Chi uccise JFK? Gli strani indizi su ‘Poppy’ Bush

Giulietto Chiesa divulga i risultati clamorosi di alcune inchieste mai tradotte in Italia, che scoprono il ruolo della famiglia Bush in alcuni passaggi dell’attentato a Kennedy

Redazione
lunedì 19 agosto 2013 23:58

 

di Giulietto Chiesa

Uscirà a ottobre, negli Stati Uniti (come annuncia The Daily Caller, che indica anche la casa editrice, Skyhorse Publishing), un libro con un titolo provvisorio che potremmo tradurre così: “L’uomo che uccise Kennedy: Lyndon Johnson”.
Di libri sull’argomento, dentro e fuori gli Stati Uniti, ne sono stati pubblicati centinaia. Non tutti, però, avevano in copertina il nome di un autore come questo. Roger Stone oggi non è più repubblicano come allora, quando, giovanissimo, fu aiutante di campo del presidente Richard Nixon nel corso della campagna elettorale vittoriosa del 1972, al termine della quale entrò nell’Amministrazione presidenziale.
Le sue memorie, firmate insieme a Mike Colapietro, riguardano informazioni che egli raccolse stando all’interno della squadra che portò al potere Nixon, nove anni dopo l’assassinio di Kennedy, che avvenne a Dallas, Texas, il 22 novembre 1963. Ma sono ricordi esplosivi, nei quali anche Nixon è coinvolto come uno dei partecipanti al complotto. Per lo meno alle prime fasi dell’operazione, e poi alla sua copertura. Risulterebbe infatti – stando alle dichiarazioni di Stone – che Jack Ruby (alias Jacob Leon Rubinstein), colui che assassinò Lee Harvey Oswald, poche ore dopo il suo rapidissimo arresto, aveva lavorato alle dipendenze di Nixon (allora deputato al Congresso) fin dal 1947.
 
 
La stranezza, una delle tante, è che Nixon assunse Jack Ruby su diretta raccomandazione di Lyndon Johnson.
Dunque, prima circostanza: sia Johnson, sia Nixon, conoscevano colui che, molti anni dopo, avrebbe chiuso la bocca, tra mille e una stranezza, all’unico “colpevole” ufficiale.
Tutto qui? Roger Stone vorrebbe far credere che l’assassinio di Kennedy fu progettato con tanto anticipo? Per giunta da due uomini che, in quel momento, non potevano immaginare che le loro carriere li portassero ad essere entrambi, uno dietro l’altro, presidenti degli Stati Uniti d’America?
A quanto pare le cose che Stone ha scritto vanno oltre queste che, anche se provate, non possono dire nulla sui fatti del 1963. Leggeremo il libro alla ricerca delle fonti. Sarebbe stato – anticipa Stone – Lyndon Johnson in persona, a insistere perché il viaggio di Kennedy a Dallas non venisse rinviato, nonostante le preoccupazioni dell’entourage presidenziale circa un possibile attentato. Sarebbe stato Johnson, nella sua qualità di vice-presidente, per esempio, a prendere la definitiva decisione circa il percorso del corteo presidenziale nel centro di Dallas. E il democratico Lyndon Johnson avrebbe favorito la successiva vittoria del repubblicano Richard Nixon in cambio dell’impegno dello stesso Nixon di non rimettere in discussione, in nessun caso, il risultato della “Commissione Warren“, quella che concluse rapidamente e perentoriamene l’indagine affermando che l’assassino era stato “un uomo solo”, cioè che non era esistito nessun complotto.
Oswald, nel frattempo era già stato liquidato (via Jack Ruby) e non potè mai chiarire ai giudici il significato della frase – l’unica frase che fu raccolta dai cronisti mentre veniva arrestato – “io sono soltanto un capro espiatorio”.
Fin qui le indiscrezioni sul libro di Stone: davvero poca cosa e tutta da dimostrare. E inficiate (a mio avviso), a quanto pare, dalla tesi – che l’autore sembrerebbe condividere – secondo cui Lee Harvey Oswald fu proprio lo sparatore unico di quella giornata.
Tesi che fa tanta acqua da molti pertugi.
Tant’è che l’inchiesta successiva alla Commissione Warren, quella dello House Committee on Assassinations, giunse alla conclusione che i cecchini furono almeno due, distruggendo di fatto le risultanze precedenti. Moltissimi critici della versione ufficiale hanno avanzato fondate ipotesi che i cecchini fossero parecchi di più.
James Fetzer, autore di tre studi accuratissimi, parla di ben sei diverse canne da fuoco impegnate in quei secondi, fatali per Kennedy e per l’America. E anche Fetzer ritiene che Lyndon Johnson fu parte del complotto. Ma siamo nel campo di ricostruzioni complesse che qui è impossibile riferire nei dettagli.
 
Quindi tutto, come si dice, da prendere con le pinze. Ma qualche cosa, anzi molte, sul ruolo di Lyndon Johnson nella vicenda, era già emerso nel corso dell’inchiesta ed è stato, come vedremo tra poco, ribadito anni dopo. Va detto che le conclusioni della Commissione Warren furono sottoposte, fin da subito (e negli anni successivi demolite, anche ufficialmente), a pesanti critiche da decine di indagini private, da ricostruzioni giornalistiche, da testimonianze che emersero successivamente, da documenti di impressionante evidenza che non solo dimostrarono l’esistenza di un vasto complotto per uccidere entrambi i fratelli Kennedy, ma indicarono i mandanti e gli esecutori.
Basti qui ricordare il film di Oliver Stone, JFK (1991), che fu realizzato sulla base dell’inchiesta condotta dal giudice distrettuale di New Orleans, Jim Garrison, dalla quale emerse gran parte di una trama delittuosa che aveva avuto i suoi autori nei vertici supremi dello Stato americano e delle lobby petrolifere che volevano imprimere alla politica americana una drastica virata imperiale.
 
Tra queste prove se ne aggiungono altre, molto bene documentate, del modo in cui si giunse alla stessa nomina di Earl Warren alla testa della famosa Commissione.
Warren era allora a capo della Suprema Corte degli Stati Uniti ed era considerato un onesto e incorruttibile funzionario. Scelta apparentemente perfetta, dunque, data la gravità del momento. La formazione della Commissione spettava all’ex vice-presidente e in quel frangente presidente: appunto LBJ. Ma Earl Warren non voleva quell’incarico e rifiutò per ben due volte la proposta di Johnson. Perché poi accettò? Lo rivelò Johnson in persona, involontariamente, in una conversazione telefonica con Richard Russell, senatore, anche lui riluttante ad accettare l’incarico di fare parte della Commissione. La registrazione venne pubblicata però soltanto nel 1997 (Michael R. Beschloss, “Taking Charge: The Johnson White House Tapes , 1963-1964”, New York, Symon & Shuster, pag 72) e merita di essere riprodotta per esteso.
Parla Lyndon Johnson: “Warren mi disse che non avrebbe accettato in nessun caso. Egli venne qui e mi disse di no due volte. Allora io tirai fuori quello che Hoover (allora direttore dell’FBI, ndr) mi aveva detto a proposito di un piccolo incidente a Mexico City.. Allora lui cominciò a piangere e disse: ‘Non voglio crearle dei problemi. Farò esattamente ogni cosa lei mi dirà di fare'”.
A quale incidente si riferisse Johnson non è dato sapere. Ma sarà utile ricordare che John Edgar Hoover fu l’inventore, si può dire, dei fascicoli segreti con cui aveva spiato tutto e tutti, all’epoca, a cominciare prima dalla famiglia Roosevelt, poi dalla famiglia Kennedy. Quello che è certo è che Warren capì al volo l’allusione. Allusione che servì a prendere due piccioni con una fava, cioè a convincere anche Russell a non rifiutare la nomina. In altri termini Johnson mise a capo della Commissione un uomo che si trovava sotto ricatto. E il ricattatore era proprio il presidente Johnson! Il quale, guarda caso, inserì nella Commissione Warren anche uno dei più accaniti nemici di John Kennedy: quell’Allen Dulles, direttore della CIA fin dal 1953, che era stato l’organizzatore di due riusciti colpi di stato in Guatemala e in Iran, e che era caduto in disgrazia dopo la fallita operazione della Baia dei Porci che avrebbe dovuto liquidare la rivoluzione cubana di Fidel Castro. Ed è qui, ripescando negli archivi documenti su documenti (opera questa volta di Russ Baker, un giornalista con i fiocchi, autore di un libro uscito negli USA nel 2009 e mai pubblicato in italiano, Family of Secrets, Bloomsbury Press) che entra in scena un terzo presidente degli Stati Uniti. E vi entra come il principale sospetto dell’ organizzazione dell’assassinio di John Kennedy e di suo fratello Robert.
Anche nella ricostruzione di Russ Baker Lyndon Johnson c’entra, eccome! Ma è questo terzo presidente USA, anche lui repubblicano, ma giunto al vertice ben 15 anni dopo le dimissioni di Richard Nixon, nel 1989, il maggiore indiziato. Stiamo parlando di George Bush padre, che qui – seguendo Baker – chiameremo “Poppy” per distinguerlo da altri membri della “famiglia” Bush.
 
Riprendiamo il filo del ragionamento. Allen Dulles aveva il dente avvelenato, ma non era l’unico.
Anche il vice direttore della CIA, Charles Cabell, era stato costretto alle dimissioni da Kennedy. Il fratello di Cabell, Earle, nel 1962 era nientemeno che il sindaco di Dallas, l’interfaccia locale dell’apparato messo in moto per la visita presidenziale. Coincidenze.
Tra coloro che non potevano sopportare i Kennedy c’era un grande amico di Dulles: il senatore Prescott Bush, padre di Poppy, il capostipite della famiglia che avrebbe governato l’America, sebbene con interruzioni, per sedici anni. Quando Dulles morì, nel 1969, in un messaggio alla vedova, Prescott scrisse queste parole, riferendosi ai Kennedy: «Non li ho mai perdonati». Lo scrisse sei anni dopo l’assassinio di Dallas e pochi mesi dopo l’assassinio di Robert Kennedy, di nuovo in circostanze misteriose e di nuovo per mano di un killer isolato e fatto poi passare per squilibrato.
 
Ma questo è solo un piccolo dettaglio. Proprio in quella fase Poppy Bush entrava in politica. Kennedy aveva vinto il suo primo mandato con un piccolo scarto. Nel 1964 ci sarebbero state nuove elezioni. Babbo Prescott puntava a lanciare il figlio. Gli stati cruciali, si sapeva, sarebbero stati due, Florida e Texas. La famiglia Bush scelse di mandare Poppy in Texas. Pochi sanno che George Herbert Bush aveva aperto il suo quartiere generale a Houston pochi mesi prima dell’attentato a Kennedy.

Pochi sanno che, quando John Kennedy fu ucciso, il capo del partito repubblicano in Texas era Poppy Bush. Pochi hanno ricordato che una delle ragioni che spinsero Kennedy a andare a Dallas fu proprio determinata dalla necessità di fronteggiare la prevedibile controffensiva repubblicana in quello stato. La famiglia Bush era molto ben connessa sia con Wall Street, sia con i petrolieri texani. E John Kennedy arrivava in terra nemica con due intenzioni provocatorie: quella della cancellazione della “oil depletion allowance” – che significava un colpo molto serio ai profitti dei petrolieri texani – e con l’esplicito sostegno dei diritti civili, tema assai male accolto in tutto il Sud americano.
La faccenda della “allowance”, soprattutto, costituiva una minaccia grave. John Kennedy aveva detto esplicitamente che avrebbe cancellato la bonanza del 27,5% concessa ai petrolieri texani. I quali potevano detrarre dalle tasse quasi un terzo dei profitti per i pozzi petroliferi che venivano esaurendosi.
 
Sufficiente per ucciderlo? Nessuno può affermarlo, ma come movente non era niente male. E poi c’è la questione: dov’era George “Poppy” Bush mentre Kennedy cadeva sotto i colpi dei fucili? Nessuno andò a verificare, per anni, le stranezze davvero ciclopiche di questa circostanza. Fino al 25 agosto 1988. Quel giorno, una settimana dopo che George “Poppy” Bush aveva accettato la nomination a candidato presidenziale per il Partito Repubblicano, apparve sul San Francisco Examiner un breve articolo, a firma Miguel Acoca, che rivelava l’esistenza documentata di una telefonata che Bush aveva fatto in quelle ore. Vale anche qui la pena di citare le parole esatte:
«Un individuo che è stato identificato come George H. W. Bush ha chiamato l’ufficio dell’FBI in Houston alcune ore dopo l’assassinio a Dallas del Presidente John F. Kennedy, al fine di riferire che un giovane repubblicano di destra aveva parlato di ‘uccidere il presidente’».
In realtà la strana telefonata fu fatta esattamente sette minuti dopo che Walter Cronkite leggesse il dispaccio dell’Associated Press che annunciava la morte di JFK.
 
 
L’FBI, con molta diligenza, aveva registrato anche l’indirizzo dell’autore della telefonata: 5525 Briar, Houston, Texas. Era l’indirizzo di colui che, nel 1988 era il vice-presidente degli Stati Uniti d’America. Sempre l’FBI si era precipitata a interrogare il giovanotto oggetto della denuncia di Poppy. Lo trovò subito. Si chiamava James Milton Parrott. Ma tutte le verifiche successive non condussero a nulla. Salvo una: che Parrott era un militante del Partito Repubblicano, che aveva frequentato l’ufficio di Poppy a Houston. E salvo un’altra: che l’agente FBI che raccolse la telefonata – tale Graham Kitchel – era assai vicino al capo dell’FBI, J. Edgar Hoover e che suo fratello George Kitchel era un vecchio amico di George H. W. Bush. Tutte coincidenze che, però, spiegano bene perché quella telefonata fu così tempestivamente e precisamente documentata. Questo vale per l’«allora». Ma quando, quindici anni dopo, Miguel Acoca si rivolge ai suoi uffici per avere conferme, o smentite, ecco la sopresa: in un primo tempo il vice-presidente in carica e ora ufficialmente candidato alla presidenza, nega di aver fatto quella telefonata. E poi un suo aiutante afferma che il presidente “non ricorda” di avere fatto quella telefonata. Russ Baker, con ragione, si stupisce: come è possibile una tale dimenticanza? Se l’atto fu innocente – e anzi potrebbe essere ben difeso come segno di responsabilità civica, di un capo politico che, in nome della giustizia, che giunge ad accusare un membro del suo stesso partito – perché nasconderlo?
Dunque restano valide le ipotesi peggiori: la telefonata, riesaminata retrospettivamente, sembra dire che, in uno dei momenti più delicati della storia americana, Poppy stava cercando di dirottare l’attenzione dell’FBI verso un vicolo cieco per le indagini. Ma questo è il meno.
 
Il “più” è che la telefonata fu fatta, alle ore 1:45 pm del 22 novembre, dalla cittadina di Tyler, qualche centinaia di miglia da Dallas, dove George H. W. Bush avrebbe dovuto tenere una conferenza di fronte ai soci del Kiwani Club. In tal modo Poppy riesce a infilare negli atti ufficiali dell’indagine sull’assassinio il fatto che egli non si trovava a Dallas mentre esso avveniva. Lo fa tirando in causa, molto stranamente, un suo indiretto collaboratore, che risulterà del tutto estraneo all’assassinio: una successione di atti, apparentemente sconnessi tra loro, che sembrano costruiti apposta, però, per depistare eventuali curiosità. Più che legittime, del resto, poiché risulta che Poppy era invece a Dallas la sera prima dell’assassinio; che dormì all’Hotel Sheraton, e ripartì solo la mattina successiva a bordo di un aereo privato che gli era stato messo a disposizione da Joe Zeppa, presidente della American Association of Oil Drilling Contractors (AAODC). Insomma la telefonata da Tyler appare essere stata concepita per occultare la presenza di Poppy a Dallas mentre parlava – guarda caso – con i petrolieri texani.
 
E fossero solo queste le “stranezze” – si ricordi: tutte emerse parecchi anni dopo quegli eventi, a dimostrazione che i depistaggi furono molto efficaci – del comportamento di Poppy!

Il 5 settembre 1976 – 13 anni dopo – George Bush era a capo della CIA e ricevette una lettera, firmata George de Mohrenschildt, dal cui testo appare che il suo autore è dispiaciuto di avere parlato, o forse straparlato, di Lee Harvey Oswald. E chiede aiuto. Il testo merita di essere riportato per esteso, poiché è evidente che si tratta di un disperato tentativo di ricatto. Niente meno? Uno sconosciuto, che si firma, tenta di ricattare il direttore della CIA?
«Può essere – scriveva de Mohrenschildt – che lei possa trovare una soluzione alla situazione disperata in cui mi trovo. Mia moglie ed io siamo circondati da certi sorveglianti, i nostri telefoni sono sotto controllo; siamo seguiti dovunque andiamo. Non so se l’FBI sia coinvolto in ciò, oppure se non vogliono accettare le mie proteste. Questa situazione ci fa impazzire ..
Ho cercato di scrivere, stupidamente e senza successo, riguardo Lee H. Oswald e presumo di avere irritato molta gente. Non lo so. Ma punire un vecchio quale io sono ormai e mia moglie, in preda a una crisi di nervi, è veramente troppo. Lei non potrebbe fare qualche cosa per toglierci di dosso questa rete che ci circonda? Questa sarà la mia ultima richiesta di aiuto e poi non la disturberò più».
 
La lettera – che esordiva con un “Caro George” – fu filtrata dagli uffici della CIA che ovviamente pensarono fosse un falso. Ma, per prudenza, chiesero al destinatario se, per caso, conoscesse questo de Mohrenschildt. Negli archivi c’è la risposta di Poppy, che – dati gli errori di battitura – sembra essere stata dattiloscritta personalmente da lui:
«Conosco questa persona De Mohrenschildt. L’ho incontrato (scrive men invece di met, ndr) nei primi anni ’40 (scrive 40’3, ndr). Era lo zio di un mio compagno di corso a Andover… Successivamente riemerse quando Oswald sparò sul vertice. Conosceva Oswald prima dell’assassinio del Pres. Kennedy. Non ricordo il suo ruolo in tutta questa faccenda».
Altra dimenticanza quasi impossibile. Anzi, per essere più precisi: del tutto impossibile.
Perché George de Mohrenschildt era molto di più che lo zio di un vecchio compagno di studi: era stato un socio in affari di Poppy Bush. E il suo interrogatorio era stato, seppure per una breve parentesi, uno dei momenti più intriganti dell’inchiesta sull’assassinio di JFK. In quel frangente era in corso una serie di inchieste contro gli abusi della CIA, in specie negli assassini di capi di stato esteri. E, proprio in quei mesi, e in relazione a quelle inchieste, si stava ripresentando l’ipotesi di riaprire anche l’inchiesta sull’assassinio di Kennedy. Pensare che il capo della CIA fosse così distratto in materia è fuori di ogni credibilità. Qui è palese che George H. W. Bush sta mentendo.
Inoltre, quando Bush dice che colui che scopriremo essere stato un suo vecchio amico e sodale “conosceva Oswald”, mente per difetto. Poiché non poteva non sapere che George de Mohrenschildt, dal 1962 al 1963 (cioè nell’ultimo anno prima dell’assassinio di Kennedy), era stato aiuto, guida, maestro e confidente di Lee Harvey Oswald, lo aveva aiutato a trovare lavoro, a cercare casa; lo aveva introdotto in diversi ambienti sociali di Dallas; frequentava la sua casa, e le rispettive mogli si conoscevano molto bene.
 
Del resto, che si conoscessero bene lo dimostra la lettera di risposta che George H. W. Bush manda all’altro George. Nella quale, cortesemente tranquillizzandolo, gli comunica di “non potere risolvere completamente” il suo problema.
Russ Baker (autore di questa documentata ricostruzione) commenta: «Per una persona che conosceva ciò che de Mohrenschildt conosceva, una tale notazione dev’essere stata terrificante».

Meno di sei mesi dopo George De Mohrenschildt si uccideva con un colpo di fucile alla bocca. Conclusione del medico: suicidio. L’ex moglie di de Mohrenschildt, Jeanne (agente della CIA) in una intervista al Fort Worth Star-Telegram dell’11 maggio 1978, disse che non riteneva credibile la tesi del suicidio; aggiunse che Oswald era stato un agente della CIA; che secondo lei non era lui l’assassino di Kennedy. E, per quanto concerneva se stessa, aggiunse: «Può darsi che raggiungano anche me, ma non ho paura (.) E’ tempo che qualcuno dia un’occhiata a questa faccenda.»
 
Infatti il Senato americano, il 17 settembre 1976, dopo mesi di infuocate discussioni, aveva deciso di riaprire l’inchiesta, seppure in una forma soft, indiretta, costituendo l’House Select Committee on Assassination (HSCA). Basta confrontare le date e si vede che la lettera a Bush di George de Mohrenschildt anticipa di qualche giorno la decisione istitutiva dell’HSCA. Il rischio era altissimo che George venisse richiamato a testimoniare. E nella lettera egli fa un riferimento indiretto a questa eventualità laddove parla di cose che egli avrebbe “scritto”, o detto, a proposito di Oswald, che “possono avere irritato parecchie persone”. Ma George de Mohrenschildt non aveva pubblicato nulla. Dunque la frase va letta invertendo i termini: potrei dire cose che irriteranno parecchie persone.
Non aveva torto. Nelle settimane che precedettero la sua controversa morte, l’HSCA aveva nominato un investigatore speciale per il suo interrogatorio, Gaeton Fonzi. Che arrivò tardi all’appuntamento.
E non fu l’unica morte improvvisa, tra coloro che avrebbero potuto essere nuovamente interrogati, o interrogati per la prima volta. Ci fu un altro stretto amico di George de Mohrenschildt a lasciarci la pelle. Si chiamava Paul Raigorodsky, fuoruscito di Russia molti anni prima e divenuto facoltoso petroliere texano, anima della comunità texana dei fuorusciti russi, connesso con tutte le operazioni della CIA in America Latina, sostenitore del Partito Repubblicano, uno dei padroni di Dallas. Il 22 novembre 1976, accettò di farsi intervistare da Michael Canfield sul tema dell’assassinio di JFK. Anche lui rientrava nel novero dei possibili inquisiti, o testimoni informati degli eventi. Le sue risposte non furono interessanti: “Ho detto tutto ciò che sapevo alla Commissione Warren. Ma qual è la ragione del suo interesse per queste faccende?”. Canfield riferì di avergli risposto così: “Oh, sono semplicemente curioso, ecco tutto”. Raigorodsky replicò: «Ma lei non lo sa che fu la curiosità a uccidere il gatto?»
Raigorodsky fu trovato morto il 16 marzo 1977, prima di poter essere interrogato dalla HSCA. Referto medico: cause naturali. Non fu la curiosità a uccidere lui.
 
E ora, con l’aiuto di Russ Baker, tiriamo le conclusioni. Oswald dice di essere stato un “capro espiatorio” e viene ucciso subito dopo da Jack Ruby. «Come molti pedoni di ultimo rango nella guerra tra servizi segreti», nota Baker, egli avrebbe potuto non conoscere affatto per chi stava lavorando e perché. Sappiamo che fu condotto per mano in varie e contradditorie avventure. Avrebbe potuto pensare di far parte di una cospirazione, mentre in realtà era guidato a prendere parte a un’altra, in cui sarebbe morto. Uno di questi “guidatori” fu sicuramente George de Mohrenschildt, una specie di copia – ma molto più astuta e consapevole – di Oswald, anche lui agente della CIA, petroliere, ricco, ma anche personalità a molte facce, tutte utili allo sviluppo di diversi disegni.
Lo scrittore Norman Mailer – un altro che non ha mai creduto alla storia dell’assassino unico – nel suo “Oswald’s Tale”, gli dedicò un ritratto esaustivo, di persona «eclettica, che amava rappresentarsi, ad un tempo, come di destra, di sinistra, come un moralista e un immoralista, come un aristocratico e un nichilista, uno snob, un ateo, un repubblicano e un ammiratore di Kennedy, un desegregazionista, un intimo dei petrolieri, un bohemien, un socialistoide e, in più, una volta all’anno, un apologeta del nazismo». Nel suo libretto d’indirizzi trovarono il nome di George Bush, Poppy per gli amici, quando era a capo della “Zapata Oil”. Perfino i rapporti dei servizi segreti americani, negli anni delle sue intense relazioni con i petrolieri di Dallas, lo consideravano personaggio equivoco, possibile doppio e triplo agente. La guida ideale per preparare Lee Harvey Oswald a compiere qualche cosa che avrebbe dovuto apparire come inesplicabile, frutto di uno squilibrato, ma forse frutto di un attentato comunista, vuoi sovietico, vuoi cubano. Queste cose si decidono all’ultimo momento, secondo convenienza. E, se le cose vanno per il verso storto, si liquida il pedone. Ma per liquidare il pedone stupido ce ne vuole un altro, qualche volta meno stupido, ma che non può sottrarsi alla bisogna. Se parlerà si liquiderà anche il secondo pedone, al quale si lascia la speranza che possa sopravvivere.
 
Jack Ruby, sparò, e sperò. Solo dopo il suo processo si lasciò sfuggire qualche cosa. Leggete questo dialogo, con un giornalista, e traetene le conclusioni:
Ruby: «Nulla di ciò ch’è accaduto è emerso alla superficie. Il mondo non conoscerà mai i fatti veri che sono accaduti e i miei motivi. Le persone che avevano molto da guadagnare avevano anche molti motivi per mettermi nella posizione in cui mi trovo, e costoro non consentiranno mai a che il mondo conosca cosa accadde».
Giornalista: «Questa gente si trova in posizione di potere, Jack?»
Ruby: «Sì» (Si può vedere qui la dichiarazione di Jack Ruby:
 
 
ndr).
 
Riassunto (con avvertenza, a chi volesse conoscere meglio le connessioni che qui sono solo accennate, di accedere al sito familyofsecrets.com, che contiene tutta l’informazione circa le fonti e anche gli updates emersi nel frattempo):
 
  1. Poppy Bush era in stretti rapporti d’interessi con la lobby petrolifera texana, che voleva togliere di mezzo i Kennedy. Molti dei personaggi cruciali del network segreto in Texas, che era stato costituito da tempo e che entrò in azione il 22 novembre 1963, erano suoi compagni di partito o ex soci in affari, suoi personali o della famiglia Bush, a cominciare dal padre Prescott. Tra questi, tre personaggi-chiave furono Neil Mallon (Republic National Bank); Allen Dulles, ex capo della CIA; John Edgar Hoover (capo dell’FBI che lavorava in coppia con il vice-presidente Lyndon Johnson). Di quest’ultimo già s’è parlato. Immediatamente al di sotto, nel complotto, ci fu Jack Crichton, candidato anche lui del Partito Repubblicano, che si prevedeva avrebbe corso in coppia con Poppy, che dava ordini al Dipartimento di polizia di Dallas. L’autista che guidava il veicolo in testa al corteo presidenziale si chiamava George L. Lumpkin, era vice capo della polizia di Dallas e intimo amico di Crichton. Ma era anche membro della Army Intelligence Reserve Unit. Al suo fianco era seduto George Whitmeyer, ufficiale dell’esercito e comandante delle unità della Army intelligence Reserve di tutto l’est Texas, alle dirette dipendenze di Jack Crichton. Whitmeyer non era sulla lista approvata dal Servizio Segreto per guidare il corteo presidenziale. E si noti infine che George L. Lumpkin fece fare una sola sosta al corteo, fermandosi (“per chiedere un’informazione” (sic) a un agente della polizia stradale) proprio all’incrocio tra Houston and Elm Streets, di fronte al Depository Building dove stava Oswald). Jack Chricton era stato il fondatore, della “Dallas Civil Defense”, un’organizzazione ferocemente anticomunista, che il 1 aprile 1962 aveva installato un comando clandestino sotto il patio del Museo di Scienze e Salute di Dallas. Il luogo da dove, presumibilmente, fu guidata l’operazione 22 novembre 1963. Della “Dallas Civil Defense” erano parte numerosi agenti della CIA e dell’FBI, oltre che della polizia cittadina. Non risulta che la Commissione Warren o qualcuno degl’investigatori dell’epoca abbia mai visitato questo sito.
  1. Poppy Bush era a Dallas la sera del 21 novembre, e molto probabilmente anche la mattina del 22. E cercò di occultare questa circostanza. Mentre appare evidente che, con la telefonata da Tyler, cercò di crearsi un alibi.
  2. Poppy Bush era amico personale di George de Mohrenschildt, ma cercò di occultare anche questa circostanza.
  3. Chrichton era anch’egli amico di George de Mohrenschildt, e entrambi erano amici di D. Harold Byrd, proprietario della Texas School Book Depository, l’edificio dal quale Oswald avrebbe sparato a Kennedy.
  4. Harold Byrd propose al custode della Depository di assumere Oswald poche settimane prima dell’attentato.
  5. Oswald fu presentato per l’assunzione da un amico di de Mohrenschildt, che aveva legami di parentela con Allen Dulles.
 
Di tutto ciò la Commissione Warren, in parte, sapeva, ma fece finta di non sapere e non indagò. Quel poco che se ne sa emerse anni, anzi decenni dopo, quando Poppy Bush ritentò la carta della presidenza e qualcuno, forse, cercò di fermarlo. In ogni caso Poppy Bush fu presidente e suo figlio George ripetè l’exploit del padre. E nessuna verità è emersa fino ad ora, nemmeno con Barack Obama, democratico e nero.
 
Il che conferma molte delle mie conclusioni, che coincidono esattamente con quelle di Russ Baker. Tra queste una è evidente: il Presidente degli Stati Uniti, chiunque egli sia, ha meno potere personale di quanto si pensi. Il suo potere reale è un derivato delle lobby che lo hanno eletto. Nel caso dei Kennedy, essi furono eliminati perché la loro lobby fu soverchiata da interessi troppo potenti. E perché entrambi, specie Robert, erano prodotti anomali dell’establishment, non disinnescabili, pericolosi. Dunque non da sconfiggere (come nel caso di Nixon), ma da uccidere. Nel caso dei Bush, la loro ascesa al potere americano, fu (ed è, perché il loro potere non è affatto finito) nella potenza della “famiglia” e dei suoi legami.
 
Un’altra conclusione è evidente: il ricorso sistematico alla teoria del “lupo solitario” che uccide. Valse per Lee H. Oswald vs. Jack Kennedy, valse per Sirhan B. Sirhan vs. Robert Kennedy, valse per James E. Ray vs. Martin Luther King, valse per Osama bin Laden vs. le Torri Gemelle e il mondo intero. Non importa se le risultanze, in seguito, smentirono le versioni ufficiali, poiché ciò che conta, sempre, è la prima versione che viene offerta al grande pubblico. I media sono sempre stati, in tutti questi casi, complici della “distrazione delle masse”. E’ attraverso di loro che si è sempre cercato di seppellire nel ridicolo tutti coloro che dissentivano, bollandoli con la qualifica dispregiativa di “teorici della cospirazione”. Marshall McLuhan diceva che «solo i piccoli segreti vanno protetti. Per quelli grandi sarà sempre sufficiente l’incredulità della gente.» Su questo fanno leva i grandi media.
Il che ci porta a una conclusione semplice: bisogna cominciare a sottoporre i media a una lotta senza quartiere.

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IG FARBEN, BAYER, BUSH, NAZISMO, DROGHE FARMACEUTICHE E LA EUGENETICA. DAL ROCKEFELLER CLUB ALLA NASCITA DEL BILDERBERG E DELLA TRILATERAL COMMISSION

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La Fonte ed il Fine delle Due Guerre Mondiali

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La Fonte ed il Fine delle Due Guerre Mondiali

Introduzione

Quando il potere morale della Chiesa sulla società civile diminuisce, la ‘contro-chiesa’, ossia la “sinagoga di satana” (Apoc., II, 9), che dirige le forze occulte (massoneria, plutocrazia e modernismo) e le forze visibili (democrazia e bolscevismo) nella guerra contro Cristo, occupa il suo posto e dirige, da dietro le quinte, le vicende storiche, finanziarie, sociali e politiche dell’umanità.

Il giudaismo talmudico si trova alla fonte di tutte queste forze (cfr. J. Lémann, L’entrée des Israelites dans la société française, Parigi, 1886), la sua ideologia consiste nella vendetta, nel non-perdono, nel non-oblio. Esso vive in un “passato che non passa” (Sergio Romano, Lettera a un amico ebreo, Milano, Longanesi, 1997) e si serve del presente per vendicarsi dei torti che ha subiti, i quali nella maggior parte dei casi sono stati dovuti ad una reazione dei Paesi alla preponderanza e prepotenza israelitica immischiatasi nei loro affari (cfr. Bernard Lazare, tr. it., L’antisemitismo. La sua storia e le sue cause, Verrua Savoia, CLS, 1999).

Il dominio del mondo da parte d’Israele è il cuore della letteratura millenaristica rabbinica o Apocalittica giudaica, nata 175 anni prima di Cristo, la quale portò al rifiuto di Gesù, che perdura tuttora nel giudaismo talmudico ed ha giocato un ruolo di primo piano nella prima e seconda guerra mondiale.

Monsignor Antonino Romeo scrive che la materia dell’Apocalittica è ideologica, politica ed escatologica, essa tratta «della finale rivincita d’Israele sulle forze del male; della vendetta sulle Genti e della restaurazione gloriosa di Israele. […]. Il Regno di Dio riveste generalmente l’aspetto nazionalistico-terreno: schiacciante rivincita di Israele, colmo per sempre di prosperità e di dominio». Il regno di Israele o del Messia, che coincide con la Nazione giudaica, «sarà di questo mondo, […], e riporterà l’Eden quaggiù. In tale concezione giudaica […] il Messia è rappresentato come un re ed un eroe militante. […]. Mai il Messia è intravisto come redentore spirituale, espiatore dei peccati del mondo». In breve «il tema supremo appare in funzione esclusiva della glorificazione di Israele, la ‘fede’ è l’impaziente attesa della bramata vendetta sulle Genti. L’aspirazione all’unione con Dio, l’amore di Dio e del prossimo esulano completamente da questi scritti Apocalittici, che fomentano la passione di rivincita e di dominio mondiale. […]. Verso le Genti gli Apocalittici sono implacabili: ogni compassione per loro passerebbe per debolezza di fede. […]. I ‘veggenti’ dell’Apocalittica infieriscono, con voluttà feroce, con odio insaziabile. Le “apocalissi” assumono un posto decisivo nell’astiosa propaganda contro le Genti; sono ordigni di guerra […]; al contrario del Vangelo (Mt. VI, 34), la religione apocalittica ha un solo cruccio e ansia: l’Avvenire […] gli Imperi delle Genti si annienteranno a vicenda finché il dominio universale non passerà a Israele». Ne consegue «il particolarismo giudaico, condannato dal Vangelo. Il più ambizioso nazionalismo vi rincara le sue pretese. Le Genti vi sono più disprezzate ed odiate che mai: il fosso tra Israele ed esse si trasforma in abisso».

Secondo alcuni esegeti (J. Klausner) l’Apocalittica “funge da collegamento tra il Vecchio Testamento e il Talmud” e il “suo esoterismo l’accosta alla Cabala” (Romeo/Spadafora, cit.). Tuttavia, specifica monsignor Romeo, «l’Apocalittica ha falsificato il Vecchio Testamento e, abbassando l’ideale messianico dei Profeti, ha ostruito le vie al Vangelo, ha predisposto i Giudei a respingere Gesù. Presentando un Messia che ridona a Israele l’indipendenza politica e gli procura il dominio universale, l’Apocalittica accentuò il particolarismo nazionalistico e spinse Israele alla ribellione contro Cristo e contro Roma, quindi al disastro».

Monsignor FRANCESCO SPADAFORA qualifica l’Apocalittica come «odio atroce contro i Gentili, morbosa attesa della rivoluzione e della liberazione futura di Israele. All’Apocalittica si deve la formazione del più acceso nazionalismo ebraico, che sfocerà nella ribellione all’Impero romano. Tramite essa si spiega la fiducia cieca dei Giudei per straordinarie rivincite nazionali vaticinate dai ‘falsi profeti’».

L’Abate GIUSEPPE RICCIOTTI scrive: «ai veri ‘Profeti’ dell’Antico Testamento erano succeduti i falsi ‘veggenti’ dell’Apocalittica: i Rabbini, gli Scribi e i Farisei; ma l’opera di costoro non poteva sostituire adeguatamente quella dei primi. […]. Il Profeta, sotto l’azione dello Spirito Santo, era una “fonte di acque vive” (Ger. II, 13), lo scriba incanalava quelle acque facendole confluire nello stagno della casuistica. […]. I Profeti avevano parlato condizionatamente, e in particolar modo avevano annunciato le grandi promesse di Dio al popolo d’Israele in dipendenza dell’atteggiamento futuro di costui. L’Apocalittica al contrario non conosce condizioni; ciò che fu vaticinato deve avverarsi infallibilmente».

Ora nei primi anni del Novecento l’Europa avendo raggiunto il culmine del suo predominio divenne l’obiettivo dell’odio talmudico. Certamente si affacciavano sulla scena mondiale il Giappone a est e gli Usa a ovest, ma il predominio europeo non era ancora messo in seria discussione. Quindi l’Europa andava distrutta.

Fu così che nel 1914 l’Europa precipitò nella tragedia della prima guerra mondiale, la quale segnò l’inizio della sua decadenza. Tra le cause del primo conflitto vi furono certamente la vendetta (“revanscismo”) della Francia contro la Germania per la sconfitta subita nel 1870 e lo spirito esageratamente nazionalistico (“pangermanesimo”) del Kaiser tedesco Guglielmo II, che lo portò a sfidar l’Inghilterra puntando al predominio della flotta germanica sui mari e avviando un forte incremento di essa. Francia e Inghilterra si allearono nel 1904 e nel 1907 l’alleanza si allargò alla Russia. L’Europa si era divisa in due blocchi, con gli Imperi centrali accerchiati a occidente da Francia e Inghilterra e ad oriente dalla Russia.

Tuttavia non si può non tener conto dell’influsso della massoneria e dell’alta finanza, che ritenevano il Novecento il secolo del progresso, il quale avrebbe portato a compimento l’opera iniziata dalla Rivoluzione francese, in cui gli Imperi tradizionali non potevano più sussistere per lasciare il posto alla modernità.

Alcuni autori seri hanno dimostrato, appoggiandosi su fatti e documenti citati nei loro libri, che l’entrata in guerra degli Usa nel 1917 e nel 1941, decisiva per la vittoria dei suoi alleati data la sua preponderanza economica, è stata facilitata dall’influsso delle potenti lobby ebraico/americane.

La prima guerra mondiale

Nel 1917 Francia e Inghilterra si trovavano in seria difficoltà e rischiavano di perdere la prima guerra mondiale contro la Germania, la quale si era liberata dal fronte russo-zarista a causa della rivoluzione bolscevica dell’ottobre 1917 ed aveva investito il fronte occidentale con tutta la sua forza. Francia e Inghilterra furono salvate dalla disfatta grazie all’entrata in guerra degli Usa.

L’Inghilterra aveva imposto il blocco agli Imperi centrali dei rifornimenti via mare non solo di armi, ma anche di generi alimentari e materie prime. La Germania, che possedeva una potente flotta di sommergibili, dichiarò un contro-blocco attraverso la guerra sottomarina totale ad ogni nave (anche neutrale) che navigasse verso le coste britanniche, la quale avrebbe potuto essere affondata dai sommergibili germanici senza preavviso.

Gli Usa protestarono e minacciarono l’intervento (che avrà luogo soltanto il 7 dicembre del 1917) contro la Germania già in seguito all’affondamento della nave inglese Lusitania, in cui avevano trovato la morte molti passeggeri americani, da parte di un sommergibile tedesco il 7 maggio del 1915. La Lusitania trasportava, oltre ai passeggeri, anche un carico di armi nascosto nella stiva. Così la Gb restò padrona dei mari e poteva rifornire se stessa e le forze alleate mentre gli Imperi centrali erano in gravi difficoltà logistiche.

Tuttavia la Germania i primi giorni del gennaio 1917 ricominciò la guerra sottomarina totale contro le navi che rifornivano la Gb, sperando che questa crollasse prima che gli Usa si mobilitassero e arrivassero in Europa, ma le cose andarono diversamente e il dicembre del 1917 gli Usa sferrarono l’attacco decisivo contro gli Imperi centrali. Il 1918 fu l’anno della fine degli Imperi autoritari e del trionfo delle democrazie liberali, protestanti e giudaico-massoniche anglo/americane.

Molto interessante, poiché al di sopra di ogni sospetto, è il libro dell’ebreo sionista Samuele Landman, Great Britain, The Jews and Palestine (New Sionist Press, Londra, 1936). Questo libro porta le prove dettagliate dell’influsso decisivo ebraico nell’entrata in guerra degli Usa nel 1917. Vediamole brevemente.

Dal 1914 al 1917 i dirigenti sionisti fecero molti sforzi andati a vuoto per spingere gli Usa all’intervento bellico. Finalmente nel 1917 la “Dichiarazione Balfour” autorizzava gli ebrei a rientrare in Palestina in massa e a fondarvi un “focolare ebraico”. Sir Herbert Samuel in una conferenza intitolata L’Inghilterra e la Palestina pubblicata dalla Jewish Historical Society (Londra, 1936) raccontò come i politici inglesi nel 1916 iniziarono una serie di incontri riservati con i dirigenti sionisti americani sulla base di un “do ut des”, ossia: se voi inglesi ci date la Palestina, sulla quale avete un mandato, noi ebrei americani vi promettiamo di far entrare gli Usa in guerra a fianco di voi. Così le sorti della prima guerra mondiale vennero ribaltate a sfavore della Germania e a favore dell’Inghilterra e della Francia.

Il ‘Documento Landman’ confermato dalla ‘Conferenza Samuel’ ci mostrano: 1°) quale potere avesse il giudaismo sugli Usa e la Gb; 2°) come la prima guerra mondiale abbia contribuito alla fondazione dello Stato d’Israele compiuta dopo la fine della seconda guerra mondiale (15 maggio 1948).

La prima guerra finì nel 1918 con la sconfitta della Germania imperiale e dell’Austria-Ungheria.

Il potere ebraico, che si era manifestato occultamente nel 1916/17, si mostrò più apertamente durante il Trattato di Versailles, che fu elaborato dal 28 al 30 giugno del 1917 presso il Congresso del “Grand’Oriente di Francia” a Parigi, in cui si gettarono le basi del trattato di pace, il quale avrebbe dovuto concludere la prima guerra mondiale ed avrebbe preparato la seconda date le condizioni inique e spietate imposte alla Germania.
Queste saranno le conseguenze della seconda guerra mondiale:

1°) son nati formalmente la ‘Società delle Nazioni’, poi ‘Onu’ (nel 1919 su proposta del Presidente americano Woodrow Wilson) e lo Stato d’Israele, che assieme agli Usa ci sta portando alle soglie di una terza guerra mondiale (v. Siria/Iran 2013);

2°) il bolscevismo ha occupato, con il placet anglo/americano, mezza Europa orientale;

3°) l’americanismo ha corrotto e poi distrutto la civiltà dell’Europa occidentale;

4°) il modernismo è penetrato nell’ambiente ecclesiale sino ai massimi vertici grazie all’influsso del Bené Berit (la massoneria ebraica).

Léon de Poncins (Socièté des Nations, super-Etat maçonnique, Parigi, Beauchesne, 1936) ha riassunto le deliberazioni del Congresso massonico di Parigi del 1917 in pochi punti precisi:

1°) la guerra mondiale del 1914-18 è stata trasformata dalla giudeo-massoneria in una guerra sociale o di classe, che ha favorito il social comunismo bolscevico e la democrazia plutocratica liberistica anglo-americana, entrambi diretti da pochi elementi dell’ebraismo;

2°) ha abbattuto gli Imperi europei e lo zarismo;

3°) ha diminuito l’influsso sociale della Chiesa sull’Europa e sul mondo;

4°) ha compiuto gli ideali della Rivoluzione francese del 1789 con l’attuazione dei Diritti dell’Uomo e la negazione di quelli di Dio;

5°) ha segnato il trionfo del giudaismo talmudico dandogli la Terra Santa dalla quale era stato espulso nel 135 d. C.

La seconda guerra

Frattanto tra il 1918 e il 1933 in Germania, gravata dalle imposizioni del trattato di Versailles e sprofondata nel caos e nell’anarchia, l’ebraismo era diventato il caporione della politica, della finanza e dell’istruzione.

Quando Hitler prese il potere nell’aprile 1933 introdusse nella legislazione germanica la “clausola ariana” di marca razziale-biologica per porre freno allo strapotere dell’ebraismo in Germania. In tre anni, scrive Léon de Poncins, “il giudaismo internazionale operò il più straordinario ribaltamento ideologico e politico del secolo XX. Convinse il mondo ad entrare in guerra contro la Germania. Aderirono la plutocrazia anglosassone e americana, la massoneria europea e il giudaismo sovietico, che ottenne l’entrata dell’Urss di Stalin nella Società delle Nazioni nel 1934: la Germania era accerchiata” come nel 1914.

Georges Batault scrive: “Lo Stato tedesco venne conquistato dall’ebraismo finanziario e rivoluzionario dopo la fine della prima guerra. […]. La sua preferenza andava verso gli Stati democratici e liberali, mentre mal si accordava con gli Stati forti e autoritari. La potenza del giudaismo è inversa alla potenza dello Stato che lo ospita, esso tende a formare uno ‘Stato nello Stato’ e quindi vuole disgregare le Nazioni ben costituite e forti e tende a rovinare la potenza degli Stati”.

Nel luglio del 1933 ad Amsterdam aveva avuto luogo la Conferenza internazionale del “Congresso Mondiale Ebraico” con il fine di organizzare il boicottaggio economico mondiale della Germania (cfr. New York Times, 7 agosto 1933). Il Presidente di questo Congresso era l’ebreo statunitense Samuele Untermayer di New York, il quale dichiarò che per il giudaismo si trattava di una “guerra santa” nella quale gli Usa grazie al Presidente Roosevelt avrebbero giocato la parte principale.

L’ebreo tedesco Emil Ludwig ha parlato di una nuova “Santa Alleanza” tra Usa, Gb e Urss contro Germania e Italia per la fondazione degli “Stati-Uniti Socialisti d’Europa”. Léon de Poncins ne conclude: “la seconda guerra mondiale è stata una guerra di ‘religione’, in cui occorreva distruggere l’eretico dopo aver condannato la sua falsa fede” (Top secret, cit., p. 62).

Non mi pare verosimile che Francia e Inghilterra abbiano dichiarato guerra alla Germania nel 1939 solo a causa dell’invasione di metà della Polonia, perché questa fu invasa contemporaneamente anche dall’Urss, alla quale nessuno dichiarò guerra, anzi con la quale ci si alleò contro la Germania. Inoltre a conflitto terminato la Polonia fu consegnata interamente assieme all’Europa orientale nelle mani di Stalin proprio da Usa e Gb.
Per questo motivo, dopo la sconfitta militare del III Reich (9 maggio 1945) e la distruzione della Germania tramite bombardamenti a tappeto sulla popolazione civile, si volle istituire un processo che condannasse (analogamente al Trattato di Versailles del 1919) i soli militari germanici come criminali. Fu il famigerato processo-farsa di Norimberga.

Il bombardamento di Dresda

La vulgata afferma che gli alleati bombardarono la Germania come ritorsione ai primi bombardamenti di questa sul suolo inglese abitato da civili. Léon de Poncins osserva che al processo di Norimberga i tedeschi stranamente non furono accusati di questo crimine e che finalmente col passar degli anni si è arrivati alla certezza storica che la vulgata antigermanica è una enorme falsità. Infatti il Maresciallo dell’aviazione britannica sir Hugh Trenchard aveva lanciato per primo l’idea di distruggere la nazione tedesca bombardando a tappeto le città aperte e non gli obiettivi militari.

Dal 3 settembre 1939 sino al 11 maggio 1940 gli alleati si attennero alle regole convenzionali di bombardare solo obiettivi militari. Dall’11 maggio 1940 sino al 1942 essi cambiarono strategia e attaccarono obiettivi civili – dietro suggerimento di un cattedratico israelita rifugiatosi in Inghilterra dalla Germania, il professor Frederick Lindemann (divenuto consigliere privato di Churchill) – ed iniziarono a bombardare massicciamente i quartieri popolari e operai delle città tedesche allo scopo di fiaccare il morale della Germania. Da marzo 1942 sino all’aprile 1945 il piano Lindemann fu applicato col massimo rigore e la più efferata ferocia su Amburgo (27-28 luglio 1943), Lubecca e Colonia per terminare con Dresda (13-15 febbraio 1945).

Il bombardamento di Dresda fu il più atroce di tutta la seconda guerra, paragonabile a quello di Hiroshima. Dresda era una città di circa 600 mila civili più altri 500 mila rifugiati da altre città distrutte ai confini col fronte sovietico, che avanzava contro la Germania. Nessun militare germanico era presente a Dresda nel febbraio del 1945, come pure nessun centro di mezzi militari o di obiettivi bellici si trovava nelle sue vicinanze. Bombardando Dresda gli anglo/americani mostrarono ai sovietici che erano veramente alleati alla pari e che li aiutavano a “vincere” una popolazione di civili e feriti, favorendo l’avanzata sovietica in Germania per consegnarne scientemente metà al bolscevismo.

La notte dal 13 al 14 febbraio 1945 circa 1. 400 aerei bombardieri inglesi attaccarono Dresda per tutta la notte senza interruzione sganciando circa 650 mila bombe su di essa; le fiamme erano visibili a 300 km di distanza. Il 14 febbraio mattina gli aerei inglesi si ritirarono e subentrarono 1. 350 bombardieri americani, che mitragliarono continuamente le colonne dei civili sopravvissuti, i quali cercavano scampo lasciando la città in fiamme. La notte del 14 l’aviazione inglese attaccò la città di Chemnitz limitrofa a Dresda, nella quale si erano rifugiati i sopravvissuti ai bombardamenti su Dresda, i morti furono circa 150 mila, per la maggior parte bambini, donne e anziani. Tuttavia non si ottenne l’effetto sperato: l’abbattimento del morale dei tedeschi e la loro insurrezione contro il III Reich; anzi fu esattamente il contrario: i tedeschi (donne, bambini e vecchi) si mostrarono disposti a combattere sino all’ultimo sangue contro un nemico talmente feroce, che voleva la distruzione di ogni tedesco e così fu sino al 9 maggio del 1945. Vi furono anche molte proteste da parte della Svizzera, Svezia e dell’arcivescovo cattolico della città di Chichester in Inghilterra, ma tutto venne messo a tacere.

Il processo di Norimberga

Molte informazioni su questo processo apparentemente democratico/americano e realmente bolscevico/staliniano le troviamo nel libro autobiografico del Presidente del “Congresso Ebraico Mondiale” dr. Nahum Goldmann intitolato Memories (Londra, Weidenfeld & Nicolson, 1970), in cui l’autore si vanta di essere stato il primo ad aver lanciato l’idea di una corte di giudizio destinata a punire i militari tedeschi come criminali, fondandosi sull’idea di responsabilità collettiva e di tutti i tedeschi nelle decisioni del loro Führer.

Si noti che il medesimo Nahum Goldmann, Presidente del “Congresso Mondiale Ebraico”, negli anni Sessanta ha influenzato in senso giudaizzante il Concilio Vaticano II, negando, questa volta, la colpevolezza collettiva dell’ebraismo rabbinico nell’uccisione di Gesù decretata dal suo Sommo Sacerdote Caifa e ratificata dalla folla presso il pretorio di Pilato col grido: “che il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli” (Mt., XXVII, 25). Infatti – come scrive lui stesso – incontrò il card. Agostino Bea a Roma il 26 ottobre 1960, il quale chiese a Goldmann una bozza per il futuro documento del Concilio sui rapporti cogli ebrei (Nostra aetate) e sulla libertà religiosa (Dignitatis humanae). Il 27 febbraio 1962 il memorandum fu presentato a Bea da Nahum Goldmann a nome della Conferenza Mondiale delle Organizzazioni Ebraiche. Come si vede i vincitori della seconda guerra mondiale hanno portato la sovversione sin dentro l’ambiente ecclesiale (1962-65) e poi in interiore homine con il 1968, guidati dal giudaismo internazionale e dall’ebraica ‘Scuola di Francoforte’.

Perciò non è esagerato affermare che il giudaismo mondiale nel secondo dopoguerra ha contribuito in massima parte a distruggere materialmente e intellettualmente la civiltà greco/romana classica e cristiana nell’Europa occidentale ed ha bolscevizzato l’Europa orientale. L’americanismo giudaizzante ha trionfato sulla vecchia Europa e si appresta oggi a sovvertire i governi forti (come aveva fatto nel 1914 e 1939 con quelli europei) del mondo arabo mediterraneo: Egitto, Libia, Tunisia, Libano e Siria per regnare sul mondo intero.

Per quanto riguarda il processo di Norimberga, L. de Poncins (Top secret, cit., p. 92) – scevro da ogni simpatia per il nazionalsocialismo – fa notare oggettivamente (citando l’edizione inglese dell’autobiografia di Nahum Goldmann, p. 216 ss.) che

1°) l’idea di punire i militari tedeschi per “crimini contro l’umanità, la pace e di guerra” era estranea al diritto internazionale e fu introdotta nel novembre del 1945 sei mesi dopo la fine della guerra;

2°) molti giuristi erano contrari a condannare qualcuno per crimini che non erano punibili quando furono commessi;

3°) inoltre, prima di Norimberga, i subordinati non potevano essere condannati per aver obbedito agli ordini dei superiori.

Altre anomalie del processo di Norimberga furono le seguenti:

1°) a Norimberga non vi era un tribunale neutro che non avesse partecipato al conflitto, ma uno stato-maggiore degli eserciti vincitori i quali giudicavano, senza possibilità di ricorrere in appello, i militari sconfitti;

2°) gli atti dei tedeschi che erano considerati “crimini di guerra” non potevano essere usati dai loro avvocati difensori per essere applicati ai vincitori (bombardamenti su popolazioni civili, bombe atomiche…): era assolutamente proibito applicare il principio giuridico del “tu quoque / ciò per cui mi accusi lo hai fatto anche tu”;

3°) la presenza dei sovietici a Norimberga imbarazzava molti giuristi, dato che i crimini dello stalinismo erano conosciuti nel mondo intero;

4°) i tedeschi furono condannati anche per l’eccidio di 20 mila ufficiali polacchi a Katyn commesso dai sovietici che da boja divenivano accusatori e rendevano i tedeschi da vittime carnefici (L. de Poncins, Top secret, cit., p. 100-102; D. Irving, Norimberga ultima battaglia, tr. it., Roma, Settimo Sigillo, 2002).

Si noti attentamente che Nahum Goldmann lanciò già nel 1941 – durante il terzo anno di guerra – nel suo discorso di apertura della “Conferenza pan-americana” del “Congresso Ebraico Mondiale” a Baltimora l’idea direttiva del futuro processo di Norimberga. Essa fu studiata e preparata con cura dal medesimo “Congresso Ebraico Mondiale” (WJC) durante il 1942-43 e poi imposta al governo statunitense grazie all’appoggio del Presidente Roosevelt (L. de Poncins, Top secret, cit., p. 93).

A Norimberga come a Versailles i tedeschi furono dichiarati gli unici responsabili della seconda guerra; questo fatto cozza contro il buon senso, la storia, il diritto, la retta ragione e puzza di manicheismo. Certamente la Germania ha avuto le sue responsabilità e l’esercito germanico in guerra, come tutti gli altri eserciti, è entrato in una tragica spirale di violenza in cui “sangue chiama sangue”, ma non si può affermare che solo i tedeschi siano stati gli unici cattivi, mentre gli alleati erano tutti buoni prima, durante e dopo la guerra. La guerra è una tragedia e tutti i popoli che ne sono toccati hanno subito e perpetrato, chi più e chi meno, delle ingiustizie e crudeltà. Non esistono popoli totalmente immacolati e popoli totalmente malvagi.

Nel novembre del 1943, durante la Conferenza di Teheran, Churchill, Stalin e Roosevelt ne parlarono pubblicamente. Elliott Roosevelt, figlio di Franklin Delano, il Presidente americano, lo ha riportato nel suo libro As he Saw It (New York, Duell, 1946). Stalin avrebbe voluto un’esecuzione immediata degli alti ufficiali germanici senza processo previo, Churchill voleva un processo e Roosevelt proponeva un’apparenza di processo che sarebbe sfociato in un massacro, accontentando Stalin e Churchill.

Lettera a Zabrousky di Roosevelt sugli accordi di Teheran e Yalta

Nel 1949 l’ambasciatore spagnolo José Maria Doussinague ha pubblicato un libro intitolato España Tenìa Razòn (Madrid, Espasa Calpe, 1949). In tale libro l’ambasciatore spagnolo riporta il testo di una lettera riservata inviata il 20 febbraio 1943 dal Presidente americano Roosevelt a Zabrousky, un agente israelita che in quegli anni faceva da ponte tra Roosevelt e Stalin. Il succo della lettera è il seguente:

1°) Zabrousky può rassicurare Stalin che gli Usa tratteranno con l’Urss e la Gb alla pari, su un piano di totale eguaglianza;

2°) l’Europa sarà divisa in due parti: una orientale sotto il controllo dell’Urss e una occidentale sotto il controllo degli Usa e Gb.

Quindi si può concludere senza tema di esagerare che

1°) non vale la giustificazione del cedimento di Roosevelt nel 1945 di mezza Europa a Stalin poiché ammalato e non pienamente capace di intendere quel che faceva a Yalta perché già nel 1943 (a Casablanca e a Teheran) Roosevelt aveva ceduto metà Europa a Stalin;

2°) non è credibile che Francia e Inghilterra abbiano dichiarato guerra alla Germania nel 1939 a causa dell’invasione di metà della Polonia, perché questa è stata invasa contemporaneamente nell’altra metà anche dall’Urss, alla quale nessuno ha dichiarato guerra, anzi con la quale ci si è alleati contro la Germania;

3°) l’agente principale che ha spinto gli Usa ad appoggiare Stalin e che gli ha ceduto mezza Europa è stato il giudaismo internazionale nella persona di Zabrousky;

4°) la plutocrazia anglo/americana assieme al bolscevismo sovietico sono gli attori principali e visibili della sovversione mondiale, diretta da dietro le quinte dal giudaismo e dalla massoneria.

Il piano Kaufman-Morgenthau

Léon de Poncins dedica molte pagine al famigerato disegno di Henry Morgenthau e Theodor Kaufman. Vediamo di cosa si tratta.

Henry Morgenthau era ministro delle Finanze durante la presidenza di Roosevelt; assieme a Bernard Baruch e Harry Dexter White ha esercitato un influsso enorme sulla politica estera di Roosevelt durante il secondo conflitto mondiale, pur non essendo ministro degli esteri né della guerra.

Quello che lascia più che perplessi è il piano di distruzione della Germania messo a punto nel 1944 da Morgenthau e pubblicato ufficialmente dal Governo statunitense (Morgenthau Diary, Washington, Usa Government Printing Office, 1967).

Questo piano prevedeva

1°) la distruzione dell’industrie tedesche e la riduzione della Germania a Paese agricolo e bucolico, che avrebbe comportato la morte per inedia di circa 30 milioni di tedeschi;

2°) la sovietizzazione dell’intera Germania;

3°) la deportazione dei superstiti tedeschi in Africa del nord;

4°) l’affidamento dei bambini tedeschi all’educazione dei militari americani.

Inutile dire che questo piano, essendo caduto nelle mani del contro spionaggio del III Reich, spinse i tedeschi, ai quali il Ministero della propaganda di Joseph Goebbels lo fece conoscere in massa, a combattere sino all’ultimo colpo e allungò la durata della guerra di non poco.

Solo la morte di Roosevelt nell’aprile del 1945 impedì a Morgenthau di applicare il suo piano criminale (ognuno ha i suoi criminali, non solo la Germania). Il neo Presidente Henry Truman non apprezzò il piano di Morgenthau, che il 5 luglio 1945 dette le dimissioni da ministro.

Nel 1941, ben tre anni prima del piano Morgenthau, Theodore Kaufman pubblicò un libro intitolato Germany Must Perish (New Jersey, Argyle Press), nel quale descriveva minuziosamente il suo piano destinato ad essere applicato alla Germania dopo la sua sconfitta:

1°) distruzione completa della popolazione tedesca, mediante la sterilizzazione dei tedeschi dalla pubertà sino ai 60 anni compiuti;

2°) capitolazione senza condizioni della Germania, che avrebbe aperto le porte all’Urss su metà dell’Europa. Questi temi furono ripresi nel gennaio 1943 da Usa, Gb e Urss durante la Conferenza di Casablanca in Marocco in cui le tre potenze alleate decisero di non terminare il conflitto senza aver prima ottenuto la resa incondizionata delle potenze dell’Asse Roma-Tokio-Berlino.

Si può concludere che durante il periodo che va dai preparativi della prima guerra mondiale al 1946 la potenza degli Usa e Gb da una parte e dell’Urss dall’altra sono stati diretti dal giudaismo internazionale? Mi sembra che sia lecito porsi la questione e studiarla storicamente.

La shoah

Su tale questione il dibattito storico/scientifico è ancora aperto. Molti studiosi di storia, di archivistica, di chimica chiedono prove di tale asserto obiettando che

1°) studiare e chieder prove sul piano preordinato intenzionalmente di sterminio di sei milioni di ebrei tramite camere a gas non significa voler odiare, perseguitare o distruggere nessuno;

2°) l’odio ingiustificato contro chiunque, ebraismo compreso, resta esecrabile;

3°) rimane tuttavia il diritto alla critica di comportamenti erronei di tutti (ebraismo incluso): il razzismo del messianismo ebraico e dello Stato d’Israele è deprecabile come quello nazionalsocialista, né più né meno e non si può fare di Hitler l’unico cattivo e responsabile della seconda guerra mondiale;

4°) prove certe storiche, archivistiche e chimiche dello sterminio di sei milioni di ebrei tramite camere a gas non sono state addotte;

5°) certamente molte centinaia di migliaia di ebrei morirono nei campi di concentramento e di lavoro tedeschi (e questa è una tragedia che resta sempre una tragedia anche in mezzo a quelle di tutti gli altri popoli che sono stati vittime della guerra, vinti compresi), non solo per il lavoro cui erano sottoposti e per le condizioni dure in cui si trovavano a vivere, ma anche a causa dei bombardamenti alleati, che avevano messo in ginocchio l’economia tedesca, e per le conseguenti carestie ed epidemie scoppiate nei lager;

6°) i filmati dei cadaveri degli ebrei gasati o cremati nei lager tedeschi provengono quasi tutti dalle riprese fatte fare dagli Usa a Alfred Hitchock nel campo di Bergen Belsen, tempestato dalle bombe alleate, che nel marzo del 1945 provocarono epidemie inarrestabili, causando la morte di migliaia e migliaia di ebrei. La colpa di queste morti atroci, che sono un dramma e non vanno minimizzate, non può essere attribuita solo alla Germania, ma anche agli alleati.

Conclusione

Dall’Apocalittica e dalla falsa concezione Messianica del giudaismo farisaico/rabbinico seguono i diversi errori, che soprattutto dopo la due guerre mondiali hanno raggiunto il loro vertice e il dominio pressoché mondiale, ma che prelude alla catastrofe universale:

1°) la “Riscossa nazionale” di Israele è il Fine ultimo dell’Apocalittica e del Messianismo rabbinico;

2°) il trionfo spietato e senza misericordia di Israele sui non-Ebrei è parte integrante dell’Apocalittica, che è il cuore del Giudaismo rabbinico talmudico/cabalistico post-biblico;

3°) l’Impero d’Israele sarà mondiale e dispotico sui ‘non-Ebrei’ assimilati a “bestie parlanti”;

4°) il tutto è condito da un nazionalismo terreno esasperato che porta al particolarismo, al culto della razza ebraica e quindi al disprezzo dei gojim, ossia al razzismo più radicale;

5°) l’Apocalittica o il Giudaismo rabbinico post-biblico non crede all’al di là, ma vuole portare il “cielo” in terra e non la terra in Cielo: Israele è il “Re di questo mondo”;

6°) il sogno di riportare l’Eden in terra lo si ritrova nel corso della storia nelle varie eresie millenaristiche, gnostiche, gioachimite, socialistiche, liberistiche, scientistiche, le quali hanno – invece – reso la terra un “inferno”;

7°) Israele è una realtà assoluta e trascendente, che prende il posto di Dio, è in breve una sorta di “pan-teismo” in cui il “tutto” (“pan”) è “solo” Israele (“giudeo-teo-centrismo”);

8°) inoltre l’Apocalittica del rabbinismo giudaico talmudico è tutta protesa verso “l’Avvenire”, come nel socialismo e questo spiega la natura essenzialmente socialistica del sionismo fondato sui kibbutz;

9°) il Messia del giudaismo rabbinico è un Messia militante e guerriero, che assicurerà a Israele la vittoria e la vendetta più spietata sui gojim, ossia sui ‘non-Ebrei’, sia Gentili che Cristiani;

10°) l’amore di Dio e del prossimo propter Deum, che è l’anima dell’Antico e del Nuovo Testamento, sono totalmente assenti nell’Apocalittica messianistica del giudaismo post-biblico e vengono rimpiazzati dalla sete di dominio universale e imperialistico schiavista, che nulla ha a che veder con il sano “colonialismo” civilizzatore e missionario del Cristianesimo;

11°) in breve l’Apocalittica è un “ordigno bellico” (A. Romeo), che ci sta portando verso la terza guerra mondiale. Infatti la storia, che è la “maestra” meno ascoltata dagli uomini, ci insegna che l’Apocalittica ha scatenato le rivolte giudaiche contro Roma (63 d. C.) con la conseguente reazione di quest’ultima e la distruzione prima del Tempio di Gerusalemme (70), poi della Giudea (135) e le varie “catastrofi” (in ebraico “shoah”) che si sono abbattute sul popolo ebraico (1492 espulsione dalla Spagna, 1933-45 “Leggi razziali” anti-giudaiche in quasi tutta l’Europa). A partire dal 2011 si sta attraversando una fase molto più critica che rischia di portare alla catastrofe nucleare e mondiale (v. Iraq, Afghanistan, Siria e Iran);

12°) la “fiducia cieca” e fanatica di Israele nella vittoria sulle Genti, fondata sulle “visioni” dell’Apocalittica, spiega la cecità del sionismo a voler oggi (come Bar Kobà la volle nel 130 contro Roma) ad ogni costo una guerra contro Siria e Iran affiancate da Russia e Cina, che è un’incognita anche per Israele e gli Usa;

13°) il sionismo e la conseguente creazione dello Stato d’Israele (1948) sono la teoria e la messa in pratica aggiornata al XX secolo dell’Apocalittica ebraica. Perciò abbracciare il sionismo e riconoscere lo Stato d’Israele non è solo una questione politica, ma soprattutto religiosa con conseguenze politiche. Implicitamente ciò equivale a rigettare Cristo come vero Messia e unico Salvatore di tutti gli uomini ed accettare l’Apocalittica e il falso Messianismo temporale rabbinico, che ha ucciso Gesù e perseguitato la Chiesa;

14°) la questione della “shoah” presentata dal giudaismo Messianico Apocalittico come “Olocausto” non è una semplice questione storica, ma ha una valenza teologica anticristiana e anticristica, dacché vuole rimpiazzare il Sacrificio di Cristo con quello di Israele, nuova “divinità” del mondo contemporaneo. Al contempo e conseguentemente ha una valenza geo-politica che aiuta lo Stato di Israele a conquistare un dominio universale il quale, a partire dalla prima guerra mondiale, si sta facendo sempre più invadente ed “onnipresente” quale anticipazione prossima del Regno dell’Anticristo finale, preceduto dai vari “anticristi” iniziali.

d. Curzio Nitoglia

26/11/2013

http://doncurzionitoglia.net/2013/11/26/la-fonte-ed-il-fine-delle-due-guerre-mondiali/

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