Interrogato sulla possibilità di scioglimento del vincolo matrimoniale, Gesù rispose che l’atto di ripudio della propria moglie fu permesso dalla suprema autorità religiosa (Mosè) per la “durezza” del cuore degli Ebrei, ma che all’origine non fu così; perché Dio creò l’uomo e la donna in una unità indissolubile (una sola carne), che l’uomo non può permettersi di separare. Chiunque, dunque, ripudi sua moglie, eccetto il caso di porneia, la espone all’adulterio, e chiunque sposi una ripudiata commette adulterio (Mt 5, 32); concetto che viene precisato anche altrove (Mt 19, 9), e nei passi paralleli del Vangelo di san Marco  (10, 11-12) e san Luca (16, 18).

L’insieme dei passi paralleli sul tema e del resto della Scrittura, e lo stesso stupore degli apostoli alle parole di Gesù (Mt 19, 10), fanno chiaramente comprendere che, sull’argomento, Gesù dovette essere molto esplicito, e non lasciava spazio ai compromessi: il matrimonio tra uomo è donna è un contratto di diritto divino, che costituisce una unità “una” (contro ogni poligamia o, peggio, poliandria), e “indissolubile” (contro ogni “ripudio” o “divorzio” che dir si voglia).

Solo san Matteo, per la verità, sembra porre una eccezione alla rottura del vincolo, quando parla della possibilità di scioglierlo in caso di “porneia”. Ma la Chiesa stabilì ben presto che si trattava di una falsa eccezione, perché costituiva porneia qualsivoglia unione illecita (concubinato) che, in quanto tale, si doveva sciogliere.

Per la Chiesa, poi, fu subito chiaro che il Matrimonio per due suoi figli non poteva che avvenire in Cristo Capo, e che i rapporti tra coniugi dovevano rispecchiare quelli tra Gesù Cristo stesso (sposo) che ama la Chiesa (sposa), la quale Gli deve obbedienza; e il contratto stesso fu elevato alla dignità di sacramento della fede, che produce, in capo agli sposi, la Grazia di aiutarli a sostenere gli impegni del matrimonio.

E siccome la porta della Chiesa è il Battesimo, il primo dei sacramenti, amministrato il quale al capo della famiglia, finivano per riceverlo subito anche moglie, figli e perfino domestici, non sempre per loro libera richiesta, ma per spirito di obbedienza nei confronti del “pater”, fin dalle origini s’instaurò la prassi di battezzare a “tappeto” le famiglie del “capo”, riservando il battesimo dei singoli a coloro che si staccavano dalle famiglie di origine. Questa pastorale del battesimo generalizzato, assai valida in un’epoca socialmente religiosa (religioso essendo lo steso vero paganesimo), ma micidiale, come si vedrà, in epoca post cristiana, dominata dall’ateismo teorico e pratico, stabilì da subito l’identità battezzato = credente in Cristo, e cioè cristiano, identità di una “indissolubilità” a tutta prova, che venne mantenuta per sempre; anche quando masse imponenti di cristiani eretici, lontanissimi dalla fede della Chiesa, e comunque fuori dalla comunione dei santi, dove non c’è salvezza, ne avrebbe consigliato una profonda revisione.

I problemi delle prime comunità cristiane erano comunque tanti, e tra questi primeggiava quello relativo alla situazione coniugale, allora assai frequente, di una coppia di sposi non cristiana, nella quale uno si convertiva alla fede della Chiesa, mentre l’altro non solo restava non credente, ma rendeva al credente la vita “impossibile”, minacciando con le parole o, più spesso, coi fatti, l’intenzione di volersi separare.

E qui san Paolo, il gigante della fede della Chiesa, il sommo teologo della Chiesa, intesa non solo come “corpo mistico di Cristo”, ma anche, molto concretamente, come insieme di famiglie e di uomini chiamati a vivere giorno per giorno la loro fede, tra mille ostacoli che non era assolutamente lecito ignorare o aumentare; il teologo della legge quale pedagogo che conduce a Cristo, legge che va interpretata alla luce di un Dio che è amore, e che può diventare inciampo e scandalo se allontana irragionevolmente da Lui, perché la Legge è per l’uomo, e deve trovare un punto di equilibrio tra “pubblico” e “privato”, senza il quale frana nella cieca e idolatrica intolleranza (dogmatismo e…comunismo) o, al contrario, nella parimente cieca e idolatrica dissoluzione morale (libertarismo); il teologo, infine, della “lettera” che “uccide” e dello “Spirito” che è “vita”,  san Paolo – si diceva –, non trovando nella “lettera” la soluzione del problema, fece appello coraggioso alla sua autorità di Apostolo, per trovare la soluzione secondo lo “spirito”, e alla luce dell’intera rivelazione cristiana.

E scrisse così: “agli altri dico io, non il Signore: ….il marito non credente viene reso santo dalla moglie credente, e la moglie non credente vine resa santa dal marito credente… . Ma se il non credente vuole separarsi, si separi; in questi casi il fratello e la sorella (coniuge cristiano) non sono vincolati: Dio vi ha chiamati alla pace!” ( I Cor 7, 12-15).

E’ chiaro, infatti, che se il non credente non ne vuol sapere, e non vuole, quindi, coabitare senza rendere ingiuria al Creatore, l’esistenza della famiglia cristiana viene pregiudicata alla radice, con grave danno per la stessa Chiesa, e l’unione matrimoniale, da mezzo di santificazione e di edificazione, degenera in schiavitù e pericolo per la fede e per l’esito stesso della salvezza. Perciò l’Apostolo ne prevede lo scioglimento, in forza dell’autorità che gli compete nel regolare e dirigere la vita della comunità ecclesiale.

La statuizione dell’Apostolo, divenne ben presto legge della Chiesa, con il nome di “privilegio paolino”, che, per l’identità sopra richiamata (credente = battezzato), finì riduttivamente per disciplinare i rapporti tra battezzati e non battezzati; quasi che, per virtù propria, e indipendentemente dalla…fede, oltre che dallo sforzo del battezzato per mantenere gl’impegni assunti (non sempre, per la verità, da lui), il solo sacramento del battesimo potesse trasformare un non credente in un credente (magismo).

Ed ecco perché, nella legislazione canonica, dove il “privilegio paolino” fu poi inserito, tra le cause della separazione tra i coniugi, entrambi non credenti, ma uno dei quali viene alla “fede”, si fa sempre riferimento a battezzati/non battezzati, piuttosto che a credenti/non credenti, come se le due espressioni si equivalessero; laddove, al contrario, non si equivalgono.

Il privilegio paolino, comunque, ispirò uno specifico impedimento “dirimente” (coniuge battezzato e coniuge non battezzato), che, non osservato, porta alla nullità del matrimonio. L’impedimento peraltro è “sui generis”, perché superabile con la stessa procedura prevista per la dispensa da un impedimento “proibitivo” (dispensa sia per “disparità di culto” che per il “matrimonio misto”).

Ma il problema di quelli che furono subito chiamati – genericamente – “matrimoni misti”, ne uscì solo in piccola misura risolto, e fu destinato a suscitare divisioni e polemiche fin dai primi secoli. E finanche ad ingigantirsi quando, ai pagani del mondo greco romano, ed agli ebrei increduli, si andarono ben presto ad aggiungere la mala pianta degli eretici fuoriusciti dalla Chiesa, o addirittura nati al di fuori di essa.

Questi rappresentarono da sempre una spina nel fianco della Chiesa, che li combattè, come era giusto che fosse, senza però mai assumere nei loro confronti una linea dogmatica e pastorale assolutamente univoca, che valesse concretamente a rigettarli, come i pagani, nell’area indistinta della non credenza.

Non furono pochi i Padri della Chiesa che avvertirono il pericolo degli eretici nella sua cellula fondamentale che è la famiglia, e tra questi Tertulliano, che qualificava i matrimoni “misti” come veri e propri stupri (cfr. A uxorem II,2; De Corona 13); Cipriano (Ad Quirinum III, 62), che, rifacendosi al “tantum in Domino” paolino e al divieto stesso dell’Antico Testamento di prendere spose le cananee o comunque le donne non ebree (cfr. Genesi 24, Esd. 10, Iob. 4, 12),  associava i medesimi ai peccati carnali, e li riteneva una della cause principali delle persecuzioni contro i cristiani; Ambrogio (cfr. Ep. 62 ad Virgilium), che esortava a condannare i matrimoni misti, in quanto non veri sul piano teologico e profanazioni del corpo della Chiesa.

Ma questi allarmi non valsero ad impedirli: i matrimoni misti furono considerati riprovevoli, ma non teologicamente invalidi, e i concilii di Elvira (306), Arles (314), Laodicea (343) e Calcedonia (451) confermarono sistematicamente quella condanna relativa, considerando solo sanzioni o, peggio, dispense, per i violatori delle disposizioni semplicemente “impedienti”.

Vi fu anche chi, dopo la pace costantiniana (editto di Milano del 313), per effetto della quale il Cristianesimo divenne religione dello Stato, con leggi di diritto privato (Costanzo II, 339), punì con la morte i matrimoni misti tra ebrei e cristiani; giungendo così al paradosso di un matrimonio teologicamente valido ma civilmente suicida, dove al dogmatismo teologico si reagisce con micidiale intolleranza (!).

Ma solo nel Concilio non ecumenico di vescovi orientali tenuto in Trullo, nel 691, venne introdotto l’impedimento “dirimente” sia per i “matrimoni per disparità di culto” (tra battezzati e non) e sia per i “matrimoni misti” (tra cattolici ed eretici), che considerava nulli tali matrimoni.

I risultati di tale Concilio non furono, però, mai ratificati dal Papa, alla cui insaputa – si dice – tale concilio si svolse.

Per cui la Chiesa Cattolica ha sempre considerati validi i matrimoni misti.

E nulla cambiò in questo ambito quando vi fu l’eresia ortodossa, nella quale si nega il dogma petrino e si costituisce una falsa chiesa acefala, eresia che portò via gran parte dei cristiani d’oriente, e che dunque, per la prima volta nella storia della Chiesa, vedeva masse imponenti di (ex) fedeli staccarsi dalle fede vera,  ortodossia che introduceva, al riguardo, la possibilità, non facile, di sciogliere il matrimonio.

E neppure nulla cambio quando la ben più grave bufera protestante si abbattè sulla Chiesa, portando via dalla sua influenza il 70% dell’Europa centro-settentrionale.

Ridotta all’ambito dei popoli che si affacciavano sul solo mediterraneo occidentale, e che poi, con la Spagna e il Portogallo, avrebbero colonizzato l’America centro meridionale, la Chiesa affrontò la bufera con una rigorosa “riforma” interna, e con una serie di condanne (concilio di Trento), con le quali veniva giustamente confutata l’intera eresia protestante, che ben lungi dall’eliminare il solo dogma petrino, aveva avuto l’ardire di rivoltare come un calzino l’intero apparato dogmatico della Chiesa e, in ultima analisi, la stessa concezione di chiesa, che ne usciva snaturalizzata in senso immanentistico.

La materia del Matrimonio, in particolare, fu trattata nella sessione XXIV di tale concilio, e, per la parte che qui più interessa, furono consacrati i canoni 1º, il 5 º, e il 7º.

Nel 1º si dichiara la sacramentalità del matrimonio e quindi la sua istituzione da parte di Cristo e il potere di conferire la grazia (DS 1801).

Il can. 5 difende l’indissolubilità del matrimonio, escludendo le ragioni di divorzio (eresia, maltrattamenti, abbandono) riconosciute dai protestanti (DS 1805): “Se qualcuno dirà che per motivo di eresia o a causa di una convivenza molesta o per l’assenza esagerata del coniuge si possa sciogliere il vincolo matrimoniale, sia anatema”.

Il can. 7 tratta invece dell’indissolubilità nel caso particolare di adulterio.

Su richiesta degli ambasciatori di Venezia, il Concilio si astenne dall’anatemizzare i greci che ammettevano il divorzio in caso di adulterio e dal condannare certe sentenze dei Padri; scelse quindi una via indiretta che colpiva solo i protestanti: “Se qualcuno dice che la Chiesa sbaglia quando ha insegnato e insegna, secondo la dottrina evangelica e apostolica, che il matrimonio non può essere sciolto per l’adulterio di uno dei coniugi e che nessuno dei due, neppure quello innocente che non causò l’adulterio di uno dei coniugi, può contrarre un altro matrimonio, finchè l’altro coniuge vive, e che commette adulterio colui che, ripudiando il matrimonio adultero, ne sposa un altro, sia anatema” (DS 1807).

L’insegnamento sul matrimonio risultò, in tal modo, se non sicuramente e perfettamente definito, almeno potentemente convalidato e rafforzato.

E anche tale insegnamento è stato richiamato nell’Enciclica “Casti Connubi” del Papa Pio XI (1930), con un magistero chiaro e forte, che, per la sua organicità, rappresenta una vera e propria summola del matrimonio cristiano alla vigilia della grande apostasia (1958).

L’enciclica è davvero pregevole, sia sotto l’aspetto dottrinale, sia sotto quello pastorale; in essa si ritrovano espresse giuste preoccupazioni sociologiche che, solo qualche decennio dopo, avrebbero segnato la deriva più completa della società cristiana. Merita, pertanto, una lettura molto attenta, se si vogliono davvero comprendere le radici più lontane della crisi, siano esse esterne o, talvolta, interne alla stessa comunità ecclesiale.

Ma questa lettura non può costituire oggetto dell’attenzione in questa sede, nella quale vanno solo accennate le questioni anticipatorie e profetiche, quelle coraggiosamente confermate e quelle, infine, problematiche o negate.

Tra le prime, sapientemente intravista e, quindi, anticipatamente condannata, riguarda l’assoluta parità tra i coniugi che da più parti, nello Stato ateo, veniva reclamata! Non si tratta della pari dignità di fronte a Dio, ma della più assoluta uguaglianza anche nel governo della famiglia, che si trasforma da “monarchica” a “consolare”, e che, per i problemi conflittuali che questa degenerazione pone, finisce ostaggio di uno Stato ateo, in cui è completamente perduto il rispetto dell’ordine naturale della creazione voluto da Dio, per il bene vero dell’uomo!

Corollario di questa pretesa parità funzionale o di governo, come si chiama nel moderno diritto, è la stessa banalizzazione del sesso e dei ruoli: uno snaturamento profondo della famiglia, dove tutti fanno le stesse cose, crolla il principio dell’autorità paterna, l’uomo si femminilizza, la donna si mascolinizza, e il “terzo sesso” cresce a dismisura, a danno gravissimo della prole che viene abbandonata a se stessa o, peggio, nelle mani di malandrini senza fede e senza morale, che conducono verso il disordine e il vizio, perché,  avendo rinnegato positivamente il Cristo o aderendo a sette eretiche, hanno perduto la luce che consente di amare l’uomo nella Verità (!).

Su entrambi questi aspetti del disfacimento familiare si pronuncia l’enciclica, con parole forti e profetiche.

Nella società domestica regna un “ordine dell’amore”, ricorda il Papa con sant’Agostino, il quale richiede da una parte la superiorità del marito sopra la moglie ed i figli, e dall’altra la pronta sottomissione e ubbidienza della moglie, non per forza, ma quale è raccomandata dall’Apostolo in quelle parole: « Le donne siano soggette ai loro mariti, come al Signore, perché l’uomo è capo della donna, come Cristo è capo della Chiesa » (27).

Quanto poi al grado ed al modo di questa soggezione della moglie al marito, essa può essere varia secondo la varietà delle persone, dei luoghi e dei tempi; anzi, se l’uomo viene meno al suo dovere, tocca alla moglie supplire nella direzione della famiglia. Ma in nessun tempo e luogo è lecito sovvertire o ledere la struttura essenziale della famiglia stessa e la sua legge fermamente stabilita da Dio (29).

Parte di questo sovvertimento è, indubbiamente, la questione falsa della c. d. emancipazione femminile, dove gli “stessi maestri di errori che offuscano il candore della fedeltà e della castità coniugale, facilmente scalzano la fedele ed onesta sottomissione della moglie al marito:

E la chiamano emancipazione « sociale », « economica », « fisiologica »; fisiologica in quanto vogliono che la donna, a seconda della sua libera volontà, sia o debba essere sciolta dai pesi coniugali, sia di moglie, sia di madre (e che questa, più che emancipazione, debba dirsi nefanda scelleratezza, già abbiamo sufficientemente dichiarato); eman­cipazione economica, in forza della quale la moglie all’insaputa e contro il volere del marito, possa liberamente avere, trattare e amministrare affari suoi privati, trascurando figli, marito e famiglia; emancipazione infine sociale, in quanto si rimuo­vono dalla moglie la cura domestica sia dei figli come della famiglia, affinché, mettendo questa da parte, possa assecon­dare il proprio genio e dedicarsi agli affari e agli uffici anche pubblici (75).

Ma neppure questa è vera emancipazione della donna, né è la ragionevole e dignitosa libertà che si conviene al com­pito cristiano e nobile di donna e di moglie; ma piuttosto è corruzione dell’indole femminile e della dignità materna e perversione di tutta la famiglia, in quanto il marito resta privo della moglie, i figli della madre, la casa e tutta la famiglia della sua sempre vigile custode. Che anzi questa falsa libertà e innaturale uguaglianza coll’uomo torna a danno della stessa donna; giacché, se la donna scende dalla sede veramente re­gale, a cui, tra le domestiche pareti, fu dal Vangelo innalzata, presto ricadrà nella vecchia servitù (se non di apparenza, certo di fatto) e ridiventerà, come nel paganesimo, un mero oggetto dell’uomo”.

Parole queste che, per quanto poi effettivamente accaduto con la grande apostasia, non possono che riscuotere pieno consenso, in sede di analisi profonda della micidiale crisi.

Tra le questioni coraggiosamente riaffermate figura, in gran risalto, la ferma intenzione della Chiesa di ancorare l’unità e l’indissolubilità del matrimonio direttamente al contratto di diritto naturale, stabilito da Dio Creatore: perciò si tratta di un’unità e di una indissolubilità forti, che non sono ancorate al sacramento: non vi è matrimonio vero, ma mercimonio, se si escludono l’unità e la perennità del vincolo!

Mentre il sacramento, che produce la grazia per sostenere gl’impegni del matrimonio, è assolutamente obbligatorio per i cattolici: senza di esso, non di matrimonio si tratta, ma di unione illecita; e si ricade nella stessa situazione dei non credenti, che sono fuori dalla Chiesa di Cristo.

L’ancoraggio della unione una e indissolubile dei coniugi direttamente al contratto, consente alla Chiesa la piena potestà di governo della famiglia in se stessa, a prescindere dalla fede religiosa in essa professata. E questo perché la famiglia è la cellula fondamentale della società e della stessa Chiesa, il disegno divino su di essa è un disegno “forte”, che non attiene all’opinabile e al contingente, ma all’ambito della Verità: solo la Chiesa, dunque, che di questa Verità è l’unica depositaria, ha competenza a disciplinarla.

Ma nell’enciclica esiste anche un aspetto problematico, che attiene all’ordine delle questioni negate, e il cui convergere storico e dogmatico, nel senno di quel poi con il quale ora purtroppo dobbiamo fare i conti, non è scevro da pur giuste quanto contingenti contrapposizioni dialettiche, che hanno impedito una più completa e serena impostazione di carattere dogmatico/pastorale.

Questo aspetto, sul quale si deve appena indugiare, costituisce sintomo assai rivelatore delle radici lontane della micidiale crisi che ha condotto al caos infernale nel quale oggi viviamo.

Esso si concretizza nella esclusione pura e semplice dell’eresia quale possibile causa dello scioglimento del vincolo matrimoniale.

Su questa tematica si è già detto trattando proprio della questione dei matrimoni “misti” e per “diversità di culto” nei primi secoli della Chiesa; dove si è mostrato il tormento che questa situazione ha sempre dato alla Chiesa, della diversità di opinioni sul modo di combatterli e sulla loro stessa validità canonica, messa in dubbio anche da alcuni Padri della Chiesa, e perfino negata al concilio orientale di Trullo, senza che poi i Papi condividessero tale orientamento.

Qui basta solo ribadire che l’enciclica summula richiama l’insegnamento tridentino sopra riportato; aggiungendo, però, una considerazione sulla quale si dovrà discutere, non costituendo una semplice spiegazione pastorale, per quanto autorevole, materia d’insegnamento infallibile e dunque irreformabile.

Il passo in esame è il seguente (n. 91):

“E qui deve pur essere ricordato il solenne giudizio con cui il Concilio Trídentino condannò quelle stesse stoltez­ze con l’anatema: « Chiunque dice che il vincolo del matri­monio può essere sciolto dal coniuge, a causa di eresia o di molesta coabitazione o di esagerata assenza, sia anatema » (66), e inoltre: « Chiunque dice che la Chiesa erra quando ha insegnato e insegna che, secondo la dottrina evangelica ed apostolica, non può essere sciolto il vincolo del matrimonio per l’adulterio di uno dei coniugi, e che nessuno dei due, nean­che l’innocente che non diede motivo all’adulterio, può con­trarre un altro matrimonio, vivente l’altro coniuge, e che commette adulterio, tanto colui il quale, ripudiata l’adultera, sposa un’altra, quanto colei, che abbandonato il marito, ne sposa un altro, sia anatema » (67).

La spiegazione che se ne dà è quella che segue:

“Che se non errò né erra la Chiesa in questa sua dot­trina, e perciò è del tutto certo che il vincolo del matrimo­nio non può essere sciolto neppure per l’adulterio, ne segue con evidenza che molto minor valore hanno tutti gli altri mo­tivi di divorzio molto più deboli, che sogliono o possono alle­garsi, e quindi da non prendere in considerazione.

Prima di discutere questa “spiegazione”, riporto quanto lo stesso Pontefice aveva poco prima scritto sulla deprecabilità dei matrimoni misti (nn. 85, 86), nei quali è presente, appunto, un eretico:

Molto mancano su questo punto, e talora mettendo in pericolo la loro salvezza eterna, coloro che, senza gravi mo­tivi, contraggono matrimonio misto. Da tali matrimoni misti il prudente amore materno della Chiesa distoglie i fedeli per gravissime ragioni, come risulta da molti documenti compresi in quel canone del Codice di diritto canonico, dove si legge: « La Chiesa con ogni serietà vieta dappertutto, che si con­tragga matrimonio tra due persone battezzate, delle quali una sia cattolica, l’altra appartenente a setta eretica, o scisma­tica; se poi vi è pericolo di perversione del coniuge cattolico e della prole, il matrimonio è vietato dalla stessa legge di­vina » (62). Ed anche quando la Chiesa si induce, viste le circostanze dei tempi, delle cose e delle persone, a concedere la dispensa da queste severe disposizioni (salvo il diritto di­vino e rimosso con opportune garanzie, per quanto è possi­bile, il pericolo di perversione), può difficilmente avvenire che il coniuge cattolico non abbia a risentire qualche danno da tale matrimonio.

Da esso non raramente deriva nei discendenti una dolo­rosa defezione dalla religione, o almeno il cadere facilmente nell’indifferenza religiosa, vicinissima alla incredulità ed alla empietà. Inoltre, in questi matrimoni misti, è resa molto più difficile quella viva unione degli animi, la quale deve imitare il mistero testé ricordato, cioè la misteriosa unione della Chiesa con Cristo.

Poiché verrà a mancare facilmente la stretta unione degli animi la quale, com’è segno e nota distintiva della Chie­sa di Cristo, così deve essere distintivo, decoro ed ornamento del coniuge cristiano. Infatti suole sciogliersi o almeno rallen­tarsi il vincolo dei cuori, dove vi è diversità di pensiero e di affetto circa le cose più alte e supreme venerate dall’uomo, cioè nelle verità e nei sentimenti religiosi. Quindi c’è il pe­ricolo che languisca l’amore tra i coniugi e vada in rovina la pace e la felicità della famiglia, la quale fiorisce principal­mente dall’unità dei cuori.”

Ora non vi è alcun dubbio, per le stesse parole del Papa, sulla estrema negatività e pericolosita familiare e sociale rappresentata dalla presenza di un eretico astioso e convinto tra i coniugi. E anche ammettendo che egli firmi tutte le dichiarazioni di “non belligeranza” pur di conseguire il risultato del matrimonio con il coniuge cattolico del quale si è invaghito, nulla può garantire assolutamente nulla. Tanto è vero che le allarmate dichiarazioni del Papa, per sua stessa ammissione, permangono assolutamente valide, pur in presenza delle disposizioni canoniche di “garanzia”, come le chiama.

Il Papa parla di danni gravi difficilmente evitabili, di scivolamento nell’indifferenza religiosa, vicinissima alla incredulità e all’empietà nei discendenti, di pericoloso allentamento del vincolo dei cuori, conseguente al contrasto di pensiero sulla Verità, e della conseguente perversione della famiglia, che cade nella rovina e nella infelicità.

Non parla, invece, del male certo che è all’origine di tutti questi assai probabili mali, e che consiste nella oggettiva posposizione di Gesù Cristo all’uomo nella persona del coniuge, contro l’esplicito divieto da Gesù stesso stabilito nella Scrittura (per es: Mt 10, 37-39).

Certo, è sempre arduo fare una graduatoria dei peccati mortali che affliggono la famiglia e la società, ma occorre farlo, se la graduatoria è nell’ordine naturale, e può servire ad orientare più validamente l’azione della Chiesa nel mondo. Nello stendere questa graduatoria, bisognerà, in pratica, stabilire, innanzi tutto, se, a ben riflettere, l’adulterio nella famiglia sia davvero, come dice il Papa, la cosa più grave che possa oggettivamente capitarle, e quindi più grave della presenza stessa in essa di un coniuge eretico o apostata, convinto e astioso.

Si noterà subito che si tratta di due adultéri: l’adulterio propriamente detto, che colpisce direttamente l’uomo e, perciò stesso, indirettamente, Dio che ama l’uomo; l’apostasia o eresia, che è un adulterio direttamente contro Dio/Verità e, indirettamente, contro gli uomini, che di quella Verità beneficiano. E se spesso e in pratica i due adultèri fanno gli stessi danni, occorre sommessamente riconoscere che, in linea di principio, l’apostasia, in quanto adulterio diretto e formale contro Dio che parla per mezzo della Chiesa è concettualmente più grave, per la precedenza che hanno sempre le “res sacra”.

Ma c’è ben di più. L’adulterio umano puro e semplice, per quanto infame e deprecabile, nasce spesso dalla debolezza umana, che, molto concretamente, si lascia conquistare dalle supposte migliori qualità di un diverso e più appetibile partner. Non si tratta di una corruzione generale del pensiero, che pure può coesistere, ma di un grave fatto specifico, che ben può avere esistenza autonoma, quale segno di contraddizione di un comportamento altrimenti non censurabile.

Non lo stesso può dirsi per l’apostasia o l’eresia, dove, quasi sempre, è necessario un positivo atto della volontà che stabilisca cosa è vero e cosa è falso, a prescindere da quanto dica la Chiesa. Si tratta, in questo caso, di una corruzione generale del pensiero, che condiziona potentemente tutti gli atti dell’uomo, ispirando e sostenendo iniquità su iniquità.

L’eretico è un falso profeta, sopra il quale incombe la maledizione di Isaia (5, 20), e la stessa maledizione di Cristo (Mt 7, 15-20). La sua posizione è ben più grave e lontana da Dio di quella di qualunque altro peccatore. Lo ha stabilito con certezza teologica il Papa Paolo IV nella sua durissima Bolla “Cum ex Apostolatus Officio”, contenente magistero infallibile e, dunque, irreformabile, ai sensi del Concilio Vaticano (Cost. “Pastor Aeternus”), Bolla diretta a prevenire e a reprimere l’eresia nel magistero nella Chiesa.

In essa, infatti, spiega che la severità delle pene è talmente elevata perché è fatta in odio a così grave crimine (l’eresia), in rapporto al quale nessun altro può essere più grave e pernicioso nella Chiesa di Dio (!); e perché essa è diretta ad impedire che il Falso Profeta/Abominio della Desolazione di cui parla il profeta Daniele e lo stesso Cristo Signore alla fine della storia, abbia ad entrare nel luogo santo ch’è la Chiesa!

L’Abominio della Desolazione non è un adùltero secondo la carne ma secondo lo spirito, e cioè un falso profeta, che conduce le anime alla eterna dannazione.

L’eretico, infatti, pur essendo teologicamente esterno alla Chiesa (out group), è percepito sociologicamente interno ad essa (in group), dando al mondo intero la sciagurata sensazione che possano coesistere Chiese diverse o, peggio ancora, dottrine diverse in seno alla medesima Chiesa. Proprio come ebbe diabolicamente a sostenere Giovanni Paolo II (a  Paderborn in Germania, per esempio, nell’incontro coi rappresentanti delle chiese evangeliche del 22.6.1996)!

Eppure tutto ciò che di moralmente sovversivo è accaduto nella società Occidentale, dall’epoca di quel trionfo dell’eresia che reca il nome sinistro di “Riforma”, è stato proprio ispirato e sostenuto dai protestanti!

I quali sprofondano nel mare magnum di una sessualità sem­pre più sfrenata, ma del tutto in linea con i costumi di quella società di senza Dio che hanno contribuito potentemente a formare (sì alla masturbazione, all’uso dei profi­lattici, ai rapporti sessuali prima del matrimonio, alla contraccezio­ne, al divorzio, all’aborto! alle unioni omosessuali! – biblicamente fondate, secondo l’eretica chiesa Evangelica USA, e sì perfino al prete-gay e al vescovo-gay, come vogliono molti falsi vescovi della falsa chiesa d’Inghilterra!).

False “chiese”, dove pullulano falsissimi profeti, nelle quali non si cessa di assistere, di giorno in giorno, a nuove affermazioni contrarie alle verità di fede, quali l’ordinazione delle donne, il rifiuto del diavolo e dell’inferno, e quello della stessa resurrezione del Cristo!

Mentre altre “false chiese”acefale, che misconoscono il dogma petrino, il quale è alla base della costituzione della Chiesa (Pietro = Vicario di Cristo in terra), e che perciò stesso costituiscono una costellazione di lestofanti, per ben mille anni hanno contribuito a demolire l’immagine della Chiesa, rafforzando, nella comune convinzione, l’ipotesi della possibile coesistenza di fedi e dottrine diverse nell’unica Chiesa di Cristo.

Proprio quanto ebbe a verificare e condannare il Papa della Casti Connubi (1930), nella Mortalium Animos, contro il modernismo, scritta due anni prima(1928), in un mondo che aveva già visto immani disastri, e che s’incamminava deciso verso la fine della storia.

Furono proprio gli eretici, con le loro false dottrine e con la loro potente controtestimonianza, a creare le premesse di quell’apostasia strisciante in seno alla stessa santa Chiesa, che avrebbe condotto all’elezione dell’Abominio della Desolazione, nella persona massimamente pervertita di Giovanni XXIII, vero lupo rapace in veste di agnello (Mt 7, 15), il quale avrebbe scatenato l’Inferno sulla terra, conducendo all’apostasia conclamata e generale!

Leone XIII vide bene con la preghiera a san Michele Arcangelo, perché scongiurasse un  simile ingresso nel “luogo santo”; e san Pio X vide bene, nella Pascendi, la successione diabolica: protestantesimo, modernismo, ateismo.

Ma la vera e più completa successione della parabola infernale è la seguente, l’unica che dà corpo alla domanda retorica di Gesù sulla fede che avrebbe potuto trovato alla fine della storia (Lc 18, 8):

Eresie primordiali, ortodossia orientale, protestantesimo, umanitarismo ateo, modernismo, ateismo, indifferentismo religioso e relativismo etico esterni alla Chiesa, apostasia strisciante, Abominio della Desolazione nel luogo santo, indifferentismo religioso e relativismo etico “interni” alla Chiesa o conclamati, fine della storia, Parusìa, Giudizio.

E’ l’eresia, dunque, il male più grave nella Chiesa e per il mondo, e non l’adulterio. Perché è l’eretico, che non avendo avuto amore per la Verità che salva, riceve da Dio stesso un influsso di errore, affinchè sia accecato da quella Verità che non ha voluto accogliere, e venga così condannato (Gv 9, 39 e II Ts 2, 12)!

E se appare del tutto comprensibile l’atteggiamento durissimo del Concilio di Trento in materia di difesa del vincolo matrimoniale anche in caso di eresia, per contrastare le tesi protestanti che (quasi fossero stati loro i cattolici veri!) l’avrebbero voluto sciogliere, oggi, col senno di poi, e dopo la distruzione di ogni cosa, grazie all’influsso diabolico dell’eretico nella famiglia, nella stessa Chiesa e nel mondo intero, dobbiamo onestamente convenire che la materia prioritaria  è la strenua salvaguardia della cellula fondamentale non più della “famiglia umana”, lontanissima da Dio e dal suo progetto, ma della “famiglia cristiana” vera, e, per essa, della stessa Chiesa (!).

Anche perché la pur comprensibile difesa ad oltranza del vincolo, nel caso di eresia pertinace e molesta di un coniuge, finisce per danneggiare unicamente il coniuge cattolico. Il coniuge eretico, infatti, scomunicato e quindi fuori dalla Chiesa, è già perduto ai fini della salvezza, e non può quindi sostanzialmente aggravare la sua posizione a cagione di un possibile adulterio. Ben diversamente, il coniuge cattolico praticante, totalmente innocente, si vede ingiustamente esposto al rischio mortale di incorrere nell’adulterio, per non aver saputo resistere a quell’impulso sessuale secondo natura che aveva legittimato col matrimonio, e che adesso gli viene reso impossibile per la colpa più grave commessa volontariamente dall’altro coniuge, e cioè l’eresia; dalla quale potrebbe perfino essere tentato, perché….scioglie il vincolo!.

Occorre, dunque, un più profondo discernimento morale, che coniughi meglio la dottrina della fede con le esigenze della pastorale, per farla diventare eticamente comprensibile e, perciò stesso, “sostenibile”: questa è la via maestra!

La via concreta passa poi per una revisione abbastanza ampia del CIC sul matrimonio, per tener conto di tutto quanto accaduto, e privilegiare le nuove priorità, senza nulla rinnegare dei tempi che furono, nel più assoluto rispetto della Tradizione della Chiesa, che ha già subito tanti infami attacchi.

Tenuto conto che, per quanto detto e nello specifico ambito in esame,  la semplice separazione legale, che pure è un ideale vivamente auspicabile, assolutamente valido sul piano volontario, non può però essere imposta al coniuge totalmente innocente, se non con possibile danno grave e ingiusto per il suo equilibrio psicofisico, e conseguente possibile induzione del medesimo in gravi peccati sessuali, questa revisione deve riguardare essenzialmente:

a) gli impedimenti dirimenti, per includervi i matrimoni per disparità di culto, quelli misti e i delitti gravissimi di apostasia, eresia e scisma, escludendo ogni dispensa;

b) il privilegio paolino, da estendere, in modo niente affatto automatico, in tutti i casi, anche sopravvenuti, di coniuge eretico o comunque non credente che non voglia convivere con il coniuge cattolico senza costituire ingiuria al Creatore;

c) l’inclusione nel contratto di matrimonio dell’elemento essenziale della subordinazione funzionale o di governo della moglie al marito, quale risposta al massimamente sovversivo principio egualitaristico dei coniugi, ed al conseguente effetto dirompente della intrusione dello Stato ateo nella famiglia cristiana per la realizzazione dei propri fini.

Senza toccare il codice, poi, si avverte l’assoluta necessità di una pastorale che conduca ad una drastica separazione di responsabilità tra coniuge veramente innocente e coniuge colpevole nella rottura del matrimonio tra cattolici, in tutti i casi di maggiore gravità morale e sociale (adulterio continuato e aggravato, sottrazione volontaria e ingiustificata ai doveri di unione coniugale), e nella conseguente estrema cautela di giudizio sulla effettiva responsabilità interiore del coniuge innocente o sul grado di essa, nel caso in cui, in seguito al gravissimo danno subito, operi unioni illecite.

Più che in altri casi, infatti, bisognerà richiamare alla mente i passi evangelici che vietano di giudicare, per non essere giudicati (Mt 7, 1-2), di legare pesanti fardelli sulle spalle altrui (Mt 23,4), e l’affermazione di Gesù il Cristo secondo la quale “il suo giogo è dolce e il suo carico è leggero” (Mt 11, 28-30). Non solo per non essere intollerabilmente cinici, ma finanche, e secondo la stessa Parola di Dio, per non apparirlo (I Cor 6, 12; 8, 11; 9, 19-22)!

Tutto ciò considerato, le modifiche da apportare al vigente CIC potrebbero essere auspicabilmente le seguenti:

Al vigente codice di diritto canonico sono apportate le seguenti modifiche in materia di matrimonio:

I canoni n.ri 1060, 1061, 1062, 1063 e 1064, sui matrimoni misti, il canone n. 1071, sugli impedimenti dirimenti, e il par. n.2 del canone n. 1120, sul privilegio paolino, sono abrogati.

Al canone n. 1070 sono aggiunti i seguenti paragrafi n.ri 3, 4 e 5:

p. 3 – E’ nullo il matrimonio contratto tra un fedele battezzato nella Chiesa Cattolica e una persona apostata, anche di fatto, eretica o scismatica, pubblica e pertinace, dovunque battezzata.

p. 4 – Se i delitti di apostasia, eresia o scisma in capo ad un coniuge sono successivi alla valida celebrazione del matrimonio, il coniuge rimasto fedele, trascorso un anno nella permanenza del fatto criminoso, senza che il coniuge colpevole abbia pubblicamente ritrattato la sua posizione secondo le disposizioni generali stabilite, e sempre che costui non si unisca amorevolmente al coniuge fedele e lo ostacoli comunque nella fede, costituendo oltraggio al Creatore, con istanza diretta all’ordinario diocesano, può invocare il privilegio della fede per chiedere di essere sciolto dal vincolo del matrimonio e contrarre un nuovo matrimonio con persona resa nota nell’istanza, che sia fedele battezzato della Chiesa Cattolica e praticante regolare.

L’ordinario, istruito il processo ed espletati gli accertamenti del caso, provvede con propria sentenza di luogo a procedere, da emettersi entro tre mesi dall’istanza, dandone comunicazione alla Sede Apostolica.

Il matrimonio si scioglie all’atto della valida celebrazione del nuovo autorizzato matrimonio.

p. 5 – Le disposizioni di cui al paragrafo precedente si applicano anche in favore del coniuge convertito e battezzato nella fede della Chiesa che provenga dall’apostasia, eresia o scisma, da altri culti ovvero da nessun culto.

In tal caso, trascorso un anno dal sacramento della riconciliazione che annulli ogni scomunica, per i battezzati antecedenti alla criminale elezione del cardinale Roncalli, o del battesimo sub condizione, per i battezzati successivi a tale elezione, o del battesimo solenne puro e semplice per i non battezzati, il coniuge convertito può invocare in suo favore l’applicazione del privilegio paolino in favore della fede, se nella posizione e alle condizioni contemplate nel precedente paragrafo n. 4.

 

[Questa parte finale va tuttavia rivista, per eventuali integrazioni, subito dopo aver tradotto in Italiano l’intero CIC sul matrimonio (operazione in corso)].

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