domenica 3 novembre 2013

La decapitazione del capitalismo italiano: come sono morti nel 1960 Adriano Olivetti, Mario Tchou nel 1961 ed Enrico Mattei nel 1962?

In margine allo sceneggiato su Adriano Olivetti che si è concluso questa sera con la seconda puntata. Due domande, anzi tre: come è morto Adriano Olivetti? E come è morto un anno dopo, nel 1961, Mario Tchou? Che fine fece il supercalcolatore elettronico Elea, che dopo la morte dei due finì alla General Electric americana? E infine: come è morto subito dopo, nel 1962, Enrico Mattei dell’Eni?

Tra il 1960 e il 1961 l’Italia fu decapitata del programma che insidiava la supremazia americana rappresentata dalla Ibm. Un anno dopo con un altro morto veniva spezzato il sogno di autonomia energetica gestito da Enrico Mattei.

Poco tempo fa è stato Carlo De Benedetti ad avanzare l’ipotesi che Mario Tchou, un genio dell’informatica (nella foto con Roberto Olivetti), sia stato ucciso dagli americani.
Un dato è certo, dopo la morte di Tchou e di Olivetti il cammino dell’informatica in Occidente prese un’altra strada, quella americana. E dopo Mattei la supremazia delle Sette Sorelle diventò inossidabile…


Ma torniamo all’Olivetti e al suo mago elettronico Mario Tchou: chi era Tchou? Ecco la scheda di Wikipedia:


Mario Tchou (recte: Mario Zhū[1]; Roma, 1924Santhià, 9 novembre 1961) è stato un ingegnere italiano di origine cinese, esperto di elettronica, tra gli sviluppatori dell’Olivetti, noto per il ruolo avuto nello sviluppo del progetto di alta tecnologia Olivetti Elea.
Nato a Roma nel 1924, era figlio di Evelyn Waugh e del diplomatico Tchou Yin, che lavorava all’interno del Consolato della Cina imperiale presso la Santa Sede. Intraprese gli studi in Italia, laureandosi poi negli Stati Uniti al Politecnico dell’Università di New York. All’età di 28 anni fu chiamato a insegnare all’Università Columbia di New York.
Data la sua conoscenza dell’elettronica, nel 1955 Adriano Olivetti lo portò in azienda, e gli affidò l’incarico di formare un gruppo di lavoro che, in collaborazione con l’Università di Pisa, aveva l’obiettivo di progettare e costruire un calcolatore elettronico tutto italiano, su suggerimento di Enrico Fermi, utilizzando i 150 milioni già stanziati (per un sincrotrone realizzato invece successivamente a Frascati) per la Calcolatrice Elettronica Pisana a valvole. In seguito lavorò al più grande Olivetti Elea, il massimo supercomputer a transistor dell’epoca, costruito in 40 esemplari.
L’attività di Mario Tchou era improntata a una visione che puntava sull’alta innovazione. Nel laboratorio di Barbaricina (quartiere di Pisa) raccolse i migliori cervelli, tutti giovani:
Egli considerava l’Italia «allo stesso livello dei paesi più avanzati nel campo delle macchine calcolatrici elettroniche dal punto di vista qualitativo. Gli altri però ricevono aiuti enormi dallo Stato. Gli Stati Unitistanziano somme ingenti per le ricerche elettroniche, specialmente a scopi militari. Anche la Gran Bretagna spende milioni di sterline. Lo sforzo di Olivetti è relativamente notevole, ma gli altri hanno un futuro più sicuro del nostro, essendo aiutati dello Stato»[3].
Il giovane ingegnere cercò personalmente di avvicinarsi a Ivrea, la sede storica piemontese dell’Olivetti, per abbattere il muro di diffidenza che gli impiegati del settore meccanico avevano nei confronti della neonata divisione elettronica. Ma anche i tentativi di Tchou si dimostrarono vani: il settore meccanico e quello elettronico restarono divisi, come le rispettive sedi, l’una a Ivrea, l’altra a Borgolombardo, vicino a Milano, dove si trasferì nel 1960 il gruppo di Barbaricina.
Mario Tchou morì in un incidente d’auto il 9 novembre 1961, a soli 37 anni, mentre si recava a Ivrea per discutere del progetto di una nuova architettura hardware a transistor, basata su un nuovo software: il nuovo progetto avrebbe dovuto utilizzare come linguaggio di programmazione preferenziale il Palgo, derivativo dell’ALGOL, e un assembler di nome PSICO. L’improvvisa morte di Tchou, successiva di un anno alla morte prematura di Adriano Olivetti, decretò la fine del progetto Elea (il laboratorio guidato da Tchou fu in seguito venduto alla General Electric). Entrambe le morti chiudono un’importante stagione per l’elettronica italiana, che vedeva allora la leadership industriale e tecnologica della Olivetti.
Nel 2013, Carlo De Benedetti, che guidò negli anni 80 e 90 l’Olivetti, avanzerà l’ipotesi che l’incidente mortale in cui rimase convolto Tchou sia stato provocato dai servizi segreti americani per favorire l’IBM.
Nota personale: Mario Tchou era fratello di Maria Tchou, sposata con Riccardo Mamo, cugino di Paolo Padovani, mio suocero, che aveva lavorato con Adriano Olivetti nelle edizioni di Comunità. Paolo diceva che Mario era un vero genio.

Fonte: http://www.brogi.info/2013/10/la-decapitazione-del-capitalismo-italiano-come-sono-morti-nel-1960-adriano-olivetti-mario-tchou-nel-1961-ed-enrico-mattei-nel-1962.html

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domenica 3 novembre 2013

IL CASO OLIVETTI: IL COMPUTER L’HANNO INVENTATO GLI ITALIANI!

27.10.13 Fonte: http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/2013/10/il-caso-olivetti.html#more

http://www.fondazioneadrianolivetti.it/multimedia_singolo.php?id_multimedia_video=45

“C­’è stato un momento, a metà degli anni ’60 del XX secolo, in cui un’­azienda italiana ebbe l’­occasione di guidare la rivoluzione informatica mondiale, 10 anni prima dei ragazzi della Silicon Valley: Steve Jobs e Bill Gates. Una rivoluzione tecnologica che aveva le sue radici in una rivoluzione culturale e sociale, in un modello industriale pensato al di là di Socialismo e Capitalismo, che il suo promotore, Adriano Olivetti, aveva cominciato a sperimentare sin dagli anni ’30 a Ivrea, in provincia di Torino.”Queste le considerazioni che hanno portato il regista Michele Fasano ad avviare un complesso lavoro di ricostruzione storica che da Camillo Olivetti, fondatore della prima fabbrica di macchine per scrivere, conduce lo spettatore ai giorni nostri, facendo riecheggiare le parole di Adriano Olivetti nel discorso ai lavoratori di Pozzuoli del 1955: “Può l’industria darsi dei fini? Si trovano questi semplicemente nell’indice dei profitti?”La Fondazione Adriano Olivetti ha supportato, in vario modo, il lavoro scientifico del regista che iniziò a scrivere la sceneggiatura sin dal 2008, con il Professor Francesco Novara, coautore del volume “Uomini e lavoro alla Olivetti” edito dalla Bruno Mondadori nel 2005.

Il documentario, prodotto dalla Sattva Films è allegato ad un volume in cui sono pubblicati i contributi di: Laura Olivetti, Patrizia Bonifazio, Davide Cadeddu, Beniamino de’ Liguori Carino, Michele Fasano, Marco Maffioletti, Michele Menna, Marco Peroni, Alberto Saibene, Renato Rozzi, Francesco Novara.

di Marco Pivato*

Entrato in azienda negli anni Venti come semplice operaio, il primogenito di Camillo, Adriano Olivetti, già nel 1932 ne viene nominato direttore generale.

L’azienda, nata nel 1908 a poche decine di chilometri da Torino, a Ivrea, è la prima fabbrica nazionale di macchine da scrivere, destinata a diventare leader nel settore dei materiali per ufficio e poi in strumenti elettronici all’avanguardia, dalle telescriventi alle prime macchine da calcolo meccaniche. Dopo la seconda guerra mondiale e la morte del padre, avvenuta nel 1943, Adriano assume il controllo dell’azienda, che nel frattempo è sempre più impregnata del carattere del suo nuovo proprietario e fondatore, nel 1948, del Movimento Comunità.

L’Olivetti – nelle parole del tesoriere Mario Caglieris – è “una fabbrica fondata su un preciso codice morale, per il quale il profitto viene destinato. prima di tutto agli investimenti, poi alle retribuzioni e ai servizi sociali, in ultimo agli azionisti con il vincolo di non creare mai disoccupazione”.

La scommessa, professionale e scientifica, di Adriano Olivetti non si limita a confrontarsi con la concorrenza di quegli scienziati che, negli anni Cinquanta, stanno gettando le basi dell’informatica moderna, ma si intreccia anche con le dinamiche della Guerra Fredda.

A cominciare dalla nomina del giovane ricercatore italo-cinese Mario Tchou alla guida del costituendo Laboratorio di ricerche elettroniche di Ivrea, nel 1954, poi trasferito a Barbaricina, vicino Pisa. L’intento del Laboratorio è quello di gettare le basi progettuali per creare il primo calcolatore elettronico da destinare al mercato.

Nel 1959 è pronto Elea 9003 – acronimo di Elaboratore elettronico automatico – terzo prototipo dopo Elea 9001 ed Elea 9002, nonché il primo calcolatore a transistor commerciale della storia. Con l’ingresso ufficiale nel campo dell’informatica, l’Italia entra nel ristretto novero dei Paesi industriali in possesso di mezzi e conoscenze definite “sensibili”, ma la politica italiana – cerimonie a parte – non sembra affatto interessata a sostenere e proteggere la nascente industria informatica.

L’Olivetti non riceve aiuti di Stato ed è anzi lei stessa a portare le istituzioni nazionali a conoscenza delle potenzialità nel campo informatico, mentre i concorrenti stranieri, ad esempio negli Stati Uniti, godono di somme ingenti stanziate dal governo, soprattutto a scopi militari.

In questo scenario, due eventi tragici danno una svolta al destino dell’informatica italiana. Il primo è la morte d’infarto, nel febbraio 1960, di Adriano Olivetti. Il secondo, nel novembre 1961, è l’incidente stradale in cui il pioniere dell’informatica italiana, Mario Tchou, muore sul colpo.

Secondo Giuseppe Rao, funzionario diplomatico – una delle rare fonti sui movimenti dell’Olivetti nel campo dell’elettronica – numerosi elementi lasciano supporre l’esistenza di un complotto per uccidere Tchou. L’ipotesi è che l’aver affidato ad un “muso giallo” il compito di condurre l’Italia nei segreti dello strategico mondo dell’informatica avrebbe destato le preoccupazioni di chi, in quel momento storico, aveva il maggior interesse a monopolizzarlo o perlomeno a primeggiarvi, gli Stati Uniti. E, fra l’altro, Mario Tchou era stato contattato dall’ambasciata cinese perché anche Pechino iniziava ad avviare studi sui calcolatori.

A prescindere da qualunque ipotesi complottista, Rao sottolinea comunque che gli Stati Uniti avevano un enorme interesse a tenere fuori l’Italia nel campo delle ricerche sui calcolatori, in quanto Paese confinante con l’Impero del Male e contenitore del più grande partito comunista d’Occidente.

Il modello di Adriano Olivetti non aveva avuto sostenitori nel mondo politico né, tantomeno, sostegno da parte di Confindustria, che anzi aveva mal digerito il voto dell’onorevole Olivetti, determinante per la costituzione del primo governo di centrosinistra. Franco Filippazzi, collaboratore di Tchou al Laboratorio, spiega che esso “non era di sinistra e non era di destra, o forse attingeva da entrambi gli orientamenti, ma di certo si trattava di un modello di capitalismo (…) certamente in controtendenza ai valori di un’ampia comunità interna alla DC, solidale invece ai valori ‘atlantici’”.

Fatto sta che la morte di Adriano e la crisi economica seguita al boom degli anni Cinquanta portano l’Olivetti a una difficile situazione finanziaria e si fa quindi avanti un gruppo misto pubblico-privato, il cosiddetto “gruppo d’intervento” formato da FIAT, Pirelli, Mediobanca, etc. che entra nel capitale dell’azienda di Ivrea.

Nell’aprile 1964, in sede di assemblea degli azionisti FIAT, l’allora presidente Vittorio Valletta rilascia una famosa dichiarazione: l’Olivetti “è strutturalmente solida e potrà superare senza grosse difficoltà il momento critico. Sul suo futuro pende però una minaccia, un neo da estirpare: l’essersi inserita nel settore elettronico, per il quale occorrono investimenti che nessuna azienda italiana può affrontare”.

Gli ingegneri che avevano costruito Elea 9003 confluiscono in un nuovo organismo, la Deo, che nel 1965, su decisione del gruppo d’intervento, viene venduto per il 75% alla multinazionale statunitense General Electric. Con tale vendita – o svendita, per dirla con le parole di Rao – la politica industriale italiana cede definitivamente agli Stati Uniti il primato nella ricerca scientifica applicata all’informatica. Coronato nel 1968 con la cessione agli americani della restante quota del 25%.

Pier Giorgio Perotto, altro collaboratore di Tchou e poi inventore della “Programma 101” (P101), il primo personal computer della storia, meglio conosciuta come “Perottina”, ha scritto che il “neo” fu estirpato in tragica e assurda coincidenza con l’avvio della rivoluzione elettronica mondiale.

Luciano Gallino, sociologo di fama, già dirigente di Olivetti, sostiene che “l’affermazione di Valletta fu fatta senza alcuna valutazione critica di politica economica. Non fu redatto alcuno studio, né è mai esistita traccia di una relazione di bilancio sulla Deo: la scelta di tagliare il settore informatico fu giustificata semplicemente dal prevalere di una considerazione personale di Valletta e di qualche collega a cui il resto del gruppo d’intervento non fece obiezioni”.

E, secondo Giuseppe Rao, è verosimile che sulla vendita alla General Electric ci siano state pressioni direttamente da parte degli Stati Uniti. Con questi ultimi, del resto, le aziende del gruppo d’intervento avevano, se non un debito, quantomeno un vincolo solidale, dato che esse erano state le principali beneficiarie degli aiuti economici erogati in base al Piano Marshall nel dopoguerra. Pressioni esplicite da parte americana, affinché si (s)vendesse Deo e l’Italia non potenziasse il suo sapere nel nuovo strategico settore, ammesse anche dal tesoriere di Olivetti Mario Caglieris, il quale – interpellato per conoscere i dettagli dell’affare – si è rifiutato di parlare della vicenda.

*Il miracolo scippato. Le quattro occasioni sprecate della scienza italiana negli anni sessanta, Donzelli editore, 2011

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Carlo De Benedetti : l’Italia non è un paese normale. L’unica soluzione è la rivoluzione

18 ottobre 2013

“Quando sento parlare di segnali di ripresa che stiamo o che dobbiamo agganciare, penso subito che l’interlocutore stia provando a fregarmi.”

A dirlo è Carlo De Benedetti, presidente del gruppo editoriale L’Espresso. Le sue opinioni vengono riportate dal portale di economia Wall Street Italia.com.

“L’Europa e l’Italia in particolare – commenta ancora De Benedetti – oggi sono la zavorra della crescita mondiale (…) Il declino non è solo economico, ma quello che più deve preoccuparci è una sorta di declino morale che noi italiani stiamo vivendo.
E’ senso di frustrazione, quasi di avvilimento, che sta contagiando tutti, anche noi imprenditori, anche quei giovani che devono essere invece la molla del rilancio.”

“No, non c’è niente di normale in questo paese – risponde a chi gli chiede se l’Italia sia un paese normale – Serve una rivoluzione culturale e generazionale. Non c’è niente altro da fare (…) Va ribaltata dal profondo questa Italia vecchia, bloccata dalle rendite di posizione, dagli interessi di parte, dal cinismo di chi considera il potere un fatto privato da gestire a scopi privati.
(…) E’ la classe dirigente da cambiare. Le consorterie da combattere, così come i poteri di veto sindacali e soprattutto questa orribile politica che non si occupa mai dei problemi del paese”.

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Ma che ipocrita, che faccia di bronzo! E’ proprio lui uno dei burattinai di questa povera Italia.

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Da Alberto Medici, su Ingannati del 21 gennaio 2013. Su autorizzazione del suo autore (Eliah del Signore) pubblico un suo interessante commento.

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olivettiNella rete si puo’ trovare questo interessante documentario: Adriano Olivetti e Steve Jobs

Che ho deciso di commentare per Ingannati.
Diciamocelo subito: E’ la FIAT per conto della CFR che ha fatto fuori finanziariamente e politicamente Olivetti e forse anche dato un mandato ad ucciderlo per conto terzi. Allora c’era Valletta e sappiamo cosa vuol dire questo nome nei Servizi Segreti italiani.
Dunque, Fiat, Eni, Pirelli, Mediobanca, Matteoli-Cuccia e tutti coloro, a partire da Confindustria che erano legati, chi in un modo o chi all’altro al petrolio e che non voleva che emergesse il modello elettronico-informatico come primizia italiana. Perché si sa, non è un comparto prettamente industriale.
Adriano Olivetti anche se pareva vecchio, è morto a soli 59 anni. Aveva una vita davanti a sé. E l’Italia con lui avrebbe potuto esplorare i confini interminabili del futuro. Ma, ahimè come è bizzarra la storia: l’anno dopo è morto anche il suo braccio destro a soli 37 anni. In questo scenario, due eventi tragici danno una svolta al destino dell’informatica italiana. Il primo è la morte d’infarto, nel febbraio 1960, di Adriano Olivetti. Il secondo, nel novembre 1961, è l’incidente stradale in cui il pioniere dell’informatica italiana, Mario Tchou, muore sul colpo. Tchou è morto a Santhià, vicino Vercelli in situazioni rimaste misteriose. Sarà una coincidenza pure questa? Nato a Roma nel 1924, era figlio di Evelyn Waung e del diplomatico Tchou Yin, che lavorava presso il Consolato della Cina imperiale presso il Vaticano.
Mario Tchou prima di morire si stava recando a Ivrea per discutere del progetto di una nuova architettura hardware a transistor, basata su un nuovo software: il nuovo progetto avrebbe dovuto utilizzare come linguaggio di programmazione preferenziale il Palgo, derivato dell’ALGOL, e un assembler di nome PSICO. L’improvvisa morte di Tchou, successiva di un anno alla morte prematura di Adriano Olivetti, decretò la fine del progetto Elea (il laboratorio guidato da Tchou fu in seguito venduto alla General Electric). Entrambe le morti chiudono un’importante stagione per l’elettronica italiana, che vedeva allora la leadership industriale e tecnologica della Olivetti. Resto di stucco a pensare che di questo genio non si sappia praticamente nulla!

Attualmente possiamo allo stesso livello [dei paesi più avanzati nel campo delle macchine calcolatrici elettroniche] dal punto di vista qualitativo. Gli altri però ricevono aiuti enormi dallo Stato. Gli Stati Uniti stanziano somme ingenti per le ricerche elettroniche, specialmente a scopi militari. Anche la Gran Bretagna spende milioni di sterline. Lo sforzo di Olivetti è relativamente notevole, ma gli altri hanno un futuro più sicuro del nostro, essendo aiutati dello Stato“. Mario Tchou

Ho quasi come l’impressione che sia Gates che Jobs abbiano lavorato proprio sui segreti di Tchou. Infatti, come mai nel filmato De Benedetti (che ha finito con il liquidare l’Olivetti) dice che è andato a trovare Jobs nel suo garage e che se allora gli avesse dato una mano oggi sarebbe l’uomo più ricco del mondo? Siamo sicuri sia questo il punto? Oppure bisognava consegnare le tecnologie a chi di dovere e poi starsene buoni?
http://www.ilfazioso.com/quando-quel-genio-di-de-benedetti-non-finanzi-steve-jobs.html

La storiella era stata già diffusa, ma oggi De Benedetti entra nei particolari confessando involontariamente di che natura è fatta la sua imprenditorialità: “Ero in California – racconta- con Jobs feci la più grande stupidaggine della mia vita. Piol mi disse: ‘Ci sono due ragazzi in un garage che che stanno facendo progetti. Passiamo un attimo’. Vidi ‘sti due ragazzi, erano Wozniak e Jobs (…) che mi chiese se ero disposto a mettere un milioni di dollari di allora 1980, per avere il 20% dell’azienda. Io dissi a Piol: ‘Ma non stiamo a perdere tempo con questi due ragazzi, abbiamo cose più serie da fare’”. Persino Furio Colombo fu Presidente Olivetti. Pensate a quanto poco potesse interessare la FIAT da metterci dentro due uomini suoi, come fa oggi con Mario Monti, che dopo aver lavorato per oltre un decennio nel board of director FIAT ora, a parte Montezemolo che fa finta di finanziarlo per la prima volta parlando del nuovo che “sale in politica” fanno finta di non averne mai saputo nulla di lui.

Il fatto è davvero sconcertante, soprattutto se si aggiunge che avevamo l’omologo di Steve Jobs in Adriano Olivetti, che nell’innovazione fu veramente lungimirante, anticipando coloro che prendiamo come anticipatori, gli USA. Dopo il successo del calcolatore CEP di Pisa negli anni ’50, chiamò un giovane ricercatore italo cinese dell’università americana Mario Tchou (fuga di cervelli verso l’Italia !!?) per realizzare negli anni ’60 insieme ad altri giovanissimi ricercatori italiani l’ Elea 9003, il primo computer commerciale a transistor, ricco di innovazioni come la costruzione logico sistemistica, il multitasking ecc. Tecnologia da primato assoluto resa ancora più invidiabile per il design sofisticato di Ettore Sottsass . Furono anni di successi travolgenti come il primo calcolatore programmabile dal design accattivante di Mario Bellini, Programma 101, ritenuto il primo personal computer, copiato due anni dopo averlo esposto al BEMA di New York dalla Hewlett Packard che dovrà versare alla Olivetti 900 mila dollari di royalties. Ma erano anni difficili, era già avvenuta la scomparsa di Mario Tchou e Adriano Olivetti, disgrazia che ebbe la punta dell’iceberg in De Benedetti, altro mito da sfatare, andato a produrre in Vietnam e finanziatore di giornali contro la delocalizzazione….

http://slashars.wordpress.com/2012/11/02/lo-strano-di-steve-jobs/

Siamo però agli epiloghi. Carlo De Benedetti entra nella Olivetti nel 1978. Praticamente è lui che ha impedito lo sviluppo del polo informatico in Italia lasciandolo in mano agli americani. Strategia militare? Il 78 non è un anno qualunque: muoiono Moro e Giovanni Paolo I. Il CFR, il Bilderber e la Trilateral e per loro Henry Kissinger, intimo amico di Gianni agnelli, stanno premendo sull’Italia. E’ il momento di impedire ogni riscossa. Adriano Olivetti viene additato come socialista-comunista-rivoluzionario. Al pari di Pasolini che è pure gay. E il Vaticano, con lo IOR, ne prende le distanze da entrambe.

Ma Tchou? Che c’entra Tchou che fra l’altro era di casa in Vaticano? Dal punto di vista tecnico ebbe la grande intuizione di utilizzare il silicio nell’hardware; soluzione destinata a diventare la base dell’informatica, anche dei giorni nostri. Dal punto di vista organizzativo Tchou non fu da meno, rompendo i rigidi schemi aziendali e dando vita ad un gruppo di ragazzi ai quali non veniva chiesto di timbrare un cartellino (anzi era concesso freetime in orario aziendale), quanto di realizzare un obiettivo. Ciascuno il suo, come meglio riteneva. Anzichè puntare sulle “teste bianche”, Tchou scommetteva senza paura sui giovani: “perché le cose nuove si fanno solo con i giovani. Solo i giovani ci si buttano dentro con entusiasmo, e collaborano in armonia senza personalismi e senza gli ostacoli derivanti da una mentalità consuetudinaria”, lamentando al tempo stesso la cronica assenza del nostro paese di un partner finanziario come lo Stato.

Alla morte di Olivetti l’azienda passa ad un colosso costituito da Fiat, Pirelli, Imi e Mediobanca; i quali vedono nel settore elettronico “una minaccia”: «In piena Guerra Fredda i calcolatori sono “tecnologia sensibile”», spiega il consigliere della presidenza del Consiglio dei ministri e addetto scientifico dell’ambasciata Italiana a Pechino, Giuseppe Rao. Se i computer sono stati gli 007 della Seconda guerra mondiale, all’inizio degli Anni 60 i tentativi della Cina di acquisire i saperi di una «tecnologia sensibile» sono l’argomento di chi sostiene la tesi dell’attentato a Tchou. Di fatto, nel 1964, l’azienda vende la Divisione elettronica all’americana General Electric.
Due anni prima era morto il presidente dell’Eni Enrico Mattei, che, dando scacco alle maggiori compagnie petrolifere mondiali, aveva rotto il monopolio delle fonti di idrocarburi per fare fronte ai rapidi consumi dell’Italia del boom. E si scopre ben presto che dietro a tutto c’è Eugenio CEFIS il fondatore per conto del CFR fondò in Italia la P2, quella che poi passerà in mano a Licio Gelli. E Pasolini aveva capito questo, scrivendo il libro Petrolio. Il giorno 1 di novembre, la sera, incontra Furio Colombo allora giornalista, e il giorno 2 novembre 1975 lo trovano cadavere all’idroscalo di Ostia. Pelosi di recente si fa intervistare da Walter Veltroni

https://i0.wp.com/www.storiaolivetti.it/upload/pasolini1.jpgPasolini era stato anche collaboratore e consigliere di Olivetti, come molti artisti italiani del calibro di Eduardo De Filippo, così come molti architetti che realizzeranno le città-azienda, veri capolavori di società.

Pasolini in precedenza aveva già tenuto due conferenze a Ivrea, sempre per iniziativa del Centro Culturale Olivetti, nel 1957 e nel 1966. Il Centro Culturale, nato nel 1951, organizzava per i dipendenti numerose manifestazioni culturali con dibattiti e convegni su temi di attualità, invitando specialisti di fama e personaggi di spicco della cultura contemporanea.

Persino Enrico Fermi (e qui sto parlando di ebrei, perchè anche Olivetti lo era) aveva suggerito investimenti sul campo dell’elettronica.
Ma qui rischiamo di parlare di un’altra storia, come quella in cui Giulio Carlo Argan, con l’approvazione di Pio XII e di Pasquale Rotondi salvarono tutto il patrimonio culturale italiano dalle grinfie di Hitler e soprattutto degli inglesi.
http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/puntate/la-lista-di-pasquale-rotondi/399/default.aspx

Questa è un’altra storia che nessuno ci ha mai raccontato. Dove nel 1991 Pasquale Rotondi muore investito da un motociclista il 2 gennaio, ed il sindaco di Sassocorvaro (Pesaro Urbino) Oriano Giacomi che lo aveva riscoperto -dopo anni di oblio fatto cadere sull’eroe che salvò l’arte italiana- è stato arrestato nel 2010 per detenzione di immigrati. Ci basta come prova per comprendere che dovremmo dar vita alla operazione salvataggio, creando una vera arca dove far salire i geni, gli artisti, i capitani di impresa, gli uomini e le donne di buona volontà.

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Adriano Olivetti, italiano “pericoloso”

Entrato in azienda negli anni Venti come semplice operaio, il primogenito di Camillo, Adriano Olivetti, già nel 1932 ne viene nominato direttore generale.
L’azienda, nata nel 1908 a poche decine di chilometri da Torino, a Ivrea, è la prima fabbrica nazionale di macchine da scrivere, destinata a diventare leader nel settore dei materiali per ufficio e poi in strumenti elettronici all’avanguardia, dalle telescriventi alle prime macchine da calcolo meccaniche. Dopo la seconda guerra mondiale e la morte del padre, avvenuta nel 1943, Adriano assume il controllo dell’azienda, che nel frattempo è sempre più impregnata del carattere del suo nuovo proprietario e fondatore, nel 1948, del Movimento Comunità.
L’Olivetti – nelle parole del tesoriere Mario Caglieris – è “una fabbrica fondata su un preciso codice morale, per il quale il profitto viene destinato. prima di tutto agli investimenti, poi alle retribuzioni e ai servizi sociali, in ultimo agli azionisti con il vincolo di non creare mai disoccupazione”.
La scommessa, professionale e scientifica, di Adriano Olivetti non si limita a confrontarsi con la concorrenza di quegli scienziati che, negli anni Cinquanta, stanno gettando le basi dell’informatica moderna, ma si intreccia anche con le dinamiche della Guerra Fredda.
A cominciare dalla nomina del giovane ricercatore italo-cinese Mario Tchou alla guida del costituendo Laboratorio di ricerche elettroniche di Ivrea, nel 1954, poi trasferito a Barbaricina, vicino Pisa. L’intento del Laboratorio è quello di gettare le basi progettuali per creare il primo calcolatore elettronico da destinare al mercato.
Nel 1959 è pronto Elea 9003 – acronimo di Elaboratore elettronico automatico – terzo prototipo dopo Elea 9001 ed Elea 9002, nonché il primo calcolatore a transistor commerciale della storia. Con l’ingresso ufficiale nel campo dell’informatica, l’Italia entra nel ristretto novero dei Paesi industriali in possesso di mezzi e conoscenze definite “sensibili”, ma la politica italiana – cerimonie a parte – non sembra affatto interessata a sostenere e proteggere la nascente industria informatica. L’Olivetti non riceve aiuti di Stato ed è anzi lei stessa a portare le istituzioni nazionali a conoscenza delle potenzialità nel campo informatico, mentre i concorrenti stranieri, ad esempio negli Stati Uniti, godono di somme ingenti stanziate dal governo, soprattutto a scopi militari.
In questo scenario, due eventi tragici danno una svolta al destino dell’informatica italiana. Il primo è la morte d’infarto, nel febbraio 1960, di Adriano Olivetti. Il secondo, nel novembre 1961, è l’incidente stradale in cui il pioniere dell’informatica italiana, Mario Tchou, muore sul colpo.
Secondo Giuseppe Rao, funzionario diplomatico – una delle rare fonti sui movimenti dell’Olivetti nel campo dell’elettronica – numerosi elementi lasciano supporre l’esistenza di un complotto per uccidere Tchou. L’ipotesi è che l’aver affidato ad un “muso giallo” il compito di condurre l’Italia nei segreti dello strategico mondo dell’informatica avrebbe destato le preoccupazioni di chi, in quel momento storico, aveva il maggior interesse a monopolizzarlo o perlomeno a primeggiarvi, gli Stati Uniti. E, fra l’altro, Mario Tchou era stato contattato dall’ambasciata cinese perché anche Pechino iniziava ad avviare studi sui calcolatori.
A prescindere da qualunque ipotesi complottista, Rao sottolinea comunque che gli Stati Uniti avevano un enorme interesse a tenere fuori l’Italia nel campo delle ricerche sui calcolatori, in quanto Paese confinante con l’Impero del Male e contenitore del più grande partito comunista d’Occidente.
Il modello di Adriano Olivetti non aveva avuto sostenitori nel mondo politico né, tantomeno, sostegno da parte di Confindustria, che anzi aveva mal digerito il voto dell’onorevole Olivetti, determinante per la costituzione del primo governo di centrosinistra. Franco Filippazzi, collaboratore di Tchou al Laboratorio, spiega che esso “non era di sinistra e non era di destra, o forse attingeva da entrambi gli orientamenti, ma di certo si trattava di un modello di capitalismo (…) certamente in controtendenza ai valori di un’ampia comunità interna alla DC, solidale invece ai valori ‘atlantici’”.
Fatto sta che la morte di Adriano e la crisi economica seguita al boom degli anni Cinquanta portano l’Olivetti a una difficile situazione finanziaria e si fa quindi avanti un gruppo misto pubblico-privato, il cosiddetto “gruppo d’intervento” formato da FIAT, Pirelli, Mediobanca, etc. che entra nel capitale dell’azienda di Ivrea.
Nell’aprile 1964, in sede di assemblea degli azionisti FIAT, l’allora presidente Vittorio Valletta rilascia una famosa dichiarazione: l’Olivetti “è strutturalmente solida e potrà superare senza grosse difficoltà il momento critico. Sul suo futuro pende però una minaccia, un neo da estirpare: l’essersi inserita nel settore elettronico, per il quale occorrono investimenti che nessuna azienda italiana può affrontare”.
Gli ingegneri che avevano costruito Elea 9003 confluiscono in un nuovo organismo, la Deo, che nel 1965, su decisione del gruppo d’intervento, viene venduto per il 75% alla multinazionale statunitense General Electric. Con tale vendita – o svendita, per dirla con le parole di Rao – la politica industriale italiana cede definitivamente agli Stati Uniti il primato nella ricerca scientifica applicata all’informatica. Coronato nel 1968 con la cessione agli americani della restante quota del 25%.
Pier Giorgio Perotto, altro collaboratore di Tchou e poi inventore della “Programma 101” (P101), il primo personal computer della storia, meglio conosciuta come “Perottina”, ha scritto che il “neo” fu estirpato in tragica e assurda coincidenza con l’avvio della rivoluzione elettronica mondiale.
Luciano Gallino, sociologo di fama, già dirigente di Olivetti, sostiene che “l’affermazione di Valletta fu fatta senza alcuna valutazione critica di politica economica. Non fu redatto alcuno studio, né è mai esistita traccia di una relazione di bilancio sulla Deo: la scelta di tagliare il settore informatico fu giustificata semplicemente dal prevalere di una considerazione personale di Valletta e di qualche collega a cui il resto del gruppo d’intervento non fece obiezioni”.
E, secondo Giuseppe Rao, è verosimile che sulla vendita alla General Electric ci siano state pressioni direttamente da parte degli Stati Uniti. Con questi ultimi, del resto, le aziende del gruppo d’intervento avevano, se non un debito, quantomeno un vincolo solidale, dato che esse erano state le principali beneficiarie degli aiuti economici erogati in base al Piano Marshall nel dopoguerra. Pressioni esplicite da parte americana, affinché si (s)vendesse Deo e l’Italia non potenziasse il suo sapere nel nuovo strategico settore, ammesse anche dal tesoriere di Olivetti Mario Caglieris, il quale – interpellato per conoscere i dettagli dell’affare – si è rifiutato di parlare della vicenda.

[Le informazioni contenute nel presente articolo sono tratte da “Il miracolo scippato. Le quattro occasioni sprecate della scienza italiana negli anni sessanta”, di Marco Pivato, Donzelli editore]