Su ali d’aquila

Lo scorso anno ho pubblicato un libro in cui a partire dalla meditazione del libro dell’Apocalisse preconizzavo una Chiesa minoritaria, ridotta nell’angolo culturalmente, politicamente insignificante e, come l’autore biblico, vedevo come unica salvezza per questa Chiesa la fuga nel deserto, sulle ali della grande aquila (Cfr. Ap. 12,14) per costruire là una comunità consapevolmente minoritaria, che custodisse il deposito della fede e lo conservasse come un seme per i tempi nuovi.

Quando scrivevo queste cose mi sembrava di immaginare un futuro che certo presentivo, ma ancora lontano. Eppure la totale irrilevanza dei principi non negoziabili nella campagna elettorale che si è appena conclusa, ridotti a patrimonio di gruppuscoli invotabili se non come mera dichiarazione di protesta, e ancor di più la rinuncia del Santo Padre mi sembrano segni dei tempi impossibili da ignorare.

Temo fortemenete che sia arrivato il tempo di volare nel deserto seguendo l’esempio del nostro pastore. E la cosa, come cittadino e come uomo, mi spaventa moltissimo perché so che se tace la sola voce che oggi è rimasta a difendere l’uomo sarà una catastrofe antropologica senza precedenti nella storia, un vero collasso di civiltà dagli esiti imprevedibili e dal costo umano altissimo.

Ma ha senso restare sulla breccia a combattere, come Orlando a Roncisvalle, in attesa di una sconfitta che restando così le cose sembra inevitabile? Ha senso esaurirsi in una battaglia di retroguardia che possa al massimo gestire la ritirata evitando che si trasformi in una disfatta?

Accettare di essere una minoranza consapevole significa cambiare completamente logica e strategia, significa non sforzarsi più di fare del Cristianesimo una religione di massa e d’altra parte consolidare la comunità cristiana, stabilendo tra noi rapporti umani che siano di vera amicizia e fraternità, percependo esistenzialmente gli altri cristiani come fratelli e non come condomini che devo accettare mio malgrado nella grande casa comune che è la Chiesa.

Tutte le volte che la Chiesa ha provato a inseguire il mondo, anche con le migliori intenzioni, ha finito con l’abbassare il prezzo, accettando nel corso della storia una serie di compromessi percepiti come inevitabili. Una minoranza consapevole e compatta invece può fare moltissimo per il mondo, può essere una vera forza alternativa non nell’esercizio del potere, che a quel punto viene esplicitamente e consapevolmente rifiutato, ma culturalmente. Una minoranza consapevole può esercitare un influsso culturale enorme, creando le condizioni per un vero cambiamento del mondo e comunque per consentire di resistere a Babilonia e di salvare l’integrità e la purezza del semeper dirla con don Camillo. Una minoranza consapevole è per sua natura portata all’evangelizzazione. Gioca alla Zeman, per dirla con un’immagine calcistica, cioè non difende il terreno acquisito, ma si protende continuamente in avanti.

Per essere questo però bisogna partire dal deserto, dal luogo dove tutto è ridotto all’essenziale, dove non ci sono maschere né orpelli, né lussi superflui e questo significa anche accettare di dover subire una robusta dieta dimagrante.

Nel libro dell’Apocalisse è la grande aquila a portare la donna-vestita-di-sole, immagine della Chiesa, nel deserto. L’aquila è l’uccello profetico per definizione, per il suo sguardo acuto per le altezze vertiginose a cui sa volare. Il cristiano dell’Apocalisse dovrà essere capace di questo sguardo penetrante, capace di penetrare le sottigliezze della propaganda di Babilonia e dovrà saper volare in alto, molto in alto, al di sopra delle risse da stadio, o se preferite da pollaio, che sembrano caratterizzare i nostri areopaghi e i nostri parlamenti.

Solo gli occhi dello Spirito e le ali della preghiera la renderanno capace di questo. Per questo abbiamo bisogno del deserto, per questo il nostro pastore per primo ha scelto di ritirarsi nel deserto, nella consapevole irrilevanza, nel nascondimento, nel luogo dove tutto è assoluto, perché nel deserto c’è spazio solo per l’essenziale.

Certo, non voglio dire che la Chiesa dovrebbe trasformarsi in un grande monastero di clausura, non è questo che immagino, ma se penso al presente il solo antecedente storico che posso vedere ragionevolmente è il cambio di civiltà che ci fu al crollo dell’impero romano e come allora i conventi benedettini si assunsero l’incarico di salvare il seme così credo che questo sia il ruolo che devono giocare oggi le nostre parrocchie, diventando depositi di umanità e di cultura cristiana, di un’esistenza davvero libera e spirituale. Sapendo di essere diversi, scegliendo la diversità, e non subendola.

Onestamente vorrei tanto sbagliarmi. O meglio, il libro dell’Apocalisse mi dice senza ombra di dubbio che la Chiesa nel tempo della fine deve essere così. La domanda è: davvero è questo il tempo? Davvero è arrivato il momento di prendere le ali dell’aquila e andare nel deserto? Davvero è arrivato il momento di abbandonare Babilonia a se stessa e salvare il seme?

Mi fa paura, sinceramente ho paura. non per la Chiesa figuriamoci, oggi, come allora, come sempre, non praevalebunt. Ho paura invece per il mondo, perché vedo bene il carico gigantesco di sofferenze e di angoscia che sta davanti a noi, vedo il costo umano altissimo della fine di Babilonia e piango, come piange Giovanni nel cap. 18 dell’Apocalisse, contemplandone la caduta.

da La Fontana del Villaggio

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