Decrescita felice e resilienza cattolica

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Il nome

È forse da mettere in relazione con le origini pre-celtiche del luogo. Candt = pietra ed elu, un suffisso indicante località presso alture o acque, fanno pensare alla presenza dei Liguri.

Il termine Ricetto, invece, deriva dal latino receptum (ricovero, rifugio) e indica un luogo difeso, cinto da fortificazioni.

La Storia

988, compare per la prima volta il nome di Candelo (Canderium) nel documento in cui Ottone III ne conferma il possesso feudale a Manfredo. L’anno seguente Ottone III infeuda Candelo alla Chiesa vercellese.

1179: i conti di Biandrate cedono alla Chiesa vercellese i loro beni in Candelo.

Fine XIII-inizio XIV sec., gli abitanti di Candelo costruiscono il Ricetto su un terreno di signori locali, per il quale all’inizio pagano un censo annuo e che poi riscattano.

1360, si contano nel Ricetto 157 casupole (oggi sono circa 200).

1374, prima fra le terre biellesi, Candelo fa atto di spontanea dedizione ai duchi di Savoia. Dal 1381 al 1387 è sotto la giurisdizione del capitano di Santhià, poi Amedeo VII di Savoia lo infeuda a Gerardo Fontana.

1496, i Fontana cedono il feudo di Candelo a Sebastiano Ferrero, consigliere e tesoriere delle finanze, prima per il Ducato di Savoia e poi per quello di Milano. A Sebastiano Ferrero succede il nipote Filiberto, adottato nel 1517 da Ludovico Fieschi, conte di Masserano, con il quale inizia la dinastia dei Ferrero-Fieschi.

1554-58, coinvolto nelle lotte tra Francesi e Spagnoli, Candelo è più volte occupato dalle truppe francesi. In uno dei tanti capovolgimenti della situazione, gli Spagnoli costringono alla resa i Francesi asserragliati nel Ricetto, causando allo stesso gravi danni. Nel 1561 le fortificazioni e i magazzini del Ricetto sono riparati.

1577, il feudo di Candelo è elevato a contea in favore di Besso Ferrero Fieschi.

1630-32, la popolazione è decimata dalla peste. Dal 1644 al ’49, nuove occupazioni spagnole provocano incendi e distruzioni.

1785, Carlo Sebastiano Ferrero Fieschi è l’ultimo feudatario di Candelo. Con l’occupazione napoleonica si modifica la struttura politico-amministrativa del borgo.

Le emozioni di un mondo rurale ormai perduto

Il Ricetto è una fortificazione collettiva sorta per iniziativa della popolazione di Candelo negli anni a cavallo tra Duecento e Trecento.

è il più intatto di tutti i ricetti del Piemonte e rappresenta la memoria della gente di Candelo, che lo utilizzava come deposito per i prodotti agricoli in tempo di pace e come rifugio in tempo di guerra o di pericolo. Si è conservato grazie alla sua matrice contadina, infatti fino a pochi anni fa nelle “cellule” si faceva il vino e si mettevano al sicuro i prodotti della terra.

Il ricetto è a pianta pentagonale, ha un perimetro di circa 470 metri e una superficie di 13 mila mq, è largo 110 metri e lungo 120. In queste ristrette dimensioni trovano spazio circa 200 cellule, oggi quasi tutte di proprietà privata.

La cinta muraria ne segue tutto il perimetro ad eccezione del lato sud, ora occupato dal palazzo comunale in stile neoclassico costruito nel 1819 in stridente contrasto con l’architettura medievale del ricetto.

Le mura sono in ciottoli a spina di pesce con un coronamento merlato. Tutto intorno correva il cammino di ronda.
Gli angoli del ricetto sono protetti da quattro torri rotonde, in origine tutte aperte verso l’interno per facilitare le operazioni di difesa. I coronamenti in cotto, con decori di mattoni posti a scalare, risalgono a sistemazioni successive.

L’unica via d’accesso era protetta, a sud, da una poderosa torre-porta, mentre al centro del lato nord, tra due torri angolari rotonde, si trova ancora la torre di cortina, costruita quasi interamente con grandi massi squadrati.

Varcata la torre-porta, ci si trova in una piazzetta pavimentata con le pietre tondeggianti del vicino torrente.
La costruzione più imponente è il palazzo del principe, fatto costruire da Sebastiano Ferrero nel 1496, quando diventò feudatario di Candelo.

Il palazzo presenta una struttura a mastio, oggetto di vari interventi in epoca successiva.
Le rue – francesismo con cui si chiamano le strade – sono a ciotoloni inclinati verso la mezzaria e con pendenza da sud a nord per permettere il deflusso delle acque superficiali verso la torre di cortina. L’impianto viario è costituito da cinque assi in direzione est-ovest, intersecati da due ortogonali.

La rua principale, al centro, era calibrata in funzione del traffico dei carri; più ridotte sono le rue laterali.
Gli edifici, costituiti da una serie di singole cellule edilizie non comunicanti, sono accorpati in nove isolati.

Il vano a pianoterra (caneva) è una cantina con pavimento in terra battuta, destinata al vino e alle operazioni connesse, cui si accede dalla strada attraverso un portale. Il vano al piano superiore (solarium) è un ambiente secco ed asciutto, ideale per la conservazione delle granaglie, e vi si accede direttamente dalla rua tramite la lobbia, una balconata di legno che poggia sulle travi di separazione tra caneva e solarium.

I due vani non sono comunicanti per ridurre al minimo le escursioni termiche. La lobbia meglio conservata è quella vicino alla sala consiliare.
Dal ricetto, scendendo lungo il tratto erboso a sinistra della torre di sud-ovest, si raggiunge la chiesa di S. Maria attraverso un viottolo che costeggia la roggia Marchesa, il canale che dal 1561 dà acqua alle campagne circostanti e alle risaie del Vercellese.

In questi terreni, fino alla piana del torrente Cervo, si trovavano le fosse per la macerazione della canapa, coltivazione dismessa agli inizi del Novecento.
La chiesa, variamente rimaneggiata, è menzionata per la prima volta nel 1182 e conserva una bella facciata romanica costruita con pietre di torrente disposte a spina di pesce. All’interno, sono pregevoli i capitelli quattrocenteschi delle colonne, gli affreschi della fine del XV secolo e il pulpito della metà del XVII.

Il prodotto del borgo

È un salame sotto grasso chiamato salam ‘d l’ula.

Tipici anche i dolci croccanti del Ciavarin.

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