14 ottobre 2013

Draghi-e-la-Bce-non-deludono-ma-la-crisi-non-finisce-cosi_h_partbBCE = soggetto sovranazionale e extraterritoriale, sottratto ad ogni controllo e governo democratico Di: Solange Manfredi

Lug 2013 Draghi-e-la-Bce-non-deludono-ma-la-crisi-non-finisce-cosi

C’è da domandarsi se qualcosa è cambiato con l’ingresso dell’Italia in Europa. Ad un analisi approfondita, però, si scopre che non è cambiato quasi nulla. Le anomalie sono addirittura maggiori. Vediamole. I° Anomalia Il 7 febbraio 1992 Giulio Andreotti come Presidente del Consiglio assieme al Ministro degli Esteri Gianni de Michelis e il Ministro del Tesoro Guido Carli (già governatore di Banca d’Italia) firmano il Trattato di Maastricht6. Il Sistema europeo di banche centrali (SEBC) e la Banca centrale europea (BCE) sono stati istituiti dal Trattato di Maastricht. Il SEBC è un’organizzazione, formata dalla BCE e dalle banche centrali nazionali dei paesi dell’Unione europea, che ha il compito di emettere la moneta unica (euro) e di gestire la politica monetaria comune con l’obiettivo fondamentale di mantenere la stabilità dei prezzi. La BCE, proprietà delle banche centrali, le quali ne sono azioniste, è un soggetto privato con sede a Francoforte. Inoltre, ex art. 107 del Trattato di Mastricht, la BCE è esplicitamente sottratta ad ogni controllo e governo democratico da parte degli organi dell’Unione Europea. Tale previsione fa si che la BCE sia una sorta di soggetto sovranazionale ed extraterritoriale. II° Anomalia Le banche centrali nazionali sono le sole sottoscrittrici delle quote del suo capitale. Vediamo allora chi sono i soci della BCE I SOCI DELLA BANCA CENTRALE EUROPEA (BCE) Banca Nazionale del Belgio (2,83%) Banca centrale del Lussemburgo (0,17%) Banca Nazionale della Danimarca (1,72%) Banca d’Olanda (4,43%) Banca Nazionale della Germania (23,40%) Banca nazionale d’Austria (2,30%) Banca della Grecia (2,16%) Banca del Portogallo (2,01%) Banca della Spagna (8,78%) Banca di Finlandia (1,43%) Banca della Francia (16,52%) Banca Centrale di Svezia (2,66%) Banca Centrale d’Irlanda (1,03%) Banca d’Inghilterra (15,98%) Banca d’Italia (14,57%) Come si può notare dallo schema vi sono , tra i sottoscrittori della BCE, tre stati (Svezia, Danimarca ed Inghilterra) che non hanno adottato come moneta l’euro, ma che, in virtù delle loro quote, possono influire sulla politica monetaria dei paesi dell’euro. Anche in questo caso, dalle anomalie ora sottolineate si evince come, nella sostanza, l’Italia abbia ceduto la sua sovranità monetaria ad un soggetto sovranazionale ed extraterritoriale sottratto ad ogni controllo. Tale situazione anomala è stata oggetto, da parte di diversi cittadini, di azioni civili e penali contro la Banca d’Italia. Alcune cause sono ancora in corso, altre si sono già concluse. In un caso, un giudice di pace di Lecce, ha dato ragione ad un cittadino, che aveva denunciato questo stato di cose, condannando la Banca d’Italia a restituirgli il c.d. “ reddito da signoraggio” (sentenza n. 2978/05 emessa a Lecce). La sentenza afferma che la Banca d’Italia (che ricordiamo è al 95% in mano a privati) si è appropriata indebitamente di una somma enorme, pari a 5 miliardi di euro solo tra gli anni 1996-2003 sotto la voce “reddito da signoraggio”. La Banca d’Italia, avverso tale sentenza, ha fatto ricorso in Cassazione. Il 21 luglio 2006 con la sentenza n. 16751 le SS.UU. civile della Cassazione hanno accolto il ricorso di Banca d’Italia sostenendo che: “la pretesa del cittadino nei confronti dell’istituto di emissione esula dall’ambito della giurisdizione, sia essa quella del giudice ordinario, sia del giudice amministrativo, in quanto al giudice non compete sindacare il modo in cui lo Stato esplica le proprie funzioni sovrane, tra le quali sono indiscutibilmente comprese quelle di politica monetaria, di adesione a trattati internazionali e di partecipazione ad organismi sovranazionali: funzioni in rapporto alle quali non è dato configurare una situazione di interesse protetto a che gli atti in cui esse si manifestano assumano o non assumano un determinato contenuto”. In sostanza la Corte di Cassazione ha detto che il problema della politica monetaria non è sindacabile dal giudice, e quindi, quand’anche da tale politica il cittadino riceva un danno, non ha tutela giurisdizionale. A questo punto allora dobbiamo porci queste domande. 1) E’ possibile che non esista un interesse protetto del cittadino a che gli atti compiuti dallo Stato assumano o non assumano un determinato contenuto? 2) E se lo Stato, nell’esplicare le proprie funzioni sovrane, viola un diritto dei cittadini arrecando un danno alla popolazione, è possibile che il cittadino non possa far nulla, neanche adire gli organi giudiziari? Per rispondere alla domanda dobbiamo analizzare il problema alla luce dei principi posti dalla Costituzione.

C’è da domandarsi se qualcosa è cambiato con l’ingresso dell’Italia in Europa. Ad un analisi approfondita, però, si scopre che non è cambiato quasi nulla. Le anomalie sono addirittura maggiori. Vediamole.

I° Anomalia

Il 7 febbraio 1992 Giulio Andreotti come Presidente del Consiglio assieme al Ministro degli Esteri Gianni de Michelis e il Ministro del Tesoro Guido Carli (già governatore di Banca d’Italia) firmano il Trattato di Maastricht6.

Il Sistema europeo di banche centrali (SEBC) e la Banca centrale europea (BCE) sono stati istituiti dal Trattato di Maastricht.

Il SEBC è un’organizzazione, formata dalla BCE e dalle banche centrali nazionali dei paesi dell’Unione europea, che ha il compito di emettere la moneta unica (euro) e di gestire la politica monetaria comune con l’obiettivo fondamentale di mantenere la stabilità dei prezzi.

La BCE, proprietà delle banche centrali, le quali ne sono azioniste, è un soggetto privato con sede a Francoforte.

Inoltre, ex art. 107 del Trattato di Mastricht, la BCE è esplicitamentesottratta ad ogni controllo e governo democratico da parte degli organi dell’Unione Europea. Tale previsione fa si che la BCE sia una sorta di soggetto sovranazionale ed extraterritoriale.

II° Anomalia

Le banche centrali nazionali sono le sole sottoscrittrici delle quote del suo capitale.

Vediamo allora chi sono i soci della BCE

I SOCI DELLA BANCA CENTRALE EUROPEA (BCE)

Banca Nazionale del Belgio (2,83%) Banca centrale del Lussemburgo (0,17%)
Banca Nazionale della Danimarca (1,72%) Banca d’Olanda (4,43%)
Banca Nazionale della Germania (23,40%) Banca nazionale d’Austria (2,30%)
Banca della Grecia (2,16%) Banca del Portogallo (2,01%)
Banca della Spagna (8,78%) Banca di Finlandia (1,43%)
Banca della Francia (16,52%) Banca Centrale di Svezia (2,66%)
Banca Centrale d’Irlanda (1,03%) Banca d’Inghilterra (15,98%)
Banca d’Italia (14,57%)

Come si può notare dallo schema vi sono, tra i sottoscrittori della BCE, tre stati (Svezia, Danimarca ed Inghilterra) che non hanno adottato come moneta l’euro, ma che, in virtù delle loro quote, possono influire sulla politica monetaria dei paesi dell’euro.

Anche in questo caso, dalle anomalie ora sottolineate si evince come, nella sostanza, l’Italia abbia ceduto la sua sovranità monetaria ad un soggetto sovranazionale ed extraterritoriale sottratto ad ogni controllo.

Tale situazione anomala è stata oggetto, da parte di diversi cittadini, di azioni civili e penali contro la Banca d’Italia. Alcune cause sono ancora in corso, altre si sono già concluse. In un caso, un giudice di pace di Lecce, ha dato ragione ad un cittadino, che aveva denunciato questo stato di cose, condannando la Banca d’Italia a restituirgli il c.d. “ reddito da signoraggio” (sentenza n. 2978/05 emessa a Lecce). La sentenza afferma che la Banca d’Italia (che ricordiamo è al 95% in mano a privati) si è appropriata indebitamente di una somma enorme, pari a 5 miliardi di euro solo tra gli anni 1996-2003 sotto la voce “reddito da signoraggio”.

La Banca d’Italia, avverso tale sentenza, ha fatto ricorso in Cassazione. Il 21 luglio 2006 con la sentenza n. 16751 le SS.UU. civile della Cassazione hanno accolto il ricorso di Banca d’Italia sostenendo che: “la pretesa del cittadino nei confronti dell’istituto di emissione esula dall’ambito della giurisdizione, sia essa quella del giudice ordinario, sia del giudice amministrativo, in quanto al giudice non compete sindacare il modo in cui lo Stato esplica le proprie funzioni sovrane, tra le quali sono indiscutibilmente comprese quelle di politica monetaria, di adesione a trattati internazionali e di partecipazione ad organismi sovranazionali: funzioni in rapporto alle quali non è dato configurare una situazione di interesse protetto a che gli atti in cui esse si manifestano assumano o non assumano un determinato contenuto”.

In sostanza la Corte di Cassazione ha detto che il problema della politica monetaria non è sindacabile dal giudice, e quindi, quand’anche da tale politica il cittadino riceva un danno, non ha tutela giurisdizionale.

A questo punto allora dobbiamo porci queste domande.

1) E’ possibile che non esista un interesse protetto del cittadino a che gli atti compiuti dallo Stato assumano o non assumano un determinato contenuto?

2) E se lo Stato, nell’esplicare le proprie funzioni sovrane, viola un diritto dei cittadini arrecando un danno alla popolazione, è possibile che il cittadino non possa far nulla, neanche adire gli organi giudiziari?

Per rispondere alla domanda dobbiamo analizzare il problema alla luce dei principi posti dalla Costituzione.

Di: Solange Manfredi

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Nuovo Ordine Mondiale e Controllo delle Economie Locali. Lo SPREAD

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Cosa è lo Spread, con cui è stato possibile mandare a casa il Governo Berlusconi per imporre appresso il Governo Monti?

Il termine spread può essere inteso anche come credit spread che denota il differenziale tra il tasso di rendimento di un’obbligazione e quello di un altro titolo preso a riferimento (benchmark); in questo secondo caso, ad esempio, se un BTP con una certa scadenza ha un rendimento del 7% e la corrispettiva Bundesanleihe Tedesca con la stessa scadenza ha un rendimento del 3%, allora lo spread sarà di 7 − 3 = 4 punti percentuali ovvero di 400 punti base.

Il rendimento atteso o richiesto (e alla fine offerto) può infatti salire o scendere in funzione del grado di fiducia degli investitori/creditori, a sua volta misurabile attraverso eventuali squilibri tra domanda e offerta di titoli: se l’offerta è superiore alla domanda, il rendimento atteso aumenta per tentare di riequilibrare la domanda e viceversa.

Come conseguenza, lo spread diventa dunque indirettamente, allo stesso tempo e in maniera del tutto equivalente:

  • una misura del rischio finanziario associato all’investimento nei titoli cioè nel recupero del credito da parte del creditore, essendo rischio e rendimento strettamente legati da relazione di proporzionalità: quanto maggiore è lo spread, tanto maggiore è il rischio connesso all’acquisto di titoli;
  • una misura dell’eventuale guadagno finanziario nell’acquisto di titoli rispetto a quelli di riferimento, a prezzo del corrispettivo rischio e a meno della possibile insolvenza.
  • una misura dell’affidabilità (rating) dell’emittente/debitore (ad esempio lo Stato) di restituire il credito e quindi del rischio insolvenza: maggiore è lo spread, minore è tale affidabilità e maggiore è il rischio insolvenza;
  • una misura della fiducia degli investitori nell’acquisto dei titoli: maggiore è lo spread minore è tale fiducia;.
  • una misura della capacità dell’emittente di promuovere a buon fine le proprie attività finanziarie (nel caso dello Stato di rifinanziare il proprio debito pubblico) tramite emissione di nuovi titoli obbligazionari: maggiore è lo spread, minore è questa capacità in virtù dei tassi di interesse più elevati dovuti fino a un limite massimo di sostenibilità. Nel caso dei titoli di stato, spread elevatissimi possono condurre nel medio-lungo termine alla dichiarazione di insolvenza sovrana, fallimento, bancarotta o default dello Stato oppure richiedere misure drastiche di politica di bilancio fortemente restrittive con riduzione della spesa pubblica e/o aumento della tassazione sui contribuenti per evitare il fallimento con effetto inevitabile però di diminuzione del reddito (dunque della domanda) e degli investimenti e quindi, in ultimo, ripercussioni negative sulla crescita economica.

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IMPORRE UN GOVERNO PRO BILDERBERG DESTABILIZZANDO LE BANCHE ITALIANE

di Marco Della Luna Mercoledì 27 Febbraio 2013

Per imporre in Italia un governo compiacente alla linea Monti-Merkel-Goldman Sachs nonostante l’esito elettorale di ieri (del 25 febbraio 2013, ndr), potrebbe essere a breve organizzata una crisi bancaria italiana che terrorizzi la popolazione e crei il consenso per un governo di quel tipo in cambio di aiuti monetari di BCE, Fed e altri. I recenti spostamenti di capitali dello Ior da banche italiane a banche tedesche (compresa parte del nostro 8 per mille) corrobora questa congettura.

Il voto politico del 25 febbraio esprime disinganno e rifiuto della maggioranza degli italiani verso la dittatura dei mercati, l’egemonia della Germania, il modello economico mercatista e neoliberista, le ricette rigoriste e fiscaliste di tecnici e accademici balordi o traditori, la falsa solidarietà dei paesi euroforti. Sgamati. Tutti sono d’accordo che occorra riformare – ma in quale direzione?

Quella di Monti, Rehn, Barroso, Merkel, Draghi, oppure una opposta, col recupero della sovranità monetaria alla Nazione e la sottrazione del debito pubblico alle manovre di mercati pilotati e ricattatori, e massicci investimenti pubblici infrastrutturali, e separazione tra banche di credito e risparmio e banche di azzardo finanziario?

Adesso pare impossibile formare un governo stabile, che deve comprendere il PD, quale detentore della maggioranza assoluta dei seggi della Camera per effetto del premio di maggioranza. Ma proprio il PD e Monti sono paladini di quella politica che, come dicevo, la maggioranza degli italiani ha respinto, e sempre più respingerà via via che la depressione peggiorerà, mettendo a rischio il rispetto del pareggio nominale di bilancio imposto, sotto severe pene, dal fiscal compact.

Stranamente e significativamente, in questa cruciale situazione Napolitano vola in visita di Stato presso la potenza egemone. Non sarà che intende forse nominare un nuovo pseudo-tecnico come premier per continuare, sotto il pretesto dell’emergenza e del volere dei mercati, le riforme distruttive che trasferiscono capitali, imprese e cervelli dall’Italia a Germania, Svizzera e altri? E che stia concordando con Berlino un sostegno di brevissimo termine per questo nuovo asso della delocalizzazione guidata, un sostegno che lo faccia apparire bravo, una boccata di ossigeno per il Paese stremato? Questo asso potrebbe essere Prodi o Amato, che con le loro leggi e riforme e privatizzazioni già tanto hanno fatto in quel senso, spezzando la schiena all’economia di questo Paese. O qualcuno della Banca d’Italia, che si è distinto nel non vedere le ruberie in MPS o nel legittimare davanti ai giudici penali il superamento della soglia di usura, mediante compiacenti circolari in conflitto di interesse e che esse stesse costituiscono concorso in quel medesimo delitto.

Quel che mi aspetto è che, se non ci mobilitiamo con la denuncia e l’informazione preventive, a brevissimo parta un’azione di destabilizzazione del sistema bancario italiano, anche mediante un rialzo artefatto dello spread finalizzato a deprezzare i titoli pubblici italiani detenuti dalle banche italiane, in quanto queste detengono i detti titoli come importante componente del loro attivo patrimoniale, e in caso di rialzo dei rendimenti con conseguente calo del valore di mercato dovrebbero ridurre la loro valorizzazione in bilancio, con tutte le conseguenze di ciò. Lo spread lo possono far salire a piacimento mediante lo shorting, il rating, le esternazioni. Poi, quando si sarà alzato a livelli di allarme, potrebbero imporre alle banche italiane di fare accantonamenti a copertura di possibili perdite sui titoli pubblici, così da comprimere il capitale netto delle banche. Allora saremmo davvero in croce.

La predetta manovra di destabilizzazione creerebbe panico, blocco di pagamenti, allarme per i depositi, carenza di contanti, limitazione della prelevabilità. Allora il Quirinale manderà avanti il nuovo Salvatore a cui il voto e la fiducia e l’obbedienza sono dovuti di necessità, perché “non c’è alternativa. Egli imporrà sacrifici durissimi, innanzitutto in termini di rinuncia alla democrazia e alla sovranità, e in cambio apporterà un misericordioso aiuto dei fratelli europei.

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venerdì 12 aprile 2013

Una nuova epoca è iniziata nel mondo della finanza internazionale.
Trent’anni orsono il bastone di comando era nelle mani dei grandi fondi d’investimento e nelle banche d’affari. Immense nuvole di petrodollari e di profitti delle grandi corporation si dirigevano verso i paradisi della finanza dal guadagno immediato e speculativo.  La sterlina cercò di opporsi alla speculazione contro Soros e si spezzò le corna e così fecero i banchieri centrali europei, con alla testa uno frastornato Ciampi, che non resistette all’ondata speculativa e provocò una svalutazione rovinosa della lira. Il Governatore si illudenva di fermare il flusso del capitale finanziario che rincorreva se stesso, moltiplicando i guadagni di un pugno di speculatori seguiti da una miriade di investitori minuti che giocavano in borsa i loro risparmi.
Erano gli anni in cui i pensionati passavano le mattinate dinanzi ai computer – i primi computer! – che nelle vetrine delle filiali bancarie registravano rapide ascese di titoli improbabili che, pur in rosso, capitalizzavano più di Fiat o di Generale Electric. Era l’economia delle aspettative era la new economy dove tutti giuravano e spergiuravano che il capitalismo aveva superato se stesso e non avrebbe più avuto crisi cicliche.

I poveri economisti strutturalisti schumpeteriani, keynesiani, minskiani, eravano guardati come dinosauri e destinati al macero: nessun concorso poteva essere vinto e ci si doveva rifugiare in materie d’insegnamento afferenti, guardate con disprezzo perché avevano una base concettuale storica e umanistica.
Ora tutto sta lentamente cambiando. Le banche centrali sono all’attacco. Dopo il fallimento di Lehman i fondi e le banche d’affari speculavano sui movimenti non di se stesse, ma su quelli delle banche centrali. Mentre la finanza privata lecca le sue ferite e infligge zampate spesso a caso, i banchieri centrali sono risaliti in cattedra e comandano.  L’inflazione non esiste: esiste invece la deflazione, la crisi inizia a essere irreversibile, aumenta la disoccupazione e i margini si riducono sino a ridurre i prezzi di una domanda che non beve.  Ebbene, proprio perche il pericolo è la deflazione che rende la depressione irreversibile, ecco che l’ondata di liquidità inonda le banche per salvarle e cerca disperatamente di raggiungere l’economia reale.  Ma qui ciò che rimane dell’Occidente finanziario è diviso.
Gli Usa con la Fed, e recentemente il Giappone con il nuovo banchiere centrale uscito dal cappello di un Abe, deciso a ridare al Paese la sua supremazia economica dinanzi a una Cina sempre più pericolosa, iniziano a combattere non il deficit bancario ma quello sociale: abbattere la disoccupazione e riattivare il sistema sanguigno delle imprese che non trovano la trasfusione bancaria per il meccanismo della ripresa.
La Banca d’Inghilterra, con il suo nuovo governatore, che non a caso viene dal Canada keynesiano che non è stato investito dalla recessione, non solo segue la linea della Fed, ma vincola l’erogazione di liquidità alle banche all’impegno che esse sottoscrivono di riversare la liquidità non per la ricapitalizzazione, ma in misura consistente per le imprese e le famiglie.
Insomma, solo la Bce sta a guardare e Draghi – che pure tutto si è inventato per aggirare la Bundesbank e le guardie prussiane nel direttorio della Bce sino a spingerne un paio alle dimissioni – è ora in ritardo e in difficoltà. La Bce è in affanno, affanno politico e il Regno Unito si allontana sempre più dall’Europa, da potenza transatlantica qual è. Brutti tempi per l’Europa e brutti tempi per le imprese e le famiglie.
E allora è necessario mettere sul tavolo una riconsiderazione sistemica dell’Europa, a cominciare dalla sua assurda pretesa di mettere sù una moneta unica; un vero e proprio tavolo con tre piedi, incapace strutturalmente di reggersi.

L’Europa unita doveva essere un’area di comunione di diritti, pace e benessere economico-sociale. E’ diventata invece il regno della dittatura tecnocratica, al servizio della finanza e dell’economia dei “soci” nordeuropei.

Fonte: http://lemieconsiderazioniinutili.blogspot.it/2013/04/il-mondo-si-muove-leuropa-della-bce-e.html

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La Bce, Wikipedia e l’assalto di Berlino all’euro

“La Bce fa di nuovo marcia indietro”, è il titolo del giorno del quotidiano tedesco “Frankfurter Allgemeine Zeitung”, la Faz, che secondo quanto rilanciato dalle agenzie italiane ( http://www.tg1.rai.it/dl/tg1/2010/articoli/ContentItem-b5fb0124-d647-41af-9fbd-c22aef4ce279.html ) avrebbe fatto uno scoop niente male alla vigilia del dibattimento di martedì davanti alla Corte costituzionale tedesca, dove si discuterà della legittimità dell’Omt, il piano di acquisto illimitato di titoli di stato da parte della Bce stessa.

Quale scoop? La Bce avrebbe deciso di limitare a un massimo di 524 miliardi di euro l’acquisto di bond dei Paesi in crisi come Spagna, Italia, Irlanda e Portogallo, il cui volume complessivo ammonta ad oltre 2.200 miliardi di euro. Il limite, scrive Faz, è precisamente di 524 miliardi di euro, mentre lo scorso anno l’Eurotower avrebbe annunciato un intervento “illimitato” sui mercati. Messa così, suona effettivamente come un colpo ferale alla credibilità della rete di sicurezza predisposta dalla Bce.

Ma è veramente così? No. Non soltanto perché la Bce ha prontamente smentito. In realtà la Bce, che – ricordiamolo – è costretta a presentare una memoria difensiva davanti alla Corte costituzionale tedesca perché pressata anche dalla Banca centrale tedesca che ha pronta invece un’arringa d’accusa, nella sua memoria dice altro. Si limita a precisare che l’effettiva e potenziale portata dell’Omt – perché nemmeno un titolo è stato comprato con questo programma, casomai l’avessimo dimenticato! – è “sovrastimata” dagli accusatori della BundesBank: i titoli a scadenza 1-3 anni, gli unici da sempre interessati dal programma Omt, sono soltanto il 23,75 per cento di tutti i bond statali in giro, cioè appunto 524 miliardi e spiccioli su oltre 2.200 miliardi di bond totali. La Bce ricorda l’ovvio, bastava un’occhiata a Wikipedia ( http://en.wikipedia.org/wiki/Outright_Monetary_Transactions ) .

Ma è inutile stare qui a dare la colpa ai colleghi della Faz. Quello che è successo oggi, e che forse già inizieremo a scontare domani sui mercati, è soltanto frutto dell’inedito corpo a corpo in cui Francoforte (la Bundesbank) sta trascinando Francoforte (la Bce) ( http://www.ilfoglio.it/soloqui/18544 ) . Aspettando che i vari comitati di “saggi” nominati da Parlamento e governo italiani si pronuncino, noi stiamo a vedere.

Marco Valerio LO Prete
Fonte: www.ilfoglio.it
Link: http://www.ilfoglio.it/contrarian/268
9.06.2013

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SE LA FED “SI COMPRA” L’EUROPA

DI VALERIO LO MONACO
ilribelle.com

La notizia è uscita molto in sordina qualche giorno addietro, e l’abbiamo commentata immediatamente in trasmissione su Raz24: la Fed, Banca Centrale Usa, starebbe pensando seriamente di intervenire sui mercati per acquistare dei titoli di Stato dei Paesi europei in difficoltà.

Mentre in Europa si discute a non finire sull’operato della Banca Centrale Europea in merito agli “aiuti” indiretti agli Stati per calmierare l’ascesa dei tassi di interesse, proprio mediante l’acquisto di parte del debito pubblico dei vari Paesi, ora parrebbe che anche la Fed stia per intervenire in “nostro” soccorso.

Tutto parte, e per ora finisce, da una frase pronunciata da Ben Bernanke un po’ di tempo addietro. Questa: «La Fed ha l’autorità per acquistare sia debito pubblico nazionale sia debito pubblico straniero».

In Italia è stata riportata pochissimo a suo tempo, ma ora iniziano alcune timide analisi in concomitanza con le turbolenze europee proprio su questo tema. Al di là della possibilità o meno che tale operazione possa avere inizio in grande stile, visto che è difficile che la Fed, una volta presa la decisione, lo faccia con interventi a basso profilo, è però tema che va analizzato a fondo. Perché nel caso le implicazioni per i Paesi europei sarebbero enormi.

Intanto chiariamo un punto: al momento, noi, non abbiamo ulteriori conferme dell’operazione, dunque invece di dare la cosa per certa salvo poi fare finta di nulla ove il tutto non dovesse concretizzarsi, preferiamo invece dedicarci ad alcune supposizioni in punta di logica. Anche perché queste, da sole, come vedremo sono più che sufficienti per avvalorare la tesi e le parole di Bernanke.

La cosa ha più di qualche reale possibilità, chiariamolo. Intanto perché la Federal Reserve, oltre alle operazioni monstre interne, cioè l’immissione di enormi masse di liquidità in Usa, già è attiva e praticamente da sempre sui mercati esteri. Poi perché, come cercheremo di spiegare, l’operazione rientra in una logica cristallina.

Già a suo tempo la Fed intervenne in Europa concedendo denaro a varie Banche in difficoltà. Ma il passaggio ipotizzato verso un intervento anche sui titoli di Stato apre diversi altri scenari. Un conto è intervenire per acquistare parte delle Banche, un conto differente, come si intuisce, è invece andare ad acquistare parte dei debiti sovrani degli Stati. Questi ultimi, tra i quali il nostro, si troverebbero di fatto a essere “posseduti”, quota parte, proprio dalla Fed. Nel momento in cui firmiamo delle cambiali, cioè, nello specifico, dei titoli di Stato, diventiamo debitori verso qualcuno, il che di fatto ha enorme influenza su di noi.

Prima sintesi parziale: se la Fed acquista il nostro debito pubblico, a meno che un giorno, o prima o poi, per un verso o per un altro, con un meccanismo o un altro, non decidiamo di ripudiarlo (cosa assai improbabile, vista la classe politica che ci governa e la cittadinanza che la vota) ciò significa che diveniamo in quota parte proprietà degli Stati Uniti d’America, attraverso la Banca Centrale Usa. Basta questo per far capire l’importanza di questa indiscrezione?

Detto dell’urgenza del tema, resta ora da capire, ma non è difficile farlo, il motivo per il quale la Federal Reserve sarebbe ben pronta a intervenire in Europa. Una volta snocciolati i vari motivi per i quali sarebbe in procinto di farlo non ci si stupirà più nel prendere tale indiscrezione come, in realtà, una operazione ormai già messa in cantiere.

Che motivi e benefici avrebbe dunque la Fed ad acquistare debito pubblico europeo?

Tanti. Differenti. Importanti. E alla fine dei conti, decisivi.

Intanto per fare spese da noi dovrebbe acquistare Euro, visto che non potrebbe comperare direttamente in Dollari. Questo non solo non è un problema per la Fed, visto che può stampare Dollari secondo necessità, ma diventa anche un beneficio diretto. Dopo aver fatto un accordo di swap con la Bce per proseguire con l’operazione, semplicemente stamperebbe denaro per andare ad acquistare Euro che poi userebbe per comperare i titoli di Stato. Il beneficio diretto, sempre per loro, sia chiaro, è quello che così facendo si creerebbe una situazione di ulteriore aumento di circolazione per il Dollaro, peraltro senza creare, in questo caso, problemi inflazionistici. Aumentare la circolazione del Dollaro, ricordiamolo, gli sarebbe utile per evitare che salgano troppo i prezzi delle materie prime e del petrolio, che è un altro problema che al momento si trova a dover fronteggiare. Potrebbe, in tal caso, ridurre un po’ il pompaggio interno di liquidità, che enormi pericolosità comunque le ha, e allo stesso tempo mantenere alto il valore di cambio delle altre monete rispetto al Dollaro. Ergo, gli Usa sarebbero, come effetto indiretto, avvantaggiati nelle esportazioni, con i benefici connessi all’economia interna.

Ma c’è anche il lato geopolitico, prima di passare a quello prettamente economico, finanziario e predatorio.

Andiamo per ordine. Gli Usa, soprattutto oggi, hanno assoluto bisogno che l’Europa non collassi economicamente e politicamente. La situazione attuale europea, disastrata dal punto di vista dell’occupazione e dunque della società nel suo complesso, è un problema enorme per gli Usa nel caso in cui essi dovessero intervenire militarmente in tanti scenari di guerra che si stanno aprendo, o che intende aprire per continuare a perseguire interessi da noi e in Medio Oriente.

Rammentiamo cosa è successo con la Libia, ad esempio, o in Mali, dove complici le situazioni non felici dei Paesi europei ci sono state adesioni piuttosto timide agli interventi di fatto decisi dagli Usa. Ecco, ciò gli Stati Uniti non possono permetterselo. E ancora meno possono permettersi che l’Europa diventi a guida prettamente tedesca come in pratica avviene già da anni.

Per gli Usa l’Europa deve essere in buona salute e stabile, sia per essere utilizzata come mercato di sbocco per i prodotti statunitensi sia per essere usata alla bisogna come alleato strategico per perseguire gli interessi a stelle e strisce nel vecchio continente e ancora più a Oriente.

Dal punto di vista economico e finanziario, inoltre, le cose sono ancora più chiare. E più spietate, ovviamente: in Europa gli Usa possono venire a fare un mucchio di denaro. L’economia statunitense è alla strenua ricerca del rilancio e dell’aumento dell’occupazione. Ora, aprendo e tenendo vivi i mercati europei, sostenendo i debiti pubblici acquistando i titoli di Stato come ventilato da Bernanke, gli Usa beneficerebbero di milioni di nuovi posti di lavoro in patria. Da loro si produce di più, e si crea occupazione, perché l’Europa può iniziare nuovamente ad acquistare. Chiaro, no?

Ma non solo. Il punto dirimente, e pericoloso, è un altro. Questo: se la Fed “ci compera”, allora la finanza statunitense può attivarsi ancora di più nella gestione delle nostre economie. Ribadiamolo: se il nostro debito pubblico è in loro mani, sono quelle mani che ci inizieranno a guidare sempre più direttamente. Da noi c’è da fare enormi affari a prezzi di saldo: le sofferenze bancarie e quelle immobiliari, ad esempio, sono note. E su queste si avventerebbero ancora di più gli Usa. Ma ancora: entrando a gamba tesa nel nostro continente, e facendolo forti dell’aiuto concessoci con l’acquisto dei titoli di Stato, gli Usa avrebbero gioco facile a imporsi presso di noi rispetto la deriva del momento. Spieghiamo: al momento tra Fondi sovrani arabi e investitori cinesi e russi, l’Europa sta finendo spacchettata nelle mani orientali. Gli Usa non solo non vogliono permetterlo, ma vogliono partecipare alla spartizione e fare fuori gli altri il più possibile.

Tradotto in parole semplici: gli Usa, mediante la Fed, userebbero come moneta di scambio, o meglio come ricatto, il fatto di sostenerci con l’acquisto dei titoli di Stato dei Paesi di difficoltà. E noi ci caleremmo le braghe su tutto il fronte.

Altro aspetto, anzi due, collegati all’operazione. Il primo: se si realizzasse questo scenario, tutto il rigore tedesco andrebbe a farsi benedire e la Germania sarebbe fatta fuori, dal punto di vista politico ed economico, rispetto allo scenario europeo che invece adesso domina. Resteranno calmi, dalle parti del Bundestag? Difficile crederlo. Il secondo: potrebbe innescarsi una “corsa all’aiuto”. Perché mai, di fronte alle spese della Fed, dovrebbero rimanere ferme invece la Cina o il Giappone? E che effetti avrebbe una nuova corsa a sostenerci sull’economia interna?

Facile: tornerebbe una sorta di euforia e gli europei tornerebbero a fare acquisti felici, contenti e soprattutto ignari. Inconsapevoli di aver subito un nuovo piano Marshall, magari a doppia tenaglia – Usa e Cina – e questa volta con effetti definitivi sulla propria sovranità.

Ultima cosa, en passant. Non perdiamo di vista un punto cardine: la Fed starebbe per venire a fare acquisti in Europa con una operazione estremamente semplice e indolore per gli Usa e invece molto dolorosa per noi. Loro ci comprerebbero semplicemente stampando moneta dal nulla. Come le banconote del Monopoli, mentre noi saremmo legati a quel punto mani e piedi molto di più rispetto a quanto già non siamo adesso, dopo l’invasione europea della seconda guerra mondiale.

Valerio Lo Monaco
www.ilribelle.com
11.06.2013

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11 giugno 2013

Glauco Benigni divulga uno dei meccanismi più opachi della tecnofinanza, il processo con cui si determina lo spread. E scopriamo che il congegno letale nasce in Italia…

di Glauco Benigni L’argomento appare ammantato da fitte nebbie. È difficile trattarlo in linguaggio corrente in quanto le scarse fonti sono costellate da definizioni tecnofinanziarie angloamericane. La sua storia inoltre è innervata da scelte e decisioni politiche spesso inspiegabili. Una questione da Iniziati veramente “esoterica”, nella quale “pochissimi”, come vedremo, hanno messo e mettono le mani. Una questione però da divulgare, in quanto ogni giorno, i suoi esiti generano pesanti ricadute sugli Stati (ex Sovrani) e sulle famiglie che abitano in Europa. Su milioni di individui che sono inconsapevolmente, ma al dunque, i “prestatori di ultima istanza” del Debito Sovrano e quindi i garanti di quei cambialoni, detti BOT e CCT, che gli Stati danno alle banche in cambio di denaro.

Questa è la mini-Storia di Sua Maestà lo SPREAD e del luogo virtuale dove i suoi valori oscillano incessantemente. Una Storia che, “stranamente”, non è mai comparsa con la giusta evidenza nei media mainstream. Una storia le cui origini risalgono ormai a 25 anni fa e i cui protagonisti rimangono grossolanamente “evocati”. Li chiamano i Mercati. La definizione assicura un’impermeabile anonimità. in particolare a uno dei mercati: il famigerato “secondario” di Londra, anche noto nei Pub della City come Jack lo Squartatore.

Se si effettuano delle ricerche però, affiorano nel web antiche tracce di gesti e decisioni rilevanti.

In un’intervista rilasciata a Specchio Economico nel 2007, Gianluca Garbi, ex consigliere del Ministero del Tesoro, esperto finanziario con incarichi allaBanque Paribas e alla JP Morgan, collaboratore di Mario Draghi, afferma: «Nel 1988 il Ministero del Tesoro, per assicurare una corretta gestione dei Titoli del Debito Pubblico e per indicare anche in modo trasparente i prezzi, istituì un Mercato all’ingrosso dei Titoli di Stato basato su un circuito telematico.»

Un mercato all’ingrosso dei cambialoni di Stato? Telematico? E chi gliel’ha suggerito al Tesoro nell’88?

Garbi, attualmente Amministratore Delegato di Banca Sistema, conosce bene la questione perché giustappunto Mario Draghi, dieci anni dopo l’esordio di quel particolare Mercato, lo nominò nel 1998 Presidente del Consiglio di Gestione dell’MTS – Mercato dei Titoli di Stato. «Nacque così – continua Garbi – una vera e propria Borsa del Debito Pubblico in cui ogni giorno vengono scambiati 110 miliardi di euro».

MTS dunque. Jack lo Squartatore ha un nome. Un acronimo, che all’origine, significa Mercato Titoli di Stato. Se si chiede però oggi“MTS” ad un motore di ricerca del web si rinviene una definizione diversa, ancorché sovrapponibile. Ciò che appare infatti è: MTS Group – Market of Treasury Security, (mtsmarkets.com) una società con uffici a Londra, New York, Milano e Roma che, grazie ad una elegante sito, ci racconta una storia aggrovigliata ma molto interessante. Nonostante sia iniziata in Italia, la Storia è narrata ed è rinvenibile solo in inglese.

È vero, conferma la brochure, «tutto comincia nel 1988». A quel tempo in Italia due importanti uomini politici: Giuliano Amato, nel ruolo di Ministro del Tesoro e Carlo Azeglio Ciampi, nei panni di Governatore della Banca d’Italia hanno una folgorante intuizione, unsatori degno dei grandi geni delle nuove tecnologie: “Cominciamo a offrire Titoli a reddito fisso emessi dallo Stato non più e non solo secondo le tradizioni, ma con le modalità offerte dalla contrattazione su reti digitali. Ne abbiamo facoltà.” In pratica un Mercato che, probabilmente ispirato dal successo di Nasdaq, si collocava nel solco della Rivoluzione Digitale in corso. Geniale! Degno, come dicevamo, di Guru informatici ispirati da una chiara visione tecnofinanziaria. Un modo di comprare e vendere che, da quel momento in poi, avrebbe travolto ogni precedente rituale di scambio dei Titoli di Stato.

I BoT, i CCT (e simili) dei nonni e delle zie rimaste vedove… quelli che sarebbero stati in seguito definiti Bond, diventavano Securitiestrattabili e scambiabili a grandissime velocità in ambiente “digitale ubiquo”.

Una parte degli scambi si continuava (e si continua) a fare “a voce”, ma la tendenza da accreditare era (ed è) quella di usare al massimo i sistemi online. Fin qui tutto bene.

L’MTS era stato “inventato” dagli italiani e restava di proprietà e sotto il controllo degli italiani.

Per 4 anni si procede, per fasi progressive, alla sperimentazione-evoluzione del sistema. Nel 1992 l’MTS consolida l’uso di una suapiattaforma proprietaria che diventa il suo vero pezzo forte. Nel 1994 vengono introdotti sistemi di controllo ulteriori. Nel 1997 lancia il mercato elettronico delle “repo transactions”, i Pronti contro Termine.

Il 1997 è anche l’anno della prima svolta. Nel 1998 l’MTS viene privatizzato: ovvero trasformato in soggetto giuridico di diritto privato. Per l’esattezza una SpA, di proprietà di 52 istituti bancari, operante comunque sotto la supervisione della Banca d’Italia, del Ministero del Tesoro e della Consob.

È a questo punto che entra in scena Gianluca Garbi. Sotto la sua guida l’MTS continua a svilupparsi e comincia a rappresentare un modello in diversi paesi d’Europa e nel mondo. Addirittura sostiene l’attivazione e assume partecipazioni in alcuni mercati locali simili,interfacciando 250 istituzioni finanziarie. Un primato! Un successo che, nel mondo, tutti ci invidiano. Strano ma vero: oltre che per la pizza, la moda, la Mafia e il Bel Canto, gli italiani (alcuni italiani) assumono la leadership in uno dei settori più strategici della contemporaneità. E tutto nell’assordante silenzio dei Media italiani. Il valore della Società passa da 6 a 245 milioni di Euro. Fantastico!

«A partire dal 1999 – continua Garbi nella sua intervista – il modello MTS è stato esportato in tutti i Paesi dell’area Euro in seguito alla creazione di una piattaforma paneuropea, l’EuroMTS.»

Nel 2001 l’MTS SpA si fonde con l’EuroMTS. Nel 2003 viene lanciato l’indice EuroMTS: «primo indice di titoli statali per l’area dell’Euro – continua Garbi – calcolato in tempo reale e totalmente indipendente e trasparente», vengono anche avviati «il New EuroMTS e l’EuroGlobal MTS. Il primo per lo scambio di bond denominati in euro ed emessi dai Governi entrati a far parte dell’UE. L’altro per lo scambio dei bond emessi da Governi non UE.

Un’insalatona ricca. Veramente appetitosa. Non c’è che dire. Tant’è che comincia a suscitare gli appetiti dei Moloch. «Nel novembre 2005 – ricorda Garbi – Euronext N.V., che raggruppa le Borse di Parigi, Amsterdam, Bruxelles, Lisbona, il Liffe e la Borsa Italiana, acquisisce la maggioranza della MTS SpA. . sul tavolo sono arrivate ben 17 offerte d’acquisto e oggi l’azionista di maggioranza, attraverso la holding MBE, è il gruppo formatosi tra la Borsa di New York e l’Euronext».

E qui l’MTS smette di parlare e tenere conti in italiano.

Comincia a sciogliersi nel grande mare della finanza globalizzata. Perché? «La fusione con Wall Street – dice Garbi – potrebbe portare ulteriori opportunità di crescita per tutto il Gruppo.» Potrebbe!

In effetti il 2006 è un anno record: i volumi di compravendita aumentano del 13,5%; la società registra un Ebit (guadagno prima delle tasse) di oltre 16,7 milioni di euro; mantiene la leadership nel mercato Interdealer e nel settore reddito fisso europeo, attira addirittura gli interessi della Borsa Cinese e lancia MTS Israel, che in poche settimane raggiunge volumi di scambio superiori al miliardo di euro. «L’alchimia funziona – dicono i Boss – vediamo come tramutare in oro i sogni e i bisogni della gente».

Da quel momento si crea infatti una specie di bacino virtuale, un lago digitale di bonds, alimentato dalla esigenza degli Stati di ottenere denaro in una stagione in cui non possono più stampare moneta. È qui, al mercato secondario MTS, che si rivolgono gli Stati che hanno adottato l’Euro, più ogni Stato che sta per adottarlo (era il tempo della Slovenia), più Israele. È qui che si trattano le emissioni a reddito fisso. È qui che le Banche manifestano il loro interesse ad acquistare.

Usiamo il termine lago digitale perché, secondo alcuni analisti birboni, la configurazione assunta a quel punto dall’MTS avrebbe potuto favorire una vera e propria mattanza, in cui alcuni Stati giocavano la parte dei tonni e le reti dei compratori (vedremo poichi) giocavano la parte delle tonnare. E tutto per una brillante intuizione degli italiani. Però!

In quei giorni Garbi così commentava orgogliosamente: «Oggi ogni stato che adotta la moneta unica si rivolge all’MTS per la gestione del mercato secondario . io ho sempre voluto sottolineare la capacità di una società italiana di rivestire una posizione di leadership internazionale . il mercato europeo dei titoli di stato oggi ha sede in Italia, così come la BCE si trova a Francoforte e il Parlamento Europeo a Strasburgo. . anche per questo ho sempre insistito affinché vi fosse personale preparato di diverse nazionalità e di varie culture. Ve ne sono rappresentate ben 17. L’85% parla almeno due lingue, l’età media è 34 anni, il 50% è costituito da donne ». Meraviglioso!

Stando a Garbi dunque l’MTS, ancora nei primi mesi del 2007 aveva sede in Italia. Quanto fosse italiano è discutibile visto che la maggioranza – a sua detta – era finita nelle mani di Wall Street-Euronext . però il timone restava in mani italiane.

La torta, come sempre, era infarcita di parolone quali: “opportunità di crescita, politiche globali delle grandi Borse, sviluppo della liquidità, trasparenza, efficienza, partnership strategiche . etc.”, gli abituali mantra della liturgia tecnofinanziaria praticata dalle élites.

Ma la tecnologia tricolore era in grado di assicurare l’innovazione richiesta?

«Purtroppo l’Italia importa nuova tecnologia – rispondeva sull’argomento Garbi – tuttavia per noi questo non è un freno ma uno stimolo.»

In realtà non era proprio così.

Nel 2007, nonostante l’orgoglio e le aspettative di successo italiano sbandierate da Garbi, Borsa Italiana, che possedeva il 60,37% diMTS SpA, si fonde con il London Stock Exchange e si crea il London Stock Exchange Group. Perché? Ancora: “opportunità di crescita, politiche globali, etc…” Qualche analista birbone invece dice seccamente: “Sudditanza finanziaria, ordini di lobbies transanazionali, interessi personali”.

Non è la prima volta che Qualcuno aveva adombrato questa triste ipotesi. Già nella seduta del 6 aprile 2005, in un’interpellanza parlamentare, a pag. 18654, l’On. Aldo Perrotta affermava: «Dopo la privatizzazione del 1997 la MTS ha conquistato la leadership mondiale tra i listini dedicati ai bond governativi; attualmente però il 54% delle azioni sono in mano ad una società estera; il controllo in mano straniera potrebbe portare a crisi come quella dellaCitigroup; l’Italia non deve abbandonare più “pezzi di competenza” di finanza». E l’interpellanza concludeva con il classico appello: «se non sia il caso di adottare iniziative.»

Aldo Perrotta, Deputato di Forza Italia eletto a Napoli, era considerato un personaggio “pittoresco”, però . aveva visto giusto.Sarebbe stato eccome il caso di adottare iniziative ma, come spesso accade in Italia, nonostante gli allerta, il danno si compie puntualmente. 

Tanto puntualmente che sembra programmato.

I media, nel frattempo, distolti da altro, si guardavano bene dall’informare e commentare. Tutto normale.

I boss del London Stock Exchange Group a questo punto, inevitabilmente, strapparono il timone dalle mani italiane e lo affidarono a Mr.Jack Jeffery. A settembre del 2009 l’uomo, che dal 1990 al 2001 era statomanager director della (guarda caso)Citigroup, considerato un grande esperto di digital brokerage e reduce dal’incarico di Direttore generale di una società detta (guarda caso)SuperDerivatives, si siede al tavolo di comando della MTS che, come abbiamo visto ormai è diventataMarket of Treasury Securities e conferma «il volume di scambio è in crescita: 2 trilioni di euro l’anno». Una bella cifretta.

«La sua nomina è voluta da Xavier Rolet», potente chief executive del LSE. «La sua missione – scrive in quei giorni il Financial Newsonline  – «è placare le grandi Banche d’investimento che nel 2008 hanno protestato perché il mercato dei bonds è stato aperto ad altri soggetti finanziari, tra cui i temuti hedge funds». Jeffery è tutto contento e dice che c’è tanto da lavorare «grazie al livello record di indebitamento dei Governi in tutta l’Eurozona.» Cioè: più si va verso il tracollo più noi diventiamo ricchi.

Dal 2010 al 2012 la nuova MTS elabora procedure sempre più complesse per la gestione online delle compravendite (riportiamo per la gioia degli esperti: «Key upgrades to MTS Cash – MidPrice and Striker – and BondVision functionalities – Single Dealer Pages and MultiLeg») e acquisisce quali “clienti” l’Ungheria e la Repubblica Ceca, portando così a 17 il numero totale degli Stati europei che chiedono denaro alle banche attraverso l’MTS.

A questo punto è bene farsi alcune domande. La scena operativa si è trasferita definitivamente alla City di Londra, sappiamo che tra London Stock Exchange e Nasdaq ci sono accordi, sappiamo che gli intrecci proprietari nel mondo dell’Alta Finanza conducono a grovigli impenetrabili, ma ufficialmente di chi è la MTS? La brochure risponde che «la Proprietà include i seguenti azionisti» (http://www.mtsmarkets.com/About-Us/Corporate-Information) e pubblica la lista di una ventina di banche che sono, ovviamente, le maggiori banche del mondo occidentale o loro rami (J.P. Morgan; Barclays; Deutsche Bank; Credit Agricole; Royal Bank of Scotland; BNP Paribas; HSBC; ABN AMRO; Citigroup; NATIXIS; Goldman Sachs; Societé Generale; Citibank; UBS, Merrill Lynch; Commerzbank; Credit Suisse).

E gli italiani? Dove sono finiti gli “inventori”, i nipotini di Amato, Ciampi, Draghi? Quelli che – a detta di Garbi – l’hanno fatta grande?

Ci sono. State tranquilli, ci sono. In testa c’è Borsa Italiana SpA, seguita da Intesa San Paolo, Sella, Mediolanum, Cassa di Risparmio di Rimini, Banca Popolare di Sondrio, Banca Popolare di Bari, Unibanca, Corner Sim e BCC di Roma.

La composizione azionaria al momento non ci è dato sapere.

Ci si chiede però:

“Come mai, a ridosso di Giganti Mondiali, trovano posto un numero relativamente così grande di piccole banche italiane?”

“Qual’è il loro ruolo nelle decisioni prese dal board e quali i vantaggi all’Italia che dovrebbero derivare dalla loro presenza?”

Non sappiamo.

Si auspica un dibattito pubblico che però non è mai stato ancora iniziato.

In ogni caso chi opera nel lago digitale dove ogni giorno si ammassano 90 miliardi di eurotonni-bonds? Questo più o meno si sa. A grandi linee, un drappello di 6 maggiori Istituti di Credito:Barclays, Deutsche Bank, RBS, Credit Agricole, J.P.Morgan e Societé Generale si siede al tavolo delle prime contrattazioni e valuta le offerte di bonds dei 17 Stati.

È ovvio che i rappresentanti delle banche sono quelli che “fanno il prezzo“. È ovvio che il governo della nazione che mette all’asta i propri Titoli di Stato vive una certa ansia in attesa dell’accettazione o meno delle proprie richieste. È ovvio che ogni 5 minuti che passano, ogni mezz’ora che passa, ogni dubbio, ogni verifica richiesta dai compratori, abbassa il prezzo e/o alza il tasso di interesse. È ovvio che i compratori hanno un’influenza indebita e spropositata sui Governi e sui Popoli che i Governi rappresentano.

La contrattazione è complessa. Vi confluiscono molti elementi determinati dalle economie locali e dai giochi della finanza globale.

Ma intervengono anche valutazioni di natura propriamente politica e talvolta addirittura militari.

Al dunque tutto si fonda su un concetto molto astratto: l’affidabilità di un Governo. Un concetto che però diventa concreto quando “affidabilità” si traduce in “capacità di un Governo di far pagare ai cittadini i debiti che hanno contratto i Governi che lo hanno preceduto”.

I Grandi Compratori mettono a disposizione di un gruppo di altre 30 Banche i Titoli che si stanno trattando. Le 30 Banche mettono a disposizione di circa 1000 Istituti di Credito, disseminati sui territori, i Bond che sono stati acquistati. In quei lunghi momenti il batticuore dei Ministri delle Finanze e del Tesoro (teoricamente) aumenta a dismisura. In quei momenti, grazie a velocissime contrattazioni online, alle quali come abbiamo visto vogliono avere accesso solo Istituti Bancari, si succedono sequenze di prezzi tali che, alla fine del processo, il Titolo è disponibile agli sportelli delle Banche medesime per essere offerto (in gran parte) a quegli stessi cittadini-risparmiatori, che sono in definitiva sia i produttori del PIL che i garanti del Debito del loro Stato.

In quei momenti i Grandi Compratori dirigono il traffico di flussi strategici e vitali per gli Stati.

In quei momenti i Grandi Compratori hanno facoltà di sostenere o mettere in difficoltà i Governi. E lo fanno inevitabilmente privilegiando i propri interessi. E lo fanno – spesso – chiedendo ricadute e privilegi su quei territori che hanno bisogno di accedere al credito.

“Privatizza questa azienda… fammi comprare quest’altra . ostacola la produzione in questo settore . rallenta quella legge, accelera quest’altra”.

Si chiama perdita di sovranità e globalizzazione passiva. Ci siamo dentro fino al collo. Chi più, chi meno, ci sono dentro tutti i paesi di Eurolandia.

È all’MTS, fra l’altro, che s’innesca la miccia dello Spread. Al variare del comportamento dei Grandi Compratori, questo valore- parametro oscilla su e giù. Lo Spread si ottiene dal rapporto tra il tasso di interesse applicato ai bond di una nazione di Eurolandia e quello equivalente applicato alla Germania.

La Germania infatti ha ottenuto lo status di paese di riferimento. Perché? Perché altrimenti non entrava nell’euro.

La miccia dello Spread è tremenda. Quando il suo valore cresce, brucia velocemente, si avvicina pericolosamente alla bombabancarotta e giustifica rimozioni di Primi Ministri e membri dei Governi, emergenze “tecniche”, perverse e frettolose manovre finanziarie, licenziamenti di massa, suicidi, proteste di piazza e conseguenti scontri con morti e feriti.

La scena è decisamente paradossale. Come si è giunti a tutto ciò?Come si può pensare di sostituire la giusta esigenza di un popolo di sopravvivere dignitosamente, magari andando a deficit come fanno tutti quelli che ancora possono, con il gioco usuraio sul bisogno indotto?

Come si può pensare che un Debito Pubblico palesemente iniquo e gonfiato, accumulato in modo cinico, incauto e avido dai Governi che si avvicendano, debba e possa essere ripagato con privazioni, lacrime e sangue dai cittadini? Come si può giustificare che tale Debito Pubblico è raddoppiato nella sola Italia, dal 1994 ad oggi, passando da 1000 a 2000 miliardi di euro? Come si può sopportare che le sorti dei Popoli, sottratte ai Parlamenti, siano finite nelle mani di Mercanti anonimi, diabolici alchimisti che tramutano le nostre vite in oro per le loro casse?

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Ecco dei chiarimenti su Bankitalia: e’ pubblica o privata? E il signoraggio, esiste?

Scritto il 11 giugno 2013 alle 11:25 da Paolo Cardenà

Dopo l’incontro con gli attivisti del Movimento 5 Stelle di Messina della settimana scorsa ho ricavato diversi spunti di riflessione che vorrei portare alla vostra attenzione. Innanzitutto confermo che il dibattito è stato parecchio proficuo e stimolante, perché la base del Movimento 5 Stelle come supponevo è molto sensibile a certi argomenti e interessata a capire come stanno veramente le cose in Italia e in Europa. In secondo luogo si smentisce ancora una volta la convinzione che alle persone poco avvezze e istruite in economia bisogna parlare di cose semplici e facilmente imprimibili nella memoria (debito pubblico, casta, corruzione, evasione fiscale), perché non in grado di comprendere le reali cause della crisi e le possibili soluzioni. A mio parere non esistono argomenti difficili e ostici da capire in assoluto, ma modi difficili e ostici di spiegare le cose al fine di confondere le acque e non fare capire nulla alla gente.
Quando invece ci sforziamo di parlare con un linguaggio chiaro, lineare e diretto, supportando le nostre parole con dati e fatti, la gente capisce. Altroché se capisce. E in questo senso l’opera di informazione e divulgazione deve essere ancora migliorata e portata ad un più alto livello di comprensione generale.

Con questo non voglio dire che bisogna per forza semplificare e banalizzare certi concetti che di per sé sono complessi e spinosi, ma operare in modo da creare un circolo virtuoso fra i tecnici, gli economisti, gli specialisti che nei loro conclavi ristretti e riservati devono sviscerare i dettagli della materia e gli informatori, i divulgatori, i bloggers (categoria a cui io appartengo, nonostante la mia formazione tecnica) che devono essere invece abili ad interpretare il linguaggio a volte criptico dei primi, a ricavare la sostanza dei loro trattati o interventi, e a rendere fruibile da tutti la disciplina economica. In questo modo si riuscirà con il tempo e con molta pazienza a formare quella consapevolezza collettiva diffusa, che è l’unico antidoto contro la propaganda di regime in corso e la sola speranza di avvicinare il momento del provvidenziale cambiamento di rotta culturale tanto auspicato. In questo lungo e accidentato percorso, sarebbe buona cosa che ognuno si assumesse la responsabilità delle proprie parole, del proprio linguaggio e del proprio ruolo, cercando di mantenere un atteggiamento per quanto possibile collaborativo e cooperativo con tutto il resto della filiera. Che poi diventi il Movimento 5 Stelle il fulcro politico ed istituzionale del cambiamento, riuscendo a diventare un collettore credibile ed efficace di tutti i movimenti sovranisti, antieuristi, democratici, ambientalisti disseminati nel territorio nazionale, oppure nascerà unnuovo soggetto politico capace di portare avanti meglio le nostre istanze e mantenere una linea strategica di lungo periodo più coerente e determinata, questo lo vedremo nei prossimi giorni, settimane, mesi. E non dipende sicuramente da noi. Ma da Beppe Grillo e dal suo stuolo di consulenti italiani e stranieri, che ancora sono piuttosto incerti su come e dove posizionarsi. Più a destra di Von Hayek (Stato ladro e libero Mercato!) o più a sinistra di Keynes (Regolamentazione pubblica del Mercato)? Questo è il dilemma.

Detto questo, una delle richieste di chiarimento più interessanti e stuzzicanti che mi è giunta dall’attento uditorio di Messina riguarda l’attuale posizione giuridica e istituzionale della Banca d’Italia: è una banca centrale pubblica o privata? Allora, senza volere riscrivere una storia esaustiva dell’istituto dalle origini ad oggi, cerchiamo di fare un po’ d’ordine. Secondo quanto riportato nello Statuto (articolo 1), Banca d’Italia è un “ente di diritto pubblico”, che opera in “piena autonomia e indipendenza”, in quanto, al pari di tutte le altre banche centrali del sistema europeo (SEBC, 1998), “non può sollecitare o accettare istruzioni da altri soggetti pubblici o privati”. Quindi pur gestendo una materia di diritto pubblico, la moneta a corso legale che tutti noi siamo obbligati ad utilizzare, la Banca d’Italia ne fa un uso privatistico ed esclusivo, perché non è obbligata o sottoposta a rendere conto del suo operato a nessuno, men che meno al Governo democratico della nazione: il suo obiettivo, in linea con quello della BCE, è il mantenimento della stabilità dei prezzi e della bassa inflazione (soglia del 2%). Tutto il resto poco interessa alla Banca d’Italia, fermo restando il ruolo di controllo e vigilanza del sistema bancario nazionale. L’unico collegamento che rimane ancora aperto con il governo italiano riguarda la nomina del Governatore, che viene disposta con decreto dal Presidente della Repubblica su proposta del Presidente del Consiglio, in seguito ad un esplicito suggerimento del Consiglio Superiore della stessa banca. Quindi, in forza dell’autonomia e indipendenza, conseguenza diretta dell’adesione ai Trattati Europei, nonostante lo Statuto le attribuisca il monopolio di uno strumento di diritto pubblico (la moneta), la Banca d’Italia è un istituto fondamentalmente privato, che a parte la tutela dei risparmi (e delle rendite) tramite il controllo dell’inflazione,ha altri scopi rispetto alle sorti e al benessere generale del paese, non avendo più fra l’altro alcuno spazio di manovra per agire attivamente e direttamente nella vita politica ed economica della nazione.

E non abbiamo parlato ancora della questione della proprietà della Banca d’Italia, perché già questo elemento di autonomia ed indipendenza unito al divieto europeo di finanziamento diretto dei governi, ne fa un istituto appunto privato, slegato e distante dal resto delle altre istituzioni pubbliche (Governo, Parlamento, Magistratura, Pubblica Amministrazione etc). Tuttavia è chiaro che la posizione attuale della Banca d’Italia deriva da un lungo processo di trasformazione che ne ha stravolto nel tempo le funzioni e le finalità. E per capire meglio come siamo arrivati a questa evidente degenerazione istituzionale dobbiamo quindi vedere brevemente quali sono stati i passaggi principali della metamorfosi storica e culturale. La Banca d’Italia viene istituita con la legge n. 449 del 10 agosto 1893, dalla fusione di quattro banche: la Banca Nazionale del Regno d’Italia (già Banca Nazionale degli Stati Sardi), la Banca Nazionale Toscana, la Banca Toscana di Credito per le Industrie e il Commercio d’Italia e dalla liquidazione della Banca Romana e inizialmente il suo ruolo prevedeva l’emissione della moneta e ilservizio di tesoreria per conto dello Stato. Nel 1926 la Banca d’Italia ottiene la concessione esclusiva sull’emissione della moneta, estromettendo il Banco di Napoli ed il Banco di Sicilia.

La legge bancaria del 1936, oltre a regolare il sistema bancario nel suo complesso, assegna a Banca d’Italia ilcompito di vigilare sulle banche italiane e le affida definitivamente la funzione di emissione della moneta, eliminando la precedente concessione temporanea. Una prima parte della legge (tuttora in vigore) definisce la Banca d’Italia “istituto di diritto pubblico”: gli azionisti privati vennero espropriati delle loro quote, che furono riservate a enti finanziari di rilevanza pubblica. Alla Banca Centrale fu proibito lo sconto diretto agli operatori non bancari, sottolineando così il suo ruolo di Banca delle banche (nonché prestatore di ultima istanza). Una seconda parte della legge (abrogata quasi interamente nel 1993, con l’approvazione del Testo Unico Bancario, TUB) fu dedicata alla vigilanza creditizia e finanziaria: essa ridisegnò l’intero assetto del sistema creditizio nel segno della netta divisione fra banca e industria e della separazione fra credito a breve e a lungo termine, confermando la funzione di interesse pubblico dell’attività bancaria. Le Banche di Credito Ordinario possono operare solo su scadenze fino a 18 mesi, mentre gli Istituti di Credito Speciale operano su scadenze superiori ai 18 mesi, instaurando di fatto quella separazione fra banche commerciali e d’investimento oggi tanto invocata. L’azione di vigilanza della Banca d’Italia fu concentrata nell’Ispettorato per la difesa del risparmio e l’esercizio del credito (organo statale di nuova creazione, oggi confluito nel CICR, Comitato Interministeriale per il Credito e il Risparmio), presieduto dal Governatore e operante anche con mezzi e personale della Banca d’Italia, ma diretto da un Comitato di ministri presieduto dal capo del Governo: il legame fra attività della Banca Centrale e Governo era quindi più che mai saldo e indissolubile.

Questa struttura di massima rimase operativa fino agli anni 80, quando fu ridisegnato l’intero sistema in un’ottica di maggiore commistione fra settore bancario e industriale (venne eliminato il divieto di finanziare direttamente il sistema produttivo mediante l’acquisizione di partecipazioni), privatizzazione degli istituti di diritto pubblico a forte partecipazione statale (San Paolo, Monte Paschi di Siena, BNL, Banco di Napoli, Banco di Sicilia) e delle banche di interesse nazionale controllate dall’IRI e quindi indirettamente dallo Stato (COMIT, CREDIT, Banco di Roma, Casse di Risparmio, Banche Popolari, Casse di Credito Cooperativo), maggiore apertura ai mercati finanziari internazionali e deregolamentazione (furono rimosse alcune norme che limitavano gli investimenti esteri diretti e di portafoglio), fusione in grandi gruppi bancari senza specializzazione specifica fra l’attività di credito e investimento. E in seguito a queste riforme di stampo chiaramente neoliberista attuate in quegli stessi anni un po’ dappertutto, il sistema bancario non solo italiano iniziò a traballare, fino al sisma internazionale che ci troviamo ad affrontare oggi. Prima degli anni 80 infatti, il periodo del dopoguerra era stato caratterizzato da un’elevata stabilità finanziaria internazionale, dovuta appunto alla forte regolamentazione esistente nel settore bancario e ai vincoli rigidi di cambio imposti dagliAccordi di Bretton Woods del 1944, che in un certo senso limitavano l’azione della Banca Centrale e la sua attività di supporto diretto sia alle banche private che ai governi nazionali. Lo scenario mutò radicalmente a partire dal 1971, quando la fine degli Accordi di Bretton Woods impose ai singoli Stati di rivedere il ruolo, i compiti, le finalità e gli ambiti di competenza delle rispettive Banche Centrali, che con diverse sfumature e gradazioni raggiunsero tutte una posizione di maggiore autonomia e indipendenza rispetto ai governi nelle scelte di politica monetaria.

Se come ci ricorda lo stesso ex presidente e governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi, a partire dal 1976 il sostegno diretto della Banca d’Italia al governo tramite la funzione di acquirente residuale dei titoli di stato era diventato una prassi consolidata e giustificata più da ragioni storiche e congiunturali che da reali vincoli di legge, la situazione era destinata rapidamente a cambiare dopo l’ingresso dell’Italia nel Sistema Monetario Europeo (SME) nel 1979, che limitava di nuovo il raggio d’azione della Banca d’Italia in virtù del vincolo di cambio imposto a livello continentale. La prima conseguenza dello SME fu il famigerato “divorzio fra Banca d’Italia e Ministero di Tesoro” del 1981, tramite il quale con un semplice scambio epistolare privato il ministro Beniamino Andreatta (foto sopra) e il governatore Ciampi decretavano la fine dell’intervento della Banca Centrale nelle aste pubbliche di collocamento dei titoli di stato come acquirente residuale. E sappiamo purtroppo cosa ciò comportò in termini di aumento degli interessi passivi a carico dello Stato ed esplosione del debito pubblico: non potendo più calmierare le aste, la Banca d’Italia lasciava in pratica alle banche private il compito di decidere volta per volta a quale tasso di interesse dovevano essere collocati i titoli di stato e di avvantaggiarsi delle enormi rendite di posizione. Nel 1991 Andreatta pubblicòun articolo sul Sole24ore per ricordare le ragioni tecniche e strategiche di quella scelta e fare un bilancio deglieffetti economici e politici del divorzio. In questa sede riprendo solo due passaggi dell’articolo, lasciando ai lettori il compito di valutare tutto il resto della “excusatio non petita, accusatio manifesta” del defunto ex ministro (quando si dice che la morte ci rende uguali ed è l’unico elemento a concedere davvero giustizia sulla terra: abbiate fiducia, prima o dopo anche “loro” se ne vanno!).

“I miei consulenti legali mi diedero un parere favorevole sulla mia esclusiva competenza, come ministro del Tesoro, di ridefinire i termini delle disposizioni date alla Banca d’ Italia circa le modalita’ dei suoi interventi sul mercato e il 12 febbraio 1981 scrissi la lettera che avrebbe portato nel luglio dello stesso anno al “divorzio”. Il termine intendeva sottolineare una discontinuita’, un mutamento appunto di regime della politica economica;un’analoga operazione che negli Stati Uniti pose termine nel 1951 alla politica di denaro facile, che aveva permesso il finanziamento della Seconda guerra mondiale, e veniva ricordata come l’agreement tra Tesoro e Fed”. Analisi completamente sbagliata perché l’accostamento agli Stati Uniti è del tutto fuori luogo: se è vero chel’Accordo americano del 1951 diede maggiore libertà alla Federal Reserve di condurre una politica monetaria autonoma e indipendente, ciò non decretò affatto il mancato sostegno e coordinamento diretto fra Banca Centrale e Governo, anzi. In pratica la Fed era più libera di fissare il tasso di interesse attraverso principalmente i suoi interventi di mercato aperto, lasciando però sempre attivo il servizio di tesoreria con possibilità di scoperto per conto del Governo e di acquisto dei titoli di stato o sul mercato secondario o tramite il canale diretto con il Governo: la Fed non partecipa alle aste primarie di collocamento riservate alle banche private perché non ne ha tecnicamente bisogno e può sempre, in qualsiasi momento, monetizzare il deficit pubblico con il successivo scambio di titoli di stato, il cui tasso di interesse viene quindi fissato congiuntamente a monte dal Governo e dalla Banca Centrale stessa. Una situazione dunque diametralmente opposta al totale scollegamento fra le due istituzioni a cui, grazie a Ciampi ed Andreatta, è stata ridotta l’Italia dopo il divorzio del 1981. Separazione consensuale che è bene ribadirlo è stata causata e venne poi drammaticamente acuita dalle successive disposizioni, rese necessarie dall’adesione allo SME nel 1979, ai Trattati di Maastricht del 1992 e infine all’eurozona nel 1999.

Con la legge n.82 del 7 febbraio 1992 si stabiliva infatti che “le variazioni del tasso di sconto sono disposte dal Governatore della Banca d’Italia con proprio provvedimento” e non più dal Ministro del Tesoro, su proposta del Governatore della Banca d’Italia. Questa legge, voluta fortemente dal Ministro del Tesoro Guido Carli (guarda caso, anche lui, come Ciampi, Dini, Draghi, Padoa Schioppa, Saccomanni, esponente di spicco della Banca d’Italia, essendone stato governatore dal 1960 al 1975), stabilisce in via definitiva che a decidere in piena autonomia sul tasso di sconto del denaro sia esclusivamente il Governatore della Banca d’Italia, estromettendo di fatto lo Stato dal processo decisionale e vietando per legge un eventuale coordinamento fra i due enti. Un anno dopo, in esecuzione degli accordi europei di Maastricht che impediscono alle Banche Centrali il finanziamento diretto degli Stati (articolo 123 del TFUE, Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea), il Parlamento approva la legge 483/93 che disciplina il servizio di tesoreria e proibisce alla Banca d’Italia di concedere anticipazioni al Tesoro.
Il Governo mantiene ancora oggi presso l’istituto di emissione un apposito conto corrente per il servizio di Tesoreria, la cui dotazione iniziale ammontava a 30.000 miliardi di lire. Su tale conto sono accreditate tutte le entrate incassate dalla Banca d’Italia per lo svolgimento del servizio di tesoreria e da esso sono detratte le spese a carico dall’Istituto. Qualora il saldo mensile del conto risulti negativo, il Tesoro ha l’obbligo di ricostituire entro 3 mesi il fondo. Se il saldo mensile risulta inferiore del 50% dell’ammontare del deposito, il Tesoro è tenuto, in aggiunta, a presentare una relazione giustificativa al Parlamento. Oltre a ciò, in base all’art. 6 della stessa legge, se il conto presenta saldi a debito del Tesoro, la Banca d’Italia non effettua più pagamenti per il servizio di tesoreria e applica alle sofferenze del Tesoro il tasso ufficiale di sconto. Ricordiamo invece che fino a novembre del 1993 il conto di tesoreria del governo prevedeva la possibilità di scoperti ed era uno dei tradizionali canali di creazione di nuova base monetaria: Banca d’Italia, infatti, era obbligata ad anticipare al Tesoro, tramite appunto gli scoperti sul predetto conto, fino al 14% delle spese correnti e in conto capitalepreviste in bilancio. Dopo il 1993 la Banca Centrale diventa quindi a tutti gli effetti un ente passivo e non attivo nei confronti dello Stato per quanto riguarda la gestione della politica economica e monetaria: non può fare nulla per venire incontro alle esigenze del Governo e quest’ultimo non ha alcuna possibilità di influenzare le scelte della banca.
“Senza presunzioni eccessive, questa lettera ha segnato davvero una svolta e il divorzio, assieme all’adesione allo Sme (di cui era un’inevitabile conseguenza), ha dominato la vita economica degli anni 80, permettendo unprocesso di disinflazione relativamente indolore, senza che i problemi della ristrutturazione industriale venissero ulteriormente complicati da una pesante recessione da stabilizzazione. Naturalmente la riduzione del signoraggio monetario e i tassi di interesse positivi in termini reali si tradussero rapidamente in un nuovo grave problema per la politica economica, aumentando il fabbisogno del Tesoro e l’escalation della crescita del debito rispetto al prodotto nazionale. Da quel momento in avanti la vita dei ministri del Tesoro si era fatta piu’ difficile e a ogni asta il loro operato era sottoposto al giudizio del mercato”. Grazie Andreatta, ci ricorderemo di te e porteremo fiori sulla tua tomba per avere fatto decollare il nostro debito pubblico a vantaggio esclusivo dei mercati finanziari e delle banche private, il cui giudizio adesso si è sostituito a quello dei normali processi democratici elettivi previsti dalla nostra Costituzione. Il fatto poi di sapere perfettamente quali conseguenze disastrose avrebbe causato il divorzio non attenua di certo la colpa del misfatto, perché se veramente si volevamoralizzare i comportamenti dei politici italiani (tutti ancora da dimostrare dato che il debito pubblico nel 1981 ammontava ad un risibile 55% del PIL) si poteva procedere per altra via senza distruggere la stabilità dei conti pubblici e a catena destrutturare il delicato equilibrio dell’intera economia italiana, compresi i risparmi delle famiglie e gli investimenti produttivi delle imprese. Costringere qualcuno a fare determinate scelte puntando una pistola in testa non è certo il miglior modo per convincerlo della giustezza di quelle scelte: se poi queste ultime vengono fatte per avvantaggiare palesemente una certa categoria di renditieri a danno dei lavoratori e delle piccole e medie aziende, l’opera di convincimento diventa ancora più ardua e insensata.

Ovviamente il pretesto della riduzione dell’inflazione tirato in ballo dall’ex ministro era ancora una volta sbagliato:non essendoci alcun collegamento fra quantità di moneta circolante ed inflazione (almeno nelle condizioni di elevata disoccupazione e basso sfruttamento della capacità produttiva in cui si trovava all’epoca l’economia italiana), era chiaro che quest’ultima fosse scesa per ben altri motivi. In primo luogo la normalizzazione del prezzo del petrolio in seguito alla fine dello shock petrolifero iniziato negli anni 70. In secondo luogo le politiche deflazionistiche di abbattimento dei salari dei lavoratori che con il governo Craxi del 1984 prima e quello Amato del 1992 poi portarono alla definitiva abrogazione della Scala Mobile. In terzo luogo il taglio della spesa pubblica, sia nella parte corrente che in conto capitale, che si rendeva necessario per far posto allamaggiore spesa per interessi e continuare a rimanere entro la soglia del 3% di deficit pubblico imposto dagli accordi europei. Infine, la maggiore difficoltà per le aziende a reperire nuovi fondi per gli investimenti a causa del crescente onere per interessi da corrispondere a finanziatori e banche. Un calo così drastico e repentino dei fattori che influenzano la domanda aggregata, unito ad una riduzione dei costi di produzione legati alle materie prime e al petrolio, non poteva che condurre ad un prolungato periodo di stagnazione e recessione economica, con conseguente discesa dei prezzi e dell’inflazione. Non ci voleva mica un genio per capire che se chiudo contemporaneamente tutti i rubinetti che alimentano l’economia di un paese, quest’ultima affronterà unlungo ed inevitabile calvario di contrazione deflattiva. Con buona pace invece di chi crede ancora che una maggiore offerta di moneta da parte della Banca Centrale crei automaticamente maggiore inflazione, senza mai chiedersi come e quando questa nuova moneta transita dai nebulosi circuiti bancari e finanziari a quelli reali, nei nostri portafogli insomma. Come dice bene qualcuno, oggi come oggi servirebbe davvero un elicottero che lancia le banconote direttamente dal cielo!
Ma veniamo adesso all’intricata faccenda della proprietà di Banca d’Italia. La legge bancaria del 1936, confermata nel vecchio articolo 3 dello Statuto della Banca Centrale parlava abbastanza chiaro: “Il capitale della Banca d’Italia è di 156.000 euro rappresentato da quote di partecipazione di 0,52 euro ciascuna (4). Le dette quote sono nominative e non possono essere possedute se non da:

a) Casse di risparmio;
b) Istituti di credito di diritto pubblico e Banche di interesse nazionale;

c) Società per azioni esercenti attività bancaria risultanti dalle operazionidi cui all’ art. 1 del decreto legislativo 20.11.1990, n. 356;

d) Istituti di previdenza;

e) Istituti di assicurazione.

Le quote di partecipazione possono essere cedute, previo consenso del Consiglio superiore, solamente da uno ad altro ente compreso nelle categorie indicate nel comma precedente.
In ogni caso dovrà essere assicurata la permanenza della partecipazione maggioritaria al capitale della Banca da parte di enti pubblici o di società la cui maggioranza delle azioni con diritto di voto sia posseduta da enti pubblici.”

Banca d’Italia era e doveva rimanere una Banca Centrale pubblica. Tuttavia il processo di rapida privatizzazione del settore bancario italiano, sancito dalla legge Carli-Amato, la n. 35 del 29 gennaio 1992 e culminato nell’approvazione del Testo Unico Bancario (TUB) del 1993 promosso dal governatore Ciampi, crea una contraddizione evidente fra ciò che era riportato nello Statuto della Banca d’Italia e la realtà dei fatti, anche se esisteva ancora in quegli anni il più stretto mistero e riserbo istituzionale sui nomi dei reali proprietari dell’istituto: se nessuno ce lo chiede, si pensava, noi non siamo obbligati a rispondere. A fare la domanda fatidica ci pensa però un articolo di “Famiglia Cristiana“, che il 4 gennaio del 2004, prendendo spunto da una ricerca scientifica del Centro Ricerche e Studi di Mediobanca, spiega agli italiani la clamorosa scoperta: “Stranamente la Banca d’Italia è una società per azioni che appartiene a banche italiane e, in misura minore, a compagnie d’assicurazione. E sorprendentemente l’elenco dei suoi azionisti è riservato. Per fortuna ci ha pensato un dossier di Ricerche & Studi di Mediobanca, diretta da Fulvio Coltorti, a scoprire quasi tutti i proprietari della Banca d’Italia”. Come si può vedere dalla tabella sotto che da tempo non subisce sostanziali variazioni (chi è questo pazzo intenzionato ad uscire dalla proprietà di Banca d’Italia in cambio di poche miglia di euro!), il capitale è per il 94,33% in mano a banche e assicurazioni private. Solo il 5,67% è proprietà di enti pubblici, quali l’INPS e l’INAIL. Assetto proprietario confermato dalla stessa Banca d’Italia, che messa alle strette il 20 settembre 2005 ha reso pubblico l’elenco dei “partecipanti al capitale”.

Da questo momento in poi inizia una turbolenta fase di imbarazzo istituzionale, con i governi che in varie forme e tentativi hanno cercato di porre rimedio al pasticcio giuridico: come il sillogismo aristotelico insegna se la Banca d’Italia è di proprietà delle banche, le banche sono oggi private, segue che la Banca d’Italia è un istituto privato al contrario di ciò che viene riportato nel suo stesso Statuto. E così, per fare pace con il cervello, durante il governo Berlusconi viene promulgata la legge n. 262 del 28 dicembre 2005, che ridefinisce “l’assetto proprietario della Banca d’Italia“, e disciplina “le modalità di trasferimento, entro tre anni dalla data di entrata in vigore della […] legge, delle quote di partecipazione al capitale della Banca d’Italia in possesso di soggetti diversi dallo Stato o da altri enti pubblici“. Ad onor del vero il primo governo a sollevare la questione era stato quello D’Alema con la proposta di legge n. 4083 del 13 giugno 1999, presentata in Parlamento ma mai approvata (immaginate perché?), la quale tentava di fissare le “Norme sulla proprietà della Banca d’Italia e sui criteri di nomina del Consiglio superiore della Banca d’Italia” e favorire il passaggio del capitale azionario privato allo Stato (come è logico che sia): “Il presente disegno di legge attribuisce al Ministero del tesoro, del bilancio e della programmazione economica la titolarità dell’intero capitale della Banca d’Italia, prevedendo altresì la incedibilità delle quote di partecipazione […]. Viene poi istituita una Commissione bicamerale avente compiti di vigilanza sull’attività del Consiglio. Il governatore é tenuto a relazionare la Commissione sull’operato e sulle attività svolte dal Consiglio almeno una volta ogni sei mesi”.

Tre anni in Italia passano veloci che è un piacere e banchieri e politici (categorie ormai intercambiabili e indistinguibili) cominciano ad entrare in fibrillazione: bisognava impedire con tutti i mezzi il passaggio allo Stato di Banca d’Italia, per mantenere inalterato quel regime di commistione e opacità che esiste a tutti i livelli nel sistema bancario nazionale. A tagliare la testa al toro ci pensa allora nel 2006 il governo Prodi, con Padoa Schioppaministro dell’economia, l’avvallo del presidente Napolitano, e la supervisione per nulla disinteressata del governatore Draghi (un quartetto da paura! Tutto il peggio della nomenklatura italiana dal dopoguerra ad oggi!), che con il pretesto di riscrivere lo Statuto della Banca d’Italia per adeguarlo ai principi e alle regole contenuti nella nuova legge sulla tutela del risparmio e sulla disciplina dei mercati finanziari (legge n. 262 del 2005), va proprio a ribaltare di fatto la sostanza e il significato dell’articolo 3, per giustificare la presenza degli azionisti privati e sancire l’uscita definitiva dello Stato dall’istituto di emissione. Il nuovo articolo 3 dello Statuto di Banca d’Italia che esce fuori in seguito all’approvazione della legge n. 291 del 12 dicembre 2006, così recita:
“Il capitale della Banca d’Italia è di 156.000 euro ed è suddiviso in quote di partecipazione nominative di 0,52 euro ciascuna, la cui titolarità è disciplinata dalla legge.

Il trasferimento delle quote avviene, su proposta del Direttorio, solo previo consenso del Consiglio superiore, nel rispetto dell’autonomia e dell’indipendenza dell’Istituto e della equilibrata distribuzione delle quote”.

Questione chiusa: la Banca d’Italia non solo è privatistica nelle funzioni, ma anche privata nella personalità giuridica. Punto e a capo. Come sempre accade in Italia, invece di mettere a posto le cose si cambiano e si stravolgono le leggi per lasciare le cose come stanno. A questo punto però è necessario fare alcune precisazioni per evitare confusione e fraintendimenti vari: il fatto che i proprietari di Banca d’Italia siano privati, non significa che i proventi da signoraggio e da altre attività ricavati dall’istituto vengano distribuiti alle banche, anche perché si tratta di cifre irrisorie, rispetto al potere formale e sostanziale enorme che ha (o avrebbe) una Banca Centrale al servizio dello Stato di indirizzare la politica economica e monetaria di un intero paese. Come ci ricorda la Cassazione, con la sentenza 16751 a sezioni riunite del 21 luglio 2006:
“la Banca d’Italia non è una società per azioni di diritto privato, bensì un istituto di diritto pubblico secondo l’espressa indicazione dell’articolo 20 del R.D. del 12 marzo 1936 n.375. La banca, pertanto, segue regole di funzionamento differenti da quelle di una normale società per azioni, come si evince anche dallo statuto, che assegna ai soci un numero di voti non proporzionale alle azioni possedute (limitando i voti dei soci maggiori). Gli azionisti di Banca d’Italia sono le banche (oggi private) che discendono dagli istituti di credito (all’epoca pubblici) che nel corso del tempo sono entrati nel suo capitale. La Banca d’Italia è stata una società per azioni fino al 1936. In quell’anno venne convertita in Istituto di diritto pubblico dall’articolo 3 della legge bancaria del 1936 (ovvero il sopra citato regio decreto-legge 12 marzo 1936, n. 375, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 marzo 1938, n. 141, e successive modificazioni e integrazioni). Diciamo che esiste una proprietà formale in capo ad azionisti oggi privati, ma la Banca opera nell’ambito del diritto pubblico. Ciò implica, ad esempio, che lo status giuridico di ente pubblico esclude la possibilità di fallimento della Banca d’Italia e, tramite il suo intervento nei casi di crisi, la possibilità di fallimento delle banche private, garantendo la stabilità dell’intero sistema bancario italiano. Il capitale sociale della Banca ammonta a soli 156.000 euro, versati nel 1936. Secondo l’articolo 3 dello statuto il capitale sociale “è suddiviso in quote di partecipazione nominative di 0,52 euro ciascuna, la cui titolarità è disciplinata dalla legge“. Le quote di partecipazione sono costituite da certificati nominativi (art.4). Ai soci sono distribuiti dividendi per un importo fino al 6% del capitale e, su approvazione del Consiglio Superiore, un ulteriore 4% del valore nominale del capitale (art.39), cui si aggiunge “una somma non superiore al 4% dell’importo delle riserve” quali risultano dal bilancio dell’anno precedente prelevata dai frutti annualmente percepiti sugli investimenti delle riserve, sempre su approvazione del Consiglio superiore (art.40). Gli utili netti vengono per il resto distribuiti come segue. Il 20% degli utili netti conseguiti deve essere accantonato al fondo di riserva ordinaria. Col residuo, su proposta del Consiglio superiore, possono essere costituiti eventuali fondi speciali e riserve straordinarie mediante utilizzo di un importo non superiore al 20% degli utili netti complessivi. La restante somma è devoluta allo Stato. (art 39)”

Quindi rimarranno delusi tutti quelli che ancora credono che sia il signoraggio la parte più ingente e clamorosa della truffa, perché come vedete le cose non stanno esattamente così: pensare che una Banca Centrale guadagni dallo scarto fra valore nominale di una banconota e valore intrinseco di produzione è riduttivo (anche perché le banconote insieme alle monete metalliche costituiscono soltanto il 3% della moneta circolante), se confrontato conl’enorme potenzialità che avrebbe una Banca Centrale sottoposta alle direttive del Governo per finanziare la spesa pubblica, favorire piani di piena occupazione, rilanciare l’economia stagnante di un intero paese, tutelare l’ambiente e il patrimonio artistico, fornire sussidi e detassazioni alle aziende nazionali, garantire i diritti costituzionali a tutti i cittadini e chi più ne ha più ne metta. La vera truffa, l’inganno, il crimine è avere tolto ai Governi la possibilità di utilizzare le “proprie” Banca Centrali nell’interesse del bene nazionale e non ilsignoraggio che risulta soltanto la punta dell’iceberg di un contorto sistema di contabilità. Trascurando la quota irrilevante di moneta cartacea, se vogliamo analizzare meglio cosa fa una Banca Centrale ci accorgeremo che è vero che crea riserve elettroniche dal nulla, ma per comprare titoli finanziari che una volta venduti renderanno alla Banca le riserve elettroniche inizialmente create: bit del computer in cambio di bit del computer, non case, alberghi, ristoranti, aziende, forza lavoro etc. Il guadagno effettivo della Banca Centrale risulta dalla differenza fra l’interesse attivo che incassa sui titoli acquistati e l’interesse passivo che l’istituto di emissione deve corrispondere alle banche che riversano quelle stesse riserve presso i suoi conti di deposito. E come abbiamo visto buona parte di questo profitto torna nelle casse dello Stato sotto forma di dividendi, tasse e tributi. Tutto qui, non c’è altro. Non ci sono complotti mondiali sotto questa spiegazione.

La vera disdicevole questione legata alla proprietà privata della Banca d’Italia riguarda invece il colossale conflitto di interesse che esiste fra l’ente controllore e i controllati: se i controllati sono i proprietari del controllore, come può quest’ultimo garantire un’attività di vigilanza imparziale, trasparente, equa, efficace? E’ questo infatti il vero nodo da sciogliere intorno alla vergognosa faccenda della proprietà privata di Banca d’Italia e basta guardare cosa accade in paesi più civili e normali per capire che prima o dopo urgerà una soluzione politica del problema istituzionale ancora irrisolto. La banca centrale inglese, Bank of England, è interamentepubblica e ultimamente, infischiandosene della sua stessa autonomia e indipendenza, ha dato addirittura suggerimenti all’austero ed impacciato governo Cameron per uscire dalla crisi: vuoi ridurre il debito pubblico, bene, non tartassare i cittadini, ma cancelliamo insieme i titoli di stato che la Bank of England si ritrova a bilancio. Soluzione naturale e logica, ma ovviamente il governo oligarchico-liberista inglese non ha accettato perché preferisce che i costi della crisi vengano addossati soltanto sui cittadini e si amplifichino le disuguaglianze sociali. La banca centrale tedesca Bundesbank è un istituto dello Stato al pari del Parlamento e del Governo. I profitti della Bundesbank sono disciplinati per legge e ritornano nel bilancio statale fino alla somma di 2,5 miliardi, mentre la parte eccedente viene destinata ad un fondo speciale istituito per finanziare i costi della riunificazione tedesca e vari programmi di sviluppo. La banca centrale francese, la Banque de France, è anch’essa pubblica ed è stata nazionalizzata nel lontano 1936, quando in effetti era ancora di proprietà privata. Il controllo e l’influenza del Governo sulla Banque de France sono rimasti intatti fino al 1993, quando in conseguenza dell’adesione ai trattati europei lo Stato ha dovuto per forza di cose dichiarare l’assoluta indipendenza e autonomia della Banca Centrale dal potere politico. I profitti della Banque de France vanno per più della metà allo Stato, mentre il resto viene distribuito tra fondi pubblici e altre riserve della stessa banca.

Quindi risulta concettualmente sbagliato dire che la BCE, il cui capitale è suddiviso in quote fra le varie Banche Centrali europee, sia una un ente privato, perché sarebbe più giusto affermare che si tratta di un istituto ibrido semi-pubblico o semi-privato, dato che alcuni suoi membri azionisti sono interamente privati, altri completamente pubblici e altri ancora metà pubblici e metà privati. Ma ripetiamo che non è la natura giuridica pubblica e privata la maggiore accusa da rivolgere all’istituto di Francoforte, ma il modo in cui esercita la suafunzione di ente monopolista di emissione della moneta: la BCE, alla stessa maniera delle Banche Centrali nazionali partecipanti, fa un uso privato di uno strumento di diritto pubblico come la moneta, in conseguenza della sua rivendicata autonomia e indipendenza e dell’esplicito divieto di intrattenere qualunque forma di rapporto politico o finanziario con i governi dei rispettivi Stati membri. Paradossalmente una banca centrale interamente privata come la Federal Reserve americana fa un uso più pubblico della disciplina monetaria rispetto alla BCE, dato che mantiene stretti legami di collaborazione e cooperazione con il Governo e il Congresso può in qualunque cambiare le direttive di politica monetaria della Fed tramite decreto. Un esempio invece di Banca Centrale interamente pubblica che fa un uso pubblico del suo potere monetario è laBank of Canada. Ma noi siamo italiani, europei, mica canadesi! Purtroppo.

Tolta di mezzo la questione della proprietà, ci sarebbe un’ultima osservazione da fare riguardo alla BCE. Come si può vedere dalla tabella riportata sotto che mostra le quote di partecipazione delle Banche Centrali nazionali europee al capitale della BCE, un’altra enorme anomalia è rappresentata dalla presenza di Banche Centrali di paesi, come l’Inghilterra o la Svezia, che non fanno parte dell’area euro. Queste Banche Centrali non solo ricevono pro-quota i proventi di gestione della BCE, ma tramite il Consiglio Direttivo influiscono sulle scelte di politica monetaria riguardanti una moneta che loro stessi non utilizzano e non hanno alcuna intenzione di adottare nemmeno in futuro. Siamo al paradosso più assoluto, come se la Banca d’Italia potesse indirizzare le decisioni della Federal Reserve, della Bank of England o della Bank of Japan. Una delle tante assurdità implicite ma mai espressamente denunciante della follia eurista: una volta accettato di aderire all’euro, il pacchetto di scemenze logiche e degenerazioni mentali bisogna purtroppo prenderselo completo.

Questa lunga trattazione spero serva a far capire fondamentalmente una cosa agli attivisti del Movimento 5 Stelle, così come a tutti gli altri italiani che lentamente si stanno cominciando a svegliare dal torpore: da ora in poi la gente non si deve tanto indignare perché la Banca d’Italia o la BCE sono enti privati, ma perché fanno un uso privato di uno strumento di diritto pubblico, di una cosa nostra insomma, dato che la moneta esiste e circola in virtù di una nostra tacita accettazione e del corso legale che ci viene imposto per legge dal nostro Governo democratico. Invece di rivendicare la proprietà pubblica di Banca d’Italia, che oggi come oggi non cambierebbe nulla incastrati come siamo nella follia eurista (Francia e Germania hanno banche centrali pubbliche ma sono spacciati e ingabbiati come noi), le persone dovrebbero iniziare a battere i pugni affinché si ristabilisca quel rapporto di collegamento e cooperazione fra il nostro Governo e la Banca Centrale, così come accade in tutti i paesi civili, democratici e normali del mondo, anche e soprattutto a costo di uscire dall’area euro. Tuttavia, siccome i grandi cambiamenti epocali avvengono sempre per gradi, i deputati del Movimento 5 Stelle avanzino pure una proposta di legge in Parlamento per nazionalizzare la Banca d’Italia, in modo da portarci avanti con il lavoro e trovarci pronti quando saremo di nuovo in grado di rifondare uno Stato di Diritto Democratico e Civile in Italia. Non so con certezza quando questo avverrà, ma vi posso assicurare che non manca molto al momento della resa dei conti. I tempi sono ormai maturi o quasi. GUEST POST TEMPESTA PERFETTA

Paolo Cardenà blog Vincitori e Vinti

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Il posto di Napolitano nel Grande Complotto Mondiale

di – 22/11/2011 – “E’ lui! E’ l’uomo di Kissinger”: il presidente della Repubblica non poteva mancare nella lista nera dei complottisti Si può pensare che l’azione di Giorgio Napolitano presidente della Repubblica abbia risolto con saggezza una delle più grandi crisi politiche dell’Italia

“E’ lui! E’ l’uomo di Kissinger”: il presidente della Repubblica non poteva mancare nella lista nera dei complottisti

Si può pensare che l’azione di Giorgio Napolitano presidente della Repubblica abbia risolto con saggezza una delle più grandi crisi politiche dell’Italia Repubblicana. Oppure si può pensare che, unendo i puntini, salti fuori una diversa verità: quella di un Giorgio Napolitano parte attiva del grande complotto mondiale che vede la speculazione finanziaria come braccio armato del signoraggio internazionale, delle grandi banche d’affari e delle istituzioni economiche che vogliono togliere la sovranità ai popoli per consegnarla alla lobby degli affaristi decisa a controllare il mondo. Qui ci va una risata satanica.

EMERGENZA DEMOCRATICA – E’ facile propendere per la seconda ipotesi. Basta unire un po’ i puntini, e qualcuno ci ha già pensato: il governo di Mario Monti, recentemente insediato, sarebbe il delitto perfetto perpetrato dai soliti della Banca Centrale Europea, pilotata da Mario Draghi e dai suoi, che sono finalmente riusciti a mettere sul gradino più alto del paese uno “dei loro”; contemporanea ad analoga l’operazione in Grecia che ha visto Lucas Papademos prendere il posto del democraticamente eletto Georges Papandreou. Entrambi i nuovi presidenti del consiglio sono d’altronde ex membri del Board BCE; non bisogna dimenticare che Mario Monti è capo della divisione europea della Commissione Trilaterale, è stato invitato ai lavori del Gruppo Bilderberg ed è advisor di Goldman Sachs. Insomma, l’uomo giusto al posto giusto, con la complicità di chi gli avrebbe “aperto le porte” dopo aver defenestrato il tanto vituperato – a questo punto, fa quasi compassione – Silvio Berlusconi, d’altronde perfettamente convinto del grande complotto ai suoi danni. Parliamo ovviamente di Giorgio Napolitano, inquilino del Quirinale e, guarda caso, “da 35 anni uomo di punta in Italia del Council on Foreign Relations degli USA e amico delle loro multinazionali”. Il punto è proprio questo: i rapporti di Giorgio Napolitano, già dirigente comunista, con la classe dirigente più ammanicata degli Stati Uniti d’America.

KISSINGER – Basterà citare un nome su tutti: quello di Henry Kissinger, Segretario di Stato degli Stati Uniti nelle presidenze di Richard Nixon ed Henry Ford; l’ebreo tedesco diplomato ad Harvard ed inizialmente vicino a Rockfeller – come al solito, tutto torna – poi consigliere della Sicurezza Nazionale per Nixon appunto; l’uomo dietro al complotto che ha fatto saltare il governo cileno di Salvador Allende per insediare il dittatore militare Augusto Pinochet. L’uomo delle mille guerre, soprattutto quella dell’Indocina, compresa quella della Rhodesia e, in parte, del Vietnam, per il quale raggiunse un cessate il fuoco; ancora, della guerra del Kippur. Insomma, un uomo al centro di tutti gli snodi della politica internazionale americana, e dunque principale alfiere del Nuovo Ordine Mondiale: definito criminale di guerra per il suo coinvolgimento nella Guerra in Cambogia (500mila morti), definizione probabilmente calzante visto che diceva “mancherò di immaginazione, ma non vedo come possa entrarci la morale” – dopo aver detto ai generali militari di “radere al suolo” qualunque cosa si muovesse in Cambogia – viene inoltre ritenuto da alcuni “il grande architetto” del cammino verso il Nuovo Ordine Mondiale durante la presidenza Nixon, principalmente a causa delle sue buone conoscenze con i grandi della finanza internazionale, in particolare appunto la famiglia Rockfeller.

IL MIO COMUNISTA PREFERITO – Per Giorgio Napolitano, Henry Kissinger ha sempre avuto parole di stima. L’attuale presidente della Repubblica era “il comunista preferito” da Kissinger, per sua stessa ammissione. Lo rivelava, nel 2001, il Corriere della Sera.

“My favourite communist», ossia «il mio comunista preferito» è stato il saluto scherzoso che Henry Kissinger ha rivolto a Giorgio Napolitano quando lo ha visto a Cernobbio. «My favourite former communist», «il mio ex comunista preferito», lo ha corretto ridendo l’ ex “ministro degli Esteri” del Pci, oggi ds. I due scherzavano meno nel 1975, quando Kissinger, segretario di Stato, fece negare a Napolitano il visto per gli Usa. Poi Napolitano ha ricevuto Kissinger in Italia da presidente della Camera e da ministro degli Interni.

Ed ecco il collegamento: Giorgio Napolitano, amico di Kissinger, l’uomo del Nuovo Ordine Mondiale, tanto che quest’ultimo arriva a definirlo “il suo comunista preferito”. E’ tanto, no? Per qualcuno sì. Qualcuno nota la contraddizione: è un ex-comunista a spianare la strada al governo dei banchieri. Qualcun altro ci una diretta partecipazione del Capo dello Stato nel grande complotto che, come dice Giuliano Ferrara, ha “sospeso la democrazia italiana” per star dietro ai desiderata della Finanza internazionale pilotata dall’asse franco-tedesco saldamente alleato con le banche internazionali di tutto il mondo. Demo-pluto-masso-giuda-paperino e qui quo qua.

IL CFR – “Uomo di punta del Council on Foreign Relationship”, dicevamo: il CFR altro non è che il braccio armato, secondo questa teoria del grande complotto mondiale; un braccio armato primigenio, quello creato per primo. Secondo la teoria complottista il Council on Foreign Relations sarebbe stato creato formalmente nel 1921 come “governo ombra” (!) della Federal Reserve, banca centrale Americana voluta dai grandi banchieri e che fino ad allora la politica aveva tentato di evitare per contrarietà all’accentramento della politica finanziaria. D’altronde il Council, voluto nel 1921 come dicevamo, fu creato su richiesta del presidente Woodrow Wilson (il presidente dei quattordici punti, della dottrina Wilson e della fondazione della Società delle Nazioni, praticamente il bisavolo del complotto mondiale); il primo presidente del Council fu David Rockfeller che proprio durante la sua presidenza del CFR creò la Commissione Trilaterale. Insomma, secondo il complottismo signoraggista e mondialista il CFR è uno dei vertici del poligono del controllo occulto mondiale: Wall Street, Trilaterale, Bilderberg, Federal Reserve e Council for Foreign Relations. Il tutto voluto da questi architetti del nuovo mondo che non essendo riusciti a radunare il consenso popolare intorno alle loro idee sarebbero passati al pilotaggio occulto del mondo, utilizzando come arma la finanza internazionale: d’altronde sono tutti ricchi banchieri, signora mia.

UNO DEI LORO – E Giorgio Napolitano che c’entra? Essendo il “comunista preferito” di Henry Kissinger, già presidente della tavola rotonda del CFR su “Armi Nucleari e politica economica”; non solo, per anni ha anche scritto sulla pubblicazione ufficiale del CFR, che si chiama Foreign Affairs. Ecco una traduzione di un suo articolo addirittura del 1978: “La crisi italiana – una prospettiva comunista”.

La politica del PCI al giorno d’oggi è basata sulla convinzione che l’Italia sia proprio nel mezzo di una crisi molto seria e che il movimento del lavoro debba fare tutto ciò che può per superarla. Se i lavoratori, le forze della sinistra e il Partito Comunista non metteranno davanti al resto le proprie proposte costruttive – di breve e medio termine – puntate a prevenire un deterioramento delle condizioni nelle quali l’Italia si agita oggi; se non si contribuirà con uno sforzo unitario di tutte le forze democratiche, la crisi arriverà al suo culmine, con risultati catastrofici per la democrazia italiana

Giorgio Napolitano continua a parlare, tentando di spiegare con dovizia di particolari la strategia successiva al fallimento del Compromesso Storico voluta dal segretario del PCI, Enrico Berlinguer. Napolitano scrive in luglio, Moro è morto a maggio e il PCI è completamente privo di prospettive; gli americani vogliono sapere che fine farà la politica italiana e chiedono al più spendibile degli esponenti del più corposo partito comunista del blocco occidentale. Napolitano descrive la situazione interna dell’Italia con particolare attenzione alle alleanze con la Democrazia Cristiana e il Partito Socialista; affronta il problema della convertibilità del dollaro abbandonata nel 1971 e la conseguente crisi petrolifera del 1973; il calo della produzione industriale e il peculiare angolo di visuale dal quale va analizzato il lato italiano della crisi che già in quegli anni attanagliava il mondo, ben prima della bolla finanziaria di questi mesi.

PAROLE CHE RIMANGONO – Eccolo, l’uomo di punta del CFR e dunque di Kissinger e dunque del NWO, e infatti ha nominato Mario Monti presidente del Consiglio, e ora l’Italia non è più una democrazia, e hai visto in Grecia? E hai visto la Germania? E hai visto lo spread? E guarda, che sfacciati, l’ha anche detto chiaro e tondo.

Per fronteggiare le nuove, potenziali crisi che si affacciano all’orizzonte, ha aggiunto Napolitano, «si richiede un nuovo sforzo di coesione nazionale e un concreto impegno per garantire la pace anche al di fuori dei confini della stessa Europa e contribuire alla costruzione di un nuovo ordine mondiale». L’Italia deve fare la sua parte, deve contribuire a «garantire la sicurezza internazionale, prevenire e superare crisi e conflitti in aree vicine e lontane». Questa è «una responsabilità a cui non possiamo sottrarci, che come italiani e come europei non possiamo delegare ad altri».

Era il 2007, oggi è il 2011: ci hanno messo 5 anni ma piano piano ce l’hanno fatta.

L’UOMO CHE SI OPPOSE – Non conta che secondo uno dei più esperti studiosi della globalizzazione dell’economia, Will Banyan, tutte le azioni di Henry Kissinger, semmai, fossero pensate per arginare e fermare la deriva mondialista. Kissinger, secondo Banyan, è stato nient’altro che “un abile opportunista” molto bravo nello sfruttare tutte le occasioni che le sue frequentazioni – vero che era in buoni rapporti con Rockfeller – gli avrebbero fornito per elevarsi dallo stato sociale di partenza, visto che era figlio di “immigrati ebrei tedeschi” saldamente ancorati nella middle class. La storia della sua politica e delle sue scelte soprattutto in ambito militare è nota: certo è che tradì il suo patrono originario, appunto il Rockfeller mente occulta del complottismo mondiale, per appoggiare il candidato vincente del partito Repubblicano, appunto Nixon. E dire che per Rockfeller il solo pensare ad un Nixon presidente dava i brividi: “Non ci posso pensare”, diceva. La dottrina Kissinger dell’equilibrio del Potere nel mondo è esattamente opposta all’interventismo per l’esportazione del modello di vita americano che è il caposaldo della creazione del Nuovo Ordine Mondiale. Sostenere che i rapporti di Napolitano con un uomo che – pur criticato “criminale di guerra” – ha tentato, secondo un competente studioso, di rallentare il decorso di questo ipotetico complotto mondiale ponendosi in aperto contrasto con le dottrine che lo avrebbero favorito, dimostrerebbero la sua parte nel complotto, è quantomeno contraddittorio.

IL GOVERNO OMBRA – Per quanto riguarda il CFR, di cui Napolitano sarebbe “uomo di punta in Italia”, le accuse al think tank sono abbastanza originali.

Un membro del consiglio è diventato Presidente; dozzine di altri sono diventati ministri, membri del Congresso, Giudici della Corte Suprema, alti vertici militari, parte della Federal Reserve e in altro modo burocrati federali.

“Non è che influenzino il governo: essi sono il governo”. Sono “i governanti non eletti dell’America”, secondo un libro che vorrebbe dimostrarne la parte in causa del complotto. E questo nonostante il fatto che il Council si definisca “apartitico” ed indipendente; non solo, nonostante il fatto che nel 2004 il Council abbia organizzato una “tavola rotonda” sul New World Order, presieduta da uno dei più esperti docenti americani di politica internazionale: Michael Mandelbaum. Come un centro segreto di controllo del NWO possa avere idea di promuovere un seminario pubblico su sé stesso rimane un mistero; non diversamente meno il fatto che un paio di articoli su di una prestigiosa rivista americana, scritti con l’intenzione di spiegare l’Italia, abbiano fatto guadagnare a Giorgio Napolitano un cappuccio, un compasso e una parte in commedia nel Grande Complotto Mondiale. Come diventare da guardiano della democrazia a distruttore di essa in cinque mosse.

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“L’intervento shock di Monti” che non lo era

di – 23/11/2011 – Gira su internet un video in cui il presidente del Consiglio spiega come funziona l’Europa; e qualcuno grida al complotto Se è vero che i governi migliori sono quelli che sono in grado di essere più impopolari, allora il governo

Gira su internet un video in cui il presidente del Consiglio spiega come funziona l’Europa; e qualcuno grida al complotto Se è vero che i governi migliori sono quelli che sono in grado di essere più impopolari, allora il governo Monti è di gran lunga il governo migliore di sempre visto che basta un videomontaggio di un innocuo – vedremo subito perché – discorso tenuto dal professore-premier, in cui il presidente del Consiglio spiega la sua visione del cammino di unificazione europea, per pensare di dimostrare che lui sia parte attiva e promotore del consueto complotto per l’annullamento della democrazia e la nascita della tecnocrazia dei banchieri e dei burocrati. Un video, che gira su Youtube, montato da un utente Facebook, e che ritiene di diffondere una “informazione libera”, prende le parole di Mario Monti pronunciate in un non meglio identificato intervento e pone delle domande all’utente che lo guarda.

LE PAROLE DI MONTI – Il video viene caricato sul profilo Romaunita Tv, ultimo di una serie di video che parlano dell’”usurpazione del potere politico” e di una “manifestazione contro la moneta”.

Nel video, Monti afferma che non bisogni sorprendersi se “l’Europa abbia bisogno di crisi anche gravi per andare avanti”. D’altronde “i passi avanti dell’Europa sono per definizione delle cessioni di sovranità dagli stati nazionali ai livelli comunitari”, dice l’allora futuro presidente del Consiglio dei Ministri. “E’ chiaro che il potere politico ma anche il senso di appartenenza dei cittadini possono essere pronti a queste cessioni solo quando il costo politico e psicologico del non farle diventa maggiore di quello del farlo”, perché la collettività si trova nel mezzo di una grande crisi: “Abbiamo bisogno delle crisi, come tutti i consessi internazionali, per fare passi avanti; ma quando le crisi si risolvono rimangono leggi e istituzioni, per cui non è pienamente reversibile” questo processo di progressiva unione, dice il presidente del Consiglio. Monti continua criticando una democrazia basata sui sondaggi, nella sua versione più tecnologica, degli instant polling: “E’ il colmo della democrazia, o è il colmo della followership?”, si chiede l’uomo della Bocconi. “In Europa abbiamo troppi governi che si dicono liberali e che hanno tentato di ridurre la libertà di azione delle autorità che si sposano necessariamente al mercato”, dice Monti; il videomaker pone qui l’ultima sua considerazione apocalittica: “Gli stati che si sono opposti (Grecia, Spagna, Italia) hanno già cambiato governi”.

LE DOMANDE CHE NON C’ERANO – Ultima, dicevamo, delle sue considerazioni, che ci sono utili per mettere sul tavolo tutta la serie delle accuse complottiste o para-golpiste che vengono rivolte al gabinetto Monti e alla sua azione di governo. Al video vengono rimosse le domande effettive a cui Monti risponde (lo nota, in calce al video, un commentatore: dolendosene), e vengono suggerite delle domande alternative. “Secondo lei”, signor Monti, “noi italiani dovremmo cedere la nostra sovranità popolare all’Europa dei banchieri?”; ancora: “Come pensa di convincere il popolo a cedere la sua sovranità?”, “Quindi le crisi”, di cui Monti come abbiamo visto parlava, “servono a “cedere” all’Europa diritti e sovranità?”; “quando la crisi finisce i cittadini potrebbero chiedere in dietro (sic) le proprie sovranità?”. E alla fine, il grande complotto: “Domanda finale per te cittadino che stai guardando questo video: Draghi, Napolitano e Monti, da chi sono stati eletti? Tu gli hai dato il tuo voto? Tu hai dato loro il permesso di cedere la tua sovranità? Rifletti e cerca di svegliarti prima che sia troppo tardi”, dice il video. Una serie dunque di domande provocatorie che puntano a smascherare un complotto che avrebbe buttato giù le fondamenta dello Stato Italiano e che ci danno la possibilità di rivelarvi finalmente le generalità del complottista. Il criminale ha nome e cognome: responsabile di ciò che è successo in Italia nelle ultime settimane è la Costituzione della Repubblica Italiana.

LA COSTITUZIONE – Chi ha portato Mario Monti al governo? Perché Mario Monti non è stato eletto e siede comunque sulla poltrona di Palazzo Chigi, a fare il presidente del Consiglio dei Ministri? Questo accade perché viviamo in una repubblica parlamentare, dove ad essere eletto, nonostante anni di Berlusconi, è il parlamento e non il governo: per cui quest’ultimo può essere defenestrato e sostituito con qualsiasi esecutivo abbia la fiducia delle Camere. Monti è stato eletto da qualcuno? No, né c’è bisogno che lo sia: il Parlamento, formato dai rappresentanti eletti – loro sì – del popolo italiano, gli hanno accordato la fiducia. Seconda domanda: Monti ha intenzione di cedere la nostra sovranità all’Europa dei banchieri? Che l’Europa sia dei banchieri è da provarlo, per ora, stando a ciò che c’è scritto nel Trattato di Lisbona, è dei suoi popoli e certamente dei suoi cittadini. A voler trasferire la nostra sovranità all’Unione è, dicevamo, la nostra Costituzione.

L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo

L’articolo 11 è quello che ci qualifica come una repubblica nemica della guerra indiscriminata e, guardacaso, amica dell’Europa. Lo diceva Don Milani in un passo de L’obbedienza non è più una virtù.

L’Europa è alle porte. La Costituzione è pronta a riceverla: «L’Italia consente alle limitazioni di sovranità necessarie…». I nostri figli rideranno del vostro concetto di Patria, così come tutti ridiamo della Patria Borbonica. I nostri nipoti rideranno dell’Europa. Le divise dei soldati e dei cappellani militari le vedranno solo nei musei.

Poi non è andata proprio così, o almeno, non con questa facilità.

IL CAMMINO EUROPEO – Sta di fatto che a Roma nel 1957 è stato firmato il trattato che istituisce la Comunità Economica Europea, che insieme alla Comunità del Carbone e dell’Acciaio ha dato i natali alle Comunità Europee; poi c’è stata Maastricht nel 1993, poi Amsterdam, Nizza e infine Lisbona nel 2007: l’Unione Europea ha in effetti limitato la sovranità del nostro paese, in maniera perfettamente consentita dalla nostra Costituzione. Quindi non lo dice Monti che noi possiamo cedere la nostra sovranità, ma la Carta; che noi si debba non è detto, ma bisognerebbe scegliere di scendere dal treno dell’Europa, di cui siamo soci fondatori, il che sarebbe abbastanza strano. E’ vero che l’Unione può creare atti legislativi che hanno effetto sulla vita di tutti i cittadini, che la Corte di Giustizia Europea può invalidare atti illegittimi per il diritto dell’Unione; è vero che l’Unione è un soggetto invadente nella vita dello Stato e della sua sovranità: questo perché l’Unione ambisce ad essere il futuro, un futuro che per essere creato ha bisogno di rinunciare ad una parte dei propri egoismi per un investimento in qualcosa di più grande, come l’Europa Unita. Una sfida non priva di difficoltà e che ad oggi è tutt’altro che vinta, anche e soprattutto per la mancanza di una governance politica che trasferirebbe davvero quella sovranità che oggi l’Unione non ha. Per questo Monti non ha bisogno di “convincere” nessuno a cedere la propria sovranità: “in condizione di parità” con gli altri stati dell’Unione, basta la nostra Carta Costituzionale, che fin dal 1946 aveva previsto questo approdo.

USCIRE DALL’UNIONE – Come riprendere indietro la sovranità perduta? Alla fine di una crisi politica, e dunque – secondo questa interpretazione del Monti-pensiero – si potrebbe reclamare la sovranità ceduta? Il Trattato di Lisbona per la prima volta ha introdotto nelle regole dell’ordinamento europeo la possibilità, concessa agli stati, di abbandonare l’Unione Europea.

Ogni Stato membro può decidere, conformemente alle proprie norme costituzionali, di recedere dall’Unione. Lo Stato membro che decide di recedere notifica tale intenzione al Consiglio europeo. Alla luce degli orientamenti formulati dal Consiglio europeo, l’Unione negozia e conclude con tale Stato un accordo volto a definire le modalità del recesso, tenendo conto del quadro delle future relazioni con l’Unione

Non è un mistero che questa norma sia stata introdotta essenzialmente per venire incontro alle richieste degli stati membri che vedevano molto male un’Unione a porte blindate dalla quale non si possa uscire; come non è un mistero che questa norma sia difficilmente applicabile, vista la macchinosità dell’accordo che si dovrebbe andare a costituire. In ogni caso il problema non si pone, perché nessuno stato finora ha scelto di uscire dall’Unione Europea; peraltro la Corte di Giustizia Europea, principale artefice del cammino di integrazione dell’Unione in mancanza della volontà degli stati, aveva nel 1964 – famosa sentenza Costa c. Enel – che il trasferimento di alcune competenze legislative (e si sa che la legge è il principale strumento dela sovranità) dagli stati all’Unione è da considerarsi irreversibile.

A differenza dei comuni trattati internazionali, il trattato Cee ha istituito un proprio ordinamento giuridico, integrato nell’ ordinamento giuridico degli stati membri all’ atto dell’ entrata in vigore del trattato e che i giudici nazionali sono tenuti ad osservare. istituendo una comunita (…) di poteri effettivi provenienti da una limitazione di competenza o da un trasferimento di attribuzioni degli stati alla comunita, questi hanno limitato, sia pure in campi circoscritti, i loro poteri sovrani e creato quindi un complesso di diritto vincolante per i loro cittadini e per loro stessi .Tale integrazione nel diritto di ciascuno stato membro di norme che promanano da fonti comunitarie (…) hanno per corollario l’ impossibilita per gli stati di far prevalere, contro un ordinamento giuridico da essi accettato a condizione di reciprocita, un provvedimento unilaterale ulteriore (…).Il trasferimento, effettuato dagli stati a favore dell’ ordinamento giuridico comunitario, dei diritti e degli obblighi corrispondenti alle disposizioni del trattato implica quindi una limitazione definitiva dei loro poteri sovrani .

Come dicevamo, è possibile, a certe condizioni, uscire dall’Unione Europea; possibilità peraltro chiarita di recente, e comunque macchinosa. Mario Monti, con tutto questo, c’entra in maniera relativa.

CRISIS? WHAT CRISIS? – Ultima accusa che viene a Mario Monti (ma in realtà, a tutti gli uomini di governo parte di questo fantasmagorico complotto) è, per certi versi, la più assurda: il professore ha detto che le istituzioni umane, gli ordinamenti, per poter progredire, per fare passi avanti, hanno bisogno di “crisi”. Più le crisi sono gravi più spingono i gruppi umani ad interrogarsi; la situazione non cambia, dice Monti, fino a quando il costo sopportato per non cambiare è di gran lunga maggiore al costo che si sopporterebbe cambiando: in breve, fino a che non convenga. Finita la crisi, la società si accorge di aver costruito qualcosa di nuovo (“leggi, istituzioni”) che, approvate in situazioni di emergenza, impediscono di fatto il tornare al punto di partenza. Ricordandoci che crisi viene dal verbo greco “krino”, che significa scegliere, discernere, giudicare; e che quindi il termine crisi identifica un momento di grande dinamismo in cui si è spinti a prendere delle strade che prima non si pensava di poter seguire, viene da chiedersi in cosa il ragionamento di Monti non sia condivisibile. A meno, ovviamente, di non avere un complotto in mente.

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10 giugno 2013

Fonte: http://www.opptitalia.org/index.php/mainstream-news/134-esigiamo-una-spiegazione

ESIGIAMO UNA SPIEGAZIONE

Pubblicato: Sabato, 08 Giugno 2013 01:51

E quindi L’IRS, l’agenzia americana di riscossione delle imposte, è una società a capitale privato. Quindi un’azienda. Come la Rovagnati.
Di conseguenza avrà dei libri sociali, un libro giornale, inventari… le scritture contabili, il libro dei soci, delle obbligazioni… delle delibere assembleari….
e ovviamente un BILANCIO…

Non staremo in questa sede ad analizzare la costituzione di questa società.
L’IRS, come molti studiosi e liberi ricercatori ben sanno, è una Corporation nata in un periodo molto delicato della nostra storia, in quegli stessi anni in cui un noto cartello bancario prese letteralmente il controllo del sistema monetario americano insieme alla gestione delle sue imposte.

Vogliamo invece che tutti prendano coscienza in modo diretto di quant’è stato nascosto ai nostri occhi fino ad ora… e si tratta di cose che aprono un coacervo d’interrogativi.
E forse si tratta anche di una NOTITIA CRIMINIS.

Stavamo cercando di capire meglio quando come e in che forma fosse stata registrata alla S.E.C quando abbiamo trovato un codice di 7 cifre riferito ad un numero di file con la sigla accanto “DE” che non vuol dire Deutschland “Germania” ma indica il più piccolo degli Stati americani, incastonato tra il Maine e lo Stato di New York bagnato dall’Oceano Atlantico:

IL DELAWARE

Il Delaware è uno stato piccolissimo di appena 900.000 abitanti, semplice, tradizionale, legato alla cultura Old England. Una particolarità di questo Stato è quella di avere i nomi delle contee uguali a quelle dell’Inghilterra.

Quindi abbiamo il Sussex, il New Castle, il Kent e anche qualche nome di città come Dover. Ma vedremo più avanti perché la similitudine con le aree geografiche britanniche ci ha incuriosito ancora di più e ci ha portato a nuovi risultati.

Un così piccolo Stato non ha grandi risorse, a meno fino a quando il suo Governo non decide, negli anni 60, di inventarsi una bella politica fiscale: Perché non invogliare le società straniere a spostare le loro sedi legali in questo piccolo e ridente Staterello, garantendo loro una TASSAZIONE PARI ALLO 0%?

E voi direte: “Eh, ma sarà complicato”

Niente affatto, ti puoi registrare comodamente online da casa tua, pagare con la tua carta VISA la modica cifra di 300 dollari ed aprire in tutta tranquillità una società che viene definita “LLC” (Limited Liability Company) “come una s.r.l”

Oppure una Corporation o anche una INC “Incorporated”

Facile come bere un bicchiere d’acqua. L’importante è che si operi al di fuori del territorio del Delaware.

Ma se si è americani e si lavora in America, la convenienza invoglia comunque perché la tassazione è all’ 8,7% contro una media del 48% di tutti gli Stati Federali.

Ecco alcune delle motivazioni del perchè il 60% delle Società indicate nella classifica “FORTUNE 500″ hanno sede nel Delaware:
http://usacompany.studiocommercialisti-londra.com/delaware#TOC-Bassa-Tassazione

Ulteriori approfondimenti de Il Sole 24 Ore:
http://www.ilsole24ore.com/fc?cmd=art&codid=22.0.1599221219&chId=30

Un Paradiso Fiscale di nome Delaware:
http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2012-09-30/paradiso-nome-delaware-141137.shtml?uuid=AbPnO9lG

UN’EVENTUALE ROGATORIA INTERNAZIONALE

quindi un accertamento fiscale che parta dall’Italia… non andrà mai a buon fine: Il Delaware garantisce la totale discrezione sui dati personali dei consiglieri di amministrazione, al punto tale che se voi intestate a terza persona la vostra società, il Delaware non ha nemmeno interesse a registrare il passaggio notarile.

Quindi potete fare il bello e il cattivo tempo godendovi tutti i proventi del vostro lavoro fino all’ultimo euro.

La politica fiscale ha avuto talmente tanto successo che a fronte di meno di un milione di abitanti, il Delaware registra presso la sua camera di commercio oltre 5 Milioni di ragioni sociali e non è neanche presente nella Black List mondiale dei paradisi fiscali.

MEGLIO DI CIPRO

MEGLIO DI MALTA

MEGLIO DELLE CAYMAN…

NON CRESCERANNO I COCCHI E NON CI SARANNO LE SPIAGGE BIANCHE MA LA TASSAZIONE RIMANE ALLO 0%

Quindi si tratta del miglior paradiso fiscale esistente sulla terra.

A questo punto “fuochino” ma noi volevamo “FUOCO”
Dopo vari tentativi per trovare un database consultabile finalmente…. BINGO
Da qui potevamo partire con la nostra ricerca.

Ed una volta risaliti al file number di appartenenza, ecco apparirci come per incanto proprio l’IRS:

INTERNAL REVENUE TAX AND AUDIT SERVICE (IRS) For Profit General Delaware Corporation Incorporation date 7/12/33 File No. 0325720
Una Corporation registrata in Delaware con il file number 0325720
Quindi l’IRS risiede in un paradiso fiscale?
E voi direte, ah caspita… paga solo l‘8,7% di tasse?

NO!

Tutti i dipartimenti di Stato e i servizi correlati all’amministrazione americana sono registrati nel Disctrict of Columbia, con Capitale a Washington, sempre quel piccolo fazzoletto di terra di 25.000 mq che sussiste sotto la legge dell’ammiragliato e gode dei benefici dell’extraterritorialità (Oltre ovviamente ad essere registrato come una Corporation presso la S.E.C. e all’UCC)

QUINDI 0% DI TASSAZIONE.

Ah! Bell’esempio… perseguita i cittadini americani, pignora le loro case, distrugge le loro vite, intimidisce i movimenti politici all’opposizione e poi si registra in Delaware in un paradiso fiscale con tassazione ZERO?

C’è come minimo dell’incoerenza.

Se volessimo poi mettere in pari la bilancia sul piatto delle colpe, ci andrebbero messi tutti i suicidi e la gente disperata che compie atti inconsulti perché vessata da questo sistema iniquo, dovremmo aggiungere anche i milioni di disoccupati che perdono il lavoro perché le loro aziende non riescono a sostenere più il peso del prelievo fiscale.
Ma non credo che ci sia un prezzo per queste persone.

Il nostro sangue si è ghiacciato quando nel database del Delaware abbiamo inserito questo File number: 5315638

(abbiate l’accortezza di farlo da seduti)

Siamo qui in attesa di trovare delle risposte alle domande che sorgono spontanee.
Chiediamo collaborazione anche a chi legge per risolvere questo “mistero americano”, ci viene in mente una lettura, forse la peggiore, quella in virtù della quale abbiamo menzionato la Notitia Criminis. Andiamo per punti. Il 30 giugno scadeva la convenzione di Equitalia S.P.A. con lo Stato Italiano per la riscossione di tributi. Questa Convenzione è stata prorogata pochi giorni fa fino al 31/12/2013. Chi ci dice che non ci sia un manipolo di Italiani che, in previsione di questa “sede vacante”, non abbia pensato bene di aprire una SOCIETA’ OMOLOGA che si propone di TRUFFARE, per mezzo dell’invio di cartelle FALSE agli ignari contribuenti italiani, richiedendo debiti inesistenti con more salatissime e portando direttamente negli Stati Uniti a tassazione zero, tutti i proventi di questa ipotetica truffa di portata internazionale. Sarebbe il colmo eh?

Alfred on Gaia

NOTA BENE

Il database della Camera di Commercio dello Stato del Delaware è consultabile dal lunedì al venerdì dalle ore 7:00 alle ore 11:59 East time (US)
Nel caso si stia effettuando questa ricerca fuori dai seguenti orari di ufficio, è possibile visionare lo screenshot del risultato nei link sottostanti:

Screenshot1

Screenshot2

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IRS: STA SUCCEDENDO QUALCOSA DI STRANO

Pubblicato: Venerdì, 07 Giugno 2013 18:37

Abbiamo tradotto integralmente gran parte dell’audit rivolto all’ex direttore generale dell’IRS, Steven Miller, lo scorso 10 maggio e trasmessa in diretta televisiva in USA. Un’audizione per complessive 3 ore e mezza che si è tenuta presso la commissione d’indagine e controllo governativa sull’IRS, in seno al Congresso americano.
Volevamo sentire con le nostre orecchie la frase menzionata dal delegato Xavier Becerra, senatore repubblicano eletto in California e membro del Congresso, riportata da moltissimi blog americani.

L’IRS, LO RICORDIAMO, È UNA SOCIETÀ A CAPITALE PRIVATO

una corporation a tutti gli effetti, che in America è incaricata da Washington dell’esazione delle tasse su tutto il territorio nazionale (vi ricorda qualcosa?)

Abbiamo “sbobinato” tutta l’ora e 58 minuti di domande e risposte estremamente illuminanti per comprendere a pieno quanto l’utilizzo di questo strumento ricattatorio e coercitivo, in abbinamento con indagini persecutorie e richieste interminabili di documenti ai contribuenti presi di mira, sia stato un vero e proprio strumento di intimidazione e boicottaggio nei confronti dei gruppi politici conservatori americani che si oppongono nettamente alle decisioni dell’amministrazione Obama e si battono per una restaurazione fedele dei principi della Carta Costituzionale americana.

Siamo al punto di sentire ripetere per bene TRE volte, forte e chiaro, la frase che ci interessava ascoltare:

XAVIER BECERRA

Noi dobbiamo mantenere la fiducia dei cittadini americani nel sistema perché sappiamo che il pagamento delle tasse é volontario.

E Miller rafforza questa affermazione pronunciando un sintetico: “SI, sono d’accordo”

Ah, quindi le cose stanno così? e in Italia?
Guardiamo un attimo la Costituzione italiana cosa recita a proposito.

L’ARTICOLO 53 DELLA COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA ITALIANA RIPORTA:
TUTTI SONO TENUTI A CONCORRERE ALLE SPESE PUBBLICHE IN RAGIONE DELLA LORO CAPACITÀ CONTRIBUTIVA.

ED AGGIUNGE:
IL SISTEMA TRIBUTARIO È INFORMATO A CRITERI DI PROGRESSIVITÀ.

Una tassazione del 65% sui redditi si può definire congrua ed equa? Riesce a garantire il livello minimo di sostentamento per le famiglie e per gli Esseri Umani? Esiste nel regime fiscale del nostro Paese una progressione percentuale giusta in relazione ai redditi dichiarati?
E se le pensioni minime sono oramai meno di un’elemosina, queste prebende d’oro sui redditi da lavoro autonomo e dipendente, sono da considerarsi perequate?
Insomma forse, a prescindere dall’appurare che siano “volontarie” o meno, queste tasse esose ed insostenibili, specie in un momento di sofferenza come questo che stiamo vivendo, dovrebbero tener conto prima di tutto del rapporto tra Stato e Cittadini e della finalità stessa del prelievo fiscale, che dovrebbe essere destinato, innanzitutto, a migliorare la qualità della vita dei contribuenti, i servizi al cittadino, la nostra scuola, la ricerca, l’aiuto alle classi meno abbienti ed agli anziani…

IN UNA PAROLA, DOVREBBERO SERVIRE ALLA GARANZIA DELLA FELICITÀ DI UN POPOLO…
E’ forse questo che i delegati del Congresso volevano suggerirci?

RIPORTIAMO LE PARTI SALIENTI DELL’AUDIT AL CONGRESSO NEI CONFRONTI DELL’IRS:

DAVE CAMP:
(Presidente della commissione di indagine sulla IRS)

Rivolgendosi a Miller: Nonostante due anni di investigazione di questa commissione, l’IRS non ha mai detto la verità ne agli americani ne a noi. C’è stato ripetuto più volte che si trattasse di inesattezze, ma ora noi sappiamo la verità e sappiamo che queste rivelazioni sono solo la punta dell’iceberg e si tratta di un vero SCANDALO.
Io posso ravvedere cinque gravi violazioni dei diritti dei cittadini che dovrebbero essere trattati in modo chiaro, trasparente ed imparziale dal loro Governo.
Per prima cosa nell’agosto del 2010 è stata creata una compagnia privata per l’esazione dei tributi fiscali, una chiara tattica intimidatoria: Una compagnia privata che chiede le tasse. (ma a quanto pare la IRS è SEMPRE stata una compagnia privata e lo scopriremo presto).
Al secondo punto nel giugno del 2010 comincia la persecuzione nei confronti dei gruppi conservatori.
Terzo, nel maggio del 2011 l’IRS comincia a perseguitare anche i supporter, donatori volontari di questi gruppi, riempiendoli di tasse.
Quarto, nel marzo del 2012 l’HUFFINGTON POST pubblica la lista completa dei dati di questi donatori risalente al 2008.
Quinto “PROPUBLICA” fornisce la prova che l’IRS ha utilizzato regole inesistenti (inventandosele) per poter perseguitare questi gruppi.
Lei non pensa Sig.r Miller che tutto questo si possa accomodare solo con le sue dimissioni vero?
questi gruppi stavano cercando di rendere l’America un posto migliore dove vivere prima di diventare il bersaglio dell’IRS. Se prendiamo questo come riferimento, ogni gruppo di attivismo civico in America è a rischio.
Io sono sicuro che voi vi rendiate conto che il potere di tassare è il potere di distruggere.
E sotto questa amministrazione l’IRS ha ABUSATO di questo potere e ha distrutto la fiducia che il popolo americano ha nel ruolo di governo di Washington. Questo non è sopportabile.
Sentendo le notizie dai Media sembra essere l’ennesimo tentativo di Cover Up e di corruzione nell’amministrazione. Sembra che la verità sia stata nascosta agli americani per il tempo necessario per arrivare alle elezioni (di Obama. Ndr)
Obama ha promesso di essere diverso, di darci un Governo il più trasparente nella storia degli Stati Uniti. Aveva ragione, l’America merita di meglio.
E’ ora di finirla con l’IRS, è un sistema che in accordo con Washington DECIDE CHI VINCE E CHI PERDE.

SANDER LEVIN:
(Membro della commissione del Congresso)
Quello che risulta chiaro è che l’IRS ha completamente RAGGIRATO gli americani.
Mi preme sottolineare che è chiaro ormai che l’IRS ha usato metodi ILLECITI per l’applicazione della tassazione sugli americani.
Questi criteri sono cambiati in due anni ben quattro volte.
Noi siamo molto arrabbiati e determinati a fare in modo che tutto questo non accada mai più.
Steven Miller nel Marzo 2013 ha testimoniato dicendo che non vi era nessun tipo di persecuzione nei confronti di questi gruppi, mentre noi adesso ne abbiamo le prove. Poco meno di una settimana fa LOIS LERNER, direttrice della divisione esenzioni fiscali, si è rifiutata di comparire di fronte a questa commissione per svelare la verità mentre non ha esitato a tenere una conferenza stampa 2 giorni dopo. Questo è inaccettabile ed è il motivo per cui io sette giorni fa ne ho chieste le sue dimissioni.
Se quest’indagine dovesse alla fine risultare un prolungamento della campagna elettorale 2012 in vista delle elezioni di MID- TERM (2014) noi avremmo fallito e tradito il nostro mandato nei confronti del popolo americano. (diretto contro l’amministrazione Obama. Ndr)
Lei Mr. Miller oggi è qui per dirci dove, come, quando e perché accadde tutto questo.
E se al contrario lei cercasse di portare acqua al mulino dell’amministrazione non dicendo la verità, commetterà oltraggio nei nostri confronti.

Intervento di Obama poche settimane prima con l’annuncio della richiesta di dimissioni di Miller:
“Ho saputo che il tesoro era informato, questo non ha nessuna giustificazione… Gli americani sono arrabbiati e anche io lo sono… non importa quale fazione politica sia stata perseguitata, l’IRS si deve comportare in modo trasparente… Vi dirò cosa faccio: Prenderò in carico la documentazione relativa a questi atti personalmente. Ho richiesto e accettato formalmente le dimissioni del Direttore generale dell’IRS”

RUSSELL GEORGE:

(Ispettore generale IRS)

E’ vero che l’IRS ha usato dei criteri specifici diversi dalla norma nei confronti dei gruppi conservatori. Questa pratica è iniziata nel 2010 fino a giugno 2012.
In una riunione interna della IRS, i criteri “personalizzati” venivano riferiti direttamente in maniere esplicita citando TEA PARTY, PATRIOTS, WE THE PEOPLE e il GRUPPO 9/11 (IL GRUPPO CHE RICERCA LA VERITA’ SULL’ATTENTATO ALLE TORRI GEMELLE)

Un altro punto di questo Report indicava la necessità di educare l’opinione pubblica attraverso le tendenze delle Lobby (mettere in buona luce alcune Lobby per orientare il consenso dell’opinione pubblica. Ndr) e in ultimo si diceva di ostacolare il più possibile chi criticasse l’operato del Governo.

Ovviamente tutti questi criteri sono illeciti perché non hanno come fondamento principale le tasse, ma un orientamento politico.

Un gruppo scelto di Cincinnati (OHIO) aveva selezionato tutti nomi da “approfondire”
Il gruppo di Cincinnati continuò a perseguitarli personalmente cancellando riferimenti alla loro posizione politica.

Dopo di che cambiò ulteriormente la tattica. Lasciò correre i 270 giorni previsti dalla legge per la contestazione nonostante la mole di documenti prodotti a loro difesa dai gruppi e dalle persone coinvolte, senza dare risposta e continuando ad eseguire i pignoramenti e ad esigere i pagamenti.

Alcuni dei casi già aperti, lo sono da TRE anni.

E’ stata richiesta una montagna di documentazione che l’IRS non ha preso in considerazione.

Il fatto che siano state rese pubbliche le liste era noto ai vertici dell’IRS.

Detto questo tutte e tre le accuse mosse all’IRS SONO FONDATE.


MILLER:
Per prima cosa voglio dire che l’IRS chiede scusa per ciò che ha causato. Il sistema fiscale e il pubblico americano meritano di più.

Il potere politico non dovrebbe avere connivenze con l’IRS. Prenderemo iniziative nei confronti dei responsabili.

DAVE CAMP:

Ma lei sta ancora impersonando il Direttore dell’IRS

Miller: si

Dave Camp: E chi le ha dato questo incarico? il Presidente Obama?

Miller: si

Dave Camp: E quando ha ricevuto questo incarico

Miller:
a novembre 2012 (ovvero in pieno scandalo. Ndr)

Dave Camp: Ma quindi lei ha 2 incarichi? E’ deputato e in oltre è qui a rappresentare l’IRS?

Miller: si

Dave Camp: E quindi a chi riferisce in merito alle questioni IRS, al Tesoro o al suo partito?

Miller: Se sono deputato della commissione riferisco alla commissione, per tutto il resto riferisco all’amministrazione.

Dave Camp: E questa non è una violazione del regolamento interno?

Miller: Lo è (dicasi grave conflitto d’interesse)

Miller: L’art 6103 dell’IRS impone l’obbligo di non rivelare i dati personali dei contribuenti. Lei lo sa che Washington in una conference-call ha diffuso alla stampa i nominativi di moltissimi contribuenti?

Miller: L’ho letto sui giornali.

Dave Camp: E lei non ha preso nessuna iniziativa quando ha saputo questa cosa?

Miller: Non mi ricordo… (balbettando)

Dave Camp: Quindi lei non ha informato l’ispettore generale o altri dirigenti.

Miller: Non so di cosa avrei dovuto informarli visto che era su giornali, non mi ricordo.

Dave Camp: La persecuzione di questi gruppi è avvenuta a Marzo 2010, giusto? E lei quando se ne è accorto?

Miller: Io ho incaricato alcune nostre persone di fare degli accertamenti su questa cosa.

Dave Camp: Ma era deputato a quel tempo?

Miller: si lo ero.

Dave Camp: Ma quando lei dice “Ho incaricato alcune nostre persone” a quali nostre si riferisce.

Miller: Un capo dipartimento anziano a livello di amministrazione governativa (da un politico)

Dave Camp: Ma lei ha allertato anche qualcuno all’IRS?

Miller: Si, a maggio (dopo aver informato l’amministrazione Obama)

Dave Camp: Nello stesso momento lei è venuto a conoscenza che l’IRS cominciasse a convocare per accertamenti fiscali i finanziatori di questi gruppi politici?

Miller: Si, … non ricordo il giorno… si cominciava a sapere che ciò stesse accadendo.

Dave Camp: Ma l’ha saputo dai giornali o dal suo team?

Miller: Non lo so.. forse da tutti e due…

Dave Camp: A quel punto cosa ha fatto?

Miller: Io ho detto di dare un’occhiata alla situazione e ho rimediato modificando il regolamento che risaliva al 1982 in modo da rendere più trasparenti ecorrette le regole di imposizione fiscale.

Dave Camp: Quando lei dice “abbiamo investigato” a chi si riferisce?

Miller: non mi ricordo (…)

Dave Camp: Ma quando lei dice “NOI” a chi noi si riferisce?

Miller: IRS, però non so essere più preciso… non mi ricordo a chi ho dato l’incarico.

Dave Camp: Ma lei sapeva che sarebbero state pubblicate queste liste?
Miller: Non mi ricordo, può darsi che qualcuno sia venuto da me… riferendomi di una richiesta di chiarimenti da parte del Congresso.

Dave Camp: E quando l’ha scoperto?

Miller: Non mi ricordo…

Dave Camp: Ma quando l’ha scoperto, ha fatto qualcosa?

Miller: Non mi ricordo, credo di si, immediatamente dopo. Ma io approssimativamente me ne sono reso conto quando la cosa è diventata pubblica.

Dave Camp: Ha informato qualcun altro di questo?

Miller: Io credo… che il servizio abbia informato internamente tutti.

Dave Camp: E di tutte queste cose che le ho chiesto, lei ha mai informato il Congresso?

Miller: Non credo, almeno fino a quando non è venuto fuori in conversazioni o nelle testimonianze.

Dave Camp: Ma lei non ha ritenuto opportuno informare il Congresso?

Miller: Era sui giornali…. (…)


Dave Camp: Ho un’ultima domanda per lei Signor Miller, quando lei è in possesso della verità e non la divulga, come lo definirebbe questo comportamento?

Miller: Io ho sempre risposto sinceramente alle domande Sig. Camp

DAVE CAMP:

(Rivolgendosi a l’Ispettore generale dell’IRS, Russell George): Sig.r Russel, riguardo alle accuse di Propublica ( l’associazione che ha accusato l’IRS di essere una Corporation privata – www.propublica.org ) ne avete mai parlato al vostro interno?

Russell George: Si noi sapevamo di questo. Non posso essere preciso a riguardo su quando e come, ma probabilmente lo abbiamo saputo dal nostro ufficio investigativo.

Dave Camp: E’ sicuro di non averlo saputo da parte di qualche impiegato dell’IRS?

George: Molto probabilmente da uno dei miei collaboratori.

Dave Camp: Non si ricorda da chi?

George: Non posso essere più preciso di così.

LEVIN:

mi scusi Miller ma questo nuovo regolamento quale dipartimento l’ha scritto? Una società privata si scrive le regole da sola?

Miller:
lo ha scritto l’ufficio che si occupa degli affari legali.

Levin: E dove si trovano gli impiegati che appartengono a questo settore?

Miller: La maggior parte di essi lavorano a Cincinnati ( La task Force che perseguitava i partiti. Ndr) 140 persone che lavorano tutte a Cincinnati.

JOE CROWLEY:

(Delegato Democratico dello stato di New York – membro del Congresso):

L’incaricato dei rapporti con l’amministrazione fu incaricato da G.W. Bush vero?

George: si

Crowley: quindi lei mi sta dicendo che questi comportamenti vergognosi accaddero sotto gli occhi di un uomo nominato dal nostro Presidente

George: si, era quel periodo.

Crowley: L’ultima carica politica all’interno dell’IRS, è stato Everson vero? Sempre nominato da G.W. Bush?

George: si

Crowley: Quello che mi interessa capire, sono i fatti e l’ho chiesto anche alla scorsa audizione senza ottenere risposta: “L’operato dell’IRS ha una funzione strumentale politica ed è coordinato dalla Casa Bianca?” E non mi è stata data risposta. Io non penso che sia possibile perseguitare una fazione politica per la sua ideologia. E noi sappiamo adesso che anche nelle precedenti amministrazioni sono accadute le stesse cose e questo deve finire. E’ insostenibile, sto chiedendo ai miei colleghi di ottenere per favore delle risposte certe.

KEWIN BRADY:

(Delegato Repubblicano dello Stato del Texas – membro del Congresso):

Nella mia città c’è una piccola comunità del Tea Party e la sua coordinatrice è una piccola imprenditrice. E’ stata perseguitata dall’IRS per molto tempo con lettere alle quali lei rispondeva con documenti validissimi, senza mai ricevere risposta. A distanza di un anno e mezzo la sua pratica risulta essere ancora aperta. Tre anni di persecuzione che inizia nel 2010. Per prima cosa le arriva l’unità antiterroristica dentro casa. Venne convocata due volte per degli accertamenti dall’IRS e ricevette quattro volte viste dall’FBI a casa propria. E poi le hanno mandato due verbali di accertamento con multe pazzesche dalla commissione per l’ambiente. E io adesso le voglio chiedere: Stiamo ancora in AMERICA? Il nostro Governo è così ubriaco di potere?

Sig.r Miller, chi è il responsabile di questi atti intimidatori all’interno dell’IRS?

Miller: Se lei parla delle liste…

Brady: Io non sto parlando di liste, ma di una disposizione ben precisa per cui braccavate alcune persone per anni. Chi è il responsabile?

Miller: Se lei legge il mio rapporto avrà le sue risposte

Brady: Nel suo rapporto non ci sono nomi. Le sto chiedendo come deputato che ha la responsabilità del controllo dell’IRS. Ora CHI è il responsabile?

Miller: Io non ho nomi per lei.

Brady: Quindi mi sta dicendo che lei non ha un nome di chi possa aver iniziato queste persecuzioni nei confronti di questa gente? Lei è sicuro che nessuno di questi nomi sia uscito dall’FBI e sia finito in altre agenzie governative?

Miller: Una cosa del genere sarebbe violazione della legge. Se venissi a saperlo sarei assolutamente shoccato.

Brady: Noi vogliamo solo la verità da lei Sig.r Miller

CHARLES RANGEL:

(Delegato Democratico dello Stato di New York – membro del Congresso)

Scusi ma i referenti politici di cui abbiamo parlato… lei vuole dire che sono stati nominati da Bush e poi sono rimasti durante l’amministrazione di Obama, non è strano questo?

Miller: Si, certo (come se fosse la cosa più normale del mondo. Ndr)

PAUL RYAN:

(Delegato Repubblicano dello Stato del Wisconsin – membro del Congresso):

Lei ha appena dichiarato che ciò sarebbe oltraggioso ma nelle precedenti audizioni ha difeso l’operato dell’IRS. Noi adesso le chiediamo non solo di dire la verità, ma di dire TUTTA la verità. Lei ha mentito a questa commissione, come pretende che possiamo crederle nuovamente? Lei non ha mai menzionato che stavate perseguitando ideologie politiche. Sapeva benissimo che si trattava di questo ma lo dice solo oggi alla Commissione.

Miller: Io ho risposto in modo veritiero alle vostre domande

Ryan: Risponda a questo: Lei ha appena detto che eravate preoccupati dell’attività politica che orbitava intorno a queste organizzazioni. Ora le faccio qualche nome. Una si chiama Progresso per l’America, una si chiama Leadership Progressista… ma non è che è la parola progresso che a voi spaventa?

Miller: Noi avevamo selezionato una serie di attività politiche ma poi ci siamo ristretti a lavorare su queste organizzazioni.

GYM MC DERMOTT:

(Senatore Democratico dello Stato di Washington – membro del congresso)

Nella mia mente c’è una sostanziale differenza tra stupidi errori ed errori intenzionali. La stragrande maggioranza delle vostre azioni nei confronti di gruppi politici, era diretta a gruppi di un determinato schieramento politico. Anche se io non amo la destra, trovo che sia profondamente sbagliato che di questo sia stato fatto oggetto una fazione politica.

DEVIN NUNES:

(Senatore Repubblicano dello Stato della California – membro del congresso):

Lei sa che la scorsa settimana è venuta qui a testimoniare Lois Lerner, direttrice della divisione esenzioni fiscali? Sa che si è appellata al 5° Emendamento e si è rifiutata di rispondere alle nostre domande? Sa che è stata convocata a testimoniare per un processo penale che indaga sui rapporti tra l’IRS e il B.A.R. di London?

Miller: Io so che è andata a deporre ma non so quale fosse l’argomento.

Nunes: ha mai avuto rapporti con qualcuno di Propublica?

Miller: … probabilmente no, però quando questo affare venne fuori mi ricordo che qualcuno dell’IRS incontrò qualcuno di Propublica. (non sarà stato unb tentativo di corruzione? Ndr)

Nunes: Lei sa che noi potremo chiedere copia di tutto ciò che uscito dal suo ufficio e dal suo cellulare nel periodo che riguarda la sua indagine?

Miller: si

Nunes: Chiedo il rapporto dell’intercettazione di tutto lo storico delle conversazioni di Miller riferite a quel periodo. Chiedo che vengano prodotte copie di queste registrazioni, specie nelle conversazioni con la Lerner e chiedo che essa venga riconvocata qui il più presto possibile.

Nunes: Lei ha ripetuto all’infinito oggi e nelle precedenti occasioni di non aver fatto mai nulla di male. La mia domanda ora è : Perché ha dato allora le dimissioni?

Miller: Io non ho ripetuto di aver fatto solo cose buone, io mi sono dimesso perché tutto quanto relativo a queste indagini si fermava alla mia scrivania. Ma da qui a dire che io ho una responsabilità personale è molto diverso.

Nunes: Io mi auguro che lei collaborerà a recuperare quante più registrazioni possibili degli ultimi quattro anni della sua vita.

Miller: Ne parleremo. (…)

PAT TIBERI:

(Delegato Repubblicano dello stato dell’OHIO – membro del Congresso):

nel 2010 al Tea Party, che ha sede nel mio stato sono arrivate 35 lettere da parte dell’IRS ma diventano 95 richieste documentali se andiamo a comprendere le sotto-domande.

Gli è stato scritto che erano a rischio di spergiuro se non avessero prodotto ognuno di quei documenti. Gli sono stati chiesti i nomi di tutti gli impiegati, degli ex Presidenti, la lista delle loro attività su Facebook, su Tweetter, i nomi dei membri delle loro famiglie… e molto altroancora.

Uno dei membri del Tea Party, che è in quest’aula oggi, rispose che erano no profit e che tutti lavoravano come volontari, dichiarando che nessuno di loro svolgesse le attività politiche che voi cercavate di dimostrare. Al punto 26 leggo testualmente: Forniteci i dettagli del vostro rapporto con Justin Tons. Un cittadino americano, che è qui oggi e che ancora non si spiega perché fa parte della richiesta numero 26. Questa persona è rimasta shoccata quando ha scoperto che l’IRS stava raccogliendo informazioni dettagliate su di lui. Trall’altro non aveva nessun rapporto con il Tea Party. E chiede a questo punto per quale motivo è stato oggetto di quest’indagine e da dove sono uscite queste informazioni? Chi ve le ha date? Questo lo danneggia negli affari e ancora non capisce perché compare in quelle richieste. E’ da Gennaio 2010 che si richiedono informazioni su di lui.

questa è solo una parte dei documenti forniti all’IRS sotto loro richiesta, e all’IRS non era sufficiente. (Mostra un faldone di proporzioni gigantesche)

Dopo aver prodotto questo e altri quintali di documenti, la loro richiesta è stata approvata da giugno 2010 a Dicembre 2012, esattamente un mese dopo le presidenziali (come se li avessero tenuti sul gira arrosto fino alla rielezione di Obama. Ndr)

Questa organizzazione ha una biblioteca e l’IRS ha richiesto la lista di tutti i LIBRI PRESENTI IN QUESTA BIBLIOTECA. E’ INCREDIBILE. Io non lo so come lei farà a difendersi, a dire che tutto ciò non ha una ragione politica.

XAVIER BECERRA:

(Senatore democratico dello stato della California – membro del Congresso):

Mi faccia riassumere, lei ha detto che si è trattato di un comportamento oltraggioso, orribile, ha parlato di errori grossolani, ma se pensiamo che il ruolo degli impiegati dell’IRS è di andare dai loro concittadini e dire che potrebbero essere posti sotto accertamento fiscale, non ci sono scuse, è intollerabile. Noi dobbiamo mantenere la fiducia dei cittadini americani nel sistema, perché sappiamo che il sistema di pagamento delle tasse è volontario.

Miller: sono d’accordo

Becerra: Lei ha ragione, si è trattato di un errore grossolano, ma il presente è anche peggio: E’ UNA VERGOGNA.

Lei ha detto quindi che non ci sono coinvolgimenti politici, ma l’effetto che ha provocato è peggiore, quello che viene alla luce è un comportamento assolutamente non giustificabile perché ha eroso la fiducia che gli americani hanno in un sistema al quale partecipano volontariamente. E se c’è un posto in tutti i settori dell’amministrazione dove bisogna mantenere il più alto grado di fiducia dei cittadini, è proprio l’amministrazione dei tributi.

Noi abbiamo bisogno di andare a fondo in questa questione.
Dobbiamo ripulire la scena in maniera che la gente partecipi con la stessa motivazione al sistema VOLONTARIO DI PAGAMENTO DELLE TASSE.

Questi problemi secondo me sono nati da un vuoto normativo che perde di vista il fatto che tra il Governo e le agenzie come l’IRS, ci sia un patto: Il primo obiettivo di un sistema di prelievo fiscale è quello di tutelare e di finanziare il servizio al cittadino, che vanno considerati attività primarie.

– Fine trascrizione –

MA COS’È VERAMENTE L’IRS?

In che anno è stata realmente costituita?
Come mai è impossibile risalire ai nomi di chi ha dato le direttive di persecuzione nei confronti di determinati gruppi politici? Cosa c’è realmente dietro a questa organizzazione?

Indubbiamente i soldi giocano ancora una volta un ruolo incontrastato di controllo.
Un vecchio detto recita: “FOLLOW THE MONEY” Segui i soldi.

Incuriositi dal fatto che per la prima volta si sia posta l’attenzione su un organo governativo così plenipotenziario come l’IRS e che in tutto il mondo sembra essersi presa effettivamente la strada della DISCLOSURE, abbiamo deciso di spingerci in una ricerca più approfondita sulla costituzione societaria delle così dette Corporazioni private che usurpano funzioni pubbliche… e quello che abbiamo scoperto oltre ad essere sconvolgente, ci ha permesso di aprire altre scatole cinesi dove le sorprese sembrano riguardarci MOLTO da vicino.

PUBBLICHEREMO OGGI I RISULTATI DI QUESTA RICERCA.

Edit 8/6/13: Link all’articolo della ricerca: http://www.opptitalia.org/index.php/mainstream-news/134-esigiamo-una-spiegazione

Alfred on Gaia – Valeria Gentili