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Buone notizie !!!!

Angolo delle buone notizie!!!

Buona notizia #1: in parlamento un deputato del M5S (Sibilia) parla del signoraggio bancario! (PS che abbia letto la mia Lettera aperta al governo?)

Buona notiza #2: una commissione universitaria internazionale riconosce il bilancio energetico positivo del reattore di Andrea Rossi: quindi ESISTE LA POSSIBILITA’ CONCRETA DI GENERARE PIU ‘ ENERGIA DI QUELLA CHE SI CONSUMA! Vedere ad esempio questo articolo.

Buona notiza #3: un “troll” (ne ho parlato spesso, vedi qui e qui) si confessa (senza rivelare la sua identità però): copio l’intervista dal blog di Daniele Passerini: (perchè buona notizia? Perchè viene dimostrato che la gente non è scema e cattiva come ci vogliono far credere, ma sono pochi disurbatori, pagati, che danno questa impressione. Un po’ come quando alle manifestazioni in piazza gli infiltrati cominciano a spaccare le vetrine per dare alla polizia la scusa per caricare…)
Un troll pentito svela come la Ka$ta paga i provocatori online

Abbiamo intervistato un provocatore online, uno dei cosiddetti “troll”, gente che di professione stuzzica reazioni scomposte nelle discussioni online.
 Lo incontriamo in un bar in centro a Milano. Sul tavolo ha poggiato uno smartphone e un tablet. Non ci dice né il suo nome, né il suo nickname.
 
Vivi sempre connesso?
Purtroppo sì. Abbiamo un software che ci consente di monitorare le discussioni a cui partecipiamo e quando c’è una notifica abbiamo poco tempo per rispondere. Se lasciamo “andare” o ritardiamo, ci viene scalato dal compenso.
Quanto guadagni per fare questa attività?
Beh, dipende. Se sono efficiente anche 4-5mila euro al mese.
Sono un sacco di soldi.
Sì, ma è una vita tremenda. Devi leggere decine di blog, forum, account facebook, tweet. Giorno e notte. Alcuni di noi non reggono, dopo un po’ i loro nick “spariscono”, non c’è modo di sapere che fine abbiano fatto.
Chi vi paga?
Un grosso gruppo economico legato trasversalmente a tutti i partiti. Ma non posso dire altro.

Ce ne sono molti come te?

Siamo un centinaio in tutta Italia, ma siamo divisi per competenze.

Nel senso che tu, per esempio, provochi e insulti solo specifici bersagli?
No, nel senso che ci sono provocatori e contro-provocatori. Ti faccio un esempio. Metti che tu sia il portavoce di un partito X. Scrivi un post e io arrivo a ridicolizzarti. Ovviamente ne nasce una discussione nella quale chi è contro di te in maniera “naturale”, prende coraggio e viene allo scoperto. Aspetta.
Lo smartphone ha una luce blu che lampeggia, vuol dire che c’è una notifica. Prende, legge velocemente e con uguale velocità posta una qualche risposta, chissà in quale post o in quale discussione.
 
Una sorta di “effetto domino”.
Esatto. Ovviamente ci sono quelli che sono a favore del Partito X e che ti difendono. Poi, non so se l’hai mai notato, salta fuori qualcuno che difende il Partito X, ma lo fa in modo idiota e scomposto, con una marea di punti di sospensione, maiuscole, punti esclamativi e via dicendo…
Sì, che tu pensi: “Ma allora sono tutti idioti”.
Perfetto. Quelli sono sempre nostri colleghi. Semplicemente agiscono con una psicologia inversa. Il loro scopo è proprio quello di far sembrare i tuoi sostenitori degli imbecilli. Così come io faccio da “stura” a quelli che sono contro di te in maniera “genuina”, diciamo, allo stesso modo loro fanno da stura ai tuoi estremisti, e globalmente ne vieni fuori screditato. Basta un provocatore come me e un contro-provocatore che fanno finta di litigare, per sputtanarti una discussione o un post.
Questa è troppo grossa, non posso crederci.
Sei libero di non crederci. Comunque loro prendono molto di più di noi. Sono veri professionisti, copywriter di altissimo livello. Se ci pensi, hanno creato un linguaggio.
Ma tu, politicamente, come hai votato?
Ho votato contro la Ka$ta. Ma il lavoro è lavoro. Ci sono le cose da pagare, ho moglie e figli. Quei soldi mi fanno comodo.
Cosa facevi prima?
Correggevo bozze in una casa editrice. Ora le bozze le fanno correggere nei paesi dell’Est, sottocosto. Cosa dovrei fare?

Ci salutiamo, insiste per pagare lui il conto. Mette nella borsa il tablet e si incammina, guardando lo smartphone e continuando a digitare.

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mag 1, 2012

Naomi Klein

The Shock Doctrine è un saggio del 2007 scritto da Naomi Klein, giornalista canadese.

La teoria dello shock economico è drammatica ma molto semplice: bisogna creare nella popolazione un senso continuo d’insicurezza e di stress psicologico, tale che diventi accettabile qualsiasi decisione politica ed economica.

“Shock and awe” ovvero shock e sgomento, sono azioni che generano paure e tensioni nella popolazione. Specifici settori della società si sentono costantemente sotto minaccia, per motivi incomprensibili e al di fuori del loro controllo.

Il libro studia gli effetti delle teorie liberiste di Milton Friedman e della sua Scuola di Chicago, la sua tesi è che l’applicazione di queste politiche sia stata effettuata senza il consenso popolare approfittando di uno shock causato da un evento contingente, da incapacità politica o cause esterne.

La Klein elenca quando e dove queste politiche economiche sono state applicate: nel 1973 in Cile durante le torture di regime di Pinochet, negli anni 80 in Russia e Polonia conseguentemente all’instabilità economica derivante dal crollo del muro di Berlino, in Bolivia soggiogata da un’inflazione inarrestabile, in Argentina e Inghilterra durante la guerra delle Falkland, in Usa in concomitanza della guerra in Iraq, della distruzione di New Orleans e poi dell’uragano Katrina…

Chi è Milton Friedman?

Un economista americano, fondatore della scuola monetarista, premio Nobel per l’economia nel 1976, morto nel 2006.

Le sue teorie hanno esercitato una forte influenza sulle scelte politico-economiche di Margaret Thatcher e di Ronald Reagan. Molto controversa la sua collaborazione con Pinochet.

Che cosa prevede la teoria economica di Milton Friedman?

Privatizzazioni, tagli alla spesa pubblica e liberalizzazioni dei salari.

Famosa la sua tesi in cui rigetta la responsabilità sociale dell’impresa: poiché i manager sono dipendenti esclusivamente degli azionisti, devono agire nell’esclusivo interesse di questi ultimi.
Utilizzare il denaro degli azionisti per risolvere problemi sociali, significa fare della beneficenza con i soldi di altri, senza averne il permesso e tassarli senza dare un corrispondente servizio, violando il principio del no taxation without representation.

Analizzando la “dottrina dello shock”

Recensione del nuovo libro di Naomi Klein, “Shock Economy: l’ascesa del capitalismo dei disastri”
30 dicembre 2008 – Justin Podur

Naomi Klein, "Shock Economy", copertina del libro Sembra che io abbia visto la dottrina dello shock in opera durante la mia intera vita politica senza rendermene conto. Proprio come Naomi Klein, sono nato negli anni ’70, che lei indica come gli inizi della dottrina. Avevo appena finito il liceo quando la mia provincia, la provincia canadese dell’Ontario, elesse un governo della dottrina del mini-shock, che si impegnò in quelle che Naomi Klein chiama “le tre assi dell’aspetto economico dello shock”, “la Scuola di Chicago”, “l’approccio alla Milton Friedman”: privatizzazione, deregolamentazione, tagli ai programmi e alle protezioni sociali.

In seguito ho visto la dottrina dello shock – e persone che la contrastavano – a Chiapas, dove, nel 2000, le comunità zapatiste erano accerchiate da decine di migliaia di soldati, che giravano costantemente e visibilmente intorno alle loro comunità in segno di forza, con camion e jeep pieni di soldati con le armi in pugno. L’ho poi rivista in Colombia, nel 2001, nel Putumayo controllato da forze paramilitari, dove una serie di spettacolari massacri avevano portato i contadini sotto il controllo del governo e dei paramilitari e shoccati nell’accettazione forzata dell’avvelenamento delle loro terre a causa delle disinfestazioni aeree.

Poi, ancora, in Palestina nel 2002, ho assistito allo shock più attentamente calibrato: terrorizzare bambini e genitori con carri armati, bulldozer e proiettili. Un amico, un reporter, che viaggiava attraverso Gaza ha recentemente descritto l’ingresso attraverso un tunnel lungo e buio. Lo stavano osservando, lo sapeva, ma non poteva vedere nulla, per dozzine di metri lungo i quali ha camminato in una vera e propria deprivazione sensoriale. La stessa Gaza ha vissuto una deprivazione sensoriale su larga scala, da quando gli aerei da guerra israeliani hanno distrutto la sua centrale elettrica lo scorso anno. Due aerei, è stato raccontato allo stesso reporter, fecero un’incursione, lanciarono i loro missili, tornarono indietro e aprirono di nuovo il fuoco per essere sicuri. Gli staff di emergenza palestinesi che stavano accorrendo sul luogo furono intercettati da elicotteri israeliani di costruzione americana e rispediti indietro. Un torturatore israeliano disse ad un bambino palestinese suo prigioniero: “Il tuo mondo ora sembra grande, ma metterò questo cappuccio sulla tua testa e allora il tuo mondo diventerà molto piccolo, e allora ne riparleremo.” (Confronta il libro “Stolen Youth” [“Gioventù Rubata”, n.d.t.] per maggiori informazioni sul trattamento dei bambini palestinesi da parte di Israele).

Ad Haiti nel 2005, ho visto lo shock di un altro colpo di stato, progettato per somigliare ad uno shock precedente del 1991, con alcuni degli stessi protagonisti, calibrato ancora una volta per umiliare e degradare. Forze militari e di polizia, con stretti legami di addestramento con USA e Canada, cooperarono con un’élite locale per distruggere il governo democratico a base popolare. Il colpo di stato ebbe luogo nel bicentenario dell’indipendenza del Paese, un’ulteriore umiliazione inflitta all’intera società da aggiungere allo shock fisico e politico. Se nelle dittature del Cono Meridionale, scrive Naomi, l’elettroshock e le scomparse erano i simboli della tortura, ad Haiti l’arma era lo stupro. Dal 1991 al 1994, il primo colpo di stato, oltre ai massacri di alto rango e gli omicidi che uccisero migliaia di persone, i paramilitari adoperarono ripetutamente lo stupro contro gli oppositori politici. Lo stesso schema ebbe luogo fin dal 2004, con uno studio di Athena Kolbe e Royce Hutson che stima 35000 stupri e 8000 omicidi sotto il regime susseguente al colpo di stato più recente.

Prima di leggere il libro, avevo inteso questi conflitti come inerenti il razzismo e il capitalismo, l’imposizione di un modello economico e sociale per avvantaggiare pochi e tutta la violenza necessaria per infilare quel modello giù nella gola delle persone. Nel mio caso, il libro ha messo enormemente a fuoco le lenti che avevo sviluppato, svelando aspetti dei conflitti e dei problemi sociali a cui è altrimenti difficile dare un senso. Organizzato cronologicamente, il libro racconta la storia della dottrina dello shock: l’idea che la violenza, o shock, può essere usata per distruggere le persone, o le società, e riscrivere nuove regole, più favorevoli per i potenti, su una tabula rasa. Di contro Naomi promuove un sistema più reale, impuro, non idealizzato: la democrazia confusa, che porta, se le persone hanno davvero voce in capitolo, ad una progressivamente maggiore uguaglianza economica.

A coloro che credono nella dottrina dello shock, la realtà, piena di gente con le proprie preferenze e idee sul bene comune, è impura. E solo la violenza può ripristinare la purezza su cui possa essere inserita una soluzione perfettamente capitalistica. Naturalmente quella visione capitalistica non è la perfezione matematica dei testi di economia, bensì un mondo di corruzione e impunità, in cui una manciata di persone diventano straordinariamente ricche e vivono al di sopra delle regole e delle leggi, mentre gli altri vengono affamati, bombardati, torturati e minacciati.

Il libro mi ha fatto vedere cose che avevo visto e fatto negli ultimi cinque anni sotto una nuova luce. Il libro fa lo stesso per i viaggi dell’autrice stessa. Lei descrive come il libro ha avuto inizio quando passò circa un anno in Argentina (a cavallo del 2003) e vide gli echi della dittatura del 1976-83, i duraturi effetti dello shock che la tortura e le sparizioni di 30000 persone avevano inflitto alla società. In questi anni ha viaggiato in tutta l’America Latina, in Sud Africa, nel Sud Est asiatico afflitto dallo tsunami, nell’Iraq occupato, e nella New Orleans post-Katrina.
Laddove altri avrebbero potuto scrivere un diario di viaggio, il genio di Naomi scorgeva, in ciascuna di queste situazioni, un differente stadio del processo di shock e ripristino. L’Argentina usciva da uno shock inflitto decenni prima. I sudafricani si stavano riprendendo da uno shock economico inflitto mentre stavano ancora cercando di riprendersi dai tanti shock dell’apartheid, non tanto in là nel processo di ripristino. In Iraq avevano luogo esperimenti di shock a livelli completamente nuovi, e New Orleans fu il luogo in cui quanto imparato da quegli esperimenti venne applicato. Questa abilità di costruire una narrazione da ciò che sarebbe altrimenti stato visto come tragedie o orrori casuali e disparate, è la vera forza del libro. E’ anche, come lei stessa sottolinea, uno dei modi migliori per difendersi dallo shock, che si fonda sulla sorpresa.

Il libro ha 7 parti. La Parte 1 descrive le basi della dottrina dello shock attraverso la storia di Ewen Cameron, uno psichiatra di Montreal che portò avanti per la CIA degli esperimenti su pazienti non consenzienti negli anni ’50, distruggendo la loro personalità con le scariche elettriche, con la deprivazione sensoriale e del sonno e con farmaci. Cameron è il dottore dello shock fisico.

Il dottore dello shock economico del libro è Milton Friedman e i suoi “Chicago Boys” [“Ragazzi di Chicago” n.d.t.], il cui tentativo di imporre il “puro” capitalismo su economie socialiste o miste offre una precisa analogia ai tentativi di Cameron di cancellare le personalità tramite la tortura. Gli esperimenti di Cameron risultarono in manuali di tortura che guidarono alla distruzione dei corpi di molte persone nei Paesi poveri. Le dottrine di Friedman risultarono in documenti sulla politica economica che guidarono alla distruzione delle economie di quegli Stati. I primi laboratori della dottrina dello shock furono le dittature del Cono Meridionale del Sud America – Argentina, Chile, Brasile, Uruguay (e Indonesia).
Questi laboratori sono descritti nella Parte 2, insieme, nella Parte 3, alla rappresentazione di come la dottrina dello shock fu adottata in Occidente, a partire dal Regno Unito della Thatcher agli Stati Uniti di Reagan.
Nella Parte 4, Naomi illumina aspetti di storia che quasi non hanno avuto abbastanza attenzione. Mostra come la rivolta e il massacro di Piazza Tianammen in Cina riguardarono tanto la violenta imposizione del capitalismo quanto la violenta soppressione della democrazia citando il libro “China’s New Order” [“Il Nuovo Ordine della Cina” n.d.t.] dell’autore Wang Hui. I lavoratori della Polonia, come quelli della Russia, non sognavano il capitalismo ma una democrazia socialista e videro infrangere quei sogni dalla violenza e la terapia dello shock economico. I Sudafricani, dopo aver combattuto l’apartheid per decenni e aver definito la loro visione economica in un documento chiamato “Freedom Charter” [“Carta della Liberta” n.d.t.], furono tagliati fuori dall’élite che mantenne la disuguaglianza economica dell’apartheid presentando le questioni economiche come “tecniche” e dalle istituzioni finanziarie degli Stati Uniti e quelle internazionali che minacciarono un collasso economico. Le economie della “Tigre” del Sudest Asiatico furono fuse e vendute a prezzi stracciati alle corporations americane nel contesto di una crisi totalmente artefatta.

Le parti 5 e 6 definiscono il libro come un importante e solido documento di una storia che inizia a svolgersi. Quando le vittime dello shock economico iniziarono a riprendersi dal disorientamento e ad organizzare il movimento “anti-globalizzazione”, di cui Naomi fu partecipante e cronista, oltre i confini nazionali, ebbero luogo nuove ed ancor più devastanti serie di shock, e furono sfruttate per portare il capitalismo del disastro a un nuovo livello. L’undici settembre, l’invasione e l’occupazione dell’Iraq, lo tsunami asiatico e Katrina, vengono tutti analizzati in termini del loro uso da parte dei capitalisti del disastro.

Nella Parte 7, Naomi usa gli stessi metodi utilizzati nel libro, la sua conoscenza e i collegamenti ai movimenti in diverse parti del mondo, per mostrare come le persone resistano, risvegliandosi dallo shock. Questa sezione è molto più potente di una chiamata alle armi – è un rapporto su cosa la gente stia effettivamente facendo.
Il movimento dei contadini brasiliani senza terra, le fabbriche argentine occupate, il movimento bolivaro in Venezuela, quello libanese, stanco dello shock, che ha rifiutato di farsi spingere nella guerra civile nel 2006, quello spagnolo, stanco della dittatura, che rifiutò una soluzione autoritaria all’attentato dinamitardo di Madrid nel 2004.
Oltre ad illuminare aspetti nascosti di storia recente e presentare un nuovo modo di considerarli, la “Shock Economy: l’ascesa del capitalismo dei disastri” fornisce una struttura per analizzare tempi e luoghi differenti. L’Afghanistan, ad esempio, è una società che è stata sottoposta a shock continuo dal 1979: prima 10 anni di occupazione della URSS, seguiti da una guerra civile, seguiti dai Talebani, seguiti da un’occupazione di 6 anni da parte di NATO/USA. Il risultato è un Paese privo di infrastrutture di base, alcuni tra i peggiori parametri salutari e nutrizionali del mondo, povertà totale, milioni di mine anti-uomo, e, durante la stesura di questo testo, centinaia di persone vengono uccise nella guerra anti-insorgenza degli USA ogni settimana. Proprio come succede con gran parte dell’Africa, i Paesi ricchi non discutono su come fermare gli shock, ma su come dividersi il compito di torturare ulteriormente il Paese.

Usando la dottrina dello shock per analizzare il passato, bisogna considerare che la dottrina militare nazista della “Blitzkrieg” [“guerra lampo”, n.d.t.] fu una specie di dottrina dello shock: potenza aerea e un’avanzata rapida, concentrata e corazzata verso la capitale nemica prima che una difesa potesse essere organizzata e avviata. Tutto ciò non è affatto diverso da ciò che Naomi chiama dottrina americana “dello Shock e della Soggezione”, che serve a “prendere il controllo dell’ambiente e paralizzare o sovraccaricare a tal punto le percezioni dell’avversario e la sua comprensione degli eventi… in modo da rendere l’avversario completamente impotente”. Lo storico militare Liddell Hart analizzò la Seconda Guerra Mondiale in termini di rapporto “spazio-forza”. La “Blitzkrieg” funzionò in Francia, ma non nell’URSS, dove i nazisti furono sovraccaricati ed infine sconfitti, al tremendo costo delle loro vittime.

Come potrà fallire l’attuale “dottrina dello shock”? L’ideale della dottrina dello shock è uno “Stato vuoto” che, piuttosto che fare effettivamente delle cose, si comporta come un bancomat per le corporations che realizzano super-profitti ma, di fatto, in molti casi non inviano nemmeno i beni. I “buchi” degli Stati vuoti sono stati riempiti nell’America Latina da operai organizzati e movimenti di contadini e indigeni. Essi sono riusciti, in alcuni casi, a disfarsi dei governi della “dottrina dello shock” e stanno cercando di capire come proseguire. Nel Medio Oriente, i buchi lasciati dallo Stato vuoto – nella fornitura di aiuti sanitari, scuole, sicurezza, soccorso d’emergenza – sono stati riempiti da movimenti a sfondo religioso, come gli Hezbollah in Libano o l’Esercito Mahdi a Baghdag. Questi movimenti si svilupparono in un contesto di shock, e non saranno cancellati facilmente (gli israeliani ci hanno certamente provato in Libano nel 2006, così come gli americani in Iraq con l'”ondata”). A casa, il “Sicko” di Michael Moore svela, tanto eloquentemente quanto i capitoli di Naomi su Katrina, il vuoto del sistema sociale americano. Se un movimento organizzato potesse riempire quel buco e gli altri buchi degli Stati Uniti ormai al collasso sociale (come alcune persone stanno cercando di fare a New Orleans, riporta Naomi) potrebbe essere possibile per noi sopravvivere ai prossimi shock che sono all’orizzonte.

Un messaggio centrale di “Shock Economy: l’ascesa del capitalismo dei disastri” è che il potere dello shock, della tortura e della guerra è travolgente e disorientante per le vittime, impedendo loro di vedere gli interessi e i programmi che ci sono sotto. Quando parlò con i sopravvissuti alle torture, Naomi scoprì che quelli che capivano questi progetti politici ed economici, che erano in grado di capire il significato dell’apparente nonsenso e della violenza totale, avevano più possibilità di farcela. Partendo dallo shock, Naomi espone abilmente e pazientemente questi disgustosi programmi, facendo nomi e fornendo prove degli enormi crimini. Col fare ciò potrebbe anche aiutare il nostro mondo shockato a sopravvivere – e a combattere meglio.

Note:

Justin Podur è un attivista e scrittore che risiede a Toronto. Può essere contattato all’indirizzo: justin@killingtrain.com.

Tradotto dall’inglese da Ivan Flammia per PeaceLink.
Il testo e’ liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la fonte [Associazione PeaceLink, www.peacelink.it], l’autore e il traduttore.

Qual è stato l’effetto dell’applicazione di queste teorie?

Crescita della disoccupazione, un generale impoverimento della popolazione ed ovviamente un aumento esponenziale degli utili degli azionisti .

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Shock Economy. L’Ascesa del Capitalismo dei Disastri

“Shock Economy. L’Ascesa del Capitalismo dei Disastri” è stato pubblicato nel 2007, questo saggio scritto dalla

giornalista canadese di origini ebraiche, Naomi Klein, ha suscitato interesse in tutto il mondo. Il libro riprende le teorie economico-liberiste di Milton Friedman, esponente della “Scuola di Chicago”, applicandole ai giorni nostri.

Il risultato cui giunge l’arguta giornalista è che da sempre le politiche economiche (basate essenzialmente sui tagli alla spesa pubblica, privatizzazioni e liberalizzazione dei salari) sono state applicate senza che il popolo realmente ne fosse consapevole, perché conseguenti ad un shock provocato “ad hoc”, ad un evento causato da agenti esterni o dalla politica stessa.

L’applicazione pratica di queste teorie liberiste spinte fino all’estremo ha portato ad un generale impoverimento della popolazione (stiamo assistendo proprio in questo periodo, a livello internazionale, ad un preoccupante aumento della disoccupazione e alla comparsa di nuove tipologie di povertà).

Qualche esempio di shock verificatosi nella storia? Il regime autoritario e le torture nel Cile di Pinochet negli anni Settanta, la caduta del muro di Berlino, l’occupazione e la guerra in Iraq. Tra gli shock più recenti, Naomi Klein individua il distruttivo uragano Katrina che ha messo in ginocchio la zona di New Orleans, in America.

Per “Shock Economy” si intende un tipico meccanismo adottato dal neoliberismo e diffuso in tutto il mondo, che consiste nell’approfittare di un evento traumatico (o crearne uno ad hoc) per imporre ai cittadini misure economiche che gli stessi, in condizioni normali, non potrebbero accettare.

La teoria di “Shock Economy. l’Ascesa del Capitalismo dei Disastri” si basa sugli effetti dell’elettroshock, il procedimento adottato dalla psichiatria nei confronti dei malati di mente, che tramite scosse elettriche “resetta” il passato traumatico del paziente e sulla “tabula rasa” costruisce una persona sana.

Secondo Klein, è questo tipo di approccio che i Governi e la politica hanno nei confronti di tutti noi. E’ nel momento in cui si verifica lo shock che le decisioni più importanti vengono prese, ovvero quando le persone sono intorpidite, disorientate, spaventate da un evento traumatico che ne ha scosso gli animi.

L’11 Settembre 2001 è un esempio di shock, tanto per citarne un altro. L’attacco alle Torri Gemelle nel cuore di Manhattan ha creato scompiglio per anni, scuotendo l’opinione pubblica e rendendo gli americani particolarmente vulnerabili e quindi accondiscendenti di fronte ad alcuni provvedimenti di limitazione della libertà personale, adottati dal Governo con l’alibi di difendersi dal terrorismo.

“Shock Economy. l’Ascesa del Capitalismo dei Disastri” è un libro da leggere con attenzione, gli spunti di riflessione sono davvero tanti. Per aprire gli occhi e scuotere le menti intorpidite e schiave del sistema.

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Siamo in piena Shock economy

Pubblicato 12 dicembre 2011 – 21.31 – Da Claudio Messora

Questo è un passaggio di un discorso di Mario Monti, molto tempo prima della sua investitura alla presidenza del Consiglio:

« Nei momenti di crisi più acuta: progressi più sensibili. Non dobbiamo sorprenderci che l’Europa abbia bisogno di gravi crisi per fare passi avanti. I passi avanti dell’Europa sono per definizione cessioni di parti di sovranità nazionali a un livello comunitario. E’ chiaro che il potere politico, ma anche il senso di appartenenza dei cittadini a una collettività nazionale possono essere pronti a queste cessioni solo quando il costo politico e psicologico del non farle diventa superiore al costo del farle perché c’è una crisi in atto, visibile, conclamata. […] Abbiamo bisogno delle crisi per fare passi avanti, ma quando una crisi sparisce rimane un sedimento, perché si sono messi in opera istituzioni, leggi eccetera per cui non è pienamente reversibile. »

Questo un passaggio di tale Mr. Six, di Moody’s, apparso in un servizio del TG7 questa sera:

« C’è bisogno di un nuovo shock perché l’Europa marci coesa [verso l’unificazione], ad esempio il fallimento di una banca tedesca »

Da Wikipedia, alla voce Shock economy:

« Shock economy è un saggio della giornalista canadese Naomi Klein, pubblicato nel settembre del 2007. Il libro studia gli effetti e le applicazioni delle teorie liberiste di Milton Friedman e della Scuola di Chicago in diversi Stati del pianeta, dagli anni sessanta fino al 2007. La tesi principale sostenuta dall’autrice è che l’applicazione di queste politiche (che prevedono privatizzazioni, tagli alla spesa pubblica e liberalizzazioni dei salari) sia stata effettuata sempre senza il consenso popolare, approfittando di uno shock causato da un evento contingente, provocato ad hoc per questo scopo, oppure generato da incapacita politiche o da cause esterne. Inoltre l’effetto dell’applicazione di queste teorie è stato la crescita della disoccupazione e il generale impoverimento della popolazione. »

C’è bisogno di aggiungere altro?

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Klein. La globalizzazione neoliberista dei disastri

Articolo di Daniela Puggioni
Klein. Shock EconomyQuesta Testata giornalistica ha aderito allo sciopero generale indetto dalla CGIL per il 12 dicembre 2008 e pubblica questa recensione come approfondimento e riflessione sulla recente crisi economica, le sue conseguenze, e soprattutto la sua natura.
Livia Bidoli, Direttore Responsabile ed Editoriale

L’argomento del libro di Naomi Klein Shock Economy è il Neoliberismo economico. Klein ci descrive nascita, diffusione e applicazione di questa teoria concepita da Milton Friedman, (1912-2006), docente all’università di Chicago e premio Nobel per l’Economia nel 1976. Friedman è il carismatico creatore e diffusore di una teoria ideata in opposizione all’allora trionfante teoria di Keynes.

John Maynard Keynes (1883.1946), era un economista inglese che aveva una visione pragmatica dell’economia e si rendeva conto dell’impatto che aveva sulla società. Proponeva soluzioni che evitassero l’estremizzarsi dei conflitti sociali dovuti all’esasperarsi delle disparità economiche tra ceti sociali differenti. Non credendo, inoltre, alla capacità del mercato di autoregolarsi suggeriva un controllo mirato dello stato.

Per uscire dalla crisi del 1929, provocata dal liberismo selvaggio e monopolista delle corporation (multinazionali) della Finanza e delle banche, il democratico Roosevelt, allora appena eletto presidente, si ispirò alle teorie di Keynes sviluppando un capitalismo misto di pubblico e privato. Era nato il New Deal”, che introdusse il controllo dello stato nell’economia e il welfare, cioè una rete di protezione sociale per i cittadini, riuscendo a porre fine alla crisi economica.

Dopo la seconda guerra mondiale questo nuovo modo di concepire l’economia con il nome di Developmentalism (economia dello sviluppo), si diffuse soprattutto nel Cono del Sud America (Argentina e Cile soprattutto), portando un diffuso benessere economico, sanità e istruzione pubblica di ottimo livello. Il  Developmentalism, invece di basarsi sull’esportazione, verso U.S.A ed Europa, delle materie prime, i cui prezzi erano in declino, proponeva una industrializzazione protesa verso il mercato interno, proteggendo fino a nazionalizzare materie prime e industrie strategiche.

Questa strategia di difesa economica provocò la reazione delle multinazionali, banche e finanza che già erano contrarie a quel tipo di economia in U.S.A. ed  Europa, poiché dal loro punto di vista il loro peggior nemico non era il comunismo, contro il quale era facile promuovere una battaglia ideologica,  bensì la socialdemocrazia che con i risultati ottenuti riscuoteva grandi consensi popolari. A questo scopo questa triade sostenne il neoliberismo di Friedman, fornendo enormi mezzi finanziari alle università come quella di Chicago che promulgava la sua teoria, e un imponente appoggio mediatico per propagandarla.

Il neoliberismo di Friedman si propone di eliminare qualunque forma di controllo (lacci e laccioli) dello stato in economia perché viene considerato un freno allo sviluppo economico. La mancanza di controllo da parte dello stato sul mercato lo indurrebbe invece ad autoregolarsi, facendo corrispondere un generale aumento di ricchezza per tutte le classi sociali. Friedman consiglia anche la privatizzazione di tutti i servizi (sanità, scuola,  trasporti), la riduzione dei fondi sociali, tasse uguali per tutti senza distinzione in base al reddito. Le merci devono essere vendute in tutto il mondo, gli stati non devono proteggere le industrie locali, i diritti acquisiti dai lavoratori devono essere cancellati e i beni dello stato (come l’acqua) regalati ai privati, in base al principio che la libertà del mercato ha come conseguenza la vera Democrazia e l’arricchirsi del singolo porterà ricchezza anche agli altri (cfr. Capitalismo e libertà di M.Friedman, Studio Tesi, 1995).

Il Neoliberismo è considerato da Friedman una teoria scientifica e infallibile ed è chiusa a qualsiasi critica e verifica sull’attendibilità dei risultati ottenuti, essendo sostanzialmente una forma di integralismo fondamentalista in economia. Se ne parla volutamente in modo confuso, per ovvi motivi di interesse allo scopo di non far capire cosa accade realmente, con l’ambiguo termine di globalizzazione, che è la conseguenza e non la causa dei cambiamenti economici e sociali iniziati tra la fine egli anni ’70 e l’inizio degli ’80 e arrivati sino ad oggi.

Il Neoliberismo è dominante perché è appoggiato da decenni con entusiasmo dalle multinazionali, banche e finanza che guardano a questa teoria economica come lo strumento per un arricchimento senza limiti.

Preceduta da un prologo, che spiega come l’uso perverso dell’elettroshock in medicina sia stato esteso anche alla politica (tortura), l’analisi parte dalle origini storiche del neoliberismo e del suo sviluppo negli anni, cominciando ad esaminare le prime sperimentali applicazioni che partono dagli anni ’50 (Iran e Guatemala) ma soprattutto cominciano nei ’60 (Indonesia e Brasile) del secolo scorso. Negli anni ’70 nel Latino America (Argentina e Cile) e dopo l’esperimento in Indonesia, viene messa a punto quella che Klein definisce shock economy ossia il neoliberismo imposto con lo shock. In parole povere i colpi di stato, le repressioni con uccisioni di massa e tortura affinché il terrore impedisca la ribellione delle popolazioni, che altrimenti non accetterebbero una riforma economica che le rende povere per arricchire multinazionali, banche e finanza soprattutto europee e statunitensi.

Friedman consigliò personalmente Pinochet e, in un’intervista di ritorno dalla Cina (1988), dopo che Deng Xiaoping aveva iniziato ad imporre un’economia liberista, affermò di aver consigliato lo stesso trattamento subito dal Cile. Le proteste in Cina erano volte non solo ad avere più libertà civili ma anche contro il modello neoliberista che Xiaoping diffondeva. In seguito, la repressione sanguinaria di Piazza Tienammen (1989) dimostra come, dal colpo di stato in Indonesia in poi, le dittature promosse da U.S.A. ed Europa siano fiancheggiate da squadre di economisti neoliberisti, come per la progettazione del golpe avvenuto in Cile.

La ricerca, pur progredendo linearmente dagli anni ’50, riguarda prevalentemente i giorni nostri e per gli avvenimenti degli ultimi anni Klein (nata nel 1970), alterna l’indagine dei documenti al metodo del reportage direttamente sul campo, come in Iraq, con interviste e descrizioni. Partendo dall’analisi dei dati reali, la giornalista vuole verificare se sia vero che il neoliberismo porti democrazia e benessere in ogni paese, e quali metodi siano stati usati e con quali risultati.

Alla fine del libro l’autrice giunge a dimostrare, provandolo con i fatti, che il neoliberismo, lungi dal portare democrazia e ricchezza diffusa, provoca l’impoverimento della stragrande maggioranza a beneficio di pochi che diventano sempre più ricchi e solo l’interesse di multinazionali, banche e finanza ha impedito la conoscenza di ciò che avveniva realmente.

Il modello di shock che è necessario per attuare il neoliberismo deve essere rapido e devastante per stordire prima che si creino gli anticorpi per reagire. Approfittando delle opportunità del momento che può  essere una crisi economica reale (Polonia), o inventata (Asia), percepita come tale o la stessa guerra, come in Iraq, oppure calamità naturali di massa come lo tsunami o l’uragano Katrina a New Orleans, il neoliberismo sviluppa l’economia dei disastri (definizione indovinata da parte di Naomi Klein), dando origine ad un’ulteriore occasione propizia di arricchirsi per i soliti noti.

Gli stati che prevalentemente sono esaminati nel libro sono lontani dall’Europa e forse l’argomento potrà sembrare arido e anche duro da affrontare ma, con il progredire della lettura il lettore si accorgerà come gli effetti dell’applicazione del Neoliberismo siano già reali da tempo anche in Italia e come l’ ideologia che ne deriva sia tuttora molto popolare e applicata.

La comprensione di avvenimenti e parole come globalizzazione, sui quali l’informazione ha volutamente creato ad arte una notevole confusione, risulteranno allora molto chiari. Alla luce della crisi economica mondiale e soprattutto europea, scatenata dal crollo del mercato americano, le decisioni economiche che verranno prese risulteranno sicuramente più comprensibili. Klein ci mette in guardia anche per il presente, sebbene il risultato delle recenti elezioni abbia scelto un democratico come Barack Obama Presidente degli Stati Uniti. Sottolineando ancora una volta la natura non omogenea delle crisi e la valutazione attenta delle conseguenze, visto che per Multinazionali, banche e finanza esse rappresentano l’occasione propizia per incrementare ulteriormente i loro fondi monetari, mentre la maggioranza è alla disperazione e alla fame. Che lo sia allora anche l’attuale crisi economica?

Questo libro non è soltanto la verifica sperimentale di una teoria, ma potrebbe anche essere la base per istituire una nuova Norimberga per i delitti contro l’Umanità, visto che gli effetti che il neoliberismo ha avuto in larga parte del mondo non sono stati solo economici ma hanno provocato la morte violenta (a cominciare dal milione di morti in Indonesia) o per fame, come avviene da decenni in Africa.

Per una strana coincidenza, dopo che erano stati conosciuti gli effetti dei loro suggerimenti economici, provocati anche da interessi personali, molto di ciò che gli economisti hanno detto a loro discolpa, ricorda molto la difesa di Eichmann al processo in Israele: “Io non ho ucciso nessuno (vero). Ho solo organizzato i trasporti (ma non di patate, di persone destinate alla soluzione finale)”. Di fronte quindi alla deresponsabilizzazione di gente come Eichmann (“ho solo eseguito gli ordini”), valgono tutte le considerazioni che Hanna Arendt ha efficacemente esposto nel suo libro sulla assoluta banalità del male (La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, Feltrinelli, 2003, prima edizione nel 1963).

In conclusione possiamo dire che l’autrice si è documentata rigorosamente sul periodo e sui fatti, sia con testimonianze sia con testi di conclamato spessore, riuscendo a costruire una bibliografia solida e approfondita. Le fonti prese in considerazione sono prevalentemente documenti ufficiali del Congresso, del Senato e del Governo U.S.A.; del Fondo Monetario Internazionale (Fmi) e della Banca Mondiale; confrontandosi anche con giornali di rilievo nazionale ed internazionale come il New York Times.

Pubblicato in:

GN3/ 3-17 dicembre 2008

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Le bugie della democrazia e il linguaggio della menzogna

Colin Todhunter – Global Research

18/01/2013

In un’epoca sempre più guidata dai media, il linguaggio è tutto ed è spesso usato dalla burocrazia per dominare il significato. Con milioni di morti sulle spalle sin dal 1945, gli Stati Uniti sono diventati lo stato terroristico numero uno al mondo. Dagli anni ’80, l’ex agente della CIA John Stockwell, ha accennato alla cifra di sei milioni. Un recente articolo ha indicato come, dal bombardamento di massa nel sud est asiatico all’impiego di squadroni della morte in America del Sud, l’esercito americano e la CIA siano stati direttamente o indirettamente responsabili di un numero aggiornato di circa dieci milioni di morti (1). Ma oggi non è definito assassinio di massa. Ironia della sorte, gli Stati Uniti hanno sequestrato la parola “terrore” per giustificare il loro marchio di tirannia attraverso una guerra al terrore.

È inoltre possibile aggiungere a quei dieci milioni innumerevoli altri, le cui vite sono state sacrificate sull’altare del profitto aziendale, che non si basa sui militari per bombardare popoli e paesi fino alla sottomissione, ma su una certa politica. Non è una vessazione. E’ un adeguamento strutturale.

Come risultato, centinaia di migliaia di contadini indiani si sono tolti la vita negli ultimi dieci anni, una gran parte di loro a causa dell’attività agroindustriale statunitense e della manipolazione dei prezzi globali delle materie prime e per gentile concessione delle politiche adottate per loro conto da parte del governo degli Stati Uniti o per il monopolio delle grandi corporazioni o la frontiera tecnologica dei semi terminator che ugualmente riducono in miseria gli agricoltori che contraggono più debiti di quanto possano sopportare (2).

La situazione dei contadini indiani non è unica. Quante vite sono state fatte a pezzi in tutto il mondo a causa della violenza intrinseca strutturale o dell’omicidio silenzioso derivante dal funzionamento quotidiano, apparentemente benigno, del capitalismo predatorio. Le intrinseche disuguaglianze del sistema hanno effettivamente rubato anni alle vite delle persone, la salute dai loro corpi, i mezzi di sostentamento dalle loro mani, l’acqua dai loro rubinetti e il cibo dai loro piatti. Dal Regno Unito all’Africa, le classi subalterne – il materiale economico spesso sacrificabile, la carne da cannone in tempo di guerra o gli eroi reduci gettati a mare dal sistema al loro ritorno a casa, persone manipolate e sfruttate a piacimento tramite fasulli principi di nazionalismo o di interesse nazionale – hanno avuto le loro vite spezzate o private di opportunità a causa delle difficoltà imposte dal pugno di ferro del capitalismo (3).

L’appropriazione della ricchezza attraverso un sistema che la convoglia dal basso in alto per mezzo di un processo di accumulazione per esproprio (4), è celebrata come crescita, prosperità e libertà di scelta nonostante la realtà provi che, dalla Grecia alla Spagna, per la maggioranza sia aumentata la povertà, la privazione di scelta e la miseria.

Non si sa molto di questo però, se si usano solo i principali media di informazione. Certo, ci può essere stato detto di stringere la cinghia perché siamo tutti nella stessa barca e dobbiamo fare qualche sacrificio in questi tempi economicamente difficili.

E ad ogni buon conto, poiché gran parte del paese (qualsiasi paese) è gettato nella discarica in quanto eccedente, ora che i loro posti di lavoro sono stati esternalizzati all’estero, dobbiamo semplicemente attaccare il Mali, la Siria, la Libia, l’Iran (e la lista continua), perché non farlo avrebbe permesso ai malvagi di conquistare il mondo. E allora dove saremmo senza idee così alte? Non è saccheggio delle risorse. E’ umanitarismo.

Beh, saremmo proprio dove ci troviamo in questo momento perché i malvagi già controllano e fanno la guerra non solo ai popoli di questi paesi appena citati, ma ai loro rispettivi popoli anche attraverso gli strumenti di sorveglianza, il sistema penale, gli effetti narcotizzanti delle droghe importate dal capo delle spie o dell’industria dell’informazione-spettacolo e la raffica di leggi che servono a spogliare le libertà civili. Il gioco è finito, l’economia occidentale dominante (gli Stati Uniti) è incrinata in modo irreparabile (5). L’imperialismo e il militarismo non la salveranno, ma il dissenso non sarà consentito.

E, come banchieri privati, intrappolano tutti noi ancora di più, con la loro licenza di stampare e prestare moneta ai governi nazionali per poi prestare loro anche gli interessi su di essa, entrando in una spirale indebitatoria che non potrà mai essere rimborsata (6) e sono anche in grado di riempirsi ulteriormente le tasche acquistando beni nazionali a basso prezzo in primo luogo dai paesi in bancarotta. Non è racket. E’ austerità.

E ora vengono per la vostra sicurezza sociale. Vogliono i vostri soldi della pensione. Li rivogliono indietro per darli ai loro amici criminali di Wall Street. E sai una cosa? Li avranno. Otterranno tutto prima o poi, perché possiedono questo posto.” Gorge Carlin, scrittore, critico e comico.

E dove sono i principali media di tutto questo? Dove sono i giornalisti la cui pretesa di rispettabilità è la loro rigida professionalità, responsabilità, indipendenza? Se si possono chiamare professionalità, responsabilità e obiettività l’essere nelle mani di pubblicitari, burocrati, lobbisti o think tank aziendali e non volere offenderne gli interessi, allora sono dei modelli di virtù assoluta!

Diffondendo le loro menzogne altamente stipendiate, hanno deluso e continuano a deludere il pubblico. Con la loro fioca luce “investigativa” sulle “procedure parlamentari”, le personalità e le insensate macchinazioni delle politiche di partito, non fanno altro che mantenere e perpetuare lo status quo e tenere il pubblico all’oscuro dall’indefinibile ed egoistica potenza e unità di interessi che consentono a Big Oil, Big Banking, Big Pharma, Big Agra e al resto di costoro di continuare a dissanguarci tutti.

Richiamare alla mente la notiza della BBC sul bombardamento NATO della Libia, ci fornisce una visione piuttosto rivelatrice dei media ufficiali. La copertura è stata vergognosamente unilaterale. Il pubblico deve pagare un “servizio pubblico” per venire ingannato e per garantire il nostro rispetto alle politiche statali-aziendali illegali? C’era poca analisi sull’orientamento della “missione” o su dove gli insorti ottenevano le armi, nonostante l’ONU avesse sanzionato l’embargo sulle armi. Molto meno sul diritto morale della NATO di bombardare una strada di Tripoli. Non parliamo di quanto affermato dal professore Chris Landsberg dell’Università di Johannesburg rispetto alla violazione del diritto internazionale da parte della NATO, o delle 200 personalità africane che hanno accusato le nazioni occidentali di sovvertire il diritto internazionale.

Al contrario, quello che ci viene servito, per gentile concessione dei media mainstream di volta in volta che la Gran Bretagna decide di fare la guerra, è un gustoso piatto del sentimento nazionalistico e della mentalità coloniale dei “nostri ragazzi”, andati laggù per aiutare a civilizzare i barbari.

Ma questo è il ruolo dei media, ovvero contribuire a rafforzare e riprodurre le condizioni materiali di un sistema di sfruttamento quotidiano e di divisione sociale. Si chiama avere dei media condiscendenti, senza artigli. E’ la democrazia liberale. Questo è il ruolo non solo dei media, ma del sistema educativo e del sistema politico.

Ed è per questo che all’ex premier britannico anni fa era stato detto dai suoi padroni finanziari di vendere quello che scherzosamente era considerato “l’oro della nazione” a un prezzo stracciato, a beneficio degli interessi dei banchieri (non della nazione), senza un vero e proprio controllo pubblico. Alcuni dicono che è stato il primo “salvataggio” (7). È per questo che il denaro dei contribuenti, all’insaputa alla maggior parte di loro, viene utilizzato inspiegabilmente e non democraticamente per sostenere le banche e per rovesciare diversi paesi, causando migliaia di morti e distruzioni attraverso le “operazioni segrete”. Segrete, cioè nascoste all’opinione pubblica, beatamente inconsapevole di dove i suoi dollari, sterline o euro duramente guadagnati siano effettivamente andati a finire.

Ecco perché i truffatori statali-aziendali, assassini e bugiardi che si ammantano del linguaggio della libertà e della democrazia l’hanno fatta franca per tanto tempo. Purtroppo, è per questo che continuano a farlo.

Note

1) http://www.globalresearch.ca/the-cias-hollywood-release-zero-dark-thirty-or-how-people-lose-their-humanity/5318368

2) http://www.countercurrents.org/glo-shiva050404.htm

3) http://ibnlive.in.com/news/india-is-prospering-indians-arent-aiyar/158081-60-120.html

4) http://globetrotter.berkeley.edu/people4/Harvey/harvey-con4.html

5) http://www.globalresearch.ca/the-collapsing-us-economy-and-the-end-of-the-world/31825

6) http://www.hangthebankers.com/economic-collapse-is-inevitable-heres-why/

7) http://www.marketoracle.co.uk/Article35501.html

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IL RAGGIRO DEL DEBITO

Fonte:
http://www.informationguerrilla.org/

E’ impossibile capire il sistema bancario mondiale se non si tiene conto dei retroscena. Ciò non si insegna a scuola e nessun economista in giacca e cravatta, né alcun corrispondente del telegiornale, vi dirà mai la verità in proposito. Alcuni di loro non sanno quello che sta succedendo perché sono stati programmati dal sistema
dell’istruzione a credere in assurdità, mentre altri semplicemente non vogliono che sappiate. I fondamenti della manipolazione che mira alla creazione di un governo, un esercito, una banca e una valuta mondiali si basano su quella truffa clamorosa che chiamiamo sistema bancario. Una volta che la gente capisce come questo funziona, si
rende conto facilmente di come pochi possano controllare la vita di tutti gli altri.
Alle banche viene dato il potere di “creare” denaro, il che significa “creare” denaro che non esiste, noto come credito. Questo non gli costa niente, ma dal momento in cui questo credito viene fatto teoricamente esistere, le banche possono cominciare a caricarlo di interessi. E’ questo il sistema che controlla la vita di tutti. Ma va anche oltre. Quando prendi un prestito, la banca “crea” il credito pari all’ammontare del prestito richiesto, diciamo 20.000 sterline.
Anche se solo in teoria, questo è comunque denaro “nuovo”. Ma tu non rimborserai solo 20.000 sterline, perché sopra quel prestito dovrai pagare gli interessi. L’interesse non è stato “creato” dalla banca, ma deve comunque essere ricavato da qualche parte. Da dove allora?

Dalla ricchezza e dal credito che già circola nel mondo.
In questo modo, fin dalle sue origini, questo folle sistema bancario risucchia la vera ricchezza del pianeta sotto forma di interesse relativo ad ogni prestito concesso a persona, azienda o governo.
Questo ha inoltre consentito alle banche di prestare denaro non esistente in quantità ancora maggiore e di far sprofondare sempre di più nel debito il mondo. La ricchezza accumulata e la capacità di concedere crediti supera ogni immaginazione, ed è assai superiore a quella degli Stati Uniti, il paese più ricco della Terra. In realtà,le banche possiedono gli Stati Uniti, così come possiedono quasi tutti i paesi del mondo. I banchieri hanno usato questa ricchezza e questa montagna di crediti per comprare e controllare le compagnie petrolifere globali, le multinazionali di ogni genere, i media, le industrie di armamenti , le aziende farmaceutiche, i politici,i “consiglieri” politici e praticamente tutto quello che gli serve per controllare il mondo. Le stesse poche persone e famiglie possiedono tutto! Nascondono questa verità dietro le organizzazioni di facciata, un insieme di aziende con i loro direttori burattini, e il loro desiderio di rimanere nell’ombra viene assolutamente rispettato da patetici mezzi di informazione e dal sistema dell’istruzione. Solo i Rockefeller e i Rothschild controllano una  rete incredibile di banche, compagnie petrolifere, multinazionali,compagnie aeree e numerose altre organizzazioni. La Chase Manhattan Bank dei Rockefeller/Rothschild ha di per sé abbastanza potere da scatenare, volendo, il panico finanziario globale. Nel 1995 la Chase si è fusa con la Chemical Bank che aveva già assorbito la Manufactures Hanover. Questa concentrazione di potere è incredibile.
Ma i veri controllori di questi imperi vengono celati al pubblico grazie a uomini ombra, trust, fondazioni e compagnie.
L’abilità dei Rockefeller di nascondere il loro reale potere è fenomenale. Ma con i Rothschild tale abilità sfiora il genio. In particolare è dalla Seconda Guerra Mondiale che essi cercano di promuovere l’immagine di un potere in declino che opera fuori della grande lega. Sciocchezze.
Sono loro la grande lega insieme ad altri elementi dell’Elite Globale .
Controllando la creazione del credito, i banchieri possono provocare boom o crolli economici, sia a livello nazionale che internazionale, ogni volta che vogliono realizzare le proprie ambizioni. Una depressione economica non è causata da un crollo nella domanda di beni e servizi. Non è la gente a decidere che alcuni servizi o alcuni prodotti non servono più. La depressione economica si viene a creare quando non ci sono in circolazione abbastanza pezzi di carta e “denaro” elettronico con cui pagare quelle merci e quei servizi. E chi controlla l’ammontare di credito monetario in circolazione? Le banche. Se vogliamo causare una depressione per un secondo fine, come nella Germania e negli Stati Uniti prima della guerra, esse adottano misure per ridurre l’ammontare del denaro in circolazione. Riducono il numero di prestiti concessi e alzano i tassi di interesse.
Ciò è estremamente vantaggioso per le banche più grandi. La gente infatti deve continuare a pagare gli interessi sui prestiti prima dell’architettato collasso economico e se viene meno a questi pagamenti, le banche le sottraggono i suoi beni e aumentano nell’ordine di centinaia di migliaia il numero di fattorie, aziende e case di loro proprietà. Durante una depressione con ogni pagamento di interesse da parte di chi continua a rimborsare i propri prestiti sempre più denaro viene tolto dalla circolazione senza essere rimesso nel ciclo economico, e ciò contribuisce ad aggravare la crisi.

Questo processo di riduzione del denaro in circolazione che causa la
depressione economica si può osservare in ogni momento. Gli
economisti e i loro tirapiedi, i politici e i giornalisti economici,
definiscono tutto questo come parte del “ciclo economico”. Fandonie.
La terribile depressione degli anni Trenta, in cui morirono di fame
uomini, donne e bambini in un mondo di abbondanza, fu causata dal
fatto che le banche ritirarono il denaro dalla circolazione,
rifiutando di concedere prestiti.
Non è che la gente non volesse
mangiare; semplicemente non poteva permettersi di comprare cibo,
perché il denaro era stato intenzionalmente ritirato dalla
circolazione. Ma chi fu “addentro alle segrete cose” può riassumere
meglio di me la situazione che sono andato delineando. Ecco ciò che
disse a questo proposito Robert H. Hemphill, un dirigente della Banca
della Riserva Federale di Atlanta:

<<E’ un pensiero sconcertante. Dipendiamo totalmente dalle banche commerciali. Qualcuno deve prendere in prestito ogni dollaro che è in circolazione, contante o credito. Se le banche creano denaro sintetico in grande quantità noi siamo ricchi, altrimenti moriamo di fame. Siamo assolutamente privi di un sistema finanziario permanente. Quando si arriva ad avere un quadro completo della situazione, la
tragica assurdità della nostra situazione disperata sembra quasi incredibile, ma di fatto è così. E’ la materia più importante su cui dovrebbe investigare e riflettere le persone intelligenti. E’ così che la nostra attuale civiltà potrebbe crollare, a meno che non si arrivi a una maggiore comprensione del fenomeno e non si adottino al
più presto le misure necessarie>>.

Non c’erano soldi, si disse alla gente, per costruire le case e sfamare la popolazione. Ma improvvisamente, quando per l’Elite Globale giunse il momento di fare la guerra, ecco che il denaro a disposizione per finanziare Hitler, il Giappone e lo sforzo bellico degli Stati Uniti divenne illimitato. Si sente spesso dire dalla gente che il denaro per fare le guerre non manca mai. Certo che non manca, perché i banchieri che controllano il sistema economico mondiale vogliono quelle guerre. Non vogliono che la gente abbia delle belle case e la pancia piena e riceva un’istruzione appropriata, perché poi diventerebbe assai più difficile da controllare. Non fu la tanto strombazzata politica del “Nuovo Corso” di Franklin Roosevelt a porre fine alla depressione degli anni Trenta, ma furono le banche che rimisero in circolazione il denaro per finanziare la guerra che stavano creando. Ecco la verità riguardo alla vita sulla Terra:

Il freddo, la fame, la mancanza di un’abitazione o l’indigenza non sono in nessun caso inevitabili. Tutte queste cose sono causate dalla mancanza di quei pezzi di carta e numeri elettronici che chiamiamo denaro e dagli interessi che su di esso vengono imposti. Potremmo cambiare questa situazione oggi stesso se solo volessimo.

A controllare il sistema finanziario mondiale e il succedersi di boom e crisi economiche sono solo tredici persone, i membri della Commissione bancaria internazionale di Ginevra, in Svizzera, fondata da David Rockfeller, su incarico dell’Elite, nel 1972. La Commissione è composta da due membri rispettivamente della Riserva Federale statunitense, della Banca d’Inghilterra, delle banche centrali di Germania, Francia e Svizzera, e di un solo membro delle banche centrali di Olanda, Austria e Scandinavia. Ha la sua agenzia di servizi segreti nota come “Four-I” (quattro I), l’International Intelligence Information Institute. Questa elite delle banche è controllata da famiglie come i Rothschild, i Rockefeller, i Bilt e i Goldberg.
Legata alla Commissione è la Banca dei Regolamenti Internazionali, anch’essa con sede in Svizzera. Contribuisce a coordinare le politiche della banche centrali nazionali, come fa negli Stati Uniti la Riserva Federale, il cartello di banche private che decide i tassi economici e di interesse americani, senza curarsi minimamente dell’opinione di quei burattini dei presidenti e dei politici.
La maggior parte degli americani non si rendono neanche conto che la Riserva Federale è un’organizzazione privata. Essi credono:
a) che il governo non possa essere così stupido o corrotto da permettere a un cartello di banche private di governare il paese (sbagliato!) o
b)che la parola “federale” significa che essa fa parte del governo
(ugualmente sbagliato!).
Nel Regno Unito, ci viene venduta l’illusione che la Banca d’Inghilterra sia nazionalizzata e quindi sotto il controllo del governo. La Banca d’Inghilterra è uno dei punti focali della rete finanziaria dell’Elite, ed ha continuato ad essere controllata dall’Elite dopo che è stata nazionalizzata dal Governo laburista del dopoguerra, diventando una banca privata non ufficiale.

L’intero castello di carte e il controllo della razza umana si basa sull’imposizione di interessi sul denaro. La questione dell’interesse è cruciale. Non c’è niente di male nel denaro se esso viene usato solo come strumento di scambio per beni e servizi. E’ quando si cominciano a imporre interessi sul denaro, la maggior parte del quale non esiste nemmeno materialmente, che sorgono enormi pericoli. A quel punto si può ricavare più denaro solo manipolando pezzi di carta e numeri elettronici di quanto se ne possa ricavare producendo beni essenziali e servizi che rispondono alle esigenze della gente. Con l’imposizione di interessi, il denaro insegue quelli che ce l’hanno già e ignora chi non ne ha. Le abissali divisioni sociali e finanziarie del mondo sono provocate dall’imposizione di interesse sul denaro. La produzione viene modificata sulla base dell’avidità e non della domanda, e i ricchi si arricchiscono, mentre i poveri si impoveriscono. Spesso non è il costo di una casa che impedisce alla gente di comprarla, ma il fatto che ne dobbiamo comprare tre o quattro per averne una!

Non c’è alcuna ragione per cui un governo non possa stamparsi i suoi soldi privi di interesse e prestarli, senza gravarli d’interesse alla popolazione affinché si compri una casa, magari con una piccola tassa una-tantum per coprire i costi di amministrazione. L’unica cosa che frena questa soluzione è la mancanza di volontà da parte dei politici appartenenti a tutti i partiti, controllati direttamente dall’Elite o dai suoi manipolatori economici. Pensate a come le tasse potrebbero essere drasticamente ridotte, o addirittura abolite,se i nostri governi – in altre parole, la gente – non dovessero rimborsare cifre stratosferiche sotto forma di interessi su denaro “preso in prestito” dalle banche. Un amico che lavora nel settore finanziario mi ha detto che per ogni sterlina o dollaro esistente in contante, ne esistono (o meglio non esistono!) altri 30 milioni sotto forma di “credito” elettronico. Il pastore Sheldon Emery ha descritto molto bene questo sistema di creazione del debito da parte del governo nel suo libro, Billions For The Banks, Debts For The People:

<<Il governo federale, avendo speso più di quanto ha incassato dai suoi cittadini in termini di tasse, ha bisogno, mettiamo, di 1 miliardo di dollari. Dal momento che non ha i soldi (il Congresso ha rinunciato alla sua facoltà di “crearlo”), il governo deve andare a chiedere ai “creatori” 1 miliardo di dollari. Ma la Riserva Federale, una compagnia privata, non concede denaro tanto facilmente! I banchieri sono disposti a consegnare 1 miliardo in contanti o sotto forma di credito al governo federale solo se quest’ultimo lo rimborserà con gli interessi! Così il Congresso autorizza il Ministero del Tesoro a stampare 1 miliardo di dollari in buoni del tesoro, che vengono poi consegnati ai banchieri della Riserva Federale. La Riserva Federale paga il costo della stampa del miliardo di dollari (circa 1.000 dollari) e lo consegna al governo, il quale lo usa per pagare le sue obbligazioni. Quali sono i risultati di questa fantastica transazione? Beh, 1 miliardo di dollari va a sanare
le fatture del governo, ma il governo ha ora indebitato la gente nei confronti delle banche per una cifra pari agli interessi imposti su 1 miliardo di dollari! Decine di migliaia di simili transazioni sono avvenute dal 1913 [quando la Riserva Federale è stata creata] cosicché negli anni Ottanta, il governo statunitense si è indebitato nei confronti dei banchieri per più di 1 miliardo di miliardi di dollari, su cui la gente paga più di 100 miliardi di dollari all’anno di interesse senza alcuna speranza di riuscire a rimborsare il capitale.
[Oggi le cifre sono molto più alte].
Probabilmente i nostri figli e le generazioni future continueranno a pagare per l’eternità!
Voi dite, “E’ terribile!” Si, lo è, ma vi abbiamo mostrato solo una parte di questa sordida storia. All’interno di questo scellerato sistema, quei buoni del tesoro sono ora diventati “patrimonio” delle banche del Sistema della “riserva” per “creare” ulteriore “credito”da dare in prestito. Gli attuali fabbisogni di “riserve” gli permettono di usare quel miliardo di dollari in buoni del tesoro per “creare” 15 miliardi in nuovo “credito” da prestare agli Stati,ai Comuni, ai privati e alle aziende. Oltre all’originale miliardo di dollari, essi potrebbero avere 16 miliardi di “credito creato” dal pagamento degli interessi sui prestiti, mentre l’unico costo da loro sostenuto equivale ai 1.000 dollari della stampa del miliardo originale! Dal momento che il Congresso statunitense non emette denaro costituzionale dal 1863, se la gente vuole avere i soldi sufficienti a portare avanti attività commerciali, è obbligata a prendere in prestito il “credito creato” dai banchieri del monopolio e a pagare loro interessi da usura!>>

Il termine “denaro costituzionale” allude alla Costituzione degli Stati Uniti, che afferma: “Il Congresso avrà il potere di coniare il denaro e regolarne il valore”. Purtroppo, vuoi per caso o di proposito, essa non dice che il Congresso avrà sempre il potere di coniare denaro e regolarne il valore, e che nessun altro potrà fare queste cose. Le conseguenze di ciò sono state abbastanza spaventose per l’America e per il mondo: nel 1910, il debito federale era solo di 1 miliardo, o 12,40 dollari a persone. I debiti statali e locali erano molto ridotti o inesistenti; nel 1920, solo sette anni dopo che la Riserva Federale era stata fondata, il debito del governo statunitense ammontava a 24 miliardi di dollari, 228 dollari per ogni cittadino; nel 1960, il debito nazionale era di 284 miliardi di dollari o 1.575 dollari a testa; nel 1981, il debito salì a un miliardo di miliardi di dollari e da allora è andato aumentando sempre più. Se gli Stati Uniti nella loro interezza venissero ceduti ai banchieri come risarcimento dei debiti, ci vorrebbero ancora due,forse tre America per saldare completamente i debiti! Non fu senza ragione che Thomas Jefferson, uno dei padri fondatori, disse:

<<Se il popolo americano permetterà mai alle banche private di controllare l’emissione del denaro, dapprima attraverso l’inflazione e poi con la deflazione, le banche e le compagnie che nasceranno intorno [alle banche] priveranno il popolo dei suoi beni finché i loro figli si ritroveranno senza neanche una casa sul continente che i loro padri hanno conquistato>>.

Dopo gli anni Sessanta, il governo del Regno Unito pagava ogni anno 1 miliardo di sterline di interesse sui prestiti. Nel 1993 la cifra era salita a 24,5 miliardi. Il governo aveva preso dei prestiti per pagare gli interessi sui prestiti mentre il capitale non era ancora stato rimborsato.
Confrontate quei 24,5 miliardi di sterline spese per pagare gli interessi con i 33 miliardi spesi quell’anno per la sanità e gli 11 miliardi che sono andati all’istruzione. Non lamentatevi se mancano i libri scolastici o se gli edifici vanno a pezzi. I banchieri devono pur mangiare, no?

La creazione del debito attraverso l’imposizione di interesse rende anche possibile la conquista del mondo da parte di una minoranza. I banchieri possono accumulare o manipolare affari concedendo o rifiutando prestiti.

[Un tipico scenario si verifica con lo sviluppo dell’agricoltura e l’allevamento basata su grandi aziende, che utilizzano tecniche industriali, insetticidi, erbicidi, fertilizzati chimici e con le multinazionali che utilizzano OGM.
Ci viene raccontato che tali aziende assicurerebbero profitti più alti, in realtà è vero il contrario: sono le piccole aziende che utilizzano le tecniche della bioagricoltura a generare maggiori profitti.
Nonostante questo, succede che la produzione agricola è quasi tutta effettuate dalle prime aziende, perché le banche elargiscono in abbondanza crediti alle prime, mentre li rifiutano alle seconde.
Non bisogna farsi impressionare dalla capacità di creare profitto delle multinazionali: in realtà, una tipica multinazionale, di solito fa profitti al massimo intorno al 5% del fatturato, ma richiede ogni anno nuovi investimenti per circa il doppio. Quindi le multinazionali possono affermarsi e svilupparsi solo se sono finanziate dalle banche, in caso contrario fallirebbero nel giro di qualche anno.]

Un altro scenario di conquista è quello in cui i banchieri dell’Elite, tutti insieme, rifiutano prestiti a una particolare azienda o compagnia multinazionale. Questo riduce il suo valore in borsa. A questo punto, quando il prezzo delle sue azioni in borsa precipita, i banchieri comprano grossi blocchi di azioni a prezzi stracciati. Poi cambiano improvvisamente idea e concedono il prestito, aumentando così il valore delle azioni dell’azienda. Allora le banche o vendono le azioni realizzando un buon profitto, o rinsaldano il loro controllo sul consiglio d’amministrazione di quell’azienda.
Cosa fanno le banche una volta acquistato il controllo? Si assicurano che l’azienda prenda sempre più prestiti dalle banche finché viene sommersa dal debito al punto tale che le banche possiedono tutto.
E’ così che le stesse poche persone hanno finito per possedere tutte le maggiori aziende, i media e così via. Una volta acquisito il controllo dei media, è stato facile, nascondere la verità alla gente e propinarci le menzogne necessarie a fuorviarci e a confondersi.

Niente migliorerebbe le condizioni di vita della gente più velocemente della fine dell’imposizione di interessi sul denaro e della ripresa da parte dei governi della stampa del proprio denaro privo di interesse.

Il Presidente Abraham Lincoln si mosse in questo senso creando le banconote “greenbacks”, ma venne ucciso poco dopo, nel 1865, da John Wilkes Booth, un presunto agente della casa Rothschild. Anche il Presidente John F. Kennedy propose la stessa soluzione e alcune delle sue banconote prive di interesse sono ancora in circolazione. Ma fu ucciso dall’Elite a Dallas, in Texas, nel 1963.

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La Mafia, lo Stato e l’economia capitalista

Da “Lutte de Classe”, n° 128, maggio – giugno 2010

Nonostante la lotta alla mafia e alla criminalità organizzata sia stata da decenni all’ordine del giorno di tutti i governi italiani, probabilmente mafia e criminalità non sono mai state così influenti. La serie di arresti, i processi e maxi-processi, gli annunci di colpi decisivi portati alla mafia con l’arresto di un boss di primo piano, poi di un altro, si spezzano come le onde sugli scogli : la potenza della mafia, o meglio delle mafie si evidenzia dal loro crescente giro d’affari, dal controllo di settori dell’economia e anche dal fatto che evidentemente dispongono di numerose complicità a tutti i livelli del sistema politico.

Se i tentacoli della Mafia, come quelli dell’Idra di Lerna, risorgono man mano che vengono tagliati, è perché la Cosa nostra siciliana o la ’Ndrangheta calabrese, la Camorra napoletana o la Sacra Corona Unita pugliese, non solo hanno una vecchia storia ma ricavano dalla società, e più particolarmente dai circuiti economici del capitalismo, gli alimenti in cui trovano sempre nuove forze.

Mafia e Risorgimento

Il fenomeno mafioso e i suoi rapporti speciali con le autorità statali, particolarmente in Sicilia, rimandano alle condizioni in cui, nella seconda metà dell’Ottocento, lo Stato unitario si impose contro la resistenza del Regno di Napoli, detto Regno delle Due Sicilie, che controllava l’isola e tutto il sud della penisola. Se il Risorgimento fu per l’Italia un processo di rivoluzione borghese, fu una rivoluzione borghese incompleta.

La Sicilia ha conosciuto lungo tutta la storia l’esistenza di società segrete ed armate che si presentavano come organizzazioni di resistenza all’occupante straniero, oppure di difesa dei poveri contro i potenti, pur intrattenendo con questi potenti relazioni ambigue. D’altra parte, ben prima dell’unità, gli aristocratici siciliani mantenevano uomini armati e milizie private per imporre ai contadini il rispetto dell’ordine feudale, e tra l’altro il pagamento delle tasse e il rispetto dei loro obblighi nei confronti dell’aristocrazia. L’abolizione del feudalesimo nel 1812 non fece altro che rafforzare tale necessità. Non fu la fine della proprietà latifondistica; invece aprì la strada ad un lento processo di disgregazione del sistema fondiario. I latifondisti vissero sempre di più nelle città dando la gestione dei loro feudi ai gabellotti, amministratori il cui compito era prelevare le tasse dovute dai contadini. Con l’aiuto dei campieri, prelevano in particolare la gabella, termine utilizzato in Sicilia per indicare gli affitti dovuti ai proprietari.

Contemporaneamente la pressione dei contadini per ottenere il diritto alla terra aumentava, portando nell’ultimo periodo del regime dei Borboni di Napoli a sussulti e anche insurrezioni contadine, a cui i gabellotti risposero ricorrendo ai metodi tradizionali e organizzando le loro proprie bande armate. La nuova borghesia rurale rappresentata dai gabellotti si faceva giustizia da sé, il che non era altro che proseguire le vecchie abitudini dei latifondisti, per conto di questi ultimi ma anche per proprio conto, man mano che gli stessi gabellotti concentravano nelle loro mani una parte della proprietà fondiaria.

La borghesia del Nord voleva costituire uno Stato esteso a tutta la penisola, che a sua volta le avrebbe garantito la disponibilità di un mercato dalle stesse dimensioni. Ma il regno di Napoli si appoggiava alle classi possidenti delle regioni del sud, cioè innanzitutto la vecchia aristocrazia proprietaria dei latifondi, alleata ad una borghesia cittadina ancora debole, che solo a Napoli conosceva l’inizio di uno sviluppo.

Si tende a ricordare di questo periodo dell’unificazione dell’Italia solo l’avventura eroica di Garibaldi e delle sue mille “camicie rosse” sbarcate in Sicilia nel maggio 1860 per liberare l’isola dal dominio borbonico e conquistarla al nuovo Stato, che doveva essere quello di tutto il popolo italiano. Ma il re di Sardegna e il suo ministro Cavour, che dirigevano il processo di unificazione, utilizzarono Garibaldi entro stretti limiti. Capivano l’interesse di utilizzare l’uomo per dare al processo un’apparenza rivoluzionaria, e così assicurarsi il sostegno della piccola borghesia patriottica. Ma dietro questa facciata, la borghesia e lo Stato del Nord non volevano una mobilitazione delle masse, che avrebbe rischiato di prendere un carattere rivoluzionario e di stravolgere il fragile equilibrio sociale delle regioni meridionali.

Al contrario, nei confronti delle classi possidenti di queste regioni lo Stato piemontese cercava il compromesso. Voleva dimostrare che il nuovo Stato unitario poteva essere un miglior protettore, un garante più sicuro del loro dominio sociale di quanto non lo fosse lo Stato dei Borboni di Napoli in fase di decomposizione. Nel 1848 Ferdinando Secondo di Borbone si era ridotto a fare bombardare Messina per mantenere il suo dominio sulla Sicilia. Bisognava dimostrare alle classi possidenti dell’isola che il nuovo potere sarebbe stato almeno tanto duro quanto questo sovrano, che si era conquistato con l’avvenimento di Messina il soprannome di “re bomba”.

Lo stesso Garibaldi fu ben presto portato a dare questa dimostrazione, poco dopo lo sbarco in Sicilia, quando le masse contadine interpretando il suo arrivo come il segnale della loro liberazione cominciarono a sollevarsi contro l’aristocrazia terriera e ad occupare i grandi demani per proprio conto. Il “rivoluzionario” e le sue mille “camicie rosse” inviate da Cavour si rivolsero immediatamente contro le masse. Garibaldi, che si era proclamato dittatore per conto del re, organizzò la repressione del movimento contadino, con grande sollievo dell’aristocrazia siciliana. Così il passaggio di potere dalle mani dei Borboni a quelle del Regno piemontese, e la presa di controllo di quest’ultimo sulla Sicilia e il Meridione, poterono portare secondo la famosa frase del principe Salina, eroe del romanzo “Il gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, a “cambiare tutto perché tutto rimanga com’è”. Il dominio di classe dei grandi latifondisti si mantenne, cambiando solo il protettore.

Al tempo stesso però questa scelta impediva al nuovo Stato di conquistare una larga base sociale in seno alla popolazione del sud. Lo sbarco di Garibaldi e l’instaurazione dello Stato unitario in Sicilia e in tutto il Meridione non furono la profonda rivoluzione che, sgomberando tutto il campo sociale, avrebbe potuto sconvolgere i rapporti di classe, e tra le altre conseguenze togliere la loro funzione alle bande armate dei gabellotti. Al contrario, il mantenimento della vecchia struttura sociale, il compromesso tra le vecchie classi possidenti e il nuovo Stato, aprivano uno spazio allo sviluppo e al consolidamento di queste bande. Le organizzazioni mafiose poterono imporre la loro esistenza come quella di una specie di potere occulto, necessario intermediario tra la società siciliana e uno Stato unitario troppo distante.

Una forza armata della borghesia siciliana

La stessa origine della parola “mafia” è ancora oggetto di discussione fra gli storici, anche se molti oggi la individuano nella parola araba “muhafiz” che significa “protettore, custode”. La storia della mafia siciliana rimane poco conosciuta per l’evidente motivo che si tratta di un’organizzazione segreta, e tale cerca di mantenersi ad ogni costo. Nelle sue ricerche sul fenomeno mafioso alla fine dell’Ottocento, lo storico Salvatore Lupo dimostra come il ceto dei ricchi contadini e dei notabili, e tra l’altro dei gabellotti, riuscì a trarre vantaggio dal contesto sociale per imporre la sua presenza ad un’aristocrazia declinante e al potere di uno Stato che rimaneva senza forti collegamenti con la società.

Non esitando a ricorrere alla violenza armata, all’intimidazione e all’assassinio, in un contesto di debolezza dello Stato e della sua autorità, i mafiosi riescono allora ad imporsi come gli intermediari necessari per risolvere i conflitti. Un furto di bestiame, un conflitto sul pagamento di un debito, trovano una soluzione non tanto grazie all’intervento dello Stato e della giustizia, ma nell’ambito di una “componenda”, una transazione in cui il mafioso locale fa da arbitro, non dimenticando di trattenere la sua commissione. Questa specie di tribunale dei conflitti impone tanto più facilmente il suo arbitrato in quanto tutti cominciano a sapere, almeno in seno alla popolazione povera, che chi non lo dovesse rispettare rischierebbe un bel giorno di ritrovarsi cadavere crivellato di pallottole in qualche campo, senza che sia mai possibile trovare un colpevole e neanche un testimone, perché la legge del silenzio, l’omertà, s’impone a tutti. Da parte loro, aristocratici e grandi proprietari, un po’ più rispettati dai mafiosi, non rischiano in generale di subire tali estreme conseguenze. Ma se volessero fare a meno dell’arbitrato mafioso, anche loro potrebbero subire qualche ritorsione, rapina o avvelenamento di pozzi. L’esperienza dimostra anche a loro che è più ragionevole accettare questo arbitrato, che non quello di un lontano potere statale.

In due occasioni ancora, dopo l’unità d’Italia, il potere mafioso fu portato ad esercitare una violenta repressione contro la popolazione siciliana. Fu il caso nel 1866, quando l’esercito schiacciò nel sangue l’insurrezione di Palermo, organizzata in parte da elementi del vecchio regime, ma basata su un profondo malcontento popolare. Poi, nel 1891-1894, fece fronte al movimento ben più largo e più cosciente dei fasci siciliani dei lavoratori. Anche se 25 anni dopo Mussolini avrebbe rubato il loro nome, questi fasci siciliani della fine dell’Ottocento ovviamente non avevano alcun rapporto con il movimento fascista. Organizzazioni della popolazione povera, contadini, braccianti, mezzadri, operai, minatori, artigiani, i fasci, nati in tutta la Sicilia, erano l’espressione delle rivendicazioni di questi ultimi e tra l’altro della fame di terra dei contadini, ma erano anche improntati ad uno spirito ugualitario e socialista. L’esercito rispose al movimento dei fasci reprimendo le occupazioni di terra, tra l’altro con l’eccidio di Catalvuturo nel gennaio 1893. Ma di fronte a questo movimento di massa, che divampava in tutta la Sicilia, il governo liberale di Giolitti fu costretto a fare concessioni, prima di essere sostituito alla fine del 1893 dall’ex garibaldino e uomo della sinistra storica Francesco Crispi. Quest’ultimo, obbedendo alla pressione delle classi possidenti siciliane, organizzò una vasta repressione e mandò in carcere i dirigenti del movimento. Quanto alla mafia, anche se a livello locale alcuni dei suoi membri aderirono al movimento dei fasci, il suo intervento fu innanzitutto di aiuto alla repressione.

“Lo Stato è una banda di uomini armati” ha riassunto Engels in una famosa formula, indicando così, in una società divisa in classi, la necessità di un potere basato su una forza armata che faccia rispettare questa divisione a vantaggio della classe possidente. Ma nelle condizioni di instabilità della Sicilia post unitaria, la sola forza armata dello Stato italiano si rivelava insufficiente per adempiere a questo compito in modo durevole, e la mafia diventava per le classi possidenti un complemento indispensabile.

Le condizioni originali della rivoluzione borghese in Sicilia e in tutto il Meridione, quindi, hanno fatto sì che alla banda armata dello Stato italiano se ne aggiungesse un’altra, occulta ma non meno necessaria della prima al mantenimento dell’ordine borghese. Espressione di una parte della borghesia locale, al tempo stesso rivale e ausiliaria del potere di Stato ufficiale, questa banda, la mafia, divenne un elemento inevitabile della società. Essa stessa aveva bisogno di darsi un’organizzazione, e lo fece sotto il nome di ’”Onorata società”, sotto la direzione di Don Vito Cascio Ferro, che pare sia stato, alla fine dell’Ottocento, il primo autentico capo della mafia. Fu sotto il suo controllo che la mafia si dette una struttura centrale, un’organizzazione territoriale, definendo i feudi di ogni “cosca”… e un finanziamento sistematico tramite il pizzo, prelievo mafioso sui redditi di ciascuno. L’organizzazione mafiosa avrebbe poi preso il nome di Cosa nostra, reimportando dagli Stati Uniti il nome preso dalla mafia italiana in questo paese.

Questa “Onorata società” e i suoi membri, gli “uomini d’onore”, trovarono inevitabilmente delle complicità e anche dei rappresentanti all’interno del potere di Stato. Organizzazione nata in una società ancora precapitalista, seppe poi seguire le evoluzioni economiche e prendere posizione nel mondo degli affari, specializzandosi ovviamente in tutti quelli per cui era necessario fare largamente a meno della legalità borghese.

Mafia e borghesia mafiosa

In Sicilia già alla fine dell’Ottocento si può parlare dell’esistenza di un’autentica borghesia mafiosa. L’assassinio di Emanuele Notarbartolo, nel febbraio 1893, solleva uno scandalo nazionale perché la vittima è un ricco borghese, che è stato sindaco di Palermo dal 1873 al 1876, poi direttore generale della Banca di Sicilia fino al 1890. Ma il mandante dell’assassinio è anche lui un potente notabile, Raffaele Palizzolo, deputato eletto grazie alla rete di clientele politiche a cui dispensa favori. Si conoscono i suoi numerosi conflitti con Notarbartolo, che gli rimprovera i suoi intrallazzi finanziari, conflitti a cui l’assassinio di Notarbartolo da parte di un sicario di Palizzolo permette di porre termine. Nonostante tutto, lo scandalo porta Palizzolo in carcere davanti ai tribunali del Nord, prima di essere finalmente liberato per insufficienza di prove, e di tornare trionfalmente in Sicilia con l’aureola del martirio. Comunque il caso dimostra che la mafia ha già cambiato epoca e che, da organizzazione della borghesia rurale, è diventata anche quella di una parte della borghesia urbana, e dispone di importanti complicità in seno al sistema politico. Messa sotto accusa dalla stampa nazionale, alla quale lo scandalo dà l’occasione di scoprire la sua natura mafiosa, la buona società siciliana risponde ovviamente che la mafia non esiste: è solo un’invenzione della gente del Nord, un nuovo modo per denigrare, ancora una volta, la gente del Sud e i suoi costumi.

In seguito, il periodo fascista – cominciato nel 1922 – fu difficile per la Mafia, o almeno per un certo numero di mafiosi. Mussolini voleva dimostrare che la sua dittatura non tollerava che una parte del paese potesse sfuggire al suo controllo. Inviò nell’isola il prefetto Mori, con l’ordine di fare la guerra alla mafia con tutti i mezzi dello Stato. Egli organizzò vere e proprie operazioni militari, portando all’arresto e alla deportazione di centinaia di mafiosi, di cui alcuni si salvarono solo con la fuga, verso gli Stati Uniti in particolare. La repressione del prefetto Mori, che in questa occasione meritò il soprannome di “prefetto di ferro”, fece sparire una parte della delinquenza mafiosa, ma in realtà toccò solo il livello degli esecutori, degli sgherri, delle famiglie che controllavano questa o quella parte del territorio. Non solo il livello più alto dei finanzieri e dei grandi latifondisti non fu toccato, ma essi riuscirono a darsi una rappresentanza in seno al partito e al potere fascisti. Lo stesso “prefetto di ferro” cadde in disgrazia, e in realtà il solito compromesso tra Mafia e potere fu mantenuto, anche se in modo meno vistoso.

Passato quel periodo di mezza clandestinità, la Mafia poté risorgere con forza dopo lo sbarco anglo-americano del 1943, che essa facilitò, e la fine del potere fascista nell’isola. Riprese rapidamente il controllo del territorio, con l’appoggio delle autorità d’occupazione, soddisfatte di trovare interlocutori autorevoli e capaci di controllare la popolazione. Una parte della Mafia appoggiò anche un effimero movimento per l’indipendenza della Sicilia, dichiarando che l’isola sarebbe divenuta il cinquantesimo Stato degli USA.

Ma innanzitutto, la Mafia affermò ancora di più il suo potere sulle campagne siciliane, nel momento in cui, con la fine della guerra, il movimento contadino riprendeva a crescere. Sindacalisti contadini e militanti del Partito comunista organizzavano nuove occupazioni delle terre dei latifondisti, la cui influenza si era piuttosto rafforzata nel periodo fascista. Una convergenza si organizzò allora, tra le forze di repressione del cosiddetto Stato Democratico che si stava instaurando e la Mafia. Già nel 1944 a Villalba, feudo del boss mafioso Calogero Vizzini, quest’ultimo diede l’ordine di sparare su un comizio del dirigente comunista Li Causi. L’episodio più famoso fu però la strage di Portella della Ginestra, il 1° maggio 1947, quando la banda di Salvatore Giuliano aprì il fuoco sui contadini riuniti lì per un comizio, facendo una decina di morti. Ma ogni giorno i sindacalisti contadini rischiavano la vita, minacciati dai mafiosi, i quali erano coperti da numerosi complici in seno all’apparato di Stato e fino a Roma.

Lo stesso Salvatore Giuliano, la cui banda fu utilizzata dalla Mafia, fu ucciso nel 1950 dal suo luogotenente Pisciotta, il quale a sua volta sarebbe morto in carcere quattro anni dopo, per avere bevuto un caffè avvelenato. In tutti questi casi le complicità risalgono fino al ministro degli Interni dell’epoca, Mario Scelba, uomo forte della Democrazia Cristiana. Grazie a questi omicidi successivi, eliminando testimoni fastidiosi, si riuscì ad evitare di sapere di più su chi li aveva coperti.

Così ristabilito “l’ordine”, il periodo che si apre col secondo dopoguerra mondiale sarà favorevole. Gli anni 1950-1960 rimangono famosi come quelli del “sacco di Palermo”, periodo in cui un certo numero di imprese edili, fra le quali quelle del mafioso Francesco Vassallo, fanno affari d’oro grazie alle loro relazioni con tutti i dirigenti democristiani. Nel complesso però è un periodo abbastanza incerto per Cosa nostra, perché negli anni dal 1950 al 1960 il controllo della Mafia sulla società siciliana diminuisce. L’espansione economica di quel periodo, lo sviluppo dell’industria, dei servizi, degli impieghi pubblici, ma anche la massiccia emigrazione verso il Nord per la mancanza di lavoro, consentono infatti a tutta una parte della società di non essere più alle sue dipendenze. In questa società che sembra in progresso “l’uomo d’onore” non ispira più lo stesso rispetto. Anche se Cosa nostra prosegue le sue solite attività, il suo ruolo diminuisce, almeno relativamente allo sviluppo del resto della società. Purtroppo, sarà solo una parentesi.

Da questo punto di vista gli anni ’70 rappresentano una svolta. Mentre il periodo di espansione economica volge alla fine, le attività più parassitarie diventano più importanti. La collusione con i Comuni amministrati dalla Democrazia Cristiana permette di approfittare delle licenze di costruzione e degli appalti pubblici. La Mafia preleva il pizzo sulla maggior parte degli affari, che si tratti dei mercati agroalimentari o della costruzione di una strada. Si può allora verificare che la Mafia e i mafiosi hanno fatto un salto decisivo: la borghesia mafiosa è ormai una borghesia d’affari, radicata nell’immobiliare, nell’edilizia, nei lavori pubblici e nella finanza. Al tempo stesso la Mafia si apre al commercio internazionale, prende una posizione di primo piano nel narcotraffico, la cui espansione diventa mondiale. La sua organizzazione clandestina, la sua pratica delle armi e delle intimidazioni, i suoi collegamenti con le famiglie di Cosa Nostra negli StatiUniti, sono in questo senso vantaggi importanti.

Tuttavia non tutto è semplice in seno a Cosa nostra. L’esistenza di una “Cupola”, una specie di direzione suprema che riunisce le famiglie mafiose, destinata ad arbitrare sulla delimitazione di territori e campi di competenza, evidentemente non basta a risolvere i conflitti. Le guerre mafiose scoppiano quindi periodicamente tra le famiglie, lasciando morti sul terreno. Ogni tanto, anche i poliziotti, o i giudici troppo curiosi, o che credono troppo alla loro funzione, sono minacciati o eliminati. Lo Stato così sfidato è allora costretto a reagire, e i governi a rimettere all’ordine del giorno la lotta alla Mafia, limitando per qualche tempo la sua libertà d’azione o almeno le sue manifestazioni troppo vistose.

Camorra, ’Ndrangheta e altri

C’è nella storia della Camorra, la mafia della regione napoletana, un certo parallelismo con quella del suo corrispettivo siciliano, anche se è nata in un contesto urbano ben diverso dal contesto rurale dell’isola. Anche in questo caso, la stessa origine della parola “camorra” è ancora discussa dagli storici, che però sembrano ormai preferire un’origine spagnola dalla parola, Guarduña. Sembra comunque che almeno sin dal Cinquecento il nome sia stato dato alle bande di malfattori che imperavano nei quartieri di Napoli, e prelevavano la loro decima. Nel 1820 queste bande si diedero una struttura, costituendo la “Bella società riformata”, nel corso di una riunione tenutasi nella Chiesa Santa Caterina a Formiello, nel quartiere di Porta Capuana a Napoli. Da parte sua il regime regio, che stentava a controllare questa città socialmente esplosiva, incapace di impedire l’esistenza di bande di delinquenti che sfruttavano sistematicamente i quartieri, preferiva tollerarli ed eventualmente utilizzarli. La polizia dei Borboni di Napoli collaborò con queste bande, integrandole anche parzialmente al suo organico e utilizzando la Camorra come strumento di controllo sociale.

Lo Stato Unitario, sostituendo dopo il 1860 il vecchio Stato dei Borboni, riprese anche i suoi metodi. Con alti e bassi le relazioni di complicità, di collaborazione o almeno di rispetto reciproco – ognuno lasciando all’altro il suo proprio terreno – si mantennero. L’organizzazione della camorra subì alcune trasformazioni: la Bella società riformata fu sciolta ufficialmente nel 1915. Fino a quel momento, i tentativi per darle un’organizzazione piramidale sul modello siciliano erano falliti. La “Nuova Camorra Organizzata”, lanciata dal boss Raffaele Cutolo negli anni ‘70 come tentativo di resuscitare la Bella società riformata dell’Ottocento, si scontrò con la resistenza dei concorrenti, facendo esplodere una sanguinosa guerra di clan. Oggi ne risulta però una divisione di fatto del territorio tra le varie famiglie. La Camorra è sopravvissuta grazie alla tolleranza dello Stato e perché ha saputo seguire l’evoluzione economica, occupando gli spazi offerti dai traffici di ogni genere e quello dell’economia sommersa, al punto da diventare nel pieno del ventunesimo secolo una potenza, forse ancora più radicata in Campania di quanto lo sia Cosa Nostra in Sicilia.

Anche nella storia della ’Ndrangheta calabrese c’è qualche parallelismo con quella della sua corrispettiva siciliana. La parola deriva dal greco andragathìa, (virilità, coraggio) e ha indicato nel corso dell’Ottocento le organizzazioni segrete create dai contadini per resistere al potere dei grandi proprietari. Praticando le estorsioni in risposta alle estorsioni dei ricchi, queste associazioni diventarono semplici associazioni criminali, i cui membri però godevano sempre di un certo rispetto da parte della popolazione. I ceti più ricchi a loro volta si accordarono con esse. Anche in questo caso il potere occulto della ’Ndrangheta poté imporsi come una necessità, accanto ad un potere di Stato distante o assente. Dopo le difficoltà del periodo fascista, i boss locali della ’Ndrangheta poterono riapparire alla fine della Seconda guerra mondiale dopo lo sbarco alleato. Come in Sicilia, le autorità d’occupazione preferirono affidare l’amministrazione di molte città a questi uomini, capaci di esercitare la loro influenza e di controllare un territorio.

La ’Ndrangheta è anche l’organizzazione mafiosa che ha conosciuto lo sviluppo più spettacolare in questi anni. Discreta, basata su una struttura familiare e riti di appartenenza e di selezione che la rendono difficilmente penetrabile, ha potuto stabilire il suo controllo sull’economia agricola della regione Calabria. Poi, partita dal sud della penisola, è riuscita a controllare parti notevoli dell’economia del Nord.

La Sacra Corona Unita, la mafia della regione pugliese, la Stidda del sud della Sicilia, sono organizzazioni mafiose dalla storia più recente, nate come emanazioni della ’Ndrangheta o di Cosa Nostra, per iniziativa di alcune famiglie di queste due organizzazioni.

Tutte queste organizzazioni mafiose ereditano della loro storia caratteristiche comuni. Alcune sembrano solo folcloristiche, come le procedure di adesione alla società segreta, i riti di iniziazione con cui i nuovi membri devono giurare fedeltà alla tradizione, giurare di ubbidire ai capi, accettare in anticipo la sentenza di morte, in caso di tradimento o di rivelazione di segreti dell’organizzazione. Eppure tutto questo risponde, più che al folclore e alla tradizione, a una necessità concreta, trattandosi di costituire società segrete che possano agire efficacemente ai margini della legge, e farsi rispettare, sia dai loro propri membri che da tutti quelli con cui fanno affari.

La cosiddetta “cultura” mafiosa si aggiunge a queste necessità. Secondo le sue regole, “l’uomo d’onore” siciliano membro di Cosa nostra deve obbedire a determinati principi: rispettare la parola data, non ammettere il tradimento, punire chi lo pratica, essere giusto nell’arbitrato, accettare il sacrificio di sé per la causa degli “amici”, cioè dell’organizzazione. Questa morale, che si pretende specificamente siciliana, non manca anche di ispirarsi al conformismo cattolico: “l’uomo d’onore” dovrebbe anche essere un buon cristiano, non avere altra ambizione che far vivere bene la famiglia, rispettare le donne e – per esempio – rifiutare di sfruttare la prostituzione o di traviare i giovani. Ma ovviamente questi ultimi “principi” non reggono a lungo quando entrano in contraddizione con gli interessi dell’organizzazione, e tra l’altro con la necessità di affrontare la concorrenza di altre organizzazioni, che non fanno neanche finta di avere questa morale: fra il rischio di lasciare un “mercato” ad altri e transigere con i principi si fa presto a scegliere.

Tutta questa cosiddetta morale si ispira necessariamente alla storia della società in cui evolvono le bande mafiose, dando ad ognuna la sua specificità. La sua funzione è di dare una certa coerenza alla banda, ma anche una buona coscienza all’”uomo d’onore”, e innanzitutto al suo ambiente personale e familiare. Con l’aiuto di questa sorta di ideologia mafiosa, gli appartenenti a questo ambiente possono dichiarare che il mafioso, quando agisce in un modo che la maggior parte della società considera come criminale, non fa altro che difendere la famiglia e gli amici, conformandosi alle regole tradizionali. Certamente si potrebbero ritrovare regole dello stesso tipo nelle bande di delinquenti di tutto il pianeta. Ma fatto sta che questa banda riesce da più di un secolo a vivere in osmosi con una parte della società, e anche con una frazione importante dei ceti dirigenti.

Mafia ed economia

Il ricorso ai metodi d’intimidazione, all’assassinio, e a tutte le risorse che possono risultare da un’esistenza ai margini della legalità, tutto questo facilitato dalla tolleranza o addirittura dalla complicità delle autorità, hanno consentito alle organizzazioni mafiose di riuscire a conquistare un ruolo economico crescente. Si è visto come in Sicilia la vecchia mafia rurale ha saputo diventare un’autentica mafia d’affari, imperando sugli appalti di lavori pubblici e nella costruzione immobiliare, acquistando un ruolo dominante nel commercio internazionale dell’eroina, prelevando il pizzo su gran parte delle attività economiche, e naturalmente stabilendo legami con il mondo finanziario per avviare il riciclaggio del denaro sporco. Secondo alcuni studi il giro d’affari globale di Cosa nostra sarebbe di almeno 20 miliardi di euro, l’equivalente di un quarto del Pil della Sicilia, e aumenterebbe ancora.

In Campania la spartizione del territorio tra le famiglie della Camorra consente loro di controllare gran parte dell’attività economica. Roberto Saviano, oggi minacciato di morte dal clan di Casal di Principe che egli ha denunciato con nomi e cognomi, ha descritto nel suo libro “Gomorra” il ventaglio delle attività dell’organizzazione criminale.

Così, a partire dalle attività tradizionali di controllo dei traffici di sigarette o di narcotici, dalla pratica del prestito usurario alla prostituzione e all’immobiliare, dai lavori pubblici al pizzo sulle attività del porto, la Camorra è passata a campi più vasti: il controllo delle imprese d’appalto del settore tessile, impiegando gran parte di lavoratori al nero, e adesso il grande business dello smaltimento dei rifiuti, per cui i rappresentanti di commercio della Camorra girano tutta l’Europa per proporre di far scomparire i rifiuti industriali nella campagna napoletana, a prezzi stracciati ma inquinando gravemente e irrimediabilmente il suolo. La morsa della Camorra sul territorio della regione non ha fatto altro che rafforzarsi. L’aumento della disoccupazione e la perdita del lavoro nell’industria, infatti, non lascia più altra prospettiva ad una parte della gioventù, se non quella di accettare di lavorare per la Camorra, ad un livello che spesso è solo quello di aiutanti o di sgherri. Anche lì il giro d’affari complessivo della Camorra sarebbe di almeno 20 miliardi di euro.

Infine la ’Ndrangheta calabrese ha avuto un’estensione più discreta di quella delle sue sorelle siciliana e napoletana, perché più silenziosa e accompagnata da meno regolamenti di conti e assassinii, ma certamente non meno efficace. I fatti di Rosarno, nel gennaio 2010, in cui i suoi uomini hanno organizzato una spedizione punitiva contro i lavoratori immigrati impiegati negli agrumeti, hanno dimostrato in che misura sia una milizia antioperaia al servizio dei proprietari. Ma in realtà essa controlla gran parte del settore agroalimentare, dalla raccolta al trasporto e all’esportazione. Bisogna aggiungere ovviamente l’immobiliare e il racket dei lavori pubblici, illustrato dalle varie inchieste sulle gare d’appalto per l’assegnazione dei lavori dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria alle varie famiglie della ’Ndrangheta. Ma la maggior parte del giro d’affari dell’organizzazione deriva ormai dal controllo che, uscendo dalla sua regione d’origine, ha potuto stabilire sul traffico della cocaina nel Nord, dal quale ricaverebbe il 60% dei suoi redditi. Così, arrivata ad accumulare enormi somme in contanti, la ’Ndrangheta le ricicla investendo nell’immobiliare e creando imprese nel settore edilizio, assicurandosi i mercati tramite la minaccia e il racket, già largamente sperimentati in Calabria per i lavori dell’autostrada già citata. Così una parte della ricca Italia del Nord, intorno a Milano, ormai paga il pizzo ai clan venuti dalla Calabria. Grazie a questo, l’organizzazione sarebbe diventata la più ricca delle organizzazioni mafiose con un giro d’affari che sarebbe di 45 miliardi di euro in Italia. Ma ormai la ’Ndrangheta ha allargato il suo campo d’azione ad altri paesi europei, quali la Germania, la Spagna o la Francia.

Così il giro d’affari annuale complessivo dell’insieme delle mafie italiane potrebbe avvicinarsi a 100 miliardi di euro. Anche la Confesercenti, associazione professionale delle medie e piccole imprese, ha stimato il bilancio complessivo delle mafie italiane a 135 miliardi di euro nel 2009, di cui 78 miliardi di utile netto. Un tale giro d’affari rappresenta più del 7% del Pil italiano. Infatti non c’è più traffico nel quale siano assenti, dal traffico di organi a quello delle armi, o addirittura dei prodotti radioattivi, dal settore sanitario a quello dei giochi, dai night allo sfruttamento delle filiere d’immigrazione clandestina.

Mafia e potere politico

Abbiamo visto come, sin dall’inizio del fenomeno mafioso, i rapporti tra quest’ultimo e il potere politico siano stati rapporti di complicità ben più che di confronto. Per la borghesia siciliana la Mafia era ed è rimasta uno strumento del suo dominio di classe, ed è così anche in Calabria e in Campania. Questo implica che, in un modo o nell’altro, essa penetri il potere politico e ne faccia fino ad un certo punto il proprio strumento, o comunque che questi due poteri paralleli collaborino e qualche volta si confondano.

La collaborazione esiste prima di tutto a livello locale, laddove i politici possono essere eletti solo se dispongono di una clientela elettorale a cui rendono qualche servizio. La Mafia o la Camorra, con il loro radicamento locale, possono fornire una tale clientela, o al contrario ritirare l’appoggio ai responsabili politici che non sono abbastanza comprensivi, o li possono anche semplicemente fare fuori. Gli scandali scoppiano ogni tanto, quando la collusione diventa troppo pubblica, ma in territorio mafioso è permanente e inevitabile.

Era di dominio pubblico, durante il lungo regno della Democrazia cristiana, che questo partito in Sicilia era il partito della Mafia, o comunque quello da essa sostenuto. Il periodo recente, dopo la fine della seconda guerra mondiale, è stato in effetti quello della collaborazione più aperta, fra l’altro sotto il regno dei sindaci democristiani di Palermo, Salvo Lima e poi Vito Ciancimino, anche se d’altra parte lo Stato centrale era portato a combattere le manifestazioni più vistose della Mafia. Aggiungiamo che tra mafiosi e politici borghesi l’anticomunismo e l’antisindacalismo hanno sempre fatto da cemento, i primi tra l’altro essendo in grado di svolgere il lavoro sporco che gli altri non si possono permettere.

Al livello dei dirigenti politici nazionali, ovviamente la collusione non è così aperta, ma è evidente che delle relazioni s’intrecciano tra dirigenti dello Stato e dirigenti mafiosi, fosse solo tramite i politici locali più vicini a questi ambienti. Il caso più conosciuto è quello di Giulio Andreotti, che fu sette volte presidente del Consiglio e comunque membro di quasi tutti i governi dal 1954 al 1992, e oggi finisce tranquillamente la sua carriera politica come senatore a vita della Repubblica. Secondo le dichiarazioni del pentito Tommaso Buscetta, questo dirigente della Democrazia cristiana, la cui longevità gli ha valso il soprannome di “inossidabile”, non avrebbe esitato ad incontrare direttamente il capo della Mafia Toto Riina a Palermo nel settembre 1987, incontro che si sarebbe concluso con il famoso “bacio”, segno di fiducia alla moda mafiosa fra i due uomini. Le accuse di collusione hanno dato luogo a processi da cui Andreotti è uscito assolto solo grazie al superamento dei termini di prescrizione. In effetti, i termini del giudizio hanno considerato che la “collaborazione attiva” tra Andreotti e Cosa nostra era stata stabilita.

Maggiore capo di Cosa nostra negli anni settanta, Stefano Bontate era in effetti molto vicino a Salvo Lima e Vito Ciancimino, i sindaci di Palermo più compromessi con la Mafia, che inoltre in seno alla Democrazia cristiana erano i migliori sostenitori di Andreotti. Molteplici fatti documentavano quindi la “collaborazione attiva” di cui parla il giudizio. Le cose cambiarono un po’ solo quando, in seno a Cosa nostra, il cosiddetto clan dei corleonesi cominciò a contestare il potere di Bontate. Dopo il suo assassinio nel 1981, fu sostituito alla testa di Cosa nostra da Totò Riina. Questo nuovo “capo di tutti i capi” si dimostrò meno propenso al compromesso, e sotto la sua direzione la collaborazione fra l’organizzazione mafiosa e la Democrazia cristiana divenne più difficile. Eppure, sempre sotto l’influenza democristiana, lo Stato fece un certo numero di gesti in direzione della Mafia, come l’annullamento di alcune sentenze o il visibile abbandono del generale Dalla Chiesa, inviato in missione nell’isola con il titolo di super prefetto, che morì assassinato. In questo contesto, il bacio tra Riina e Andreotti può essere stato un gesto di riconoscimento reciproco fra i due capi. Ci si può anche chiedere, in fondo, quale di questi due era il più mafioso. Recentemente sono tornati a galla alcuni elementi sulla guerra mafiosa dell’anno 1992, durante la quale i giudici Falcone e Borsellino, impegnati nelle inchieste su Cosa nostra, furono eliminati in attentati spettacolari. L’anno cominciò con l’assassinio di Salvo Lima, apparentemente perché in qualità d’intermediario quasi ufficiale tra la Mafia e lo Stato non era riuscito ad ottenere da quest’ultimo le misure di clemenza che aveva promesso ai padrini. Si sa adesso che Toto Riina fece arrivare al governo, sempre tramite Vito Ciancimino, le sue dodici condizioni per porre fine alla “guerra”, condizioni che comportavano innanzitutto l’ammorbidimento delle procedure lanciate contro Cosa nostra. Gli assassinii stavano lì a dimostrare che Riina non scherzava.

Ovviamente non si conoscono i particolari del negoziato che ne risultò. Si può solo constatare che tutto questo portò alcuni mesi dopo, all’inizio del 1993, all’arresto di Toto Riina, abbandonato a sua volta dal suo luogotenente Bernardo Provenzano. L’arresto certamente non era casuale, poiché Provenzano fu il successore di Riina e con lui si stabilirono rapporti meno conflittuali. Nel frattempo la Democrazia cristiana, minata dagli scandali, cominciava a scomparire dalla scena politica, ma risulta da alcuni documenti e testimonianze che Cosa nostra aveva ricevuto nuove garanzie: il nuovo partito che sarebbe stato lanciato sotto la direzione di un certo Silvio Berlusconi avrebbe dimostrato comprensione verso gli interessi mafiosi, e Cosa nostra raccomandava di votare per lui. Uno degli amici siciliani di Berlusconi, Marcello dell’Utri, che più tardi sarebbe stato condannato per complicità in associazione mafiosa, se ne faceva garante. Grazie a questo, alle elezioni successive del 1994, in Sicilia il voto per il nuovo partito Forza Italia sostituì senza colpo ferire il voto democristiano, e Berlusconi poté diventare Presidente del Consiglio.

Così la Mafia ha evidentemente numerosi canali per influenzare lo Stato, ma anche lo Stato sa trovare i canali per controllare la Mafia, almeno fino a un certo punto. Può per esempio appoggiare un capo-clan contro un altro, oppure decidere di ignorare per anni il nascondiglio di un boss, anche se questo posto non è molto difficile da trovare. Fino al giorno in cui, per un motivo o per un altro, questo accordo tacito s’interrompe e di colpo si trova il nascondiglio del boss, come è successo nel caso di Riina e come poi doveva succedere anche per Provenzano. Questo rapporto ambiguo, nel quale lo Stato e la Mafia si combattono in pubblico ma in realtà si tollerano l’un l’altro, si è mantenuto per anni sotto i governi democristiani e si mantiene oggi sotto Berlusconi, forse con legami ancora più stretti.

Il capitale mafioso

Il giro d’affari delle attività mafiose indicato sopra, e più ancora l’ammontare delle somme, indicano una realtà ancora più preoccupante: esiste un autentico capitale mafioso, il cui tasso di profitto e la velocità di accumulazione superano di gran lunga quelli degli altri capitali. E infatti, se si tratta di 80 miliardi di euro all’anno nella sola Italia, solo una parte di questi guadagni può essere speso in consumi di lusso, acquisto di ville o di auto di lusso. E come si può immaginare, per Cosa nostra come per la Camorra e la ’Ndrangheta, il problema del riciclaggio e del piazzamento dei guadagni è un problema impellente. Esiste quindi in seno alla mafia un dipartimento finanziario, il cui ruolo è innanzitutto di “pulire” il denaro, piazzarlo e reinvestirlo in attività legali o meno.

È l’attività a cui si è dedicato tra l’altro il banchiere Michele Sindona, la cui folgorante ascesa negli anni 1960-1970 fu parallela all’espansione degli affari di Cosa nostra. Legato a Salvo Lima, Sindona lo era anche con la Democrazia cristiana e Andreotti, il Vaticano e la sua banca, l’Ior – Istituto delle Opere di Religione, presidiato dal vescovo Marcinkus, e infine il Banco Ambrosiano e il suo dirigente Roberto Calvi. Sindona, che d’altra parte ostentava un anticomunismo a tutta prova, sembra essere stato innanzitutto un pioniere in materia di riciclaggio di denaro sporco tramite i paradisi fiscali, facendone approfittare amici, clienti e altre relazioni, dai padrini di Cosa nostra ai vescovi e ad altri personaggi incontrati nell’influente loggia massonica P2, covo di cospiratori reazionari di cui faceva parte. Tutto questo senza disdegnare di dedicarsi anche alla speculazione finanziaria, per esempio nel 1973 alla speculazione contro la lira.

Nel 1979 Sindona fece assassinare l’avvocato Ambrosoli, che stava indagando sui suoi affari. Questo non impedì che Sindona e Calvi, i veri banchieri di Cosa nostra all’epoca, finissero assassinati anche loro, il primo dopo avere bevuto un caffè avvelenato nel carcere dove scontava la sua pena per l’assassinio di Ambrosoli, e il secondo impiccato sotto un ponte di Londra. In questi due casi sembra che la mafia si sia vendicata per la gestione rischiosa dei fondi affidati a questi suoi due banchieri.

Nondimeno ciò che si può chiamare “l’accumulazione del capitale mafioso” è poi proseguita. È fra l’altro su questi circuiti finanziari che hanno cercato di indagare i giudici Falcone e Borsellino, assassinati nel 1992 da Cosa nostra. E fatto sta che dopo i casi Sindona e Calvi, che furono in primo piano negli anni 1980, le rivelazioni sui soldi della Mafia sono diventate più rare.

Certamente questo denaro qualche volta torna a galla, almeno in parte. Così il governo Berlusconi ha fatto appello nel 2009 al ritorno dei capitali evasi, con la cosiddetta misura dello scudo fiscale: i possessori di capitali erano invitati a rimpatriarli con il pagamento di una modesta tassa del 5%, senza che si chiedesse loro più informazioni sull’origine dei fondi. Così 85 miliardi di euro sono stati regolarizzati, di cui 35 miliardi sarebbero disponibili per l’investimento in Italia, nel caso i loro proprietari lo vogliano. Forse sta lì una parte del Tesoro della Mafia, anche se è evidente che la maggior parte dei soldi sono stati evasi nei circuiti internazionali della finanza, in qualche paradiso fiscale o altrove, sui conti delle maggiori istituzioni finanziarie mondiali.

Infatti, da più di vent’anni, la globalizzazione degli scambi finanziari e la soppressione di ogni controllo sugli scambi di capitali hanno aiutato i capitali mafiosi a fondersi nella massa di denaro che ogni giorno circola nelle istituzioni finanziarie del pianeta, senza ormai che sia possibile distinguere il denaro sporco dal denaro pulito, per quanto quest’ultimo esista davvero. Con l’aiuto del segreto bancario, le istituzioni finanziarie, di qualunque si tratti, preferiscono evitare ogni tipo d’inchiesta sui fondi che utilizzano. Il denaro di provenienza illecita che si ritrova sui loro conti è protetto almeno come il denaro che proviene dalle attività lecite o presunte tali.

Dalla delinquenza medioevale a quella del ventunesimo secolo

Certamente le organizzazioni mafiose italiane non sono l’unica “criminalità organizzata” esistente nel mondo. Hanno però ereditato della loro storia una posizione particolare nella società, che ne fa un elemento permanente e spiega la loro longevità. Nel complesso rappresentano probabilmente non più di alcune decine di migliaia di uomini, ma la loro posizione sociale li rende inespugnabili. In Sicilia, ma anche in Calabria e Campania, le mafie beneficiano di un’organizzazione territoriale che, coniugata con i loro mezzi di ritorsione violenta, consente loro di avere un controllo stretto della società, che il potere di Stato non gli contesta. Tanto più facilmente hanno conquistato una posizione dominante in alcuni settori dell’economia. Ne deriva anche una penetrazione in seno agli organi del potere politico, che va oltre la semplice collusione o la corruzione di questo o quel dirigente: si tratta di un’autentica collaborazione, nella quale il potere di Stato e il potere mafioso si completano più che combattersi, aggiungendo i loro mezzi di controllo sociale.

L’abbiamo detto: queste organizzazioni mafiose, sorte direttamente dal passato medioevale e feudale, hanno potuto sopravvivere solo perché la rivoluzione borghese italiana, in particolare nel sud, è stata solo una rivoluzione incompleta. Lo sviluppo economico avrebbe potuto ridurle ad un ruolo marginale, se esso fosse stato abbastanza forte da provocare finalmente gli sconvolgimenti sociali che la rivoluzione del 1860 non aveva realizzati. Ma, al contrario, l’evoluzione ha portato al mantenimento del sottosviluppo relativo delle regioni del sud, e con questo a un terreno fertile per le mafie.

Quindi sono queste ultime che hanno saputo prendere a loro modo il treno dello sviluppo capitalista. La Sicilia e il Meridione davano loro una base e un punto di partenza, dal quale potevano inserirsi nei traffici mondiali. La loro posizione di organizzazioni delinquenziali, ma ben inserite nella società, era un elemento favorevole per sfruttare gli spazi che il commercio locale e mondiale poteva lasciare alle organizzazioni che agivano ai margini della legalità, utilizzando le armi, l’intimidazione e l’assassinio con efficienza, in modo professionale e senza scrupoli. Dall’intimidazione dei contadini siciliani riluttanti a pagare la gabella, le organizzazioni mafiose hanno potuto passare all’estorsione generalizzata e al racket, alla speculazione immobiliare, prima di prendere una posizione dominante nel narcotraffico, nello smaltimento illegale di rifiuti industriali e in molti altri traffici, senza dimenticare la speculazione finanziaria.

Allora, se esiste una compenetrazione dello Stato e dell’economia, c’è anche una compenetrazione dello Stato parallelo mafioso e dei circuiti dell’economia parallela, nazionale e internazionale, fino al livello in cui economia parallela e economia in generale, profitti illeciti e profitti leciti, si raggiungono e si confondono nei canali del sistema finanziario.

Chiaramente, se questa economia parallela può fare la ricchezza di alcuni, essa rappresenta nel suo complesso un enorme prelievo sulla società, di cui tende a mantenere il sottosviluppo e l’arretramento, la brutalità e l’incultura. Si capisce che da una generazione all’altra questa situazione abbia suscitato la rivolta di quelli che non si rassegnavano davanti una società che non propone loro un altro futuro, se non quello di sgherro o di sostegno della mafia. Molti militanti hanno pagato con la loro vita l’impegno contro la mafia. Si può ricordare la figura di Giuseppe Impastato, militante dell’estrema sinistra assassinato nel 1978 dalla mafia per averla denunciata pubblicamente nel suo feudo. Ma bisogna anche parlare dei giudici, poliziotti o giornalisti che, convinti di servire così la causa della democrazia, si sono impegnati in prima persona in questa lotta contro la mafia e ci hanno lasciato la vita, come Falcone, Borsellino e molti altri. Purtroppo essi alla fine hanno fatto da alibi ad uno Stato e ad una borghesia che, lungi dal combattere davvero la mafia, vivono in simbiosi con essa e le permettono di esistere. I politici borghesi hanno bisogno di mantenere il mito dell’esistenza di uno Stato democratico, in cui le leggi sarebbero uguali per tutti e in cui l’illegalità non pagherebbe. La “lotta alla mafia” che dicono di condurre, il sacrificio di quelli che la conducono con sincerità e dedizione, permettono – se non di combattere veramente questa organizzazione criminale – almeno di mantenere l’apparenza che venga combattuta.

La “piovra mafiosa” era una sopravvivenza della società precapitalista, ma ha ben prosperato in seno alla società capitalista moderna, protetta in realtà dallo Stato e dai politici borghesi. Sta ancora meglio oggi, in un’epoca in cui il capitalismo decadente accentua tutti i suoi aspetti parassitari. Per eliminarla non sarà sufficiente niente di meno che una autentica rivoluzione sociale, che porrà fine al sistema capitalista stesso. Si è visto a più riprese in passato la mafia collocarsi in prima fila tra i nemici dei proletari, fornendo anche le truppe d’assalto per massacrarli. Ma proprio per questo sarà solo la lotta del proletariato a eliminare questo cancro della società.

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