Che cos’è l’ENTITA’ ? è un’organizzazione nazionale o sovranazionale che governa il nostro paese? ci sono prove della sua esistenza? Nel maggio del 2010, in una delle ultime puntate di ANNOZERO, Veltroni fa una sintesi storica perfetta degli ultimi 40 anni della vita politica del nostro paese.Come mai era capitato in una trasmissione della RAI, Veltroni, stranamente fa una logica connessione fra le stragi di mafia del 1992-93, il caso Moro, la P2, la Massoneria, Ustica, piazza Fontana, trovando le prove dell’esistenza della cosiddetta ENTITA’. Questa sarebbe quel coagulo di interessi trasversali che avrebbero come unico obiettivo il mantenimento dello statu quo nella politica italiana e quindi, in definitiva, della permanenza al potere degli stessi interessi. Ad avvalorare le tesi veltroniane, vi propongo anche una breve intervista rilasciata dall’on.Galloni, uomo di punta della Democrazia Cristiana degli anni ’70 e ’80 e grande amico di ALDO MORO.Le sue rivelazioni sconvolgenti, gettano una luce nuova sul caso MORO e su come sono realmente andati i fatti dalla cattura di Moro alla sua stessa morte. Bisogna dire che anche queste rivelazioni dell’on. Galloni sono molto strane, considerando che vengono fatte a distanza di 30 anni dalla morte di Moro. Come mai non le ha fatte prima ???

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Trattativa Stato-Mafia – Boresellino accusa Napolitano

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Esiste in Italia un “cerchio sovrastrutturale” che condiziona le nostre istituzioni?

| 13 ottobre 2010 |

Una delle affermazioni più interessanti (e direi anche più inquietanti) contenute nelle intercettazioni, recentemente pubblicate dal quotidiano “Il Fatto”, dei colloqui telefonici tra Nicola Porro – caporedattore de “Il Giornale” e Rinaldo Arpisella – portavoce dell’attuale Presidente di Confindustria Marcegaglia, è quella relativa all’esistenza in Italia di quello che Arpisella chiama testualmente un “cerchio sovrastrutturale” e cioè di un “comitato d’affari” che finirebbe per condizionare le nostre istituzioni politiche.

Mi aspettavo che su tale aspetto delle intercettazioni pubblicate da “Il Fatto” su You Tube (e che sono consultabili da chiunque: la telefonata nella quale si parla di questo “cerchio sovrastrutturale” è quella di oltre 12 minuti del 22 settembre: clicca qui per sentire l’audio) si incentrassero in parte le attenzioni dei giornali, che spesso – nel tentativo di drenare la perdita di lettori derivante dalla televisione e da internet – tanto spazio hanno dedicato e continuano a dedicare ai c.d. retroscena politici: vedi in particolare “Il Corriere della Sera” – che, da assiduo lettore, seguo ormai da molti anni – il quale spesso e volentieri dedica molte pagine ai retroscena.

Ed invece niente; silenzio di tomba sulle clamorose affermazioni di Arpisella, come se sull’argomento non sia stato detto alcunchè o come se esso sia di scarsa importanza.

Se, tramite Google, si fa una ricerca sull’espressione “cerchio sovrastrutturale”, ci si accorge che (eccezion fatta per un paio di articoletti de “Il Giornale” , un articoletto de “Il Fatto”, e cioè del quotidiano che ha pubblicato le intercettazioni e che quindi dovrebbe ben conoscere il loro contenuto – che tuttavia non si occupa del “cerchio sovrastrutturale”, ma di un presunto “bidone” che Feltri, con singolare machiavellismo, vorrebbe tirare a Berlusconi), sulla stampa nulla è apparso e, quindi, il pubblico non ha minimamente avuto contezza di tale aspetto delle intercettazioni; il che la dice lunga sullo stato dell’informazione in Italia.

Mi aspettavo che almeno la televisione parlasse dell’argomento (invero ghiotto); e invece, all’atto in cui scrivo – 13 ottobre 2010 – pur essendo passati diversi giorni dalla pubblicazione delle intercettazioni, solo in un servizio della trasmissione televisiva “Ballarò” di ieri, si è fatto cenno, del tutto en passant, al “cerchio sovrastrutturale” di cui parla Arpisella per due volte: di contro tutta la trasmissione televisiva, riguardante la indagine scaturita proprio da tali intercettazioni, è stata incentrata – paradossalmente – sulla libertà di stampa in Italia e sulla differenza tra inchieste giornalistiche e dossier).

L’argomento è invece stato diffusamente trattato in vari blog: per fortuna c’è internet! (v. per tutti il blog di Jacopo Fo, ospitato da “Il Fatto”) anche se talvolta di sfuggita e minimizzando (v. il frequentatissimo blog di Beppe Grillo, il quale, in apposito messaggio, alla fine, si limita laconicamente ad osservare “Nelle intercettazioni tra Porro e Arpisella, quest’ultimo si riferisce a una entità superiore ai teatranti della politica che governerebbe l’Italia, la chiama “cerchio sovrastrutturale”. Anche questa è una notizia vecchia. L’Italia è occupata da basi americane dal 1945 e il suo debito è in mano a Francia, Germania e Gran Bretagna. La data delle elezioni l’hanno decisa loro come gran parte della nostra storia del dopoguerra”).

Ma andiamo con ordine e cerchiamo di ricostruire quanto affermato da Arpisella, dato che probabilmente quasi nessuno sa esattamente di che cosa sto scrivendo.

Dell’esistenza di questo comitato d’affari (o “cerchio sovrastrutturale”) – come già detto – Arpisella parla per due volte nel corso della telefonata.

Una prima volta (al minuto 3,40 circa della registrazione) rispondendo alle rimostranze di Porro in ordine alla opportunità di far chiamare Feltri da Confalonieri per il presunto “dossier” riguardante la Marcegaglia, Arpicella afferma:

No, no no, fermati un attimo; tu non sai alcune cose, non sai. Dunque, voi siete relegati in via Giovanni Negri (sede de “Il Giornale”: n.d.r.), senza comprendere e capire che non esiste solamente la politica di Fini, la politica di Casini, Fini, Granata e non Granata eccetera eccetera, no, ma che ci sono sovrastrutture che passano sopra mia testa e la tua testa, (“e certo”, interloquisce Porro) e anche quella di un tale Feltri, che che se ne dica, ok?, perchè ci sono sovrastrutture che ci pisciano in testa, non ci considerano neanche” (“E’ quello che ti sto cercando di dire …stiamo dicendo la stessa cosa ...”, interloquisce Porro).

Prosegue Arpisella: Allora, allora, non hai capito una cosa, non hai capito una cosa: se c’è un gioco di sponda – e che credo che tu l’abbia capito su tutta questa vicenda politica – il Governo deve andare avanti, è chiaro che è un gioco di sponda concordato …. “.

Arpisella diventa più esplicito alla fine della telefonata (minuto 11,30) allorchè, dopo avere insistito con Porro per sapere le ragioni del presunto accanimento di Feltri sulla Marcegaglia, che non gli sembra logico e dopo avere ricevuto come risposta da Porro, sia pure dopo varie esitazioni, la seguente frase enigmatica – “… è quella di rompere i coglioni a tutti quelli che danno veramente una mano al boss” – e cioè, sembra di capire, a Berlusconi), sbotta:

Ma tu non sai che cazzo altro c’è in giro, dai.. cioè secondo me davvero scusami eh… ma ti parlo da amico, cioè… è una ottica corta, cioè……”

Prosegue Apisella, con il piglio di chi impartisce una lezione ad un alunno scarsamente preparato: “ E allora … il cerchio sovrastrutturale va oltre me, va oltre Feltri, va oltre Berlusconi, va oltre… ci sono logiche… che non riguardano il Fini, Casini, Buttiglione… e questo e quell’altro, sono altri, miei cari …..” ed aggiunge in modo sibillino: “Secondo te, chi c’è dietro Fini?” Porro risponde: ”Chi c’è dietro Fini, tu lo sai? Io no.…” E Rinaldo Arpisella : “Beh… ci sono quelli che c’erano dietro la D’Addario, dai su…” “Io non lo so“, ribadisce Porro. A questo punto Porro, forse ritenendo che si tratta di un tema troppo scottante per parlarne a telefono, tronca il colloquio, affermando: ”Comunque ci vediamo e ne parliamo.” E Arpisella ridiventato conciliante: “Volentieri… Ciao Nicola.” Nicola Porro: ”Ciao caro…” Rinaldo Arpisella: “Ciao ciao…”

Sarebbe interessante trascrivere tutta la telefonata, ma purtroppo no ne ho il tempo. Comunque i lettori possono udirla cliccando qui.

Esisterebbe quindi, secondo Arpisella (portavoce del Presidente della Confindustria Marcegaglia il quale, come lui stesso afferma nel corso della telefonata, è ogni giorno in contatto con tutti i direttori dei principali quotidiani del Paese), un “cerchio sovrastrutturale” che cerca di condizionare le istituzioni politiche.

Qui i casi sono due: o il “cerchio sovrastrutturale”, del quale parla per ben due volte Arpisella, è solo una personale invenzione di quest’ultimo (come lo stesso ha cercato di dichiarare successivamente). Ovvero l’affermazione è attendibile, provenendo da un personaggio che non solo dalla Procura di Napoli, ma anche dalla stessa Marcegaglia, Presidente di Confindustria, è stato ritenuto credibile per ciò che concerne l’esistenza di un presunto dossier del Giornale ai danni della Marcegaglia; al punto di chiedere l’intervento di Confalonieri, che non è prorio l’ultimo venuto.

Io non propendo per alcuna delle due ipotesi (anche se il singolare silenzio degli organi di stampa al riguardo mi fa riflettere non poco), nè sono amante della dietrologia o, peggio, dei complotti.

Ma comunque ritengo che di tali affermazioni di Arpisella si debba dare notizia, assieme alle altre e che, soprattutto, su di esse si debba indagare, riguardando non tanto un presunto reato di violenza privata, ma il corretto funzionamento delle nostre istituzioni politiche che, secondo Arpisella, sarebbero pesantemente condizionate da una sorta di comitato d’affari, il quale deciderebbe su quale “cavallo” puntare, secondo le convenienze (e questo “cavallo” non sarebbe Berlusconi, come è dimostrato non solo dalle affermazioni di Arpicella, ma anche dal fatto che la trasmissione Otto e mezzo de” La 7” di qualche giorno addietro, con un redivivo Giuliano Amato – possibile presidente del governo tecnico che forse ci aspetta e con uno dei più seri giornalisti in circolazione e cioè Paolo Mieli, è stata intitolata “il dopo Berlusconi”; l’Italia è il singolare Paese nel quale i “funerali politici” si celebrano in anticipo, consentendo a molti di riposizionarsi in tempo).

Si dirà: anche in altri paesi evoluti esistono le lobbies, sia pure riguardanti singoli settori; ma in quei paesi le lobbies sono palesi e sono addirittura disciplinate (in particolare negli USA) da apposita normativa. Nulla di tutto questo avviene in Italia, ove l’argomento è tabù a tal punto che quasi tutti gli organi di informazione si sono guardati bene dal riferire le clamorose affermazioni di Arpisella sul “cerchio sovrastrutturale”, parlando invece abbondantemente di tutto il resto (è bene notare che si tratta degli stessi organi di informazione che in passato hanno lungamente martellato sulla loggia segreta “P2” di Licio Gelli, per la quale fu addirittura nominata una apposita commissione parlamentare d’inchiesta e sulla quale sono stati versati fiumi d’inchiostro).

Giustamente in questi giorni è stata ricordata una famosa frase di Leo Longanesi, profondo conoscitore dei giornali del nostro Paese, riferita proprio agli organi di informazione: “Qui, in Italia, non è la libertà che manca. Mancano gli uomini liberi”. Inutile quindi fare manifestazioni – come è avvenuto circa un anno addietro – a tutela della libertà di stampa, quando la stampa, con singolare self restraint, tace sulle cose importanti e scomode per tutti.

Giovanni Virga, 13 ottobre 2010.

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Walter Veltroni e l’ENTITA’

Volevo prendere qualche appunto a proposito dell’impressione che m’ha fatto il video, quello di una puntata della trasmissione Anno Zero, qualche anno fa, forse quando Walter Veltroni era segretario del Pd. Il periodo 2007-2008, quando si parlava di Veltrusconi, non erano ancora spuntati i fenomeni Mario Monti & Mario Draghi, erano ancora di là da venire; c’era stato, primavera 2008, quasi cinque anni fa, il “secondo Vday”, era un periodo in cui mio papà diceva che “in tutta la sua vita non aveva mai visto una situazione così incasinata nella politica italiana.” Cinque/sei anni fa. Comunque, intorno a quei tempi, c’era stata, dunque, questa puntata di Anno Zero, ancora con il logo, quello di Rai Due, rosso, con a metà la farfallina coi due profili. Come ospite, quindi, c’era Veltroni: in quell’occasione ha esternato delle cose su cui mi sono trovato d’accordo. Ha parlato delle “zone oscure” dei misteri delle stragi italiane, da quella di Capaci a quella di via D’Amelio; la mafia, prima d’allora, non aveva mai utilizzato metodi così, esplosioni così distruttive. E poi, dopo quelle due occasioni, Falcone & Borsellino, ha smesso. Ed era il 1992, un anno cardine di cambiamento per l’Italia. Così come per quanto riguarda Aldo Moro, il rapimento e la sua uccisione, la strage di Ustica. Tutti avvenimenti, in particolare quest’ultimo, i quali, tra l’altro, si sono lasciati dietro una scia impressionante di morti. Poi, Veltroni ha parlato anche della famigerata “Banda della Magliana”, di come compaia in diversi episodi di quel tipo i quali, apparentemente, non c’entrano nulla l’uno con l’altro.

Affrettandosi a dire di “non essere un complottista” – e, al suo posto, avrei detto anch’io così – s’è detto, comunque, persuaso dell’esistenza di una “entità” (forse ciò che altri, gente vicina a Berlusconi, hanno chiamato “cerchio sovrastrutturale”?) la quale indirizza, influenza, pilota, ricatta le azioni dei governi, delle istituzioni e “agisce” se non è soddisfatta o, in qualche modo, vuole farsi “sentire meglio.”

Ai tempi in cui l’avevo visto, non immaginavo che Veltroni avesse potuto fare un discorso così. Sono rimasto piacevolmente sorpreso. Sono queste le cose che mi caricano, altro che le canalizzazioni!

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Il presidente del Senato invia un messaggio nel 22° anniversario della tragedia in cui morirono 140 persone

12:22 – A 22 anni dal disastro della Moby Prince dove morirono carbonizzate 140 persone, il presidente del Senato Pietro Grasso annuncia l’invito al Parlamento per l’istituzione di una commissione d’inchiesta sulle stragi irrisolte del Paese: “Le istituzioni hanno il dovere di stare al fianco a chi è stato colpito da questa tragedia e fare chiarezza su quanto avvenuto”.

“Sono trascorsi 22 anni dal 10 aprile del 1991, quando 140 persone persero la vita nel rogo della Moby Prince, la nave passeggeri che entrò in collisione con la petroliera Agip Abruzzo nella rada di Livorno, e il ricordo di quella tragedia è ancora vivo e indelebile in tutti noi”. Queste le parole usate da Grasso nella lettera invia al Sindaco di Livorno, nell’anniversario dell’incidente.

“Come cittadino e come Presidente del Senato rinnovo la mia vicinanza e il mio affetto alle famiglie colpite, esprimendo il mio più profondo cordoglio per quanti persero la vita in quell’incidente. Le istituzioni e la società civile – sostiene Grasso – hanno il dovere di rimanere al fianco di chi è stato colpito da questo tragico evento facendo chiarezza su quanto avvenuto. Il ricordo di ciascuna vittima può diventare memoria collettiva solo se la verità saprà accompagnare l’operato di chi ha il dovere accertare i fatti come realmente accaduti. la giustizia è l’unica forma di conforto per chi ha perso i propri cari in tragedie di così ampia portata”.

Istituire una commissione d’inchiesta – “E’ mio auspicio – conclude il presidente del Senato – che il ricordo di questa data possa continuare a parlare forte, sollecitando il rigoroso rispetto delle norme di sicurezza anche al fine di evitare che in futuro si ripropongano analoghi eventi. mi auguro che anche il parlamento sappia contribuire a questo obiettivo, utilizzando tutti gli strumenti a propria disposizione, a partire dalla costituzione di una Commissione d’inchiesta sulle stragi irrisolte del nostro Paese”.

Svelata la presenza di una “nave fantasma” – E dopo 22 anni uno dei misteri della tragedia della Moby Prince è stato svelato. Theresa, la nave fantasma, che lascia traccia nelle registrazioni audio della notte del 10 aprile 1991 è la nave militarizzata americana Gallant 2 che si trovava nella rada livornese carica di armi appena rientrate dal Golfo Persico. Quel carico, trasportato anche da altre 6 navi noleggiate dagli Usa e ferme al largo del porto toscano, era destinato alla base di Camp Darby, dopo essere state impiegate in Iraq nella prima guerra del Golfo. Theresa è un natante la cui scia si nota anche sui radar, quando poco dopo la collisione lascia la rada diretta verso il largo. Nessuno era mai riuscito a scoprire chi fosse. Parlò in codice comunicando con Ship One, “Nave Uno”.

Ma ora ora quella voce misteriosa grazie alle comparazioni effettuate da alcuni esperti consultati dai figli del comandante del traghetto, Angelo e Luchino Chessa, sulle registrazioni di quella notte ha finalmente un’identità: è quella del comandante greco Theodossiou della Gallant 2 e, spiega Gabriele Bardazza l’esperto che guida il team di specialisti, “resta da capire il motivo per cui abbia scelto di parlare con un apparato diverso da quello della plancia e di utilizzare un nome in codice, così come resta da spiegare il fatto che i periti del tribunale non si siano mai preoccupati di analizzare a fondo le registrazioni per chiarire chi fosse Theresa, nonostante nel processo di questa nave si sia parlato a lungo”.

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«Scomparse le registrazioni del processo sulla Moby Prince»

La denuncia di Manfredi Lucibello, regista del film “Centoquaranta-La strage dimenticata” in uscita a giugno

Centoquaranta-La strage dimenticata
L’anteprima del film sulla tragedia del Moby Prince

L’ultimo tassello di una strage dimenticata ma piena di morti, menzogne, strane coincidenze e misteri arriva a 22 anni esatti dalla tragedia che costò la vita di 140 persone. Nel giorno in cui anche il presidente del Senato Pietro Grasso chiede di avviare una commissione d’inchiesta sulle stragi irrisolte del nostro Paese.
«Il tribunale di Livorno non ha più le registrazioni audio del processo sulla Moby Prince, quelle che valgono a livello legale. Esistono le trascrizioni delle testimonianze ma non le registrazioni audio. Abbiamo fatto due richieste tramite avvocato per ottenerle, non ci hanno mai ufficialmente risposto ma ci hanno fatto capire che non ci sono. Scomparse»

Sono le parole di Manfredi Lucibello, giovane regista che da due anni lavora a Centoquaranta – La strage dimenticata, un film documentario prodotto da Roberto Ruini (Pulsemedia) in collaborazione con Toscana Film Commission in uscita a giugno prossimo e di cui Corriere.it anticipa un estratto.

LA RICOSTRUZIONE – Il film-documentario vuole ripercorrere la vicenda del traghetto Moby Prince che il 10 aprile 1991 si scontrò contro la petroliera Agip Abruzzo al largo del porto di Livorno: dalla collisione si sviluppò un incendio che causò la morte delle 140 persone a bordo (equipaggio e passeggeri) tranne il giovane mozzo napoletano Alessio Bertrand, unico superstite della tragedia. Una storia fatta di depistaggi, manomissioni e stranezze che hanno portato all’assoluzione di tutti gli imputati lasciando i familiari delle vittime senza giustizia.

LA PARTITA – «Io sono nato nel 1984: fin da piccolo ho il ricordo di un incidente, di una cosa banale. Hanno sempre fatto passare l’idea che la causa della morte di 140 persone fosse stata la distrazione per una partita di calcio. Idea che nei giorni successivi alla tragedia fu molto alimentata dai media nazionali. Nel corso degli anni lo scenario è radicalmente cambiato, si sono susseguite inquietanti scoperte, alimentate da nuove prove. Dietro questo film ci sono stati due anni di ricerca, di colloqui con i familiari e di rilettura delle carte. Il film vuole raccontare sia la strage di quelle notte ma tutte le stragi avvenute dopo: non li hanno ammazzati solo una volta ma tante volte quei 140 a bordo».

VERITA’ – Lei ha raggiunto una sua verità su quella tragedia? «Lo scopo del film non è di arrivare a una verità ma di mostrare come questa verità sia stata nascosta – dice Lucibello -. Tra le cose inedite ci sono ad esempio i video dei sopralluoghi del ’92 e del ’97: ogni volta che gli stessi periti tornano a bordo della nave bruciata – che rimase a lungo in banchina a Livorno – ci sono pezzi nuovi o pezzi mancanti, ogni volta c’è qualcosa che manca la volta dopo oppure che è stato sostituito, cose che appaiono o scompaiono, uno scandalo. Non è un film inchiesta che cerca di spiegare com’è andata ma un documentario che vuole mostra quanto mediocri siano state le ricerche, le indagini. Il film mette in fila le menzogne, i sabotaggi e tutto quello che c’è stato dietro».

RIAPRIRE IL CASO – Il Corriere della Sera pochi giorni fa ha pubblicato un articolo di Marco Imarisio dal titolo «Moby Prince, non fu errore umano»: parla della contro-inchiesta che ha fatto Angelo Chessa, il figlio di Ugo, il comandante della Moby che morì con la moglie in quella tragica notte. Lui sostiene che grazie alle nuove tecnologie è stato possibile fare delle ricostruzioni molto differenti da quelle ufficiali. Lei pensa che alla luce di tutto questo ci siano delle possibilità di riaprire questo caso?

«Non credo, non so ce c’è una volontà. I materiali per farlo secondo me ci sono. Conosco la ricostruzione di Chessa. Lui lo racconta nel film. Abbiamo parlato a lungo con lui e con i periti che lo aiutano. Chi vede il mio film capisce chi sono i colpevoli: non c’è solo l’incidente, i sabotaggi sono stati fatti in porto. E’ una storia tragica, come tragico anche il finale di questa nave: rottamata nel porto dei veleni in Turchia dove la ‘ndrangheta porta tutte le imbarcazioni che trasportano i rifiuti tossici. Oltre ai video istituzionali nel film ci sono spezzoni di video amatoriali e anche quello fatto da una videocamera di una delle vittime, che è stata ritrovata intatta. Ma anche in quel video lì, a guardarlo bene, si vede un taglio: non c’è nulla di pulito in questa vicenda. Alla fine del film che ripercorre questi 22 anni ti accorgi che c’e sempre stata la volontà di cambiare gli scenari, di destabilizzare: una strategia da Prima Repubblica».

http://www.corriere.it/cronache/13_aprile_10/moby-prince-scomparse-registrazioni-processo_0dfc7364-a1bb-11e2-8e0a-db656702af56.shtml

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IL 10 APRILE DEL 1991 CI FURONO 140 MORTI

«Moby Prince, non fu errore umano»

La contro inchiesta del figlio del capitano
Angelo Chessa ha riaperto il caso del traghetto bruciato
La svolta grazie alle nuove tecnologie

L’Italia è quel Paese dove 140 morti e anche il loro ricordo scompaiono dietro a un banco di nebbia che non c’era. Il 10 Aprile dovrebbe sempre essere sempre una pessima giornata, per non si accontenta di sentenze dalla grafia incerta. Quel giorno, nel 1991, il traghetto Moby Prince appena salpato dal porto di Livorno urtò con la prua una petroliera, l’Agip Abruzzo. Morirono tutti i passeggeri, radunati nel salone centrale della nave, e i membri dell’equipaggio. Centoquaranta persone. Un solo superstite. Nessuna verità, plausibile o meno.
«L’ultimo decreto di archiviazione non ha alcun riscontro nelle carte usate per scriverlo, che anzi affermano l’esatto contrario di quel che sostiene il giudice. Noi ci abbiamo messo nuove tecnologie, ma i documenti sono gli stessi. Siamo ancora qui, a chiedere un’ultima possibilità di avere finalmente giustizia». Milano, uno studio tecnico a due passi dal tribunale. Luci accese alla fine di un lento pomeriggio trascorso nella penombra, a esaminare filmati, elaborazioni al computer. Angelo Chessa, chirurgo specializzato in ortopedia. È il figlio di Ugo, comandante della Moby Prince, di lunga e onorata carriera. Nel 1991 aveva 25 anni. Stava finendo l’università a Milano. Vide le immagini al tg del mattino. Capì subito. Ancora non sapeva che a bordo c’era anche sua madre, Maria Giulia, salita all’ultimo momento. La trovarono tra i corpi ammassati nel salone.

«Tutto chiaro»? L’ingegner Gabriele Bardazza, il padrone di casa, consapevole dei rischi di questa intensa sessione tra reperti e diagrammi, interrompe il racconto di Chessa. I principali clienti del suo studio di ingegneria sono i magistrati di Milano, per i quali ha ricostruito la dinamica della strage di Linate. Dal 2010, per la prima volta, ha accettato di lavorare per una parte civile. Amicizia, al netto del rimborso spese. «Una condotta gravemente colposa, in termini di imprudenza e negligenza, della plancia del Moby Prince». L’ultima archiviazione è arrivata nel 2010. Con queste parole. La morte estingue ogni reato, ma quella colpa ricade sul padre di Chessa. «Le indagini andarono in una sola direzione, la più facile. Troppi interessi da coprire, tra Agip e porto. Tutti ormai riconoscono che si tratta di una specie di Ustica dei mari, nessuno ne parla. Non è più una questione privata. Io mi ribello a un oblio ingiusto».

Sono passati 22 anni. Quel che doveva essere è stato, forse. I reati sono prescritti, visto che mai si è proceduto per strage. Dei nostri tanti misteri, quello della Moby Prince è davvero il più misconosciuto. La presenza di navi militari americane in rada, l’ipotesi concreta di una esplosione a bordo del traghetto precedente il disastro, le responsabilità di soccorsi tardivi e maldestri: tutto è sempre rimasto sotto il coperchio di sentenze minimaliste. I fatti non sussistevano e comunque erano difficili da vedere, coperti com’erano da una inopinata «nebbia d’avvezione» che ha incardinato il primo processo eliminando ogni ricostruzione alternativa a quella dell’errore umano. Un fenomeno improvviso, molto diffuso ma ai Tropici, che dal nulla aveva creato una barriera di 300 metri, a misura di petroliera.

Il nuovo lavoro di indagine parte da qui. Da vecchie incongruenze e da nuovi strumenti di lavoro. La prova regina della scarsa attenzione dell’equipaggio è per i giudici «clamorosamente esplicitata» dal portellone prodiero aperto, nonostante la normativa Marpol 73-78 lo proibisse. All’epoca nessuno fece caso a questo passaggio. Ma la legge che vieta di navigare in tali condizioni sarebbe entrata in vigore solo nel 1992, e riguardava le nuove imbarcazioni. La Moby Prince avrebbe dovuto adeguarsi nel 1995. Marpol 73-78 invece altro non sarebbe che un testo non vincolante sulla polluzione marina, dove non si fa alcun cenno alla sicurezza.

Il punto più delicato è quello della posizione della petroliera Agip Abruzzo, ufficialmente collocata fuori dal triangolo d’acqua all’uscita del porto, dov’era vietato l’ancoraggio. Un video girato pochi minuti dopo l’impatto, e una ricerca fatta a Livorno per identificare nell’oscurità i cosidetti «punti cospicui» sulla terraferma, sembra invece stabilire come la petroliera fosse ben dentro l’area proibita. Un’altra scoperta, d’archivio: già nelle motivazioni della sentenza di primo grado le coordinate collocano la Agip Abruzzo là dove non doveva essere. Era una notizia di reato. Nessuno la vide.

Come la nebbia, che continua a persistere nonostante decine di filmati che mostrano una notte limpida. In uno di questi si vedono i bagliori delle fiamme della Moby Prince dietro e non davanti alla sagoma della petroliera. Se confermata, sarebbe una novità, non da poco, che ribalterebbe la dinamica della collisione: la Moby Prince non stava uscendo, ma rientrando in porto. Le ragioni di questa presunta inversione di rotta non le sapremo mai, come molto altro di questa storia. La nuova indagine vuole fugare inoltre ogni dubbio sul numero di navi americane presenti in rada. Una sola, ma molto vicina alla petroliera al momento dell’urto con la Moby Prince, come sembra dimostrare il notevole lavoro sulle comunicazioni radio, dal quale si evince che a parlare in inglese è sempre la stessa voce.

A parità di gomitolo, l’obiettivo dichiarato di questa monumentale contro inchiesta durata tre anni è di mostrare un filo rosso diverso da quello individuato dai magistrati, per ottenere un nuovo processo, penale o civile non importa. «A me interessa stabilire una verità storica. Quella tragedia non ha generato nulla, non ha insegnato niente. Centoquaranta morti inutili. Nel nome di una verità di comodo». Il figlio del comandante Ugo mostra due ritagli di giornale ingialliti. La Nazione , 15 e 16 aprile, pochi giorni dopo il disastro. Quel momento raro dove si raccolgono le notizie sul campo, prima che indagini e verità ufficiali prendano possesso del terreno. Il primo titolo è «La petroliera non doveva essere lì». Il secondo fa riferimento al notevole traffico di navi militari registrato quella notte al porto. Sono gli unici articoli che mancano dalla rassegna stampa allegata agli atti.

Marco Imarisio

8 aprile 2013 | 9:40

http://www.corriere.it/cronache/13_aprile_08/moby-price-non-fu-errore-umano-contro-inchiesta-imarisio_ea515cc6-a00d-11e2-b85a-0540f7c490c5.shtml

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di Claudia Mura

Il relitto del traghetto Moby Prince (Ansa) Il relitto del traghetto Moby Prince (Ansa)

Negli anniversari delle tragedie si dovrebbe rendere omaggio alle vittime, ricordare il coraggio di chi si sacrificò e aiutare i parenti a sopportare il dolore. Invece dopo 22 anni dalla notte di quel 10 aprile 1991 stiamo ancora cercando di capire cosa sia successo nei mari di Livorno quando il traghetto Moby Prince e la petroliera Agip Abruzzo entrarono in collisione provocando il rogo e la morte di 140 persone. E se oggi c’è qualcosa di nuovo da dire non è perché le istituzioni si siano date da fare per scoprire una scomoda verità. È grazie ai figli del capitano della Moby Ugo Chessa, Luchino e Angelo, che non si sono mai arresi ai verdetti che parlano di “errore umano” e di tragica “concatenazione casuale di eventi”, come recita l’ultima sentenza di archiviazione dell’inchiesta-bis del 2010. “Una chiusura tombale, in tutti i sensi”, dice Luchino Chessa, da noi intervistato proprio in occasione di questo ventiduesimo anniversario.
Lei e suo fratello Angelo, grazie anche alle nuove tecnologie, avete fatto eseguire nuove perizie su registrazioni e video effettuati quella notte scoprendo due cose importanti: quale fosse la nave misteriosa “Theresa” e che le posizione del Moby Prince e della Agip Abruzzo erano diverse da quelle sempre ritenute.
“Non abbiamo acquisito nuovo materiale, abbiamo semplicemente rivisitato quello uscito da tutti processi che erano stati fatti in maniera non ottimale, diciamo così. Partendo dalle conclusioni delle ultime indagini che avevamo chiesto di riaprire con la speranza di risolvere molti dubbi, abbiamo rilevato novità in particolare sulla posizione delle navi e sulle registrazioni del canale 16, il canale di emergenza, che presenta una serie di situazioni poco chiare.”
L’Agip Abruzzo risultava ancorata in una zona del porto non consentita.
“E poi la scoperta relativa alla nave Theresa che per anni è rimasta un oggetto misterioso sul quale i magistrati non hanno mai indagato in maniera adeguata. Questo cambia tutto lo scenario. Perché un conto era avere a che fare con una nave che si ipotizzava potesse avere a che fare con un traffico d’armi, una nave che non doveva essere lì e che poteva essere in qualche modo coinvolta nell’incidente. Altro conto è sapere che quella era la nave militarizzata americana Gallant 2 che si trovava nella rada livornese carica di armi appena rientrate dal Golfo Persico e che era vicina al tragitto della Moby.”
Dalle vostre scoperte risulta che fu proprio la Gallant 2 a lasciare il porto subito dopo la collisione. Strano che il suo capitano abbia scelto di parlare con un apparato diverso da quello della plancia e di utilizzare un nome in codice. Ma tutto questo non risulta agli atti.
“Perché una nave militarizzata deve avvisare in codice una certa nave ‘Numero 1’ che deve allontanarsi dal porto? C’è qualcosa di strano ed è per questo che chiediamo la riapertura delle indagini.”
La Gallant 2 aveva a bordo armi che, dopo essere state impiegate in Iraq nella prima guerra del Golfo, erano destinato alla base di Camp Darby, tra Livorno e Pisa, dove però non sono mai arrivate. Sono tanti i lati oscuri della vicenda.
“C’è poi il fatto eclatante e assodato che non c’era nebbia, come rilevato da tutti i filmati. Fatto che invece è stato il filo conduttore di tutte le indagini dal primo processo. Dal famoso filmato d’Alesio (girato da terra da un testimone, Nello D’Alesio, ndr), fatto pochi minuti dopo la collisione, si vede chiaramente che il mare è pulito, si vedono i riflessi delle fiamme e si vede la Moby che brucia dietro la petroliera. È allucinante: qualsiasi pescatore presente sul posto poté vedere come andarono le cose in realtà ma purtroppo si doveva già da allora mettere i bastoni fra le ruote dell’inchiesta e camuffare le cose”.
Riguardo la posizione della Moby, dalle vostre indagini risulta stesse tornando in porto, non uscendo. A questo punto la domanda è perché tornava indietro?
“La nave mandò un mayday poco prima dello scontro, e un mayday si lancia in casi di estrema emergenza.”
L’ipotesi è che ci fosse stato un incidente che abbia indotto la Moby a invertire la rotta, o uno scontro precedente la collisione con la petroliera, forse proprio con la famosa “Theresa” che poi lasciò il porto.
“La nave ha avuto qualcosa a bordo, il personale era già radunato e disposto nelle zone di sicurezza, cosa che probabilmente ha costretto tutti in trappola circondati dalle fiamme e in attesa per ore dei soccorsi che arrivarono con ritardi allucinanti. Ma ci sono altre prove del fatto che la nave stesse rientrando: c’è la girobussola inchiodata nella posizione di rientro e poi ancora i filmati.”
E di tutto questo non c’è traccia in sede processuale.
“No. Ma se è per questo c’è la testimonianza del tenente della Guardia di finanza, Cesare Gentile, che la sera del 10 aprile era uscito dal porto su una motovedetta pochi minuti dopo la collisione e che davanti ai giudici del tribunale di Livorno parlò di un traffico d’armi. È stato quasi considerato incapace di intendere e di volere, nel senso che è stato ritenuto incapace di ricordare. Insomma nei processi abbiamo visto cose che lasciano veramente interdetti.”
Gentile parlò di operazioni di carico e scarico di armi da parte di una nave mercantile “militarizzata”. Cioè da una imbarcazione affittata dal governo Usa per trasportare armamenti e munizioni ufficialmente destinate a Camp Darby. Il fatto che parliate di traffico d’armi immagino vi abbia precipitati fra la schiera dei peggiori complottisti.
“Diciamo che ci trattano come persone che vogliono a tutti i costi trovare qualcosa di strano dietro a un banale incidente.”
Oggi il Presidente del Senato, Pietro Grasso, ha auspicato che il caso sia inserito in una Commissione d’inchiesta sulle stragi irrisolte del nostro paese.
“Non credo granché a queste inchieste parlamentari, considerano la situazione politica attuale. A parte il fatto che negli anni abbiamo avuto contatti con tutti gli schieramenti politici, più volte si è parlato di commissioni di inchiesta e non si è mai fatto nulla. Ben venga, se ci riescono, ma non credo servirà. Anche perché molti dei politici che c’erano nel ’91 sono ancora in attività.”
Quindi se hanno un segreto da coprire, non lo svelano certo adesso?
“Già. Per questo non ci credo”.
Anche il senatore del Pd Marco Filippi ha chiesto una Commissione d’indagine auspicando un’inchiesta capace di rileggere le fasi della “collisione, delle successive operazioni di soccorso, nonché delle indagini e dei tentativi di depistarle”. I depistaggi ci furono quindi?
“Tenga conto che nel passato abbiamo già avuto dei problemi. A me e mio fratello Angelo hanno svaligiato le case nel 2006. In realtà non hanno rubato nulla, hanno rovistato, ci controllavano. La singolarità è che il fatto sia avvenuto in contemporanea nella mia casa di Cagliari, in quella di mio fratello a Milano e nell’ufficio di Livorno del perito. Vuol dire che siamo arrivati a un punto nevralgico della storia. Ci è sembrato più un gesto di intimidazione che altro.”
La sua fiducia nelle istituzioni immagino sia finita.
“Purtroppo sì, anche perché abbiamo collaborato da subito coi magistrati. Nelle prime indagini e nel primo processo abbiamo dato tutto il nostro supporto dal punto di vista investigativo: tutto ciò che trovavamo lo portavamo al giudice. Poi l’altra cosa strana è che i magistrati sono cambiati, in ogni grado di giudizio ci sono stati una serie di cambiamenti come magistrati che sono passati dall’inchiesta a fare altro come il giudice del lavoro.
E’ il giorno delle frasi retoriche “per non dimenticare”, si dice.
“Ormai fra i parenti delle vittime siamo rimasti in pochi a lottare. Anche i soldi sono pochi ma andremo avanti finché non arriveremo almeno a una verità storica. A quella processuale non so se arriveremo mai perché fare riaprire i processi non è facile. Ma ristabilire la verità dei fatti è doveroso, lo dobbiamo a mio padre e a tutte le vittime di quel rogo.”
A suo padre in particole visto che, in quanto capitano della nave, Ugo Chessa viene additato come il responsabile di quell’ “errore umano” all’origine della tragedia.
“Sì. Ma deve capire, chi deve capire, che noi non ci fermiamo. Andremo fino in fondo.”
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Di Luigi GrimaldiQuello della Moby Prince resta per ora il più oscuro dei misteri d’Italia. Di quella teoria di mancate verità che vanno dalla strategia della tensione fino alle stragi del 1992 e 1993 passando per Ustica e Bologna. Perché un filo rosso esiste…

Sono passati 22 anni dal 10 aprile 1991. I reati sono prescritti, visto che mai si è proceduto per strage. Quello della Moby Prince resta per ora il più oscuro dei misteri d’Italia. Di quella teoria di mancate verità che vanno dalla stagione degli anni della strategia della tensione fino alle stragi del 1992 e 1993 passando per Ustica e Bologna. E’ già perchè come vedremo un filo rosso esiste, eccome.

Per spiegare il disastro è necessario osservare il contesto: un ristretto braccio di mare affollato di petroliere e navi militarizzate americane intente a movimentare armi ed esplosivi, alla presenza della ammiraglia della flotta Shifco, coinvolta in traffici di armi nel 1991 e 1992 con Monzer Al Kassar, il “padrino” dei traffici Cia-Iran-Contras (su cui indagheranno Ilaria Alpi e Miran Hrovatin subito prima di essere assassinati a Mogadiscio in Somalia il 20 marzo 1994). Già, Al Kassar, il “Re di Marbella” (Spagna), il trafficante d’armi internazionale collegato al clan catanese Santapaola attraverso un gruppo di “affaristi” ben piazzati proprio a Marbella tra cui spicca la citazione (senza seguiti penali) di quel Rosario Pio Cattafi che sembra essere stato al centro della trattativa Stato Mafia in relazione alle stragi del 1992/93. Citato anche perché intermediario tra lo stato e le cosche (in particolare con Nitto Santapaola) e perché amico di quel Pietro Rampulla, come lui proveniente dalle file del neofascismo eversivo e singolarmente noto come l’artificere della strage di Capaci. Coincidenze avvolte dalla nebbia. Già perché è (quasi) sicuro che a Bordo del traghetto entrato in collisione con la Petroliera Agip Abruzzo prima della collisione ci sia stata una esplosione della stessa miscela di detonanti utilizzata per le stragi e gli attentati del 1993 in cui spicca la (tutt’ora) misteriosa presenza dell’esplosivo al plastico T4, l’unico comune a tutte le stragi del ’92 e ’93 e segnalato anche sul teatro della strage del Moby Prince. Una piccola esplosione in grado però di aver provocato eventi concatenati alla radice della collisione. Misteri e ancora misteri celati dietro nebbie e nebbioni con i quali a Livorno si è dovuta dimostrare tecnicamente e “scientificamente” la presenza della particolarissima “nebbia d’avvezione”.

Per raccontare la tragedia del Moby Prince del 10 aprile ’91, una strage negata, partiremo dalla fine: dal più recente atto giudiziario inerente la vicende e risalentea un paio di anni fa. L’ultimo, dopo 20 anni di inutili indagini e processi. Partiremo cioè da una sconcertante osservazione conclusiva, messa nero su bianco, dai magistrati livornesi che hanno chiesto e ottenuto l’archiviazione dell’inchiesta-bis: “La ricostruzione della dinamica dell’evento può apparire – come si è più volte sottolineato – banale nella sua semplicità, e dunque non accettabile emotivamente, prima che razionalmente, sopratutto in considerazione dell’enorme portata delle conseguenze che ne sono derivate in termini di perdita di vite umane”.

140 morti, nessun colpevole, niente misteri e traffici di armi, niente operazioni segrete relative alla appena terminata guerra del Golfo; semplicemente nebbia combinata con errori nella condotta di navigazione del traghetto. La ricostruzione della semplice “banalità” del disastro è stata resa possibile solo grazie all’esistenza di un elemento senza precedenti: un particolare banco di nebbia.
Come ebbe a sostenuto il comandante del porto di Livorno Ammiraglio Albanese: “L’avanporto di Livorno non risulta a memoria d’uomo essere stato investito da una nebbia così fitta”.
Una nebbia mai vista, né prima né dopo il disastro, con caratteristiche eccezionali, bizzarre e, a tratti, anche magiche. Già perché per poter ricostruire il disastro, escludendo misteri e traffici di armi e materiali strategici nel porto di Livorno come causa o concausa, la nebbia deve esserci per forza. A costo di sostenere che si sia spostata controvento, anzi, in direzione opposta a quella del fumo dell’incendio e a una velocità doppia di quella della nave. Senza questa magica nebbia il disastro non ha spiegazione se non come risultato di un atto doloso. Un fenomeno strano dato che nessuna stazione meteo ha mai rilevato a Livorno, la notte del 10 aprile 1991, le condizioni climatiche minime necessarie alla formazione di questo particolare tipo di nebbia.
Anzi no: gli unici dati meteo acquisiti relativamente alle temperature dell’aria e dell’acqua necessari a giustificare tecnicamente e teoricamente la formazione della nebbia d’avvezione, sono stati raccolti da documentazione fornita agli inquirenti dalla nave militarizzata americana Cape Breton, la più vicina al disastro.

Una nebbia, che continua a persistere nonostante decine di filmati che mostrano una notte limpida. “In uno di questi si vedono i bagliori delle fiamme della Moby Prince dietro e non davanti alla sagoma della petroliera. – ha dichiarato Angelo Chessa, il figlio del comandante del traghetto morto con la moglie nel disastro, al Corriere della Sera. La Moby Prince non stava uscendo, ma rientrando in porto”. Servono nuove indagini.
Il caso è tutto qui. La Moby Prince e le sue vittime avrebbero meritato ben altre indagini rispetto a quelle fatte, assai più determinate e complesse e ben altri risultati. In altre parole, semplicemente e banalmente, aspettano ancora giustizia.

Fonte:http://www.cadoinpiedi.it/2013/04/09/moby_prince_140_morti_nessuna_verita.html

http://nientebarriere.blogspot.it/2013/04/moby-prince-140-morti-nessuna-verita.html

http://informazioneconsapevole.blogspot.it/2013/04/moby-prince-140-morti-nessuna-verita.html

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Moro e i segreti Nato: morte annunciata

Di Gianni Lannes

«Dovevamo sacrificare Aldo Moro. E anche se mi dispiaceva per lui, per la sua famiglia, per il Paese, bisognava che fosse sacrificato per stabilizzare l’Italia»: parola di Steve Pieczenik, funzionario del Dipartimento di Stato nordamericano, consulente dell’unità di crisi del Viminale,
presieduta dal ministro Francesco Cossiga, ed interamente controllata dalla loggia massonica P2, sponsorizzata dalla Central Intelligence Agency.

Le direttive del Governo U.S.A. non erano indirizzate alla liberazione di Moro. Attività che invece verrà brillantemente dispiegata per la liberazione del generale Dozier. Di più: le trattative di Stato per salvare l’assessore democristiano della Campania Ciro Cirillo, dal rapimento delle brigate rosse eterodirette.

Basta ricucire fatti e dichiarazioni per ricomporre l’ingarbugliato mosaico. Il 22 ottobre 2007, infatti, l’Agenzia giornalistica italiana (Agi) riporta in un lancio la seguente dichiarazione:

«MORO: GALLONI, GLI USA SAPEVANO DOVE ERA PRIGIONIERO

Galloni, tra i fondatori della corrente di sinistra della Democrazia Cristiana, grande amico di Aldo Moro anche se mai doroteo, e’ stata una vera e propria miniera di informazioni … Ha rivelato infatti che gli americani sapevano dove era la prigione di Moro e che il covo dove e’ stato tenuto lo statista durante il rapimento “non e’ quello indicato dai brigatisti”. Inoltre, ha rilevato che Francesco Cossiga, ministro dell’Interno durante il sequestro, “non ha detto tutto”. E qui e’ sceso nel dettaglio: “il 9 maggio del 1978 – ha detto Galloni – Cossiga sapeva e si aspettava che Moro sarebbe stato liberato”. E ancora: la mattina del 16 marzo, giorno del rapimento, Moro era uscito presto di casa, intorno alle 9, mentre il dibattito alla camera era previsto per le 10. Infatti, lo statista, al momento del sequestro, si stava recando a casa del segretario della Dc, Benigno Zaccagnini che aveva in mente di dimettersi dalla guida del partito non appena il governo avesse ottenuto la fiducia. Moro andava da lui per farlo recedere da questa decisione, ma come questa informazione e’ finita alle Br?. Non basta: lo statista rapito si era lamentato spesso del fatto che sia la Cia che il Mossad avessero informazioni sulle Br ma non le davano al governo italiano. Insomma, intorno alla vicenda Moro le zone d’ombra sono ancora molte. Per Rosario Priore, il magistrato che ha seguito l’inchiesta Moro, i servizi segreti francesi e la Stasi, che seguiva gli uomini della Raf con i quali le Br intrattenevano stretti rapporti, sapeva che ci sarebbe stato il sequestro del presidente della Dc».

In effetti nel febbraio 1978 almeno sette servizi segreti di rango internazionale operativi in Italia (Cia, Kgb, Mossad, Sdece, Stasi, Ssvpvk, Bis), nonché gli omologhi italiani ufficiali e paralleli – Sismi, Sisde, Gladio, Anello – erano perfettamente a conoscenza del rapimento.

Gladio un documento del 2 marzo 1978 (14 giorni prima della strage e del sequestro)
Il giudice di chiara fama Ferdinando Imposimato ribadisce che «I servizi segreti italiani purtroppo erano alle dipendenze della Cia» come oggi. Un esempio: in via Gradoli a Roma – dove al civico 96 (uno dei covi delle brigate rosse a Roma) viveva il capo terrorista Mario Moretti – c’erano addirittura 24 appartamenti del ministero dell’Interno ed un rifugio di estrema destra.

Le brigate rosse non avevano alcuna preparazione militare per mettere in atto la strage di via Fani, dove le loro armi si sono inceppate. Quel mattino era presente in loco il colonnello Camillo Guglielmi, addestratore di Gladio.

L’attenzione in ogni caso va soffermata su Hyperion, fondata a Parigi nel 1975: una filiale della Cia per la gestione sotto copertura di gruppi eversivi in Europa. In questa sedicente scuola linguistica che aprì due sedi in Italia (a Milano e a Roma) un mese prima della strage del 16 marzo 1978, e poi le richiuse nel giugno dello stesso anno, a cui faceva riferimento la sfinge Moretti, era guidata e coordinata da Corrado Simioni, Vanni Mulinaris e Duccio Berio.

E’ proprio vero: l’Italia è la culla del diritto ma la tomba della giustizia. Assassini conclamati a piede libero. I brigatisti Mario Moretti (6 ergastoli), Barbara Balzerani (3 ergastoli), Valerio Morucci (più ergastoli), Adriana Faranda (15 anni di carcere), Prospero Gallinari (3 ergastoli: deceduto per cause naturali), Bruno Seghetti (1 ergastolo), Anna Laura Braghetti (1 ergastolo), sono tutti liberi, nonostante le pesanti condanne penali, in cambio del silenzio sulla trattativa ( i segreti rivelati da Moro) con lo Stato, allora rappresentato da Giulio Andreotti (primo ministro) e Francesco Cossiga (ministro dell’interno), a loro volta subordinati al Governo U.S.A. (& getta!).

Ha dichiarato Franco Ferracuti, psichiatra e membro del Comitato di crisi durante il sequestro Moro, nonché agente della Cia e membro della P2:

«Aldo Moro era politicamente morto fin dal giorno della sua prima lettera dalla prigionia. E, dal punto di vista del Governo, è stato meglio che l’incidente di Moro sia finito come è finito».

In altri termini, impunità e cinismo in uno Stato che calpesta il diritto da sempre.

Aldo Moro era uno statista ed un grande uomo politico. E’ stato il fautore del primo governo di centro sinistra di solidarietà nazionale, promotore con Enrico Berlinguer del compromesso storico, ossia del dialogo politico tra cattolici e comunisti.

Il disegno di Moro era avversato in modo esplicito dal Governo degli Stati Uniti d’America. Moro fu minacciato da Henry Kissinger nel 1974. Moro doveva già morire il 4 agosto 1974 nella strage del treno Italicus.

Henry Kissinger (boss del Bilderberg Group, nonché sodale di David Rockefeller) è stato ricevuto in tempi più recenti dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, come se niente fosse.

Se il nuovo primo ministro Enrico Letta è un affiliato di rilievo alle medesime organizzazioni terroristiche (Bilderberg, Trilateral Commission) ci sarà una motivazione.

Se l’Italia è un Paese privo di libertà, democrazia, giustizia e sovranità, la ragione è fin troppo evidente. Stato di diritto? Piuttosto repubblichetta delle banane.

Fonte:http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/2013/05/moro-e-i-segreti-nato-morte-annunciata_8.html

http://www.informarexresistere.fr/2013/05/09/moro-e-i-segreti-nato-morte-annunciata/

http://informazioneconsapevole.blogspot.it/2013/05/moro-e-i-segreti-nato-morte-annunciata.html

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Rapimento Moro. Il cablogramma dei servizi segreti inglesi

http://3.bp.blogspot.com/-fw9UJZxzvRk/UYwEoXuD-yI/AAAAAAAAAuU/WljTWOKKWY4/s640/sas+moro.jpg

Già dal giorno dopo del rapimento, il 17 marzo, i servizi segreti inglesi offrono al governo italiano un aiuto concreto.
Nel documento, reperito e fotografato da Lou Palanca 2 al Kew Archive di
Londra, si legge chiaramente al primo punto:
“In risposta alla richiesta di Roma, telegramma 164 allegato, l’ambasciata ha ricevuto istruzioni telefoniche di informare le autorità italiane che possiamo fornire due membri del SAS come consulenti e 20 granate stordenti. Si sta provvedendo a spedirli per via aerea o stasera o domani mattina”.
Dunque la richiesta venne dall’Italia e due agenti con relative “granate stordenti” impiegate nei blitz antiterrorismo arrivarono a Roma, ma non furono mai utilizzati. Perchè???

Fonte:http://terraelibertacirano.blogspot.it/2013/05/rapimento-moro-il-cablogramma-dei.html

http://informazioneconsapevole.blogspot.it/2013/05/rapimento-moro-il-cablogramma-dei.html