Si vede subito che tali teorie sono in contrasto con la dottrina cattolica

benedetto-calice[1]Segnalazione di Carlo Di Pietro

L’autore dedica questo articolo alla venerata memoria di Pio XII, SOVRANO PONTEFICE della Chiesa Cattolica, piamente spirato il 9 ottobre 1958. Quella data di 55 anni fa segna una cesura fatale nella storia della Chiesa: di fronte all’ignominia e all’osceno baccanale di modernismo e vergogna cui assistiamo oggi, la sua figura si staglia immensa, paterna e sovrana. E grande è la pena di fronte al mondo di oggi, dilaniato dalle tenebre dell’errore e privo di una vera guida. Tempora bona veniant, Pax Christi veniat.

Si può dire che il senso del termine “ecumenismo” così come lo percepisce l’uomo contemporaneo, ha origine nella promulgazione e nell’imposizione stessa di tre precisi documenti: Unitatis Redintegratio, Nostra Aetate, Gaudium et Spes; ne sono seguiti tanti altri, tutti di conferma, e la prassi è ormai consolidata.

In questo contesto preferisco non entrare nel merito di tale “percezione” del singolo, ma ognuno dovrebbe interrogarsi e domandarsi: “cosa è l’ecumenismo?”, successivamente dovrebbe darsi una risposta: “secondo me è ….”. Vedremo cosa è “secondo Dio” e cosa è secondo chi “Dio non è”.

Diversamente dal solito, cercherò di essere sintetico e meno “tecnico” per evitare di annoiare il lettore o di risultare poco comprensibile.

Il primo documento appena citato tratta il dialogo con gli “altri cristiani”; il secondo con i “non cristiani”; il terzo riguarda il dialogo con “il mondo” e quindi anche con “gli atei”, all’epoca “marxisti”, oggi evolutisi in “cattocomunisti” [ai cap. 19,20,21]. Approssimativamente daremo a questi 3 documenti una data: 1965.

L’Enciclopedia Cattolica [1] del 1950 alla voce “ecumenismo” ecco cosa insegnava all’umanità:

L’ecumenismo, parola derivante da “ecumenico”, ossia universale, viene adoperata nei tempi moderni per indicare ogni sorta di attività religiosa che non si limiti ai problemi interni di una Chiesa cristiana. Nel senso proprio ecumenismo è la teoria più recente escogitata dai movimenti interconfessionali, specialmente protestanti, per raggiungere l’’unione delle Chiese cristiane. L’ecumenismo presuppone come sua base l’eguaglianza di tutte le Chiese dinanzi al problema dell’unione. Ciò sotto il triplice aspetto psicologico, storico ed escatologico:

a) psicologicamente tutte le Chiese devono riconoscersi ugualmente colpevoli della separazione, cosicché, invece di incolparsi l’una l’altra, ognuna ha da chiedere perdono;

b) storicamente nessuna Chiesa, dopo la separazione, può credersi la Chiesa unica e totale di Cristo, ma soltanto parte di quest’’unica Chiesa: conseguentemente, nessuna può arrogarsi il diritto di obbligare le altre a ritornare a lei, bensì tutte debbono sentire l’obbligo di riunirsi tra loro, per ricostituire la Chiesa Una e Santa fondata dal Salvatore;

c) escatologicamente la Chiesa futura, risultante dall’’unione, non potrà essere identica a nessuna delle Chiese ora esistenti. La Santa Chiesa ecumenica, che sorgerà in questa nuova Pentecoste, sorpasserà ugualmente tutte le singole confessioni cristiane.

Si vede subito che tali teorie sono in contrasto con la fede cattolica.

Il curatore padre Maurizio Gordillo S.J. specificava esplicitamente: “Si vede subito che tali teorie sono in contrasto con la fede cattolica” e parlava di “nuova Pentecoste; in effetti è proprio così, e per credere il contrario bisognerebbe stracciare gran parte della Scrittura, ignorare la Tradizione e bruciare parte del Magistero preconciliare.

nik-roncMons. Roncalli (Giovanni XXIII) nella preghiera all’inizio del Concilio Vaticano II usò esattamente l’espressione “nuova Pentecoste; “… Spirito Divino, rinnova le tue meraviglie in questa nostra epoca come se fosse una nuova Pentecoste …”.

Consapevoli dell’esistenza di forti pressioni in tal senso, ovvero di “raggiungere l’’unione delle Chiese cristiane” anche sacrificando la Verità, alcuni recenti papi ci tennero a rafforzarne il divieto assoluto e condannando ancor più esplicitamente, come per esempio fecero Pio XI nella Mortalium Animos e Pio XII nella Orientalis Ecclesiae. Ed il popolo, “pieno di stupore”, diceva: “Ha fatto bene ogni cosa …” (Mt. 7,37).

Documenti, questi, di Magistero che:

a) non hanno contraddetto il passato, quindi non hanno contraddetto Gesù;

b) non possono essere formalmente contraddetti dal presente;

c) il cattolico può (o deve) comparare i documenti presenti e con i passati;

d) se c’è contrasto di “fede e costume” fra il presente ed il passato, il cattolico ha il dovere di scegliere il passato.

Sto riassumendo in maniera estrema ma senza sacrificare la fede; in misura speculativa ve ne ho già parlato a fondo in tanti studi [2].

Brevemente va ricordato che se su specifici argomenti di “fede e costume”, un documento (o una prassi costante) vincolante del presente ne contraddice uno passato di medesimi argomenti, documento (o prassi) passato che comunque trova la sua continuità indietro nel tempo fino a Gesù, ebbene in questo caso è la chiesa stessa che deve rigettare il presente e aderire al passato (al depositum fidei). Non esistono altre soluzioni nel cattolicesimo.

Come disse san Paolo: “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede” (2Tm 4,7); se non si “conserva la fede” si combatte una “battaglia” non buona, si sacrifica la Verità, tecnicamente si fonda o si aderisce ad una “chiesa” che è “interrotta nel dogma”, una “nuova chiesa” che non ha origine certamente in Cristo. È accaduto, purtroppo, numerose volte nella storia degli ultimi 2.000 anni. Poco importa il numero delle persone che aderiscono a questa “nuova chiesa”, anzi … più sono e maggiore è l’inganno! La storia del “protestantesimo” ne è testimonianza viva.

osteAdesso cercherò di spiegare con una metafora comprensibile quella che illustri esperti di metafisica, teologi, santi e Dottori, solevano definire come differenza esistente fra “ciò che vedo” e “ciò che è”.

Partiamo da un assunto: bere un bicchiere di vino al giorno ci fa vivere e ci fa morire “bene”. Abbiamo un bicchiere di vetro colmo di vino che è ciò che tutti vediamo (bicchiere in vetro e vino dentro); tuttavia per capire se il vino è buono o è artefatto c’è bisogno di assaggiarlo, ed il vino buono “salva” mentre il vino artefatto “non salva”.

Si potrà dire: “assaggiamo e vediamo com’è!” Eppure non è così semplice, perché oggi i sistemi per adulterare il vino sono molto professionali e spesso il normale bevitore non si rende conto dell’inganno. Quindi questi berrà il vino adulterato per sempre, vivrà e morirà “male”, convinto che le sue sciagure dipendano da “altro”.

Percepirà per buono un vino che in realtà buono non è, è veleno, e spesso la sua percezione sarà condizionata dalla pubblicità, dai media, dalla comunicazione, dal marketing, dalle lusinghe, dalla corruzione, ecc …

Ecco che si richiede l’intervento degli esperti, degli enologi, dei sommelier, ecc … i quali, forti della loro esperienza, preparati dalla tradizione pratica degli antichi, conoscitori anche della letteratura storica e di cronaca su vino, viti, vigneti, ecc … si esprimeranno, sentenzieranno, ed aiuteranno il normale cittadino nella “buona battaglia” contro il vino adulterato.

Può accadere tuttavia che anche gli esperti siano tratti in inganno se il “falsario” è stato particolarmente abile, oppure gli stessi possono lasciarsi corrompere, eppure è certo che in tutto il mondo qualcuno se ne accorge e difende la “verità”.

Appare evidente che noi, per tradizione provata dai fatti, sin dai primi viticoltori della storia abbiamo un “bicchiere di vino” che deve avere determinate caratteristiche per essere definito tale, e questo preciso “bicchiere di vino” è la “buona bevanda” (a prescindere dalle uve usate); abbiamo capito che se il “bicchiere di vino” viene adulterato, non ha più quelle specifiche ed esclusive caratteristiche che sono proprietà essenziali del “vino”, ma che oggi – seppur adulterato – viene spacciato per “buono”, e in realtà “buono” non è: c’è un problema, c’è una nuova cultura del bere, c’è una nuova corrente di pensiero che spaccerà il vino adulterato per vino “buono” e c’è una multinazionale del “veleno”.

Eppure la gente comune continuerà a vedere un bicchiere pieno di vino. A lungo andare anche gli esperti sostituiranno la tradizionale bevanda con la “nuova tendenza” e, piano piano, il vino “buono” scomparirà dalle tavole, ma mai da tutte. Eppure, nonostante l’inconsapevolezza dei più, comunque questo vino adulterato “uccide”, quindi ogni buon padre di famiglia ha il dovere di informasi e di ricercare la “Verità”, lo avverte dentro, lo aiuta la “retta ragione”, ecc…

Non tutti però cadranno nell’inganno, perché ci sarà sempre quel contadino e soprattutto quell’esperto che, nel mondo, combatterà i falsari e le loro “novità maligne”. E questa è una promessa che “viene dall’Alto”.

morto-pio12Papa Pio XII nella Orientalis Ecclesiae [3] del 9 aprile 1944, ricordando san Cirillo d’Alessandria, ne tesseva le lodi [4], il pastore, il teologo, il difensore della vera dottrina e dell’integrità della fede contro le eresie del suo tempo. Invitava a “lavorare per l’unità dei cristiani, sull’esempio di san Cirillo e col suo patrocinio, «unità dei cristiani» da intendersi rettamente come ritorno dei figli erranti nel seno dell’Unica Vera Chiesa di Cristo, e non con l’ambiguo senso ecumenista post conciliare”. Si legge in conclusione:

… Similmente giova sperare che anche gli odierni seguaci di Nestorio se, senza lasciarsi prendere la mano da pregiudicate opinioni, sottopongono ad attento esame gli scritti di san Cirillo, siano per vedersi aperta la strada alla verità, e per sentirsi richiamare con l’aiuto della grazia divina al grembo della chiesa cattolica … domandando soprattutto che nei fratelli e nei figli dissidenti felicemente si compia ciò che egli un giorno congratulandosi scrisse [san Cirillo, Ep. 49: PG 77, 254]: «Ecco che le membra avulse del coro della chiesa di nuovo si sono tra loro riunite, e nulla ormai più rimane che per discordia divida i ministri dell’evangelo di Cristo»”.

Già Pio XI il 6 gennaio del 1928 nella Mortalium Animos [5]:

… Ma dove, sotto l’apparenza di bene, si cela più facilmente l’inganno, è quando si tratta di promuovere l’unità fra tutti i cristiani … Questi ed altri simili argomenti esaltano ed eccitano coloro che si chiamano pancristiani, i quali, anziché restringersi in piccoli e rari gruppi, sono invece cresciuti, per così dire, a schiere compatte, riunendosi in società largamente diffuse, per lo più sotto la direzione di uomini acattolici, pur fra di loro dissenzienti in materia di fede … Pertanto, poiché la coscienza del Nostro Apostolico ufficio ci impone di non permettere che il gregge del Signore venga sedotto da dannose illusioni, richiamiamo, Venerabili Fratelli, il vostro zelo contro così grave pericolo … A tali condizioni è chiaro che la Sede Apostolica non può in nessun modo partecipare alle loro riunioni e che in nessun modo i cattolici possono aderire o prestare aiuto a siffatti tentativi; se ciò facessero, darebbero autorità ad una falsa religione cristiana, assai lontana dall’unica Chiesa di Cristo ”.

Ovviamente né papa Pio XI, né tantomeno papa Pio XII si discostavano dal Vangelo, difatti questi 2 specifici documenti, e tanti atri di Magistero promulgati da decine di pontefici a ritroso nel tempo, ricordano esattamente quelle che sono le precise direttive impartite da nostro Signore quando Questi spiegò la “Missione” (cf. Mt 28, v. passi par. e incr.) a san Pietro ed agli Apostoli. Negare una verità così certa significa peccare contro lo Spirito Santo, “impugnare una verità rivelata”, “invidiare la grazia altrui”, “ostinarsi nel peccato” [6].

Poco importa se oggi qualcuno ci dice che dobbiamo dare una “rilettura dei Testi Sacri” secondo presunti criteri “moderni”, quindi dovremmo oggettivamente adulterare il senso della Scrittura, differentemente da come si è “sempre creduto” fra santi, martiri, miracoli e doni di Dio, dagli Apostoli sino alla prima metà del 1900. Non si tratta di “rileggere la Scrittura” ma di alterarne il senso al fine di modificare oggettivamente la “Missione” che Cristo ha comandato.

tom-ditoDifatti queste ed altre pretese sono già condannate esplicitamente da numerosi papi, fra i quali ricordiamo per brevità: Pio IX, Quanta Cura [7] dell’8 dicembre 1864; Leone XIII, Provvidentissimus Deus [8] del 18 novembre 1983; san Pio X, Pascendi Dominici Gregis [9] dell’8 settembre 1907; Pio XII, Mystici Corporis Christi [10] del 29 giugno 1943, ecc … ecc … ecc … arriviamo fino a Gesù!

Mi si potrà dire: “ma anche i Vetero cattolici ragionarono come sembri ragionare tu!” [11]. Assolutamente no, è falso. I Vetero cattolici accusavano il Concilio Vaticano I di staccarsi dalla Tradizione, ma è falsissimo poiché nella Tradizione e nel Magistero non esiste alcunché di condanna dell’“infallibilità pontificia”. Quindi errarono loro, i Vetero cattolici ribellandosi, ma non il Concilio Vaticano I.

Basando la mia impressione su ciò che leggo e studio, su ciò che vivo e ciò che so, su ciò che vedo e ciò che avverto, posso solo pregare affinché quel qualcuno, “enologo esperto” di cui sopra, ci aiuti a fare chiarezza e dia il suo contributo affinché queste consolidate “prassi adulterate” e queste “ricette poco chiare” cessino di esistere o siano definite quali sono in realtà “vino cattivo”; e molti “enologi esperti” già si sono espressi.

Nel frattempo resto quel “contadino” che è obbligato a non bere il “cattivo vino” e non solo, resto obbligato ad allontanare l’“oste” che mi sta servendo, sia esso consapevole o inconsapevole di ciò che serve; sono inoltre costretto a guardarmi le spalle da tutta la multinazionale che quel “vino malato” lo produce, lo commercializza e lo fa servire ai tavoli.

Non posso credere che Gesù voglia attentare alla mia vita ed alla vita dei miei cari; non posso credere che Gesù serva “vino cattivo” alla mia tavola; non posso credere di dovermi guardare le spalle da Gesù. Così avverto in coscienza e questo mi insegna la Fede cattolica. Vorrei tanto pensarla diversamente, ma non posso. Sono gradite repliche!

Carlo Di Pietro per Radio Spada (clicca qui per leggere altri studi pubblicati)

Note:

[1] Amicizia Cristiana, prefazione alla riedizione Mortalium Animos; L’ecumenismo nella chiesa: contro la chiesa, CLS, Verrua Savoia, 2010, pp. 7-8-9; http://apostatisidiventa.blogspot.it/2011/10/non-solo-assisi.html

[2] https://www.google.it/webhp?source=search_app&gws_rd=cr#q=%22carlo+di+pietro%22+site:radiospada.org

[3] http://www.vatican.va/holy_father/pius_xii/encyclicals/documents/hf_p-xii_enc_09041944_orientalis-ecclesiae_it.html

[4] http://it.wikipedia.org/wiki/Orientalis_Ecclesiae

[5] http://www.vatican.va/holy_father/pius_xi/encyclicals/documents/hf_p-xi_enc_19280106_mortalium-animos_it.html

[6] http://radiospada.org/2013/09/la-vera-contrizione-necessaria-per-non-andare-allinferno/

[7] http://digilander.libero.it/magistero/p9quanta.htm

[8] http://www.vatican.va/holy_father/leo_xiii/encyclicals/documents/hf_l-xiii_enc_18111893_providentissimus-deus_it.html

[9] http://www.vatican.va/holy_father/pius_x/encyclicals/documents/hf_p-x_enc_19070908_pascendi-dominici-gregis_it.html

[10] http://www.vatican.va/holy_father/pius_xii/encyclicals/documents/hf_p-xii_enc_29061943_mystici-corporis-christi_it.html

[11] cf. De Papatu materiali, rev. S.J. Sanborn, CLS, Verrua Savoia, 2002, p. 83 e succ.

Fonte: http://radiospada.org/2013/10/si-vede-subito-che-tali-teorie-sono-in-contrasto-con-la-fede-cattolica/

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Dal Sedevacantismo alla Resilienza Cattolica

“Basta con la Messa in latino” e aggredisce il prete

Dopo 40 anni di sbornia conciliare un parrocchiano dà di matto perché il parroco dice la Messa in latino…Se non si restaura prima la dottrina queste sono le possibili conseguenze di un grave disorientamento. (n.d.r.)

Segnalazione di Luciano Gallina

La vittima è il prete italo-argentino don Hernan Garcias Pardo, parroco di San Michele a Ronta, in provincia e diocesi di Firenze

Firenze, 26 luglio 2011 – La liturgia tradizionalista di un prete mugellano ha causato lo scontento di un parrocchiano che ha aggredito il curato. Le lesioni alla spalla sono state giudicate guaribili in pochi giorni.

Il fatto è successo mercoledì scorso, e la notizia viene riportata oggi sulle pagine di un quotidiano locale. La vittima è il prete italo-argentino don Hernan Garcias Pardo, parroco di San Michele a Ronta, in provincia e diocesi di Firenze.

Il sacerdote, che da tempo veniva contestato da un gruppo di fedeli, perché é tornato a celebrare la messa in rito tridentino, mercoledì è stato aggredito in canonica davanti alle sorelle e all’anziana madre. Don Garcias Pardo è ricorso alle cure dei medici dell’ospedale di Borgo San Lorenzo. L’aggressore è stato denunciato dai carabinieri per percosse.

da “La Nazione”, 26 luglio 2011 www.lanazione.it

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Papa Bergoglio, Bloy e Péguy

Posted on 12/06/2013 by Segreteria_Web_di_don_Curzio

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«Charles Péguy, dopo Bloy, è stato uno dei grandi ispiratori del filo-semitismo in ambiente cristiano» (Histoire du Christianisme Magazine, 2003, n°16, p. 52).

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Qualche giorno dopo la sua elezione, papa Bergoglio in un discorso ha citato Charles Péguy. Molti “tradizionalisti” e “teo-conservatori” se ne sono rallegrati, pensando che Péguy sia stato un autore controrivoluzionario. Le cose non stanno esattamente così, anzi …

La rivista Histoire du Christianisme Magazine, 2003, n°16, pagg. 48-71, a cura del professor Michel Fourcade (dell’Università di Montpellier III). Ha trattato il problema d’alcuni «ebrei convertiti al cristianesimo, “cristiani giudaizzanti” ed “ebrei cristianizzanti”» che dettero luogo alla formazione del documento conciliare Nostra Aetate.

Secondo Michel Fourcade, Raïssa Maritain, nata ebrea e «penetrata di chassidismo [la mistica o càbala ebraica luriana, ndr]»[1], ebbe un influsso notevole sul suo sposo Jacques. Attorno ai Maritain si formò un cenacolo d’intellettuali, esteti, misticoidi che ebbero un ruolo fondamentale nella revisione della teologia della sostituzione della Sinagoga da parte della Chiesa. Uno di essi fu Léon Bloy «la cui influenza sarà importante sulla coppia Maritain»[2], un altro è proprio «Charles Péguy, che dopo Bloy, è stato uno dei grandi ispiratori del filo-semitismo in ambiente cristiano»[3].

Bloy ha scritto un libro intitolato Salus ex judaeis, che si rifà al Vangelo (Giovanni, IV, 5-42) e specificatamente al dialogo tra Gesù e la samaritana, presso il pozzo di Giacobbe. La samaritana chiede a Gesù se la salvezza e la verità vengano dalla Samaria o dalla Giudea e Gesù risponde che, nell’Antica Alleanza, la Rivelazione di JHWH veniva dal Tempio di Gerusalemme e dalla Giudea e non dal Tempio di Garizim della Samaria, che si era scissa dalla religione giudaica ed aveva accettato elementi pagani e idolatrici nel suo stile di vita.

Léon Bloy, ha voluto equivocare, facendo dire a Gesù che la salvezza, nella Nuova Alleanza, viene ancora oggi dai giudei, il che è logicamente, storicamente, esegeticamente e teologicamente falso. Infatti, Gesù stesso ha aggiunto al salus ex judaeis che è già venuta la Sua ora, in cui i veri fedeli di Dio, della Nuova Alleanza, Lo adoravano in spirito e verità (con il Sacrificium Missae) e non più sotto ombra di figure nel Tempio gerosolamitano dell’Antico Patto.

Molto acutamente san Tommaso d’Aquino nel Commento al Vangelo di san Giovanni scrive:

«I samaritani pensavano che Dio fosse una realtà corporea, cosicché credevano che bisognasse adorarlo in un determinato luogo cioè a Garizim, inoltre assieme con lui adoravano anche alcune creature come idoli, come se fossero uguali a lui. Perciò non lo conoscevano. Ecco perché Gesù risponde: ‘Voi adorate ciò che non conoscete’.

«Riguardo al culto dei giudei, Gesù dichiara: ‘Noi adoriamo ciò che conosciamo’; egli era giudeo per la sua stirpe e i giudei dell’Antica Alleanza, mediante la Legge e i Profeti, avevano una conoscenza vera di Dio. Ecco perché Gesù soggiunge ‘salus ex judaeis’, per dire che la salvezza doveva venire da loro, che possedevano – nell’Antica Alleanza – la vera conoscenza e il vero culto di Dio, in Cristo venturo. I pagani erano nell’errore, mentre i giudei: avevano la Rivelazione divina (Gen., XXII, 18); le profezie furono consegnate loro (Rm., XI, 17); infine l’autore stesso della salvezza, il Cristo, è derivato da loro, come uomo secondo la carne (Rm., IX, 5).

«Poi Gesù aggiunge ‘ma è giunto il momento, ed è questo in cui si adorerà Dio in spirito e verità’, per dimostrare la superiorità di questo culto cristiano ‘in spirito su quello giudaico; ossia come il culto giudaico è superiore a quello samaritano, così il culto cristiano è superiore a quello della Giudea. Poiché, il culto dei giudei si basava su cerimonie materiali e prefigurative, che sarebbero state sostituite da quelle spirituali cristiane (Ebr., IX, 10).

«Mentre ‘in verità’ si riferisce al culto di Samaria, poiché esso era idolatrico e quindi falso e quello cristiano è vero rispetto al loro . Infine Cristo precisa anche che ‘i veri adoratori adoreranno il Padre’, poiché nell’Antico Testamento non si adorava esplicitamente e pubblicamente il Padre e il Figlio e lo Spirito Santo, ma solo il Signore Dio” (S. Tommaso d’Aquino, Commento al Vangelo di san Giovanni, Roma, Città Nuova, 1990, 1° vol., pp. 338-341, passim)[4].

Quindi il fatto che Francesco I abbia citato Péguy lungi dal farci rallegrare non può non rattristarci profondamente poiché c’è da temere che il cammino dell’errore giudaizzante iniziato da Giovanni XXIII, dal card. Bea e da Jules Marx Isaac, continui anche con papa Bergoglio.

d. Curzio Nitoglia

http://doncurzionitoglia.net/2013/06/12/papa-bergoglio-bloy-e-peguy/

12/6/2013


[1] ) Histoire du Christianisme Magazine, 2003, n°16, p. 50. Cfr. J. L. Barré, Jacques e Raïssa Maritain. Da intellettuali anarchici a testimoni di Dio, Paoline, Milano, 2000; R. MARITAIN, I grandi amici, Vita & Pensiero, Milano, (1956) 2ª ed. ampliata, 1991. Lo Chassidismo ha un «carattere esoterico… ha tradotto in forme popolari la càbala che si trasformò in movimento popolare» (J. Maier – P. Schaeffer, Piccola enciclopedia dell’ebraismo, Marietti, Casale Monferrato, 1985, pag. 128). Esso ha un fondamento “magico”, crede nell’immanenza di Dio e «la sua influenza si è fatta sentire sino all’età moderna [Lévinas e Buber che molto hanno influito sulla formazione intellettuale di Karol Wojtyla e Joseph Ratzinger, ndr]» (A. Untermann, Dizionario di usi e leggende ebraiche, Laterza, Bari, 1994, pag. 63). Il padre remoto dello Chassidismo è Isaac Lurìa (XVI sec.), il quale insegnava l’emanazione del mondo da Dio, l’avvento del ‘Messia’ e la «superiorità dell’anima degli ebrei su quella dei gentili» (A. Untermann, cit., pag. 171). I Lubavitch sono un «gruppo interno allo Chassidismo […] in tempi recenti i Lubavitch sono arrivati a credere che il loro rebbe Menachem Mendel Scheerson († 1994) sia il ‘Messia’» (A. Untermann, cit., pag. 169).

[2] ) Ibid., pag. 50.

[3] ) Ibid., pag. 52.

[4] Su Péguy, Bloy e i Maritain si legga R. FABRIS ( a cura di), Ebrei e cristiani nel mondo contemporaneo, pp. 199-217, in AA. VV., Storia del Cristianesimo 1878-2005.Vol. IV: I cattolici e il dopoguerra, Milano, Periodici San Paolo, 2005.

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Le chiese massonizzate dal “Papa Buono” e campagni di merenda
di Arai Daniele
«Il Gran Maestro della Loggia Regolare d’Italia Giuliano di Bernardo ha scritto nel suo libro “La Filosofia della Massoneria”: “Non solo abbiamo alti esponenti di religioni non cristiane che hanno aderito alla Massoneria, ma anche anglicani, vescovi ortodossi e luterani” […]. Egli citò un arcivescovo di Canterbury, così come il Patriarca ortodosso Atenagora, “il prelato con cui Giovanni XXIII inaugurò un periodo di dialogo ecumenico in un clima di comprensione fraterna”».
Nella sua nuova missione come nunzio a Parigi, il furbo Angelo Roncalli, riesce nel suo intento di non scontentare il governo francese ma anche di accontentare dei nuovi alleati segreti.
Sentiamo il Conte Franco Bellegrandi nel suo libro «Nichitaroncalli», Eiles, Roma, p. 59-62.
«La sua casa ospita incontri con personalità imprevedibili, cura personali e frequenti rapporti con esponenti della sinistra e stringe amicizia con personaggi e ministri appartenenti alla massoneria. In quel periodo francese si colloca un’incidente, ignoto ai più, che solleva per un attimo la cortina sulla presunta appartenenza di Roncalli alla setta massonica. A Sua altezza eminentissima il principe Chigi Albani della Rovere, allora Gran Maestro del Sovrano Militare Ordine di Malta, era giunta nella sede romana del Gran Magistero una lettera del cardinal Canali, pesante come una gran pietra: Pio XII, protettore dell’Ordine, aveva appena saputo, con sommo dolore, che il ministro dell’Ordine di Malta a Parigi era un massone. Ci si–affrettò, nel palazzo magistrale di Via dei Condotti, a scartabellare il dossier dei barone Marsaudon, nominato di recente al posto del conte di Pierredon che era stato messo a riposo. Si scoperse, con un certo sollievo, che era stato fatto “gran croce magistrale” su proposta del suo predecessore e, soprattutto, nominato ministro su raccomandazione del nunzio a Parigi, Roncalli. L’esito di quella prima inchiesta fu immediatamente riferito in Vaticano al cardinal Canali che fu sentito esclamare: “Povero Roncalli! Sono afflitto di doverlo mettere in imbarazzo e spero che ciò non gli costi il galero cardinalizio … ” (che ingenuità!). Il Vaticano dispose nel più gran riserbo che l’Ordine inviasse subito a Parigi una persona di fiducia per svolgere esaurientemente la delicata indagine. Il gran magistero si trovò in grave imbarazzo. Si dovevano infatti trattare con riguardo tutti e tre i personaggi implicati nella storia (che miopia!). Il nunzio, per il suo prezioso contributo dato all’Ordine di Malta per la conclusione di certi delicati affari in Argentina, il conte di Pierredon per i suoi pluriennali servigi, prima a Bucarest, poi a Parigi, lo stesso barone Marsaudon per il suo meritorio impegno al fine di ottenere il riconoscimento ufficiale dell’Ordine da parte del governo francese. Dopo una scelta attenta e accurata fu nominato “visitatore magistrale” un cappellano professo dell’Ordine, il monsignor Rossi Stockalper, che era anche canonico di Santa Maria Maggiore e quindi nella manica del Vaticano. Costui partì subito per Parigi. Gli era stato suggerito di iniziare la sua ricognizione informativa dai padre Berteloot della Compagnia di Gesù, esperto di questioni massoniche. Il gesuita, interpellato nella più gran discrezione, gli confermò che il barone Marsaudon non solo era massone ma “trentatreesimo grado” della Massoneria e membro a vita dei Consiglio della Grande Loggia del rito scozzese. Monsignor Rossi Stockalper continuò il suo giro. Seppe ben poco dall’arcivescovo di Parigi monsignor Feltin che lo spedì invece dal suo vicario generale, il monsignor Bohan “che conosceva più da vicino il barone”.
https://escogitur.files.wordpress.com/2013/03/dfghj.jpeg«Qui, per l’inviato di Roma, altra sorpresa: il vicario generale aveva tirato fuori da una cassaforte e sparpagliato sul tavolo una serie di documenti inoppugnabili: fra cui un numero del “Journal Officiel de l’Etat français”, pubblicato a Vichy durante l’occupazione, in cui si segnalava Yves Marie Marsaudon fra gli aderenti alla massoneria; tre o quattro copie della rivista massonica “Le Temple” contenenti alcuni suoi articoli e una scheda conoscitiva dell’interessato. Non esisteva alcun documento relativo ad una abjura. II visitatore magistrale, col cuore oppresso, si trascinò allora al numero 10 di avenue President Wilson, sede della nunziatura. Chiese a Roncalli, con tatto, notizie circostanziate del barone-massone. Il grosso prete di Sotto ii Monte, fra un sorriso e una celia, rimandò il cappellano dell’Ordine di Malta al segretario della nunziatura monsignor Bruno Heim. Questo prete, diventato oggi “apostolic legate” in Gran Bretagna, finì di stupire l’inviato di Roma, prima, col suo clergyman e la pipa fumante fra i denti, poi con le sue sbalorditive affermazioni sulla massoneria definita “una delle ultime forze di conservazione sociale che ci sia al mondo, e, quindi, una forza di conservazione religiosa”, e con un giudizio entusiasta sul barone Marsaudon che aveva avuto il merito di far comprendere alla nunziatura il valore trascendente della massoneria. Proprio per questo suo merito, il nunzio a Parigi, Angelo Giuseppe Roncalli, aveva appoggiato e avallato la sua nomina a ministro dell’Ordine di Malta a Parigi. Monsignor Stockalper a quella voltata aveva trasecolato e il colpo di grazia lo ricevette quando, protestando che il canone 2335 del Diritto Canonico prevede la scomunica per gli affiliati alla massoneria, si sentì rispondere dal suo interlocutore, fra una boccata e l’altra di fumo profumato della grande pipa, che la nunziatura di Parigi stava lavorando in gran segreto per riconciliare la Chiesa cattolica con la massoneria”. Era il1950! Questo episodio sembra scoprire la connivenza di Roncalli con la massoneria. La Chiesa post-conciliare si riconcilierà in effetti con la setta segreta.
«Voglio concludere quest’argomento, riportando una rivelazione fattami qualche tempo fa dal conte Paolo Sella di Monteluce. Questo personaggio, economista, uomo politico, scrittore e giornalista, che fu intimo di Umberto di Savoia, e che vanta la discendenza dal fondatore della Destra Storica italiana, il Senatore Quintino Sella di Biella, mi mise a parte, nella quiete della sua casa romana sulle pendici del Monte Mario, delle prove che sono in sue mani, dell’assalto della massoneria alla Chiesa cattolica. Avevo trovato nel suo salotto la vaticanista Gabriella di Montemayor che era stata il tramite al nostro incontro. Il conte Sella stava riordinando alcune carte sul basso tavolino davanti a se. Il tramonto irrompeva dal Monte Mario a indorare gli scaffali di noce gremiti di antichi volumi dalle costolature di pergamena, e i raggi rossastri dei sole, filtrando fra le tende appena mosse dalla brezza serale, animavano i ritratti degli antenati che guardavano severi, dalle pareti, quel loro erudito discendente, seduto in una poltrona, davanti a me. Poi, il conte, alzando ii viso e fissandomi con le sue iridi grigie, prese a parlare: “… Nel settembre dei 1958, all’incirca sette, otto giorni prima dei Conclave, mi trovava al Santuario di Oropa, a uno dei consueti pranzi del gruppo di Attilio Botto, industriale biellese che amava riunire intorno a se competenti di vari rami, per discutere su diversi problemi. Quel giorno era invitato un personaggio che conoscevo come un’alta autorità massonica in contatto col Vaticano. Costui mi disse, riaccompagnandomi a casa in automobile, che “… il prossimo papa non sarebbe stato Siri, come si mormorava in alcuni circoli romani, perché era un cardinale troppo autoritario. Sarebbe stato eletto un papa di conciliazione. È già stato scelto il patriarca di Venezia Roncalli”. Replicai sorpreso: “scelto da chi?” “Dai nostri massoni rappresentati nel Conclave” mi rispose serenamente il mio cortese accompagnatore. Al che mi venne detto: “Ci sono massoni nel Conclave?” “Certo”, mi sentii rispondere, “la Chiesa è in nostre mani”. Incalzai interdetto: “Allora chi è che comanda nella Chiesa?” Dopo un breve silenzio, la voce del mio accompagnatore scandì precisa: “Nessuno può dire dove sono i vertici. I vertici sono occulti”. Il conte Sella il giorno dopo trascrisse in un documento ufficiale che oggi è conservato nella cassaforte di un notaio, il nome e il cognome di quel personaggio e la sua stupefacente dichiarazione completa dell’anno, del mese, dei giorno e dell’ora. Che di lì a pochi giorni si rivelò assolutamente esatta.
Il barone Yves Marsaudon, massone della Gran Loggia di Francia, dal 1932 Maestro Venerabile 33° della Loggia La Republique, nonché membro dell’Ordine di Malta, fu «una figura-chiave nei contatti tra la Chiesa e la Massoneria durante il periodo conciliare». Egli disse: «Solamente la Massoneria può chiarire gli enormi problemi che sovrastano l’uomo d’oggi e che nonostante l’evidente buona volontà, né le chiese organizzate, né i partiti politici sono in grado di risolvere».
La novità del nome scelto da Giovanni XXIII stupì molti, ma la sua logica segreta era nota agli addetti ai lavori (Appendice I): quel Pontificato doveva preparare la via a Montini dell’aggiornamento della tradizione e particolarmente degli ultimi Pontificati, da Pio IX a Pio XII. Ci avrebbe pensato poi Montini, divenuto Paolo VI, ad imporre ai cattolici la sovversione religiosa subdolamente perseguita. Non c’è dubbio che Roncalli desse molta importanza ai simboli. Forse attraverso di essi si potrebbe capire meglio cosa c’era nell’animo di questo chierico che fece togliere dalla facciata della delegazione apostolica lo stemma con la parola «Filioque», un simbolo della fede cattolica, ma che ha nella sua croce pastorale l’occhio nel triangolo, usato dalla Massoneria. Questi fatti non sono una prova della sua affiliazione alla setta, ma dimostrano le associazioni mentali delle sue scelte iconografiche. Ora, come si è visto, per il pensiero massonico, ogni fede e ideologia può essere accettata se subordinata all’idea di fratellanza universale. Questo era il pensiero manifestato da Roncalli in Turchia nella Pentecoste del 1944: “Gesù è venuto ad abbattere le barriere [tra credenti, credenti di altre religioni e non credenti]; Devo dirvi che nella luce del Vangelo e del principio cattolico questa è una logica falsa; egli è morto per proclamare la fraternità universale… Sarebbe quella fraternità dell’ONU, fondata sui principi massonici? o quella della «Nostra aetate» del Vaticano II, per il nuovo ordine che ignora o nega Dio Padre? La fraternità senza padre è propria dei massoni. Perciò il giornalista Pier Carpi non deve aver inventato niente quando scrive della sua iniziazione rosacrociana e iscrizione alla massoneria («Le profezie di Papa Giovanni»). Non fu solo con parole e concetti che Roncalli espresse la sua simpatia per la posizione massonica, ma con le sue molte frequentazioni che per il loro peso devono aver contato per ricavare il «papa giovanni» e il «concilio» tanto atteso dalle logge. Non ci sono le prove dei servizi segreti francesi, incaricati della protezione del nunzio, che ogni giovedì Roncalli si recasse alla loggia? Non sarà ufficiale, ma lo sono i suoi atti favorendo la Massoneria, contro tutti i giudizi della Chiesa. Ad ogni modo personalmente ho ripetuto questa informazione avuta da un ufficiale, addetto alla protezione del nunzio, al cardinale Oddi venuto da noi e che era stato suo vicario a Parigi. Non l’ha contestata, ma la storia non va scritta con ammissioni mute e mosse di testa. Pur confermato a parole, cosa risolverebbe sulle prove dell’origine della demolizione realizzata.
Diversi Grandi Maestri massoni francesi e italiani hanno confermato apertamente le aperture del futuro Giovanni XXIII. Nel 1989 la rivista dei Franc-maçons «Humanisme» (nº 186), racconta l’incontro del nunzio Roncalli con Alexandre Chevalier, che avanzò proposte riguardo al diritto canonico e altro. All’intesa segreta tra il futuro Giovanni XXIII e chi diventò Gran Maestro nel 1965 e fu invitato all’incoronazione di Giovanni XXIII a Roma, fa eco l’ipotesi che la loggia «L’Etoile Polaire» (l’Atelier), “sia stata all’origine del Vaticano II” (Jacques Ploncard d’Assac, «Présent», Parigi, 20 luglio 1989).
Una volta divenuto Giovanni XXIII, invitò il massone francese a visitarlo nella residenza estiva di Castel Gandolfo. Roncalli creò un Segretariato Ecumenico che per la prima volta, contro quando stabilito dai Papi (vedi Enc. Mortalium animos), stabilì un contatto ufficiale tra la Chiesa cattolica e il World Council of Churches («Consiglio Mondiale delle Chiese»). Nel 1961, cinque osservatori cattolici vennero ufficialmente inviati a Nuova Delhi per partecipare alla riunione del World Council of Churches. Il 15 maggio 1961, venne pubblicata l’enciclica di Giovanni XXIII Mater et Magistra, che di fatto invitava ai cattolici a votare per i comunisti e i socialisti, e ad entrare nelle loro file. «Entro il 1962, Giovanni XXIII aveva già incontrato più leader anglicani e protestanti di ogni prelato nella Storia […]. Un conservatore si lamentò: “Sembra più facile vedere il papa se sei metodista”» (W. Wynn, «Keepers of the Keys», Random House, NY, 1988, p. 45).
Nel 1962, il Collegio dei Cardinali, già «rinforzato» da Montini, crebbe a ottantasette membri. I vecchi «conservatori» sarebbero presto accantonati affinché fossero eletti «nuovi papi» per avanzare col Vaticano II e la «nuova coscienza» di una «nuova chiesa» illuminista, ecumenista e massonizzata per un «nuovo ordine mondiale». Basta ascoltare oggi Benedetto XVI per capire che il piano è quasi completamente compiuto. Ma non si saranno scordati che il Signore si riserva un «piccolo resto» attraverso il quale, alla fine, svergognare la loro perfida trama segreta?
——————————-o0o———————————-mardunolbo28 marzo 2011 19:31

Se da una parte queste sono informazioni terribili nel loro significato per la salvezza della Chiesa e quel che ci riserva il futuro, dall’altra parte sono informazioni dettagliate e precise che non lasciano dubbio sulle ragioni delle modifiche stravolgenti cui abbiamo assistito, nella Chiesa. Rendono anche ragione del perchè, escluso papa Paolo VI che ha espresso il suo disappunto sul “fumo di satana” entrato nella Chiesa (quasi non potesse sapere od immaginare il perchè), nessun altro papa ha osato od osa indicare i motivi di questo degrado e di queste modifiche rivoluzionarie. E questo non far capire e non fare le osservazioni critiche su quanto prodotto dal Concilio,va a grave colpa dei papi che hanno lasciato confusione nei fedeli,dottrine eretiche e movimenti che hanno spaziato producendo liturgie abnormi e devastanti, come fosse tutto normale nell’ambito della chiesa!
Quindi se anche volessimo considerare queste notizie terribili come dato non certo di avere avuto ed avere papi nella massoneria, rimane l’omissione di non dire e di non chiarire quanto di prima fosse nella regola e quanto “non più” proprio per permettere, ai fedeli più attenti, di scegliere o almeno esprimere la propria protesta per non seguire,la Chiesa, i dettami secolari tradizionali. Ma se questa “astensione” fosse una strategia apposita per non definire,lasciare nel vago e contribure all’indeterminatezza di un cattolicesimo deformato e pronto ad accogliere la Chiesa Universale massonica? Che il Signore ci salvi e provveda al recupero di quanti ignorano e sono condotti al macello dell’anima!

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Comunque, se si pensa che le analisi italiane pecchino in eccesso, ecco qui un’analis per chi vuol leggere in inglese su papa Roncalli:
http://www.mostholyfamilymonastery.com/13_JohnXXIII.pdf

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L’Enigma Roncalli

Un Nunzio amico della Massoneria.

Si è visto che il professore modernista Angelo Roncalli, da quanto scrisse Andreotti, aveva molto imparato da don Ernesto [Buonaiuti, che fu scomunicato], che ebbe l’unico torto di non aver saputo aspettare l’evolversi dei tempi [«A ogni morte di Papa», Rizzoli, 1982].
Roncalli imparò allora ad aspettare la sua ora lavorando per la propria carriera.
Ciò perché doveva superare la tappa di professore di storia a lui interdetta in quanto sospetto di modernismo.
Era risaputo e Benedetto Croce lo conferma che i «modernisti, simpatizzando con i positivisti, con i pragmatisti e con gli empiristi di ogni risma, addurranno che essi non credono al valore del pensiero e della logica, cadranno di necessità nell’agnosticismo e nello scetticismo. Dottrine, queste, conciliabili con un vago sentimentalismo religioso, ma che ripugna affatto ad ogni religione positiva».
Che i modernisti simpatizzino anche coi massoni e coi comunisti, condividendo con essi idee umanitariste, è un fatto ricorrente nella vita politica del passato come del presente; essi osteggiano solo la tradizione.
Dovevano, quindi, rovesciare il «Syllabus» di Papa Pio IX attraverso un concilio pastorale come il Vaticano II; rivoluzione religiosa nata dalle utopie prodotte dalla teoria dell’evoluzione dell’umana coscienza che, una volta matura (vedi il cristiano adulto di Karl Rahner), si svincolerebbe dalle autorità gerarchiche legate alla tradizione biblica.
Così il mondo moderno passerebbe finalmente dal principio di trascendenza a quello dell’ immanenza, professando la religione antropocentrica in prospettiva di un umanitarismo globale; ideale che affratella massoni, socialisti, liberali e democristiani modernisti del Vaticano II.
Questa mentalità, condannata dal magistero cattolico, dominava la mente di molti infiltrati nella Chiesa per aggiornare la fede e le autorità cattoliche al progresso del mondo moderno.
Era il pensiero di Roncalli, la cui religiosità seguiva un profetismo evocante i segni dei tempi, non riferiti alla spiritualità cristiana, ma alla chimera di un nuovo ordine.
Tale piano, modernista e massonico, si doveva realizzare operando la mutazione della Chiesa dal suo interno, attraverso una nuova classe clericale con nuovi poteri gerarchici, fino ad arrivare a un nuovo Papato.
Questo nuovo potere gerarchico avrebbe allora operato per aggiornare la tradizione ai bisogni dei tempi col potere delle chiavi, cioè in nome di Dio stesso, e perciò contando dell’appoggio di un mondo cattolico pronto a giustificare ogni idea e gesto dei Papi finalmente «buoni».

Il canonico Roca descrive il programma massonico

Il piano in causa era segreto, ma è stato descritto esplicitamente da un suo araldo, il canonico Roca che, nel centenario della Rivoluzione Francese, col suo scritto «Glorieux centenarie», ha dato fiato alle trombe annunciatrici dell’ammirabile nuovo mondo religioso che sorgeva.
Dal libro «Le infiltrazioni massoniche nella Chiesa» del P. E. Barbier, edito nel 1910 e favorito da molte approvazioni episcopali, abbiamo il brano: «La Massoneria ha concepito il proposito infernale di corrompere insensibilmente i membri della Chiesa, anche del clero e della gerarchia, inoculando in essi, sotto forme seduttrici e di apparenza inoffensiva, i falsi principi con i quali pianificava di sovvertire il mondo cristiano».
Nei documenti dell’Alta Vendita poi, si legge: «Per ottenere un Papa nella misura richiesta, si tratta, per primo, di preparargli una generazione all’altezza del regno che ci prefiggiamo…; si lasci da parte la vecchiaia e anche l’età matura; andate alla gioventù…: è questa che va convocata senza che sospetti di essere sotto la bandiera delle Società Segrete… Non abbiate nemmeno una parola d’ empietà o d’impurità … Una volta assodata la vostra reputazione nei collegi, nelle università e nei seminari… questa reputazione aprirà l’accesso alle nostre dottrine nel clero giovane come nei conventi… E’ necessario perciò diffondere i germi dei nostri dogmi».
Naturalmente tale piano non teneva conto che la mutazione di quanto procede da Dio è impossibile. Perciò il risultato reale di tale processo non sarà mai cambiare, ma devastare il cristianesimo che, come hanno sempre insegnato i Papi, non potrà mai essere né liberale, né socialista, né associato a un altro ordine che quello suo, cristiano.
Voler battezzare con immensa simpatia l’umanesimo laico, il culto dell’uomo che si fa Dio, come detto da Paolo VI alla chiusura del Vaticano II (7 dicembre 1965), non è solo empietà, ma un’impossibilità alla luce della fede e pure del buon senso.
Tra la religiosità umanitarista e la religione cristiana non vi è alcun accordo, ma i modernisti vantano la bontà della riconciliazione totale, idea che comporta, in extremis, quella tra bene e male! Ecco il profetismo ecumenista per servire i bisogni del nuovo ordine mondiale che pervase tanti chierici modernisti fautori del Vaticano II.
Qui si inquadra l’oscuro enigma del modernista Roncalli, professore, nunzio, patriarca…

L’ apparato modernista interno alla Chiesa in Italia

Chierico di Bergamo, con ampie aperture mentali, Roncalli fu inviato nel 1901 dal suo vescovo progressista, Camillo Guindani, per studiare e far carriera a Roma.
Nel 1904 in una conferenza di Marc Sangnier (il fondatore del Sillon che, con l’occhio fisso ad una chimera, preparava il socialismo e fu poi condannato da san Pio X), consolidò le sue visioni moderniste.
Roncalli nel 1950 a Parigi confesserà alla vedova del Sangnier che quel ricordo è il più vivo della sua formazione sacerdotale.
Le amicizie moderniste si estendevano in tutta Europa e Roncalli è presto entrato in contatto coi pezzi grossi di tale processo, come il cardinale belga Mercier, i cardinali Ferrari di Milano e Maffi di Pisa (il Mercier italiano), oltre a Radini Tedeschi di Bergamo.
Tutti operatori di quella svolta epocale di cui la Chiesa aveva bisogno per adeguarsi ai tempi.
Allora Roncalli insegnava storia nel seminario locale, seguendo l’«Histoire» del Duchesne e collaborando con le iniziative progressiste.
Ma alla sua nomina per la cattedra di storia scolastica nel seminario romano fu posto il veto nel 1912 perché di dubbia ortodossia (Lorenzo Bedeschi, in Paese Sera, 13 dicembre 1972).
Chiusa la porta romana, il vescovo modernizzante di Bergamo, Radini Tedeschi, riaprì la sua porta per farlo segretario e insegnante nel locale seminario.
Dopo la guerra e sotto un nuovo vescovo, Luigi Marelli, la carriera romana di Roncalli ricominciò nel novembre 1919 con una prima udienza col Papa Benedetto XV, e un anno dopo il cardinale olandese von Rossum, Prefetto della Propaganda Fide invitò Roncalli a presiedere il Consiglio centrale di quella Congregazione per riorganizzare le opere missionarie nelle diocesi italiane. Roncalli parte per Roma e il 12 febbraio 1921.
Viene ricevuto dal Papa che lo nominerà poi monsignore.
La promozione di un professore sospettato di modernismo poteva solo avvenire nel giro delle influenze di Radini Tedeschi, uomo di Rampolla (loggia P1?), presso i suoi successori Della Chiesa e Gasparri.
Infatti, durante il Pontificato di Della Chiesa, Benedetto XV, gli ecclesiastici apprezzati da san Pio X furono emarginati mentre per altri si aprirono le porte vaticane.
E’ il caso del giovane Giovanni Battista Montini che stabilì a Roma dal 1924 una lunga amicizia con Roncalli.
Morto Benedetto XV, fu eletto Papa Achille Ratti, Pio XI, che confermò come Segretario di Stato il rampolliano Gasparri, e proseguì la linea diplomatica del predecessore molto vicina alla sua.
Pio XI, riguardo ai rapporti internazionali, fu il Papa dei Concordati, ma riguardo alla rampante tendenza interreligiosa, ne fu strenuo oppositore.
In vista della deviazione pancristiana promossa da don Lambert Beauduin OSB, ha scritto la sua enciclica «Mortalium animos».
Per Roncalli il piano ecumenista in questione, base del piano massonico, era quello buono.
Non sorprende, quindi, che a lui si attribuisca l’iniziazione rosacrociana e massonica (Pier Carpi, «Le profezie di Papa Giovanni», Mediterranee, 1976, Roma).
Sapeva il Santo Ufficio che Roncalli aveva una visione massonica?
I documenti che potevano registrare le sue deviazioni e spergiuri sono spariti dall’archivio vaticano (confronta Nichita Roncalli, pagina 4l).
Anche il dossier di Montini, parimenti sospetto, è stato ritirato dallo stesso Giovanni XXIII, per farne regalo all’interessato.
Ad ogni modo, in Vaticano si sapeva abbastanza sui rapporti negativi riguardo alla dottrina di Roncalli, ragion per cui solo con una forte raccomandazione egli avrebbe potuto accedere alla carriera diplomatica.

L’ operato ecumenista di Roncalli in Bulgaria

Sulla relazione di Roncalli con le deviazioni ecumeniste del pancristianesimo, vediamo un’occasione in cui esse si palesarono in contrasto con le direttive dottrinali della Chiesa e del Papa.
Quando Roncalli nel 1925 fu nominato arcivescovo di Areopoli con l’incarico di Visitatore Apostolico in Bulgaria, il suo caro amico don Lambert Beauduin, in vista di ciò disse che la missione di Roncalli in Bulgaria poteva assumere un risultato [ecumenistico] molto positivo, opinione condivisa da Montini.
L’ importante Enciclica «Mortalium animos» del 1928 fu scritta proprio in vista delle deviazioni ecumenistiche di don Beauduin, l’ uomo di fiducia del cardinale Mercier, che in seguito si è visto costretto a dare le dimissioni da priore del monastero di Amay.
Ma mentre Pio XI accusava gli errori del metodo Beauduin, Roncalli lo applicava.
Per spiegare i particolari della vicenda ci sarebbe da dilungarsi troppo.
In Bulgaria ed in Turchia, lo strano nunzio operò proprio al contrario di quanto allora era insegnato nell’ Enciclica «Quas primas», sulla regalità sociale di Gesù Cristo: la peste che infetta la società, la peste del nostro tempo, è il laicismo.
Ma Roncalli era per il «principio basilare» della laicità dello stato: la Chiesa si guarderà bene dall’intaccare o discutere questa laicità .
«Io cerco in ogni cosa di sviluppare più ciò che unisce, che ciò che ci divide».
E’ curioso che mentre difende il laicismo della nuova Turchia Roncalli si impegna ad aiutare i sionisti di passaggio per la Palestina che volevano far rinascere una nazione ebraica.
Il Vaticano, già dal tempo di san Pio X, si era dimostrato contrario a quest’ impresa che avrebbe creato un conflitto insanabile con gli arabi e innescato, per ragioni evidentemente religiose, una graduale ma inarrestabile esclusione dei cristiani dalla Terra Santa.
Tale era la preoccupazione di Roma, altra la visione e probabilmente l’ interesse verso nuove amicizie di Roncalli.
Quindi, siamo davanti a questioni di fede e di diritto divino, disprezzate da un nunzio per ragioni ecumenistiche.
In quest’ottica arrivò perfino a far cancellare in Turchia il «Filioque», che in aperta polemica con gli ortodossi, era scritto a grandi lettere sull’ ingresso della delegazione apostolica (Spinelli, Biblioteca Sanctorum, voce: Giovanni XXIII, Prima Appendice, Città Nuova, Roma, 1987).
In Turchia Roncalli aveva fatto la sua pubblica professione di fede nella fraternità universale dicendo nella cattedrale di Istanbul: «Noi siamo tutti fratelli senza distinzione di religione, di legge, di tradizioni e di classe». (P. Tanzella, Papa Giovanni, edizioni Dehoniane, 1973, pagina 140).
Nella Pentecoste del 1944 disse in un’ omelia: «I cattolici, in particolare, amano distinguersi dagli altri: fratelli ortodossi, protestanti, ebrei, mussulmani, non credenti e credenti di altre religioni… Devo dirvi che nella luce del Vangelo e del principio cattolico questa è una logica falsa. Gesù è venuto ad abbattere tali barriere; egli è morto per proclamare la fraternità universale».
Si tratta della fraternità massonica, al disopra delle religioni; fraternità dell’ ONU, della «Nostra aetate» del Vaticano II, dei suoi successori e del nuovo ordine mondiale.
Questo programma fraterno imponeva il concetto: cercare in ogni cosa più ciò che unisce, che ciò che divide.
Quindi, bisognava lasciar da parte i dogmi cattolici, la necessità di conversione, l’ autorità del Vicario di Cristo, insomma Gesù Cristo stesso.
Roncalli sistematicamente rifiutò aiuto a quanti volevano avvicinarsi alla Chiesa di Roma: lo ha sempre fatto con tutti i giovani ortodossi.
Ciò implica anche il rifiuto del Papato.
Che idea aveva Roncalli sulla missione e il potere del Papa?
http://www.effedieffe.com/rx.php?id=1909%20&chiave=La

http://forum.politicainrete.net/tradizionalismo/6758-perche-il-concilio-vaticano-ii-e-eretico-2.html

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Ecco un altro rebus della sua carriera.
Come mai un nunzio di seconda scelta dimenticato in Turchia fu scelto personalmente da Pio XII per una mansione assai difficile in una delle prime sedi della diplomazia vaticana?
Non certo per il lavoro svolto, che già dal tempo di Pio XI aveva suscitato molti dubbi.
Sull’ ortodossia di quel tipo dall’ apparenza tanto pacioccona quanto furbesca.
Un giorno forse si saprà.
Il fatto è che l’ invio di Roncalli fu la risposta di Pio XII al generale De Gaulle che, prima ancora dell’ entrata degli alleati a Parigi (25 agosto 1944), il 30 giugno 1944, aveva chiesto un’ udienza a Pio XII.
Si trattava di ottenere dal Papa la rimozione di nunzio, prelati e sacerdoti che in Francia avevano accettato il governo collaborazionista di Vichy del maresciallo Pétain.
Papa Pacelli non cedette alla pretesa del generale, né riconobbe subito il nuovo governo.
Ma la questione andava affrontata con quella prudenza vaticana consistente nel temporeggiare il più possibile.
Ecco il ruolo adatto, nel bene e nel male, per Roncalli, che come personaggio di basso profilo avrebbe pure ridimensionato le pretese del generale.
Ma ricordiamoci che accanto a Pio XII c’ era il suo amico Montini, che deve aver suggerito il suo nome.
La versione più plausibile di questa scelta, che non esclude né il ridimensionamento delle pretese del generale, né il suggerimento di Montini, o del caso, la si ipotizza nelle righe che seguono.
All’epoca, tutti erano a conoscenza che monsignor Roncalli era privo d’ogni importanza carrieristica, tra quelli che veramente contavano; di lui nessuna considerazione per puro caso lo avevano designato delegato apostolico ai quarantamila cattolici della piccola Bulgaria.
Presso la sezione per gli affari con gli Stati della segreteria di Stato, il suo operato era ritenuto pressappoco una frana e lui veniva tenuto a bada.
Spesso faceva trovare Roma davanti a fatti compiuti, che rasentavano il pressappochismo nelle severe procedure dei rapporti diplomatici con l’autorità dello Stato bulgaro prima e in seguito di quello turco.
Più volte gli rammentavano che come delegato apostolico, in Bulgaria prima e poi in Turchia, non era un accreditato presso il governo a pieno titolo, ma solo un rappresentante pontificio presso i vescovi e le chiese cattoliche locali; invece, spesso di sua iniziativa, monsignor Roncalli coinvolgeva la Santa Sede in situazioni che la segreteria di Stato riteneva nient’affatto condivisibili. In quel tempo, ad esempio, era impensabile che il rappresentante del Papa prendesse dimestichezza con i capi delle chiese ortodosse al di fuori dello stretto protocollo, per evitare facili strumentalizzazioni e fraintendimenti.
In segreteria di Stato stavano aspettando l’occasione propizia per ritirarlo dall’incarico diplomatico, anticipandogli il non meritato riposo pensionistico, possibilmente spedendolo in quel di Sotto il Monte.Sennonché, a Parigi, Charles De Gaulle in quegli anni era ai ferri corti con il nunzio apostolico monsignor Valerio Valeri sul fatto dei trenta vescovi francesi che – affermava il generale – avrebbero collaborato col governo Pétain e che per questo lui voleva far dimettere.
Come ovvio il Vaticano si guardò bene di aderire a tale insano proposito, e istruiva il nunzio a opporglisi decisamente.
I rapporti con la Santa Sede erano ai limiti di rottura.
Al punto che De Gaulle aveva chiesto e ottenuto l’allontanamento di monsignor Valeri al quale, richiamato a Roma, il Papa anticipò la porpora cardinalizia.
II Vaticano non aveva gradito il comportamento di De Gaulle, e per ripicca tardava la difficile designazione del nuovo nunzio.
La schizzinosità del presidente francese faceva di tale designazione un vero rompicapo.
In Segreteria si chiedevano: quale rappresentante pontificio gli sarebbe potuto andare a genio?
In che modo venirne a capo?
Sulla piazza all’epoca non se ne trovava uno adatto.
Per De Gaulle il lungo ritardo nella provvisione era un’amara ritorsione diplomatica che non riusciva a trangugiare.
Un giorno il presidente francese riceve le credenziali dell’ ambasciatore di Turchia e, dopo il protocollo ufficiale in colloquio privato, il discorso scivola sulle difficoltà diplomatiche che un capo di Stato incontra, quando sullo stesso territorio con gli stessi cittadini subentrano interessi di poteri spettanti a due diverse potenze, come ad esempio la Santa Sede.
Manco a dirlo, era pane per i loro denti.
Il governo turco, proprio per combattere codesta norma diplomatica contraria al Corano, si fa nemico di mezzo mondo, compresa la potenza del Vaticano.
A De Gaulle gli si rizzano le orecchie e chiede: «Allora come vi regolate?».
E il diplomatico turco: «Il mio governo si regola volta per volta secondo i personaggi che rappresentano la Santa Sede che, sia pure come delegazione e non nunziatura, riveste tuttavia l’importanza di una delle più influenti potenze internazionali. Ad esempio, questo Delegato Apostolico che ora abbiamo tra i migliori finora avuti, monsignor Giuseppe Roncalli, buono, umano, disponibile, furbacchione come tutti i preti».
De Gaulle se lo appunta.
Si fa raccontare qualche altro aneddoto, come quello dei trecento bambini da Roncalli dichiarati battezzati per porli in salvo, e pone termine all’udienza.
Due ore dopo, parte un cifrato da Parigi in Vaticano con l’indicazione di gradimento del governo francese per il Delegato Apostolico di Turchia nel caso che il Vaticano lo nominasse nunzio a Parigi.
L’imbecco del gradimento per ottenerne la designazione.Monsignor Domenico Tardini, della Sezione dei rapporti con gli Stati esteri, che di quel delegato, pasticcione e ciarliero, aveva la personale impressione del tutto negativa, rimane strabiliato di fronte alla proposta di Parigi.
Visti i rapporti tesi con la Francia, monsignor Roncalli non sarebbe potuto essere all’altezza della delicata e complessa situazione del momento, dove i diplomatici più abili avevano fatto cilecca. Ancora un’altra stranezza da aggiungere alla lista proveniente dall’Eliseo.
Si decide di tirare le cose per le lunghe, ritardando la risposta.
Si era ai primi di dicembre del 1952, non mancava molto a Natale; De Gaulle doveva ricevere gli auguri del Corpo diplomatico, porti secondo l’accordo di Vienna prima dal nunzio apostolico (decano, non ancora designato!).
In mancanza, sarebbe subentrato il vicedecano che – guarda caso – era l’ambasciatore russo, comunista di zecca, a De Gaulle, di una presunta destra.
All’epoca le forme erano essenziali.
Lo smacco era noto a quel Corpo diplomatico.
De Gaulle segnala la cosa al Vaticano, perché si regolassero.
Non c’era tempo da perdere.
Tardini, pressato, fa un cifrato a monsignor Roncalli a Istanbul, pregandolo d’affrettarsi a venire a Roma per poi raggiungere la nunziatura apostolica di Parigi, quale nunzio in Francia.
Roncalli, al quale giungevano insistenti voci di un suo richiamo dalla diplomazia, pensa subito a uno scherzo di cattivo gusto da parte di qualche burlone; monsignor Tardini questa volta dovette essere più esplicito, affrettandosi a dirgli che la cosa era più che seria e che urgeva trasferirsi ancor prima di Natale.
Doveva affrettarsi!
E si trasferì subito.
Papa Pacelli gli raccomandò di stare attento a quello che avrebbe dovuto dire nel discorso augurale a principio dell’anno; anzi gli suggeriva di farlo rivedere in segreteria di Stato, prima di leggerlo.
Monsignor Roncalli promise di fare del suo meglio, ma non ebbe tempo di coordinare le idee per buttar giù una bozza.
Una volta a Parigi, tra i primi impegni di Roncalli vi fu quello di rendere visita al vicedecano, l’ambasciatore russo (!), che lo tenne a cena.
Tra una portata e l’altra, tra un bicchiere e l’altro, tra il brusco e il losco, i rapporti divennero subito amichevoli e fraterni.
Monsignor Roncalli prende la palla al balzo e a bruciapelo chiede all’amico russo: «Lei, signor ambasciatore, cosa avrebbe detto per gli auguri, se io non fossi venuto in tempo?».
Gioco fatto!L’ambasciatore vicedecano passò il ciclostilato nelle mani del neodecano Roncalli; questi lo spuntò, lo reintegrò, e con l’enfasi del neofita lo declamò al cospetto di De Gaulle e di tutti gli ambasciatori del Corpo diplomatico francese, che rimasero meravigliati per i punti più salienti da lui toccati con fine sensibilità di provetto diplomatico.
Solo quello russo rideva sotto i baffi.
Le congratulazioni andavano anche al presidente De Gaulle, che così si salvava dagli avversari d’oltretevere.
Soddisfatto di tanto, i trenta vescovi non furono defenestrati.
I rapporti divennero concilianti con la Francia gollista.
Il nunzio Roncalli faceva da raccordo in ogni circostanza delicata tra Santa Sede, Francia e tutti gli altri Paesi d’oltrecortina, i cui problemi politici si dipanavano con l’intervento del bonaccione nunzio sempre sorridente, stimato oltrecortina.
Roncalli in questa nuova veste trovò in Parigi il centro per sviluppare il suo giro di nuove cospicue amicizie, che possono ben riflettere le sue scelte.
Il nuovo nunzio, da rinomato ghiottone, sapeva come allietarle con la buona tavola.
Sembra uno scherzo ma la brillante soluzione del nunzio Roncalli per quei gravi problemi consistette nel contattare il miglior cuoco di Parigi.
In questo modo Roncalli si fece allora tanti amici noti, come Leon Blum, l’ ebreo socialista che, operando l’ unione a sinistra del Fronte Popolare, era giunto al potere nel 1936.
Ma vediamo quelli speciali.
Edouard Herriot, presidente del Partito Radical-Socialista, divenuto presidente del Consiglio nel 1924 e 1932.
Famoso anticlericale, del suo governo scrive Leon de Poncins (Christianisme et F.M.): l’immissione della Massoneria nelle cose del Parlamento ed il suo dominio sulla maggioranza… si era affermata più forte che mai durante il ministero Herriot del 1924.
Il suo governo [salutato pubblicamente dai massoni], decretò una serie di leggi socializzanti, prefigurazione delle leggi del Fronte popolare di Leon Blum, leggi elaborate in precedenza nelle logge massoniche («Forces Secretes», pagine 63-64).
L’ altro, Vincent Auriol, ateo e socialista, ministro delle Finanze nel governo del Fronte popolare e primo Presidente della 4a. Repubblica (1947-54).
Costui più tardi volle servirsi di un vecchio privilegio del governo francese per imporre la Berretta cardinalizia al Nunzio in Francia, Roncalli, allora eletto cardinale e perciò papabile.
Un altro amico fu il diplomatico svizzero Carl Burckhardt, massone, professore di storia, specializzato in Voltaire e Goethe, commissario della Società delle Nazioni e presidente del Comitato internazionale della Croce Rossa.
Quando Roncalli fu eletto Papa nel 1958 lui scrisse all’ amico Max Richer una lettera che descriveva la vita che l’amico Roncalli conduceva a Parigi: «Girava come un giovane funzionario d’ambasciata, lo si incontrava dappertutto… Cambierà molte cose; dopo di lui la Chiesa non sarà più la stessa».
Ma l’amico più intimo, fu il Barone Yves Marsaudon, nipote di monsignor Le Cam, collaboratore di Rampolla, nominato nel 1946 Ministro dell’ Ordine di Malta a Parigi, poi dal 1926, fratello massone della Gran Loggia di Francia, e infine dal 1932 Maestro Venerabile 33° grado della Loggia della Republique.
Quando egli, avendo problemi di coscienza per queste appartenenze segrete, si consigliò con Roncalli, si sentì dire di restare pure in Massoneria!

Il Buon Governo

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« Risposta #2 inserito:: 16 Feb, 2011, 18:24 »

Il conciliatorismo modernista era la tendenza politica contraria alle direttive della Chiesa, per cui anche le questioni politiche hanno un aspetto dottrinale, come era il caso del «Non expedit» di Pio IX e dell’ anticomunismo dei Papi recenti.
Ma quel che importava a Roncalli (che mirava a ciò che univa) e anche all’arcivescovo di Parigi Suhard, era aggiornare la Chiesa, conciliandola col progresso (dello scientismo) e con la modernità (del democratismo) (80° proposizione condannata dal «Sillabo» di Pio IX).
In questo senso Roncalli ha appoggiato in pieno l’ iniziativa dei preti operai.
Essi andavano a lavorare nelle fabbriche per essere in contatto con i lavoratori e, se possibile, avvicinarli a qualche parola evangelica.
Ma il fatto è che invece di convertire quelli alla religione, si convertivano loro al comunismo.
Con tali risultati Roma reagì ed impose un intervento di Suhard, che nel febbraio 1949 fa una dichiarazione in proposito, giudicata carente dal Vaticano.
Roncalli, invece, interviene a favore di quell’ iniziativa rovinosa per la fede, e fa pubblicare su L’Osservatore Romano, con l’ aiuto di Montini, un elogio di tale missione in atto a Parigi e del suo patrono Suhard.
Quando Pio XII, il 30 giugno 1949 decreta la scomunica dei comunisti atei e di quanti in qualche modo favoriscono il comunismo, Roncalli parte da Parigi in un lungo giro in provincia, svelando come intende evitare il problema.
Assenza che ripete in occasione della pubblicazione dell’ Enciclica «Humani Generis» (12 agosto 1950), che condanna la «nuova teologia».
Col Vaticano II si capirà perché le dottrine e i suoi autori, che i Papi cattolici condannano, sono da promuovere per Roncalli e successori.
Per fare qualche nome: Danielou, De Lubac, von Balthasar, Chenu, Congar, ecc.
E’ vero che il monito contro il loro ispiratore, Teilhard de Chardin, ormai morto, è rimasto in corso sotto Giovanni XXIII, ma solo per non scandalizzare troppo, perché in sostanza, il massone Teilhard fu il vero mentore della rivoluzione del Vaticano II.
Ricordiamoci, però, che si trattava di una rivoluzione venuta da lontano e che non raccoglie solo le idee e direttive di personaggi conosciuti.
In essa tutto è ordito nel segreto.
Aleggia perfino il nome di Rudolf Steiner e della sua antroposofia.
Perciò la scelta di Roncalli richiede ancora una seria investigazione.Un comunicato sull’elezione a Papa di Roncalli?Il francese Jean-Gaston Bardet, che poi si saprà essere un noto massone, autore di libri della tendenza dell’ esoterismo cristiano, scrive nell’ agosto 1954 a Roncalli, e poi lo visita a Venezia per ripetergli che sarà Papa: non solo predice che lui diventerà Papa, ma indovina anche il nome che sceglierà da eletto e che il suo pontificato sarà contrassegnato da interventi dottrinali e riformatori.
Poiché tutto ciò si è avverato e ci sono altri indizi che Roncalli sapeva che sarebbe stato eletto, si può dedurre: i poteri occulti avevano già individuato in lui, che perciò andava avvertito in tempo, il candidato per il prossimo Conclave; che la scelta della persona e del nome era centrata sul suo curriculum, conforme ai loro bisogni, e non alla sua decisione.
Un altro episodio strano è stato ricordato nel programma Enigma di RAI3 del 2003.
Si tratta di un rapporto del 1954 dell’ ambasciatore Francesco Giorgio Mameli al ministro Piccione della Repubblica Italiana, indicando Roncalli come il candidato a Papa da favorire.
Roncalli doveva essere il Giovanni Battista, il precursore di Montini, patto interamente accettabile e pure voluto da lui, come era la convocazione del concilio voluto dalle logge.
Si può dunque capire che l’ operato ecumenista di Roncalli nel prossimo Oriente gli aveva aperto tutte le porte: come nunzio a Parigi e poi come papabile delle logge: il Papa buono secondo le loro idee.
Dopo aver favorito monsignor Feltin, presidente della Pax Christi (pacifismo cristiano), per la successione del cardinale Suhard a Parigi, Roncalli nel 1953 ritorna in Italia e in vista del suo brillante operato in Francia, che delineava il profilo della sua decisa fede modernista, viene nominato patriarca di Venezia.Roncalli a VeneziaPapa Pacelli, seguendo la dignità spettante al nunzio a Parigi, lo fece patriarca di Venezia e cardinale (1956), dove avrebbe completato una carriera prestigiosa che lui mai si sarebbe potuto sognare.
Tornato definitivamente in Italia dopo tanti anni all’ estero, Roncalli certo non ignorava i grandi problemi della politica italiana e mondiale, sia per la sua posizione di nunzio, sia per i suoi continui ritorni a casa, in Italia.
Professando una conciliazione ad oltranza, Roncalli ha sempre resistito in modo velato all’ azione di Pio XII per contenere il comunismo e la dilagante rivoluzione socialista e libertaria.
Adesso poteva dimostrare questa sua linea a Venezia con la scusa della buona ospitalità cristiana. Per esempio, quando l’ arcivescovo Feltin di Parigi ha visitato Venezia, lui ha voluto che la banda suonasse la Marsigliese, come se essa non fosse pur sempre un simbolo rivoluzionario.
Ma il caso più emblematico fu quello del 1957, col benvenuto al XXX° Congresso del Partito Socialista Italiano di Pietro Nenni, che aveva nella sua bandiera la falce ed il martello.
Già prima Roncalli aveva difeso i suoi preti richiamati da Roma per aver proposto sui periodici locali l’ apertura dei cattolici ad una collaborazione con i socialisti.
Costretto dal cardinale Pizzardo a definire la sua posizione, critica nella pastorale del 12 agosto 1956 l’apertura a sinistra ad ogni costo, ma non firma il richiamo episcopale ai preti (Dorigo).
Se costui scriveva quanto lui stesso pensava, come poteva firmare quella condanna?
La tattica modernista si ripete, gli stessi inganni del 1914, di fronte al cardinale Lai, si sono ripetuti fino a questo del 1956 davanti al cardinale Pizzardo.
Quando Pio XII trasferisce Montini a Milano, Roncalli esprime la sua perplessità al segretario Capovilla: «Adesso dove troveranno uno che sappia redigere un documento come sapeva fare lui?».
Roncalli anticipa a Venezia un principio del Vaticano II: cercare in ogni cosa di sviluppare più ciò che unisce, che ciò che divide.
Un” idea condivisibile in alcuni campi, ma non in quello religioso, dove riflette un larvato indifferentismo.
La Chiesa deve chiedere scusa per i suoi «peccati» commessi in ogni tempo e direzione.
In tal modo la nuova classe clericale non ha fatto altro che screditare la Chiesa del passato e in extremis, Gesù Cristo stesso, a favore della «bontà e comprensione» di quella chiesa del presente e dei suoi «umilissimi» e «buonissimi» pastori.
Quanto all’ onore dovuto alla Madre di Dio, esso va pesato e deve rivestirsi di molta prudenza!
Roncalli si rifiuta di firmare la petizione per l’ istituzione della nuova festa della regalità di Maria, che precede di sei mesi l’ enciclica di Pio XII «Ad Coeli Reginam», per la festa e la consacrazione del 31 maggio.
Il suo ecumenismo va in ogni direzione, meno in quella mariana, perché in fondo tutti sono cristiani, anonimi, anche senza volerlo.
In questo senso Roncalli invitava alla sua tavola veneziana tutti, protestanti, ebrei, musulmani, senza distinzioni, il che scandalizzava molti perché era la messa in opera di un indifferentismo senza confini.
Se mirava a conversioni, questa non poteva che essere al suo credo ecumenista!La Massoneria mirava ad un «Papa buono»Furono massoni il primate della chiesa anglicana Fischer e il patriarca Atenagora della chiesa ortodossa, con i quali Roncalli iniziò un’ apertura di dialogo ecumenico in un clima di fraterna comprensione (il Gran Maestro Giuliano Di Bernardo lo rivela nel suo libro «Filosofia della Massoneria», Marsilio Editore pagina146).
Avendo il patriarca ortodosso Atenagora di Costantinopoli, e alcuni altri, paragonato Giovanni XXIII a Giovanni Battista, si può pensare che questo sia dovuto allo stesso personaggio che in diverse occasioni ha parlato di nuove vie, ecc.
Tre giorni prima dell’ indizione del Vaticano II Roncalli confida ad Andreotti: «Molte delle anticipazioni di allora [del modernismo] erano poi divenute feconde realtà».
Il Concilio le avrebbe costituzionalizzate (pagina104).
La novità del nome scelto da Giovanni XXIII stupì molti, ma la sua logica segreta era nota agli addetti ai lavori: quel Pontificato doveva preparare la via a Montini e annunciare la novità
Dell’ aggiornamento della tradizione e particolarmente degli ultimi Pontificati, da Pio IX a Pio XII. Ci avrebbe pensato poi Montini, divenuto Paolo VI, ad imporre ai cattolici l’inversione religiosa subdolamente perseguita.
Roncalli massone?
Non c’ è dubbio che Roncalli dava molta importanza ai simboli.
Forse attraverso di essi si potrebbe capire meglio cosa era nell’ animo di questo chierico che fa togliere dalla facciata della delegazione apostolica lo stemma con la parola «Filioque», un simbolo della fede cattolica, ma che ha nella sua croce pastorale l’ occhio nel triangolo, usato dalla Massoneria.
Queste cose non sono una prova della sua affiliazione alla setta, ma dimostrano le sue scelte iconografiche delle sue associazioni mentali.
Ora, come si è visto, per il pensiero massonico, ogni fede e ideologia può essere accettata se depurata da un’ idea assoluta, per costruire la fratellanza universale.
Questo era pure il pensiero manifestato da Roncalli in Turchia nella Pentecoste del 1944.
Perciò il giornalista Pier Carpi non deve aver inventato niente sulla sua iniziazione rosacrociana e iscrizione massonica («Le profezie di Papa Giovanni», Mediterranee, 1976, Roma): furono non solo le sue parole ed atti ad esprimere concetti massonici, ma pure le sue amicizie e frequentazioni. Certo, non ci sono prove pubblicate dai servizi segreti francesi, ma risulta da un ufficiale addetto alla protezione del nunzio, che ogni giovedì Roncalli si recasse a una loggia.
Ho ripetuto questa informazione al cardinale Oddi, che era stato suo aiutante a Parigi.
Non l’ ha contestata, ma la storia non si scrive con ammissioni silenziose e mosse della testa.
Poi, anche a saperlo, cosa cambierebbe di fronte alla demolizione provocata?Incontri massoniciDiversi Gran Maestri massoni della Francia e Italia hanno confermato pubblicamente le aperture del futuro Giovanni XXIII.
Nel 1989 la rivista dei Francs-massons «Humanisme», numero 186, racconta l’incontro del nunzio Roncalli con Alexandre Chevalier, che ha avanzato proposte riguardo al diritto canonico e altro.
All’ intesa segreta tra il futuro Giovanni XXIII e chi è diventato poi il gran maestro nel 1965, invitato all’incoronazione di Giovanni XXIII a Roma, fa eco l’ ipotesi che la loggia L’Etoile polaire (l’Atelier), «era all’origine del Vaticano II». (1)
Quale può essere la risposta alla domanda su Roncalli massone?
Si è visto che ci sono indizi che lo confermano durante la sua carriera, ma essi non conducono a prove definitive.
Resta, però, che quanto non appare provato durante la sua carriera clericale, può risultare evidente dai frutti del suo operato pontificale.
Essi vanno approfonditi.
Nel nuovo clima postconciliare tutte le religioni sono più o meno buone e la conversione non è più necessaria per gli ebrei, che rimangono saldi nella Vecchia Alleanza.
Anzi, la loro visione del futuro sarebbe analoga a quella cristiana nel catechismo derivato dal Vaticano II: l’attesa della venuta (o del ritorno) del Messia !!! (Catechismo della Chiesa Cattolica, numero 840).
La materia dell’ adesione di Giovanni XXIII alla fede modernistica o massonica [un massone è fuori dalla Chiesa, non potrebbe esserne il suo capo, nemmeno se votato dall’ unanimità dei cardinali, che comunque si possono ingannare (vedi Bolla «Cum ex apostolatus», Papa Paolo IV, 1559)] è molto delicata.
Potrebbe, tale immane sciagura, essere figurata simbolicamente nella visione del Terzo Segreto di Fatima, della città mezza in rovina, che dopo l’ eccidio del suo capo va in completa distruzione?
Potrebbe essere il segreto, storicamente censurato proprio da Giovanni XXIII, che dava molta importanza ai simboli?
In questo caso, però, davanti ad un segno del cielo, sembra aver mancato perfino all’ evocazione della sua sfinge: deciframi o ti annullerò.Daniele AraiNote
1) Jacques Ploncard d’Assac, «Présent», Parigi, 20 luglio 1989.http://www.effedieffe.com/rx.php?id=1909%20&chiave=Lahttp://forum.politicainrete.net/tradizionalismo/6758-perche-il-concilio-vaticano-ii-e-eretico-2.html

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13 GIUGNO, INIZIA LA «NOSTRA AETATE» CONCILIARE PER MUTARE LA FEDE SULLA NECESSITÀ DI CONVERSIONE DI TUTTI A CRISTO

clip_image002[1]L’EDITORIALE DEL VENERDI

di Arai Daniele

(con ampia documentazione fotografica)

Il 13 giugno, Sant’Antonio e doppia data di Fatima, è anche data d’inizio della gran mutazione conciliare riguardante una «revisione» del Vangelo sul deicidio.

Era il 13 giugno 1960, quando Giovanni 23 ricevete in udienza l’israelita Jules Isaac che dinanzi a lui perora la causa secondo le tesi già formulate nel suo libro «Gesù e Israele», per l’apertura dell’ecumenismo ai «fratelli mclip_image004[2]aggiori», rappresentati dal «B’nai B’rith».

Giovanni 23 lo manda dall’appena promosso cardinale Augustin Bea.

Nell’udienza del 18 settembre 1960, Bea, che risulta come massone nella lista di Mino Picorelli, che sarà assassinato per aver divulgato segreti massonici, riceve l’incarico di preparare per il Concilio un documento sulla delicata materia. Iniziano così i contatti coi rappresentanti più noti del giudaismo per guastare la «via del Signore» (cf. Gv 1, 23), che dopo cinque anni porterà all’incredibile dichiarazione conciliare «Nostra aetate».

Come i Giudei plasmarono il Vaticano 2º*

(*Il Concilio ecumenico del Vaticano (1869–70), dogmatico come gli altri venti Concili ecumenici della Santa Chiesa, resta per ora il Iº e unico con questo nome. Ma poiché si usa cclip_image006[1]hiamare Vaticano secondo il conciliabolo del 1962-65, evitiamo dargli il numero romano per testimoniare che tal evento, demolitore della Fede, non può essere considerato nella continuità dei Concili cattolici.)

Bea parte per l’America. Nel lungo articolo del 25 gennaio 1966, «How The Jews Changed Catholic Thinking», Joseph Roddy, Editore del Look Magazine, descrive i principali contatti per l’apertura di Giovanni 23 alla «lobby» giudaica, intenta a «invadere il campo della dottrina e del dogma di Santa Madre Chiesa». L’articolo, scritto subito dopo la chiusura del Vaticano 2º, parla del rapporto delle idee inserite nei suoi documenti, come la «Nostra Aetate», con la politica del moclip_image007[2]ndo. Per l’arcivescovo di Aix, Provenchères, il «segno dei tempi» all’origine di questo decreto del Vaticano 2º «è stato l’incontro di Jules Isaac con Giovanni XXIII». Roddy documenta il suo seguito e ne intuisce le conseguenze che abbiamo conosciuto con le visite dei successori di Roncalli, G23, alle sinagoghe. Si trattava di accordarsi per condannare il presunto «odio cristiano» verso i giudei deicidi a causa dei Vangeli.

clip_image009[2]A tale scopo e per svolgere una attività «ecumenista» che avrebbe spinto altri prelati a inseguire accordi fino ad allora impensabili, il cardinale Bea ricevette grandi poteri. Roddy descrive il viaggio di Bea a New York del marzo 1963. Portato dall’Hotel P

laza all’«American Jewish Committee». Lì, poi, il «Sanhedrin» (Sinedrio) avrebbe ricevuto il capo del segretariato per l’Unità dei Cristiani (ormai estesa ai giudei!). Era l’inizio della “storia di come potenti progressisti di Sion e prelati di Roma e dell’America hanno usato il potere della stampa per provare al pubblico che la penna e l’agenda modernista-massonica-sionista era per loro più poteclip_image010[1]nte del Dogma e della Verità!” Frase dello stesso Joseph Roddy.

Questa iniziativa presso il Vaticano della più potente, influente e antica organizzazione internazionale giudaica, fondata nel 1843 come ramo della massoneria riservata agli ebrei, aveva suscitato gran sorpresa. In Francia, molti sono gli uomini politici legati ad essa secondo un’inchiesta sul suo modello massonico pubblicata da Emmanuel Ratier («Mystères et Secrets des B’nai B’rith», edizione italiana Sodalitium, Verrua Savoia).

Henry le Caron :“Un ebreo vi fa una proposta di servizio a nome della Sinagoga… Se volete salvare la Chiesa… la vostra “nuova Chiesa”, dovrete rinunciare alla Rivelazione, all’Incarnazione e alla Redenzione. A tale prezzo otterrete la simpatia della Sinagoga e potrete così contare sul suo appoggio” (Sodalitium n° 38, giugno-luglio 1994, pp. 17-29)

Si può vagliare il livello di potere ricevuto dal cardinal Augustin Bea per tale corsa nella missione di avvicinamento, affidatagli da Giovanni 23, dalle modifiche da lui introdotte nei testi liturgici riferiti agli ebrei con la redazione della «Nostra aetate» del Vaticanoclip_image012[1] 2º e poi, dall’invito ad «aperture» verso gli ebrei continuate con la visita di Giovanni Paolo 2º e Benedetto 16º alla sinagoga di Roma e al Muro del pianto.

Il fatto è che i capi del Vaticano conciliare e modernista non vogliono perdere il treno di chi comanda nel mondo, dove viaggiano i capi democratici del dominante americanismo. La questione è ben illustrata in questa serie di foto, ormai storiche, che potrebbe avere per titolo: «Chi comanda in America» (Maurizio Blondet).

http://realitybloger.wordpress.com/2013/05/26/a-pictorial-history-of-the-united-states-government/

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clip_image029[2]L’«aggiornamento» della posizione dottrinale in Vaticano è evidente nei successivi «Orientamenti conciliari». Il 24 giugno 1965, i capi conciliari approvano il documento ufficiale d’invito ai cristiani affinché «preparino il mondo alla venuta del Messia», insieme agli ebrei. L’eco di tale invito si trova al paragrafo 840 del «nuovo catechismo»: «quando si considera il futuro, il popolo di Dio dell’Antica Alleanza e il nuovo popolo di Dio tendono a fini analoghi: l’attesa della venuta (o del ritorno) del Messia».

La Fede nella venuta di Cristo e il Suo rifiuto avrebbero fini

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clip_image034[1]

clip_image036[1]clip_image038[1]analoghi! Quale pensiero sofistico, «gnostico» o modernista è stato capace di tale sproposito per cui la necessità di conversione degli ebrei al Vangelo di Cristo, prima missione degli Apostoli, di san Pietro e della Chiesa, sarebbe, secondo tali falsi profeti, ormai confusione superata?

Domanda inutile se rivolta ai conciliari poiché Paolo 6º era ormai deciso di presentarsi al mondo con l’ephod del gran sacerdote giudaico Caifa, che condannò Gesù!

Il Cardinale Ciappi, teologo di Pio XII, rimasto in Vaticano fino all’inizio del tempo di Giovanni Paolo 2º, dichiarava:“Il Terzo Segreto dice che la grande apostasia nella Chiesa inizia dal suo vertice. La conferma ufficiale del segreto de La Salette (1846): “La Chiesa subirà una terribile crisi. Essa sarà eclissata. Roma (il Vaticano) perderà la fede e diventare la sede dell’Anticristo”.

“Cose spaventose e strane sono successe in terra: i profeti profetavano menzogne e i sacerdoti li applaudivano con le loro mani; e il mio popolo ha amato queste cose. “Che castigo non verrà dopo tutto questo?” (Gr 5, 30-31).

clip_image040[1]Tolto ogni freno che contenga nelle vie della verità gli uomini già volgentisi al precipizio per la natura inclinata al male, potremmo dire con verità essersi aperto il pozzo dell’abisso dal quale vide S. Giovanni salire tal fumo, che oscurato ne rimase il sole, uscendone innumerabili locuste a disertare la terra (Mirari vos, Gregorio XVI, 15/8/1832) contro il delirio delle libertà e dell’indifferentismo in materia di religione. Proprio quello che il Vaticano 2º dichiarò essere diritto nei suoi documenti sulla libertà religiosa ecumenista e sulla «Nostra aetate», per cui ogni religiosità, e soprattutto gli Ebrei, sono su «vie di verità», anche ripudiando Gesù Cristo.

Si torna al «consumnatum est», che questa volta porta alla morte del Cristianesimo.

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L’Osservatore Romano inizia già la celebrazione solenne del Concilio

Paolo VI e Pericle Felici

di www.zammerumaskil.com

DUE PAPI UN SOLO CONCILIO

L’arcivescovo Pericle Felici, come segretario generale del concilio Vaticano II, firmò nel 1966 l’articolo che apriva il numero speciale dell’”Osservatore della Domenica” dedicato all’assise ecumenica. Ne pubblichiamo ampi stralci.

È dell’opera del Papa in questo Concilio che vogliamo parlare. Due grandi figure sono sotto i nostri occhi: Giovanni XXIII e Paolo VI. Se mai vi è stato nella storia Concilio voluto spontaneamente dal Papa e da questo attuato e seguito come “impresa sua”, questo è certamente il Vaticano II. Papa Giovanni lo pensò e volle come mosso da una ispirazione celeste: la sua decisione non fu frutto di lunghi ragionamenti, che si sarebbero forse arenati di fronte alle difficoltà facili a prevedersi. Nelle cose grandi il Signore agisce spesso così, perché l’uomo non ne abbia a trarre gloria. (ma l’uomo è stato messo al centro della gloria…n.d.r.)
La fiducia nel Signore dette a Papa Giovanni la certezza che il Concilio sarebbe riuscito. (i fatti dimostrano come sia riuscito bene…che tipo di fiducia aveva Giovanni XXIII e in quale Signore? n.d.r.) Nel mio diario del 10 ottobre 1962, vigilia della inaugurazione, trovo riportate ad verbum le paterne raccomandazioni che allora mi fece il Papa: hanno il sapore di una profezia. Al termine disse, con voce ferma e con lo sguardo proteso verso l’avvenire. “Il Concilio riuscirà“. (pare una comica, ma non lo è…nd.r.)
Giovanni XXIII per il Concilio visse e per il Concilio morì. Seguì da vicino i lavori che possiamo chiamare di “avviamento”; assisté assai spesso dal suo studio alle Congregazioni generali, per mezzo delle telecamere a circuito chiuso che erano state istallate nell’Aula Conciliare; intervenne con la sua autorità a dirimere alcune questioni sorte nei primi passi del Concilio. Ma il suo merito più grande fu di aver dato prima alla preparazione poi al Concilio un grande respiro, un immenso soffio di vita, che valicava i confini della Chiesa. (soffio di vita o soffio di Satana entrato nella Chiesa? n.d.r.)
In questo il Papa non fu mai solo: (solo quello di adesso è sempre “Solo contro tutti”, per alcuni osservatori…n.d.r.) coloro, che egli chiamò a prender parte della sua sollecitudine, misero ogni impegno per assecondarne l’opera. Ne è testimonianza la documentata approvazione che egli volle dare, con paterna gratitudine, ai suoi collaboratori. Il lavoro del Concilio ha trasformato, molte volte migliorato il lavoro di preparazione: e questo era previsto e doveva avvenire. Ma quanta ricchezza di dottrina era già contenuta negli schemi preparati e quale tesoro essi costituiranno per gli studiosi di domani.
Una parola di Giovanni XXIII, che ha fatto fortuna ma che non di rado è stata fraintesa, è “aggiornamento della Chiesa”. Chi ha conosciuto da vicino Papa Giovanni e ha saputo stimare la ricchezza della sua mente e del suo cuore, attinta e alimentata dalle pure fonti della tradizione; chi per poco percorre le tappe della sua vita ecclesiastica, che ebbe i primi bagliori nell’ambiente del Seminario Romano, a cui egli rimase sempre incomparabilmente affezionato; chi legge le pagine edificanti del Giornale dell’anima oppure i numerosi discorsi del Papa nella preparazione del Concilio, può rendersi facilmente conto del senso che egli dava a questa espressione così piena di vita. La Chiesa si aggiorna nutrendosi della vera dottrina di Cristo, infiammandosi del suo vero amore, rispettando ed obbedendo alla volontà di Cristo e di chi nella Chiesa in suo nome esercita l’autorità. Ogni cedimento alle volubili passioni umane, alle dottrine che “accarezzano le orecchie”, alle esigenze di una situazione presente che non è secondo il piano divino della salvezza, non è aggiornamento, né rinvigorimento: è invecchiamento spirituale e rovina per la Chiesa.
Papa Giovanni ha offerto la sua vita per il Concilio. Qualche giorno prima della morte, il 25 maggio, gli inviai una lettera di devozione e di augurio per la sua salute. Mi fece rispondere che mi era vicino e che anche lui lavorava per il Concilio “anche e soprattutto adesso”. Pochi giorni dopo il suo sacrificio era consumato. Quella luce che brillò alla finestra dell’ultimo piano del Palazzo Apostolico, sulla sera del 3 giugno 1963, fu come un faro di speranza acceso sul mare sconvolto del mondo.
Paolo VI raccolse l’eredità grande e difficile con animo trepidante, come Egli stesso confessò, ma con risolutezza, facendone il programma del suo Pontificato. Di temperamento diverso dal suo predecessore, portava tuttavia all’impresa lo stesso entusiasmo e la stessa grandezza d’animo: ne ebbi una personale conferma nella prima udienza che Egli ebbe la bontà di concedermi il 5 luglio, a circa due settimane dalla sua elezione. Papa Montini prendeva il timone di una navigazione non certo facile, ma aveva al suo attivo una duplice esperienza di immenso valore: quella di Prosegretario di Stato, integrata pastoralmente dal governo della Chiesa ambrosiana, e l’esperienza che gli veniva dall’aver partecipato alla preparazione del Concilio, come Membro della Commissione Centrale e della Commissione Tecnico-Organizzativa, e quindi ai lavori del primo periodo del Concilio, quale Padre Conciliare e Membro del Segretario degli Affari Straordinari. Il nuovo Papa quindi conosceva bene le diverse istanze e tendenze che si manifestavano in seno alla grande assemblea.
Ebbi io l’onore di comunicare al Cardinale Montini la sua nomina a Membro della Commissione Centrale Preparatoria. Ricordo ancora le sue parole: “Quale contributo potrò io dare ai lavori di un’Assemblea così eletta?”. Risposi subito che il suo contributo sarebbe stato grande e assai utile. Accettò con umiltà.
Nei tre periodi del Concilio, celebratisi sotto il suo pontificato, Paolo VI ha svolto un’opera illuminata, ( sul fatto che fosse “illuminata”, non ci sono dubbi…n.d.r.) saggiamente stimolatrice ed equilibratrice. Essa si è mantenuta sempre nella sfera competente al Capo dell’Assemblea, cui per divino mandato spetta di guidare e di confermare i Fratelli. Salvo pochissimi casi, in cui il Papa, prevenendo la discussione conciliare su temi che non erano iscritti nell’agenda del Concilio, ha avocato al suo giudizio di Pastore Supremo alcune questioni particolarmente delicate, l’opera del Papa è stata sempre sommamente rispettosa della libertà dei Padri e del lavoro delle Commissioni.
Riguardo a quest’ultime si è talora dimenticato che esse erano organismi non di deliberazione, ma solo di preparazione e di studio: qualunque intervento quindi che contribuisse a chiarire e approfondire il tema studiato, trovava qui il suo luogo naturale. E qui il Papa interveniva, come era suo diritto e talora anche dovere, avendo egli la possibilità di conoscere e di valutare tutte le legittime istanze dei Padri. Ma giammai egli si è sovrapposto alle Commissioni, pur potendolo fare. In un caso, che potremmo dire tipico, quello della Nota praevia explicativa sullo Schema De Ecclesia, il Papa, che desiderava la chiarezza in una questione così discussa, come era appunto il potere e la collegialità episcopale, limitò la sua azione ad invitare la Commissione a dare opportune spiegazioni su quanto nel testo veniva asserito: e quindi fece leggere in Aula la nota preparata dalla Commissione, perché i Padri, nel votare, avessero ben presente il significato del testo sottoposto al loro suffragio.
Un altro esempio dell’opera saggiamente moderatrice del Papa si è avuto nell’iter dello schema sulla divina rivelazione. Per le vicende che avevano accompagnato il dibattito nel primo periodo e per la diversità di tendenze degli studiosi, che avevano avuto riflesso nell’Aula conciliare, la redazione di tale schema si dimostrò assai laboriosa. Il Papa, al momento giusto, intervenne presso la Commissione, aiutandola a raggiungere quella formulazione, che raccolse il quasi unanime consenso dei Padri.
Paolo VI ha dimostrato sempre una singolare premura perché il Regolamento venisse osservato nella lettera e nello spirito. Infatti egli non ha mai derogato ad esso: ne è stato anzi il custode geloso. Qualora veniva mossa una querela, disponeva sempre che la vertenza fosse risolta nell’ambito del Regolamento. Proprio per esser fedele a questo e per salvaguardare, quindi, la libertà dei Padri, che ne richiedevano l’osservanza, non volle derogare alla decisione presa legittimamente dal Consiglio di Presidenza – come ebbe anche a confermare il Tribunale Amministrativo – di rinviare al quarto periodo la votazione sullo schema di Dichiarazione sulla Libertà Religiosa.
Quanto l’atteggiamento del Papa, in questo come in altri casi simili, sia stato utile per il lavoro del Concilio e per il miglioramento anche sostanziale degli schemi lo sappiamo in gran parte e lo dimostrerà più ampiamente la storia del Concilio.
Pioveva e faceva freddo la mattina di Natale del 1961, quando nell’atrio della Basilica di S. Pietro, davanti al Capitolo Vaticano, lessi la Bolla di indizione del Concilio. Per quanto già deciso dal Papa, non era ancora indicato il giorno d’inizio, che venne annunziato solo il 2 febbraio dell’anno successivo.
L’8 dicembre 1965, quando ai piedi del trono pontificio lessi il Decreto di chiusura del Concilio, il cielo era sereno, l’atmosfera mite: anche nelle condizioni del tempo traspariva il sorriso dell’Immacolata.

Mentre, con voce commossa, leggevo le brevi frasi, con cui si dichiarava chiuso il grande evento, molti ricordi affiorarono nella mia mente e due figure brillarono di intensa luce, ai cui nomi i Padri e la folla applaudirono: Paolo VI, che era al centro della grande assemblea e, lieto del felice esito, decretava la fine del Concilio, e Giovanni XXIII, autore e primo ispiratore del grande sinodo, il quale sorridente benediceva dal cielo.

(il sito in oggetto trae l’articolo da L’Osservatore Romano del 31/07/2011)

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Vaticano II. Un testamento che turba la Chiesa romana

A cinquant’anni dal primo annunzio del Concilio, che ne è dell’eredità della grande Assemblea voluta da papa Giovanni? Benedetto XVI ha celebrato l’anniversario cancellando la scomunica ai vescovi lefebvriani che pur continuano a sostenere l’antisemitismo teologico. La vergogna di Richard Williamson.

Sono appena trascorsi cinquant’anni da quando, il 25 gennaio 1959, Giovanni XXIII annunciò per la prima volta l’intenzione di convocare il Concilio Vaticano II, che si sarebbe poi celebrato in san Pietro dal 1962 al ‘65, in quattro distinte sessioni autunnali. L’anniversario, per volere di Benedetto XVI che così ha inferto, di fatto, un vulnus alla memoria e all’eredità del Concilio, si è incrociato con la cancellazione della scomunica a quattro vescovi seguaci di monsignor Marcel Lefebvre, acerrimi avversari delle deliberazioni della grande Assemblea. Uno, poi, di tali vescovi, il britannico Richard Williamson, ha sostanzialmente negato la Shoah, e questa ulteriore vicenda – di per sé non legata alla precedente – ha aperto un’altra finestra che, indirettamente, getta una luce sinistra sul mondo dei tradizionalisti ora riabilitati e sulla «politica» d’Oltretevere.

Le quattro stagioni del Vaticano II e del post-Concilio

Il Concilio approvò quattro costituzioni: su liturgia («Sacrosanctum Concilium»), Chiesa («Lumen gentium»), divina rivelazione («Dei verbum») e rapporti Chiesa-mondo («Gaudium et spes»); nove decreti – tra i quali uno sull’ecumenismo («Unitatis redintegratio»); tre dichiarazioni, tra cui una sui rapporti con le religioni non cristiane, in particolare con l’ebraismo («Nostra aetate»), e una sulla libertà religiosa («Dignitatis humanae»). Nell’insieme, questo corpo dottrinale e pastorale ha rappresentato il più grande sforzo, a livello del massimo magistero cattolico, nel secolo ventesimo, per «aggiornare» la Chiesa cattolica romana. Caratteristica del Vaticano II, rispetto agli altri Concili del secondo millennio (ecumenici – salvo alcune voci dissonanti – per la Chiesa di Roma, ma solo generali della Chiesa latina secondo l’Ortodossia), e soprattutto rispetto ai due precedenti – Trento (1545-63) e Vaticano I (1869-70) – fu che le proclamazioni dogmatiche e le indicazioni pastorali non furono seguite dalla famosa espressione anathema sit (sia scomunicato chi non crede che…).

Più forte, spesso, dei suoi documenti, fu l’evento stesso del Concilio, e cioè il fatto che circa duemilacinquecento «padri» – l’idea che ci potessero essere anche le «madri» era totalmente estranea, allora, tanto ai vescovi e teologi «conservatori» che «progressisti» – provenienti da ogni parte del mondo, discutessero liberamente su come scrostare dalla polvere dei secoli l’antico albero della Chiesa romana per farvi scorrere meglio la linfa vitale sì da riuscire ad annunciare in modo credibile l’evangelo, inserendolo nelle diverse culture, e quindi relativizzando la cultura ecclesiastica europea fino ad allora dominante. Il Concilio, insomma, poneva l’intera Chiesa cattolica in stato di Concilio.

Papa Giovanni parlò del Concilio come «fiore di inaspettata primavera». Assumendo questo paragone, potremmo dire che, dopo il lieto inizio, venne poi l’estate con la sua messe, cioè il dibattito e l’approvazione dei sedici documenti finali. E poi arrivò l’autunno, caratterizzato da prevalenti segnali negativi, ma qua e là, come ogni stagione che si rispetti, anche da eventi fecondi. Paolo VI attuò con coraggio la riforma liturgica di cui la «Sacrosanctum Concilium» aveva posto le premesse fondamentali, ma non certo l’intera elaborazione; e proprio a questa riforma si appigliò monsignor Marcel Lefebvre per contrastare le conseguenze del Vaticano II. Però Montini fu anche il papa che sottrasse al Concilio la discussione su due temi caldi: il celibato obbligatorio per i preti latini, e i mezzi moralmente leciti per la regolazione delle nascite. E, dopo il Concilio, confermò la normativa vigente sul primo tema, e con l’enciclica «Humanae vitae» nel 1968 riaffermò – malgrado il diverso parere della grande maggioranza di una commissione consultiva da lui stesso voluta – il no alla contraccezione. Un atto di imperio che provocò vastissimo esplicito o implicito dissenso, portando milioni di cattolici a mettere in questione, in concreto, il senso del magistero ecclesiastico. Si avviò, insomma, quello «scisma sommerso» che da allora, malgrado i tentativi del trionfalismo ecclesiastico di occultarlo, percorre il corpo della Chiesa romana.

Ma fu soprattutto sulla collegialità episcopale e nella concretizzazione della Chiesa come «popolo di Dio» che Montini evase il Vaticano II: infatti, il Sinodo dei vescovi da lui voluto nel ’65 è lontano dall’inverare, a livello teologico e normativo, le intuizioni della Lumen gentium; dunque il potere papale, abbellito da una cosmesi facciale, è rimasto lo stesso – monocratico e, attraverso la Curia romana, accentratore – a scapito delle Chiese locali (diocesi e gruppi di diocesi sparse nel mondo).

Da parte sua, andando a visitare, il 13 aprile ’86, la sinagoga di Roma e, il 27 ottobre successivo, convocando ad Assisi i leader delle varie religioni del mondo a pregare per la pace, Giovanni Paolo II fece due gesti davvero incisivi per attuare la Nostra aetate. E un seme capace di generare, in futuro, frutti inattesi di conversione per l’istituzione ecclesiastica, fu – nel Duemila – la giornata da lui indetta per chiedere perdono a Dio dei peccati dei «figli» della Chiesa. Ma il pontificato di Wojtyla – attraverso la longa manus del cardinale Joseph Ratzinger, da lui nell’81 nominato prefetto della Congregazione per la dottrina della fede – nel contempo si caratterizzò anche per una scientifica e sistematica emarginazione delle teologhe e dei teologi impegnati ad approfondire gli input del Vaticano II, e contro le realtà di base decise ad incarnare l’evangelo nella storia ponendosi dalla parte degli impoveriti. Egli sempre si rifiutò di dare voce deliberativa al Sinodo dei vescovi e, continuando in proposito il silenzio montiniano, ignorò le possibili soluzioni per dare voce, a livello della Chiesa universale, alla partecipazione del «popolo di Dio» alle scelte e decisioni riguardanti tutti e tutte.

L’inverno di Ratzinger

Tutti ben conoscevano le posizioni teologiche di Joseph Ratzinger; e dunque si deve dire che i cardinali (praticamente tutti scelti da Wojtyla, che pilotò la sua successione prevedendo per il conclave un’evidente maggioranza di prelati legati ad un’interpretazione restrittiva del Vaticano II) lo vollero come papa proprio per le sue tesi. E Benedetto XVI, programmaticamente, porta avanti le battaglie fatte da porporato; e, dall’alto del suo soglio, ora spesso impone all’intera Chiesa romana anche le tesi e le scelte che da cardinale non era riuscito del tutto a far passare.

Per limitarci qui al nodo del Concilio, riteniamo che la magna charta del pensiero del nuovo papa sia il suo discorso alla Curia romana il 22 dicembre 2005: un intervento il cui asse, ci sembra, sta nel rifiuto di interpretare il Concilio con la «ermeneutica della discontinuità e della rottura», preferendo invece «l’ermeneutica della continuità e della riforma». Ora (riduciamo in pillole una problematica articolata) è vero che il Vaticano II per molti aspetti è in piena continuità con il magistero papale e conciliare precedente. Ha cambiato però prospettiva nel valutare, nell’insieme e non senza contraddizioni, il modo con cui la Chiesa si pone di fronte a se stessa e al mondo; cioè ha rovesciato l’ottica della Controriforma. Ha posto alcune premesse (spesso poi tradite) per l’uscita dal regime di cristianità che è quello – in realtà – che ha in mente Ratzinger quando pretende di essere l’interprete autorizzato, «erga omnes», della legge naturale che, lui insiste, dovrebbe innervare anche le legislazioni degli stati.

Vi sono comunque almeno due punti sui quali il Vaticano II ha cambiato radicalmente, cioè ha posto una discontinuità invalicabile con il magistero precedente: la valutazione teologica del popolo ebraico nel piano della salvezza e la libertà religiosa. Nel citato discorso, Ratzinger – come spesso gli accade – fa una descrizione caricaturale dei sostenitori della «discontinuità» per meglio così sostenere le sue proprie tesi; ma poi deve arrampicarsi sui vetri per cercare di mostrare comunque la continuità del magistero ecclesiastico. Ma non vi è alcun artifizio retorico che possa affermare «continuità» tra il seminare, per secoli e a piene mani, l’antigiudaismo e l’antisemitismo teologico, e l’affermare, con «Nostra aetate», la permanente validità del patto di Dio con il popolo d’Israele. Né vi è «continuità» tra l’affermazione – proposta per secoli da papi e concili – del diritto-dovere, in linea di principio, di eliminare fisicamente gli «eretici», e la «Dignitatis humanae» che afferma il dovere di rispettare concretamente la scelta di coscienza di ogni persona, anche in materia di fede.

Viva Lefebvre, abbasso Lefebvre

Il discorso del 2005, e altre scelte cruciali del pontificato ratzingeriano, avevano ed hanno lo scopo precipuo, ci sembra, di «recuperare» i seguaci di monsignor Lefebvre, a costo di manomettere il Concilio. Il prelato, infatti, quarant’anni fa si oppose di petto all’orientamento che, su ebrei e libertà religiosa, stava prevalendo tra i «padri», ponendo ad essi questo dilemma: o si ammette che per secoli il magistero papale e conciliare si è sbagliato, ed ha ragione il Vaticano II – ma allora cade l’intero magistero che per secoli ha predicato l’errore; o si afferma che sbaglia questo Concilio ed ha ragione il magistero precedente – ma allora sono eretiche le «novità» di «Nostra aetate» e di «Dignitatis humanae».

Il Concilio, senza ammettere esplicitamente che tagliava con il magistero precedente e, anzi, cercando di dire che la nuova posizione era una semplice «evoluzione», di fatto cambiò radicalmente la passata dottrina. Dunque, per custodire la «Chiesa di sempre» Lefebvre, nel ’70, fondò la Fraternità sacerdotale san Pio X (con sede ad Econe, Svizzera): e poi rese esplicito il suo rifiuto di accettare la riforma liturgica varata da Paolo VI, sostenendo che il nuovo rito post-conciliare era di sapore «protestante». Il pontefice lo sospese a divinis nel ’76; e papa Wojtyla, quando il 30 giugno ’88 Lefebvre consacrò – malgrado il no di Roma – quattro vescovi (Bernard Fellay, Bernard Tissier de Mallerais, Richard Williamson e Alfonso de Galarreta) scomunicò i cinque. Fallirono i successivi tentativi della Santa Sede di risolvere il caso. Esso fu riaperto da Benedetto XVI, arrivando alla conclusione annunciata il 24 gennaio scorso. Si apprendeva allora che il 15 dicembre 2008 Fellay, a nome degli altri tre confratelli, proclamando la loro volontà di «rimanere cattolici» («noi crediamo fermamente al Primato di Pietro e alle sue prerogative»), aveva chiesto la cancellazione della scomunica. Risposta, il 21 gennaio, attraverso un decreto del cardinale Giovanni Battista Re, prefetto della Congregazione dei vescovi: il papa «con sollecitudine pastorale e paterna misericordia, rimette la scomunica», auspicando però che «non sia risparmiato alcuno sforzo per approfondire nei necessari colloqui con la Santa Sede le questioni ancora aperte, così da poter giungere presto a una piena e soddisfacente soluzione del problema posto in origine».

Nel loro carteggio, tanto Econe che Roma ignorano il Vaticano II, e cioè l’oggetto stesso alla radice della contesa: un’assenza così scandalosa per molti cattolici che il 28 gennaio il papa è stato costretto a nominare il «convitato di pietra», auspicando che i perdonati presto giungano ad un «vero riconoscimento del magistero e dell’autorità del papa e del Concilio Vaticano II». Siamo così al paradosso: i quattro prelati lefebvriani sono perdonati pur, intanto, essi non riconoscendo il Vaticano II. La sua accettazione (in particolare nei punti cruciali ricordati) sarà oggetto di trattative… future. Dunque, il Concilio è un optional. Il papa che ad ogni momento tuona contro il relativismo, relativizza, di fatto e sostanzialmente, il Vaticano II. Alcuni ventilano l’ipotesi che i lefebvriani infine firmino questa formula: «Accettiamo il Vaticano II in quanto non contrasti con la Tradizione della Chiesa». Traduzione del pastrocchio: ai lefebvriani sarebbe (oppure è?) concesso non accettare Nostra aetate e Dignitatis humanae, anche perché… la dottrina di questi documenti non è stata proclamata come dogma!

Si sussurra che l’eminenza grigia della «pax helvetica» sia stato il presidente di Ecclesia Dei (la commissione pontificia per trattare con i lefebvriani), il cardinale colombiano Darío Castrillón Hoyos. È probabile, anche perché la diuturna battaglia da lui sempre condotta, in America Latina e in Curia, contro la Teologia della liberazione, lo raccomandava per l’alto compito. Ma, infine, è stato il papa – dopo l’udienza, il 29 agosto 2005, a Fellay – ad indicare i binari della trattativa, ad approvarne ora l’esito, e ad assumerne ecclesialmente la responsabilità.

Del resto, non da oggi Ratzinger si muove per scuotere con colpi di maglio il Vaticano II e spianare la strada ai lefebvriani: la riabilitazione della liturgia pre-conciliare (2007); l’affermazione che le Chiese nate dalla Riforma «non sono Chiese in senso proprio» (2007); una esegesi teologicamente faziosa dell’affermazione della «Lumen gentium» («la Chiesa di Cristo sussiste nella Chiesa cattolica romana»), per farle dire che… «la Chiesa di Cristo è la Chiesa cattolica romana» (2007); il discorso di Ratisbona (2006) che molto irritò i musulmani e, ancor più, i teologi cattolici che vogliono dialogare con i non cristiani; l’affermazione (2007) che in America latina «l’annuncio di Gesù e del suo Vangelo non comportò, in nessun momento, un’alienazione delle culture precolombiane, né fu un’imposizione di una cultura straniera»; la nuova preghiera (2008) del Venerdì santo per gli ebrei che indirettamente continua a chiedere la loro conversione. E, «paterno» con i lefebvriani, non ha riabilitato nessuno dei teologi/e da lui puniti quando era cardinale.

La negazione della «Shoah»

Ad un pontefice che ha tanto a cuore i simboli, soprattutto se pre-conciliari, non poteva non sfuggire che, perdonare i lefebvriani praticamente alla vigilia del Giorno della Memoria della Shoah (27 gennaio), avrebbe significato – malgrado ogni pur esplicita dichiarazione contraria – avallare l’antisemitismo teologico che innerva la loro opposizione al Concilio, e soprattutto a Nostra aetate. Un dato per certi aspetti più deflagrante delle farneticanti affermazioni di Williamson – note a Roma prima del 24 gennaio! – nelle quali l’ex scomunicato negava gli orrori della Shoah (o di quelle, analoghe e vergognose, del responsabile dei lefebvriani del Nord-Est italiano).
Sono certo importanti le ferme parole con le quali il 28 gennaio il papa ha ripreso l’argomento: «In questi giorni nei quali ricordiamo la Shoah, mi ritornano alla memoria le immagini raccolte nelle mie ripetute visite ad Auschwitz, uno dei lager nei quali si è consumato l’eccidio efferato di milioni di ebrei, vittime innocenti di un cieco odio razziale e religioso… Rinnovo con affetto l’espressione della mia piena e indiscutibile solidarietà con i nostri fratelli destinatari della Prima Alleanza… La Shoah sia per tutti monito contro l’oblio, contro la negazione o il riduzionismo». È anche vero che Fellay ha preso le distanze dal confratello vescovo, notando che le sue opinioni sulla storia non rappresentano Econe; e che infine lo stesso Williamson ha chiesto scusa al pontefice per il clamore suscitato, ma non per la sostanza del suo pensiero e senza scusarsi affatto con il popolo ebraico. Resta, insomma, irrisolto, il nodo di fondo: Ratzinger ha sdoganato i lefebvriani che continuano imperterriti a mantenere la loro teologia radicalmente antisemita.

Dunque benissimo hanno fatto rappresentanze della diaspora ebraica, a Roma e nel mondo, e il rabbinato di Israele, a protestare non solo contro Williamson e soci, ma, anche, contro l’ambiguità vaticana (rimossa, secondo alcuni, dalle ferme parole contro il negazionismo della Shoah fatte dal papa il 12 febbraio, ricevendo una delegazione di ebrei statunitensi). Ma, avendo dischiuso clamorose contraddizioni nel magistero papale, l’affaire lefebvriano potrebbe diventare il detonatore che obbliga anche i cattolici «conciliari» (soprattutto quei «progressisti» che mugugnano nei corridoi ma non osano esprimersi in pubblico) ad opporsi a viso aperto contro «il tradimento del Concilio». Per salvare quel corpus e quell’evento, da varie parti stanno sorgendo iniziative per celebrare ora e nel prossimo futuro – 2009/15 – i cinquant’anni dall’annunzio e dalla conclusione del Vaticano II: rendendo grazie, organizzando studi e convegni, ed impegnandosi ad inverarlo dove è stato congelato, e a svilupparne i germi appena appena seminati. Perché dopo l’inverno torni la primavera.

David Gabrielli

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Papa in Sinagoga: parole su Lefebvre, rischio nuovo caso

Pubblicato il 15 gennaio 2010 19.23

Ad appena due giorni dall’attesa visita di Benedetto XVI alla sinagoga di Roma, le parole dette oggi, 15 gennaio, dal Papa sui lefebvriani – e sul necessario riavvicinamento con quest’ala ultra-tradizionalista – hanno rischiato di creare un nuovo incidente tra la Chiesa e il mondo ebraico: un focolaio di ulteriori polemiche spento però sul nascere dall’immediata precisazione della sala stampa vaticana.

Durante l’incontro con i partecipanti all’Assemblea plenaria della Congregazione per la Dottrina della Fede – l’ex Sant’Uffizio da lui stesso presieduto per 24 anni – papa Ratzinger ha espresso il desiderio che «vengano superati i problemi dottrinali che ancora permangono per il raggiungimento della piena comunione con la Chiesa da parte della Fraternità S.Pio X», cui fa capo il movimento ultra-conservatore dei lefebvriani.

Proprio alla Congregazione per la Dottrina della Fede, il pontefice aveva affidato il confronto dottrinale volto a riportare i lefebvriani alla «piena comunione» con Roma. «Il raggiungimento della comune testimonianza di fede di tutti i cristiani – questo il presupposto del Papa, che raccoglieva alcuni temi posti dal prefetto della Congregazione, card. William Joseph Levada – costituisce la priorità della Chiesa di ogni tempo, al fine di condurre tutti gli uomini all’incontro con Dio».

«Unità di fede» e «fedeltà dottrinale», infatti, sono tra i principali compiti affidati al Papa, che è tenuto ad esserne «custode e difensore». Ed è «in questo spirito» che Ratzinger ha detto di confidare in particolare nell’impegno dell’ex Sant’Uffizio perché vengano superati «i problemi dottrinali» che ancora ostacolano «la piena comunione» con la Chiesa da parte dei lefebvriani.

Il riferimento ha subito suscitato un clima di forte irritazione nel mondo ebraico romano, memore del fatto che, con la recente revoca da parte di Benedetto XVI della scomunica contro i lefebvriani, il perdono loro concesso riguardava anche il vescovo britannico Richard Williamson, all’origine di un vero scandalo internazionale con le sue posizioni antisemite e le sue tesi negazioniste della Shoah. Un nuovo inciampo per l’imminente visita papale alla Sinagoga dopo le polemiche sulla beatificazione di Pio XII? Pare che contatti immediati siano intercorsi tra la comunità ebraica e gli uffici vaticani per la richiesta di una precisazione delle parole del Papa.

Il direttore della sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi, ha puntualizzato che le conclusioni del Concilio Vaticano II e in particolare il documento Nostra Aetate che ha ridefinito tra l’altro i rapporti tra cattolici ed ebrei «non sono in discussione». Il portavoce della Santa Sede ha precisato che, come il Papa «ha più volte indicato, l’adesione al magistero del Concilio Vaticano II, di cui la Dichiarazione Nostra Aetate è un documento essenziale, è condizione per la vera comunione ecclesiale».

Una esplicita rassicurazione, quindi, per chi paventava che il riavvicinamento con i lefebvriani potesse passare per una revisione delle tesi conciliari, in particolare nel campo dei rapporti col mondo ebraico. Un mondo che sembra tuttora percorso da forti contrasti al suo interno, tanto che subito dopo la visita del papa in sinagoga – a quanto si è appreso – potrebbero essere formalizzate le dimissioni di uno o più consiglieri della Comunità ebraica romana.

Polemiche che potrebbero essere alimentate anche dal fatto che per la visita del Papa alla sinagoga di Roma un gruppo di cristiani integralisti ha promosso domenica prossima, 17 gennaio, a Verona una «santa messa di riparazione»: a celebrare il rito, «perché la chiesa di San Pietro martire resti cattolica e contro il relativismo religioso», è stato chiamato il discusso lefebvriano Floriano Abrhamowicz, noto per aver espresso a sua volta tesi negazioniste sull’Olocausto e per questo scomunicato dalla Santa Sede. Nel campo opposto un gruppo ebraico, ‘Gherush92′, ha annunciato per domenica mattina una conferenza stampa sulla visita del papa che definisce oggi “una visita revisionista”.

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Lefebvriani: quei cattolici antisemiti in buona compagnia

by Stefano Gatti

Monday, 11 February 2013

Si rinnovano i vecchi pregiudizi con l’accusa di deicidio, pratica di omicidio rituale, cospirativismo, con l’aggiunta del negazionismo.
di Stefano GattiIl 28 dicembre 2012 a New Hamburg in Canada, monsignor Bernard Fallay, Superiore della lefebvriana Fraternità San Pio X, ha dichiarato che gli ebrei insieme ai modernisti ed ai massoni sono i nemici della Chiesa che hanno, fra l’altro, operato affinché fallissero i negoziati fra Santa Sede e lefebvriani finalizzati al rientro di questi ultimi in piena comunione con la Chiesa di Roma. Ennesima presa di posizione contro gli ebrei da parte di un membro del gruppo catto-integrista che nel corso degli ultimi anni ha spesso indugiato nella polemistica antisemita riproponendo temi caratteristici dell’antisemitismo cattolico di stampo preconciliare, cioè l’accusa di deicidio, pratica di omicidio rituale, cospirativismo, ma anche facendo ricorso a nuovi temi antisemitici come il paradigma negazionista.

Il sacerdote lefebvriano Floriano Abramowicz nel gennaio del 2009 ha organizzato una ‘messa riparatrice’ in risposta alla visita di papa Ratzinger alla Sinagoga di Roma, e poi ha più volte rilasciato dichiarazioni negazioniste di questo genere: “Il mito dell’olocausto è un’arma politica per la fondazione e il mantenimento di Israele… Io so che le camere a gas sono esistite almeno per disinfettare, ma non so dirle se abbiano fatto dei morti.”. Il discorso negazionista è stato ampiamente utilizzato anche dal vescovo Richard Williamson, che in alcune interviste ha ribadito: “I sei milioni di ebrei uccisi nelle camere a gas, sono una gigantesca bugia e su questa realtà è stato costruito un nuovo ordinamento mondiale”.

I lefebvriani sono una corrente tradizionalista sorta alla conclusione del Concilio Vaticano II (1962-1965), come rifiuto delle nuove dottrine di dialogo ecumenico, libertà religiosa e rapporto con gli ebrei e l’ebraismo, e gravitano all’interno della galassia del tradizionalismo cattolico, un fenomeno solo apparentemente marginale e che in maniera trasversale e spesso silente influenza modelli organizzativi ed interpretativi. Il tradizionalismo cattolico italiano è estremamente articolato ed attivo, e la sua azione si svolge ad ampio raggio, attraverso pubblicazioni periodiche, libri, centri studi, conferenze, canali audio e video, spazi online. I principali centri religiosi rimangono la Fraternità San Pio X e l’Istituto Mater Boni Consilii di Verrua di Savoia, ed i religiosi più impegnati nella polemistica antisemita sono don Francesco Ricossa, che nel 2007 s’è impegnato per chiedere il ripristino del culto di Simonino da Trento “santo martirizzato dagli ebrei”, il fascista padre Tam, don Floriano Abramowicz e, soprattutto, don Curzio Nitoglia, prolifico autore di ponderosi saggi in cui l’ebraismo viene dipinto come una religione satanica e degenerata. Don Nitoglia è stato inoltre il sacerdote cattolico che, dopo il 1965, ha fatto risorgere l’ ‘accusa del sangue’, ovvero il discorso antisemitico che sarebbe uso degli ebrei rapire bambini cristiani da immolare in occasione delle loro festività e di berne il sangue. Negli ultimi anni è stato però il Web a diventare lo strumento principale e più efficace per il proselitismo del tradizionalismo cattolico, i siti cattointegristi si contano a decine, e tra di essi troviamo alcuni degli spazi online più aggressivamente antisemiti e più ‘cliccati’: HolyWar, EffeDiEffe, TerraSantaLibera, Doncurzionitoglia, Pontifex, Cinghialecorazzato.

Uno dei siti Internet cattointegristi attualmente più spesso al centro dell’attenzione dei media è Pontifex, gestito da Bruno Volpe, dove, nell’aprile del 2010, il vescovo emerito di Grosseto monsignor Babini ha accusato i “giudei deicidi” di aver architettato un “attacco sionista” globale volto ad accusare la Chiesa di pedofilia. Peculiare è anche Il Cinghiale Corazzato, spazio Web della Comunità Antagonista Padana, un’organizzazione duramente antisemita attiva all’interno dell’università Cattolica di Milano. Queste minoranze cattoliche violente ed intransigenti, grazie al Web, hanno riproposto e diffuso anche tutta una serie di libri e pubblicazioni antisemitiche prodotti tra il XVIII ed il XX secolo. Il caso forse più eclatante è costituito dal virulento ‘Cristo ed i cristiani nel Talmud’ del fanatico padre Pranaitis: l’opera – che ha al centro l’accusa di omicidio rituale – prima era conosciuta solo dagli esperti e conservata quasi esclusivamente in pochi archivi e biblioteche, ora è presente in quasi tutti i siti cattointegristi e, sull’humus fertile creato da questa e da altre pubblicazioni simili, il tema dell’accusa del sangue è rifiorito ed ora gode di buona salute e crescente popolarità. Se l’integrismo cattolico rimane sempre arroccato sulle sue posizioni di antisemitismo preconciliare, anche la Chiesa ufficiale continua a non abbandonare la sua ambiguità di fondo.

Dopo il Concilio Vaticano II con la promulgazione il 14 ottobre 1965 della dichiarazione conciliare Nostra Aetate che nell’articolo 4 poneva fine all’accusa di deicidio, all’insegnamento del disprezzo ed alla teoria agostiniana del ‘popolo testimone’, la Chiesa denuncia – e talvolta condanna – l’antisemitismo in tutte le sue forme compreso quello di matrice religiosa, ma lo fa in modo generico evitando di denunciare le specifiche responsabilità di chi, nel corso dei secoli, si è macchiato di antisemitismo o di silenzi omissivi, ed anche l’atteggiamento verso gli ebrei e l’ebraismo, malgrado le aperture, rimane spesso ambiguo e contraddittorio. Tra i tanti esempi, nel luglio del 2007 il Vaticano ha liberalizzato il messale tridentino preconciliare che contiene una preghiera del Venerdì santo che ripropone la speranza per la conversione degli ebrei, e nel gennaio del 2009 ha revocato la scomunica ai quattro vescovi lefebvriani, tra i quali Richard Williamson, ordinati illegittimamente da monsignor Lefebvre nel 1988.

Stefano Gatti+

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Nostra aetate

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.
La dichiarazione Nostra aetate (letteralmente, Nel nostro tempo) è uno dei documenti del Concilio Vaticano II. Pubblicata il 28 ottobre 1965, tratta del senso religioso e dei rapporti tra la Chiesa cattolica e le religioni non-cristiane. La prima bozza, denominata Decretum de Judaeis (letteralmente, Decreto sugli Ebrei) fu completata nel novembre 1961.

La dichiarazione è un documento piuttosto breve, composto di cinque punti:

  1. un’introduzione;
  2. il riconoscimento del senso religioso nella vita di ciascun uomo;
  3. la stima riservata alle genti dell’islam;
  4. il vincolo che lega il Cristianesimo all’ebraismo;
  5. il principio della fratellanza universale e dell’amore.

I cinque punti

Introduzione

Nell’introduzione della dichiarazione, la Chiesa cattolica si pone il problema del suo rapporto con le altre religioni non cristiane. Afferma che tutto il genere umano è originato da Dio, il cui disegno di salvezza si estende a tutti; tutte le religioni hanno in comune la ricerca di risposte agli interrogativi dell’uomo.

Le diverse religioni

In questa sezione si parla soprattutto di induismo e buddismo, che vengono descritte come vie “per superare l’inquietudine del cuore umano”. Più precisamente, si apprezza nel buddismo la ricerca della suprema illuminazione liberandosi dalla realtà terrena, e nell’induismo la ricerca dell’Assoluto attraverso la vita ascetica, la meditazione, e il rifugio in Dio con amore e confidenza.

Si puntualizza che “La Chiesa cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni”, pur ribadendo le molte differenze con quanto essa crede e propone; si esplicita quindi il pieno rispetto verso tali religioni.

La religione musulmana

Vengono fatti notare i punti di contatto tra i cristiani e i musulmani. Essi adorano l’unico Dio di Abramo; pur non riconoscendo Gesù come Dio, lo venerano come profeta, onorando anche la sua madre Maria. Inoltre “hanno in stima la vita morale, e rendono culto a Dio soprattutto con la preghiera, le elemosine e il digiuno”.

Si invita quindi a superare i dissensi ed inimicizie del passato, e a cercare una mutua comprensione e una promozione comune di giustizia sociale, valori morali, pace e libertà.

La religione ebraica

Questa è la sezione più importante del documento, sia perché il rapporto tra cristiani ed ebrei è molto più stretto che per le altre religioni, sia per il rigetto delle accuse tradizionalmente fatte da parte cristiana. Quattro sono i punti che il documento afferma:

  1. si ricordano prima di tutto (n. 4, a-d) gli speciali doni di Dio che sono stati riversati su Israele e i suoi stretti rapporti con la Chiesa (elezione divina, benedizione universale promessa ad Abramo, padre universale anche dei cristiani…). Giovanni Paolo II, nella visita alla Sinagoga di Roma, ha riassunto il tutto con queste parole: «La religione ebraica non ci è estrinseca, ma in un certo qual modo è intrinseca alla nostra religione. Abbiamo con essa dei rapporti che non abbiamo con nessuna altra religione… Siete i nostri fratelli prediletti e, in un certo modo, i nostri fratelli maggiori»
  2. il documento (n. 4, e) poi ribadisce che, se è pur vero che gli ebrei, in larga maggioranza, non hanno riconosciuto in Gesù il Figlio di Dio, non hanno accettato il Vangelo e hanno perseguitato la Chiesa nascente, tuttavia essi « […] in grazia dei padri, rimangono ancora carissimi a Dio, i cui doni e la cui vocazione sono senza pentimento»; per questo motivo (n. 4, h) gli ebrei devono essere presentati in positivo: «non devono essere presentati come rigettati da Dio, né come maledetti, quasi che ciò scaturisse dalla Sacra Scrittura»
  3. in terzo luogo (n. 4, g) il documento esclude la responsabilità collettiva di Israele nella morte di Gesù: cioè non sono colpevoli della morte di Gesù tutti gli ebrei di allora e nessun ebreo di oggi
  4. infine il documento (n. 4, i) condanna ogni forma di antisemitismo e le persecuzioni antisemite. I padri conciliari, a differenza di quanto dicono a proposito della guerra totale (cfr Gaudium et Spes 80), utilizzano le espressioni esecra e deplora, al posto di condanna. È comunque il risultato di un compromesso fra tendenze opposte (molto vive all’interno del Concilio). L’utilizzo di espressioni diverse è stato da taluni criticato, perché alla luce di Auschwitz e della Shoah, risultano insufficienti, quasi come delle stonature.

Il documento conciliare Nostra Aetate rappresenta una chiarificazione dell’atteggiamento cattolico nei confronti dell’ebraismo: l’antisemitismo non ha una legittimazione teologica.

Fraternità universale

La dichiarazione termina chiedendo che tutti gli uomini si riconoscano come fratelli, condannando “qualsiasi discriminazione tra gli uomini o persecuzione perpetrata per motivi di razza e di colore, di condizione sociale o di religione”.

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DICHIARAZIONE
NOSTRA AETATE
SULLE RELAZIONI DELLA CHIESA
CON LE RELIGIONI NON-CRISTIANE

Introduzione

1. Nel nostro tempo in cui il genere umano si unifica di giorno in giorno più strettamente e cresce l’interdipendenza tra i vari popoli, la Chiesa esamina con maggiore attenzione la natura delle sue relazioni con le religioni non-cristiane. Nel suo dovere di promuovere l’unità e la carità tra gli uomini, ed anzi tra i popoli, essa in primo luogo esamina qui tutto ciò che gli uomini hanno in comune e che li spinge a vivere insieme il loro comune destino.

I vari popoli costituiscono infatti una sola comunità. Essi hanno una sola origine, poiché Dio ha fatto abitare l’intero genere umano su tutta la faccia della terra hanno anche un solo fine ultimo, Dio, la cui Provvidenza, le cui testimonianze di bontà e il disegno di salvezza si estendono a tutti finché gli eletti saranno riuniti nella città santa, che la gloria di Dio illuminerà e dove le genti cammineranno nella sua luce.

Gli uomini attendono dalle varie religioni la risposta ai reconditi enigmi della condizione umana, che ieri come oggi turbano profondamente il cuore dell’uomo: la natura dell’uomo, il senso e il fine della nostra vita, il bene e il peccato, l’origine e lo scopo del dolore, la via per raggiungere la vera felicità, la morte, il giudizio e la sanzione dopo la morte, infine l’ultimo e ineffabile mistero che circonda la nostra esistenza, donde noi traiamo la nostra origine e verso cui tendiamo.

Le diverse religioni

2. Dai tempi più antichi fino ad oggi presso i vari popoli si trova una certa sensibilità a quella forza arcana che è presente al corso delle cose e agli avvenimenti della vita umana, ed anzi talvolta vi riconosce la Divinità suprema o il Padre. Questa sensibilità e questa conoscenza compenetrano la vita in un intimo senso religioso.

Quanto alle religioni legate al progresso della cultura, esse si sforzano di rispondere alle stesse questioni con nozioni più raffinate e con un linguaggio più elaborato. Così, nell’induismo gli uomini scrutano il mistero divino e lo esprimono con la inesauribile fecondità dei miti e con i penetranti tentativi della filosofia; cercano la liberazione dalle angosce della nostra condizione sia attraverso forme di vita ascetica, sia nella meditazione profonda, sia nel rifugio in Dio con amore e confidenza. Nel buddismo, secondo le sue varie scuole, viene riconosciuta la radicale insufficienza di questo mondo mutevole e si insegna una via per la quale gli uomini, con cuore devoto e confidente, siano capaci di acquistare lo stato di liberazione perfetta o di pervenire allo stato di illuminazione suprema per mezzo dei propri sforzi o con l’aiuto venuto dall’alto. Ugualmente anche le altre religioni che si trovano nel mondo intero si sforzano di superare, in vari modi, l’inquietudine del cuore umano proponendo delle vie, cioè dottrine, precetti di vita e riti sacri.

La Chiesa cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni. Essa considera con sincero rispetto quei modi di agire e di vivere, quei precetti e quelle dottrine che, quantunque in molti punti differiscano da quanto essa stessa crede e propone, tuttavia non raramente riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini.

Tuttavia essa annuncia, ed è tenuta ad annunciare, il Cristo che è « via, verità e vita » (Gv 14,6), in cui gli uomini devono trovare la pienezza della vita religiosa e in cui Dio ha riconciliato con se stesso tutte le cose.

Essa perciò esorta i suoi figli affinché, con prudenza e carità, per mezzo del dialogo e della collaborazione con i seguaci delle altre religioni, sempre rendendo testimonianza alla fede e alla vita cristiana, riconoscano, conservino e facciano progredire i valori spirituali, morali e socio-culturali che si trovano in essi.

La religione musulmana

3. La Chiesa guarda anche con stima i musulmani che adorano l’unico Dio, vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente, creatore del cielo e della terra, che ha parlato agli uomini. Essi cercano di sottomettersi con tutto il cuore ai decreti di Dio anche nascosti, come vi si è sottomesso anche Abramo, a cui la fede islamica volentieri si riferisce. Benché essi non riconoscano Gesù come Dio, lo venerano tuttavia come profeta; onorano la sua madre vergine, Maria, e talvolta pure la invocano con devozione. Inoltre attendono il giorno del giudizio, quando Dio retribuirà tutti gli uomini risuscitati. Così pure hanno in stima la vita morale e rendono culto a Dio, soprattutto con la preghiera, le elemosine e il digiuno.

Se, nel corso dei secoli, non pochi dissensi e inimicizie sono sorte tra cristiani e musulmani, il sacro Concilio esorta tutti a dimenticare il passato e a esercitare sinceramente la mutua comprensione, nonché a difendere e promuovere insieme per tutti gli uomini la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà.

La religione ebraica

4. Scrutando il mistero della Chiesa, il sacro Concilio ricorda il vincolo con cui il popolo del Nuovo Testamento è spiritualmente legato con la stirpe di Abramo.

La Chiesa di Cristo infatti riconosce che gli inizi della sua fede e della sua elezione si trovano già, secondo il mistero divino della salvezza, nei patriarchi, in Mosè e nei profeti.

Essa confessa che tutti i fedeli di Cristo, figli di Abramo secondo la fede, sono inclusi nella vocazione di questo patriarca e che la salvezza ecclesiale è misteriosamente prefigurata nell’esodo del popolo eletto dalla terra di schiavitù. Per questo non può dimenticare che ha ricevuto la rivelazione dell’Antico Testamento per mezzo di quel popolo con cui Dio, nella sua ineffabile misericordia, si è degnato di stringere l’Antica Alleanza, e che essa stessa si nutre dalla radice dell’ulivo buono su cui sono stati innestati i rami dell’ulivo selvatico che sono i gentili. La Chiesa crede, infatti, che Cristo, nostra pace, ha riconciliato gli Ebrei e i gentili per mezzo della sua croce e dei due ha fatto una sola cosa in se stesso. Inoltre la Chiesa ha sempre davanti agli occhi le parole dell’apostolo Paolo riguardo agli uomini della sua razza: « ai quali appartiene l’adozione a figli e la gloria e i patti di alleanza e la legge e il culto e le promesse, ai quali appartengono i Padri e dai quali è nato Cristo secondo la carne» (Rm 9,4-5), figlio di Maria vergine.

Essa ricorda anche che dal popolo ebraico sono nati gli apostoli, fondamenta e colonne della Chiesa, e così quei moltissimi primi discepoli che hanno annunciato al mondo il Vangelo di Cristo.

Come attesta la sacra Scrittura, Gerusalemme non ha conosciuto il tempo in cui è stata visitata; gli Ebrei in gran parte non hanno accettato il Vangelo, ed anzi non pochi si sono opposti alla sua diffusione. Tuttavia secondo l’Apostolo, gli Ebrei, in grazia dei padri, rimangono ancora carissimi a Dio, i cui doni e la cui vocazione sono senza pentimento. Con i profeti e con lo stesso Apostolo, la Chiesa attende il giorno, che solo Dio conosce, in cui tutti i popoli acclameranno il Signore con una sola voce e « lo serviranno sotto uno stesso giogo » (Sof 3,9).

Essendo perciò tanto grande il patrimonio spirituale comune a cristiani e ad ebrei, questo sacro Concilio vuole promuovere e raccomandare tra loro la mutua conoscenza e stima, che si ottengono soprattutto con gli studi biblici e teologici e con un fraterno dialogo.

E se autorità ebraiche con i propri seguaci si sono adoperate per la morte di Cristo, tuttavia quanto è stato commesso durante la sua passione, non può essere imputato né indistintamente a tutti gli Ebrei allora viventi, né agli Ebrei del nostro tempo.

E se è vero che la Chiesa è il nuovo popolo di Dio, gli Ebrei tuttavia non devono essere presentati come rigettati da Dio, né come maledetti, quasi che ciò scaturisse dalla sacra Scrittura. Curino pertanto tutti che nella catechesi e nella predicazione della parola di Dio non si insegni alcunché che non sia conforme alla verità del Vangelo e dello Spirito di Cristo.

La Chiesa inoltre, che esecra tutte le persecuzioni contro qualsiasi uomo, memore del patrimonio che essa ha in comune con gli Ebrei, e spinta non da motivi politici, ma da religiosa carità evangelica, deplora gli odi, le persecuzioni e tutte le manifestazioni dell’antisemitismo dirette contro gli Ebrei in ogni tempo e da chiunque. In realtà il Cristo, come la Chiesa ha sempre sostenuto e sostiene, in virtù del suo immenso amore, si è volontariamente sottomesso alla sua passione e morte a causa dei peccati di tutti gli uomini e affinché tutti gli uomini conseguano la salvezza. Il dovere della Chiesa, nella sua predicazione, è dunque di annunciare la croce di Cristo come segno dell’amore universale di Dio e come fonte di ogni grazia.

Fraternità universale

5. Non possiamo invocare Dio come Padre di tutti gli uomini, se ci rifiutiamo di comportarci da fratelli verso alcuni tra gli uomini che sono creati ad immagine di Dio. L’atteggiamento dell’uomo verso Dio Padre e quello dell’uomo verso gli altri uomini suoi fratelli sono talmente connessi che la Scrittura dice: « Chi non ama, non conosce Dio » (1 Gv 4,8).

Viene dunque tolto il fondamento a ogni teoria o prassi che introduca tra uomo e uomo, tra popolo e popolo, discriminazioni in ciò che riguarda la dignità umana e i diritti che ne promanano.

In conseguenza la Chiesa esecra, come contraria alla volontà di Cristo, qualsiasi discriminazione tra gli uomini e persecuzione perpetrata per motivi di razza e di colore, di condizione sociale o di religione. E quindi il sacro Concilio, seguendo le tracce dei santi apostoli Pietro e Paolo, ardentemente scongiura i cristiani che, « mantenendo tra le genti una condotta impeccabile » (1 Pt 2,12), se è possibile, per quanto da loro dipende, stiano in pace con tutti gli uomini, affinché siano realmente figli del Padre che è nei cieli .

28 ottobre 1965

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Il Papa cambia l’Eucarestia: “Fu versato per molti”… punta all’esclusione?

Pubblicato il 26 aprile 2012 22.21

ROMA – Mentre ci sono miliardi di persone nel mondo che muoio, per fame o per guerra, tante popolazioni che soffrono, il Papa mette da parte la carità cristiana e si occupa di questioni “di lana caprina”: ha deciso di cambiare la formula che il prete recita durante l’Eucarestia riportandola a com’era prima del Concilio Vaticano II del 1969. Finora i preti alzano il calice del vino e dicono: “Questo è il mio sangue… versato per voi e per tutti in remissione dei peccati”, ora si passa alla formula “Versato per voi e per molti”. Il che apre, non solo in Vaticano, un lungo dibattito sul perché Ratzinger abbia voluto inviare un messaggio di “esclusione”, come a rimarcare che la salvezza non sarà per tutti, non per quelli che vivono fuori dalla religione.

Il Papa nega che la motivazione della scelta sia questa e dice invece che si tratta di un voler semplicemente recuperare l’etimologia esatta del precetto evangelico. D’altronde i precetti di Gesù e degli apostoli ci vengono tramandati attraverso tre traduzioni: dall’aramaico, al greco, al latino. Ed è così che spesso alcuni termini arrivano a noi un po’ artefatti. E’ il caso di questo passaggio della Messa: nei Vangeli infatti non si legge “per tutti” ma “per molti”. Nel vangelo più antico, Marco (14,24) si legge upèr pollôn, in quello di Matteo (26,28) c’ è scritto un analogo perì pollôn, insomma il “per molti” è la traduzione letterale dal testo di prima traduzione, in greco.

L’ espressione “per tutti” venne introdotta dopo il Concilio con la riforma di Paolo VI, nel 1969, perché il messale latino aveva “pro multis”. Adesso Ratzinger decide di tornare indietro per recuperare la forma originale, senza intoppi di traduzioni. Ma è un messaggio un po’ rigido e perché no bigotto a chi non crede? Della serie: Dio vi salverà, ma non tutti, solo chi ha fede… Se non fosse così e il Papa vuole veramente riscoprire il vero significato e l’etimologia dei termini, perché non svelare e risolvere anche altri falsi (linguistici) storici? Come ad esempio il detto: “E’ più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei Cieli”, quel “cammello” è un errore di traduzione dall’aramaico a noi. Infatti “camel” in aramaico significava fune, corda e non certo cammello. Ma ancora oggi quest’errore di traduzione ci ha consegnato un detto “distorto”. Perché allora il Papa non si occupa anche di questo?

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Nostra Aetate pietra miliare per la nuova religione Noachide

Lignaggio Noachide e Libera Muratoria. Illuminati, Universalisti “pre-abramitici, pre-mosaici” e i Papi Conciliari New Age

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Giovanni Paolo II sulla Nostra Aetate

Una catechesi di Giovanni Paolo II del 1999 sulla Dichiarazione Nostra aetate (“Le relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane”) e sul dialogo tra le religioni.

TESTIMONIARE DIO PADRE IN DIALOGO CON TUTTI GLI UOMINI RELIGIOSI

L’udienza generale, 21 aprile 1999
(L’Osservatore Romano, 22 aprile 99, pp.4)

La Dichiarazione “Nostra aetate” ha gettato le basi di un nuovo stile, quello del dialogo, nel rapporto della Chiesa con le varie religioni. Il Grande Giubileo rappresenta un’occasione privilegiata… Nella “Tertio Millennio adveniente” ho invitato ad approfondire il dialogo con le grandi religioni, anche mediante incontri in luoghi significativi” “Il richiamo alla comune “paternità” di Dio non risulterà un vago richiamo universalistico, ma sarà vissuto dai cristiani nella piena consapevolezza di quel dialogo selvifico che passa attraverso la mediazione dì Gesù… Possa il Grande Giubileo costituire un’occasione preziosa perché tutti gli uomini religiosi si conoscano di più per stimarsi ed amarsi

“In questa nostra riflessione avremo due punti di riferimento: il Concilio Vaticano II con la Dichiarazione “Nostra aetate” su: ‘Le relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane” e la meta ormai vicina del Grande Giubileo”. Lo ha affermato Giovanni Paolo II nella catechesi svolta durante l’udienza generale presieduta in Piazza San Pietro nella mattina di mercoledì 21 aprile. Ecco la catechesi del Santo Padre:

1. “Un solo Dio Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti” (Ef 4, 6).

Alla luce di queste parole della Lettera dell’Apostolo Paolo ai cristiani di Efeso, vogliamo quest’oggi riflettere su come testimoniare Dio Padre in dialogo con tutti gli uomini religiosi.

In questa nostra riflessione avremo due punti di riferimento: il Concilio Vaticano II con la Dichiarazione Nostra aetate su “Le relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane” e la meta ormai vicina del grande Giubileo.

La Dichiarazione Nostra aetate ha gettato le basi di un nuovo stile, quello del dialogo, nel rapporto della Chiesa con le varie religioni.

Da parte sua, il grande Giubileo del Duemila rappresenta un’occasione privilegiata per testimoniare questo stile. Nella Tertio Millennio adveniente ho invitato ad approfondire, proprio nel presente anno dedicato al Padre, il dialogo con le grandi religioni, anche mediante incontri in luoghi significativi (cfr n. 52-53).

2. Nella Sacra Scrittura il tema dell’unico Dio rispetto all’universalità dei popoli che cercano la salvezza si va progressivamente sviluppando fino al vertice della piena rivelazione in Cristo. Il Dio di Israele, espresso con il Tetragramma sacro, è il Dio dei patriarchi, il Dio apparso a Mosè nel roveto ardente (cfr Es 3) per liberare Israele e renderlo il popolo dell’alleanza. Nel Libro di Giosuè è raccontata l’opzione per il Signore compiuta a Sichem, dove la grande assemblea del popolo sceglie il Dio che si è mostrato benevolo e provvido nei suoi confronti e abbandona tutti gli altri dei (cfr Gs 24).

Questa scelta, nella coscienza religiosa dell’Antico Testamento, si precisa sempre di più nel senso di un monoteismo rigoroso e universalistico. Se il Signore Dio d’Israele non è un Dio tra tanti, ma l’unico vero Dio, ne deriva che da lui devono essere salvati tutte le genti “fino all’estremità della terra” (Is 49, 6). La volontà salvifica universale trasforma la storia umana in un grande pellegrinaggio di popoli verso un solo centro, Gerusalemme, senza tuttavia che le diversità etnico-culturalì vengano annullate (cfr Ap 7, 9). Il profeta Isaia esprime suggestivamente questa prospettiva attraverso l’immagine di una strada che congiunge l’Egitto all’Assiria, sottolineando che la benedizione divina accomuna Israele, l’Egiziano e l’Assiro (cfr Is 19, 23-25). Ciascun popolo, conservando pienamente la propria identità, è chiamato a convertirsi sempre di più al Dio unico, rivelatosi a Israele.

3. Questo afflato “universalistico”, presente nell’Antico Testamento, si sviluppa ulteriormente nel Nuovo, il quale ci rivela che Dio “vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla piena conoscenza della verità” (1 Tm 2, 4). La convinzione che Dio stia effettivamente preparando tutti gli uomini alla salvezza fonda il dialogo dei cristiani con gli uomini religiosi di diversa credenza. Il Concilio ha così delineato l’atteggiamento della Chiesa riguardo alle religioni non cristiane: “La Chiesa considera, con sincero rispetto quei modi di agire e di vivere, quei precetti e quelle dottrine che, quantunque in molti punti differiscano da quanto essa stessa crede e propone, tuttavia non raramente riflettono un raggio di quella Verità che illumina tutti gli uomini. Essa però annuncia, ed è tenuta ad annunziare incessantemente Cristo che è “la via, la verità e la vita” (cfr Gv 14, 6), in cui gli uomini trovano la pienezza della vita religiosa e nel quale Dio ha riconciliato a sé tutte le cose” (NAe, 2).

Negli anni passati, da parte di qualcuno si è opposto il dialogo con gli uomini religiosi all’annuncio dovere primario della missione salvifica della Chiesa. In realtà il dialogo interreligioso è parte integrante della missione evangelizzatrice della Chiesa (cfr CCC, 856). Come più volte ho ribadito, esso, è fondamentale per la Chiesa, esprime la sua missione salvifica, è un dialogo di salvezza (cfr Insegnamenti VII/1 [1984], pp. 595-599). Nel dialogo interreligioso non si tratta perciò di abdicare all’annuncio, ma di rispondere ad un appello divino perché lo scambio e la condivisione conducano ad una mutua testimonianza della propria visione religiosa, ad una approfondita conoscenza delle rispettive convinzioni e ad un’intesa su taluni valori fondamentali.

4. Il richiamo alla comune “paternità” di Dio non risulterà allora un vago richiamo universalistico, ma sarà vissuto dai cristiani nella piena consapevolezza di quel dialogo salvifico che passa attraverso la mediazione di Gesù e l’opera del suo Spirito. Così, ad esempio, raccogliendo da religioni come quella musulmana la potente affermazione dell’Assoluto personale e trascendente rispetto al cosmo e all’uomo, possiamo, dal nostro canto, offrire la testimonianza di Dio nell’intimo della sua vita trinitaria, chiarendo che la trinità delle Persone non attenua ma qualifica la stessa unità divina.

Così pure, dagli itinerari religiosi che portano a concepire la realtà ultima in senso monistico, come un “Sé” indifferenziato in cui tutto si risolve, il cristianesimo raccoglie l’appello a rispettare il senso più profondo del mistero divino, al di là di tutte le parole e i concetti umani. E tuttavia non esita a testimoniare la trascendenza personale di Dio, mentre ne annuncia la paternità universale e amorosa che si manifesta pienamente nel mistero del Figlio crocifisso e risorto.

Possa il grande Giubileo costituire un’occasione preziosa perché tutti gli uomini religiosi si conoscano di più per stimarsi ed amarsi in un dialogo che costituisca per tutti un incontro di salvezza!

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Sulla perpetuità ed invariabilità della Chiesa (anche in caso di Sede Vacante)

image001[1]di Carlo Di Pietro

Sulla Perpetuità ed Invariabilità della Chiesa, così l’Ab. Barbier: « Quand’anche noi medesimi o un Angelo dal Cielo – scriveva S. Paolo ai Galati – vi annunziasse un Vangelo differente da quello che vi abbiamo predi­cato, non dategli retta e sia anatema » — Sed licet nos, aut angelus de coelo evangelizet vobis praeter quam quod evangelizavimus vobis, anathema sit (Gal. I, 8). Ecco la regola di fede che ci dà l’Apostolo:

… se compare in qualsiasi luogo un nuovo dogma, lo si esamini per vedere se è conforme alla dottrina cattolica, predicata sul principio da S. Paolo e dagli altri Apostoli; se in qualche punto discordi, lo si tenga come eresia e si rigetti. Tutti i Padri e la Chiesa intera seguirono e seguono questa regola, insegna l’Ab. Barbier nel prezioso volume primo de I Tesori di Cornelio ALapide.

S. Ireneo dice (Contra Haeres. lib. Ili) :

Se sorge disputa intorno ad un articolo di dottrina, non si dovrà forse ricorrere alle Chiese antiche, e ricavare da loro come decidere la questione?

Ora, abbiamo già compreso in altri studi cosa è la Tradizione e cosa si deve tenere quando taluni sogliono sostenere, (probabilmente) come se innanzi vi fossero solo interlocutori impreparati, che “certi documenti vanno letti alla luce della tradizione“.

Dinanzi a tanto (io ipotizzo) relativismo probabilmente si può parlare di insulto alla retta ragione, poiché non è l’uomo che deve o può leggere alla luce della Tradizione, ma è la Tradizione che si fa leggere dall’uomo, così come è sempre stato nel cattolicesimo, sin dal principio per evitare che fossimo “come fanciulli sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina, secondo l’inganno degli uomini” (Ef 4,14).; e visto che la nostra fede è dogmatica e non è soggetta all’arbitrio interpretativo del singolo, è una fede certa e già ampiamente rivelata, interpretata, spiegata ed insegnata.

Non è il documento che va letto alla luce di qualcosa (es. la Tradizione), ma è la luce stessa (es. la Tradizione) che emerge sfolgorante dal documento … ed insegna, guida, tramite Pietro che “scioglie e lega“. Come deve operare Pietro, e la Chiesa ce lo ha spiegato più volte, lo abbiamo studiato qui:L’INFALLIBILITÀ DELLA CHIESA E DEL PAPA: MAGISTERO UNIVERSALE E ORDINARIO , ma in seguito approfondiremo.

Il luterano, e lo vedremo, interpreta (Libero esame) alla luce di qualcosa di indefinito, di quella che secondo lui è “la tradizione”, mentre il cattolico odierno ha poco da interpretare (ancor più perché ci hanno già pensato i veri padri, dottori, papi e santi in XX secoli). Sorge il problema della presunta interpretazione (come oggi è intesa) solo in alcuni casi (eterodossi). Quando? Ce lo insegna Pio VI, in Auctorem Fidei

Se questa involuta e fallace maniera di dissertare è viziosa in qualsiasi manifestazione oratoria, in nessun modo è da praticare in un Sinodo, il cui primo merito deve consistere nell’adottare nell’insegnamento un’espressione talmente chiara e limpida che non lasci spazio al pericolo di contrasti [alias interpretazioni]”.

E di quale viziosa, involuta e fallace maniera di dissertare sta parlando qui Pio VI? Di quella degli eretici o dei mentecatti ambigui, ovvio:

“[…]l’arte maliziosa propria degli innovatori, i quali, temendo di offendere le orecchie dei cattolici, si adoperano per coprire sotto fraudolenti giri di parole i lacci delle loro astuzie, affinché l’errore, nascosto fra senso e senso (San Leone M., Lettera 129 dell’edizione Baller), s’insinui negli animi più facilmente e avvenga che – alterata la verità della sentenza per mezzo di una brevissima aggiunta o variante – la testimonianza che doveva portare la salute, a seguito di una certa sottile modifica, conduca alla morte […] Però se nel parlare si sbaglia, non si può ammettere quella subdola difesa che si è soliti addurre e per la quale, allorché sia stata pronunciata qualche espressione troppo dura, si trova la medesima spiegata più chiaramente altrove, o anche corretta, quasi che questa sfrenata licenza di affermare e di negare a piacimento, che fu sempre una fraudolenta astuzia degl’innovatori a copertura dell’errore, non dovesse valere piuttosto per denunciare l’errore anziché per giustificarlo: come se alle persone particolarmente impreparate ad affrontare casualmente questa o quella parte di un Sinodo esposto a tutti in lingua volgare fossero sempre presenti gli altri passi da contrapporre, e che nel confrontarli ognuno disponesse di tale preparazione da ricondurli, da solo, a tal punto da evitare qualsiasi pericolo d’inganno che costoro spargono erroneamente. È dannosissima quest’abilità d’insinuare l’errore che il Nostro Predecessore Celestino (San Celestino, Lettera 13, n. 2, presso il Coust) scoperse nelle lettere del vescovo Nestorio di Costantinopoli e condannò con durissimo richiamo. L’impostore, scoperto, richiamato e raggiunto per tali lettere, con il suo incoerente multiloquio avvolgeva d’oscuro il vero e, di nuovo confondendo l’una e l’altra cosa, confessava quello che aveva negato o si sforzava di negare quello che aveva confessato”(Ibid.).

Tuttavia, per dubbi atroci, rimando il lettore agli approfondimenti:

1) Appunti di dottrina: Tradizione o modernità? Questo è il problema ;

2) RILEGGERE I DOCUMENTI DEL CONCILIO ALLA LUCE DELLA TRADIZIONE .

Tertulliano notava che:

bisogna vedere in quello che gli Apostoli hanno predicato, quello che fu loro da Gesù Cristo rivelato, e tenervisi; niente si deve ricevere se non per mano di quella Chiesa che fu dagli Apostoli fondata. Ogni dottrina che concorda con la fede della Chiesa apostolica, con la fede delle antiche Chiese madri, è una dottrina vera; ogni altra che se ne scosta o vi si oppone, è errore e menzogna. Quello, che fu annunziato fin dal principio, proviene dal Signore ed è là verità; quello che è venuto dopo e che non concorda con quei primi insegnamenti, è straniero e falso (De Prae script.).

Origene sentenzia recisamente che:

« si deve considerare come eretico, chi fa professione di credere a Cristo, e intanto tiene intorno alla verità della fede una credenza diversa da quella definita dalla tradizione della Chiesa » – Haereticus habendus est omnis ille, qui Christo quidem emioni su pii» fltetur, aliud tamen de fìdei veritate credit, quam liabet definito traditionis Ecclesiae (In Matth. hom. XIX).

Si potrebbero benissimo rivolgere a Lutero, a Calvino ed a tutti gli altri eresiarchi, quelle parole che troviamo in una lettera di S. Ge­rolamo a Pammacchio :

« Perchè vi adoperate voi a insegnarci, dopo quattrocent’anni, quello che non abbiamo mai udito predicare? Il mondo è stato cristiano fino ad ora senza questa vostra dottrina » – Cur post quadrigentos annos docere niteris quod ante nescivimus? Usque in hunc diem sine illa vestra doctrina, cliristianus mundus fuit.

Che cosa si deve credere e tenere come dottrina della Chiesa cattolica?

« Quello, risponde il Lirinese, che fu creduto da tutti, in tutti i tempi e in tutti i luoghi; perché questo è veramente e propriamente cattolico » – Id teneamus quod ubique, quod semper, quod ab omnibus traditium est; hoc est enim vere proprieque catholicum (Praescript. adv. haeres, c. XII).

L’antichità e l’universalità della dottrina – dice il Barbier – hanno da esserci di norma: ecco perchè il grande Apostolo ci avverte di non prestar fede neppure a un Angelo, quand’esso ci annunciasse dottrina diversa da quella predicata in principio. Inveendo contro l’impera­tore Leone l’iconoclasta, S. Giovanni Damascenoesclama:

Ascoltate, popoli, tribù, uomini, donne, ragazzi, giovani, vecchi, nazione santa di cristiani: se alcuno vi annunzia cosa contraria a quello che la Chiesa cattolica ha ricevuto e conserva come tramandato dai santi Apostoli, dai Padri e dai Concili, non porgetegli orecchio, non date retta al diabolico consiglio suo, perchè non avvenga a voi come ad Eva che, sedotta dal serpente, incontrò la morte. Sia egli un Angelo, sin, un re quegli che insegna diversamente dalla Chiesa cattolica, fug­gitelo, e sia anatema (lib. II, De imag.).

La Chiesa romana non si è scostata mai da norme così savie… Ai tempi di Donato, S. Agostino abbatteva Gaudenzio con questo terribile dilemma:

Ditemi in grazia, è morta la Chiesa, o no? Se è morta, qual è la Chiesa che ha dato alla luce Donato? Se non è morta, che pazzia è questa mai di Donato di volerne stabilire una? (Contra Gaud. lib. II, c. 8). Lo stesso ragionamento può ripetersi contro tutte le sedicenti Chiese, questo è quanto il Barbier sostiene.

Cosa ci dice l’Abbé Barbier?

La vera fede e la vera Chiesa sono talmente inseparabili, che se intorno ad un solo punto, quello p. es. dell’invocazione dei Santi, la Chiesa si allontanasse dalla vera fede, sarebbe necessariamente ere­tica, cesserebbe sul fatto di essere la Chiesa di Dio e diventerebbe la Chiesa di Satana; a quel modo che una persona, la quale erra su di un articolo qualunque di fede, non è più ortodossa, ma eretica, benché intorno a tutti gli altri punti senta con gli ortodossi.

Difatti anche Sant’Alfonso conferma questo ovvio e necessario principio di diritto divino, ma visto che c’è qualcuno che dicesi cattolico ma ancora nega queste verità elementari di fede, è bene rinfrescare le memorie.

Fosse anche un Papa ad allontanarsi – nel governo – con pertinacia da una verità di fede rivelata, a questi un concilio detto imperfetto (o un conclave) può solo ratificare (o dichiarare) che egli è stato privato di ogni giurisdizione. Nella versione del testo Verità della Fede [Volume primo, Giacinto Marietti, Torino, 1826, alla pagina 142] si leggono le parole del santo Dottore:

La seconda cosa certa si è, che quando in tempo di scisma si dubita, chi fosse il vero papa, in tal caso il concilio può esser convocato da’cardinali, e da’ vescovi; ed allora ciascuno degli eletti è tenuto di stare alla definizione del concilio, perchè allora si tiene come vacante la sede apostolica. E lo stesso sarebbe nel caso, che il papa cadesse notoriamente e pertinacemente in qualche eresia. Benché allora, come meglio dicono altri, non sarebbe il papa privato del pontificato dal concilio come suo superiore, ma ne sarebbe spogliato immediatamente da Cristo, divenendo allora soggetto affatto inabile, e caduto dal suo officio. [Maggiori approfondimenti in questo studio: SULLA NECESSITÀ DELL’INFALLIBILITÀ DEL PONTEFICE E SULLA CONDANNA DELLA COLLEGIALITÀ .

Io dunque così ragiono, dice il Barbier: Quando comparve Calvino, o la Chiesa era mancata (sostiene lui), ovvero no … posto che fosse mancata, e fin dai tempi di S. Gregorio Magno, secondo che vogliono i novatori, ne viene di conseguenza essere il mondo stato privo per novecent’anni di religione, di sacramenti, di Chiesa, di mezzi di salute: in quest’ipotesi Gesù Cristo ha abbandonato la sua Sposa, cessò il suo regno eterno, per conseguenza le porte dell’inferno hanno prevalso contro la Chiesa nonostante la solenne ed esplicita parola del Redentore; dunque Gesù Cristo ha mentito. Allora Calvino nacque fuori della Chiesa, non è mai stato uno de’ suoi membri, ma un infedele, un pagano; non avrebbe dovuto dunque essere ricevuto e ascoltato come fedele dal popolo e dal mondo, ma essere piuttosto disprezzato e ri­gettato come non appartenente alla Chiesa. Se al contrario la Chiesa non era mancata, se Calvino nacque, fu battezzato, allevato ed istruito nella sincera fede e nella vera Chiesa, egli è divenuto apostata. Per conseguenza, istituendo una Chiesa riformata, non ha stabilito la vera Chiesa, la Chiesa apostolica, ma una Chiesa d’apostasia, di scisma, d’eresia…

« In Dio, dice S. Giacomo, non vi può essere cangiamento, nè al­ternativa di adombramento » — Apud quem non est transmutatio, nec vicissitudinis obumbratio (Iac. I, 17).

Tale è anche la Chiesa, alla quale convengono quelle magnifiche parole d’Isaia:

« Guardate Sionne, la città delle nostre feste: gli occhi vostri vedranno Gerusa­lemme, il soggiorno dell’abbondanza, la tenda inamovibile; i piuoli che la tengono infitta al suolo non saranno mai strappati, nè si lo­goreranno le funi che insieme la legano » — Respice Sion, civitatém solemnitatis nostrae: oculi tui videbunt Ierusalem, habitationem opulentam, tabernaculum quod nequaquam transferri poterit; nec auferentur davi eius in sempiternum, et omnes funiculi eius non rumpentur (Is. XXXIII, 20).

« Sì, il Signore del Cielo susciterà un regno che non sarà mai distrutto, ma durerà eterno » —Suscitabit Deus coeli regnum, quod in aeternum non dissipabitur, ipsum stabit in aeternum (Ib. II, 44). « Ed egli medesimo (il Signore Iddio), soggiunge Michea, regnerà su la sua Chiesa per tutti i secoli » — Et regnabit Deus super eos in monte Sion, ex hoc nunc et usque in saeculum (Mich. IV, 7).

Ancora il Barbier:

… ci dicano, i protestanti, quando ebbe principio la Chiesa romana, ci accennino l’autore della religione cattolica, c’indichino’ l’epoca ed il luogo in cui diede i suoi primi passi. Dov’erano trecent’anni fa le Chiese dei luterani, dei calvinisti? In nessun luogo; ma la Chiesa ro­mana già esisteva.

Essa esisteva prima che avessero vita Ario, Nestorio, Cerinto, Ebione, Simon Mago, e noi sfidiamo gli avversari a segnare il principio della Chiesa romana in un tempo posteriore a quello degli Apostoli… […] Le sette riboccano di mutamenti a tal segno da fare una confusione, un orribile caos. Oggi è una formula di fede, domani un’altra, e se ne videro anche pullulare parecchie nello stesso tempo:

quasi che quello che era ieri verità di fede non dovesse più esserlo oggi, perchè sono mutati i tempi e gli interessi. E donde questa infi­nità di variazioni, se non da ciò che appena sottrattisi all’autorità della Chiesa e impugnatene le decisioni, gli eretici, non ebbero più regola sicura da seguire? Essi si dànno in balìa à tutti i traviamenti del loro spirito individuale e diventano guide a se medesimi. Tutti i settari, antichi e recenti, hanno volto la Scrittura a differenti interpretazioni, secondo il particolare disegno di religione foggiatosi in mente, e tutti hanno vicendevolmente condannato queste spiegazioni.

I calvinisti, per esempio, rigettano l’interpretazione degli ariani, che guardano come eretici; ma chi non vede che per la ragione medesima dovrebbero condannare la loro propria, perchè non sono nè più illu­minati, nè più infallibili degli ariani? E se, come pretendono i calvi­nisti, ognuno ha incontestabile diritto d’interpretare la Scrittura, gli ariani l’aveano dunque al pari dei calvinisti. Perciò i protestanti e gli eretici, qualunque siano, sono costretti, in forza del loro principio, e a condannare la loro propria interpretazione della Scrittura, e ad approvare quella degli ariani, essendo l’autorità ed il diritto uguali da ambe le parti.

Dopo di aver disprezzato la testimonianza dei più celebri Dottori, gli eretici s’avvidero ad un tratto che non potevano sostenere i loro dogmi senza fare violenza alla parola di Dio; e costretti a gettarsi in quest’estremo abisso, ben chiaramente diedero a divedere quanto fosse cattiva e insostenibile la loro causa. Nessun’altra cosa infatti li spinse a chiamare apocrifi e a far credere tali parecchi libri canonici, se non la disperazione in cui erano di poterli pure una volta torcere a senso dei loro errori. Perchè i manichei rifiutavano il Vangelo di S. Matteo e gli Atti Apostolici, se non perchè i loro princìpi li porta­vano a credere che Gesù Cristo non era nato dalla Vergine e che lo Spirito Santo non era disceso sui fedeli, se non allora che l’empio Manete, loro maestro e paracleto, comparve sulla terra? Perchè gli ebioniti rigettavano le Epistole di S. Paolo, se non perchè volevano ristabilire l’uso della circoncisione, condannato dall’Apostolo? Perchè parla Lutero così insolentemente dell’Epistola di S. Giacomo, che non si vergogna di chiamarla semenzaio di liti, cosa vuota, vana, ignobile al pari del fango e del concime, e da capo a fondo, indegna dello spi­rito apostolico? Non c’è bisogno di grande studio per comprendere, che a ciò lo obbliga il principio da lui difeso contro la dottrina del­l’ammirabile Apostolo, che la fede sola senza le opere basta a giusti­ficare l’uomo. Perchè i seguaci di quest’eresiarca, e i rampolli della sua setta cercano di espellere dal canone delle Scritture sante Tobia, Ecclesiastico e vari altri libri? Perchè sta in essi scritta a caratteri cubitali la loro condanna, e vi sono apertamente convinti d’errore in ciò che riguarda la protezione degli Angeli, il libero arbitrio, il Pur­gatorio, l’intercessione dei Santi.

Se io domando a loro, aggiunge il padre Campion, con qual diritto s’arrogano di troncare e correggere le Scritture, essi mi rispondono che conservano con rispetto le vere Scritture, separandole dalle false e supposte. L’intenzione è buona, ma su quale autorità fondano essi questa distinzione, e chi ne è giudice? — Lo Spirito Santo, essi ripi­gliano : ed ecco in che modo Calvino cerca di eludere il giudizio della Chiesa, alla quale solamente s’appartiene d’esaminare e discernere gli spiriti. Ma lo Spirito Santo è uno solo; ora donde avviene che es­sendo in tutti il medesimo spirito, vanno così poco d’accordo nei loro sentimenti e si guerreggiano del continuo?

Lo spirito di Lutero non fa buon viso a sei Epistole canoniche, lo spirito dii Calvino le guarda di buon occhio; eppure hanno tutti e due lo stesso maestro, e questo, a detta loro, è niente meno che lo Spirito Santo. Gli anabattisti ridono del Libro di Giobbe, come d’una favola, d’una vera commedia. Castaglione giudica canzone d’amore il sacro Cantico de’ Cantici, dove sono espressi, in simboli e figure sensibili, le più tenere comunicazioni dell’anima con Dio, della Chiesa, Sposa di Gesù Cristo:, col suo divino Sposo. Chi loro inspira questo linguaggio? Lo Spirito Santo. Ecco in qual modo questi riformatori dividono lo Spirito Santo, e gli fanno dire tutto ciò che passa loro pel capo. Ma lo Spirito Santo, il quale è Dio di verità, non può inspirare contraddi­zioni : resta pertanto che sia lo spirito di errore, il genio del male.

Il decadimento e la rovina di tutte le sette provano la loro falsità.

Niente infatti mette più in aperto la falsità d’una religione, quanto la sua caduta; poiché la vera religione di Dio, la vera Chiesa di Gesù Cristo deve rimanere incrollabile ed invariabile fino alla fine de’ se­coli, come per l’appunto disse un fariseo di nome Gamaliel, dottore della legge e rispettato da tutto il popolo. Levatosi infatti costui in seno al concilio in cui si deliberava di mettere a morte gli Apostoli che predicavano Gesù Cristo, disse loro:

« Uomini israeliti, badate bene a quello che siete per fare riguardo a questi uomini. Poiché pri­ma di questi giorni scappò fuori Teoda, dicendo sé essere qualche cosa, cól quale s’associò un numero di circa quattrocento uomini, il quale fu ucciso, e quelli che gli credevano furono dispersi e ridotti a niente. Dopo questo, venne fuora Giuda il galileo nel tempo della descrizione, e si tirò dietro il popolo, ed ancora perì, e furono dissipati tutti quanti i suoi seguaci. E adesso io dico a voi : Non toccate questi uomini e lasciateli fare; perchè se questo pensiero e quest’opera viene dagli uomini, sarà disfatta. Se poi ell’è da Dio, non potrete disfarla; non ponete adunque incaglio, affinchè non sembri che ve la pigliate anche contro Dio» (Act. V, 34-39).

Il consiglio seguì questo saggio av­viso. Contro l’opera di Dio nulla valgono gli uomini. Ecco perchè la religione romana non ha mai cessato nè cesserà mai d’esistere. Al contrario tutte le sette, le quali non sono che l’opera dell’uomo inspirata dal diavolo, cadono da se medesime. Che cosa sono divenute e che cosa divengono tutte le eresie? Dopo di aver durato qual più qual meno, levato di sè maggiore o minor rumore, e subito o molte o poche fasi, la morte infine le aspetta e prostra. Esse soccombono, perchè non sono creazione del Dio dell’immortalità e della vita.

Aggiunge il Barbier:

La Chiesa cattolica, apostolica, romana rimase invariabile da Gesù Cristo in qua per la sua unità nella fede, nei sacramenti, nelle sue leggi, nel’ suo capo. Ella ha veduto succedersi alla sua testa una non interrotta genealogia di sommi Pontefici e di vescovi; noi ne siamo certi per le storie e per i monumenti autentici che ci notano la succes­sione dei primi pastori non solamente di secolo in secolo, ma di anno in anno.

E non importa se si è talvolta protratta per mesi ed anche per anni l’elezione di un nuovo Papa, o se sorsero antipapi; l’inter­vallo non distrugge la successione, perchè allora il clero ed il corpo dei vescovi sussiste tuttavia nella Chiesa, con intenzione di dare un successore al defunto Pontefice non appena le circostanze lo permettano.

Il concilio di Costanza – ricorda il Barbier – dichiara eretico colui che intorno agli articoli di fede pensa diversamente da quello che insegna la Chiesa di Roma. Il Liguori dice essere pienamente convinto, che coloro i quali sostengono che qualunque romano Pontefice può sbagliare ne’ suoi decreti su la fede, recano nella Chiesa la peste e la rovina; e la storia prova che quelli i quali resistettero superbi ai decreti della santa Sede, cominciarono con lo scisma, finirono nell’eresia.

Appoggiati a tutte queste ragioni, il Suarez (Lib. Ili, de Fid. defen.), il Bannez ed il Bellarmino (lib. IV, de Pontif. rom. c, II) dichiarano l’infallibilità del Papa quasi dogma di fede, e dicono erroneo e prossimo all’eresia il sentimento contrario. Eccetto i gallicani, che sono pochissimi, tutti i vescovi in generale riconoscono l’infallibilità del Papa.

San Pio X riassume questa verità di fede nel Catechismo Maggiore:

115. La Chiesa docente può errare nell’insegnarci le verità rivelate da Dio?
La Chiesa docente non può errare nell’insegnarci le verità rivelate da Dio: essa è infallibile, perchè, come promise Gesù Cristo, “lo Spirito di verità” * l’assiste continuamente. * Giov., XV, 26

116. Il Papa, da solo, può errare nell’insegnarci le verità rivelate da Dio?
Il Papa, da solo, non può errare nell’insegnarci le verità rivelate da Dio, ossia è infallibile come la Chiesa, quando da Pastore e Maestro di tutti i cristiani, definisce dottrine circa la fede e i costumi.

117. Può altra Chiesa, fuori della Cattolica-Romana, essere la Chiesa di Gesù Cristo, o almeno parte di essa?
Nessuna Chiesa, fuori della Cattolica-Romana, può essere la Chiesa di Gesù Cristo o parte di essa, perchè non può averne insieme con quella le singolari distintive qualità, una, santa, cattolica e apostolica; come difatti non le ha nessuna delle altre Chiese che si dicono cristiane.

122. Che significa ”comunione dei santi”?
Comunione dei santi significa che tutti i fedeli, formando un solo corpo in Gesù Cristo, profittano di tutto il bene che è e si fa nel corpo stesso, ossia nella Chiesa universale, purché non ne siano impediti dall’affetto al peccato.

124. Chi è fuori della comunione dei santi?
E’ fuori della comunione dei santi chi é fuori della Chiesa, ossia i dannati, gl’infedeli, gli ebrei, gli eretici, gli apostati, gli scismatici e gli scomunicati.

127. Chi sono gli eretici?
Gli eretici sono i battezzati che si ostinano a non credere qualche verità rivelata dà Dio e insegnata dalla Chiesa, per esempio, i protestanti.

128. Chi sono gli apostati?
Gli apostati sono i battezzati che rinnegano, con atto esterno, la fede cattolica già professata.

Nel Codice di Diritto Canonico del 1917 si legge:

Tutti gli apostati dalla fede Cristiana, e tutti gli eretici e scismatici: sono ipso facto scomunicati … Il Delitto di Eresia: procura una scomunica ipso facto. Questa basilare scomunica è la pena incorsa da tutti gli eretici… Un eretico… è in tal modo incorso nella scomunica ed ha perso la appartenenza alla comunione generale di quella società (la Chiesa)“.

Ma allora, alcuni dicono, i papi del passato che potevano sembrare eretici? No, risponderemo, ogni singolo caso è stato ampiamente studiato, per esempio da Sant’Alfonso, e nel breve studio DA SANT’ALFONSO MARIA DE’ LIGUORI AL “VESCOVO DI ROMA” FRANCESCO è tutto ben spiegato, basta avere solo la buona volontà di studiare.

E allora le crociate, l’inquisizione, la pedofilia, il caso Galileo, ecc … altri subito citano. Beh, vuol dire che non si conoscono neanche le basi della fede cattolica e mi meraviglio che molti di questi sobillatori siano anche coniugati, il che prevede la Confermazione e quindi la conoscenza basilare della dottrina cattolica (diff. Chiesa <–> uomo di Chiesa). Comunque in questo studio è tutto ampiamente esposto: DALL’INQUISIZIONE ALLA PEDOFILIA. BREVE DIFESA DELLA CHIESA DALLE FALSE ACCUSE.

E il caso, invece, di papa Alessandro VI che praticava la “simonia”? Alcuni dicono, non è forse la “simonia una eresia” che dovrebbe, quindi, rendere invalida l’elezione, poiché noi sappiamo essere certo che un pontefice non può essere pertinacemente eretico né prima (ante electionem) e né durante il papato? Sebbene l’Aquinate annovera la simonia nei peccati di irreligiosità e quindi la considera un’eresia (S. Th. II-II, q. 100, a. 1), poi ci dice anche che «Il Papa può incorrere nel peccato di simonia, come qualsiasi altro uomo» (ad 7um). Difatti San Pio X nella “Vacante Sede Apostolica del 25 / 12 / 1904, num. 79, dispone che “la eventuale pattuizione simoniaca la quale venisse fatta intorno all’elezione del Papa non comporta la sua nullità“. In questo caso ci troviamo difronte ad una Costituzione Apostolica (di Papa San Pio X) che vincola dogmaticamente e ha valore giuridico universale, implica quindi certamente l’infallibilità. Solo i gallicani e pochi altri eretici sostengono il contrario.

Ora cercherò di sintetizzare all’osso e di semplificare al massimo, tuttavia per approfondimenti dettagliati e citazioni è possibile porre precise domande nei commenti.

L’impedimento stabilito da Giulio II per un eletto simoniaco era ovviamente di diritto ecclesiastico, altrimenti San Pio X avrebbe errato nel riformarlo o rimuoverlo.

E’ di DIRITTO DIVINO (quindi IRREFORMABILE) che per essere eletto validamente al Papato un uomo deve essere membro della Chiesa Cattolica (cf. San Bellarmino, Sant’Alfonso, Card. Billot, ecc). Se non lo è l’elezione è nulla, venisse anche accettata da tutti. [Esempio: così come se un prete celebrasse con un’ostia di cioccolata bianca: venisse anche fatta l’adorazione eucaristica da TUTTA la Chiesa in una piazza immensa, quella rimane cioccolata, non è Corpo di Cristo]. Questa è dottrina cattolica e dobbiamo essere d’accordo.

Di DIRITTO DIVINO se un uomo è eretico veramente (quindi non materialmente o per ignoranza, ma per SCELTA consapevole di aderire all’errore), quindi dicevamo se la sua eresia è manifesta non è membro della Chiesa; per DIRITTO DIVINO, lo è necessariamente anche senza la scomunica e prima della scomunica, la quale, SE E QUANDO ARRIVA, aggiunge un provvedimento esclusivamente di diritto ECCLESIASTICO. Su queste distinzioni vedasi Mystici Corporis di Pio XII (distingue tra chi esce dalla Chiesa da se stesso tramite eresia, scisma o apostasia e chi ne è cacciato fuori dall’Autorità, dunque diritto ecclesiastico, cioè tramite la scomunica). Nel primo caso, invece, Pio XII dice chiaramente “secondo l’ordine di Dio”, si parla di Diritto Divino:

In realtà, tra i membri della Chiesa bisogna annoverare esclusivamente quelli che ricevettero il lavacro della rigenerazione, e professando la vera Fede, né da se stessi disgraziatamente si separarono dalla compagine di questo Corpo, né per gravissime colpe commesse ne furono separati dalla legittima autorità. “Poiché — dice l’Apostolo — in un solo spirito tutti noi siamo stati battezzati per essere un solo corpo, o giudei o gentili, o servi, o liberi” (I Cor. XII, 13). Come dunque nel vero ceto dei fedeli si ha un sol Corpo, un solo Spirito, un solo Signore e un solo Battesimo, così non si può avere che una sola Fede (cfr. Eph. IV, 5), sicché chi abbia ricusato di ascoltare la Chiesa, deve, secondo l’ordine di Dio, ritenersi come etnico e pubblicano (cfr. Matth. XVIII, 17). Perciò quelli che son tra loro divisi per ragioni di fede o di governo, non possono vivere nell’unita di tale Corpo e per conseguenza neppure nel suo divino Spirito.

Quanto alla simonia, perché un uomo dovrebbe essere per forza ateo commettendo quel grave peccato? Magari è PARAGONABILE all’ateismo, ma non è detto che sia ateismo; concludere ciò sarebbe una forzatura. Mi spiego: non è che se un Papa pecca, anche mortalmente, posso dire: “se credesse in Dio non commetterebbe questo peccato perché sa che è una cosa assurda farlo, dunque non crede in Dio”. No! Perché avere la fede non significa necessariamente OBBEDIRE a quello che la fede ti dice di fare. Un uomo può credere in Dio e disobbedirgli per corruzione morale; dunque un uomo, per attaccamento disordinato grave al potere, perché moralmente molto corrotto, può accettare di essere eletto per simonia, pur sapendo che pecca mortalmente. Quanta gente pecca pur sapendo di peccare?

Si può dire che c’è la PROBABILITA’ che uno sia anche ateo, per tornare al ragionamento che fa San Pio X, ma non la certezza IN ASSOLUTO. Allora probabilmente si capisce perché Giulio II ha stabilito esclusivamente di DIRITTO ECCLESIASTICO, che l’elezione sarebbe nulla; e si capisce anche perché San Pio X si è permesso di annullare tale provvedimento, in quanto appunto era annullabile. A mio avviso è stato anche saggio, perché avrebbe potuto creare problemi ai papi in quanto, in caso di minimo dubbio o anche di accusa calunniosa di simonia, avrebbe sollevato in tutti il dubbio circa la legittimità dell’autorità dei papi.

Ma se un uomo fosse CERTAMENTE ATEO (quindi non per “ragionamento indiretto”, bensì perché lo manifesta chiaramente), noi avremmo la certezza per DIRITTO DIVINO che quello non è un membro della Chiesa (lo abbiamo visto prima citando il Catechismo Maggiore), e quindi che non è nemmeno Papa.

Quanto alla continuità apostolica, abbiamo poche righe sopra riportato l’opinione del Barbier; ma cosa dice la dottrina cattolica sulla eventualità di una sede vacante anche molto prolungata?

Semplice: finché c’è la POSSIBILITA’ di tornare ad eleggere un vero Papa, la successione apostolica non è interrotta. Ed in caso di problemi come scismi, cataclismi, guerre, o qualsiasi altro caso in cui non si abbia più nemmeno la certezza di chi siano i veri cardinali, dove siano o quanti siano, ecc… la Chiesa può eleggere un Papa tramite concilio imperfetto dei vescovi (rimasti cattolici se il caos fosse causato da un problema di scisma – rimasti in vita e cattolici se il caos fosse provocato da un cataclisma o da una guerra, ecc…), imperfetto perché senza Papa. La Chiesa in tale concilio avrebbe solo il potere di eleggere il suo Capo.

Infine, quanto al sacerdozio e all’ordine sacro: Pio XII dice chiaramente (in 3 differenti documenti ribadisce anche la differenza e l’indipendenza che v’è fra ordine e giurisdizione) che se anche venisse eletto un laico, prima dell’ordinazione, riceverebbe già la potestà di Papa o giurisdizione, con tutti i carismi annessi e connessi, inclusa l’infallibilità; è comunque necessaria la volontà che questi sia disposto a farsi ordinare Vescovo (dunque a ricevere l’ordine sacro in un dato tempo).

Ora, nell’odierna situazione è certo che qualcosa non va, lo è perché la fede che oggi viene trasmessa (dal Concilio Vaticano II in avanti) è differente dalla fede contenuta nel depositum che si è sempre insegnata da San Pietro fino al 1958. La situazione attuale è ambigua, ma non in se stessa (poiché è chiara la frattura) quanto piuttosto in base alla conoscenza più o meno approfondita che la gente ha di questi argomenti. In base alla conoscenza media, o meglio che volutamente è stata resa mediocre, la situazione rimane ambigua, quindi comprendo che in questa sede si può solo risolvere il problema per ipotesi, sganciandoci dall’applicazione storica presente.

Tornando al Barbier, “A QUAL PATTO DIO PROMISE L’INFALLIBILITÀ AI PRIMI PASTORI“?

– la prima di queste sarà forse che i detti pastori, chiamati a decidere di tutte le controversie in ultimo appello, siano tutti santi? Ma in questo caso Gesù Cristo non avrebbe provveduto a nulla, perché consistendo la santità nel cuore, dove nessuno quaggiù può giudicare, noi non potremmo sapere mai chi sia santo, e chi no: uno pare gran santo ed è finissimo ipocrita. Se dunque fosse necessaria questa condizione, sempre dubbiosa sarebbe la nostra fede;

– la seconda. Si richiederà forse che siano tutti arche di scienza? Ma i fedeli dovrebbero essere ancora più sapienti per giudicare se quelli lo siano e qual grado di scienza ci voglia per ben decidere. Questo, da parte di Gesù Cristo, sarebbe stato un procurare la stabilità della fede, o non piuttosto un renderla incertissima?

– la terza. Sarà a patto che abbiano tutti una diritta intenzione e non operino che spinti da motivi puri e soprannaturali? Ma chi penetrerà nel segreto della mente, chi scandaglierà l’abisso del cuore? Ed ecco di nuovo incertezza e dubbio, invece di saldezza e sicurezza.

– la quarta. Sarà necessario che vi concorra il voto di tutti i Vescovi? Allora sarebbe inutile questo dono di Gesù Cristo alla sua Chiesa, perché non si potranno mai radunare tutti quanti i vescovi, nè materialmente in persona, nè moralmente in una sola sentenza; qualcheduno vi si troverà sempre di parere contrario.

– la quinta. Sarà almeno a condizione che siano sbanditi da tali assemblee gli intrighi, le cabale, le brighe? Oltreché sarebbe questo un pretendere da Dio un miracolo non necessario, poco con ciò si provvederebbe alla conservazione del deposito della fede, perché nessuno non potrebbe cavare di mente ai più restii e procaci che non vi sono stati raggiri e cabale all’aperto, e numerose ve ne furono però in segreto e di soppiatto, e gli eretici condannati, non mancherebbero d’afferrarsi a quest’appiglio.

la sesta. Bisognerà che il giudizio di ciascun vescovo sia stato preceduto da un esame scrupoloso, in cui siasi confrontato il punto controverso con la Scrittura e con i monumenti della tradizione, e che tutto questo si conosca pubblicamente? Ma come accertarsi e persuadersi che ciò si è fatto? Non si sono forse gli eretici, dopo la loro condanna, sempre lagnati che non si era bene esaminata la questione, non ben compresa la difficoltà? È certamente necessario che alla decisione vada innanzi un serio esame, e sarebbe colpevole quel vescovo che decidesse senz’aver attentissimamente discusso le materie su le quali sentenzia: e tutti sanno che così si suol fare; ma non a questa condizione Gesù Cristo ha legato l’infallibilità promessa ai primi pastori, perché essa ci lascerebbe tuttavia luogo a temere che non abbiano abbastanza pregato ed esaminato, e la nostra fede non sarebbe, per conseguenza, giammai ferma.

– la settima. Dovrà la difficoltà essere risolta in un concilio generale? Ma dove mai ha Gesù Cristo parlato di concilio generale o particolare? Egli c’indirizza alla Chiesa, ma non ci dice che intenda mandarci alla Chiesa congregata. Quindi la Chiesa sparsa, unita al sommo Pontefice, è tanto infallibile quanto la Chiesa riunita in concilio.

– l’ottava. Si richiederà finalmente che si abbia certezza che la sentenza dei primi pastori sia proferita sinceramente, senza che c’entri per nulla la politica, o veruna considerazione umana, o timore, o interesse, o compiacenza verso qualche potere terreno? Questo, invero, è sempre stato il ridicolo pretesto degli eretici per non sottomettersi alla condanna pronunziata contro di loro. Ma se a questo patto fosse stata promessa l’infallibilità della Chiesa, chi sarebbe ancora sicuro di qualche cosa? Sempre e per poco nascerebbe il sospetto, che non abbiano i vescovi ceduto a mire politiche o d’interesse, o di timore, ed eccoci sempre titubanti intorno alla validità del loro giudizio.

Dunque da nessuna delle riferite condizioni dipende l’infallibilità promessa alla Chiesa: le promesse di Gesù Cristo sono assolute e non legate a condizioni. L’infallibilità è annessa (al Papa) e alla decisione del maggior numero dei vescovi riuniti di comunione e anche di sentimento al Papa. Quindi, o i primi pastori sieno santi o no; sparsi o assembrati; abbiano diritta intenzione o sinistra; vi siano passate brighe, 0 no; abbiano giudicato per mire politiche, di interesse, o di che altro; si pretenda che siasi mancato nella forma canonica, nell’uniformità dei sentimenti; che il giudizio dei vescovi non fu preceduto da un esame sufficiente; che non si è fatto ricorso alla Scrittura e bilanciato l’affare coi monumenti della tradizione; che si mettano innanzi tutti i pretesti, i cavilli, i raggiri, le finezze, gli artifici, le sottigliezza ini maginabili; che si blateri che la procedura non procedette regolarli, che la sentenza non è stata canonica; nulla di tutto questo, né qualunque altra cosa che possa inventare la malizia della mente umana aguzzata dall’eresia, importa un bel nulla …

Nei seguenti studi abbiamo già trattato esaustivamente dell’infallibilità:

L’INFALLIBILITÀ DELLA CHIESA E DEL PAPA: MAGISTERO UNIVERSALE E ORDINARIO

SULLA NECESSITÀ DELL’INFALLIBILITÀ DEL PONTEFICE E SULLA CONDANNA DELLA COLLEGIALITÀ

SULL’INFALLIBILITÀ NELLA CANONIZZAZIONE

Parte del presente studio è estrapolato o citato testualmente da Ab. Barbier, I Tesori di Cornelio ALapide, ver. italiana a cura del sac. Giulio Albera, Vol. 1, Società Editrice Internazionale, 1948, con lettera introduttiva a nome di SS. Papa Pio IX, pp. 220 – 240

Pubblicazione a cura di Carlo Di Pietro (clicca qui per leggere altri studi pubblicati)

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