CORSA AL NOBEL DELLA GUERRA INFAME; ANZI APOCALITTICA!

clip_image001[1]L’EDITORIALE DEL VENERDI

di Arai Daniele

Tutti questi rumori di guerre e di massacri nel vicino Oriente, proprio in quelle terre dell’Antico Testamento dove il Verbo di Dio s’incarnò e la Sua Parola iniziò a essere predicata nel mondo, non dovrebbero risuonare in modo speciale per i cattolici?

Non dovrebbero forse far pensare che vi è un lungo ciclo storico che sta per chiudersi, proprio secondo il discorso escatologico di Gesù in Matteo 24 e in Luca 21?

Sull’importanza anche pratica della Teologia nella vita umana, i fatti dimostrano che aveva ragione lo scrittore Donoso Cortés che, all’inizio del suo noto “Ensayo sobre el Catolicismo, el Liberalismo y el Socialismo” (BAC, Madrid, 1970), diceva: “M. Proudhon ha scritto nelle sue “Confessioni di un rivoluzionario” queste parole notevoli: «È sorprendente vedere in che modo in ogni nostra questione politica inciampiamo sempre nella Teologia». Ora, non vi è niente qui che sorprende se non la sorpresa di Proudhon. La Teologia, per il fatto di essere la scienza di Dio, è l’oceano che contiene e abbarca tutte le scienze, così come Dio è l’oceano che contiene e abbarca tutte le cose.”

Nella prova dei fatti, la corsa moderna all’emancipazione della vita sociale dai princìpi cattolici, con una filosofia estranea alla Teologia e una politica nemica di Gesù Cristo, si dimostra come il modo più diretto per giungere alla disastrosa alienazione umana del retto pensiero. E poiché è solo questo a poter guidare nella giustizia al bene personale e sociale, nella sua deviazione, i popoli hanno imboccato la via larga della perdizione nel consumismo materiale e mentale. È quanto Gesù voleva evitare con l’edificazione della Sua Chiesa, messa come guida immutabile per denunciare gl’inganni d’ogni tempo.

Torniamo allora al Discorso escatologico di Gesù quando, uscito dal tempio, gli si avvicinarono i suoi discepoli perché osservasse la solidità della costruzione e le belle pietre e doni votivi che la adornavano. Gesù disse: «Verranno giorni in cui, di tutto quello che ammirate, non resterà pietra su pietra che non venga divelta». Gli chiesero: «Maestro, quando accadrà questo e quale sarà il segno che ciò sta per compiersi?».

I segni premonitori

Gesù rispose: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti verranno sotto il mio nome dicendo: “Sono io” e: “Il tempo è prossimo”; non seguiteli. Quando sentirete parlare di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché bisogna che prima accadano queste cose, ma non sarà subito la fine». Poi disse loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandi dal cielo. Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e a governanti, a causa del mio Nome. Ciò vi darà occasione di render testimonianza. Mettetevi bene in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò lingua e sapienza, a cui tutti i vostri avversari non potranno resistere, né controbattere. Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e metteranno a morte alcuni di voi; sarete odiati da tutti per causa del mio Nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perso. Con la vostra perseveranza salverete le vostre anime. Ma quando vedrete Gerusalemme circondata da eserciti, sappiate allora che la sua devastazione è vicina. Allora coloro che si trovano nella Giudea fuggano ai monti, coloro che sono dentro la città se ne allontanino, e quelli in campagna non tornino in città; saranno infatti giorni di vendetta, perché tutto ciò che è stato scritto si compia. Guai alle donne che sono incinte e allattano in quei giorni, perché vi sarà grande calamità nel paese e ira contro questo popolo. Cadranno a fil di spada e saranno condotti prigionieri tra tutti i popoli; Gerusalemme sarà calpestata dai Gentili finché i tempi delle nazioni siano compiuti. » (Lc 21, 6-24)

In queste parole del Signore si trovano i segni dei turbamenti attuali, premonitori dei tempi del grande inganno finale: la cagionevolezza delle costruzioni della civiltà umana; i falsi cristi che profetizzano pace e amore generale, mentre imperversano guerre infami tra nazioni con persecuzioni dei fedeli indifesi; le divisioni e odi tra cristiani e l’iniquità dilagante dell’amore invertito, che intiepidirà mortalmente la fede e la carità di molti.

Tutto avviene col Vangelo ormai annunziato in tutto l’orbe, altro segno della fine. E come si sa, l’annunzio evangelico è al suo riflusso nel mondo e in via d’estirpazione dove iniziò la sua predicazione: nelle terre bibliche dove ora pende la desolazione!

La grande tribolazione intorno al nome di Gerusalemme

«Quando dunque vedrete l’abominio della desolazione, di cui parlò il profeta Daniele, stare nel luogo santo – chi legge comprenda -, allora quelli che sono in Giudea fuggano ai monti … Poiché vi sarà allora una tribolazione grande, quale mai avvenne dall’inizio del mondo fino a ora, né mai più ci sarà. E se quei giorni non fossero abbreviati, nessun vivente si salverebbe; ma a causa degli eletti quei giorni saranno abbreviati. Allora se qualcuno vi dirà: Ecco, il Cristo è qui, o: è là, non ci credete. Sorgeranno, infatti, falsi cristi e falsi profeti e faranno grandi portenti e miracoli, così da indurre in errore, se possibile, anche gli eletti. Ecco, io vi ho tutto predetto». (Mt 15-25)

I segni sorgono attorno a Gerusalemme. E il Signore precisa l’evento proprio di questo tempo finale della fine del tempo delle nazioni nel Vangelo di San Luca (21, 24).

A ciò corrisponde il ritorno degli ebrei in Palestina, fatto avvenuto nel nostro tempo con il via alla formazione dello stato d’Israele (Dich. Balfour del 1917).

Si noti bene che a questo ritorno vittorioso degli ebrei, segno biblico compiuto nel 1948, corrisponde l’inizio del degrado dell’Occidente cristiano, sconfitto nelle grandi Guerre, non solo nella Prima, con l’eliminazione dell’ultimo Impero cristiano in Europa, ma da quella degradata influenza consumista e liberale dell’americanismo a seguito della Seconda. Quest’influenza s’è imposta perfino alla Chiesa Cattolica, ultimo bastione della civiltà universale, col modernismo aperto alle logge e alle sinagoghe del mondo; tutto attraverso quei chierici invasati dalle idee di libertà ecumeniste e massoniche che, da Roncalli a Bergoglio, ascesero in Vaticano.

Ma il fatto è che pure la potenza americanista viene comandata a sua volta da un altro potere, quello che con l’alta finanza manda le nazioni allo sbaraglio delle guerre inique senza senso, premonitorie della fine d’ogni civiltà.

Il distacco operato dal Vaticano 2º tra religione e vita civile

Uno dei grandi inganni avvilenti la vita mentale dell’umanità contemporanea, dopo il maledetto Vaticano 2º, è quello che mutila con errori ed eresie il rapporto vitale del pensiero teologico con la vita delle persone e dei popoli. In questo senso fu ricordato qui il legame ideale della vera politica con la Teologia, evidenziata da Donoso Cortés.

Ciò avviene per ragioni ben evidenti; – l’immensa influenza di quanto sembra solo un tema teologico sul comportamento degli uomini, fatti di corpo e anima spirituale;

– la certezza dell’imperfezione atavica del pensiero umano, che fa con che la coscienza abbia bisogno dei principi della religione per guidare a un retto comportamento sociale.

Per queste mancanze la Misericordia divina volle il Suo Verbo incarnato e la Sua Legge confermata e applicata nella vita degli uomini e delle nazioni tramite l’autorità continua e infallibile del Papato. Questione che risulta dal fatto certo, condizionante tutto l’ordine sociale e la salvezza delle anime: il Peccato Originale che impregna le Sacre Scritture.

Per evitare il dominio di quel potere anticristico che opera per questo distacco letale tra la Legge Naturale e l’ordinamento umano, che accade nel distacco tra la Religione e gli Stati, il Signore ha istituito il Potere che frena, il Katéchon che, prima rappresentato dal Diritto dell’Impero Romano, passò ad essere incarnato dal Pontefice cattolico. Ma questo sembra oggi scomparso e proprio dal periodo in cui la sua Sede santa fu occupata da quanti non più frenano, ma spingono ad ogni apertura, arrivando a dichiarare il diritto alla libertà religiosa d’ignorare proprio il Potere che frena, la cui identità vicaria di Cristo fingono, incoerentemente, di rivestire; segno evidente di falsi cristi in atto.

Eppure, ci sono ancora sionisti-cristiani e filosofi-gnostici, che continuano a richiedere che ogni freno sia rilasciato affinché Dio finalmente chiuda la partita con gli uomini e permetta la trasformazione della Terra nel regno di quella pace da sempre fantasticata.

In questo senso va l’ultimo libricino di Massimo Cacciari che agnosticamente auspica il breve rilascio futuro dei freni da parte del papa: idea aliena alla salvezza delle anime che trova la critica del filosofo cattolico Enrico Maria Radaelli. Entrambi, però, illusi che vi sia ancora il «papa» che frena! Un Bergoglio cosa frena, se non la Messa degli ubbidienti francescani dell’Immacolata? Pochi, infatti, sono disposti a capire che il Katéchon è già stato virtualmente «levato di mezzo» con tutto il suo seguito cattolico con l’ascesa di Roncalli al Soglio di Pietro nel 1958, fatto simbolicamente rappresentato nella visione dell’eccidio papale nella terza parte del censurato Segreto di Fatima. Che riprende il Segreto di La Salette su Roma che perde la Fede e diventa la sede dell’Anticristo, che regna pure su un clero degradato.

Sentiamo il Profeta Osea (4, 1): «Il Signore chiamerà a giudizio gli abitanti della terra; non c’è verità, né misericordia, né conoscenza di Dio sulla terra. Si giura, si mentisce, si uccide, si ruba, si commette adulterio, si fa strage di sangue che attira sangue. Per ciò si coprirà di lutto il paese e chiunque vi abita langue insieme con gli animali della terra e con gli uccelli del cielo; perfino i pesci del mare scompariranno. Ma nessuno accusi, nessuno contesti; contro di te, sacerdote, muovo l’accusa (trad. CEI). Tu inciampi di giorno e il profeta con te inciampa di notte e fai perire tua madre. Perisce il mio popolo per mancanza di conoscenza. Poiché tu rifiuti la conoscenza, rigetterò te dal ministero di mio sacerdote; hai dimenticato la legge del tuo Dio e Io dimenticherò i tuoi figli. Col crescere di numero, crescono i peccati contro di me; cambierò la loro gloria in infamia. Essi campano sui peccati del mio popolo e tendono il loro animo all’iniquità. Onde, qual è il sacerdote tal è il popolo; ed essi avranno la stessa sorte; li punirò e li retribuirò dei loro misfatti. Mangeranno, ma non si sazieranno, hanno fornicato, ma senza quiete, perché hanno abbandonato il Signore (per gli idoli). »

Ci vorrà una catastrofe cosmica per manifestare la gloria del Figlio dell’uomo?

Ormai da almeno un anno tutti i veri osservatori dello scacchiere mondiale sanno che le questioni di Gaza e dintorni sono solo dei «ballon d’essai» d’Israele per attaccare l’Iran; servono a misurare quanto i Paesi dell’Islam sono disposti a reagire a operazioni tipo “Piombo Fuso” che nel 2008/9 fece più di 1.300 vittime e causò gravissimi danni nel più denso «ghetto» mai realizzato in terra. Rassegnati davanti a ciò, perché dovrebbero reagire a qualche altra incursione «chirurgica» sulla Siria e poi sull’Iran? Perché ciò è quanto auspicato dai veri poteri sponsor di Israele negli Stati Uniti, per liquidare ogni reazione dei vertici «terroristici» tipo Assad! Si tratta dell’«alleanza» coi poteri che possono sanare questioni finanziarie, questo è il tema che preoccupa quelli dell’Europa rincretinita dai diktat dei «mercati», non di sicuro il destino della «Terra santa»! E oggi basta una chiamata telefonica ai controllati «capi» europei ripetendo la solfa delle «minacce di terrorismo» per attivare il processo della solidarietà NATO tra membri condizionati da prossime elezioni e da quant’altro.

Se è vero, come crediamo, che il destino del mondo dipende da idee religiose, quale sarebbe quella dei «capi» americani e europei, dagli emiri e papi timorosi della potente Knesset di Israele? Ebbene, non è segreto per nessuno che la religione dell’alta finanza è anticristiana da due millenni e ora trova un duce per la vendetta dell’Armaghedon, mentre si sono compiuti tutti i segni che Gesù aveva rivelato su Gerusalemme non più «calpestata dai gentili» perché si sono compiuti i tempi delle (loro) nazioni (Lc 21, 24).

«Se dunque vi diranno: ecco, è nel deserto, non ci andate; o: è in casa, non ci credete. Come la folgore viene da oriente e brilla fino a occidente, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. Dovunque sarà il cadavere, ivi si raduneranno gli avvoltoi.»

Lo spaventoso evento finale, il «dies irae» divino in un mondo apostata, avrà allora una dimensione cosmica in vista delle ultime conversioni volute dal Signore. Perché, se alcuni crederanno di poter decidere su una guerra limitata, si preparino a raccogliere la baraonda della fine della storia. Saranno i guai dell’Apocalisse scatenati, affinché tutti capiscano che il destino del mondo non potrà sfuggire al fine religioso; dei disegni di Dio di salvare pure con i più devastanti castighi.

Vegliare per non essere sorpresi

Tutto sta a indicare che, anche ora che Israele occupa Gerusalemme, solo dopo una distruzione paurosa i loro figli capiranno finalmente in mezzo alle macerie e nel dolore del sangue versato, la necessaria conversione che mancava per il bene di tutti gli uomini: “La vostra casa vi sarà lasciata deserta. In verità vi dico: d’ora in poi non mi vedrete, fino a quando non direte: «Benedetto colui che viene nel Nome del Signore!»(Mt 23, 38-39). «Subito dopo la tribolazione di quei giorni, il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, gli astri cadranno dal cielo e le potenze dei cieli saranno sconvolte. Allora comparirà il segno del Figlio dell’uomo e allora si batteranno il petto tutte le tribù della terra, e vedranno il Figlio dell’uomo venire sopra le nubi del cielo con grande potenza e gloria. Egli manderà i suoi angeli che suoneranno la grande tromba per radunare tutti i suoi eletti dai quattro venti, da un estremo all’altro dei cieli.» (Mt 24, 25-31) «Quando cominceranno ad accadere queste cose, alzatevi e levate il capo, perché la vostra redenzione è vicina». (Lc 21, 28).

«Il cielo e la terra passeranno, ma le mie Parole non passeranno (ibid. 33)

————o0o————

L’Impero come “potere che frena”

L’IMPERO COME “POTERE CHE FRENA”Pubblichiamo questo articolo perché ci sembra interessante e perché fornisce spunti di riflessione non perché siamo degli estimatori di Cacciari e sodali. Ai lettori la facoltà di commentare, di criticare, di stimolare la riflessione ed eventualmente il dibattito. Certamente è curioso che a porsi determinate domande, in un determinato contesto, siano proprio degli atei…

di Claudio Mutti

La seconda lettera ai Tessalonicesi dell’Apostolo Paolo contiene un passo enigmatico, nel quale si afferma che prima della parusia del Signore dovrà verificarsi la grande apostasia e manifestarsi l’Iniquo, cioè l’Anticristo; fino a quel momento, la manifestazione dell’iniquità verrà trattenuta da una forza che prima è definita come “ciò che trattiene” (tò katéchon), poi come “colui che trattiene” (ho katéchon)”. Il brano in cui compaiono questi termini è traducibile così: “E ora conoscete ciò che lo trattiene (tò katéchon), affinché si riveli a suo tempo. Infatti il mistero dell’iniquità (tò mystérion tês anomías) è già in atto; basta che sia tolto di mezzo chi finora lo trattiene (ho katéchon)” (2Tess, 2, 6-7). Secondo la versione latina di Girolamo: “Et nunc quid detineat scitis, ut reveletur in suo tempore. Nam mysterium iam operatur iniquitatis; tantum ut qui tenet nunc teneat, donec de medio fiat”.

Che cos’è, chi è questa realtà che in un suo libro recente (Il potere che frena, Adelphi, Milano 2013) Massimo Cacciari designa come “il potere che frena”?

A tale interrogativo tentò di rispondere Agostino: “Non assurdamente si ritiene che il pensiero espresso dall’Apostolo con le parole: ‘Frattanto chi ora lo trattiene lo trattenga finché sia tolto di mezzo’, si riferisca all’Impero di Roma, come se fosse detto: ‘Frattanto chi ora comanda comandi finché esca di mezzo, cioè sia tolto di mezzo” (Agostino, Città di Dio, XX, 19, 3).

Lo stesso tema fu affrontato da Giovanni Crisostomo: “Che cosa è dunque ciò che lo trattiene dal manifestarsi, vale a dire gli impedisce di rivelarsi? Alcuni dicono che è la grazia dello Spirito, altri invece che è l’Impero romano: e io mi schiero nettamente con questi. Perché? Perché se [Paolo] avesse voluto intendere lo Spirito, non si sarebbe espresso in modo oscuro, ma apertamente, dal momento che anche adesso lo trattiene la grazia dello Spirito, cioè i suoi doni gratuiti. D’altronde, se fosse sul punto di venire, sarebbe già dovuto venire, poiché i carismi hanno perduto molto della loro forza: già da tempo infatti questi hanno perduto la loro forza. Siccome però dice questo in relazione all’Impero romano, giustamente si è servito di enigmi e parla in forma allusiva: infatti non voleva attirare su di sé inimicizie superflue e pericoli inutili (…) Basta che chi ora trattiene, trattenga finché non sia tolto di mezzo. Insomma, quando l’Impero romano sarà tolto di mezzo, allora quello [l’Anticristo] verrà. E giustamente. Infatti, finché vi sarà il timore di questo potere, nessuno si sottometterà facilmente; ma quando esso si dissolverà e si creerà il vuoto di potere, egli tenterà di impadronirsi del dominio di Dio e degli uomini” (Giovanni Crisostomo, Omelia su 2Tess.II, coll. 485-486).

Anche per Giovanni Damasceno tò katéchon “indica l’Impero romano” (Giovanni Damasceno, La seconda ai Tessalonicesi, col. 923), la cui scomparsa coinciderà con l’avvento dell’Anticristo.

Lo stesso scenario escatologico viene delineato da Lattanzio: “La città di Roma (…) è quella che finora tutto sorregge; bisogna pregare e adorare il Dio del cielo, ammesso che le sue deliberazioni e i suoi ordini possano essere differiti, affinché, prima di quanto pensiamo, non venga quel tiranno abominevole che ordisca un tale misfatto e cavi quell’occhio che con la sua caduta farà crollare il mondo stesso” (Lattanzio, Divinae institutiones, XXV, coll. 812-813).

Girolamo ribadisce il medesimo concetto: “Basterà solo che si ritiri e sia tolto di mezzo l’Impero romano, che attualmente tiene in sé tutti i popoli, e allora verrà l’Anticristo, sorgente di iniquità, che il Signore Gesù distruggerà col soffio della sua bocca” (Gerolamo, Ad Algasia, 11).

Questi brani, che ad eccezione di quelli di Lattanzio e di Giovanni Damasceno figurano (in diversa traduzione) anche nella sezione antologica del libro di Cacciari, mostrano come i Padri della Chiesa fossero decisamente orientati a riconoscere nella forza imperiale di Roma il “potere che frena” la parusia anticristica.

Tuttavia Cacciari ritiene che la forma politica dell’Impero non possa identificarsi sic et simpliciter con quella del katéchon. Egli argomenta che, se il katéchon assumesse una forma politica, questa non sarebbe imperiale, poiché il suo carattere di forza frenante contrasta, a suo parere, con l’essenziale tendenza dell’Impero ad estendere il proprio dominio su tutto il mondo. Per Cacciari infatti “l’impero non può che esigere auctoritas, da augeo: la sua civitas è augescens, o non è. Essa contiene in sé lo stesso katechon, ma come un ‘ministero’ al servizio della sua più autentica missione: l’universalizzazione del proprio dominio, fare del mondo il proprio ‘sistema’ ” (p. 30).

E’ evidente che tale argomentazione ha un valore puramente teorico, ma è smentita dall’esperienza storica. Infatti ogni Impero, compreso quello romano, per quanto in linea di principio abbia rivendicato l’egemonia mondiale (“Tu regere imperio populos, Romane, memento“; “Urbem fecisti quod prius orbis erat” e così via), nella realtà effettuale della storia ha esercitato la propria sovranità su un’area geopolitica determinata, riconoscendo più o meno formalmente la legittimità di altri Imperi, coesistendo con essi e talvolta stipulando patti di alleanza.

Ed è la stessa esperienza storica, osiamo dire, a confermare l’esegesi dei Padri della Chiesa. Infatti è stato proprio il venir meno della forza frenante esercitata dagl’Imperi (che in Europa a vario titolo ed in varia misura hanno raccolto l’eredità di Roma) a favorire la manifestazione di quell’anomia che è il nómos invertito dell’Anticristo; il corpo del quale – dice lo stesso Cacciari – è la “società” degli “ultimi uomini”.

L’ultimo uomo, quello che “non scaglierà più la freccia anelante al di là dell’uomo” (Nietzsche), è caratterizzato da Cacciari come colui che “vive, in ogni senso, soltanto nella sua rete. Irretito nel potere dell’Antikeimenos, incapace di innalzarsi. La sua epoca – che egli pretende compimento non solo della storia, ma dello stesso genere ‘uomo’ – è quella della rete, proprio nella sua metafisica differenza rispetto al segno della croce, nella sua radicale anticristicità. Le direzioni della prima si dispongono integralmente sull’orizzontale, e il suo ‘progetto’ consiste nell’annullare nell’hic et nunc dello spazio globale il senso stesso del tempo escatologico-messianico; quelle della croce, all’opposto, segnano l’irrompere imprevedibile dell’Eterno sul piano delladistensio temporis” (pp. 84-85).

Ma nel momento in cui Prometeo crede di poter celebrare il proprio trionfo, si apre invece una nuova era, l’evo di Epimeteo, nel quale l’antica sovranità statale sarà costretta ad assumere le dimensioni del “grande spazio”, anche se Cacciari non crede che ciò comporti l’emergere di “nuove potenze catecontiche” (p. 126).

Fonte: eurasia-rivista 17/7/2013

-o0o-

di Marco Dotti

L’analisi di Massimo Cacciari sull’addio di Benedetto XVI. E sul conflitto ormai insanabile tra dimensione della “croce” e dimensione del “katechon”

 papa benedetto xvi a milano
Benedetto XVI

In un passaggio enigmatico della Seconda lettera ai Tessalonicesi (2, 6-7), San Paolo parla di  qualcosa o qualcuno che «contiene», «trattiene», «frena» – in greco: to katechon – l’arrivo del vento dell’empietà. Scrive infatti San Paolo: «il mistero dell’iniquità è già in atto, ma è necessario sia tolto di mezzo chi finora lo trattiene». Questa categoria del “potere che frena” è da tempo in crisi. La crisi del katechon, ossia del potere che frena, trattiene e contiene ci è apparsa chiara nel Novecento, attraverso la crisi dello Stato.

Professor Massimo Cacciari, oggi tocca alla Chiesa?
«Ci siamo affacciati al Novecento con una grande crisi: la crisi della forma-Stato. E oggi, che cosa possiamo dire? In questo grande processo di dissoluzione delle forme del potere che frena, le forme del katechon, quelle che connotano la matrice della nostra riflessione teologico-politica, possiamo dire che la Chiesa, che ha avuto una sua dimensione “katecontica”, ce la fa? Ce la fa, intedo, a “tenere ancora”? La decisione di Ratzinger che cosa ci dice? Perché Ratzinger si dimette? Non è un segno o una lucida dichiarazione di impotenza a reggere una funzione katecontica? Ratzinger dice: continuerò a essere sulla croce. Quindi, la dimensione religiosa rimane. Ma la dimensione katecontica? Simbolo della Chiesa era, assieme, Croce e katechon. Davvero, il segno di queste dimissioni, a saperlo vedere in tutta la sua prospettiva è davvero grandioso perché viviamo in un’epoca in cui lo Stato ha già dichiarato la sua crisi e ora tocca alla Chiesa. Ma la Chiesa nella sua dimensione di “potere che frena”. Ratzinger – ne sono convinto – appare consapevole di questo. Continua a essere sulla croce, ma si dimette. Continua a essere Papa in quanto crocefisso».

Allora perché si dimette?
«Perché non riesce più a contenere le potenze anticristiche, anche all’interno della stessa Chiesa. Come diceva Agostino, gli anticristi sono in noi. Questa decisione fa tutt’uno con la crisi del Politico, del katechon politico, del potere che frena. Questa è una lettura della decisione di Ratzinger, se vogliamo leggerla in tutta la sua serietà».

– See more at: http://www.vita.it/mondo/attualita/la-chiesa-ormai-un-potere-che-frena.html#sthash.iYEcClSB.dpuf

——————–o0o——————-

Massimo Cacciari
Il potere che frena
Saggio di teologia politica
Nella Seconda lettera ai Tessalonicesi, che la tradizione attribuiva a san Paolo, compare l’enigmatica figura di una potenza: il katechon, qualcosa o qualcuno che trattiene e contiene, arrestando o frenando l’assalto dell’Anticristo, ma che dovrà togliersi o esser tolto di mezzo – affinché l’Anti­cristo si disveli – prima del giorno del Signore. E l’in­terpretazione di quella figura è qui lo sfondo su cui si dipana una riflessione generale – in costante ‘divergente accordo’ con la posizione di Carl Schmitt – sulla ‘teologia politica’, e cioè sulle forme in cui idee e simboli escatologico-apocalittici si sono venuti secolarizzando nella storia politica dell’Occidente, fino all’attuale oblio della loro origine. Con quale sistema politico può trovare un compromesso il paradossale monoteismo cristiano, la fede nel Deus-Trinitas? Con la forma del­l’impero o, invece, con quella di un potere che frena, contiene, amministra e distribuisce soltanto? Oppure occorre cercare una contaminazione tra le due? Non poche delle decisioni politiche che hanno segnato la nostra civiltà ruotano intorno a queste domande, e nell’opera di alcuni dei suoi più grandi interpreti, da Agostino a Dante a Dostoevskij, trovano una drammatica rappresentazione.  Il volume è corredato da un’antologia dei passi più significativi della tradizione teologica, dalla prima patristica a Calvino, dedicati all’esegesi della Seconda lettera ai Tessalonicesi, 2, 6-7.
——————–o0o——————–

Il “mistero”, come l’autore stesso lo definisce, contenuto in questo testo riguarda insieme il soggetto e il significato del katechon.Chi, o cosa, è questa forza che frena al contempo lo scatenamento del male e la vittoria del bene? E come, tale funzione, va interpretata – come espressione diabolica o come forza spirituale? E Cacciari, interpreta quel passo non solo per l’identità della figura che esso evoca, ma per l’intero rapporto tra teologia e politica – il ruolo del potere e la maschera della sovranità, il contrarsi del tempo e l’immagine dell’eternità, il travaglio del cristianesimo e il destino del mondo contemporaneo.Il presupposto da cui Cacciari parte è che tra teologia e politica vi sia una relazione ineliminabile. Non solo nel senso, teorizzato da Carl Schmitt, che i principali concetti politici abbiano un’origine teologica.

E neanche in quello, affermato dal grande egittologo Jan Assmann, che le categorie teologiche contengano un originario nucleo politico.Ciò che presuppone Cacciari è un rapporto insieme più vincolante e più contraddittorio.E cioè che la vita religiosa abbia già in sé un impulso politico, così come un autentico operare politico non possa mai smarrire la propria radice spirituale.Per Cacciari, in estrema sintesi, esaurito lo spazio del sacro, viene meno anche quello del politico che ad esso corrisponde. Senza la polarità teologica non si dà vera politica. Naturalmente ciò vale, se regge il presupposto di partenza di tutto il discorso – e cioè il radicamento originariamente teologico del politico e viceversa.

E come non preoccuparci allora, quando un Papa si dimette ed una politica è sempre più inconcludente, con emersioni di figure da Grande Inquisitore, come quella che, per i Dostoevskij, rappresenta questo tragico conflitto. Nel quale il male ha già vinto., dando per scontata l’incapacità dell’uomo a sostenere la libertà e la maturità in ogni scelta? In un recente intervista condotta da Marco Dotti su Vita.it, Cacciari ha detto che la forza simbolica della decisione di Ratzinger ci interroga seriamente e ci dice Ratzinger si è dimesso perché non riusciva più a contenere le potenze anticristiche, all’interno della stessa Chiesa ed ora la palla passa al suo successore, perché la Chiesa si trova di fronte, per la prima volta, alla vera essenza dell’anticristo, mentre prima si era trovata di fronte a degli antagonisti, ovvero a potenze che cercavano di sostituire la Chiesa nella propria funzione anche di potere che frena.

Ratzinger comunque ha avuto il coraggio e l’umiltà di dimettersi, mentre i nostri politici non ci pensano nemmeno.Dario Fo ha elencato dieci punti che il PD potrebbe condividere  nel programma M5S, impegni che Bersani dovrebbe assumere senza chiedere contropartite e senza mediazioni . Un esempio potrebbe essere quello riportato da Paolo Flores D’Arcais su Il Fatto Quotidiano e cioè se si annunciasse che verrà rispettata la legge 361 del 1957 secondo la quale Berlusconi è ineleggibile e perciò dovrà affrontare senza immunità la sentenza Ruby e le inchieste sui tre milioni versati a de Gregorio per fargli cambiare casacca e comprendere, a forza, che comprare un parlamentare non è solo corruzione, ma è roba da attentato alle istituzioni. Una cosa che D’Alema aborrirebbe o che farebbe fare una smorfia di supponenza alla Finocchiaro o un mugugno di indifferenza a Fassino.

Comunque lo scenario apocalittico di Cacciari sembra aperto dai fatti che viviamo e che Francis Fukuyama  annunciava, anche se in tutt’altro senso, anche perché ha ragione il filosofo veneziano, secondo cui la “grande apostasia”, il grande rinnegamento della Verità, e quindi anche del significato autentico della Civiltà, si ha quando sia la Religione che la Politica rinunciano alle loro rispettive missioni, quando cessano di onorare i rispettivi doveri, corrompendosi fino al loro più completo snaturamento e dissolvimento. È così che il Regno dell’Anticristo si realizza, giacché, tolto di mezzo il katechon, non sopraggiungerà né il caos, né l’anarchia, ma molto peggio.

———————o0o——————–

Anche i Titani non sono più quelli di una volta. Tramontato il sogno di progresso del quale si era fatto carico l’ambizioso Prometeo, tocca al fratello dello sconfitto, il prudente Epimeteo, governare le sorti degli umani. Il suo incarico sembrerebbe modesto, ma richiede in effetti una grande abilità tecnica: si tratta di impedire l’apertura dei vasi in cui sono contenuti i mali del mondo. Attenzione al verbo. Contenere, trattenere. Frenare, insomma. Il potere che frena (in uscita da Adelphi, pagine 214, euro 13) è il titolo del saggio in cui il filosofo Massimo Cacciari torna su uno dei temi centrali della cosiddetta “teologia politica”, ovvero quella corrente di pensiero, teorizzata fin dagli anni Venti da Carl Schmitt, che suggerisce di interpretare il divenire della Storia in prospettiva teologica. «Più andiamo avanti – ribadisce Cacciari – e più mi convinco che non c’è altro modo per cercare di comprendere il nostro tempo».

È per questo che bisogna partire da san Paolo?
«Dalla Seconda lettera ai Tessalonicesi, per l’esattezza: capitolo 2, versetti 6 e 7. Lì Paolo introduce un concetto del tutto originale, che sta all’origine di una lunga e complessa tradizione esegetica».

Stiamo parlando del misterioso “katechon”?
«Esatto: quel qualcosa, o qualcuno, che “contiene”, trattenendo e rallentando, la venuta dell’Anticristo. Questo framezzo, che si pone tra l’Evento dell’Incarnazione e la battaglia finale contro l’Avversario, è un tempo rilevantissimo. In esso, fa intendere Paolo, agisce un potere che non può essere identificato nell’Anticristo, di cui appunto “trattiene” l’avvento, ma che neppure coincide con la Chiesa, alla quale è affidato il compito di custodire la speranza nel prolungarsi dell’attesa. Su questo Paolo è molto chiaro: il katechonè destinato a essere “spazzato via”, proprio perché non partecipa della speranza che deriva dalla fede».

Sì, ma allora da che parte sta?
«Il katechon esprime una tensione costante. Per sua natura, tiene a entrambe le parti: ha a che vedere con l’Anticristo (“con-tenere” significa “tenere dentro di sé”) e nel contempo partecipa alla battaglia contro l’Anticristo. Del resto, nell’evo cristiano ogni potere partecipa di questa contraddizione».

Può essere più esplicito?
«Certo. Quello sul katechon è, da sempre, un discorso che rifugge dall’astrazione. Già i Padri della Chiesa, quando affrontano l’argomento, sono estremamente concreti, cercano corrispettivi precisi alle figure evocate da Paolo e dall’Apocalisse. Fino a un certo punto, l’interpretazione prevalente è che il katechon sia l’Impero romano. Il problema, però, è che la forma imperiale non si accontenta di esercitare una potestas di tipo pratico-amministrativo. La sua ambizione, al contrario, è di conseguire un’auctoritas spirituale, ma così facendo entra in conflitto con la Chiesa. La quale, a sua volta, non è estranea alla funzione espressa dal katechon. Il ritorno di Cristo non può essere accelerato, i credenti non devono cedere all’impazienza, la loro missione è semmai di vegliare nell’attesa. Anche la Chiesa, dunque, “trattiene”, per rendere possibile la conversione e fare in modo che il Figlio dell’Uomo, quando verrà, trovi la fede su questa terra».

La soluzione quale sarebbe?
«Un’alleanza tra potestas amministrativa e auctoritas della Chiesa. Sembrerebbe uno scenario medievale, ma a ben pensarci è lo stesso obiettivo al quale mirava l’idea di uno Stato moderno perfettamente laico, che lasciasse alla Chiesa il primato in campo spirituale. Il guaio, però, è che la potestas politica non può mai rinunciare alla sua ambizione imperiale, con relativo sconfinamento nell’auctoritas. Il potere, quando si riduce all’ordinaria amministrazione, diventa impotente. E questa è esattamente la situazione in cui ci troviamo”.

Una situazione apocalittica?
«Una potestas ridotta all’impotenza lascia emergere le tendenze dell’Anticristo. Ma non dobbiamo immaginarci una devastazione all’Apocalypse Now. I segni dell’affermarsi dell’Avversario sono molto differenti, già Paolo invita ad allarmarsi nel momento in cui si sente annunciare un tempo di pace e benessere. Il principale attributo dell’Anticristo, infatti, consiste nell’essere Placidus: le guerre contro di lui si sono concluse con la sua vittoria, nessuna forza più gli si oppone, la prosperità può diffondersi indisturbata. Regna l’ordine, e questa è la fine. A patto, si capisce, che si sia compiuto anche l’altro passo decisivo, e cioè l’apostasia della Chiesa, la secessio dei credenti dalla fede. È l’atteggiamento del Grande Inquisitore di Dostoevskij, il cui trionfo coincide, non a caso, con il ritorno di Gesù. Se l’Anticristo ha avuto la meglio, solo Cristo può tornare a dargli battaglia».

Ma noi, ora come ora, a che punto siamo?
«Che la nostra sia un’epoca apocalittica mi pare indubbio. Viviamo in una dimensione globale che neppure l’Impero romano aveva conosciuto e questo comporta una continua omologazione dei princìpi, dei comportamenti, dell’etica. Ci siamo lasciati alle spalle i totalitarismi, che si presentavano esplicitamente come forze prometeiche, anticristiche e , in quanto tali, chiamavano in causa il katechon, la cui funzione era esercitata da altri poteri, sia politici sia religiosi. Ora  è la volta di Epimeteo, l’Anticristo si mostra con il suo volto conciliante e il rischio è che la Chiesa non riesca a presentarsi come segno di contraddizione in un mondo ormai assuefatto all’indifferenza. Nietzsche aveva visto giusto: oggi davvero chi va per strada alla ricerca di Dio viene prima deriso e poi guardato con indifferenza».

E la Chiesa come può reagire?
«Continuando a pregare perché sia dato il tempo, anzitutto. Ma anche perseverando nella sua azione pedagogica nei confronti di quei figli che ancora non sanno di essere figli. Le conversioni immediate, come quella di Paolo, sono sempre possibili, però la missione della Chiesa appartiene principalmente all’ambito dell’educazione. Dell’attesa, quindi. E della pazienza».

Alessandro Zaccuri
——————-o0o——————-

Pubblicato il 23 aprile 2010

2. PADRE, FIGLIO, SPIRITO E LUCIFERO

Per conoscenza si tenga conto che la coppia di spiriti Buono-Cattivo è d’antica data.
Accompagna tutta la prima gnosi cristiana; non risparmia le sette decadute dell’ebraismo (inebriate dal Testamento dei XX padri); rinasce nel catarismo medievale (che per queste implicazione mortifere fu represso tanto brutalmente); credo si riaccenderà nei magismi del 1400 (ammetto che mi manca l’approfondimento di questa fase storica).

Certo il focolaio esplode in Lutero, che così si esprimeva:

Io ti lodo e ti elogio molto, o Erasmo, per essere stato l’unico a cogliere la questione cruciale e a non avermi importunato con cose strane sul papismo, il purgatorio e le indulgenze, e per avere riconosciuto l’unica questione dalla quale tutto dipende “il servo arbitrio”.

  • (M. Lutero, Werke Kristische Gesamtausgabe (= WA), Bohlan, Weimar 1883-1885, Vol. 40, II, p. 786)

E cioè?

La colpa non è dell’uomo miserabile, ma del Dio ingiusto”.

  • (M. Lutero, De Servo Arbitrio, in WA, cit., 18, p. 603)

e infatti, secondo quegli

prima di diventare Dio, Dio deve per prima cosa diventare il demonio”.

  • (M. Lutero, WA, cit., vol. 31, I, p. 249, p. 25)

Idee che evolveranno pirotecnicamente fino a Hegel che, “riferendosi a Jakob Bohme, che ha lui pure definito l’esistenza di due figli di Dio, Lucifero e Cristo” addirittura “difende il fondamento basilare del male in Dio stesso” sostenendo che “di per se stessa l’esistenza di questo male non è qualcosa di strano per Dio”.

  • (G. W. F. Hegel, Phanomenologie des Geistes, Meiner, Amburgo 1952, p. 592)

Tolgo i riferimenti a Lutero ed Hegel da un intervento di

  • Alma Von Stockhausen, Da Hegel a Darwin: prerequisiti filosofico-teologici della teoria dell’Evoluzione, pp. 67-75, in Roberto De Mattei (a cura di), Evoluzionismo il tramonto di un’ipotesi, Cantagalli, Siena 2009.

Per concludere la rassegna storica mi piace ricordare anche i passi di Ernst Bloch ne Lo Spirito dell’Utopia, che nel capitolo finale (su Marx e l’apocalisse..ma non ho più il testo a portata di mano, cito a braccio) giunge lui pure ad identificare lo Spirito Paracleto in Lucifero. Senza punto giri di parole.

Quanto basta per aprire gli occhi sul fatto che la storia umana corre su uno stretto crinale, e si fa presto a perdere l’equilibrio e a coltivare fantasmi ricorrenti e pericolosi.

Madonna e Satana nel 2010 (3 di 4) – katechon

Pubblicato il 27 aprile 2010

3. LA CHIESA E L’ANTICRISTOCose note alla Chiesa, ma oggi forse più note ai suoi avversari che ai suoi fedeli. Mi riferisco alle suggestioni strappate di bocca a Massimo Cacciari dal giornalista Maurizio Blondet:

“«Il papa deve smettere di fare il Katéchon!», esclamò d’improvviso Massimo Cacciari… «Katéchon è ciò che trattienel’Anticristo dal manifestarsi pienamente. San Paolo, ricorda?»… Seconda Lettera ai Tessalonicesi (2, 6 ss)…

Che cosa può essere ciò che trattiene l’Anticristo?…
Perché Cacciari desidera accelerare l’avvento dell’Anticristo?…
Lo stavo interrogando sui valori della cosiddetta etica laica…

«Ethos, o per i latini mos, non è affatto ciò che noi intendiamo per etico o morale. Ethos non indicava comportamenti soggettivi; indicava la dimora, l’abitare in cui l’uomo si trova dalla nascita… che non era stato lui a scegliere… e duemila anni fa l’ethos ha cessato completamente di esistere… sì il Cristianesimo è stato dirompente rispetto a ogni ethos…
Sant’Agostino lo dice chiaramente: la Città di Dio è pellegrina in terra; ne segue che il cristiano non ha casa… Ciò vuol dire che il Cristianesimo si rivela essenzialmente sovversivo dell’Antichità e dei suoi valori… E la Chiesa è perfettamente consapevole di quanto sia tragica la libertà cha ha donato all’uomo…
L’Europa, la sua storia, è la storia di questo sradicamento, dell’angoscioso obbligo di de-cidere che deriva dalla perdita definitiva dell’ethos. È la storia delle soluzioni disperate che l’europa va via via escogitando per darsi leggi morali le quali – senza sopprimere la libertà – trattengano la società dal divenire il campo della pura violenza…»
Non potei fare a meno di notare lo stupefacente corollario…la secolarizzazione totale che viviamo sarebbe dunque figlia della sovversione originaria operata dal Cristianesimo…
«Il Cristianesimo sa che la volontà dell’uomo è ferita. Che diventando libero, l’uomo diventa libero di fare il male. Ogni morale laica illuminista presuppone il contrario… dunque i miei appetiti vanno soddisfatti… perché necessari.

Lungi dal predicare, come fanno i parroci, che gli appetiti vanno ordinati, il laicismo pone proprio gli appetiti alla base del vivere civile… È la scoperta delle Economie politiche. Che non a caso sorgono nell’Ottocento insieme all’Estetica. L’Estetica è la scienza che scopre le leggi del godimento soggettivo, come l’Economia politica è la scienza che scopre le leggi del godimento individuale… Sono queste due scienze a costituire la Modernità, e precisamente questa Modernità che oggi il Cattolicesimo si trova davanti come il Nemico»…
Quest’ultimo Nemico era già stato identificato dal chiaroveggente Del Noce. È il Capitalismo ulteriore al Comunismo…quello del Capitalismo internazionalista, del Nuovo Ordine Mondiale tecnocratico.
La sovversione cristiana si volge dunque ora contro il totalitarismo borghese-radicale?…
«Lo spirito estetico-economico borghese non tollera di essere messo in discussione»…
Ma il liberalismo mette in discussione ogni principio…
«Il sistema borghese tollera di essere messo in discussione solo al proprio interno. Verso ciò che è esterno ai suoi valori, non ha pietà». E mi elencò i genocidi liberali: a cominciare dallo sterminio dei Pellerossa: «I Pellerossa erano radicati nel loro ethos, e l’Americano vedeva nel loro ethos un sistema di non –libertà. Lo sterminio delle società sacrali, degli ethoi tradizionali, è prescritto dal liberalismo per il bene stesso dell’uomo». Ed enumerò: per sradicare il Giappone dl proprio sacro nomos… un olocausto nucleare. Migliaia di tonnellate di bombe furono necessarie per stroncare fascismo e nazismo, «forme di neo-paganesimo che cercavano di ricollegare la società a un ethos». E il Vietnam, La Guerra del Golfo, l’intervento umanitario in Somalia

«Non si faccia illusioni: anche contro la Chiesa non esiterà a usare la più inaudita violenza, se la Chiesa si rifiuta di diventare un semplice supporto della società borghese. Ciò che la Chiesa non può fare perché il cristiano è necessariamente sovversivo di ogni potere politico che si pretenda autonomo. Già negli Stati Uniti si teorizza come l’avversario irriducibile sia l’Islam. Anche contro la Chiesa il conflitto diverrà sempre più drammatico…
Il papa deve smettere di fare il Katéchon! – poi, come pentito, precisò – Voglio dire che lei, come cattolico, sa come finirà. Verrà l’Anticristo e trionferà, ma sarà sconfitto».”

 M. Blondet, Gli Adelphi della Dissoluzione, strategie culturali del potere iniziatico, Edizioni Ares, Milano 19992, pp. 5-13.

———————o0o——————-




———————o0o——————–

TEOLOGIA POLITICA DEL “MENTITORE” ED EVANGELO. PER IL “RISCHIARAMENTO” (“AUFKLARUNG”) NECESSARIO, CHE GIA’ DANTE E KANT SOLLECITAVANO

L’APOCALISSE E IL POTERE CHE FRENA. L’ultimo lavoro di Massimo Cacciari: un’intervista di Alessandro Zaccuri e le note di Roberto Esposito e Giorgio Montefoschi – con appunti

Roberto Esposito: (…) qual è oggi il compito della filosofia contemporanea? Scendere sempre più a fondo dentro questo tragico viluppo o tentare di aprire un nuovo orizzonte di pensiero, con tutto il rischio che ciò comporta?

a c. di Federico La Sala

Un saggio di Massimo Cacciari affronta una classica controversia da San Paolo fino a Nietzsche e Carl Schmitt

Se la religione si sporca col potere

di Roberto Esposito (la Repubblica, 27.02.2013)

C’è un passo enigmatico, nella Seconda Lettera ai Tessalonicesi (2, 6-7) attribuita a S. Paolo, su cui si è esercitata una schiera di esegeti, antichi e moderni, senza mai venirne definitivamente a capo. In esso si fa riferimento a un katechon che trattiene il trionfo finale del male, ritardando così anche il suo annientamento da parte del Signore. Il “mistero”, come l’autore stesso lo definisce, contenuto in questo testo riguarda insieme il soggetto e il significato del katechon.

Chi, o cosa, è questa forza che frena al contempo lo scatenamento del male e la vittoria del bene? E come, tale funzione, va interpretata – come espressione diabolica o come forza spirituale? La questione torna ad essere interrogata, con straordinaria acutezza analitica, da Massimo Cacciari in un piccolo, ma denso, libro appena edito da Adelphi col titolo Il potere che frena. Saggio di teologia politica.

Nella sua interpretazione, naturalmente, non è in gioco solo il senso di quel passo e l’identità della figura che esso evoca, ma l’intero rapporto tra teologia e politica – il ruolo del potere e la maschera della sovranità, il contrarsi del tempo e l’immagine dell’eternità, il travaglio del cristianesimo e il destino del mondo contemporaneo.

Il presupposto da cui Cacciari parte è che tra teologia e politica vi sia una relazione ineliminabile. Non solo nel senso, teorizzato da Carl Schmitt, che i principali concetti politici abbiano un’origine teologica. E neanche in quello, affermato dal grande egittologo Jan Assmann, che le categorie teologiche contengano un originario nucleo politico. Ciò che presuppone Cacciari è un rapporto insieme più vincolante e più contraddittorio. E cioè che la vita religiosa abbia già in sé un impulso politico, così come un autentico operare politico non possa mai smarrire la propria radice spirituale.

La drammatica figura del katechon si situa precisamente all’incrocio di queste traiettorie – rendendole, se è possibile, ancora più impervie. Intanto non è chiaro chi storicamente lo incarni. Gli interpreti sono divisi – la maggioranza di essi pensa alla potenza dell’impero romano, altri all’apparato istituzionale della Chiesa. In nessuno dei casi, tuttavia, il mistero del katechon sembra sciogliersi, acquietarsi in una soluzione soddisfacente. Certamente esso si pone in un tempo ultimativo.

L’età presente sta per finire – questa è la convinzione della comunità cristiana cui Paolo dà voce. Ma come avverrà tale fine? E cosa ci sarà dopo di essa – un’altra epoca o l’Evo eterno, la fine gloriosa della storia? Che il soggetto del katechon sia l’Impero oppure la Chiesa, resta la domanda di fondo.

Come comporre gli opposti – tempo ed eternità, potere e bene, forza e giustizia? L’un termine non renderà vano l’altro? Per trattenere il male, sia l’Impero sia la Chiesa non possono fare a meno di usare quel potere che ad esso è connaturato. Perciò il katechon, qualunque cosa sia, opera sempre con le armi del Nemico dello Spirito.

Ciò è ben visibile nelle vicende sanguinose dell’Impero romano; ma risulta altrettanto evidente nella storia della Chiesa, da sempre impastata con le forze che combatte, incapace di rispondere alla parola purissima da cui nasce. Certo, entrambi, Impero e Chiesa guardano oltre il proprio tempo, si fanno carico di una missione universale. Ma per produrre novitas – per dare espressione veritiera alla propria epoca – essi devono prima di tutto durare, conservarsi, con ogni mezzo possibile, compresi l’inganno e la violenza.

Le pagine di Cacciari restituiscono a pieno l’intensità di questo dramma. Il bene non è rappresentabile dal potere, ma per realizzarsi, sia pure imperfettamente, in questo mondo, è costretto a far ricorso ad esso.

Così le due autorità che per un millennio hanno combattuto per assicurarsi il governo, politico e spirituale, degli uomini, si sono a lungo specchiate l’una nell’altra. Agostino e Dante sono i due grandi interpreti di questo scontro epocale. Il primo destituendo di ogni sacralità il potere dell’impero. Il secondo, cercando in esso il necessario contraltare alla potenza della Chiesa.

Nonostante questa divergenza profonda, per entrambi le due città non soltanto sono divise tra loro, ma divise anche al loro interno tra i salvi e i reprobi, tra coloro che limitano lo sguardo al proprio interesse e coloro che lo allargano all’intera comunità.

Nulla meglio della figura del Grande Inquisitore di Dostoevskij rappresenta questo tragico conflitto. Con lui il male ha già vinto. Dando per scontata l’incapacità dell’uomo a sostenere la libertà, egli si è posto a fianco dell’Anticristo.

Eppure anche nella sua maschera esangue traspare qualcosa dell’antica battaglia, come una eco non spenta di quell’annuncio che, dolorosamente, ha tradito. C’è anche questa infinita nostalgia nel bacio livido che egli depone sulle labbra di Cristo. L’Inquisitore è l’ultimo rappresentante di quella vicenda prometeica che ha scandito la storia del mondo, sospendendola allo scontro senza esito tra verità e potere.

Dopo di lui non resta che il compimento del nichilismo – il tempo dell’ultimo uomo di cui parla Nietzsche. In esso non trapela più il raggio di una possibile redenzione. Ma non si avverte neanche il frastuono dell’apocalisse. Piuttosto il deserto del nulla – la gestione tecnica come forma anomica dell’età globale.

Esaurito lo spazio del sacro, viene meno anche quello del politico che ad esso corrisponde. Senza la polarità teologica non si dà vera politica. Naturalmente ciò vale, se regge il presupposto di partenza di tutto il discorso – e cioè il radicamento originariamente teologico del politico e viceversa.

Che così sia, Cacciari lo dà per scontato. Ma si tratta dell’unica verità possibile? O non è un effetto ottico della stessa macchina teologico-politica che egli analizza, situandosi al suo interno? E ancora – qual è oggi il compito della filosofia contemporanea? Scendere sempre più a fondo dentro questo tragico viluppo o tentare di aprire un nuovo orizzonte di pensiero, con tutto il rischio che ciò comporta? Il dibattito che si va aprendo sulla teologia politica ha per posta questa questione decisiva.

_________________

INTERVISTA

Cacciari: chi mette il freno all’Apocalisse?

di Alessandro Zaccuri (Avvenire, 27 febbraio 2013)

​Anche i Titani non sono più quelli di una volta. Tramontato il sogno di progresso del quale si era fatto carico l’ambizioso Prometeo, tocca al fratello dello sconfitto, il prudente Epimeteo, governare le sorti degli umani. Il suo incarico sembrerebbe modesto, ma richiede in effetti una grande abilità tecnica: si tratta di impedire l’apertura dei vasi in cui sono contenuti i mali del mondo. Attenzione al verbo. Contenere, trattenere. Frenare, insomma. Il potere che frena (in uscita da Adelphi, pagine 214, euro 13) è il titolo del saggio in cui il filosofo Massimo Cacciari torna su uno dei temi centrali della cosiddetta “teologia politica”, ovvero quella corrente di pensiero, teorizzata fin dagli anni Venti da Carl Schmitt, che suggerisce di interpretare il divenire della Storia in prospettiva teologica. «Più andiamo avanti – ribadisce Cacciari – e più mi convinco che non c’è altro modo per cercare di comprendere il nostro tempo».

È per questo che bisogna partire da san Paolo?

«Dalla Seconda lettera ai Tessalonicesi, per l’esattezza: capitolo 2, versetti 6 e 7. Lì Paolo introduce un concetto del tutto originale, che sta all’origine di una lunga e complessa tradizione esegetica».

Stiamo parlando del misterioso “katechon”?

«Esatto: quel qualcosa, o qualcuno, che “contiene”, trattenendo e rallentando, la venuta dell’Anticristo. Questo framezzo, che si pone tra l’Evento dell’Incarnazione e la battaglia finale contro l’Avversario, è un tempo rilevantissimo. In esso, fa intendere Paolo, agisce un potere che non può essere identificato nell’Anticristo, di cui appunto “trattiene” l’avvento, ma che neppure coincide con la Chiesa, alla quale è affidato il compito di custodire la speranza nel prolungarsi dell’attesa. Su questo Paolo è molto chiaro: il katechon è destinato a essere “spazzato via”, proprio perché non partecipa della speranza che deriva dalla fede».

Sì, ma allora da che parte sta?

«Il katechon esprime una tensione costante. Per sua natura, tiene a entrambe le parti: ha a che vedere con l’Anticristo (“con-tenere” significa “tenere dentro di sé”) e nel contempo partecipa alla battaglia contro l’Anticristo. Del resto, nell’evo cristiano ogni potere partecipa di questa contraddizione».

Può essere più esplicito?

«Certo. Quello sul katechon è, da sempre, un discorso che rifugge dall’astrazione. Già i Padri della Chiesa, quando affrontano l’argomento, sono estremamente concreti, cercano corrispettivi precisi alle figure evocate da Paolo e dall’Apocalisse. Fino a un certo punto, l’interpretazione prevalente è che il katechon sia l’Impero romano. Il problema, però, è che la forma imperiale non si accontenta di esercitare una potestas di tipo pratico-amministrativo. La sua ambizione, al contrario, è di conseguire un’auctoritas spirituale, ma così facendo entra in conflitto con la Chiesa. La quale, a sua volta, non è estranea alla funzione espressa dal katechon. Il ritorno di Cristo non può essere accelerato, i credenti non devono cedere all’impazienza, la loro missione è semmai di vegliare nell’attesa. Anche la Chiesa, dunque, “trattiene”, per rendere possibile la conversione e fare in modo che il Figlio dell’Uomo, quando verrà, trovi la fede su questa terra».

La soluzione quale sarebbe?

«Un’alleanza tra potestas amministrativa e auctoritas della Chiesa. Sembrerebbe uno scenario medievale, ma a ben pensarci è lo stesso obiettivo al quale mirava l’idea di uno Stato moderno perfettamente laico, che lasciasse alla Chiesa il primato in campo spirituale. Il guaio, però, è che la potestas politica non può mai rinunciare alla sua ambizione imperiale, con relativo sconfinamento nell’auctoritas. Il potere, quando si riduce all’ordinaria amministrazione, diventa impotente. E questa è esattamente la situazione in cui ci troviamo”.

Una situazione apocalittica?

«Una potestas ridotta all’impotenza lascia emergere le tendenze dell’Anticristo. Ma non dobbiamo immaginarci una devastazione all’Apocalypse Now. I segni dell’affermarsi dell’Avversario sono molto differenti, già Paolo invita ad allarmarsi nel momento in cui si sente annunciare un tempo di pace e benessere. Il principale attributo dell’Anticristo, infatti, consiste nell’essere Placidus: le guerre contro di lui si sono concluse con la sua vittoria, nessuna forza più gli si oppone, la prosperità può diffondersi indisturbata. Regna l’ordine, e questa è la fine. A patto, si capisce, che si sia compiuto anche l’altro passo decisivo, e cioè l’apostasia della Chiesa, la secessio dei credenti dalla fede. È l’atteggiamento del Grande Inquisitore di Dostoevskij, il cui trionfo coincide, non a caso, con il ritorno di Gesù. Se l’Anticristo ha avuto la meglio, solo Cristo può tornare a dargli battaglia».

Ma noi, ora come ora, a che punto siamo?

«Che la nostra sia un’epoca apocalittica mi pare indubbio. Viviamo in una dimensione globale che neppure l’Impero romano aveva conosciuto e questo comporta una continua omologazione dei princìpi, dei comportamenti, dell’etica. Ci siamo lasciati alle spalle i totalitarismi, che si presentavano esplicitamente come forze prometeiche, anticristiche e , in quanto tali, chiamavano in causa il katechon, la cui funzione era esercitata da altri poteri, sia politici sia religiosi. Ora è la volta di Epimeteo, l’Anticristo si mostra con il suo volto conciliante e il rischio è che la Chiesa non riesca a presentarsi come segno di contraddizione in un mondo ormai assuefatto all’indifferenza. Nietzsche aveva visto giusto: oggi davvero chi va per strada alla ricerca di Dio viene prima deriso e poi guardato con indifferenza».

E la Chiesa come può reagire?

«Continuando a pregare perché sia dato il tempo, anzitutto. Ma anche perseverando nella sua azione pedagogica nei confronti di quei figli che ancora non sanno di essere figli. Le conversioni immediate, come quella di Paolo, sono sempre possibili, però la missione della Chiesa appartiene principalmente all’ambito dell’educazione. Dell’attesa, quindi. E della pazienza».


La Fede e la Grazia, unici rimedi contro le insidie dell’Anticristo

di Giorgio Montefoschi (Corriere della Sera, 27.02.2013)

Tutto è scritto nella Seconda Lettera che Paolo inviò ai Tessalonicesi: poche righe nelle quali è descritta la sconvolgente dinamica della fine. La riassume, con efficacia e chiarezza, Massimo Cacciari all’inizio del suo libro intitolato Il potere che frena (Adelphi): il Signore Gesù non verrà prima del compiersi dell’opera del suo Avversario, l’Anticristo.

Più avanti, Cacciari osserva che il termine Anticristo «non ricorre nel Nuovo Testamento se non nelle Lettere di Giovanni… E tuttavia i tratti dell’Avversario, qui come in Apocalisse e, prima, in Marco, 13,22 (gli pseudocristi e pseudoprofeti che daranno segni e compiranno portenti per sedurre gli stessi eletti) sono i medesimi».

Quali siano questi tratti, meglio di ogni altro fra gli autori dei testi che accompagnano il volume, lo esprime Ippolito (Asia, 170 – Sardegna, 235) nella sua Demonstratio de Christo et Antichristo. Vale la pena riferire interamente il brano: «Come il Signore nostro Gesù Cristo e Dio, per la sua regalità e il suo splendore, è considerato simile a un leone, così, allo stesso modo, le Scritture considerano anche l’Anticristo come un leone, per il suo carattere tirannico e la sua violenza. Il seduttore, infatti, vuole sembrare, in ogni cosa, simile al Figlio di Dio… Il Cristo è re, ma è re anche l’Anticristo. Il Salvatore è presentato come un agnello; lo stesso Anticristo si mostrerà sotto le sembianze di un agnello, pur essendo interiormente un lupo. Il Salvatore è venuto al mondo nella circoncisione, e lo stesso farà anche l’Anticristo. Il Signore ha inviato gli apostoli presso tutte le genti, e l’Anticristo invierà dappertutto falsi apostoli. Il Salvatore ha ricongiunto le pecore che erano disperse e l’Anticristo, allo stesso modo, ricongiungerà il popolo dei Giudei, che si è disperso. Il Signore ha consegnato ai suoi fedeli un sigillo, l’Anticristo, parimenti, lo darà. Il Salvatore è apparso in forma di uomo, e l’Anticristo, ugualmente, si mostrerà in sembianze umane. Il Salvatore ha fatto della sua santa carne un tempio; l’Anticristo, allo stesso modo, innalzerà il tempio di Gerusalemme costruito di pietra».

Questo l’inganno. Ma torniamo alla dinamica dell’evento, come parafrasata da Massimo Cacciari. Dunque: «Al mistero che è l’epifania del Cristo segue l’apocalisse, secondo la forza di Satana, dell’Empio, di colui che finge di essere Dio e come Dio esige di essere onorato. Il giorno del Signore deve dunque essere atteso, attraversando questo tempo di immensa devastazione. La fine è decisa… Tuttavia, un’altra potenza sembra operare nello spasmo di questo tempo ultimo, sulla cui durata è vano congetturare – una potenza che raffrena l’apocalisse, il disgelarsi perfetto dell’Empio. Ma quando colui che la incarna sarà tolto di mezzo, allora, nulla restando fra l’Avversario e il Signore Gesù, verrà finalmente quest’ultimo a condannare tutti coloro che non hanno creduto alla sua verità».

Qual è questa verità? Una sola: che Egli, Gesù, è il Cristo, il Figlio incarnato di Dio. Chi nel momento finale (che non sappiamo quando avverrà, perché Cristo tornerà all’improvviso, come il ladro di notte, in un giorno che è sepolto nell’abisso della volontà divina) crederà che Gesù è il Figlio incarnato di Dio sarà salvo; gli altri, coloro i quali non lo hanno mai creduto, o hanno fatto finta di credere (sono loro gli anticristi, formano il corpo dell’Anticristo, perché l’iniquità – dice l’apostolo – è già in atto), saranno distrutti dal soffio della bocca del Signore e si perderanno per sempre.

La parola greca usata per definire la forza che «trattiene», questa forza che «frena» il trionfo dell’Avversario – vale a dire l’apostasia, l’abiura della religione cristiana – è la parola katechon.

Sappiamo quis o quod est katechon: questa diga che si oppone, alla quale Cacciari dedica la riflessione del suo saggio profondo e attualissimo, e sulla identità della quale si sono interrogati in molti? No. È forse l’Impero (con le sue leggi che ritardano l’iniquità), nelle sue incarnazioni epocali giuste e meno giuste, specchio o contraltare, in quanto potere politico, del potere spirituale? O è la stessa Chiesa che, trattenendo gli anticristi confusi al popolo dei credenti, impedisce l’esplosione dell’Anticristo?

Giustamente, Cacciari non espone soluzioni nette, affrontando un mistero. E, innanzitutto, si pone domande (anche queste prive di risposte definite) su quale sia il significato reale del «trattenere», del «fare diga»: se, cioè, questa azione avvenga in contrasto all’Avversario o operi all’interno dell’energia dell’Avversario. Ma le sue pagine sulla Chiesa sono insieme lucidissime e terrificanti. Perché, se è vero che l’iniquità è già in atto, e «L’Anticristo forma una comunità a immagine capovolta della ekklesia. Ha un corpo formato da coloro che, caduti nell’inganno, agiscono come anticristi»; se, seguendo la Lettera di Giovanni e poi Agostino, è vero che «l’Anticristo mostra tutta la sua potenza proprio nel dividere la Chiesa, strappandole tutti quelli che non le appartengono gratia (per la Grazia)», ed è anche vero che molti anticristi sono usciti dalla Chiesa ma molti vi rimangono, e ciascuno deve interrogarsi se non appartiene al loro numero; se è vero tutto ciò, allora diventa immediatamente tragica l’immagine della Chiesa che riconosciamo nella storia.

La Chiesa «trattiene», «frena» l’avvento dell’Avversario sperando di convertire quanti più esseri umani possibile in vista della loro salvezza. Però è pure dimora di anticristi: di esseri umani i quali, non credendo che Cristo è il Figlio incarnato di Dio, operano nell’iniquità: compiono il Male.

Del resto, la Chiesa è una istituzione terrena. La Chiesa vive nel tempo, ed è fatalmente condannata alle imperfezioni e alla miseria del tempo. Continua a lavorare, con i suoi limitati mezzi, la vigna del Signore. Ma nel presente. E non può fare altro. «La Chiesa – scrive Cacciari – non può fingere eterna durata. Il luogo, qualunque esso sia, dove l’Eterno si rappresenta non è eterno né l’Eterno si deve confondere con il tempo del resistere, del durare».

La Chiesa non salva. La vera salvezza viene dalla Fede. E dalla Grazia. Poi – nel giorno che non conosciamo – tornerà il Cristo. E sarà la morte del tempo: «Il tempo si riassorbirà, allora, nella Luce, imploderà in essenza luminosa, accolto nel Dio-Luce di Giovanni. La nuova terra, infatti, non conosce notte».

Annunci