Il parlare ambiguo della “chiesa conciliare”

argentinsky-kardinal-jorge-mario-bergoglio-nestandard1Scritto e segnalato da Pietro Ferrari

Come deve essere il linguaggio dei ministri di Dio e soprattutto quello del Suo Vicario in terra? Chiaro, nitido ma essenzialmente veritiero e non elusivo. Se infatti mai la Chiesa può insegnare il falso come ampiamente dimostrato: http://radiospada.org/2013/10/la-chiesa-e-il-papa-o-insegnano-il-vero-o-non-sono/ , rimane da chiedersi come facciano ancora in troppi a considerare legittimi pastori degli autentici venditori di fumo.

La Repubblica in data 11 Settembre 2013: “Al quesito se sia peccato credere che non esiste alcun assoluto, il papa risponde così: ”Io non parlerei, nemmeno per chi crede, di verità ‘assoluta’, nel senso che assoluto è ciò che è slegato, ciò che è privo di ogni relazione. Ora, la verità, secondo la fede cristiana, è l’amore di Dio per noi in Gesù Cristo. Dunque, la verità è una relazione!’.”

Dire a coloro che non credono a nessuna verità oggettiva, che “la verità E’ UNA relazione” e non una nozione relazionale per cui l’individuo è capace di riceverla da Dio ma non di produrla da sé, significa aggirare la domanda, confermando chi ascolta a credere che essa sia relativa. La verità di per sé è “assoluta” in quanto sciolta dalla necessità di essere riconosciuta per rimanere tale, mentre ovviamente non può che essere colta da noi in relazione a Dio. Se non la vogliamo cogliere, Essa non cessa per questo di essere tale. La Verità è Gesù Cristo. La verità rischia altresì di diventare il prodotto di una sintesi ecumenica, se dobbiamo seguire “l’amore di Dio” ed essere da Lui guidati nel “cercare l’unità”, come lo stesso J.M. Bergoglio ha affermato il 21 ottobre alla Commissione luterano-cattolica.

Alla domanda su ”cosa dire ai fratelli ebrei circa la promessa fatta loro da Dio: è essa del tutto andata a vuoto?” il papa risponde che gli ebrei, ”proprio perseverando nella fedenel Dio dell’alleanza, richiamano tutti, anche noi cristiani, al fatto che siamo sempre in attesa, come dei pellegrini, del ritorno del Signore e che dunque sempre dobbiamo essere aperti verso di Lui e mai arroccarci in ciò che abbiamo già raggiunto”.

Anche qui J.M. Bergoglio invece di rispondere, sposta l’attenzione a “noi cristiani”, dichiarando addirittura che gli ebrei hanno preservato la “fede”(!!), che gli stessi sono “in attesa” come monito a non “arroccarci in ciò che abbiamo raggiunto”. Per imparare dalla loro “attesa”, magari non dovremmo arroccarci nella fede in Colui che risuscitò e che loro disconobbero, restando ancora “in attesa” di un messìa? Appare ovvio quanto la tragedia subita dagli ebrei nella seconda guerra mondiale abbia influenzato la stesura di Nostra Aetate, ma anche determinate prese di posizione davvero inedite e sconcertanti come quelle di Joseph Ratzinger circa una pretesa attenuazione dell’onnipotenza divina: http://www.agerecontra.it/public/press20/?p=12445

Come ha molto acutamente notato il filosofo don Curzio Nitoglia: “Allora ci si domanda retoricamente, come fa continuamente Francesco I senza attendere risposta, “cos’è la verità? Cosa posso dire io dell’omosessualità? dei divorziati? degli abortisti?”. Vale ancora la pena farsi metter in croce per “rendere testimonianza alla verità”? Non si deve parlar più di questi valori “non negoziabili”. Così – pur senza dirlo esplicitamente – si lascia errare e fare il male praticamente. Questa purtroppo è la tattica di Bergoglio, che solo l’Onnipotenza divina potrà arrestare. Ecco, dunque, le conseguenze dell’apertura alla modernità. Infatti, quando si nega il principio primo speculativo di identità e non contraddizione (sì = sì, no = no, sì no), si perde anche il principio primo di ordine pratico o la sinderesi “bonum faciendum, malum vitandum”, che riposa su quello di identità (bene = bene, male = male, bene male), per cui si perde la nozione di bene e di male, li si confonde e si prende il male per bene e viceversa. Tutto è praticamente lecito: il divorzio, l’aborto, l’omosessualità. Soprattutto non bisogna dibattere teoreticamente e dogmaticamente su tali questioni sorpassate dalla vita moderna e contemporanea. La verità non è più la “conformità dell’intelletto alla realtà” (Aristotele e San Tommaso), ma la “conformità dell’intelletto alle esigente della vita contemporanea” (Maurice Blondel). Siccome le esigenze della vita contemporanea richiedono ogni tipo di depravazione teoretica (negazione dei primi principi speculativi per sé noti ed evidenti) e pratica (negazione della sinderesi: “bisogna fare il bene e fuggire il male”), allora bisogna lasciar fare senza preoccuparsi della verità e moralità oggettiva, naturale e soprannaturalmente rivelata.

Insomma è l’antropocentrismo sviluppatosi in “antropolatrìa” a pretendere la cancellazione del senso del peccato, distrutto dalla psicologìa e diluito nel collettivo dalla sociologìa. In Germania ti scomunicano se non paghi la tassa in favore della Chiesa (http://www.blitzquotidiano.it/cronaca-europa/germania-kirchensteuer-tassa-chiesa-cattolica-esodo-vescovi-vaticano-1349371/) ma se sei divorziato risposato e paghi, va tutto bene. La prassi dei sacerdoti di Friburgo che già da tempo darebbero la comunione ai divorziati risposati la dice lunga. Il cardinale canonista Velasio De Paolis, commissario papale dei Legionari di Cristo, membro della Cassazione vaticana e giurista di fiducia della Curia così si è espresso in relazione alla “mozione di Friburgo” sui divorziati risposati, pur ribadendo che per adesso non sarebbe cambiato nulla: “il Pontefice sta compiendo un cammino di ricerca di possibili soluzioni.” Ci si chiede dunque quali soluzioni siano in campo se non deve cambiare nulla…E soprattutto, a cosa servirebbe un “sondaggio planetario” sulle materie delicate della Morale Cattolica? Come riportava Il Fatto del 1.11.13: “Papa Francesco vuole portare al sinodo dei vescovi straordinario sulla famiglia, che si terrà a Roma dal 5 al 19 ottobre 2014, le voci di un miliardo e duecento milioni di cattolici di tutto il mondo sul controllo delle nascite, sul divorzio e sul matrimonio gay. Per fare ciò, il neo segretario generale del sinodo, monsignor Lorenzo Baldisseri, a cui Bergoglio appena eletto Papa ha donato il suo zucchetto rosso (“tu sei cardinale a metà”), ha inviato alle conferenze nazionali degli episcopati di tutto il mondo un documento “da condividere subito e il più ampiamente possibile” tra i fedeli nelle parrocchie. Nella sua lettera di accompagnamento Baldisseri chiede che i risultati del sondaggio siano inviati in Vaticano entro il 31 dicembre 2013.”.

Pervasi da una sindrome biscardiana da “televoto”, i neomodernisti effervescenti ci propineranno prossimi conclavi col metodo delle “primarie” o presentaranno on line i documenti ecclesiastici per essere votati dai fedeli? Dal Decalogo alla Costituzione, dal Catechismo al Referendum…Magari i “suggerimenti” del dato statistico indurranno a Nuove Sintesi…

Le recentissime nuove chiusure circa il ‘fenomeno Medjugorje’, da trenta anni sempre sconfessato dalla gerarchìa, non placa però le speranze degli scismatici gospari corroborata dall’ imminente pubblicazione di un Diario. Suor Emmanuel, religiosa della Comunità delle Beatitudini, nel numero di marzo dell’informatore Les Enfants de Medjugorje 2013 dà notizie sul rapporto del cardinale Bergoglio, adesso Papa Francesco, con Medjugorje: “…Dopo essersi visto annullare la sua visita in Uruguay, Ivan ha potuto testimoniare all’inizio di marzo a Buenos Aires poiché, prima della sua partenza per Roma, il Cardinal Jorge Bergoglio (il nostro caro Papa!) aveva dato il suo “via libera” per gli incontri di preghiera … L’arcivescovo Emilio Ognenovich dichiarò, nel 2006, il Cardinal Bergoglio è stato molto contento quando gli ho detto che partivo per Medjugorje… E’ lui che ha accolto il Padre Jozo Zovko quando è andato in missione in Argentina… E’ lui che ha accolto il Padre Danko l’anno scorso in Argentina. (Il Padre Danko è un francescano della parrocchia di Medjugorje, ben conosciuto dai pellegrini)… E’ lui che ha permesso ad Ivan di continuare i suoi incontri di preghiera a Buenos Aires… Da tre anni il suo confessore era un francescano bosniaco, il Padre Ostojic!. Prima di ciò, per 30 anni aveva come confessore il Padre Nikola Mihaljevic, un gesuita croato (recentemente scomparso).” Insomma la strana vicenda degli oracoli balcanici non sembra ancora essere finita, se è vero come è vero che continuano i pellegrinaggi e le disobbedienze di una larghissima parte dell’attuale “clero” apparizionista.

Una dialettica hegeliana sembra dunque aver preso piede all’interno della Chiesa, per cui ogni questione deve essere rimessa in discussione e vagliata nuovamente palesando uno scetticismo di fondo, come ebbi modo di sostenere tempo fa su Radio spada: http://radiospada.org/2012/11/hegel-dottore-del-modernismo/

In tal senso il linguaggio ambiguo fu duramente condannato da Pio VI nella Auctorem Fidei a proposito del Sinodo di Pistoia, applicabile anche al prossimo Sinodo sui “divorziati risposati”:

“… l’arte maliziosa propria degli innovatori, i quali, temendo di offendere le orecchie dei cattolici, si adoperano per coprire sotto fraudolenti giri di parole i lacci delle loro astuzie, affinché l’errore, nascosto fra senso e senso (San Leone M., Lettera 129 dell’edizione Baller), s’insinui negli animi più facilmente e avvenga che – alterata la verità della sentenza per mezzo di una brevissima aggiunta o variante – la testimonianza che doveva portare la salute, a seguito di una certa sottile modifica, conduca alla morte. Se questa involuta e fallace maniera di dissertare è viziosa in qualsiasi manifestazione oratoria, in nessun modo è da praticare in un Sinodo, il cui primo merito deve consistere nell’adottare nell’insegnamento un’espressione talmente chiara e limpida che non lasci spazio al pericolo di contrasti.”

Il comportamento di molti cattolici è ormai simile però a quello di un fun club o a quello di un circolo di tifosi calcistici, che ovviamente “non cambiano squadra” se i giocatori o l’allenatore fanno autogol, stando attenti a non prendersela troppo con loro per non creare sfiducia “attorno alla squadra”. Già ho avuto modo di approfondire la crisi dell’autorità nella Chiesa e le tragiche conseguenze sul mondo cattolico, in: http://radiospada.org/2013/11/bergoglio-e-la-vertigine-dellabisso/

– mondo incantato ed ipnotizzato in larghissima parte da autentiche trovate sceniche.

Le esternazioni e i gesti di J.M. Bergoglio infatti, sono quasi sempre autentiche trovate sceniche “ad effetto” e basti pensare a quanto avrebbe detto prima del Conclave: “Ho l’impressione che Gesù è stato rinchiuso all’interno della Chiesa e che bussa perché vuole uscire, vuole andare via”. L’idea suggestiva di un Gesù intrappolato fa intendere non solo che il Signore vorrebbe quasi quasi “evadere”, “andarsene via”, ma che in molti lo avrebbero ristretto. Torna costantemente la tentazione di condannare l’imperfezione e la inadeguatezza della Chiesa a svolgere la sua missione, come se ancora dopo duemilatredici anni non si fosse compreso pienamente come evangelizzare il mondo, a tal punto che lo stesso Gesù vorrebbe “uscire” (divorziare dalla Sua Sposa?) per riprendere il controllo della situazione.

Al chierichetto, altra straordinaria trovata scenografica, J.M. Bergoglio dice: “ti si sono incollate le mani?http://wp.me/p3Bugf-1AW , certo con garbo e tenerezza da nonno ma anche con un puntino di insofferenza per un gesto giudicato magari eccessivo da parte sua, e cioè tenere le mani giunte in preghiera al suo passaggio. Perché dunque J.M. Bergoglio ha voluto stigmatizzare in modo così plateale un gesto di devozione naturale e spontaneo, addirittura nei confronti di un bambino? Forse perché lui stesso non si inginocchia davanti al Santissimo, ma lo fa per lavare e baciare i piedi dei galeotti il Giovedì Santo? Insomma bisogna far notare la propria umiltà in tutti i modi, andando a mangiare a mensa ad Assisi da solo lasciando i vescovi a mangiare invece lontani dalla “gente”, inginocchiandosi agli uomini ma non a Dio, disprezzando la devozione a se stesso come Papa ma apprezzando quella a se stesso come persona umile.

Le polemiche suscitate dalla sua Ferula che avrebbe tratti esoterici, francamente può risultare rilevante solo se si mette in confronto alla Mitra di Joseph Ratzinger: https://www.facebook.com/note.php?note_id=10150661124546152 alle chicche di G.B. Montini: http://www.disinformazione.it/pentalfaepaolovi.htm, ma purtroppo per molti detrattori di J.M. Bergoglio, tutti i mali iniziano con lui.
Così non è ma OGGI si gioca una battaglia cruciale che segnerà la storia dei prossimi decenni.

Come riporta C.R. “L’Illinois è il quindicesimo stato americano a legalizzare il matrimonio tra persone dello stesso sesso… Con 61 voti a favore e 54 contrari, la Camera dell’Illinois ha, infatti, approvato la legge che, dopo la scontata firma del Governatore Pat Quinn, renderà possibile, dal primo giugno del 2014, lo pseudo matrimonio omosessuale… Il “Chicago Tribune” mette in luce un aspetto particolare della vicenda, facendo notare come in Illinois gli attivisti gay abbiano trovato un insolito alleato nel Papa richiamandosi alla sua, ormai celebre, esternazione rilasciata sul volo di ritorno dalla GMG a Rio de Janeiro, quando affermò: «se una persona è gay e cerca Dio in buona fede, chi sono io per giudicarla?». Secondo il giornale di Chicago tali parole hanno indotto ad un “esame di coscienza” diversi parlamentari cattolici, tra cui la democratica Linda Chapa LaVia e il presidente della Camera, Michael Madigan. Quest’ultimo ha sottolineato come i commenti del Papa sull’omosessualità abbiano assicurato tra i 5 e i 10 voti, decisivi per il passaggio della legge.

Come riporta il sito americano “LifeNews.com” commentando tale notizia, Linda Chapa LaVia ha giustificato il proprio voto a favore del matrimonio omosessuale affermando che: “come cattolica seguace di Gesù e del Papa, Papa Francesco, mi è chiaro che la nostra dottrina religiosa cattolica ha al suo centro l’amore, la compassione e la giustizia per tutte le persone“. Da parte sua Madigan, senza nominare direttamente il Papa, ha fatto comunque un chiaro riferimento alle sue osservazioni dichiarando: «per quelli a cui capita di essere gay e che vivono le loro relazioni in maniera armoniosa e produttiva, ma illegale, chi sono io per giudicare che loro dovrebbero essere illegali?».” Non sono forse questi, se non i frutti, almeno gli effetti collaterali di un antimagistero?

Quel medesimo meticciato sessuale, culturale e razziale, brodaglia stagnante nel calderone delle utopìe, preparato nelle officine mondialiste, scimmie di Dio, ad uso e consumo di greggi disorientate ed ingannate, non ha dunque necessità di presentarsi anche come “meticciato religioso”, sincretistico, come un adogmatico Credo avanzante? E quale Resistenza ruvida, invincibile perché metafisica potrebbe esservi, quando la sentinella stessa plaude, confonde e si ritrae dall’agone? Quale Roccia infrangerà i melmosi assalti dell’ inferno nella sua battaglia omofila e transgender, se la guida non giudica, se la guida non combatte per prima, se i fedeli si aspettano coerenza apologetica più da un pastaio, che da Essa? Quale battaglia può galvanizzare gli animi dei volontari che pur ci sono, se appare orfana dell’autorità morale? Se addirittura gli avversari si fregiano delle parole di Bergoglio sui loro manifesti di propaganda?

Qui non rimane altro che pregare, non perché pregare sia minor cosa da fare, ma proprio perché è azione diretta sulla Causa Prima di tutte le cose.

Postilla.

Siccome è capitato ultimamente che schiere di spavaldi tastieristi e di improbabili ed anonimi gestori di “pagine”, abbiano offeso, senza addurre argomenti e senza mai entrare nel merito delle questioni, giudicato e condannato moralmente il sottoscritto ed altri redattori di Radio Spada senza conoscerci, perché avremmo peccato di “arroganza” mostrando mancanza di carità con articoli “contro il Papa”, trovo giusto in questa sede chiarire moralmente la questione. Una questione che riguarda in realtà un po’ tutti, chi scrive e chi replica perché ha ad oggetto la “critica” ad uomini che rivestono ufficialmente ruoli ecclesiastici anche di sommo rilievo e l’invettiva gratuita e livorosa contro laici come noi.

Il Dottore della Chiesa e maestro di Teologìa Morale, nonché protettore dei giornalisti, San Francesco di Sales affronta in “Filotea” (Cap. XXVIII) proprio la questione circa ‘i giudizi temerari’ e (Cap. XXIX ) e ‘la maldicenza’:

Concludere da un’azione mal fatta la condanna della persona è un giudizio temerario … non è permesso dubitare o sospettare se non proprio quando rigorosamente non se ne può fare a meno … La maldicenza è un vero omicidio, perché sono tre le nostre vite: la vita spirituale, corporale, civile … il maldicente con un sol colpo compie tre delitti: uccide spiritualmente se stesso, l’anima di chi ascolta e la vita civile a colui del quale sparla … non potremo mai dire che un uomo è cattivo, senza pericolo di mentire … si possono biasimare i vizi altrui anzi è necessario, quando lo esige il bene di chi ascolta … poi è necessario che io sia ponderato ed esatto nelle parole … ti concedo di parlare liberamente soltanto dei peccatori infami, pubblici ma sempre con spirito di carità e compassione, mai con arroganza … faccio eccezione per i nemici dichiarati di Dio e della Chiesa; quelli vanno screditati il più possibile: ad esempio le sette eretiche … E’ carità gridare al lupo quando si nasconde tra le pecore, non importa dove.

Appare chiaro come ogni giudizio sia fallace, ogni processo sommario se fatti senza entrare nel merito delle questioni, condannando la persona come viziosa. Il santo ci ammonisce circa la prudenza, la misura, la carità e la verità che dobbiamo sempre usare nel parlare degli altri, ma la sua dolce premura diventa accesa polemica contro i nemici della fede, che invece vanno “screditati il più possibile”, denunciati ad alta voce come “lupi” che si nascondono “tra le pecore”.

De hoc satis.

 
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papa bergoglio telefona alla gente 01

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Bergoglio e la vertigine dell’abisso

VATICAN-POPE-AUDIENCEdi Pietro Ferrari
Il rigore storico del professor Roberto De Mattei col suo “Il Concilio Vaticano II, una storia mai scritta” (Lindau), fa comprendere chiaramente, come sia stata proprio l’ignavia di una parte dei vescovi ad aver fatto vincere temporaneamente la rivoluzione nella Chiesa. Prima anomalìa dell’Evento? Un’ indizione improvvisata e vaga, senza un progetto chiaro e senza volontà definitorie apparenti, se non l’illusione che potesse rappresentare la chiusura del Primo CV interrottosi per i bersaglieri. Rotture o novità rispetto ai Concilii precedenti? Fase antipreparatoria per voti senza che la direzione fosse della Curia; ribaltamento delle indicazioni dei “vota” che già erano stati una novità assoluta; ribaltamento in corso d’opera delle procedure stabilite per la formazione delle commissioni; nomina di Moderatori in corso d’opera. In buona sostanza l’assemblearismo ‘russoviano’ e parlamentare che penetra nella Chiesa. Questo nel metodo. Nel merito un ribaltamento del Magistero bimillenario dissimulato abilmente da dichiarazioni fumose. Come è accaduto tutto ciò? Numerosi compromessi al ribasso del “Terzo Partito” moderato con la parte “girondina” del progressismo portarono a cedimenti su tutti i fronti, con l’approvazione di testi ambigui che avrebbero suscitato il caos del “postconcilio”. Il Terzo partito maggioritario dei moderati che cede quindi ai progressisti organizzati, combattivi e determinati, invece di confermare il Magistero di sempre difeso dai conservatori; ambiguità e debolezza del Card. Siri che pur potendo, non coagula e non organizza il fronte conservatore; debolezza psicologica dei conservatori, inibiti davanti alla volontà netta di Roncalli prima e di Montini poi di “apertura al mondo”.
Una mia recensione completa del libro leggibile su: http://www.agerecontra.it/public/press20/?p=8618
La lettura di Mons. De Castro Mayer (‘Lettera pastorale’ rip.da Sodalitium n. 10), Don Curzio Nitoglia (‘Per padre il diavolo’), di M. Pinay (‘Complotto contro la Chiesa’) e di C.A. Agnoli (‘La massoneria alla conquista della Chiesa’), arricchisce il dato storico ed induce OGGI a fare considerazioni ineludibili sul kaos che sta vivendo la Chiesa, specchio della sua privazione. Prima di chiederci il perché, vediamo di ribadire come è stato possibile tutto ciò, seguendo le tracce degli autori citati. La ‘quinta colonna’ della rivoluzione è rappresentata da tutti gli infiltrati, che da decenni anche tramite la giudeomassoneria fanno da avanguardia modernista nella Chiesa, senza essere più combattuti, come accadeva fino a Pio XII. Costoro spesso utilizzano una ‘terza colonna’ fatta da conservatori inconsapevoli e ‘papolatri’ o anche consapevoli e collusi, che dissimula amicizia con la ‘quinta colonna’, simulando di battersi (e neanche sempre) contro le idee (non gli esponenti) di essa. Molti tradizionalisti cattolici volenti o nolenti, fanno quindi da sponda al modernismo da almeno 50 anni e sono i cosiddetti ‘papolatri’, che soprattutto negli ultimi mesi con le loro arrampicate sugli specchi, ridicolizzano la Chiesa stessa. Oggettivamente codesti “conservatori del modernismo” sono ‘terze colonne’ di una rivoluzione in marcia. Nel concilio vi fu già un terzo partito moderato di maggioranza, che approvò la rivoluzione, sperando di contenerla (i ‘papolatri’ in buona fede) o di puntellarla favorendone il successo (i collusi). In buona sostanza coloro che dovrebbero battersi affinché gli esponenti del modernismo più viscerale, siano espulsi dalla Chiesa, preferiscono starci in comunione! Si dirà che la Chiesa è questa e “che le battaglie si fanno dall’interno”, come se la Chiesa fosse un partito politico e come se poi queste “battaglie” si facessero davvero. Come se fosse possibile poi, essere in comunione di fede con coloro contro i quali bisogna combattere in nome della Fede e che compiono spesso anche autentiche nefandezze! Emblematico il caso delle esequie rifiutate al centenario Priebke, che da anni si confessava e prendeva la comunione, un battezzato da Santa Romana Chiesa che mostrò dolore per aver dovuto eseguire un ordine legittimo in guerra, quando tutti i crimini dei vincitori sono rimasti impuniti. Un rifiuto che neanche sotto la vigenza del codex pio-benedettino avrebbe trovato fondamento (Can. 1240) e pertanto neanche oggi col ben più “tollerante” codice del 1983 se non tramite arzigogoli e forzature degne dei peggiori giocolieri del buon senso. Che il vicariato romano non abbia saputo dire alcunché, nei confronti di inedite ed illegittime azioni amministrative e di “civili” contro un feretro viaggiante e la sua sepoltura cimiteriale, già è infamante, ma che addirittura siano questioni di natura diplomatica con altre confessioni anticristiane a pesare più della misericordia e del diritto canonico sulla legittimità delle esequie, fa rabbrividire. Come hanno reagito i chierici e i vescovi davanti a questa prepotenza? Cosa hanno fatto e detto a seguito di questa ingerenza esterna, quando addirittura le esequie vengono concesse di fatto a chiunque? Nulla. Silenzio. Evidentemente per non rompere la popolarità crescente che tutti i sondaggi riconoscono alla Chiesa, da quando è arrivato il pontefice più gradito di tutti i tempi. Torna quindi la damnatio memoriae, la tenebrosa maledizione egizia farcita con odio talmudico e rabbia ideologica ma questa volta, col timbro ecclesiastico. Quando si è orfani di vere autorità, il Lebbroso torna ad essere un Mostro ed oggi è stato Priebke, ma domani sarà il “cattolico preconciliare e fariseo”, lo studioso “criminale e negazionista”, il giornalista “razzista e omofobo”.
Torniamo a noi e chiariamo un punto.
Come i cristiani sono “nel” mondo ma non sono “del” mondo, i neomodernisti sono “nella” Chiesa ma non sono “della” Chiesa. La Chiesa ha uno scrigno di tesori con la chiave a bella vista che basterebbe prendere ed usare, per farli tornare alla luce. Ma occorre farlo! Fanno sorridere codesti neomodernisti (theocon o theodem) quando cianciano (proprio loro!!!) di chi sta ‘dentro’ o ‘fuori’ la Chiesa, quando poi pregano con le varie comunità di Bose e di Taizè, con rabbini ed imam, comunisti scomunicati e massoni pure (prendendo ostie assieme a Vladimir Luxuria e mettendo pornoattori a parlare dai pulpiti), disobbedienti ai loro vescovi pur di seguire strani oracoli balcanici, ma poi trasformati in guardie svizzere in difesa di chi dona chiese e reliquie agli scismatici veri e mai ravveduti, per “rispetto verso l’autorità“. In comunione con la rivoluzione, si vergognano della Santa Inquisizione Cattolica o delle Crociate, ma poi ne improvvisano di farlocche contro chi ha la colpa di farli riflettere. Costoro potrebbero occupare anche tutta la gerarchìa e tutte le parrocchie, ma per loro stessa ammissione, al massimo “sussistono”, mentre i cattolici SONO. Quando i pastori insegnano false dottrine già condannate, non sono più degni di rispetto e non si devono seguire. Il dubbio se seguirli o meno può solo dipendere da quanto si è compresa la portata dell’apostasìa in atto. La Sacra Scrittura ci avvisa da duemila anni sulla necessaria immutabilità dottrinale, con questa maledizio0ne contro i falsi pastori: “Se anche noi stessi o un angelo dal cielo vi predicasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo predicato, sia anàtema!” (Galati 1,8). Oggi viene ricordato che “Il Papa da nessuno deve essere giudicato, a meno che egli non si allontani dalla fede” – Decretimi de Graziano (Pars. 1, diet. 40 Cap IV Canon “Si Papa”). Andrebbe chiarito però che un Papa abitualmente lontano dalla fede, stando alle parole di San Paolo dovrebbe essere “anatema”. Questo non dovrebbe scandalizzare nessuno, se anche San Francesco di Sales chiarì come il Papa fosse fatto per la Fede e non la Fede, dovesse essere fatta per esso – (Controversie, pp. 79, 279-280) : “La suprema carica che ha avuto san Pietro nella Chiesa militante, in ragione della quale è chiamato fondamento della Chiesa, quale capo e governatore, non va oltre l’autorità del suo Maestro, anzi ne è soltanto una partecipazione; di modo che san Pietro non è fondamento della gerarchia al di fuori di Nostro Signore, bensì in Nostro Signore, tanto che noi lo chiamiamo Santo Padre in Nostro Signore, fuori del quale non sarebbe nulla. [ …] Fondamento è dunque Nostro Signore, e così pure san Pietro, ma con una notevole differenza, che, a confronto dell’uno, si può anche affermare che l’altro non lo è. Infatti, Nostro Signore è fondamento e fondatore, fondamento senza altro fondamento, fondamento della Chiesa Naturale, Mosaica ed Evangelica, fondamento perpetuo e immortale, fondamento della militante e di quella trionfante, fondamento di se stesso, fondamento della nostra fede, speranza e carità e del valore dei Sacramenti. San Pietro è fondamento, ma non fondatore di tutta la Chiesa, fondamento, ma fondato su un altro fondamento che è Nostro Signore, fondamento della sola Chiesa Evangelica, fondamento soggetto a successione, fondamento della Chiesa militante, ma non di quella trionfante, fondamento per partecipazione, fondamento ministeriale, non assoluto; infine, amministratore e non signore e per niente fondamento della nostra fede, speranza e carità, né del valore dei Sacramenti.”
Tra le condizioni necessarie per assumere il pontificato è necessario: essere, battezzati, essere di sesso maschile, essere sani di mente ed essere cattolici, pertanto gli eretici e gli scismatici sono esclusi dal supremo pontificato. «Eligi potest masculum, usu rationis pollens, membrum Ecclesiae. Invalide ergo eligerentur feminae, infantes, habituali amentia laborantes, non baptizati, haeretici, schismatici» (S. SIPOS, Enchiridion Iuris Canonici, Pecs 1940, p. 191.). La Rivelazione ci insegna nella Seconda Lettera ai Tessalonicesi (cap.2): “Ora vi preghiamo, fratelli, riguardo alla venuta del Signore nostro Gesù Cristo e alla nostra riunione con lui, [2]di non lasciarvi così facilmente confondere e turbare, né da pretese ispirazioni, né da parole, né da qualche lettera fatta passare come nostra, quasi che il giorno del Signore sia imminente. [3]Nessuno vi inganni in alcun modo! Prima infatti dovrà avvenire l’apostasia e dovrà esser rivelato l’uomo iniquo, il figlio della perdizione, [4]colui che si contrappone e s’innalza sopra ogni essere che viene detto Dio o è oggetto di culto, fino a sedere nel tempio di Dio, additando se stesso come Dio.
[5]Non ricordate che, quando ancora ero tra voi, venivo dicendo queste cose? [6]E ora sapete ciò che impedisce la sua manifestazione, che avverrà nella sua ora. [7]Il mistero dell’iniquità è gia in atto, ma è necessario che sia tolto di mezzo chi finora lo trattiene. [8]Solo allora sarà rivelato l’empio e il Signore Gesù lo distruggerà con il soffio della sua bocca e lo annienterà all’apparire della sua venuta, l’iniquo, [9]la cui venuta avverrà nella potenza di satana, con ogni specie di portenti, di segni e prodigi menzogneri, [10]e con ogni sorta di empio inganno per quelli che vanno in rovina perché non hanno accolto l’amore della verità per essere salvi. [11]E per questo Dio invia loro una potenza d’inganno perché essi credano alla menzogna [12]e così siano condannati tutti quelli che non hanno creduto alla verità, ma hanno acconsentito all’iniquità.”
La prospettiva sedevacantista spaventa parecchi cattolici, anche se la Seconda Lettera ai Tessaloncesi espressamente prevede l’eliminazione del Kathecon, come del resto la terza parte del segreto di Fatima, sulla quale rimangono punti oscuri
(http://www.sanpiox.it/public/index.php?option=com_virtuemart&view=productdetails&virtuemart_product_id=133&virtuemart_category_id=21&Itemid=270), il dilemma di La Salette e le Rivelazioni di Santa Brigida confermano che l’ipotesi è in teoria, pienamente possibile. Ci sono persona in buona fede ed altre che hanno capito la situazione che stiamo vivendo, ma antepongono a questo esigenze di ordine pratico. Se però lo Spirito di Verità viene rifiutato o rigettato, resistendoGli, il frutto non potrà che essere l’accecamento dell’intelletto. Avendolo ricevuto, Esso non può essere tradito senza conseguenze, si abbiano parrocchie affrescate o meno. I cattolici che hanno avuto la grazia di capire cosa sta accadendo, sono oggi chiamati ad una scelta perché se la Verità stessa viene impugnata dopo essere stata conosciuta, vi sarà il castigo per aver peccato contro lo Spirito Santo. Cercare quasi esclusivamente rassicurazioni rimpicciolendo la verità per negare aprioristicamente l’ipotesi della Sede Vacante, rimpicciolire 260 Papi, due millenni di Magistero, il Concilio Vaticano I e la Verità stessa, non mette a repentaglio il dono della Fede? Se vi è un “nuovo magistero” in contraddizione con quello vero e tutto ciò viene dimostrato, che atteggiamento bisogna avere con la tale dimostrazione? Fastidio e avversione? Paura?
L’intellettuale Patricio Shaw indicò la soluzione in un passo di Sant’Agostino nel libro De doctrina christiana (libro IV): “Può succedere infatti che nello stesso discorso divenga palese la verità, e fin qui si resta nell’ambito dell’insegnamento. Non si tratta quindi del modo di parlare, né si bada a che rechi gusto o la verità o il modo di porgerla, ma sono le cose che di per se stesse, una volta chiarite, recano diletto, per essere conformi a verità. Ecco perché capita, e di frequente, che piacciano anche le cose false, una volta chiarite e dimostrate. Non piacciono perché sono false ma, essendo vero che sono false, piace l’argomentazione per la quale si dimostra essere vera la loro falsità.”
Ecco perché i fedeli cattolici sono chiamati a scegliere, in questa tenebrosa epoca di tradimenti: Pietro o Giuda? La Fede o la passione disordinata? Disobbedire ai disobbedienti per rimanere Una Cum Christo, oppure cooperare alla demolizione del cattolicesimo? Obbedienza paradossale quindi, quella di molti tradizionalisti nei confronti del disobbediente in nome dell’obbedienza: per obbedirgli si diventa disobbedienti come lui e quindi, beffarda nemesi, per non opporsi a lui, in nome della obbedienza, non gli si crede in foro interno e quindi gli si disobbedisce non sentendosi vincolati a credergli, ma in silenzio continuando di fatto ad obbedirgli. Il caso del commissariamento e ribaltamento dei Francescani dell’Immacolata, appare emblematico in tal senso. Avevano torto a fare quello che facevano o invece avevano ragione? Occorre abiurare qualcosa o rivendicarla? Silenzio. Così si salva l’obbedienza verso il disobbediente al quale però si disobbedisce abitualmente in foro interno, rimanendo obbedienti in foro esterno: si rischia di perdere la Fede ma si conserva la parrocchia, scavandosi nicchie di comodo dove la Fede nella Chiesa viene distrutta o scomposta in tanti argomenti, che possono considerarsi a compartimenti stagni pigliando solo quelli sui quali ci si compiace e glissando, abilmente, sugli altri, come se non ci fosse alcuna trascendenza né fondamento divino nella Chiesa stessa. Posto che Scrittura e Tradizione sono Regola Remota di fede e il Papa invece Regola Prossima di fede e che pertanto il magistero si regge e si fonda su di Esse e non il contrario come credono i modernisti, COMUNQUE è il magistero a spiegarci ed esporci la Regola Remota. In buona sostanza non possiamo, come fa qualche “tradizionalista”, impugnare qualcosa che dice tal vescovo o lo stesso Bergoglio perché “contrario alla Tradizione” (anche se poi è realmente così) come se fosse nel giudizio di ognuno di noi stabilire cosa sia conforme o meno ad Essa. Possiamo e DOBBIAMO dirlo se GIA’ il magistero si è espresso in tal senso insegnandoci il contrario precedentemente. Fino a quando la Chiesa di Cristo sarà occupata fino ai vertici da “pastori”, che oggettivamente non perseguono il bene della stessa, saremo chiamati a rispondere: Non Possumus.

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Impressionante sequela di fesserie, di errori e di banalità sparate da Bergoglio nelle ultime ore

Segnalazione e commento di Maurizio-G. Ruggiero

http://www.liberoquotidiano.it/news/1308164/Papa_Francesco_a_Scalfari___Dio_perdona_chi_segue_la_propria_coscienza_.html

Dopo la genialata dei conventi regalati agl’immigrati, ecco un’impressionante sequela di fesserie, di errori e di banalità sparate da Bergoglio in questo articolo della più strampalata “dottrina”, riguardo ai quali è da osservare che:

1 – la coscienza dev’essere retta, cioè formata secondo verità e secondo l’insegnamento del Magistero, non erronea, sennò ogni criminale invocherebbe la coscienza a propria scusante; la rivendicazione dell’assoluta libertà di coscienza è tipica dei soggettivisti, dei relativisti, dei liberali e dei preti conciliari ignoranti; inoltre i casi d’ignoranza invincibile che ottundono totalmente la coscienza sono pochissimi, roba per semideficienti, non per uno Scalfari; dire che il peccato sta nel non obbedire alla propria coscienza (per di più erronea) equivale a dire a uno Scalfari “vai avanti così e non convertirti”; ecco perché Bergoglio piace ai progressisti, perché li conferma nella loro vita cattiva; donde gli applausi;

2 – quanto agli ebrei, parlandosi qui non dei Patriarchi, bensì dei deicidi post-biblici che non riconobbero la venuta del Cristo, lo vollero far mettere in croce e seguono il Talmud, grava su di loro la maledizione collettiva di Dio che importò (oltre alla dannazione, se impenitenti) anche la perdita della patria (l’ebreo errante); maledizione da cui possono trarsi con la conversione e abbracciando la verità, che è il Cristo; se non si convertono e restano nel loro accecamento, si danneranno; dunque nessuna perdurante promessa biblica, se non si convertono, nessuna salvezza parallela a quella dei cattolici senza il riconoscimento della divinità di Cristo e senza l’inclusione nell’unica arca di salvezza ch’è la Chiesa; il nuovo pseudocattolicesimo giudaizzante è un’invenzione vaticanosecondista, mentre San Paolo lega l’irrevocabilità delle promesse di Dio al popolo ebraico appunto alla sua conversione al vero Messia, già venuto;

3 – la shoah non fu la più grande tragedia dell’umanità, sia come numeri, sia come gravità in sé, bensì il deicidio; e Dio è sempre presente anche nella più cupa sofferenza umana; si pensi poi ai cento milioni di morti seminati dal comunismo sovietico di matrice giudaica e da quello cinese, gulag rispetto ai quali tutti gli altri universi concentrazionari sono solo una bazzecola.

Quo usque tandem, Bergoglie, abutere patientia nostra? Et maxime, patientia Dei?

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LA GRAVITÀ DELLA SITUAZIONE ECCLESIALE ATTUALE: Siamo giunti al Vaticano III?

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LA GRAVITÀ DELLA SITUAZIONE ECCLESIALE ATTUALE
Siamo giunti al Vaticano III?

Francesco I intervistato sulla situazione religiosa odierna da Eugenio Scalfari ha risposto così: “Il Vaticano II, ispirato da papa Giovanni e da Paolo VI, decise di guardare al futuro con spirito moderno e di aprire alla cultura moderna. I padri conciliari sapevano che aprire alla cultura moderna significava ecumenismo religioso e dialogo con i non credenti. Dopo di allora fu fatto molto poco in quella direzione. Io ho l’umiltà e l’ambizione di volerlo fare” (Repubblica, 1° ottobre 2013, pag. 3).

Si noti:

1°) la negazione del ‘principio di non-contraddizione’ (umiltà = ambizione);

2°) come conseguenza dell’apertura al pensiero moderno, che inizia con il soggettivismo di Cartesio e giunge alla ‘dialettica della contraddizione’ di Hegel (Concilio Vaticano II = apertura alla modernità);

3°) implicitamente, secondo Bergoglio, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI avrebbero fatto “molto poco” in vista dell’apertura alla modernità;

4°) inoltre Francesco I, non contento di ciò che ha prodotto il post-concilio, vuole spingerlo sino alle estreme conseguenze, annunziando una sorta di “Vaticano III”, già preconizzato ufficiosamente da Küng, Rahner e Schillebeeckx negli anni Sessanta e lanciato ufficialmente da Francesco I nel 2013 come voleva il suo maestro diretto, cardinal Carlo Maria Martini.

Ora come la modernità razionalista è stata scavalcata dalla post-modernità nichilista, così il Concilio Vaticano II, oggettivamente, è stato scavalcato dal post-concilio, il quale tuttavia – secondo papa Bergoglio – non è ancora compiuto, ma deve essere perfezionato nella direzione della totale apertura alla modernità, ossia la ‘contraddizione per principio’ portata al parossismo del nichilismo teologico, nello spirito di un futuro ‘Vaticano III’ praticato e non teorizzato neppure pastoralmente.

Ora nella modernità non più Dio, ma l’uomo è contemplato come creatore della realtà: “L’antropologia diventa l’asso piglia tutto […]. Oggi […] l’uomo è il centro” (Cornelio Fabro, Introduzione a San Tommaso, Milano, 1997, 2a ed., p. 9). Si può dire, perciò, senza aver paura di esagerare che Hegel & il Vaticano II sono il punto culminante ed insuperabile della cultura moderna: epoca, che però è superata e si consuma nel nichilismo assoluto, come esito dell’antropocentrismo, ossia Nietzsche & il ‘Vaticano III’ annunciato implicitamente da Francesco I.

Mi sembra di poter affermare senza esagerare che dal Vaticano II in cui Dio si identifica panteisticamente col mondo, come hanno scritto sia Paolo VI che Giovanni Paolo II, stiamo passando – con Francesco I – ad una sorta di “Vaticano III” pratico-pratico, in cui il Dio personale, reale e trascendente è negato non teoreticamente, ma praticamente oppure “ucciso” nichilisticamente come realtà oggettiva in sé e per sé esistente.

Infatti per il modernismo, l’idealismo e la massoneria si può ammettere un’idea soggettiva dell’uomo su Dio che sarebbe una creazione dell’uomo, ma non una conoscenza certa di un Dio realmente ed oggettivamente esistente. Come il nichilismo postmoderno segna l’esito ultimo dell’immanentismo panteistico della modernità, così il nichilismo teologico del “Vaticano III” segna il compimento ultimo dell’antropocentrismo del Vaticano II spingendolo sino all’antropolatria.

Ma il nichilismo è la radice dei mali d’oggi poiché il nichilismo (esploso in tutta la sua virulenza nel 1968 e preparato a partire dagli anni Venti/Trenta dalla ‘Scuola di Francoforte’ e dallo ‘Strutturalismo francese’) si radica in questo tipo di società mondialista, globalizzata, progressista, tecnologico-scientista ed edonista. Analogamente possiamo parlare di “Vaticano III” come il completamento nichilistico e la soluzione finale del Vaticano II.

La cultura e la teologia contemporanea modernista hanno perduto il senso di quei grandi valori che, nell’età antica, medievale e pre-conciliare costituivano i punti di riferimento essenziali, e in larga misura irrinunciabili, nel pensare e nel vivere naturale e soprannaturale.

bergoglio-francesco-gioca-col-rosarioAlla filosofia attuale o post-moderna, manca persino la ragion d’essere, il fine e lo scopo di vivere, la risposta al “perché?”, che restavano ancora – anche se mutilate dal soggettivismo – nella modernità idealista. Il pensiero contemporaneo è il nichilismo filosofico, ove i valori supremi (essere, conoscere, morale) si s-valorizzano, infatti non restano più l’essere per partecipazione e per essenza, la realtà, la verità, il bene, resta solo il “nulla” ove tutto sprofonda.

L’uomo ha cercato, così, di dare a se stesso gli attributi che prima della modernità e del Vaticano II conferiva a Dio. Ma, “l’uccisione di Dio” della post-modernità e dell’antropolatria del “Vaticano III” comporta anche l’eliminazione di tutte le proprietà e gli attributi divini, per cui dopo aver “ucciso Dio” l’uomo postmoderno e il chierico modernista restano senza Dio e senza potersi appropriare delle sue qualità; mentre il Dio tradizionale, trascendente e personale, oggettivamente e realmente esistente, li aveva resi “partecipi della sua natura divina”, in maniera limitata e finita, tramite la Morte e Resurrezione di Cristo fonte della grazia santificante.

Marx è il maestro di un certo tipo di nichilismo, in cui il primato spetta alla prassi, che porta all’oblio della verità rimpiazzata con ciò che fa comodo (pragmatismo) o con la “disciplina del partito”. Nel 68 si diceva “cercate il potere, e tutto il resto verrà da sé”. Questo è il vero ideologismo & il modernismo compiuto. L’ideologo/modernista non è colui che ricerca la verità come conformazione alla realtà. No. L’ideologo/modernista, sottospecie ammodernata di intellettualoide all’ultimo grido, non si cura della verità oggettiva “adaequatio rei et intellectus”, ma si auto-convince o fa finta di credere che “ciò che conta è quello che è ritenuto per vero o che è fatto ritenere per vero” con la forza bruta o con la persuasione allucinogena della depravazione liberista.

Il vero filosofo/teologo è il contrario dell’ideologo/modernista, egli sa vivere e morire in accordo con il proprio pensiero, che ha cercato di adeguare alla realtà lungo il corso di tutta la sua esistenza. L’ideologo/modernista è in disaccordo con il retto pensiero o adeguazione dell’intelletto alla realtà e si vuol auto-convincere che la prassi è superiore alla teoria, il fare all’essere, il produrre al conoscere la verità. Egli deve vivere di menzogne, soprattutto deve mentire e nascondere la realtà a se stesso, poiché verità viene dal greco aletheia, ossia alfa privativo più lanthano, che significa “non-nascosto”. Onde la verità appare chiara se si scruta con onestà la realtà oggettiva, mentre la si deve voler nascondere se si vuol vivere secondo i propri sofismi soggettivistici e non secondo la realtà quando è scomoda.

Allora ci si domanda retoricamente, come fa continuamente Francesco I senza attendere risposta, “cos’è la verità? Cosa posso dire io dell’omosessualità? dei divorziati? degli abortisti?”. Vale ancora la pena farsi metter in croce per “rendere testimonianza alla verità”? Non si deve parlar più di questi valori “non negoziabili”. Così – pur senza dirlo esplicitamente – si lascia errare e fare il male praticamente. Questa purtroppo è la tattica di Bergoglio, che solo l’Onnipotenza divina potrà arrestare.

Ecco, dunque, le conseguenze dell’apertura alla modernità. Infatti, quando si nega il principio primo speculativo di identità e non contraddizione (sì = sì, no = no, sì ≠ no), si perde anche il principio primo di ordine pratico o la sinderesi “bonum faciendum, malum vitandum”, che riposa su quello di identità (bene = bene, male = male, bene ≠ male), per cui si perde la nozione di bene e di male, li si confonde e si prende il male per bene e viceversa. Tutto è praticamente lecito: il divorzio, l’aborto, l’omosessualità. Soprattutto non bisogna dibattere teoreticamente e dogmaticamente su tali questioni sorpassate dalla vita moderna e contemporanea. La verità non è più la “conformità dell’intelletto alla realtà” (Aristotele e San Tommaso), ma la “conformità dell’intelletto alle esigente della vita contemporanea” (Maurice Blondel). Siccome le esigenze della vita contemporanea richiedono ogni tipo di depravazione teoretica (negazione dei primi principi speculativi per sé noti ed evidenti) e pratica (negazione della sinderesi: “bisogna fare il bene e fuggire il male”), allora bisogna lasciar fare senza preoccuparsi della verità e moralità oggettiva, naturale e soprannaturalmente rivelata.

Il ‘principio d’identità’ (sì = sì, no = no), che ha retto e diretto la filosofia classica da Socrate, Platone, Aristotele, Cicerone, Seneca sino a quella patristica (Sant’Agostino) e scolastica (San Bonaventura e San Tommaso d’Aquino), è stato negato nell’antichità dai sofisti ed ha caratterizzato il fulcro della filosofia moderna soprattutto hegeliana, la quale si basa sulla ‘contraddittorietà’ quale mezzo per giungere alla conoscenza filosofica (“tesi, antitesi, sintesi”).

Le conseguenze pratiche, etiche e morali di tale rifiuto sono state tratte soprattutto dalla filosofia post-moderna e contemporanea a partire da Nietzsche, Marx e Freud, secondo la quale bisogna evertere il sistema di valori morali classici e cristiani per sostituirgliene uno diametralmente opposto, che ritenga bene ciò che era male e male ciò che era bene. Si può dire che la prassi di Francesco I eguaglia la filosofia post-moderna e supera quella moderna, sopravanza il Vaticano II ed inaugura lo spirito del “Vaticano III”.

Ora Lucifero è il “patrono” della modernità e post-modernità. Infatti secondo San Tommaso d’Aquino (S. Th., I, q. 63, a. 7) Lucifero è caduto subito dopo il primo istante della sua creazione poiché per un peccato di superbia naturalistica desiderò e preferì il bene proporzionato alle forze della sua natura angelica a quello soprannaturale della Visione Beatifica di Dio faccia a faccia, oppure perché per un peccato di orgoglio immanentistico volle la beatitudine soprannaturale come dovuta alla sua natura angelica e non come dono gratuito di Dio (S. Th., I, q. 63; Contra Gent., lib. III, cap. 110; De malo, q. 16, a. 2, ad 4).

Questi due errori, e soprattutto il secondo, li ritroviamo nella teologia modernistica e neo-modernistica condannate da S. Pio X (Pascendi, 1907) e Pio XII (Humani generis, 1950) e sostenuto specialmente da Henri de Lubac (nel suo libro Surnaturel del 1946), condannato negli anni Cinquanta da Pio XII, ma chiamato come “perito conciliare” da Giovanni XXIII al Vaticano II nel 1960. Il nichilismo completo è quindi una riedizione del titanismo novecentesco, del prometeismo e del luciferismo. “Eritis sicut dii” ha promesso satana nel Paradiso terrestre ad Adamo ed Eva, ma “chi vuol far l’angelo, fa la bestia” e perciò ci siamo ritrovati “in questa valle di lacrime”. Icaro voleva volare con delle ali che si era costruito da sé, ma che si squagliarono alla luce del sole, di modo che il povero Icaro non arrivò in cielo, ma precipitò a terra.

Ora il Concilio Vaticano II ha voluto dialogare e far propria la modernità come categoria filosofica e nel post-concilio non solo qualche teologo, ma i “periti conciliari” più rinomati ed intere Conferenze episcopali hanno tirato delle conclusioni sia in campo dogmatico che morale, le quali sono paragonabili allo spirito del Sessantotto, preparato dalla Scuola di Francoforte e dallo Strutturalismo francese. Per esempio nel 1965 Herbert Marcuse in Eros e civiltà (tr. it., Torino, Einaudi, 1966) chiedeva la liberazione dal reale (p. 277) sia ontologico che morale, esaltando la dirompente forza rivoluzionaria dell’omosessualità (Eros e civiltà, cit., p. 192). Jean Paul Sartre nel 1969 auspicava l’incesto come liberazione dalla famiglia (Tout, n. 12) e nel 1977 si pronunciava a favore della pedofilia (Le Monde, 26 gennaio).

Le stesse idee sessantottine le ritroviamo nel famigerato “Catechismo” olandese e in quello della Conferenza episcopale belga, che si è schierato a favore dell’omosessualismo e della pedofilia.

Si veda, inoltre, anche Il Corso di Istruzione di Religione Cattolica, intitolato “Una strada di stelle”, edizioni Elledici, Torino, 2011, con “Nulla osta” del Presidente della Conferenza Episcopale Italiana card. Angelo Bagnasco (protocollo n. 811/2010) del 19 novembre 2010. Il capitolo “Credenti in dialogo” a pagina 73 e 74 riporta: «Tutte le religioni sono un cammino verso Dio, come viene spiegato dal brano che ti presentiamo. In un villaggio di ciechi si udì che sarebbe giunto un re a dorso di un elefante. Nessuno di essi aveva mai avvicinato un elefante e si dicevano: “Chissà come sarà fatto?”. Al suo arrivo un gruppetto si avvicinò per tentare di conoscerlo. Il primo gli toccò la proboscide, il secondo una zanna, il terzo un orecchio, il quarto una zampa, il quinto la pancia e l’ultimo la coda. Se ne tornarono a casa convinti di sapere esattamente come era fatto. “Oh, è fantastico!” disse il primo che aveva toccato la proboscide, “così lento e morbido, lungo e forte”. “No!” disse quello che aveva toccato la zanna. “È corto e molto duro”. “Avete torto entrambi” disse il terzo, “è piatto e sottile”. “Oh no”, disse il quarto, che aveva toccato la zampa, “è come un albero!”. Anche gli ultimi due intervennero: “È come un muro!”. “Come una corda!”. Dissero e discussero, sino a litigare e a fare a botte. Finalmente arrivò qualcuno che vedeva bene e disse ai ciechi: “Avete ragione tutti. Tutte queste parti insieme formano l’elefante”. […]. La storia dei ciechi e dell’elefante mostra che ci sono tante strade per arrivare a Dio; esse sembrano molto diverse tra loro. In realtà tutte hanno caratteristiche comuni». In breve per la CEI – come per l’Esoterismo e la Massoneria – nessuna religione è vera in sé, neppure la Religione cattolica, ma solo prendendole tutte assieme arriviamo alla verità. Esse sembrano solo apparentemente diverse, ma in realtà sono eguali prese tutte assieme, è per questo che ci è riuniti tutti assieme ad Assisi nel 1986-2012.

Nell’uomo, dopo il peccato originale, vi sono delle tendenze o inclinazioni disordinate, che lo spingono al male. Esse sono la Tre Concupiscenze: Orgoglio, Avarizia e Lussuria. Quindi l’educazione delle passioni o istinti sensibili umani è di capitale importanza. Non si tratta di annullarle o reprimerle, ma di educarle e subordinarle all’intelletto e alla volontà. Avendo abbandonato la morale e l’ascetica tomistica e controriformistica per aderire al modernismo morale e ascetico chiamato “Americanismo” da Leone XIII in Testem benevolentiae, il teilhardismo (sin dagli anni Venti-Trenta) , il Concilio Vaticano II, il 1968 e il post-concilio hanno aperto la porta alla forza propulsiva e distruttiva delle passioni disordinate. Non si è voluto più insegnare a sublimare, dominare, padroneggiare le passioni per finalizzarle al bene, ma, sotto pretesto di non “reprimere”, le si è lasciate freudianamente in balia del disordine, che porta l’uomo ad agire male. Ecco come si è giunti al Catechismo olandese, belga, all’odierna apertura pratica alla comunione ai divorziati conviventi e all’omosessualità.

Bisogna vivere come si pensa (Fede e Buone Opere) altrimenti si finisce per pensare (luteranamente) come si vive (“pecca fortiter sed fortius crede”). Certi fatti incresciosi sono stati pianificati e pensati dal teilhardismo (“l’eterno femminino”), dal Vaticano II (“connubio spurio con la modernità”), dal post-concilio (“post-modernità”) ed oggi vengono spinti al parossismo dal “Vaticano III” iniziato praticamente in maniera ufficiale da papa Francesco I in dialogo con il “pontefice laico” Eugenio Scalfari il 1° ottobre del 2013.

Ora un errore (Vaticano II) non si corregge con un altro errore (“Concilio Vaticano III”, richiesto da Küng, Martini e Bergoglio) o con una mezza verità (“Ermeneutica della continuità conclamata e non provata”), ma con la verità integralmente affermata e vissuta.

Per esempio, quando dopo l’Umanesimo e il Rinascimento scoppiò la rivolta protestante, la Chiesa si interrogò e capì che le false idee e i costumi rilassati umanistico-rinascimentali si erano infiltrati nel clero e nel popolo cattolico e volle riformarsi tramite il Concilio di Trento, nel quale la Somma Teologica di san Tommaso d’Aquino era aperta davanti l’altare dell’Assise conciliare tridentina. Da essa nacque la fioritura teologica e ascetica della Controriforma (seconda Scolastica e spiritualità ignaziana), che hanno prodotto insigni teologi, Dottori ecclesiastici e grandi santi.

Oggi bisogna, con la grazia di Dio, ri-educare tutto l’uomo, nel fisico, nelle passioni sensibili, nelle idee e nell’agire morale e soprannaturale. Non è la modernità del Vaticano II che ci salverà, neppure il dialogo inter-religioso del “Vaticano III”, ma la Verità, che è Gesù Cristo “heri, hodie et in saecula” e il “Tradidi quod et accepi”.

Non dobbiamo farci illusioni. Oramai la rivoluzione (individuale, familiare, finanziaria, sociale ed anche religiosa) ha gettato la maschera e parla più che apertamente. Dopo l’apparente battuta d’arresto durante il pontificato di Benedetto XVI, la sovversione teologica ha ripreso tutto il suo slancio, che da antropocentrico diventa antropolatrico e quindi ateistico. Vedremo l’abominazione nel Luogo Santo molto più spinta di quel che abbiamo dovuto sopportare da 51 anni (11 ottobre 1962) a questa parte. La tattica di Bergoglio di parlare senza teorizzare per lasciar fare e distruggere è una valanga che solo l’onnipotenza divina potrà arrestare. A questa intervista succitata seguiranno nel lasso di poco tempo altre 100 omelie, interviste, ancora più radicali. Non intendo lasciarmi travolgere da questa marea di orrori filosofico-teologici pratici e non teorizzati. Non le si può stare dietro, è troppo veloce e distruttiva, è una specie di tsunami ‘a-telogico’. Occorre solo avere la pazienza di attendere l’intervento di Dio, il quale non può permettere che questa furia devastatrice avanzi all’infinito e annichili ogni cosa.

d. Curzio Nitoglia

20/10/2013

http://doncurzionitoglia.net/2013/10/20/la-gravita-della-situazione-ecclesiale-attuale-siamo-giunti-al-vaticano-iii/

http://doncurzionitoglia.wordpress.com/2013/10/20/830/

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Questo Papa non ci piace

Le sue interviste e i suoi gesti sono un campionario di relativismo morale e religioso, l’attenzione del circuito mediatico-ecclesiale va alla persona di Bergoglio e non a Pietro. Il passato è rovesciato

Quanto sia costata l’imponente esibizione di povertà di cui Papa Francesco è stato protagonista il 4 ottobre ad Assisi non è dato sapere. Certo che, in tempi in cui va così di moda la semplificazione, viene da dire che la storica giornata abbia avuto ben poco di francescano. Una partitura ben scritta e ben interpretata, se si vuole, ma priva del quid che ha reso unico lo spirito di Francesco, il santo: la sorpresa che spiazza il mondo. Francesco, il Papa, che abbraccia i malati, che si stringe alla folla, che fa la battuta, che parla a braccio, che sale sulla Panda, che molla i cardinali a pranzo con le autorità per andare al desco dei poveri era quanto di più scontato ci si potesse attendere, ed è puntualmente avvenuto.
Naturalmente con gran concorso di stampa cattolica e paracattolica a esaltare l’umiltà del gesto tirando un sospirone di sollievo perché, questa volta, il Papa ha parlato dell’incontro con Cristo. E di quella laica a dire che, adesso sì, la chiesa si mette al passo con i tempi. Tutta roba buona per il titolista di medio calibro che vuole chiudere in fretta il giornale e domani si vedrà.

Non c’è stata neanche la sorpresa del gesto clamoroso. Ma, anche questa, sarebbe stata ben povera cosa, visto quanto Papa Bergoglio ha detto e fatto in solo mezzo anno di pontificato culminato negli ammiccamenti con Eugenio Scalfari e nell’intervista a Civiltà Cattolica.

Gli unici a trovarsi spiazzati, in questo caso, sarebbero stati i “normalisti”, quei cattolici intenti pateticamente a convincere il prossimo, e ancor più pateticamente a convincere se stessi, che nulla è cambiato. E’ tutto normale e, come al solito, è colpa dei giornali che travisano a bella posta il Papa, il quale direbbe solo in modo diverso le stesse verità insegnate dai predecessori.

Per quanto il giornalismo sia il mestiere più antico del mondo, riesce difficile dare credito a questa tesi. “Santità”, chiede per esempio Scalfari nella sua intervista, “esiste una visione del Bene unica? E chi la stabilisce?”. “Ciascuno di noi”, risponde il Papa, “ha una sua visione del Bene e anche del Male. Noi dobbiamo incitarlo a procedere verso quello che lui pensa sia il Bene”. “Lei, Santità”, incalza gesuiticamente Eugenio, al quale non pare vero, “l’aveva già scritto nella lettera che mi indirizzò. La coscienza è autonoma, aveva detto, e ciascuno deve obbedire alla propria coscienza. Penso che quello sia uno dei passaggi più coraggiosi detti da un Papa”. “E qui lo ripeto”, ribadisce il Papa, al quale non pare vero neanche a lui. “Ciascuno ha una sua idea del Bene e del Male e deve scegliere di seguire il Bene e combattere il Male come lui li concepisce. Basterebbe questo per migliorare il mondo”.

A Vaticano II già concluso e a postconcilio più che ben avviato, nel capitolo 32 della “Veritatis splendor”, Giovanni Paolo II scriveva, contestando “alcune correnti del pensiero moderno”, che “si sono attribuite alla coscienza individuale le prerogative di un’istanza suprema del giudizio morale, che decide categoricamente e infallibilmente del bene e del male (…) tanto che si è giunti a una concezione radicalmente soggettivista del giudizio morale”. Anche il “normalista” più estroso dovrebbe trovare difficile conciliare il Bergoglio 2013 con il Wojtyla 1993.

Al cospetto di tale inversione di rotta, i giornali fanno il loro onesto e scontato lavoro. Riprendono le frasi di Papa Francesco in evidente contrasto con ciò che i papi e la chiesa hanno sempre insegnato e le trasformano in titoli da prima pagina. E allora il “normalista”, che dice sempre e ovunque quello che pensa l’Osservatore Romano, tira in ballo il contesto. Le frasi estrapolate dal benedetto contesto non rispecchierebbero la mens di chi le ha pronunciate. Ma, ed è la storia della chiesa che lo insegna, certe frasi di senso compiuto hanno senso e vanno giudicate a prescindere. Se in una lunga intervista qualcuno sostiene che “Hitler è stato un benefattore dell’umanità”, difficilmente potrà cavarsela davanti al mondo invocando il contesto. Se un Papa dice in un’intervista “io credo in Dio, non in un Dio cattolico” la frittata è fatta a prescindere. Sono duemila anni che la chiesa giudica le affermazioni dottrinali isolandole dal contesto. Nel 1713, Clemente XI pubblica la costituzione “Unigenitus Dei Filius” in cui condanna 101 proposizioni del teologo Pasquier Quesnel. Nel 1864, Pio IX pubblica nel “Sillabo” un elenco di proposizioni erronee. Nel 1907, San Pio X allega alla “Pascendi dominici gregis” 65 frasi incompatibili con il cattolicesimo. E sono solo alcuni esempi per dire che l’errore, quando c’è, si riconosce a occhio nudo. Una ripassatina al “Denzinger” non farebbe male.

Per altro, nel caso delle interviste di Bergoglio, l’analisi del contesto può persino peggiorare le cose. Quando, per esempio, Papa Francesco dice a Scalfari che “il proselitismo è una solenne sciocchezza”, il “normalista” subito spiega che si sta parlando del proselitismo aggressivo delle sette sudamericane. Purtroppo, nell’intervista, Bergoglio dice a Scalfari: “Non voglio convertirla”. Ne scende che, nell’interpretazione autentica, quando si definisce “solenne sciocchezza” il proselitismo, si intende il lavoro fatto dalla chiesa per convertire le anime al cattolicesimo.

Sarebbe difficile interpretare il concetto altrimenti, alla luce delle nozze tra Vangelo e mondo, che Francesco ha benedetto nell’intervista alla Civiltà Cattolica. “Il Vaticano II”, spiega il Papa, “è stato una rilettura del Vangelo alla luce della cultura contemporanea. Ha prodotto un movimento di rinnovamento che semplicemente viene dallo stesso Vangelo. I frutti sono enormi. Basta ricordare la liturgia. Il lavoro della riforma liturgica è stato un servizio al popolo come rilettura del Vangelo a partire da una situazione storica concreta. Sì, ci sono linee di ermeneutica di continuità e di discontinuità, tuttavia una cosa è chiara: la dinamica di lettura del Vangelo attualizzata nell’oggi che è stata propria del Concilio è assolutamente irreversibile”. Proprio così, non più il mondo messo in forma alla luce del Vangelo, ma il Vangelo deformato alla luce del mondo, della cultura contemporanea. E chissà quante volte dovrà avvenire, a ogni torno di mutamento culturale, ogni volta mettendo in mora la rilettura precedente: nient’altro che il concilio permanente teorizzato dal gesuita Carlo Maria Martini.

Su questa scia, si sta alzando sull’orizzonte l’idea di una nuova chiesa, “l’ospedale da campo” evocato nell’intervista a Civiltà Cattolica dove pare che i medici fino a ora non abbiano fatto bene il loro mestiere. “Penso anche alla situazione di una donna che ha avuto alle spalle un matrimonio fallito nel quale ha pure abortito”, dice sempre il Papa. “Poi questa donna si è risposata e adesso è serena con cinque figli. L’aborto le pesa enormemente ed è sinceramente pentita. Vorrebbe andare avanti nella vita cristiana. Che cosa fa il confessore?”. Un discorso costruito sapientemente per essere concluso da una domanda dopo la quale si va capo e si cambia argomento, quasi a sottolineare l’inabilità della chiesa di rispondere. Un passaggio sconcertante se si pensa che la chiesa soddisfa da duemila anni tale quesito con una regola che permette l’assoluzione del peccatore, a patto che sia pentito e si impegni a non rimanere nel peccato. Eppure, soggiogate dalla straripante personalità di Papa Bergoglio, legioni di cattolici si sono bevute la favola di un problema che in realtà non è mai esistito. Tutti lì, con il senso di colpa per duemila anni di presunte soperchierie ai danni dei poveri peccatori, a ringraziare il vescovo venuto dalla fine del mondo, non per aver risolto un problema non c’era, ma per averlo inventato.

L’aspetto inquietante del pensiero sotteso a tali affermazioni è l’idea di un’alternativa insanabile fra rigore dottrinale e misericordia: se c’è uno, non può esservi l’altra. Ma la chiesa, da sempre, insegna e vive esattamente il contrario. Sono la percezione del peccato e il pentimento di averlo commesso, insieme al proposito di evitarlo in futuro, che rendono possibile il perdono di Dio. Gesù salva l’adultera dalla lapidazione, la assolve, ma la congeda dicendo: “Va, e non peccare più”. Non le dice: “Va, e sta tranquilla che la mia chiesa non eserciterà alcuna ingerenza spirituale nella tua vita personale”.

Visto il consenso praticamente unanime nel popolo cattolico e l’innamoramento del mondo, contro il quale però il Vangelo dovrebbe mettere in sospetto, verrebbe da dire che sei mesi di Papa Francesco hanno cambiato un’epoca. In realtà, si assiste al fenomeno di un leader che dice alla folla proprio quello che la folla vuole sentirsi dire. Ma è innegabile che questo viene fatto con grande talento e grande mestiere. La comunicazione con il popolo, che è diventato popolo di Dio dove di fatto non c’è più distinzione tra credenti e non credenti, è solo in piccolissima parte diretta e spontanea.

Persino i bagni di folla in piazza San Pietro, alla Giornata mondiale della gioventù, a Lampedusa o ad Assisi sono filtrati dai mezzi di comunicazione che si incaricano di fornire gli avvenimenti unitamente alla loro interpretazione.

Il fenomeno Francesco non si sottrae alla regola fondamentale del gioco mediatico, ma, anzi, se ne serve quasi a diventarne connaturale. Il meccanismo fu definito con grande efficacia all’inizio degli anni Ottanta da Mario Alighiero Manacorda in un godibile libretto dal godibilissimo titolo “Il linguaggio televisivo. O la folle anadiplosi”. L’anadiplosi è una figura retorica che, come avviene in questa riga, fa iniziare una frase con il termine principale contenuto nella frase precedente. Tale artificio retorico, secondo Manacorda, è divenuto l’essenza del linguaggio mediatico. “Questi modi puramente formali, superflui, inutili e incomprensibili quanto alla sostanza” diceva “inducono l’ascoltatore a seguire la parte formale, cioè la figura retorica, e a dimenticare la parte sostanziale”.

Con il tempo, la comunicazione di massa ha finito per sostituire definitivamente l’aspetto formale a quello sostanziale, l’apparenza alla verità. E lo ha fatto, in particolare, grazie alle figure retoriche della sineddoche e della metonimia, con le quali si rappresenta una parte per tutto. La velocità sempre più vertiginosa dell’informazione impone di trascurare l’insieme e porta a concentrarsi su alcuni particolari scelti con perizia per dare una lettura del fenomeno complessivo. Sempre più spesso, giornali, tv, siti internet, riassumono i grandi eventi in un dettaglio.

Da questo punto di vista, sembra che Papa Francesco sia stato fatto per i mass media e che i mass media siano stati fatti per Papa Francesco. Basta citare il solo esempio dell’uomo vestito di bianco che scende la scaletta dell’aereo portando una sdrucita borsa di cuoio nera: perfetto uso di sineddoche e metonimia insieme. La figura del Papa viene assorbita da quella borsa nera che ne annulla l’immagine sacrale tramandata nei secoli per restituirne una completamente nuova e mondana: il Papa, il nuovo Papa, è tutto in quel particolare che ne esalta la povertà, l’umiltà, la dedizione, il lavoro, la contemporaneità, la quotidianità, la prossimità a quanto di più terreno si possa immaginare.
L’effetto finale di tale processo porta alla collocazione sullo sfondo del concetto impersonale di Papato e la contemporanea salita alla ribalta della persona che lo incarna. L’effetto è tanto più dirompente se si osserva che i destinatari del messaggio recepiscono il significato esattamente opposto: osannano la grande umiltà dell’uomo e pensano che questi porti lustro al Papato.

Per effetto di sineddoche e metonimia, il passo successivo consiste nell’identificare la persona del Papa con il Papato: una parte per il tutto, e Simone ha spodestato Pietro. Questo fenomeno fa sì che Bergoglio, pur esprimendosi formalmente come dottore privato, trasformi di fatto qualsiasi suo gesto e qualsiasi sua parola in un atto di magistero. Se poi si pensa che persino la maggior parte dei cattolici è convinta che quanto dice il Papa sia solo e sempre infallibile, il gioco è fatto. Per quanto si possa protestare che una lettera a Scalfari o un’intervista a chicchessia siano persino meno di un parere da dottore privato, nell’epoca massmediatica, l’effetto che produrranno sarà incommensurabilmente maggiore a qualsiasi pronunciamento solenne. Anzi, più il gesto o il discorso saranno formalmente piccoli e insignificanti, tanto più avranno effetto e saranno considerati come inattaccabili e incriticabili.

Non a caso la simbologia che sorregge questo fenomeno è fatta di povere cose quotidiane. La borsa nera portata in mano sull’aereo è un esempio di scuola. Ma anche quando si parla della croce pettorale, dell’anello, dell’altare, delle suppellettili sacre o dei paramenti, si parla del materiale con cui sono fatte e non più di ciò che rappresentano: la materia informe ha avuto il sopravvento sulla forma. Di fatto, Gesù non si trova più sulla croce che il Papa porta al collo perché la gente viene indotta a contemplare il ferro in cui l’oggetto è stato prodotto. Ancora una volta la parte si mangia il Tutto, che qui va scritto con la “T” maiuscola. E la “carne di Cristo” viene cercata altrove e ciascuno finisce per individuare dove vuole l’olocausto che più gli si confà. In questi giorni a Lampedusa, domani chissà.
E’ l’esito della saggezza del mondo, che san Paolo bandiva come stoltezza e che oggi viene usata per rileggere il Vangelo con gli occhi della tv. Ma già nel 1969, Marshall McLuhan scriveva a Jacques Maritain: “Gli ambienti dell’informazione elettronica, che sono stati completamente eterei, nutrono l’illusione del mondo come sostanza spirituale. Questo è un ragionevole fac simile del Corpo Mistico, un’assordante manifestazione dell’anticristo. Dopo tutto, il principe di questo mondo è un grandissimo ingegnere elettronico”.

Prima o poi ci si dovrà pur risvegliare dal grande sonno massmediatico e tornare a misurarsi con la realtà. E bisognerà anche imparare l’umiltà vera, che consiste nel sottomettersi a Qualcuno di più grande, che si manifesta attraverso leggi immutabili persino dal Vicario di Cristo. E bisognerà ritrovare il coraggio di dire che un cattolico può solo sentirsi smarrito davanti a un dialogo in cui ognuno, in omaggio alla pretesa autonomia della coscienza, venga incitato a proseguire verso una sua personale visione del bene e del male. Perché Cristo non può essere un’opzione tra le tante. Almeno per il suo vicario.

Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro

(Giornalista e studioso di letteratura il primo, canonista e docente di Bioetica il secondo, gli autori sono espressione autorevole del mondo tradizionalista cattolico)

Fonte > Il Foglio.it
http://www.effedieffe.com/index.php?option=com_content&view=article&id=269239:questo-papa-non-ci-piace-&catid=83:free&Itemid=100021
09.10.2013

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DIFENDO MONS. BRUNERO GHERARDINI – di Roberto de Mattei

 

di Roberto de Mattei

gherardini

Mons. Brunero Gherardini

Negli ultimi tempi sono iniziati ad apparire pesanti attacchi alla riflessione teologica di mons. Brunero Gherardini sul Concilio Vaticano II e alla storia che io stesso di quell’evento ho proposto. La discussione non è mai inutile, ma a condizione che segua determinate regole, a cominciare dal rispetto per opinioni diverse dalle proprie. Negli attacchi nei nostri confronti, la violenza e la gratuità delle accuse sembra invece proporzionale alla esiguità degli argomenti. Mons. Gherardini, il sottoscritto ed anche altre valorosi apologeti, come il padre Serafino Lanzetta F.I., Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro, siamo accusati, su alcuni siti web, di essere “criptosedevacantisti”, e veniamo accomunati ai luterani, per la nostra “mentalità protestantizzata”, agli “neognostici pseudo-tradizionalisti”, e ai progressisti, a cui saremmo uniti dall’”orgoglio individuale”. Non intendo per il momento reagire per quanto riguarda la mia persona, ma sento l’obbligo di intervenire in difesa di mons. Brunero Gherardini per un puro dovere di giustizia, prima ancora che di amicizia.

Va ricordato innanzitutto chi è il bersaglio primario di questi sconsiderati attacchi. Mons. Brunero Gherardini, nato a Prato nel 1925, ordinato sacerdote nel 1948, officiale dell’allora Sacra Congregazione dei Seminari, dopo avere avuto la responsabilità dei seminari regionali e diocesani d’Italia, fu chiamato alla Pontificia Università Lateranense, dove, dal 1968, insegnò come ordinario di ecclesiologia e fu decano della Facoltà teologica. Allievo e stretto collaboratore di mons. Antonio Piolanti, è stato membro e responsabile della Pontificia Accademia Teologica Romana e della Pontificia Accademia di S. Tommaso. Direttore della rivista internazionale “Divinitas”, canonico della Basilica Patriarcale di San Pietro, Postulatore, fino allo scorso anno, della Causa di canonizzazione del Beato Pio IX, è noto per essere, oltre che un grande teologo, un sacerdote esemplare, né è mai incorso in alcuna censura teologica o canonica da parte delle autorità ecclesiastiche. Egli ha dedicato tutta la sua vita alla Chiesa e la serve con accentuato fervore in un’età in cui tanti suoi confratelli vivono da tranquilli pensionati ecclesiastici. Basterebbe questo per imporre il rispetto e l’ammirazione nei suoi confronti e, anche nel caso di divergenze di opinioni, ad esigere che egli sia trattato con la deferenza e il rispetto che impongono il suo abito ecclesiastico, la sua carriera accademica, e soprattutto la stima di cui è unanimemente circondato.

Va aggiunto che su alcuni temi inerenti al Concilio Vaticano II, tra le posizioni di mons. Gherardini di un tempo e quelle di oggi si può registrare uno sviluppo e un’esplicitazione, conseguenza di una maturazione del suo pensiero, ma non certo incoerenza e tanto meno contraddizione. Lo stesso non si può dire del suo principale accusatore, il parroco don Pietro Cantoni, autore di uno sgradevole volumetto a cui alcuni suoi discepoli si richiamano esplicitamente nelle loro accuse a mons. Gherardini,

Conosco don Cantoni altrettanto bene di mons. Gherardini, avendo frequentato entrambi fin dagli inizi degli anni Settanta. Ero allora assistente di Augusto Del Noce che mi confidava di considerare mons. Gherardini come il massimo teologo vivente in Italia. Piero Cantoni, nato a Piacenza nel 1950, era un giovane proveniente dal tradizionalismo neopagano. Si convertì grazie anche agli Esercizi Spirituali di sant’Ignazio predicati dal padre Lodovico Barrielle (1897-1983), maturò una sincera vocazione religiosa ed entrò nel seminario di Ecône dove, nel 1978, fu ordinato sacerdote da mons. Marcel Lefebvre e, per le sue qualità intellettuali, fu nominato professore. Ricordo bene come egli fosse allora affascinato dalle tesi del padre Guérard de Lauriers (1898-1988), noto come autore della “tesi di Cassiciacum”, secondo cui, a partire dal 1965, i Papi sono tali solo “materialiter” (nell’accezione scolastica del termine). Il padre de Lauriers riteneva, a differenza di mons. Lefebvre, che un Concilio non può sbagliare nelle sue decisioni: dal momento che alcuni documenti conciliari erano in oggettiva e indubbia contraddizione col Magistero perenne della Chiesa, il Papa che li aveva promulgati, e i successori che li avevano accettati, avevano perso con ciò, almeno sul piano formale, la loro suprema autorità. In coerenza con questa tesi teologica, padre de Lauriers si allontanò da mons. Lefebvre e nel 1981 fu consacrato vescovo, validamente ma illecitamente, dall’arcivescovo emerito di Hué, il vietnamita Pierre Martin Ngô Đình Thục (1897-1984).

Don Piero Cantoni non si sentì di fare l’arrischiato passo che, dietro mons. de Lauriers, facevano alcuni suoi confratelli, ma non rinunciò allo schema teologico assorbito dal domenicano francese, capovolgendone i termini. Riconoscendo la suprema autorità del Papa, ne concluse che i documenti che egli aveva fino ad allora ritenuto contraddittori con il Magistero della Chiesa dovessero invece essere considerati coerenti con esso. La semplicistica equazione Concilio=infallibilità spingeva verso il sedevacantismo o verso il conciliarismo “vaticansecondista”. In quello stesso 1981, don Cantoni lasciò anch’egli il seminario di Ecône con un gruppo di seminaristi italiani, fu incardinato nella diocesi di Apuania, divenne parroco e si iscrisse alla Università Lateranense, dove fu accolto, con grande carità, proprio da mons. Gherardini, laureandosi sotto la sua guida con una ricerca sul “Novus Ordo Missae”. A partire dal 1981, la rivista di Alleanza Cattolica, “Cristianità”, che fin dalla sua nascita, nel 1973, aveva ospitato scritti di mons. Marcel Lefebvre, mons. Antonio de Castro Mayer ed altri autori tradizionalisti, virò di rotta, sotto l’ispirazione teologica di don Cantoni. Mons. Lefebvre, e con lui la maggior parte del mondo detto “tradizionalista”, mantenne una posizione diversa sia dal “sedevacantismo” che dal “conciliarismo”, a cui don Cantoni si era allineato. Con le consacrazioni episcopali, valide ma illecite, del 4 giugno 1988, mons. Lefebvre si pose tuttavia in una posizione canonicamente irregolare, che è attualmente al centro dei colloqui tra la Fraternità San Pio X e la Santa Sede.

Ogni itinerario esistenziale è rispettabile, soprattutto se è sofferto, ma chi ha capovolto le sue posizioni non può rivolgere a chi è stato coerente l’accusa, che a mons. Gherardini oggi è indirizzata, di essere “ambiguo” o “ondivago”. Ma soprattutto nessuno può sostituirsi alla suprema autorità della Chiesa nel giudicare, su questioni non definite, i propri fratelli nella fede. Vi sono alcuni dogmi, come quelli dell’Immacolata Concezione che sono infallibilmente definiti dal Magistero straordinario della Chiesa. Chi li negasse dovrebbe essere considerato, senza appello, eretico. Esistono altre verità, di ordine teologico, come quella dell’invalidità dell’ordinazione sacerdotale delle donne che non possono essere negate senza cadere nell’eresia o nell’errore, perché, pur non essendo state mai definite dal Magistero straordinario, sono state proposte infallibilmente dal magistero ordinario e universale. Vi sono però altri punti su cui la discussione teologica è aperta quali, ad esempio, il valore teologico da attribuire alla dichiarazione sulla libertà religiosa Dignitatis Humanae o alla riforma liturgica di Paolo VI. In questi casi il Magistero straordinario non si è pronunciato e mancano le condizioni richieste dal Vaticano I per l’infallibilità del Magistero ordinario. La discussione è dunque libera e aperta.

La Chiesa, nel corso della sua storia, ha sempre conosciuto dispute teologiche, anche serrate. Fino a che una verità non è definita dalla Chiesa, è lecito difendere la propria opinione, anche con calore, perché abbiamo l’obbligo di sostenere ciò che ci sembra vero. Non abbiamo però il diritto di “scomunicare” chi la pensa in maniera diversa da noi, solo perché non ne condividiamo le opinioni. Se mons. Gherardini, padre Lanzetta o il prof. de Mattei sbagliano, lasciamo che sia la Chiesa a condannarli. Ma se mons. Gherardini vive in Vaticano e scrive sull’”Osservatore Romano”, vuol dire che le sue opinioni, anche se non necessariamente condivise, sono quantomeno tollerate dalle autorità ecclesiastiche. E come potrebbero non esserlo, quando sono tollerate posizioni, queste sì oggettivamente eretiche, come quelle dei parroci austriaci o tedeschi che reclamano l’ordinazione delle donne e il matrimonio dei preti? Non meraviglia che le posizioni di mons. Gherardini siano invise al fronte progressista. Ma perché tanta avversione da parte di chi progressista non è? Perché si concentra il fuoco su chi difende la Tradizione, invece di riunire tutte le proprie forze per combattere chi questa Tradizione nega?

Forse gli accusatori di mons. Gherardini, che si propongono come gli unici interpreti del Magistero della Chiesa, vorrebbero che l’unica alternativa alla loro accettazione incondizionata del Vaticano II fosse il sedevacantismo o, quantomeno, la posizione di irregolarità canonica in cui si trova attualmente la Fraternità San Pio X. L’accusa di “criptosedevacantismo” fa torto all’intelligenza e all’onestà di chi la pronuncia. E per quanto riguarda quella di “lefebvrismo”, lo stesso mons. Gherardini ha ribadito, ancora recentemente, con chiarezza, le sue posizioni,”Condivido con la Fraternità alcune idee di fondo: il senso della Tradizione viva perché ininterrotta, la “romanità” del Fondatore, la critica all’attuale involuzione mondana, ed altro ancora. Non però l’autonomia con cui la Fraternità “conosce” cause matrimoniali, scioglie matrimoni, riduce allo stato laicale: queste son competenze della Chiesa e dei suoi tribunali, non d’una “società sacerdotale”, oltretutto non ancora canonicamente riconosciuta”.

In una parola, condividere alcune posizioni dottrinali non significa essere corresponsabile delle scelte di vita canonica. Il grande merito di mons. Gherardini è proprio quello di aver dimostrato che si può svolgere una seria e obiettiva critica di alcuni documenti del Concilio Vaticano II rimanendo pienamente all’interno della Chiesa cattolica, rispettandone le supreme Autorità e lasciando ad esse il compito di risolvere la questione in maniera definitoria. Fino a quando ciò non avviene la discussione resta lecita e dovrebbe avvenire in maniera pacata e rispettosa. Non può essere definito “sedevacantista” o“protestante” chi analizza criticamente documenti, atti o omissioni dell’autorità ecclesiastica non coperti dall’infallibilità, ma chi nega, di principio o di fatto, l’esistenza di questa autorità. E questo non è il caso né di mons. Gherardini né degli altri autori sotto accusa, che in altri tempi sarebbero stati definiti “ultramontani” proprio per il loro attaccamento alla Autorità apostolica e alla Sede Romana. Le accuse che ci sono rivolte ledono il nostro onore di cattolici e costituiscono una ingiusta denigrazione, che comporta un peccato contro la giustizia, in sé grave. E’ in nome della giustizia violata che scrivo queste righe e che chiedo che siano modificati i termini della discussione in atto. In caso contrario nessuno potrà sottrarsi al diritto a difendersi e ci troveremo di fronte a controversie dolorose, ma forse purificatrici.

Roberto de Mattei

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Francesco sulla Cattedra di Pietro

Pubblicato il 14 marzo 2013

L'ARGENTINO BERGOGLIO E' PAPA FRANCESCO(di Roberto de Mattei) La Chiesa ha un nuovo Papa: Jorge Mario Bergoglio, il  primo Papa non europeo, il primo Papa latino americano, il primo Papa di nome Francesco. I mass-media cercano di indovinare, attraverso il suo passato di cardinale, di arcivescovo di Buenos Aires e di semplice sacerdote, quale sarà il futuro della Chiesa sotto il suo pontificato. Di quale “rivoluzione” sarà portatore? Hans Küng lo definisce «la migliore scelta possibile» (“La Repubblica”, 14 marzo 2013). Ma solo dopo la nomina dei suoi collaboratori e dopo i suoi primi discorsi programmatici si potranno prevedere le linee del pontificato di Papa Francesco. Per ogni Papa vale quello che disse, nel 1458, il cardinale Enea Silvio Piccolomini al momento della sua elezione, con il nome di Pio II: «dimenticate Enea, accogliete Pio». La storia non si ripete mai esattamente, ma il passato aiuta a comprendere il presente. Nel XVI secolo la Chiesa cattolica attraversava una crisi senza precedenti. L’umanesimo, con il suo edonismo immorale, aveva contagiato la Curia Romana e gli stessi Pontefici. Contro questa corruzione era sorta la pseudo-riforma protestante di Martin Lutero, liquidata da Papa Leone X, della famiglia Medici, come «una bega tra monaci». L’eresia aveva iniziato a divampare quando, alla morte di Leone X, nel 1522, fu inaspettatamente eletto il primo Papa tedesco, Adrian Florent, di Utrecht, con il nome di Adriano VI.La brevità del pontificato gli impedì di portare a termine i suoi progetti, in particolare, scrive lo storico dei Papi Ludwig von Pastor, «la guerra gigantesca contro lo sciame di abusi che deformava la curia romana come quasi l’intera Chiesa». .Se pure egli avesse avuto un governo più lungo, il male, nella Chiesa, era troppo radicato, osserva Pastor, «perché un pontificato solo potesse produrre quel grande cambiamento che era necessario. Tutto il male che era stato commesso in parecchie generazioni poteva migliorarsi soltanto con un lavoro lungo, ininterrotto». Adriano VI comprese la gravità del male e le responsabilità degli uomini di Chiesa, come emerge chiaramente da una istruzione che, a suo nome, il nunzio Francesco Chieregati lesse alla Dieta di Norimberga, il 3 gennaio 1523. Si tratta, come osserva Ludwig von Pastor, di un documento di straordinaria importanza non solo per conoscere le idee riformatrici del Papa, ma perché è un testo senza precedenti nella storia della Chiesa. Dopo aver confutato l’eresia luterana, nell’ultima e più notevole parte dell’istruzione, Adriano tratta della defezione della suprema autorità ecclesiastica di fronte ai novatori. «Dirai ancora», ecco la espressa istruzione che egli dà al nunzio Chieregati, «che noi apertamente confessiamo che Iddio permette avvenga questa persecuzione della sua Chiesa a causa dei peccati degli uomini e in particolare dei preti e prelati; è certo che la mano di Dio non s’è accorciata sì che egli non possa salvarci, ma gli è il peccato a distaccarci da lui sì che Egli non ci esaudisce. La Sacra Scrittura insegna chiaramente che i peccati del popolo hanno la loro origine nei peccati del clero e perciò, come rileva il Crisostomo, il nostro Redentore, quando volle purgare l’inferma città di Gerusalemme, andò prima al tempio per punire innanzi tutto i peccati dei preti, a guisa d’un buon medico, che sana la malattia nella radice. Sappiamo bene che anche presso questa Santa Sede già da anni si sono manifestate molte cose detestabili: abusi in cose ecclesiastiche, lesioni dei precetti; anzi, che tutto s’è cambiato in male. Non è pertanto da far meraviglia se la malattia s’è trapiantata dal capo nelle membra, dai Papi nei prelati. Tutti noi, prelati e ecclesiastici, abbiamo deviato dalla strada del giusto e da lunga pezza non v’era alcuno che facesse bene. Dobbiamo quindi noi tutti dare onore a Dio e umiliarci innanzi a Lui: ognuno mediti perché cadde e si raddrizzi piuttosto che venir giudicato da Dio nel giorno dell’ira sua. Perciò tu in nome nostro prometterai che noi vogliamo porre tutta la diligenza perché venga migliorata prima di tutto la Corte romana, dalla quale forse hanno preso il loro cominciamento tutti questi mali; allora, come di qui è partita la malattia, di qui anche comincerà il risanamento, a compiere il quale noi ci consideriamo tanto più obbligati perché tutti desiderano tale riforma. Noi non abbiamo mai agognato la dignità papale ed avremmo più volentieri chiuso i nostri occhi nella solitudine della vita privata: volentieri avremmo rinunciato alla tiara e solo il timore di Dio, la legittimità dell’elezione e il pericolo d’uno scisma ci hanno indotto ad assumere l’ufficio di sommo pastore, che non vogliamo esercitare per ambizione, né per arricchire i nostri congiunti, ma per ridare alla Chiesa santa, sposa di Dio, la sua primiera bellezza, per aiutare gli oppressi, per innalzare uomini dotti e virtuosi, in genere per fare tutto ciò che spetta a un buon pastore e a un vero successore di san Pietro. Però nessuno si meravigli se non eliminiamo d’un colpo solo tutti gli abusi, giacché la malattia ha profonde radici ed è molto ramificata. Si farà quindi un passo dopo l’altro e dapprima si ovvierà con medicine appropriate ai mali gravi e più pericolosi affinché con un’affrettata riforma di tutte le cose non si ingarbugli ancor più il tutto. A ragione dice Aristotele che ogni improvviso cambiamento è pericoloso alla repubblica (…)». Le parole di Adriano VI ci aiutano a comprendere come la crisi che oggi attraversa la Chiesa possa avere le sue origini nelle mancanze dottrinali e morali degli uomini di Chiesa nel mezzo secolo seguito al Concilio Vaticano II. La Chiesa è indefettibile, ma i suoi membri, anche le supreme autorità ecclesiastiche, possono sbagliare e devono essere pronti a riconoscere, anche pubblicamente, le loro colpe. Sappiamo che Adriano VI ebbe il coraggio di intraprendere questa revisione del passato. Come affronterà il nuovo Papa il processo di autodemolizione dottrinale e morale della Chiesa e quale atteggiamento avrà di fronte ad un mondo moderno impregnato di uno spirito profondamente anticristiano? Solo il futuro risponderà a queste domande, ma è certo che le cause dell’oscurità del tempo presente affondano nel nostro più recente passato. La storia ci dice anche che ad Adriano VI successe Giulio de’ Medici, con il nome di Clemente VII (1523-1534). Sotto il suo pontificato avvenne, il 6 maggio 1527, il terribile sacco di Roma, ad opera dei lanzichenecchi luterani dell’imperatore Carlo V. È difficile descrivere quante e quali furono le devastazioni e i sacrilegi compiuti durante questo evento che superò per efferatezza il sacco di Roma del 410. Con particolare crudeltà si infierì contro le persone ecclesiastiche: religiose stuprate, preti e monaci uccisi e venduti come schiavi, chiese, palazzi, case distrutte. Alle stragi seguirono, in rapida successione, la fame ed un’epidemia di peste. Gli abitanti vennero decimati.

Il popolo cattolico interpretò l’evento come un meritato castigo per i propri peccati. Fu solo dopo il terribile sacco che la vita di Roma cambiò profondamente. Il clima  di relativismo morale  religioso si dissolse e la miseria generale diede alla Città sacra un’impronta austera e penitente. Questa nuova atmosfera rese possibile la grande rinascita religiosa della Contro-Riforma cattolica del XVI secolo. (Roberto de Mattei)

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Vito MancusoL’11 Ottobre 1962 si apriva a Roma, in San Pietro, il Concilio Ecumenico Vaticano II. Un evento straordinario, nella storia della Chiesa contemporanea. Desiderato e voluto dalla sapienza lungimirante di Giovanni XXIII. Così, per ricordare a cinquant’anni di distanza, abbiamo pensato di dedicare a quell’avvenimento una serie di approfondimenti. Incomiciamo, oggi, con una intervista al teologo Vito Mancuso. Mancuso è una delle voci più interessanti nel panorama teologico italiano ed europeo.
Professore, non si è ancora spenta nell’opinione pubblica la grande risonanza che ha avuto la morte del Cardinale Carlo Maria Martini. In particolare ha suscitato, e continua a suscitare polemiche l’”intervista-testamento” del Cardinale uscita sul “Corriere della Sera” dopo la sua morte. Lei, in un articolo su “Repubblica” di domenica scorsa, ha giudicato alcuni interventi di esponenti cattolici come “operazione-anestesia” sulla figura di Martini. Cosa intende esattamente con queste parole?

Per “operazione-anestesia” intendo una prassi abbastanza consolidata all’interno della storia della Chiesa cattolica, anche recente. Ieri padre Alberto Maggi dei Servi di Maria, noto biblista, dopo aver letto il mio articolo, mi ha scritto dicendo che era presente ai funerali di don Lorenzo Milani, quand’era novizio, nel Duomo di Firenze, e di ricordare che il cardinal Florit parlava di don Milani come fulgido esempio di obbedienza alla Chiesa, lui Florit … che l’aveva ostacolato praticamente in tutti i modi fino al giorno prima, ecco … e Don Milani che aveva detto, come a tutti è noto, “l’obbedienza non è più una virtù”. Gli esempi potrebbero essere altri . E questo è un tentativo di riprendere all’interno del grande potere ecclesiastico le profezie scomode dei credenti che sono che si sono imposti, che sono stati amati e che sono ancora amati. Io semplicemente ho notato come, a partire da una settimana, praticamente dal giorno stesso del funerale insomma, quest’operazione è iniziata anche sulla memoria, sul messaggio del Cardinal Martini.

In particolare, su due cose: primo, togliendo tensione alle sue parole sulla Chiesa, togliendo la carica profetica e facendo sempre vedere come Martini fino in fondo abbia voluto essere del tutto conforme al potere ecclesiastico, il che è vero, non è che lui ha voluto fare l’anti-papa, ma è altrettanto vero che le parole che ha pronunciato, soprattutto da quando non è stato più Arcivescovo di Milano, sono lì, sono esplicite, sono chiare, non sono per nulla parole di applauso verso il potere, verso lo status quo ecclesiastico, basta leggere “Conversazioni notturne a Gerusalemme” per rendersene conto. E la seconda cosa sulla bioetica. Anche qui, la bioetica, in quest’articolo di Francesco d’Agostino su “Avvenire” poneva questa distinzione se c’è una bioetica pastorale che è quella di Martini che è una bioetica da parroco, tutto sommato, poi però c’è quella vera, quella teorica, dottrinale, che ha le sue esigenze e la Chiesa non si può attenere a questa bioetica che lui stesso definiva “fredda, dura, severa e tagliente” e con questi quattro aggettivi da brivido nel pensare a un’etica che voglia definirsi cristiana, che voglia essere all’insegna della misericordia, che è l’unica traccia che i cristiani possono seguire. E questo dimostra, così chiudo e mi collego al concilio, perché all’interno della Chiesa cattolica, e soprattutto italiana, l’atmosfera del Concilio, cioè del dibattito, cioè dell’assemblea, cioè del luogo in cui si possono anche manifestare delle opinioni contrarie, un luogo nel quale si può liberamente discutere, questo che è lo stile del Vaticano II si è perso, forse nella Chiesa italiana non c’è mai stato, ma di sicuro s’è perso in questi ultimi anni.

Veniamo al nostro tema. I Cinquant’anni dal Concilio Vaticano II. Recentemente il Cardinale Ruini, in una intervista al giornalista del “Corriere” Aldo Cazzullo, ha affermato sul Concilio: “Il Vaticano II è stato, come ha detto Giovanni Paolo II, la massima grazia ricevuta dalla Chiesa nel XX secolo. Proprio per questo è stato una sfida enorme, a volte mal compresa. Da ciò sono nati danni molto grandi”. E tra questi “danni” Ruini cita la crisi del clero, della vita consacrata, la crisi della forma cattolica della Chiesa. Cosa pensa di queste affermazioni? E inoltre: non nota una certa “afasia”della gerarchia a parlare del Concilio?
Allora, tre piccoli passi: il primo è che a mio avviso non c’è nulla nella storia e nella vita che avvenendo provochi cose positive e cose negative, è precisamente la legge dell’esistenza, un’esistenza fatta di tempo e di spazio, nella quale il sommo bene, il puro bene non è mai dato. Quindi, il fatto che un evento come il Concilio Vaticano II possa aver anche prodotto diciamo così degli sbilanciamenti, delle perdite di equilibrio, delle fughe in avanti, tutto questo ci sta, è una cosa che fa parte proprio del ritmo mediante il quale si muove la vita, anche perché occorre considerare che il Concilio Vaticano II si era messo in “mente” come incarico di fare da contrappeso come minimo a quattro-cinque secoli di totale chiusura della Chiesa gerarchica cattolica nei confronti della modernità. Quindi è chiaro che dovendo recuperare così tanto ci possa essere anche qualche squilibrio. Prima cosa che volevo dire. La seconda. Il Cardinal Ruini quindi afferma che c’è crisi del clero, crisi della vita religiosa e crisi della forma cattolica, sono le sue affermazioni. Allora la domanda è: il Concilio Vaticano II è la causa diretta della crisi del clero, della crisi della vita religiosa e della crisi della forma cattolica o piuttosto è stato semplicemente l’occasione nella quale la crisi si è potuta evidenziare, è diventata trasparente, si è potuto dichiarare che esiste, si sono scoperchiate una serie di situazioni che la rendevano comunque presente, ma … come dire … sottostante, un po’ sotto traccia, questa è la domanda a cui bisognerebbe rispondere, certamente questo non è il contesto, non c’è tempo per poterlo fare adeguatamente. A mio avviso, queste forme di crisi che sono reali, non le nego, ma non risalgono certo come prima causa al Concilio Vaticano II ma risalgono all’incapacità della Chiesa cattolica di “stare al mondo”, diciamo così. La chiesa non è una cosa diversa rispetto al mondo, la chiesa è un pezzo di mondo, un pezzo di mondo che tenta di coniugare il secolo, la mentalità comune, con gli ideali del Vangelo, ma astrarsi dal mondo per la Chiesa non è possibile, lo si capisce dal linguaggio, lo si capisce dalle strutture, Vogliamo parlare della Chiesa feudale, vogliamo parlare della Chiesa imperiale? La Chiesa da sempre ha portato con sé strutture, forme della mente, linguaggi, categorie, concetti, nel bene e nel male. La crisi quindi di questo “corpo” risale precisamente all’incapacità di essere in sintonia con lo sviluppo dei tempi, questa è la mia convinzione ed era del resto l’analisi di Giovanni XXIII perché se il Concilio Vaticano II è nato nella mente di papa Giovanni XXIII è stato esattamente a causa della presa di coscienza di una Chiesa non più all’altezza dei tempi e per voler creare quello che lui chiamava “aggiornamento”. Infine, terza cosa, l’afasia della gerarchia, era questa l’ultima questione. Secondo me, la gerarchia non è mai preda di afasie. La gerarchia cattolica parla, soprattutto in Italia, parla tanto, secondo me parla troppo, quasi ogni giorno … ma anche nei confronti del Concilio se ne parla, si fanno convegni, si fanno dibattito, ogni anniversario è buono, i quarant’anni dieci anni fa, i quarant’anni dall’inizio, i quarant’anni dalla chiusura, adesso i cinquant’anni dall’inizio, poi tra tre anni parleremo dei cinquant’anni dalla chiusura … documenti … Secondo me non è tanto quello, la vera questione è l’interpretazione, il modo in cui se ne parla, questa è la questione.

Una delle sfide che il Concilio si è trovato ad affrontare è stato quello del rapporto “, Chiesa-Mondo” (per meglio dire della Fede con la “Modernità”). Il Concilio è stato rimproverato di essere troppo ottimista. Concilio troppo “ottimista?
A mio avviso, dietro queste polemiche sull’ottimismo, il pessimismo della Chiesa, della Chiesa contemporanea, della Chiesa del Concilio verso il mondo, ci stanno due grandi problemi, uno di tipo storico e uno di tipo teologico. Il problema di tipo storico è quanto già prima in qualche modo accennavo, cioè il fatto che noi dobbiamo considerare perché è stato convocato il Concilio Vaticano II, per rispondere a quale esigenza, che cosa c’era prima e quello che c’era prima era una chiusura nettissima nei confronti di ogni valore che emergeva dal mondo e dalla coscienza della modernità. Tutte le grandi libertà democratiche che faticosamente nel ‘700, nell’ ’800, poi anche nella prima parte del ‘900, sono state conquistate dalla società umana, sono state molto spesso – direi – sistematicamente, sempre, avversate dalla Chiesa cattolica. E questo è il dato. Il dato è una chiusura nettissima della gerarchia cattolica nei confronti del, diciamo così, in una parola sola, del progresso democratico che la modernità ha portato con sé. Basta leggere il Sillabo di Pio IX, 1864, per rendersi conto di come ogni tipo di libertà democratica, a partire dalla libertà di coscienza, il suffragio universale, persino l’istruzione, persino la scuola pubblica, venivano criticate e condannate, senza alcuna possibilità di recupero.

Allora, di fronte a questo pessimismo potentissimo, per cui qualunque cosa emergesse dal mondo doveva essere condannata è stato troppo ottimista il Vaticano II? Di fronte a questo, il cuore pastorale di Giovanni XXIII si rese conto che senza un rapporto vitale con la modernità, con il mondo, la Chiesa semplicemente non poteva più portare avanti la sua missione evangelizzatrice, il rapporto con il mondo non è per la Chiesa un optional, la Chiesa non sta senza il mondo, è funzionale al mondo, la Chiesa è luce del mondo, è il sale della terra, è il lievito della pasta, e il lievito da solo non serve assolutamente a nulla, nessuno mangia il sale da solo, tutto ciò è funzionale al rapporto del lievito con la farina per fare il pane etc. etc. senza entrare sempre nelle metafore. Quindi, si tratta di recuperare questo, che nel recuperare questo ci siano, torno a dire, delle punte un po’ ingenue di ottimismo, questo ci può anche stare ed è anche normale, ma nessuno deve porsi di fronte ai testi magistrali di nessun tipo … quelli del Vaticano II, quelli del Vaticano I, quelli di Giovanni Paolo II, quelli di Benedetto XVI, quelli di qualunque tipo di pronunciamento magistrale con l’obbedienza assoluta alla lettera, non si tratta di giungere a questa visione assolutamente acritica per cui io devo sostenere la validità di ogni pronunciamento del Vaticano II, anch’io riconosco che ci sono dei limiti, per esempio, la non condanna del comunismo, vogliamo dirla tutto, ma anche la non condanna dell’antisemitismo, insomma ci sono tante cose che il Vaticano II avrebbe dovuto fare ma che non ha fatto, però quello che è decisivo è recuperare, questo sì, la consapevolezza che o la Chiesa ha un rapporto effettivo, organico, vero, fedele, nei confronti del mondo, capacità di dialogo, capacità di comprensione del mondo o semplicemente la Chiesa viene meno al suo compito istituzionale, decisivo, strutturale, che è quello di essere per il mondo. Ecco, questa è la questione decisiva.

Infine, posso accennare al fatto che questo discorso tra ottimismo e pessimismo che riguarda l’interpretazione dei testi conciliari è così vero che affonda le radici teologicamente parlando in alcuni testi del Nuovo Testamento, perché vi sono testi del Nuovo Testamento, visto come armonia e come perfetto governo, e mi riferisco per esempio al testo del Vangelo di Matteo laddove Gesù dice che tutti i capelli del nostro capo sono contati e che neanche un passero può cadere a terra senza che il Padre dei Cieli lo voglia, a significare proprio come esiste un governo effettivo su ogni singolo frammento della storia del mondo. Dall’altro lato, ci sono passi dei Vangeli nei quali appare che il mondo è governato da ben altra realtà che non il Padre celeste, è governato dal principe di questo mondo, o arkon tou cosmou toutou, dice il greco del IV Vangelo, per ben tre volte nel IV Vangelo si parla di un governo che è dell’avversario per eccellenza, del principe di questo mondo, di Satana, e allora il primo è del tutto ottimista, la prima versione, la seconda versione è del tutto pessimista, quindi il fatto che noi siamo qui a parlare di ottimismo o di pessimismo del Vaticano II non ci fa che toccare la dialettica che da sempre contraddistingue il messaggio cristiano nel suo rapporto col mondo.

L’Ecclesiologia del Concilio è quella di presentare la Chiesa come “Popolo di Dio” in cammino verso il Regno. Si tratta di una vera rivoluzione “copernicana” nella coscienza che ha di sé la Chiesa. C’è ancora questa consapevolezza?
Penso e spero proprio di sì, che nella consapevolezza, nella coscienza di tutti ci sia la precisa consapevolezza che la Chiesa non è il Regno. Non penso ci sia oggi qualche cattolico che guardando alla Chiesa così com’è, al Vaticano, alle diocesi, alle parrocchie, possa avere … come dire … l’illusione di ritenere che la Chiesa cattolica sia la pienezza, sia il Regno di Dio, è del tutto evidente che si tratta di un popolo di Dio, certamente abitato dalla presenza divina, ma di un popolo che ancora non è giunto alla pienezza ma è pellegrinante, è del tutto evidente questo, ma anche le affermazioni di papa Benedetto XVI spesso, così intrise di critica, talora di pessimismo sullo stato della Chiesa, lui stesso parla di carrierismo, parla di grandi polemiche interne, per le vicende legate al dolorisissimo capitolo pedofilia, tutto questo ci porta a dover essere grati al Concilio che ci ha fatto capire che la Chiesa non è il Regno di Dio, non è neanche la pienezza del corpo mistico di Cristo, ma è un popolo pellegrinante, in cammino, a volte nella direzione giusta, a volte nella direzione sbagliata.

Il Concilio ha fatto suo la “teologia del laicato”. Com’è lo stato del laicato nella Chiesa contemporanea? C’è spazio nella Chiesa di oggi per una fede adulta?

I laici nella Chiesa, spesso, quelli che ci sono, che prendono la parola, che parlano, spesso appaiono persino più clericali dei sacerdoti. Io conosco sacerdoti, monaci che sono profondamente laici nello spirito, e conosco laici sposati, laici cattolici, che sono più papisti del Papa. Il problema della laicità è anzitutto una forma mentale, un modo di saper coniugare la propria fede, la propria spiritualità con un mondo diverso, con un mondo plurale, con un mondo globalizzato, è questa la questione e la fede adulta a cui si riferiva nella domanda è proprio questa, è proprio la capacità di tenere presente l’idealità della dottrina con la complessità della realtà, e questo lavoro della mediazione è un lavoro che è necessario quanto mai soprattutto a chi voglia custodire dentro di sé una fede laica, una fede matura, capace effettivamente di parlare alle persone nelle situazioni concrete laddove si trovano. Se mi dice, poi, come stanno le cose a questo riguardo, beh, non sempre la Chiesa riesce a fare emergere una capacità interpretativa delle situazioni, spesso appare dottrinale, spesso appare intransigente, e proprio per riprendere quelle affermazioni di Francesco d’Agostino nell’articolo di Avvenire a proposito dell’ etica martiniana, spesso le affermazioni della Chiesa appaiono dure, severe, taglienti.

Cosa pensa di questa “rincorsa” verso i seguaci di Lefebvre?
Penso che più c’è unità nella Chiesa meglio è. Da questo punto di vista penso che sia da elogiare il tentativo di Paolo VI, di voler sempre tenere presente la minoranza, di voler giungere alla votazione dei documenti conciliari con la più ampia maggioranza possibile, evitare scismi. Io penso che un Papa debba fare questo, quindi non mi stupisce, anzi in un certo senso mi dà gioia, anzi mi rallegra il fatto che si cerchi da parte del Vaticano di mediare con quest’ala della destra tradizionalista, anticonciliare, naturalmente a due condizioni, primo che questa mediazione non sia svendita dei valori del Concilio, ma possa portare al fatto che i lefebvriani giungano ad accettare i grandi insegnamenti del Concilio, che sono la libertà religiosa, l’ecumenismo e la collegialità, altrimenti non è più – come dire – mediazione, ma svendita, e la seconda condizione è che questo tipo di attenzione da parte del Papa e in generale della gerarchia debba essere portata anche per l’altra parte, anche per l’estrema sinistra, non solo per l’estrema destra, mentre vedo molta attenzione verso l’estrema destra e nessuna verso l’estrema sinistra, anzi da questo punto di vista vedo sempre un tentativo di fare terra bruciata, basti pensare alla modalità con cui è stata trattata la Teologia della Liberazione.

Ultima domanda: Dopo cinquant’anni cosa ha dire ancora il Concilio all’uomo di oggi?Io, quando penso al Concilio, ho un’immagine immediata che mi si crea nella mente ed è l’immagine di Papa Giovanni XXIII alla finestra che saluta i fedeli la sera dell’11 ottobre 1962, che erano lì per la fiaccolata di inizio del Concilio, questo saluto ai fedeli bellissimo, tra l’altro avvenuto in seguito all’altrettanto bello, importantissimo discorso di apertura della mattinata, laddove il Papa conclude con quella famosissima frase “tornerete a casa, troverete i vostri bambini, fate una carezza ai vostri bambini e dite questa è la carezza del Papa”. Ecco, io penso che quello che il Concilio può dare, la grande speranza che il Concilio ha messo nei cuori degli uomini e verso la quale sempre bisogna tornare è quella di una Chiesa che dà carezze, di una Chiesa che si sa chinare sui mali del proprio tempo, sulle complessità della vita, sulle difficoltà della vita e le lenisce con bontà, con misericordia, in modo carezzevole. Più la Chiesa è in grado di fare questo, di essere casa accogliente e carezzevole per tutti, più è la Chiesa del Concilio, più è la Chiesa di Gesù.

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Mons. Gherardini sul Magistero: recenti precisazioni

Posted on 10/04/2013 by Segreteria_Web_di_don_Curzio

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Introduzione

Monsignor Brunero Gherardini, nella Rivista Divinitas[1], è tornato a spiegare più dettagliatamente il problema del Munus docendi nella Chiesa, riguardo alle ultime discussioni sorte recentemente sulla questione dei rapporti tra Rivelazione e Magistero.

Porgo al lettore un adattamento ed un riassunto dell’ottimo articolo di mons. Gherardini, con qualche mia breve considerazione, ed invito caldamente allo studio del medesimo articolo.

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Corpo dell’articolo

La parola Magistero indica il Potere di Insegnare, che Gesù ha lasciato alla Sua Chiesa ed anche l’Atto ed il Contenuto dell’Insegnamento della Chiesa in se stesso (p. 87).

Nella S. Scrittura (una delle due fonti della Rivelazione, assieme alla Tradizione) si trova la definizione di Magistero, specificatamente nel Vangelo secondo Matteo (XXVIII, 19): “Andate e fatevi Maestri di tutti i Popoli”, che alla lettera può esser tradotto: “Fate vostri discepoli tutti i Popoli” (p. 87), ossia “Sottomettete al vostro Magistero tutti i Popoli”.

È chiaro, da quanto rivelato nel Vangelo, che Gesù ha voluto istituire un Potere di Insegnamento o Magistero (v. anche Mt., XVIII, 18; Mc., XVI, 15; Lc., XXIV, 47; Gv., XXI, 15-17), anche se in Teologia ecclesiologica la parola “Magistero” è stata impiegata solo recentemente.

La parola Magistero, nel significato attuale ed in senso stretto, è stata introdotta dai canonisti tedeschi del XIX secolo, inoltre occorre attendere il Concilio Vaticano I (1870) per avere una dottrina definita sul Magistero ecclesiastico. Ma sin dai primi tempi del Cristianesimo si parla del “potere di sottomettere all’insegnamento” conferito da Gesù a Pietro e agli Apostoli (Mt., XVI, 16-19; Lc., X, 16; Gv., XXI, 15 ss.). Quindi la realtà del Magisterium è coeva a Cristo[2].

Perciò Gesù Cristo ha fondato o ha dato l’esistenza alla Sua “Chiesa” (Qahal, Èkklesìa, Ecclesia, cfr. Mt., XVI, 18), alla quale ha fornito tutti gli strumenti necessari per agire e cogliere il suo fine, che è la  salvezza della anime.

La Chiesa di Cristo è presentata dagli Atti degli Apostoli (XIX, 32-40) e dalle Epistole di San Paolo (1 Cor., X, 32; Gal., I, 13; 1 Tim., III, 15; Rom., XVI, 16) come la Comunità o Società religiosa della Nuova ed Eterna Alleanza, che ha rimpiazzato definitivamente  la Sinagoga della  Vecchia Alleanza (p. 88).

La Chiesa del Nuovo Testamento ha diverse caratteristiche:

a) il Mistero soprannaturale/verticale e la comunione fraterna tra i suoi membri;

b) la Società giuridica nettamente gerarchizzata.

Infatti tutti i battezzati sono fratelli in Cristo nella Comunione dei Santi, partecipando agli stessi Sacramenti come fonte della Grazia divina, ma con Uffici e Cariche ben distinte e diversificate: chi governa e chi è governato (Chiesa gerarchica o docente e Chiesa discente). Al vertice della Chiesa vi è Pietro con i suoi Successori i Papi (Mt., XVI, 16) quali Capi dei fedeli, degli Apostoli, dei Sacerdoti e dei Vescovi (p. 88).

Giustamente Pio XII ha definito la Chiesa il “Corpo Mistico di Cristo” (Enciclica Mystici Corporis Christi, 1943), ossia una Società giuridica e visibile (Corpo), ma anche soprannaturale (Mistico) in quanto fondata da Cristo, finalizzata al Paradiso e munita di strumenti soprannaturali (Sacramenti), che conferiscono la Vita divina o la Grazia santificante.

I “Dottori” o “Maestri” della Chiesa sono investiti da Gesù del Compito o Ufficio di Insegnamento o Magistero (Rm., XII, 7; XV, 4) delle Verità divinamente Rivelate. Ciò vuol dire che la Chiesa ha il Compito di Insegnare non qualsiasi verità, ma il “Vangelo” o la Dottrina rivelata da Dio e contenuta nell’Antico e Nuovo Testamento e nella Tradizione apostolica.

Il Compito magisteriale (Magisterium o Munus docendi), cronologicamente, precede il Compito di santificare (Sacerdotium o Munus santificandi) mediante i Sacramenti. Infatti prima occorre insegnare e spiegare la Fede e Morale cristiana e particolarmente cosa sia la Grazia e poi si possono amministrare i Sacramenti[3], come canale principale della Grazia, che dà la forza soprannaturale/sacramentale per professare il Credo ed osservare la Morale. Monsignor Antonio Piolanti scrive: “Gesù ha conferito agli Apostoli la triplice Potestà di Magistero, di Ministero [Sacerdozio, ndr] e di Giurisdizione (Mt., XXVIII, 19-20)” (Dizionario di Teologia dommatica, Roma, Studium, voce “Ordine”, IV ed., 1957, p. 293).

La Chiesa è fornita da Cristo come Re o Pastore anche della Carica di Imperio giurisdizionale (Imperium o Munus imperandi seu dirigendi)[4] mostrando agli uomini la retta “Via” che conduce le anime in Cielo, inculcando i postulati della Morale divina e richiedendo l’obbedienza verso di Essa, mediante apposite Leggi, specificative della Legge naturale e rivelata, promulgate da chi ha Autorità o Potere di Legiferare, di Giudicare chi non le osserva ed eventualmente di Punire chi le trasgredisce (Potere legislativo, giudiziario ed esecutivo).

Il Magistero o l’Insegnamento come oggetto o contenuto è stato ricevuto dai Dodici Apostoli con a capo Pietro, il “Principe degli Apostoli”, dalla bocca Gesù e poi Tramandato o Trasmesso (con la Tradizione apostolica) ai loro Discepoli e messo per Iscritto sotto divina Ispirazione (nella S. Scrittura).

Infine il Magistero come Ufficio di Insegnare è lo strumento di cui si servono i successori di Pietro e degli Apostoli cum Petro et sub Petro per interpretare e spiegare il vero significato della S. Scrittura e della Tradizione, la quale ultima, oltre che orale, può essere anche scritta, ma non sotto divina Ispirazione, come invece è per la S. Scrittura.

Anche il Magistero nel suo costante insegnamento costituisce un insieme di anelli di una catena vivente ed ininterrotta (p. 89), la quale, in questo caso di insegnamento costantemente ripetuto, è assistita infallibilmente (cfr. Pio IX, Lettera all’arcivescovo di Monaco, Tuas libenter, 1863).

La Chiesa non continua Cristo solo sacramentalmente mediante il Sacerdozio, dispensando la Grazia tramite i Sacramenti, ma Lo continua perpetuando ed approfondendo il Suo Insegnamento tramite il Magistero e la Sua Regalità tramite l’Imperium o Potere di Legiferare (p. 90), esercitando il Potere legislativo, esecutivo e giudiziario datole da Cristo “Maestro, Sacerdote e Re”.

Quindi la Chiesa ascolta la Verità divinamente Rivelata e la insegna sino alla  fine del mondo. Come Cristo, Essa (Atti, I, 8) è  inviata a “rendere testimonianza alla Verità” (Gv., XVIII, 37), ricevuta e ri-trasmessa continuamente (p. 90).

Il Magistero ecclesiastico come Ufficio insegna la Verità Rivelata divinamente, contenuta nella Tradizione e nella S. Scrittura, ne spiega ed interpreta l’esatto significato ed è munita del Potere di giudicare o discriminare la Verità dall’errore per promuovere la prima e condannare il secondo.

Infatti non si può promuovere la Verità senza condannare l’errore e siccome “le azioni sono dei soggetti” non vi è errore senza errante. Quindi per combattere efficacemente l’errore si deve poter condannare anche l’errante, affinché cessi di spargere la falsità attorno a sé e si possa eventualmente convertire. Per cui è lecito combattere l’errante in quanto errante, ma bisogna pregare per lui in quanto uomo suscettibile di ritornare alla Verità. Onde, strettamente parlando, la formula “combattere l’errore, ma amare l’errante” non è corretta.

Mons. Gherardini affronta la scottante questione dell’Infallibilità del Magistero (p. 91). Innanzi tutto solo Dio è assolutamente Infallibile per sua Natura. Egli è la Verità stessa sussistente che non può ingannarsi né ingannarci, come pure solo Dio è l’Essere stesso per essenza, mentre le  creature hanno l’essere per partecipazione, ossia lo ricevono da Dio, in maniera limitata e finita, proporzionata alla loro natura.

Analogamente il Magistero ecclesiastico è Infallibile[5] non per essenza ed assolutamente, ma per partecipazione; ossia la Chiesa (o il Papa) ha, partecipa o riceve l’Infallibilità da Dio a quattro determinate condizioni (se insegna come Maestra/o Universale, in materia di Fede e Morale, vuol definire ed infine vuole imporre a credere per la salvezza dell’anima).

L’infallibilità del Magistero (o il Magistero infallibilmente assistito affinché non cada in errore) è garantita da Dio Spirito Santo (p. 92), lo “Spirito di Verità” (Gv., XIV, 16),  Egli, dice Gesù ai suoi Apostoli, “vi introdurrà nella pienezza della Verità. […]. Egli Mi glorificherà, attingendo da Me ciò che comunicherà a voi” (Gv., XVI, 13-15).

Come si vede Gesù ha stabilito un legame strettissimo tra la Verità che lo Spirito Santo, il quale procede dal Padre e dal Figlio, dovrà comunicare e spiegare alla Chiesa e la Sua stessa Persona di Verbo Incarnato, la sua opera e il suo Insegnamento. Lo Spirito Santo è il “perfezionatore dell’opera della Redenzione iniziata da Cristo” (Leone XIII, Enciclica Divinum illud munus, 1897). Quindi non si può attribuire al Paraclito l’inizio di una Terza Era o Chiesa pneumatica, ma solo il perfezionamento della Nuova ed Eterna Alleanza della Chiesa petrina nata dal Sangue di Cristo.

Infatti l’oggetto dell’Insegnamento del Paraclito è lo stesso oggetto insegnato da Gesù: “Egli vi insegnerà e vi ricorderà tutte le cose che Io  vi ho detto” (Gv., XIV, 16), non altre, non nuove, non diverse. In tale pericope è inclusa la dottrina della immutabilità del Dogma, impugnata ereticamente dal Modernismo (p. 93). Infatti la  Verità che lo Spirito Paraclito spiega e fa capire appieno è la medesima che Gesù ha rivelato ai Dodici, con uno sviluppo omogeneo e non eterogeneo. Non è qualcosa di assolutamente nuovo quanto alla sostanza e non al modo di esprimerlo o di capirlo. Non è  neppure qualcosa che deve essere in sintonia con il mondo (“Stat Beata Crux dum volvitur Orbis”), che cambia continuamente, “sed Veritas Domini manet in aeternum”.

Lo Spirito di Verità non dice nulla di suo, non parla da se stesso, ma ricorderà alla Chiesa ciò che Gesù ha rivelato e ne svelerà il significato che era sfuggito agli Apostoli ancora imbevuti dei pregiudizi del Millenarismo e dell’Apocalittica giudaica.

Quindi il Magistero del Papa e della Chiesa deve soltanto riproporre e spiegare ciò che Cristo ha trasmesso alla  Chiesa, non deve esservi una Terza Rivelazione, come pensava Gioacchino da Fiore. Il ruolo del Paraclito è di confermare e spiegare le Verità rivelate da Cristo, nulla di più, nulla di meno.

Perciò l’oggetto primario dell’Infallibilità sono le Verità rivelate da Cristo e quelle a loro connesse sono l’oggetto secondario dell’Infallibilità.

Anche il Magistero (p. 89), come l’Apostolicità (p. 94), consiste in una «mai interrotta catena successoria collegata coi Dodici, i quali possono pertanto ripetere: “Noi siamo testimoni di queste cose, noi e lo Spirito Santo (Atti, V, 32)».

Gesù ha promesso l’assistenza nell’Insegnamento della Verità divinamente Rivelata ai Dodici Apostoli con a capo Pietro ed ai loro successori (i Vescovi ed il Papa). Perciò i Soggetti o Titolari del Magistero, nei quali si identifica la Chiesa docente, sono il Papa ed i Vescovi (p. 94), se il Papa vuole partecipare loro la sua Infallibilità, riunendoli straordinariamente o eccezionalmente in Concilio Ecumenico (Magistero Straordinario Universale), o interpellandoli sparsi nel mondo ciascuno nella sua Diocesi a pronunciarsi assieme a lui in maniera ordinaria, comune ed usuale (Magistero Ordinario Universale). Infatti i Vescovi da soli non sono infallibili.

Poi mons. Gherardini passa a spiegare la terminologia esaustiva che viene applicata al Magistero, per dissipare ogni equivoco che si è infiltrato nelle recenti discussioni (p. 95).

Magistero “autentico” è quello emesso dal Papa in quanto Papa o dai Vescovi che si pronunciano assieme e subordinatamente al Papa. Per esempio la “Vita di Gesù” scritta da Benedetto XVI non è Magistero autentico del Papa o vero Magistero Pontificio, poiché è un libro scritto da Joseph Ratzinger come dottore privato. Invece un’Enciclica è Magistero autentico ossia veramente Magistero del Papa.

Magistero “personale” è quello del Papa, non del Vescovo che da sé non è soggetto di Magistero, ma lo è solo se unito al Papa. Il Papa può espletare il suo Magistero personale in maniera solenne (Magistero Straordinario Pontificio, per esempio Pio IX che proclama il Dogma dell’Immacolata Concezione; Pio XII quello dell’Assunzione[6]), oppure in maniera comune ed usuale (Magistero Ordinario Pontificio). In quest’ultimo caso il Papa può impegnare l’Infallibilità qualora voglia definire e obbligare a credere (per esempio Pio IX nell’Enciclica Quanta cura, 8 dicembre 1864, ha concluso scrivendo di aver insegnato come Pastore Universale, in materia di Fede, di aver voluto definire e di aver voluto obbligare i fedeli ad  assentire a tale insegnamento; quindi tale Enciclica appartenente al Magistero Ordinario del Papa è stata assistita infallibilmente dallo Spirito Santo).

A pagina 96 mons. Gherardini spiega che il Magistero  del Concilio Ecumenico è Magistero autentico, ma non ipso facto infallibile se non vuole definire ed obbligare a credere. Ora durante e subito dopo il Concilio Vaticano II Paolo VI[7] ha dichiarato la volontà di non definire, quindi il Vaticano II non ha voluto essere infallibilmente assistito.

Il cardinal Pietro Palazzini scrive: “Una definizione dogmatica per vincolare come tale la Fede deve constare in modo certo e manifesto; di conseguenza una definizione dubbia è praticamente una definizione nulla” (F. Roberti – P. Palazzini, Dizionario di teologia morale, Roma, Studium, voce “Magistero ecclesiastico”, IV ed. 1968, II vol., p. 937)

Perciò è lecito asserire che la dottrina del Vaticano II su La Libertà religiosa (Dignitatis humanae), su L’ecumenismo (Unitatis redintegratio e Nostra aetate), su La Collegialità (Lumen gentium) diverge dalla Tradizione apostolica (p. 99) e chiedere all’Autorità ecclesiastica di togliere questo equivoco mediante un pronunciamento dogmatico.

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Conclusione

La Conclusione è che non si può scambiare la Continuità proclamata con quella reale, “una dichiarazione priva di contenuto è un non senso” (p. 102). Cioè dire che il Vaticano II è in continuità con la Tradizione apostolica, quando la realtà è totalmente diversa, è una dichiarazione verbale senza contenuto reale e quindi un non-senso o “flatus vocis”.

Mi sembra di poter aggiungere alla luce del nuovo Pontificato di papa Francesco I (13 marzo 2013), posteriore alla stesura dell’articolo di mons. Gherardini, che si è passati dal Modernismo sostanziale, dottrinale e reale sotto apparenze di Conservatorismo liturgico di Benedetto XVI (2 aprile 2004 – 28 febbraio 2013), il quale rappresentava una discontinuità reale sotto una sembianza di continuità apparente e verbale, che poteva trarre in inganno  anche gli antimodernisti sinceri, alla rottura e discontinuità aperta e palese di papa Bergoglio, il quale è la “Discontinuità continuamente sussistente” sin dalle prime sue azioni ed affermazioni. Tutto è in rottura con il pre-concilio: pensieri, parole, opere ed omissioni.

Non tutti i mali vengono per nuocere; l’errore nascosto è più insidiosamente ingannatore di quello aperto ed esplicito. Ma “non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere” per cui gli pseudo-“tradizionalisti” anche con Francesco I potranno accordarsi “alla luce della Tradizione” & di “Lumen gentium” in barba al principio per sé noto di identità e non-contraddizione. Ma Gesù ci ammonisce: “il vostro parlare sia: ‘sì sì no no’, quel che è di più viene dal Maligno” (Mt., V, 37).

d. Curzio Nitoglia

http://doncurzionitoglia.net/2013/04/10/320/


[1] n.° 1 del 2013, Sul Magistero Ecclesiastico, pp. 87-102.

[2]Lo stesso si può dire, per esempio, quanto al termine “Transustanziazione”, nato soltanto nella controversia contro Berengario di Tours († 1088) e canonizzato dal Concilio di Trento (DB 884), che ha rimpiazzato definitivamente i termini “Transmutatio e Transformatio”. Però la realtà della Transustanziazione (come quella del Magistero) la si ritrova nei Vangeli quando Gesù parla dell’Istituzione dell’Eucarestia (Lc., XXII, 19; Mt., XXVI, 28). Quindi anch’essa è coeva a Cristo.

[3] Cfr. San Paolo 1 Cor., I, 17: “Cristo non mi ha mandato a battezzare, ma ad evangelizzare”.

Quando vengono degli aspiranti fedeli o “catecumeni” a chiedere i Sacramenti al Sacerdote, prima egli deve insegnar loro il Catechismo sui Misteri principali della Fede (i 12 Articoli del Credo), sul Decalogo (i 10 Comandamenti) e su quali sono i Mezzi soprannaturali per poterlo osservare (i 7 Sacramenti quale canale principale della Grazia e la preghiera quale canale secondario di Essa) e solo dopo, se hanno accettato la Fede e la Morale cristiana,  può conferire i Sacramenti. Infine se sono suoi parrocchiani egli esercita una certa Giurisdizione (che ha ricevuto dal Vescovo) su di loro guidandoli come Pastore verso il Paradiso, spronandoli all’osservanza della Legge divina, giudicandoli e correggendoli in questa materia.

[4] Gesù ci ha redenti esercitando la triplice Carica o Funzione di Maestro (Magisterium), Sacerdote (Sacerdotium) e Pastore o Re (Imperium), vedi Gv., XIV, 16: “Io sono la Verità, la Vita e la Via”. Verità in quanto Maestro che rivela i Misteri salvifici; Vita in quanto come Sacerdote ci ha ridato la Grazia o Vita soprannaturale; Via in quanto come Pastore o Re dirige e guida l’umanità in via ad Patriam, ossia verso il Paradiso (cfr. San Tommaso d’Aquino, S. Th., II-II, q. 39, a. 3).

[5] Cfr. Concilio Vaticano I, DB 1832-1839.

[6] Quando il Papa proclama in maniera solenne o straordinaria un Dogma significa ipso facto che vuol definire ed obbligare a credere per la salvezza eterna, quindi questo Magistero Straordinario Pontificio è per se stesso infallibile.

[7] Il 6 marzo del 1964, il 16 novembre del 1965 ed il 15 novembre 1966 (v. Gherardini p. 101).

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UN «PAPA» PER «MOVIMENTARE» LA «BELLA ADDORMENTATA»?

L’EDITORIALE DEL VENERDI

di Arai Daniele

Ho già parlato di diversi libri che hanno avuto il pregio di «bucare» l’omertà della grande comunicazione sui veri problemi, specialmente sulle alterazione nella Fede da parte della nuova chiesa della Roma conciliare. Sarebbe questa la bella addormentata, da vedere nel Corpo Mistico di Gesù Cristo?

Dicevo che era istruttiva la lettura del libro sul «perché dopo il Vaticano II la Chiesa è entrata in crisi. Perché si risveglierà», «La Bella Addormentata» di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro. Istruttiva poiché riguarda la deviazione ipocrita nell’ermeneutica della falsa continuità che tratta della questione dottrinale, nei libri di Mons. Gherardini[1], di Roberto di Mattei; di quello di P. John O’Malley s.j., «Che cosa è successo nel Vaticano II; del lavoro di don Andrea Mancinella, «1962 – Rivoluzione nella Chiesa», (Ed. Civiltà, Brescia, 2010); dell’altro del sacerdote dott. Luigi Villa, «Vaticano II DIETRO FRONT», della stessa editrice, e del  «Cien años de modernismo, genealogia del Vaticano II» di Padre Dominique Bourmaud (Ed. Fundación San Pio X, Buenos Aires, 2006).

Sono solo alcuni libri, vicini ai quali i miei vecchi articoli e traduzioni in materia, così come il mio «L’Eclisse del Pensiero Cattolico», del 1997, hanno solo il pregio modesto dell’anticipo; ma forse pure il piccolo pregio dell’accento dato al gaudio del dovere cattolico e della speranza nella soluzione secondo la legge della Chiesa – fedele ai Disegni divini per ogni tempo.

Ora l’altro libro di Mons. Gheradini: «Il Vaticano II alle radici di un equivoco», nella recensione di Cristina Siccardi, fa capire la pertinacia nell’equivoco del V2 che è quello di un antropocentrismo fatale perché di esso nessun «papa conciliare» dovrebbe rendere conto! Il falso passerebbe con l’equivoco della continuità poiché qui manca ancora un termine per definire meglio cosa sia tale antropocentrismo modernista riguardo alla Fede. Trattasi del vecchio ma rinnovato GNOSTICISMO.

Allora vediamo un altro libro importante perché va al cuore del problema.

Si tratta di «La Gnosi Spuria» (GS), il libro recentissimo in due tomi di Don Ennio Innocenti (libri@cittaideale.info), che da quarant’anni studia la questione cruciale dello gnosticismo contrario alla Fede, cioè da quanto è oggi ritornato alla luce in questo inquinamento col nome di modernismo, tanto mascherato quanto deleterio per la santa Fede della Madre Chiesa. Sentiamolo.

«La teologia cattolica ha registrato gravi turbamenti che hanno costretto l’organo

di controllo dell’ortodossia dottrinale a decine e decine di interventi correttivi giusti, ma non radicali, in quanto hanno ignorato la matrice segreta di questo vasto pullulare d’errori. «Solo Antonino Romeo capì tempestivamente la connessione tra teologia modemista e gnosi (accento nostro). Purtroppo le conseguenze si son fatte sentire anche sul piano pastorale, liturgico, catechetico, investendo gli stessi fondamenti della fede cattolica in vasti strati della gente.

«Proprio quando, con la Mystici corporis (1943), la teologia cattolica sembrava pronta per un nuovo slancio, emersero fermenti inquietanti e cedimenti preoccupanti che provocarono l’Humani generis (1950) e persuasero Pio XII a dilazionare il vagheggiato progetto d’un Concilio Ecumenico perfezionativo dell’interrotto Vaticano I. A Concilio convocato, poi, esplosero le tensioni che durante l’assise ecumenica furono composte solo con formule di compromesso, descritte ora da Roberto de Mattei con puntuale informazione teologica.

«Cedimenti vistosi caratterizzarono i grandi ordini religiosi (i domenicani soprattutto con Schillebeecks, i francescani principalmente con Boff, i gesuiti, più di tutti, con De Lubac, Teilhard, Balthasar, Rahner e altri). » (GS, T. 2, p. 566)

Qui ancora non è citato Joseph Ratzinger, perché nel suo relativismo illuminista pareva meno importante, invece divenne il più importante poiché eletto «papa».

Il modernismo ecumenista conciliare sotto il segno della gnosi

Ormai sono già più di quarant’anni che si possono costatare segni di un’oggettiva mutazione ecclesiale nel seno della Chiesa cattolica. Molto si è scritto a questo proposito e molti sono stati indicati come i segni di tale operazione che intende adattare la Religione ai ‘bisogni dei tempi’. Per riassumere la questione si può affermare che un pensiero gnostico, che dall’inizio dei tempi contamina il pensiero religioso, è riuscito a contaminare il pensiero cattolico attraverso il potere di una «gerarchia modernista». E per pensiero gnostico s’intende qui una ‘conoscenza’, per lo più iniziatica e segreta, che stabilendo cosa sia il «bene» dell’essere umano, assegna la finalità della religione a tale scopo (ecumenista); per esempio l’unità degli uomini a scapito di ogni culto e credenza. Subordina quindi la fede divina a una conoscenza iniziatica e occulta d’ordine umano, che è in verità una ‘rapina’ d’ordine preternaturale, prometeica di segno luciferino.

La parola «gnosi» significa conoscenza e in questo senso non ci può essere nessun vero comandamento religioso o morale per impedire l’uomo, la cui intelligenza è ordinata alla verità, d’arricchire la sua conoscenza. Essa fa ben parte della vita e del progresso umano. Ma il problema riguardo la gnosi è stato proprio questo, poiché Dio ha proibito la pretesa di attingere a una certa “conoscenza”, che nella Genesi è rappresentata “dall’albero della conoscenza del bene e del male” (Gn 2, 9).

Adamo ed Eva lo sapevano poiché Eva risponde al serpente: «Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete». Ma il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male» (Gn 3, 3-5).

Quindi, la Religione rivelata pone un limite alla libertà della conoscenza umana. Per caso questo limite è irrazionale e incomprensibile all’uomo? In nessun modo. La conoscenza dell’essere umano, che non può conoscere da sé in modo assoluto né la sua origine né il suo fine, è razionalmente limitata riguardo alla “conoscenza” del bene e del male autonoma da Dio, rappresentata dal frutto proibito all’uomo. Non è quindi la vera conoscenza rivelata del bene e del male a essere proibita, anzi essa è data dalla Legge e dai Profeti, quel che è vietato, che rappresenta male mortale per l’uomo, è proprio la pretesa di giungere ad una “conoscenza”, che è falsa ma si vuole superiore; ecco cos’è allora la «gnosi spuria», la pretesa di arrivare all’arcano divino attraverso un rapimento prometeico della verità per aggiornarla ai tempi!

La questione della gnosi spuria

Si noti come il sentimento religioso di tutti i tempi e luoghi, si poggia sempre sulla naturale limitazione umana, per cui la prima e radicale trasgressione consiste in rapinare il potere e la conoscenza proprie di Dio. Come si relaziona ciò con le false religioni in generale e il sincretismo moderno in speciale? Per dirlo in una parola: perché queste idee umane intendono erigere un «bene» dedotto dall’uomo, che nel caso del sincretismo, manifestatosi nell’ecumenismo conciliare, si esprime in opposizione a quelli rivelati per mezzo dei concetti modernisti di libertà e unità.

Ecco che la Chiesa condanna quanto oggi si chiama semplicemente «gnosi» come un’infida deviazione della vera conoscenza. Sulla natura, la storia e il contenuto del gnosticismo e di tante gnosi spurie, per i cristiani c’è veramente di che rimanere perplessi. L’intelligenza umana è, infatti, davanti a una realtà la cui comprensione sembra inestricabile, ma sulla quale si sente chiamata a dare soluzione. Nessun fedele, per conoscere il bene necessario alla vita ed evitare la gnosi che propone un altro «bene», si deve sentire portato ad approfondire astruse conoscenze. Eppure, è proprio questa la tendenza dell’uomo contemporaneo dopo la rivoluzione moderna che i conciliari del Vaticano 2 promuovono anteponendo la libertà alla verità.

Basterebbe sapere che nessuna variazione gnostica rappresenta vera conoscenza. Infatti, non esiste una gnosi, ma delle gnosi che sono credenze, miti, congetture filosofiche, superstizioni ecc. Per rifiutare la gnosi, che è alla radice di queste, basta capire che tra la gnosi, conoscenza ermetica nata dall’attrazione a un segretismo settario, e la pistis, la fede cattolica nella Rivelazione divina, c’è un’opposizione irriducibile proprio in torno alla parola “bene”. Come potrebbe l’uomo conoscere il suo bene duraturo ignorando il suo fine ultimo? Per la Fede, dato che il bene dell’ uomo è legato alla sua ragion d’essere, al suo principio e fine, che da se stesso non può conoscere, perché la conoscenza del bene umano, legata al suo fine, viene solo da Dio. Incapaci della conoscenza piena del Bene, che è Dio stesso, l’uomo non può conoscere il bene e la sua privazione nel male se no perché rivelato dal Verbo divino. Fuori di questa conoscenza sulle questioni essenziali della vita umana, vi è solo immaginazione. Per più che si voglia, sull’arcano della vita la scienza della creatura umana non può mai giungere ignorando il Creatore. Ma data la sua libertà, può inventarsi le proprie “rivelazioni”. Ecco l’alienazione gnostica, attraverso degli spiriti ermetici, che comunicano delle «conoscenze iniziatiche» a un’elite di uomini decisi a stabilire un nuovo ordine umano «surnaturel» (De Lubac) sulla vera «conoscenza» del bene umano, personale, sociale e universale.

L’uomo è libero di creare nel campo artistico e letterario, usando la finzione per meglio esprimersi, ma ci sono limiti da non varcare nel campo della conoscenza della verità rivelata, riguardo la fede e la morale. Altrimenti si ergono idee umane alla stregua di norme divine. Qui s’inserisce il pensiero gnostico (di Teilhard de Chardin) e le sue multiple creazioni, tanto numerose quanto sono i suoi autori.

Si deve quindi parlare di diverse «gnosi»; tante quanto le correnti massoniche e iniziatiche. Tutte prodotte da menti umane contrarie all’unica Fede rivelata. Ecco la chiave per riconoscere il pensiero gnostico, anche se si presenta come filosofico o scientifico o religioso; anche se esso si proclama cattolico e contrario alla gnosi: stabilire quel che è bene e male per l’essere umano e la sua società secondo i tempi, tale è la principale conclusione a cui vuol arrivare il Vaticano 2: la verità che si aggiorna al bisogno di una unità e pace di marchio democraticista.

Poiché la caratteristica del pensiero gnostico è l’invenzione di una conoscenza che, per più che si rivesta di tradizioni arcaiche, di culti ermetici e di poteri terreni, sarà sempre risultato di un’operazione umana, il “bene” proposto da esso è contingente. Tale pensiero si può poggiare su antiche gnosi, alcune storicamente già affermate e trasmesse da nomi famosi – che gli assicurano un aspetto di continuità storica – ma il pensiero gnostico è sempre un’invenzione sul «bene» umano, che lascia da parte il Bene rivelato. Le sue radici sono nella Genesi; il suo fine è la rapina del potere divino, la conoscenza del bene e del male, che è assolutamente riservato a Dio.

Il fatto è che alla Parola di Dio si oppone l’altra, della ribellione, e perché essa appaia di alcun valore, deve suscitare un dualismo parimenti spurio, manicheista, per cui il bene si oppone al male come poteri uguali ma contrari, come due divinità, di cui la “buona” è quella che darebbe all’uomo la libertà di creare la sua propria conoscenza, le sue verità e religioni; insomma la libertà religiosa ecumenistica, al contrario della divinità cattiva, che impone chiare norme e comandamenti!

Ebbene, questo pensiero, essenzialmente gnostico, ha raggiunto oggi lo stesso Vaticano. Come? Nei documenti del Vaticano 2 e negli atti che da essi derivano è chiara l’intenzione di anteporre un nuovo «bene» a quello da Dio rivelato e dalla Chiesa insegnato. Lo si vede riguardo al bene della libertà e dell’unità.

Attraverso i nuovi concetti si arriva ad aprire la Chiesa ai pensieri gnostici di ogni campo, religioso, scientifico e sociale. Inoltre, si vuole stabilire l’accordo degli opposti, come se fosse possibile e come se fosse esso il nuovo “bene” della pace.

Quando tale conoscenza aggiornata di quel che è bene e male è proposto da una «autorità» religiosa come se fosse nel nome della conoscenza rivelata, si è davanti alla peggiore inversione gnostica del pensiero, la più perfida deviazione della fede, come lo vuole la Massoneria. L’impegno, quindi, di provare che i capi vaticani, da Roncalli a Wojtyla e da Ratzinger a Bergoglio hanno dimostrato di avere legami massonici e perciò gnostici, è superfluo; essi hanno dato un apporto almeno tacito affinché tale pensiero, tramite le dottrine conciliari, rovinasse da alto in basso il mondo dottrinale cattolico rinforzando le idee dei loro protetti.

Don Innocenti fa una breve rassegna di nomi per indicare debolezze diventate varchi all’antico veleno della gnosi spuria (antitrascendentistica, antirealistica e antisoprannaturale), debolezze manifestatesi anzitutto in alcuni grandi ordini religiosi una volta onorati come bandiere di sicura e fedele dottrina apostolica.

(GS, T. 2, p. 567).

Per i Domenicani, i francesi Chenu e Congar, allievo di Maritain, con inclinazioni per Blondel, Teilhard, Marèchal e anche per Karl Rahner. Del domenicano belga Schillebeeckx (1914-2009) aveva già parlato nel paragrafo sull’Olanda e sul suo influsso deleterio nella redazione del catechismo olandese.

Per i Gesuiti: «Fu risaputo che questa congregazione attraversò una tempesta, dopo il Concilio, che ne falcidiò le file… Teilhard fu tra i giovani gesuiti che, espulsi dalla Francia laicista e riparati in Inghilterra, ambivano tenersi aggiornati con le novità delle ricerche paleontologiche, dedicandosi «al deliberato esplicito proposito di annunciare “un nuovo cristianesimo” (che parve non salvare né trascendenza né soprannaturale). La S. Sede pubblicò un Monitum per mettere in guardia gli educatori dalla suggestione che esercitavano i suoi scritti… Teilhard aveva avuto tuttavia tempo di convincere vari confratelli, tra cui Jean Danielou, H. U. von Balthasar, H. de Lubac (tutti e tre, poi, in vecchiaia, cardinali)…

Von Balthasar fu a stretto contatto con K. Rahner… Nel1962 egli pubblicò Abbattere i bastioni, il libro nel quale proclamava la necessità per la Chiesa di aprirsi indifesa alla cultura moderna. Anche lui difese Teilhard… ha perseverato nell’impresa che chiamo “aprire al nemico” e nel fare spesso l’elogio di ciò che non è cattolico. Infatti H.U. von Balthasar si è proposto di “demolire gli artificiosi muri d’angoscia che la Chiesa aveva innalzato intorno a sé contro il mondo” (!), di abbattere i bastioni di “una Chiesa che si doveva aprire indifesa verso il mondo”(!). Egli si è fatto un programma: battezzare l’illuminismo e l’idealismo, il darwinismo e l’esistenzialismo … In teologia il Nostro fu indirizzato soprattutto da De Lubac, ma ricevette una spinta molto significativa anche da Rahner, nel periodo di Monaco. Attraverso De Lubac ha subito anche qualche influsso da parte di Teilhard. Si notano, inoltre, dipendenze del Nostro dalla tesi di De Lubac sul soprannaturale e, probabilmente, anche, dall’interpretazione di De Lubac, sul Buddismo. Balthasar è debitore anche verso vari teologi e biblisti protestanti, ma soprattutto verso la donna ch’egli accolse dal protestantesimo nel cattolicesimo: Adrienne von Speyr.

L’equivoco De Lubac.Nel ’46 pubblica Surnaturel. «Poichè dal ’48 in poi le critiche a De Lubac piovono da ogni parte, il Generale dei gesuiti si decide a sospenderlo dall’insegnamento. De Lubac pareva sostenere (Le Surnaturel, 1946 e Histoire et esprit, 1950) la teoria della non gratuità della grazia, la quale sarebbe dovuta all’uomo per natura, confondendo così l’ordine naturale con quello soprannaturale. Dottrina condannata costantemente dal Magistero (DB, 101 ss., 174, 793-843, 1001 ss., 1902), da San Pio X nella Pascendi (1907). Nel 1950 arriva l’Humani generis che rivendica la gratuità del soprannaturale. … «Ma De Lubac non si corregge». E nel Vaticano 2 domina, con K. Rahner, la Commissione Teologica. Nel 1965 ristampa Surnaturel.

Karl Rhaner, «formatosi scolasticamente nella tradizione molinista-suareziana

propria dei gesuiti, seguì il solco di Maréchal nel confronto col post-kantismo e

restò affascinato dal magistero di Heidegger. (GS, T 2, p. 579) La sua prima opera “Lo Spirito del Mondo” è già nel titolo heideggeriana. Egli era senz’altro avverso alla teologia tradizionale. Il suo studio teologico fu rivolto alla patristica, specie a Origene, e ai mistici tedeschi… Nel1940 scrive acriticamente su Heidegger.»

Dopo la guerra prepara uno studio sull’Assunzione di Maria che nel 1950 fu censurato e bloccato dai suoi superiori, mentre certe sue opinioni sulla Messa trovarono un’eco negativa nel magistero di Pio XII. Intanto scriveva su molti temi, ma nel 1962, l’anno di «Abbattere i bastioni» del suo amico Balthasar, gli fu ordinato di interrompere le sue pubblicazioni, e questo provocò le proteste di Adenauer e di vari politici tedeschi con conseguente riabilitazione, ossia la chiamata a consultore del Concilio, poi alla Commissione Teologica Internazionale (1969).

Lo gnosticismo ecumenista per l’unione di tutta l’umanità deriva dalla dottrina della Massoneria, che ha messo in opera quest’idea come se fosse il «bene» umano più alto. Per il Cristianesimo questo bene può essere aspirato solo attraverso il raggiungimento di un bene superiore: la fede e la sua comune visione dei veri fini soprannaturali della vita umana. Se su questa visione gli uomini si dividono e avversano, allora ogni unione è precaria perché aliena alla verità.

Ecco come l’invisibile nemico, dopo tentativi secolari, finalmente è riuscito ad acquisire un nuovo potere (sine gaudio nec spes) nel mistero dell’iniquità: La falsa pace gnostica dei «dotti» è la vera agonia per la Fede della Chiesa; è un segno del tempo dei falsi profeti, che giustificano l’utopismo proveniente da elucubrazioni umane che sopprimono pacificamentela Parola e ogni segno divino donato per guidare nella traversata dell’oceano delle tragedie umane.

Tutto per aggiornare la verità immutabile alle variabili dei nuovi tempi.

Non vi è pace né giustizia nell’irenismo dei compromessi, ma nella lotta.

Altro non fu il segno della Croce, e non diverso l’intervento di Maria.

Nel nome di una falsa pace le coscienze, dove dimorava la Voce di Dio, furono invase in un lampo da legioni di assassini togati. E non vi sia dubbio che tutti gli orrendi delitti che si commettono nel mondo provengono da idee assassine che sembravano pacifiche e perfino religiose. I loro promotori sono come mandanti di delitti e non meno quelli che hanno loro liberato la via. Solo la vera Chiesa è argine eterno per contenere la scelleratezza umana che trabocca. Ma ora dissangua a morte, come è successo con Gesù, mentre gli apostoli non riuscivano a svegliarsi.

Viviamo il momento storico in cui l’impossibile conciliazione della coscienza cattolica con lo spirito non serviam è pronunciata, con l’aggravante di provenire da Roma; di echeggiare dalla Sede di Pietro. Peggio della più cruenta rivoluzione è tale ribellione universale d’aspetto religioso: la prevista Babilonia rediviva a Roma! Eppure, il Signore non chiede a noi il coraggio della Croce, ma la carità delle nostre piccole croci nell’integrità sofferta della vera testimonianza cattolica.

Rievocando che «ubi Veritas et Iustitia, ibi Caritas», quando l’inganno e la perfidia invadono il Luogo santo, ogni impulso fedele va concentrato nell’anatema agli operatori di rotture nell’ordine cattolico dato da Dio per la salvezza (Gl 1, 8; 2 Gv 1. 10-11);mai più riconoscere l’elezione di tali epigoni del perfido Vaticano 2! “Ingannano il mio popolo, dicendo: Pace! Pace! Mentre non vi è più pace(Ez 13, 10).

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[1] Monsignor Brunero Gherardini, ha scritto «Concilio Ecumenico Vaticano II. Un discorso da fare», Frigento, Casa Mariana Editrice, 2009, e lo ha indirizzato al Vaticano, con la supplica di chiarire in maniera definitiva gli interrogativi che Il Vaticano II pone alla coscienza cattolica: «Confesso che mai ho cessato di pormi il problema se effettivamente la Tradizione della Chiesa sia stata in tutto e per tutto salvaguardata dall’ultimo Concilio e se, quindi, l’ermeneutica della continuità evolutiva sia un suo innegabile pregio e si possa dargliene atto». Il libro è accompagnato da due lettere introduttive e di sostegno, la prima è del del Vescovo di Albenga, mons. Mario Oliveri, la seconda è dell’Arcivescovo, Segretario della Congregazione per il Culto Divino, mons. Albert Malcom Ranjith.

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Dalla collegialità all’assolutismo, all’anarchia. Il fattaccio di Friburgo

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Il “caso Friburgo” ha portato certa stampa a gridare che la Chiesa “finalmente” apre a queste persone, come se fossero diversi da tutti gli altri peccatori. Sembra poco credibile che papa Francesco voglia modificare questi orientamenti. Probabilmente intende dare indicazioni per smussare certe durezze di comportamento da parte dei sacerdoti, come ha fatto in Argentina. Questo è il suo senso della “accoglienza”…

 

di Michele M. Ippolito

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Ma sulla Comunione ai divorziati come la pensa davvero Francesco?

Dall’assolutismo alla collegialità fino all’anarchia, il percorso da compiere può essere molto breve. Lo dimostra il caso di un oscuro funzionario della diocesi di Friburgo, che qualche giorno fa ha ben pensato, senza coordinarsi con l’amministratore apostolico della diocesi (che in questo momento fa le veci del vescovo) di pubblicare il manualetto per i sacerdoti che garantisce, contro tutto quello che prevede il magistero della Chiesa cattolica, la liceità dell’accesso all’Eucarestia per uomini e donne divorziati e risposati che abbiano compiuto un precedente percorso di fede ed abbiano messo in pratica una qualche forma di riconciliazione con la Chiesa.

Se per alcuni la “collegialità” è una scusa per l’anarchia…

Lo stravagante, imprevedibile e confusionario arcivescovo uscente di Friburgo, Robert Zollitsch, già presidente dei sediziosi vescovi tedeschi, una chiesa scandalosamente ricca e burocratizzata. Sia chiaro, i frati sono ricchi. Lo stato in base a un vergognoso concordato stipendia con assegni d'oro vescovi e preti, come fossero impiegati dello stato, E come tali, in effetti, si comportano, non come servitori della Chiesa.

Lo stravagante, imprevedibile e confusionario arcivescovo uscente di Friburgo, Robert Zollitsch, già presidente dei sediziosi vescovi tedeschi, una chiesa scandalosamente ricca e burocratizzata. Sia chiaro, i frati sono ricchi. Lo stato in base a un vergognoso concordato stipendia con assegni d’oro vescovi e preti, come fossero impiegati dello stato, E come tali, in effetti, si comportano, non come servitori della Chiesa.

Al di là del caso specifico, alquanto irrilevante poiché è evidente che un funzionario diocesano non ha alcuna autorità su questi temi, quanto accaduto fa sorgere una riflessione sul perché a Friburgo ci sia stato qualcuno che ha pensato di sostituirsi al Papa.

Storicamente il Papa è stato quasi sempre visto, tranne nei primi secoli del cristianesimo, come un sovrano assoluto. Il cardinale Joseph Ratzinger, nel suo famoso libro “Rapporto sulla fede” del 1985, scritto con Vittorio Messori chiariva che la struttura della chiesa “non è democratica ma sacramentale, dunque gerarchica” perché “l’‘autorità non si basa su votazioni a maggio­ranza; si basa sull’autorità del Cristo stesso”. Per centinaia di anni il tema dell’assolutismo papale nella chiesa è stato oggetto di critiche profonde, sia dall’interno che, soprattutto, dall’esterno. Per dirla tutta, oggi il principale ostacolo ad un riavvicinamento con le chiese ortodosse non sono le differenze dottrinarie, che sono minime, ma proprio il ruolo del Papa nel mondo cattolico, opposto alla tendenza delle comunità orientali a governarsi da sé.

Con papa Francesco qualcosa è subito cambiato ed è tornata ad essere in auge la parola “collegialità”. Bergoglio ha nominato un comitato composto da otto cardinali per farsi aiutare a prendere le decisioni più importanti. Qualcuno, però, ha scambiato la “collegialità” con un “liberi tutti” o con un invito all’anarchia nella Chiesa.

Chi abbia letto qualcosa sugli orientamenti pastorali del cardinale Bergoglio sa che questi è un tradizionalista, sia in materia di dottrina che in materia di morale. Tuttavia è stato lo stile del Papa a creare dei fraintendimenti. Non c’è dubbio che Bergoglio usi un linguaggio semplice, capace di toccare i cuori di molti, ma bisogna anche constatare che certe sue uscite, probabilmente, non studiate a tavolino, prestano il campo a differenti interpretazioni, sono poco chiare, talvolta ambigue e fanno sì che chiunque possa manipolarle a suo piacimento.

Le possibili riforme di Bergoglio rischiano di creare confusione. Anche dove non c’era

il papa e il presidente dei vescovi tedeschi

il papa e il presidente dei vescovi tedeschi

Le profonde critiche a Bergoglio di alcuni quotidiani di destra italiani in questi ultimi giorni (Libero, il Giornale, il Foglio) sono una spia di un malessere che si sta pian piano diffondendo nel mondo dei cattolici conservatori nei confronti del Papa e dei suoi atteggiamenti. Si è dovuto scomodare anche Massimo Introvigne, probabilmente il più importante commentatore del magistero papale del nostro Paese, per rintuzzare gli attacchi a papa Francesco dei tre quotidiani e lo ha fatto esprimendosi in maniera molto dura.Per stare nella Chiesa – ha scritto – occorre camminare con i Papi e farsi guidare dal loro Magistero quotidiano. Fuori di questo cammino stretto c’è la strada larga che porta allo scisma” invitando i detrattori di Bergoglio a rendersi conto che “è possibile che Papa Francesco avvii ulteriori riforme nella Chiesa, che il cattolico fedele dovrà accogliere con docilità e insieme cercare di leggere non contro gli insegnamenti dei precedenti Pontefici ma tenendo conto di essi.”

Il problema, però, è che alcune riforme rischiano di ingenerare confusione se non sono espresse e presentate ai sacerdoti ed ai fedeli in modo chiaro. Il termine “accoglienza” non è nuovo nel lessico della Chiesa, come certi commentatori inesperti, ignoranti o peggio ancora in malafede provano continuamente a farci credere, ma è usato da tutti i documenti del magistero, dal Catechismo a scendere. Tuttavia, se papa Bergoglio parla genericamente di “accoglienza” per i divorziati, a Friburgo, terra di sacerdoti progressisti al limite dello scisma, un solerte funzionario decide che allora sì, due parole sono sufficienti per cambiare storie millenarie, e quindi è giusto ammettere alla comunione divorziati risposati. D’altronde non è necessario seguire il vento di cambiamento che parte direttamente da papa Francesco?

Peccato che poi arrivino, immediate o quasi, le smentite. Su tutte, quella di Monsignor Vincenzo Paglia, a capo del Pontificio Consiglio per la Famiglia, che è intervenuto dicendo che ”quando nelle squadre di calcio si segna in fuorigioco l’arbitro fischia”, mentre il portavoce vaticano padre Lombardi ha chiarito che “non cambia nulla, non c’è nessuna novità per i divorziati risposati” e che “proporre particolari soluzioni pastorali da parte di persone o di uffici locali può rischiare di ingenerare confusione.”

E che la confusione sia massima lo si capisce anche dal fatto che lo stesso funzionario diocesi di Friburgo sostiene che un divorziato risposato non possa “accedere ai sacramenti”, affermando pure che chi si trova in questa condizione non possa ricevere il battesimo, accostarsi alla confessione o l’estrema unzione. Sciocchezze che denotano una scarsa conoscenza addirittura dei più noti documenti del magistero se non, anche in questo caso, malafede.

La Chiesa già accoglie i divorziati risposati, ma lo fa nella Verità

matrimonio_sacerdoti_divorzio_filmIl tema della comunione ai divorziati risposati sarà dibattuto dal Sinodo dei Vescovi che si terrà in Vaticano dal 5 al 19 ottobre 2014 sul tema “Le sfide pastorali della famiglia nel contesto dell’evangelizzazione”, da cui usciranno indicazioni chiare o almeno così si spera. Tuttavia, un testo poco conosciuto, una dichiarazione del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi del 2000 (quindi appena tredici anni fa non nel Medioevo) ha già posto ordine nella vicenda. Chi si trova in condizione di peccato, semplicemente, non può accostarsi alla comunione come insegna San Paolo:“Perciò chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore. Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna» (1 Cor 11, 27-29)”

Ammettere alla comunione i fedeli divorziati risposati creerebbe uno “scandalo” che sussisterebbe “anche se, purtroppo, – si legge nella dichiarazione – siffatto comportamento non destasse più meraviglia: anzi è appunto dinanzi alla deformazione delle coscienze, che si rende più necessaria nei Pastori un’azione, paziente quanto ferma, a tutela della santità dei sacramenti, a difesa della moralità cristiana e per la retta formazione dei fedeli.” In pratica, anche se per il Mondo divorziare e risposarsi non è poi così grave, è compito dei sacerdoti puntualizzare che si tratta di una situazione che genera un comportamento contrario al Vangelo. Fortemente contrario al Vangelo.

"Prendete e mangiatene tutti" e beveteci su.

“Prendete e mangiatene tutti” e beveteci su.

Allora questo vuol dire che la dottrina cristiana e la Chiesa cattolica allontanano da sé i divorziati risposati? Il “caso Friburgo” ha portato certa stampa a gridare che la Chiesa “finalmente” apre a queste persone, come se fossero diversi da tutti gli altri peccatori. Anche su questo dice parole chiare il documento del 2000: “La Chiesa riafferma la sua sollecitudine materna per i fedeli che si trovano in questa situazione o in altre analoghe, che impediscano di essere ammessi alla mensa eucaristica. Quanto esposto in questa Dichiarazione non è in contraddizione con il grande desiderio di favorire la partecipazione di quei figli alla vita ecclesiale, che si può già esprimere in molte forme compatibili con la loro situazione. Anzi, il dovere di ribadire questa non possibilità di ammettere all’Eucaristia è condizione di vera pastoralità, di autentica preoccupazione per il bene di questi fedeli e di tutta la Chiesa, poiché indica le condizioni necessarie per la pienezza di quella conversione, cui tutti sono sempre invitati dal Signore.”Il senso è: se vi dicessimo che il vostro atteggiamento è lecito, vi faremmo più contenti ma diremmo una falsità, vi allontaneremmo dalla Verità e quindi alla perdizione dell’anima, la cui salvezza è la finalità principale della Chiesa. Non una chiusura, quindi, ma un tentativo di aiuto, di sostegno, che si concretizza anche attraverso azioni di pastorale. Non è un caso, infatti, che in molte diocesi da tempo sono organizzate attività di sostegno spirituale per fedeli divorziati e risposati.

Né il sinodo né il Papa possono andare contro il Vangelo

Un esempio di "accoglienza", che già c'era. Anche se è tutta da dimostrare questa storia che ci sarebbero chissà quanti divorziati risposati a fare ressa ai portoni delle chiese. Viene il sospetto che sia (alla maniera tipica dei radicali) la solita faccenda ideologica, teorica e puramente strumentale per creare una "emergenza" che nella realtà non esiste.

Un esempio di “accoglienza”, che già c’era. Anche se è tutta da dimostrare questa storia che ci sarebbero chissà quanti divorziati risposati a fare ressa ai portoni delle chiese. Viene il sospetto che sia (alla maniera tipica dei radicali) la solita faccenda ideologica, teorica e puramente strumentale per creare una “emergenza” che nella realtà non esiste. Al solo scopo di creare divisione all’interno del mondo cattolico.

Sembra poco credibile che papa Francesco voglia modificare questi orientamenti. Probabilmente intende dare indicazioni per smussare certe durezze di comportamento da parte dei sacerdoti, come ha fatto in Argentina, bacchettando, giustamente, i preti che si rifiutano di battezzare bambini nati fuori dal matrimonio. Questo è il suo senso della “accoglienza”, al di là delle ricostruzioni fantasiose che si sono lette negli ultimi mesi. In ogni caso, è necessario che Bergoglio dica ancora una volta come la pensa sui temi che fin troppe volte dividono le comunità cattoliche, senza indugi e con chiarezza, per non prestare il fianco a chi lo tira continuamente per la mozzetta, addebitandogli pensieri mai espressi.

Tra l’altro, per modificare la dottrina sulla comunione ai divorziati bisognerebbe superare un problemino di poco conto, su cui, incredibilmente, la stampa che ha trattato della vicenda di Friburgo non si è soffermata. Nel Vangelo di Matteo Gesù dice: “Chiunque ripudia sua moglie, eccetto il caso di concubinato, la espone all’adulterio e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio” (Mt 5,32). Può mai una dottrina della Chiesa, espressa da un Sinodo o addirittura da un Papa, andare contro il Vangelo?