La ‘rinuncia’ del Papa. Una valutazione laica degli scenari e delle soluzioni

venerdì 1 marzo 2013
Riprendo l’articolo di stamane del Corriere della Sera, perché si tratta di una verifica degli scenari e delle conseguenze che il gesto di rinuncia di Benedetto XVI rischia di innescare. Una voce laica. Una riflessione che fa i conti con la realtà che si dipana sotto i nostri occhi.

Ciò che più mi ha colpita, assistendo ad alcuni dibattiti televisivi, è il coro unanime di voci cattoliche acquiescenti e osannanti. Tuttavia non c’è stata alcuna voce cattolica della Tradizione chiamata a rappresentarci: su La 7 ho ascoltato un melenso Dino Boffo confrontato con un appassionato sostenitore delle ragioni metafisiche in Cacciari (!?). Conosco le sue suggestioni ‘gnostiche’ di ateo colto; ma in quel contesto era l’unico a non dire cose scontate…In ogni caso l’unico modo che ha un Papa – così come la Chiesa tutta – di esser libero da condizionamenti esterni (e anche interni) è il radicamento e la Fedeltà al Signore e alla Tradizione autentica né vivente in senso storicistico, né cristallizzata su valori solo proclamati.


«Alcuni cardinali chiederanno al nuovo papa di inserire nel suo discorso inaugurale un punto fermo: che un pontefice di solito sceglie di esserlo per sempre. La norma sulle dimissioni non si può abolire. Ma per il futuro bisogna garantire la libertà della Chiesa da condizionamenti esterni…».
Nel giorno in cui Benedetto XVI vola in elicottero dalla Città del Vaticano al Palazzo pontificio di Castel Gandolfo, scomparendo come personaggio pubblico e primo Papa dimissionario dopo secoli, affiorano le voci anonime ma autorevoli di chi vuole mettere fra parentesi il precedente. È il tentativo di restituire sacralità ad un profilo che il gesto epocale, insieme eroico e destabilizzante, di Joseph Ratzinger ha mutato in modo apparentemente definitivo; e che sta provocando contraccolpi dei quali si comincia appena a indovinare la portata.
Ufficialmente, gli episcopati hanno reagito all’annuncio del passo indietro, dato da Benedetto XVI l’11 febbraio scorso, con parole di condivisione e di vicinanza al pontefice. Eppure, quel giorno arrivò un commento duro, drammatico del cardinale polacco Stanislaw Dziwisz, arcivescovo di Cracovia, a lungo segretario di Giovanni Paolo II. «Dalla croce non si scende», disse ricordando come Karol Wojtyla rimase al suo posto, nonostante una lunga agonia, spettacolarizzata dai mass media. Le sue parole furono lette come una critica alla decisione di papa Ratzinger, il quale sembrò rispondergli il 27 febbraio. «Non abbandono la croce, ma resto in modo nuovo…», disse nell’ultima udienza a piazza San Pietro. È stato uno scambio a distanza difficile da decifrare, del quale il portale polacco Geopolityka azzarda una spiegazione. Il 25 febbraio scorso Gracjan Cimek ha scritto infatti che «l’attuale pontefice era dell’opinione che il suo predecessore malato dovesse rimanere al suo posto fino alla morte». [A noi risulta, invece, che l’allora Card. Ratzinger era per le ‘dimissioni’]
Riaffiorano così le voci secondo le quali l’allora cardinale Ratzinger lasciò capire a Giovanni Paolo II che «dalla croce non si scende». Si tratta di una tesi destinata a provocare una discussione profonda e dolorosa: nel Conclave e negli incontri che lo precederanno, ai quali saranno presenti anche i cardinali ultraottantenni e dunque non elettori. È la conferma che la rinuncia di Benedetto XVI non potrà essere banalizzata o archiviata, magari richiamandosi alla legittimità secondo le norme del diritto canonico. L’esigenza di ritrovare un equilibrio fra un atto epocale di rottura e la continuità della Chiesa è sentita in modo acuto. Ma per soddisfarla si intravede una ricerca tormentata, perché il pontefice ha messo tutti di fronte a responsabilità ineludibili. L’eventualità che il papato sia omologato ad una qualunque istituzione laica in nome della modernità è un rischio che molti cardinali avvertono e vogliono sventare.
Eppure, si è già manifestato il 16 febbraio sotto le vesti innocue di un sondaggio. Quel giorno The Globalist , il sito di Washington che tenta di decifrare l’evoluzione delle classi dirigenti a livello mondiale, ha proposto ai propri lettori un quiz intrigante. Titolo: «Continuità al vertice». Svolgimento: «Per qualsiasi grande istituzione, sia una società privata, un governo o perfino una religione universale, la stabilità e la continuità sono importanti prerequisiti per avere successo [La Chiesa considerata alla stregua di una qualsiasi istituzione privata, col Papa assimilato ad un qualunque leader e col successo come obbiettivo!!! Bisognerebbe chiedersi le ragioni per cui questo strano connubio è stato possibile]. E un elemento-chiave è che il turn over al vertice sia basso. Domanda: dal 1892, quale delle seguenti istituzioni ha cambiato con meno frequenza la leadership»? L’elenco stilato dal Globalist ha messo al punto “a” la Chiesa cattolica, al “b” la Ibm, il colosso tecnologico americano, poi la presidenza degli Stati uniti, la General Electric e i primi ministri britannici. Ma la sorpresa non è che chi ha risposto “a” si è sbagliato, perché l’azienda con i capi più longevi si è rivelata la Ibm: nove amministratori delegati in centouno anni di storia.
Non impressiona nemmeno che il papato si sia classificato terzo, con dieci pontefici: il problema è l’assimilazione di Benedetto XVI ad un qualunque top manager o leader politico. La strana classifica può anche apparire un pò grossolana e «all’americana». Però, non va sottovalutata nel suo sottinteso simbolico. Nella percezione di una parte dell’opinione pubblica globale, il Vaticano comincia ad apparire un sistema di governo come gli altri; e dunque il Papa, capo della Chiesa cattolica, a uscire dalla nicchia teocratica nella quale lo poneva la sua carica a vita, inserendolo nella lista di presidenti, primi ministri e dirigenti. E’ questo che colpisce di più. Rispecchia il dramma di un’istituzione che dovrà ricalibrare molti dei suoi principi sulla base di una novità prevista ma mai verificatasi negli ultimi seicento anni.
Congedandosi ieri pomeriggio, mentre il suo appartamento veniva chiuso e sigillato, Benedetto XVI ha scolpito solennemente l’impegno a un’«ubbidienza incondizionata» al successore. Ma rimane la figura ascetica, invisibile e tuttavia ingombrante del «Papa emerito»: dove quell’aggettivo rischia di rimandare di nuovo a cariche onorifiche tipiche dell’universo non religioso. I veleni che cominciano a filtrare sull’uno o l’altro «papabile» danno corpo al fantasma di un condizionamento esterno quasi preventivo: si tratti di pedofilia, di inchieste giudiziarie di altro tipo o di pressioni dei governi. La presa di posizione dei giorni scorsi del «primo ministro» del Vaticano Tarcisio Bertone contro ingerenze indebite dell’opinione pubblica o di Stati sul Conclave, è sembrata un altolà a tutti. È vero che spesso si tratta di voci, non sempre verificabili. Ma evocano uno sfondo di conflittualità latenti che attraversano molti episcopati. […]
Annunci