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“La pulizia etnica della Palestina” di Ilan Pappe

Segnalazione di Redazione Il Faro sul Mondo

di Cristina Amoroso

Proporre in questi giorni la lettura del libro La pulizia etnica della Palestina di Ilan Pappe non è soltanto un caso legato alle ultime dichiarazioni del Ministero dell’Informazione palestinese, che in occasione del 96° anniversario della Dichiarazione Balfour ha sottolineato che “dal 1917 i palestinesi stanno pagando il prezzo del reato politico più grande della storia contemporanea”.

Secondo la Dichiarazione da parte di Arthur James Balfour, ministro degli Esteri britannico del 2 novembre 1917, il suo governo considerava “con favore la costituzione in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico”. Più di 30 anni dopo, il regime israeliano è stato creato ed installato nei Territori palestinesi occupati.

La Dichiarazione di Balfour, che ha portato alla creazione del regime razzista di Israele sulle macerie della Palestina occupata è stata condannata dall’Autorità Palestinese come “un crimine contro l’umanità” iniziando un processo di pulizia etnica dei palestinesi che continua fino ad oggi”. “Un segno di vergogna per l’umanità”, ha aggiunto la nota.

“La Gran Bretagna e il mondo intero devono riconoscere i diritti dei palestinesi usurpati perché tutto ciò che ha colpito la Palestina – è la partizione, l’aggressione, la repressione, gli insediamenti, gli arresti, il muro di separazione, l’assedio a Gaza, e dei milioni di palestinesi che vivono in esilio – è stato reso possibile a causa della Dichiarazione Balfour”, ha aggiunto.

Per il movimento palestinese Fatah guidato da Mahmoud Abbas la dichiarazione britannica non è altro che “una promessa infame e illegale” che ha portato miseria ai palestinesi, e la Gran Bretagna e gli altri sostenitori di Israele sono stati responsabili di “crimini di stampo razzista e sionista”.
Fatah ha dichiarato che “il popolo palestinese è determinato a ottenere tutti i propri diritti per liberare la loro patria dall’occupazione israeliana e dai coloni ebrei”, invitando la Gran Bretagna a chiedere scusa e fare ammenda per i crimini commessi contro la Palestina a causa della dichiarazione.

Proporre quindi la lettura del libro La pulizia etnica della Palestina di Ilan Pappé nasce anche dal bisogno di ricordare l’autore Ilan Pappé, il più anticonformista degli israeliani, che conduce una battaglia radicale contro l’establishment politico e accademico di Israele, da dove dovette fuggire per il Regno Unito per continue minacce di morte. Pappé è un storico comunista anti-sionista, uno dei rappresentanti della cosiddettam“Nuova storiografia israeliana”, che ha come fine scientifico ed etico quello di sottoporre a un accurato riesame la documentazione orale che è prevalsa per decenni nel tracciare le linee ricostruttive storiche relative alla nascita dello Stato d’Israele e del sionismo in Israele.

Definito da John Pilger il più coraggioso, più onesto, più incisivo degli storici israeliani, Ilan Pappé nel libro sostiene che la Nakba (catastrofe) ovvero la cacciata di circa 250.000 palestinesi dalla loro terra iniziò nel 1948 con lo Stato di Israele e non sarebbe direttamente imputabile a Israele.

L’autore studiando a lungo la documentazione (compresi gli archivi militari desecretati nel 1988) esistente su questo punto cruciale della storia del suo Paese, giunge ad una visione chiara di quanto era accaduto nel ’48 drammaticamente in contrasto con la versione tramandata dalla storiografia ufficiale: già negli anni Trenta, la leadership del futuro Stato d’Israele (in particolare sotto la direzione del padre del sionismo, David Ben Gurion) aveva ideato e programmato in modo sistematico un piano di pulizia etnica della Palestina. Ciò comporta, secondo l’autore, enormi implicazioni di natura morale e politica, perché definire pulizia etnica quello che Israele fece nel ’48 significa accusare lo Stato d’Israele di un crimine. E nel linguaggio giuridico internazionale, la pulizia etnica è un crimine contro l’umanità. Per questo, secondo Pappé, il processo di pace si potrà avviare solo dopo che gli israeliani e l’opinione pubblica mondiale avranno ammesso questo “peccato originale”.

Quanti Paesi, compresa l’Italia, devono ancora ammettere i loro peccati originale?

Fonte: http://www.ilfarosulmondo.it/wp/?p=28184

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ECCO QUELLO CHE IL 99% DEI CITTADINI COMUNI SA DEL CONFLITTO ISRAELO-PALESTINESE:

Gli ebrei sopravvissuti all’Olocausto nazista e a persecuzioni storiche, tentarono di ottenere una loro terra sicura nella biblica Palestina, dove fondarono comunità pacifiche e religiose. Ma gli arabi ostili tentarono subito di annientarli con la guerra del 1948. Gli ebrei combatterono un’eroica guerra partigiana che li vide vittoriosi e salvi da un secondo Olocausto. Fondarono Israele nel maggio di quell’anno, unico Stato democratico e moderno in medioriente, baluardo di civiltà fra nazioni arabe di re e dittatori corrotti e sanguinari. I quali tentarono di nuovo nel 1967 di distruggere la pacifica Israele, che li sconfisse brillantemente ancora una volta. Da allora Israele vive circondata da arabi-palestinesi fanatici, irragionevoli e brutali, che la attaccano col terrorismo in continuazione, senza farsi scrupolo di massacrare i civili ebrei, inclusi i bambini. Quei terroristi islamici sono certamente collegati oggi ad Al Qaida, e quindi Israele combatte una guerra al terrorismo anche per nostro conto. Inoltre, gli Stati canaglia come Siria e Iran appoggiano le fazioni armate arabe-palestinesi, per cui il pericolo per Israele è particolarmente insidioso. Essa deve difendersi, è un suo diritto, e nel farlo capita che ahimè ci vadano di mezzo anche alcuni civili arabi-palestinesi, ma la colpa di ciò è dei terroristi islamici che costringono Israele a combattere in zone popolate. Israele ha fatto di tutto per arrivare alla pace, ma si scontra sempre con l’ottusità e la ferocia dei leader arabi-palestinesi, corrotti e impietosi persino coi loro cittadini, che hanno sempre rovinato ogni accordo possibile. Non ci sarà pace finché la parte araba non accetterà il diritto di Israele di esistere e non cesserà di aggredirlo.

Ogni parola di quella narrativa è falsa, grottesca persino. Ma finché essa rimarrà la narrativa della maggioranza dell’opinione pubblica italiana e occidentale, voi potrete fare tutte le manifestazioni che volete, tutte le proteste che volete, e non otterrete nulla, nulla di nulla, come nei passati 40 anni. Va fatto altro, VA RI-RACCONTATA ALLA GENTE LA VERA NARRATIVA SU COSA VERAMENTE ACCADDE LAGGIU’. E’ l’unica speranza per terminare il conflitto, l’unica.

Serve urgentemente la fase operativa della creazione del consenso fra gli italiani sulla VERITA’ STORICA di quanto realmente acccaduto in Palestina, secondo le seguenti linee:

1) La creazione di una compagine italiana superpartes (no palestinesi in essa) che esuli del tutto da qualsiasi affiliazione politica in Italia, che annulli ogni individualismo di lotta e si unisca attorno a un’unica meta.

2) L’unica meta sarà di RIBALTARE LA NARRATIVA sulla Storia del conflitto arabo-ebraico, raccontando agli italiani SOLO ciò che accadde in Palestina a partire dal 1897 fino al 1951. Con un unica fede: SENZA LA VERITA’ STORICA NON CI SARA’ MAI LA PACE.

3) Rifiutarsi quindi di dialogare su qualsiasi avvenimento successivo, se non dopo una esaustiva rappresentazione del 1897-1951. Rifiutarsi di esprimersi su Hamas o Fatah se non dopo una esaustiva rappresentazione del 1897-1951. Rifiutarsi di esprimersi sul terrorismo palestinese se non dopo una esaustiva rappresentazione del terrore sionista dal 1944 in poi.

Questo perché nessuno può comprendere l’entità della MENZOGNA che ci hanno raccontato sul conflitto israelo-palestinese se non conosce cosa accadde in Palestina a partire dal 1897 fino al 1951. Ho piena fiducia nel fatto che se le opinioni pubbliche venissero a conoscenza di quegli avvenimenti, i mendaci tavoli del dibattito odierno sul processo di pace salterebbero in aria all’istante, e vi sarebbe una inarrestabile pressione verso una giustizia vera in Medioriente. Finalmente la pace.

4) Creare dunque materiale divulgativo chiaro e fruibile, film, dvd, animazioni, libretti di 40 pagine al massimo, tutto centrato SOLO ciò che accadde in Palestina a partire dal 1897 fino al 1951. Poi fare conferenze in scuole (soprattutto), parlare nei circoli ricreativi, ospedali, posti pubblici, fare tavoli per strada, negli ipermercati, nei dopolavoro ecc. Essere ferratissimi contro l’accusa di antisemitismo (vedi mio libro e altri) e ribadire sempre la sopraccitata fede.

5) Essere uniti e disciplinati attorno a questi semplici punti, da Torino a Palermo, e rivolgersi per il 99% agli italiani semplici.

Questo cambierebbe la Storia e cesserebbe l’orrore. Perché la gente verrebbe a sapere delle pratiche neonaziste storiche degli ebrei in Palestina contro i palestinesi prima e dopo la nascita d’Israele; saprebbe l’indicibile e fredda ferocia con cui il Sionismo aveva pianificato la distruzione dei palestinesi 40 anni PRIMA dell’Olocausto; capirebbe perché, accidenti, un popolo torturato e massacrato da 60 anni con un sadismo che raggiunge il grottesco, oggi lancia razzi alla disperata e si fa saltare in aria. Perché nessun palestinese può rimanere ‘civile’ dopo 60 anni di ferocia neonazista israeliana in Palestina, impunita e assistita con zelo dal ‘mondo civile’. E se la gente venisse a conoscenza di tutto ciò, la gente porrebbe fine a quell’inferno, perché, come disse Noam Chomsky “quando il pubblico scopre l’esistenza della barbarie, si mobilita per porle fine”.

Ma c’è qualcuno in questa Italia antagonista perennemente manifestante e indignata perenne che sia disposto a lavorare in quel senso? C’è? Ci siete?

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«Chi vuol far Teologia non può ignorare il problema ebraico
e chi fa politica non può non ricorrere alla Teologia».

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Letteratura Apocalittica

● L’Apocalittica non è da confondersi con l’Apocalisse di San Giovanni, che «nel XVIII secolo fu uno dei maggiori bersagli della critica antireligiosa dell’Illuminismo intellettualistico». La Letteratura Apocalittica è il «complesso di scritti pseudonimi giudaici, sorti tra il sec. II a. C. e il sec. II d. C. ». L’Apocalittica nasce al tempo in cui l’Ellenismo pagano trionfa in Israele, che è oppresso e il Tempio viene profanato (168-164 a. C.). Poi dopo il successo di Antioco Epifane (+ 164 a. C.), la conquista della Giudea da parte di Roma con Pompeo (63 a. C.) e la distruzione del Tempio con Tito (70 d. C.) e della Giudea con Adriano (135 d. C.) si accende sempre più la speranza della riscossa nazionale giudaica, sotto la guida dei “falsi profeti” predetti da Gesù. L’Apocalittica apocrifa, per rafforzare questo revanscismo nazionalistico, si serve dei Profeti canonici dell’Antico Testamento e li arricchisce di predizioni immaginifiche che descrivono il trionfo di Israele sui Pagani o non-Ebrei (gojim): «Israele sarà liberato e vendicato, e, guidato da Jahweh e dal suo Messia, si satollerà nella pace e nell’abbondanza; le 12 Tribù torneranno per imperare sulle Genti domate e calpestate». L’Apocalittica apocrifa giudaica ha un carattere eminentemente “esoterico” ed è attribuita comunemente agli Esseni. Monsignor Antonino Romeo scrive che la materia dell’Apocalittica è ideologica, politica ed escatologica, essa tratta «della finale rivincita divina sulle forze del male trionfanti attualmente; della vendetta sulle Genti e della restaurazione gloriosa di Israele. […]. Il Regno di Dio riveste generalmente l’aspetto nazionalistico-terreno: schiacciante rivincita di Israele, colmo per sempre di prosperità e di dominio». Il regno di Israele o del Messia, che coincide con la Nazione giudaica, “sarà di questo mondo, […], e riporterà l’Eden quaggiù. In tale concezione giudaica, la persona umana conta ben poco: Israele diventa realtà assoluta e trascendente, la redenzione è collettiva anziché individuale, anzi cosmica più che antropologica. […]. Il Messia è rappresentato come un re ed un eroe militante. […]. Mai il Messia è intravisto come redentore spirituale, espiatore dei peccati del mondo ” . In breve «il tema supremo appare in funzione esclusiva della glorificazione di Israele, la ‘fede’ è l’impaziente attesa della bramata vendetta sulle Genti. L’aspirazione all’unione con Dio, l’amore di Dio e del prossimo esulano completamente da questi scritti Apocalittici, che fomentano la passione di rivincita e di dominio mondiale. […]. Verso le Genti gli Apocalittici sono implacabili: ogni compassione per loro passerebbe per debolezza di fede. […]. I ‘veggenti’ dell’Apocalittica infieriscono, con voluttà feroce, con odio insaziabile. Le “apocalissi” assumono un posto decisivo nell’astiosa propaganda contro le Genti; sono ordigni di guerra […]; al contrario del Vangelo (Mt. VI, 34), la religione apocalittica ha un solo cruccio e ansia: l’Avvenire […] gli Imperi delle Genti si annienteranno a vicenda finché il dominio universale non passerà a Israele». Ne consegue «il particolarismo giudaico, condannato dal Vangelo. Il più ambizioso nazionalismo vi rincara le sue pretese. Le Genti vi sono più disprezzate ed odiate che mai: il fosso tra Israele ed esse si trasforma in abisso». Secondo alcuni esegeti (J. Klausner) l’Apocalittica “funge da collegamento tra il Vecchio Testamento e il Talmud” e il “suo esoterismo l’accosta alla Cabala” (Romeo/Spadafora, cit.). Tuttavia, specifica monsignor Romeo, «l’Apocalittica ha falsificato il Vecchio Testamento e, abbassando l’ideale messianico dei Profeti, ha ostruito le vie al Vangelo, ha predisposto i Giudei a respingere Gesù. Presentando un Messia che ridona a Israele l’indipendenza politica e gli procura il dominio universale, l’Apocalittica accentuò il particolarismo nazionalistico e spinse Israele alla ribellione contro Cristo e contro Roma, quindi al disastro».

● Monsignor FRANCESCO SPADAFORA qualifica l’Apocalittica come «odio atroce conto i Gentili, morbosa attesa della rivoluzione e della liberazione futura di Israele. All’Apocalittica si deve la formazione del più acceso nazionalismo ebraico, che sfocerà nella ribellione all’Impero romano. Tramite essa si spiega la fiducia cieca dei Giudei per straordinarie rivincite nazionali vaticinate dai ‘falsi profeti’».

● L’Abate GIUSEPPE RICCIOTTI scrive: «ai veri ‘Profeti’ dell’Antico Testamento erano succeduti i falsi ‘veggenti’ dell’Apocalittica: i Rabbini, gli Scribi e i Farisei; ma l’opera di costoro non poteva sostituire adeguatamente quella dei primi. […]. Il Profeta, sotto l’azione dello Spirito Santo, era una “fonte di acque vive” (Ger. II, 13), lo scriba incanalava quelle acque facendole confluire nello stagno della casuistica. […]. I Profeti avevano parlato condizionatamente, e in particolar modo avevano annunciato le grandi promesse di Dio al popolo d’Israele in dipendenza dell’atteggiamento futuro di costui. L’Apocalittica al contrario non conosce condizioni; ciò che fu vaticinato deve avverarsi infallibilmente».

Messianismo

● Monsignor FRANCESCO SPADAFORA scrive ancora: «il Messianismo è la dottrina sul Messia e il suo Regno o Nuova Alleanza; […] esso costituisce il punto centrale d’incontro (nelle Profezie del Vecchio Testamento) e di opposizione (nella realizzazione: Nuovo Testamento) tra il giudaismo e il cristianesimo». Tutto l’Antico Testamento è proteso a Cristo e al suo Regno. Infatti il Messia «verrà ucciso proprio da Israele, che gli resiste e lo disprezza (Is. LIII, 8 s.), ma che espierà con un lutto nazionale il suo crimine (Zach. XII, 8-13; Mt. XXIV, 30; Jo. XIX, 37)». Il vero Messia, Gesù Cristo, è soprattutto Re spirituale di tutti gli uomini e non di una sola Nazione e quindi non potrà non essere odiato, combattuto e messo a morte dai “falsi profeti” o “veggenti” dell’Apocalittica che dal 170 a. C. aveva cominciato a corrompere la Fede del vero Israele in senso millenaristico, temporalistico, mondialistico e di dominazione universale. Non occorre aspettare “I Protocolli dei Savi di Sion” per conoscere le mire di dominazione dell’Israele infedele, basta leggere i Profeti dell’Antico Testamento inverato dal Nuovo ed Eterno Testamento e corrotto dall’Apocalittica apocrifa dei Farisei, Rabbini, Scribi ed Esseni. Questo è il dramma di Israele: aver seguito nella maggior parte un falso concetto di Messia cosmico, militante e temporale (che è un puro uomo o addirittura una collettività: Israele stesso, “Padrone di questo mondo”) ed aver rifiutato, tranne “una piccola reliquia”, il vero Messia, Salvatore di tutti gli uomini, il cui Impero è universale, definitivo, spirituale e soprattutto proteso nell’al di là, pur iniziando già in questo mondo, anche se imperfettamente. La sua morte in Croce è l’Unico Sacrificio perfetto e senza macchia (“oblatio munda”, Mal. I, 11), che oggi il falso Israele cerca di rimpiazzare con l’olocausto o catastrofe che ha subito a partire da Antico Epifane, poi con Tito, quindi con l’espulsione dalla Spagna ed infine durante la seconda guerra mondiale (la cosiddetta “shoah”). Purtroppo «i Giudei [apocalittici], nonostante la paziente insistenza del Redentore nel rettificare e correggere i loro preconcetti falsi, rimasero fatalmente fuori della salvezza (cfr. Mt. VIII, 1 s.)». Certamente l’Antica Alleanza, «concretata nel patto del Sinai, è l’unica vera religione, ma sfocerà in un’Alleanza più perfetta e definitiva, estesa a tutte le genti; Israele ne sarà il veicolo conduttore; un discendente di Davide ne sarà il realizzatore». Tuttavia «il periodo maccabico orientò i Giudei verso un’interpretazione errata del Messia, che si afferma nella letteratura apocrifa e rabbinica. […]. L’opposizione tra la Rivelazione attuata dal Cristo e la interpretazione giudaica dominante non poteva essere più stridente; essa fu fatale a Israele, che rimase fuori dalla salvezza eterna. […]. Gli israeliti avrebbero preso le idee mitologiche [dell’Apocalittica apocrifa] applicandole alla loro Nazione: lo sconvolgimento cosmico avrebbe rovinato i pagani, mentre avrebbe dato a Israele felicità terrena definitiva».

● Padre ALBERTO VACCARI spiega che «il Messianismo è un concetto proprio delle religioni ebraica e cristiana, punto centrale d’intesa e insieme di opposizione fra di esse, d’intesa quanto alle Profezie dell’Antico testamento, di opposizione quanto all’interpretazione di esse». Mentre per i Profeti dell’A. T. il Messia è una persona, per i veggenti dell’Apocalittica apocrifa è una collettività e precisamente il popolo d’Israele, che conseguirà la prosperità nazionale, il predominio su tutte le altre Nazioni. Inoltre «un Messia morto e risorto, un Messianismo che si era adempiuto in Gesù Cristo, era la nuova Fede che gli Apostoli dovevano predicare a tutto il mondo, cominciando dai Giudei. Ma per questi un Messia messo in croce era uno ‘scandalo’ , come per i Pagani una ‘follia’ (I Cor. I, 23). […]. L’opposizione, che tale predicazione trovò presso la maggior parte della nazione giudaica ha la sua prima radice nel diverso concetto che s’era formato del Messianismo […] mentre il mondo romano accettò il Messia ripudiato dai Giudei. […]. La prima conseguenza della venuta del Messia consiste nel ritorno degli Ebrei, numericamente aumentati, in Palestina e la riedificazione di Gerusalemme e del Tempio».

Conclusione

● Dall’Apocalittica e dalla falsa concezione Messianica seguono i diversi errori, che oggi hanno raggiunto il loro vertice e il dominio pressoché mondiale, ma che prelude alla catastrofe universale:

  • 1°) la “Riscossa nazionale” di Israele è il Fine ultimo dell’Apocalittica e del Messianismo rabbinico;

  • 2°) i “falsi profeti” dell’Apocalittica messianistica temporale sono le figure di tutti gli “eresiarchi” che verranno nel corso dei tempi sino alla fine del mondo;

  • 3°) il trionfo spietato e senza misericordia di Israele sui non-Ebrei è parte integrante dell’Apocalittica, che è il cuore del Giudaismo rabbinico talmudico/cabalistico post-biblico;

  • 4°) l’Impero d’Israele sarà mondiale e dispotico sui ‘non-Ebrei’ assimilati a “bestie parlanti”;

  • 5°) il tutto è condito da un nazionalismo terreno esasperato che porta al particolarismo, al culto della razza ebraica e quindi al disprezzo dei gojim, ossia al razzismo più radicale;

  • 6°) l’Apocalittica o il Giudaismo rabbinico post-biblico non crede all’al di là, ma vuole portare il “cielo” in terra e non la terra in Cielo: Israele è il “Re di questo mondo”;

  • 7°) il sogno di riportare l’Eden in terra lo si ritrova nel corso della storia nelle varie eresie millenaristiche, gnostiche, gioachimite, socialistiche, scientistiche, le quali hanno – invece – reso la terra un “inferno”;

  • 8°) Israele è una realtà assoluta e trascendente, che prende il posto di Dio, è in breve una sorta di “pan-teismo” in cui il “tutto” (“pan”) è “solo” Israele (“giudeo-teismo”);

  • 9°) l’uomo singolo non conta nulla: ecco la via aperta al totalitarismo o al collettivismo marxista;

  • 10°) inoltre l’Apocalittica del rabbinismo giudaico talmudico è tutta protesa verso “l’Avvenire”, come nel socialismo e questo spiega la natura essenzialmente socialistica del sionismo fondato sui kibbutz, per cui i teo/conservatori che vogliono vedere nello Stato d’Israele l’antemurale del comunismo prendono “lucciole per lanterne”;

  • 11°) il Messia del giudaismo rabbinico è un Messia militante e guerriero, che assicurerà a Israele la vittoria e la vendetta più spietata sui gojim, ossia sui ‘non-Ebrei’, sia Gentili che Cristiani;

  • 12°) l’amore di Dio e del prossimo propter Deum, che è l’anima dell’Antico e del Nuovo Testamento, sono totalmente assenti nell’Apocalittica messianistica del giudaismo post-biblico e vengono rimpiazzati dalla sete di dominio universale e imperialistico schiavista, che nulla ha a che veder con il sano “colonialismo” civilizzatore e missionario del Cristianesimo;

  • 13°) in breve l’Apocalittica è un “ordigno bellico” (A. Romeo), che ci sta portando verso la terza guerra mondiale. Infatti la storia, che è la “maestra” meno ascoltata dagli uomini, ci insegna che l’Apocalittica ha scatenato le rivolte giudaiche contro Roma (63 d. C.) con la conseguente reazione di quest’ultima e la distruzione prima del Tempio di Gerusalemme (70), poi della Giudea (135) e le varie “catastrofi” (in ebraico “shoah”) che si sono abbattute sul popolo ebraico (1492 espulsione dalla Spagna, 1933-45 “Leggi razziali” anti-giudaiche in quasi tutta l’Europa). A partire dal 2011 si sta attraversando una fase molto più critica che rischia di portare alla catastrofe nucleare e mondiale (v. Iraq, Afghanistan, Siria e Iran);

  • 14°) lo studio dell’Apocalittica sfata la leggenda del Cristianesimo anti-romano. Infatti Roma ha accolto il Vangelo mentre la Giudea si è rivoltata contro i Romani e ne è stata distrutta, per cui non è il Cristianesimo il nemico di Roma, ma il giudaismo rabbinico, come non è stata Roma la persecutrice del Cristianesimo, ma il giudaismo si è servito di alcuni personaggi di Roma (v. Poppea e Nerone) per scatenare le persecuzioni anticristiane;

  • 15°) religiosamente l’Apocalittica è la miglior confutazione dell’ecumenismo o del dialogo giudaico-cristiano; infatti il Messianismo ebraico è l’ostacolo invalicabile dal Cristianesimo e il giudaismo attuale non ha nulla a che vedere con i Profeti dell’Antico Testamento, ma rimanda al Talmud e alla Cabala;

  • 16°) la “fiducia cieca” e fanatica di Israele nella vittoria sulle Genti, fondata sulle “visioni” dell’Apocalittica, spiega la cecità del sionismo a voler oggi (come Bar Kobà la volle nel 130 contro Roma) ad ogni costo una guerra contro Siria e Iran, che è un’incognita anche per Israele e gli Usa;

  • 17°) i “Profeti” dell’Antico Testamento, vere “fonti di acqua viva”, hanno parlato dell’Alleanza di Dio con il popolo di Israele al condizionale, ossia Dio sceglie Israele a condizione che questo Gli resti fedele, se invece Lo tradisce Dio abbandona Israele, mentre i “falsi veggenti” dell’Apocalittica giudaico-rabbinica, vere “fonti screpolate”, ne parlano senza condizioni, perciò, anche se Israele abbandona Dio, Egli mai abbandonerà Israele. La dottrina cattolica applica a Israele ciò che insegna sulle singole anime: “Deus non deserit nisi prius deseratur”; solo se viene abbandonato, Dio abbandona l’anima o il popolo che si è scelto. Quindi il “Vecchio Patto” con Israele era condizionato e siccome Israele ha rifiutato il vero Messia, Gesù Cristo, Dio lo ha abbandonato ed ha stretto una “Nuova ed Eterna Alleanza” con tutti i popoli (Gentili e “la piccola reliquia” del vero Israele fedele a Mosè, ai Profeti e a Cristo-Dio). Per cui “i doni di Dio sono senza pentimento” da parte di Dio, ma da parte dell’uomo o dei popoli essi possono essere rifiutati ed allora Dio abbandona chi Lo tradisce. Come si vede, questa paradossale teoria dell’elezione incondizionata ed assoluta di Israele è stata ripresa dal Concilio Vaticano II nel senso dell’Apocalittica rabbinica e in rottura con la Tradizione apostolica. Si pensi alla concezione del “Messia cosmico” e non Salvatore degli uomini (Messianismo antropologico) propria dell’Apocalittica rabbinica e ripresa da Teillhard de Chardin, il Padre della “Nuova Teologia” del Concilio Vaticano II, con la teoria del “Cristo cosmico”;

  • 18°) tra Cristianesimo e giudaismo post-biblico vi è un contrasto che più stridente non è possibile immaginare: Gesù Messia e Redentore delle anime di tutti gli uomini è avversato e odiato dall’Apocalittica rabbinica, che vuole un Messia guerriero e temporale, il quale dia soltanto a Israele il dominio su tutto l’universo. Questo contrasto ha portato inevitabilmente il giudaismo rabbinico a mettere in croce Gesù e tale odio permane tra il giudaismo odierno e il Cristianesimo, il quale non cessa di essere perseguitato come lo furono gli Apostoli, i primi cristiani e così sino alla fine del mondo. La questione ebraica è, perciò, soprattutto teologica e non razzistica (v. Antonino Romeo, Francesco Spadafora, Giuseppe Ricciotti e Alberto Vaccari, eminenti esegeti e teologi cattolici, i quali nulla hanno a che vedere con il razzismo biologico) ed ha anche delle conseguenze politiche, economiche ed etniche. Quindi chi vuol far Teologia non può ignorare il problema ebraico e chi fa politica non può non ricorrere alla Teologia;

  • 19°) il sionismo e la conseguente creazione dello Stato d’Israele (1948) sono la teoria e la messa in pratica aggiornata al XX secolo dell’Apocalittica ebraica, che va dal II secolo a. C. al II sec. d. C. Perciò abbracciare il sionismo e riconoscere lo Stato d’Israele non è solo una questione politica, ma soprattutto religiosa con conseguenze politiche. Implicitamente ciò equivale a rigettare Cristo come vero Messia e unico Salvatore di tutti gli uomini ed accettare l’Apocalittica e il falso Messianismo temporale rabbinico, che ha ucciso Gesù e perseguitato la Chiesa;

  • 20°) la questione della “shoah” presentata dal giudaismo Messianico Apocalittico come “Olocausto” non è una semplice questione storica, ma ha una valenza teologica anticristiana e anticristica, dacché vuole rimpiazzare il Sacrificio di Cristo con quello di Israele, nuova “divinità” del mondo contemporaneo. Al contempo e conseguentemente ha una valenza geo-politica che aiuta lo Stato di Israele a conquistare un dominio universale il quale si sta facendo sempre più invadente ed “onnipresente” quale anticipazione prossima del Regno dell’Anticristo finale, preceduto dai vari “anticristi” iniziali.

In un prossimo articolo vedremo le principali fonti e caratteristiche dell’Imperialismo ebraico talmudico e il suo odio razzistico e teologico verso i ‘non-Ebrei’ e specialmente verso i Cristiani.

d. CURZIO NITOGLIA

4 luglio 2012

http://www.doncurzionitoglia.com/apocalittica_messianismo_terreno.htm

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SANGUE E ORRORE IN PALESTINA

Colonizzare la Palestina

Di Antonella Randazzo
Che si creda o no all’esistenza di Gesù Cristo o alle tribù d’Israele, la Palestina rappresenta una terra importante nella Storia degli esseri umani. Eppure è un luogo in cui la popolazione ha subito le più crudeli persecuzioni, costretta ad oggi a vivere in guerra, controllata a vista dall’esercito.
In molti territori dell’attuale Stato di Israele, 2700 anni fa la situazione era più o meno la stessa, l’impero Assiro perseguitava gli abitanti, distruggendo e deportando.
La località di Megiddo, o Tell al-Mutesellim (in arabo), appariva nel Nuovo Testamento (nell’Apocalisse di Giovanni) col nome di Armageddon, in ebraico “monte di Megiddo”, ossia il luogo in cui, secondo la mistica cristiana, dovrebbe avvenire una sorta di battaglia finale fra le forze del bene e quelle del male.
Megiddo è una collina che comprende un sito archeologico che nell’8° secolo a. C. fu un campo di battaglia. Gli Assiri uccisero buona parte della popolazione e deportarono parecchie persone in Mesopotamia. L’impero Assiro dominò per molto tempo, dividendo gruppi etnici e culture.
Paradossalmente, sembra che l’antico progetto di distruzione del popolo palestinese non sia mai sparito.
Nell’età contemporanea tutto iniziò con la fine della Prima guerra mondiale, quando gli inglesi avrebbero dovuto mantenere l’impegno preso di rendere la zona indipendente.
Durante la Prima guerra mondiale, le potenze occidentali sostennero con convinzione il principio di autodeterminazione dei popoli, e fornirono alle popolazioni arabe più che una speranza di poter costruire un assetto politico-economico liberamente scelto sulla base della loro cultura. Il presidente americano Thomas Woodrow Wilson, nei suoi 14 Punti, sosteneva: “Una sicura sovranità sarà garantita alle parti turche dell’Impero ottomano attuale (compresa la Palestina); ma le altre nazionalità che si trovano in questo momento sotto la dominazione turca dovranno avere garantita un’indubbia sicurezza di esistenza ed il modo di svilupparsi senza ostacoli, autonomamente”.(1)
Dopo la Prima guerra mondiale, il problema del potere sui territori ex ottomani assunse caratteristiche diverse rispetto alle aspettative arabe. Per i paesi vincitori, la Gran Bretagna, la Francia e gli Usa, il problema principale era diventato quello di spartirsi la “torta”, senza alcuna considerazione per la cultura araba e per le promesse fatte agli arabi.La Gran Bretagna avrebbe dovuto rispettare la dichiarazione di Balfour, e permettere agli ebrei di ottenere parte della Palestina, ma dovette esitare per evitare le proteste dei popoli arabi. Le autorità inglesi, anche se non avevano alcuna intenzione di rispettare i patti conclusi con gli arabi, volevano evitare di provocarli a tal punto da creare gravi disordini.
Le popolazioni arabe si accorsero ben presto che il discorso sull’autodeterminazione era caduto nel dimenticatoio, e a partire dal 1920 si ebbero numerose rivolte e sollevazioni contro il potere britannico.
Gli arabi della Palestina furono ingannati spudoratamente dagli inglesi e dagli americani. Essi avevano combattuto contro i turchi, con la convinzione che dopo la guerra avrebbero avuto una piena sovranità su tutte le loro terre. Thomas Edward Lawrence (Lawrence d’Arabia), che si era prestato a capeggiare la rivolta degli arabi, sospettando che le autorità inglesi non avrebbero mantenuto la promessa, confessò a Winston Churchill:

“Azzardai la frode poiché ero convinto che l’aiuto degli arabi fosse necessario per una nostra vittoria, veloce e a buon mercato, in Oriente, e che fosse meglio vincere e non mantenere la parola data, piuttosto che perdere… L’ispirazione araba fu il nostro strumento principale per vincere la guerra d’Oriente. Così assicurai loro che l’Inghilterra avrebbe mantenuto la promessa nelle parole e nei fatti. Sorretti da ciò, essi compirono le loro belle imprese; ma, ovviamente, invece di essere orgoglioso di ciò che facevamo insieme, provavo continua amarezza e vergogna.”(2)

Quando gli arabi si accorsero che gli inglesi avevano fatto il doppio gioco, organizzarono il congresso generale dei nazionalisti arabi, che si riunì a Damasco nel luglio del 1919. I progetti sionisti e la spartizione delle regioni islamiche, progettata dai paesi occidentali, vennero decisamente rifiutati.
L’allora segretario di Stato alle colonie Winston Churchill, per tranquillizzare i palestinesi, scrisse un memorandum (Memorandum Churchill), in cui sosteneva che sarebbe stata limitata la possibilità di creare uno Stato ebraico in Palestina, anche se gli ebrei continuavano a giungere sul territorio palestinese. Da 83.790 (nel 1922) divennero, nel 1929, 156.481. Nel 1929, fu creata un’Agenzia ebraica per la Palestina, che si occupò anche di costruire ospedali, scuole e l’Università di Gerusalemme. Mentre gli arabi venivano indeboliti anche da divisioni interne (fra sostenitori degli Husseini e degli Nashashibi), gli ebrei della Palestina si organizzavano e diventavano sempre più numerosi, grazie ai notevoli finanziamenti di Rothschild e all’appoggio politico degli Usa.
La formazione dello Stato d’Israele è stata fatta contro gli interessi degli stessi ebrei, e fomentando l’antisemitismo.
Nel 1881 la Palestina era un’area tranquilla, popolata da mezzo milione di abitanti, di cui 20.000 ebrei. C’era una notevole tolleranza religiosa, e le caratteristiche culturali arabe si manifestavano anche attraverso il calore e l’ospitalità del popolo palestinese. Con la nascita del sionismo le cose sarebbero drammaticamente cambiate.
Il sionismo nasce ufficialmente nell’agosto del 1897, anno in cui si svolge il Primo Congresso Sionista Internazionale. Il promotore è Theodore Herzl, un giornalista austriaco ebreo non praticante, che l’anno precedente aveva scritto il libro “Der Judenstaat” (Lo Stato Ebraico), in cui promuoveva l’idea di creare uno Stato Ebraico. All’epoca il suo progetto risultava sconcertante, perché equivaleva a privare migliaia di palestinesi della loro terra. Le idee sioniste facevano parte di un ampio progetto politico per colonizzare la Palestina, finanziato dal Barone Edmond de Rothschild che, dagli anni Ottanta del XIX secolo, aveva organizzato diversi insediamenti di ebrei russi e polacchi in Palestina.
Il progetto di Herzl, sostenuto dagli Usa, procederà con cautela, e inizialmente non menzionerà nemmeno la parola “Stato”, ma l’eufemismo “focolare”. Tuttavia, dopo la dichiarazione di Balfour, il progetto avanzava, e con l’insediamento degli ebrei iniziò un percorso caotico di separazioni, razzismo e prevaricazione a danno dei palestinesi.
Negli anni Venti e Trenta del secolo scorso, nacquero movimenti armati sionisti per il controllo del territorio, come Lehi (chiamato anche Stern dal nome del suo fondatore Avraham Stern), l’Haganà, e l’Etzel. Queste formazioni organizzeranno molti attentati terroristici, per uccidere i palestinesi o costringerli a fuggire dalle loro terre.
Negli anni Trenta del secolo scorso, i sionisti si appoggiarono ai nazisti per riuscire a far arrivare in Palestina molte famiglie tedesche di ceto medio-alto. Racconta l’ex capo della Federazione Sionista tedesca, Hans Friedenthal: “La Gestapo fece di tutto in quei giorni per dare impulso all’emigrazione, in particolare verso la Palestina. Ricevemmo spesso il loro aiuto qualsiasi cosa ci fosse richiesta da altri enti a proposito dei preparativi per l’emigrazione”.(3)
Nello stesso anno in cui Hitler salì al potere, fu siglato l’Accordo di Trasferimento, che permise a decine di migliaia di ebrei tedeschi di emigrare in Palestina. L’Accordo, detto anche Haavara, venne firmato nell’agosto del 1933, da funzionari tedeschi e da Chaim Arlosoroff, segretario politico dell’Agenzia ebraica, centro palestinese dell’Organizzazione Mondiale Sionista.
Ogni ebreo, che decideva di emigrare in Palestina, doveva depositare il proprio denaro in un conto speciale. Il denaro sarebbe stato utilizzato per comprare in Germania materiali da costruzione o prodotti agricoli, che poi sarebbero stati venduti alla compagnia ebraica Haavara, e il ricavato sarebbe stato restituito ai coloni. Tutto questo aveva lo scopo di portare in Palestina coloni e capitale, per sviluppare rapidamente l’economia del futuro Stato.
Gli inglesi pretendevano il pagamento di 1000 sterline per ogni immigrato giunto ad Haifa o in altri porti, e per provvedere a questi pagamenti venne creata la Banca Anglo-Palestinese, che aveva sede a Londra. I sionisti puntavano a portare in Palestina le famiglie ebree benestanti, per incrementare i capitali del futuro Stato d’Israele. Osserva lo storico Edwin Black:

“Farla finita con l’embargo antitedesco era uno dei traguardi dei sionisti. Il Sionismo doveva far uscire il capitale degli Ebrei tedeschi e i beni commerciali erano l’unico mezzo a disposizione per ottenere questo scopo. Ma ben presto i leaders sionisti capirono che le possibilità di successo per l’economia del futuro Stato ebreo di Palestina erano indissolubilmente connesse con la sopravvivenza dell’economia tedesca. Per questo la dirigenza sionista ebbe motivo di andare ancora oltre: l’economia tedesca andava difesa, stabilizzata e se necessario rafforzata. Quindi il partito nazionalsocialista e l’organizzazione sionista avevano un comune interesse al risanamento della Germania”.(4)

I sionisti, dunque, sostenevano l’economia tedesca per pagare l’emigrazione ebraica, ma avevano anche bisogno di propagandare il regime nazista come crudele e sanguinario, per spaventare gli ebrei e convincerli ad emigrare. Fra il 1933 e il 1941, emigrarono in Palestina circa 60.000 ebrei tedeschi, attraverso l’Haavara e altri accordi con i nazisti; si trattava di circa il 10% della popolazione ebraica della Germania. Fu trasferito dalla Germania alla Palestina un capitale di 139 milioni e 57.000 marchi tedeschi (oltre 40 milioni di dollari).(5) Accordi commerciali con la Germania nazista portarono in Palestina altri 70 milioni di dollari. Grazie all’Haavara furono costruite industrie, aziende e imprese commerciali, che svilupparono l’economia del futuro Stato israeliano.
I sionisti erano d’accordo nel discriminare gli ebrei, e utilizzarono l’antisemitismo per convincere che fosse necessario far nascere uno Stato ebraico. Stephen S. Wise, presidente dell’American Jewish Congress e del World Jewish Congress, ad un raduno, nel giugno del 1938, disse: “Io non sono un cittadino americano di religione ebraica, io sono un ebreo. Hitler ha ragione su un punto. Egli definisce il popolo ebraico una razza e noi siamo una razza”.(6)
Le idee e i progetti dei sionisti furono condivisi e appoggiati dal governo nazista, che li aiutò ad organizzare in Germania quaranta campi e centri agricoli, dove trovarono rifugio temporaneo i futuri coloni. Nei campi sventolava la bandiera ebraica, in violazione alle Leggi di Norimberga.
Alla fine degli anni Trenta, il governo britannico cercò di limitare l’immigrazione ebraica in Palestina, ma Hitler aveva stipulato un accordo segreto con i sionisti capeggiati da Mossad le-Aliya Bet, per portare gli ebrei in Palestina in modo clandestino.
Sia il nazismo che il sionismo partivano dal presupposto che gli ebrei non dovessero integrarsi nella società tedesca. Scriveva il “Jüdische Rundschau”, giornale della federazione sionista:

“Il Sionismo riconosce l’esistenza di un problema ebraico e desidera una soluzione costruttiva e di vasta portata. A tal fine il Sionismo desidera ottenere l’assistenza di tutti i popoli, sia favorevoli che contrari agli ebrei, perché, dal suo punto di vista, noi qui siamo affrontando un problema concreto e non di sentimenti, alla soluzione del quale tutti i popoli sono interessati”.(7)

Il governo di Hitler sostenne il sionismo e l’emigrazione degli ebrei tedeschi in Palestina dal 1933 fino al 1940. Grazie all’aiuto da parte del governo nazista, la federazione sionista guadagnò molte adesioni, e attraverso numerose pubblicazioni fece ampia propaganda per convincere i tedeschi ad emigrare in Palestina.
All’inizio degli anni Trenta erano molto pochi gli ebrei tedeschi che volevano andare in Palestina, ma dopo l’ondata di propaganda antisemita da parte del governo, molti iniziarono a convincersi, soprattutto perché impauriti dalle conseguenze che l’antisemitismo diffuso dal nazismo avrebbe potuto avere. Secondo alcuni storici, come Walter Laqueur, gli ebrei tedeschi, prima che Hitler salisse al potere, non erano inclini a considerare i sionisti come i loro leader politici e non avevano nemmeno lontanamente l’idea di dover emigrare in Palestina per risolvere i problemi ebraici.
Il giornalista Klaus Polkehn ritiene che le autorità sioniste desiderarono che il nazismo andasse al potere per essere aiutati a portare ebrei in Palestina.(8) Di fatto, Hitler collaborò attivamente e fu grazie al suo aiuto che i sionisti riuscirono a far trasferire il 10% degli ebrei tedeschi in Palestina. Secondo Black, il sionismo puntava a far emigrare soprattutto le famiglie ebree di classe medio-alta, per costruire l’economia capitalistica in un’area non sviluppata:

“Il Sionismo doveva far uscire il capitale degli Ebrei tedeschi e i beni commerciali erano l’unico mezzo a disposizione per ottenere questo scopo. Ma ben presto i leaders sionisti capirono che le possibilità di successo per l’economia del futuro Stato ebreo di Palestina erano indissolubilmente connesse con la sopravvivenza dell’economia tedesca. Per questo la dirigenza sionista ebbe motivo di andare ancora oltre: l’economia tedesca andava difesa, stabilizzata e se necessario rafforzata. Quindi il partito nazionalsocialista e l’organizzazione sionista avevano un comune interesse al risanamento della Germania.”(9)

Al contrario delle autorità sioniste, molti ebrei si opposero al nazismo, e in tutto il mondo protestarono quando, nel 1933, Hitler salì al potere. Il 27 marzo del 1933, i capi della Comunità Ebraica internazionale organizzarono manifestazioni di protesta a Londra, Chicago, Philadelphia, Boston, Baltimore, Cleveland e in altre 70 località.(10) Gli ebrei capivano che il nazismo non sarebbe stato loro favorevole, e cercarono in tutti i modi di far capire al mondo intero la pericolosità della Germania di Hitler, auspicando sanzioni contro il regime, ma né le autorità inglesi né quelle americane vollero adottare misure economiche penalizzanti. Al contrario, le banche e le società anglo-americane fecero grossi affari con Hitler, anche durante la guerra.
Il governo di Hitler fece una forte pressione affinché gli ebrei tedeschi non si sentissero accettati, e riscoprissero la loro identità ebraica. Le Leggi di Norimberga, approvate nel 1935, proibivano le relazioni fra ebrei e non ebrei, e consideravano la minoranza ebraica come straniera. Ciò incoraggiava gli ebrei ad avvicinarsi alle teorie sioniste, che sostenevano l’importanza di emigrare nella terra di “Sion”.
Già negli anni Venti dello scorso secolo, il sionista Jacob Klatzkin aveva cercato di convincere gli ebrei tedeschi ad emigrare in Palestina, appoggiando l’idea che essi fossero stranieri: “Noi ebrei siamo stranieri, un popolo straniero in mezzo a voi e desideriamo continuare ad esserlo. Un ebreo non sarà mai un leale tedesco; chiunque chiama questa terra straniera la propria patria è un traditore del popolo ebraico”.(11)
L’antisemitismo era funzionale ai progetti sionisti, come fece notare Ben Gurion: “Non sempre e in ogni luogo io mi opporrò all’antisemitismo. I sionisti giocheranno regolarmente la loro utile carta razziale antisemita”. Lo stesso Theodor Herzl aveva istigato l’odio verso gli ebrei per indurli ad emigrare: “E’ fondamentale che le sofferenze degli ebrei diventino peggiori perché questo favorirà la realizzazione dei nostri piani. Io ho un’idea eccellente e indurrò gli antisemiti a liquidare le ricchezze degli ebrei, gli antisemiti inoltre ci assisteranno quando rafforzeranno la persecuzione e l’oppressione degli ebrei. Gli antisemiti saranno i nostri migliori amici”.(12) Il rabbino sionista Yosef Klausner, alla Conferenza Ebraica Americana del 2 maggio 1948, sostenne:

“Sono convinto che il popolo deve essere forzato ad andare in Palestina. Per loro, un dollaro americano appare come il più alto degli obiettivi. Con la parola “forzare”, io voglio suggerire un programma. Esso è servito per l’evacuazione degli Ebrei in Polonia, e nella storia dell’Exodus. Nell’applicare questo programma noi dobbiamo, invece di dare conforto ai profughi, fornire loro il più grande disagio. Nella fase successiva dobbiamo chiedere aiuto all’Haganah per tormentare gli ebrei”.(13)

I sionisti cercarono ovunque di spingere gli ebrei ad emigrare, utilizzando l’antisemitismo e il terrorismo. Ad esempio, nel periodo 1949-1950, il sionista Mordechai ben Porat, attuò un piano per convincere funzionari iracheni ad approvare leggi che inducessero gli ebrei a lasciare l’Iraq. Facevano parte del piano anche diversi attentati terroristici contro le sinagoghe di Baghdad, attuati nel marzo del 1950.(14)
Finché la Gran Bretagna ebbe il protettorato in Palestina, non tutti gli emigranti ebrei furono accolti in Palestina. Nel luglio del 1947, fu rimandata indietro la nave Exodus, che dall’Europa portava in Israele 4500 ebrei sopravvissuti all’Olocausto.
Nel novembre del 1947, l’Assemblea Generale dell’Onu decise la spartizione della Palestina in uno Stato ebraico e uno Stato palestinese.
Quell’anno gli ebrei in Palestina erano 600.000, e possedevano circa il 6% della terra palestinese coltivabile, mentre i palestinesi erano 1.250.000. La risoluzione dell’Onu, votata il 29 novembre 1947, dava agli israeliani il 55% delle terre palestinesi, nonostante la popolazione israeliana costituisse soltanto un terzo degli abitanti della Palestina.
Nel 1948 venne proclamato lo Stato d’Israele, riconosciuto immediatamente dal presidente americano Harry Truman, e poco tempo dopo anche dall’Urss.
Il 14 maggio del 1948, la Lega Araba dichiarò guerra al nuovo Stato, ma fu sconfitta, e l’anno successivo Israele firmò l’armistizio con l’Egitto, il Libano, la Giordania e la Siria.
Nonostante le autorità israeliane avessero ottenuto molto di più di ciò che avrebbero dovuto, iniziarono una vera e propria guerra per occupare altri territori e per impedire il costituirsi di uno Stato palestinese. Con la violenza, riuscirono ad occupare l’81% dell’area totale della Palestina, costringendo alla fuga un milione di arabi. Occuparono 524 città e villaggi arabi, distruggendone 385. Sulle rovine dei villaggi, costruirono nuovi edifici e insediamenti. Lo storico Benny Morris racconta il massacro del popolo palestinese:

“I massacri compiuti dagli israeliani furono molto più numerosi di quanto pensassi in precedenza. Con mia sorpresa, ci furono anche molti casi di stupro. Nell’aprile e maggio del 1948 unità della Haganah (la forza di difesa che esisteva prima della fondazione dello stato di Israele) ricevettero ordini operativi in cui si affermava esplicitamente che dovevano cacciare gli abitanti dalle loro case e distruggere i villaggi. Al tempo stesso è emerso che l’Alto comitato arabo e i leader palestinesi diedero ordine di allontanare da alcuni villaggi bambini, donne e anziani… il 31 ottobre 1948, il comandante del fronte settentrionale, Moshe Carmel, emanò un ordine scritto in cui comandava alle sue unità di accelerare l’allontanamento della popolazione araba. Carmel intraprese quell’azione immediatamente dopo la visita di Ben-Gurion al comando settentrionale, di stanza a Nazareth. Per me non c’è alcun dubbio che quell’ordine provenisse proprio da Ben-Gurion… A partire dall’aprile del 1948 Ben-Gurion si orientò verso i trasferimenti forzati di popolazione… Lo stato ebraico non sarebbe nato senza la cacciata di 700mila palestinesi dalle terre che abitavano”.(15)

Nell’aprile e nel maggio del 1948, l’Haganah ricevette ordini dal governo di Ben-Gurion di cacciare i palestinesi dalle loro case e di distruggere i villaggi. Almeno 800.000 palestinesi furono cacciati dalle loro terre. Durante i trasferimenti forzati si ebbero massacri, violenze e stupri contro la popolazione palestinese. Molti villaggi furono dati alle fiamme, e oltre 800 persone persero la vita. Gli arabi definirono tutto questo Nakba (catastrofe).
Nel dicembre del 1948, in seguito alla visita di Menachem Begin negli Usa, Albert Einstein e altri scienziati ebrei fecero pubblicare una lettera sul “New York Times”, che diceva:

“Fra i fenomeni più preoccupanti dei nostri tempi emerge quello relativo alla fondazione, nel nuovo stato di Israele, del Partito della Libertà (Tnuat Haherut), un partito politico che nella organizzazione, nei metodi, nella filosofia politica e nell’azione sociale appare strettamente affine ai partiti Nazista e Fascista. E’ stato fondato fuori dall’assemblea e come evoluzione del precedente Irgun Zvai Leumi, una organizzazione terroristica, sciovinista, di destra della Palestina. L’odierna visita di Menachem Begin, capo del partito, negli USA è stata fatta con il calcolo di dare l’impressione che l’America sostenga il partito nelle prossime elezioni israeliane, e per cementare i legami politici con elementi sionisti conservativi americani. Parecchi americani con una reputazione nazionale hanno inviato il loro saluto. E’ inconcepibile che coloro che si oppongono al fascismo nel mondo, a meno che non sia stati opportunamente informati sulle azioni effettuate e sui progetti del Sig. Begin, possano aver aggiunto il proprio nome per sostenere il movimento da lui rappresentato.
Prima che si arrechi un danno irreparabile attraverso contributi finanziari, manifestazioni pubbliche a favore di Begin, e alla creazione di una immagine di sostegno americano ad elementi fascisti in Israele, il pubblico americano deve essere informato delle azioni e degli obiettivi del Sig. Begin e del suo movimento.
Le confessioni pubbliche del sig. Begin non sono utili per capire il suo vero carattere. Oggi parla di libertà, democrazia e anti-imperialismo, mentre fino ad ora ha apertamente predicato la dottrina dello stato Fascista. E’ nelle sue azioni che il partito terrorista tradisce il suo reale carattere, dalle sue azioni passate noi possiamo giudicare ciò che farà nel futuro.
Un esempio scioccante è stato il loro comportamento nel villaggio Arabo di Deir Yassin. Questo villaggio, fuori dalle strade di comunicazione e circondato da terre appartenenti agli Ebrei, non aveva preso parte alla guerra, anzi aveva allontanato bande di arabi che lo volevano utilizzare come una loro base. Il 9 Aprile, bande di terroristi attaccarono questo pacifico villaggio, che non era un obiettivo militare, uccidendo la maggior parte dei suoi abitanti (240 tra uomini, donne e bambini) e trasportando alcuni di loro come trofei vivi in una parata per le strade di Gerusalemme.
La maggior parte della comunità ebraica rimase terrificata dal gesto e l’Agenzia Ebraica mandò le proprie scuse al Re Abdullah della Trans-Giordania.
Ma i terroristi, invece di vergognarsi del loro atto, si vantarono del massacro, lo pubblicizzarono e invitarono tutti i corrispondenti stranieri presenti nel paese a vedere i mucchi di cadaveri e la totale devastazione a Deir Yassin. L’accaduto di Deir Yassin esemplifica il carattere e le azioni del Partito della Libertà.
All’interno della comunità ebraica hanno predicato un misto di ultranazionalismo, misticismo religioso e superiorità razziale. Come altri partiti fascisti sono stati impiegati per interrompere gli scioperi e per la distruzione delle unioni sindacali libere. Al loro posto hanno proposto unioni corporative sul modello fascista italiano. Durante gli ultimi anni di sporadica violenza anti-britannica, i gruppi IZL e Stern inaugurarono un regno di terrore sulla Comunità Ebraica della Palestina. Gli insegnanti che parlavano male di loro venivano aggrediti, gli adulti che non permettevano ai figli di incontrarsi con loro venivano colpiti in vario modo. Con metodi da gangster, pestaggi, distruzione di vetrine, furti su larga scala, i terroristi hanno intimorito la popolazione e riscosso un pesante tributo. La gente del Partito della libertà non ha avuto nessun ruolo nelle conquiste costruttive ottenute in Palestina. Non hanno reclamato la terra, non hanno costruito insediamenti ma solo diminuito la attività di difesa degli Ebrei.
I loro sforzi verso l’immigrazione erano tanto pubblicizzati quanto di poco peso e impegnati principalmente nel trasporto dei loro compatrioti fascisti.
La discrepanza tra le sfacciate affermazioni fatte ora da Begin e il suo partito, e il loro curriculum di azioni svolte nel passato in Palestina non portano il segno di alcun partito politico ordinario. Ciò è, senza ombra di errore, il marchio di un partito Fascista per il quale il terrorismo (contro gli Ebrei, gli Arabi e gli Inglesi) e le false dichiarazioni sono i mezzi e uno stato leader l’obbiettivo.
Alla luce delle soprascritte considerazioni, è imperativo che la verità su Begin e il suo movimento sia resa nota a questo paese. E’ maggiormente tragico che i più alti comandi del Sionismo Americano si siano rifiutati di condurre una campagna contro le attività di Begin, o addirittura di svelare ai suoi membri i pericoli che deriveranno a Israele sostenendo Begin. I sottoscritti infine usano questi mezzi per presentare pubblicamente alcuni fatti salienti che riguardano Begin e il suo partito, e per sollecitare tutti gli sforzi possibili per non sostenere quest’ultima manifestazione di fascismo”.

Le autorità israeliane, che erano le stesse che capeggiavano o avevano capeggiato i gruppi terroristici, perseguitarono la stessa cultura araba, cercando di cancellarla uccidendo e distruggendo luoghi, moschee e persino alberi d’ulivo, simboli della Palestina.
Si trattava di personaggi crudeli e spietati, che consideravano gli arabi come inferiori e ritenevano di avere diritto a cacciarli dalle loro terre per far posto agli ebrei. Ad esempio, Ben Gurion sosteneva: “Noi dobbiamo espellere gli arabi e prenderci i loro posti… Dobbiamo usare il terrore, l’assassinio, l’intimidazione, la confisca delle terre e l’eliminazione di ogni servizio sociale per liberare la Galilea dalla sua popolazione araba”.(16)

Secondo un altro primo ministro israeliano, Menachem Begin (1977-1983), “(I palestinesi) sono bestie che camminano su due gambe”.(17)
Anche altri capi di governo israeliani mostrarono profondo disprezzo per i palestinesi. Ad esempio, Golda Meir negava persino che i palestinesi esistessero: “Non esiste una cosa come il popolo palestinese. Non è come se noi siamo venuti e li abbiamo cacciati e preso il loro paese. Essi non esistono.(18)
Ariel Sharon, in qualità di Ministro degli Esteri disse: “Non c’è sionismo, colonizzazione, o Stato Ebraico senza lo sradicamento degli arabi e l’espropriazione delle loro terre”.(19) E quando diventò Primo Ministro dichiarò: “Israele può avere il diritto di mettere altri sotto processo, ma certamente nessuno ha il diritto di mettere sotto processo il popolo ebraico e lo Stato d’Israele”.(20)

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Non tutti gli ebrei condivisero la violenza e la distruttività delle autorità israeliane, molti cittadini ebrei cercarono di opporsi ai crimini, ma senza successo.

Nel 1912 si formò in Palestina un gruppo di ebrei antisionisti, capeggiato da Agudas Israel. Nel tempo il gruppo aveva ridotto la sua azione, fino a quando, nel 1938, il piano sionista aveva raggiunto un certo livello di realizzazione. Quell’anno nacque a Gerusalemme il gruppo dei Neturei Karta (“Guardiani della città”), che riuniva gli ebrei che non accettavano il piano di formazione dello Stato di Israele, giudicandolo iniquo in riferimento alle interpretazioni della Torah e di alcuni passi del Talmud.
Gli ebrei antisionisti crebbero in tutto il mondo. Alcuni di essi subirono persecuzioni e torture e dovettero andare via dalla Palestina.
Durante la Seconda guerra mondiale i sionisti approfittarono del clima distruttivo per perseguitare ed uccidere tutti quegli ebrei che si rifiutavano di andare a vivere in Palestina, o che avversavano apertamente la formazione di Israele. Ad esempio, gli Judenräte (consigli ebraici sionisti) ebbero un ruolo importante nell’arresto, nella deportazione e nell’uccisione di migliaia di ebrei. Gli Judenräte istituirono un corpo di polizia costituito soprattutto da sionisti, che dotarono inizialmente di manganelli e, alla fine del 1942, di armi da fuoco.
Ad oggi i Neturei Karta vengono ancora perseguitati e criminalizzati, accusati di essere pericolosi estremisti e ultra-ortodossi. Essi però sono semplicemente consapevoli del livello di distruttività creato dalle autorità israeliane, e citano il Talmud per provare che la stessa religione ebraica è contraria all’uso della forza per creare uno Stato. I Neturei Karta sostengono che la Palestina appartiene alle persone che vi hanno sempre abitato, ossia ai palestinesi di ogni religione. Spesso i Neturei Karta protestano insieme ai palestinesi (con la bandiera palestinese), dimostrando che non è vero che la guerra sia dovuta all’odio fra i due gruppi, ma che tale odio è stato alimentato sapientemente da chi ha scatenato la guerra e continua ad aggredire il popolo palestinese.
Gli ebrei antisionisti sostengono che le autorità israeliane hanno utilizzato la religione ebraica per scopi politici, e pretendono di rappresentare tutti gli ebrei pur sapendo che non è così.
In seguito alle persecuzioni e alla criminalizzazione mediatica, oggi i Neturei karta sono diventati un gruppo minoritario. Tuttavia, essi continuano ad agire in coerenza con i loro valori, e nel 2006 hanno partecipato alla conferenza internazionale sull’Olocausto, per dire la loro.
Uno dei personaggi più importanti del movimento è stato il rabbino Amram Blau, secondo il quale il riconoscimento da parte dell’ONU allo stato di Israele si può ritenere un grave atto di ingiustizia verso gli stessi ebrei.
Nel 2005 il leader dei Neturei Karta, il rabbino Israel David Weiss, si schierò dalla parte del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, facendo notare che i media occidentali travisavano i suoi discorsi, che in realtà non manifestavano affatto “sentimenti antiebraici”.
Weiss, alla televisione iraniana disse di essere poco preoccupato per la negazione dell’Olocausto, perché “i sionisti utilizzano la questione dell’Olocausto per ottenerne benefici. Noi, ebrei che abbiamo subìto l’Olocausto, non lo utilizziamo per promuovere i nostri interessi. Noi affermiamo che ci sono centinaia di migliaia di ebrei nel mondo che identificano la nostra opposizione all’ideologia sionista e che pensano che il sionismo non sia uguale all’ebraismo, ma sia solo un’agenda politica”.
I Neturei Karta accusano il sionismo di fomentare l’antisemitismo, di aver utilizzato il nome di Israele per un progetto politico, e di continuare a provocare gravi sofferenze nella Terra Santa.

Dal secondo dopoguerra, la situazione fu tenuta sotto controllo dalle autorità statunitensi ed europee, che risultavano particolarmente suscettibili verso il problema del riconoscimento dello Stato d’Israele e verso l’accusa di crimini tremendi contro il popolo palestinese, rivolta alle autorità del nuovo Stato. I mass media ufficiali cercavano in tutti i modi di insabbiare o minimizzare i crimini contro il popolo palestinese, mostrando Israele come una “democrazia” di tipo occidentale.
Ogni persona che si sospettava criticasse Israele, veniva perseguitata in vari modi. Ad esempio, negli anni Cinquanta, quando ancora la canzone italiana era famosa in tutto il mondo, il cantante Marino Marini fu messo sotto accusa perché cantava una canzone dal titolo “Innamorati a Tel Aviv”. Si trattava di una canzone melodica, cantata in un video in cui una donna velata, evidentemente araba, ballava all’orientale. Le autorità statunitensi considerarono il far apparire un’araba come abitante di Tel Aviv, un reato, e arrestarono Bruno Martino, che si trovava in tournée negli Usa. Martino era stato scambiato per Marini, e quando si accorsero dell’errore lo tennero in stato di arresto con l’accusa di aver scritto la canzone.
Questo ridicolo e paradossale episodio rende l’idea del clima di tensione che le autorità occidentali creavano verso la situazione in Palestina. Con gli anni questa tensione non si è mai allentata, e ha dato vita ad associazioni (come la Lega Antidiffamazione) che si occupano di accusare, e talvolta perseguitare, coloro che vengono ritenuti “nemici di Israele”.
Creare un clima di intimidazione sui fatti d’Israele sarebbe servito anche ad accrescere il rischio di indurre gli studiosi ad alterare l’attività di identificazione ed analisi dei fatti storici relativi ad Israele. Il pericolo, presente anche ai nostri giorni, è quello di adattare gli elementi fattuali a logiche precostituite, per avversare o avvalorare una tesi, nata da pregiudizi assunti sulla base della massiccia propaganda israeliana, oppure da elementi volti a seminare odio verso tutti gli israeliani. Anche eminenti studiosi rischiano di diventare apologeti oppure “sovvertitori”, partendo non dall’analisi indipendente e acritica dei fatti, ma dal bisogno emotivo di assumere una posizione ideologica. Chi vuole mantenere inalterata l’attuale situazione in Palestina sa molto bene che risulterà utile creare un clima emotivamente eccessivo, per produrre il paradosso di una realtà in cui sia coloro che occultano i crimini delle autorità israeliane che coloro che li denunciano possono avere la stessa reazione di rifiuto verso l’obiettività storica e verso la possibilità di giungere ad un miglior approccio risolutivo, vincendo l’odio e mostrando al mondo i responsabili del genocidio palestinese. Ad oggi, possono essere facilmente identificati numerosi studiosi condiscendenti verso i crimini delle autorità israeliane, per timore o convenienza. Al contrario, esistono anche persone o intellettuali che riconoscono i crimini delle autorità israeliane, e li estendono a tutti i cittadini ebrei, ritenendo tutti gli israeliani “pericolosi nemici”. Ciò equivarrebbe a ritenere che, dato che in Italia c’è la mafia, tutti gli italiani sarebbero da considerare come pericolosi mafiosi. Se è pur vero che le autorità israeliane, aiutate da quelle occidentali (specie inglesi e statunitensi) alimentano ampiamente, e spesso efficacemente, l’odio e le divisioni, è anche vero che la guerra e i crimini sono fonti di sofferenza per tutti gli esseri umani: per chi li subisce, per chi li fa su comando e per chi ne viene a conoscenza. La gente comune, sia essa ebrea, musulmana o cristiana, non trae alcun vantaggio dai crimini e dalle guerre, soltanto il sistema di potere ne trae vantaggio. In nessun caso l’odio e la creazione di un nemico possono costituire modi per contrastare il crimine, essendo essi stessi potenziali fonti di crimine.
Seguire l’impulso emotivo a generalizzare presenta almeno due pericoli: alimentare la figura del “nemico” da combattere (che è il fulcro della guerra) e rendere gravemente compromesso da fattori di squilibrio il naturale impeto di indignazione provocato dalla constatazione dei crimini. La giusta indignazione dovrebbe sfociare in un comportamento volto a condividere la verità e a generare unione fra gli umani, in modo tale che possano essere smascherati gli autori dei crimini e si possa rendere il loro operato (seminare odio, creare nemici, ingannare attraverso i media, creare divisioni, attuare crimini di vario genere, ecc.) sempre meno efficace, fino ad estrometterli dal potere e a trattarli per ciò che essi sono realmente: spietati criminali. Occorre tener presente che anche per ciò che riguarda la situazione palestinese, sono le divisioni, l’odio e gli inganni mediatici ad impedire ai popoli di vedere cosa realmente è nel loro interesse.

Nel 1957, Yasser Arafat fondò l’organizzazione Al Fatah, e nel 1964 nacque L’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp), con l’obiettivo di combattere l’occupazione e il sionismo. Nel 1968 Al Fatah si unì all’Olp.
Nel 1967 scoppiò la guerra dei Sei giorni, durante la quale Israele occupò il Sinai, il Golan, la Gisgiordania e la striscia di Gaza. Nello stesso anno, la risoluzione 242 dell’Onu chiedeva ad Israele di ritirarsi dai territori occupati.
Nel 1975, l’Onu approvò la risoluzione n. 3379 in cui il sionismo veniva definito come una “forma di razzismo e discriminazione razziale”.
Nonostante le numerose risoluzioni dell’Onu, Israele non si ritirerà dai territori occupati, e continuerà ad opprimere e a massacrare i palestinesi. Nel 1987 iniziò la prima Intifada (in arabo “scrollarsi di dosso”, “sollevazione” o “rivolta”), come protesta palestinese alle violenze dell’esercito israeliano. Per le strade, i giovani palestinesi gettavano sassi contro i soldati israeliani, che rispondevano sparando e uccidendo.
Nel 1993 si riaprì il dialogo fra il governo israeliano e l’Olp, che portò alla firma dell’Accordo di Oslo, in cui Israele prometteva il ritiro delle sue truppe dai territori occupati dopo la guerra dei Sei giorni. Ma gli accordi non saranno mai rispettati e il governo israeliano riprenderà le azioni terroristiche contro i palestinesi. Si ebbero numerosi attentati terroristici organizzati allo scopo di impedire un vero processo di pace, ad esempio, nel 1994, un israeliano sparò contro i fedeli riuniti in una moschea ad Hebron (Cisgiordania) e uccise 50 palestinesi.
Nel settembre del 2000, Ariel Sharon, un crudele generale diventato capo di governo, si recò con 1000 soldati alla spianata delle moschee di Al-Aqsa, luogo considerato sacro e inviolabile dai musulmani. In questo modo le autorità israeliane intendevano far capire ai palestinesi che il loro dominio poteva essere imposto ovunque. In seguito a questa azione, iniziò la seconda Intifada, a cui l’esercito israeliano rispose in modo pesante, uccidendo moltissime persone, la maggior parte delle quali erano bambini e adolescenti. Dalla seconda Intifada fino al 2004, morirono oltre 8400 palestinesi, per l’82% civili. Inoltre, nello stesso periodo, le autorità israeliane organizzarono altri attentati terroristici ed esecuzioni mirate, uccidendo almeno 308 palestinesi, in violazione della IV Convenzione di Ginevra, macchiandosi di crimini di guerra. Su questi crimini non sono mai state fatte inchieste, come se i soldati israeliani avessero la totale immunità, ovvero il potere di uccidere impunemente qualsiasi palestinese.
Nel 2002 il governo israeliano approvò un documento per la costruzione di un muro che avrebbe separato la Cisgiordania da Israele. Il muro, di 750 chilometri per 8 metri, separa i palestinesi dagli stessi palestinesi, e sottrae loro parte delle terre coltivate, pozzi d’acqua, impedendo l’accesso ai luoghi di lavoro. Inoltre, per costruire il muro sono state distrutte oltre 2.500 case.
I territori assegnati allo stato palestinese dall’Onu, erano, nel 1967, il 45% della regione, mentre nel 2003 erano diventati, a causa delle occupazioni israeliane e del muro, soltanto l’11%.
Lo sgombero della Striscia di Gaza, attuato da Sharon nel 2005, aveva lo scopo di mostrare all’opinione pubblica che era intenzione delle autorità israeliane liberare le zone palestinesi dai coloni. Si trattava di un’operazione propagandistica, per occupare la Cisgiordania e togliere ai palestinesi il 45% del territorio assegnato, impedendo la nascita dello Stato palestinese. Nella Striscia di Gaza si insediarono un milione e duecentomila palestinesi, ma gran parte del territorio rimase sotto stretto controllo delle truppe israeliane.
Oggi Gaza è per i palestinesi come una prigione a cielo aperto, dove vengono controllati giorno e notte e di tanto in tanto subiscono bombardamenti, violenze e distruzioni. Le fabbriche abbandonate dai coloni israeliani sono state chiuse ed è vietato ai palestinesi prenderne possesso. L’economia di Gaza è stata volutamente distrutta dal governo israeliano, per costringere la quasi totalità dei palestinesi a rimanere disoccupati.
La vittoria elettorale di Hamas, del gennaio 2006, scatenerà un’altra furia distruttiva delle autorità israeliane. Per impedire la creazione di un legittimo governo eletto dal popolo, verranno sequestrati 64 parlamentari di Hamas e sarà bombardata per l’ennesima volta la Striscia di Gaza. Le autorità israeliane, in seguito all’aver appreso che i leader di Hamas e di Al Fatah detenuti nelle carceri israeliane avevano fatto sapere di essere disponibili ad accettare lo stato d’Israele, purché venissero istituiti due Stati, scatenarono un’altra ondata di violenza. L’élite israeliana, nella propaganda mediatica, giustificò le violenze dicendo che era obbligata a lottare contro Hamas perché “non accettava l’esistenza di Israele”, mentre in realtà si trattava di impedire la formazione dello Stato palestinese.

Lo Stato d’Israele è stato creato con l’obiettivo principale di destabilizzare il Medio Oriente. Gli Usa e i paesi europei hanno finanziato il terrorismo israeliano fin dall’inizio, e ad oggi forniscono ingenti quantità di armi e di finanziamenti. Israele riceve almeno due miliardi di dollari ogni anno per “aiuti militari”. Si tratta di denaro che sarà utilizzato per realizzare il progetto di sterminio del popolo palestinese.
Molti ebrei hanno lottato e continuano a lottare contro i crimini delle autorità israeliane. I movimenti dei “refusnik” israeliani sono sempre più organizzati e determinati a fare in modo che la guerra finisca, e attuano numerose iniziative. Ad esempio, nel settembre del 2004, a Tel Aviv, 700 persone parteciparono ad una protesta contro la costruzione del muro. Furono distribuiti volantini che dicevano:

“Dobbiamo abbattere il muro. Comprereste un tostapane usato da Dani Nave (ministro israeliano della salute)? Comprereste una macchina usata da Zahi Hanegbi (ministro per la polizia, sospeso dal servizio)? E allora, come mai comprate dei progetti disastrosi che avranno un’influenza negativa sulle nostre vite per anni da loro e dai loro amici Arik, Bibi, Ehud, e Limor [nomi di vari ministri] e da tutti gli altri interessati da tutte le parti fino ad includere il comitato centrale del Likud? Vi fidate di loro quando dicono che la soluzione ai nostri problemi consiste in recinti, muri, apartheid?”

I resfunik vengono arrestati o perseguitati in vari modi, e descritti dai media ufficiali come persone “pericolose” o “estremiste”.
Alcuni militari dell’esercito israeliano hanno scelto di non combattere più, e hanno denunciato gli orribili crimini commessi dalle forze israeliane. Zohar Shapira, ex comandante dell’esercito, così racconta la sua protesta:

“Dopo l’inizio della seconda Intifada, nel 2002, ero impegnato nell’operazione Shield of defence e dopo l’attacco a Jenin ho deciso che non potevo più continuare a fare quello che facevo, era immorale, soprattutto dopo aver sparato sopra la testa di una bambina sbucata improvvisamente da dietro una casa. Entravamo nelle abitazioni dei palestinesi e quando uscivamo portando via qualcuno di loro sospettato di essere un terrorista vedevo gli occhi dei bambini che ci guardavano e capivo che ci avrebbero odiato per tutta la vita. Eravamo noi a seminare l’odio… allora eravamo 6-800 (refusnik) non c’erano più solo soldati di leva ma anche piloti, comandanti. Tanto che il movimento dei refusnik arrivò ad imporsi come un punto di discussione nell’agenda del governo israeliano. Non potevamo più essere indicati semplicemente come traditori da Sharon, i refusnik erano diventati una realtà accettata dalla gente. Ora circa il 40 per cento dei riservisti, quando richiamati, si rifiutano di andare a servire nei territori occupati. Il problema era però come andare al di là delle manifestazioni e diventare più incisivi. Non sapevamo se c’erano palestinesi disposti a parlare con noi, poi abbiamo contattato Tayush (un’organizzazione di palestinesi e arabi di Israele). All’inizio eravamo molto sospettosi, diffidenti, da entrambe le parti”.(22)

Il governo israeliano punta a convincere gli israeliani che non ci potrà essere alcuna pace con i palestinesi, perché essi sono “nemici”. Molti anni di terrore, di violenze e di guerra hanno fomentato odio da ambo le parti, rendendo sempre più difficili i rapporti. Ciò nonostante, i refusnik contribuiscono ad alimentare la speranza nella pace, come spiega Jeff Halper, coordinatore del Comitato israeliano contro la demolizione delle case (Icahd):

“Molti israeliani non pensano alla pace come a qualcosa di positivo, partono dal principio che gli arabi sono nemici e che non ci sarà mai pace. Per molti israeliani la pace è solo una sorta di ‘pacificazione’. In Israele le parole hanno un senso ‘orwelliano’: pace vuol dire suicidio, la guerra corrisponde alla pace, così come ritirarsi in realtà vuol dire espansione e rafforzamento… Penso che l’ingiustizia sia insostenibile a lungo andare perché contiene i semi della distruzione. Alla fine ci sarà il collasso, e questo non vuol dire che dopo l’ingiustizia ci sarà giustizia, ma che Israele non potrà mantenere a lungo questa situazione”.(23)

Aiuti militari massicci giungono in Israele anche dalla Gran Bretagna. Nel periodo luglio-agosto del 2006, l’esercito israeliano ha aggredito il sud del Libano, uccidendo almeno 1100 persone e ferendone 3600. L’attacco era diretto in gran parte contro la popolazione civile, come osservò Amnesty International: (Israele attuava) “una politica deliberata di distruzione delle infrastrutture civili libanesi che comportava crimini di guerra”.(24) La Gran Bretagna ha fornito a Israele numerose armi e il sostegno logistico per il rifornimento degli aerei americani carichi di armi.
Oggi Israele è l’unico Stato al mondo che rifiuta che vengano definite le proprie frontiere, eppure è stato accolto all’Onu. Il mancato riconoscimento delle frontiere indica che Israele ritiene di avere diritto ad occupare nuove terre e non si sente obbligato a rispettare le leggi internazionali e le risoluzioni dell’Onu. Le autorità israeliane hanno interesse a tenere sottomesso il popolo palestinese, per continuare ad esercitare sul territorio un dominio coloniale. Le autorità occidentali sono complici del piano criminale sionista per la sottomissione dei popoli islamici, architettato al fine di saccheggiare le risorse petrolifere e imporre il proprio modello economico-finanziario.

La situazione palestinese non è affatto avulsa dalla più generale situazione di dominio del gruppo di grandi stegocrati banchieri/imprenditori sul pianeta. Al contrario, lo sterminio del popolo palestinese è da ritenere parte del progetto criminale atto a mantenere il potere sui popoli. Gli artefici del progetto non sono da ritenere come appartenenti ad una precisa razza o religione. Essi possono professarsi ebrei o cristiani, tuttavia, dai fatti, possiamo comprendere che la loro unica religione è il crimine contro l’umanità. Si tratta di persone affette da gravi patologie che li inducono a creare una realtà di distruzione, guerra e morte. Esse vogliono controllare l’umanità, e utilizzano le religioni o le ideologie per dividere e per seminare odio e scatenare guerre.
Queste persone sono esperte nel male e nella distruzione. Il loro potere si basa sull’inganno, sull’odio e sulla paura. La loro forza risiede nell’indurre gli esseri umani a credere di avere un “nemico”, e dunque a sviluppare odio. L’odio è il sentimento dell’impotenza, della distruttività (etero o auto), fomenta divisioni e guerre, e non rende possibile per l’uomo una realtà migliore di quella in cui impera la sofferenza e la distruttività.
Le persone che oggi dominano sul pianeta non sono “nemiche”, esse sono soltanto un gruppo di criminali, non occorre dunque odiarli, che sarebbe la cosa più semplice e immediata, ma si deve fare in modo che esse vengano individuate da tutti come criminali e rese inoffensive. Per fare questo bisogna amare: amare i propri simili, e non permettere che le religioni o le ideologie possano creare divisioni e conflitti. Si deve sentire il dolore del prossimo come fosse proprio. Se abbiamo il giusto senso di noi stessi riconosciamo che l’umanità intera è la nostra famiglia. I palestinesi sono parte di noi, e la loro sofferenza non ci è estranea. Così come la sofferenza degli iracheni, dei somali, degli afghani, dei birmani e di tutti i popoli che oggi stanno soffrendo a causa della criminalità di questo gruppo di persone.
Se i popoli fossero uniti, e se ogni individuo vincesse l’odio, nessun gruppo criminale potrebbe mai mantenere la supremazia.

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NOTE

1) http://www.larivistadelmanifesto.it/archivio/56/56A20041219.html
2) Documenti di politica estera britannica, 1919-1939, prima serie, volume IV, pp. 245-247.
3) Nicosia Francis R., “The Third Reich and the Palestine Question”, Tauris, London 1985, p. 57.
4) Edwin Black, “The Transfer Agreement – The Untold Story of the Secret Pact between the Third Reich and Jewish Palestine”, New York, 1984.
5) Edwin Black, op. cit.
6) “New York Herald Tribune,” 13 giugno 1938.
7) Il Jüdische Rundschau (Berlino) fu pubblicato dal 1900 al 1938. “Rassegna ebraica” del 13 giugno 1933.
8) Journal of Palestine Studies, “i contatti segreti tra sionismo e Germania nazista tra 1933 e 1941” numero primavera/estate 1976.
9) Black Edwin, “The Transfer Agreement – The Untold Story of the Secret Pact between the Third Reich and Jewish Palestine”, New York, 1984.
10) “Daily News”, 27 marzo 1933.
11) http://www.jewsagainstzionism.com/holocaust/holocaustpics.htm
12) Herzl Theodor, “Diario”, Berlino 1922, p. 16.
13) http://www.jewsagainstzionism.com/holocaust/holocaustpics.htm
14) Per approfondire, http://www.jewsagainstzionism.com/onlinebooks/IraqiJews1.htm
15) Intervista al quotidiano israeliano “Ha’aretz”, pubblicata da “Internazionale”, 6 febbraio 2004.
16) Shabtai Teveth, “Ben Gurion and the Palestine Arabs”, Oxford University Press, 1985.
17) Discorso alla Knesset di Menachem Begin, in Amnon Kapeliouk, “Begin and the ‘Beasts’”, su “New Statesman”, 25 giugno 1982.
18) Dichiarazione al “The Sunday Times”, 15 giugno 1969.
19) Agenzia France Presse, 15 novembre 1998.
20) BBC News Ondine, 25 marzo 2001.
21) http://www.ainfos.ca/04/sep/ainfos00444.html
22) “Il manifesto”, 4 giugno 2006.
23) “Il manifesto”, 4 giugno 2006.
24) “Lebanon: Destruction of civilian infrastructure”, Amnesty International, Agosto 2006.

PER APPROFONDIRE

Black Edwin, “The Transfer Agreement – The Untold Story of the Secret Pact between the Third Reich and Jewish Palestine”, New York, 1984.
Cockburn Andrew, Cockburn Leslei, “Amicizie pericolose. Storia segreta dei rapporti tra Cia e Mossad, dalla fondazione dello Stato d’Israele alla guerra del Golfo”, Gamberetti, Roma 1993.
Filkelstein Norman G., “L’industria dell’Olocausto”, BUR, Milano 2002.
Nicosia Francis R., “The Third Reich and the Palestine Question”, Tauris, London 1985.
Shabtai Teveth, “Ben Gurion and the Palestine Arabs”, Oxford University Press, 1985.

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La nascita del sionismo. Molti gruppi ebraici del nostro continente pensavano di realizzare uno stato libero,non confessionale,per il riscatto del proprio popolo, seguendo un cammino non molto diverso da quello del nostro Risorgimento.

Il resoconto del primo Congresso sionista[1], che si aprì il 29 Agosto 1897 a Basilea, fu molto esiguo e si focalizzò prevalentemente su alcune informazioni di carattere
organizzativo,come la nomina del presidente,Theodor Herzl,
redattore della “Neue Freie Presse”,e l’approvazione di un ringraziamento al sultano per l’ospitalità che accordava agli israeliti nel suo impero[2]. Gli oratori principali furono lo stesso Herzl e Max Nordau[3], anch’egli scrittore,che all’inizio della sua attività non si era interessato a questioni ebraiche. Dopo molte discussioni,il Congresso fissò gli scopi e gli intenti del movimento
in quella formula passata alla storia come“ Programma di Basilea”:
il Sionismo aspirava alla creazione di una sede nazionale garantita dal diritto pubblico, per il popolo ebraico in Palestina.I mezzi per raggiungere quella meta erano così fissati:

1) il ripopolamento della Palestina da parte di contadini,operai ed artigiani ebrei, in modo corrispondente allo scopo;

2) l’organizzazione e il collegamento di tutti gli ebrei per mezzo di istituzioni adatte,locali e generali,in armonia con le leggi di ciascun Paese;

3) il rafforzamento del sentimento e della coscienza nazionale;

4) Passi preliminari onde ottenere l’assenso del governo ottomano.

Al di là del programma di Basilea,fu stabilito di convocare di quando in quando altri congressi,affinché il popolo ebraico potesse avere un costante punto di riferimento nel difficile cammino verso la fondazione del nuovo Stato. In occasione del secondo congresso avvenuto il 30 agosto 1898, il giornale si rifece ad una nota dell’agenzia Stefani.Il breve articolo focalizzava la sua attenzione prevalentemente sulla volontà dei sionisti di acquistare il territorio della Palestina dal sultano,che non era alieno dal concedere la vendita, ma i capitali necessari non erano ancora raccolti[4]. Il giornale non seguì attentamente il terzo e quarto congresso, tuttavia pubblicò delle note d’agenzia per tenere informato il lettore[5]. Nel 1901 il quotidiano rese nota la risposta negativa della Camera alla domanda del governo ottomano a diversi paesi europei, fra cui l’Italia, per impedire l’emigrazione ebraica[6]. È da mettere in risalto che per la prima volta nel 1903 il “Corriere della Sera” inviò un corrispondente, che si firmava J, a seguire i lavori del congresso.Il giornalista dimostrava di avere una discreta conoscenza della storia ebraica recente, esprimendo simpatia e comprensione per le aspirazioni degli israeliti aderenti al movimento. In quell’anno le proposte di Herzl si fecero più pressanti e si indirizzarono soprattutto verso zone come l’Uganda,il Mozambico,il Congo, coinvolgendo quindi le autorità inglesi,portoghesi e belghe. Il giornale informò in una nota di agenzia dell’abbandono del progetto di colonizzazione di El Arish a causa delle difficoltà di irrigazione[7]. Theodor Herzl affermava che i negoziati con l’Inghilterra non avevano dato degli effetti positivi, per cui il progetto del Sinai doveva essere abbandonato; tuttavia l’Inghilterra avrebbe messo a disposizione l’Africa occidentale, a patto che, sia pure amministrata dagli israeliti,tale porzione di territorio rimanesse comunque sotto la sovranità inglese.

Negli articoli inerenti le proposte dell’Inghilterra,sia i dispacci dell’agenzia Stefani che il corrispondente alternano Africa occidentale e orientale, nonostante la proposta inglese riguardasse l’Uganda. Nella stessa seduta Herzl notava come sia il sultano sia l’imperatore tedesco Guglielmo avessero espresso la loro simpatia per il movimento sionista. È interessante notare che i progetti e le iniziative sioniste continuavano a trovare dissenziente la maggioranza della comunità ebraica berlinese;
infatti un membro del congresso,Davis Triesch[8], mosse vivaci critiche ai dirigenti del congresso stesso. Una parte dei lavori fu dedicata alla discussione del rapporto sulla gestione del comitato d’azione,organo deputato alle iniziative diplomatiche ed economiche per la realizzazione del progetto[9]. Molti oratori si mostrarono insoddisfatti della linea di condotta del comitato d’azione,soprattutto per ciò che riguardava le trattative diplomatiche condotte nel completo silenzio.Il corrispondente descriveva l’inizio dei lavori con tono pieno di favore e di fiducia,e sottolineava l’impressione ricevuta che i partecipanti mostrassero aperta solidarietà per gli ebrei oppressi[10]. Il numero dei congressisti era particolarmente elevato, circa settecento delegati di associazioni ebraiche e un numero molto maggiore di semplici partecipanti, appartenenti alle più disparate nazionalità.
Le discussioni più accese riguardavano l’attuazione del progetto sionista; erano particolarmente importanti i contrasti sulla sede del futuro Stato ebraico; ma – come notava il corrispondente -l’asprezza delle discussioni rivelava la vitalità delle idee e l’immenso interesse con cui gli ebrei seguivano la questione sionista[11].

Prima di riuscire a parlare con Herzl e Nordau,il giornalista si soffermò sulla nascita del movimento,definendolo come il più antico e il più nuovo ideale del disperso popolo di Israele dal momento in cui gli israeliti avevano lasciato la loro terra d’origine.Nell’articolo si parla anche di sionismo sentimentale,
inteso come aspirazione istintiva del popolo di Israele ad una tradizione di “razza” e di religione, che, per i suoi caratteri non prettamente pratici, poteva avere una parvenza di sogno e di desiderio inappagabile.Tuttavia,si era anche verificata una spinta alla azione pratica,grazie all’appoggio economico e politico fornito agli ebrei dell’Europa orientale, in condizioni assai disagiate e costretti all’esilio. La costituzione della patria ebraica non necessariamente doveva comportare l’emigrazione di tutti gli ebrei europei e d’oltreoceano, poiché in alcune nazioni il popolo ebreo viveva abbastanza liberamente e costituiva parte integrante delle società. Le rivendicazioni del movimento sionista riguardavano essenzialmente gli ebrei orientali, cioè, diceva esagerando, i nove decimi del popolo ebraico; israeliti sottoposti a maggiori
vessazioni politiche ed economiche e per i quali la nuova patria avrebbe rappresentato la possibilità di una nuova vita. Per gli ebrei italiani, ad esempio,“la nuova Sion” avrebbe rappresentato una patria puramente religiosa. Il giornalista esprimeva una opinione molto comune, secondo la quale il sionismo era rivolto soprattutto agli israeliti di paesi come la Russia, in cui erano sottoposti alle peggiori persecuzioni, frutto di arretratezza culturale,dispotismo politico,scarsa modernizzazione.

Prima della nascita del movimento sionista vi furono vari tentativi di fondare moderne colonie ebraiche in Palestina ad opera di ricchi ebrei, fra i quali il barone Rothschild, Goldschmith, Hirsch. Così nel Paese nacquero alcune comunità agricole ebraiche. Dal 1897, nei congressi sionisti fu sempre discusso il progetto di una fondazione di una colonia ebraica con amministrazione di tipo europeo ma sotto sovranità turca. A partire da quella data, Herzl si era incontrato con il sultano turco – che peraltro non assecondò le richieste ebraiche – e successivamente con il governo russo,che si dichiarò favorevole all’impresa, dato che il progetto avrebbe favorito l’emigrazione degli ebrei russi. Infine – data la difficoltà di ottenere il territorio dal sultano-Herzl si rivolse all’Inghilterra, che accolse favorevolmente la proposta, per vagliare altre possibili soluzioni[12]. Una prima dislocazione del nuovo Stato ebraico fu ipotizzata nella penisola del Sinai, ma successivamente questa offerta fu respinta per la mancanza di acqua nella zona;
l’Inghilterra aveva poi suggerito l’Africa orientale nell’area dei laghi equatoriali. In ogni caso, l’iniziativa coloniale aveva bisogno di una solida base economica, realizzata attraverso tre istituzioni. Il giornalista si mostrava stupito del fatto che, nonostante la presenza di ebrei benestanti, il capitale in possesso del movimento sionista fosse abbastanza esiguo, e osservava come la maggiore parte degli israeliti ricchi considerasse in maniera negativa il sionismo, perché esso avrebbe portato ad un aumento dell’antisemitismo e ad ulteriori difficoltà nella assimilazione con altre razze[13]. La proposta inglese dell’Africa orientale provocò vari dissensi ed un’ala del congresso insisté per il rifiuto dell’offerta, poiché si giudicava con più favore la soluzione della Palestina, anche se realizzabile solo a lungo termine; i vantaggi della proposta furono invece esaltati da Herzl e Nordau. Herzl era favorevole alla costituzione del“Regno di Gerusalemme” nell’Africa occidentale, come si deduce da una sua lettera che il barone Montefiore, presidente della fondazione sionista inglese, pubblicò alla fine del dicembre del 1903. Il giornale ne diede notizia tuttavia non rese nota la lettera del capo dei sionisti[14]. Ma i dissensi non mancavano, il giornale segnalò la lettera al“Times”di un importante personaggio pubblico inglese, il quale, come ebreo, biasimava energicamente le decisioni del congresso sionista di Basilea riguardo al progetto di una colonia nell’Africa Australe[15]Nello stesso mese si tenne a Londra una assemblea di sionisti,
reduci dal congresso di Basilea. I delegati riferirono del progetto di colonizzazione dell’Africa orientale, affermando l’importanza del progetto come primo passo verso la ricostituzione del regno di Sion[16]. L’assemblea espresse il suo ringraziamento all’Inghilterra per l’appoggio concesso al movimento.

La proposta e il progetto di una fondazione di una colonia ebraica nell’Africa orientale trovavano dissenzienti proprio coloro che avrebbero dovuto in teoria trarne il maggior giovamento, ovvero gli ebrei polacchi e russi costretti nelle loro patrie a subire periodiche violenze a carattere antisemita. Il“Times”, che aveva seguito i lavori dell’assemblea, giudicava il progetto irrealizzabile, ed esprimeva l’opinione che il ritiro degli ebrei in massa in una colonia, sia in Uganda che in Palestina, dovesse nuocere alla loro “razza”, perché la parte più eletta di essi avrebbe perso i vantaggi di cui godeva fra le nazioni civili[17]. Al giornale inglese giunsero molte lettere di persone che abitavano in quei territori oggetto della proposta, nelle quali si invitava il governo inglese a ritirare l’offerta, giudicando impossibile il successo di una colonia ebraica. Il “Corriere della Sera” pubblicò un altro articolo sulla possibile concessione di un territorio agli israeliti da parte dell’Inghilterra[18]. Il servizio, non firmato, faceva riferimento al romanzo della scrittrice George Eliot[19], Daniel Deronda, che aveva dato come meta al suo protagonista la fondazione del nuovo regno d’Israele[20]. Le aspettative della scrittrice, in quel periodo duramente criticate, avrebbero potuto essere confermate dal fatto che il governo inglese, se non aveva ancora accettato la proposta, stava comunque vagliando il progetto. La fondazione di una colonia prettamente ebraica avrebbe aperto, in caso di successo, la strada verso la realizzazione di un sogno secolare della “razza” dispersa[21], mentre in caso di insuccesso, una simile iniziativa avrebbe comportato la condanna definitiva di ogni altro progetto analogo e più ampio. Il giornalista notava come sia la stampa sia il governo inglesi si accingessero ad esaminare la questione con molta serenità e senza pregiudizi, anche se si doveva porre attenzione ai commenti dei più alti esponenti inglesi dell’ebraismo, che giudicavano il progetto troppo ardito. Anche ammettendo che vi fosse un’emigrazione dai centri orientali, non comprendevano infatti come fosse pensabile la fondazione di una colonia in un Paese selvaggio. Gli israeliti inglesi prendevano anche in considerazione la pericolosità di immettere colonie estere nei territori dell’Impero britannico. Per quanto concerneva l’aspetto economico, venivano indicate altre difficoltà: una
emigrazione di massa avrebbe comportato spese ingenti per il mantenimento almeno nei primi anni e per la dotazione di attrezzatura adatta. Gli ebrei inglesi avevano assecondato per un certo periodo le idee del movimento sionista; anche Beniamin Disraeli sembra che avesse pensato alla possibilità di insediare i suoi correligionari[22] in Palestina, ma era proprio la sua vicenda a rendere gli israeliti inglesi scettici di fronte a tale progetto. Disraeli fece cadere le barriere che si ergevano tra le libertà britanniche e i ghetti, e la cittadinanza inglese era considerata dagli ebrei inglesi più preziosa di una autonomia politica, si erano aperte loro molteplici carriere prima interdette. Il progetto aveva avuto una viva accoglienza a Londra, dove vi era un quartiere ebraico povero, formato in prevalenza da russi e polacchi. Il governo inglese ritenne opportuno ritirare la sua proposta di concedere un territorio nell’Africa occidentale ai sionisti; nel riportare la notizia non vengono menzionati i motivi della ritrattazione, probabilmente ciò fu dovuto alle polemiche che causò l’offerta ed alle difficoltà da affrontare per l’eventuale colonia sionista in un ambiente così diverso da quello europeo[23]. Poiché in ambito sionista si continuò a discutere dell’offerta inglese,è molto probabile che la notizia non corrispondesse al vero. Il corrispondente, che seguiva i lavori del congresso, sottolineava l’enorme importanza di questo dibattito, notando come un popolo che voleva accrescere e formare dalle fondamenta la dignità della sua vita collettiva era degno di richiamare l’attenzione universale[24]. Successivamente il giornalista ebbe la possibilità di intervistare Herzl, il quale precisò che la presa in considerazione della proposta del ministro delle colonie inglesi Chamberlain non implicava necessariamente l’abbandono del progetto iniziale; anzi, il comitato continuava a lavorare per condurlo a buon termine, ma sarebbe stato un grave errore opporre un netto e deciso rifiuto alla proposta inglese, negando così ad un cospicuo gruppo di ebrei la possibilità di fuggire da nuove sofferenze e privazioni. Herzl continuava parlando dell’emigrazione ebraica, diretta soprattutto verso l’Inghilterra e gli Stati Uniti, con la consapevolezza che questo fenomeno non sarebbe durato a lungo,poiché entrambi i Paesi erano sul punto di approvare leggi limitative dell’immigrazione.
Herzl pensava che,dopo il rifiuto del sultano, l’appoggio russo alle richieste del congresso fosse da prendere in considerazione,
auspicando la creazione di uno Stato autonomo entro l’impero ottomano. Si complimentò per l’interesse mostrato dal “Corriere della Sera” ai lavori del congresso, che avrebbe certamente contribuito a procacciare al sionismo nuove simpatie[25]. A poche ore dal colloquio con il dottor Herzl, il corrispondente assistette alla votazione per l’affidamento a una commissione tecnica del compito di valutare il territorio offerto dall’Inghilterra, e notò che gli ebrei occidentali si erano espressi favorevolmente, mentre quelli orientali avevano votato contro. Successivamente il corrispondente ebbe un colloquio con Nordau, che lavorava instancabilmente al congresso presiedendo le sedute, intervenendo come oratore e come consigliere. Egli nell’intervista
si soffermò particolarmente sulle sofferenze che per duemila anni il popolo ebraico aveva dovuto subire, privato sia dei diritti civili che di quelli umani ed esposto al disprezzo generale. Nordau spiegò che l’opposizione degli ebrei orientali alla proposta inglese derivava dal fatto che la loro spiritualità era molto forte – erano più mistici che pratici – ed in loro prevaleva il sentimento religioso, mentre gli altri desideravano migliorare le loro condizioni sociali[26]. Per Nordau vi era l’emergere di ambizioni personali sul popolo che avrebbe potuto vivere una vita politica indipendente.
Egli era persuaso che l’ora del “Risorgimento” era arrivata anche per il suo popolo, e il termine italiano lo induceva a paragonare la nostra storia con quella degli ebrei, poiché anche il popolo italiano aveva sofferto per secoli la dominazione straniera, nonostante le sue illustre origini. La differenza tra i due popoli era individuata da Nordau nel fatto che il popolo ebraico aveva sopportato sofferenze maggiori e per una superiore causa. Con la fondazione dello Stato ebraico, certamente i problemi non sarebbero finiti, ma probabilmente aumentati. A questo proposito,il corrispondente notava che di certo il popolo ebraico non avrebbe fatto risorgere il tempio di Salomone, “re dei rovi ardenti e dalle vette nebulose dei monti, non avrebbe più parlato Dio ai duci del popolo eletto”,
ma avrebbe necessariamente conseguito una vita migliore,più sicura e, per quanto possibile, più serena[27]. Il congresso sionista si chiuse il 30 agosto 1903 con un discorso di Herzl, ascoltato in religioso silenzio da tutto il congresso; il giornalista notò l’entusiasmo dei partecipanti alla fine dei lavori: consapevoli di aver trovato, dopo lunghe sofferenze, una nuova ragione di vita[28]. La proposta di insediamento in Uganda degli israeliti provocò reazioni di protesta in questo Paese e, secondo il “Times”, sarebbe stato opportuno invece per gli ebrei assimilarsi completamente nelle nazioni in cui già si trovavano[29]. L’ex governatore dell’Uganda affermò che il progetto di insediamento era pericoloso, attuabile solamente in territori molto estesi – come ad esempio il Brasile – e con un clima meno ostile di quello equatoriale africano; ricordò tentativi analoghi con esiti decisamente negativi quando i coloni ebrei si erano trasformati in predoni[30]. Sempre nello stesso anno il giornale dedicò particolare attenzione ad un attentato nei confronti di Max Nordau[31]. Un giovane studente israelita, Chaim- Selik Louran, si era introdotto ad un festa organizzata dai sionisti a Parigi e aveva tentato di ferire lo scrittore con svariati colpi di pistola.Gli altri invitati, accortisi subito delle intenzioni del giovane, lo avevano immobilizzato in attesa dell’arrivo delle forze
dell’ordine. Alla polizia il giovane aveva spiegato i motivi del folle gesto; non conosceva personalmente il leader sionista, ma era rimasto negativamente colpito dall’indifferenza da lui mostrata durante il primo congresso verso la futura sede dello Stato ebraico[32]. Dopo qualche giorno lo scrittore ebbe modo di parlare con i giornalisti accorsi nella sua casa a Parigi[33]. A suo parere, molti ebrei russi erano fermamente convinti che la fondazione di uno Stato in Africa significasse la rinuncia definitiva all’insediamento in Palestina, da costoro i sionisti erano trattati come traditori. Egli personalmente non aveva direttamente proposto il progetto della colonia africana, ma aveva espresso il parere che fosse studiato con attenzione. Prima dell’attentato,
durante la festa,Nordau aveva espresso le sue opinioni su coloro che più avevano in odio i progetti discussi nei congressi sionisti,gli ebrei rivoluzionari[34]. Lo scrittore intendeva le correnti socialiste più estreme. I progetti rivoluzionari di questi ebrei non erano riconosciuti dal sionismo, che non presupponeva delle rivendicazioni di carattere sociale. Oltre a queste “frange” contrarie, da cui bisognava guardarsi, altri “nemici” della causa erano indicati dallo scrittore in uomini come Reinach e Rothschild, che predicavano un tipo d’assimilazione che in realtà era una fusione, cioè la scomparsa della comunità ebraica.

Il “Corriere della Sera” seguì con attenzione anche lo svolgimento del Congresso del 1905, pubblicando una serie di articoli che davano indicazioni sullo svolgimento dei lavori nelle diverse giornate. Nel primo,apparso sul numero del 26 luglio, si comunicava l’apertura del Congresso per il giorno seguente e il tema principale discusso: l’accettazione o il rifiuto dell’offerta di un vastissimo territorio in Uganda per un esperimento di colonizzazione ebraica, fatta dal Governo Britannico[35]. Il giorno seguente venne data notizia dell’inaugurazione del Congresso e della costituzione ufficiale dell’ufficio di presidenza[36]. Sullo stesso numero si legge un interessante articolo riguardante i dissensi all’interno dell’ebraismo sul sionismo[37]. L’articolo era ripreso da una corrispondenza del “Journal des Debats”. Nella prima parte si delineava l’influenza che il sionismo aveva nei paesi europei e negli Stati Uniti, dove aveva ottenuto parecchie adesioni. Il giornalista lo definiva come un rinnovamento del nazionalismo israelita tradizionale, intendendo la consapevolezza da parte degli ebrei di costituire una nazione. Il sionismo era combattuto dall’internazionale operaia al pari degli altri nazionalismi. L’associazione rivoluzionaria israelita più importante in Russia e in Polonia, il Bund[38], ritenendo che gli ebrei dovessero conquistare in ogni Paese la loro autonomia locale, combatteva il sionismo perché lo considerava come un moto borghese, reazionario e clericale, tendente a trattare coi governi e a favorire l’esodo degli israeliti in Palestina. Il giornalista notava che il Bund aveva perso una parte dei suoi aderenti passati al sionismo. Un’altra opposizione al movimento veniva dall’alta classe israelita: questa assimilatasi completamente nei paesi dove risiedeva, trovava imbarazzante che una parte dell’ebraismo proclamasse che le masse ebree, anche se emancipate dalle leggi civili, fossero assolutamente refrattarie ad ogni assimilazione. Le più potenti famiglie ebraiche avevano potuto, grazie alla loro influenza e alle loro possibilità economiche imparentarsi con le maggiori casate aristocratiche cattoliche[39]. Secondo il giornale francese, il sionismo era quindi destinato prettamente alle masse operaie ebree, come possibilità di avere un’educazione, un orgoglio, una speranza che le sollevasse dalla loro degradazione,
persuadendole di far parte di una “razza” e di una comunità invincibile chiamandole a ricostituire la loro autorità e a riconquistare l’indipendenza sul suolo nativo. L’argomento principale continuava ad essere la proposta inglese dell’Uganda, di cui si presentava un rapporto sulle condizioni del territorio,che non apparivano particolarmente favorevoli.Si apriva allora un’accesa discussione tra quelli che volevano accettare un’altra proposta inglese, poiché il territorio proposto era riconosciuto inadatto alla colonizzazione[40], e quelli favorevoli solo alla scelta della Palestina. Nel numero del 31 luglio un articolo trattava la risoluzione stabilita sulla questione Uganda: il Congresso manteneva fermamente i principii del suo programma, tendenti a stabilire una patria per tutti gli Israeliti in Palestina e respingeva qualsiasi colonizzazione fuori della Palestina o dei paesi vicini. Ringraziava il Governo inglese per la sua offerta di un territorio nell’Africa Orientale e dopo aver preso visione dei rapporti dichiarava l’affare chiuso e costatava con gran soddisfazione l’approvazione data dall’Inghilterra alla soluzione della questione sionista, sperando che il Governo inglese accordasse i suoi buoni uffici ovunque l’applicazione del programma di Basilea fosse stato possibile[41]. La risoluzione fu approvata a gran maggioranza,
anche se il gruppo socialista abbandonava l’assemblea per protesta.

Nonostante la relazione presentata al congresso giudicasse non idonea l’Africa Orientale nell’agosto dell’anno successivo il giornale diede notizia che duemila israeliti avevano votato una risoluzione in cui si affermava che lo stabilimento di una colonia israelita nell’Africa orientale britannica era il solo mezzo per procurare la libertà ai correligionari russi[42]. Nella stessa seduta fu letta una dichiarazione dell’alto commissario inglese del Sud-Africa Lord Selborne, in cui esprimeva la sua indignazione per i fatti verificatisi in Russia (pogrom degli anni 1903-1906), ribadendo altresì la convinzione di ammettere la futura colonia israelita fra i paesi membri dell’impero britannico. La sensibilità mostrata verso le tematiche ebraiche può considerarsi uno dei segni della ispirazione liberale, che animava il moderatismo conservatore del “Corriere della Sera”.

Fonti storiche

FONTI STORICHE

[i]Anteriormente il primo congresso, il giornale pubblicò due articoli sul movimento sionista. Entrambi dimostrano una scarsa conoscenza della sua storia e delle varie correnti dell’ebraismo. In ogni modo, assumono molta importanza data la loro pubblicazione in prima pagina. Cfr. Il sionismo, “Corriere della Sera”, 31 marzo-1 aprile 1896.

Contro il sionismo, “ Corriere della Sera”, 9-10 luglio 1897.

[ii]Gli israeliti in cerca di una patria. “Corriere della Sera”, 31 agosto-1 settembre 1897.

[iii] Pseudonimo di Simon Maximilian Suedfeld nato a Budapest nel 1849 da una famiglia ungherese di origine ebraica. Fu un tipico rappresentante del positivismo, sottoponendo ad aspra critica la società e la cultura della fine del XIX secolo. Furono assai lette le sue opere in lingua tedesca: Die Konventionellen Lugen der Kulturmenscheit (1883), Paradoxe (1885). Come romanzi scrisse Entartung (1892), Das Recth zu lieben (1894).

Cfr. AA. VV., Encyclopaedia Judaica, op. cit., pp. 1211-1214.

[iv]Il secondo congresso dei sionisti, ”Corriere della Sera”, 30 agosto-1 settembre 1898.

[v] Il congresso dei sionisti .” Corriere della Sera”, 16-17 agosto 1899.

[vi] Gli israeliti in Palestina, “Corriere della Sera”, 5-6 maggio 1901.

L’impero ottomano si era reso conto dall’inizio del carattere del movimento sionista, allarmandosi per le possibili conseguenze sul piano politico, ed era ufficialmente contrario ai progetti sionisti. Questo non era dovuto a sentimenti antisemiti, ma a calcoli politici. Alla fine dell’ottocento l’impero doveva affrontare all’interno movimenti nazionalisti e secessionisti delle popolazioni soggette e all’esterno l’interferenza della grandi potenze europee. Se l’insediamento in Palestina avesse avuto successo, avrebbe creato una nuova minoranza con tendenze autonomiste, come succedeva in Armenia e in Macedonia. Inoltre, la maggioranza degli ebrei aveva la protezione delle potenze europee e godeva di privilegi extraterritoriali, quindi probabilmente l’interferenza degli altri Stati sull’impero ottomano sarebbe aumentata. Per opporsi all’insediamento sionista, le autorità agirono in due modi: proibirono l’immigrazione ebraica in Palestina e il trasferimento di terre agli ebrei non ottomani. Questi divieti di fatto non sortirono effetti: il divieto riguardava solo la residenza permanente in Palestina, e gli ebrei poterono sempre entrarvi liberamente per affari o per pellegrinaggio. La corruzione e la confusione burocratica, la complicità di venditori e intermediari arabi e soprattutto l’interferenza dei consoli stranieri a protezione dei diritti dei loro concittadini invalidarono anche le norme sulla vendita della terra. I consoli avevano il pieno diritto di intervenire per la protezione dei propri connazionali: il calcolo politico delle ingerenze sollecitò persino le società più apertamente antisemite, come quella Russa, ad adoperarsi in favore dei propri sudditi ebrei, che così godettero in Palestina della protezione che non avevano ottenuto in patria. Il governo ottomano si spinse fino all’invito alle potenze straniere di impedire l’emigrazione ebraica dai loro paesi, ottenendo ovviamente delle risposte negative, come questa del governo italiano. Nel 1901 le autorità, per tentare di regolamentare la futura immigrazione, concessero un’amnistia che dava diritti permanenti di residenza agli immigrati illegali che già vi risiedevano da lungo tempo. Cfr. Lewis Bernard, Semiti e antisemiti: indagine su un conflitto e un pregiudizio, Bologna, Il Mulino, 1986, pp. 185-187.

[vii] Il IV congresso dei sionisti.” Corriere della Sera”, 25 agosto 1903.

[viii] Davis Trietsch (1870-1935). Leader sionista e scrittore. Nato a Dresda, studiò a Berlino e a New York, approfondendo particolarmente i problemi dell’immigrazione. Si oppose alla politica di Theodor Herzl, insistendo per trovare praticamente un territorio quanto più vicino alla Palestina. Egli cercò invano di convincere il movimento ad adottare la sua idea di una “grande Palestina” che comprendesse la Palestina, Cipro ed El- Arish.

Cfr. AA.VV., Encyclopaedia Judaica, op. cit., pp. 1394- 1395.

[ix]Il congresso sionista, “ Corriere della Sera”, 25 agosto 1903.

[x]Il congresso di una razza, “ Corriere della Sera”, 26 agosto 1903.

[xi] Il regno di Sion, “ Corriere della Sera”, 27 agosto 1903.

[xii]Ibidem.

[xiii]Ibidem.

[xiv] Una lettera del capo dei sionisti, “Corriere della Sera”, 23 dicembre 1903.

[xv] La campagna contro il sionismo, “ Corriere della Sera”, 5 settembre 1903.

[xvi] Assemblea di sionisti, “ Corriere della Sera”, 8 settembre 1903.

[xvii]Ibidem.

[xviii]Intorno alla colonia anglo- sionista, “Corriere della Sera”, 23 settembre 1903.

[xix]Mary Ann Evans. Cfr. Mayer Hans, I Diversi, Milano, Garzanti, 1992, pp. 91-97.

[xx]Il romanzo a cui si riferisce il corrispondente è Daniel Deronda, pubblicato nel 1876; un giovane è educato in Inghilterra da un parente che gli nasconde la sua identità ebraica, alla fine ritorna all’ebraismo sposando una giovane ebrea francese. Presso gli ebrei inglesi il protagonista del romanzo rappresentò una possibilità di identificazione, che gli avrebbe portati ad una maggiore integrazione. Per quanto riguardava i non ebrei essi provavano una sorta di disagio e di inferiorità verso le alte qualità intellettuali e morali del protagonista. Cfr. Mayer H., op. cit., pp. 375-380.

[xxi] Intorno alla colonia anglo- sionista, “Corriere della Sera”, 23 settembre 1903.

[xxii] Invero, Disraeli si era convertito molto giovane all’anglicanesimo e quindi il politico inglese aveva soltanto delle origini ebraiche.

[xxiii]L’Inghilterra rifiuta il territorio ai sionisti, “Corriere della Sera”, 29 dicembre 1903.

[xxiv]Ibidem.

[xxv]Per la libertà e per la Palestina, “ Corriere della Sera”, 18 agosto 1903.

[xxvi]Un colloquio con Max Nordau, “ Corriere della Sera”, 29 agosto 1903.

[xxvii]Ibidem.

[xxviii]La chiusura del congresso sionista. Cerimonia solenne, “Corriere della Sera”, 30 agosto 1903.

[xxix]In Uganda non vogliono gli ebrei, “ Corriere della Sera”, 30 agosto 1903.

[xxx]L’Uganda contro il sionismo, “Corriere della Sera”, 1 settembre 1903.

[xxxi] Tentato assassinio di Max Nordau durante una festa di sionisti, “Corriere della Sera”, 20 dicembre 1903.

[xxxii] L’attentato di un sionista contro Marx Nordau. L’interrogatorio di Chain Selik Louran. “ Corriere della Sera”, 21 dicembre 1903.

[xxxiii] L’attentato di un sionista contro Marx Nordau. L’interrogatorio di Chain Selik Louran. “ Corriere della Sera”, 21 dicembre 1903.

[xxxiv] Marx Nordau e la questione semita, “ Corriere della Sera”, 24 dicembre 1903.

[xxxv]Il congresso sionista a Basilea, “Corriere della Sera”, 26 luglio 1905.

[xxxvi]Il congresso sionista, “Corriere della Sera”, 27 luglio 1905.

[xxxvii]Il sionismo e l’opposizione dell’alta classe israelita, “Corriere della Sera”, 27 luglio 1905.

[xxxviii] Con il termine tedesco Bund, che significa associazione, si è soliti indicare in forma abbreviata il movimento socialista ebraico Algemeiner Jidisher Arbeterbund in Lite, Poilen un Russland (espressione jiddisch che significa Federazione generale dei lavoratori ebrei in Lituania, Polonia e Russia). Il Bund fu fondato a Vilna nel 1897 soprattutto come sindacato operaio, ma in seguito svolse una funzione di vero e proprio movimento politico. Tenace avversario del sionismo, si batteva per la salvaguardia della lingua jiddisch e per i diritti degli operai ebrei nell’Europa orientale. Mentre in Russia, nel 1921, confluì nel partito bolscevico, in Polonia continuò a esercitare un importante e autonomo ruolo fino all’invasione nazista.

Cfr. Frankel Jonathan, Gli ebrei russi tra socialismo e nazionalismo (1862-1917), Torino, Einaudi, 1990, pp. 268-393.

[xxxix] Esempio di questa situazione ne I Moncalvo di Enrico Castelnuovo, pubblicato nel 1908.

[xl]Il congresso sionista, “ Corriere della Sera”, 28 luglio 1905.

[xli]Il congresso dei sionisti, “Corriere della Sera”, 31 luglio 1905.

[xlii]Per una colonia israelita in Sud- Africa, “ Corriere della Sera”, 2 agosto 1905.

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SIONISMO: GRANDE PROGETTO PER TORNARE NELLA TERRA PROMESSA

Nel 1897 a Basilea venne fatto il primo congresso dal quale cominciò
a prendere forma reale il sogno del “popolo errante”

di ROSSELLA DE PAS

Il termine sionismo fu coniato da Nathan Birnbaum che lo usò per la prima volta nel numero del 1° aprile 1890 del suo giornale “Selbstemanzipation” (“Autoemancipazione”) e che ne spiegò il significato in una lettera del 6 novembre 1891, come la “creazione di un’organizzazione del partito sionista nazionale-politico in aggiunta al partito orientato praticamente che è esistito finora”. La parola deriva da Sion, collina di Gerusalemme e simbolo della terra promessa, nella quale secondo la tradizione è sepolto re Davide, e dove ogni ebreo si augura di tornare. Sionismo è termine generico e ambiguo: non indica un solo progetto politico e un’unica ideologia, ma una pluralità di progetti e di ideologie spesso contrastanti e in lotta tra di loro, accomunate però da. una generica aspirazione a

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L’antica Tiberiade vista dal lago
sul quale si affaccia (1863)

ricostruire un centro nazionale ebraico in Palestina. Quali poi dovessero essere la natura e gIi obiettivi di questo centro nazionale ebraico era un problema che ogni gruppo e ogni scuola sionista si riprometteva di risolvere con mezzi e con forze diversi.
E’ sotto l’ispirazione delle lotte di liberazione nazionale del popolo italiano e di quelli di altri paesi europei e della recrudescenza della persecuzione anti-ebraica nell’Europa orientale, che alcuni ebrei cominciano a vagheggiare la rinascita nazionale del loro popolo indicando la “Terra di Israele”, cioè la Palestina, come sede di questa rinascita. Primo “sionista” è in genere considerato Rabbi Yehudah Alkalai (1798-1878), un ebreo di Sarajevo che, dopo aver trascorso la gioventù a Gerusalemme, rientrò in patria nel 1825, per servire come rabbino a Semlin, all’epoca capitale della Serbia. Influenzato dal movimento di liberazione nazionale greco e delle altre nazionalità balcaniche, fin dal 1834 cominciò a interessarsi della redenzione degli ebrei, il cui presupposto pratico era per lui la creazione di colonie ebraiche nella Terra Santa: scrisse una serie di libri e opuscoli per illustrare il suo programma di “auto-redenzione” degli ebrei che avrebbe dovuto realizzarsi con il ritorno del popolo d’Israele nella “sua terra”, e si rivolse a notabili ebrei dei paesi occidentali come Sir Moses Montefiore e Adolph Crémieux, per ottenere il loro appoggio politico e finanziario al suo progetto.

Da rilevare che, secondo Rabbi Alkalai, non si trattava di creare uno Stato ebraico indipendente in Palestina, ma di creare una vasta comunità ebraica palestinese nel quadro dell’Impero Ottomano. Il progetto “sionista” di Rabbi Alkalai venne ripreso da Rabbi Zvi Hirsch Kalischer (1795-1874), nativo della Poznania, che nel 1862 pubblicò il libro Derishat Zion (Alla ricerca di Sion) in cui sosteneva che la redenzione degli ebrei non sarebbe avvenuta miracolosamente all’improvviso ma nel corso di un lungo e lento processo di cui avrebbero dovuto essere protagonisti gli stessi ebrei. Molto più di Alkalai, Kalischer era influenzato dalla consapevolezza della grande miseria degli ebrei dell’Europa orientale e predicava il suo “sionismo” come soluzione dei loro problemi.
Lo stesso anno in cui Rabbi Kalischer pubblicava il suo Alla ricerca di Sion, a Lipsia veniva pubblicato in tedesco un libro di Moses Hess, Rom und Jerusalem (Roma e Gerusalemme), scritto sotto forma di dodici lettere indirizzate a un’immaginaria amica, che viene di solito considerato come il primo documento del sionismo politico. L’opera si propone l’obiettivo di risolvere “l’ultima questione nazionale”, quella ebraica:
“Ai popoli creduti morti che, nella coscienza del loro compito storico, debbono far valere i loro diritti nazionali, appartiene íncontestabilmente anche il popolo ebraico che non invano ha sfidato, da duemila anni a questa parte, le tempeste della storia universale e che, dovunque l’abbiano portato le onde degli eventi, ha rivolto e tuttora rivolge lo sguardo da tutte le estremità della terra verso Gerusalemme. Col sicuro istinto etnico della sua vocazione storico-culturale, di ricomporre cioè in unità mondo e uomini e di affratellarli nel nome del loro eterno Creatore, dell’Uno assoluto, questo popolo ha conservato la sua religione e la sua nazionalità e le ha ambedue indissolubilmente congiunte nella indimenticabile Terra dei padri. Nessun popolo moderno che aspiri a una patria, può negare il diritto del popolo ebraico alla sua antica terra, senza cadere in una contraddizione mortale, senza finire col dover dubitare di se stesso e commettere un suicidio morale “.

Moses Hess (1812-1875) era stato una figura di rilievo della sinistra hegeliana: esponente negli anni 40 del “vero socialismo” fu poi lassalliano negli anni 60. Particolarmente significativo appare il fatto che Hess ponesse le sorti della rinascita del popolo ebraico tanto nelle mani degli stessi ebrei, quanto, soprattutto, nelle mani delle

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Veduta di Haifa. Sullo sfondo
il monte Carmelo (1880)

potenze occidentali, in particolare della Francia, che avrebbero dovuto promuovere e favorire l’insediamento degli ebrei in Palestina vincendo le resistenze dei sultano:
“Deve stare a cuore alla Francía che le vie verso l’India e la Cina siano tenute da un popolo che le sia fedele fino alla morte, affinché essa possa adempiere alla missione storica che le è toccata dopo la sua grande rivoluzione. E quale popolo è adatto a questa collaborazione più del popolo ebraico, che fu destinato alla medesima missione fin dall’alba della storia?”.
E’ questo un tipo di argomentazione che troveremo ricorrente in un certo discorso sionista fino ai giorni nostri.
Il compito fondamentale, compito che Hess intendeva assolvere con la sua opera, era “innanzitutto di ridestare il sentimento patriottico nel cuore degli ebrei colti e di liberare le masse popolari ebraiche appunto mediante questo risuscitato patriottismo da un formalismo che uccide lo spirito. Se questo primo passo ci riesce, noi potremo, grazie alla stessa azione pratica, superare le difficoltà che sorgeranno in gran copia nel corso dell’esecuzione”. In realtà Hess non riuscì a provocare quell’effetto bomba che si era prefissato: quando, oltre trent’anni dopo, Herzl scrisse “Lo Stato degli ebrei” non ne aveva nemmeno sentito parlare; lo lesse solo successivamente restandone entusiasta al punto da notare: “Tutto ciò che abbiamo tentato di fare si trova già in questo libro“.
Un altro personaggio particolarmente importante, considerato da molti storici come il vero primo rappresentante del movimento sionista nato nella realtà concreta degli shetl dell’Europa Orientale, è Jehudah Leib Pinsker (1821-1891) che per primo ha saputo dar voce alle aspirazioni concrete degli ebrei russo-polacchi rivendicando la creazione di uno Stato ebraico indipendente.

Dopo i porgrom antiebraici del 1881, egli abbandonò l’iniziale progetto di russificazione degli ebrei per sostenere la necessità di creare uno Stato ebraico nel quale gli ebrei avrebbero potuto vivere al riparo delle persecuzioni, comunque e dovunque fosse possibile. Il suo progetto politico non era nutrito di astratte reminiscenze bibliche, ma di una concreta sollecitudine per le masse ebraiche oppresse e perseguitate: la sua principale preoccupazione non era la nostalgia nazionale e religiosa della Palestina, ma il problema politico immediato che si poneva agli ebrei dell’Impero Russo. Tuttavia, e questo era un gravissimo limite, Pinsker non si poneva il problema della popolazione vivente nel territorio che avrebbe dovuto divenire lo Stato ebraico e si poneva nella prospettiva del colonialismo europeo quando parlava di “una collettività coloniale prettamente ebraica che divenga un giorno la nostra casa inalienabile, la nostra patria”. Nel 1882 egli pubblicò in tedesco a Berlino un opuscolo anonimo in cui esprimeva le proprie convinzioni:
“Se vogliamo avere una sede sicura per cessare l’eterna vita di vagabondaggio, per risollevare la nostra dignità nazionale agli occhi nostri e a quelli del mondo, non sogniamo la restaurazione dell’antica Giudea. Non torniamo ad attaccarci a quei luoghi da cui la nostra vita politica fu una volta violentemente interrotta e distrutta. Per arrivare entro un certo tempo alla soluzione del nostro problema, dobbiamo cercare di non abbracciar troppo. La cosa è già per sé abbastanza difficile. La meta delle nostre aspirazioni attuali non deve essere la “Terra Santa”, ma una terra nostra. Non abbiamo bisogno di altro che di una vasta estensione di terreno per i nostri poveri fratelli, una terra che sia sempre nostra e da cui nessun dominatore straniero possa cacciarci. Là porteremo con noi le nostre cose più sacre che abbiamo salvato dal naufragio della nostra patria antica, l’idea di Dio e la Bibbia. Perché son queste cose che fecero sacra la nostra patria antica, non Gerusalemme o il Giordano. Forse la Terra Santa potrà ridiventare anche la nostra terra. Se sarà così, tanto meglio! Ma prima di tutto dobbiamo decidere -e questo è il punto essenziale- quale è il paese che possiamo ottenere e che al tempo stesso sia capace d’offrire agli ebrei di tutti i paesi, che saran costretti ad abbandonare le loro case, un rifugio sicuro e incontrastato, un luogo in cui possano trovare un lavoro produttivo”.

L’opuscolo di Pinsker venne accolto con indignazione negli ambienti ebraici sia ortodossi che liberali che lo rimproverarono di aver abbandonato il sogno del ritorno a Sion, perché aveva indicato la Palestina solo come uno degli sbocchi possibili e non come lo sbocco esclusivo. Egli ebbe però un influsso incalcolabile sullo sviluppo del sionismo dato che, se è vero che la sua opera convertì solo un piccolo gruppo di ebrei russi, è

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Teodoro Herzl, il fondatore
del Sionismo

altrettanto vero che i suoi seguaci.formarono il nucleo dei movimenti sionisti dell’Europa orientale degli anni 90, senza l’apporto dei quali il progetto sionista avrebbe finito con l’inaridirsi, molto prima che altre cause esterne finissero col farlo trionfare.
Sul piano pratico Pinsker si impegnerà nell’opera di promozione di una colonizzazione ebraica su piccola scala in Palestina e sarà il primo presidente della società Hovevei Zion (la federazione dei gruppi degli “amanti di Sion”). Questa attività ha fatto sostenere da alcuni studiosi che negli ultimi anni della sua vita Pinsker si sarebbe convertito dal “territorialismo” al “sionismo”. Tuttavia, la mancanza di una qualsiasi relazione tra il vasto disegno politico dell’Autoemancipazione, in cui aveva caldeggiato la creazione di uno Stato ebraico, e i limitati sforzi della società da lui presieduta per promuovere la colonizzazione ebraica della Palestina, sta a confermare che egli ha considerato fino all’ultimo questa colonizzazione non come il nucleo dello Stato ebraico, ma come il presupposto della creazione in Palestina di un “centro spirituale nazionale”.
Come aveva previsto e auspicato Pinsker, il maggior contributo al risveglio nazionale ebraico non venne dagli shtetl dell’Europa Orientale, ma proprio dagli ambienti di quell’ebraismo dell’Europa occidentale che con tanta ostilità avevano inizialmente accolto il suo appello. Il maggior artefice della rinascita ebraica e il maggior esponente del sionismo è stato infatti un giornalista e scrittore nato a Budapest da una famiglia di ebrei assimilati: Theodor Herzl (1860-1904).

Trasferitosi a Vienna, fu inizialmente fautore dell’assimilazionismo ma modificò il suo atteggiamento in seguito alle crescenti manifestazioni di antisemitismo che si andavano diffondendo nel mondo tedesco e in Francia, dove fu inviato dal giornale viennese “Neue Freie Presse” per seguire il processo Dreyfus. Convertitosi agli ideali sionisti, il 14 febbraio 1896 Herzl faceva uscire a Vienna, in tedesco, 3000 copie di un libretto intitolato Der judenstaat. Versuch einer moderner Losung der judenfrage (Lo Stato degli Ebrei. Saggio di una soluzione moderna della questione degli ebrei). dove sostenne che, perdurando l’odio verso gli ebrei anche dopo un’eventuale assimilazione, l’unica soluzione della questione ebraica doveva essere cercata nella formazione di uno stato nazionale ebraico. Anche il libretto di Herzl è stato oggetto,come tante opere sioniste, di una sopravvalutazione postuma. Quando uscì ebbe una diffusione limitata e venne accolto con diffidenza e a volte addirittura con ostilità negli ambienti ebraici.
La sua opera non invita alla lettura: la parte veramente sostanziale si riduce a poche pagine, il resto è una prolissa divagazione sugli aspetti tecnici del suo progetto. Con insopportabile pedanteria, Herzl scende nei più minuti e inutili dettagli, fino a dilungarsi su come avrebbero dovuto essere le case degli operai (tutte uniformi per motivi di economia) e dei borghesi (di un centinaio di tipi diversi per soddisfare le esigenze della classe media), e la bandiera (sette stelle d’oro su un drappo bianco). E’ estremamente indicativo il fatto che Herzl si rivolgerà alle masse dei diseredati ebrei dell’Europa orientale, per assicurare un seguito di massa al suo progetto, solo dopo che sarà fallito il tentativo di interessare al progetto sionista gli ebrei ricchi dell’Europa occidentale, con i quali egli si identificava profondamente.

Lo Stato degli ebrei avrebbe dovuto essere uno Stato borghese fondato sulla proprietà e sull’illimitata iniziativa privata in cui i lavoratori dipendenti sarebbero stati inquadrati militarmente. Sostenitore convinto delle istituzioni monarchiche, Herzl propendeva per una repubblica aristocratica e oligarchica del tipo di quella di Venezia. Ma questa scelta “repubblicana” era dovuta solo al fatto che gli appariva irreale restaurare dopo tanti secoli di vacanza una monarchia ebraica. Nemico del parlamentarismo e dei politici di professione, Herzl considerava assurdo l’istituto del referendum e disprezzava profondamente le masse che, come scriveva, “sono ancora peggiori dei Parlamenti,

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L’esodo degli Ebrei

accessibili a tutte le credenze irrazionali e sempre ben disposte nei confronti di tutti quelli che sbraitano. Davanti a un popolo riunito, non è possibile fare politica estera né interna. La politica deve essere fatta dall’alto […]. Il nostro popolo, al quale la Società (la “Society of Jews”, che Herzl aveva ideato come governo degli ebrei prima della creazione dello Stato) avrà apportato il nuovo paese, accetterà anche con riconoscenza la Costituzione che essa gli darà. Ma li dove si produrranno resistenze, la Società le spezzerà. Essa non può lasciarsi distrarre dalla sua opera da individui limitati o mal intenzionati”.
Per Herzl la questione degli ebrei non era né sociale né religiosa, ma era una questione nazionale, perché gli ebrei, nonostante tutti gli sforzi di assimilarsi non vi riuscivano sia perché avevano perso l’assimilabilità sia perché continuavano a essere considerati stranieri da tutti i popoli in mezzo ai quali vivevano. L’unica soluzione possibile della questione ebraica era dunque la creazione di uno Stato degli ebrei. Per la realizzazione di questo progetto Herzl contava sull’appoggio delle potenze europee, in particolare di quelle dove più diffuso era l’antisemitismo, alle quali faceva intravedere i vantaggi economici e sociali che avrebbero tratto dall’esodo massiccio degli ebrei. Come territori dove creare lo Stato degli ebrei, Herzl prendeva in considerazione l’Argentina e la Palestina: il primo era uno dei paesi naturalmente più ricchi della terra, molto esteso, scarsamente popolato e con un clima temperato.

Quanto alla Palestina, scriveva Herzl, “è la nostra indimenticabile patria storica. Questo solo nome sarebbe un grido di raccolta potentemente avvincente per il nostro popolo. Se Sua Maestà il sultano ci desse la Palestina, noi potremmo incaricarci di mettere completamente a posto le finanze della Turchia. Per l’Europa noi costituiremmo laggiù un pezzo del bastione contro l’Asia, noi saremmo la sentinella avanzata della civiltà contro la barbarie. Noi resteremmo, in quanto Stato neutrale, in rapporti costanti con tutta l’Europa, che dovrebbe garantire la nostra esistenza. Per quanto concerne i Luoghi Santi della cristianità, si potrebbe trovare una forma di extraterritorialità in armonia con il diritto internazionale”.
Il programma di Herzl aveva vari punti in comune con quello di Pinsker: identica l’analisi delle cause dell’antisemitismo e la concezione del sionismo come unica possibile risposta alla persecuzione degli ebrei; identica la scelta del territorio sul quale creare lo Stato ebraico: un vasto territorio americano o la Palestina; identica la convinzione che il progetto di creare uno Stato ebraico lontano dall’Europa avrebbe incontrato la comprensione e l’appoggio dei governi europei, felici di sbarazzarsi dei loro ebrei, e dei circoli antisemiti; identica la prospettiva colonialista; identica la sottovalutazione del fatto che la Palestina non era un paese vuoto ma era già abitata da un altro popolo.
Herzl, infatti, non considerò minimamente che la realizzazione degli obiettivi sionisti era condannata a compiersi a danno dei diritti nazionali di un altro popolo, basandosi sul pregiudizio eurocentrico secondo cui al di fuori dell’Europa ogni territorio poteva essere occupato dagli europei senza tenere alcun conto dei diritti e delle aspirazioni degli abitanti locali.
Nonostante il poco successo ottenuto dal suo progetto presso gli ambienti ebraici, Herzl Herzl si dedicò totalmente alla causa sionista facendosi instancabile ambasciatore del progetto di creazione di uno Stato degli ebrei presso il sultano, l’imperatore tedesco, il re d’Italia, il papa, i governanti britannici, e Plehve e Witte, i potentissimi ministri che nell’impero zarista guidavano il movimento antisemita. Egli diede anche vita alla “Jewish Society” che aveva progettato nel suo libro, creando l’organizzazione sionista mondiale che guidò con mano ferma fino alla morte, e fondò il giornale “Die Welt” (4 giugno 1897) che fino allo scoppio della prima guerra mondiale fu l’organo centrale del movimento sionista.

Nel 1897 poté organizzare a Basilea il primo congresso sionista che grazie alle doti carismatiche di Herzl assunse il carattere di un’assemblea costituente. Il cosiddetto programma di Basilea prevedeva la creazione di un organismo permanente (l’Organizzazione sionistica, Zionist organization, Zo), di una banca (il Jewish Colonial Trust), di organi di stampa in varie lingue. Il Programma di Basilea affermava che “il sionismo si sforza di ottenere per il popolo ebraico un focolare garantito dal diritto pubblico in Palestina”. I metodi da adottare per il raggiungimento di questo obiettivo erano: 1) l’incoraggiamento della colonizzazione ebraica in Palestina; 2) l’unificazione e l’organizzazione di tutte le comunità ebraiche; 3) il rafforzamento della coscienza ebraica

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Il Mar Rosso travolge gli egiziani
e salva gli Ebrei in fuga

individuale e nazionale; 4) iniziative per assicurarsi l’appoggio dei diversi governi per realizzare gli obiettivi del sionismo.
All’indomani del congresso Herzl scriveva nel suo diario: “Se dovessi riassumere il congresso in una parola -che mi guarderei bene dal rendere pubblica- sarebbe questa: a Basilea ho fondato lo Stato ebraico. Se lo dicessi a voce alta sarei accolto da un universale scoppio di risa. Forse fra cinque, certamente tra cinquant’anni se ne accorgeranno tutti”.
In realtà, il risultato del congresso di Basilea fu molto meno importante di quanto fantasticasse Herzl. Nel programma adottato dai 197 delegati presenti al congresso, il problema della creazione dello Stato ebraico non era nemmeno adombrato. In sostanza ci si limitava a chiedere la concessione “di un focolare garantito dal diritto pubblico” ottomano in Palestina (“einer offentlich-rechtlich gesicherten Heimstatte”). L’aspetto più interessante e rilevante del congresso e del programma adottato non consisteva nell'”atto di nascita” dello Stato ebraico, quanto, piuttosto, nel passaggio dal sionismo pratico (cioè azione “selvaggia”, spontanea, non garantita legalmente) al sionismo politico (cioè a un sionísmo basato sulle trattative e gli accordi nel “nuovo approccio, da allora elevato a principio dottrinario, secondo il quale la negoziazione di uno statuto politico in Palestina -l’obiettívo della sovranità- era la strada maestra per il trionfo del sionismo, e quindi per la soluzione della questione ebraica”).

Il primo tentativo di concretizzare il progetto sionista fallì: la richiesta di Herzl al sultano turco Abdulhamid di concedergli la Palestina in cambio del risanamento del debito pubblico venne respinta; nel 1902 il governo ottomano gli offrì una sede per gli ebrei non in Palestina ma in Anatolia, in Mesopotamia o in Siria ma egli rifiutò.
Il 1 luglio 1898 ipotizzò nel suo diario di chiedere alla gran Bretagna l’isola di Cipro o di valutare, fino alla dissoluzione dell’Impero Ottomano, l’Africa del Sud o l’America. La Gran Bretagna, infatti, era diventata uno dei massimi sostenitori del progetto sionista tanto che nel 1900, in occasione delle elezioni, sessanta candidati al Parlamento di Londra si dichiararono pubblicamente a favore del sionismo e dei suoi fini.
Due anni dopo (1902), Herzl propose al governo di Londra come focolare per gli ebrei la penisola del Sinai, la Palestina egiziana, o Cipro. Il governo britannico, decise di contribuire alla creazione della sede ebraica in un territorio del Mediterraneo orientale: scartata per ragioni strategiche l’isola di Cipro, la scelta cadde sulla zona di el-Arish, nella costa mediterranea della penisola del Sinai. La proposta venne fatta a Herzl nell’ottobre del 1902 dal segretario al Colonial Office Joseph Chamberlain. Unica condizione l’accettazione da parte di lord Cromer, il potentissimo console generale inglese in Egitto, di fatto vero e proprio padrone di quel paese.
Dopo che una commissione di esperti ebbe studiato le possibilità pratiche di realizzazione del progetto di el-Arish, il 12 marzo 1903 questo progetto venne respinto perché, per approvvigionarlo dell’acqua necessaria per l’irrigazione, si sarebbe dovuto sottrarne in misura eccessiva da altre zone.
Venne allora proposto l’insediamento ebraico nell’Africa orientale, in Uganda. La proposta, anche a causa dell’emozione provocata dal feroce pogrom di Kiscinev, venne accolta da Herzl che la presentò al sesto congresso sionista (Basilea, 23-28 agosto 1903).

In questa sede il “Progetto dell’Uganda” incontrò la decisa opposizione dei delegati dell’Europa orientale, soprattutto di quelli russi. Alla fine, con 295 voti a favore, 178 contrari e 132 astensioni venne deciso di nominare una commissione da inviare in Uganda per esaminare le possibilità di attuazione del progetto.
Herzl morì il 3 luglio 1904 all’età di 44 anni senza aver potuto vedere la realizzazione del grande ideale della sua vita. Nell’agosto del 1949 le sue ceneri saranno trasportate nello Stato di Israele alla cui creazione egli aveva dedicato tutto se stesso.
Il progetto dell’Uganda venne infine respinto defínitivamente nel corso del settimo congresso sionista che si tenne a Basilea dal 27 luglio al 2 agosto 1905, un anno dopo la morte di Herzl. In attesa che si creassero le condizioni di un massiccio insediamento ebraico in Palestina, i successori di Herzl decisero di continuare la sua azione diplomatica e nello stesso tempo di promuovere e favorire nei limiti del possibile l’immigrazione ebraica in Palestina in modo da rafforzare le posizioni degli ebrei palestinesi sia nel campo dell’industria sia in quello dell’agricoltura.
Privato della direzione carismatica di Herzl il movimento sionista vide crearsi le due correnti fondamentali dei suoi seguaci ortodossi, favorevoli all’iniziativa diplomatica, e dei sionisti “pratici”, favorevoli maggiormente a iniziative concrete che consentissero il consolidamento delle posizioni ebraiche in Palestina e un rafforzamento del sionismo tra gli ebrei della diaspora.

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Arrivo dall’Europa in Israele di un
grosso gruppo di ebrei (dopo il 1945)

Dopo la morte di Herzl e fino alla prima guerra mondiale l’idea stessa di uno stato ebraico viene praticamente messa da parte mentre l’accento viene posto sul lavoro pratico e sull’immigrazione anche su piccola scala.
Chaim Weizmann affermò: “Gli anni dell’anteguerra, fra il 1906 ed il 1914, furono in un certo senso decisivi; 1’impronta dell’opera allora compiuta è ancora oggi visibile in Palestina. Accumulammo infatti allora un complesso di esperienze che ci fu di grande utilità negli anni che seguirono la prima guerra mondiale. Noi prevedemmo molti dei problemi che dovemmo poi fronteggiare nei giorni delle maggiori. imprese, e ponemmo le fondamenta di istituzioni che formano parte del rinato focolare nazionale ebraico. E soprattutto acquistammo il senso delle cose, cosicché non iniziammo l’esecuzione del nostro compito dopo la Dichiarazione Balfour comportandoci come dei principianti “.

Durante la Prima Guerra Mondiale, una svolta fondamentale fu segnata dalla dichiarazione di Balfour del 1917 con la quale Lord Balfour, ministro degli esteri inglese, riconosce il legame storico del popolo ebraico con la Palestina e impegna l’Inghilterra ad appoggiare l’insediamento in Palestina di un national home (focolare nazionale).
“2 novembre 1917
Ufficio degli Esteri
2 novembre 1917
Egregio Lord Rothschild,
ho il piacere di comunicarvi, a nome del Governo di Sua Maestà, la seguente dichiarazione di simpatia per le aspirazioni sioniste ebraiche che è stata presentata ed approvata dal Governo.
“Il Governo di Sua Maestà guarda con favore la costituzione in Palestina d’un focolare nazionale per il popolo ebraico e applicherà tutti i suoi sforzi per facilitare il raggiungimento di questo obiettivo, essendo stato assodato chiaramente che non sarà fatto niente che possa pregiudicare i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche esistenti in Palestina, o i diritti e lo statuto politico goduti dagli ebrei in qualunque altro paese”.
Vi sarei riconoscente se portaste questa dichiarazione alla conoscenza della Federazione Sionista.
Sinceramente vostro,
Arthur James Balfour”
Questi punti vengono approvati dai vari governi alleati: nel giugno del 1922 vengono ribaditi da una risoluzione del Congresso degli Stati Uniti e nel luglio la Società delle Nazioni conferisce ufficialmente alla Gran Bretagna un mandato del quale la dichiarazione Balfour fa parte integrante.

L’atteggiamento della Gran Bretagna, però, è piuttosto contraddittorio nel corso degli anni e, dopo la Seconda Guerra Mondiale, sembra chiaro che non vi sia alcuna intenzione di far nascere lo stato ebraico come più volte promesso.
A questo punto l’Haganà, organizzazione di autodifesa nata nel 1920, passa dalla collaborazione alla resistenza, trovando in Yitzchak Rabin uno dei suoi leaders: nel 1945 egli guida l’attacco al campo di detenzione di Atlit, sulle rive del Mediterraneo, dove circa duecento immigranti ebrei sopravvissuti all’Olocausto erano stati internati perché considerati “illegali” dall’Inghilterra.
In questo il periodo Rabin inizia a essere circondato da una fama quasi leggendaria come comandante militare tanto che nel giugno del 1946 viene arrestato dagli inglesi insieme acentinaia di leader ebrei in quello che diventerà famoso come il “sabato nero”, e viene rinchiuso sei mesi nel campo di detenzione britannico di Rafah.
Rabin verrà rilasciato nell’ottobre del 1947.
Una tappa fondamentale nella lotta tra inglesi ed ebrei è segnata dalle quattro navi che, tra il 1945 e il 1948, tentarono di portare in Palestina circa 24.000 ebrei scampati alla Shoa, sfidando il divieto inglese di introdurre profughi in quella terra.
La più famosa di queste è l’Exodus, una sgangherata nave americana la cui vicenda, romanzata, è stata narata nel film “Exodus” di Otto Preminger e tratta dal libro omonimo di Leon Uris.
In realtà, l’Exodus, come le altre tre navi, fu attaccata dai soldati inglesi e costretta a far rotta verso Amburgo, dove i suoi passeggeri furono ammassati in campi di internamento. Solo con la fine del mandato britannico i profughi sarebbero potuti tornare in Palestina.

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Ben Gurion annuncia la nascita
dello Stato di Israele (1948)

Lo storico israeliano Yoram Kaniuk nella biografia “Il comandante dell’Exodus” ha analizzato la figura di Yossi Harel: nato nella Palestina governata dalla Gran Bretagna, giovanissimo si allontana dalla famiglia per contrasti con la madre e partecipa alle vicende politiche e militari del movimento sionista: contrasti con i soldati inglesi, scontri militari con gli arabi per difendere gli insediamenti ebraici, terrorismo nei confronti sia dei soldati inglesi che dei civili arabi.

Harel partecipò poi, inquadrato nell’esercito britannico, alle fasi della seconda guerra mondiale in Africa del nord e, alla fine del conflitto, si occupò di favorire l’immigrazione ebraica dall’Europa in Palestina.
Harel viene dipinto come un eroe mitico, in particolare per aver condotto in Palestina un notevole numero di ebrei, come si può capire già dalle prime pagine:
«Lo Stato d’Israele non nacque nel 1948, quando fu ufficialmente proclamato nel museo di Tel Aviv, ma circa un anno prima, il 18 luglio 1947, nel momento in cui la sgangherata nave americana President Warfield, ribattezzata Exodus, entrò nel porto di Haifa».
Oltre all’analisi della personalità di Harel, vi sono diversi dettagli interessanti, per esempio sulla formazione delle forze armate sioniste, e sulla personalità di Yzthak Sadé, leggendario comandante ebraico, uno dei massimi artefici delle bande militari ebraiche da cui sarebbe poi nato l’esercito israeliano. E’ da Sadé, per esempio, che deriva la filosofia militare che è stata sempre predominante in Israele, secondo cui “un piccolo popolo, in un paese piccolo come il nostro, ha la sola possibilità di vincere”, cioè che non avendo un altro territorio in cui ritirarsi, agli israeliani non resta altra possibilità che vincere militarmente ogni guerra, perché la prima guerra persa avrebbe significato essere ributtati in mare.
Nel complesso, non si può considerare quest’opera come un saggio storico ma più semplicemente come una biografia scritta con molta partecipazione e simpatia da parte dell’autore nei confronti della persona di cui narra le vicende.
Kaniuk, infatti, non si limita ad analizzare uno dei periodi più drammatici della storia ebraica, ma ricostruisce la vita di Harel ripercorrendone le avventure.
Il libro è stato scritto nel 1999, quando ormai da una quindicina d’anni una corrente di storici israeliani ha prodotto una serie di opere in cui sottopongono a revisione critica i miti fondatori dello Stato di Israele; Kaniuk è chiaramente estraneo a questa corrente: in ogni pagina esprime giudizi del tipo “nessuna flotta [inglese] avrebbe potuto sconfiggere la volontà di un popolo di ritrovare una patria”, e simili affermazioni che poco hanno a che fare sia con la ricostruzione storica sia con giudizi storiografici, ma appunto con il processo di creazione di una identità nazionale.

Per la soluzione definitiva della “questione ebraica” o meglio, considerando la lunga serie di guerre che scoppieranno in quella Terra, per la realizzazione del sogno sionista è necessario attendere il 30 novembre 1947 quando a Flushing Meadows l’Onu approva la spartizione della Palestina con 33 voti favorevoli, 13 contrari e 10 astensioni. Tra i favorevoli ricordiamo Francia, Usa e Urss; fra i contrari Afghanistan, Cuba, Grecia, Egitto, India, Iran, Iraq, Libano, Pakistan, Arabia Saudita, Turchia; fra gli astenuti, INGHILTERRA, Jugoslavia, Messico, Honduras, Etiopia, Salvador, Colombia, Cina, Cile, Argentina.
I delegati arabi lasciarono la sala sostenendo che la risoluzione era senza valore.

ONU – COSTITUZIONE E GOVERNI FUTURI DELLA PALESTINA
OGGETTO: RISOLUZIONE 181 – Fine del mandato, spartizione e indipendenza
1. Il mandato per la Palestina avrà fine al più presto possibile e in ogni caso il 1° agosto 1948:
2. Le forze armate della potenza mandataria evacueranno progressivamente la Palestina; al più tardi il 1° agosto 1948.
La potenza mandataria farà tutto ciò che è in suo potere al fine di assicurare l’evacuazione di una zona situata sul territorio dello Stato ebraico e dotato di un porto marittimo e di un retroterra sufficienti per offrire le strutture necessarie in vista di un’importante immigrazione.
3. Gli Stati indipendenti arabo ed ebraico, così come il regime internazionale particolare previsto per la città di Gerusalemme, cominceranno ad esistere in Palestina due mesi dopo che l’evacuazione delle forze armate della potenza mandataria sarà portata a termine. Le frontiere saranno indicate qui sotto.

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Scorcio del primo insediamento
ebraico in Gerusalemme (1860)

Capitolo primo: Luoghi santi, edifici e siti religiosi.
1. Non sarà recato attentato alcuno ai diritti esistenti che riguardano i luoghi santi, edifici e siti religiosi.
2. Per ciò che riguarda i luoghi santi, la libertà d’accesso, di visita e di transito, sarà garantita a tutti i residenti o cittadini dell’altro Stato e della città di Gerusalemme, con riserva di considerazioni di sicurezza nazionale dell’ordine pubblico e della decenza.

Capitolo secondo: Diritti religiosi e diritti delle minoranze
1. La libertà di coscienza e il libero esercizio di tutte le forme di culto compatibili con l’ordine pubblico e i buoni costumi saranno garantiti a tutti.
2. Non sarà fatta alcuna discriminazione in base a differenze di razza, di religione, di lingua o di sesso.
3. Tutte le persone che ricadono sotto la giurisdizione dello Stato avranno egualmente diritto alla protezione della legge.
4. Il diritto familiare tradizionale e lo statuto personale delle diverse minoranze, così come i loro interessi religiosi saranno rispettati.
6. Lo Stato assicurerà alla minoranza, araba o ebraica, l’insegnamento primario e secondario, nella sua lingua, e conformemente alle sue tradizioni culturali.
7. Non sarà appaortata alcuna restrizione all’uso, da parte di ogni cittadino dello Stato, di qualunque lingua, nelle sue relazioni personali, nel commercio, nella religione, nella stampa, nelle pubblicazioni d’ogni genere o nelle riunioni pubbliche.

CITTA’ DI GERUSALEMME
La città di Gerusalemme sarà costituita in corpus separatum sotto un regime internazionale speciale e sarà amministrata dalle Nazioni Unite.
1. meccanismo di governo: i suoi fini particolari. L’autorità incaricata dell’amministrazione, perseguirà i seguenti fini particolari.
a) Proteggere e preservare gli interessi spirituali e religiosi che trovano ricetto nella città; a tal fine, fare in modo che l’ordine e la pace regnino a Gerusalemme.
b) Stimolare lo spirito di cooperazione fra tutti gli abitanti della città, contribuire all’evoluzione pacifica delle relazioni tra i due popoli.
10. Le lingue ufficiali. L’arabo e l’ebraico saranno le lingue ufficiali della città
11. Cittadinanza. Tutti i residenti diventeranno ipso facto cittadini della città di Gerusalemme.

Il 14 maggio 1948, alle quattro del pomeriggio, a Tel Aviv David Ben Gurion, circondato da un religioso silenzio, legge la proclamazione d’indipendenza con cui nasce a tutti gli effetti lo stato di Israele:
“Eretz Israel fu la culla del popolo ebraico. Fu qui che si plasmò la sua identità spirituale, religiosa e politica. Fu qui che gli ebrei formarono il loro Stato, crearono valori ‘importanza nazionale e universale e diedero al mondo il Libro dei Libri. Dopo esser stato esiliato con la forza dalla sua terra, il popolo ebraico mantenne la propria fede per tutta la diaspora e non cessò mai di pregare e sperare di poter, un giorno, far ritorno nella sua patria e riottenervi la sua libertà politica…
Legati da questi vincoli storici e tradizionali, gli ebrei, una generazione dopo l’altra, lottarono per stabilirsi nell’antica patria. Negli ultimi decenni sono tornati in massa. Pionieri, maapilim e difensori hanno fatto fiorire il deserto, hanno riportato a nuova vita la lingua ebraica, costruito villaggi e città e creato una prospera comunità che controlla la propria economia e la propria cultura, che ama la pace ma è in grado di difendersi, che reca i benefici del progresso a tutti gli abitanti del paese e aspira all’indipendenza… Il 29 novembre 1947 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite approvò una risoluzione che sanciva la costituzione di uno Stato ebraico in Eretz Israel; l’Assemblea generale chiese agli abitanti di Eretz Israel di compiere tutti i passi che da parte loro fossero necessari per l’applicazione di tale risoluzione…”

“Il riconoscimento da parte dell’ONU del diritto del popolo ebraico alla fondazione del proprio Stato è irrevocabile…Questo è un diritto naturale del popolo ebraico: il diritto di poter disporre del proprio destino, come tutti gli altri popoli, nel proprio Stato sovrano…
…Pertanto noi, membri del Consiglio del Popolo, rappresentanti della Comunità ebraica di Eretz Israel e del Movimento sionista, siamo riuniti qui nel giorno della cessazione del mandato britannico su Eretz Israel e in virtù del nostro diritto naturale e storico e in conformità con la risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, dichiariamo la costituzione di uno Stato ebraico in Eretz Israel che si chiamerà Stato di Israele…
Chiediamo – mentre infieriscono le ostilità dirette contro di noi da mesi – agli abitanti arabi dello Stato di Israele di mantenersi in pace e di partecipare alla costruzione dello Stato sulla base della piena eguaglianza dei diritti di cittadinanza e con adeguata partecipazione a tutte le sue istituzioni provvisorie e permanenti…
Porgiamo la mano a tutti gli Stati vicini e ai loro popoli in un’offerta di pace e di buon vicinato e chiediamo loro di stabilire rapporti di cooperazione e di reciproca assistenza con il popolo ebraico sovrano che vive nel nostro territorio. Lo Stato di Israele è pronto a dare il proprio contributo a uno sforzo comune per il progresso dell’intero Medio Oriente…”
Le speranze di pace che emergono da questo discorso rimangono tuttora un sogno che non si è mai realizzato completamente fino ad oggi. Lo stesso giorno della nascita dello Stato di Israele, infatti, l’Egitto dichiara guerra allo stato ebraico, dando inizio alla guerra d’indipendenza, prima delle guerre arabo-israeliane. Ma questa è un’altra storia.

BIBLIOGRAFIA

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  • Dizionario di storiografia, a cura di A. De Bernardi, S. Guarracino, Bruno Mondatori, 1996.
  • El camino hacia Israel. Vida y obra del Dr. Theodor Herzl, el primer estadista judío de la diáspora, di M. Goldstein – Buenos Aires 1950
  • Hatikvà. Il ritorno degli ebrei nella terra promessa, di R. Balbi – Laterza, Roma-Bari 1983
  • Il comandante dell’Exodus, di Y. Kaniuk – Einaudi, Torino 2001
  • Il marxismo e la questione ebraica, di A. Leon – Samonà e Savelli, Roma 1969
  • Israele e il rifiuto arabo. Settantacinque anni di storia, di M. Rodinson – Einaudi, Torino 1968
  • Israele e il sionismo, di R. Segre – Nuova Milano.
  • Israele senza confini, a cura di A. Moscato – Sapere 2000, Roma 1984
  • La terra troppo promessa. Sionismo, imperialismo e nazionalismo arabo in Palestina, di Massimo Massara – Teti, Milano 1979
  • Lo Stato di Israele, di N. Garribba – Editori Riuniti, Roma 1983
  • Lo stato ebraico, di T. Herzl – in La rassegna mensile d’Israel, Roma 1955
  • Lunga strada per Gerusalemme, di B. Litvinoff – Saggiatore
  • Nel centenario della nascita di Teodoro Herzl, di N. Goldman, D. Lattes, U. Nahon, G. Romano – in La rassegna mensile d’Israel, Roma 1961
  • Lettera agli amici non ebrei, di Elena Loewenthal – Bompiani, Milano 2003
  • Sionismo: un secolo di grandi ideali – Bollettino della Comunità Ebraica di Milano, maggio 1997
  • Storia del sionismo, di N. Weinstock – Samonà e Savelli, Roma 1970
  • The Life of Theodor Herzl, di J. De Haas – New York 1927
  • Theodor Herzl. Man of Vision and Reality, di Y. Haezrahi – Jewish National Fund, Gerusalemme 1954
  • Vita di Teodoro Herzl, di B. Hagani – Roma 1919