La svendita dell’Italia, passata sotto il nome di “privatizzazione” è passata dal “Britannia“.

17 gennaio 2012

Dopo l’articolo sull’Italia probabilmente già in guerra, come ha annunziato Aldo Forbice a ‘Zapping’, mi sembra opportuno riportare parte dell’intervista di Daniele Scalea a Giovanni Gaiani. Si percepisce che un attacco economico contro l’Italia è stato lanciato da Usa, Germania e Francia. Poi Gaiani, esperto di affari militari, spiega come gli aerei che l’Italia sta acquistando servono sia per offesa (come è successo in Jugoslavia e in Libia) che per difesa, ma non spiega da chi dovremmo difenderci. Spero di poter avere maggiori informazioni sull’argomento. Sarebbe opportuno che Daniele Scalea giri la domanda a Giovanni Gaiani.

don Curzio Nitoglia

Daniele Scalea intervista Giovanni Gaiani

(geopolitica-rivista.org)

*

Daniele Scalea: Dottor Gaiani, pare di capire che, a suo giudizio, i paesi che avrebbero imposto questo “governo d’occupazione” all’Italia sarebbero Francia, Germania e USA. È corretto?

Giovanni Gaiani: Per essere precisi, ritengono che siano state Parigi e Berlino a prendere la decisione. Washington si è limitata ad intervenire per salvaguardare i propri interessi: Obama, in un colloquio telefonico col presidente Napolitano, gli avrebbe suggerito i nomi cui affidare i dicasteri della Difesa e degli Esteri (evidentemente più cari agli USA), ossia rispettivamente quello del presidente del Comitato militare della NATO ammiraglio Di Paola e dell’ambasciatore a Washington Terzi di Sant’Agata. In sostanza, comunque, è avvenuto ciò che è avvenuto in Grecia: è stato imposto un “governo”, che rende conto a potentati esterni anziché al popolo.

Daniele Scalea: Nei suoi interventi ha attirato l’attenzione su una questione inspiegabilmente passata sotto silenzio dai media: la richiesta dell’UE di abrogare le golden shares o quote e ben precisi poteri decisionali che lo Stato italiano mantiene nelle aziende strategiche privatizzate.

Giovanni Gaiani: È paradossale che l’UE, in una situazione descritta come di piena emergenza, non trovi di meglio da fare che occuparsi delle quote o golden shares italiane. Tanto più che Francesi e Tedeschi hanno meccanismi simili per proteggere le loro aziende strategiche. A breve scade l’ultimatum lanciato dall’UE all’Italia: senza una legge che sostituisca le golden shares e fornisca una protezione da scalate esterne, il settore strategico italiano (Telecom, Finmeccanica, ENI, Enel, ma anche le banche) sarà acquisito dagli stranieri per due soldi, complici le cadute nelle contrattazioni borsistiche. Facciamo qualche esempio. Le banche italiane hanno oggi una capitalizzazione che supera di poco i 30 miliardi di euro, ma gestiscono una quantità di denaro che è cinque volte superiore. Eppure, acquistarle tutte assieme costerebbe meno che acquistare la sola BNP Paribas. Finmeccanica ha una capitalizzazione di 2 miliardi, ma possiede beni immobili che da soli valgono 4 miliardi. Francesi, Tedeschi, ma non solo, si preparano a comperare i pezzi pregiati della nostra industria, e lo faranno anche per eliminare dei rivali. In fondo, la guerra in Libia non è servita a togliere interessi strategici all’Italia, e rimpiazzarla nel paese nordafricano? Vi sono due modi per togliere di mezzo un rivale: soffiargli i contratti, come in Libia, oppure comprarlo, farlo passare sotto il proprio controllo, come rischia di succedere alle aziende italiane. Il negoziato per alleggerire i termini del rientro sul debito, chiesto dall’Italia all’UE, ci metterà di fronte ad un ricatto: svendere in cambio le nostre industrie pregiate.

Daniele Scalea: Alcuni critici hanno tacciato il gabinetto Monti d’essere un “governo dei banchieri”. Tuttavia, si è visto come le banche italiane siano state discriminate dall’UE, che ha richiesto una ricapitalizzazione in ragione dei titoli del Tesoro italiano posseduto da queste banche, risparmiando invece gl’istituti finanziari francesi e tedeschi pieni di “titoli tossici”. Insomma: se anche le banche sono “vittime”, chi sono i “complici” interni di questa “occupazione”? E se non ve ne sono, come ha potuto essere imposto all’Italia un “governo d’occupazione”, come lo definisce lei?

Giovanni Gaiani: […] Un governo delle banche non deve esserlo necessariamente di quelle italiane (che pure sono state favorite da numerosi provvedimenti). La stessa ricapitalizzazione chiesta dall’UE può aiutare gli stranieri ad entrare nelle banche italiane. Che sono particolarmente appetibili perché contengono l’ingente risparmio delle famiglie italiane.

Daniele Scalea: Ma insomma, esistono settori “nazionali”, animati da senso dello Stato e – perché no? – sano patriottismo, che potrebbero reagire a tutto ciò?

Giovanni Gaiani: L’unico modo per reagire è far mancare il sostegno al Governo in Parlamento. Ma la politica non è in grado, perché non può fornire un’alternativa e comunque è lieta che ad aumentare le tasse sia un governo tecnico. Un “governo d’occupazione”, dico io, perché favorisce i competitori dell’Italia. Sono davvero “straordinarie”, come le ha definite la Merkel, le misure del gabinetto Monti: infatti ci garantiranno recessione ed inflazione allo stesso tempo. Togliere di mezzo una delle maggiori potenze economiche mondiali è nell’interesse di parecchi paesi.

Daniele Scalea: Dato che lei è prima di tutto un analista militare, veniamo ad una scottante questione che è salita all’onore delle cronache, proprio in rapporto alla politica d’austerità, negli ultimi giorni. Mi riferisco alla polemica relativa all’oneroso acquisto dei caccia multiruolo statunitensi “Joint Strike Fighter” F-35 da parte dell’Italia. Al di là degli argomenti antimilitaristi, da un punto di vista realista, quest’acquisizione conviene o non conviene?

Giovanni Gaiani: […]. All’Italia servono questi F-35? Servono se vogliamo continuare a bombardare in giro per il mondo a fianco dei nostri alleati. Quest’aereo sarà acquistato da altri paesi della NATO, e possederlo renderà le nostre forze integrabili con quelle alleate. In ogni caso, l’aereo è statunitense: noi abbiamo un ruolo di subfornitori, e dunque deboli ricadute industriali. Acquistando l’F-35, rinunciamo alla capacità di produrre da soli i nostri aerei, come con l’Eurofighter, o come fanno i Francesi con il Rafale. Rinunciamo a sviluppare la versione d’attacco al suolo dell’Eurofighter, su cui invece investiranno i Tedeschi. Ciò ci condanna a lavorare su prodotti nordamericani per molti anni a venire. I Francesi non riescono ad esportare il loro Rafale: esaurite le commesse interne, chiuderanno la catena di montaggio. Fra dieci anni in Occidente ci sarà una sola catena di montaggio: quella degli USA. […]. L’Eurofighter Typhoon per la difesa e l’F-35 per l’attacco.

Daniele Scalea: Nei suoi interventi ha ricordato che l’Italia ha una “sovranità limitata” da molti decenni: potremmo dire dal 1943. La domanda che mi pongo è: l’Italia può essere sovrana dentro la NATO? Ovvero bisogna trovare una nuova configurazione strategica, quale può essere una ristrutturazione dell’Alleanza Atlantica, o un trattato di sicurezza collettiva pan-europeo, quale quello promosso dai Russi negli ultimi anni?

Giovanni Gaiani: […]. Siamo sicuri che il Mediterraneo dominato dall’islamismo sia nell’interesse europeo? Io credo di no. Invece può esserlo in quello degli USA, che sono più lontani, al di là dell’oceano. Bisogna rivalutare il ruolo italiano ed europeo rispetto ai nostri interessi. Gli USA hanno giocato un ruolo tutto sommato stabilizzatore fino a Bush, mentre ora ricoprono un ruolo palesemente destabilizzatore. L’Italia stessa è stata destabilizzata con la guerra di Libia. Berlusconi partecipò controvoglia all’intervento, inizialmente decidendo che i velivoli italiani non avrebbero lanciato bombe. Il venerdì di Pasqua Kerry, presidente della Commissione esteri del Senato statunitense, giunse in Italia per conferire privatamente con Berlusconi. La domenica successiva Obama telefonò a Berlusconi. Il giorno dopo, anche l’Italia diede il via ai bombardamenti. Questo significa avere sovranità limitata. Sovranità che oggi è proprio azzerata. Bisogna riflettere sulle alleanze. La Francia e la Gran Bretagna, in Libia, hanno fatto i loro interessi. Parigi ha scelto di tenere la propria flotta fuori dal controllo della NATO, perché alla testa di quest’ultima c’era un ammiraglio italiano. Il mondo è cambiato, bisogna riconoscerlo e guardare al nostro interesse nazionale. Oggi ci sono paesi pronti a tutto per un contratto petrolifero. Quando Sarkozy decise d’attaccare la Libia, gli aerei francesi sorvolarono l’Italia senza nemmeno chiederci il permesso. Questi sono competitori, non alleati.

Daniele Scalea: […]. Ma lei, da esperto militare, saprà bene che non si possono guardare solo le cifre. Certo, come PIL nominale l’Italia è anche più forte della Turchia. Ma la Turchia ha una coesione morale, una vitalità popolare, un entusiasmo che mancano all’Italia, un paese declinante sotto molti punti di vista. Ecco perché ci servirebbe un’alternativa all’UE, se non vogliamo più restarvi o se dovesse crollare nostro malgrado. Dove trovarla? Forse proprio in un asse mediterraneo con la Turchia, per gestire ed arrangiare congiuntamente il nuovo volto del nostro mare?

Giovanni Gaiani: Non è necessario uscire dall’Europa ma mettere in discussione questo tipo d’Europa, puntando senza compromessi a garantire i nostri interessi nazionali specie nell’area mediterranea. Non possiamo diventare un lander sgangherato della Germania, o un “territorio d’Oltremare” francese. Ci manca purtroppo una classe politica capace di decisioni forti.

●Daniele Scalea, Fonte: www.geopolitica-rivista.org, Link: http://www.geopolitica-rivista.org/15559/litalia-e-sottooccupazione-straniera-incontro-con-gianandrea-gaiani/, 12.01.2012

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Nel titolo ho scritto Istituto per la Ricostruzione dell’Italia. In un Paese così poco unito e patriottico non poteva che passare il termine Industriale. Se no nulla.

L’IRI – acronimo di Istituto per la Ricostruzione Industriale – è stato un ente pubblico italiano, istituito nel 1933 e liquidato nel 2002.

Nacque per iniziativa dell’allora capo del Governo Benito Mussolini al fine di evitare il fallimento delle principali banche italiane (Commerciale, Credito Italiano e Banco di Roma) e con esse il crollo dell’economia, già provata dalla crisi economica mondiale iniziata nel 1929.

Nel dopoguerra allargò progressivamente i suoi settori di intervento e fu l’ente che modernizzò e rilanciò l’economia italiana durante soprattutto gli anni ’50 e ’60; nel 1980 l’IRI era un gruppo di circa 1.000 società con più di 500.000 dipendenti. Per molti anni l’IRI fu la più grande azienda industriale al di fuori degli Stati Uniti d’America; nel 1992 chiudeva l’anno con 75.912 miliardi di lire di fatturato ma con 5.182 miliardi di perdite.[1] Ancora nel 1993 l’IRI si trovava al settimo posto nella classifica delle maggiori società del mondo per fatturato, con 67.5 miliardi di dollari di vendite.[2] Trasformato in società per azioni nel 1992, cessò di esistere dieci anni dopo.

Storia

Le origini

l’Iri nacque come ente temporaneo con lo scopo prettamente di salvataggio delle banche e delle aziende a loro connesse. Il nuovo ente era formato da una “Sezione finanziamenti” e una “Sezione smobilizzi”. Nel 1930 la crisi di liquidità del Credito Italiano portò alla fusione con la Banca nazionale di credito. Il Credito Italiano assunse le attività e le passività a breve scadenza della Banca nazionale del credito (BNC), cedendole gran parte degli investimenti a lunga scadenza. In un secondo momento la BNC cedette le sue partecipazioni in società industriali alla Società Finanziaria Italiana (Sfi), mentre le partecipazioni immobiliari e le partecipazioni in aziende di pubblica utilità furono trasferite alla Società Elettrofinanziaria. Sfi e Società Elettrofinanziaria furono messe in liquidazione nel 1934 dopo essere passate sotto il controllo dell’IRI.

Nel 1931 l’intervento pubblico riguardò la Banca Commerciale Italiana che, di fronte alla crisi del 1929, aveva aumentato la propria esposizione verso il sistema industriale. Il crollo delle quotazioni azionarie richiese l’intervento statale, che si concretizzò nella cessione dalla Comit alla Società Finanziaria Industriale Italiana della totalità delle azioni possedute dalla banca.

Nel pieno della crisi la Banca d’Italia si trovò esposta verso l’Istituto di liquidazioni, un ente pubblico creato nel 1926 per sostenere finanziariamente le imprese in crisi, e verso le banche, per oltre 7 miliardi, ovvero oltre il 50% del circolante.

Lo Stato assunse dunque le partecipazioni delle banche in crisi, finanziandole affinché non fallissero. Le partecipazioni furono poi trasferite all’IRI, la cui principale preoccupazione divenne rimborsare alla Banca d’Italia il capitale ricevuto. Una volta trasferite le quote all’Istituto, questo avviò una propria campagna di mobilitazione del credito attraverso lo strumento delle obbligazioni industriali garantite dallo Stato. L’operazione fu l’applicazione in larga scala di quanto era già stato abbozzato con l’INA, ovvero l’organizzazione del piccolo risparmio che le banche, vincolate in legami a doppio filo con il sistema industriale, non riuscivano ad impiegare in reali processi di sviluppo.

In questo modo l’IRI, e quindi lo Stato, smobilizzò le banche miste, diventando contemporanenamente proprietario di oltre il 20% dell’intero capitale azionario nazionale e di fatto il maggiore imprenditore italiano, con aziende come Ansaldo, Ilva, Cantieri Riuniti dell’Adriatico, SIP, SME, Terni, Edison. Si trattava in effetti di aziende che già da molti anni erano vicine al settore pubblico, sostenute da politiche tariffarie favorevoli e da commesse belliche. Inoltre l’IRI possedeva le tre maggiori banche italiane.

Al 1934, il valore nominale del patrimonio industriale era di 16,7 miliardi di lire, pari al 14,3% del Pil. Tra i principali trasferimenti all’ente figuravano[3]:

  • la quasi totalità dell’industria degli armanenti
  • i servizi di telecomunicazione di gran parte dell’Italia
  • un’altissima quota della produzione di energia elettrica
  • una notevole quota dell’industria siderurgica civile
  • tra l’80% ed il 90% del settore di costruzioni navali e dell’industria della navigazione

Primo presidente, oltre che tra gli artefici della creazione dell’ente, fu Alberto Beneduce, economista di formazione socialista e fiduciario del Presidente del Consiglio dei Ministri.

IRI ente permanente

Inizialmente era previsto che l’IRI fosse un ente provvisorio il cui scopo era limitato alla dismissione delle attività così acquisite. Ciò in effetti avvenne con la Edison, che fu ceduta ai privati, ma nel 1937 il governo trasformò l’IRI in un ente pubblico permanente; in questo probabilmente influirono lo scopo di mettere in atto la politica autarchica lanciata dal governo e di tenere sotto controllo del governo le aziende navali ed aeronautiche, mentre era in corso la guerra d’Etiopia.

Per finanziare le sue aziende l’IRI emise negli anni Trenta dei prestiti obbligazionari garantiti dallo Stato, risolvendo in questo modo il problema della scarsità di capitali privati. L’IRI si diede una struttura che raggruppava le sue partecipazioni per aree merceologiche: l’Istituto sottoscriveva il capitale di società finanziarie (le “caposettore”) che a loro volta possedevano il capitale delle società operative; così nel 1936 nacque la Finmare, nel 1937 la Finsider e la STET, poi nel dopoguerra Finmeccanica, Fincantieri e Finelettrica.

Il dopoguerra

Nel dopoguerra la sopravvivenza dell’Istituto non era data per certa, essendo nato più come una soluzione provvisoria che con un orizzonte di lungo termine; di fatto però risultava difficile per lo stato cedere ai privati aziende che richiedevano grandi investimenti e davano ritorni sul lunghissimo periodo. Così l’IRI mantenne la struttura che aveva sotto il fascismo.

Solo dopo il 1950 la funzione dell’IRI fu meglio definita: una nuova spinta propulsiva per l’IRI venne da Oscar Sinigaglia, che con il suo piano per aumentare la capacità produttiva della siderurgia italiana strinse un’alleanza con gli industriali privati; si venne così a creare un nuovo ruolo per l’IRI, cioè quello di sviluppare la grande industria di base e le infrastrutture necessarie al paese, non in “supplenza” dei privati ma in una tacita suddivisione dei compiti. Ne furono esempi lo sviluppo dell’industria siderurgica, quello della rete telefonica e la costruzione dell’Autostrada del Sole, iniziata nel 1956.

“La formula IRI”

Negli anni ’60, mentre l’economia italiana cresceva ad alti ritmi, l’IRI era tra i protagonisti del “miracolo” italiano. Altri paesi europei, in particolare i governi laburisti inglesi, guardavano alla “formula IRI” come ad un esempio positivo di intervento dello stato dell’economia, migliore della semplice “nazionalizzazione” perché permetteva una cooperazione tra capitale pubblico e capitale privato.

In molte aziende del gruppo il capitale era misto, in parte pubblico, in parte privato. Molte aziende del gruppo IRI rimasero quotate in borsa e le obbligazioni emesse dall’Istituto per finanziare le proprie imprese erano sottoscritte in massa dai risparmiatori.

La teoria degli “oneri impropri”

Ai vertici dell’IRI si insediarono esponenti della DC come Giuseppe Petrilli, presidente dell’Istituto per quasi vent’anni (dal 1960 al 1979). Petrilli nei suoi scritti elaborò una teoria che sottolineava gli effetti positivi della “formula IRI”[4]. Attraverso l’IRI le imprese erano utilizzabili per finalità sociali e lo Stato doveva farsi carico dei costi e delle diseconomie generati dagli investimenti; significava che l’IRI non doveva necessariamente seguire criteri imprenditoriali nella sua attività, ma investire secondo quelli che erano gli interessi della collettività anche quando ciò avesse generato “oneri impropri”, cioè anche in investimenti antieconomici[5].

Questa prassi, generalmente ritenuta connaturata all’esistenza stessa dell’IRI per il suo essere azienda pubblica, non era in realtà data per scontata al momento della sua creazione. La pratica amministrativa del suo fondatore, Alberto Beneduce, si fondava al contrario sull’assoluto rigore di bilancio e sulla limitazione delle assunzioni all’essenziale per garantire un funzionamento snello ed efficiente dell’organizzazione[6]. Allo stesso modo, durante i primi anni di vita si scelse a livello gestionale di non procedere con operazioni di salvataggio, reali o camuffate[7].

Critico verso la prassi assistenzialista, in linea quindi con la falsariga del modello Beneduciano fu il secondo Presidente della Repubblica Italiana, il liberale Luigi Einaudi, che ebbe a dire: «L’impresa pubblica, se non sia informata a criteri economici, tende al tipo dell’ospizio di carità».

Si veda a raffronto, due paragrafi più in basso, l’incremento del numero di dipendenti IRI, aumento che solo in parte può essere spiegato con l’espansione dell’attività produttiva in capo all’ente.

Poiché gli obiettivi dello stato erano sviluppare l’economia del Mezzogiorno e mantenere la piena occupazione, l’IRI doveva concentrare i propri investimenti nel Sud ed incrementare l’occupazione nelle proprie aziende. La posizione di Petrilli rifletteva quelle già diffuse in alcune correnti della DC, che cercavano una “terza via” tra il liberismo ed il comunismo; il sistema misto delle imprese a partecipazione statale dell’IRI sembrava realizzare questo ibrido tra due sistemi agli antipodi.

Gli investimenti ed i salvataggi

L’IRI effettivamente poneva in essere grandissimi investimenti nel Sud Italia, come la costruzione dell’Italsider di Taranto e quella dell’AlfaSud di Pomigliano d’Arco e di Pratola Serra in Irpinia; altri furono programmati senza essere mai essere realizzati, come il centro siderurgico di Gioia Tauro . Per evitare gravi crisi occupazionali, l’IRI venne spesso chiamato in soccorso di aziende private in difficoltà: ne sono esempi i “salvataggi” della Motta e dei Cantieri Navali Rinaldo Piaggio e l’acquisizione di aziende alimentari dalla Montedison; questo portò ad un incremento progressivo di attività e dipendenti dell’Istituto.

Gruppo IRI – andamento numero dipendenti[8]

Anno Dipendenti
1938 201.577
1950 218.529
1960 256.967
1970 357.082
1980 556.659
1985 483.714
1995 263.000

I debiti e la crisi

All’IRI vennero richiesti ingentissimi investimenti anche in periodi di crisi, quando i privati riducevano i loro investimenti. Lo Stato erogava i cosiddetti “fondi di dotazione” all’IRI, che poi li allocava alle sue caposettore sotto forma di capitale; tali fondi però non erano mai sufficienti per finanziare gli enormi investimenti e spesso venivano erogati con ritardo. L’Istituto e le sue aziende dovevano quindi finanziarsi con l’indebitamento bancario, che negli anni Settanta crebbe a livelli vertiginosi: gli investimenti del gruppo IRI erano coperti da mezzi propri solo per il 14%; il caso più estremo era la Finsider dove nel 1981 questo rapporto scendeva al 5%[9]. Gli oneri finanziari portarono in rosso i conti dell’IRI e delle sue controllate: nel 1976 si verificò che tutte le aziende del settore pubblico chiusero in perdita[10]. In particolare, la siderurgia e la cantierisitica riportarono perdite fino agli anni ’80, così come erano pessimi i risultati economici dell’Alfa Romeo. La gestione anti-economica delle aziende IRI portò gli azionisti privati ad uscire progressivamente dal loro capitale. All’inizio degli anni ’80 i governi iniziarono un ripensamento sulla funzione e sulla gestione delle aziende pubbliche.

L’epoca Prodi

Nel 1982 il governo affidò la presidenza dell’IRI a Romano Prodi. La nomina di un economista (seppur sempre politicamente di area democristiana, come il predecessore Pietro Sette) alla guida dell’IRI costituiva in effetti un segno di discontinuità rispetto al passato. La ristrutturazione dell’IRI durante la presidenza Prodi portò a:

  • la cessione di 29 aziende del gruppo, tra le quali la più grande fu l’Alfa Romeo, privatizzata nel 1986;
  • la diminuzione dei dipendenti, grazie alle cessioni ed a numerosi prepensionamenti, soprattutto nella siderurgia e nei cantieri navali;
  • la liquidazione di Finsider, Italsider ed Italstat;
  • lo scambio di alcune aziende tra STET e Finmeccanica;
  • la tentata vendita della SME al gruppo CIR di Carlo De Benedetti, che venne fortemente ostacolata dal governo di Bettino Craxi. Fu organizzata una cordata di imprese, comprendente anche Silvio Berlusconi che avanzarono un’offerta alternativa per bloccare la vendita. L’offerta non venne poi onorata per carenze finanziarie, ma intanto la vendita della SME sfumò. Prodi fu accusato di aver stabilito un prezzo troppo basso (vedi vicenda SME).

Il risultato fu che nel 1987, per la prima volta da più di un decennio, l’IRI riportò il bilancio in utile, e di questo Prodi fece sempre un vanto, anche se a proposito di ciò Enrico Cuccia affermò:

« (Prodi) nel 1988 ha solo imputato a riserve le perdite sulla siderurgia, perdendo come negli anni precedenti. »
(S.Bocconi, I ricordi di Cuccia. E quella sfiducia sugli italiani, Corriere della Sera, 12 novembre 2007)

È comunque indubbio che in quegli anni l’IRI aveva per lo meno cessato di crescere e di allargare il proprio campo di attività, come invece aveva fatto nel decennio precedente, e per la prima volta i governi cominciarono a parlare di “privatizzazioni”.

L’accordo Andreatta-Van Miert

Per le sorti dell’IRI fu decisiva l’accelerazione del processo di unificazione europea, che prevedeva l’unione doganale nel 1992 ed il successivo passaggio alla moneta unica sotto i vincoli del Trattato di Maastricht. Per garantire il principio della libera concorrenza, la Commissione Europea negli anni Ottanta aveva incominciato a contestare alcune pratiche messe in atto dai governi italiani, come la garanzia dello stato sui debiti delle aziende siderurgiche e la pratica di affidare i lavori pubblici all’interno del gruppo IRI senza indire gara d’appalto europea. Le ricapitalizzazioni delle aziende pubbliche e la garanzia dello Stato sui loro debiti furono da allora considerati aiuti di stato, in contrasto con i principi su cui si basava la Comunità Europea; l’Italia si trovò quindi nella necessità di riformare secondo criteri di gestione più vicini alle aziende private il suo settore pubblico incentrato su IRI, ENI ed EFIM. Nel luglio 1992 l’IRI e gli altri enti pubblici furono convertiti in Società per azioni. Nel luglio dell’anno successivo il commissario europeo alla Concorrenza Karel Van Miert contestò all’Italia la concessione di fondi pubblici all’EFIM, che non era più in grado di ripagare i propri debiti.

Per evitare una grave crisi d’insolvenza, Van Miert concluse con l’allora ministro degli Esteri Beniamino Andreatta un accordo che consentiva allo Stato italiano di pagare i debiti dell’EFIM, ma a condizione dell’impegno incondizionato a stabilizzare i debiti di IRI, ENI ed ENEL e poi a ridurlo progressivamente ad un livello comparabile con quello delle aziende private entro il 1996. Per ridurre in modo così sostanzioso i debiti degli ex-enti pubblici l’Italia non poteva che privatizzare gran parte delle aziende partecipate dall’IRI.

Le privatizzazioni

L’accordo Andreatta-Van Miert impresse una forte accelerazione alle privatizzazioni, iniziate già nel 1992 con la vendita del Credito Italiano. Nonostante alcuni pareri contrari, il ministero del Tesoro scelse di non privatizzare l’IRI SpA, ma di smembrarlo e di vendere le sue aziende operative; tale linea politica fu inaugurata sotto il primo governo di Giuliano Amato e non fu mai messa realmente in discussione dai governi successivi. Raggiunti nel 1997 i livelli di indebitamento fissati dall’accordo Andreatta-Van Miert, le dismissioni dell’IRI proseguirono comunque e l’Istituto aveva perso qualsiasi funzione se non quella di vendere le sue attività e di avviarsi verso la liquidazione.

Tra il 1992 ed il 2000 l’IRI vendette partecipazioni e rami d’azienda che determinarono un incasso per il ministero del Tesoro, suo unico azionista, di 56.051 miliardi di lire, cui vanno aggiunti i debiti trasferiti.[11] Hanno suscitato critiche le cessioni ai privati, tra le altre, di aziende in posizione pressoché monopolistica come Telecom Italia ed Autostrade S.p.A., che hanno garantito agli acquirenti posizioni di rendita.

L’analisi della Corte dei Conti sulla stagione delle privatizzazioni

Con un documento pubblicato il 10 febbraio 2010[12], ormai ultimata la stagione delle privatizzazioni che prese il via quasi 20 anni prima, la Corte dei Conti ha reso pubblico uno studio nel quale elabora la propria analisi sull’efficacia dei provvedimenti adottati. Il giudizio, che rimane neutrale, segnala sì un recupero di redditività da parte delle aziende passate sotto il controllo privato; un recupero che, tuttavia, non è dovuto alla ricerca di maggiore efficienza quanto piuttosto all’incremento delle tariffe di energia, autostrade, banche, etc ben al di sopra dei livelli di altri paesi Europei. A questo aumento, inoltre, non avrebbe fatto seguito alcun progetto di investimento volto a migliorare i servizi offerti.[13] Più secco è invece il giudizio sulle procedure di privatizzazione, che:

« evidenzia una serie di importanti criticità, che vanno dall’elevato livello dei costi sostenuti e dal loro incerto monitoraggio, alla scarsa trasparenza connaturata ad alcune delle procedure utilizzate in una serie di operazioni, dalla scarsa chiarezza del quadro della ripartizione delle responsabilità fra amministrazione, contractors ed organismi di consulenza al non sempre immediato impiego dei proventi nella riduzione del debito[14] »

La liquidazione

Le poche aziende (Finmeccanica, Fincantieri, Fintecna, Alitalia e RAI) rimaste in mano all’IRI furono trasferite sotto il diretto controllo del Tesoro. Nonostante alcune proposte di mantenerlo in vita, trasformandolo in una non meglio precisata “agenzia per lo sviluppo”, il 27 giugno 2000 l’IRI fu messo in liquidazione e nel 2002 fu incorporato in Fintecna, scomparendo definitivamente. Prima di essere incorporato dalla sua controllata ha però pagato un assegno al Ministero del Tesoro di oltre 5000 miliardi di lire, naturalmente dopo aver saldato ogni suo debito.

La governance dell’IRI

Per la maggior parte della sua storia l’IRI è stato un ente pubblico economico, che rispondeva formalmente al Ministero delle Partecipazioni Statali, che fino agli anni ’80 fu ricoperto da esponenti della DC.

A capo dell’IRI vi erano un consiglio di amministrazione ed il comitato di presidenza, formato dal presidente e da membri nominati dai partiti di governo. Se il presidente dell’IRI fu sempre espressione della DC, la vicepresidenza fu spesso ricoperta da esponenti del PRI come Bruno Visentini (per più di vent’anni) prima e Pietro Armani poi, a controbilanciare il peso dei cattolici con quello dei grandi imprenditori privati e laici, di cui i repubblicani erano espressione. Le nomine ai vertici delle banche, delle finanziarie e delle maggiori aziende erano decise dal comitato di presidenza.

Dopo la trasformazione dell’IRI in società per azioni nel 1992, il consiglio d’amministrazione dell’Istituto fu ridotto a tre soli membri e l’influenza della DC e degli altri partiti, in un periodo in cui molti loro esponenti furono coinvolti nelle indagini di Tangentopoli, fu di molto ridotta. Negli anni delle privatizzazioni, la gestione dell’IRI fu accentrata nelle mani del Ministero del Tesoro.

Le partecipazioni IRI

Le partecipazioni dell’IRI erano strutturate in una serie di holding di settore che a loro volta controllavano le società operative. Le principali aziende controllate dall’IRI sono state:

Le ”Nuove IRI”

In linguaggio giornalistico l’IRI è rimasto come paradigma della mano pubblica che raccoglie partecipazioni in aziende senza troppi criteri imprenditoriali. Così enti statali come la Cassa Depositi e Prestiti e Sviluppo Italia sono stati soprannominati “nuove IRI”, con una certa connotazione negativa, a sottolinearne le finalità politiche e clientelari che tenderebbero, secondo i critici, a prevalere su quelle economiche.[15]

Bilancio 1997

Nel 1997 IRI S.p.A. ha ottenuto 40095 miliardi di lire di ricavi, un utile di 4885 miliardi, debiti per 33831 miliardi, un indebitamento finanziario netto di 19579 miliardi, un patrimonio netto di 15480 miliardi, 4371 miliardi di partecipazioni in aziende controllate e collegate, 125415 dipendenti.

Fonte: Bilancio Consolidato IRI S.p.A. al 31.12.1997

Bilancio 1998

Nel 1998 IRI S.p.A. ha ottenuto 36150 miliardi di lire di ricavi, un utile di 3445 miliardi, debiti per 77448 miliardi, indebitamento finanziario netto di 12232 miliardi, 4236 miliardi di partecipazioni in aziende controllate e collegate, 18038 miliardi di patrimonio netto, 112651 dipendenti.

Fonte: Bilancio Consolidato IRI S.p.A. al 31.12.1998

Bilancio 1999

Nel 1999 IRI S.p.A. ha ottenuto 36348 miliardi di ricavi, un utile di 6640 miliardi, debiti per 63842 miliardi, un indebitamento finanziario netto di 6476 miliardi, 4201 miliardi di partecipazioni in controllate e collegate, patrimonio netto di 22312 miliardi, 108970 dipendenti.

Fonte: Bilancio Consolidato IRI S.p.A. al 31.12.1999

Presidenti

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16 febbraio 2013 | Autore

Fonte: http://www.linkiesta.it/ma-azienda-italia-non-e-peggio-degli-altri-paesi#ixzz2L3UBl1PY

Marco Alfieri

Come dimostra l’elenco delle indagini Sec, Corporate Italia non è peggio degli altri paesi, anzi

Tra Silvio Berlusconi che “sdogana” la tangente perchè “così fan tutti” nella giungla delle commesse internazionali e il protagonismo mediatico-giudiziario di certe Procure che intervengono ciecamente senza distinguere ipotesi di reato e ragion di stato, ci sono in mezzo regole consolidate, una giurisprudenza pragmatica e le convenzioni internazionali anti-corruzione. Come punire chi fa girare “stecche” per comprare appalti o contratti all’estero senza danneggiare gli interessi nazionali perseguiti da aziende strategiche nel campo della difesa, dell’energia e delle tecnologie sensibili?

È questa la domanda che attraversa in filigrana la sventagliata di scandali e arresti e che hanno colpito a vario titolo grandi gruppi italiani come Finmeccanica e Saipem-Eni. Se ci poniamo in quest’ottica, senza concedere nulla al cinismo delle guerre di mercato o al vecchio adagio “mal comune mezzo gaudio”, si vedrà che le poche grandi aziende italiane rimaste in campo, nonostante le apparenze, non siedono in cima alla classifica dei paesi corruttori. Il fenomeno è diffuso in tutto il mondo e riguarda praticamente tutte le multinazionali operative nei mercati sensibili.

La differenza sta però nelle regole che i sistemi paesi si danno, nella governance interna dei gruppi e nella cultura diffusa delle singole nazioni.
Per capirlo serve fare un passo indietro. La lotta alla corruzione internazionale nasce di fatto nel 1977 negli Usa, con l’introduzione del cosiddetto Fcpa (Foreign Corruption Pratices Act), che proibisce la corruzione di funzionari pubblici stranieri. Undici anni dopo, per evitare che le loro società attive all’estero fossero svantaggiate rispetto a quelle di paesi concorrenti, Washington avvia negoziati in sede Ocse per spingere all’adozione di normative simili da parte dei paesi membri. Nel dicembre 1997 si arriva così alla firma della Convenzione Ocse sulla “lotta alla corruzione di pubblici ufficiali stranieri nelle operazioni economiche internazionali”, ad oggi ratificata dai 34 paesi aderenti più Argentina, Brasile, Bulgaria, Russia e Sudafrica. Di conseguenza ciascuna di queste nazioni ha via via adottato una propria legislazione interna ispirata alla Convenzione, che proibisce e sanziona la corruzione di pubblici ufficiali stranieri.

Nel caso dell’Italia la ratifica avviene con la legge 300 del 29 settembre 2000, che introduce in ordinamento l’art. 322-bis del codice penale appunto a disciplina del reato di “corruzione internazionale”. L’anno successivo, con il Decreto legislativo 231, il reato viene esteso anche alla “Responsabilità degli enti per gli illeciti amministrativi dipendenti da reato”. In sostanza la corruzione internazionale da parte di esponenti di una società può comportare la responsabilità della stessa, con tutte le conseguenze del caso tra cui l’applicazione di “sanzioni amministrative pecuniarie”, la “confisca del profitto” conseguito dalla società attraverso la condotta illecita di suoi esponenti e l’applicazione di cosiddette “sanzioni interdittive” che possono consistere nella “interdizione”, per un periodo fino a due anni, “dall’esercizio dell’attività” nel cui ambito è stato commesso l’illecito. Di più. Queste “sanzioni interdittive” possono essere comminate alla società anche in via cautelare, quando le indagini sono ancora in corso.

È qui che si concentra l’anomalia italiana, il cappio giudiziario che si fa svantaggio competitivo: “questo tipo di sanzione può infatti danneggiare gravemente il business di una società strategica, impedendole di rispettare impegni assunti con Stati esteri e con clienti/partners internazionali”, spiega l’avvocato Alessandro Musella, socio dello studio legale Bonelli Erede Pappalardo, esperto di anti-corruzione internazionale. “La stessa misura sostitutiva delle sanzioni interdittive prevista nel decreto 231, cioè la possibilità di nominare un commissario, non è la garanzia migliore per evitare danni, anzi. Anche con il commissariamento la società rischia di perdere contratti o concessioni da stati esteri, con danni irreparabili non solo per la società, ma anche per lo stato e i cittadini nel cui interesse la società opera.” Immaginiamo se, a causa di una qualche “misura interdittiva” o di “commissariamento”, un gruppo come Eni dovesse perdere lo sfruttamento di un importante giacimento, l’interesse nazionale all’approvvigionamento energetico sarebbe gravemente compromesso.

E chi pensa che questi argomenti siano solamente l’anticamera di una furba e cinica accettazione della logica delle tangenti necessarie a lavorare nel mondo, dovrebbe guardare alle regole vigenti in molti paesi Ocse nostri competitor, dove questo tipo di sanzioni “interdittive” non sono nemmeno contemplate nelle rispettive legislazioni anti-corruzione. Per capirlo bisogna tornare un’altra volta agli Stati Uniti e poi fare un giro nel resto d’Europa. “La ricca casistica di sanzioni comminate dal Dipartimento di Giustizia americano dimostra infatti una netta propensione a raggiungere veri e propri accordi (“Deferred Prosecution Agreements”) coi quali la società coinvolta in un reato di corruzione internazionale, di fronte all’impegno della magistratura a non intraprendere un procedimento penale, paga un risarcimento economico impegnandosi nel contempo ad adottare e attuare in modo efficace un ‘compliance programs’ anti-corruzione, ossia un sistema di procedure e di controlli finalizzato ad evitare il ripetersi del reato”, prosegue Musella. Dal 1978 al 2012, sono stati più di 110 gli accordi siglati da colossi di mezzo mondo con la giustizia americana. In pratica nella serie storica ci sono tantissime multinazionali top come Allianz, Oracle, Pfizer, Siemens, Johnson & Johnson, Abb, Technip, Alcatel Lucent, Daimler Chrysler, Volvo, Chevron, Ibm, Dow Chemical, Ge. Comprese le italiane Tenaris, Fiat, Eni e addirittura Montedison.

“In questo modo – continua Musella – l’azienda in questione, da un lato, paga adeguate sanzioni economiche e, dall’altro, attraverso l’adozione di ‘compliance program’ anti-corruzione, attua una politica di prevenzione che costituisce un’efficace forma di collaborazione con lo stato nella prevenzione del ripetersi di condotte corruttive. Nello stesso tempo, si evita di causare alla società, allo stato e ai suoi cittadini, danni gravi e irreparabili.” Soprattutto, grazie ad una estensione strategica della propria legislazione (basta avere una subsidiary in loco, essere quotati a Wall Street o anche solo usare un conto bancario o un mezzo di comunicazione americani per incapparvi), gli Usa “guadagnano” risarcimenti anche su aziende straniere non immediatamente coinvolte su commesse o contratti relativi a corporation americane. In questo modo, tra l’altro, tutelano e avvantaggiano le proprie società rispetto a quelle dei loro concorrenti internazionali. Un tipico caso di idealismo delle regole sposato ad un massiccio uso di lobbysmo pragmatico e strategico-commerciale. Paradigmatico è il caso della tedesca Siemens, che ha dovuto sborsare alla Giustizia americana 800 milioni di dollari per vicende di corruzione in vari paesi del mondo. Oppure la consultazione della lista delle aziende attualmente sotto indagine Sec, per supposti casi di Fcpa: sono ben 88 tra cui molte tra le principali corporation americane e internazionali.

Non solo. Gli Usa si spingono oltre, “graziando” la condotta di soggetti che abbiano comunque agito per interesse nazionale: un importante precedente è quello che ha coinvolto James Giffen, affascinante figura di petroliere-banchiere americano, la cui vicenda è narrata in un libro scritto da un ex agente della Cia (Robert Baer, “See no evil”) da cui è stato tratto il film Syriana di George Clooney. Giffen, accusato di aver pagato tangenti per 80 milioni di dollari al Presidente del Kazakhstan Nursultan Nazarbayev per lo sfruttamento di importanti giacimenti petroliferi, è stato recentemente assolto dai giudici del suo paese proprio con la motivazione che aveva agito “nell’interesse strategico degli Stati Uniti”.

Nel resto d’Europa, non c’è nemmeno questo mix di idealismo e lobbysmo degli affari (in Usa la normativa sui whistle-blower offre tra le altre cose una ricompensa dal 10 al 30% dell’eventuale sanzione inflitta ai responsabili per chi denuncia episodi di corruzione) ma solo pragmatismo e interessi nazionali. I colossi inglesi e francesi godono del pressochè tacito assenso del sistema, che chiude gli occhi davanti alla ragion di stato, costi quel che costi in termini di trasparenza e di pratiche poco ortodosse nei quadranti più turbolenti del mondo. “L’episodio più clamoroso – ha ricordato Claudio Gatti ieri sul Sole 24 Ore – si è verificato nel dicembre 2006 quando il governo di Tony Blair ha ordinato al Serious Fraud Office, la forza di polizia deputata alla lotta alla corruzione, di interrompere la sua inchiesta su una serie di contratti di vendita di armi al governo saudita da parte della Bae System, il gigante della difesa nazionale.” Motivo: l’inchiesta rischiava di mettere a repentaglio la sicurezza nazionale perchè i sauditi avevano minacciato di sospendere la cooperazione nel campo della lotta al terrorismo islamico. “In realtà quei contratti avevano un valore che avrebbe potuto superare gli 80 miliardi di sterline.”

Quanto alla Francia, i report dell’Ocse denunciano da tempo la scarsa collaborazione in termini di corruzione internazionale. Parigi “dovrebbe intensificare i suoi sforzi per combattere la corruzione di pubblici ufficiali stranieri. Negli ultimi 12 anni ci sono state soltanto cinque condanne…”, si legge nel rapporto dell’ottobre 2012. In particolare gli ispettori Ocse sono preoccupati “per la timida risposta delle autorità francesi di fronte a casi di corruzione e perchè le sanzioni imposte sono poco dissuasive.” Il riferimento è ad indagini che hanno coinvolto fuori dalla Francia i colossi Alstom e Thales. Tutt’al più si puniscono singole persone o intermediari senza arrivare mai a toccare gli interessi strategici dei campioni nazionali all’estero.

E in Italia? In Italia vige la solita confusione, dove si sommano giustizialismo, malcostume, ipocrisie, rapporti incestuosi politica-affari, corruzione e moralismo d’accatto. “Il principio di obbligatorietà dell’azione penale impedisce la fattibilità di questi accordi all’americana, ma ciò non significa che vicende di corruzione internazionale relative a società strategiche non possano essere trattate con buon senso e attenzione all’interesse nazionale”, spiega ancora Musella. Ad esempio “i pubblici ministeri potrebbero evitare di chiedere l’applicazione di dannosissime ‘sanzioni interdittive’ o del ‘commissariamento’ quando la società coinvolta abbia adottato ed efficacemente attuato ‘compliance program’ anti-corruzione. Non solo nessuna norma impone di chiedere tali sanzioni (soprattutto in via cautelare ad indagini ancora in corso), ma vi sono perfino seri dubbi giuridici sul fatto che siano applicabili per il reato di corruzione internazionale.” In proposito, per ben due volte i giudici del Tribunale di Milano hanno ribadito che, in base al Decreto 231, non è possibile imporre questo tipo di sanzioni ad una società per reati di corruzione internazionale (così il Gip di Milano Panasiti in un’ordinanza del 17 novembre 2009, confermata dal Tribunale del riesame). In senso parzialmente contrario si è poi pronunciata nel 2010 la Cassazione la quale, però, – pur affermando “l’astratta possibilità di applicare” le “sanzioni interdittive” previste dal Decreto 231 anche a reati di corruzione internazionale – ha rimarcato l’oggettiva difficoltà di “applicabilità in concreto di tali sanzioni” in relazione ai “rapporti con gli Stati esteri”.

Insomma parliamo di questioni complesse, molto dibattute in giurisprudenza. Quel che serve è trovare una via intelligente che persegua correttamente la corruzione internazionale senza pregiudicare l’interesse nazionale. “Una soluzione potrebbe essere quelli di evitare di comminare contro società strategiche delle sanzioni (come l’interdizione e il commissariamento) che, da un lato, possono causare danni gravissimi e irreparabili e, dall’altro lato, sono perfino di dubbia applicabilità in base alla normativa vigente”, conclude Musella. “Questo, naturalmente, a condizione che la società dimostri di avere preso sul serio il problema e di avere adottato e attuato un ‘compliance program’ anti -corruzione.”

Ecco il modo giusto per evitare le banalizzazioni ciniche alla Berlusconi e, all’opposto, gli strepiti giustizialisti che fanno solo danno ai legittimi interessi del paese. Come dimostra l’elenco delle indagini Sec, Corporate Italia non è certo peggio degli altri paesi. Siamo solo meno abituati a far funzionare le regole e a separare i piani. Una democrazia matura deve saper fare questi discorsi con trasparenza. Che poi è la traduzione della formula un po’ democristiana usata ieri mattina dal premier Mario Monti, interpellato sulla vicenda Finmeccanica: i colossi italici “possono comportarsi secondo gli standard in uso nei paesi esteri”, ma evitino “tangenti in patria…” Questo, sì, purtroppo, un vizio italico da bandire…

Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/ma-azienda-italia-non-e-peggio-degli-altri-paesi#ixzz2L4axjyFR

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E’ un fatto assodato ormai che l’Italia è un paese autolesionista, o per lo meno, corrotto dai poteri finanziari internazionali ad esserlo, perchè le due cose sono diverse.

Nel primo caso sarebbero degli inetti coloro che gestiscono lo Stato, e a questo francamente non ci credo proprio, invece nel secondo caso, secondo me più evidente e più vicino alla realtà, si tratterebbe di una chiara cospirazione a livello internazionale che mira a distruggere l’importante apparato economico e industriale italiano.

A nessuno conviene che l’Italia sia una grande potenza economica, soprattutto a Francia, Germania e Stati Uniti, le quali invece vogliono ridurre il nostro paese e il nostro popolo in uno stato di vassallaggio politico ed economico. Insomma più che i nostri politici, sono i poteri forti internazionali di cui essi sono servi e per conto dei quali essi agiscono, che ci stanno riducendo alla fame. La Grecia l’hanno già ridotta alla fame, la Spagna è sempre più indebitata con la BCE ed è quindi sulla strada greca, e noi italiani cosa aspettiamo ancora per prevenire di finire come quei due paesi?

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14 febbraio 2013 | Autore

Fonte: Finmeccanica, il gioiello vicino alla svendita coordinata da una magistratura anti-italiana

di Riccardo Ghezzi © 2013 Qelsi – Con la collaborazione di: Rosengarten e Oreste Tarantino

finmeccanicaFinmeccanica è di nuovo nell’occhio del ciclone, in un’escalation che sta seguendo la media di uno scandalo all’anno: prima l’indagine sulle “zucchine” (le tangenti ai politici n.d.r.) avviata dalla Procura di Roma ad ottobre 2011, poi l’inchiesta della Procura di Napoli sulle forniture in Brasile – con il coinvolgimento dell’ex ministro Claudio Scajola, indagato, e le intercettazioni a Berlusconi e Lavitola- ad ottobre 2012, ora è la volta dell’arresto di Giuseppe Orsi, presidente di Finmeccanica dal dicembre 2011 dopo le dimissioni di Pierfrancesco Guarguaglini, travolto a sua volta dalle indagine sulle “zucchine” di cui sopra.
Il provvedimento di arresto nei confronti di Orsi è stato emesso dal gip del Tribunale di Busto Arsizio: l’accusa è di corruzione internazionale, peculato e concussione a causa di presunte tangenti che sarebbero state pagate per la vendita di dodici elicotteri all’India. Come se non bastasse, il governo indiano ha deciso di sospendere i pagamenti a Finmeccanica per la commessa, pari alla cifra di circa 750 milioni di dollari, e ha comunicato che non accetterà la consegna di alcun velivolo fino a quando non sarà stata completata un’inchiesta della polizia indiana sulle accuse per tangenti. Ci sarebbe persino il rischio che la commessa venga annullata. D’altra parte, dopo la debolezza palesata dal governo italiano sulla vicenda Marò, l’India ha capito di poter fare la voce grossa.

Appare in ogni caso scontato come l’ennesima indagine della magistratura su Finmeccanica provochi evidenti danni all’azienda, ma ciò che stupisce maggiormente è l’arresto stesso di Orsi. Un fatto assurdo, in quanto è noto che tutte le imprese che operano su contratti importanti all’estero debbano pagare tangenti per avere le commesse. Se è vero, com’è vero, che in ambiente internazionale le tangenti le versano tutti, la priorità diventa quella di difendere il lavoro e il know-how italiano.
Dove sta quindi l’illegalità o il reato nel difendere la propria impresa? Orsi non si è certo intascato alcunché.
L’ex premier Silvio Berlusconi ha tutte le ragioni nel dire che “l’indagine che coinvolge i vertici della più grande azienda pubblica italiana avrà conseguenze gravissime sulla nostra economia. Il risultato finale sarà quello di tagliare le gambe a Finmeccanica con vantaggio di altre aziende internazionali”, ed è un peccato che sia l’unica voce politica a stigmatizzare l’ennesimo intervento indebito della magistratura ai danni del settore produttivo italiano. Doveroso anche ricordare che “Tutti i Paesi versano tangenti, ma solo la magistratura italiana indaga”. Ma non è indole masochista. Tutt’altro. E’ una strategia.
Il vero obiettivo, purtroppo, è chiaro da tempo: la svendita di Finmeccanica. Basti pensare, tornando indietro di qualche anno, a quando negli anni 90 l’IRI, nonostante sopportasse tutto il peso del traino industriale Hi-Tech del Paese, passava per una voragine del malaffare e della corruzione. La magistratura, obbedendo ad ordini strani e di “Britanniche” origini, fiaccò ogni resistenza politica di mantenimento pubblico, incentivando la privatizzazione a prezzi sviliti con la stagione delle “Mani Pulite” che proprio pulite, è stato accertato, non erano per niente (Di Pietro docet).
Ora si rivede il medesimo film: il titolo di Finmeccanica è in caduta libera, i dirigenti ai ferri, i compratori alle porte e i giornali di regime indottrinano le masse. Repubblica e Fatto parlano di “Sistema Finmeccanica” e pubblicano le solite intercettazioni telefoniche che non sono mai apparse, ad esempio, per lo scandalo Mps.
Il problema è che Finmeccanica, come ha ricordato Berlusconi, è ad oggi la più grande azienda pubblica italiana. Un colosso industriale che ha sede a Roma e impiega circa 70 mila persone in una cinquantina di Paesi del mondo (Polonia, Stati Uniti, Regno Unito e altri, oltre ovviamente all’Italia), con diverse decine di controllate e partecipate tra cui Alenia, SELEX e AgustaWestland, che produce gli elicotteri finiti nel mirino della magistratura.
Tanti in giro per il mondo faranno e avranno già fatto un pensierino su Finmeccanica. I francesi, ad esempio, sono passati all’azione già nel 2011. Luc Vigneron, numero uno della società francese Thales, aveva messo gli occhi sulla Oto Melara di La Spezia, che produce sistemi di arma ed è conosciuta in tutto il mondo per i cannoni navali, e la Wass di Livorno, tra i principali produttori italiani di siluri. Due gioielli dell’economia nostrana.
Pronta la svendita: dopo Finmeccanica, toccherà ad Eni. Tutto coordinato dalla magistratura italiana. O meglio, anti-italiana.

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13 febbraio 2013


Sembra che sia diventato lo sport preferito della magistratura italiana, quello di puntare il mirino sull’industria di Stato italiana. Per carità, il marcio c’è ed è giusto che venga stigmatizzato: corruzione e peculato sono due reati che imperversano, minandoli sin nelle fondamenta, nei gioielli industriali di casa nostra. Guai se non si provvedesse a porvi riparo. Eppure quant’è sospetto il tempismo che porta giudici e procuratori italiani ad accorgersene soltanto adesso! Par d’essere ritornati al 1992, allorchè le inchieste di Tangentopoli servirono da viatico per le grandi privatizzazioni iniziate in quei mesi ed andate avanti anche negli anni successivi. Aria di “Britannia”! Guardacaso anche adesso si parla di cedere se non tutta perlomeno parte della quota di Eni e Finmeccanica in mano al Tesoro: è quanto espresso da più d’un candidato alle elezioni politiche. Che le inchieste servano a propiziare la svendita delle aziende strategiche italiane alla concorrenza straniera? Qualcuno sosteneva che, a pensar male, si commetteva peccato ma s’indovinava pure.

Il presidente di Finmeccanica, Giuseppe Orsi, e l’amministratore delegato di Agusta Westland, Bruno Spagnolini, sono stati arrestati “con l’accusa di corruzione internazionale, peculato e concussione per le presunte [ed è bene sottolineare quest’aggettivo] tangenti che sarebbero state pagate per la vendita di dodici elicotteri all’India” (Ansa). Com’è stato fatto notare dal legale di Orsi, il risultato più pratico ed immediato del provvedimento del gip di Busto Arsizio è stato quello di decapitare “due delle maggiori aziende del nostro paese”. Secondo i magistrati, la commessa indiana, del valore di 500 milioni di euro, sarebbe stata assicurata con una tangente di 50 milioni.
E anche in questo caso c’è poco di che stupirsi: negli ambienti internazionali, se si vuol vendere qualcosa, assicurarsi una fornitura o un appalto, bisogna ungere le ruote. Tangenti e fondi neri non sono certamente un’invenzione od un appannaggio delle grandi industrie italiane: vi ricorrono, e pure abbondantemente, anche le altre grandi aziende europee ed americane. In molti paesi è semplicemente impensabile presentarsi senza la famosa mazzetta. Non a caso Orsi, nelle intercettazioni, definiva le tangenti “un fattore naturale della pratica aziendale”, al punto da indurre il gip di Busto Arsizio a parlarne come d’una “filosofia aziendale”.
Qual è stato il risultato più immediato dell’attacco a Finmeccanica di questa mattina? Il suo titolo è calato del 7,4%, per un valore di 4,4 euro, al punto che la Consob è dovuta intervenire vietandone le vendite allo scoperto. Proprio quel che s’era visto con Eni e Saipem nei giorni scorsi: un copione al quale avremmo preferito non assistere più.

Filippo Bovo

Aggiungiamo articolo appena uscito di programmazione su Saipem

Saipem sotto attacco. Il mondialismo finanziario di rapina ha sguinzagliato il suo Ordine Giudiziario?

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Era nell’aria. Ci siamo, i vertici di Saipem – Eni sono inquisiti.

Cacciata dalla Libia e dall’Iran, l’Eni, con la controllata Saipem, conservava i piedi dentro all’Algeria. Il mercato del gas è per noi strategico e non potevamo certo esserne messi fuori. Oggi noi non abbiamo più alcuna sovranità energetica da quando la nostra più grossa centrale termoelettrica quella di Porto Tolle è stata chiusa con la allucinante motivazione di ridotta convenienza. Come se la sicurezza di una nazione si potesse misurare con il parametro della convenienza.

La realtà è che siamo depredati dalla finanza anglosassone e incaprettati dalla Francia, una nazione nuovamente ostile e guerrafondaia con mire egemoniche, guidata da un filoisraeliano,  invasore, che detiene la maggior parte del nostro debito pubblico e dalla quale compriamo l’energia elettrica.

E’ una questione strategica di sopravvivenza nazionale anche lo stoccaggio di gas algerino in Emilia, nei giacimenti di metano dismessi. Questo stoccaggio aveva la funzione di renderci autonomi energeticamente per almeno sei mesi in caso di emergenza, ma, ahimè siamo stati come abbiamo visto dolosamente o magicamente terremotati e poi i soliti poteri giudiziari italiani hanno decretato che lo stoccaggio nei giacimenti dismessi non s’ha da fare! Risultato: oggi per far chiudere l’Azienda Italia basta abbassare un interrutore su un elettrodotto e tac per magia l’Italia si bloccherebbe ed in poco tempo diventeremmo una folla immensa di disoccupati e di accattoni.

Poi per un altro miracolo è arrivato un tornado proprio giusto giusto sull’Ilva di Taranto, la più grande azienda siderurgica italiana ed europea, che i soliti noti del solito Potere Giudiziario non erano ancora riusciti a far chiudere con motivazioni di carattere salutistico ambientale. La cosa incredibile è che lo stabilimento è stato in parte fatto saltare o è magicamente saltato per aria da solo con una grande esplosione, proprio come successo con le Torri gemelle  del WTC e la terza torre di cui nessuno parla,  come Fukushima…  Accidenti che coincidenze, e che sfiga vero!?

Bene adesso siamo proprio conciati male, messi all’angolo dal potere giudiziario che ci vuole perdenti nelle partite internazionali per l’energia, mentre Sorgenia di De Benedetti gongola con il suo mercato in esclusiva delle forniture di energia da presunte fonti di energia rinnovabili, senza scorte di combustibili fossili, senza industria siderurgica, imbrigliate dalla libera mafia del commercio cinese.  Ci rimane solo la soddisfazione di andare a venderci l’oro di famiglia in un Compro Oro, per poi andare a puttane nei casini della mafia albanese o nei locali di lap dance dei rumeni, o nei barazzi zeppi di slot machine gestiti dai cinesi. Costoro hanno il monopolio dell’intrattenimento degli italiani che non si sollazzano più o solo su You Porn la multinazionale del sesso a pagamento o giù di lì. Milano e Roma detengono il record mondiale delle masturbazioni on line! http://www.pivari.com/video/litalia-al-top-per-lutilizzo-di-internet-youporn-23230/

Mentre i polli di Renzo della politica italiana starnazzano nel pollaio elettorale contendendosi le briciole del banchetto dei nostri dominanti (i voti) le volpi UE ed Usraeliane ci stanno divorando vivi. La stupidità ride grassa fra le unte frittelle di carnevale di tanti utili idioti di sinistra, centro e anche di destra, compreso un  numero enorme di blogger con il puzzo al naso, che non hanno capito un ca… di nulla. Non hanno capito che solo di una cosa abbiamo bisogno, ovvero del Partito Italia Unita (Più) che difenda i diritti di libertà e sovranità di una nazione ormai allo sbando contro gli avvoltoi atlantici.

Ma poveri illusi non ci ricordiamo più di avere uno Stato senza nemmeno uno straccio di banca che possa agire finanziariamente e a sostegno della nostra patria economia (si può ancora dire patria senza essere accusato di essere fascista, nazista o antisemita?).

Germania e Francia se la ridono, loro le banche di Stato ce l’hanno e quante ne hanno! Mentre da noi il perfido Draghi e tutti gli uomini di Goldman Sachs con il contributo in primis di Monti, del traditore guerrafondaio D’Alema e di Prodi sono riusciti a vendere i nostri Istituti bancari di eccellenza per una pipata di tabacco. Sono riusciti a distruggere la nostra sovranità economica e quindi la nostra libertà di un futuro di benessere.

Fingiamo di non ricordare che tutti i traffici finanziari e bancari, tutte le movimentazioni su titoli di borsa, tutti i telefoni, sono controllati dagli Angli.  Echelon ascolta poi tutti anche con il grande orecchio dallo spazio. Non ci rendiamo conto che tutte le politiche economiche intraprese dagli Usa e dall’UE sono contro l’Italia. Non ci rendiamo conto che solo parlare di nazione o sovranità veniamo accusati di essere fascisti, nazionalisti, da una cricca di finti cretini, veri criminali al servizio di potenze straniere? Berlusconi ha osato dire che Mussolini ha fatto anche qualcosa di buono ed è diventato un antisemita! C’è un esposto a Roma nei suoi confronti in seguito a questa frase. Una frase  che si sente in ogni Bar Sport d’Italia. Allora proporrei un campo di concentramento per tutti gli esseri pensanti, con un muro alto 5 metri lungo 700 Km, proprio come hanno fatto gli israeliani a Gaza. Per guardiani ci mettiamo gli stessi che gestivano i gulag russi. Sono gli stessi che si stracciano le vesti se qualcuno osa non essere omologato al potere mondialista.

Mentre la Finocchiaro con l’aiuto di Furio Colombo obbrobriosamente invoca il delitto di libertà di pensiero.  Vedi La Finocchiaro ci infinocchia http://www.stampalibera.com/?p=46185 un branco di criminali dell’informazione si è appropriato dei media italiani a partire dall’Ansa che foraggia di notizie tutti i giornali e dalla Rai, della quale invito i lettori a leggerne la provenienza del presidente!

La verità ci sarà negata per sempre. Emergeranno solo le informazioni che alimenteranno la logica perfida di un sistema che ci vuole servi, divisi litigiosi e dominati. Divisi e in solitudine fin dentro alle nostre case, negli ospedali di morte certa, nelle scuole dove si uccidono i cervelli, dentro alle nostre famiglie, nelle comunità paesane, fra generazioni, razze obbligate ad odiarsi ed a competere sul territorio, categorie professionali, appartenenze geografiche diverse. Questa è la dimensione allucinante di questa squallida guerra di divisione che fa da contraltare alla guerra economica, facciamocene una ragione.

Il sangue e le grida che si levano terrifiche dalla Siria antica dignitosa e colta, dal Medio Oriente devastato ed occupato,  dalla martoriata Africa, non ci toccano. Checcefrega a noi,  noi c’abbiamo Ingroia che vuole fare una rivoluzione con gli “americani” di sinistra e Monti che ha la sua pubblicità infestante su You Tube pagata da chi? Cavolo ma quanti soldi gli ha dato  Goldman, l’Uomo d’Oro?

Lo sterminio di quei popoli che hanno costruito la civiltà dell’uomo non ci interessa, siamo presi solo dalle nostre miserie. Mentre l’arte e la cultura scompaiono inesorabilmente, l’abbrutimento di un popolo analfabeta di ritorno è salutato con gioia da papponi, puttane, segaioli e checche da Gay Pride, tutti presi dal loro deviato delirio alla ricerca di una diversa uguaglianza di diritti e della loro dose di piacere tossico. Eh si, la giustizia deve imperare e ad un fotografo, Corona, che ha venduto delle foto non autorizzate siano dati 8 anni di carcere. Agli assassini ed ai bombardatori di popoli diamo medaglie e cerimonie di Stato. Tutto accade nel silenzio terrifico di istituzioni come la Chiesa ed il nostro povero Capo dello Stato che soffia sul fuoco della guerra e ignora volutamente il dolore e la morte dei nostri vicini in Africa e Medio Oriente.

Poveri noi, obesi, conflittuati, smarriti, indaffarati, ignoranti, disinformati, venduti, gabbati, obnubilati, disperati, tossici.

Povera Italia.

Se non si leverà alta una voce comune di protesta che raggruppi tutti i patrioti italiani in un solo schieramento contro i globalisti miserevoli che ci hanno azzannato, allora sarà per noi la fine e la sofferenza sarà grande e lunga.

Condividiamo il messagggio e poi via dalle tastiere, torniamo in strada e  uniamoci nelle piazze per far conoscere a tutti la verità.

Qualcuno disse che chi cerca la verità cerca Dio e qualcun altro ha ribadito che la verità è sempre rivoluzionaria. Bene, allora sosteniamola questa Verità con impegno, con forza e senza timore! Domani potrebbe essere troppo tardi.

Lino Bottaro

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Il mondo è pronto a colonizzare l’Italia da sempre. Vince quando l’Italia è debole, perde quando l’Italia è forte.
Tutto qua.
Da parecchi anni siamo deboli e il mondo fa il suo atavico lavoro: ci colonizza.
Il mondo ha già fatto shopping di centinaia di imprese nazionali. Lamborghini, Ducati, Valentino, Bulgari, Gucci, Ferré, Coin, Standa, Algida, Bertolli, Santa Rosa, riso Flora, Buitoni, Motta, Perugina, Antica Gelateria del Corso, Sasso, Carapelli, Dante, Fiorucci, Fastweb.
Il mondo si prepara ora a sferrare l’attacco finale: Ilva, ENI, Saipem, Alitalia, MPS, Finmeccanica.
C’è un disegno preordinato dietro a tutto cio?
Assolutamente no.
Dietro a tutto ciò c’è solo il mercato globale in cui i forti vincono ed i deboli perdono.
Liberisti, comunisti, nazionalisti, socialisti, socialdemocratici, laburisti, conservatori: non c’entra niente. Non contano le ideologie e non contano gli schemi.
Conta il denaro. Chi ce l’ha vince, chi non ce l’ha perde.
Dietro a tutto ciò ci sono le multinazionali la cui potenza economica supera oramai la potenza economica di molti Stati.
Prego soltanto che dopo le prossime elezioni riusciamo a fare un governo di unità nazionale che è il solo che può prendere in mano la situazione e risanarla.
Il paese va rivoltato come un calzino e non può farlo solo una fazione politica. Occorre la collaborazione di tutti.

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2 gennaio 2013 – Scritto da: Piergiorgio Rosso (30/12/2012)

In cauda venenum

Le rassegne-stampa, con il loro ordinamento più o meno casuale, offrono talvolta inattesi lampi di luce sulla realtà osservata. Quella della Camera dei Deputati – che molto probabilmente dall’anno prossimo purtroppo non sarà più accessibile in modo gratuito dall’esterno – proponeva il 28 dicembre u.s. due articoli in serie – uno sulla vicenda Finmeccanica Avio (Il Tempo) e uno su una media impresa di prodotti in cashmere (La Stampa) – che una volta accostati offrono una realistica sintesi del futuro industriale della penisola italiana. Perché se ha ragione Pomicino che parla di “fallimento dell’Italia” nella vicenda Avio, ha anche ragione chi sostiene – ad esempio questo blog – che i conflitti strategici che inducono i cambiamenti di cui siamo spettatori, hanno una direzione ed una finalità non solo distruttive ma costruttive di nuove relative stabilizzazioni, espressione di diverse funzioni dentro il sistema (finora) dominante.

Per l’Italia un destino da “Outlet Globale” per tutto il variegato e crescente ceto medio arricchito del pianeta che potrà consumare oggetti di gusto italiano, in locations – il borgo medievale di Brunello Cucinelli – appropriate ed “autentiche” disegnate appositamente da archi-stars non necessariamente italiane per un pubblico globale. (vedi il padiglione Italia alla Biennale Architettura di Venezia, dove il modello vincente di integrazione fra urbanistica, architettura e territorio era tutta declinata in chiave di medie industrie del tessile ed agroalimentare di alta gamma – con buona pace dell’originale olivettiano …).

Ecco che allora acquista senso anche la fretta del governo dimissionario nell’indirizzare verso mani affidabili la gestione dello sviluppo delle disastrate infrastrutture di convogliamento a destinazione delle masse di consumatori internazionali, gli aeroporti. La scelta è caduta sulla galassia Benetton/Palenzona/Toti per Fiumicino – tariffa innalzata ed assicurata a 26€ per passeggero fino al 2044 – e sul duo Cassa Depositi e Prestiti/Merryl Linch – sotto la forma del fondo F2I di Vito Gamberale – per gli aeroporti del Nord (veneti esclusi, forse perché non ancora del tutto normalizzati – vedi vicenda FININT/Ferak//Generali). L’obiettivo esplicito: “ … sviluppare sinergie con le istituzioni per valorizzare il meglio dei territori”. I Comuni e le Province interessate ringraziano dell’aiutino. Nella coda degli atti del governo Monti si concentra il veleno per gli italiani a venire.

Con queste premesse suscita scalpore solo agli ingenui la notizia riportata dal Corriere della Sera che ricorda che la decisione sulla vendita di Ansaldo Energia deve ricevere il gradimento di First Reserve Corp. – socio americano al 45% – sulla base dei patti sociali. Ora, facciamo un po’ di storia: Ansaldo Energia, che fa compressori, turbine e centrali elettriche, quando era dell’IRI aspirava ad integrarsi con Nuovo Pignone – gruppo ENI, con produzioni simili e complementari – per sviluppare insieme l’innovazione di prodotto ed acquisire insieme una posizione di mercato già allora invidiabile a livello internazionale. Faccio presente che se il fatturato di queste aziende si fa vendendo macchine e centrali, gli utili si fanno con i servizi di Gestione&Manutenzione del parco macchine venduto. Il matrimonio Ansaldo/Nuovo Pignone aveva dunque un forte senso industriale e finanziario. Come è noto non andò così e Nuovo Pignone finì all’americana General Electric (GE), sua principale concorrente, nel 1993. Ansaldo Energia fece invece un accordo industriale con Siemens poi non rinnovato ed ora è in vendita con l’unico dichiarato scopo di fare cassa per sostenere la capogruppo Finmeccanica.

Se dunque First Reserve non “gradisce” Cassa Depositi e Prestiti – in questo caso non c’è Merryl Linch che tenga – possiamo arguire che non gradisca né tedeschi né coreani. Potrebbe essere allora che la Befana porterà a Finmeccanica un’offerta “che non potrà essere rifiutata” di GE che riuscirà laddove IRI ed ENI non riuscirono. In questo caso invertendo i fattori, il risultato cambia, eccome!

Lo shopping GE potrà poi proseguire nel 2013 con Ansaldo STS – leader nei sistemi di segnalamento ferroviari – anch’essa messa in vendita da parte di Finmeccanica.

Dice Gianfranco La Grassa: … pure oggi siamo in pieno “progresso tecnologico”: in dati settori, però, che restano appannaggio delle potenze in incipiente competizione (multipolare), mentre nei paesi resi subordinati a queste (tipo il nostro agli Usa) i “reparti strategici” sono in via di liquidazione o messi sotto il controllo dei più forti. Nel contempo, gruppi di avvoltoi – situati ai posti di comando in branche industriali mature (e non innovative) e in organismi finanziari dediti al mero prelievo predatorio – stanno devastando i paesi subordinati (vedi il “bell’esempio” dell’Italia) tramite apposite cosche politiche in putrefazione assistite da bande di sedicenti intellettuali, “pensatori a gettone”.

Se gli “avvoltoi” italiani hanno già deciso che è ora di accontentarsi della gestione delle infrastrutture e delle reti, in una logica europea e subordinata, per i nostri giovani l’augurio è di trovarsi a gestire un albergo per clienti russi e cinesi che quest’inverno spopolano nelle valli del Trentino e domani chissà dove.

Buon 2013 a tutti i penisolani!

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6 luglio 2012

Se qualcuno di voi aveva ancora qualche dubbio su l’Espresso e Wikileaks, nonchè sulla loro missione, con questa notiziola ecco fugata ogni curiosità!

WikiLeaks: Espresso, da Finmeccanica aiuti a Siria anche durante scontri

WikiLeaks: Espresso, da Finmeccanica aiuti a Siria anche durante scontri

(ASCA) – Roma, 5 lug – Dai nuovi file segreti di WikiLeaks, che ha reso note oltre 2 milioni di mail inviate e ricevute da personalita’ politiche siriane, emerge che l’italiana Finmeccanica ha fornito un sistema di comunicazioni al regime di Bashar al-Assad e che l’assistenza dall’Italia e’ proseguita anche durante gli scontri.

Lo scrive l’Espresso, che ha avuto accesso esclusivo per l’Italia ai ”Syria Files” diffusi dal sito di Julian Assange. Dalle centinaia di migliaia di documenti, secondo il settimanale, spuntano i rapporti commerciali tra Selex Elsag e l’ente del regime Syrian Wireless Organisation. Una mail interna dei siriani lascia capire come componenti del sistema fornito dalla Selex siano stati ordinati per essere spediti alla polizia di Muadamia, un sobborgo di Damasco, proprio a ridosso dei giorni in cui era teatro di violenti scontri.

Un’altra e-mail preannuncia l’arrivo degli ingegneri della Selex a Damasco, per istruire all’uso della rete di comunicazione, da impiegare anche sugli elicotteri: porta la data del febbraio 2012, quando il dramma del paese era gia’ diventato un caso mondiale.

La Finmeccanica – ricorda ancora il settimanale – ha venduto alla Siria il sistema Tetra, una rete per le comunicazioni che permette conversazioni e trasmissione di dati e ha avuto un successo commerciale mondiale. Il contratto con Damasco risale al 2008, quando la primavera araba era ancora lontanissima. L’accordo da 40 milioni di euro venne siglato con una societa’ greca, la Intracom-Telecom, e prevede la fornitura di Tetra alla Syrian Wireless Organisation, l’ente del governo siriano. Le mail rivelate adesso da WikiLeaks mostrano come i rapporti con la casa madre italiana per il programma siriano siano stati intensi e continui, anche dopo l’esplosione delle rivolte contro Assad e della successiva repressione, che in poco piu’ di un anno ha causato oltre 15 mila morti.

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Caso Finmeccanica, perquisito il manager Moncada, “il grande burattinaio”

L’ad della Fata descritto dall’ex presidente dello Ior Gotti Tedeschi in una conversazione intercettata: “Non semplificarlo come un agente della Cia o un massoncello qualsiasi…”. Per i pm di Napoli potrebbe essere il vertice del “sistema” in grado di condizionare le scelte del colosso pubblico

Caso Finmeccanica, perquisito il manager Moncada, “il grande burattinaio”

Ignazio Moncada, amministratore della Fata (gruppo Finmeccanica) ha ricevuto la visita degli investigatori che hanno perquisito la sua abitazione e la sede della società. L’ordinanza è partita dai pm di Napoli Francesco Curcio, Vincenzo Piscitelli e Henry John Woodcock, che stanno cercando di verificare se esista o meno un “sistema”, in grado di condizionare “le scelte aziendali del gruppo Finmeccanica da adottarsi in conseguenza delle indagini in corso”. I giudici, inoltre, vogliono capire se sia esistito un gruppo di persone influenti “che potrebbe aver svolto un ruolo nella gestione di provviste illecite formatesi all’estero” e che fanno capo alla holding. All’interno di queste ipotesi investigative Moncada è stato descritto come “grandissimo burattinaio”. Oltre al gruppo Finmeccanica è coinvolto anche l’Istituto per le opere di religione (Ior) o meglio il suo ex presidente Ettore Gotti Tedeschi e vengono ventilati rapporti con la Massoneria e la Cia.

La perquisizione di oggi infatti è stata disposta in seguito ad una intercettazione tra il presidente di Finmeccanica, Giuseppe Orsi, e l’ex presidente dello Ior Gotti Tedeschi. Il ”sistema è in tuo favore e ti difenderà”, rassicura Gotti Tedeschi, rivolgendosi a Orsi, in un colloquio intercettato dalla procura di Napoli mentre i due si incontrano in un locale romano. Il nome di Moncada spunta subito dopo. Gotti Tedeschi spiega di aver parlato con Moncada: questi avrebbe detto di aver discusso il caso Orsi con “persone importantissime”, le quali avrebbero a loro volta affermato che il presidente di Finmeccanica “è una persona che va difesa e supportata”. Sarebbe quindi proprio Moncada a permettere a Gotti Tedeschi di rinfrancare Orsi, e da qui gli verrebbe affibbiato, dallo stesso Gotti Tedeschi, il nomignolo di “grandissimo burattinaio”.

Le intercettazioni complete. Il colloquio avviene il 23 maggio scorso in un ristorante romano ed è stato intercettato dalle microspie fatte piazzare dai pm di Napoli che indagano su presunti appalti e tangenti da parte della holding. Tedeschi: ”Oggi sei l’unica persona che può stare lì! E loro lo sanno…”. L’ex presidente dello Ior spiega ad Orsi di aver incontrato poco prima Moncada. “Lo conosco da molti anni ed ho un’opinione precisa di Moncada”. E aggiunge: “Prima, gli ho detto quello che penso e poi gli ho detto cosa pensi tu! Lui ha un’enorme stima di te, lui dice Orsi è la persona giusta! Che va difesa e va supportata. Quindi sappi che Moncada…m’ha persino detto con quali persone ieri si è discusso il caso Orsi, e tutti, anche persone importantissime, hanno detto Orsi è una persona che va difesa e va supportata! Sappilo…”.

Il sistema è a tuo favore e ti difenderà! (T): ”Adesso per quanto tempo, se è per mille anni o per preparare una.. un qualcosa questo nessuno lo può sapere, però oggi sei l’unica persona che può stare lì! E loro lo sanno… Intanto io scherzando gli ho detto ma gli togli la presidenza, beh se viene tolta la presidenza faccio io il presidente! Non togliamo un cazzo resta amministratore delegato e presidente!”. Poi i due fanno riferimento a altri personaggi.. Orsi chiede “a che ora hai visto tu il gobbo?” e aggiunge “…Pansa (direttore generale di Finmeccanica ndr) ha preso una sberla bestiale!”. (T): “Tu hai detto…secondo te era pro-Pansa?”. (O): “Assolutamente! Lui ha sempre..” (T): “Ma chi te l’ha detto?”. (O): “Ha sempre cincischiato con Pansa, sempre nel suo ufficio! E sempre… Pansa dice che lui c’ha tutto il supporto di Moncada.. Moncada in qualche modo è parte di una lo…(loggia, ndr)di una…”.(T): “No!”. (O): “Dai Moncada è un..un cagnolino? Sì dai”. (T): “No, molto di più”. I due si soffermano ancora sulla figura di Moncada. (T): “Non semplificarlo come un agente della Cia o un massoncello qualsiasi..”. (O): “No un massoncello eh”. (T): “No, questo no..stai semplificando”. (O): “Ah ok”. (T): “No no! è..veramente un grande burattinaio!”.

Poco più tardi Gotti spiega: “Lo conosco da 15 anni forse….diciamo 12 13 anni.. lo conoscevo dal ’99-2000, se io ti di..uno come me, rigoroso come sono, moralista anche un po’, ti dico che con me è stato sempre di una lealtà, non mi ha mai mentito, non mi ha mai chiesto niente in cambio e poteva chiederlo mille volte! E’ stato sempre di una lealtà di una onestà intellettuale assoluta! Per cui io guardo i risultati e non mi ha mai mentito, mai mentito! Certo fa i suoi giochi, i suoi giochi grossi, li farà anche lui, e tieni conto che lui sta nel gruppo Finmeccnica non fa un cazzo, aspè non fa un cazzo, non ha mai fatto niente…”.

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Il buon Nino Galloni ci spiega le ragioni, prima quelle ufficiali, (che erano in realtà un pretesto), e poi quelle reali, (ben diverse), del divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia, e dell’ingresso nello SME.

Chi permise il latrocinio e chi si oppose.

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Il divorzio tra il Tesoro e la Banca d’Italia – Draghi

Mario Draghi

lunedì 11 marzo 2013

Intervento al convegno “L’autonomia della politica monetaria”

Una riflessione a trent’anni dalla lettera di Andreatta a Ciampi che avviò il divorzio tra il Ministero del Tesoro e la Banca d’Italia.
Roma, Palazzo Altieri, 15 febbraio 2011.
Pubblicazione disponibile qui .

Il colpo di Stato riuscito. Il divorzio tra il Tesoro e la Banca d’Italia. La lettura di Draghi

Il 12 febbraio 1981, trenta anni fa, il Ministro del Tesoro Beniamino Andreatta scrive al Governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi la lettera che avvia il cosiddetto “divorzio” tra le due istituzioni. La politica monetaria in Italia cambia corso.
Il contesto
All’inizio degli anni Ottanta il quadro macroeconomico internazionale sta rapidamente cambiando. Il secondo shock petrolifero ha causato in tutti i paesi sviluppati una nuova fiammata inflazionistica. I guasti e i pericoli di un’alta inflazione sono tornati all’attenzione delle opinioni pubbliche. Si ravviva il dibattito intorno alla natura e allo status istituzionale delle banche centrali: quanto è importante la loro indipendenza funzionale (instrument independence)? Quanto è importante che esse fissino la stabilità dei prezzi come obiettivo prevalente?
Negli Stati Uniti Paul Volcker, succeduto nel 1979 ad Arthur Burns come chairman del Board of Governors del Sistema della Riserva federale, imprime subito un radicale cambio di rotta alla gestione monetaria, con l’obiettivo esplicito di “taking on inflation”. In tutti i principali paesi avanzati le politiche monetarie si fanno restrittive.
In Italia, l’inflazione supera il 20 per cento nel 1980. Il meccanismo di indicizzazione dei salari ai prezzi, introdotto dall’accordo del 1975 tra Confindustria e sindacati confederali, amplifica a dismisura l’impatto degli shock provenienti dai prezzi internazionali. Gli squilibri di fondo della finanza pubblica accumulati nel decennio precedente continuano ad aggravarsi: il fabbisogno del settore statale raggiunge l’11 per cento del prodotto.
Nel nostro paese il concetto di indipendenza della Banca centrale è in quegli anni debole, sfumato. La riflessione degli economisti italiani sul ruolo della moneta, con poche significative eccezioni, è limitata; essa si concentra piuttosto sui temi dello sviluppo, dell’industrializzazione, del conflitto sociale e distributivo. Il governatore Baffi è giunto a dolersi esplicitamente dell’assenza di un chiaro obiettivo di tutela della stabilità dei prezzi che sia affidato alla Banca d’Italia dalla legge, come accade alle banche centrali di altri paesi, in primis la Bundesbank (1).
Benché goda di riconosciuta autorevolezza, la Banca d’Italia ha in quel tempo scarsa autonomia nel controllo della base monetaria e nella fissazione dei tassi di interesse a breve termine; il contrasto dell’inflazione e la difesa del tasso di cambio ne sono resi difficoltosi; i tassi di interesse reali sono da tempo negativi. In occasione della riforma del mercato dei Bot nel 1975 la Banca si è impegnata ad acquistare alle aste tutti i titoli non collocati presso il pubblico, finanziando quindi gli ampi disavanzi del Tesoro con emissione di base monetaria. Non solo: il Tesoro può attingere a un’apertura di credito di conto corrente presso la Banca per il 14 per cento delle spese iscritte in bilancio; detiene il potere formale di modificare il tasso di sconto (sia pure su proposta del governatore).
In queste condizioni l’adesione italiana al Sistema monetario europeo, in vigore dal marzo del 1979 e di cui Andreatta è stato uno dei principali propugnatori, rischia di decadere ad “atto velleitario” (2), per la difficoltà di rendere le politiche economiche interne coerenti con quel vincolo. Un forte riallineamento delle parità centrali nello SME, che avrebbe gettato benzina sul fuoco dell’inflazione, viene sventato nel 1980 grazie a una restrizione monetaria assai controversa nel dibattito pubblico; non può essere evitato nel marzo del 1981.
In Banca d’Italia si fa strada in quegli anni una convinzione, espressa dal governatore Ciampi in un noto passaggio delle Considerazioni finali lette nel maggio 1981. La convinzione è che il ritorno a una moneta stabile richieda una “costituzione monetaria”, fondata sui tre pilastri i) della indipendenza del potere di creare moneta da chi determina la spesa pubblica, ii) di procedure di spesa rispettose del vincolo di bilancio, iii) di una dinamica salariale coerente con la stabilità dei prezzi (3).
Una idea del genere, oggi sedimentata nella cultura economica generale, è coltivata negli anni Settanta solo da pochi economisti. Già alla fine di gennaio 1976, nei giorni concitati di una crisi della lira che porta alla chiusura del mercato italiano dei cambi, durante uno scambio di opinioni con i vertici della Banca d’Italia il Prof. Andreatta esprime il parere che occorra “una ferma dichiarazione di indipendenza della banca centrale dal Tesoro”, in modo che essa sia messa in grado di dichiarare un suo obiettivo di espansione della moneta (4); di fronte alle drammatiche difficoltà dell’economia italiana, prefigura già allora un’idea che riprenderà da Ministro del Tesoro: che la funzione della Banca d’Italia come banca del Tesoro non debba interferire con quella di regolatore della liquidità monetaria.
Lo scambio di lettere e l’avvio del “divorzio”
Quando Beniamino Andreatta assume la responsabilità del ministero del Tesoro, nell’ottobre 1980, la spirale prezzi-salari è avviata. Va, nelle parole del ministro, “cambiato il regime della politica economica”. Ma il clima politico non è favorevole: la stessa compagine di governo è “ossessionata dall’ideologia della crescita a ogni costo, sostenuta da bassi tassi di interesse reali e da un cambio debole” (5). La decisione di “cambiare regime” non viene pertanto sottoposta al Comitato Interministeriale per il Credito e il Risparmio per un’approvazione formale; assume la forma di un semplice scambio di lettere fra ministro e governatore; a consentirlo, secondo i legali del ministero, è il fatto che la revisione delle disposizioni date alla Banca d’Italia rientra nella competenza esclusiva del ministro.
Con la sua lettera, il ministro chiede il “parere” del governatore sull’ipotesi di una modifica del regime esistente, con l’obiettivo esplicito di porre rimedio all’insufficiente autonomia della Banca nei confronti del Tesoro (6). Il governatore, nella sua risposta, concorda sulla necessità che la Banca risponda unicamente a obiettivi di politica monetaria nel regolare il finanziamento al Tesoro; prefigura inoltre, per il futuro, l’intenzione della Banca di procedere alla predisposizione e alla comunicazione al mercato di obiettivi quantitativi di crescita della base monetaria, passo decisivo verso un cambiamento di strategia monetaria (7).
È divorzio, consensuale
Il nuovo regime viene avviato nel luglio del 1981. La riforma non è completa: alle aste dei Bot il Tesoro continuerà a fissare un tetto massimo ai rendimenti (il “tasso base”) fino al 1988-89; fino al 1994 la Banca d’Italia continuerà a intervenire discrezionalmente in asta e fino a quell’anno rimarrà anche in essere il finanziamento automatico del Tesoro tramite il conto corrente presso la Banca.
Nonostante questi evidenti limiti, il nuovo regime ha effetti di grande portata. Un test importante giunge alla fine del 1982. Il fabbisogno del Tesoro stenta a trovare copertura sul mercato; occorrerebbe far salire i tassi base, il Tesoro nicchia; la Banca non acquista in asta i titoli di Stato non collocati e costringe il Governo a investire della questione il Parlamento, facendosi approvare un’anticipazione straordinaria della Banca.
Dopo il “divorzio” i tassi di interesse reali tornano stabilmente su livelli, positivi, compatibili con il progressivo rientro dell’inflazione e con la permanenza nello SME; il fabbisogno pubblico viene finanziato pressoché per intero sul mercato senza creazione di base monetaria; inizia da parte della Banca d’Italia la pratica di annunciare obiettivi di espansione della moneta.
Una decisione politica
La decisione di Andreatta e Ciampi, pur rivestita di panni “tecnici”, ha forti effetti politici di lungo periodo. Il ministro e il governatore ne sono consapevoli. Nelle stesse parole di Andreatta, il divorzio nasce come “congiura aperta” tra i due, nel presupposto che a cose fatte, sia poi troppo costoso tornare indietro (8).
Una volta compiuto il “fatto”, le reazioni sono ostili. Gli scettici ritengono la misura destinata a vita breve. Sono contrari ampi settori della maggioranza di governo, dell’opposizione, del sistema bancario, tutti timorosi del rialzo dei tassi di interesse reali (9). Viene agitato lo spettro della deindustrializzazione del Paese. Ma la riconquista dell’autonomia da parte della banca centrale si rivela duratura; permette di riportare la crescita dei prezzi sotto controllo senza soffocare l’apparato industriale, come sarà più avanti rivendicato da Ciampi (10). Tra il 1980 e il 1987 l’inflazione cade da oltre il 21 per cento a meno del 5; il prodotto interno lordo torna a crescere del 3 per cento l’anno, in media, fra il 1984 e il 1988.
Il “divorzio” apre una stagione di grandi cambiamenti nella gestione degli strumenti di politica monetaria, in direzione di una piena indipendenza funzionale della banca centrale e di un più efficiente funzionamento dei mercati finanziari; vengono tra l’altro abbandonati i controlli amministrativi sul credito. La riduzione dell’inflazione prosegue negli anni Novanta, passaggio essenziale per consentire la nostra tempestiva partecipazione all’Unione Economica e Monetaria in Europa.
Gli effetti del “divorzio” sulla politica di bilancio non sono invece quelli sperati. Chi si è augurato che un atteggiamento non accomodante della banca centrale nel finanziare con moneta il disavanzo induca comportamenti di spesa più responsabili resta deluso. Manca una modifica radicale delle procedure e delle prassi, elemento essenziale della nuova costituzione monetaria invocata da Ciampi. Dopo dieci anni dal divorzio il fabbisogno annuo del settore statale si colloca ancora tra il 10 e l’11 per cento del Pil; il rapporto tra debito pubblico e prodotto supera il 120 per cento del prodotto nel 1994.
Per un miglioramento sostanziale della finanza pubblica si devono attendere gli anni Novanta e la corsa affannosa a rientrare nei criteri per l’ammissione all’area nell’euro con il primo gruppo di paesi. Come ha sostenuto alla fine degli anni Ottanta Tommaso Padoa-Schioppa, la gestione responsabile della moneta è essenziale, ma da sola non basta a curare tutti i mali di un’economia con la finanza pubblica in disordine; la scelta per la stabilità appartiene alla società nel suo complesso, non alla sola banca centrale (11).
L’eredità di quegli anni
Le idee che hanno portato alla unificazione monetaria d’Europa, che ne sono oggi il fondamento, si sono affermate in tutti i paesi avanzati all’inizio degli anni Ottanta: indipendenza delle banche centrali, obiettivo di assicurare la stabilità dei prezzi, divieto di finanziamento monetario dei disavanzi pubblici. Andreatta e Ciampi hanno colto e applicato quelle idee con straordinaria tempestività.
Conviene sempre rammentare quanto a fondo la moneta comune europea abbia piantato il seme della stabilità monetaria nei nostri paesi. La credibilità della politica monetaria, che l’Eurosistema ha ereditato dalle migliori tradizioni delle banche centrali partecipanti, ha rafforzato la resistenza delle economie dei paesi dell’area di fronte a shock avversi.
Durante l’ultima crisi l’ancoraggio delle aspettative d’inflazione nell’area dell’euro ha concesso un ampio spazio di manovra alla politica monetaria, per garantire il funzionamento dei mercati, per sostenere il credito ed evitare il tracollo dell’economia. I tassi di mercato monetario sono scesi su valori senza precedenti, vicini allo zero, sono state adottate misure eccezionali di creazione di liquidità, senza muovere le aspettative di inflazione nel medio-lungo termine. Non si è ripetuto lo stop and go di politica monetaria tipico degli anni Settanta.
La credibilità che abbiamo raggiunto va salvaguardata, mantenendo alta la guardia.
È un insegnamento dell’esperienza degli anni Ottanta anche il principio, irrinunciabile per la costruzione europea, che politiche fiscali sostenibili sono fondamento essenziale di una unione monetaria. A questo intendeva rispondere il Patto di Stabilità e Crescita. Tuttavia, si è a volte preferito piegare le regole anziché aggiustare le politiche, annacquando il Patto o violandone lettera e spirito. Molti paesi membri hanno affrontato la crisi globale con livelli già elevati del debito pubblico. I problemi di finanza pubblica avevano origine anche da squilibri strutturali, a cui era stata prestata un’attenzione insufficiente.
Oggi come negli anni Ottanta, la politica monetaria non può essere considerata un rimedio alla irresponsabilità di altre politiche.
La costruzione europea deve essere resa ancora più resistente. Le istituzioni europee stanno lavorando nella giusta direzione, sui tre fronti dove i progressi sono più necessari: regole di coordinamento fiscale più stringenti e meno soggette a discrezionalità nell’applicazione; un meccanismo di sorveglianza macroeconomica tra i paesi dell’area che consenta gli interventi strutturali necessari a rimuovere gli squilibri e a promuovere la crescita; meccanismi robusti di gestione delle crisi e di supporto finanziario, nell’ambito di una chiara condizionalità. È possibile, è necessario completare la costruzione europea guardando avanti.
Trenta anni fa, nel nostro paese, Andreatta e Ciampi seppero guardare avanti, e lontano.
(1) Paolo Baffi, Considerazioni finali sul 1975, Banca d’Italia, p. 441.
(2) Carlo Azeglio Ciampi, Considerazioni Finali sul 1979, Banca d’Italia, p. 393.
(3) Carlo Azeglio Ciampi, Considerazioni Finali sul 1980, Banca d’Italia, p. 384.
(4) Cit. in E. Gaiotti e S. Rossi, “La politica monetaria italiana nella svolta degli anni Ottanta”, in Gli anni Ottanta come storia, a cura di S. Colarizi, P. Craveri, P. Pons, G. Quagliariello, Rubbettino, 2004.
(5) Beniamino Andreatta, “1981: un divorzio per tutte le stagioni”, Il Sole 24 Ore, 26 luglio 1991.
(6) Lettera del ministro Andreatta al governatore Ciampi del 12 febbraio 1981, riprodotta in M. Fratianni, F. Spinelli, Storia monetaria d’Italia: lira e politica monetaria dall’Unità all’Unione Europea, Etas, 2001.
(7) Lettera del governatore Ciampi al ministro Andreatta del 6 marzo 1981, ASBI, Banca d’Italia, “Direttorio Ciampi”, cont. 69, fasc. 1.
(8) Beniamino Andreatta, cit.
(9) M.T. Salvemini, L’indipendenza della banca centrale e il divorzio, in Andreatta economista, a cura di S. Rossi e A. Gigliobianco, Il Mulino, 2009.
(10) Carlo Azeglio Ciampi, Considerazioni Finali sul 1986, p. 340.
(11) Tommaso Padoa Schioppa, “Reshaping monetary policy”, in R. Dornbush, S. Fischer and J. Bossons, Essays in honor of Franco Modigliani, Cambridge, MIT Press, 1987.
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La congiura dei tecnici

04 Ottobre 2012

di Luigi Cavallaro | da il Manifesto

banchieri usuraiAll’origine della crescita del debito pubblico nel nostro paese c’è il divorzio consumato negli anni Ottanta tra Banca d’Italia e governo politico dell’economia per ripristinare il comando del capitale sulla società. Un percorso di lettura

Nell’autunno 1980, gli indicatori dell’economia italiana mostravano un andamento contrastato. Nonostante una rilevante crescita del reddito nazionale, in decisa controtendenza rispetto agli altri Paesi industrializzati, la bilancia dei pagamenti era passata dal consistente avanzo realizzato nel biennio 1977-78 ad un ancor più largo disavanzo. L’inflazione viaggiava al ritmo del 2% al mese, con aspettative di peggioramento rese evidenti dal sostenuto aumento dei prezzi dei beni-rifugio.

La Banca d’Italia, benché avesse riconquistato quell’autorevolezza che aveva visto vacillare durante l’affaire Baffi-Sarcinelli, faticava non poco nella gestione della liquidità: cinque anni prima, in occasione della riforma dell’emissione dei Buoni ordinari del Tesoro (Bot), si era infatti impegnata ad acquistare tutti i titoli pubblici che fossero rimasti invenduti in asta, accettando di fatto di finanziare i disavanzi del Tesoro con l’emissione di moneta. Non solo, ma il Tesoro poteva attingere ad un’apertura di credito in conto corrente pari al 14% delle spese iscritte in bilancio e deteneva il potere di modificare il tasso di sconto, vale a dire il tasso a cui la Banca presta denaro alle altre banche del sistema e che di fatto decide dell’intera struttura dei tassi d’interesse. I quali, nonostante il brusco rialzo subito sui mercati internazionali a seguito della svolta monetarista voluta l’anno precedente dal Governatore della Federal Reserve, Paul Volcker, si mantenevano perciò ancora negativi, ossia al di sotto dell’inflazione.

Un problema di potere

Al Ministero del Tesoro si era appena insediato il democristiano Nino Andreatta. Già consigliere economico di Aldo Moro, negli anni Sessanta era entrato in contatto con diversi giuristi ed economisti che, pur avendo gravitato a lungo intorno ad Antonio Giolitti (ministro socialista al tempo dei primi governi di centrosinistra e deciso sostenitore della programmazione economica), si stavano gradatamente spostando su posizioni più conservatrici, timorosi che l’assetto istituzionale, già spinto su posizioni assai progressive dall’azione combinata dei governi del decennio precedente e della ribellione operaia e studentesca, potesse subire ulteriori slittamenti in senso «statalista». Ne facevano parte, tra gli altri, Giuliano Amato e Francesco Forte, e Andreatta condivideva le medesime loro preoccupazioni: «Quando la spesa pubblica raggiunge il 55% del Pil – avrebbe detto ad esempio nel 1981, in occasione di un intervento all’assemblea nazionale della Dc – si sono raggiunti livelli oltre i quali l’equilibrio tra area amministrata e area libera dell’economia appare impossibile da salvaguardare».

Appena dissimulato dietro il linguaggio felpato dell’economista fedele al mainstream, emerge qui con chiarezza un punto politico: il comando pubblico sulla moneta si traduceva di fatto in un comando pubblico sul capitale monetario, perché la Banca centrale, obbligata ad emettere tutta la base monetaria di cui lo stato necessitava per perseguire le proprie finalità produttive, redistributive e di stabilizzazione, non poteva più assecondare la tendenza del capitale monetario a «rarefarsi» allorché mancassero adeguate prospettive di profitto. Keynes aveva colto in questa attitudine della moneta a ritrarsi dalla circolazione «il potere oppressivo e cumulativo del capitalista di sfruttare il valore di scarsità del capitale», e aveva avvertito che in una società che fosse finalmente riuscita a venire a capo dei propri problemi di arretratezza non vi sarebbe stato logicamente posto se non per un saggio medio del profitto progressivamente decrescente; ciò che deliberatamente aveva omesso di dire era che ne sarebbe venuta la tendenza dell’economia pubblica a «socializzare» sempre più la produzione e riproduzione sociale – questo e non altro era l’«eutanasia del rentier»!

Di questo rischio era invece consapevole Carlo Azeglio Ciampi, da poco asceso al soglio di Governatore della Banca d’Italia. Proprio per ciò, a suo avviso bisognava sopprimere il legame in quel momento esistente tra il potere di creazione della moneta e quello di decidere l’ammontare della spesa pubblica, il che imponeva che si rimettesse mano ai modi in cui la Banca centrale finanziava il Tesoro: «In particolare, è urgente che cessi l’assunzione da parte della Banca d’Italia dei Bot non aggiudicati alle aste», si legge nelle Considerazioni finali del 1981. E Andreatta, pur essendo d’accordo, si trovava ostaggio di una compagine governativa che – per dirla con le sue stesse parole – era «ossessionata dall’ideologia della crescita ad ogni costo» e non intendeva affatto abbandonare quella combinazione di alta spesa pubblica, tassi d’interesse negativi e cambio debole che fino ad allora l’aveva resa possibile, nonostante gli sconquassi internazionali generati dal secondo shock petrolifero.

Si arrivò così all’idea di una «congiura aperta» (la definizione fu dello stesso Andreatta) tra il ministro del Tesoro e il Governatore della Banca d’Italia, che potesse restituire all’istituto di emissione l’agognata autonomia. Il 12 febbraio 1981, Andreatta scrisse a Ciampi una lettera in cui esprimeva i propri dubbi sull’opportunità che la Banca d’Italia si facesse garante della collocazione dei titoli di stato al tasso voluto del Governo e dovesse per giunta finanziare il Tesoro con lo scoperto di conto corrente, auspicando che la Banca recuperasse la propria libertà di autodeterminazione su entrambi i fronti. Il 6 marzo, Ciampi rispose manifestando il suo assenso sulle «linee di ragionamento» dell’interlocutore e ricordando come «a conclusioni similari» fosse pervenuto in occasione della relazione tenuta il 18 febbraio precedente all’Associazione Nazionale di Banche e Banchieri.

Fu il «divorzio». Il quale non venne neanche portato all’approvazione del Comitato interministeriale per il credito e il risparmio (Cicr): le proteste e le critiche levatesi da parte socialista, repubblicana e anche democristiana all’indomani della pubblicazione dello scambio epistolare con Ciampi indussero infatti Andreatta a trincerarsi dietro un paravento giuridico escogitato dai tecnici del Tesoro (secondo i quali la revisione delle disposizioni impartite alla Banca d’Italia rientrava nella competenza esclusiva del Ministro) allo scopo di scansare il rischio che la sua decisione venisse affossata.

Socializzare gli investimenti

Nell’opinione dei due «congiurati» il controllo amministrativo del credito – ossia il comando pubblico sul capitale monetario – non consentiva più di tenere l’economia italiana al riparo dall’inflazione e dagli squilibri della bilancia dei pagamenti: per restare al riparo dal rialzo dei tassi d’interesse internazionali sarebbe stato necessario procedere ulteriormente sulla strada keynesiana della «socializzazione dell’investimento». Una strada «agghiacciante», come avrebbe scritto Guido Carli nelle sue memorie, perché implicava che la Banca centrale e il sistema bancario diventassero semplici organi esecutivi delle decisioni allocative del Governo e che gli eventuali vincoli all’espansione monetaria derivanti dallo squilibrio della bilancia dei pagamenti potessero influire solo sul volume di credito disponibile per il settore privato: giusto come in Urss.

Le conseguenze del «divorzio» furono immediate: le aste dei Bot tenutesi a partire dal secondo semestre 1981 segnarono il ritorno dei tassi d’interesse su livelli positivi, scongiurando il pericolo incipiente dell’eutanasia dei redditieri. C’era però un problema, perché in un contesto internazionale dominato da alti tassi d’interesse il ricorso dello stato ai mercati finanziari era destinato inevitabilmente ad aumentare la quota di spesa pubblica destinata alla semplice remunerazione del denaro preso a prestito. Nell’ottica dei «congiurati», in effetti, il venir meno dell’obbligo della Banca centrale di finanziare il Tesoro avrebbe dovuto indurre la classe politica a ridurre la spesa pubblica e, con essa, lo spazio dell’intervento pubblico nella produzione e riproduzione sociale: prendendo a prestito le parole di Andreatta, «l’equilibrio tra area amministrata e area libera dell’economia» avrebbe dovuto ricostituirsi ad un livello che vedesse quest’ultima tornata in una posizione di supremazia. Complice una Costituzione repubblicana decisamente «interventista», non la penserà propriamente allo stesso modo la classe politica al governo, nemmeno quando a Palazzo Chigi salirà Bettino Craxi. E accadrà così che, sebbene nel decennio successivo il saldo tra entrate e uscite pubbliche al netto degli interessi si mantenesse quasi costantemente positivo, il debito pubblico giungerà praticamente a raddoppiare, passando dal 58% del 1981 al 124% del 1992.

Leonardo Sciascia l’avrebbe probabilmente definita «una storia semplice». Mostra che all’origine del nostro debito pubblico non c’è affatto un eccesso di spese sociali rispetto alle entrate, e nemmeno la famigerata evasione fiscale: c’è solo un’aumentata spesa per interessi, a sua volta conseguenza del «divorzio» fra Tesoro e istituto di emissione.

Più che una «tangente», come titolò questo giornale vent’anni fa per definire la pesantissima manovra finanziaria con cui il governo Amato dava l’avvio ad una stagione non più consentanea rispetto all’espansione della spesa pubblica, si trattava di una tassa: una tassa che il capitale nuovamente egemone tornava a imporre alla società per riprodursi come modo di produzione dominante.

La riduzione del danno

Si comincia solo adesso a far strada l’idea che la lotta di classe si dispiega oggigiorno intorno al debito pubblico. Sfortunatamente, a prevalere (anche a sinistra) sono ancora visioni del problema ispirate da concezioni essenzialmente libertarie, che nel debito – pubblico o privato che sia – vedono semplicemente quel rapporto di potere e di asservimento che indusse Nietzsche a collocarlo a monte della genealogia della nozione di «colpa»: in lingua tedesca, infatti, Schuld vuol dire sia l’una che l’altra cosa.

Sfortunatamente, da Nietzsche non s’impara mai nulla dal punto di vista propriamente storico: egli parla sempre del presente, il presente del suo tempo dominato dal capitale finanziario, e tutte le sue ricostruzioni sono puramente mitiche. Pensate e scritte ad uso e consumo della piccola borghesia austro-tedesca di fine Ottocento, oppressa da banche e cartelli la cui storia reale fu invece magistralmente narrata da Rudolf Hilferding, giammai possono offrire una base scientifica per comprendere il nostro presente e tentare di trasformarlo. La riprova è che tutte le suggestive fenomenologie dell’«uomo indebitato» apparse in questi quattro anni ormai trascorsi dall’esplosione della crisi finanziaria precipitano inevitabilmente nell’idea alquanto naif del «ripudio» del debito, magari dietro preventivo audit. Sovviene al riguardo un celebre articolo del giovane Gramsci sui tardivi piagnistei degli «indifferenti»: «eterni innocenti» di una storia che si è fatta anche e soprattutto grazie al loro «lasciar fare» e che, quando gli eventi che hanno lasciato che accadessero gli si voltano contro, bestemmiano o piagnucolano di «fallimenti ideali, di programmi definitivamente crollati e di altre simili piacevolezze». La generazione del baby boom ne offre purtroppo un vasto campionario.

I vincoli esterni

D’altra parte, la pur giusta rivendicazione della necessità del debito pubblico (o meglio, di una spesa pubblica non condizionata da obiettivi di remunerazione del capitale) non può non misurarsi con il problema rappresentato dall’assenza di un meccanismo internazionale del tipo di quello che Keynes aveva prospettato nella sua celebre proposta della Clearing Union (1941), ossia capace di evitare che l’onere dell’aggiustamento degli squilibri nelle bilance dei pagamenti ricada per intero sui Paesi debitori: il problema del «vincolo esterno», dietro il quale si nasconde la propagazione all’estero degli effetti moltiplicativi della spesa pubblica interna, non è infatti allo stato in alcun modo eludibile, se non (e non indefinitamente) dagli Stati Uniti, che battono la moneta di riserva mondiale.

In questo senso, hanno ragione quanti individuano una linea di continuità tra la proposta di «austerità» che fu di Enrico Berlinguer e la politica dei «sacrifici» che ci viene imposta dal Governo in carica. Salvo che, nell’un caso, si trattava di farsi portatori di «un modo diverso del vivere sociale», attento alla qualità dello sviluppo e proprio per ciò orientato dall’esigenza di spostare gli obiettivi della produzione dallo stimolo ai consumi privati al soddisfacimento in forma pianificata di bisogni collettivi, mentre nell’altro si tratta banalmente di deflazionare la domanda interna allo scopo di pareggiare lo squilibrio della bilancia dei pagamenti e di spezzare le reni al lavoro dipendente in modo da garantire il mantenimento dei margini di profitto a produzioni private non più competitive sul piano internazionale. Non è una differenza da poco.

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Scheda

Il nodo dell’autonomia monetaria

(lu.c.)

Le vicende che portarono al «divorzio» tra Tesoro e Banca d’Italia sono accuratamente ricostruite – in chiave apologetica, beninteso – in un imperdibile volumetto dell’Arel, «L’autonomia della politica monetaria. Il divorzio Tesoro-Banca d’Italia trent’anni dopo», con scritti di Andreatta, Ciampi, Draghi, Monti e altri (il Mulino, pp. 130, euro 11). Per le visioni attualmente prevalenti nella sinistra d’alternativa circa il debito, si vedano in specie François Chesnais, «Debiti illegittimi e diritto all’insolvenza» (DeriveApprodi, pp. 165, euro 10) e Maurizio Lazzarato, «La fabbrica dell’uomo indebitato» (DeriveApprodi, pp. 179, euro 12), che nei mesi scorsi hanno dato vita ad un ampio dibattito su queste colonne e su Alias. Sulla necessità del debito pubblico è tornato recentemente a insistere Giovanni Mazzetti («Ancora Keynes?!», Asterios, pp. 93, euro 8). La questione del «vincolo esterno» è invece ben presente nell’ottimo pamphlet di Emiliano Brancaccio e Marco Passarella, «L’austerità è di destra. E sta distruggendo l’Europa» (il Saggiatore, pp. 153, euro 13), già recensito criticamente su queste colonne da Andrea Fumagalli lo scorso 7 giugno.

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18 agosto 2012 | Autore

Per vedere cosa c’è sotto il proprio naso occorre un grande sforzo. (G.Orwell)

Fonte: http://miccolismauro.wordpress.com

regina-elisabetta

Articolo di Mauro Miccolis

Ogni governo può creare, emettere e far circolare tutta la valuta ed il credito necessari per soddisfare le proprie necessità di spesa ed il potere d’acquisto dei consumatori (Abraham Lincoln, XVI presidente degli Stati Uniti)

Lo scopo di questo post è quello di spiegare come una banda di banchieri, riuniti in società più o meno segrete come il Bilderberg, utilizzando uno schema ripetitivo, distruggono le democrazie del mondo, per appropriarsi dei loro beni pubblici ed avere il pieno controllo dell’economia mondiale.

L’arma che questa banda di banchieri utilizza per derubare il mondo non è una bomba atomica, anche se è ugualmente letale, ma un’ideologia : il Liberismo.

Come potete leggere su Wikipedia, il liberismo è una dottrina economica che teorizza il disimpegno dello stato dall’economia (perciò un’economia liberista è un’economia di mercato solo temperata da interventi esterni); Il liberismo fu abbozzato durante la Rivoluzione Francese, si sviluppò ampiamente nel corso dell’Illuminismo scozzese e all’interno della scuola detta “fisiocratica”, ma trovò forse la sua formulazione più compiuta in Inghilterra nel corso del XIX secolo, spinto dalla rivoluzione industriale, dagli studi di Adam Smith.Entrato in difficoltà in seguito alla crisi del 1929 e al diffondersi delle teorie keynesiane e più in generale con il diffondersi di visioni collettiviste, il liberismo ha conosciuto una rinascita negli ultimi anni del XX secolo,intorno al 1980, (neoliberismo) in seguito all’affermazione della globalizzazione e – ancor più – con la rinascita della cosiddetta Scuola austriaca (Carl Menger, Ludwig von Mises, Bruno Leoni,Murray N. Rothbard, Friedrich von Hayek).

Il liberismo afferma la tendenza del mercato (la mano invisibile) ad evolvere spontaneamente verso la struttura più efficiente possibile, che è poi il “mondo migliore” sia per il produttore che per il consumatore. Quindi, per il liberismo il sistema-mercato tende verso una situazione di ordine crescente.

Oggi sappiamo tutti che queste sono sciocchezze, giusto per usare un eufemismo, favolette che la cruda realtà dei giorni nostri ha smentito seccamente. Favolette raccontate, da chi insofferente del primato dello Stato e degli interessi dello Stato al proprio profitto personale si è inventato una teoria senza nessun fondamento razionale (e nessuna esperienza reale); si è inventato una teoria fondata su aspirazioni e desideri di avidi sciocchi, piuttosto che sull’analisi reale delle dinamiche dei mercati.
Ad ogni modo da quando sono comparsi sulla scena mondiale i Chicago Boys, è partita una campagna pubblicitaria a livello planetario delle loro bizzarre idee, che comprendeva anche la diffamazione dell’iniziativa pubblica. E così attraverso film, giornalisti, gente dello spettacolo, politici, intellettuali si è diffusa la falsissima idea che lo Stato fosse un freno al libero sviluppo dell’economia, e che le aziende pubbliche fossero meno efficienti di quelle private; peccato che ancora una volta la realtà dei dati economici odierni, afferma esattamente il contrario: oggi le imprese italiane che hanno una qualche rilevanza internazionale sono solo le due principali aziende ancora controllate dallo stato: Eni ed Enel. Analizzando le performance di tutte le aziende privatizzate dallo stato italiano, si è giunti alla conclusione che le privatizzazioni portano ad un peggioramento della qualità dei prodotti/servizi resi a fronte di un aumento dei prezzi, ad una diminuzione dei posti di lavoro, ad un abbassamento dei salari e della produttività delle aziende; l’unica cosa che cresce è il reddito di chi le possiede. Sono fatti, sotto gli occhi di tutti, eppure si fa fatica a prenderne coscienza, l’incapacità dell’uomo moderno a valutare i fenomeni per quello che sono è dovuta ad uno snaturamento della persona umana che da essere cognitivo e creativo è stata addormentata e limitata ad essere un soggetto meramente percettivo senza una propria capacità critica. Il complesso culturale dice che la neve è nera, e per la stragrande maggioranza delle persone la neve è nera.
Indice di sostenibilità del debito pubblico e rapporto
Grafico 1 : Indice di sostenibilità del debito pubblico e rapporto debito su Pil, 1862-2000
Vorrei esaminare insieme a voi il grafico sopra; il grafico rappresenta in blu l’indice di sostenibilità del debito pubblico italiano, e in rosso il famigerato rapporto Debito su PIL1. Come possiamo vedere, a partire dal 1948 inizia un lungo periodo di sostanziale stabilità fino al 1980 con pochi anche se significativi scostamenti o leggeri slittamenti di tendenza, come quello che si verifica dal 1965 fino al 1980 di moderato declino; dopo di essa, le condizioni di sostenibilità tendono a peggiorare sempre più per tutto il periodo che va dal 1981 fino al 1994; infine, nell’ultimo periodo, dal 1995 si assiste a un miglioramento progressivo dei problemi di sostenibilità che si mantiene fino al 2000, quando tale tendenza si inverte nuovamente e precipita ai giorni nostri.

Cosa è successo tra il 1980 e il 1995 in Italia:

  1. Eliminazione della moneta di stato.Il 16 marzo 1978 Aldo Moro fu rapito e ucciso il 9 maggio successivo da appartenenti al gruppo terrorista denominato Brigate Rosse; subito dopo l’Italia smise di emettere cartamoneta di Stato.
  2. Lo Stato soccombe al capitale.Nel luglio 1981 iniziava, dieci anni fa, un nuovo regime di politica monetaria. Si inaugurava, infatti, il cosiddetto “divorzio” fra Tesoro e Banca d’ Italia: una “separazione dei beni” che esimeva la seconda dal garantire in asta il collocamento integrale dei titoli offerti dal primo.Su iniziativa di Andreatta e Ciampi (appena asceso al soglio di Governatore della Banca d’Italia), la nostra Banca centrale venne esonerata dall’obbligo di acquistare i titoli del debito pubblico che fossero rimasti invenduti in asta. Quell’obbligo, in pratica, significava che lo Stato poteva indebitarsi al tasso desiderato, perché tutti i Buoni del tesoro che i privati non avessero acquistato finivano alla Banca centrale. Era il modo in cui lo Stato “comandava” il capitale monetario. Con il divorzio, invece, lo Stato venne costretto a indebitarsi ai tassi d’interesse correnti sul mercato, i quali giusto in quel periodo schizzavano verso l’alto a causa della svolta monetarista impressa da Paul Volcker all’azione della Federal Reserve, la banca centrale americana. Subito dopo esplodeva il debito pubblico Italiano.
  3. I sindacati dalla parte dei padroni.La Marcia dei 4000 Quadri Fiat: è una manifestazione svoltasi a Torino il 14 ottobre 1980. Migliaia di impiegati e quadri della FIAT scesero in piazza per protestare contro le violente forme di picchettaggio che impedivano loro di entrare in fabbrica a lavorare, da ormai 35 giorni. La manifestazione, secondo l’analisi di molti storici, segnò un punto di svolta nelle relazioni sindacali: il sindacato a breve capitolò e chiuse con un accordo favorevole alla Fiat la vertenza, iniziando una progressiva perdita di potere ed influenza che si protrasse per tutti gli anni ottanta non solo in Fiat ma nel paese.

  4. Congelamento dei salari. Tra il 1984 e il 1992, è abrogata la scala mobile: i governi di Bettino Craxi e Giuliano Amato, con l’accordo degli stessi sindacati; giustificarono l’abrogazione sostenendo che aveva generato un circolo vizioso che contribuiva una continua crescita dell’inflazione. In realtà la scala mobile era uno strumento economico di politica dei salari, volto ad indicizzare automaticamente i salari all’inflazione e all’aumento del costo della vita secondo un indice dei prezzi al consumo. Era cioè uno strumento utile al fine di mantenere inalterato il salario reale dei lavoratori, e dunque il loro potere di acquisto; entrava in azione se l’inflazione cresceva; mentre Craxi, Amato, e i sindacati (e tutta la stampa nazionale) sostenevano che era la scala mobile a creare inflazione, un poco come dire che viene a piovere se esci con l’ombrello. Ludwig von Mises (definito l’incontrastato decano della scuola austriaca economica) sosteneva che, poiché l’aumento salariale non comportava una variazione della base monetaria ma soltanto una riduzione dell’utile delle imprese, che veniva redistribuito ai lavoratori, sia da escludere un legame tra scala mobile e inflazione.

  5. Studio di una Strategia per una privatizzazione selvaggia: II 2 giugno 1992 si svolgeva una riunione semisegreta tra i principali esponenti della City, il mondo finanziario londinese, ed i manager pubblici italiani, rappresentanti del Governo di allora e personaggi che poi sarebbero diventati ministri o direttori generali nei Governi Amato, Dini, Ciampi, Prodi, D’Alema (ma anche Berlusconi, per quanto riguarda la centrale figura di Mario Draghi). Oggetto di discussione: le privatizzazioni. Questa riunione si tenne a bordo del panfilo della Corona inglese, il “Britannia”in navigazione lungo le coste siciliane.In quella riunione si decise di acquistare le aziende italiane e la Banca d’Italia, e come far crollare il vecchio sistema politico per insediarne un altro, completamente manovrato dai nuovi padroni. A quella riunione parteciparono anche diversi italiani, come Mario Draghi, allora direttore delegato del ministero del Tesoro, il dirigente dell’Eni Beniamino Andreatta e il dirigente dell’Iri Riccardo Galli.Gli intrighi decisi sulla Britannia avrebbero permesso agli anglo-americani di mettere le mani sul 48% delle aziende italiane, fra le quali c’erano la Buitoni, la Locatelli, la Negroni, la Ferrarelle, la Perugina e la Galbani. La stampa martellava su “Mani pulite”, facendo intendere che da quell’evento sarebbero derivati grandi cambiamenti. Nel giugno 1992 si insediò il governo di Giuliano Amato. Si trattava di un personaggio in armonia con gli speculatori che ambivano ad appropriarsi dell’Italia. Tutto era pronto e favorevole, bisognava solo trovare un pretesto per convincere l’opinione pubblica italiana che fosse necessario privatizzare. Il pretesto lo crea ad arte George Soros.

  6. Attacco speculativo alla Lira: L’attacco speculativo del settembre 1992, condotto da George Soros, portò ad una svalutazione della lira del 30% ed al prosciugamento delle riserve della Banca d’Italia, che fu costretta a bruciare 48 miliardi di dollari nel vano tentativo di arginare l’attacco speculativo. La crisi portò anche allo scioglimento del Sistema Monetario Europeo. A seguito dell’attacco speculativo contro la lira e della sua immediata svalutazione del 30%, la privatizzazione,delle aziende italiane, sarebbe stata fatta a prezzi stracciati, a beneficio della grande finanza internazionale e a discapito degli interessi dello stato italiano e dell’economia nazionale e dell’occupazione. Stranamente, gli stessi partecipanti all’incontro del Britannia avevano già ottenuto l’autorizzazione da parte di uomini di governo come Mario Draghi, di studiare e programmare le privatizzazioni stesse. I complici italiani furono il ministro del Tesoro Piero Barucci, l’allora Direttore di Bankitalia Lamberto Dini e l’allora governatore di Bankitalia Carlo Azeglio Ciampi. Altre responsabilità vanno all’allora capo del governo Giuliano Amato e al Direttore Generale del Tesoro Mario Draghi. Alcune autorità italiane (come Dini) fecero il doppio gioco: denunciavano i pericoli ma in segreto appoggiavano gli speculatori. Amato aveva costretto i sindacati ad accettare un accordo salariale non conveniente ai lavoratori, per la “necessità di rimanere nel Sistema Monetario Europeo”, pur sapendo che l’Italia ne sarebbe uscita a causa delle imminenti speculazioni.

Quindi dal 1980, vediamo un vero e proprio attacco allo Stato italiano, supportato dall’interno da personalità di spicco del mondo economico e politico (del Centro-Sinistra) italiano, molti dei quali ancora in carica. Il Centro Sinistra italiano dal 1997 al 2000 stabilisce il record europeo di privatizzazioni di aziende statali (battendo persino l’Inghilterra patria del liberismo). Quindi qui in Italia, abbiamo una sinistra che per più di mezzo secolo in Tv e sui giornali,ci ha raccontato una politica basata sulla solidarietà sociale, sul mondo del lavoro, sui diritti dei cittadini, mentre al parlamento e sui panfili dei reali Inglesi studiavano il modo su come far arricchire pochi privati,distruggendo la nostra economia e svendendo nostri diritti.

1992–2012 Guerra Finanziaria all’Italia
Ma di tutte le privatizzazioni fatte, il colpo di grazia, quella che ha consegnato l’Italia nelle mani dei mercati internazionali (ergo ciò che ha esposto l’Italia alla speculazione finanziaria) è stato il “Divorzio” tra Tesoro e Banca d’Italia, con la successiva privatizzazione della stessa nel quinquennio tra il 1990 e il 1994.Finì così per realizzarsi un autentico scippo. Le azioni della Banca d’Italia, di fatto e di diritto un’istituzione pubblica creata con il preciso fine di difendere l’interesse nazionale, quindi l’interesse di tutti, vennero infatti trasferite a società bancarie private, portate quindi a fare gli interessi dei propri azionisti privati. Un cambiamento non da poco e che accomuna l’Italia, guarda caso, alla realtà statunitense dove sono le banche private ad essere gli azionisti della Federal Reserve, l’unico soggetto autorizzato ad stampare ed emettere moneta e che fu messo in condizione di farlo grazie ad un autentico colpo di mano realizzato all’inizio del secolo scorso. E’ appena il caso di ricordare che il disegno di legge Tremonti sul risparmio, che di fatto dimissionò l’ex governatore Antonio Fazio, prevedeva tra l’altro che entro il gennaio del 2009 le quote delle banche in Via Nazionale tornassero di proprietà del Tesoro o altri enti pubblici ad un prezzo di vendita stabilito dallo stesso Ministero”. Ancora oggi, la questione del trasferimento delle quote della Banca d’Italia, un passo importante per rientrare in possesso del signoraggio monetario, è rimasta sospesa.
Si presume cioè che lo Stato sia una istituzione sociale, ed invece si comporta come una istituzione antisociale. Già alle scuole elementari si sostiene che lo stato è fondato sui tre poteri esecutivo, legislativo e giudiziario, omettendo di menzionare il potere economico-monetario che sovrasta i prime tre. Eppure il bambino che non ha i soldi per la merenda, lo sa già bene. In pratica non si descrive appieno in che cosa consiste la sovranità popolare né si puntualizza che, in caso di abuso da parte delle istituzioni, è necessario insorgere.

  1. La sostenibilità del debito pubblico in Italia (dall’Unità a oggi): una verifica dei modelli di Luigi Pasinetti e Sylos Labini
  2. ll divorzio tra Tesoro e Bankitalia e la lite delle comari: uno scritto per il Sole del 26 luglio 1991 di Nino Andreatta
  3. L’Italia della “Liretta”: sfatare il mito
  4. Come è stata svenduta l’Italia
  5. Due procure indagano su Soros:I procuratori Guerriero e Martellino hanno accolto le indicazioni dell’esposto del Movimento Solidarietà.Un segnale di resistenza al liberismo
  6. Moneta Nostra di Marco Saba, Prefazione di G.M. Lolli Ghetti
  7. La “destra” è stupida di Gianfranco La Grassa

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Pubblicato in data 09/mar/2013

In occasione del Convegno AREL del 15/02/2011, Enrico Letta (PD) loda le scelte operate dall’allora Ministro del Tesoro Beniamino Andreatta, che, in “grande complicità” con il Governatore della Banca D’Italia Carlo Azeglio Ciampi, cambiò il corso della politica monetaria italiana.
La crisi dell’Euro ci fa capire che le scelte operate nel 1981 furono sbagliate.
Enrico Letta, prima o poi, se ne farà una ragione.

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Enrico Letta testimonial di un prodotto scaduto

Enrico Letta è giovane, e anche se di per se essere giovani non costituisce un valore, nel mondo della politica italiana costellato da ultra settantenni rappresenta comunque un segno di discontinuità. Il giovanotto cresciuto nell’apparato un po’ di partito, un po’ dello Stato, parla correttamente l’italiano e questo non guasta. Si presenta pulito, sobrio e direbbero gli inglesi, con un certo standing. Sarebbe bello che tutte queste ottime caratteristiche corrispondessero con altrettante buone intenzioni. Ma ho i miei dubbi, che non sono pregiudizi, perché la cosa migliore che mi potrebbe capitare sarebbe poter cambiare idea. Al momento tuttavia il giovane Enrico Letta rappresenta la garanzia assoluta per gli apparati di Eurolandia di garantirsi il fedele allineamento dell’Italia al loro disegno di impoverimento strutturale del Paese, la speculazione che da esso deriva e il conseguente arricchimento di quei pochi soggetti privilegiati che giocano a chi più incass a sulla pelle dei Cittadini. Letta da sempre è legato all’Aspen Group e a tutti gli apparati della burocrazia nazionale e sovranazionale e ai salotti “buoni” europei, dove si riuniscono quei politici che forse con autentica e profonda convinzione pensano davvero che l’Europa sia un valore da difendere. Per loro risulta troppo difficile voler ammettere che l’Europa come territorio di valori comuni, collaborazione economica, liberi scambi e confini non ha niente a che fare con l’EuroZona. Ho quindi il sospetto che anche Letta ci chiederà di sacrificarci in nome dei conti, dei bilanci e dello spread. Sono certo che una spolverata di demagogia arriverà a rinfrancare temporaneamente i nostri Cuori stanchi, con la restituzione di qualche spicciolo delle precedenti rapine (vedi l’Imu) ma sarà solo un temporaneo spiraglio di luce. Il nostro Paese come gli altri dell’EuroZona sono tenuti in scacco da poteri fortissimi, che gli stessi Cittadini agevolano inconsapev olmente, influenzati dai media che essi controllano e che fanno credere che la realtà sia quella vista in Tv o letta sui giornali. Finché otterranno grandi guadagni dalla stampa della moneta (BCE) e dalla conseguente limitazione delle politiche di sviluppo e crescita delle singole nazioni non ci sarà posto per un autentico Governo che abbia come obiettivo il Bene Comune e la ripresa di condizioni di vita sociale adeguata alle aspettative che ci siamo conquistati dopo 50 anni di lavoro e rinunce (quelle fatte da nonni e genitori per garantirci un futuro migliore). Se questo Governo, come sospetto, non porrà al centro della sua azione la richiesta di ridiscussione del trattato di Lisbona sul tema della Sovranità Monetaria, del MES (Meccanismo Europeo di Stabilità) e dei vincoli di Bilancio, tutto ciò che potrà fare sarà solo quello che hanno fatto tutti i governi precedenti a partire da Amato nel lontano 1992: servire la causa delle oligarchie finanziarie e degli spec ulatori che gestiscono realmente le sorti dell’Europa e usano questi politici, alcuni magari mossi da buona fede, per continuare a far soffrire i Popoli ad abituarli ad un generale abbassamento degli standard di vita fino a portarli ad accettare qualunque limitazione della propria libertà personale ed economica in cambio di un po’ di elemosina e di sporadica demagogica indulgenza. Senza risorse l’economia italiana non riparte, il LAVORO non riparte, pezzo per pezzo i nostri asset più preziosi vengono svenduti all’estero, le aziende chiudono sotto i colpi di un fisco sempre più assetato di risorse e sempre più tiranno, sotto le umiliazioni ricevute dalle banche che impiegano i risparmi dei nostri concittadini per compiere investimenti finanziari e speculazioni anziché sostenere le famiglie e il rilancio e lo sviluppo delle imprese. Ma le risorse economiche NON SONO nelle mani dello Stato ma della BCE (una Banca Privata) che non ha nessuna intenzione di sostenere l’Italia e le sue imprese. L’obiettivo è fare bottino, il più ricco possibile, e quello che politici come Letta, magari in buona fede, rischiano di fare è agevolare questo schema.
Se questo dovesse essere uno scenario verosimile, significherebbe che la lacerazione che si è creata tra Cittadini e Istituzioni non potrà che crescere provocando dolore tanto negli uni quanto nelle altre. Questa ulteriore grave condizione potrebbe tuttavia agevolare quella crescita e quel rafforzamento della Consapevolezza interiore necessaria ad ottenere un autentico cambiamento, quello che non si raggiunge inseguendo chi urla più forte volendo avere RAGIONE o niente, ma può realizzarsi attraverso il dialogo, l’ascolto e la collaborazione, pur mantenendo punti fermi come quelli sopra citati. Obiettivi chiari e di autentica utilità per il Paese nel suo insieme. Posti di Lavoro da ottenere attraverso l’introduzione dell’aliquota unica al 15%, re immissione di liquidità sul mer cato e alle aziende, e ripresa del credito al consumo, divisione per Legge tra Banche Commerciali e Banche d’affari, taglio netto alla Burocrazia, investimenti strutturali e formativi per la Scuola (la prima industria del Paese). Abbiamo un anno e mezzo di tempo per rafforzare questa Consapevolezza, proponendo i nostri progetti e confronti in tutta Italia. Si parte il 15 maggio in piazza a Roma, poi le elezioni comunali del 27 maggio, le elezioni della Provincia Autonoma di Trento ad Ottobre, la Conferenza sulla Scuola il 6 Ottobre a Rimini, le Elezioni Europee, l’apertura delle sedi sul territorio e l’attività di divulgazione in strada tra i Cittadini in ogni Città. Un Nuovo Punto di Vista ha bisogno di tempo per crescere nel Cuore degli individui, ma non appena saranno in moltissimi ad Accorgersi che esiste, allora una nuova realtà è pronta a nascere, e non la vedremo solo attraverso un Governo, ma nell’intera Società, di cui esso non potrà che essere la migl iore espressione.

Armando Siri

http://www.partitoitalianuova.it/pin/le-idee/enrico-letta-accattivante-testimonial-di-un-prodotto-scaduto

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Finmeccanica vende, via il primo gioiello

Di una politica industriale del governo non si vede nemmeno l’ombra, come rileva puntuale Maurizio Landini. Casomai si mette una toppa alla decisione, questa sì politica, di Gianni De Gennaro e del suo ad «finanziario» Alessandro Pansa di sbarazzarsi degli asset civili di Finmeccanica.

Così la Cassa depositi e prestiti acquisisce l’85% di Ansaldo Energia, lasciando il restante 15% a Finmeccanica ma solo fino al 2017. In attesa che nel parcheggio della Cdp, dichiaratamente impegnata a individuare partner, entri la multinazionale di turno. Sia essa Doosan per Ansaldo Energia. Oppure General Electric o Hitachi Rail per le altre due Ansaldo, Sts e Breda, anch’esse sulla via della dismissione.
Secondo la Cgil si naviga a vista: «La risposta del governo sugli stabilimenti Ansaldo mette al riparo dalla svendita ma non ha il segno della politica industriale – osserva Susanna Camusso – Si dovrebbe ragionare su un vero piano, non su un intervento che mette un cerotto. Sta avvenendo la stessa cosa che avviene con Telecom e Alitalia». Un pasticcio. Da parte sua Landini spera ancora in un ravvedimento del Tesoro sulle linee di governance di Finmeccanica: «Non siamo contrari a un intervento della Cdp. Ma quello che serve, e oggi non c’è, è che il governo convochi un tavolo sul ruolo che può avere il più grande gruppo industriale del nostro paese. Ad esempio, in Finmeccanica crediamo che si debba mettere in piedi il polo dei trasporti pubblici: AnsaldoBreda, Firema, e avere un’idea anche sugli autobus».
Di segno opposto le parole del democrat Claudio Burlando, sponsor dell’operazione odierna: «Fra un paio di mesi si dovrebbe intervenire anche su Ansaldo Sts e Ansaldo Breda». E qui partono le complicazioni, paradossalmente evidenziate dallo stesso presidente ligure: «Auspico che il Fondo strategico della Cdp arrivi ad acquistare il 29% di Sts, non potendo prenderne di più perché la società è quotata in borsa e in quel caso dovrebbe essere soggetta a un’opa». Prospettive ancora peggiori per l’unica azienda ferroviaria italiana: «Per quanto riguarda Breda, Cdp non può intervenire perché l’azienda è in perdita. Ma una volta divisa la parte buona da quella in rosso, auspico si possa fare una operazione analoga a quella di Energia». Gli operai di Breda e Sts, naturalmente, protestano. Né potrebbero fare altrimenti.

Fonte: www.ilmanifesto.it
5.10.2013