moro e ciò era noto ai servizi segreti deviati italiani e a giornalisti ad essi legati come Mino Pecorelli, esiste una complicità di Stati Uniti e Israele nella fine dello statista DC, reo di voler aprire le porte del governo ai comunisti”
Commenta così Gigi Malabarba, capogruppo PRC al Senato e membro del COPACO, le affermazioni dell’ ex vicepresidente del CSM e vicepresidente vicario della DC, Giovanni Galloni, in un’intervista a RAI NEWS 24.
“Ho presentato un’interrogazione al Presidente del Consiglio perché USA e Israele ai loro massimi livelli politici e di intelligence forniscano informazioni immediate, perché, se ciò fosse confermato, la storia del nostro paese andrebbe riscritta e personaggi screditati come Antonino Arconte (inviato dai servizi in Medio Oriente prima del rapimento di Moro per trattare il suo rilascio) presi in seria considerazione – aggiunge Malabarba -“.
“Alla luce dei recenti episodi di azione illegale della CIA nel nostro paese, come il rapimento dell’imam egiziano Abu Omar, il governo deve smettere di essere latitante e porre in atto tutte le iniziative adeguate a far luce su episodi che mettono in luce una condizione dell’Italia a sovranità limitata, in cui  agivano un tempo “servizi deviati” e oggi “accordi segreti” Usa – governo italiano per aggirare costituzione, leggi e trattati internazionali  conclude Malabarba. “

Roma 6-7-2005
L’Ufficio Stampa  del Gruppo PRC Senato

Intervista a Giovanni Galloni
Tratto da RaiNews24 – www.rainews24.it/ran24/magazine/next/default.htm 

L’eco suscitato dalle clamorose dichiarazioni rilasciate martedì 5 luglio dall’On. Giovanni Galloni, Vice Segretario Vicario della DC ai tempi del rapimento di Aldo Moro, aprono squarci nuovi su cosa accadde in quella primavera del 1978. Perché uno dei più importanti leader politici italiani fu rapito? Perché rimase 55 giorni nelle mani degli uomini delle Brigate Rosse senza che i servizi segreti riuscissero a trovare il covo dove era detenuto? Perché uno Stato sovrano come il nostro non riuscì a salvare la vita di uno dei suoi politici di maggior prestigio? Quale è stato il vero ruolo giocato dai servizi segreti stranieri sull’intera vicenda? Quale era il quadro storico-politico di riferimento che determinò le scelte e in ultima analisi il destino di Aldo Moro e della Repubblica? Di fronte agli eventi di queste ore, sembrano domande relegate al passato remoto della nostra memoria collettiva, ma anche di fronte ad una generazione intera di italiani che non sa o non ricorda che cosa accadde non si può lasciare che questi interrogativi rimangano tali in eterno. Fino a quando ci sarà qualcuno a conoscenza di fatti che possono illuminare un tratto di quel buio e sia disposto a parlarne, abbiamo il dovere di ascoltarlo.

A questo link potete ascoltare l’intervista a Giovanni Galloni sul Caso Moro.
Dice Galloni: “Moro mi disse che sapeva per certo che i servizi segreti sia americani sia israeliani avevano degli infiltrati all’interno delle Brigate Rosse. Però non erano stati avvertiti di questo
http://www.rainews24.it/ran24/clips/Video/galloni.asx

-o0o-

———————-o0o———————

MORO PER SEMPRE – TRE TRATTATIVE PER UNA CONDANNA A MORTE

24 APR 18:36

Il caso-Moro tra depistaggi e sedute spiritiche – Mentre sui giornali impazzava la “fermezza” ben tre trattative erano aperte: una di Paolo VI, una coordinata da Leone e Fanfani e una dei servizi con Tito, palestinesi e altri gruppi arabi – Ma Moro doveva morire…

Carlo Vulpio per “Il Corriere della Sera”

Trentacinque anni dopo, ecco Aldo Moro. Cosa sappiamo? Cosa ricordiamo? A malapena, che lo statista democristiano – più volte presidente del Consiglio, ministro e sicuro prossimo capo dello Stato – fu sequestrato a Roma il 16 marzo 1978 dalle Brigate rosse e fu poi ritrovato cadavere, sempre a Roma, il 9 maggio dello stesso anno.

Forse i più «informati» sapranno che in quei 55 giorni di prigionia si fronteggiarono un «partito della fermezza» (quasi tutte le formazioni politiche, Pci in testa), contrario a ogni negoziato con i terroristi, e un «partito della trattativa» (i radicali, ai quali poi si aggiunsero i socialisti), che invece voleva salvare l’ostaggio. Poi, più nulla.

Tutto sepolto da quei luoghi comuni che, ripetuti dalla tv fino allo stremo e tradotti in carta stampata di libri e giornali, diventano «storia». Nel caso Moro, essi sanciscono che l’omicidio del presidente Dc fu l’esito tragico e inevitabile di quella contrapposizione. Punto. E che non se ne parli e non se ne dubiti più.

Ecco, proprio quest’ultima tesi è la prima delle falsità messe in circolazione trentacinque anni fa e da allora sempre riproposta come «verità storica». Pur tra depistaggi, doppi e tripli giochi di spie dell’Est e dell’Ovest e persino sedute spiritiche (celebre quella a cui partecipò Romano Prodi e che attende ancora una spiegazione) che indicavano in «Gradoli» (la via di Roma, non il comune del Viterbese in cui vennero indirizzate le ricerche) la prigione dello statista, Moro non doveva essere ucciso, ma doveva essere liberato.

Anzi, stava per essere liberato, e grazie non a una, ma a ben tre trattative, condotte su tre piani e da tre soggetti diversi: i nostri servizi, che trattavano «con Tito, i palestinesi e altri gruppi arabi; Paolo VI (che chiede la liberazione di Moro senza condizioni, ma tratta riservatamente); e poi la trattativa coordinata da Leone e Fanfani».

Solo che all’ultimo momento, proprio il giorno prima della «esecuzione», la decisione di risparmiare la vita di Moro cambiò. Cosa accadde di preciso, e perché, nessuno è ancora in grado di dirlo con certezza. Di sicuro però c’è che Moro, con la sua visione lunga di creare in Italia le condizioni per l’alternanza alla guida del Paese (non per il coinvolgimento puro e semplice del Pci nel governo) alterava gli equilibri di Yalta, poiché l’ingresso dei comunisti al governo di un Paese nell’area di influenza occidentale sarebbe stato un pericoloso precedente, che avrebbe legittimato gli americani a fare altrettanto nei Paesi dell’area sovietica, creando il pluripartitismo e sostenendo le forze a loro più vicine.

Questa lettura del caso Moro, ben raccontata da Alessandro Forlani nel libro La zona franca (Castelvecchi, pp. 321, 19,50), non è un esercizio di dietrologia, ma di critica, diciamo pure di critica «sciasciana», nel senso che non si accontenta delle facili ricostruzioni «storiche», né delle presunte «verità processuali», ma si affida al ragionamento, alla logica, alle testimonianze dirette dei protagonisti, ai fatti.

E un fatto, tra i tanti riportati alla memoria e messi in relazione logica tra loro, era, scrive Forlani, «la contrarietà di Moro alla dismissione delle grandi industrie, lo statista non voleva che l’Italia diventasse a breve un Paese in cui l’economia fosse basata sul terziario (insomma, un grande supermercato)».

Come un fatto era pure l’avversione di Moro all’idea di un’Italia trasformata in base strategica per destabilizzare il Medio Oriente e consentire alle compagnie petrolifere occidentali di assicurarsi più facilmente il petrolio di quelle aree.

Il libro di Forlani, infine (ma forse soprattutto), ha il grande merito di riabilitare la parola «trattativa». Che quando viene utilizzata per salvare vite umane – di leader o di gente comune – non è una brutta parola, ma risponde a un’idea di ragion di Stato che mette al primo posto la vita umana, come dicevano in quei giorni lo stesso Moro, Bettino Craxi, Giuliano Vassalli e poi anche il figlio di Aldo Moro, Giovanni.

Si trattò con i palestinesi nel 1973, dopo l’attentato che costò la vita a 32 persone a Fiumicino. La stessa magistratura si disse pronta a trattare per Mario Sossi, sequestrato dalle Br nel 1974, allentando le misure carcerarie per i detenuti di estrema sinistra.

E nel 1977 lo stesso Paolo VI (anche la Chiesa ha, per fortuna, sempre trattato in questi casi) si offrì come ostaggio quando i terroristi tedeschi della Raf dirottarono un aereo. E poi si trattò nel 1980, per il giudice Giovanni D’Urso, e nel 1981, per l’assessore regionale della Campania, Ciro Cirillo.

Come pure si è trattato con mafie e poteri vari, e non una volta sola, per salvare vite innocenti. Anche per Moro si trattò, ma non andò come doveva andare. Moro doveva morire.

http://www.dagospia.com/rubrica-29/Cronache/moro-per-sempre-tre-trattative-per-una-condanna-a-morte-54773.htm

-o0o-

——————-o0o——————-

La Stampa 11 Marzo 2008

“HO MANIPOLATO LE BRIGATE ROSSE PER FAR UCCIDERE ALDO MORO”

«Ho mantenuto il silenzio fino ad oggi. Ho atteso trent’anni per rivelare questa storia. Spero sia utile. Mi rincresce per la morte di Aldo Moro; chiedo perdono alla sua famiglia e sono dispiaciuto per lui, credo che saremmo andati d’accordo, ma abbiamo dovuto strumentalizzare le Brigate Rosse per farlo uccidere. Le Br si erano spinte troppo in là». Chi parla è Steve Pieczenick. Un uomo misterioso, che volò in Italia nei giorni del sequestro Moro, inviato dall’amministrazione americana ad «aiutare» gli italiani. Pieczenick non ha mai parlato di quello che fece in quei giorni. Dice addirittura di essersi impegnato con il governo italiano di allora a non divulgare mai i segreti di cui è stato a conoscenza. Ed è un fatto che né la magistratura, né le varie commissioni parlamentari sono mai riuscite a interrogarlo. Finalmente però l’uomo del silenzio ha parlato con un giornalista, il francese Emmanuel Amara, che ha scritto un libro («Abbiamo ucciso Aldo Moro», Cooper edizioni) sul caso.

Le rivelazioni sono sconvolgenti. Pieczenick, che è uno psichiatra e un esperto di antiterrorismo, avrebbe avuto un ruolo ben più fondamentale in quei giorni. E che ruolo. «Ho manipolato le Br», dice. E l’effetto finale di questa manipolazione fu l’omicidio di Moro.

Il «negoziatore» Pieczenick arriva a Roma nel marzo 1978 su mandato dell’amministrazione Carter per dare una mano a Francesco Cossiga. E’ convinto che l’obiettivo sia quello di salvare la vita allo statista. Ben presto si rende conto che la situazione è molto diversa da quanto si pensi a Washington e che l’Italia è un paese in bilico, a un passo dalla crisi di nervi e dalla destabilizzazione finale.

Da come maltratta l’ambasciatore e il capostazione della Cia si capisce che Pieczenick è molto più di un consulente. E’ un proconsole inviato alla periferia dell’impero. «Il capo della sezione locale della Cia non aveva nessuna informazione supplementare da fornirmi: nessun dossier, nessuno studio o indagine delle Br… Era incredibile, l’agenzia si era completamente addormentata. Il colmo era il nostro ambasciatore a Roma, Richard Gardner. Non era una diplomatico di razza, doveva la sua nomina ad appoggi politici». Cossiga è molto franco con lui. «Mi fornì un quadro terribile dalla situazione. Temeva che lo Stato venisse completamente destabilizzato. Mi resi conto che il paese stava per andare alla deriva».

Nella sua stanza all’hotel Excelsior, e in una saletta del ministero dell’Interno, Pieczenick comincia lo studio dell’avversario. Scopre che invece sono i terroristi a studiare lui. «Secondo le fonti di polizia dell’epoca, ventiquattr’ore dopo il mio arrivo mi avevano già inserito nella lista degli obiettivi da colpire. Fu allora che capii qual era la forza delle Brigate Rosse. Avevano degli alleati all’interno della macchina dello Stato».

Una sgradevole verità gli viene spiegata in Vaticano. «Alcuni figli di alti funzionari politici italiani erano in realtà simpatizzanti delle Brigate Rosse o almeno gravitavano nell’area dell’estrema sinistra rivoluzionaria. Evidentemente era in questo modo che le Br ottenevano informazioni importanti». Così gli danno una pistola. «Ogni volta che uscivo in strada stringevo più che mai la Beretta che avevo in tasca».

Comincia una drammatica partita a scacchi. «Il mio primo obiettivo era guadagnare tempo, cercare di mantenere in vita Moro il più a lungo possibile, il tempo necessario a Cossiga per riprendere il controllo dei suoi servizi di sicurezza, calmare i militari, imporre la fermezza a una classe politica inquieta e ridare un po’ di fiducia all’economia».

Ma la strategia di Pieczenick diventa presto qualcosa di più. E’ il tentativo di portare per mano i brigatisti all’esito che vuole lui. «Lasciavo che credessero che un’apertura era possibile e alimentavo in loro la speranza, sempre più forte, che lo Stato, pur mantenendo una posizione di apparente fermezza, avrebbe comunque negoziato».

Alla quarta settimana di sequestro, però, quando comincia l’ondata delle lettere di Moro più accorate, tutto cambia. Una brusca gelata. Il 18 aprile, viene diramato il falso comunicato del lago della Duchessa. Secondo Pieczenick è un tranello elaborato dai servizi segreti italiani. «Non ho partecipato direttamente alla messa in atto di questa operazione che avevamo deciso nel comitato di crisi». Il falso comunicato serve a preparare l’opinione pubblica al peggio. Ma serve soprattutto a choccare i brigatisti. Una mossa che mette nel conto l’omicidio di Moro. E dice Pieczenick: il governo italiano sapeva che cosa stava innescando.

Fu un’iniziativa brutale, certo, una decisione cinica, un colpo a sangue freddo: un uomo doveva essere freddamente sacrificato per la sopravvivenza di uno Stato. Ma in questo genere di situazioni bisogna essere razionali e saper valutare in termini di profitti e perdite». Le Br di Moretti, stordite, infuriate, deluse, uccidono l’ostaggio. E questo è il freddo commento di Pieczenick: «L’uccisione di Moro ha impedito che l’economia crollasse; se fosse stato ucciso prima, la situazione sarebbe stata catastrofica. La ragion di Stato ha prevalso totalmente sulla vita dell’ostaggio».

Francesco Grignetti

2 – COSSIGA: “HO UCCISO MORO. ESPIO QUANDO LA FAMIGLIA MI DA DELL’ASSASSINO”

Presidente Cossiga, Steve Pieczenick nella sua lunga «confessione» coinvolge direttamente lei che all’epoca era ministro dell’Interno. Dice: «Abbiamo dovuto strumentalizzare le Br che uccisero Moro… Cossiga mi disse che lo Stato rischiava la destabilizzazione». E’ vero?
«Quando si decise per la linea della fermezza, che ebbe i suoi più fermi sostenitori in Berlinguer e l’intero Pci, in Pertini, in Andreotti e in me, eravamo tutti consapevoli che ciò avrebbe portato all’uccisione di Aldo Moro, a meno di possibili ma improbabili colpi di fortuna».

Pieczenick dice anche che le trattative erano solo un modo per prendere tempo e consentire a lei di riprendere il controllo dei servizi segreti.
«Lo Stato, se avessimo trattato, sarebbe stato, per usare le parole di Enrico Berlinguer, allo sbando. E’ vero che erano allo sbando le forze di polizia, di cui la sinistra aveva chiesto, fino al giorno del sequestro Moro, il disarmo. I servizi segreti del ministero dell’Interno erano scompaginati per una dura offensiva del Pci e del Psi, e quelli militari erano vittime dell’abilissima azione di disinformazione del Kgb che riuscì a intossicare con il “Piano Solo” la stampa italiana e la sinistra».

Aggiunge Pieczenick: «Lasciavo che le Br credessero che un’apertura era possibile e alimentavo in loro la speranza che lo Stato, pur mantenendo un’apparente fermezza, avrebbe comunque negoziato».
E’ vero?
«Quello era il consiglio del vice-capo dell’unità antiterrorismo del Dipartimento di Stato, ma io gli spiegai che se avessimo finto di trattare, tutta l’Italia avrebbe creduto che trattassimo sul serio… Un giorno Enrico Berlinguer e Ugo Pecchioli vennero a protestare, dicendo: “Così non si può continuare”, perché il governo aveva dato via libera alla segreteria della Dc nel cercare di far intervenire Amnesty International e la Croce Rossa Internazionale, che però posero una condizione: il governo doveva riconoscere alle Br lo status di “combattenti”. D’altronde, quando fu reso pubblico il primo messaggio di Moro che chiedeva la trattativa, Ugo Pecchioli, a nome del Pci, venne a dirmi che Aldo Moro, fosse ucciso o liberato, “era già politicamente morto”».

Veniamo al giallo del comunicato Br che annunciò la presenza del corpo di Moro nel Lago della Duchessa. Pieczenick dice che fu un falso dei servizi.
«Una fesseria! La Procura della Repubblica di Roma, la polizia e i carabinieri attestarono unanimemente che il comunicato era autentico».

Condivide l’analisi dell’esperto americano quando dice che «l’uccisione di Moro ha impedito il crollo dello Stato», e che «la ragion di Stato ha prevalso sulla vita dell’ostaggio»?
«E’ una diagnosi crudele ma esatta: tutte le istituzioni democratiche sarebbero state forse colpite a morte».

Presidente, lei è uno dei protagonisti di una delle pagine più buie della nostra storia. Racconterà mai il caso Moro?
«Ho tenuto un diario giornaliero di quella vicenda, chissà che non lo pubblichi. Ma non vorrei creare imbarazzi a ex-fautori della linea della fermezza come Beppe Pisanu e Piero Fassino. Io sono rimasto con la stessa idea e con gli stessi incubi: ho ucciso Aldo Moro, l’uomo che mi gratificò della sua fiducia e a cui debbo la mia immeritata vertiginosa carriera. Ma credo di espiare ricevendo periodicamente dalla famiglia Moro l’epiteto di assassino».

Fulvio Milone

-o0o-

-o0o-

-o0o-

ALDO MORO MORTO PER 500 LIRE ?

Tuesday 25 september 2012

Aldo Moro ucciso perchè voleva che fosse lo Stato e non le banche centrali a gestire la stampa del denaro? L’avvocato Marra ha provato a parlarne ospite di Columbro a “Vero”, ma prima di poter entrare nel merito è stato interrotto dal “going”;

500-lire.jpgLa vicenda del rapimento e dell’assassinio di Aldo Moro presenta dei risvolti davvero interessanti. Per esempio, l’idea di emettere biglietti di stato a corso legale senza bisogno di chiedere banconote in prestito via Bankitalia-Bce, fu di Aldo Moro, che intendeva assolvere ai bisogni del popolo italiano, con l’emissione Sovrana, senza debito, di cartamoneta a corso legale. Fu così che i governi Moro finanziarono le spese statali, per circa 500 miliardi di lire degli anni ‘60 e ‘70, attraverso l’emissione di cartamoneta da 500 lire “biglietto di stato a corso legale” (emissioni “Aretusa” e “Mercurio”).

La prima emissione fu normata con i DPR 20-06-1966 e 20-10-1967 del presidente Giuseppe Saragat per le 500 lire cartacee biglietto di Stato serie Aretusa, (Legge 31-05-1966). La seconda emissione fu regolata con il DPR 14-02-1974, del Presidente Giovanni Leone per le 500 lire cartacee biglietto di stato serie Mercurio, DM 2 aprile 1979.

MORO PER ARRIVARE ALL’EMISSIONE DI BANCONOTE CARTACEE USO’ UN DOPPIO ESCAMOTAGE:L’ITALIA POTEVA EMETTERE MONETE MA NON BANCONOTE (CHE DOVEVAMO ACQUISTARE DALLA “MAMMA” BCE CHE ALLORA SI CHIAMAVA “FONDO MONETARIO INTERNAZIONALE”. LE MONETE VENIVANO PERTANTO CONIATE ALLA “ZECCA DI STATO”.

DOPO AVER PERMESSO L’EMISSIONE DI MONETE A VALORE 500 LIRE…..FU’ FATTA UNA DEROGA CHE PERMISE L’EMISSIONE CONTEMPORANEA DEL CARTACEO….(POTEVANO COESISTERE 500 LIRE IN FORMA CARTACEA E METALLICA , IN QUANTO LA 500 LIRE ESSENDO ANCHE DI METALLO ERA COMUNQUE CONSIDERATA COME MONETA DA EMETTERE ALLA NS ZECCA)…

In seguito all’assassinio di Moro e alle dimissioni anticipate di Leone, l’Italia smise di emettere cartamoneta di Stato. La bancocrazia ci aveva anche provato prima a ricattare lo Stato, emettendo i famosiminiassegni per erodere il signoraggio che lo stato guadagnava con la propria moneta, ma poi, non essendo la “misura” sufficiente, ricorsero ai mitra e bombe.

images--17-

Anche Pasolini per coincidenza, fece una brutta fine dopo aver pubblicamente espresso dei dubbi circa la connessione fra la sparizione di Moro e le 500 lire.

OSSERVAZIONI che P.P. Pasolini faceva già nel 1975:

Come mai quel 12 Dicembre 1969, furono proprio le sedi di tre Banche:

– Banca Nazionale dell’ Agricoltura, Piazza Fontana, Milano

– Banca Commerciale Italiana, Milano, (bomba inesplosa)

– Banca Nazionale del Lavoro, via Veneto, Roma ed essere prescelte quali luoghi deputati alle prime esplosioni di bombe con le quali si dette il via alla “Strategia della Tensione” ?

La Banca Nazionale dell’ Agricoltura aveva cominciato poco tempo prima ad emettere le 500 Lire cartacee con dicitura: “Biglietto di Stato a corso legale” L’emissione fu sospesa pochi giorni dopo l’attentato. Forse si è pensato bene di poter prendere più piccioni con una fava …? Nel film “Piazza delle cinque lune” viene spiegato che l’assassinio di Moro e’ un caso complicato che vede alte cariche ufficiali e servizi segreti implicati… ma non solo!

Certo le analogie tra A. Moro e JF Kennedy sono parecchie:

-le banconote senza signoraggio

-il complotto per l’assassinio

-i servizi segreti

-i mandanti

Le 500 lire di Moro sono del 1966.

RICORDATE CHE PRODI DIEDE UN INDIZIO CIRCA IL “COVO” DOV’ERA MORO (DISSE POI CHE INFORMAZIONI GLI ERANO STATE DETTE DURANTE UNA SEDUTA SPIRITICA), E NEGO’ SEMPRE OGNI COLLEGAMENTO CON ASSOCIAZIONI SEGRETE.

Purtroppo le informazioni dovrete continuare a cercarle sul web perchè già è stata chiusa una pagina ns “sorella ” per questi link.

Fonte: nocensura.com

——————-o0o——————-

Intervistati da Lucilla Agosti, Eva Henger, Debora Attanasio e Ilona Staller tornano a parlare del mistero che circonda Moana Pozzi. Rivelano che Simone è figlio di Baby Pozzi, che la loro amica e collega “porta con sé nella tomba il segreto di Aldo Moro” e che ci sono stati eventi paranormali successivi alla sua morte.

http://youmedia.fanpage.it/video/ab/USdF-OSwC_osIv_3

Moana Pozzi sotto ipnosi rivelò che Aldo Moro non fu rapito.Continua ad infittirsi il mistero che aleggia intorno alla figura di Moana Pozzi; nella puntata del 21 febbario di “Mistero” Lucilla Agosti aveva raccolto la testimonianza di Eva Henger secondo la quale Moana non è morta nel 1994. Si aggiungono ulteriori dettagli che lasciano davvero sconcertati i telespettatori sull’ex pornostar nel nuovo appuntamento della trasmissione di Italia Uno del 27 febbraio. Un figlio, Simone Pozzi, conteso con sua sorella Baby, i rapporti stretti con i servizi segreti italiani e fenomeni paranormali successivi alla sua morte.

Simone è figlio di Baby Pozzi – Lucilla Agosti insieme a Marco Gregoretti ripercorre la storia raccontata da Eva Henger su Simone che è in realtà figlio della sorella di Moana, Baby Pozzi. La ex moglie di Schicchi racconta:

E’ macabra come cosa, lei non aveva figli. Simone è figlio della sorella, è vero al 100%, lo sapevano tutti

 A confermare le sue parole la segretaria Debora Attanasio, secondo la quale che Simona fosse figlio di Baby Pozzi non era un segreto nel circuito del produttore deceduto a dicembre 2012. Viene mostrato il certificato di nascita del giovane e le nuove testimonianze avvalorano la tesi della maternità di Baby Pozzi.

Moana Pozzi protagonista di una puntata di “Mistero” su Italia Uno

Il segreto di Aldo Moro che Moana si è portata nella tomba – Lucilla Agosti chiama in causa “Mister G.”, il confidente segreto della trasmissione il quale aveva affermato che Moana: “nella tomba porta con sé il segreto di Aldo Moro”. Conferma di fronte alle telecamere, che ne riprendono solo la bocca, la sua dichiarazione:

Tantissimi anni fa chiese di essere sottoposta ad un intervento di ipnosi e all’epoca ci interessava questa cosa come forma di condizionamento. Non so se fosse poi realmente ipnosi o volle liberarsi la coscienza, ma rivelò un grande segreto. Aveva appreso dai Servizi Segreti un’informazione circa il grande statista Aldo Moro. Lui non fu rapito, ma andò via con le sue gambe da una chiesa che frequentava tutte le mattine. Quel giorno non portò il suo nipotino come faceva sempre e andò via con due uomini con della sua scorta.

Forse si liberò del senso di colpa, fatto sta che si approfondisce il suo rapporto con il mondo dell’ipnosi, dell’esoterismo. Come afferma Gregoretti la Pozzi “era una operatrice dell’intelligence che usa i mezzi del paranormale ai fini professionali”. Ciò non toglie che avesse un sincero interesse personale per il mondo del paranormale. Entra in scena la segretaria di Schicchi Debora Attanasio, che racconta episodi paranormali legati allo spirito di Moana. Luci che si spegnevano quando si faceva il suo nome e la telefonata di una signora nel 1995 che affermò di aver ricevuto un messaggio da Moana in cui raccomandava a Riccardo Schicchi di prendersi cura del diabete.

Cicciolina a “Mistero”

Ilona Staller non si sbilancia e tiene per sé i segreti che la legano a Moana Pozzi – Come ha raccontato la Attanasio un giorno bussò all’ufficio di Schicchi un anziano medium che portò tre messaggi privati per Ilona Staller, Riccardo e per se stessa. Nessuno ha mai raccontato di cosa si trattasse. Entra in gioco quindi l’ex pornostar Ilona in arte Cicciolina che racconta:

Moana era una strana persona, quando parlavamo di cosa avremmo fatto da grandi lei mi diceva “non so se arriverò alla vecchiaia, ho avuto dei sogni premonitori e mi hanno detto che morirò giovane”.

Incalzata da Lucilla che le chiede di rivelare il messaggio dell’anziano medium Ilona Staller fa spallucce visto che, come racconta, è un segreto che coinvolge delle persone. Racconta però che dalla morte della sua collega e amica ci sono stati spostamenti di mobili e strani fenomeni paranormali. Per tutto il resto, servizi segreti e misteri che vedono Moana Pozzi come protagonista a tanti anni di distanza dalla sua morte, Cicciolina non si sbottona e preferisce chiudersi in un “top secret”.

——————–o0o——————-

Giù le mani da Aldo Moro

di Francesco Damato – 17 marzo 2013

Nel trentacinquesimo anniversario del 16 marzo 1978, quando le brigate rosse sequestrarono Aldo Moro sterminandone la scorta, e uccidendo dopo 55 giorni di penosa prigionia anche l’ostaggio, il Pd non si è lasciata scappare l’occasione per cercare di piegare cinicamente anche una storia così tragica ai suoi contingenti interessi politici. Che continuano a consistere, pur dopo una lunga e ammessa serie di rifiuti spesso insultanti, nel progetto di Pier Luigi Bersani di un governo di minoranza pregiudizialmente chiuso al secondo schieramento uscito dalle urne di febbraio, quello guidato da Silvio Berlusconi, ed aperto invece all’aiuto dei grillini

Ieri, a dire il vero, in un commento dedicato proprio al sequestro di 35 anni fa, Roberto Gualtieri sull’Unità ha riconosciuto l’opportunità di «sottrarsi al rischio di analogie e parallelismi affrettati con la situazione odierna». Ma, contraddittoriamente, lo stesso Gualteri ha poi auspicato «una riflessione adeguata sulla figura di Moro» allo scopo di porre «fondamenta più solide allo sforzo e alla battaglia per edificare una nuova stagione della nostra democrazia». Che sarebbe appunto quella immaginata e perseguita da Pier Luigi Bersani in direzione di Beppe Grillo.

D’altronde, sulla stessa Unità è comparso non più tardi di mercoledì scorso addirittura un «dossier», confezionato da Michele Prospero, per collegare il progetto di governo minoritario di Bersani ad una serie di esecutivi senza maggioranza formalmente precostituita, compreso quello interamente democristiano formato nell’estate del 1976 da Giulio Andreotti e passato in Parlamento grazie all’astensione determinante del Pci di Enrico Berlinguer. Un governo per il quale si era prodigato personalmente proprio Moro, allora presidente della Dc, guidata però come segretario da Benigno Zaccagnini. Fu poi lo stesso Moro a negoziare agli inizi del 1978, prima di essere sequestrato dalle brigate rosse, il passaggio del Pci dall’astensione ad un vero e proprio voto di fiducia al governo Andreotti, sempre composto interamente da democristiani, mentre i comunisti avevano provocato la crisi chiedendo di parteciparvi almeno con alcuni parlamentari eletti come indipendenti nelle loro liste con le votazioni del 1976. Dalle quali erano usciti, secondo una celebre espressione dello stesso Moro, «due vincitori», la Dc e il Pci, bloccati dalla impossibilità di realizzare da soli, ciascuno nel proprio campo, una maggioranza parlamentare autosufficiente.

«È forse proprio il sistema giunto in uno stallo completo per la presenza di due vincitori (Dc e Pci) il precedente che più evoca somiglianze con la situazione odierna», notava mercoledì Prospero nel suo «dossier» sull’Unità nobilitando, diciamo così, il progetto di Bersani con un paragone alquanto spericolato. Il paragone cioè di Bersani con il povero Moro, vista la pur lieve prevalenza del cartello elettorale del Pd su quello berlusconiano, e di Berlinguer non con il Cavaliere, secondo classificato nella graduatoria elettorale del 25 febbraio, ma con Grillo.

Dovrebbe bastare questo pasticcio di paragoni arbitrari- Bersani con Moro o Pd con la Dc, Berlinguer con Berlusconi o Grillo, o Pci con il Pdl o con il Movimento Cinque Stelle- a fare arrossire di vergogna quanti vi ricorrono, o a farli desistere dal continuare. Ma il senso della vergogna sembra ormai scomparso dallo scenario della politica italiana, per cui ci tocca di dover leggere e sentire sciocchezze sconfinate. Anche la rivalutazione su quello che fu il giornale ufficiale e storico del Pci, com’è accaduto nel già citato «dossier» di mercoledì scorso, di governi più o meno minoritari formati a suo tempo, per esempio, da Alcide De Gasperi, Giuseppe Pella e Amintore Fanfani, che furono trattati dall’allora opposizione comunista alla stregua di volgari attentati alla democrazia.

A prescindere comunque dalle persone e dalle sigle dei partiti, cui pure si deve il rispetto che meritano, anche quando non se ne sono condivise indirizzi e scelte, fra la «solidarietà nazionale» perseguita e realizzata da Moro e Berlinguer nel 1976 e il pasticcio perseguito in questo 2013 da Bersani c’è questa colossale differenza: allora il disegno fu inclusivo, diretto cioè a coinvolgere il più possibile le forze realmente rappresentative dell’elettorato, per cui si realizzarono maggioranze quasi unanimi, mentre adesso il disegno è semplicemente e volgarmente discriminatorio, diretto ad escludere, pur in presenza di un’autentica emergenza economica e sociale, più di un terzo del Paese. E ciò con l’aiuto, peraltro, di una porcata di legge elettorale che permette di conquistare il 55% dei seggi della Camera con meno di un terzo dei voti.

Il povero Moro, pur evocato con giusta emozione ieri dai presidenti appena eletti delle nuove Camere nei loro discorsi d’insediamento, si starà rivoltando nella tomba di Turrita Tiberina.

-o0o-

La Storia Siamo Noi

———————–o0o————————

Via Fani, il rapimento di Aldo Moro, 35 anni fa

Le Brigate Rosse colpiscono con «geometrica potenza» lo Stato. Ma sarà l’inizio della loro fine

16 marzo 1978, la scena dell’agguato di via Fani, a Roma

«Un agguato agghiacciante: pochi minuti dopo le 9 un commando composto da dodici terroristi ha massacrato i cinque uomini di scorta e ha rapito Aldo Moro. È stata un’azione di tipo militare che non permetteva margini di errore, eseguita da professionisti, tiratori scelti». Così esordisce l’articolo della Stampa che spiega quanto fosse successo il 16 marzo 1978 a Roma, in via Fani, ovvero il rapimento di Aldo Moro e l’uccisione della sua scorta. Una data, questa di 35 anni fa, destinata e rimanere scolpita per sempre nella memoria degli italiani.

Rileggere il film degli avvenimenti di allora fa davvero impressione: un’azione che le Brigate rosse conducono con «geometrica potenza», come avrebbe scritto Franco Piperno, leader di Potere Operaio, nella rivista Metropolis. «Il presidente nazionale della Dc», scrive Fabrizio Carbone nella Stampa, «esce di casa alle 9. È diretto a Montecitorio, ma prima vuole fermarsi alla chiesa di Santa Chiara, in piazza dei Giochi Delfici. Come ogni mattina in via di Forte Trionfale 79 sono parcheggiate la 130 ministeriale blu e l’auto di scorta della polizia, un’Alfetta bianca. Moro sale sulla prima e si siede a sinistra, accanto ha il pacco dei giornali, una bozza del discorso che Andreotti pronuncerà in Parlamento e le tesi di laurea dei suoi studenti che dovrà discutere a mezzogiorno all’università.

Guida la 130 il carabiniere Domenico Ricci; accanto c’è Oreste Leonardi, il maresciallo maggiore che da anni è “l’uomo-ombra” di Moro. Gli uomini di scorta sono tre: Raffaele Jozzino alla guida, Francesco Zizzi e Giulio Rivera. Le due automobili percorrono a velocità sostenuta la strada che porta a via Trionfale; alle 9 e 5 minuti imboccano via Mario Fani. L’agguato sta per scattare, cronometrico. Parcheggiata a destra, a poche decine di metri dallo stop segnaletico parte di colpo una Fiat 128 familiare che ha la targa argentea del corpo diplomatico. Sia la vettura di Moro che l’Alfetta di scorta sono costrette alla frenata brusca. La 130 sterza e riesce a fermarsi a pochi centimetri, ma la vettura di scorta la tampona.

È un attimo e si scatena la guerra: sei-sette uomini armati sbucano sparando dal muretto del bar “Olivotti”. Gli occupanti della 128 massacrano a freddo Ricci e Leonardi; gli altri sventagliano i mitra contro Jozzino, Ricci e Rivera. Quest’ultimo ha la forza di uscire dall’Alfetta e di sparare tre colpi con la sua calibro 9 lungo. Ma anche lui viene falciato e poi finito da una raffica.

Una manciata di secondi, non più di un minuto. L’on. Aldo Moro è seduto in macchina, impietrito. Si avvicina un uomo e lo trascina fuori per i piedi, con violenza. Moro viene sbattuto di peso su una 128 blu che intanto è sopraggiunta. Poi si forma una specie di corteo: in testa una 132, seguita da due 128, una bianca e una blu».

Comincia così uno dei periodi più bui della storia dell’Italia repubblicana, che si concluderà 55 giorni dopo con il ritrovamento del corpo del leader democristiano racchiuso nel bagagliaio di una Renault 4 parcheggiata in via Caetani.

Ma ora concentriamoci su quel 16 marzo di 35 anni fa. Il Paese è sotto choc, i sindacati si mobilitano immediatamente, dichiarano lo sciopero generale, nel pomeriggio le piazze di tutta Italia si riempiono di lavoratori che manifestano ammutoliti. «Forse mai, in così breve tempo, era stato possibile raccogliere tanta gente nella più grande piazza romana, quella antistante la basilica di San Giovanni. Più di duecentomila lavoratori, provenienti dai centri della provincia e dai quartieri periferici, hanno accolto prontamente l’invito della federazione Cgil-Cisl-Uil a riunirsi per testimoniare con la loro presenza, ordinata e sommessa, lo sdegno dell’intero movimento sindacale, del Paese, per il tragico attentato all’on. Moro e agli uomini della sua scorta. Non solo la piazza era completamente gremita, anche le strade di accesso, per centinaia di metri, erano stipate di operai, impiegati, donne, giovani, pensionati, tutti visibilmente commossi», scrive ancora il quotidiano torinese.

Era previsto che il giorno stesso il presidente del Consiglio incaricato, Giulio Andreotti, chiedesse la fiducia al Parlamento, cosa che avviene, in un’atmosfera drammatica. Il monocolore democristiano ottiene la fiducia sia alla Camera, sia al Senato, votano a favore, accordando l’appoggio esterno, quasi tutti i partiti (si sfila il Pli, che si era astenuto sul governo precedente) e, soprattutto, vota a favore il Pci, segnando il ritorno in maggioranza del più grande partito comunista dell’Occidente, per la prima volta dal 1947. Il presidente della Repubblica, Giovanni Leone, parla di «episodio sconvolgente e gravissima sfida allo Stato».

Arrigo Levi firma un fondo intitolato «Con i terroristi non si tratta». Il direttore della Stampa scrive: «In questa catena di delitti infami – che i terroristi in carcere a Torino hanno accolto con canti e grida d’entusiasmo – sta tutta l’ignominia delle Brigate rosse, rosse solo del sangue delle loro vittime». E poi conclude: «È impossibile non collegare il rapimento di Moro, principale artefice della difficile alleanza tra partiti che dà una così larga maggioranza al nuovo governo, con questo particolare momento politico: la coincidenza tra il rapimento e il dibattito sulla fiducia non è certo casuale. Ma il solo effetto politico che è dato vedere o immaginare è appunto il rafforzamento dell’unità tra le forze politiche costituzionali. Questo attacco infame allo Stato democratico è perciò già fallito».

Alla fin fine Arrigo Levi, uno dei giornalisti più lucidi che l’Italia abbia avuto, aveva ragione. Il giorno più lungo, che è anche il più nero, della Repubblica italiana, il 16 marzo 1978, segna l’inizio della fine per le Brigate rosse. Da quel momento origina la reazione dello Stato, spesso improvvisata, talvolta scomposta, in alcune occasioni discutibile (le leggi antiterrorismo volute dal ministro dell’Interno, Francesco Cossiga, sanciranno una limitazione delle libertà individuali), che sarà continua e incalzante. Dopo molte altre vittime, attraverso il doloroso contributo di sangue di tutori dell’ordine e magistrati, le Br usciranno sconfitte.

———————-o0o———————-

La lunga notte del ’78

Un libro sull’ultima parte, tormentata, del pontificato di Montini e sul sequestro e l’uccisione dell’onorevole Aldo Moro. Opera di fantasia, ma degna di nota

di Davide Malacaria

Paolo VI riceve in udienza Aldo Moro,  presidente del Consiglio dei ministri, il 20 gennaio 1964Paolo VI riceve in udienza Aldo Moro, presidente del Consiglio dei ministri, il 20 gennaio 1964

Tante le rievocazioni, nella ricorrenza dei trent’anni, della tragedia di cui fu vittima Aldo Moro in quel terribile 1978, attraverso interviste, articoli e libri. Il volume Adesso viene la notte, di Ferruccio Parazzoli, non nasce da un’analisi degli scritti che Moro produsse nel carcere brigatista né da un attento studio del fenomeno “terrorismo”, tuttavia ha qualcosa che spinge a leggerlo. Pensato come un dramma teatrale, prende spunto da quanto avvenuto in quei terribili cinquantacinque giorni per provare a immaginare il tormento che ha consumato gli ultimi mesi del pontificato di Paolo VI. Così, nelle mani dell’autore, l’uccisione della scorta dello statista, il suo sequestro e il suo omicidio diventano una delle tante, pervicaci sfide lanciate da Satana a Dio, volte a far venir meno la fede del Santo Padre.
Per promuovere la sua sfida, Satana discetta con Dio sui mali che affliggono il mondo, sul vuoto che attanaglia il cuore degli uomini. La causa di tutto questo, spiega il demonio, non è tanto la «perdita di Dio», la sua lontananza dalle vicende umane, piuttosto «è la mancata venuta del Regno di Dio a causare la perdita totale di ogni senso», così che viene meno ogni «aspettativa», tutto si fa anonimo, indifferente e «l’atto di torturare e quello di accudire amorevolmente diventano sempre più indistinguibili».
Che Paolo VI avesse ben presente i pericoli che derivano dall’agire del diavolo è cosa nota. L’autore riporta il discorso pronunciato nella solennità dei santi Pietro e Paolo del 1972 – a quattro anni dalla enunciazione carica di speranza del Credo del popolo di Dio – allorquando il Santo Padre diceva: «Ho la sensazione che da qualche fessura sia entrato il fumo di Satana nel tempio di Dio». Parazzoli immagina che questa denuncia vada a intersecare un intimo tormento che il Papa subirebbe a opera del padre della menzogna, quelle ossessioni esterne di cui in realtà fu vittima san Pio da Pietrelcina. Molestie che però non scalfiscono la fede del Santo Padre. È allora che nasce nel diavolo l’idea della grande sfida. Paolo VI subirà la suprema tentazione: il Regno di Dio qui, su questa terra, è mera astrazione; il Signore è sordo alle preghiere degli uomini. Da qui il sequestro di Aldo Moro. «L’infaticabile azione del demonio non è rivolta contro me, io sono nulla, sono solo una pedina del gioco», dirà lo statista a Paolo VI in una di quelle spettrali apparizioni che l’autore immagina tormentino Montini nei terribili giorni del rapimento. Così anche gli altri politici, nel racconto, non sono altro che lo sfondo, lo scenario del teatro in cui si consuma questo dramma sulfureo.
Unico personaggio reale di questo dramma, oltre Montini, una militante del movimento brigatista, che l’autore immagina arrivi a contattare Montini per instaurare una trattativa per il rilascio dell’ostaggio. Tentativo che, però, naufraga tragicamente allorquando un trafelato don Macchi riporta al Santo Padre la notizia che il cadavere della ragazza è stato rinvenuto in un lago gelato. Un rimando a quanto accaduto realmente in quei terribili giorni: il mistero del comunicato delle Br che annunciava la morte dell’onorevole Moro (era il 18 aprile 1978, ricorrenza dei trent’anni dalla storica vittoria della Democrazia cristiana nelle prime elezioni svolte in Italia nel dopoguerra) e il suo occultamento nelle profondità del lago della Duchessa. Comunicato che poi si rivelerà opera di uno strano falsario, un certo Tony Chicchiarelli, ma questa è un’altra storia.

Paolo VI presiede il rito funebre in suffragio di Aldo Moro nella Basilica di San Giovanni in Laterano, il 13 maggio 1978Paolo VI presiede il rito funebre in suffragio di Aldo Moro nella Basilica di San Giovanni in Laterano, il 13 maggio 1978

Il funesto epilogo del rapimento segna l’apparente vittoria di Satana. Il Papa sembra cedere e, come Gesù, ripete: «Eloì eloì, lemà sabactàni?», che vuol dire: «Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?». Ancora più drammatiche le parole dell’omelia pronunciata al funerale dello statista, quando, secondo l’autore, Montini sembra rimproverare Dio: «Tu non hai esaudito la nostra supplica per l’incolumità di Aldo Moro». E però, e nonostante tutto, la sfida del diavolo è persa. Paolo VI, dice Dio, è morto conservando la fede. Al servo fedele è riservata una morte serena, in coincidenza con il trillo di una sveglia, un «richiamo materno, come le madri chiamano i loro bambini alla fine della giornata. È l’ora, vieni, torna a casa». Serenità che però contrasta con le ultime parole che l’autore mette in bocca al Papa morente, quasi un ultimo lascito della sua vita mortale: «Adesso viene la notte».
È alquanto difficile intuire nei tratti del Dio di questo libro il dolce volto del Dio cristiano, come anche far rientrare la cronaca di quanto accaduto realmente in quel ’78 nell’ossessivo incubo sulfureo disegnato da Parazzoli. Ma certo la somiglianza tra il simbolo delle Br e il Pentacolo usato nei riti satanici avrà incuriosito il demonio, sicuramente non estraneo a quanto accaduto in quell’anno funesto.
«Venga il tuo Regno… come in cielo così in terra», ci ha insegnato a chiedere Gesù. E la sfida del diavolo, in fondo, è tutta qui.

——————-o0o——————-

Il «caso Moro»: il  linguaggio esoterico che permise a mandanti, esecutori, ambiziosi rivendicatori, massoni e servizi segreti, di criptare la verità nel «Codice Mor»

13 aprile 2004 – in collaborazione con Disinformazione.it  

Saranno pure semplici coincidenze, ma è ormai chiaro che da quando alcuni organi giudiziari hanno preso in considerazione tra i possibili moventi della criminalità, anche quello cosiddetto “esoterico”, improvvisamente si è tornati a parlare del caso giudiziario più contorto della storia italiana, appunto il “caso Moro”. Uno dopo l’altro sono scesi in campo i vecchi e nuovi protagonisti, ciascuno per avanzare interpretazioni più evolute, riflessioni col senno di poi, si ridà voce a coloro che pure ebbero un ruolo “ufficiale”, almeno nelle aule di Giustizia,  tutti condannati come autori del progetto crimal-politico finalizzato a colpire il cuore dello Stato, costringere lo Stato a “trattare” con ragazzi che pure a via Fani divennero stragisti, stragisti in divisa, una divisa dello Stato Italiano.
Quante volte, ripensando a questo particolare così stridente, così contraddittorio, mi sono chiesta, se mai come sessantottina, avessi fatto anch’io la scelta della lotta armata, “per una società migliore”, quante volte mi sono chiesta se avrei accettato di “mortificare” la mia identità di “rivoluzionaria” mimetizzandomi dentro una divisa: ebbene mi sono risposta sempre con un secco “NO”.
Chi erano allora coloro che pure tentarono di sparare, e qualcuno sparò davvero e uccise massacrando? E perché non indossarono i panni più anonimi della gente comune, panni più conformi a quella classe operaia di cui  si erano autopromossi “portavoce colti”?  Eppure, nelle manifestazioni di piazza, nelle fabbriche, là dove veramente si alzavano i toni, e si percepiva netto il clima della rivoluzione, non c’erano travestimenti, né divise, c’era la determinazione a tener duro, pronti a tutto pur di ribaltare un sistema fondato sul capitalismo di pochi, e sui diritti negati ai più: lo studio, la casa, un piatto caldo per tutta la famiglia. O non erano queste le discussioni che esplodevano all’interno delle famiglie, le contestazioni forti dei figli stufi di alzarsi da tavola con la fame, di vedere la madre china sui piatti da lavare, il padre muto o irascibile dopo una giornata di lavoro pesante, incapace di guadagnare o regalare un sorriso? E quando poi, per anni, padri, madri, fratelli, si sono visti in fila per un’ora di colloquio dietro le sbarre, privandosi anche del necessario pur di portare un segno di affetto ai mancati eroi di una guerra persa o mai fatta, senza poter dire: “te l’avevo detto, figlio mio…”? 

E che c’entrava Moro, l’unico uomo di Stato che semmai si era posto il problema di quella gioventù di cui conosceva le proteste e i silenzi, nei cui sguardi cercava di comprendere le ragioni di quanto lo Stato non avrebbe potuto continuare ad ignorare, quando la sera o nei giorni di festa osservava ogni gesto, ogni atteggiamento dei suoi stessi figli che di quella generazione facevano parte, senza sentirsi diversi  dai compagni di studi, dai coetanei di cui forse intimamente ne invidiavano una maggiore libertà di espressione? Torno a chiedere: “Che c’entrava Moro”? Chi lo conosceva, chi seguiva le sue lezioni, chi raccoglieva le confidenze dei figli all’Università, nelle riunioni, sapeva bene che uno dei momenti più sereni e anche allegri per Moro, era quando la sera poteva leggere il suo quotidiano preferito, L’Unità, e lo si sentiva ridere a casa, perché quel giornale colpiva nel segno, e forse Moro si immedesimava nei colleghi di partito, messi ai raggi x da una sinistra acuta e intelligente, critica e preparata per quel progetto maturato in lui e temuto dalla Democrazia Cristiana come un minaccia per lo Stato, assai più temuto delle Brigate Rosse.  E ancora chiedo: “Che c’entrava Moro”? Perché mai le Brigate Rosse avrebbero escluso di fatto l’unica possibilità avanzata da un uomo di Stato, Moro, lui che guardava anche alle problematiche politiche, ideologiche e sociali di coloro che già tanto sangue avevano procurato, l’unico pensiero sensibile al pericolo di una contestazione ormai incontenibile e che trovava alimento oltre i confini Italiani, destabilizzando alleanze ormai inadeguate alla realtà dei più?
O è più logico pensare alle Brigate Rosse come un’opportunità da considerare al momento giusto, qualora lo Statista avesse davvero tentato di affermare un Governo di più ampio respiro, e capace di sedare nell’interesse di tutti la rabbia, la protesta, di una generazione con la voglia di esserci? 

E’ una realtà che le Brigate Rosse ambivano ad un’azione eclatante, simbolica, un vero e proprio attacco al potere, del quale il  simbolo per eccellenza si concentrava nella figura di Giulio Andreotti, i cui tentacoli oltrepassavano gli Oceani ancorandosi ai fusi orari nella veglia senza sosta del dominio,  capace di controllare e muovere le menti  sulla scena mondiale del compromesso, delle invisibili tessiture sul telaio dei ricatti eterni e garantisti a futura memoria.
Sono vivi nei miei ricordi quegli anni, quando all’Università, la Sapienza, mi investiva l’odore delle bombe molotov lasciato nell’aria dalla guerriglia del giorno prima. Pensavo di seguire le mie lezioni di Medicina, ma poi mi bastava vedere la scalinata di Giurisprudenza, e dall’altra parte la Facoltà di Lettere, e mi passava la voglia di studiare, come se commettessi un peccato mortale ad estraniarmi dalle ragioni, opposte tra di loro, che pure vedevano impegnati nella contestazione degli anni di piombo i miei coetanei. Mi piacevano le idee degli uni, ma anche degli altri, nonostante il mio carattere volitivo tendeva sempre a scelte estreme, eppure c’era del giusto nei “rossi” e c’era del giusto nei “neri”, e così a decidere il mio schieramento ideologico della giornata, più che le ragioni politiche, prevalevano le ragioni sentimentali.
Alberto, mio fratello, era più “nero” dei fascisti, si era completamente permeato della cultura di famiglia, riuscendo a sopportare anche la “dittatura” di nostro padre, fino ad iscriversi al FUAN, dove convergevano i “picchiatori scelti”.
Io invece pretendevo più libertà, e invidiavo le ragazze che non avevano orari per tornare a casa, che non erano obbligate a telefonare alla mamma se c’era un ritardo, ma allo stesso tempo non avrei rinunciato per nulla al mondo al mio fine settimana, al ballo del sabato sera, alla mia cinquecento, ai miei modi da studentessa-bene, al fidanzatino che faceva precedere l’invito a cena da un mazzo di fiori, e scendeva dalla bella macchina per aprirmi lo sportello. 

Spesso, quando c’era laboratorio nel pomeriggio, mi fermavo a pranzare alla casa dello studente, e fu proprio lì che mi accorsi che le divisioni, i conflitti ideologici, le contraddizioni stesse non erano le vere cause di quella violenza che a breve sarebbe esplosa irrimediabilmente.
Certo, c’erano delle diversità, i ricchi, i meno agiati o quelli che a mala pena riuscivano a fotocopiarsi i libri di testo, ma le cose in comune erano di più, e fuori dalla strumentalizzazione di altri,  riuscivano a cementare anche le distanze più grandi. La cultura stessa era motivo di aggregazione, così come lo erano i nostri vent’anni. Il pericolo era altrove, e Moro forse lo aveva ben compreso. Quando arrivava all’Università, il suo sguardo, composto, discreto, era ampio, e valeva per i “rossi”, per i “neri”, e per gli aggruppamenti di giovani come noi,  sia pur bardati con il casco, lo scudo, e il manganello, pronti a caricare, al primo comando. Mi venne voglia di andarlo a sentire in una delle sue lezioni, volevo ascoltare il timbro della sua voce. Non aveva il carisma dell’oratore di piazza, ma il suo pensiero rifletteva le preoccupazioni che si portava dentro, come di chi sapeva fin troppo bene che nell’ambito delle sue funzioni governative e di Stato, le sue idee  sarebbero state ignorate, o peggio, imprigionate, così come lui stesso sarebbe stato il “prigioniero”.
Parlava della “Ragione di Stato” come di un valore assoluto, nel cui nome, se necessario, si doveva esser pronti a sacrificare tutto, ma faceva bene intendere che lo Stato nel suo concetto non lo si identificava in un partito, nemmeno nella Democrazia Cristiana.
Per questo, anche nelle immancabili discussioni politiche tra studenti, non era certo la figura di Moro a surriscaldare gli animi di quelli che si definivano “di sinistra”, anzi a volte ci si rideva su, immaginandolo con i suoi discorsi, seduto vicino ad Andreotti e a quelli che chiamavamo i “Demoni Cristiani”, né avremmo mai immaginato che le Brigate Rosse ne facessero il simbolo della loro azione storicamente più importante.
Moro davvero guardava a sinistra, e lo confermano alcuni pensieri che sua figlia Agnese ha recentemente raccolto in un libro.

“….E’ un giorno importante, torna a casa contento. Per la prima volta – mi dice – ci sarà un Presidente del Senato del Partito Comunista Italiano. Sono stati vinti ogni resistenza e ogni timore. Me ne informa lieto…”. E ancora: “Non credo che gli piacesse leggere i giornali. Lo faceva perché lo doveva fare. C’era però qualcosa che leggeva davvero con grande piacere: i corsivi di Fortebraccio su L’Unità. Ti accorgevi che ne stava leggendo uno perché cominciavi a sentirlo ridere da solo. Prima una risatina, quasi soffocata, poi un’altra, poi a volte, fino alle lacrime. Dopo che aveva finito di leggere, ci chiamava. E ricominciava a leggerlo a voce alta per noi. La lettura era spesso interrotta, perché rideva talmente tanto, che non riusciva a proseguire. Il fazzoletto veniva tirato fuori dalla tasca della giacca da casa due, tre volte. Energiche soffiate. Una passata sugli occhi per asciugare le lacrime…”.
Ma allora perché, perché Aldo Moro? La domanda è sbagliata, e per questo non si riesce a dare una risposta logica, accettabile nella cosiddetta logica delle Brigate Rosse.
La domanda che è doveroso porsi ora è: chi ideò il sequestro di Aldo Moro e chi lo condannò a morte? Le risposte possono essere più di una, ma tra quelle più verosimili, le Brigate Rosse appaiono una forzatura, un aggiustamento, una precauzione simile alla firma che si appone in calce ad un compromesso, con la postilla: “per me o società o persona da nominare”. E ancora dobbiamo chiederci: “Gli ispiratori del sequestro di Aldo Moro, furono gli stessi che ne decisero la morte?”. Quel giorno, un mio amico di Università, Stefano Nuvoloni, mi chiese di accompagnarlo all’assemblea di Lotta Continua che si teneva al Magistero. C’era molta tensione, e si discuteva di un possibile e necessario attacco “al cuore dello Stato”. Allora davvero dire “Stato” era dire “Andreotti”, e su questo erano tutti d’accordo, Potere Operaio, Lotta Continua, e anche quelli che “clandestinamente”, pur essendo già BR, frequentavano questo tipo di riunioni. Coloro che non passarono alla lotta armata, ma portarono avanti un discorso politico di “affinità”, ancor oggi rivestono cariche politiche e istituzionali. Ebbene, l’opinione di costoro, in quell’assemblea, era proprio quella di “indebolire” Andreotti e fortificare Moro, come? Non certo eliminandolo, semmai coinvolgendo di più quelle Istituzioni che per Aldo Moro, per le sue qualità di Statista, sarebbero state più sensibili che  per Andreotti. Almeno così speravano gli “ispiratori”, forse gli stessi e gli unici che cavalcarono la “trattativa” piuttosto che la “fermezza”. E nella “trattativa” avrebbero confidato le BR, in conformità alle loro logiche, comunque estranee al concetto di “strage”, più congeniale a menti raffinate. 

Già negli anni ottanta, di brigatisti ne conobbi tanti , reclusi nelle carceri italiane, e quest’esperienza mi confermò nelle mie più remote convinzioni, anzi fui la prima persona a sostenere l’esistenza di una eterodirezione delle BR, così come ebbi modo di formalizzare nel corso di una audizione da parte della Commissione Parlamentare Stragi presieduta dall’allora senatore Libero Gualtieri.
I motivi di tale mia certezza erano scaturiti non solo dall’incompatibilità tra la figura di Moro e l’ideologia delle Brigate Rosse, ma anche, dopo averli conosciuti uno ad uno, irriducibili, dissociati, pentiti, dal non averne riscontrato i caratteri della vigliaccheria, nel senso che per loro, il ricorso alla violenza era strettamente relativo all’obiettivo: non ho mai percepito in nessuno di loro la crudeltà “inutile” o spietata contro soggetti non protagonisti dell’azione stessa, come invece si verificò in via Fani. Un’intera scorta, uomini, padri di famiglia senza poteri, né rappresentanze simboliche, trucidati, massacrati, per un rapimento?  Quegli uomini, avrebbero potuto essere genitori di brigatisti, così come realmente furono tanti i giovani che, figli di poliziotti o di carabinieri, entrarono nell’organizzazione eversiva.
Chi furono dunque gli stragisti di via Fani? E perché gli uomini della prima scorta “dovevano” morire tutti? Per chi sarebbero stati pericolosi, come eventuali testimoni? Non certo per le Brigate Rosse…Anche un solo superstite, avrebbe potuto dire che la mattina del 16 marzo del 1978, a via Fani l’onorevole Aldo Moro…….STOP!
La Storia, per capirla , la si deve percorrere tutta, passo dopo passo, così come questa storia, senza buchi e senza veli. Ed è quello che ci proponiamo di fare, raccontando ciò che altri, ancor oggi, dopo ventisei anni, pur sapendo, non hanno il coraggio di raccontare, né ebbero quello di ascoltare.

Gabriella Pasquali Carlizzi

——————-o0o——————-

Caso Moro – morire di Gladio
Simone Falanca – Gennaio 2005
Tratto dalla rivista “La Voce della Campania

Quella del gladiatore G.71 è una storia scomoda, per anni tenuta sotto silenzio. Una storia tipicamente italiana, fatta di spie, imprevedibili retroscena, rivelazioni importanti e supportate da documenti. Una vicenda talmente scomoda che anche quando, per frammenti, è arrivata sulle pagine di alcuni giornali nazionali, non ha causato alcun sommovimento politico: il solito muro di gomma l’ha fatta tornare nell’ombra. E’ la storia di Antonino Arconte, 47 anni di Cabras, che fin dal 1997 ha affidato al web il racconto della sua vita all’interno dell’organizzazione Gladio. Agente di una struttura militare segreta facente capo al Sid, Arconte è stato protagonista di operazioni che si sono svolte in mezzo mondo: dal Vietnam alla Russia, dalla Cecoslovacchia al Libano, dagli Stati Uniti all’Africa. Dalla sua testimonianza è emersa una struttura profondamente diversa da quella svelata in Parlamento da Giulio Andreotti il 2 agosto del 1990: non una rete ideata per fronteggiare una possibile invasione da parte delle truppe del Patto di Varsavia (la “Stay Behind”), ma una struttura informativa e operativa che agiva esclusivamente all’estero. La storia ha cominciato a emergere dall’ombra lentamente e a fatica. L’allora ministro della Difesa Sergio Mattarella, rispondendo a un’interrogazione del senatore di Rifondazione Giovanni Russo Spena sulla struttura supersegreta alla quale apparteneva Arconte, si è limitato a rispondere burocraticamente: «Dagli atti del Servizio non sono emerse evidenze in ordine a…». Risposta assolutamente insoddisfacente. Ma il racconto di Arconte non si ferma qui e qualche mese più avanti infittisce di nuovi particolari alcuni dei misteri italiani. Il “caso Moro” in particolare. G.71 ha infatti svelato che, nel marzo del 1978, venne inviato in missione in Libano per consegnare un documento al gladiatore G.219. Si trattava del colonnello Mario Ferraro, passato poi al Sismi, morto misteriosamente nel luglio del 1995, «suicidato», come si dice in gergo militare, visto che è stato ritrovato impiccato alla maniglia della porta del bagno benché fosse alto 1 metro e 90. Nel documento “a distruzione immediata” (Arconte non ha mai distrutto il documento e lo ha esibito alla magistratura inquirente, dalla quale attendiamo ancora un giudizio certo sull’autenticità) viene ordinato di «cercare contatti con gruppi del terrorismo mediorientale, al fine di ottenere collaborazione e informazioni utili alla liberazione dell’onorevole Aldo Moro». L’aspetto inquietante di questa missione è che il documento è datato 2 marzo 1978. Cioé 14 giorni prima del rapimento del presidente della Dc. Qualcuno, quindi, sapeva che Moro sarebbe stato rapito.

GLADIO & CENTURIE
Facciamo qualche passo indietro. Gladio è il nome dato in Italia ad una struttura segreta, collegata con la Nato e istituita nel dopoguerra con la denominazione “Stay Behind” (stare indietro), che aveva il compito di attivare una resistenza armata in caso di invasione sovietica. L’esistenza di questa struttura segreta venne scoperta nel 1990 e successivamente confermata pubblicamente, nel febbraio del 1991, dall’allora presidente del Consiglio Giulio Andreotti. Secondo quanto riferito in quell’anno dall’ex primo ministro italiano, la Gladio “Stay Behind” sarebbe stata composta da 622 membri civili i quali avevano il compito di svolgere operazioni dentro il territorio nazionale riguardanti attività informative a carattere difensivo e sotto le direttive della Nato. Quella che racconta Antonino Arconte nel suo memoriale, invece, è tutta un’altra storia. Accanto alla cosiddetta Gladio “civile”, infatti, sarebbe stata istituita nel nostro Paese una struttura armata dei servizi segreti militari, tenuta per 50 anni nascosta, che avrebbe operato al di là dei confini italiani attraverso un’attività regolata da direttive nazionali e non dalla Nato. Nel memoriale, Arconte spiega che Gladio era in realtà divisa in tre centurie. «La Prima Centuria era chiamata Aquile, erano cioé aviatori, alcuni paracadutisti della Folgore – scrive Arconte – la Seconda Centuria era chiamata Lupi, io appartenevo a questa, composta da quelli provenienti dalla Marina e dall’Esercito. Poi c’era la Terza Centuria detta Colombe. Non era composta da militari ma da civili, anche donne, che dovevano fare da supporto per le informazioni». Per conto dello Stato italiano, il “gladiatore” G-71 avrebbe partecipato a diverse operazioni estere: dalle repubbliche dell’Est comunista al Nord Africa, dal Sahara spagnolo al Vietnam. Arconte rivela, tra l’altro, del ruolo svolto dai nostri agenti segreti armati in Maghreb per la destituzione del presidente Burghiba. G-71 racconta anche di aver ricevuto un riconoscimento formale da parte di Bettino Craxi il quale lo avrebbe invitato, come si evincerebbe da documenti, a tacere per il bene del Paese. L’attività di questa Gladio si svolgeva presso il ministero della Difesa, direzione generale Stay Behind-personale militare della Marina e la mobilitazione dei gladiatori avveniva tramite Consubin (comando subaquei incursori di La Spezia). Un’attività segreta così come quella degli Ossi (operatori speciali servizio informazioni, alle dipendenze di Gladio) che operavano armati e i cui compiti sono stati ritenuti “eversivi dell’ordine costituzionale” da due pronunciamenti della magistratura.

DA ARCONTE A MORO
Arconte è forse depositario di alcuni dei segreti che formano il filo nero che ha cucito e legato il potere dello Stato allo Stato occulto, attraverso il terrorismo nazionale e internazionale, attraverso insabbiamenti e “suicidi” misteriosi. Il libro di Arconte, pubblicato qualche anno fa negli Stati Uniti (ottenendo peraltro un discreto successo e diventando oggetto di studio), ha aperto nuovi, inquietanti scenari sulla Gladio segreta. Vi compare anche l’immagine del documento top secret sul caso Moro. In quel documento si legge che il 2 marzo 1978 – e cioè 14 giorni prima del rapimento di Moro e dell’uccisione della sua scorta – la X Divisione “S.B.” (Stay Behind) della direzione del personale del Ministero della Marina, a firma del capitano di vascello, capo della divisione stessa, inviava l’agente G71 appartenente alla Gladio “Stay Behind” (partito da La Spezia il 6 marzo sulla motonave Jumbo M) a Beirut, per consegnare documenti all’agente G 129, ivi dislocato, dipendente dal capocentro, colonnello Stefano Giovannone, affinchè prendesse contatti con i movimenti di liberazione nel vicino Oriente, perchè questi intervenissero sulle Brigate Rosse, ai fini della liberazione di Moro. Il nome del “gladiatore” G-71, Antonino Arconte, non figura nella lista dei 622 resa nota in Parlamento, lista risultata, comunque, “del tutto inattendibile”. «Non è vero – ha scritto più volte Falco Accame, ex presidente della commissione difesa – che il “gladiatore” Arconte sia un “signor Nessuno”: lo può testimoniare un altro agente di Gladio che operava come civile, il cui nome di battaglia è “Franz». Nel 1997 “Franz” si fece ricevere a Tunisi da Craxi e portò la lettera di Arconte e di un altro gladiatore, Tano Giacomina (ucciso in circostanze misteriose a Capoverde) che chiedeva al leader socialista di rendere pubblica la storia della “Gladio delle Centurie”. Secondo “Franz”, Craxi aveva chiesto di essere ascoltato dalla Commissione Stragi (cosa che era stata concessa al generale Maletti) e intendeva riferire in quella sede sulla Gladio, ma l’incontro con la commissione non fu mai possibile. L’ipotesi di una Gladio “segreta” che operasse all’estero con modalità di guerra non-ortodossa non è affatto peregrina, anzi, è in linea con modelli operativi ispirati a quelli della Cia. I contatti con la Cia sono documentati fin dall’inizio della nascita di Gladio, negli anni ’50, e si svilupparono con il memorandum di Roma del 20 dicembre ’72, di cui parla nel suo libro il generale Serravalle, capo dell’organizzazione dal ’71 al ’74”. Di Gladio come “scuola di eversione” aveva parlato, nel dicembre 1991, Antonio Maria Mira in un articolo sull’Avvenire, in relazione all’Operazione Delfino e a «uno strano documento di Gladio che – scriveva Mira – sta preoccupando i magistrati padovani e romani, il Comitato di controllo sui Servizi e la Commissione Stragi. E’ datato aprile ’66 e riguarda un’esercitazione denominata “Delfino” che si svolse nella zona di Trieste dal 15 al 24 aprile 1966, e che doveva procedere ad un programma di “attività provocatorie” coordinate dai servizi segreti ed in accordo con la Cia, che prevedevano la partecipazione delle unità di Gladio». Sull’argomento interveniva Antonio Garzotto nel ’92, scrivendo: «La “Delfino” altro non sarebbe che un “vademecum per la guerriglia”, messo a punto dalla Cia e concepito dal generale Westmoreland, il comandante Usa in Vietnam. Si trattava di un vero e proprio manuale di strategia della tensione: agenti della Gladio avrebbero dovuto infiltrarsi sia nelle file e nelle manifestazioni del Pci, ma pure nelle frange della sinistra estrema per provocare “azioni violente, moti di piazza, uccisioni”. Fare, insomma, “insorgenza”, in modo tale da sollecitare una forte reazione, la “controinsorgenza”, e legittimare un intervento di “stabilizzazione del potere” da parte dell’Autorità di Governo».

GRADOLI STRASSE
Recentemente è sempre Falco Accame, in qualita’ di presidente dell’Associazione nazionale assistenza vittime arruolate nelle forze armate e famiglie dei caduti, a sollecitare la commissione parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin, per approfondire gli elementi riguardanti la vicenda Moro, che non si esauriscono con le dichiarazioni di Arconte. Nel silenzio generale, infatti, alle affermazioni di Arconte (ricordiamo, sempre supportate dal documento “a distruzione immediata” ancora da valutare), si sono aggiunte negli ultimi mesi anche le dichiarazioni di un altro dei gladiatori che operava all’Est in maniera segreta, Pierfrancesco Cangedda, il quale ha più volte dichiarato di aver ricevuto, mentre operava nella Repubblica democratica tedesca durante i 55 giorni del sequestro Moro, una informazione che proveniva dalla Stasi, contenente un’indicazione specifica sulla base dei brigatisti in via Gradoli. Una base che era situata in “Gradoli Strasse”. Questa informazione, come risulta anche da alcune inchieste ancora in corso alla Procura di Roma, venne raccolta dal “terminale” della struttura, l’ufficiale dei servizi segreti Tonino La Bruna, l’uomo che avrebbe reclutato personalmente lo stesso Arconte. Le due “metà” della storia sembrano combaciare perfettamente. Vista la portata di queste dichiarazioni, e le importanti conseguenze che potrebbero avere qualora ottenessero ulteriori riscontri, è giusto cominciare a fare chiarezza da subito senza tenere lontano i riflettori dei media nazionali dalla vicenda. Siamo a un bivio nella ricostruzione della storia italiana degli anni ’70 e ’80, a partire dalla genesi del terrorismo rosso fino al caso Moro. O i due gladiatori sono dei cialtroni mitomani, e vanno perseguiti dalla magistratura; oppure si dovrà tener conto di quello che dicono e finalmente si arriverà ad aprire un varco nel “muro di gomma”.

——————o0o——————

L’ombra del KGB
Tratto da “Ultima missione” del Gladiatore G-71 Antonino Arconte
ORDINA IL LIBRO

“Chi dava gli ordini al comandante di Gladio era Aldo Moro, ed è stato ammazzato, ma pochi mesi prima di farlo hanno destituito il nostro generale Miceli. Solo una coincidenza? E a noi, una volta entrati in possesso dei nostri codici, proprio in quel periodo ci mandavano in giro in missioni senza senso, solo per farci ammazzare, per eliminarci. Hanno detto che le Brigate Rosse sono state manovrate dalla Cia che non voleva il compromesso storico, tutte cazzate. Aldo Moro sì era già messo d’accordo con Enrico Berlinguer, brava persona, che ho votato più volte perché era più liberale degli altri. Ora, è risaputo che il giorno del rapimento, Moro avrebbe annunciato in Parlamento il nuovo governo con l’appoggio dei comunisti, ma a sua volta Berlinguer avrebbe dovuto annunciare lo strappo dall’Unione Sovietica e dal comunismo internazionale.

Questi erano gli accordi che noi sapevamo e che conoscevano anche gli americani. Altro che infiltrate dalla Cia. Le Brigate Rosse erano composte sì da studenti esaltati che sinceramente credevano nella rivoluzione attraverso la lotta armata, ma nella loro struttura composta di cellule a immagine del modello sovietico, ecco, in ognuna di queste cellule c’era un referente direttamente in contatto con il Kgb, all’insaputa degli altri. Noi questo lo sapevamo.
Da Mosca hanno voluto interrompere l’accordo Moro-Berlinguer, ma quest’ultimo, che da buon Sardo aveva la testa dura, quando ha capito come stavano cercando di fermarlo è andato avanti lo stesso e con più convinzione”.

 Modulo Kennedy

“Nel maggio scorso ‘suicidano’ la guardia svizzera del Papa, Alois Estermann. Chi era Esterinann? Una spia della Stasi, i servizi segreti della Germania Est. La notizia è stata riportata dai giornali, ma quello che non vedono è quello che noi conosciamo subito, il cosiddetto “Modulo Kennedy”, come lo chiamavano nelle scuole militari. Era una tecnica usata da sempre dal Kgb sovietico e che prese il nome proprio dal modo in cui uccisero il povero presidente americano. E’ un sistema perfezionato da Beria, il capo dei Kgb al tempi di Stalin. Funziona in questo modo: la prima regola è che i morti non parlano, ora, se devo ammazzare qualcuno prima devo cercare un colpevole, me lo costruisco, lo preparo e poi lo ammazzo insieme a chi volevo morto”.

Secondo lei quindi il caporale Tornay sta a Estermann come Oswald sta a Kennedy?
“Esattamente, entrambi ammazzati per non risalire ai veri mandanti.”
Ma perché adesso, nel 1998, si deve voler morto un ufficiale delle guardie del Papa, anche se questo era stato al servizio della Stasi?
“Come perché? Adesso è stata riaperta l’inchiesta sull’attentato al Papa. Alì Agca era la stessa cosa, “Modulo Kennedy” per coprire i mandanti sovietici. Doveva morire Agca, già in Piazza S. Pietro. Invece si è salvato e poi è stato bravo, ha fatto il matto. Ora Estermann era lì quel giorno, si vede proprio nella foto durante l’attentato. Si vede che sapeva troppo sui mandanti, dato che lavorava per loro”.

Ma anche se fosse provato che l’ordine arrivò da Mosca, adesso l’Unione Sovietica non esiste più, insomma chi compierebbe oggi questi omicidi?
“E’ ovvio che la Russia di adesso non c’entri niente. Viva Yeltsin, ma è chiaro che quando crolla un regime durato settanta anni, quanto è durato quello sovietico, all’interno dell’apparato statale rimangono quelli che lo hanno servito”
Chi è implicato con l’attentato al Papa non è necessariamente scomparso, magari qualcuno dì loro oggi fa il liberale. Attentare al Papa non era un’azione di guerra, ma un crimine. Chi lo ha compiuto ha interesse a coprirlo per sempre”.
Torniamo alla sua storia, dal suo racconto voi gladiatori venivate impiegati fuori dall’Italia. Insomma una storia diversa da quella che invece si sospettava al momento della scoperta dell’esistenza di Gladio…

“Mai avuto a che fare con cose interne, sempre missioni all’estero. Sono stato in tutto il Nord Africa, in Sud Africa, in Russia e altri Paesi oltre cortina, in Viet Nam. Per tutte queste missioni, che per i particolari rinvio al sito internet, usavo la copertura di ufficiale di Marina mercantile. Venivo imbarcato su navi dirette ai porti dove poi svolgevo le missioni. Si trattava per lo più di addestrare milizie di combattenti, ribelli che si opponevano ai regimi filo sovietici, di dare e recuperare informazioni, di aiutare alla fuga i dissidenti.

“Così ho fatto in Angola durante e dopo la rivoluzione dei garofani, quando alla caduta delle ultime colonie portoghesi quel Paese diventò facile preda dei cubani mandati da Mosca. Oppure in Sud Africa, quando fui mandato per portare via Steven Biko, del quale voleva sbarazzarsi non solo il regime dell’apartheid, ma anche i sovietici perché lui voleva far tagliare all’Anc i rapporti con Mosca, dal momento che questa flirtava con il governo razzista sudafricano. Purtroppo Biko non volle fuggire. Morì pochi giorni dopo che avevo tentato inutilmente di portarlo con me”.

Ma chi decideva queste operazioni? “Il comando”.
Cioè Vito Miceli?
“Fino a quando Miceli è stato il numero uno, poi c’è stato Gian Adelio Maletti che poi è stato condannato a 14 anni e ora vive in Sud Africa. Loro rispondevano al governo italiano. Miceli a Moro, Maletti a chi venne dopo di lui. Il nostro era un servizio svolto all’interno della Nato durante la Guerra Fredda. Dei risvolti interni, della strategia della tensioni, di tutte queste cose io non sapevo nulla.
“Quando leggevo certe cose nei giornali pensavo che scherzassero, poi quando sono arrivati gli arresti allora ho capito che facevano sul serio. Ma io non ho mai operato in Italia. Noi eravamo militari e anche fanatici, nel senso che per noi l’Italia rappresentava un feticcio, non avremmo mai potuto fare stragi contro la nostra gente, contro nessuna popolazione civile perché noi eravamo militari, non terroristi e ubbidivamo ad un codice d’onore. Sono stati altri a fare certe cose. Come ad Ustica e alla stazione di Bologna”.

 L’operazione Maltese
Un’estate bollente

“L’11 giugno inizia la mattanza degli esuli libici presenti in Italia. Il 27 giugno viene abbattuto sul cielo di Ustica il DC9 Itavia, partito da Bologna per Palermo con due ore di ritardo, mentre è seguito ad una distanza pari a meno di dieci minuti di volo da un Boeing 707 della Air Malta (volo KM153). Il 10 luglio vengono sequestrati dalla Libia due pescherecci italiani con 19 marinai a bordo (verranno rilasciati due anni dopo). Il 18 luglio viene ritrovato un Mig 23 libico sui monti della Sila, era stato abbattuto il 27 giugno da due gladiatori delle Frecce Tricolori, Mario Naldini e Ivo Nutarelli (I Centuria Aquile), poi morti nel 1988 durante una esibizione in Germania, a Ramstein, in un incidente che causò la morte di oltre 80 persone.

Il 2 agosto prende posizione, sui banchi di Medina, la nave da ricerche petrolifere dell’Eni Saipem, a dimostrazione, soprattutto ad uso interno maltese,della giustezza della politica filo-italiana di Mintoff contro l’area politica filo libica molto forte nell’isola. Sempre il 2 agosto l’on. Zamberletti per conto del governo italiano firma il protocollo d’intesa relativo al trattato che esclude la Libia dal controllo dell’isola. Lo stesso giorno salta la stazione di Bologna. Il 6 agosto  una parte dell’esercito libico si ribella e tenta un colpo di stato contro Gheddafi. I congiurati saranno sconfitti dall’intervento di unità militari della Germania Orientale (guidate dagli uomini del Kgb), che salvano il colonnello Gheddafi. Di questo colpo di stato Gheddafi accuserà l’Italia, arrestando tre imprenditori italiani ritenuti fiancheggiatori degli insorti (III Centuria –“Colombe”, verranno rilasciati dopo sei anni). Il 24 agosto una nave da guerra libica intima, con la minaccia di prenderla a cannonate, alla nave italiana Saipem-2 di interrompere le ricerche petrolifere sui banchi di Medina ed andarsene. Si sfiora la battaglia fra le navi italiane intervenute a difesa della Saipem e le navi libiche. Gli aerei F104 di Trapani Birgi pattugliano il cielo di Malta. Il 2 settembre l’Italia si impegna a garantire l’integrità territoriale di Malta e il giorno dopo il premier maltese vola a Roma per approfondire l’intesa.

Il 9 settembre si ratifica l’accordo fra Italia e Malta, che prevede fra l’altro L’esclusione delle  navi americane e sovietiche dai porti dell”isola”.
Dopo aver elencato questi episodi, Arconte ci mostra una e-mail da lui ricevuta in tedesco e poi tradotta in inglese, del 23 marzo 1998, che recita: «Mi chiamo Alexej Pavlov, ex colonnello del Kgb. Ero di base alla stazione radar di Tripoli negli anni Ottanta. Ho letto ‘The Real History of Gladio’… so che è tutto vero, soprattutto l’Affare Maltese. Dovrei dire chi mi ha ordinato di accusare gli Stati di quel l’abbattimento, ma adesso non posso, mi sento in pericolo. Potrò parlare solo se riuscirò ad ottenere asilo politico negli Usa. Spero che anche tu riesca a salvarti la vita. Buona fortuna, mio ex nemico. Alexej Pavlov».
La pista libica per la strage di Ustica è stata sicuramente battuta, il mig libico trovato nella Sila non può essere ignorato. Ma è possibile che anche dietro la strage di Bologna ci sia stato Gheddafi? E se voi di Gladio lo sospettavate, perché il governo italiano non ha reagito?

“Nessuno voleva la guerra con la Libia. E poi, come ho detto, in Italia c’era e c’è una forte lobby pro Libia che lavorò e lavora a favore della normalizzazione dei rapporti. Quelli che sono finiti in carcere per la strage di Bologna, i neofascisti Fioravanti e Mambro, non c’entravano nulla, sono stati soltanto un comodo capro espiatorio”.
Non sappiamo quanto forte sia la supposta lobby libica” in Italia di cui parla Arconte, vale però la pena di ricordare che proprio due settimane fa il governo Prodi ha ulteriormente avvicinato l’Italia alla normalizzazione dei rapporti con la Libia , firmando un documento d’intesa che rompe in Occidente la cortina di isolamento costruita intorno al regime di Gheddafi.
I fatti dell’estate del 1980 portano G71 a formulare un teorema: dietro la strage di Bologna potrebbe esserci la mano del dittatore di Tripoli. Il governo italiano, così come la magistratura inquirente, hanno mai considerato lo stesso teorema? Hanno mai esplorato la pista indicata nell’”Affare Maltese”? E se non lo hanno fatto, perché? Esisterebbero ancora, a distanza di quasi vent’anni, gli elementi per aprire una indagine verso questa direzione?

Alla fine della sua storia a G71, alias Antonino Arconte nato a Oristano, chiediamo: ammettendo che l’Italia sia veramente in mano al ‘nemico’ come dice lei, tornando in Sardegna non ha paura per l’incolumità sua e della sua famiglia?
«Ho rivelato tutto quello che sapevo. Adesso uccidermi non avrebbe senso, significherebbe dimostrare che quel che ho denunciato è vero. Dal 1993 ho smesso di subire attentati. lo ho compiuto la mia ultima missione. Ho vinto la mia battaglia»

——————o0o——————

Islam da odiare e terrorismo da infiltrare
Mario Tonini Fortaleza – Brasile

Andreas Von Bülow è stato ministro tedesco della tecnologia, nel 1993, è stato relatore per la S.P .D. (il Partito Socialdemocratico tedesco) nella commissione parlamentare d’inchiesta sulla Stasi, la polizia segreta della Germani Orientale. Von Bülow non esita a parlare di «lavaggio di cervello collettivo» a cui «le democrazie di massa vengono sottoposte». «L’immagine del nemico come comunista non funziona più; deve essere sostituita con l’Islam. Non è un’idea mia. Essa viene da Zbigniew Brzezinski e Samuel Huntington, due strateghi che formano l’intelligence e la politica estera americana».
Già a metà degli anni ’90, Huntington (uno dei fondatori del CFR: Council on Foreign Relations) diceva: «la gente in USA e in Europa ha bisogno di un nuovo nemico da odiare, ciò rafforzerà la loro identificazione con la propria società».

Mordechai Vanunu, tecnico nucleare israeliano dopo le rivelazioni del 1986 al Sunday Times che, denunciando l’illegalità e la pericolosità del progetto nucleare fu attirato da un agente del Mossad da Londra a Roma, dove fu rapito e ricondotto in segreto in Israele. Condannato per tradimento in un processo a porte chiuse, è rimasto per 18 anni in carcere quasi sempre in isolamento, punta il dito contro il suo paese. (“Il Corriere della Sera”, 21 aprile 2004)

Il fatto è che Israele è una superpotenza prima di tutto dal punto di vista psicologico. Stanno proseguendo in quella sorta di lavaggio del cervello in Europa e negli Stati uniti per convincere tutti che gli arabi e l’islam terrorizzano e basta. Approfittando finora degli attacchi dei kamikaze. Israele ha molto controllo sui media statunitensi. La Cnn in particolare, poi c’è Hollywood, infine diverse testate in Europa, consentono di proseguire questa opera di brain-wash: il mondo vede solo le cose cattive degli arabi, ogni atto di terrore, ogni bomba viene riportata nel mondo e questo aiuta Israele. Ogni manifestazione pro Islam viene utilizzata contro l’Islam. E’ psicologist-superpower…” (estratto da un’intervista a Mordechai Vanunu a cura di Ivan Compasso)

Pochi giorni addietro nel notiziario di Fox News, Juval Aviv, uno dei capi del Mossad esperto israeliano di terrorismo, ed oggi privato gestore di “sicurezza” dichiara «Prevedo imminenti attacchi in USA, al massimo entro 90 giorni», come se guardasse nella sfera di cristallo.
Scenario apocalittico, attacchi indiscriminati contro la popolazione comune, «in sei, sette, otto città simultaneamente, e non solo le grandi città». I terroristi “arabi”, ha detto Aviv, vogliono terrorizzare la popolazione con stragi simultanee.
Puntuale come un orologio svizzero è cominciata la nuova fase di attentati “islamici”. Primo bersaglio Londra.

Anche l’Italia è nel mirino?
Quando avvenne l’attentato alla stazione di Bologna, l’ex Ministro delle Finanze Rino Formica disse che i mandanti venivano da «un piccolo Paese medio-orientale che ci vuol mettere in cattiva luce presso gli americani». Poi si chiuse nel silenzio.
5 Luglio 2005 dopo trent’anni Giovanni Galloni, già vicesegretario della DC e vicepresidente del Consiglio Supremo della Magistratura rompe invece il muro del silenzio e a Rainews24 racconta che pochi giorni prima di essere rapito, Aldo Moro gli disse: «ho per certo la notizia che i servizi segreti sia americani sia israeliani hanno degli infiltrati all’interno delle Brigate Rosse, però non siamo stati avvertiti di questo; se fossimo stati avvertiti, probabilmente i covi li avremmo trovati». Continua Galloni rivelando che Mino Pecorelli, il giornalista di OP misteriosamente assassinato «aveva preannunciato sulla sua agenzia che il 15 marzo si sarebbe verificato un fatto gravissimo in Italia». Moro fu rapito il 16 marzo 1978, ma Galloni continua: «sapemmo poi che Moro doveva essere sequestrato il giorno prima, Pecorelli aveva imbroccato…E io faccio risalire l’uccisione (di Pecorelli) al fatto che minacciasse di rivelare la fonte di quelle notizie. Fu fatto fuori scientificamente, probabilmente da servizi segreti». Forse Galloni sta tentando di sventare quell’attentato che “Al-Qaeda” dichiara di voler fare anche in Italia, minacciando di rivelare «la fonte vera del terrore» per dare un “avvertimento” a chi di dovere: sappiamo che siete i mandanti di quel che “sta per succedere”?

Insomma Al Qaeda “infiltrata” come le Brigate Rosse?
Riporto quanto ha scritto Robin Cook sul Guardian dell’8 luglio 2005. Cook non è uno qualunque: è stato uno dei controllori dei servizi segreti britannici nonché ministro degli Esteri laburista, che si dimise per protesta contro la guerra all’Iraq di Tony Blair, dice «per quanto ne so io, ‘Al-Qaeda’ (letteralmente ” La Base “) è originariamente il nome di una database del governo USA. Con i nomi di migliaia di mujaheddin arruolati dalla CIA per combattere contro i russi in Afghanistan». Fatto strano la strage di Londra viene rivendicata dalla fantomatica “Brigata Al Masri” e in quel database c’erano nomi che saltano fuori anche adesso: fra cui quello di Abu Hafs detto “al Masri” (l’egiziano), ai tempi accusato dell’attentato a Sadat, braccio destro di bin Laden e a lui congiunto per matrimonio.

Concludo citando Truman Burbank: Una volta erano i giornalisti ad inseguire le notizie, adesso sono le notizie ad inseguire i giornalisti. Ma è un inseguimento vano. I giornalisti dei media ufficiali evitano le notizie come la peste. A loro interessa solo raccontare quello che vuole la proprietà e confezionarlo nel modo più appetibile.

Fonte:
Fox News, Rainews24, Blanchet, Il Corriere della Sera, La Repubblica

——————-o0o——————-

ALDO MORO: SEGRETI, MENZOGNE, INTRIGHI.

Aldo Moro durante il sequestro

Aldo Moro doveva morire. I potenti della Terra lo volevano morto. Logge massoniche, servizi segreti nazionali e internazionali, organizzazioni paramilitari occulte, lo stesso governo italiano e democristiano di Andreotti e Cossiga. Le Brigate Rossenon hanno agito da sole, i grandi burattinai del mondo libero avevano già emesso la loro sentenza di morte.

Erano gli anni Settanta, la Guerra Fredda incalzava e il mondo era diviso in due. I due blocchi, statunitense e sovietico, si erano tacitamente spartiti il mondo, addirittura avevano diviso la Germania in due fette, metà ciascuno. In questo clima di assoluto bipolarismo la politica di Aldo Moro era inaccettabile. La sua apertura al PCI di Berlinguer, la sua nuova idea di un governo ultrademocratico, nella quale potessero convivere cristiani e comunisti, andava indigesto sia al blocco filoamericano che al blocco sovietico.

L’Unione Sovietica non poteva tollerare un simile modello democratico: tutti i paesi dell’URSS avrebbero chiesto una apertura alla controparte politica, sarebbe stata la fine della dittatura comunista. Il modello italiano avrebbe smosso le coscienze degli oppressi, avrebbe creato troppi dissensi all’ombra della bandiera rossa. Gli americani, a loro volta, non potevano tollerare l’apertura di un paese alleato come l’Italia, ai nemici comunisti. Il“compromesso storico” di Moro e Berlinguer stava facendo crollare il tacito accordo dei Grandi che prevedeva la spartizione del Mondo. Andavano messi a tacere.

In quegli anni entrambi scamparono ad un attentato: il comunista venne assalito a colpi di arma da fuoco in Bulgaria, mentre era in visita istituzionale. Il democristiano si salvò dalla strage dell’Italicus, il treno Roma-Monaco che esplose causando 12 feriti e 48 morti. É sua figlia Maria Fida ad ammettere che il padre avrebbe dovuto essere su quel treno. Un impegno istituzionale dell’ultimo momento gli risparmiò la vita. Da allora volle la scorta per se e per la sua famiglia.

Putroppo quel 16 Marzo 1978 Non bastò. Venne sequestrato in via Fani, a Roma, e assassinato 55 giorni dopo. Proprio il giorno in cui si stava per dare la fiducia al primo governo della Dc appoggiato dai Comunisti. “Un messaggio ben chiaro” afferma il giornalista Sandro Provvisionato, uno dei maggiori esperti sulla vicenda.

Furono sette i servizi segreti internazionali che agirono per porre fine alla sconveniente politica di Moro: la CIA americana e il KGB russo in primo piano. La CIA era il cervello politico delle BR e agiva dall’Hyperion di Parigi, la centrale operativa del sequestro.

Sandro Imposimato e Philip William, giornalisti e scrittori esperti del caso Moro raccontano che l’Hyperion era formalmente una scuola di lingue, fondata da tre membri della sinistra extraparlamentare italiana: Mulinaris, Simioni e Berio. In quella scuola non ci furono mai delle lezioni. Più tardi si scoprì che tutti gli insegnanti erano agenti segreti internazionali della CIA. Stranamente L’Hyperion aprì due sedi in Italia, due mesi prima del sequestro. Vennero chiuse pochi giorni dopo il ritrovamento del corpo di Moro.

Il KGB russo agì invece tramite la STASI, il servizio segreto sovietico della Germania dell’Est. Più precisamente tramite la RAF il braccio violento e militare della STASI, l’avamposto comunista nella Germania dell’Ovest e nell’Europa liberale.

Il compito della RAF, spiega Angelo Fasianello, anch’esso scrittore esperto in materia, fu quello di coordinare militarmente le BR nell’operazione. Il modello fu il rapimento e l’uccisione dell’ex nazista e capo della Confindustria Tedesca Schleyer. Sono stati documentati diversi incontri tra i Brigatisti che hanno partecipato all’assalto della scorta di Aldo Moro e agenti della RAF, pochi giorni prima del sequestro. Diversi testimoni hanno sentito una voce tedesca che impartiva ordini, in quei concitati momenti dell’assalto.

Secondo il prestigioso storico dei servizi segreti Giuseppe De Lutiis, all’operazione parteciparono inoltre la DGSE francese, la STB cecoslovacca, la DARSAUNA bulgara e il MOSSAD israeliano.

Mentre all’estero venne pianificato il sequestro, in Italia la loggia massonica Propaganda 2 si preoccupò di depistare le indagini e di occultare importanti elementi per impedire il ritrovamento di Aldo Moro. La lobby non poteva tollerare l’apertura ai comunisti della DC.

Secondo le ricostruzioni dei tre giudici istruttori Imposimato, Priore e De Cataldo, coadiuvati dai racconti di Giovanni Pellegrino, ex presidente della Commisione Parlamentare Stragi, la P2 agì su diversi fronti per aiutare le BR a non essere scovati.

Di Bella, direttore del Corriere della Sera, tessera P2 numero 1887, divulgò diversi documenti segreti per ostacolare le indagini. IlComitato di Crisi (ovvero le persone incaricate di salvare Moro durante il sequestro) creato da Cossiga, era composto da sei persone: Ferracuti, Santovito, Grassini, Pelosi, Malfatti e Ferrari. Tutti erano tesserati P2. Gelli, il “maestro venerabile” della P2, ora in carcere, fugò ogni dubbio anni dopo, dichiarando “Non ci interessava salvare Aldo Moro”.

Per tutti i 55 giorni di prigionia i capi dei servizi segreti italiani: il SISMI, il SISDE, la Gladio e gli Uffici Affari Riservati non si preoccuparono di salvare Moro, ma scesero a patti con le BR esclusivamente per recuperare i documenti segreti che il democristiano aveva con se.

Questo spiega perché in via Gradoli, dove abitava Moretti, capo delle BR, la maggior parte degli appartamenti era di proprietà di società immobiliari degli stessi servizi segreti italiani. Moro, durante la prigionia, é quasi certamente stato lì, nell’appartamento dell’interno 11, scala A. Ce l’avevano sotto il naso, a Roma. Nella stessa via, addirittura nello stesso pianerottolo. Non hanno voluto trovarlo.

La scrittrice Stefania Limiti afferma inoltre che il primo ministro Andreotti si affidò all’Anello, il Servizio Segreto occulto e illegale dello Stato che, attraverso la banda della Magliana, la Camorra, Cosa Nostra e la ‘Ngrangheta, ricattò le BR proponendogli la vita di Aldo Moro in cambio dei documenti segreti. Cutulo, il boss più importante della Camorra, affermò successivamente che sapeva che Aldo Moro era tenuto schiavo in via Gradoli.

In via Fani, durante il sequestro diversi testimoni videro almeno due esponenti dei Servizi Segreti italiani: il generale della Gladio Guglielmi e Salvoni, membro dell’Hyperion. Videro inoltre De Buono e Nitra, due esponenti dell’Ndrangheta, assoldati dall’Anello di Andreotti.

Il super-testimone Andrea Nucci fece addirittura numerose foto dalla suo appartamento di via Fani. Il rullino che consegnò ai magistrati venne magicamente smarrito.

Il 16 Marzo 1978 le armi dei quattro compagni  Morucci, Fiore, Gallinari e Bonisoli, ufficialmente accusati dell’attentato, non furono le uniche a sparare sulla scorta di Aldo Moro. Si contano i colpi di  almeno 8 armi diverse. Un pò troppe per quattro BR. I loro spari arrivarono da sinistra. I più letali, che uccisero i 5 della scorta, vennero da destra.

Chi ha sparato insieme ai brigatisti quel maledetto giorno? Tedeschi della RAF, i servizi segreti italiani e internazionali, mafiosi, membri dell’Hyperion, l’Anello…Chi ha esploso quei colpi é ancora senza volto e senza nome. Il fatto che tutte queste misteriose organizzazioni abbiamo partecipato al complotto è preoccupante.

Tutti volevano la morte di Aldo Moro. Un personaggio scomodo per i poteri forti.

——————–o0o——————–

MORO FU DAVVERO RAPITO DALLE BRIGATE ROSSE?

DI SOLAGE MANFREDI
Paolo Franceschetti

Agguato di via Fani.

Nonostante trent’anni e numerosi processi dell’agguato di Via Fani, ancora oggi, non si è riusciti a ricostruire con esattezza le modalità dell’attacco, né quante persone vi parteciparono.

Sono circa le 9 del mattino del 16 marzo 1978. La Fiat 130 dell’On. Moro e l’Alfetta di scorta che percorrono via Trionfale svoltano in via Fani. Fanno pochi metri quando all’altezza dell’incrocio con via Stresa le due auto vengono bloccate da una Fiat 128 con targa diplomatica che provoca un tamponamento

Negli istanti successivi i terroristi esplodono un numero impressionante di colpi. Vengono ritrovati 93 bossoli, ma i colpi sparati potrebbero essere di più. In questo inferno di fuoco vengono colpiti tutti gli uomini della scorta di Aldo Moro (Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Giulio Rivera, Raffaele Iozzino e Francesco Zizzi) ma il Presidente della DC resta miracolosamente illeso.

Tre uomini della scorta, feriti ma ancora vivi, ricevono il colpo di grazia[1]. Perché? Cosa non dovevano dire?

Il traditore?

Moro non percorreva tutti i giorni la stessa strada: cambiava il percorso in ragione dei vari impegni della giornata…. Eppure, fin dalla sera del 15 marzo i brigatisti attuarono i preparativi per l’imboscata di via Fani: nottetempo vennero squarciate le gomme del pulmino appartenente al fioraio Antonio Spiriticchio che ogni giorno sostava proprio nel luogo dell’agguato. L’audace imboscata terrorista venne preceduta da una meticolosa preparazione logistica: dunque i terroristi fin dal giorno prima avevano l’assoluta certezza che la mattina dopo, verso le ore 9, l’auto di Moro sarebbe transitata in via Fani, e prima ancora che lo avesse stabilito il maresciallo Leonardi[2].

Come potevano essere sicuri che Moro proprio quel giorno e a quell’ora sarebbe passato da via Fani?

Il Commando militare: Gladio?[3]

L’azione militare di via Fani viene subito definita da un anonimo ufficiale dei servizi segreti «un gioiello di perfezione» attuabile solo «da due categorie di persone: militari addestrati in modo sofisticato, oppure (il che è lo stesso) da civili che si siano sottoposti a un lungo e meticoloso training in basi militari specializzate in operazioni di commando». Un parere condiviso anche dal generale Gerardo Serravalle, secondo il quale l’abilità del tiratore scelto di via Fani non poteva non presupporre un addestramento costante, quasi quotidiano, che in Italia possono consentirsi solo pochi uomini[4].

I brigatisti non avevano alcun addestramento: “Morucci confermerà che la sola esercitazione affrontata dal commando brigatista prima dell’azione di via Fani era stata tenuta nel giardino di una villa a Velletri (ovviamente, si era trattato di una esercitazione senza “bersagli”, né armi e pallottole, poiché gli spari avrebbero creato allarme nelle vicine abitazioni)”[5].

Allora chi ha condotto l’imboscata?

Divise da aviazione civile: segno di riconoscimento?

Perché i componenti del commando di via Fani indossavano divise da aviazione civile (sicuramente poco adatte a passare inosservati)? Forse perché alcuni componenti del commando, magari il tiratore scelto, era sconosciuto ai brigatisti e la divisa serviva ad identificarlo?

Munizioni in dotazione a Forze Armate non convenzionali: Gladio?

Nel commando vi è un tiratore scelto armato di mitra a canna corta che sparerà la maggior parte dei colpi la cui identità è ancora sconosciuta. Chi è? Come poteva essere così addestrato? Era un militare e/o addestrato in campi militari?

Quello che è certo è che:
Le perizie hanno appurato che in via Fani vennero usate anche munizioni di provenienza speciale. Tra i bossoli repertati, 31 erano senza data di fabbricazione e ricoperti da una particolare vernice protettiva, «parte di stock di fabbricazione non destinata alle forniture standard dell’Esercito, della Marina e dell’Aeronautica militare». Cartucce dello stesso tipo verranno poi trovate anche nel covo Br di via Gradoli. Secondo il perito Antonio Ugolini, «questa procedura di ricopertura di una vernice protettiva viene usata per garantire la lunga conservazione del materiale… Il fatto che non venga indicata la data di fabbricazione, è il tipico modo di operare delle ditte che fabbricano questi prodotti per la fornitura a forze statali militari non convenzionaliE quando verranno scoperti i depositi “Nasco” della struttura paramilitare segreta della Nato “Gladio” si riscontreranno le stesse caratteristiche nelle munizioni di quei depositi[6].
Nessuna indagineLa cosa appare di una evidente gravità, eppure inspiegabilmente: “Non è stata condotta alcuna inchiesta per accertare quale ente avesse commissionato quelle particolari munizioni e la loro destinazione, dato che esse non erano destinate alle forze armate regolari né potevano essere commercializzate essendo di calibro militare e interdette a usi civili: dagli atti dei vari processi Moro non risulta siano mai stati svolti accertamenti per scoprire da quali canali quelle munizioni arrivarono alle Br[7]La presenza in via Fani di Gladio.La mattina del 16 marzo alle ore 9 in via Stresa, a circa duecento metri da dove avviene la strage c’è il colonnello del Sismi Camillo Guglielmi.
Il colonnello Guglielmi, in forza al servizio segreto militare, era uno stretto collaboratore del generale piduista Giuseppe Santovito, ed era stato istruttore presso la base di “Gladio” di Capo Marrargiu, dove aveva insegnato ai “gladiatori” le tecniche dell’imboscata…L’inspiegata presenza “a pochi metri da via Fani” del colonnello Guglielmi al momento della strage è stata rivelata molti anni dopo, nel 1991, da un ex agente del Sismi addestratosi a capo Marrargiu, Pierluigi Ravasio…”[8].Cosa ci faceva lì il Colonnello Guglielmi[9]? Perché non ha detto, o fatto, nulla quando a 200 metri da lui avveniva un massacro?Una Gladio della Sip?

Ad agevolare la fuga del commando un improvviso black-out interrompe le comunicazioni telefoniche della zona.Ma il mistero Sip non si conclude con il back-out del 16 marzo 1978.“Si susseguono durante i 55 giorni di prigionia dell’On. Moro, strane quanto improbabili coincidenze legate all’azienda dei telefoni: il 14 aprile alla redazione de Il Messaggero, è attesa una telefonata dei rapitori; vengono così raccordate in un locale della polizia, per poter stabilire la derivazione, le sei linee della redazione del giornale. Ma al momento della chiamata la Digos accerta l’interruzione di tutte e sei le linee di derivazione e non può risalire al telefonista… L’allora capo della Digos parla, nelle sue dichiarazioni agli inquirenti, di totale non collaborazione della Sip. …In nessuna occasione fu individuata l’origine delle chiamate dei rapitori: eppure furono fatte due segnalazioni….L’allora direttore generale della Sip era iscritto alla P2, Michele Principe[10]Piccolo Particolare:
Circa la vicenda della Sip si legge (Unità dell’11 luglio 1991) in uno scritto di Vladimiro Settimelli:
Una Gladio della Sip allertata il giorno prima del sequestro Moro”. Il nucleo occulto opera ancora nel campo dei telefoni
>>[11].Un sequestro annunciato.L’imminente sequestro di Aldo Moro sembra fosse noto a molti.
Come appureranno i giudici istruttori Imposimato e Priore nel corso di una rogatoria internazionale, “in Francia, a Parigi, i servizi segreti, nel febbraio 1978, già sapevano dell’organizzazione del sequestro Moro[12].
Ma non solo.
Alcuni mesi prima del rapimento, dal Carcere di Matera il detenuto Salvatore Senatore aveva fatto arrivare al Sismi l’informazione circa il possibile sequestro di Aldo Moro.
Ed ancora: Renzo Rossellini[13], un’ora prima dell’agguato di via Fani, ovvero poco dopo le 08 del mattino del 16 marzo, su Radio Città Futura, dava la notizia di un’azione terroristica compiuta ai danni dell’On. Moro.Moro era consapevole del pericolo, tanto consapevole da chiedere una scorta per i famigliari, da far mettere i vetri antiproiettile alle finestre del suo studio e da chiedere un auto blindata…richiesta che non verrà esaudita. Perché?Ancora Gladio.

Un documento della X Divisione Stay Behind (Gladio) della direzione del personale del Ministero della Marina, a firma del Capo di Vascello, capo della divisione stessa, del 02 marzo 1978, ovvero 14 giorni prima del rapimento di Moro e dell’uccisione della sua scorta, inviava l’agente G71 appartenente alla Gladio – Stay Behind- (partito da La Spezia il 06 marzo sulla motonave Jumbo M) a Beirut, per consegnare dei documenti all’agente G129, affinché prendesse contatti con “gruppi del terrorismo M.O.”, perché questi intervenissero sulle Brigate Rosse, ai fini della liberazione di Moro.
A Beirut operava come capocentro (pare anche con incarico in Gladio, visto che gli si attribuisce la sigla G216) il Colonnello Stefano Giovannone, responsabile per il Medio oriente, iscritto ai Cavalieri di Malta
[14]
Il comitati di gestione della crisi in mano ai “massoni”.

Il 16 marzo 1978 Cossiga decide di istituire dei comitati per gestire la crisi.
Non vi furono decreti di nomina, solo chiamate e partecipazioni informali, cooptazioni fatte senza renderne conto a nessuno. Unico dato certo e documentato è che le riunioni dei “Comitati di crisi” nominati da Cossiga pullulavano di “fratelli” che avevano giurato fedeltà alla P2 di Licio Gelli[15]
Massoni dunque. Tutti vincolati al segreto. Tutti vincolati dal giuramento di fedeltà alla Loggia.
Ma come è stato gestito il sequestro Moro? Cosa hanno esaminato o deciso nelle riunioni al Viminale i Fratelli? Non si saprà mai perché tutti i verbali delle riunioni sono misteriosamente spariti.
Quello che è certo è che: “l’operato delle forze di polizia dipendenti dal Viminale e dei servizi segreti (affidati da Cossiga e Andreotti ad affiliati alla Loggia massonica segreta P2) è stato caratterizzato da una lunga sequela di errori e conniventi inerzie, tali non solo da rendere dubbia l’effettiva volontà dello Stato di salvare la vita dell’onorevole Moro arrestando i sequestratori, ma perfino da indurre a sospettare complicità e convergenze di intenti con i terroristi”[16].Appartamento di via Gradoli

Le Br che preparano il sequestro Moro avevano scelto, sin dal 1975, come loro principale base un appartamento situato in via Gradoli 96.
Gli appartamenti di Via Gradoli erano di proprietà di società che erano legate direttamente o indirettamente ai servizi segreti.
In via Gradoli 96, poi, erano ben 20 gli appartamenti intestati ai servizi segreti.Perché mettere in quel palazzo la sede operativa delle Br? Un errore di valutazione? O forse perché abitando nello stesso palazzo i servizi segreti potevano gestire con maggior riservatezza i contatti con i brigatisti ed il sequestro del Presidente DC?Perché dopo il falso comunicato del Lago della Duchessa il covo di Via Gradoli viene fatto scoprire? .
Il rifugio di Mario Moretti e Barbara Balzerani era “saltato” grazie ad una fuga d’acqua che secondo i vigili del fuoco sembrava provocata apposta: uno scopettone era stato appoggiato sulla vasca, e sopra lo scopettone qualcuno aveva posato il telefono della doccia (aperta) in modo che l’acqua si dirigesse verso una fessura nel muro[17]Un caso? O forse come afferma Franceschini:
L’operazione lago della Duchessa-via Gradoli (vanno sempre tenuti insieme) è un messaggio preciso a chi detiene Moro…”[18]?Foto di Moro nella Loggia di Trapani…accanto a Gladio.

All’interno del famigerato Centro studi Scontrino di Trapani: “la polizia trovò le carte segrete di una serie di logge massoniche coperte, punto d’incontro di massoni, templari, politici, appartenenti a servizi segreti d’Occidente e d’Oriente, e anche di quei mafiosi indiziati di aver partecipato al mio attentato…. Nella stessa sede trapanese era, infine, presente l’Associazione musulmani d’Italia, sponsorizzata da Gheddafi in persona e facente capo a Michele Papa, che aveva avviato attraverso di essa una serie di iniziative collegate con le attività svolte dal leader libico (negli appunti sequestrati veniva indicato come «sostituto di Gheddafi»).”[19]Cosa ci faceva una foto di Moro, con alcune iscrizioni massoniche apposte sulla stessa fotografia, all’interno del Centro studi Scontrino di Trapani?E’ un caso che il colonnello libico Gheddafi: “ancora allievo nella accademia militare britannica di Sandhursi, Gheddafi era stato reclutato nella setta massonica dei Senussi di cui il suo predecessore, il re Idris, era stato gran maestro. I Senussi costituivano allora e costituiscono ancor oggi uno degli strumenti usati dai servizi segreti britannici per l’attività di controllo dell’area meridionale del Mediterraneo[20]?Ed è ancora un caso che a Trapani vi era anche il Centro Scorpione: “ un centro di Gladio rimasto in gran parte sconosciuto e dotato di un aereo super leggero in grado di volare al di sotto delle apparecchiature radar”[21], centro diretto dal Maresciallo Vincenzo Li Causi (indicato da un ex appartenente a Gladio, quale informatore di Ilaria Alpi) e ucciso in Somalia in circostanze mai chiarite pochi giorni prima di deporre davanti al Pm proprio sul Centro Scorpione?Ma torniamo a Moro.

Al di là delle ipotesi, rimane comunque il dato di fatto del rinvenimento, in una loggia massonica, di una fotografia di Aldo Moro del tutto particolare: massoniche erano, infatti, anche alcune iscrizioni apposte sulla stessa fotografia. Queste scritte non furono mai decifrate: la foto, a quanto pare, scomparve immediatamente dagli atti del processo[22].

Le presenze costanti nel rapimento Moro.
Sino ad ora abbiamo, nel caso Moro, due presenze importanti: La massoneria e Gladio.
Sappiamo che sia la massoneria che i servizi segreti usano spesso comunicare con un linguaggio cifrato incomprensibile ai non iniziati.
Forse, anche in questo caso, occorre prestare attenzione a questo tipo di linguaggio per capire il Caso Moro.
GRADOLI

E’ il 02 aprile1978 quando nel corso di una seduta spiritica a cui partecipava, tra gli altri, anche Romano Prodi (recentemente coinvolto in una inchiesta riguardo a truffe ai danni della Comunità europea, che lo indica come affiliato ad una loggia massonica di San Marino) emerge il nome Gradoli.Era il nome della via in cui si trovava il covo delle Br o quella seduta spiritica aveva un significato più profondo?
Vista l’ingombrante presenza della Massoneria in tutta la vicenda Moro perché non provare a leggere la cosa diversamente?
Se fosse stato un segnale inviato a chi era in grado di capirlo perché iniziato a quel particolare linguaggio cifrato? Se il codice fosse stato, per esempio, quello rosacrociano, le lettere indicate dal piattino avrebbero potuto non formare il nome del paesino sul lago di Bolsena, ma essere lette come GRADO-LI (grado 51). Si sarebbe rinviato, cioè, a un livello ancora più occulto del trentatreesimo, un gradino più alto della gerarchia massonica conosciuta. Quale poteva essere questo misterioso Grado LI ? Un rarissimo testo pubblicato in Francia intorno al 1870 da Ely Star (pseudonimo di un seguace di Péladan e di Flam-marion), Les Mystères de l’horoscope, svela che nel Cercle de In Rose + Crobc il Grado LI corrisponde al Maìtre du Glai-ve, il Signore del Gladio.
Letto cosi e riferito alla situazione internazionale, quel messaggio poteva essere interpretato in due modi: o come una richiesta di intervento rivolta al fantomatico Signore di quella organizzazione; oppure come l’annuncio che il Grado LI stava per muoversi
[23]”.Questa è la possibile spiegazione degli autori del libro “Il misterioso intermediario”. Ma è possibile anche una terza ipotesi: dicendo “Gradoli” ovvero Signore del Gladio, non è possibile che qualcuno volesse lanciare un messaggio a tutti gli investigatori o gli eventuali inquirenti in grado di capirne il significato, avvertendoli così di non procedere, perché si trattava di un’operazione voluta e condotta da Gladio?
Il massone che aveva scritto troppo.
Vi è stata una persona, iniziata a questo linguaggio, legato ai servizi segreti che, coraggiosamente ha scritto molto sul caso Moro…. sino a quando non è stato ucciso. Era Carmine Pecorelli
Il suo modo di scrivere era sibillino, da iniziati (era un massone iscritto alla Loggia P2), ma di una cosa, oggi, siamo sicuri: sapeva molto e….scriveva. Ed allora andiamo a vedere cosa sapeva e cosa ci aveva scritto sul sequestro Moro.
Come, ricorda il Senatore Sergio Flamigni:
Pecorelli coglieva l’atmosfera di dura ostilità verso la politica di Moro, e a partire dalla seconda metà del 1975 cominciò a esprimerla attraverso enigmatiche note di questo tenore: «È proprio il solo Moro il ministro che deve morire alle 13?»; «Moro-bondo»; «Un funzionario, al seguito di Ford in visita a Roma, ebbe a dichiararci: “Vedo nero. C’è una Jacqueline [vedova Kennedy, ndr] nel futuro della vostra penisola”»; «… E a parole Moro non muore. E se non muore Moro…». Il 9 gennaio 1976 “Op” riportò a tutta pagina una caricatura di Moro col titolo: «Il santo del compromesso, Vergine, martire e… dimesso», e le parole: «Oggi, assassinato con Moro l’ultimo centro-sinistra possibile di sedimentazione indolore della strategia berlingueriana…». Era in pratica una sequela di allusioni di morte che Pecorelli non aveva mai rivolto a nessun altro uomo politico” [24].
L’Ok all’agguato di via Fani data attraverso un necrologio?
A Pecorelli legato ai servizi segreti, alla massoneria e buon conoscitore del linguaggio degli iniziati non sfugge uno “strano necrologio” e il 15 marzo, ovvero il giorno prima dell’agguato di via Fani, l’agenzia “Op” scrive:
«Mercoledì 15 marzo il quotidiano “Vita sera” pubblica in seconda pagina un necrologio sibillino: “2022 anni dagli Idi di marzo il genio di Roma onora Cesare 44 a.C.-1978 d.C.”[25]. Proprio le idi di marzo del 1978 il governo Andreotti presta il suo giuramento nelle mani di Leone Giovanni. Dobbiamo attendere Bruto? Chi sarà? E chi assumerà il ruolo di Antonio, amico di Cesare? Se le cose andranno così ci sarà anche una nuova Filippi[26]?».
Aldo Moro come Cesare? Forse.
Aldo Moro viene rapito proprio mentre si sta recando a tenere un discorso alle Camere…proprio come Giulio Cesare che si era recato in Senato.
In via Fani c’è sicuramente, risulta agli atti, la presenza del colonnello Guglielmi, istruttore dei gladiatori nelle tecniche dell’imboscata.
Quando Giulio Cesare venne ucciso i congiurati, preparandosi all’agguato, appostano un gran numero di gladiatori a poca distanza.
Ed allora nel linguaggio degli iniziati: Chi è il genio di Roma che onora Cesare nel misterioso necrologio (si badi bene necrologio) del 15 marzo?
Ed ancora: chi poteva essere (leggi rappresentare) Bruto per Aldo Moro?
Ma la domanda più importante è: il misterioso necrologio apparso su Vita sera poteva essere in realtà l’Ok ai terroristi circa l’azione preparata per il giorno dopo?
Killer professionisti e manovalanza di piazza…il particolare da tenere a mente.
Pecorelli dimostra, attraverso i suoi scritti, di sapere anche bene da chi era composto il commando dell’agguato di via Fani, infatti, durante il sequestro del Presidente DC, su OP scrive:
Aspettiamoci il peggio, gli autori della strage di via Fani e del sequestro di Aldo Moro sono dei professionisti addestrati in scuole di guerra del massimo livello. I killer mandati all’assalto dell’auto del presidente potrebbero invece essere manovalanza reclutata su piazza. È un particolare da tenere a mente[27].
Eccolo il particolare da tenere a mente: In via Fani vi erano manovalanza di piazza e professionisti. Ovvero: brigatisti e… chi altro?
Le brigate rosse….un motorino.
Dopo l’uccisione di Aldo Moro Pecorelli pare sapere anche che le brigate rosse non sono altro che il braccio armato di ben più alta organizzazione e scrive:
«le Br non rappresentano il motore principale del missile, esse agiscono come motorino per la corre­zione della rotta dell’astronave Italia»[28].
Ma allora, chi è il motore principale del Missile?
La loggia di Cristo in paradiso.
Ecco un altro pezzo importante pubblicato su “Op”:
Il ministro di polizia [cioè Cossiga, ndr] sapeva tutto, sapeva persino dove [Moro] era tenuto prigioniero… perché un generale dei carabinieri era andato a riferirglielo nella massima segretezza [ma] il ministro non poteva decidere nulla su due piedi, doveva sentire più in alto e qui sorge il rebus: quanto in alto, magari sino alla loggia di Cristo in Paradiso… Non se ne fece nulla e Moro fu liquidato… Purtroppo il nome del generale CC è noto: Amen[29]”.
Dunque Pecorelli sosteneva che Cossiga fosse stato informato da un generale dei CC “Amen” (generale Dalla Chiesa[30]) dove Moro veniva tenuto prigioniero, ma che la sua azione fosse subordinata ad un livello più alto “magari sino alla loggia di Cristo in paradiso” (loggia P2).

E’ appena il caso di ricordare che i comitati di crisi istituiti da Cossiga per gestire i 55 giorni del rapimento Moro pullulavano di affiliati alla Loggia P2.

Il 20 marzo 1979 il giornalista Mino Pecorelli viene ucciso a Roma.
Conclusioni.
Anche in questo caso, come negli altri scandali e fatti di sangue italiani analizzati nei precedenti articoli di questo blog, troviamo una serie di costanti ovvero meccanismi, che scattano affinché non si giunga alla verità. Vediamoli:- La presenza tra i protagonisti di massoni e ufficiali dei servizi segreti;
– La protezione data dal segreto;
– La morte dei testimoni;
– La scomparsa di documenti;
– I depistaggi operati da apparati dello Stato;
– le indagini non svolte;- ecc…

Grazie a questi meccanismi, sempre a tutela dell’illegalità, i fatti si sono trasformati in “misteri” e questi misteri, per alcuni, in straordinari strumenti di ricatto.Ed allora, per il lettore che ragiona con la sua testa, al di là del bombardamento di disinformazione cui è stato sottoposto negli ultimi 30 anni, è plausibile che il caso Moro sia stato pensato, progettato, attuato da un gruppo di brigatisti (manovalanza di piazza) che si addestravano nel giardino di una villa di Velletri senza neanche i proiettili?E’ possibile che lo stato non sia riuscito a scoprire la verità in 30 anni?E’ possibile che le migliaia di dipendenti dei servizi segreti, dei corpi speciali, che tutte le forze di polizia e dei carabinieri non siano mai riusciti a scoprire nulla, tenuti in scacco da una gruppo di brigatisti?E’ davvero possibile che un futuro Presidente del Consiglio riceva notizie riservate su Moro durante una seduta spiritica e poi lo ammetta pubblicamente alla nazione?

Tutto ciò è davvero possibile e credibile?

P.S.

Uno degli studiosi più attenti del caso Moro è sicuramente il senatore Sergio Flamigni. Ha pubblicato su Moro libri indispensabili per chi voglia documentarsi (31).

Proprio grazie allo studio scrupoloso ed attento delle carte del caso Moro per primo giunse ad alcune conclusioni che gli valsero le accuse di essere un visionario, dietrologo e misterologo. Dopo anni si scoprirà che il senatore Flamigni aveva ragione. Nei suoi confronti verranno, però, spese parole pesanti e ironie taglienti.
Bastano poche parole per delegittimare le risultanze di un lavoro serio ed approfondito. Sono parole che appena dette hanno la capacità di impermealizzare la capacità di ragionamento dei più: mitomane, pazzo, dietologo, visionario, complottista. Ai più attenti non sfugge che quando si attacca qualcuno sul piano personale per invalidare ciò che dice, invece di contestare il contenuto delle sue affermazioni, probabilmente la persona dice il vero, ma molti cadono nel tranello. Cadono anche perché spesso la verità è scomoda, la menzogna ben confezionata, più rassicurante.Se avesse avuto voce e attenzione il mirabile lavoro svolto dal senatore Flamigni molte verità sarebbero emerse prima e molto di più sapremmo oggi. Invece il suo scrupoloso studio gli ha procurato una decina di querele, ovviamente tutte infondate (la magistratura ha riconosciuto esplicitamente la correttezza del suo lavoro). Ancora oggi la sua battaglia per la verità e l’informazione incontra vergognosi ostacoli dai c.d. poteri forti del nostro paese, come il suo straordinario archivio (http://www.archivioflamigni.org/) fonte di inestimabile valore in un paese dove la disinformazione rappresenta un fondamentale strumento di potere per chi vuole ingannare il popolo.
E’ grazie ai libri e all’archivio del Senatore Flamigni se oggi tante verità non sono state cancellate.
Si è cercato, e si cerca ancora, di nasconderle, è vero, ma i suoi libri, come il suo archivio, sono lì a disposizione di chi li voglia consultare.
E’ grazie ai libri ed all’archivio del Senatore Flamigni che tanti articoli di questo blog, tra cui questo, hanno potuto, e potranno, essere scritti e di questo lo ringrazio.
E, visto che mi si presenta l’occasione un ringraziamento particolare voglio rivolgere anche alla dott.ssa Ilaria Moroni, direttrice dell’Archivio Flamigni, per la sua straordinaria competenza, disponibilità e pazienza (con me ce ne vuole tanta).

Solange Manfredi
Fonte: http://paolofranceschetti.blogspot.com
Link: http://paolofranceschetti.blogspot.com/2008/03/moro-fu-davvero-rapito-dalle-brigate.html
7.03.08

NOTE

[1] http://www.fondazionecipriani.it/Scritti/malavita.html
[2] S. Famigni, Convergenze parallele Kaos Edizioni, 1998
[3] Gladio era organizzazione clandestina di resistenza promossa dai servizi segreti e addestrata ad operare, in caso di occupazione nemica del territorio, nei seguenti campi: raccolta delle informazioni; cifra; radiocomunicazioni; sabotaggio; guerriglia; propaganda ed esfiltrazione
[4] S. Flamigni, La tela del ragno, Kaos edizioni 1993
[5] S. Flamigni, La tela del ragno, Kaos edizioni 1993.
[6] Op. cit. S. Flamigni
[7] Op. cit. S. Flamigni
[8] Op. cit. S. Flamigni
[9] Interrogato il colonnello Guglielmi sosterrà di essersi trovato in via strasa perché invitato a pranzo da un amico (alle nove di mattina?). L’amico sosterrà di non ricordare di aver invitato a pranzo il colonnello Guglielmi, ma di esserselo visto arrivare a casa intorno alle ore 09.00
[10] Falco Accade, Moro si poteva salvare, Massari editore
[11] Falco Accade, Moro si poteva salvare, Massari editore
[12] S. Flamigni, La tela del ragno, Kaos edizioni, 2003
[13] Interrogato sulla circostanza Rossellini sosterrà di aver fatto solo un’ipotesi
[14] Falco Accade, Moro si poteva salvare, Massari editore.
[15] Flamigni, La tela del ragno. Il delitto Moro, Kaos edizioni, Milano 1993
[16] Flamigni, La tela del ragno. Il delitto Moro, Kaos edizioni, Milano 1993
[17] Falco Accade, Moro si poteva salvare, Massari editore
[18] Falco Accade, Moro si poteva salvare, Massari editore
[19] Carlo Palermo, 11 settembre 2001 Il quarto livello. Ultimo atto?, Editori Riuniti
[20] Carlo Palermo op. cit.
[21] Falco Accade, Op. cit
[22] Carlo Palermo 11 settembre 2001 Il quarto livello. Ultimo atto?, Editori Riuniti
[23] Giovanni Fasanella e Giuseppe Rocca, Il Misterioso intermediario, Einaudi Editore
[24] S.Flamigni, dossier Pecorelli, Kaos edizioni
[25] Alle Idi di marzo del 44 a.C. Giulio Cesare venne ucciso durante una seduta del Senato di Roma
[26] La battaglia di Filippi oppose il il secondo triumvirato Ottaviano, Antonio e Lepido alle forze (dette repubblicane) di Bruto e Cassio (due dei principali cospiratori ed assassini di Cesare) La battaglia, che si svolse nel 42 a.c. fu vinta dal secondo triumvirato e Bruto e Cassio furono costretti a suicidarsi
[27] op. cit. S. Flamigni
[28] S. Flamigni, Dossier Pecorelli, Kaos edizioni
[29] Articolo del 17 ottobre 1978
[30] aveva inoltrato domanda di iscrizione alla P2, la Loggia segreta alla quale suo fratello – il generale dei Carabinieri Romolo Dalla Chiesa – era già affiliato

[31] Nel 1988 ha pubblicato “La tela del ragno – il delitto Moro“, con le Edizioni Associate; nel 1993 ha iniziato la collaborazione con la Casa editrice Kaos pubblicando una nuova edizione de “La tela del ragno – Il delitto Moro” (1993) e successivamente: “Trame Atlantiche – Storia della loggia segreta P2 “ (1996); “Il mio sangue ricadrà su di loro – Gli scritti di Moro prigioniero delle Br” (1997); “Convergenze parallele” (1998); “Il covo di Stato” (1999); “I fantasmi del passato – La carriera politica di Francesco Cossiga” (2001); l’ultima edizione rivista e aggiornata de “La tela del ragno – Il delitto Moro” (2003); “La sfinge delle Brigate Rosse. Delitti, segreti e bugie del capo terrorista Mario Moretti” (2004). Sempre con la Kaos Edizioni ha curato la prefazione di “Dossier Piano Solo” (2005). Successivamente poi: “Dossier Pecorelli” (2005); “Le idi di Marzo – Il delitto Moro secondo Mino Pecorelli” (2006).
——————o0o——————-

L’auto dei servizi che ostacolò quella di Moro in via Fani

di Stefania Limiti – 9 Maggio 2013

In quel fatale angolo era parcheggiata un’auto che impedì all’autista della 130 su cui viaggiava il presidente della Dc di tentare una manovra per fuggire

Stefania Limiti Stefania Limiti, da poco in libreria col suo ultimo libro “Doppio Livello – Come si organizza la destabilizzazione in Italia” (ed. Chiarelettere), ci racconta un particolare esclusivo sul rapimento di Aldo Moro a 35 anni dalla scomparsa dell’ex presidente della DC.

Torniamo a via Mario Fani dove il 16 marzo del 1978 fu rapito Aldo Moro e assassinati gli uomini della sua scorta.
Si è sempre detto che quella mattina c’era un sacco di gente in quella via, malavitosi (Giustino De Vuomo?) e gente di apparato (di sicuro c’era Camillo Guglielmi, addestratore del gladiatore Ravasio), e poi non si sa ancora chi. L’ex generale del Sismi Ambrogio Viviani, raccontando la pratica del controspionaggio di sorvegliare le personalità politiche, si disse convinto che Moro fosse sorvegliato “anche nel momento in cui rapito, il che spiegherebbe la presenza, secondo alcuni testimoni, di persone estranee in via Fani: Moro era sorvegliato da agenti dei servizi segreti, una sorta di protezione occulta da parte di uno o due agenti in borghese, che non si fanno vedere”. (L’Indipendente, 30 novembre 1999).
fotoalto.jpg Quella mattina la Fiat 130 su cui viaggiava Moro e l’Alfetta della sua scorta imboccarono la parte alta di via Fani, lasciando via Trionfale. Giunsero poi all’altezza dell’incrocio di via Stresa e lì si trovarono di fronte una Fiat 128 targata corpo diplomatico: si è sempre detto che quest’auto fu tamponata dall’autista di Moro, in realtà non vi fu alcun tamponamento intenzionale che avrebbe potuto alterare la dinamica dell’azione, dando tempo agli uomini della scorta di reagire (come spiega anche Mario Moretti nel suo libro intervista). La 128 si fermò regolarmente allo stop e contemporaneamente i brigatisti, appostati dietri le siepi del bar Olivetti, aprirono il fuoco.

Forse non tutti ricordano che quella mattina, proprio in quel fatale angolo di via Stresa, era parcheggiata un’auto che impedì all’autista della 130 su cui viaggiava il presidente della Dc di tentare una più agile manovra per eludere la Fiat 128 che gli si era posta di fronte (quella guidata dal commando della Br). Racconta Valerio Morucci: “la presenza casuale [il corsivo è nostro] di una Mini [in effetti una Austin morris] all’angolo di via Fani con via Stresa fu fatale per Aldo Moro” (Ansa, 11 dicembre 1984). Quando l’autista del presidente Dc si rese conto di trovarsi al centro di un agguato, tentò istintivamente di spingere l’acceleratore e trovare una via di fuga ma la manovra gli fu impossibile. L’Aston morris gli sbarrò la strada. La trappola era scattata: i mitra dei brigatisti già avevano cominciato a sparare, i cinque uomini della scorta vennero annientati e Moro finì nelle mani del commando.
fotoalto2.jpg Proprio nel posto in cui casualmente era parcheggiata quell’auto, ogni giorno, sin dalle primissime ore del mattino, sostava il furgone del fioraio Antonio Spiriticchio. Pur di toglierlo di torno, la sera prima dell’agguato gli astuti brigatisti avevano provveduto a bucare le quattro ruote del mezzo: la mattina successiva il venditore di fiori, intento a riparare il danno, non potè svolgere i suoi soliti commerci e non occupò l’abituale angolo di strada. Ciò detto, il posto da lui involontariamente lasciato libero non fu protetto dagli organizzatori dell’agguato, tanto che non era affatto vuoto ma occupato da quell’auto a cui fa riferimento anche Morucci e che è ben visibile dalle prime foto ufficiali (invio foto per link). Se è comprensibile il motivo per cui le Br non volevano trovarsi in mezzo il malcapitato fioraio e il suo furgone, tuttavia è del tutto logico pensare che quel posto fu “protetto”: cosa poteva capitare se fosse stato occupato da un mezzo più alto di quello del fioraio, da cui sarebbe stato più difficile se non impossibile sparare. E come sarebbe andata se un’altra auto si fosse fermata, magari con persone a bordo? Sarebbe andato tutto a monte: per questo è assolutamente certo che l’Austin morris è lì perché così era stato previsto, cioè che essa è stata parte dell’operazione. Ma non basta.

La novità, ricostruita grazie al prezioso contributo di un ricercatore di Bologna, è che l’auto, la cui targa è ben visibile (RomaT50354) era stata acquistata un mese prima dell’operazione Moro da una società immobiliare di nome Poggio delle Rose che aveva sede nella capitale, sapete dove? In Piazza della Libertà 10, esattamente nello stabile nel quale si trovava l’Immobiliare Gradoli di cui ci raccontarono uno scoop del giornalista del mensile Area Gianni Pellizzaro e il fondamentale libro di Sergio Flamigni Il covo di Stato (Kaos, 1999).
In breve: fu provato che quell’edificio veniva usato per le sedi coperte dei servizi segreti. L’immobiliare Gradoli spa, proprietaria di alcuni appartamenti del civico 96 nell’omonima strada romana dove è stato ritrovato durante i 55 giorni il covo-prigione delle Br, era gestita da fiduciari del Servizio civile. Nel ’79 l’allora funzionario del Viminale Vincenzo Parisi – poi capo del Servizio (’87) e capo della Polizia (’87) – divenne intestatario di un box nello stesso garage al n. 75 di via Gradoli dove Mario Moretti fino ad un anno prima aveva parcheggiato i mezzi delle Br. (Flamigni, pag. 147) La società Fidrev, azionista di maggioranza dell’immobiliare Gradoli, svolgeva assistenza tecnico-amministrativa per il Servizio civile attraverso la Gus e la Gattel, società di copertura del Sisde. Come spiegò il prefetto Angelo Stelo durante una audizione in Commissione Stragi: “Le uniche società di copertura che il SISDe può legittimamente affermare di aver avuto sono la GUS e la GATTEL, debitamente autorizzate dai Ministri dell’epoca ed effettivamente società di copertura”. (25 novembre 1998).
fotoalto3.jpg Scopo sociale dell’immobiliare Gradoli era “l’acquisto, la vendita e la permuta di fabbricati e beni immobili in genere, la costruzione in economia e con appalto di edifici civili e industriali, gestione e conduzione degli immobili”, quello della società Poggio delle Rose era molto legato al settore del turismo: “costruzione, compera, vendita, prendere e dare in gestione alberghi e villaggi turistici [il corsivo è il nostro], locali pubblici, quali ristoranti, bar, night, negozi di qualsiasi genere, stazioni di servizio, stabilimenti balneari e qualsiasi altra attività che abbia anche una minima attinenza con il turismo”.
Le attività furono infatti poi spostate verso l’area delle Marche e la società fu liquidata a Porto Recanati, località in provincia di Macerata, da un signore che oggi, interpellato su Poggio delle Rose, dice bruscamente che è passato troppo tempo e di non volerne sapere niente. 9788861904125_doppio_livello_3d_chiarelettere.jpg
Nel linguaggio di Morucci non sappiamo cosa significhi casualità. Infatti, come è stato accertato dalle perizie (processo Moro quater), da dietro l’Austin morris partirono almeno due raffiche molto lunghe di colpi di mitra dirette contro l’Alfetta, l’auto della scorta di Moro. La presenza di quell’auto, affidata da Morucci al caso, non può essere stata un accidente, visto che servì ad impedire la manovra forse decisiva della 130 di Moro e a coprire la presenza di tiratori che spararono da sinistra agli agenti che lo accompagnavano: impossibile che si appostarono per caso dietro l’auto, impensabile che la via di fuga fu bloccata grazie ad una fortunata fatalità – a meno che la geometrica potenza dell’operazione Moro non fu niente altro che il frutto di perfette ma inattese coincidenze.

Pur non occultata – c’erano le foto – occorre a questo punto notare che la presenza dell’Austin non ha mai assunto nessuna rilevanza nelle ricostruzioni successive: come se fosse stata opportunamente sfilata dalla scena del crimine, sottratta alla ricostruzione ufficiale del caso, sbianchettata dal quadro. Se ricomponiamo l’immagine, troviamo un’altra conferma del doppio livello dell’operazione di Via Fani, pianificata da menti diverse, ciascuna portatrice di un suo interesse, tutte convergenti nell’obiettivo di far sparire Aldo Moro dalla scena italiana.

http://www.cadoinpiedi.it/2013/05/09/lauto_dei_servizi_che_ostacolo_quella_di_moro_in_via_fani.html

-o0o-

A via Fani

. Si contano i colpi di almeno 8 armi diverse. Un pò troppe per quattro BR. I loro spari arrivarono da sinistra. I più letali, che uccisero i 5 della scorta, vennero da destra.

estratto da http://patriziodevero.wordpress.com/2012/02/08/aldo-morosegreti-menzogne-intrighi/

In particolare la portiera anteriore destra dell’Alfetta non ha evidenza di fori di proiettili

mentre la foto con la portiera aperta

indica una discreta sparatoria da destra effettuata mentre la portiera era aperta.

La direzione del tiro sembra essere da ore 4 rispetto all’Alfetta, ma è una stima spannometrica.

Quindi qualcuno ha partecipato all’imboscata sparando da destra dopo che l’agente Iozzino aveva aperto la porta ed era uscito dall’auto.

-o0o-

Giustino De Vuono … una cane sciolto della malavita calabrese …. mai stato brigatista …. ma solo compagno di cella di Curcio per poche settimane nel carcere di Casale Monferrato …. e brevemente vicino all’autonomia milanese, nel 1974/1975, in particolare al gruppo di “Rosso” che faceva capo a Toni Negri …. il 16 Marzo 1978 De Vuono, tornato alle sue normali attività malavitose comuni, era detenuto in Uruguay ….

Fatto presto accertato che, seppure in primissimo momento De Vuono fu inserito tra i ricercati per Via Fani ( ci avevano inserito di tutto e di più ), portò al suo quasi immediato proscioglimento già in istruttoria …

Ancora co sta minchiata … la riposti ogni 6-7 mesi …

La macchina che ostacolò la scorta di Moro … la guidava Bruno Seghetti … militante delle Brigate Rosse ….

Guglielmi, all’epoca semplice sottufficiale del CC, era in un bar all’angolo tra Via Trionfale e Via Fani, a circa 1 km di distanza dal luogo dell’agguato … Via Fani è una via lunga, in discesa, con a metà una specie di gobba … da dove dicono stesse Guglielmi non si poteva nemmeno vedere niente …. e quindi, se la sua presenza in loco fosse legato alla vicenda Moro, cosa alquanto improbabile ed anzi proprio esclusa dagli inquirenti nonostante le giustificazioni di Guglielmi sulla sua presenza nel luogo fossero poco credibili, da lì non poteva esercitare alcun tipo di ruolo, nemmeno un ruolo da “curioso” ….

Ora mi aspetto i proiettili Fiocchi … i brigatisti che non sapevano sparare, quando almeno 3 di loro erano tiratori scelti, casomai erano le armi in loro dotazione, a parte una, ad essere dei ferrivecchi …. gli “aviatori israeliani” presenti nel commando con regolare divisa d’ordinanza …. la presenza nel commando del mafioso calabrese Nirta ( la classica variante di De Vuono) …… Moro che in Via Fani non c’era proprio …. Pingitore e il Bagaglino …. Renzo Rossellini … Via Gradoli che col sequestro Moro non c’entra niente …. la banda della Magliana … le minacce di Kissinger a Moro che datano a 4 anni prima e che Galloni si è ricordato con 30 anni di ritardo …. … Kissinger che oltretutto nel 1978 non rivestiva più alcun ruolo istituzionale …. Moro detenuto dalla comunità ebraica romana all’interno del ghetto …. ecc. ecc. ecc.

Tutte cose di cui si è ampiamente dibattuto qua sopra ed ovviamente non solo qua … che si sono chiarite nel merito … o che semplicemente non stanno nè in cielo nè in terra …. frutto di fantasie malate … o semplicemente “interessate ” ….

Cazzate, cazzate, cazzate … che non è che se vengono periodicamente ripetute, sono meno cazzate ….

E invece nessuno che commenta un dato inconfutabile … questo sì accertato nei processi … e cioè le forniture d’armi, a partire dal 1979, ed anche di assistenza più generale alle Br da parte dei russi e dei palestinesi …. e te credo che nessun “complottista” su questo dice mai niente …. se le Br erano nel 1978 “manovrate” dalla Cia e dal Mossad … perchè mai un anno dopo russi e palestinesi avrebbero dovuto aiutarle ? Salta tutto il “teorema” di Flamigni … ed allora su questo è meglio far finta di ignorare …. come sempre …

-o0o-

Seghetti non mi sembrava un gran pilota di auto..

Camillo Guglielmi era un semplicei colonnello del Sismi che apparteneva alla struttura clandestina Gladio.

-o0o-

“Camillo Guglielmi era un semplice colonnello del Sismi che apparteneva alla struttura clandestina Gladio.”

Si, nel 1984, cioè sei anni dopo … e c’è persino il dubbio che non si tratti nemmeno dello stesso Guglielmi ma di un omonimo …. che quello negli elenchi di Gladio fosse un militare dell’Areonautica e non un carabiniere …

Quanto a Seghetti, per frenare all’improvviso all’improvviso e bloccare le auto incolonnate dietro, non serviva certo essere un emulo di Emerson Fittipaldi …

E poi, sapete che vi dico … che comincio a pensare che Helios e Stopgun siano la stessa persona … troppo tempismo … troppi messaggi messi in fila uno dietro l’altro …. e soprattutto la stessa frenesia psicopatica nei toni … e spesso pure lo stesso identico stile di scrittura …. e mi sa che c’è pure un terzo nick che corrisponde a questi stessi identici connotati …

E comunque ancora nessuno che dice niente sui russi e sui palestinesi … chissà perchè ?

Il giudice Casson – non certo uno di destra, poi deputato Pds, Ds ed ora Pd – arrivò a rinviare a giudizio per le Br direttamente Arafat … dovette intervenire Craxi in persona per evitare un incidente diplomatico con l’Olp …. e persino il giudice Caselli, pure lui certamente vicino al Partitone e certamente tuttora il massimo esperto di brigatismo, ha sempre considerato le Br come “genuinamente comuniste” …… ma su questo i complottisti della domenica tacciono …. e tace pure Flamigni … e te credo!

————–o0o————–

Caso Moro, nuova indagine trentacinque anni dopo

La Procura di Roma ci riprova. Trentacinque anni dopo l’agguato di via Fani e il terribile epilogo di via Caetani, dopo cinque processi e altrettante sentenze, i magistrati capitolini sono ripartiti a caccia di nuovi (o antichi) misteri sul caso Moro. A sollecitare l’inchiesta è stato l’ex magistrato Ferdinando Imposimato, che nei giorni scorsi ha portato negli uffici di piazzale Clodio un esposto che contiene alcuni spunti tratti dal suo ultimo saggio sulla vicenda dello statista democristiano sequestrato e ucciso dalle brigate rosse tra il marzo e il maggio del 1978.

Il fascicolo è stato assegnato al pm Luca Palamara, che probabilmente dovrà ricominciare dalla prima sentenza sul caso Moro, che nel 1983 condanno 32 persone tra le quali i presunti capi storici delle bierre, i partecipanti all’agguato di via Fani e gli altri brigatisti che si fecero carico di tenere prigioniero il capo della Democrazia Cristiana negli ultimi 55 giorni della sua vita, prima dell’esecuzione nel garage di via Montalcini. Un contributo alle indagini potrebbe arrivare anche dai documenti che fino a pochi mesi fa erano coperti dal segreto di Stato, e che solo di recente sono stati desecretati. Alcuni di questi, come i verbali segreti tenuti dal Consiglio dei ministri durante i terribili 55 giorni di prigionia di Aldo Moro, sono stati raccolti in un libro da due giornalisti, David Sassoli (oggi europarlamentare) e Francesco Saverio Garofani. Il saggio (Il Potere Fragile, Fandango editore) consente anche di verificare come andarono davvero le trattative con le brigate rosse per la liberazione di Moro e quali furono le posizioni in seno al governo sull’atteggiamento da tenere con i capi brigatisti.

Lunedì 17 Giugno 2013 – 20:06
Ultimo aggiornamento: 20:16

http://www.ilmessaggero.it/PRIMOPIANO/CRONACA/aldo_moro_indagine_brigate_rosse_terrorismo_via_fani/notizie/293373.shtml

-o0o-

Cioè, praticamente … da quello che si capisce … e conoscendo bene anche l’impostazione iper-complottista, ma anche seria, rigorosa e legata solo a dati certi ed inconfutabili, di Ferdinando Imposimato … questa nuova inchiesta riguarda più lo Stato di allora che le Br … cioè più i comportamenti dei vertici istituzionali di allora … che non il sequestro e l’uccisione di Moro propriamente detti … del resto i brigatisti sono già stati processati e condannati in via definitiva … e credo non sarebbero più giudicabili per lo stesso reato …. lo Stato invece si ….

Ed è da quel versante che arrivano, con la “desecretazione” di una serie di documenti, una serie di nuovi elementi …

Probabilmente … come tante inchieste riaperte in passato su vicende scottanti della storia della Repubblica ( penso ai vari nuovi processi sulle stragi ) … alla fine non si caverà un ragno dal buco … uno Stato che processa sè stesso, sia pure 35 anni dopo, non si è mai visto nella storia …

Ma le premesse sono indubbiamente interessanti ….

Certo, sembra proprio che abbiano aspettato la morte di Andreotti, allora Capo del Governo, per riaprire quest’inchiesta …. però non voglio essere proprio io troppo tendenzioso e “retroscenista” …. staremo a vedere …

-o0o-

Ci sono stati depistaggi, illazioni, piste non seguite, segnalazioni anonime. Trentacinque anni di indagini, processi e perfino condanne che, però, non sono servite a rispondere ai dubbi su cosa è accaduto davvero nei 55 giorni passati dal sequestro all’esecuzione di Aldo Moro per mano delle Brigate rosse.

E ora la procura di Roma ha deciso di fare chiarezza, riaprendo le indagini sull’evento più drammatico della storia dell’Italia repubblicana. Era il 9 maggio del 1978 quando il corpo del presidente della Dc fu trovato in via Caetani. Una vicenda che ha segnato la storia del nostro Paese. Un episodio su quale si è indagato per anni, trovando anche i colpevoli, ma senza rispondere a quesiti importanti.

La decisione di aprire un nuovo fascicolo arriva dopo decine di libri che hanno ipotizzato lotte di potere che avrebbero impedito la liberazione di Moro e quindi aperto la strada alla sua condanna a morte. Retroscena che indicano il presidente democristiano come una vittima sacrificale della scelta di non trattare o del tentativo di scongiurare un patto con il Pci. E a piazzale Clodio in questi anni sono arrivare centinaia di segnalazioni, anonime e non. Attendibili e non. Elementi ai quali la Procura ha deciso di dare un ordine.

Un mistero irrisolto. Oltre alla verità processuale che è stata accertata, infatti, molti credono che ci sia un’altra verità. Per almeno due volte gli investigatori sono arrivati a un passo dal trovare Moro. Ma quel passo non è stato fatto. Ne hanno parlato storici, avvocati, giornalisti e magistrati che hanno seguito il caso, da ultimo l’ex giudice Ferdinando Imposimato, titolare dell’inchiesta, e che nel suo libro (“I 55 giorni che hanno cambiato l’Italia”) ha descritto uno scenario i cui protagonisti sarebbero stati Cossiga e Andreotti, il primo ministro dell’Interno e il secondo presidente del Consiglio.

Testimoni che non possono più essere sentiti, certo. Ma chi aveva partecipato alle operazioni c’è ancora. Ci sono gli uomini del blitz a vuoto in via Gradoli e di quello “fermato all’ultimo minuto” in via Montalcini, il covo che era stato individuato dall’Ucigos. Non caso, chi ha seguito indagini e processi, non ha mai smesso di sottolineare incongruenze e anomalie.

Addirittura nonostante quattro processi, ancora non si sa dove il presidente della Dc sia stato detenuto o quanti brigatisti siano intervenuti in via Fani.

L’impressione è che quella storia abbia ancora qualcosa di oscuro. Non c’è dubbio che siano state le Br a ammazzare lo statista. Ma i magistrati vogliono capire se qualcuno le ha aiutate, protette, sollecitate. Se qualcuno ha deciso scientemente di non evitare la tragedia. E, soprattutto, di chi si tratta.

ALDO MORO
Non è un mistero che del sequestro Moro si siano interessati anche i servizi americani, tedeschi. E che della vicenda si sia occupata pure l’Unione Sovietica. Piste investigative che non sono mai state percorse. Nonostante 35 anni e quattro processi.

http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/moro-per-sempre-storia-ditalia-alla-sbarra-la-procura-di-roma-riapre-il-caso-57804.htm

Citazione:
Certo, sembra proprio che abbiano aspettato la morte di Andreotti, allora Capo del Governo, per riaprire quest’inchiesta ….

sembra che abbiano aspettato anche che se ne andasse Alemanno da sindaco di Roma. Appena arrivato Marino si mettono a riaprire l’inchiesta.
Sapremo mai quando sono stati desecretati i documenti sul caso?

-o0o-

E te pare che Dagospia … un sito che campa su retroscena e gossip … non usciva subito dal seminato …

Non conosco ovviamente il testo dell’esposto di Imposimato da cui parte la nuova inchiesta … ma non credo proprio, conoscendo il personaggio Imposimato ( peraltro oggi ottimo avvocato del movimento antagonista per la casa romano ) … che i nodi principali siano quelli che indica l’articolo di Dagospia …

Tra l’altro mai le indagini “ufficiali”, nei 55 giorni, si sono veramente avvicinate a Via Gradoli e Via Montalcini … nel primo caso c’è stata realisticamente una “partita anomala”, sconosciuta a polizia e magistratura, di una parte dei “servizi” …. e poi la questione ormai celeberrima della seduta spiritica bolognese ….. nel secondo caso, non risulta proprio nulla …

Che poi venissero fatte a “pene di segugio” perquisizioni in tutta Roma, è vero … e certamente queste sono avvenute anche in Via Gradoli … non risulta invece con certezza in Via Montalcini anche se potrebbe anche essere capitato … ma comunque, dovunque siano avvenute queste perquisizioni, polizia e carabinieri mica potevano abbattere tutte le porte delle abitazioni in cui non rispondeva nessuno … una cosa del genere era da Cile di Pinochet, non da formale democrazia …

Ricordo che in quel periodo era sotto rapimento Giovanna Amati, figlia del re dei cinema e pure ex presidente della Roma, rapita dagli ultimi rimasugli del “clan dei marsigliesi” … non ricordo in che quartiere fosse tenuta sequestrata, ma la Amati raccontò che più volte alla porta della sua “prigione” bussarono polizia e carabinieri … e regolarmente i rapitori le intimarono, pistola alla mano, di tacere e non aprirono … e polizia e carabinieri se ne andarono senza fiatare ….

Troppo facile adesso, a parte il caso tutto “anomalo” di Via Gradoli, dove comunque Moro non c’era ed in quei 55 giorni nemmeno Moretti ….. buttarla sulle “coperture” … è che non potevano certo perquisire tutte le case di Roma … nè appunto abbattere le porte di tutte quelle che risultavano, veramente o meno, disabitate al momento della perquisizione …

-o0o-

Ma i magistrati vogliono capire se qualcuno le ha aiutate, protette, sollecitate.

Ecco, dicevo questo.
Sollecitate non dicendogli “ammazzate Moro”, ma mettendo tutta una serie di pressioni attraverso una trattativa resa difficile, messaggi obliqui di urgenza assoluta (far capire che si era vicini a scoprire il covo ma senza agire in concreto etc etc) ossia con uno stillicidio di input indiretti che non potevano non far presa sui brigatisti (soprattutto se non erano delle cime come si dice). Un gruppo terroristico, o un qualsiasi gruppo di fuoco criminale, è sempre un capitale da usare con la massima attenzione per i servizi.

Credo che oggi gli pesi molto ai BR il pensiero che sono stati usati senza che se ne rendessero conto, ma è solo una mia idea.

-o0o-

“Credo che oggi gli pesi molto ai BR il pensiero che sono stati usati senza che se ne rendessero conto, ma è solo una mia idea.”

Qualche brigatista implicato nella vicenda Moro sta cosa l’ha anche detta … anche se in genere si tratta di “dissociati” … Morucci, la Braghetti, Bonisoli, a suo tempo anche Maccari ….. e non di “irriducibili” …

Tra l’altro Morucci e Bonisoli avevano pure “votato” in Direzione Strategica per il rilascio di Moro … o comunque per un rinvio della esecuzione in attesa di fatti nuovi … ed anche Maccari e la Braghetti, nelle discussioni quotidiane in Via Montalcini, manifestarono a Moretti – a quanto dice la Braghetti nel suo libro “Il prigioniero” – la loro contrarietà …

Non è credibile per niente invece Franceschini, lui nei fatti più “pentito” che “dissociato”, quando dice questa cosa … lui dal carcere fu tra i principali fautori dell’uccisione di Moro … e voleva pure ammazzare Morucci, una volta arrestato, perchè era stato contrario e per questo era poi uscito dalle Br …. e poi addirittura Toni Negri, che come tutti gli “autonomi”, criticò ferocemente l’uccisione di Moro …… Franceschini si fermò solo per ordine secco, da fuori, di Moretti …

In ogni caso, “eterodirezione” è comunque un’altra cosa …

-o0o-

Credo che oggi gli pesi molto ai BR il pensiero che sono stati usati senza che se ne rendessero conto, ma è solo una mia idea.

Qualche brigatista implicato nella vicenda Moro sta cosa l’ha anche detta

Ah, sì? Allora vedi che ci prendo…

Ma sì, eterodirezione vuol dire tante cose; io la intendo in un modo meno complottistico ma molto più “amaro” dal punto di vista sociale.

Per curiosità: sai se nell’ambito delle BR esistessero degli italiani “adulti” di condizione sociale e istruzione alto o medio-alto borghese (non figli di papà senza un cazzo da fare)?

-o0o-

La maggior parte dei Br erano operai o impiegati di fabbrica …

A Roma, dove le fabbriche non c’erano, non mancarono nemmeno i “desperados” di borgata … certamente Maccari e Triaca, praticamente dei “coatti”, anche se erano passati, giovanissimi, per Potere Operaio … ma in qualche modo pure Seghetti …. e quasi tutti i militanti di Centocelle e Primavalle …. e non mancavano postini, maestre d’asilo, impiegati del comune e dei ministeri …. Morucci, che aveva bazzicato molto pure Feltrinelli, era stato barman all’aereoporto di Fiumicino …

Di quelli di Via Fani, gli unici un pò “figli di papà” erano Alvaro Lojacono, figlio del padrone di una fabbrica di Pomezia e di una nobildonna svizzera, da tempo divorziati …. e, in misura minore, Alessio Casimirri, figlio di un funzionario del Vaticano … e sono stati pure gli unici a salvarsi, Casimirri del tutto … Lojacono ha fatto solo qualche mese in Francia …. dalla galera …

Va detto che nessuno dei due, li ho conosciuti bene, aveva da tempo più a che fare con la famiglia d’origine … Lojacono era un fantasioso creatore di giochi da tavolo di successo … Casimirri, campione italiano di pesca subacquea, si era aperto un negozio appunto di caccia e pesca ….

Certo però che poi, soprattutto per Lojacono, le “coperture familiari” si misero in moto …. Casimirri, probabilmente ebbe solo preveggenza e un pò di “culo” … contrario pure lui all’uccisione di Moro, uscì subito dalle Br e, prima di essere identificato, scappò all’estero con la moglie Rita Algranati …. pure lei presente, come vedetta, in Via Fani ….

-o0o-

Casimirri ha un ristorante a Managua…5 stelle su Tripadvisor…

-o0o-

Vero … ne ha avuti pure altri due, se è per questo …

Lui arrivò in Nicaragua a fine 1978 e si arruolò coi sandinisti, anche se lui sta cosa la nega, nega persino che stava in Via Fani, se è per questo … anche se non nega l’appartenenza alle Br …

Fatto sta che divenne uomo di fiducia di Daniel Ortega, allora ed anche oggi ( è stato rieletto dopo oltre 30 anni ), presidente del Nicaragua … si dice persino che è stato precettore dei figli di Ortega … e ufficiale della polizia sandinista nella lotta contro i “contras” manovrati dagli Usa …

Insomma, lui la sua rivoluzione vera … e vincente … se l’è fatta …. e, divorziato dalla moglie e avendo poi sposato una donna del posto … è diventato cittadino nicaraguense … ed anche una specie di gloria nazionale ….

Da lì a diventare “imprenditore commerciale” di successo, il passo fu breve ….. tra l’altro pure lì ha vinto vari titoli sportivi di pesca subacquea, anche di recente ….

-o0o-

Consiglio di leggere “progetto memoria”

http://www.sensibiliallefoglie.it/

E’ il racconto di quelle vicende, di chi le ha vissute in prima persona, anzi le ha determinate.
Senza dover accettare per vero tutto quello che c’è scritto (dipende da chi legge e quali esperienze ha vissuto nella sua vita) si può conoscere e sentire anche la loro onestà.
Non vedo perchè dovrei credere ad un giudice di questo stato e non ad un brigatista.

-o0o-

Giudici e giovanotti, e se la piantassimo con Moro, che non è stato certo una gran perdita, e col brigatismo?
Abbiamo altre rogne da grattarci.
Andrea Breda

-o0o-

le rogne che ci stiamo grattando dipendono anche da quel periodo.
Pertanto non è tempo perso andare a vedere che cosa è successo in quel momento e chi ha voluto quella situazione che è una conseguenza della situazione in cui siamo ora.

Se poi qualcuno in questo vede qualcosa di maniacale o non capisce di quello di cui si sta parlando oppure incosciamente vorrebbe che non si sapesse mai.

Ma se non si conosce nulla dell’argomento allora facilmente si dice che ci sono delle altre cose adesso a cui pensare mentre ci sono ancora in parlamento gli uomini che c’erano nel 1978.
Non è mettendo il nipote Letta al governo che si da un colpo di spugna ad un omicidio di stato

Speriamo che con questa inchiesta la magistratura, dopo tanti anni, metta finalmente in evidenza le inconguenze di quel sequestro e che quelli delle BR che sono diventati grandi (e anche vecchi) riescano a liberarsi delle menzogne in cui si sono impantanati.

Speriamo anche che questa inchiesta non serva a scrivere la solita pila di libri sul caso Moro, insomma ancora a fare affari.La verità processuale evidentemente non è più creduta da nessuno ma ci vuole coraggio per scoprire la verità tout-court che potrebbe non piacere a nessuno.

…….

Citazione:
Ma sì, eterodirezione vuol dire tante cose; io la intendo in un modo meno complottistico ma molto più “amaro” dal punto di vista sociale.

ancora una bella osservazione.
Eterodirezione è il termine coniato al momento per dire che le BR non agivano solo per loro e di mezzo c’erano altri, automaticamente la parola si è associata al complottismo senza rendersi conto che non ha mai retto nemmeno la verità processuale raccontata proprio dalle BR e solo da loro considerato che testimoni non ce ne sono dell’agguato di via Fani e potevano raccontare di tutto e di più senza contraddittorio.

————-o0o————-

La tortura contro i militanti BR non era una calunnia

Il tribunale di Perugia ammette la revisione del processo per calunnia contro Enrico Triaca, ex militante BR che denunciò le torure subite dai poliziotti guidati dal “dr. De Tormentis” e fu denunciato per questo. Un primo passo importante per la verità sulla storia nascosta nel nostro paese. Una giornata importantissima quella di ieri, dentro la Corte d’appello di Perugia.

Si è tornati a casa con un sorriso quasi incredulo e una grande vittoria in tasca, perché anche solo l’aver ottenuto la revisione di questo processo è una vittoria, enorme ottenuta grazie al gran lavoro di chi c’ha creduto dal primo momento, e quello degli avvocati Francesco Romeo e Claudio Giangiacomo.

Sto parlando (su queste pagine lo si fa da tempo) del processo nei confronti di Enrico Triaca, arrestato nel 1978 durante il sequestro Moro perché “tipografo” delle Brigate Rosse, e torturato dal professor De Tormentis, che da qualche tempo a questa parte ha iniziato a raccontare beffardamente le sue gesta in diverse occasioni, senza mai manifestare il suo nome.

Nome (Nicola Ciocia) che abbiamo svelato sui blog poco dopo l’uscita del libro di Nicola Rao, contenente le soddisfatte malefatte di De Tormentis, che anche su quelle pagine rimane senza nome.

Ex funzionario di polizia, poi avvocato del foro di Napoli, Nicola Ciocia è ormai alle strette, malgrado i 35 anni trascorsi da quando girava l’Italia come “mastro torturatore” e grande esperto della tecnica di tortura dell’acqua e sale (nota come waterboarding):

non sarà tra i tre testi ammessi e convocati per l’udienza del 15 ottobre prossimo (Nicola Rao, Salvatore Genova e Matteo Indice: qui info su di loro, oltre che in tutti i link a riguardo che trovate a fine articolo) proprio per la sua ambigua posizione, che probabilmente sarà convocato successivamente come testimone assistito, perché le dichiarazioni dei precedenti testi potrebbero risultare “indizianti”.

Ma vi lascio alle parole del dispositivo letto oggi in aula, con una grande gioia nel cuore

-o0o-

Corte d’appello di Perugia

Presidente Giancarlo Massei
Relatore Massimo Ricciarelli
Procuratore generale Massimo Cosucci

La Corte d’appello di Perugia,
letta l’istanza di revisione presentata nell’interesse di Triaca Enrico, valutati gli elementi di prova addotti, letta la lista dei testi depositata nelle more,
rilevato che in relazione alle fonti e ai temi di prova indicati si impone l’ammissione in qualità di testi di Nicola Rao, Salvatore Rino Genova e Matteo Indice, dovendosi invece formulare una riserva con riguardo alla posizione di Nicola Ciocia da rivalutarsi alla luce delle dichiarazioni che saranno rese dagli altri testi potendosi allo stato profilare elementi indizianti tali da determinare incompatibilità alla testimonianza richiesta.
Ritenuto inoltre di ammettere tutte le prove documentali prodotte, per questi motivi ammette le prove documentali prodotte e ammette altresì in qualità di testi Nicola Rao, Salvatore Rino Genova, Matteo Indice, con la riserva in ordine della posizione di Nicola Ciocia.
Dispone che la citazione dei testi avvenga a cura della difesa e rinvia la causa per l’audizione dei testi all’udienza del 15 ottobre 2013 ore 9 invitando le parti a comparire senza ulteriori avvisi.

A cura Valentina Perniciaro

baruda.net

-o0o-

dov’è la “soddisfazione” ?

che gli arrestati, specialmente quelli del 1982 sotto sequestro Dozier, fossero stati torturati è cosa raccontata da così tante testimonianze, prima solo di parte, poi anche dell’altra parte, da essere una certezza, dal punto di vista storico.

in italia non esiste nemmeno il reato di tortura. ed eventuali reati di violenza e/o maltrattamento sarebbero prescritti tre volte… da allora.

mi chiedo perchè gli vada di perdere tempo con roba del genere.

-o0o-

Forse per dignità. E per senso di giustizia.

-o0o-

La vicenda Triaca è del 1978, strettamente collegata alla vicenda Moro … ed all’epoca era una rarità … solo nel 1976 ci fu un episodio simile contro tre compagni siciliani di Alcamo, del tutto estranei al lottarmatismo …. costretti a confessare l’uccisione di due carabinieri … alla quale erano del tutto estranei …

Naturalmente lo stesso Ciocie … ha ammesso di aver effettuato, negli anni precedenti, le stesse laide “pratiche” anche contro detenuti comuni, soprattutto a Napoli e dintorni …. ma contro i brigatisti, nel 1978, il caso Triaca fu un “unicum” …

Dalla vicenda Dozier del 1982 in poi, la tortura divenne invece una regola …

Non mi aspetto nessuna “giustizia” … tutto realisticamente prescritto …. e comunque i torturatori viaggiano tutti sopra i settanta … Ciocie, che nel frattempo è diventato dirigente di un gruppetto neo-fascista, addirittura sopra gli ottanta …. e si tratta, da quanto ho capito, solo della revisione di un processo a Triaca in cui questo fu condannato per diffamazione ..

Però che si faccia chiarezza, non è cosa disdicevole …

Tra l’altro, tanta ferocia contro i brigatisti … non fa un pò a cazzotti con le tesi … secondo cui i brigatisti … o erano “teleguidati” dallo stesso potere “atlantico” … o nella migliore delle ipotesi “utili idioti” che inconsapevolmente lavoravano per il potere ?

Per me, l’ho già detto, i Br erano sostanzialmente degli imbecilli … che si erano messi in testa di essere “avanguardie del popolo” auto-elettesi …. e che avevano del potere … al di là della felice intuizione sul S.I.M. …. una visione alquanto semplicistica ed unitaria … mentre, allora come oggi, le cose erano assai più complesse … in fondo pure loro erano dei “complottisti” ….

Imbecilli che quando si sono trovati in enorme difficoltà … non hanno trovato di meglio che affidarsi mani e piedi a “mamma Urss” … che pure avevano dipinto per anni come “revisionista” o addirittura “socialimperialista” …

E’ tipico degli stalinisti aver bisogno “di mamma” …. basti pensare ad esempio ad un personaggio come Cossutta … e poi al suo “allievo” Diliberto ….

Ma questa è tutta un’altra storia, del tutto opposta, alla vulgata “complottista” … spesso – vedi Flamigni – altrettanto stalinista ed imbecille …

Rimane la domanda di fondo … perchè gente che secondo alcuni era “serva del potere”, consapevolmente o meno, poi veniva così ferocemente e, almeno dal 1982, così regolarmente torturata ?

-o0o-

Mi pare di capire che il denunciato e/o condannato per (presumo) diffamazione fu il brigatista stesso. Credo che punti a togliersi di dosso questa condanna, non a far condannare i torturatori visto che, come dici tu, non è più possibile.

-o0o-

Già. Se come dici erano “imbecilli”, mi pare che non ci siano troppo risposte.
Tutta la questione della “strategia della tensione” (anni di piombo) si offre a molteplici risposte ed è un campo altamente non-lineare. Cercare di trovare risposte lineari può essere interessante, ma poco utile per capire quel complesso fenomeno.

-o0o-

Si, vabbè … ma se erano “teleguidati” … cosa che da un certo momento in poi penso pure io …. ho invece idee diverse sulla “teleguida” … dico, se erano “teleguidati” dal potere allora vigente in Italia con annesse sue alleanze internazionali, quindi “atlantiche” … se erano, come diceva il Pci e ancora ripete Flamigni “clandestini alle masse ma ben noti alle polizie” … che cazzo di bisogno avevano polizia e carabinieri di torturarli per sapere nomi, indirizzi di covi, depositi di armi ecc. ecc. ecc. ?

La verità vera è che fino ad un certo punto erano del tutto autonomi … la chiave di volta è proprio la vicenda Moro che li pone da fenomeno tutto italiano all’attenzione invece internazionale … e dopo erano sì “teleguidati”, almeno sui temi più importanti … ma da Mosca … cioè da interessi certamente diversi ( ed a volte anche opposti) al potere dominante in Italia …

E allora sì che servivano le torture sistematiche …

Poi erano anche imbecilli, gli stalinisti lo sono sempre … e Moretti più di tutti …. incapaci di giocare sulle contraddizioni del potere che combattevano … considerato un “unicum” gestito dal SIM … più o meno come i “complottisti” di oggi che fanno risalire tutto al Bilderberg …. analisi semplicistica ed imbecille … che ha quindi permesso al potere la manovra inversa … cioè giocare sulle contraddizioni delle Br … ed anche su quelle dei loro, dal dopo Moro in poi, “teleguidatori” …

Moro, ad esempio, era un pessimo elemento … tuttaltro che il “santo” che persino qua sopra qualcuno vorrebbe descriverci … era lui l’ “Antelope Cobbler” dello scandalo Lockheed …. l’aveva scritto con dovizia di particolari Paese Sera proprio la mattina di Via Fani e quella copia, dalle 9,30, sparirà dalle edicole e poi pure dagli archivi … aveva impicci di ogni genere, non particolarmente nobili, con alcuni stati arabi … praticamente tutto il suo entourage finirà poi in galera per le tangenti petrolifere … e Moro i “comunisti” del Pci li voleva indebolire ed annichilire in una alleanza contronatura stritolante, non li voleva certo portare al governo “per cambiare l’Italia” ….

Ma col SIM, che pure non era un’invenzione delle Br, Moro non c’entrava niente … semplicemente i poteri erano divisi, contradditori, frastagliati … roba che stalinisti e complottisti, di ieri e di oggi, non possono capire … hanno un bisogno psicologico rassicurante del “tutto bianco o tutto nero” … degli “amici” e dei “nemici”, dei “buoni” e dei “cattivi” ….. ma il mondo non funziona così …

-o0o-

Il punto è che Moro, come Mattei, come Cefis erano dei “non santi” che però rappresentavano, in maniera elitaria, ambigua e classista quanto si vuole, gli interessi del loro paese.
Il dramma dell’Italia è stata la progressiva perdita prima di sovranità politico militare, poi economico imprenditoriale.

Per quanto riguarda i brigatisti e tutti i movimenti estremisti di destra e sinistra nati dal basso la dolorosa realtà è che la classe subalterna non è in grado di elaborare né visioni coerenti dal punto di vista politico, economico e dei rapporti sociali, né strategie di reazione che in concreto dovrebbero passare per una sensibilizzazione e risveglio delle masse, cosa che per tutta una serie di motivi non viene mai, e non può venire mai, presa in considerazione.

Il brigatista nel momento che si ribella e si “iscrive” in un’organizzazione armata che si oppone concretamente al sistema diventa volente o nolente élite e questa nuova posizione è psicologicamente ingestibile per una persona di classe subalterna.
Per fare solo un piccolissimo esempio pensate al tipo di linguaggio involuto, pretenzioso e farraginoso dei volantini BR; si parlava del SIM con un certo anticipo sulla nostra attualità di Bilderberger e Trilateral ma era evidente, in un modo che ricordandolo mi fa quasi tenerezza, che quei ragazzi coraggiosi ma fragilissimi intellettualmente a causa delle loro origini sociali, usavano quel linguaggio e quello stile per darsi un tono, per avere la sensazione di poter gardare in faccia i padroni senza dover sperare nella loro benevolenza. Per sentirsi all’altezza dell’élite borghese intellettuale più che per rivelare e coinvolgere; per confermarsi in quell’irresistibile quasi inconscia illusione di essere finalmente diventati élite.

In questo senso erano effettivamente degli “imbecilli” che non venivano manovrati direttamente (anche ma non sempre) ma lasciati fare in nome della necessità sempre più incalzante per il “potere” di poter dichiarare quegli “stati di eccezione” con cui arginare le spinte egualitarie intrinseche alla democrazia (e al benessere obiettivamente diffuso dei primi circa 40 anni del dopoguerra che spingeva la gente a interrogarsi sui propri diritti).
Imbecilli inteso come l’unico ruolo che finisce per assumere una rivolta di subalterni la cui aporia di default è che nasce da una condizione di subalternità non accettata e quindi “trova ed esaurisce” la propria forza propulsiva nel sentimento di essere diventati élite combattente.

Nessuna rivolta sarà mai possibile se nella classe dirigente dei rivoluzionari non saranno presenti degli “adulti” non solo con un livello di istruzione sufficientemente alto ma soprattutto con una consuetudine familiare di frequentazioni e codici linguistici della classe dominante (dove dominante è diverso da dirigente).

-o0o-

Questo pone un serio quesito: chi usa (perchè li conosce a memoria) i codici della classe dominante, come può pretendere di parlare “fuori della scatola”?
Se l’imprinting è quello, come si pretende che generi risultati differenti?

-o0o-

Ecco, ci siamo.
Lasciando perdere la rivoluzione francese che nelle stesse parole dei successivi nostalgici dell’ancien régime fu fatta proprio dall’aristocrazia stessa (non dal popolo) in un tentativo, poi sfuggito di mano, di “hubris” suprema di liberarsi dalla necessità di operare il proprio dominio sociale in obbligatoria simbiosi con la Chiesa, allentando quindi il guinzaglio agli intellettuali e concedendo un accesso sociale alla borghesia imprenditoriale e bancaria…

Tralasciando il passato veniamo a noi, perché siamo in un momento storico quasi unico, ma bisogna aprire gli occhi con umiltà e senza paura di dover scoprire delle verità imbarazzanti su noi stessi.

La “crisi” è il conflitto in atto fra classi dominanti, ossia è l’effetto di uno splittting della classe dominante.

Oggi ne esistono due: una internazionale e cosmpolita legata al capitale finanziario e l’altra territoriale, nazionale, legata al capitale produttivo (a livello soprattutto di impresa media o medio grande) ma anche costituita da famiglie benestanti per lunga tradizione legate al mondo intellettuale.

La seconda sta per soccombere di fronte all’attacco mortale della prima e il risultato sarà l’inevitabile uscita dall’ambito dei “dominanti”.
E lo stanno cominciando a capire anche se solo come pericolo e non come urgenza immediata che spinge all’azione.

E’ quindi possibile oggi pensare che alcuni elementi della classe dominante, almeno quelli che abbiano come ho detto una tradizione di frequentazioni sociali di alto livello ecompetenze professionali di economia, diritto, storia si rendano conto che per sopravvivere in quanto “uomini liberi” hanno bisogno della spinta della classe subalterna.
La quale classe subalterna accetterà il patto in nome di nuove prospettive di cambiamenti nei rapporti fra classi e nei rapporti di lavoro.

Ma questo va capito da entrambe le parti e chi sta più indietro, in fatto di consapevolezza, sono proprio i subalterni.

Le classi più basse non daranno mai retta a uno che sia come loro se non per adesioni pasticciate come quelle di Grillo (il quale per altro non è classe dominante ma ha “soldi” e “successo”, ossia ha due imprtanti elementi che lo rendono accettabile come modello dalle classi meno istruite).
Ci vogliono delle persone di un certo livello che si inseriscano in n’associazione il cui primo obiettivo deve essere “risvegliare” più che “convincere delle proprie proposte”.

-o0o-

I “morotei”- ovviamente non solo loro ma sul petrolio esercitavano, insieme agli ambienti del PSDI di Saragat, una certa “egemonia” nel malaffare – le tangenti le prendevano … dai petrolieri italiani, da quelli americani e dai paesi produttori, in primis la Libia di Gheddafi …. non è che le pagavano ….

Tutto il contrario di Mattei … che casomai pagava …

-o0o-

Ho detto che i Br erano “imbecilli” ed ho spiegato pure perchè … entro certi limiti poi l'”imbecillità politica” è tipica di tutti gli stalinisti …. non che Stalin fosse “imbecille” … ma gli stalinisti … soprattutto quelli che si definivano tali dopo la sua morte ….. invece sì …

Ma le Br erano pure, almeno fino al 1978 ( poi trovarono, non moltissime, ma un numero significativo di adesioni tra i “reduci”dei movimenti sconfitti nelle piazze ), una specie di “corpo estraneo” rispetto al ben più poderoso ed “eretico” movimento rivoluzionario italiano ….. nato dal 1968/69 ed arrivato sempre poderoso almeno fino a tutto il 1977 …

Curcio, Moretti, Franceschini erano “imbecilli” … ma non lo erano per niente, ad esempio, i dirigenti di Lotta Continua e Potere Operaio, quelli dell’autonomia e quelli del movimento del 1977 … e persino i dirigenti di gruppi armati diversi dalle Br, dal Faina di Azione Rivoluzionaria (il “maestro” di Becchi e Casaleggio) fino all’Alunni, peraltro ex Br che intelligentemente li mollò quasi subito, che ha poi messo in piedi le Fcc e poi Prima Linea …

Tutta gente che nel 1978 gridò in coro e disperatamente “Liberate Moro” … ma le Br non vollero ascoltare ….

Questi, semplicemente, hanno perso … questo anche a causa delle fughe in avanti del “corpo estraneo” Br …. e poi perchè la sconfitta è stata comunque “globale” …

Ma è sbagliato, anzi direi proprio sbagliatissimo, identificare – come mi sembra fare Black Jack – i rivoluzionari dei settanta, pur nelle loro differenze e contraddizioni, con le Brigate Rosse …

Le Brigate Rosse erano figlie dirette del Pci, dell’Est europeo, di certa “tradizione comunista” stalin/togliattiana … di quel modo di ragionare che il 1968 aveva invece buttato alle ortiche …

-o0o-

Ovviamente hai ragione ma forse mi sono spiegato male.
Non volevo fare tutto un calderone dal punto di vista delle ideologie e dei metodi di lotta politica ma mettevo in evidenza un difetto comune a tutti i movimenti antagonisti o alternativi o rivoluzionari che è quello di non capire che quella cosa fondamentale che Marx chiama molto impropriamente “coscienza di classe” non si può creare pensando di fondarla sulla comprensione dei propri diritti e sulla comune consapevolezza di avere interessi condivisi.

Lungo da spiegare e fastidioso da accettare se solo si va in fondo alla questione; ma riflettete sul fatto che la “coscienza di classe” della classe dominante non è minimamente percepita come “coscienza” né come “di classe” dai suoi appartenenti; non c’entra una mazza con la consapevolezza di condividere esigenze o rivendicazioni materiali, nemmeno un po’.
L’imbecillità a cui mi riferivo è proprio l’incapacità di aprire gli occhi su questo aspetto fondamentale del senso di appartenenza il che porta regolarmente all’esaurimento della spinta ideale di qualsiasi movimento popolare anche perché sono proprio i capi (coloro che più di tutti riescono a emanciparsi, in genere) a cadere nei tranelli di questa aporia; per converso tutti potete constatare l’incrollabile forza di coesione della classe dominante.
Purtroppo se non si capisce questo aspetto assolutamente centrale qualsiasi progetto politico sarà destinato al fallimento.

-o0o-

Quindi? Esiste o non esiste lo scontro di capitali (produttivo contro speculativo)? C’è si o no un conflitto tra Draghi e Squinzi?
A me pare di sì, e tutta la “incrollabile coesione” che dipingi non so dove sia.

Detto questo, e ammesso che lo scontro tra forze capitaliste esista, se la prossima lotta dev’essere monopolizzata dalle elites industriali (pure intelligenti ed acculturate, ammettiamo) non si torna sempre lì? Il postmedernismo tenderebbe ad evitare questa ipotesi, dato che se siamo a questo punto (il capitale industriale messo com’è) è proprio per mancanza di fiducia su quel modello di sviluppo (leggi devastazione del precedente modello agricolo per favorire una società delle macchine che ormai ci sta soffocando). Chi se lo filerebbe oggi un modello di industrializzazione tipo ILVA, pure camuffato da intellettuale furbo?

-o0o-

Non concordo sul concetto di imbecillità applicato alle br, o allo stalinismo.

Cioè, sì.
Ma non è così semplice.

Per uno che ragiona con la propria testa tutte le formazioni politiche fortemente ideologicizzate, fideistiche, settarie appaiono composte da imbecilli.
Non c’è alcun dubbio che la visione manichea della realtà porti ad analisi rozze.
La riduzione di realtà estremamente complesse in scenari in cui tutto può essere spiegato, grazie all’ideologia onnicomprensiva, porta necessariamente a semplificazioni e banalizzazioni che viste dal di fuori appaiono irrazionali. Folli.

Quindi il giudizio di imbecilli en passant ci sta. Ma poi insomma… non si può ovviamente ridurre la questione ad una scarsa capacità di utilizzare la dotazione encefalica.

Non credo che radisol intendesse questo, preciso. Conosco la sua posizione in proposito e so che è ben più articolata.

Relativamente alla tortura.
E’ sempre stata usata, in questo paese. Quando era necessario.
Negli anni 70 fino agli anni 80, nei sequestri di persona, quando riuscivano a mettere le mani su qualcuno che pensavano potesse dare indizi sulla prigione del sequestrato.
Giorni e notti di “interrogatori pesanti” nelle forme e nei modi del tutto assimilabili a torture.

Dall’ultimo militare su risalendo lungo la catena di comando, fino al magistrato, pensiero comune era che in fondo se lo meritassero, e che se questo serviva per salvare una vita umana innocente beh ci si poteva girare dall’altra parte.
Poi c’era chi ci si divertiva, ovviamente. C’è sempre il sadico di turno che non vede l’ora di sfogarsi e quelli che per non essere da meno non si tirano indietro.

Al momento dell’arresto c’era la normale reazione adrenalinica che si sfogava con scariche di botte. E’ normale. Dopodiché quando una persona è totalmente sotto controllo, e gli animi si sono calmati, infierire necessita una precisa volontà.

Quando un arrestato era chiuso nella cella di sicurezza a parecchi veniva in mente di andargli a dare una ripassata. Era il “nemico”. Quello che li avrebbe ammazzati se avesse potuto, quello che gli faceva paura quando uscivano da casa ogni mattina, quello che gli aveva ammazzato colleghi. Era ovvio che ci fosse forte senso di rivalsa.

In genere i responsabili li tenevano a freno.
Ad un certo punto non più, gli lasciarono briglia sciolta, perché sapevano dall’alto che potevano farlo.
Di più, qualcuno si premurò di organizzarsi bene per trarne massimo profitto. E dalle botte passarono a forme un po’ più sofisticate.

Quando fu toccato James Lee Dozier, fu impresso un deciso salto di qualità.

Le botte, pugni calci ginocchiate… dopo 30-40 secondi di trattamento non si “sentono” più. Il corpo si anestetizza. Diventa molto più facile di quanto non si creda resistere alle botte. Anche se ti lasciano segni addosso.

Il salto di qualità era nella lunga attesa fra un trattamento e l’altro. Quando c’è la paura perché pensi che al prossimo non sarà così facile resistere. Era l’orrore degli urli degli altri.
Erano altri tipi di dolore, diverso da quello ottundente dei colpi.
Era il sentirsi totalmente inermi, legati e bendati.
Erano le finte esecuzioni.

Bastò questo innalzamento del livello di scontro, per distruggere le organizzazioni combattenti che erano già fortemente in crisi dal punto di vista politico ed erano al canto del cigno. Il punto di massimo dispiegamento di forza militare era una specie di disperato tentativo di sortita da una posizione di stallo, un o la va o la spacca, la tortura fu la goccia che fece traboccare il vaso, aprendo delle falle che poi divennero dei crolli a catena senza alcun bisogno di tortura.

Non fu la tortura a far vincere la guerra allo stato. Era già ampiamente perduta. Fu il colpo del ko, dato al momento giusto.

Ma perché il puglie era già suonato di suo. Altrimenti avrebbe reagito.

-o0o-

ma su questo non ci sono dubbi, anzi è un ulteriore merito al valore della politica italiana di quel periodo farsi pagare dai petrolieri italiani, americani e dai paesi produttori.

-o0o-

Una cosa è un monoblocco che si divide in due; un’altra un pulviscolo disintegrato come sono oggi le classi subalterne. E il problema è che i “perdenti” fra i dominanti, ancora fanno fatica a rendersi conto che si devono contrapporre e non cercare di recuperare il legame.
Ma loro “cominciano” a capire, le classi più basse no (e lo vedi, abbi pazienza, è lampante).

Il grande capitale industriale è in mano alla finanza mentre quello a cui alludevo come fazione perdente della classe dominante è soprattutto la piccola e media (medio grande se vuoi) impresa “legata la territorio”.
Sono proprio loro che a mio avviso saranno il motore della ribellione democratica, quando realizzeranno che stanno per essere spazzati via dalla storia.

Quindi la mia opinione è che un movimento politico deve avere fra i suoi dirigenti delle persone di quella classe sociale fatta da intellettuali e piccoli imprenditori, altrimenti vedo solo tentativi velleitari.
L’ARS mi sembra abbastanza attrezzata ma secondo me deve ancora mettere a fuoco certe problematiche: parlare di “patria mediterranea” come fa Manaro non ha molto senso se non si parla di un’appartenenza degli oppressi IN NOME DELL’UGUAGLIANZA (difficilissima da ricreare ma indispensabile); parlare di “riconquista della sovranità” è una proposta giustissima ma espressa in modo “regressivo”. Riconquistare la sovranità non dice nulla sul nuovo tipo di rapporto che si vuole instaurare in Europa, questione ineludibile che non può essere risolta con un “torniamo al trattato di Westfalia” dove ognuno si fa i fatti suoi.
Bisognerebbe parlare anche di una “nuova Europa” delle nazioni e dei lavoratori altrimenti si darebbe l’impressione (sbagliata) di limitarsi a chiedere un generico ritorno al passato.