Il nostro vero antidoto? L’Eucarestia e farci Popolo di Nostra Signora della Tenda nella Carità. Sapere che siamo in una battaglia vera e poter riconoscere il nemico: apatia, accidia, ignavia di fronte al Male che è là.

Il Motto sia: LIBERI, DALLE “MATRICI DI MAMMONA, PER LIBERARE

Qui vedrete il tempo della Fine, i Segni dei Tempi, annunciare la Parusìa

San Marco 13, San Matteo 24, San Paolo Tessalonicesi 2, San Giovanni Apocalisse 13, San Daniele 8, La Salette, Fatima

Confraternita Diaconale e Mariana di Comunità & Cooperative di Arcieri e Cattolici Resilienti – Arca della Bellezza

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La Decrescita Felice

Trovare nuovi modi di essere, spazi per vivere il territorio, strade da percorrere, per costruire un’alternativa realmente sostenibile all’insegna del bene comune, della bellezza, del buon governo, delle migliori tecniche di amministrazione è una delle sfide vere, concrete, vive direi, nelle corde di ognuno di noi, stretti oggi più che mai dalla morsa assurda dei tagli e della crisi. Ma è anche l’unico spazio a volte percorribile per interi pezzi di comunità, famiglie e cittadini (chissà ancora per quanto), che sentono il disagio nei confronti di un sistema allo sbando e che vogliono fare da pionieri e apri pista quel primo passo in grado di portarli, in un colpo solo, da un’altra parte: magari, nei Borghi di Xenobia.

L’Università del Saper Fare, nata da una sorprendente intuizione positiva di alcuni circoli del Movimento per la Decrescita Felice, è una di queste possibilità. Uno scrigno di tesori, un baule trovato in soffitta, una banca dati, un archivio, ma anche uno strumento unico per mettere gambe cuori polmoni e soprattutto tempo a idee concrete e partecipate, ricette possibili, esperienza e veri antidoti a questa malattia dell’iperconsumo che ci vede agonizzare nella nostra quotidianità accumulando giorno dopo giorno debiti su debiti e investimenti di ore lavoro su e giù con la macchina.

Il principio del saper fare si basa sulla regola primaria dell’economia, che è il saper usare tutto ciò che abbiamo a disposizione e a portata di mano. Quello che gli altri buttano per noi è come materia prima ricavata da una miniera. Ma è anche il recupero di alcune preziose capacità pratiche andate perdute negli ultimi decenni, fatta di maestranze, antichi mestieri, tecnologie a basso consumo energetico o addirittura ad energia alternativa natuale. Pratiche andate in disuso da quando la società occidentale ha abbracciato il modello di sviluppo consumistico, industriale, decentalizzato (comportando un maggior investimento nella logistica invece che nel km 0) ad altissimo impatto sull’ambiente, basato sul frenetico consumo di prodotti usa e getta, concepiti per durare il meno possibile ed essere rapidamente sostituiti, trasformandosi così in rifiuti costosi da smaltire, gravati da imballaggi ingombranti e altamente inquinanti.

Il saper fare – si legge nella presentazione del Manuale degli Arcieri e nel materiale informativo distribuito dall’Arca della Bellezza e dal Gruppo d’Eccellenza – “Admirabilem Scholam” ed è una sorta di rivoluzione culturale, che presenta una quantità incalcolabile di vantaggi: permette di recuperare capacità e utilità perdute, di accedere a beni primari limitando acquisti e spostamenti, di inquinare meno e risparmiare molto, di ridurre l’impatto ambientale attraverso opportune opere di mitigazione e di sperimentare una nuova dimensione entro la quale rivalutare il tempo e la soddisfazione del lavoro ben fatto, da condividere in modo solidale. Zero imballaggi, meno trasporti, niente emissioni, più cura del paesaggio, del genio loci, dei talenti, delle architetture, delle opere di ingegneria.
 Se migliaia, milioni di singoli adotteranno le pratiche del saper fare, inaugurando nuovi stili di vita basati sul recupero della capacità di autoproduzione, auto-sostenibilità, di beni e quindi riducendo la produzione di emissioni e rifiuti, l’impatto di questa pratica diverrà in breve tempo molto significativo anche su scala globale, fino a recuperare i concetti fondamentali di auto-determinazione e di Sovranità Nazionale.

Recuperare alcune delle antiche capacità  perdute e praticarle può rivelarsi talvolta come una sorpresa (oltre che recupero di usanze e tradizioni perdute che costituiscono di per se un tesoro irripetibile): il saper fare non è un’attività gravosa ma, al contrario, può essere vissuto con gioia, partecipazione e passione da tutte le persone coinvolte: donne, uomini, giovani, bambini, anziani, diversamente abili. Il saper fare libera l’individuo da molte delle sue dipendenze, regalandogli la consapevolezza di poter ridiventare autonomo, non più vincolato alle matrici, agli inganni, al denaro corrente e a corso “illegale”, al supermercato, ecc.. Ed è anche estremamente creativo e originale: le ricette del saper fare sono infinite, così come le sue vastissime applicazioni, sia nel campo dell’auto-produzione di beni che in quello delle riparazioni domestiche.

Saper fare aiuta il portafoglio, dunque, perché mette in gioco risorse ed energie che non passano da uno scambio monetario, ma da un passaggio reciproco di saperi e favori, tempo e auto-aiuto. Saper fare è un modo formidabile per rimettere in circolo le emozioni, la fantasia, per far partecipare dal basso le persone in quanto tali, in un formidabile gioco della contaminazione e del contagio positivo, che può anche diventare gioco di squadra.

Saper fare può anche essere quel virus, virtuoso, in grado di superare i conflitti, debellare definitivamente la crisi endemica di un sistema allo sfascio, una ragione in più per guadagnare stima di se stessi e presentarsi per quel che si vale davvero: un modello di sviluppo che si contrappone a quelle alienante e distruttivo, destabilizzante e corrosivo imposto dai banchieri che preferiscono alle regole primarie di civiltà l’autodistruzione e la dipendenza che è di fatto una cultura di morte. Un sistema che emargina chi non possiede o detiene, che sfascia pianeta e risorse e peggiora drammaticamente la qualità della vita delle comunità locali, accorpandole in una unica grande, ingovernabile area metropolitana.

Che bello sarebbe veder proliferare in tutti i piccoli comuni italiani migliaia di distaccamenti di questa speciale università dentro i Borghi Eucaristici di Xenobia: in cui docenti e alunni si scambiano in un valzer senza fine ruoli e competenze, favori e possibilità, mandando in soffitta, una volta per tutte, l’economia del dolore e del petrolio.

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Meglio insegnare a pescare

ECONOMIA IN BIANCO & NERO – aprile 2011

Di Riccardo Barlaam – venerdì 01 apr 2011

Non ti dò il pesce, ma la canna da pesca, e ti insegno a usarla, perché tu possa pescare da solo. Nel 2007, Ken Powell, amministratore delegato di General Mills, multinazionale alimentare americana – che ha nel portafoglio marchi come Yoplait, Old El Paso, Cheerios, Haagen Dazs – chiese ai suoi collaboratori di cercare idee innovative per aiutare a combattere la fame nei paesi africani, idee che non fossero limitate solo alla donazione di cibo.

«Fin ad allora – spiegò Powell, manager della major statunitense – avevamo sempre donato aiuti economici o cibo. Ci sembrava di non incidere. Non volevamo lavarci la coscienza, farcendo qualcosa per l’Africa con aiuti a breve termine, o progetti che finivano chissà dove. Allora abbiamo pensato di sfruttare le nostre conoscenze per aiutare le imprese africane con progetti di sviluppo e di miglioramento tecnologico che avessero un respiro più a lungo termine».

General Mills cominciò con l’esplorare le possibilità di creare piccoli processi di produzione alimentare nei villaggi rurali. Ma subito si rese conto che c’erano tanti ostacoli da superare, prima ancora di iniziare a pensare alla produzione alimentare, anche se su piccola scala. Mancava l’acqua potabile; l’elettricità non c’era sempre; né vi erano tutte le condizioni necessarie (catena del freddo, magazzini, logistica) per pensare alla produzione alimentare «per aiutare gli africani a realizzare da soli i processi produttivi di una moderna industria alimentare: bisognava prima creare le condizioni per impiantare una moderna industria di cibo», fu la conclusione di Peter Erikson, vice presidente della General Mills, incaricato di seguire il progetto “Dare la canna da pesca agli africani”.

Da allora, la fondazione General Mills ha investito 1,5 milioni di dollari per formare tecnici alimentari in Zambia, Tanzania, Kenya, Malawi. Molti di loro sono stati, in questi anni, nel quartiere generale della multinazionale nel Minnesota, per lunghi periodi di training. La Nyrefami Ltd, società di molitura della Tanzania, che produce farina, è riuscita a migliorare la propria produzione, introducendo un processo di controllo qualità all’ingresso delle merci. La farina prodotta fino ad allora era contaminata da rifiuti, escrementi di topo e altri materiali che entravano con la materia prima. È stato introdotto, quindi, un processo di lavaggio e asciugatura del grano, prima della produzione vera e propria della farina attraverso la macina. La farina Nyrefami, usata nell’alimentazione di famiglie e bambini della Tanzania, oggi ha un livello qualitativo migliore, grazie a questo progetto di formazione del tecnico africano. Questa è solo la prima parte della storia…

Altre multinazionali alimentari si sono unite alla General Mills, tra cui l’americana Cargill e la danese Royal Dsm Nv, accomunate dall’obiettivo di trasferire know how alle aziende africane per sostenere lo sviluppo dei loro processi produttivi alimentari. Assieme hanno dato vita, poche settimane fa, a una organizzazione non governativa. L’ong si chiama Partners in Food Solutions e ha come primo punto statutario la missione di aiutare le aziende alimentari a condividere le proprie conoscenze tecnologiche con le aziende africane e di altri paesi in via di sviluppo.

Tutte le aziende alimentari, anche quelle italiane, possono unirsi al progetto della Pfs. È un modo per fare volontariato, per fare business etico, per aiutare in modo concreto le piccole e medie aziende alimentari già esistenti in Africa a sviluppare e a migliorare i propri processi produttivi. Niente più donazioni alimentari che arrivano dall’alto a pioggia. Basta con cose che spesso non servono. Si vuole dare la canna da pesca, più moderna della semplice canna di bambu, con il filo e l’amo, e anche la formazione per usarla nel migliore dei modi.

La Pnf ha già un paniere – termine appropriato in questo caso che parliamo di alimentare – di 15 progetti di sviluppo legati ad altrettante aziende alimentari in Kenya, Zambia, Tanzania e Malawi, che si pensa miglioreranno indirettamente l’attività di circa 60mila piccoli agricoltori. Lo scorso anno, ha raccontato Erickson, un progetto legato alla produzione di latte in polvere ha avuto come conseguenza la necessità di stabilire uno stesso prezzo di acquisto per i produttori di latte: un prezzo minimo garantito per gli agricoltori, anche quelli più piccoli, che hanno meno forza nei confronti dei produttori alimentari africani, “costretti” così, in ragione dell’adozione di procedure standard, a riconoscere anche a loro lo stesso prezzo.

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I Ricostruttori

I Ricostruttori nella Preghiera hanno come obbiettivo fondamentale quello di diffondere la pratica della meditazione attraverso un metodo cristiano profondamente radicato nella tradizione biblica: l’esicasmo.

Soltanto dalla preghiera sono nate le energie e la volontà che hanno reso possibile l’opera del gruppo, la sua crescita tumultuosa da cenacolo di pochi amici ad organizzazione ormai estesa a quasi tutta l’Italia ed oltre. E’ nel raccoglimento interiore che la Provvidenza dà i suoi lumi e le sue forze a chi ha l’umiltà di abbandonarsi. Poi, fuori, nel mondo le cose cominciano a muoversi e lentamente maturano.

Ma i frutti non sono soltanto esteriori: restituire al mondo luoghi di preghiera abbandonati, aprire studi medici per curare chi soffre, dare agli increduli uno spiraglio di fede è anche, per chi si impegna a farlo, un modo per ricostruire se stesso.

La costruzione del tempio esteriore è figura della costruzione del tempio interiore e la storia della salvezza individuale si sviluppa attraverso i poli dell’azione e della preghiera.

Il viaggio parte dalla meditazione, si dispiega nell’azione e ritorna alla meditazione per poi di nuovo partire sotto la guida paziente del Maestro e con la protezione dei Santi.

L’educazione dell’uomo nella sua pienezza, e quindi una vera educazione alla spiritualità, è l’obiettivo principale dei Ricostruttori nella preghiera e per raggiungere questo scopo sono molteplici le iniziative che possono essere divise approssimativamente in sei gruppi:

– conferenze a carattere storico, spirituale, medico-terapeutico…
– corsi di musica, danze, teatro, espressione corporea, danzaterapia…
– attività artistiche come scultura su legno e pietra, mosaico, vetrate cattedrale…

Attivita– educazione alla cura del corpo considerato come “Tempio dello Spirito” (1Cor 6,19), tramite alcuni volontari qualificati che tengono corsi di yoga, respirazione, riflessologia plantare, rilassamento, erboristeria…
– educazione alle attività artigianali e alla manualità con corsi di falegnameria, restauro del legno, liuteria, intreccio di cesti, lavorazione del ferro battuto…

Scultura Ricostruttori– educazione ad un rapporto più profondo con la natura tramite escursioni, riconoscimento delle specie vegetali spontanee commestibili e terapeutiche, riconoscimento delle specie animali locali e loro abitudini, pratica di orticoltura biologica…
Tutte queste attività, toccando attraverso vari aspetti i temi della vita di preghiera, sono preparatorie al corso di meditazione profonda in cui si viene introdotti alla pratica dell’esicasmo.
Per poter attuare in concreto tutte queste attività è stato necessario trovare locali adatti.
Sin dai primi tempi si sono adattate case o cascine diroccate, in disuso, spesso in condizioni disastrose, e sono state ricostruite con le sole forze dei volontari.
Per i Ricostruttori la ristrutturazione di questi luoghi si accompagna alla ricostruzione spirituale: restituire al mondo luoghi abbandonati, offrire agli scettici uno stimolo per leggere i misteri della vita con sguardo nuovo, è anche, per chi si impegna a fare tutto questo, un modo per ricostruire se stesso.

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Le frasi di Bergoglio che generano solo confusione nel mondo laico

Ma una Chiesa povera non aiuta nessuno…

18 marzo, 2013

Caritas«Come vorrei una Chiesa povera e per i poveri!». Questa è la bellissima espressione di papa Francesco durante l’incontro con i media il 16 marzo. La frase può essere letta in modo superficiale, come hanno fatto i media e anche alcuni uomini di politica (ad esempio Beppe Grillo), oppure può essere intesa dal punto di vista cristiano, assumendo dunque una validità logica e un senso compiuto.

Se venisse presa letteralmente e in modo superficiale, come dicevamo, la frase non avrebbe senso. Cosa se ne fanno i poveri di una Chiesa povera? Cosa se ne fanno i poveri di una Caritas che non ha i soldi per offrire pasti gratuiti tutti i giorni? Cosa se ne fanno i poveri di un ricovero di religiosi che non hanno i soldi per il riscaldamento? Assolutamente nulla, una Chiesa povera non può aiutare nessuno (ovviamente sempre dal punto di vista dell’aiuto materiale!), così come un imprenditore senza soldi non può aiutare chi è in cerca di lavoro…non ha senso dire: “un imprenditore povero per i disoccupati!”. Una Chiesa povera per i poveri è una frase che non ha alcun senso, i quotidiani hanno riportato una frase palesemente contraddittoria, che ovviamente non hanno capito.

La bellissima espressione di papa Francesco va evidentemente letta contestualizzandola all’interno di un approccio cristiano, dove la povertà non coincide obbligatoriamente con il banale “non avere nulla”. La povertà è innanzitutto un atteggiamento della persona, Gesù nel Vangelo ripete spesso: “beati i poveri di spirito”. La povertà cristiana è il non porre la speranza in quel che si ha, essere libero da quel che si possiede (dal denaro, dai vestiti, dagli affetti), sapendo che non sta in essi quel di cui l’uomo ha bisogno per essere lieto. San Paolo lo dice benissimo: «quelli che hanno moglie, vivano come se non l’avessero […]; quelli che comprano come se non possedessero; quelli che usano del mondo, come se non ne usassero appieno: perché passa la scena di questo mondo!» (1 Cor 7, 29.31).

Dunque la povertà cristiana non è non avere soldi, ma è l’essere liberi da essi, usarli (e usare tutto quel che si ha) come se non li si possedesse, con un distacco intelligente. La povertà cristiana è l’uso corretto e cristiano dei soldi, così come, ad esempio, fanno i missionari nel mondo: non danno il loro piccolo stipendio ai poveri che incontrano, ma usano questo denaro per investire, ad esempio, in centri di formazione per insegnare loro un mestiere (detto più banalmente: non si regala il pesce, ma si insegna a pescare).

Il Papa ha richiamato la Chiesa ad un distacco morale da quel che ha (la povertà di spirito), certamente anche ad una vita basata sull’essenziale, ma non ha chiesto che la Chiesa diventi materialmente povera e dunque incapace di aiutare il prossimo in difficoltà. Anche il paragone con San Francesco d’Assisi che molti fanno è sbagliato: il suo carisma vale per i francescani (è un esempio, per tutti, di assoluta libertà dal mondo, perfino dalla morte, che chiamava “sorella”), ma non può valere per la Chiesa intera che mantiene e aiuta ogni giorno milioni di individui in difficoltà in tutto il mondo.

Non lasciamoci abbindolare, chi spinge per una Chiesa materialmente povera (cioè non in senso cristiano) vuole una Chiesa inesistente, costretta a chiudere le sue missioni, a lasciare decadere le sue chiese, le sue scuole e i suoi oratori, incapace economicamente di realizzare iniziative culturali e spirituali, ecc. E’ la Chiesa che desidererebbe il laicismo, ovvero completamente assente nella scena pubblica e sociale. Invece, anche il denaro –se usato bene, in modo onesto e morigerato-, può contribuire alla missione della Chiesa di annunciare il Vangelo e sostenere la speranza di più persone possibili.

Occorre infine fare attenzione ad un altro equivoco, che la nostra riflessione può portare: la Chiesa non è un’ente di beneficenza, la Chiesa -ricca o povera che sia- annuncia e testimonia che la Risposta al bisogno dell’uomo è entrata nella storia, si è fatta carne ed è possibile incontrarLa per tutti, qui e ora. Come ricorda ancora papa Francesco: «se non confessiamo Gesù Cristo, la cosa non va. Diventeremo una ONG assistenziale, ma non la Chiesa».

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Luca Bazzoli: Aiutare gli altri non è tempo perso ma guadagnato. È Sensacional!

Ascolto cumbia tropicale mentre scrivo queste righe e penso che possa essere una buona chiave per parlarvi di Sensacional.

La cumbia può sembrare un genere musicale facile, sconclusionato: un giro di piano, un paio di trombette, qualche improbabile corista con la camicia con gli ananas disegnati su, un cantante col ciuffo e la catenina d’oro al collo.Testi al limite della decenza per la loro semplicità, ma tanto, tanto ritmo, ed infinita allegria. Se si ascolta la cumbia “solo” con le orecchie, la probabilità di voler cambiare canzone è alta. Se invece si lascia spazio alle emozioni che questa suscita, se la si ascolta anche con il cuore, la cumbia vi rimarrà dentro per sempre.

Parlando di emozioni, penso a quando arrivai in Argentina più di 4 anni fa, assetato di umanità, di calore, dopo una lunga esperienza asiatica nel campo della cooperazione allo sviluppo, affascinantissima e formante, ma anche asettica, formale, distante. Avevo bisogno di contatto, di essere ascoltato e di ascoltare, di confrontarmi a viso aperto con l’altro per mettermi nuovamente in gioco e crescere come persona e come professionista.

L’Argentina: un Paese mitico, soprattutto per noi italiani, il rifugio perfetto per ogni fuggiasco, luogo di riscatto nel quale ognuno può ricominciare ed essere ciò che vuole.

En unión y libertad, recita il motto nazionale: siate uniti, siate liberi, siate voi stessi. In Argentina si può. Ma come si raggiunge la libertà? Quando è che ci si sente veramente liberi? Cosa si cerca? E come si deve cercare? E poi, è certo che cercando si trova e che si trova veramente solo essendo pienamente se stessi?

Con questi e numerosi altri interrogativi mi sono avventurato con un biglietto di sola andata in Argentina. Appena atterrato ho capito di essere finalmente a casa.

Comoda, familiare, scalcinata, strampalata, eccessiva, l’Argentina mi ha fatto capire cosa vuol dire vivere con passione, mi ha insegnato a credere nei sogni e a lottare per realizzarli, a vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo. “Del doman non v’è certezza”, soprattutto in un Paese che ogni 10/12 anni collassa su se stesso ma si rialza senza mai perdersi d’animo. L’Argentina mi ha insegnato a vivere con ritmo e allegria (proprio come in una cumbia!), ad essere felice a prescindere dai fattori esterni, a guardare le cose con positività ed apertura, a non sprecare la grande opportunità che ci offre la vita: viverla.

E Sensacional che c’entra con tutto questo sermone hare krishna? C’entra, c’entra!

Sensacional è nata nell’istante stesso in cui tutto questo mi è stato chiaro. Non ho avuto più dubbi sul fatto che fosse giunto il momento di perseguire ad ogni costo un sogno: essere d’aiuto alle persone in difficoltà coinvolgendole direttamente, accompagnandole con attenzione, professionalità e amore in modo che potessero farcela da sole. “Non dare il pesce, ma insegna a pescare”: semplice ed efficace, disarmante per il suo impatto. In una parola: Sensacional!

Così è nato tutto, con l’aiuto di un paio di amici in Italia che hanno seguito la costituzione legale della Onlus (uno di questi è il Manolo co-founder di Qurami personaggio del racconto di Roberto di qualche giorno fa su CheFuturo!) e con il sostegno tecnico e morale di un altro visionario adottato dal Sudamerica: Paolo, Vicepresidente di Sensacional, che attualmente vive in Ecuador.

Di lì in poi è stato un susseguirsi di passi, piccoli ma decisi, verso la realizzazione del nostro sogno. In tanti si sono uniti spontaneamente a Sensacional, coinvolti da un messaggio diverso, inclusivo, che si propone di liberare le persone non solo attraverso progetti concreti ed efficaci nelle zone svantaggiate dell’America Latina, dell’Asia e dell’Africa.

Ciò che ci proponiamo di fare, infatti, è anche dare spazio ai nuovi talenti italiani, alle loro (molto spesso eccelse) professionalità, mortificate dal nostro sistema anziano, fatto da anziani per gli anziani, che soffoca le idee e le personalità dei giovani, anziché valorizzarle.

La nostra struttura è orizzontale, tutti coloro che partecipano a Sensacional mettono a disposizione le loro competenze specifiche al servizio della causa comune e sono responsabili diretti del lavoro che svolgono.

Il nostro motto è “il bene fatto bene”: cerchiamo di farlo mantenendo ritmo ed allegria (stile cumbia, insomma!), dimostrando concretamente che contribuire per fare il bene della propria comunità fa bene a tutti, anche a se stessi; che dedicarsi all’Altro non è tempo perso, ma guadagnato.

Non è fare la carità per i poveri o gli svantaggiati, ma un investimento per il proprio futuro, per la crescita responsabile ed il benessere di una comunità sempre più globale. Le nostre azioni sono chiare, visibili ed assolutamente riproducibili; più persone parteciperanno a Sensacional, più il cambio di paradigma nella nostra società sarà forte.

Sensacional si è inserita da subito nel nascente mondo dell’innovazione sociale, dando maggiore importanza ai fatti che alle parole, mettendo in pratica sul campo il proprio modello teorico, inclusivo e partecipativo, locale&globale, 2.0, orientato a dare sostenibilità operativa ed economica a breve termine alle iniziative sociali proposte.

Puntiamo su trasparenza, efficienza, professionalità, passione, entusiasmo, per aiutare le persone a camminare con le proprie gambe, davvero. In pratica, lavoriamo per perdere il lavoro, ma siamo contenti di farlo!

Per rendere sostenibili i progetti, elaboriamo proposte di social business efficaci, in grado di generare reddito e sostenere economicamente anche le parti più assistenziali dei progetti stessi. Poiché il nostro processo è partecipativo, i beneficiari attraverso di noi imparano delle professionalità nuove ed utili, che vengono poi rielaborate in funzione delle loro esigenze. In questo modo, anche per noi è un continuo (splendido) apprendimento.

Per finanziarci, proponiamo ad investitori privati pacchetti personalizzati che garantiscano un ritorno in termini di visibilità e di marketing, del tutto in linea con le logiche del mercato. Sensacional offre soluzioni sicure per promuovere il proprio marchio in maniera assolutamente innovativa ed efficace.

Negli ultimi mesi siamo “ritornati” in Italia, per dare il nostro apporto nel fronteggiare questa crisi, che penso sia prima di tutto umana, una crisi di valori. Sul territorio italiano ci proponiamo come produttori di azioni sociali di qualità, che abbiano un impatto immediato, che creino viralità, che smuovano le coscienze delle persone e le stimolino a fare attivamente qualcosa per migliorare la propria vita e quella degli altri.

Stiamo aderendo a network importanti di social innovation e startup e creando un piccolo cantiere per l’innovazione sociale nel quale si ritrovino le eccellenze italiane di questo settore.

Sensacional non sarà la soluzione a tutti i nostri problemi, ma è di certo una proposta concreta. Potrà apparire paradossale, ma la crisi può rappresentare davvero una eccezionale opportunità di cambio e noi, in questo contesto, non abbiamo affatto paura di sbagliare. La nostra unica paura è che anche questa occasione venga sprecata.

Vi saluto con una playlist di cumbia, sperando di colorare la vostra giornata con ritmo ed allegria.

Roma, 31 Ottobre 2012

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Argento Colloidale Ionico
come farselo da soli

…ho detto “ionico”, non “organico”!

pagina
aggiornata il
20/2/2010
IMPORTANTE In farmacia si trova facilmente la diluizione omeopatica detta Argento colloidale 5CH della Boiron (5CH significa una parte su 10 miliardi) e non c’entra nulla con quello per uso come “antibiotico naturale”e;.
Un importatore italiano vende quello vero, ionico, a ben 25 Euro per 100 ml, cioè 250 Euro al litro!!!

Eccovi le istruzioni per farsi in casa e con pochissima spesa il prezioso Argento colloidale ionico, a bassissima concentrazione (circa 5-10 parti per milione), EFFICACE E INNOCUO, sempre se usato propriamente.  Facendo tutto per bene la qualità sarà ottima e ad un costo irrisorio.

Si badi, l’Argento ionico è completamente diverso da quello “organico”, preparato diluendo lo pseudocolloide in polvere (il cosiddetto Argento proteinato, o vitellinato, o caseinato), e che si trova anche in prodotti farmaceutici classici e quasi tutti estinti, tipo Collargol, Ascorgol, Arscolloid, Argisone, Argotone, eccetera, o come componente in altri.  L’Argento ionico è tutta un’altra cosa, molto più efficace, e soprattutto sicurissimo.  Evitiamo perciò, da ora in poi, di chiamarlo ancora “colloidale”, il suo nome è “Argento ionico”, e da ora in poi lo abbrevieremo i ACI.   Chissà che col tempo la Medicina non inizi a deporre i pregiudizi, legati al vecchio colloide organico, e indaghi come mai l’ACI funziona a meraviglia…   Debbo però anche avvisare il lettore che purtroppo esistono dei pazzi che vendono un “argento ionico” ad altissima concentrazione di microparticelle d’argento:  lo fanno per differenziarsi e quindi vendere di più. Però tali prodotti sono davvero rischiosissimi, checché ne dicano i loro produttori, perché le particelle si accumulano nella pelle e possono colorirla irreversibilmente. Chi scrive NON fabbrica e NON vende argento ionico, quindi non ha interessi da difendere. Siete avvisati.

IMPORTANTE
Per mia tutela debbo sottolineare che io non mi assumo alcuna responsabilità sulla qualità di quanto ottenuto, o sull’uso che si intende farne. In particolare, sia chiaro che
qui non si dà alcuna indicazione di tipo medico per uso umano. Per tutti i possibili usi dell’Argento ionico si rimanda ad altri siti (vedi links alla fine). Ad ogni modo, il lettore è avvisato che vi sono possibili rischi nell’uso umano esagerato o improprio dell’Argento ionico.

cosa vi servirà…

      Se avete deciso di provarci, la prima cosa di cui avete bisogno è Argento purissimo al 999 per mille.

Attenzione:  l’Argento deve assolutamente essere quello purissimo al 999 per mille, e non quello a 925, altrimenti ci si intossichera’ con metalli pesanti!  Ci deve dunque essere certezza assoluta che sia il tipo purissimo al 999 per mille!(leggere il forum, nei link)

Senza fare salti mortali per procurarselo, vi dico subito che nei negozi di numismatica si vendono monete d’Argento purissimo garantite a 999.3 millesimi.  Si tratta del Dollaro Americano “Eagle”, da collezione:  peso circa 30 grammi, diametro 40.6 mm, e costa attorno ai 13 euro l’uno (ne servono due).  Se siete bravi, potete anche riuscire a procurarvi Argento puro in filo, barrette o lastrine, ma siate certi che sia davvero purissimo, non rischiate!.

Trovato l’Argento puro, il più è fatto.
Vi saranno necessarie anche le seguenti cose:

  • 3 batterie a 9 V alcaline (es., Duracell)
  • 2 cavetti con morsetti a coccodrillo, rosso e nero
  • 1 resistenza da 560 o 680 ohm, il wattaggio non importa
  • 1 barattolo o bicchierone di vetro alto e stretto da 250-500 ml, perfettamente pulito
  • 1 bottiglia di vetro scuro (ottime quelle da birra) con tappo di plastica, perfettamente pulita e ricoperta con pellicola di alluminio

Ora dovreste procurarvi acqua distillata o bidistillata, ma non si trova più, a meno di non ordinarla a un fornitore di prodotti chimici.  Potrete accontentarvi anche di quella demineralizzata, purchè di ottima qualità, con pochissimi sali. Ma NON comprate quella dei supermercati, NON VA BENE, quella buona si trova in farmacia a circa un euro e mezzo al litro, col nome di Acqua depurata F.U.

acqua imbuto e spugnetta abrasiva Vi faranno anche comodo dei tovaglioli di carta (tipo Scottex), poi una di quelle spugnette abrasive verdi non metalliche, per pulire le pentole (tipo Vileda) però mai usata, e infine un piccolo imbuto, nuovo e pulitissimo.

assembliamo i vari pezzi…

Armatevi di saldatore e filo di stagno per saldatura.  Tagliate a metà il filo del cavetto rosso coi morsetti, e fra le due metà saldate la resistenza da 560 o 680 ohm, come in figura.

filo con morsetti e resistenza in mezzo

Adesso prendete le tre batterie alcaline a 9 volt, e incastrate fra loro i loro attacchi in modo che risultino collegate in serie, come nella figura sottostante. A sinistra abbiamo le tre batterie, al centro potete vedere chiaramente come collegare fra loro i contatti secondo la loro forma, e a destra vedete le tre batterie collegate. Attenzione a non sbagliarvi, sennò fate fare cortocircuito…

come fare i collegamenti

Vi conviene bloccare così le tre batterie con un po’ di scotch, per non rischiare di danneggiare i morsetti col movimento.
Come vedete, ora avete due poli rimasti liberi, è da qui che prenderete la tensione, attaccandovi i due cavetti, il nero e il rosso con la resistenza, come nella figura qui sotto. Se fate la prova, attenti a non far toccare i fili fra loro, e ristaccateli subito.

cavetti al gruppo batterie

Adesso è venuto il momento di adattare i morsetti al barattolo.
Se avete l’argento in strisce, sbarrette o filo, misuratene due pezzi, e ripiegateli sul bordo del bicchiere in modo che si reggano stabilmente e restino ad almeno due-tre centimetri dal fondo.  Accertatevi che siano il più possibile parallele fra loro, e che non si tocchino, come in figura.

varianti con lastrina o sbarrette, e con filo

Se invece avete le due monete d’Argento, il mio consiglio è quello di attaccare una volta per sempre i due morsetti ad un bastoncino (anche una penna o una matita!) con nastro adesivo. In questo modo il posizionamento delle monete sarà rapidissimo e sempre corretto. I morsetti debbono essere messi in modo che le monete siano parallele fra loro, come in figura.

monete sospes con bastoncino

Con questo metodo la distanza migliore fra gli elettrodi è risultata essere circa 8 cm, che si usino monete, o filo, o lastrine.  In ogni caso, NON far mai giungere l’estremità inferiore degli elettrodi a meno di 3-4 centimetri dal fondo.

inizia la produzione…

Siamo finalmente pronti per produrre il nostro Argento ionico! Ricordate, tutte le operazioni andranno sempre eseguite nella massima pulizia.  Pulite quindi l’Argento molto bene, tenendolo con un tovagliolino di carta e strofinandolo bene in ogni punto con la spugnetta abrasiva.  Non toccate mai l’Argento con le mani mentre lo pulite (e naturalmente anche dopo).  Soffiate via il polverino formatosi con l’abrasione dell’Argento.

Dopo aver messo l’Argento sospeso nel barattolo come indicato, mettete l’acqua distillata nel bicchierone.  La quantità non è importante ma, se usate le monete, bisogna fare molta attenzione a non rischiare di immergere i morsetti, e nemmeno bagnarli:  c’è il pericolo di intossicarsi con il nichel!

Guardate che ora è, per regolarvi, e collegate il gruppo delle tre batterie, e la produzione incomincia!   Con un cucchiaino o coltellino di plastica (di quelli usa-e-getta) ogni 5 minuti date una leggera rimescolata al liquido, per impedire la formazione di “ponti ionici” che peggiorerebbero molto la qualità del prodotto.

REGOLA DEL LEGGERO ANNERIMENTO
Dopo anni di pratica, posso dire che un ACI leggerissimo è altrettanto efficace di un ACI più forte, e non dà guai di nessun tipo.Per regolarvi empiricamente sul tempo, semplicemente tenete l’ACI in produzione finchè l’Argento si scurisca un po’ sul lato interno o sui bordi, ma non troppo, e questo è abbastanza!

Alla fine staccare i due connettori dal pacco batterie (queste è meglio lasciarle attaccate fra loro per non danneggiare i contatti, non c’è nessun rischio).  Versare piano l’Argento ionico nella sua bottiglia rivestita, avendo cura di non travasarlo tutto, perché sul fondo del bicchiere si concentra la maggior parte degli eventuali sali e dei precipitati insolubili.  Infine pulire bene gli elettrodi d’Argento e riporli bene asciutti in una bustina di plastica per ridurre l’ossidazione.  Non usare mai alcuna sostanza o detergente!  I due elettrodi di Argento dureranno non anni ma decenni, perché il procedimento ne distacca solo particelle infinitesimali.

Con questo metodo dovrebbe crearsi, nei 220 ml di acqua, la concentrazione ottimale di circa 5 o 10 parti per milione (ppm).  Si intendono 5 o 10 ppm di Argento nell’acqua in qualsiasi forma, inclusi dunque i vari sali, solubili e insolubili:  una qualità media ottenibile così contiene inevitabilmente circa un terzo di Argento in microparticelle e due terzi di sali.

Se l’acqua non fosse in origine sufficientemente priva di sali (come usando una scadente acqua demineralizzata,  o se tutto non è perfettamente pulito), l’argento diverrà scuro molto presto, si noteranno come dei fiocchi grigi fluttuare, e alla fine il fondo del recipiente apparirà più torbido.  In tal caso assieme agli ioni si sono prodotti una quantità eccessiva di sali d’Argento (cloruro, nitrato, ecc.).  Si butti via tutto (a meno che l’ACI sia per solo uso esterno), riprovando con una acqua migliore e/o ricontrollando la perfetta pulizia di tutti i materiali.

La migliore qualità di Argento ionico, dalle particelle finissime e dunque biologicamente più attive, è assolutamente trasparente e quasi totalmente insapore.  La sospensione di particelle così fini contiene pochissimi sali e non si deposita quasi per nulla nei tessuti, e dopo aver espletato la loro funzione antibiotica vengono facilmente espulse dai reni.  È perciò solo questa l’unica qualità da preferire per un uso umano, escludendo assolutamente le soluzioni lattiginose o colorate, soprattutto se l’uso è protratto nel tempo.  Per le sole applicazioni esterne e per le piante, tuttavia, una maggiore presenza di sali non è affatto dannosa, e anzi è spesso desiderabile.

Volendo davvero aumentare (di molto!) la qualità del prodotto, si deve ridurre al massimo la formazione di sali.   Per questo l’acqua va rimescolata CONTINUAMENTE per tutto il processo.   Si potrà usare un economico aereatore da acquario: si immerga l’estremità del tubetto fino al fondo del recipiente, in modo che le bollicine salendo rimescolino il liquido. Non si deve usare la pietra porosa finale, perché contaminerebbe l’acqua: per limitare il flusso dell’aria si può chiudere (scaldandola) l’estremità del tubo, poi si praticheranno tre o quattro forellini con un ago riscaldato. Sarà meglio praticare anche uno o due altri buchini lungo il tubo non immerso, per evitare un eccesso di pressione. L’argento ionico fatto così è assolutamente superiore a quello senza rimescolamento continuo.

per conservarlo…

L’Argento ionico è delicato:

  • è sensibile alla luce (anche quella tenue di una stanza) perché i fotoni annullano la carica elettrica degli ioni in sospensione;
  • è sensibile all’eccessivo calore;
  • anche i campi magnetici o elettromagnetici agiscono sugli ioni del colloide, scaricandoli;
  • si guasta con l’eventuale sporcizia dei contenitori, o per contaminazioni successive;
  • i sali insolubili, se presenti, tendono a depositarsi sul fondo.

Perciò:

  • dopo averlo prodotto in un ambiente con luce tenue, va messo subito in una bottiglia di vetro scuro (ottime quelle della birra) ben avvolta in un foglio di alluminio;
  • tenerlo in luogo fresco.  È meglio però non metterlo in frigorifero, a meno che la temperatura ambiente non sia davvero torrida;  in tal caso è preferibile il frigo, ma allora va consumato in poco tempo.
  • tenerlo lontano da TV, altoparlanti, forno a microonde, ecc.
  • la bottiglia deve essere pulitissima, con tappo non metallico e a perfetta tenuta.  Se non perfettamente pulita, col tempo all’interno tenderanno a formarsi incrostazioni di sali d’Argento insolubili.
  • è meglio non agitarlo prima dell’uso, ed è consigliabile anche gettar via l’ultimo.

note finali per gli sperimentatori

La tensione di 27 volt (che in realtà è 28,5 volt) potrebbe dare ai più sensibili delle leggere scosse elettriche:  è meglio non toccare le parti sotto tensione con le mani bagnate.

Nota finale: altri suggerimenti
Per saperne di più leggete in questo stesso sito
la FAQ tecnica sull’Argento ionico!


per saperne di più

su internet:

  • forum del Nuovomondo di XmX  interventi dei lettori sull’Argento colloidale ionico, testimonianze d’uso, consigli, aggiornamenti, fornitori di Argento puro, di produttori di AC e di apparecchi per la produzione, e poi altri circuiti, come fare da soli alcune semplici analisi, ecc.
    AVVERTENZA: nel forum può scrivere chiunque. Se non siete già esperti sull’ACI, diffidate dalle “sperimentazioni” e/o direttive di singoli utenti che modificano la procedura standard, è pericoloso!!! Nel dubbio, attenetvi alla procedura indicata nella presente pagina.
  • Colloidal Silver: Risk Without Benefit un sito “antitruffa” americano mette sotto accusa l’Argento colloidale commerciale, ne nega l’efficacia e lo accusa di essere dannoso (in inglese). Per quanto riguarda la giusta denuncia di abusi e falsi nelle pubblicità, o della altrettanto giusta denuncia di prodotti chiaramente dannosi (in pratica tutti quelli oltre le 30 ppm), questo sito va bene. Però, va precisato che esso, più che informare davvero, dà voce alle case farmaceutiche, minacciate nei loro interessi… …a buon intenditor, poche parole.
  • Rosemary Jacobs, My Story da un apposito sito personale una signora accusa quello che secondo lei è Argento colloidale, di averle provocato una grave argirìa, e ne ha fatto una missione peronale. Leggendo bene (e tutto) però si scopre che il colpevole non è l’ACI a 5-10 ppm, bensì il vecchio “argento proteinato”, usato per lungo tempo in forma di gocce nasali, e negli altri casi citati anche argento colloidale a 400 ppm e ooltre… Vedere commenti in proposito nel forum del “Nuovomondo di XmX”.
  • BBC News – True-blue bids for Senate …ed ecco un altro caso di argiria che ha fatto rumore, ed anche qui si trattava di argento fatto in casa, ma ad alta concentrazione.

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Aiutami a fare da solo

Intervista a Grazia Honegger Fresco

L’insegnamento di Maria Montessori va ritenuto centrale anche nel processo di inclusione sociale dei ragazzi con disabilità. Ne parliamo nella presente intervista esclusiva con una delle sue ultime allieve, della quale pubblichiamo in questo numero la prima parte

«Aiutami a fare da solo». Ho riflettuto su questa frase leggendo, recentemente, l’interessante e bel libro Maria Montessori, una storia attuale, di Grazia Honegger Fresco (edizioni L’Ancora del Mediterraneo di Napoli), dove vengono raccontate la vita e l’esperienza di una delle più significative figure della pedagogia mondiale.

Grazia Honegger Fresco – tra le ultime allieve di Maria Montessori – da oltre cinquant’anni ha fornito un contributo scientifico e professionale all’approfondimento del pensiero montessoriano ed è una delle più autorevoli autrici di opere divulgative in campo educativo indirizzate alle famiglie. Nel 2007 è stata insignita del Premio Unicef “Dalla parte dei bambini”.

La figura di Maria Montessori l’abbiamo vista «mortificata sulle monetine da duecento e sulla banconota da mille, ai tempi della lira, come una gloria nazionale, un “santino” di interesse puramente storico». Ma in Italia la sua figura non è mai stata ricordata e valorizzata nei suoi profondi valori formativi e propositivi quanto merita, nemmeno nel mediocre sceneggiato che la TV ha trasmesso alcuni mesi fa. Invito dunque alla lettura di questo libro, per chi desidera approfondire la conoscenza di una figura di donna, «tutta protesa verso il futuro, con il pensiero sempre orientato alla causa dei bambini e dei ragazzi, al benessere dell’umanità intera attraverso il riconoscimento dei diritti della lunga infanzia umana». «Aiutami a fare da solo» è il richiamo di Maria Montessori che io ritengo centrale anche nel processo, cosiddetto dell’inclusione sociale, tema oggi molto evidenziato nella tematica della disabilità.

Ho incontrato Grazia Honegger Fresco per parlare di questo aspetto del pensiero montessoriano. (Marco Buttafava)

Non mi sembra una forzatura associare la frase montessoriana al desiderio della persona con disabilità per una vita autonoma, non passivamente dipendente dagli altri.

«La cosa fondamentale osservata nel bambino piccolo è lo sviluppo dalla postura a “quattro zampe” alla posizione eretta, mentre già dai sei ai dodici mesi porta le cose alla bocca: conosce gli oggetti con la bocca ed è un atto di un’autonomia straordinaria. Se gli diamo un bicchiere, a otto mesi già beve da solo. Sembra troppo presto? Se lo sa fare, perché aspettare? Il giocattolo sì e il bicchiere no: perché?

Lo sviluppo umano è indirizzato alla conquista dell’indipendenza. È anche il destino di tutte le specie biologiche. L’essere umano, il bambino, con tutta la sua intelligenza, è tuttavia quello più ostacolato, perché gli adulti non lo capiscono assolutamente. Questo è tanto più grave quando il bambino ha delle difficoltà. Ho conosciuto bambini nati prematuri che arrivavano a scuola con molte incertezze, in situazione disastrata. Essendo prematuri, più delicati, le loro madri erano pronte a far loro di tutto. A cinque anni ancora imboccati, non sapevano aprire un rubinetto, cascavano loro le cose dalle mani: “bambini senza mani”. Oggi si verifica un po’ meno, perché ci sono più attenzioni, anche dal punto di vista del recupero.

Fondamentale è il periodo fino ai sei anni. Se non si favorisce lo sviluppo all’autonomia entro questi primi anni di vita, i bambini abituati ad essere sempre aiutati vengono privati della spinta interna e diventano passivi. Si osservano persone adulte ancora oggetto di protezione, passive.

Ricordo quel bambino di otto mesi e il nonno che gli porta una scatola di biscotti: il bimbo allunga la mano e il nonno dice: “No, aspetta”, perché ha paura che afferri malamente più biscotti. Allora prende un biscotto e glielo dà. Il bambino, preso il biscotto, lo posa sul tavolo, sta un po’ a guardarlo, poi lo riprende e lo mangia. Il bambino, quando può, vuole fare le cose da solo. L’adulto fa delle fantasie sui gesti o le azioni inadeguate o pericolose che il bambino potrebbe fare. È sufficiente invece offrire al bambino, in base all’età, oggetti adeguati, dandogli la possibilità di toccare e conoscere: ha un intelligenza straordinaria e dopo pochi mesi capisce che “quello non si tocca”.

In molte scuole c’è ancora questa idea punitiva, del giudizio: non solo per cercare i suoi errori, ma addirittura arrivare prima dei suoi errori. Il bambino, invece, ha bisogno di sbagliare per crescere, nell’ottica di fare da solo. Ricordo un bambino distrofico che seduto su un seggiolino con le ruote, quando voleva un materiale andava a prenderselo spingendosi con i piedi. Se il materiale era grande, chiedeva aiuto ad uno dei suoi compagni. “Aiutami fino a che mi serve”. Nella scuola montessoriana, se un bambino vuole fare da sé, la maestra non interviene: lascia fare, anche gli sbagli. Gli sbagli aiutano a crescere».

Soffermandomi tra le pieghe del tuo libro che dedichi al bambino “diverso”, leggo l’importanza di due aspetti: da un lato l’intensa sensibilità emotiva e affettiva manifestata dai bambini “speciali”, dall’altro la capacità dei loro compagni (che emerge spontaneamente  in un clima nonviolento, come è quello delle strutture montessoriane) a lasciare provare a far da soli quello che sanno fare, a sostenerli con delicatezza nel caso di oggettivo bisogno…

«Anni fa visitai una grande scuola a Monaco (presso l’ex villaggio olimpico), che fu la prima esperienza di integrazione, promossa da Theodore Hellbrügge. Avendo egli lavorato in precedenza in scuole speciali, osservò che i bambini affetti dalle medesime patologie sviluppavano delle difficoltà di tipo sociale, che chiamava sociosi, legate al rapportarsi tra uguali.

Hellbrügge conobbe a Francoforte la scuola Montessori, dapprima con una certa riluttanza, perché il metodo era considerato “superato”, rimanendo invece colpito dal livello di scambi e di autonomia dei bambini e, con la collaborazione di Margarete Aurin, diede inizio all’esperienza con un gruppo di venti bambini più altri cinque con difficoltà differenti. Il massimo di eterogeneità possibile favorisce lo sviluppo. Così come per l’età, dai tre ai sei anni, così i bambini con difficoltà: erano un sordo, un cieco, un down, uno autistico e uno spastico. Quest’ultimo, di cinque anni, si muoveva solo strisciando. Osservammo che, giunto a scuola accompagnato dalla madre, lentamente si spogliava da solo senza aiuto, anche se con fatica (la madre non interveniva, come consigliato dall’insegnante), salvo appendere il cappotto poiché non arrivava all’attaccapanni».

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