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Il gran rifiuto

Scalpore hanno suscitato le dimissioni di papa Benedetto. Ma subito, anche grazie ai babbei “di sinistra”, il gesto di Benedetto é stato presentato come un atto coraggioso, riformatore, e ammodernatore. Il papa avrebbe avuto la forza di mettersi in disparte per il superiore bene della Santa Chiesa, altro che diserzione; e al popolo credente questo dovrebbe bastare.

Inevitabile il parallelo con l’antico predecessore Celestino, «colui che fece per viltade il gran rifiuto», e, per questo, prima incarcerato e fisicamente soppresso, poi fatto santo. Tempi di crisi e di rivoluzione, anche quelli, quando i borghigiani riscoprivano dogmi e lezioni antiche. Da poco i siciliani nei Vespri si erano per le spicce liberati dei francesi, «se la mala segnoria, che sempre accora li popoli suggetti, non avesse mosso Palermo a gridar Mora! Mora!». Dante spera allora in una Chiesa che si metta dalla sua parte, come farà altrove in Europa.

Nella storia dei papi altri abdicarono, altri vennero fatti abdicare, ad altri ancora fu impedito di abdicare. La leggenda riferisce che già il primo papa, Pietro, ad un certo punto scappasse da Roma e Gesù Cristo in persona avesse dovuto scomodarsi per farcelo tornare. Gesù stesso aveva tentato di battere in ritirata dall’orto degli ulivi, ma il Padre non gli evitò l’inevitabile, quanto sapientemente predisposto fin dall’inizio dei secoli. Oggi nessun Dio dei borghesi, volto lo sguardo altrove, ha creduto utile, o possibile, impedire il misfatto.

L’accostamento Celestino-Benedetto infatti finisce qui. Celestino, cui perfino avevano rubato i sigilli, le password insomma, fu stritolato nella contesa fra angioini e aragonesi e nella lotta politica che divideva la Curia romana e la Chiesa nella gran parte della sua universalità. La stessa cosa non si potrà dire di Benedetto, che ha solo dimostrato di non essere un eroe.

Perché la Chiesa di oggi è tutta e solo reazione e nulla ha ormai nemmeno dei suoi accenti pre- e anti-borghesi. In lotta al suo interno non sono più opposte visioni del mondo ma vili interessi commerciali. La Chiesa di Roma, come tutte le altre, ormai ha stretto un irreversibile sodalizio di ferro con gli interessi e gli Stati del capitalismo mondiale: è innanzi tutto una banca fra le banche, un istituto finanziario internazionale, un grande investitore di capitali. E la crisi del capitale è la sua crisi.

A Benedetto mancavano le forze, oppure gliene restavano quanto basta per partecipare ai traffici della Curia vaticana?

Molte cose dal Vaticano filtrano attraverso i colonnati del Bernini, ma la maggior parte resta sigillata all’interno delle sue spesse mura. Se la Chiesa negli ultimi anni è stata sconvolta da scandali a sfondo sessuale ben altri e gravi hanno investito il Vaticano, con operazioni finanziarie fallimentari che continuano ad essere gestite da personaggi del tipo di Calvi e Sindona, entrambi “suicidi”; le guardie svizzere si ammazzano fra loro, documenti riservatissimi sono sottratti a quintali e il papa è affidato alle cure di un maggiordomo che ha il compito di spiarlo, etc., etc.

Tutti i segnali fanno credere che in Vaticano si siano rotti ormai certi equilibri interni tra le varie consorterie e i referenti delle opposte potenze imperialiste. Non c’è niente da scandalizzarsi, il Vaticano è lo specchio di questa società, a cui è legato allo stesso destino. E i papi chiedono il benservito così come i banchieri, ma con più stile, si buttano dalla finestra.

http://www.international-communist-party.org/Partito/Parti358.htm

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