di Andrea Tornielli – 13 gen 2013 – Il sorriso di Paolo Gabriele

Cari amici, la notizia della nuova sistemazione lavorativa per Paolo Gabriele, l’ex aiutante di camera di Benedetto XVI reo confesso di aver sottratto e divulgato le carte dalla scrivania della segreteria papale finite nel libro di Gianluigi Nuzzi «Sua Santità», ha provocato diversi commenti e reazioni. Come sapete, Gabriele andrà a lavorare come impiegato presso una cooperativa sociale che svolge dei servizi per l’ospedale Bambin Gesù, di proprietà del Vaticano. Lavorerà nella nuova sede dell’ospedale, recentemente inaugurata accanto alla Basilica di San Paolo fuori le Mura, dove ha appena preso possesso del suo incarico di arciprete il neo-cardinale statunitense James Harvey, che da Prefetto della Casa Pontificia aveva raccomandato Gabriele per l’incarico di maggiordomo papale.

Ho ricevuto un twitter di una persona che dice: «Si vede che per trovare lavoro bisogna rubare e diffondere i documenti segreti del Papa». La reazione di alcuni, all’esterno ma anche all’interno del Vaticano, è di freddezza. Si dice: ma come, l’ex maggiordomo ha compiuto un’azione gravissima, ha messo in piazza la corrispondenza privata del Papa, e dopo essere stato condannato viene prima graziato – il provvedimento, come ricorderete, è stato comunicato a Gabriele dallo stesso Benedetto XVI durante la visita che gli ha fatto – e ora anche «ricollocato» con una nuova occupazione, seppure fuori dalle mura vaticane. Che giustizia è mai questa? C’è chi ha fatto notare con una punta di irritazione il fatto che Gabriele, ritornato un uomo libero a tutti gli effetti, sia uscito a fare la spesa e persino che sia apparso «sorridente». C’è chi vede nella grazia e nella nuova sistemazione un cedimento al «buonismo», che rischierebbe di vanificare l’azione dei giudici e degli investigatori vaticani. C’è chi ricorda che il Papa si è comportato come nessun altro capo di Stato avrebbe fatto e tra le righe – almeno in questo caso – sembrerebbe auspicare il contrario.

Tutte osservazioni comprensibili e ragionevoli, umanamente parlando. Ciò che però sfugge è che Papa Ratzinger, e come lui hanno fatto i suoi immediati predecessori, anche in questo caso non si è mosso sulla base del senso comune, ma a partire da qualcos’altro. Perché crede a ciò che predica e sa che non potrà mai essere assimilato a un qualsiasi altro capo di Stato. Sa che il «vicario di Cristo» deve seguire le orme di Gesù, «mettersi dietro di Lui», come ordina Gesù stesso a Pietro, quando gli dice «Vade retro me!». Gesù ha perdonato il tradimento di Pietro e perdona a noi i peccati, anche i più gravi, se ci riconosciamo bisognosi della sua misericordia. Il cristiano sa di essere il destinatario di una grazia sovrabbondante, una misericordia che oltrepassa ogni umana immaginazione, impossibile da comprendere in base alla «meritocrazia» (se Dio agisse nei miei riguardi soltanto sulla base di un criterio meritocratico, sarei davvero fritto). Basta leggere il Vangelo per comprendere quanto la logica di Dio sia diversa da quella del mondo. È utile andare a rivedere il commovente dialogo avvenuto il 18 dicembre 2011 tra il Papa e i detenuti del carcere di Rebibbia per rendersene conto: invito chi non l’avesse ancora fatto, a rivedere lo straordinario Tg2 Dossier su Benedetto XVI curato da Lucio Brunelli.

Con il gesto del perdono e della grazia Benedetto XVI non minimizza la gravità di quanto accaduto e le sue conseguenze, ma segue l’esempio di Colui di cui è vicario. Con la decisione di trovare una sistemazione all’ex maggiordomo, presa soprattutto pensando alla moglie e ai suoi tre figli, il Papa mostra la sua compassione per la famiglia: un tema centrale nella predicazione della Chiesa di questi tempi. «Nessun peccato è troppo grande: una miseria finita, per quanto enorme, potrà sempre essere coperta da una misericordia infinita», diceva Albino Luciani. Chissà se è per questo che Paolo Gabriele è persino tornato a sorridere.

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Vedi anche: http://stanzevaticane.tgcom24.it/tag/paolo-gabriele/

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