Eni e Rai: la Troika impone la svendita per tappare i buchi

Qualcosa di pesante sta per accadere sul fronte delle ”svendite patrimoniali” delle partecipazioni pubbliche: il duo Saccomanni -Letta vuole mettere sul mercato, entro la fine dell’anno, due delle più importanti aziende di proprietà dello Stato, ovvero la RAI e l’ENI. In quanto a valore da remunerare l’ENI resta però l’obbiettivo primario, e la cessione della quota detenuta dal Tesoro sta sempre più assumendo i contorni di una necessità impellente. Infatti, le fonti citate dall’agenzia Reuters sembrano tradire una certa fretta di fare cassa da parte del governo e, come sappiamo, la fretta di vendere è sempre un indizio poco rassicurante. Per la fine di ottobre, intanto, il comitato per le privatizzazioni, per far partire l’intero progetto di dismissioni, potrebbe anche essere trasformato in un organo permanente. Si sa, il governo possiede oggi il 30 per cento di quello che un tempo era l’intero capitale, di cui il 4,34 per cento direttamente, attraverso il Ministero dell’Economia, e il resto tramite la Cassa depositi e prestiti. Una società, quest’ultima, che sovente è stata tirata in ballo da tutti i media italiani e non solo, in quanto considerata alla stregua di vera e propria cassaforte dei patrimoni pubblici e privati. Si evince quindi che il valore attuale delle azioni di ENI direttamente in “mano” al ministro Fabrizio Saccomanni è poco inferiore ai tre miliardi di euro. Ecco che, come abbiamo anticipato sopra, la fretta di vendere la quota si traduce proprio in un indizio poco rassicurante, ovvero quello di tradire forse l’ottimismo del governo dal lato dei conti pubblici. Infatti, a ben guardare le previsioni del governo si evince per l’anno in corso una contrazione del prodotto interno lordo dell’1,7 per cento, ma le ultime indicazioni certe fornite da tutte le organizzazioni internazionali, tra cui Fondo monetario internazionale e altri analisti, sembrano invece indicare una contrazione dell’1,8, che di conseguenza farebbero mancare alla previsione del governo svariate centinaia di milioni di euro di entrate, rendendo più complicato se non impossibile il raggiungimento del rapporto deficit/Pil, obiettivo che, tradotto, significherebbe il famoso quanto assurdo e sconclusionato 3 per cento.

A tutto ciò andrebbe anche aggiunto un ulteriore ottimismo pregresso del governo: infatti, sul fronte delle entrate, l’ultimo esempio è riconducibile alla Tobin tax, che dagli ultimi dati disponibili dimostrerebbe già una contrazione degli scambi maggiore del previsto, provocando così un ulteriore allontanamento del target di gettito, fissato dal governo Monti a un miliardo di euro. Gli analisti temono però che il gettito effettivo sarà un quarto di quello stimato, e che bisognerà forse fare i conti anche con una caduta della gettito dalle imposte sul capital gain.

Insomma, non è dato sapere per quanto ancora il governo ritenga di continuare ad essere ottimista, ma quello che è certo è che non servivano certo dei tecnici raffinati, per capire prima del previsto il principio e i motivi della caduta delle entrate. Si tratta insomma di una débâcle largamente prevedibile, dove le risorse finanziarie che vengono a mancare è ovvio che vadano oggi a giustificare appieno la fretta delle intenzioni di dismissioni del governo. Non sono escluse le vendite di quote in Terna e Fincantieri, mentre per ora restano avulse dal piano di dismissioni ENEL e Finmeccanica.

Messa così, sembra la fotocopia di ciò che è capitato alla Grecia: privatizzazioni “camuffate” e vere “svendite” dei patrimoni di un Paese. Alla luce di quanto sopra, il martellante indebolimento degli Stati messo in atto dalla Troika con il rigore pare servito a costringerli ad aderire a una Europa contro le proprie volontà, il vero sistema di potere occulto europeo, ovvero quello della finanza, delle lobby economiche e delle banche private, artefice e complice di questa crisi finanziaria in quanto funzionale a procedere scientificamente al completamento dell’Unione politica Europea a tutti i costi e a qualunque prezzo, continua invece ad imporsi sugli Stati attraverso i trattati delle cessioni di sovranità e il rispetto di parametri sconclusionati e discriminatori.

Fabrizio Dal Col
Fonte: www.lindipendenza.com
28.10.2013

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4 ottobre 2013 (MoviSol) –http://mysearch.sweetpacks.com/?src=6&q=movisol&barid=&

Enrico Letta ha superato il voto di sfiducia di mercoledì anche grazie ai meccanismi di “stabilizzazione” politica messi in atto da Bruxelles. Tali meccanismi sono atti ad assicurare che saranno prese decisioni conformi allo “stato di necessità” decretato dall’UE. Ciò significa che le elezioni vanno evitate a tutti i costi e che il golpe avviato con la nomina di Mario Monti deve proseguire, per assicurare che gli italiani si immolino per salvare l’euro.

La strategia è stata messa a punto in una cena privata il 20 settembre a Roma, che ha visto attovagliarsi a casa di Eugenio Scalfari Mario Draghi, Enrico Letta, Giorgio Napolitano e Laura Boldrini, tutti membri della corrente spinelliana del partito britannico.

Due giorni dopo, Scalfari ha impartito gli ordini di marcia in un editoriale su La Repubblica. Dopo aver sentenziato in puro stile fascista illuminato che “la massa non fa progressi”, Scalfari lancia l’allarme: si sta cercando di mettere in discussione “l’esistenza dello stato di necessità” che giustificò il governo UE-diretto di Mario Monti prima, e di Enrico Letta poi, scrive il fondatore del giornale di De Benedetti. C’è il rischio che Letta sia costretto dai ricatti di Berlusconi ad adottare una politica di anti-austerità (anti-euro). Ma, conclude Scalfari, Letta, Napolitano e Draghi “sono i nostri tre punti di forza, che hanno l’Europa come obiettivo preminente per l’avvenire di tutti. Se questa realtà è chiara, occorre operare, ciascuno nell’ambito delle sue competenze, affinché si realizzi”.

Ciò che il partito britannico teme è che il sentimento anti-austerità nella popolazione italiana – che Berlusconi sicuramente sfrutta per salvarsi, ma questo è solo una complicazione per gli smarriti – possa sfociare in un definitivo voto anti-euro in caso di nuove elezioni. Già il fronte anti-euro si sta organizzando su scala pan-europea. Il 23 settembre a Roma si è tenuto il primo incontro degli euroscettici del nord e del sud. Hans-Olaf Henkel dalla Germania e Brigitte Granville (Francia e UK), si sono uniti ai prof. Giuseppe Guarino, Alberto Bagnai, Claudio Borghi e altri accademici in una conferenza pubblica. Il prof. Guarino, relatore principale e presidente del convegno, ha denunciato il fatto che la politica di zero deficit dell’UE non solo è sbagliata, ma è illegale persino sotto la stessa legge dell’UE.

Per giustificare l’illegalità, l’UE ha costantemente usato l’argomentazione dello “stato di necessità”, che secondo Karl Schmitt autorizza a sospendere la costituzione. Lo stato di necessità è dettato dall’imperativo di salvare il sistema oligarchico. Nell’estate del 2011, l’UE ha creato uno stato di necessità per l’Italia manipolando il valore dei suoi titoli di stato. La BCE ha prima lasciato cadere i titoli, ed è intervenuta successivamente ad acquistarli per sostenere il governo Monti. Si ripeterà il giochetto con Letta? È questo che Draghi ha discusso nella cena delle trame? Il suo annuncio al Parlamento Europeo che la BCE è pronta ad un’altra mega-iniezione di liquidità per le banche (LTRO) ha a che fare con questo? Che ha chiesto Draghi in cambio ai suoi commensali?

Il Financial Stability Assessment del FMI per l’Italia, rilasciato il 27 settembre, raccomanda l’applicazione del bail-in (prelievo forzoso) per soccorrere le banche italiane. È quanto ha chiesto Draghi? O si è limitato a sollecitare le privatizzazioni, in consueto “stile Britannia”?

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Vista l’analogia che stiamo vivendo con il 1992 (shock finanziari e attentati in primis) vorrei parlare di un fatto davvero inquietante che fino ad oggi non conoscevo: il summit finanziario avvenuto sul panfilo Britannia nel 1992.

Inizio con questo articolo che ho trovato in rete:

http://www.enricoberlinguer.it/qualcosadisinistra/2011/10/11/mario-draghi-colui-che-nel-1992-vendette-litalia/

L’attuale Presidente della Banca d’Italia e futuro Presidente della BCE, Mario Draghi, ultimamente è salito sul palcoscenico economico mondiale con la sua lettera-diktat, stilata insieme a Jean-Claude Trichet, al governo italiano. La sua nomina prima alla Banca d’Italia e oggi alla BCE rappresenta chiaramente il percorso di monopolizzazione dell’economia e della finanza europea da parte delle logiche economiche finanziar-capitalistiche. Un uomo, Draghi, sempre al servizio dei più potenti istituti finanziari mondiali, fra tutti Goldman Sachs International, nella quale ricoprì il ruolo di Vice-presidente a partire dal 2001. Di lui, nel panorama politico italiano, parlano bene tutti. Centro-destra e Centro-sinistra. Persino il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il quale lo incontrerà mercoledì 12 ottobre alle ore 16 a Palazzo Koch, sede di Bankitalia.

Ma chi è veramente Mario Draghi e qual è stato il suo ruolo fino ad oggi in Italia?

Quando si parla di lui bisognerebbe ricordarsi di un “summit” tenuto sul panfilo “Britannia” della Regina Elisabetta II d’Inghilterra tenuto il 2 giugno 1992. Un summit al quale parteciparono i più importanti banchieri, finanzieri e uomini d’affari mondiali, tra i quali: George Soros, uno dei più grandi finanzieri e speculatori mondiali, il presidente della Banca Warburg, Herman van der Wyck, il presidente dell’Ina, Lorenzo Pallesi, il direttore esecutivo della Barclays de Zoete Wedd, Jeremy Seddon, il direttore generale della Confindustria, Innocenzo Cipolletta, rappresentanti di Goldman Sachs, e… Mario Draghi, allora direttore generale del Tesoro, insieme a Beniamino Andreatta allora dirigente di ENI, che nel giro di nemmeno un mese divenne Ministro al Bilancio del primo governo Amato, e Riccardo Galli dell’IRI.
E’ li che Draghi cominciò a dare avvio alla privatizzazione selvaggia del nostro paese. In quell’incontro si decisero, tra l’altro, le privatizzazioni delle aziende di Stato IRI, ENEL, INA ed ENEL. Cosa che venne attuata nel luglio successivo dal governo tecnico di Giuliano Amato con il decreto 333/1992 che trasformò proprio in SpA le suddette aziende.
Il 1992 fu un anno terribile per l’Italia: la corruzione divampava ovunque, il tritolo faceva a pezzi i corpi di Giovanni Falcone, di Paolo Borsellino e della loro scorta e la crisi economica avanzava sempre più pericolosamente. Un anno “Shock”. A settembre, poco tempo dopo la riunione sul “Britannia” della Regina d’Inghilterra, George Soros e i grandi istituti finanziari d’oltreoceano lanciarono l’attacco speculativo nei confronti del Sistema Monetario Europeo (SME) portando ad una svalutazione del 30% della lira. Un operazione che portò nelle tasche degli investitori-speculatori che acquistavano in dollari e a George Soros, ben 15.000 miliardi di lire. Tale svalutazione comportò, per farne fronte, anche l’uso di 48-50 miliardi di lire delle riserve della Banca d’Italia e un prelievo forzoso dai conti correnti degli italiani pari al 6xmille. Con una svalutazione tale, la privatizzazione selvaggia dello Stato Italiano, orchestrata in quel “summit” sul Meditarraneo, era cosa ormai semplice. Come insegna la giornalista canadese Naomi Klein nel suo celebre libro “Shock Economy – L’ascesa del capitalismo dei disastri”, uno Stato quando è in preda ad uno shock (che sia un attentato, una grave crisi economica, una catastrofe naturale) non comprende cosa gli viene soministrato. Questa è stata l’arma per anni del neo-liberismo: l’uso dello “shock” per attuare le peggiori politiche liberiste. Per vendere uno Stato alle banche, all’alta finanza, alle grandi multinazionali. A tutto ciò ha dato il suo contributo e consenso Mario Draghi. A partire da quel 2 giugno 1992. Lo stesso Draghi che oggi ci viene a dettare l’attuazione delle stesse politiche che per anni hanno massacrato interi paesi, inducendoli alle più spregiudicate e criminali privatizzazioni, per rientrare da un debito che non abbiamo creato noi. E che quindi non intenderemo pagare.

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Ma ecco come lavorano i paladini di Bilderberg, Trilateral, CFR, Aspen, ecc.

Massimo Giannini di Repubblica ne fà un ritratto estasiante:

Draghi mette tutti d’accordo. Ha gestito il risanamento pubblico degli anni ’90. Ha curato il più ampio processo di privatizzazioni mai realizzato in Europa. Si porterà dietro per un po’ qualche ridicolo pregiudizio. Un’eccessiva “contiguità” con la sinistra, che lo vorrebbe troppo disponibile verso i governi ulivisti di ieri e di domani. E poi quella pervasiva “sindrome del Britannia”, che lo vedrebbe troppo sensibile ai Poteri Forti della finanza internazionale. I soliti, risibili sospetti. Possono allignare solo negli incunaboli astiosi del partito azzurro di Berlusconi, o nelle valli malmostose del partito padano di Bossi. Draghi li spazzerà via presto, con la forza più oggettiva e persuasiva che c’è: il lavoro.

Ancora Repubblica

All’epoca delle privatizzazioni, sale sul Britannia, l’ex yacht dei reali inglesi destinato a diventare simbolo dietrologico della “svendita” delle partecipazioni statali italiane. Successivamente manda in porto: la liquidazione dell’Iri, l’affare Telecom Italia, quindi Eni, Enel, Comit, Credit… In pratica, cerca di smontare lo Stato-padrone e per questo viene definito l’uomo più potente dell’economia. Lui va fiero di queste operazioni che considera “una rivoluzione culturale” i cui tasselli risiedono nella legge che porta il suo nome – legge Draghi, appunto – che disciplina i meccanismi della finanza societaria.

Eppure lascia, improvvisamente, senza polemiche, nel settembre del 2001. E’ una scelta personale- assicura- maturata ancor prima delle elezioni: “Si è chiuso un ciclo”, dice in quell’occasione. E aggiunge che gli dispiace, certo, “perché anche gli economisti hanno un cuore”. Però vuole tornare a studiare: Harvard. E vuole rispettare una regola che ha imposto ai suoi collaboratori: non si passa direttamente dal Tesoro in società o banche.

In Goldman Sachs arriva all’inizio del 2002 e fa “business”, cioè affari: il suo è un incarico operativo, non è un semplice “door opener”, come chiamano quelli che possono aprire le porte. Adesso potrebbe tornare a via Nazionale.

Ecco un sito che nega le tesi complottische.

Ma allora, come nasce la storia del complotto? La storia nasce da un articolo sulla rivista Executive Intelligence Review pubblicato all’inizio del 1993: è lì che la storia del convegno viene stravolta e nasce la teoria di un accordo segreto nel quale fu decisa la svendita delle imprese pubbliche italiane con la compiacente collaborazione dei mass media incaricati di far digerire la pillola al popolo. E qui casca l’asino. La EIR è un rivista dall’affidabilità molto discutibile: tra i suoi editori c’è Webster Tarpley, sfegatato complottista sostenitore – tra le altre cose – della teoria che l’11 settembre 2001 fu un auto-attentato. La rivista è stata fondata ed è diretta da Lyndon LaRouche, altro complottista legato a doppio filo con gli ambienti nazi-fascisti, anti-semiti e negazionisti dell’Olocausto, con parecchi anni di galera alle spalle. La rivista stessa è stata definita, in un articolo pubblicato da United Press International nel 2002: “an anti-Semitic potpourri of disinformation, factoids, rumor, gossip, loony tunes and an occasional fact” . Ecco dunque come nasce la teoria del complotto del Britannia, via via arricchita dai contributi di numerosi altri complottisti al punto che oggi è diventato molto difficile separare il fatto (il simposio) dalla leggenda (il complotto). Peraltro, il disastro delle privatizzazioni in Italia ha giovato non poco alla teoria del complotto, e non c’è da meravigliarsi se oggi essa appaia estremamente verosimile. E forse, in fondo in fondo, più di qualcuno ha interesse a dare la colpa di tanti sfaceli a un intrigante complotto consumato su un panfilo reale in alto mare, piuttosto che all’incompetenza e al malgoverno di quegli anni.

Ecco un’opinione di Sergio Romano (Corriere della Sera):

Posso dirle anzitutto quello che accadde nei giorni seguenti. Vi furono indignate prese di posizione della stampa nazionalista. Vi furono preoccupate interrogazioni parlamentari di esponenti del Msi. E vi fu un coro di voci allarmate che denunciarono la «regia occulta» dell’incontro, le strategie dei «poteri forti», la «svendita dell’industria italiana». L’uso del panfilo della Regina Elisabetta sembrò dimostrare che la crociera del Britannia era stata decisa e programmata dal governo di Sua Maestà. E il fatto che l’evento fosse stato organizzato da una società chiamata «British Invisibles» provocò una valanga di sorrisi, ammiccamenti e battute ironiche.
Cominciamo dal nome de gli organizzatori. «Invisibili», nel linguaggio economico-finanziario, sono le transazioni di beni immateriali, come per l’appunto la vendita di servizi finanziari. Negli anni in cui fu governata dalla signora Thatcher, la Gran Bretagna privatizzò molte imprese, rilanciò la City, sviluppò la componente finanziaria della sua economia e acquisì in tal modo uno straordinario capitale di competenze nel settore delle acquisizioni e delle fusioni. Fu deciso che quel capitale sarebbe stato utile ad altri Paesi e che le imprese finanziarie britanniche avrebbero potuto svolgere un ruolo utile al loro Paese. «British Invisibles» nacque da un comitato della Banca Centrale del Regno Unito e divenne una sorta di Confindustria delle imprese finanziarie. Oggi si chiama International Fi nancial Services e raggruppa circa 150 aziende del settore. Nel 1992 questa organizzazione capì che anche l’Italia avrebbe finalmente aperto il capitolo delle privatizzazioni e decise di illustrare al nostro settore pubblico i servizi che le sue imprese erano in grado di fornire. Come luogo dell’incontro fu scelto il Britannia per tre ragioni. Sarebbe stato nel Mediterraneo in occasione di un viaggio della regina Elisabetta a Malta. Era invalsa da tempo l’abitudine di affitarlo per ridurre i costi del suo mantenimento. E, infine, la promozione degli affari britannici nel mondo è sempre stata una delle maggiori occu pazioni del governo del Re gno Unito.
Fra gli italiani che salirono a bordo del panfilo vi furono banchieri pubblici e privati, manager dell’Iri e dell’Efim, rappresentanti di Confindustria. Vi fu anche Mario Dra­ghi, allora direttore generale del Tesoro nel governo di Giu liano Amato. Ma Draghi si li mitò a introdurre i lavori del seminario con una relazione sulle intenzioni del governo italiano e scese a terra prima che la nave salpasse per l’Argentario. La crociera fu breve e pittoresca, con una orche strina della Royal Navy che suonava canzoni nostalgiche degli anni Trenta e un lancio di paracadutisti da aerei bri tannici che si staccarono in volo da un incrociatore e scesero come stelle filanti intorno al panfilo di Sua Maestà. Fu anche utile? È difficile fare i conti. Ma non c’è privatizzazione italiana degli anni seguenti in cui la finanza anglo- americana non abbia svolto un ruolo importante.

Fonte: www.corriere.it
16.09.2009

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Le privatizzazioni industriali in Italia

Nel periodo dal 1991 al 2001 molte aziende sono state privatizzate:

– ENI, di cui Goldman Sachs acquisì l’intero patrimonio immobiliare[senza fonte]
– le aziende controllate dall’IRI, tra cui la SME (agroalimentare).

Le privatizzazioni furono realizzate tramite opportuni decreti che cambiavano la forma societaria delle aziende statali. In particolare:
– sulla base delle disposizioni dettate in materia di trasformazione degli enti pubblici economici contenute nell’art. 1 del D.L. 5 dicembre 1991 n. 386, convertito nella legge 29 gennaio 1992 n. 35, (trasformazione degli enti pubblici economici, dismissione delle partecipazioni statali ed alienazione di beni patrimoniali suscettibili di gestione economica) gli enti di gestione delle partecipazioni statali e gli altri enti pubblici economici, nonché le aziende autonome statali, possono essere trasformati in società per azioni (art. 1, 1° co, d. l. 5.12.1991, n. 386);
– con il decreto n. 386/1991 il Governo ha stabilito, per la disciplina degli enti trasformati in società per azioni (enti di gestione delle partecipazioni statali e altri enti pubblici economici, nonché aziende autonome statali), un rinvio di disciplina alla fonte codicistica, fatta eccezione per la revisione del bilancio di esercizio;
il decreto n° 333 del 1992 ha trasformato in SpA le aziende di Stato IRI, ENI, INA ed ENEL;
– l’Ente Ferrovie dello Stato (già ente pubblico economico istituito con la legge 17 maggio 1985 n. 210) è stato trasformato in società per azioni in forza della deliberazione C.I.P.E. del 12 agosto 1992, adottata a norma dell’art. 18 del D.L. 11 luglio 1992 n. 333, convertito nella legge 8 agosto 1992 n. 359;
– con deliberazioni in data 18 febbraio 1993 e 2 aprile 1993, il C.I.P.E. ha stabilito i criteri per la trasformazione in s.p.a. dell’Azienda autonoma dei monopoli di Stato ed i criteri generali di riassetto del settore delle telecomunicazioni;
– in data 30.12.1993 ha trovato conferma con delibera del Consiglio dei ministri, la dismissione totale della quota detenuta dell’Iri nel Credito italiano e di quella detenuta dall’Eni nel Nuovo Pignone. Ulteriore delibera del consiglio dei ministri ha disposto la dismissione da parte dell’Eni delle società controllate Agip e Snam, previa quotazione in borsa delle stesse;
– con direttiva del 30.6.1993 il Presidente del consiglio dei ministri ha proceduto alla dismissione delle partecipazioni detenute dal tesoro in Banca commerciale italiana, Credito italiano, Enel, Imi, Stet, Ina ed Agip;
– il d.l. n. 332 del 31.5.1994, conv. in l. n. 374 del 30.7.1994, ha unificato la normativa in tema di dismissione di partecipazioni dello Stato e degli enti pubblici in società per azioni;
– la legge 8.8.2002, n. 178, ha disposto, all’art. 7, la trasformazione dell’Ente nazionale per le strade ANAS in società per azioni;
– il decreto legislativo 18 novembre 1997, n. 426 ha proceduto alla trasformazione dell’ente pubblico “Centro sperimentale di cinematografia” nella fondazione “Scuola nazionale di cinema;
– il d.lgs. 29 gennaio 1998, n. 19 ha disposto la trasformazione dell’ente pubblico “La Biennale di Venezia” in persona giuridica privata denominata “Società di cultura La Biennale di Venezia”, a norma dell’articolo 11, comma 1, lettera b), della L. 15 marzo 1997, n. 59;
– il D.lg. 29 ottobre 1999, n. 419, art. 2 co. 1 tab. all. A, ha autorizzato la privatizzazione dell’intero sistema degli enti pubblici seguenti: Giunta centrale per gli studi storici, Deputazioni e società di storia patria Istituto italiano di numismatica, Istituto storico italiano per il medio evo, Istituto storico italiano per l’età moderna e contemporanea, Istituto italiano per la storia antica, Istituto per la storia del Risorgimento italiano, Ente per le ville vesuviane, Fondazione “Il Vittoriale degli Italiani”, Ente “Casa di Oriani”, Centro nazionale di studi leopardiani, Istituto di studi filosofici “Enrico Castelli”, Istituto italiano per la storia della musica, Istituto italiano di studi germanici (Roma), Istituto nazionale di studi verdiani (Parma), Centro nazionale di studi manzoniani (Milano), Ente “Casa Buonarroti”, (Firenze), Ente “Domus Galileana” (Pisa), Istituto “Domus mazziniana” (Pisa), Centro nazionale di studi alfieriani (Asti), Istituto nazionale di studi sul rinascimento (Firenze), Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia (Milano), Istituto nazionale di archeologia e storia dell’arte (Roma), Centro internazionale di studi di architettura “Andrea Palladio” (Vicenza), Istituto internazionale di studi giuridici (Roma), Centro italiano di studi sull’alto medioevo (Roma), Erbario tropicale di Firenze, Ente nazionale della cinofilia italiana.

La prospettiva delle privatizzazioni in Italia fu discussa a bordo dello Yacht reale Britannia, il 2 giugno 1992[1]. L’incontro, avvenuto in acque italiane, divenne famoso, tra l’altro, per quella che sarebbe stata secondo alcuni[chi?] la pianificazione della svendita dell’industria italiana[senza fonte]. La nave attraccò al porto di Civitavecchia facendo poi rotta lungo la costa dell’Argentario. Alla riunione parteciparono, oltre ad alcuni banchieri inglesi, anche un gruppo di manager ed economisti italiani: Mario Draghi, Direttore Generale del Ministro del Tesoro, Herman van der Wyck, Presidente Banca Warburg, Lorenzo Pallesi, Presidente INA Assitalia, Jeremy Seddon, Direttore Esecutivo Barclays de Zoete Wedd, Innocenzo Cipolletta, Direttore Generale di Confindustria[1], Giovanni Bazoli, Presidente Banco Antonveneto, Gabriele Cagliari, Presidente ENI, Luigi Spaventa[2]

Nel 1993 avviene la privatizzazione del gruppo Sme[senza fonte], azienda pubblica controllata dall’IRI con una quota del 64%. Nel luglio 1993, con la prima tranche della privatizzazione, relativa al settore surgelati e a quello dolciario del gruppo Sme, il gruppo svizzero Nestlé acquisisce i marchi Motta, Alemagna, La Cremeria, Antica Gelateria del Corso, Maxicono, Surgela, Marefresco, La Valle degli Orti, Voglia di pizza, Oggi in Tavola.

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Svendita totale dello Stato. Draghi era sul Britannia

Quello che era iniziato nell’incontro sul panfilo reale Britannia nel 1992, presenti esponenti di spicco della finanza anglosassone e quel Mario Draghi ora alla BCE, la svendita dell’Italia e del suo patrimonio economico, si sta completando proprio in questi giorni. Che l’Italia sia un Paese, nazione nel senso classico non si può definire da tempo, senza sovranità si è visto anche con la vicenda libica.

Ora con la lettera di Berlusconi all‘Ue ogni dubbio è stato spazzato via definitivamente, il governo della “repubblica delle banane italiana” si è piegato senza battere ciglio a chi gli chiedeva di spazzare via in nome dell’euro e della stabilità finanziaria, ogni residuo di Stato sociale e di tutela per i suoi cittadini, nonché aprire la strada al capitale straniero.
Le misure che saranno prese in Italia, non era bastata evidentemente la recente manovra finanziaria, sono in linea con quelle che si sono già abbattute sulla Grecia e in passato su tutti coloro che sono finiti nelle maglie del sistema usurocratico imposto dal Fmi, Banca Mondiale, Bce e ora Unione Europea. Sarkozy e la Merkel, Barroso e Van Rompuy hanno fatto la faccia feroce, … … e prima di loro i boiardi Draghi e Trischet, forti anche del sostegno in Italia di quel Napolitano che si può oramai considerare tranquillamente la quinta colonna delle oligarchie mondialiste.
Gli italiani, la cui sensibilità nazionale dopo il 1945 è stata semplicemente lavata, non hanno ancora appieno capito la gravità delle misure intraprese da questo governo e non basta la lettera di Berlusconi sul “Il Foglio” di domenica 30 novembre a tranquillizzarci, semmai è solo una conferma di quanto avvenuto e che accadrà nel prossimo futuro. Un‘attenta lettura della relazione del Presidente del Consiglio fatta all’Ue apre scenari a dir poco inquietanti.
Si parla di debito pubblico, senza specificare verso chi, una storia che si trascina da tempo e in nome della quale ogni sacrificio dovrebbe essere giustificato, peccato che esso non sia altro che il debito che lo Stato italiano ha contratto con la banca privata d’emissione della moneta e con i relativi interessi passivi che crescono di anno in anno sui titoli di debito pubblico, in una spirale a salire senza fine.
E’ pura fantasia pensare che possa essere ripianato, è la stessa situazione in cui viene a trovarsi chi incappa nelle maglie di uno strozzino, e la Banca d’Italia, la Bce e il Fmi, non sono altro che strozzini legalizzati che esautorano gli Stati dalle loro funzioni istituzionali, facendo da apripista agli speculatori internazionali che così potranno fare man bassa d’industrie, banche e servizi. Le autentiche perle con le quali si vorrebbe far ripartire l’economia italiana, sono le stesse applicate in passato in America Latina, in Africa,in Asia, dove hanno portato solo miseria per i più e ricchezza per pochi oligarchi. Privatizzazioni in primis, qui l’obiettivo è quello non dichiarato di distruggere completamente il “sistema Italia” e ridimensionare ancor di più la forza economica nazionale.
Con la scusa della libera concorrenza, lo Stato e gli Enti Pubblici dovrebbero mettere sul mercato beni e servizi in nome di quella libera concorrenza sempre osannata ma utopica perché alla fine prevale sempre la legge del più forte che saprà imporre le sue regole a detrimento degli interessi collettivi, gli stessi che sono alla base del servizio pubblico che deve operare non a scopo di lucro. Una volta messe sul piatto è facile intuire nelle mani di chi finirebbero, che sono poi gli stessi che reggono le fila delle grandi banche d’affari anglo-americane, una vera e propria espropriazione del nostro patrimonio economico.
Va ricordato che in passato i governi Ciampi e Prodi, quest’ultimo uomo Goldman Sachs, avevano già provveduto a svendere interi settori strategici. Non poteva mancare poi il solito richiamo al “dinamismo delle aziende”, da attuarsi nell’arco di quattro mesi, che tradotto significa libertà di licenziamento, come se l’insicurezza del posto di lavoro fosse il volano per accrescere il benessere della popolazione. Questo per la gioia del ministro del Welfare, mai nome fu più inappropriato, Maurizio Sacconi, il falco liberal che in totale malafede crede che maggiore occupazione faccia rima con facilità di licenziamento. Il ministro evidentemente dimentico dei suoi trascorsi socialisti, e senza alcuna dignità nazionale, rilancia e ripete pappagallescamente quello che l’Ue ha imposto, con un accenno al “pericolo terrorismo”, che funziona sempre quando si vuole criminalizzare eventuali proteste. Sacconi ha spiegato poi “che si potrebbe sospendere l’applicazione dell’Art 18 dal sedicesimo assunto in poi nelle aziende con meno di quindici dipendenti e nelle quali oggi non si applica la Legge 300/70”, e di “trovare interessanti le proposte del senatore del centro sinistra Ichino in modo da stabilire regole più flessibili per chi sarebbe costretto a uscire dal mondo del lavoro”. Più bipartisan di così… Nulla di nuovo sotto il sole, i peggiori italiani sono spesso stati al governo e lo sono tuttora in Parlamento e non da oggi. Ci basta sentire le risibili dichiarazioni di un Bersani che dovrebbe rappresentare l’opposizione, che non trova di meglio che incolpare l’attuale governo e difendere l’euro e l’Europa delle banche, il solito gioco al massacro dei tutti contro tutto che caratterizza la pochezza della classe politica italiana di oggi, la quale non ha alcuna visione strategica nel medio e lungo termine e non ha neppure vagamente l’idea di cosa siano gli interessi nazionali.
A queste azioni seguiranno tutta una serie di riforme del mercato del lavoro, che è inevitabile intuire che andranno oltre ai già nefasti effetti della Legge Biagi. La sola parola “efficientamento” del lavoro dovrebbe far riflettere. Entro il 2011 il Governo s’impegna a favorire l’occupazione dei giovani, con contratti di apprendistato e a tempo parziale, tutte cose già viste e che non hanno risolto nulla, mentre entro maggio 2012 sarà varata una “riforma della legislazione del lavoro funzionale alla maggiore propensione ad assumere e a licenziare”. Questa se approvata sarà il definitivo canto del cigno dei contratti a tempo indeterminato e la messa in soffitta dell’Art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, e con esso la sicurezza di un posto di lavoro su cui costruire il proprio futuro e quello della propria famiglia. Già adesso con la “somministrazione di lavoro”, vero e proprio caporalato legalizzato, i tempi determinati più o meno lunghi, si è creata una generazione di giovani precari, che arrivano alla soglia dei trenta anni non sapendo neppure che cosa avverrà domani del proprio contratto, una navigazione a vista che si sta ripercuotendo sull’intero sistema sociale italiano. Meno sicurezza, si traduce in meno nuclei famigliari, e quindi meno figli e di conseguenza un calo demografico in costante crescita, così qualcuno potrà dire che vi sono più pensionati e meno forza lavoro.
La scure liberista si abbatte anche sugli orari di lavoro, che negli esercizi commerciali saranno “liberalizzati”, in poche parole potremmo avere come nella patria per eccellenza del capitalismo selvaggio, gli Stati Uniti, i negozi aperti anche la sera, i supermercati, i centri commerciali, che però non risolveranno un bel niente, ma favoriranno solo uno sfrenato consumismo, distruggendo quel poco che è rimasto di coesione sociale. Forse e senza il forse è proprio quello uno degli obiettivi che si prefiggono gli gnomi dell’alta finanza, un popolo d’inebetiti consumatori senza radici in tanti quartieri dormitorio
Certo qualcuno sarà felice di poter comprare l’ultimo modello di I Pod anche alle 11 di sera, dimenticando che dall’altra parte del bancone vi sarà sempre una persona costretta a trascurare la propria vita sociale, un alieno che non saprà più distinguere i giorni feriali da quelli festivi, un tutto uguale senza fine né inizio. Negli altri punti della lettera di capitolazione nazionale, non poteva mancare la Pubblica Amministrazione, da sempre considerata parassitaria da chi si crogiola nel mito del “laissez faire liberista”, meno Stato e più privato è il loro slogan.
Sarà istituita la mobilità obbligatoria, sarà introdotta la Cassa Integrazione Guadagni che vorrà dire riduzione salariale, poi diminuzione del personale e blocco ovviamente dell’avvicendamento. Invece di colpire chi non fa il proprio dovere, basterebbe l’esempio dei tanti Prefetti incapaci che circolano in Italia o lo stuolo dei magistrati inetti, e migliorare invece il servizio al cittadino, ridando senso dello Stato e dignità a chi lavora per esso, si preferisce applicare le ricette che i cosiddetti “mercati” vogliono. Poi l’affondo sulle pensioni, com’era prevedibile, da sempre nel mirino di tutte le politiche neoliberiste, nonostante il bilancio dell’Inps, ente previdenziale nazionale, sia in attivo e non presenti problemi, ma l’Europa vuole che i lavoratori escano solo a 67 anni, una vita di lavoro se pensiamo bene che non ha giustificazioni se non quella di ottenere risparmi tramite il sistema previdenziale da dirottare poi a sostegno dei soliti noti di Francoforte e Bruxelles, un sacrificio in più per salvare le banche e l’euro. Immaginiamo lo scenario con persone ridotte a lavorare con acciacchi di vario genere, demotivati dopo una vita passata dietro una scrivania o in fabbrica, mentre i loro figli sono costretti ad arrancare in cerca di un’occupazione stabile, e i padri invece costretti a non lasciare il posto di lavoro. Hanno scippato il Tfr con la creazione dei fondi pensione privati, introdotto il sistema di calcolo contributivo al posto di quello retributivo, e ora vogliono farci morire sul posto di lavoro solo perché le statistiche dicono che le attese di vita sono aumentate. Si è vero si campa più a lungo, ma come e dove non è certo sicuro, le malattie esistono ancora e le case di riposo sono piene di gente che vegeta e non vive realmente.
L’ideologia che privilegia la produzione, il profitto a tutto il resto, disprezza da sempre chi vuole tempo per pensare, chi cerca nella socialità, nella cultura, nell’arte un completamento del proprio vivere, perditempo sono considerati, del resto una testa pensante può creare grattacapi quindi è meglio stroncare l’individuo a forza di lavoro La resa italiana è totale come si può ben vedere. Si parla di cinque miliardi annui che renderebbero i beni immobili dello Stato da cedere, così che altri pezzi dell’argenteria di famiglia finiranno nella mani di privati e non certo italiani. Quella che è la ricchezza e la storia di una Nazione, costruita con il sacrificio d’intere generazioni, sarà ceduta come si fa con gli immobili di un’azienda che fallisce.

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Tommaso Padoa Euro, ovvero come fosse tutto chiaro sin dal principio

DI CLAUDIO MARTINI
il-main-stream.blogspot.it

“I giovani italiani sono bamboccioni”, “le tasse sono bellissime”. Queste amenità, pronunciate durante il secondo Governo Prodi, di cui Tommaso Padoa Schioppa era ministro dell’Economia, sono probabilmente l’unico lascito alla memoria collettiva di uno degli ideatori della moneta unica. Oltre a questo, poco rimane; qualche convegno alla memoria tra economisti iniziati, e l’impressione che il personaggio fosse una brava persona colpita da un’avversa sorte (è morto all’improvviso alla fine del 2010).

Eppure Padoa Schioppa era ben altro. Era questo

Un articolo sensazionale, nel senso che dopo che l’hai letto hai la sensazione che tutto fosse sempre stato chiaro, e che certi personaggi avrebbero dovuto essere combattuti, e non votati (l’ultima frase vale solo per gli elettori di sinistra). Cogliamo fior da fiore.

Parlando della storia delle relazioni commerciali franco-tedesche, il nostro scrive: La Germania aveva vinto per anni, decenni, combinando la superiore qualità dei suoi prodotti industriali (chi compra una Mercedes non bada al prezzo) con la superiore stabilità dei prezzi: le periodiche rivalutazioni del marco premiavano la combinazione ma vi contribuivano anche, perché proprio esse calmieravano i prezzi. La Francia, dopo la svalutazione del 1983, aveva preso la ferrea determinazione di fare «come e meglio della Germania»; un severissimo controllo dei salari accrebbe anno dopo anno la competitività favorendo la crescita.

Una descrizione del mercantilismo dei due paesi che dimostra come sia radicata nella letteratura economica la nostra analisi: la competitività si conquista con la stabilità dei prezzi; e la stabilità dei prezzi si ottiene non facendo crescere i salari, o addirittura riducendoli. Notiamo, en passant, che negli anni ’80 la Francia era governata dalla “sinistra”.

Poi però le cose si complicarono, e alla fine degli anni ’90 i due litiganti condividevano la stessa condizione di precarietà. A questo punto non restavano che le riforme strutturali, eterno ritornello di quelle che Luigi Einaudi chiamava le sue prediche inutili: lasciar funzionare le leggi del mercato, limitando l’ intervento pubblico a quanto strettamente richiesto dal loro funzionamento e dalla pubblica compassione.

Dove fa capolino l’idea che l’élite finanziaria e accademica ha dello Stato Sociale: una costosa manifestazione della pietà umana. Un paternalismo classista che fa accapponare la pelle.

Ma il meglio deve ancora venire.

In cosa consisterebbero le “riforme strutturali”? In genere gli strani figuri che vediamo ossessivamente presenti sui teleschermi che le presentano come inderogabili e improcrastinabili, ma non si peritano di svelarci il loro contenuto, Padoa Shioppa invece lo fa: Nell’ Europa continentale, un programma completo di riforme strutturali deve oggi spaziare nei campi delle pensioni, della sanità, del mercato del lavoro, della scuola e in altri ancora. Ma dev’ essere guidato da un unico principio: attenuare quel diaframma di protezioni che nel corso del Ventesimo secolo hanno progressivamente allontanato l’ individuo dal contatto diretto con la durezza del vivere, con i rovesci della fortuna, con la sanzione o il premio ai suoi difetti o qualità.

Il contatto diretto con la durezza del vivere. Non avevo mai incontrato in vita mia una parafrasi più cinica dell’intento di abbandonare le persone alla propria sofferenza. Qui siamo di fronte ad un deliberato progetto di saccheggio dei diritti e delle risorse dei ceti subalterni da parte dei ceti dominanti. Naturalmente, per rendere inevitabili le riforme strutturali era ed è necessario l’euro. La prossima volta che vi chiedono a cosa è servita la moneta unica, rispondete “per riavvicinare l’individuo dal contatto diretto con la durezza del vivere”. Per ritornare all’Ottocento.

Questo era l’uomo che i Bersani, i D’Alema, i Fassino, e anche i Di Pietro, Diliberto e Bertinotti vollero ministro dell’Economia nel 2006. Lo sanno gli elettori di sinistra di aver votato per Margareth Thatcher? Sì, probabilmente in tanti lo sanno. Infatti, sono sempre di meno.

Claudio Martini
Fonte: http://il-main-stream.blogspot.it/
7.03.2013

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22 marzo 2013

di Gianni Lannes – Fonte: http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/2013/03/liberiamo-litalia.html?spref=fb  22.3.13

Se la sovranità appartiene di diritto legale al popolo sovrano, se il denaro è dei cittadini, perché allora le banche (istituzioni private) prestano i quattrini speculando con il signoraggio? In primo luogo la BCE di mister Draghi Mario (uno dei traditori della patria), servitori di due e più padroni.

Il nodo cruciale da sciogliere è sotto gli occhi: l’Italia è notoriamente ostaggio della Banca Mondiale, del Fondo Monetario Internazionale e appunto della rinomata ditta criminale BCE.
Il punto è classico: chi controlla i controllori al vertice? Nessuna anima viva. Dopo i Trattati di Maastricht e di Lisbona, i Parlamenti nazionali sono stati definitivamente esautorati e le Costituzioni sospese. Ergo: con queste regole antidemocratiche nessun mago può ristabilire la legalità e restituire la sovranità perduta. Chi millanta tali possibilità mente spudoratamente. Inoltre, è da ingenui, se non da cretini o servi nel caso peggiore, chiedere al potere per conto terzi (ossia delegato dall’estero) di riformarsi. Non è sanando qualche spreco istituzionale che si rimette in sesto un Paese, ma azzerando il debito pubblico (superiore a 2 mila miliardi di euro), frutto di una colossale truffa e di una gigantesca speculazione finanziaria a danno del popolo italiano e dei popoli europei (ma non solo). Occorrono misure drastiche.Una dittatura si abbatte: punto e basta, senza troppe chiacchiere. E noi italiani siamo privi oltre che di sovranità anche di libertà.
C’è un problema ormai insopportabile, incancrenito: la massoneria, infiltratasi da tempo immemorabile anche nel Vaticano. Un miscuglio nebuloso di sette segrete che tramano nell’ombra da troppo tempo impunemente. Sarebbe ora di smascherarne tutti i componenti ed i caporioni, per poi spazzarli via definitivamente (in senso legale ovviamente). Questi individui demoniaci vogliono instaurare un nuovo ordine mondiale sulla pelle di gran parte dell’umanità. Il punto di partenza potrebbe essere l’inchiesta giudiziaria del magistrato Agostino Cordova, decollata dalla Calabria e poi passata di mano ad altri magistrati per via della competenza territoriale, ed infine incredibilmente archiviata.
Domanda facile: perché in Italia non si rimuovono i segreti istituzionali e della NATO?  
Uno Stato che agisce all’insegna dello spreco e della liquidazione forzata delle fonti di reddito proprie ma soprattutto dei suoi cittadini, va liquidato senza tanti giri di parole per garantire democrazia, liberta e giustizia sociale.
Vige il motto: divide et impera. Breve riflessione a margine: la pratica dell’odio e della paura rende le masse sempre più manipolabili. E’ l’ora di unire, non dividere le forze buone in campo, senza più abbagli grulleschi. Non abbiamo bisogno di comici vip che incassano fior di milioni con le loro stravaganze e si danno pure delle arie da montati. L’Italia non è uno Stato di diritto, ma un sistema forte e prepotente di apparati e consorterie in finta concorrenza, grazie alla nostra passività e disattenzione.Hic et nunc. Liberiamoci di queste catene e restituiamo dignità al nostro Paese. Abbiamo l’obbligo verso i giovani e le future generazioni, di fare qualcosa di concreto e positivo. In una parola: il bene comune.
 
Britannia, unità navale di proprietà della regina Elisabetta Windsor, al vertice della massoneria inglese
Britannia: do you remember? Vediamo un pò se al pensionato d’oro, anzi di platino, Giuliano Amato (papabile prossimo presidente della Repubblica) torna la memoria. E’ stato lui, uno di quelli che ha maggiormente contribuito a tradire l’Italia dopo il famigerato incontro del Britannia.
 
Ragionier Grillo ha qualcosa da dire a proposito dell’incontro segreto da lei tenuto nel 2008 con l’ambasciatore USA, Ronald Spogli? Nel suo esclusivo interesse, si attendono esaurienti spiegazioni. Altrimenti, il suo ostinato silenzio sarà eloquente anche per ciechi, sordi e grullini, pardon grillini.
 
EIR:
Altri riferimenti:
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5 aprile 2013

Già nel 2005 il giornalista Fulvio Grimaldi ci aveva informato dettagliatamente sul cambio di potere ai vertici del potere mondialista. ndr

di: Red Sv – intervento del: MONDOCANE FUORILINEA

LA GUERRA  GLOBALE DI SION DA GERUSALEMME E BAGHDAD ALLA BANCA D’ITALIA

CON L’UOMO DI SOROS E NEL PLAUSO BIPARTISAN (MA PIU’ DI SINISTRA) LA FINANZA EBRAICA BATTE IL VATICANO

MONDOCANE FUORILINEA

31/12/05 di Fulvio Grimaldi

31 dicembre: nel plauso a denti stretti della destra e più  convinto della “sinistra” a Mario Draghi governatore della Banca d’Italia, si chiude l’annus horribilis berlusconian-dalemiano.bertinottiano 2005. Vince la finanza anglo-israeliana, massonica e laica (si fa per dire), perde la finanza cattolica e, in specie, la massoneria Opus Dei. Vincono anche coloro che 13 anni prima hanno avviato la bancarotta italiana, assassinato la politica e fatto trionfare un’economia in gran parte straniera di rapina e per il resto quella che impesta l’aria di questi tempi. La posta in gioco? Tra le altre il famigerato Partito Democratico filoclintoniano, filoisraeliano, filobilderberghiano, massonico, di Rutelli, Veltroni e aggregati vari.

Uomo di Soros, ma anche dei Rothschild, dei briganti globali Goldman Sachs (la più grande banca d’affari del capitalismo con le zanne), dei Chicago Boys, delle organizzazioni mafioso-massoniche Bilderberg e Trilateral (alle cui conventicole insieme a Henry Kissinger non manca mai), cioè di tutta quella che a buon diritto si può chiamare la mafia economica ebraico-laica (con l’accento sul primo termine)  in contrapposizione – e a volte in combutta – con la mafia finanziaria cattolica, quella dei Mercinkus, Sindona, Calvi e, infine, di Fazio. Uomo con alle spalle uno dei più colossali tradimenti nazionali, tradimenti che sono essenzialmente quelli a danno dei lavoratori, quando nel 1992 fu complice di quell’assalto all’economia italiana, guidata dal più grande delinquente della speculazione filosionista, George Soros, che sfasciò per sempre il sistema produttivo del nostro paese. Le forze di cui Draghi fu l’operativo in Italia, sia con il sabotaggio del ’92, sia sovrintendendo ai successivi saccheggi nella qualità di presidente del Comitato per le privatizzazioni (dal 1993), sono le stesse che in Palestina fucilano o torturano pacifisti e oppositori,  rimuovono un popolo, con l’assassinio e il massacro sociale, dal primo lembo di un obiettivo strategico chiamato “Grande Israele”; le stesse che in Iraq hanno cercato, invano, di decapitare un polo antimperialista, nazionale e socialmente alternativo ai modelli del vampirismo capitalista e del nuovo colonialismo; le stesse che, a partire dai progetti di una masnada di nazisionisti covati da Reagan e Bush padre a Washington, si propongono il dominio e il saccheggio planetari. A volte si opera con il fosforo, a volte con le manifestazioni colorate, a volte con il terrorismo, a volte con la moneta. In ogni caso si opera come detta Mein Kampf.

Oggi la stampa di sinistra (di quella di destra, con i suoi automatismi dell’allineamento, non mette conto parlare) di tutto questo non fa menzione.  C’è questa intermittenza della memoria, ormai strutturale e, forse, condizione di sopravvivenza in un esistente considerato ineluttabile, che ha già consentito alla sinistra cosiddetta radicale di allinearsi su alcune questioni dirimenti per la nostra storia e il nostro futuro. Ne cito solo alcuni, ma cruciali: il terrorismo dalle Brigate Rosse ad Al Qa’ida, la demonizzazione dei “nemici” da Cuba alla Jugoslavia, dall’Algeria alla Corea del Nord , dall’Iraq alla Siria e all’Iran; e poi il cristianesimo papista e non, la non violenza, i diritti umani e la democrazia, tutti sussunti nei termini esatti che convenivano al potere capitalista nella sua fase finale dell’imperialismo economico e bellico con salmerie al seguito. Qualche accenno all’”uomo delle privatizzazioni” sul “Manifesto”, con Parlato da sempre affettuoso con la Banca d’Italia, perfino con suoi pontefici più maleodoranti, e, con più energia, su “Liberazione” dove, ricordando la svendita operata da Draghi dei cosiddetti “gioielli di famiglia”, Enel, Eni, Telecom, IMI, Comit, BNL, tutto il sistema bancario italiano, si parla del neo-governatore della Banca d’Italia come del responsabile del processo che “consegnò l’economia del paese in mano alla finanza e alle sue speculazioni, accompagnando e accelerando in modo vistoso il declino industriale del nostro paese; che ha segnato definitivamente il tramonto dell’etica, se mai ve n’è stata una, nell’economia di mercato; che ha precostituito il terreno per le scorrerie dei vari raiders di ogni colore…” E dici niente! Roba che, se un ciarlatano biscazziere non avesse disintegrato il sistema giudiziario e la sensibilità morale universale, dovrebbe imporre al personaggio una specie di Norimberga per crimini contro il pezzo italiano dell’umanità.

Ma la metastasi entrista del giornaletto del rampichino Bertinotti rimedia subito, aprendo le porte alla possibilità che il Dilapidatore Massimo della nostra storia si ravveda. Per cui “non vi è nulla di personale contro Mario Draghi. Anzi, la sua biografia intellettuale è di tutto rispetto, a cominciare dal suo essere stato uno degli allievi di Federico Caffè, uno degli economisti più innovativi e socialmente sensibili della storia del nostro paese…” E che vuol dire? Non è forse Fassino allievo di Togliatti e il Panzerpapa allievo di Gesù? Ma l’eulogia va avanti a vele spiegate visto che il Nostro “ha una notevole dimestichezza con il funzionamento degli organi dello Stato, maturata lungo un decennio nelle funzioni di direttore generale del Tesoro. La sua esperienza internazionale è fuori di dubbio, visti i suoi incarichi  nel G7 e nel G10, nonché la recentissima attività presso un’istituzione globale come la Goldman Sachs… E’ dunque una nomina di alto profilo, come è stato autorevolmente commentato…”  Insomma, un quasi santo. “Il Manifesto”, accennato anch’esso alle privatizzazioni, segue a ruota: “Nel lavoro però Draghi non ama la solitudine. Ama il dialogo, il lavoro di staff, la discussione, circondarsi di intelligenze (di quali è detto in apertura di questo scritto. N.d.r.). In questa ottica in Banca d’Italia si attendono molto”. Poi, detto correttamente delle sue sciagurate svendite degli organi vitali del paese, si sale addirittura al diapason: “Draghi non è uomo di sinistra, anche se certamente non è di destra. O almeno di questa destra. Credo che possa essere definito un liberal nell’accezione Usa”. Gore Vidal, Noam Chomsky, Luther King, Robert Redford, Gorge Clooney, Sean Penn, Norman Mailer si voltano dall’altra parte colpiti da spasmi.

La frase da lapide sulla magione dove Draghi è nato è sempre del “Manifesto”: “E’ stato un ottimo servitore dello Stato… e quando ha avuto in mano i conti pubblici, le cose andavano decisamente meglio di oggi”. Mancano solo la corona d’alloro e la banda dei granatieri. Vediamolo, allora, questo “ottimo servitore dello Stato” e colmiamo qualche vuoto che, certo inavvertitamente, i nostri controinformatori intestatari del termine “comunismo”, hanno lasciato nelle citate biografie (attingiamo in buona misura a quanto pubblicato e mai smentito nei siti telematici in calce). L’uomo che ha sconfitto il capofila della finanza cattolica (ma il Papa si è subito rifatto sull’embrione e sulle donne) e ha aggiunto sulle torrette di Palazzo Koch uno svettante vessillo a bande bianche e azzurre, emerge dal grigiore della burocrazia ministeriale poco dopo essere stato chiamato a dirigere il Tesoro. Era il 2 giugno del 1992, data assolutamente fatidica per rimuovere dal calendario simbolico d’Italia il 25 aprile e passare dalla per quanto menomata sovranità alla pressoché totale dipendenza coloniale. Al largo di Civitavecchia veleggia il panfilo più lussuoso e prestigioso del mondo: il “Britannia” della regina Elisabetta. Oltre che la sovrana Hannover-Windsor, la cui presenza a bordo rimase confinata nelle voci, tra i passeggeri figurano i rappresentanti delle banche più importanti e manovriere della finanza ebraico-massonica, Barings, Barclay’s e Warburg, lo speculatore internazionale Gorge Soros, titolare del Fondo Quantum collocato nelle Antille Olandesi e, secondo indagini statunitensi, sospettato di essere gonfio di dollari da riciclaggio nell’ambito del traffico di droga colombiana, e, per l’Italia, Mario Draghi, Beniamino Andreatta, collaboratore di Romano Prodi e, privo però di conferma, il ministro del Tesoro Barucci. Tutta gente che, se i procedimenti aperti dalle procure di Roma e Napoli non fossero svaporati nelle nebbie, avrebbe rischiato fino a quattro anni di carcere – e l’esclusione in perpetuo dal mondo finanziario e dall’ambito delle persone perbene – per aver provocato la svalutazione con mezzi illeciti della moneta nazionale e dei titoli di Stato, aprendo poi le porte alla cannibalizzazione dell’economia italiana da parte delle forze finanziarie ispirate dalla City di Londra e da Sion. I due massimi responsabili della lira erano in quel momento Carlo Azeglio Ciampi, governatore e Lamberto Dini, direttore generale della banca centrale, poi diventati presidenti del consiglio dei due governi tecnici responsabili delle privatizzazioni su tutto il fronte e di tagli micidiali alla spesa pubblica, come suggerito da Maastricht.

Dallo yacht regale, pronube Mario Draghi (che poi pigolerà flebili rincrescimenti, peraltro poco credibili visto il successivo accanimento svenditore), si sprigiona quella nube tossica che, nel successivo settembre, farà dell’economia italiana, soprattutto degli italiani altri dai connazionali speculatori, avanzi da rottamazione. Entra in scena George Soros, l’anfitrione del “Britannia”, punta di lancia delle guerre di sterminio contro paesi, piuttosto popoli, che si fanno gli affari loro, fuori dalla garrota imperialista-sionista, o che comunque offrono banchetti da consumare. Con svendite a rotta di collo e a vastissimo raggio della nostra valuta nazionale viene lanciato un attacco speculativo che porta a una svalutazione della lira del 30% ed al prosciugamento delle riserve della Banca d’Italia con Ciampi che, per arginare la catastrofe, arriva a bruciare 48 miliardi di dollari. Una crisi che portò anche alo scioglimento del Sistema Monetario Europeo (SME). Nell’incontro segreto sulla barca della regina si era complottata la completa privatizzazione delle partecipazioni statali – asse portante dell’economia italiana – a prezzi stracciati grazie alla svalutazione. Presidente del Consiglio e, dunque, principale di Draghi e di Andreatta, è Giuliano Amato, oggi candidato di punta per la presidenza della Repubblica italiana. Prodi governa lo smantellamento dell’IRI. Passano in mani straniere, oltre a buona parte del sistema bancario, i colossi dell’energia e delle comunicazioni, l’IRI, Buitoni, Invernizzi, Locatelli, Galbani, Neuroni, Ferrarelle, Peroni, Moretti, Perugina, Mira Lanza e molte altre aziende dei settori strategici. L’Italia diventa quella colonia buona per tutte le rapine, esterne e interne, che funsero da banco di prova per i gangsters delle scalate odierne, a partire dal dalemiano Colaninno a Gnutti, a Fiorani, a Consorte, con alle spalle, a tirarsi trabocchetti e inciuci, le opposte grandi coalizioni partitiche (vedi “L’anno dei complotti” di Fabio Andriola e Massimo Arcidiacono, per Baldini & Caastoldi).

Ci si mise anche, in bella combutta, l’agenzia di rating Moody’s, la stessa che declassò più tardi la Fiat da comprare. Si accanì contro l’Italia declassando i Bot e contribuendo così allo tsunami sorosiano sulla nostra moneta. Effetto collaterale della cospirazione: lo smantellamento dello SME e, quindi, una botta micidiale all’Europa che Bettino Craxi attribuì a “potenti interessi, avversari dell’Unione Europea, che pare si siano mossi allo scopo di spezzare le maglie dello SME”.  A seguito di questa sprangata sui denti all’Europa, utile sia agli angloamericani che alla loro quinta colonna israeliana, arriva in Italia, ambasciatore USA, Reginald Bartholomew che, a complotto riuscito, insisterà:”Continueremo a sottolineare ai nostri interlocutori italiani la necessità di privatizzare, di proseguire in modo spedito e di rimuovere qualsiasi barriera per gli investimenti esteri”. Cinque anni dopo Bartholomew diventerà presidente di Merryl Linch Italia, in parallelo con il compare Mario Draghi, sponda italiana dello sfascio nazionale, che arriverà addirittura a vicepresidente della più sionista di tutte le realtà finanziarie del mondo, la Goldman Sachs, instaurando un conflitto d’interessi da ridurre quello di Berlusconi a truffa da Monopoli, conflitto tra questa sua affiliazione (e  affiliazioni del genere, lo sappiamo, sono per sempre, come i diamanti) e quello che dovrebbe essere il suo ruolo di salvaguardia della nostra moneta e, dunque, della nostra economia. Non saranno certo gli oggi plaudenti D’Alema e Rutelli a farglielo pesare, visto come si precipitarono ad accreditarsi nei salottini intimi della City, proprio  quelli dell’assalto del 1992, proprio presso quella idra finanziaria che aveva rovinato il paese nel 1992 e seguenti.

Se Draghi era la sponda italiana della loggia orchestrata da George Soros, quest’ultimo ne era e tuttora lo stratega e l’operativo. Alla manovra sull’Italia, ne seguirono altre, su Tailandia, Malaisia (dove Soros fu processato e da cui fu cacciato a calci), Indonesia, Singapore e fu la fine, o almeno il ridimensionamento di quelle “tigri asiatiche” che tanto avevano disturbato il manovratore imperiale di Washington. Noi l’avevamo incrociato in Jugoslavia, nella parallela capacità di sovvertitore geopolitico, di destabilizzatore di paesi. E mentre “La Repubblica”, organo del filoisraeliano De Benedetti, per la penna di un Giorgio Ruffolo o di un Vargas Llosa, ne cantava le lodi di “filantropo” e vessillifero no-global contro le asprezze del capitalismo, Soros, infiltrandosi sotto le mentite spoglie di educatore con i suoi istituti “Open Society”, Società Aperta, e corrompendo a forza di miliardi i corruttibili dei paesi da destabilizzare, provocava via via i regime change indicatigli da USA-Sion, a volte con, a volte senza l’adolescente imperialismo europeo (non è nuovo, del resto, il foglio scandalistico di De Benedetti a fiancheggiamenti avventuristici degli squadroni della morte israelo-statunitensi; basta ricordare le oscene fandonie dell’allora suo Magdi Allam a promozione della guerra all’Iraq, o la recente campagna-canaglia contro il settore “nazionale” dei servizi, impersonato da Nicola Calipari e Nicolò Pollari). Tra i paesi da “democratizzare”, ovvero colonizzare: Jugoslavia (e nella presunta “democratizzazione” ci cascarono le Tute Bianche guidate da Luca Casarini), Ucraina, Georgia, Kirghizistan, Uzbekistan (dove gli è andata male), fino all’attuale “rivoluzione dei cedri” in Libano. Tutti paesi la cui ricchezza è stata fatta passare per il settaccio delle privatizzazioni e dei tagli sociali, con la crusca per il popolo e i grani per i ladroni. In Libano, dove la “rivoluzione colorata” cara a Israele e Francia, non è ancora conclusa, alla faccia degli osceni incoraggiamenti forniti da un cantore delle imprese israeliane contro il “terrorismo islamico”  come Guido Caldiron di “Liberazione”, la posta è l’ulteriore squartamento del mondo arabo, allargando il fronte dall’Iraq irriducibile e ormai vittorioso politicamente, se non militarmente, allo stesso Libano  e alla Siria.  Da queste operazioni lo speculatore ungherese non è mai lontano: fondi, fogli, radio, istituti della destabilizzazione sono sistematicamente cosa sua, “cosa nostra” se si guarda all’insieme.

Soros non lavora solo in proprio, anche se da un giochino fatto con Draghi, come quello dell’assalto alla lira, ha intascato la bella commissione di due milioni di dollari. Per esempio un anno dopo la vicenda del “Britannia”, scatenò un acquisto in massa di oro, dicendo che la Cina stava rimpinguando le sue riserve. Tutti dietro a comprare, con il risultato che il prezzo salì del 20%. A questo punto, insieme al compare sionista Jimmy Goldsmith, si disfece segretamente dei suoi acquisti realizzando delle plusvalenze stratosferiche (www.movisol.org/soros2.htm). Il suo Quantum Fund di Curacao, oggetto di tanti interventi legali per la vicinanza ai flussi del narcotraffico, è legato ai Rothschild, sovrani secolari della finanza ebraica, attraverso i Rothschild di Ginevra (direttore Karlweis), quelli d’Italia (già direttore Katz e dirigente del Quantum), quelli di Londra (direttore e consigliere del Quantum Fund, Taube). Questi legami risalgono a quando, negli anni ’70, Soros lavorava per il Bleichroeder Fund, finanziaria che opera in sintonia con i Rothschild. Oggi la Bleichroeder di New York è, insieme alla Citibank, la principale fiduciaria del Quantum Fund. Insieme a Soros, a organizzare il raduno sul “Britannia” si impegnò un gruppo di finanzieri anglo-israeliani chiamati British Invisibles. Uno dei massimi esponenti di questo gruppo è Sir Derek Thomas, ambasciatore britannico a Roma nel 1987-89 e dal 1990 direttore della Rothschild Italia e consigliere europeo per la N.M.Rothschield & Sons. Accanto a lui Richard Katz, già direttore di Ropthschild Italia, è consigliere del Quantum Fund. Va notato incidentalmente che nella direzione della Rothschild Bank AG di Zurigo troviamo Juergen Heer che, nel 1992, dichiarò di aver pagato ai killer mafiosi di Roberto Calvi 5 milioni di collari. Del resto, secondo la relazione di minoranza della commissione parlamentare P2, il 22 aprile del 1981 la banca Rothschild di Zurigo fondò a Monrovia (Liberia) una società di nome Zirka per conto dei piduisti Umberto Ortolani e Bruno Tassan Din. Otto giorni dopo il Banco Ambrosiano Overseas di Calvi erogò a favore della Zirka 95 milioni di dollari che vennero subito trasferiti a Zurigo presso la Rothschild . Di questi 95 milioni sembra che 45 siano scomparsi durante la detenzione di Calvi nella primavera-estate 1981 (Carlo Palermo, “Il quarto livello”). La P2 sembra aver costituito un momento di collusione nell’altalena dei rapporti tra finanze di opposto segno confessionale.

Ce n’è per concludere che all’ombra della finanza anglosassone-ebraica, rappresentata dai Rothschild, dalla City, da un Soros con amici come Draghi, l’Italia subì quell’attacco che finì, dopo tre lustri di banditesca e antipopolare politica condotta da indistintamente tutti gli schieramenti e tutti i protagonisti politici alternatisi alla guida del paese, nel verminaio attuale, con a capo, coerentemente, Mario Draghi. Un verminaio politico-economico dove il migliore ha la rogna e dove, al piano di sotto, si vive il day after delle classi escluse dal gioco. E’ un caso che, in concomitanza con l’ascesa del partner di Soros, nella coalizione che si presume vada a governare dopo l’estinzione dell’avanspettacolista d’annata, sia spuntata nientemeno che la “Sinistra per Israele”?  O è un caso anche che alla rimozione di Berlusconi contribuisca con cannoneggiamenti giudiziari in prima pagina il giornale in mano a due sodali di Israele del calibro di Paolo Mieli e Magdi Allam?

Siamo al punto che tutto si svolge sopra le nostre teste, appunto nel verminaio. Il conflitto è tra i padroni e noi, dal basso, osserviamo, non capiamo, applaudiamo o piangiamo in un angolo: “un volgo disperso che nome non ha”. Qualcuno cerca di anche di arrampicarsi. E pensare che una volta c’era la lotta di classe.

www.movisol.org/soros.html

 www.nwo.it/rothschild_soros.html

 www.forum.giovani.it/149365-fazio-e-opusdei-vs-rs.html

 www.panorama.it/economia/finanza/articolo/IX1-AO20001032976

 www.alenapoli.net/rubriche/rif16.htm

 www.beppegrillo.it/2005/12/far_west_italia.html

 www.bloggers.it/annatapessima/

 www.virusilgiornaleonline.com/duellanti.html

 www.disinformazione.info/sovranitamonetaria2.htm

Ecco la faccia di chi pianificò la distruzione dell’Italia

LA MADRE DI TUTTE LE BUGIE

Quando, come e perché s’impennò il debito pubblico italiano

di Domenico Moro*

Nel 1981 la Banca d’Italia divorziò dal Tesoro e praticamente cessò di acquistare Titoli di Stato. Da allora essi vennero dati in pasto, con interessi crescenti, prima al mercato interno, e poi alla speculazione finanziaria mondiale. Perché questo avvenne? Quali le conseguenze?

In questi giorni la stampa tedesca ha attaccato con forza Draghi. Sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung, Holger Steltzner, lo ha accusato di voler trasferire alla Bce i metodi della Banca d’Italia. Questa sarebbe al servizio dello Stato, di cui alimenterebbe le casse. Se ora la Bce finanziasse i debiti statali acquistandone i titoli, scatenerebbe l’inflazione e aggraverebbe la crisi dell’eurozona.
Come ha fatto notare anche il Sole 24ore, le critiche di Steltzner alla Banca d’Italia sono infondate. A partire dal 1981 la Banca d’Italia ( su decisione di Beniamino Andreatta  e Carlo Azeglio Ciampi) ha “divorziato” dal Tesoro e non è più intervenuta nell’acquisto di titoli di Stato. Ciò che non viene detto, però, è che quella lontana decisione contribuì a produrre non solo l’enorme debito pubblico ma anche il primo attacco ai salari. L’attuale debito pubblico italiano si formò tra gli anni ’80 e ’90, passando dal 57,7% sul Pil nel 1980 al 124,3% nel 1994. Tale crescita, molto più consistente di quella degli altri Paesi europei, non fu dovuta ad una impennata della spesa dello Stato, che rimase sempre al di sotto della media della Ue e dell’eurozona e, tra 1991 e 2005, sempre al di sotto di quella tedesca.
Nel 1984 l’Italia spendeva – al netto degli interessi sul debito – il 42,1% del Pil, che nel 1994 era aumentato appena al 42,9%. Nello stesso periodo la media Ue (esclusa l’Italia) passò dal 45,5% al 46,6% e quella dell’eurozona passò dal 46,7% al 47,7%. Da dove derivava allora la maggiore crescita del debito italiano? Dalla spesa per interessi sul debito pubblico, che fu sempre molto più alta di quella degli altri Paesi. La spesa per interessi crebbe in Italia dall’8% del Pil nel 1984 all’11,4%, livello di gran lunga maggiore del resto d’Europa. Sempre nello stesso periodo la media Ue passò dal 4,1% al 4,4% e quella dell’eurozona dal 3,5% al 4,4%.
Nel 1993 il divario tra i tassi d’interesse fu addirittura triplo, il 13% in Italia contro il 4,4% della zona euro e il 4,3% della Ue. La crescita dei debiti pubblici dipende da molte cause, soprattutto dalla necessità di sostenere le crisi e la caduta dei profitti privati che, dal ’74-75, caratterizzano ciclicamente i Paesi più avanzati. Tuttavia, è evidente che politiche sbagliate di finanza pubblica possono rendere ingestibile la situazione del debito, come è avvenuto in Italia. Visto che l’entità dei tassi d’interesse sui titoli di stato, ovvero quanto lo Stato paga per avere un prestito, dipende dalla domanda dei titoli stessi, l’eliminazione di una componente importante della domanda, quale è la Banca centrale, ha avuto l’effetto di far schizzare verso l’alto gli interessi e, quindi, di far esplodere il debito totale.
Inoltre, la mancanza del cordone protettivo della Banca d’Italia espose il nostro debito alle manovre speculative degli investitori internazionali. Fu quanto accadde nel 1992, quando gli attacchi speculativi alla lira costrinsero l’Italia ad uscire dal Sistema monetario europeo e a svalutare. Insomma, non solo Steltzner ha torto riguardo alla Banca d’Italia, ma è il principio stesso dell’“autonomia” della Banca centrale, da lui tanto tenacemente difeso, ad aver dato per trent’anni in Italia gli stessi risultati negativi che ora sta producendo nell’eurozona.
Ci si potrebbe chiedere a questo punto quale fu la ragione del divorzio tra Banca d’Italia e Tesoro. Ce lo spiega il suo autore, l’allora ministro del Tesoro Beniamino Andreatta. Uno degli obiettivi era quello di abbattere i salari, imponendo una deflazione che desse la possibilità di annullare “il demenziale rafforzamento della scala mobile, prodotto dall’accordo tra Confindustria e sindacati”. Infatti, nel 1984 con gli accordi di San Valentino la scala mobile fu indebolita e nel 1992 definitivamente eliminata. Anche oggi, come allora, le presunte “necessità” di bilancio pubblico sono la leva attraverso cui ridurre il salario, in Italia e in Europa. Con la differenza che oggi l’attacco si estende al salario indiretto, cioè al welfare.

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Come è stata svenduta l’Italia
di Antonella Randazzo per www.disinformazione.it – 12 marzo 2007
Autrice del libro: “DITTATURE: LA STORIA OCCULTA

Era il 1992, all’improvviso un’intera classe politica dirigente crollava sotto i colpi delle indagini giudiziarie. Da oltre quarant’anni era stata al potere. Gli italiani avevano sospettato a lungo che il sistema politico si basasse sulla corruzione e sul clientelismo. Ma nulla aveva potuto scalfirlo. Né le denunce, né le proteste popolari (talvolta represse nel sangue), né i casi di connivenza con la mafia, che di tanto in tanto salivano alla cronaca. Ma ecco che, improvvisamente, il sistema crollava.
Cos’era successo da fare in modo che gli italiani potessero avere, inaspettatamente, la soddisfazione di constatare che i loro sospetti sulla corruzione del sistema politico erano reali?

Mentre l’attenzione degli italiani era puntata sullo scandalo delle tangenti, il governo italiano stava prendendo decisioni importantissime per il futuro del paese.
Con l’uragano di “Tangentopoli” gli italiani credettero che potesse iniziare un periodo migliore per l’Italia. Ma in segreto, il governo stava attuando politiche che avrebbero peggiorato il futuro del paese. Numerose aziende saranno svendute, persino la Banca d’Italia sarà messa in vendita. La svendita venne chiamata “privatizzazione”.

Il 1992 fu un anno di allarme e di segretezza. L’allora Ministro degli Interni Vincenzo Scotti, il 16 marzo, lanciò un allarme a tutti i prefetti, temendo una serie di attacchi contro la democrazia italiana. Gli attacchi previsti da Scotti erano eventi come l’uccisione di politici o il rapimento del presidente della Repubblica. Gli attacchi ci furono, e andarono a buon fine, ma non si trattò degli eventi previsti dal Ministro degli Interni. L’attacco alla democrazia fu assai più nascosto e destabilizzante.

Nel maggio del 1992, Giovanni Falcone venne ucciso dalla mafia. Egli stava indagando sui flussi di denaro sporco, e la pista stava portando a risultati che potevano collegare la mafia ad importanti circuiti finanziari internazionali. Falcone aveva anche scoperto che alcuni personaggi prestigiosi di Palermo erano affiliati ad alcune logge massoniche di rito scozzese, a cui appartenevano anche diversi mafiosi, ad esempio Giovanni Lo Cascio. La pista delle logge correva parallela a quella dei circuiti finanziari, e avrebbe portato a risultati certi, se Falcone non fosse stato ucciso.

Su Falcone erano state diffuse calunnie che cercavano di capovolgere la realtà di un magistrato integro. La gente intuiva che le istituzioni non lo avevano protetto. Ciò emerse anche durante il suo funerale, quando gli agenti di polizia si posizionarono davanti alle bare, impedendo a chiunque di avvicinarsi. Qualcuno gridò: “Vergognatevi, dovete vergognarvi, dovete andare via, non vi avvicinate a queste bare, questi non sono vostri, questi sono i nostri morti, solo noi abbiamo il diritto di piangerli, voi avete solo il dovere di vergognarvi”.
Che la mafia stesse utilizzando metodi per colpire il paese intero, in modo da spaventarlo e fargli accettare passivamente il “nuovo corso” degli eventi, lo si vedrà anche dagli attentati del 1993.

Gli attentati del 1993 ebbero caratteristiche assai simili agli attentati terroristici degli anni della “strategia della tensione”, e sicuramente avevano lo scopo di spaventare il paese, per indebolirlo. Il 4 maggio 1993, un’autobomba esplode in via Fauro a Roma, nel quartiere Parioli. Il 27 maggio un’altra autobomba esplode in via dei Georgofili a Firenze, cinque persone perdono la vita. La notte tra il 27 e il 28 luglio, ancora un’autobomba esplode in via Palestro a Milano, uccidendo cinque persone. I responsabili non furono mai identificati, e si disse che la mafia volesse “colpire le opere d’arte nazionali”, ma non era mai accaduto nulla di simile. I familiari delle vittime e il giudice Giuseppe Soresina saranno concordi nel ritenere che quegli attentati non erano stati compiuti soltanto dalla mafia, ma anche da altri personaggi dalle “menti più fini dei mafiosi”.[1]

Falcone era un vero avversario della mafia. Le sue indagini passarono a Borsellino, che venne assassinato due mesi dopo. La loro morte ha decretato il trionfo di un sistema mafioso e criminale, che avrebbe messo le mani sull’economia italiana, e costretto il paese alla completa sottomissione politica e finanziaria.
Mentre il ministro Scotti faceva una dichiarazione che suonava quasi come una minaccia: “la mafia punterà su obiettivi sempre più eccellenti e la lotta si farà sempre più cruenta, la mafia vuole destabilizzare lo stato e piegarlo ai propri voleri”, Borsellino lamentava regole e leggi che non permettevano una vera lotta contro la mafia. Egli osservava: “non si può affrontare la potenza mafiosa quando le si fa un regalo come quello che le è stato fatto con i nuovi strumenti processuali adatti ad un paese che non è l’Italia e certamente non la Sicilia. Il nuovo codice, nel suo aspetto dibattimentale, è uno strumento spuntato nelle mani di chi lo deve usare. Ogni volta, ad esempio, si deve ricominciare da capo e dimostrare che Cosa Nostra esiste”.[2]

I metodi statali di sabotaggio della lotta contro la mafia sono stati denunciati da numerosi esponenti della magistratura. Ad esempio, il 27 maggio 1992, il Presidente del tribunale di Caltanissetta Placido Dall’Orto, che doveva occuparsi delle indagini sulla strage di Capaci, si trovò in gravi difficoltà: “Qui è molto peggio di Fort Apache, siamo allo sbando. In una situazione come la nostra la lotta alla mafia è solo una vuota parola, lo abbiamo detto tante volte al Csm”.[3]
Anche il Pubblico Ministero di Palermo, Roberto Scarpinato, nel giugno del 1992 disse: “Su un piatto della bilancia c’ è la vita, sull’altro piatto ci deve essere qualcosa che valga il rischio della vita, non vedo in questo pacchetto un impegno straordinario da parte dello Stato, ad esempio non vedo nulla di straordinario sulla caccia e la cattura dei grandi latitanti”.[4]
Nello stesso anno, il senatore Maurizio Calvi raccontò che Falcone gli confessò di non fidarsi del comando dei carabinieri di Palermo, della questura di Palermo e nemmeno della prefettura di Palermo.[5]

Che gli assassini di capaci non fossero tutti italiani, molti lo sospettavano.
Il Ministro Martelli, durante una visita in Sudamerica, dichiarò: “Cerco legami tra l’assassinio di Falcone e la mafia americana o la mafia colombiana”.[6] Lo stesso presidente del consiglio Amato, durante una visita a Monaco, disse: “Falcone è stato ucciso a Palermo ma probabilmente l’omicidio è stato deciso altrove”.
Probabilmente, le tecniche d’indagine di Falcone non piacevano ai personaggi con cui il governo italiano ebbe a che fare quell’anno. Quel considerare la lotta alla mafia soprattutto un dovere morale e culturale, quel coinvolgere le persone nel candore dell’onestà e dell’assenza di compromessi, gli erano valsi la persecuzione e i metodi di calunnia tipici dei servizi segreti inglesi e statunitensi. Tali metodi mirano ad isolare e a criminalizzare, cercando di fare apparire il contrario di ciò che è. Cercarono di far apparire Falcone un complice della mafia. Antonino Caponnetto dichiarò al giornale La Repubblica: “Non si può negare che c’è stata una campagna (contro Falcone), cui hanno partecipato in parte i magistrati, che lo ha delegittimato. Non c’è nulla di più pericoloso per un magistrato che lotta contro la mafia che l’essere isolato”.[7]

L’omicidio di due simboli dello Stato così importanti come Falcone e Borsellino significava qualcosa di nuovo. Erano state toccate le corde dell’élite di potere internazionale, e questi omicidi brutali lo testimoniavano. Ciò è stato intuito anche da Charles Rose, Procuratore distrettuale di New York, che notò la particolarità degli attentati: “Neppure i boss più feroci di Cosa Nostra hanno mai voluto colpire personalità dello Stato così visibili come era Giovanni, perché essi sanno benissimo quali rischi comporta attaccare frontalmente lo Stato. Quell’attentato terroristico è un gesto di paura… Credo che una mafia che si mette a sparare ai simboli come fanno i terroristi… è condannata a perdere il bene più prezioso per ogni organizzazione criminale di quel tipo, cioè la complicità attiva o passiva della popolazione entro la quale si muove”.[8]

Infatti, quell’anno gli italiani capirono che c’era qualcosa di nuovo, e scesero in piazza contro la mafia. Si formarono due fronti: la gente comune contro la mafia, e le istituzioni, che si stavano sottomettendo all’élite che coordina le mafie internazionali.
Quell’anno l’élite anglo-americana non voleva soltanto impedire la lotta efficace contro la mafia, ma voleva rendere l’Italia un paese completamente soggiogato ad un sistema mafioso e criminale, che avrebbe dominato attraverso il potere finanziario.

Come segnalò il presidente del Senato Giovanni Spadolini, c’era in atto un’operazione su larga scala per distruggere la democrazia italiana: “Il fine della criminalità mafiosa sembra essere identico a quello del terrorismo nella fase più acuta della stagione degli anni di piombo: travolgere lo stato democratico nel nostro paese. L’obiettivo è sempre lo stesso: delegittimare lo Stato, rompere il circuito di fiducia tra cittadini e potere democratico…se poi noi scorgiamo – e ne abbiamo il diritto – qualche collegamento internazionale intorno alla sfida mafia più terrorismo, allora ci domandiamo: ma forse si rinnovano gli scenari di dodici-undici anni fa? Le minacce dei centri di cospirazione affaristico-politica come la P2 sono permanenti nella vita democratica italiana. E c’è un filone piduista che sopravvive, non sappiamo con quanti altri. Mafia e P2 sono congiunte fin dalle origini, fin dalla vicenda Sindona”.[9]

Anche Tina Anselmi aveva capito i legami fra mafia e finanza internazionale: “Bisogna stare attenti, molto attenti… Ho parlato del vecchio piano di rinascita democratica di Gelli e confermo che leggerlo oggi fa sobbalzare. E’ in piena attuazione… Chi ha grandi mezzi e tanti soldi fa sempre politica e la fa a livello nazionale ed internazionale. Ho parlato in questi giorni con un importante uomo politico italiano che vive nel mondo delle banche. Sa cosa mi ha detto? Che la mafia è stata più veloce degli industriali e che sta già investendo centinaia di miliardi, frutto dei guadagni fatti con la droga, nei paesi dell’est… Stanno già comprando giornali e televisioni private, industrie e alberghi… Quegli investimenti si trasformeranno anche in precise e specifiche azioni politiche che ci riguardano, ci riguardano tutti. Dopo le stragi di Palermo la polizia americana è venuta ad indagare in Sicilia anche per questo, sanno di questi investimenti colossali, fatti regolarmente attraverso le banche”.[10]

Anni dopo, l’ex ministro Scotti confesserà a Cirino Pomicino: “Tutto nacque da una comunicazione riservata fattami dal capo della polizia Parisi che, sulla base di un lavoro di intelligence svolto dal Sisde e supportato da informazioni confidenziali, parlava di riunioni internazionali nelle quali sarebbero state decise azioni destabilizzanti sia con attentati mafiosi sia con indagini giudiziarie nei confronti dei leaders dei partiti di governo”.
Una delle riunioni di cui parlava Scotti si svolse il 2 giugno del 1992, sul panfilo Britannia, in navigazione lungo le coste siciliane. Sul panfilo c’erano alcuni appartenenti all’élite di potere anglo-americana, come i reali britannici e i grandi banchieri delle banche a cui si rivolgerà il governo italiano durante la fase delle privatizzazioni (Merrill Lynch, Goldman Sachs e Salomon Brothers).

In quella riunione si decise di acquistare le aziende italiane e la Banca d’Italia, e come far crollare il vecchio sistema politico per insediarne un altro, completamente manovrato dai nuovi padroni. A quella riunione parteciparono anche diversi italiani, come Mario Draghi, allora direttore delegato del ministero del Tesoro, il dirigente dell’Eni Beniamino Andreatta e il dirigente dell’Iri Riccardo Galli. Gli intrighi decisi sulla Britannia avrebbero permesso agli anglo-americani di mettere le mani sul 48% delle aziende italiane, fra le quali c’erano la Buitoni, la Locatelli, la Negroni, la Ferrarelle, la Perugina e la Galbani.
La stampa martellava su “Mani pulite”, facendo intendere che da quell’evento sarebbero derivati grandi cambiamenti.
Nel giugno 1992 si insediò il governo di Giuliano Amato. Si trattava di un personaggio in armonia con gli speculatori che ambivano ad appropriarsi dell’Italia. Infatti, Amato, per iniziare le privatizzazioni, si affrettò a consultare il centro del potere finanziario internazionale: le tre grandi banche di Wall Street, Merrill Lynch, Goldman Sachs e Salomon Brothers.

Appena salito al potere, Amato trasformò gli Enti statali in Società per Azioni, valendosi del decreto Legge 386/1991, in modo tale che l’élite finanziaria li potesse controllare, e in seguito rilevare.
L’inizio fu concertato dal Fondo Monetario Internazionale, che, come aveva fatto in altri paesi, voleva privatizzare selvaggiamente e svalutare la nostra moneta, per agevolare il dominio economico-finanziario dell’élite. L’incarico di far crollare l’economia italiana venne dato a George Soros, un cittadino americano che tramite informazioni ricevute dai Rothschild, con la complicità di alcune autorità italiane, riuscì a far crollare la nostra moneta e le azioni di molte aziende italiane.
Soros ebbe l’incarico, da parte dei banchieri anglo-americani, di attuare una serie di speculazioni, efficaci grazie alle informazioni che egli riceveva dall’élite finanziaria. Egli fece attacchi speculativi degli hedge funds per far crollare la lira. A causa di questi attacchi, il 5 novembre del 1993 la lira perse il 30% del suo valore, e anche negli anni successivi subì svalutazioni.

Le reti della Banca Rothschild, attraverso il direttore Richard Katz, misero le mani sull’Eni, che venne svenduta. Il gruppo Rothschild ebbe un ruolo preminente anche sulle altre privatizzazioni, compresa quella della Banca d’Italia. C’erano stretti legami fra il Quantum Fund di George Soros e i Rothschild. Ma anche numerosi altri membri dell’élite finanziaria anglo-americana, come Alfred Hartmann e Georges C. Karlweis, furono coinvolti nei processi di privatizzazione delle aziende e della Banca d’Italia.
La Rothschild Italia Spa, filiale di Milano della Rothschild & Sons di Londra, venne creata nel 1989, sotto la direzione di Richard Katz. Quest’ultimo diventò direttore del Quantum Fund di Soros nel periodo delle speculazioni a danno della lira. Soros era stato incaricato dai Rothschild di attuare una serie di speculazioni contro la sterlina, il marco e la lira, per destabilizzare il sistema Monetario Europeo. Sempre per conto degli stessi committenti, egli fece diverse speculazioni contro le monete di alcuni paesi asiatici, come l’Indonesia e la Malesia. Dopo la distruzione finanziaria dell’Europa e dell’Asia, Soros venne incaricato di creare una rete per la diffusione degli stupefacenti in Europa.

In seguito, i Rothschild, fedeli al loro modo di fare, cercarono di far cadere la responsabilità del crollo economico italiano su qualcun altro. Attraverso una serie di articoli pubblicati sul Financial Times, accusarono la Germania, sostenendo che la Bundesbank aveva attuato operazioni di aggiotaggio contro la lira. L’accusa non reggeva, perché i vantaggi del crollo della lira e della svendita delle imprese italiane andarono agli anglo-americani.
La privatizzazione è stata un saccheggio, che ancora continua. Spiega Paolo Raimondi, del Movimento Solidarietà:

Abbiamo avuto anni di privatizzazione, saccheggio dell’economia produttiva e l’esplosione della bolla della finanza derivata. Questa stessa strategia di destabilizzazione riparte oggi, quando l’Europa continentale viene nuovamente attratta, anche se non come promotrice e con prospettive ancora da definire, nel grande progetto di infrastrutture di base del Ponte di Sviluppo Eurasiatico.[11]

Qualche anno dopo la magistratura italiana procederà contro Soros, ma senza alcun successo. Nell’ottobre del 1995, il presidente del Movimento Internazionale per i Diritti Civili-Solidarietà, Paolo Raimondi, presentò un esposto alla magistratura per aprire un’inchiesta sulle attività speculative di Soros & Co, che avevano colpito la lira. L’attacco speculativo di Soros, gli aveva permesso di impossessarsi di 15.000 miliardi di lire. Per contrastare l’attacco, l’allora governatore della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi, bruciò inutilmente 48 miliardi di dollari.
Su Soros indagarono le Procure della Repubblica di Roma e di Napoli, che fecero luce anche sulle attività della Banca d’Italia nel periodo del crollo della lira. Soros venne accusato di aggiotaggio e insider trading, avendo utilizzato informazioni riservate che gli permettevano di speculare con sicurezza e di anticipare movimenti su titoli, cambi e valori delle monete.
Spiegano il Presidente e il segretario generale del “Movimento Internazionale per i Diritti Civili – Solidarietà”, durante l’esposto contro Soros:

È stata… annotata nel 1992 l ‘esistenza… di un contatto molto stretto e particolare del sig. Soros con Gerald Carrigan, presidente della Federal Reserve Bank di New York, che fa parte dell’apparato della Banca centrale americana, luogo di massima circolazione di informazioni economiche riservate, il quale, stranamente, una volta dimessosi da questo posto, venne poi immediatamente assunto a tempo pieno dalla finanziaria “Goldman Sachs & co.” come presidente dei consiglieri internazionali. La Goldman Sachs è uno dei centri della grande speculazione sui derivati e sulle monete a livello mondiale. La Goldman Sachs è anche coinvolta in modo diretto nella politica delle privatizzazioni in Italia. In Italia inoltre, il sig. Soros conta sulla strettissima collaborazione del sig. Isidoro Albertini, ex presidente degli agenti di cambio della Borsa di Milano e attuale presidente della “Albertini e co. SIM” di Milano, una delle ditte guida nel settore speculativo dei derivati. Albertini è membro del consiglio di amministrazione del “Quantum Fund” di Soros.

III. L’attacco speculativo contro la lira del settembre 1992 era stato preceduto e preparato dal famoso incontro del 2 giugno 1992 sullo yacht “Britannia” della regina Elisabetta II d’Inghilterra, dove i massimi rappresentanti della finanza internazionale, soprattutto britannica, impegnati nella grande speculazione dei derivati, come la S. G. Warburg, la Barings e simili, si incontrarono con la controparte italiana guidata da Mario Draghi, direttore generale del ministero del Tesoro, e dal futuro ministro Beniamino Andreatta, per pianificare la privatizzazione dell’industria di stato italiana. A seguito dell’attacco speculativo contro la lira e della sua immediata svalutazione del 30%, codesta privatizzazione sarebbe stata fatta a prezzi stracciati, a beneficio della grande finanza internazionale e a discapito degli interessi dello stato italiano e dell’economia nazionale e dell’occupazione. Stranamente, gli stessi partecipanti all’incontro del Britannia avevano già ottenuto l’autorizzazione da parte di uomini di governo come Mario Draghi, di studiare e programmare le privatizzazioni stesse. Qui ci si riferisce per esempio alla Warburg, alla Morgan Stanley, solo per fare due tra gli esempi più noti. L’agenzia stampa EIR (Executive Intelligence Review) ha denunciato pubblicamente questa sordida operazione alla fine del 1992 provocando una serie di interpellanze parlamentari e di discussioni politiche che hanno avuto il merito di mettere in discussione l’intero procedimento, alquanto singolare, di privatizzazione.[12]

I complici italiani furono il ministro del Tesoro Piero Barucci, l’allora Direttore di Bankitalia Lamberto Dini e l’allora governatore di Bankitalia Carlo Azeglio Ciampi. Altre responsabilità vanno all’allora capo del governo Giuliano Amato e al Direttore Generale del Tesoro Mario Draghi. Alcune autorità italiane (come Dini) fecero il doppio gioco: denunciavano i pericoli ma in segreto appoggiavano gli speculatori.
Amato aveva costretto i sindacati ad accettare un accordo salariale non conveniente ai lavoratori, per la “necessità di rimanere nel Sistema Monetario Europeo”, pur sapendo che l’Italia ne sarebbe uscita a causa delle imminenti speculazioni.
Gli attacchi all’economia italiana andarono avanti per tutti gli anni Novanta, fino a quando il sistema economico- finanziario italiano non cadde sotto il completo controllo dell’élite. Nel gennaio del 1996, nel rapporto semestrale sulla politica informativa e della sicurezza, il Presidente del Consiglio Lamberto Dini disse:

I mercati valutari e le borse delle principali piazze mondiali continuano a registrare correnti speculative ai danni della nostra moneta, originate, specie in passaggi delicati della vita politico-istituzionale, dalla diffusione incontrollata di notizie infondate riguardanti la compagine governativa e da anticipazioni di dati oggetto delle periodiche comunicazioni sui prezzi al consumo… è possibile attendersi la reiterazione di manovre speculative fraudolente, considerato il persistere di una fase congiunturale interna e le scadenze dell’unificazione monetaria.[13]

Il giorno dopo, il governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio, riferiva che l’Italia non poteva far nulla contro le correnti speculative sui mercati dei cambi, perché “se le banche di emissione tentano di far cambiare direzione o di fermare il vento (delle operazioni finanziarie) non ce la fanno per la dimensione delle masse in movimento sui mercati rispetto alla loro capacità di fuoco”.
Le nostre autorità denunciavano il potere dell’élite internazionale, ma gettavano la spugna, ritenendo inevitabili quegli eventi. Era in gioco il futuro economico-finanziario del paese, ma nessuna autorità italiana pensava di poter fare qualcosa contro gli attacchi destabilizzanti dell’élite anglo-americana.

Il Movimento Solidarietà fu l’unico a denunciare quello che stava effettivamente accadendo, additando i veri responsabili del crollo dell’economia italiana. Il 28 giugno 1993, il Movimento Solidarietà svolse una conferenza a Milano, in cui rese nota a tutti la riunione sul Britannia e quello che ne era derivato.[14]
Il 6 novembre 1993, l ‘allora presidente del Consiglio, Carlo Azeglio Ciampi scrisse una lettera al procuratore capo della Repubblica di Roma, Vittorio Mele, per avviare “le procedure relative al delitto previsto all’art. 501 del codice penale (“Rialzo e ribasso fraudolento di prezzi sul pubblico mercato o nelle borse di commercio”), considerato nell’ipotesi delle aggravanti in esso contenute”. Anche a Ciampi era evidente il reato di aggiotaggio da parte di Soros, che aveva operato contro la lira e i titoli quotati in Borsa delle nostre aziende.

Anche negli anni successivi avvennero altre privatizzazioni, senza regole precise e a prezzi di favore. Che stesse cambiando qualcosa, gli italiani lo capivano dal cambio di nome delle aziende, la Sip era diventata Telecom Italia e le Ferrovie dello Stato erano diventate Trenitalia.
Il decreto legislativo 79/99 avrebbe permesso la privatizzazione delle aziende energetiche. Nel settore del gas e dell’elettricità apparvero numerose aziende private, oggi circa 300. Dal 24 febbraio del 1998, anche le Poste Italiane diventarono una S.p.a. In seguito alla privatizzazione delle Poste, i costi postali sono aumentati a dismisura e i lavoratori postali vengono assunti con contratti precari. Oltre 400 uffici postali sono stati chiusi, e quelli rimasti aperti appaiono come luoghi di vendita più che di servizio.

Le nostre autorità giustificavano la svendita delle privatizzazioni dicendo che si doveva “risanare il bilancio pubblico”, ma non specificavano che si trattava di pagare altro denaro alle banche, in cambio di banconote che valevano come la carta straccia. A guadagnare sarebbero state soltanto le banche e i pochi imprenditori già ricchi (Benetton, Tronchetti Provera, Pirelli, Colaninno, Gnutti e pochi altri).
Si diceva che le privatizzazioni avrebbero migliorato la gestione delle aziende, ma in realtà, in tutti i casi, si sono verificati disastri di vario genere, e il rimedio è stato pagato dai cittadini italiani.

Le nostre aziende sono state svendute ad imprenditori che quasi sempre agivano per conto dell’élite finanziaria, da cui ricevevano le somme per l’acquisto. La privatizzazione della Telecom avvenne nell’ottobre del 1997. Fu venduta a 11,82 miliardi di euro, ma alla fine si incassarono soltanto 7,5 miliardi. La società fu rilevata da un gruppo di imprenditori e banche., e al Ministero del Tesoro rimase una quota del 3,5%.
Il piano per il controllo di Telecom aveva la regia nascosta della Merril Lynch, del Gruppo Bancario americano Donaldson Lufkin & Jenrette e della Chase Manhattan Bank.
Alla fine del 1998, il titolo aveva perso il 20% (4,33 euro). Le banche dell’élite, la Chase Manhattan e la Lehman Brothers, si fecero avanti per attuare un’opa. Attraverso Colaninno, che ricevette finanziamenti dalla Chase Manhattan, l’Olivetti diventò proprietaria di Telecom. L’Olivetti era controllata dalla Bell, una società con sede a Lussemburgo, a sua volta controllata dalla Hopa di Emilio Gnutti e Roberto Colaninno.

Il titolo, che durante l’opa era stato fatto salire a 20 euro, nel giro un anno si dimezzò. Dopo pochi anni finirà sotto i tre euro.
Nel 2001 la Telecom si trovava in gravi difficoltà, le azioni continuavano a scendere. La Bell di Gnutti e la Unipol di Consorte decisero di vendere a Tronchetti Provera buona parte loro quota azionaria in Olivetti. Il presidente di Pirelli, finanziato dalla J. P. Morgan, ottenne il controllo su Telecom, attraverso la finanziaria Olimpia, creata con la famiglia Benetton (sostenuta da Banca Intesa e Unicredit).

Dopo dieci anni dalla privatizzazione della Telecom, il bilancio è disastroso sotto tutti i punti di vista: oltre 20.000 persone sono state licenziate, i titoli azionari hanno fatto perdere molto denaro ai risparmiatori, i costi per gli utenti sono aumentati e la società è in perdita.
La privatizzazione, oltre che un saccheggio, veniva ad essere anche un modo per truffare i piccoli azionisti.
La Telecom , come molte altre società, ha posto la sua sede in paesi esteri, per non pagare le tasse allo Stato italiano. Oltre a perdere le aziende, gli italiani sono stati privati anche degli introiti fiscali di quelle aziende. La Bell, società che controllava la Telecom Italia, aveva sede in Lussemburgo, e aveva all’interno società con sede alle isole Cayman, che, com’è noto, sono un paradiso fiscale.

Gli speculatori finanziari basano la loro attività sull’esistenza di questi paradisi fiscali, dove non è possibile ottenere informazioni nemmeno alle autorità giudiziarie. I paradisi fiscali hanno permesso agli speculatori di distruggere le economie di interi paesi, eppure i media non parlano mai di questo gravissimo problema.
Mettere un’azienda importante come quella telefonica in mani private significa anche non tutelare la privacy dei cittadini, che infatti è stata più volte calpestata, com’è emerso negli ultimi anni.

Anche per le altre privatizzazioni, Autostrade, Poste Italiane, Trenitalia ecc., si sono verificate le medesime devastazioni: licenziamenti, truffe a danno dei risparmiatori, degrado del servizio, spreco di denaro pubblico, cattiva amministrazione e problemi di vario genere.
La famiglia Benetton è diventata azionista di maggioranza delle Autostrade. Il contratto di privatizzazione delle Autostrade dava vantaggi soltanto agli acquirenti, facendo rimanere l’onere della manutenzione sulle spalle dei contribuenti.
I Benetton hanno incassato un bel po’ di denaro grazie alla fusione di Autostrade con il gruppo spagnolo Abertis. La fusione è avvenuta con la complicità del governo Prodi, che in seguito ad un vertice con Zapatero, ha deciso di autorizzarla. Antonio Di Pietro, Ministro delle Infrastrutture, si era opposto, ma ha alla fine si è piegato alle proteste dell’Unione Europea e alla politica del Presidente del Consiglio.

Nonostante i disastri delle privatizzazioni, le nostre autorità governative non hanno alcuna intenzione di rinazionalizzare le imprese allo sfacelo, anzi, sono disposte ad utilizzare denaro pubblico per riparare ai danni causati dai privati.
La società Trenitalia è stata portata sull’orlo del fallimento. In pochi anni il servizio è diventato sempre più scadente, i treni sono sempre più sporchi, il costo dei biglietti continua a salire e risultano numerosi disservizi. A causa dei tagli al personale (ad esempio, non c’è più il secondo conducente), si sono verificati diversi incidenti (anche mortali). Nel 2006, l ‘amministratore delegato di Trenitalia, Mauro Moretti, si è presentato ad una audizione alla commissione Lavori Pubblici del Senato, per battere cassa, confessando un buco di un miliardo e settecento milioni di euro, che avrebbe potuto portare la società al fallimento. Nell’ottobre del 2006, il Ministro dei Trasporti, Alessandro Bianchi, approvò il piano di ricapitalizzazione proposto da Trenitalia. Altro denaro pubblico ad un’azienda privatizzata ridotta allo sfacelo.

Dietro tutto questo c’era l’élite economico finanziaria (Morgan, Schiff, Harriman, Kahn, Warburg, Rockfeller, Rothschild ecc.) che ha agito preparando un progetto di devastazione dell’economia italiana, e lo ha attuato valendosi di politici, di finanzieri e di imprenditori. Nascondersi è facile in un sistema in cui le banche o le società possono assumere il controllo di altre società o banche. Questo significa che è sempre difficile capire veramente chi controlla le società privatizzate. E’ simile al gioco delle scatole cinesi, come spiega Giuseppe Turani: “Colaninno & soci controllano al 51% la Hopa, che controlla il 56,6% della Bell, che controlla il 13,9% della Olivetti, che controlla il 70% della Tecnost, che controlla il 52% della Telecom”.[15]
Numerose aziende di imprenditori italiani sono state distrutte dal sistema dei mercati finanziari, ad esempio la Cirio e la Parmalat. Queste aziende hanno truffato i risparmiatori vendendo obbligazioni societarie (“Bond”) con un alto margine di rischio. La Parmalat emise Bond per un valore di 7 miliardi di euro, e allo stesso tempo attuò operazioni finanziarie speculative, e si indebitò. Per non far scendere il valore delle azioni (e per venderne altre) truccava i bilanci.

Le banche nazionali e internazionali sostenevano la situazione perché per loro vantaggiosa, e l’agenzia di rating, Standard & Poor’s, si è decisa a declassare la Parmalat soltanto quando la truffa era ormai nota a tutti.
I risparmiatori truffati hanno avviato una procedura giudiziaria contro Calisto Tanzi, Fausto Tonna, Coloniale S.p.a. (società della famiglia Tanzi), Citigroup, Inc. (società finanziaria americana), Buconero LLC (società che faceva capo a Citigroup), Zini & Associates (una compagnia finanziaria americana), Deloitte Touche Tohmatsu (organizzazione che forniva consulenza e servizi professionali), Deloitte & Touche SpA (società di revisione contabile), Grant Thornton International (società di consulenza finanziaria) e Grant Thornton S.p.a. (società incaricata della revisione contabile del sottogruppo Parmalat S.p.a.).

La Cirio era gestita dalla Cragnotti & Partners. I “Partners” non erano altro che una serie di banche nazionali e internazionali. La Cirio emise Bond per circa 1.125 milioni di Euro. Molte di queste obbligazioni venivano utilizzate dalle banche per spillare denaro ai piccoli risparmiatori. Tutto questo avveniva in perfetta armonia col sistema finanziario, che non offre garanzie di onestà e di trasparenza.
Grazie alle privatizzazioni, un gruppo ristretto di ricchi italiani ha acquisito somme enormi, e ha permesso all’élite economico-finanziaria anglo-americana di esercitare un pesante controllo, sui cittadini, sulla politica e sul paese intero.
Agli italiani venne dato il contentino di “Mani Pulite”, che si risolse con numerose assoluzioni e qualche condanna a pochi anni di carcere.

A causa delle privatizzazioni e del controllo da parte della Banca Centrale Europea, il paese è più povero e deve pagare somme molto alte per il debito. Ogni anno viene varata la finanziaria, allo scopo di pagare le banche e di partecipare al finanziamento delle loro guerre. Mentre la povertà aumenta, come la disoccupazione, il lavoro precario, il degrado e il potere della mafia.
Il nostro paese è oggi controllato da un gruppo di persone, che impongono, attraverso istituti propagandati come “autorevoli” (Fondo Monetario Internazionale e Banca Centrale Europea), di tagliare la spesa pubblica, di privatizzare quello che ancora rimane e di attuare politiche non convenienti alla popolazione italiana. I nostri governi operano nell’interesse di questa élite, e non in quello del paese.

Antonella Randazzo ha scritto Roma Predona. Il colonialismo italiano in Africa, 1870-1943, (Kaos Edizioni, 2006); La Nuova Democrazia. Illusioni di civiltà nell’era dell’egemonia Usa (Zambon Editore 2007) e Dittature. La Storia Occulta (Edizione Il Nuovo Mondo, 2007).

[1] http://www.reti-invisibili.net/georgofili/
[2] La Repubblica , 27 maggio 1992.
[3] La Repubblica , 28 maggio 1992.
[4] La Repubblica , 10 giugno 1992.
[5] La Repubblica , 23 giugno 1992.
[6] La Repubblica , 23 giugno 1992.
[7] La Repubblica , 25 giugno 1992.
[8] La Repubblica , 27 maggio 1992.
[9] La Repubblica , 11 agosto 1992.
[10] L’Unità, 12 agosto 1992.
[11] Solidarietà, anno IV n. 1, febbraio 1996.
[12] Esposto della Magistratura contro George Soros presentato dal Movimento Solidarietà al Procuratore della Repubblica di Milano il 27 ottobre 1995.
[13] Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Democratica , Rivista N. 4 gennaio-aprile 1996.
[14] Solidarietà, anno 1, n. 1, ottobre 1993.
[15] La Repubblica , 5 settembre 1999.

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Monti, le privatizzazioni e le liberalizzazioni: il grande inganno

mercoledì 18 gennaio 2012
di Gianni RossiMonti, le privatizzazioni e le liberalizzazioni: il grande inganno Come stanchi e disamorati passeggeri di una nave crociera che si avvia nella notte verso una rotta mortale, l’Europa si avvita nella spirale dell’autodistruzione, ballando sul ponte del transatlantico del neoliberismo. Così l’aveva previsto in maniera immaginifica il grande regista francese Jean-Luc Godard, con  il suo ultimo film del 2010 “Film Socialisme”, ermetico sguardo sulla società capitalistica in disfacimento, come si conviene al padre della “Nouvelle Vague”. Profetiche scene girate da Godard proprio sulla nave Costa Concordia, quella stessa che è spiaggiata a due bracciate dall’isola del Giglio.

Un paese sfiduciato, stremato e sull’orlo di una crisi depressiva
, attende con ansia che il governo della Destra tecnocratica privatizzi tutto quanto è privatizzabile e liberalizzi fino all’acqua potabile, quella stessa che il recente referendum popolare ha decretato “bene comune intoccabile”. Mentre i registi mondiali della speculazione finanziaria (una quindicina di personaggi, circa 140 società) portano il loro attacco a fondo contro l’Eurozona, l’Unione europea, utilizzando le debolezze di bilancio e politiche di alcuni stati, tra i quali appunto l’Italia.
E la sinistra? Sfiancata, inebetita e ammutolita, la sinistra dentro e fuori la maggioranza del governo Monti/Passera/Fornero sembra succube di un senso di colpa atavico: aver iniziato essa stessa con i suoi più capaci leader, proprio 20 anni fa, la stagione delle privatizzazioni, con Amato, Ciampi e Prodi, ed aver avviato anche le liberalizzazioni con l’allora ministro dello Sviluppo Bersani, oggi capo del PD. E nel decimo anniversario dell’Euro, le privatizzazioni e le liberalizzazioni ad ogni costo, si presentano come il “Grande Inganno” del neoliberismo, travestito da efficientismo riformatore.
Ma andiamo per ordine. Si sostiene che entrambe le misure aprano le porte alla libera e corretta concorrenza, sviluppino il mercato e aumentino il numero dei posti di lavoro, inoltre i consumatori ne guadagnerebbero in efficienza e qualità dei servizi, trasparenza delle tariffe e abbattimento dei costi. Non è del tutto vero. Anzi!

Con la prima stagione di privatizzazioni
, avviata dal governo di Ronald Reagan negli USA, durante gli anni Ottanta (su indicazione e sotto la gestione della Scuola di Chicago del Nobel per l’economia Friedman) con la battaglia contro i controllori di volo, la liberalizzazione delle rotte interne per le compagnie di volo nazionali e la rottura dei monopoli delle TLC, gli americani conobbero una prima fase di ripresa dalla recessione, che però portò alla distruzione di grandi società aeree storiche  PAN AM e TWA), alla perdita della supremazia mondiale tra le compagnie di volo, a favore di quelle europee (British Airways, Lufthansa e Air France); allo strapotere delle compagnie europee ed orientali nel traffico delle TLC via satellite, all’abbattimento di diritti sindacali e alla riduzione drastica dei livelli salariali: generale  peggioramento della qualità dei servizi.Stessa storia nella Gran Bretagna dell’altra “allieva” di Friedman e delle “Reaganomics”, la “Dama di ferro” Margaret Thatcher. Anche lei iniziò con una storica vittoria contro i sindacati, stroncando gli scioperi ad oltranza  dei  minatori e da lì fece cadere a pioggia il suo piano di privatizzazioni e liberalizzazioni, per contrastare la recessione. Ma gli inglesi oggi hanno servizi meno efficienti, ferrovie più pericolose, la quasi totale assenza di industrie e un livello di vita molto modesto rispetto agli altri europei “continentali”.
A resistere finora al “vento gelido” delle privatizzazioni e liberalizzazioni sono state la Francia e la Germania, ovvero i due paesi guida dell’Unione europea e, guarda caso, quelle che chiedono sacrifici e maggiore mercato agli altri, in primis all’Italia.La stagione italiana di neoliberismo addomesticato, in salsa “amatriciana”, fu iniziata da Amato, proseguita da Ciampi (con l’accordo storico tra il defunto ministro Beniamino Andreatta e il commissario europeo alla concorrenza, il belga Karel Van Miert) e consacrata da Prodi, prima come presidente dell’IRI (nel 1933 l’Istituto, già Spa, era al settimo posto nella classifica delle maggiori società del mondo per fatturato, con 67.5 miliardi di dollari di vendite. Fu liquidato nel 2000) e poi come capo del governo nel ’96 e nel 2006. Il ricavato delle privatizzazioni ( a capo dello speciale Comitato fu messo Mario Draghi, poi governatore Bankitalia e oggi presidente BCE,  e  come vice Vittorio Grilli, poi direttore generale del Tesoro e oggi viceministro all’Economia) doveva servire a ridurre lo stock di indebitamento pubblico, già nel 1993 al 118,2%!

Iniziò Prodi, presidente dell’IRI,
con la vendita dell’Alfa Romeo alla Fiat nel 1986. Si dovevano realizzare 3.300 miliardi di lire con la Ford, che si impegnava a investirne altri 4.000, ma sindacati e partiti (dalla DC, al PSI, al PCI) si opposero alla “svendita” agli americani e così la vinsero  Gianni Agnelli e Cesare Romiti con un’offerta di 1.050 miliardi di lire in 5 rate senza interessi (ne furono sborsati solo 400 tra il ’93 e il ‘98). La FIAT si accaparrò il Biscione di Arese (l’auto italiana allora più venduta negli USA) e alla fine chiuse gli stabilimenti storici dell’Alfa e in pratica licenziò quasi tutti i lavoratori. L’Alfa Romeo è diventata un “brand” senza identità, sempre in procinto di essere benduta al migliore offerente straniero e la FIAT è diventata la monopolista dell’auto (proprietaria anche di marchi storici come Lancia, Ferrari, Maserati).

Causa l’inefficacia delle regole Antitrust
, della sorveglianza blanda di Consob e delle altre Autorità di Garanzia (le società “multate” o condannate possono ricorrere sempre al TAR e al Consiglio di Stato per farsi non solo ridurre le ammende, ma molto spesso annullare le sentenze!) finora le privatizzazioni e le tiepide liberalizzazioni in Italia hanno solo portato benefici ad una ristretta cerchia di famiglie, alle banche e assicurazioni, alle Fondazioni (feudi dei partiti e delle amministrazioni locali). In quanto a maggiore concorrenzialità, miglioramento dei servizi e abbattimento dei costi verso i consumatori nessun vantaggio finora, se non nel ramo della telefonia mobile.
Vediamo gli altri “casi storici”:
– Finanziaria SME dell’IRI, l’alimentare e grande distribuzione con la GS, Cirio-Bertolli-De Rica, venduta al ribasso, dopo il tentativo di privatizzarla a De Benedetti, contrastata da Craxi e Berlusconi, poi spezzettata e oggi con i supermercati in parte in mano alla francese Carrefour.
Banche pubbliche (Comit, Credit, IMI, Banca di Roma, Assicurazioni INA, BNL) finite nel risiko dei poteri forti, intreccio tra industrie manifatturiere e media, oggi alla merce dei grandi gruppi europei (BNL del Tesoro, oggi una succursale della francese BNP Paribas), con i vertici scelti dalle Fondazioni coacervo di interessi politici clientelari. Risultato: scarsa efficienza dei servizi, i più cari rispetto al sistema bancario europeo, intrecci “perversi” con le grandi società spesso “bollite” e scarsa propensione ai prestiti alle famiglie e alle nuove e piccole imprese. I più alti tassi per i mutui immobiliari. Dimensioni ridotte, tranne l’Unicredit, 70esima nella classifica delle 140 aziende più importanti del mondo.
Autostrade vendute ai “soliti amici”, tra cui brillano i Benetton: pedaggi sempre più cari, l’allungamento a dismisura del periodo di concessione dall’Anas. Per alcuni anni presidente è stato il professor Gian Maria Gros-Pietro, il capo dell’IRI che operò la privatizzazione, e che poi ha presieduto anche Atlantia, la holding dei Benetton che controlla le Autostrade. All’Anas si trova come capo assoluto l’ex-Direttore generale dell’IRI che cooperò alla vendita, Pietro Ciucci, amministratore delegato anche della società per la costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina. E consulente per le beghe europee ed altro di Atlantia-Autostrade è stato quel Carlo Malinconico, da ultimo sottosegretario alla Presidenza del consiglio che si è dovuto dimettere per le vacanze pagate “a sua insaputa” dai personaggi della “cricca”. In Francia dove esiste un regime di concorrenza vero, le autostrade sono gestite da grosse società private, il pedaggio è più basso che in Italia, gli spazi di ristoro sono appannaggio di diverse società di ristoro ( e non come in Italia dove regna l’oligopolio dell’Autogrill, sempre di proprietà Autostrade)
Aeroporti (Seat Milano e ADR Roma) ancora ai “soliti amici”, aumento dei diritti di volo e peggiori condizioni di servizi per i viaggiatori.
Vendita politica della Telecom agli altri “amici” del governo, con cambi di cordate a seconda dei governi regnanti e “calata” degli stranieri, quasi padroni del mercato più redditizio, quello della telefonia mobile, che per fortuna viene tenuta sotto stretto controllo dalle autorità antitrust europee. Ma nessuna banda larga o cablatura dell’intero territorio, come prevedeva in vece il Piano Socrate, varato negli anni Novanta con grande “preveggenza” dall’allora STET-Telecom pubblica (un progetto da 13 mila miliardi d’investimento, per cablare entro il ’98 le case di tutti gli italiani finito ingloriosamente).
Alitalia, prima colpita dalla concorrenza di AirOne sulla rotta dalle uova d’oro Milano-Roma e poi svenduta alla CAI (che ha inglobato la Air One in forte crisi debitoria)  degli amici del governo Berlusconi (Colaninno, Passera, i Benetton, Tronchetti Provera, Caltagirone, Carlo Toto, gli Angelucci, i Gavio delle autostrade Milano-Torino). Un salasso per i contribuenti italiani di quasi 4 miliardi di euro, mentre l’acquisto da parte della CAI è stato sui 300 milioni. In realtà la società ormai vola verso l’inglobamento nella potente Air France-KLM (quelle stesse società che durante i governi di centrosinistra avrebbero dovuto entrare al 50% in società con scambi azionari!) .Dopo un primo momento di ossigeno per casse esauste dello Stato, gli introiti sono andati a beneficio delle solite cordate rampanti del capitalismo familistico italiano, grazie anche a piani dolorosi di cassa integrazione, prepensionamenti  e licenziamenti, tutti pagati con i soldi dei contribuenti, quindi con la revisione delle tariffe grazie ai regimi di convenzioni, in parte con l’ingresso di soci stranieri e la perdita dei know-ow italiani.Ora il Piano Monti/Passera/Fornero prevede, tra l’altro di privatizzare le Ferrovie ( l’unico vero “competitor” è la cordata Della Valle-Montezemolo-Punzo con la NTV, già in parte venduta ai francesi). Ma da anni i contribuenti italiani sono “costretti” a sovvenzionare il bilancio delle FS con migliaia di miliardi, senza però usufruire di servizi adeguati sulle rotte da e verso il Sud, quelle dei pendolari e ora anche il servizio cuccette. Oltre a pagare ogni anno un biglietto sempre più caro, rispetto alle altre ferrovie europee. Quindi, toccherà alle Poste, già trasformate proprio da Passera, all’epoca presidente, in Banca-posta, ristrutturata con un forte “dimagrimento del personale” e perdita di efficienza nel servizio più propriamente del recapito, tanto da far prosperare società private nella distribuzione e spedizione. Grazie a quella trasformazione entrò nelle Poste la banca-assicurazione Mediolanum di Berlusconi-Ennio Doris con sportelli di vendita. Oggi, è al primo posto nelle intenzioni di privatizzazione, anche sulla base di una delibera della Commissione europea, che però trova ostacoli nei paesi principali, anche grazie alla battaglia dei sindacati.

Aumentando il numero delle licenze delle farmacie
, della distribuzione delle pompe di benzina, delle licenze dei taxi, del numero di accessi alle professioni come notai e giornalisti,  Monti e il “Trio Bellezza” (Alfano-Bersani-Casini), che lo sostiene, pensano che di colpo scendano i prezzi e aumentino i posti di lavoro. In realtà faranno un gran regalo ai centri commerciali e ipermercati (con le COOP in prima fila). Incredibile che i media, fin qui antiberlusconiani, credano a queste “panzane”, dopo gli esempi storici già vissuti sulla pelle degli italiani. Proprio mentre aumenta nell’opinione pubblica (ultimo sondaggio Demos) la voglia di più Stato efficiente, meno politica e meno poteri forti in economia e nella gestione dei servizi pubblici. Il numero delle farmacie in Italia in rapporto agli abitanti è nella media europea, stando agli studi statistici Eurostat, un po’ meno della Francia, ma più di Germania e Gran Bretagna. Le licenze taxi sono poco più basse della media europea, solo che nelle due grandi metropoli, (Roma e Milano) non esiste un servizio di Metropolitante come nelle principali capitali europee (in media 42 kilometri contro 10-15 volte in più per Parigi e Londra o Berlino). A questo proposito, fa tuttora scalpore lo studio analitico di Bankitalia (Questioni di economia e finanza. Il servizio di taxi in Italia: ragioni e contenuti di una riforma. Febbraio 2007, di Chiara Bentivogli e Manuela Calderini).
Intanto, a livello europeo, Francia e Germania si guardano bene dallo “svendere” i loro gioielli ai privati di casa e tanto meno agli stranieri, seppure di stretta osservanza europea.

Si parla anche di privatizzare parte della RAI
, magari vendendo una rete, Raiuno, per fare cassa e risanare il debito di Viale Mazzini. Ma in questo caso, caro professor Monti,dalla sua esperienza di Commissario europeo alla concorrenza, forse non sarebbe meglio procedere con una nuova disciplina che liberi veramente il mercato, sciogliendo le rendite oligopolistiche di Mediaset (generalista e digitale terrestre) di SKY (satellitare), attuando una regolamentazione europea con un forte servizio pubblico finanziato con entrate certe e non aleatorie con oggi (come il canone nella bolletta elettrica), la possibilità per tutti gli operatori di essere presenti sulle varie piattaforme, magari ripensando alle cosiddette piattaforme uniche utilizzate da tutti? Soprattutto, con una rete per ogni competitor privato come nel resto del mondo!Studi professore la storia e la geopolitica. Studi con attenzione. Si applichi con umiltà e, soprattutto, ascolti gli esperti del settore, fuori dalla cerchia dei poteri forti.

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IL SACCO D’ITALIA

Dedichiamo questo post al prossimo governatore della BCE Mario Draghi,detto anche Mr.Britannia.Complimenti e auguri

Era il 1992, un anno decisivo per la recente storia italiana.

All’improvviso un’intera classe politica dirigente crollava sotto i colpi delle indagini giudiziarie. Da oltre quarant’anni era stata al potere. Gli italiani avevano sospettato a lungo che il sistema politico si basasse sulla corruzione e sul clientelismo. Ma nulla aveva potuto scalfirlo.
Né le denunce, né le proteste popolari  né i casi di connivenza con la mafia, che di tanto in tanto salivano alla cronaca,immaginiamoci un semplice mariuolo alla Mario Chiesa.

Ma ecco che, improvvisamente, il sistema crollava.

Mentre l’attenzione degli italiani era puntata sullo scandalo delle tangenti, il governo italiano stava prendendo decisioni importantissime per il futuro del paese.

Con l’uragano di “Tangentopoli” gli italiani credettero che potesse iniziare un periodo migliore per l’Italia

Ma in segreto, il governo stava attuando politiche che avrebbero peggiorato il futuro del paese.
Numerose aziende saranno svendute, persino la Banca d’Italia sarà messa in vendita.

La svendita venne chiamata “privatizzazione”.

E ancora.Nel maggio del 1992, Giovanni Falcone venne ucciso dalla mafia. Egli stava indagando sui flussi di denaro sporco, e la pista stava portando a risultati che potevano collegare la mafia ad importanti circuiti finanziari internazionali.

Su Falcone erano state diffuse calunnie che cercavano di capovolgere la realtà di un magistrato integro.
Probabilmente, le tecniche d’indagine di Falcone non piacevano a certi personaggi con cui il governo italiano ebbe a che fare quell’anno.

L’omicidio di un simbolo dello Stato così importante come Falcone,significava qualcosa di nuovo.
Erano state toccate le corde dell’élite di potere internazionale.

Ciò è stato intuito anche da Charles Rose, Procuratore distrettuale di New York, che notò la particolarità degli attentati (anche Borsellino 19 luglio): “Neppure i boss più feroci di Cosa Nostra hanno mai voluto colpire personalità dello Stato così visibili come era Giovanni, perché essi sanno benissimo quali rischi comporta attaccare frontalmente lo Stato. Quell’attentato terroristico è un gesto di paura… Credo che una mafia che si mette a sparare ai simboli come fanno i terroristi… è condannata a perdere il bene più prezioso per ogni organizzazione criminale di quel tipo, cioè la complicità attiva o passiva della popolazione entro la quale si muove”.

Quell’anno l’élite anglo-americana voleva rendere l’Italia un paese completamente soggiogato e dominato dal potere finanziario.

2 giugno del 1992, panfilo Britannia, in navigazione. A bordo c’erano alcuni appartenenti all’élite di potere anglo-americana, e i grandi banchieri a cui si rivolgerà il governo italiano durante la fase delle privatizzazioni (Merrill Lynch, Goldman Sachs e Salomon Brothers).

In quella riunione si decise di acquistare le aziende italiane e la Banca d’Italia, e come far crollare il vecchio sistema politico per insediarne un altro, completamente manovrato dai nuovi padroni. A quella riunione parteciparono anche diversi italiani, tra i quali Mario Draghi, allora direttore delegato del ministero del Tesoro, il dirigente dell’Eni Beniamino Andreatta e il dirigente dell’Iri Riccardo Gall.

Gli intrighi decisi sulla Britannia avrebbero permesso agli anglo-americani di mettere le mani sul 48% delle aziende italiane.

La stampa martellava su “Mani pulite”, facendo intendere che da quell’evento sarebbero derivati grandi cambiamenti.Un grande cambiamento in effetti ci fu.

I banchieri angloamericani erano venuti a “fare la spesa”, ossia a comprarsi i gioielli dell’industria pubblica italiana a buon mercato.In lire svalutate lorsignori comprarono i gioielli dell’industria italiana,IRI in testa.

Insomma: una strategia concertata.

Cominciò il  Fondo Monetario Internazionale (altro organismo che mette sul lastrico interi paesi) che, come aveva fatto da altre parti,voleva privatizzare selvaggiamente e svalutare la nostra moneta, per agevolare il dominio economico-finanziario dell’élite.La Standard & Poor’s declassò il debito italiano.

L’incarico di far crollare l’economia italiana venne dato a George Soros, un cittadino americano che tramite informazioni ricevute dai Rothschild, con la complicità di alcune autorità italiane, riuscì a far crollare la nostra moneta e le azioni di molte aziende italiane.A causa di questi attacchi, la lira perse il 30% del suo valore, e anche negli anni successivi subì svalutazioni.Le reti della Banca Rothschild, attraverso il direttore Richard Katz, misero le mani sull’Eni, che venne svenduta. Il gruppo Rothschild ebbe un ruolo preminente anche sulle altre privatizzazioni, compresa quella della Banca d’Italia. C’erano stretti legami fra il Quantum Fund di George Soros e i Rothschild. Ma anche numerosi altri membri dell’élite finanziaria anglo-americana, come Alfred Hartmann e Georges C. Karlweis, furono coinvolti nei processi di privatizzazione delle aziende e della Banca d’Italia.

Qualche anno dopo la magistratura italiana procederà contro Soros, ma senza alcun successo.
Su Soros indagarono le Procure della Repubblica di Roma e di Napoli, che fecero luce anche sulle attività della Banca d’Italia nel periodo del crollo della lira. Soros venne accusato di aggiotaggio e insider trading, avendo utilizzato informazioni riservate che gli permettevano di speculare con sicurezza e di anticipare movimenti su titoli, cambi e valori delle monete.

Nel giugno 1992 si era intanto insediato il governo di Giuliano Amato. Si trattava di un personaggio in armonia con gli speculatori che ambivano ad appropriarsi dell’Italia. Infatti, Amato, per iniziare le privatizzazioni, si affrettò a consultare il centro del potere finanziario internazionale: appunto le tre grandi banche di Wall Street, Merrill Lynch, Goldman Sachs e Salomon Brothers.(strano che il braccio destro di Craxi,uscìsse indenne dalla bufera mani pulite.Il non poteva non sapere per lui non valeva)

Appena salito al potere, Amato trasformò gli Enti statali in Società per Azioni, valendosi del decreto Legge 386/1991, in modo tale che l’élite finanziaria li potesse controllare, e in seguito rilevare.
Il 31 luglio 1992 viene abolita la scala mobile.Il 9 settembre il governo chiede al Parlamento di approvare una legge delega che gli consenta di cancellare spese, aumentare tasse, bloccare i salari pubblici ogni volta che la Banca d’Italia dichiari l’emergenza economica.
Il 13-17 settembre,si è in piena crisi : svalutazione della lira e successiva uscita dallo SME, il sistema monetario europeo.Per arginarla il governo Amato è costretto a varare una legge finanziaria da 100.000 miliardi (aumento dell’età pensionabile, aumento dell’anzianità contributiva, blocco dei pensionamenti, minimum tax, patrimoniale sulle imprese, prelievo sui conti correnti bancari, introduzione dei ticket sanitari, tassa sul medico di famiglia, imposta comunale sugli immobili (Ici), blocco di stipendi e assunzioni nel pubblico impiego, privatizzazioni ecc..)

A fine anno l’ineffabile Scalfaro annuncia “un nuovo rinascimento”. Roba da non credere!!!

Come già accennato,a seguito dell’attacco speculativo contro la lira e della sua successiva svalutazione, le privatizzazioni sarebbero state fatti a prezzi stracciati, a beneficio della grande finanza internazionale e a discapito degli interessi dello stato italiano e dell’economia nazionale e dell’occupazione. L’agenzia stampa EIR (Executive Intelligence Review) ha denunciato pubblicamente questa sordida operazione alla fine del 1992 provocando una serie di interpellanze parlamentari e di discussioni politiche che hanno avuto il merito di mettere in discussione l’intero procedimento di privatizzazione.

Il 28 giugno 1993, il Movimento Solidarietà svolse una conferenza a Milano, in cui rese nota a tutti la riunione sul Britannia e quello che ne era derivato

I complici italiani furono il ministro del Tesoro Piero Barucci, l’allora Direttore di Bankitalia Lamberto Dini e l’allora governatore di Bankitalia Carlo Azeglio Ciampi. Altre responsabilità vanno all’allora capo del governo Giuliano Amato e al Direttore Generale del Tesoro Mario Draghi. Alcune autorità italiane (come Dini) fecero il doppio gioco: denunciavano i pericoli ma in segreto appoggiavano gli speculatori.

Amato aveva costretto i sindacati ad accettare un accordo salariale non conveniente ai lavoratori, per la “necessità di rimanere nel Sistema Monetario Europeo”, pur sapendo che l’Italia ne sarebbe uscita a causa delle imminenti speculazioni.

Gli attacchi all’economia italiana andarono avanti per tutti gli anni Novanta, fino a quando il sistema economico- finanziario italiano non cadde sotto il completo controllo dell’élite finanziaria.
Nel 1996, il governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio, riferiva che l’Italia non poteva far nulla contro le correnti speculative sui mercati dei cambi, perché “se le banche di emissione tentano di far cambiare direzione o di fermare il vento (delle operazioni finanziarie) non ce la fanno per la dimensione delle masse in movimento sui mercati rispetto alla loro capacità di fuoco”.
Denuncia  dell’élite internazionale,e getto della spugna, ritenendo inevitabili quegli eventi. Era in gioco il futuro economico-finanziario del paese, ma nessuna autorità italiana pensava di poter fare qualcosa contro gli attacchi destabilizzanti dell’élite anglo-americana.

Anche negli anni successivi,avvennero altre privatizzazioni, senza regole precise e a prezzi di favore.
Pensate che  l’Italia conquistò il record mondiale delle privatizzazioni: sui 460 miliardi di dollari del giro d’affari planetario di questo business negli anni ’90,circa 100 miliardi di dollari erano imputabili a noi.

La vendita Telecom fu l’operazione piu’ grossa mai conclusa in Europa

Nel settore del gas e dell’elettricità apparvero numerose aziende private, oggi circa 300.
Dal 24 febbraio del 1998, anche le Poste Italiane diventarono una S.p.a. In seguito alla privatizzazione delle Poste, i costi postali sono aumentati a dismisura e i lavoratori postali vengono assunti con contratti precari. Oltre 400 uffici postali sono stati chiusi, e quelli rimasti aperti appaiono come luoghi di vendita più che di servizio.

Le nostre autorità giustificavano la svendita delle privatizzazioni dicendo che si doveva “risanare il bilancio pubblico”, ma non specificavano che si trattava di pagare altro denaro alle banche, in cambio di banconote che valevano come la carta straccia. A guadagnare sarebbero state soltanto le banche e i pochi imprenditori già ricchi (Benetton, Tronchetti Provera, Pirelli, Colaninno, Gnutti e pochi altri).

Si diceva che le privatizzazioni avrebbero migliorato la gestione delle aziende, ma in realtà, in tutti i casi, si sono verificati disastri di vario genere, e il rimedio è stato pagato dai cittadini italiani.

Le nostre aziende sono state svendute ad imprenditori che quasi sempre agivano per conto dell’élite finanziaria, da cui ricevevano le somme per l’acquisto. La privatizzazione della Telecom avvenne nell’ottobre del 1997. Fu venduta a 11,82 miliardi di euro, ma alla fine si incassarono soltanto 7,5 miliardi.

La società fu rilevata da un gruppo di imprenditori e banche., e al Ministero del Tesoro rimase una quota del 3,5%.

Il piano per il controllo di Telecom aveva la regia nascosta della Merril Lynch, del Gruppo Bancario americano Donaldson Lufkin & Jenrette e della Chase Manhattan Bank.
Dopo dieci anni dalla privatizzazione della Telecom, il bilancio era disastroso sotto tutti i punti di vista: oltre 20.000 persone sono state licenziate, i titoli azionari hanno fatto perdere molto denaro ai risparmiatori, i costi per gli utenti sono aumentati e la società è in perdita.
La privatizzazione, oltre che un saccheggio, veniva ad essere anche un modo per truffare i piccoli azionisti.

La Telecom , come molte altre società, ha posto la sua sede in paesi esteri, per non pagare le tasse allo Stato italiano.

Oltre a perdere le aziende, gli italiani sono stati privati anche degli introiti fiscali di quelle aziende. La Bell, società che controllava la Telecom Italia, aveva sede in Lussemburgo, e aveva all’interno società con sede alle isole Cayman, che, com’è noto, sono un paradiso fiscale.
Mettere un’azienda importante come quella telefonica in mani private significa anche non tutelare la privacy dei cittadini, che infatti è stata più volte calpestata, com’è emerso negli ultimi anni.
Anche per le altre privatizzazioni, Autostrade, Poste Italiane, Trenitalia ecc., si sono verificate le medesime devastazioni: licenziamenti, truffe a danno dei risparmiatori, degrado del servizio, spreco di denaro pubblico, cattiva amministrazione e problemi di vario genere.
La famiglia Benetton è diventata azionista di maggioranza delle Autostrade. Il contratto di privatizzazione delle Autostrade dava vantaggi soltanto agli acquirenti, facendo rimanere l’onere della manutenzione sulle spalle dei contribuenti..

Nonostante i disastri delle privatizzazioni, le nostre autorità governative sono disposte ad utilizzare denaro pubblico per riparare ai danni causati dai privati.

Dietro tutto questo c’era l’élite economico finanziaria (Morgan, Schiff, Harriman, Kahn, Warburg, Rockefeller, Rothschild ecc.) che ha agito preparando un progetto di devastazione dell’economia italiana, e lo ha attuato valendosi di politici, di finanzieri e di imprenditori.
Nascondersi è facile in un sistema in cui le banche o le società possono assumere il controllo di altre società o banche. Esemplare il caso Parmalat e Cirio.

Queste aziende hanno truffato i risparmiatori vendendo obbligazioni societarie con un alto margine di rischio. La Parmalat emise bonds per un valore di 7 miliardi di euro, e allo stesso tempo attuò operazioni finanziarie speculative, e si indebitò. Per non far scendere il valore delle azioni (e per venderne altre) truccava i bilanci.

Le banche nazionali e internazionali sostenevano la situazione perché per loro vantaggiosa, e l’agenzia di rating, Standard & Poor’s, si è decisa a declassare la Parmalat soltanto quando la truffa era ormai nota a tutti.

Alla fine, questi complici della truffa non han pagato praticamente nulla,con tanti saluti alla giustizia italiana

Grazie alle privatizzazioni, un gruppo ristretto di ricchi italiani ha acquisito somme enormi, e ha permesso all’élite economico-finanziaria anglo-americana di esercitare un pesante controllo, sui cittadini, sulla politica e sul paese intero.

Agli italiani venne dato il contentino di “Mani Pulite”, che si risolse con numerose assoluzioni e qualche condanna a pochi anni di carcere.Un polverone che è servito solo a consentire il saccheggio e a rimuovere un sistema politico che lo ostacolava o comunque non in linea con i desiderata angloamericani.

Il nostro paese è oggi controllato realmente da un gruppo di persone, che impongono, attraverso istituti propagandati come “autorevoli” (Fondo Monetario Internazionale e Banca Centrale Europea), di privatizzare quello che ancora rimane e di attuare politiche non convenienti alla popolazione italiana. I nostri governi operano nell’interesse di questa élite, e non in quello del paese.

Questo,a grandi linee, è quanto veramente successo in quel 1992 che ha cambiato in peggio tutta la storia italiana.Il resto sono solo chiacchiere di stampa e politica,entrambe asservite,buone solo per la credulità del parco buoi,quello che in fondo paga sempre per tutti.

Uno dei pochi articoli di giornale di quell’anno che  parla  del convegno sul Britannia,lo presenta ovviamente  quasi come un convegno istruttivo o stage per giovani managers!!!.
(3 giugno 1992 –http://archiviostorico.corriere.it/1992/giugno/03/Inglesi_cattedra_privatizzazioni_fate_come_co_0_92060319034.shtml

A distanza di tempo,stessa cosa per il Club Bilderberg.

Libertà dalla stampa!!!!

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Ci vuole in cieco per non vedere come tutti gli avvenimenti di quell’anno non siano in qualche modo collegati.Troppe coincidenze,e tutte nella stessa direzione.

Resta il fatto, che Draghi tenne un discorso a quella riunione, in cui disse esplicitamente che il principale ostacolo ad una “riforma” del sistema finanziario in Italia era rappresentato dal sistema politico.

Guarda caso, dopo la crociera sul Britannia partì l’attacco speculativo contro la lira e  l’uragano di Mani Pulite che proprio quel sistema politico abbatté.

Certo è che lo svegliarsi improvviso della magistratura, che per anni aveva ignorato e insabbiato, sembra sia avvenuta proprio in un momento opportuno per fare “PiazzaPulita” di una classe politica con velleità italiote, e per ottenere le “ManiLibere” di fare entrare i governi dei “tecnici”, gli amici della Goldman e soci.

E qua, consentiteci anche di tirar in ballo il tanto vituperasto Craxi.

Di sicuro un Craxi, per quanto corrotto, non avrebbe mai siglato un patto così scellerato, quello di svendere tutto il comparto nazionale produttivo del paese,lui che tenne testa agli americani nella vicenda dell’Achille Lauro, negando loro l’accesso al nostro territorio per attaccare i sequestratori della nave,  e portando avanti le trattative con i terroristi nonostante il veto del presidente Reagan,sempre lui che negò agli Usa la base di Sigonella.

E, infatti, proprio qualche anno prima Craxi era stato duramente criticato dagli ambienti angloamericani,quegli stessi che non si privano mai d’interferire nella nostra politica interna per salvaguardare i loro interessi.

Chi tocca i fili Usa muore!

Ed è bene anche ricordare al solito popolo cornuto,mazziato e festante, che quando Craxi in Parlamento (mica ad annozero) invitò in pratica ad alzarsi chi non avesse preso tangenti,nessun prode mezzacartuccia italiota si alzò.

Questo tanto per fare un po’ di storia che le ipocrite tricoteuses attuali dimenticano.
Con l’aiuto della stampa iniziò una campagna martellante per incutere il timore nel popolo italiano di “non entrare in Europa”, manco non fossimo stati tra i Sei paesi fondatori…

Una campagna a cui presero parte attva “The Economist” e “Financial Times,fogli al servizio dei saccheggiatori.Ora come allora.

Te la raccomando la stampa inglese e i soliti fessi,o molto interessati,laudatores nostrani!
E questa è ormai storia, tant’è vero che sull’episodio del “panfilo Britannia” vi furono anche alcune interrogazioni parlamentari rimaste naturalmente senza risposta.
Fu l’inizio dell’era dei governi tecnici, dopo 40 anni di regime DC, con il “tecnico” Ciampi, il tecnico Amato, il tecnico Prodi.

Il governo doveva, a tutti i costi essere “tecnico”, pur di non fare arrivare al potere neanche un’idea, che fosse tale e che lo fosse per il bene del paese.

In questo “bene ” invece rientrò  l’allontanamento di Enrico Cuccia,Mediobanca,che si oppose alla svendita diSme caldeggiata da Prodi.Si è poi visto come é finito questo colosso alimentare.
Lo stesso Prodi, che dal 1990 al 1993 fu consulente della
Unilever e della Goldman Sachs, quando nel maggio del 1993 ritornò a capo dell’IRI riuscì a svendere la Cirio Bertolli alla Unilever al quarto del suo prezzo. Indovinate chi furono gli advisors!

Uomini della Goldman, che vi hanno lavorato sono, oltre a Costamagna e Prodi, Monti (catapultato alla carica di Commissario), Letta, Tononi e naturalmente Draghi. Sicuramente ce ne sono altri; molti nostri uomini politici se non hanno lavorato per la Goldman, lavoravano per l’FMI, come Padoa Schioppa, presidente della BEI, Banca europea per gli Investimenti

La classe dei tecnici, fedeli servitori delle banche e dei circoli finanziari angloamericani, il cui motto era “privatizzare per saccheggiare”. Quella della condizione di tecnicità per accedere al potere fu un imperativo talmente tassativo, da riuscire nell’intento di dividere il PCI, con una fetta che divenne sempre più “tecnica”, sempre più British, sempre più amica delle banche, sempre più PD.

Il premio di tutta questa svendita, prevista per filo e per segno,  fu la nostra “entrata in Europa”, ovvero la cessione della nostra già minata sovranità monetaria dalla Banca d’Italia alla Banca centrale europea,per una moneta, l’euro che, con il tasso iniz  iale di cambio imposto e troppo elevato, è all’origine di tante attuali sciagure.

Queste sono informazioni che dovrebbero essere divulgate e spiegate in lungo e in largo dalla stampa,ma che invece ha sempre occultato.

Le anime belle e buone parleranno di complottismo, che vediam congiure dappertutto…

Rassicuriamole,questi marpioni possono fare,hanno fatto e faranno anche di più e di meglio…

Articolo di Johnny DoeDallaParteDelTorto 22 giugno 2011