Sulle devozioni “pseudo-mariane” e sulle “misericordie” troppo facili

image001[1]Segnalato e scritto da Carlo Di Pietro

Si legge, in alcuni scritti, che certi mantra o devozioni “para e/o pseudo mariane” —a mo’ quasi di formula magica— certamente hanno il “potere” di calpestare la Giustizia di Dio e di generare una certa “misericordia ad personam”. Sinceramente io avrei timore a scrivere certe fantasie, e ne spiegherò brevemente i motivi!

Stando a quel che leggo, specialmente su Facebook ed in alcuni blog “cattolici”, molti commentatori (credo e spero in buona fede), auto-dichiaratisi guidati dallo Spirito Santo e/o da qualche “veggente” contemporaneo, divulgano uno strano culto alla Vergine Maria, quasi una “fede parallela” che evidentemente cancellerebbe, già di suo, pene e colpe.

San Luigi Maria Grignon de Montfort, alle pagine 18 e succ. del suo Trattato della vera devozione a Maria, parla di “devoti presuntuosi”, di “altri falsi devoti della Vergine Santa che sono gli ipocriti” e di “devoti interessati”.

Purtroppo se oggi lo studioso contemporaneo —che non vuol assolutamente giudicare— si permette di sfatare alcuni miti della “mariologia puerile e passionale” e di smascherare alcuni “spiritismi” [cf. Bollettino ufficiale Medjugorje, 2/208, p. 81] spacciati per “messaggi mariani”, citando Magistero, cronache dell’epoca o documenti contemporanei, questi viene sottoposto —da alcuni— ad una sorta di processo inquisitorio abusivo, privo totalmente di contenuti ed altrettanto inconcludente dal punto di vista pratico, ovvero ai fini propri dell’evangelizzazione; credo, invece, che San Luigi avesse ed abbia tutti i titoli per educare alcuni “novelli apologeti” affascinati dal giudizio temerario.

I devoti presuntuosi [Op cit. n° 97]:

I devoti presuntuosi sono dei peccatori abbandonati alle proprie passioni, o degli amanti del mondo, i quali, sotto il bel nome di cristiani e di devoti della Santa Vergine, nascondono l’orgoglio, o l’avarizia, o l’impurità, o l’ubriachezza, o la collera, o la bestemmia, o la maldicenza o l’ingiustizia, ecc. Essi dormono tranquilli nelle loro cattive abitudini, senza sforzarsi molto per correggersi, con la scusa che sono devoti della Vergine e pensano che Dio li perdonerà e che non moriranno senza essersi confessati e che non andranno dannati perché recitano il Rosario, digiunano il sabato, sono iscritti la confraternita del Santo Rosario o a quella dello Scapolare, o perché sono membri di un’associazione, o portano l’abitino o la catenella della Santa Vergine, ecc. Quando si dice loro che questa devozione non è che una illusione del demonio e una pericolosa presunzione, capace di perderli, essi non lo vogliono credere; rispondono che Dio è buono e misericordioso, che non ci ha creati per dannarci e che non c’è uomo che non pecchi; dicono che non moriranno senza confessarsi e che un buon mea culpa in punto di morte basterà; e aggiungono che in più sono devoti della Santa Vergine, portano lo scapolare e recitano in suo onore ogni giorno sette Pater e sette Ave fedelmente e senza ostentazione, e anzi ogni tanto recitano pure il Rosario e l’ufficio della Santa Vergine e che digiunano, ecc. A conferma di quanto dicono e per accecarsi ancor più, raccontano qualche episodio, sentito o letto sui libri, non importa loro se vero o falso”.

Nulla, nel Cristianesimo, è più condannabile di una simile presunzione diabolica; come si può dire infatti di amare e onorare davvero la Santa Vergine, quando a causa dei propri peccati, si continua a colpire, a trafiggere, a mettere in croce e ad offendere senza pietà Gesù Cristo suo Figlio, ricorda il Santo.Sant’Ignazio di Loyola (cit. Perinde ac cadaver) smascherava anche lo spirito immondo che anima le ostinate disobbedienze; San Tommaso: “«Resistere in faccia davanti a tutti» passa [anche] la misura della correzione fraterna” [Summa Th., IIª-IIae q. 33 a. 4 ad 2].

Poi ci sono i devoti ipocriti [Op. cit. n° 102]:

Vi sono altri falsi devoti della Vergine Santa che sono gli ipocriti. Questi coprono i loro peccati e le cattive abitudini sotto il manto di questa Vergine fedele, per apparire agli occhi degli altri diversi da quello che sono”.

Infine San Luigi parla dei devoti interessati [Op. cit. n° 102]:

Un’altra categoria sono i devoti interessati, i quali ricorrono alla Vergine Santa solo per vincere qualche processo, o per evitare un pericolo, guarire da una malattia, o per qualche altro bisogno di questo genere; senza queste circostanze la dimenticherebbero. Gli uni e gli altri sono falsi devoti, senza valore davanti a Dio e alla sua santa Madre”.

San Luigi —che di certo non era “ignorante”, non era “nemico della Vergine Maria”, non aveva il “cuore indurito” e non era “cieco allo Spirito Santo”— motivava accuratamente queste sue deduzioni; aggiungeva inoltre [Op. cit. n° 90]:

Il demonio, come un falsario e ingannatore sperimentato, ha già raggirato e fatto perdere tante anime con una falsa devozione alla Santa Vergine; e ogni giorno, nella sua diabolica esperienza, si dà da fare per perderne molte altre, illudendole e facendole addormentare nel peccato, con il pretesto di qualche preghiera, recitata male, e di qualche pratica esteriore da lui suggerita. Come un falsario non contraffa di solito che l’oro e l’argento e solo raramente gli altri metalli, perché non ne vale la pena, così lo spirito maligno non falsifica tante altre devozioni, ma quelle di Gesù e di Maria, cioè la devozione all’Eucaristia e quella mariana, perché queste rappresentano ciò che l’oro e l’argento sono in confronto agli altri metalli”. [cf. Casini — Di Pietro, La vera devozione alla Vergine Maria, Segno, 2012].

Credo che anche il Concilio di Trento, che di certo non fu “anti mariano” e non fu “poco docile allo Spirito Santo”, possa venirci incontro.

Dio aveva promesso “un maestro di giustizia per illuminare le genti” (Gl. 2,23) che avrebbe portato la sua salvezza “fino agli estremi confini della terra” (Is. 49,6); Gesù, manifestatosi per Ciò che Egli era ed è, sin dal principio ed in eterno, “destinò alcuni a essere Apostoli, altri costituì pastori e dottori” (Ef. 4,14), perché annunciassero la parola di vita, per evitare che noi “fossimo sballottati da ogni vento di dottrina”; ben fermi invece sul fondamento della Fede, “fossimo compaginati nell’edificio di Dio per opera dello Spirito Santo” (Ef. 2,22).

Gesù, per evitare fraintendimenti, ovvero che qualcuno —ingannato dal maligno— potesse credere o dire che i successori degli Apostoli parlavano “come parola umana” e non “come parola di Cristo”, stabilì di conferire al loro Magistero tanta autorità da affermare: “Chi ascolta voi ascolta me; e chi disprezza voi disprezza me” (Le. 10,16). E questo non intese riferirlo solo ai presenti cui si rivolgeva, ma a tutti quelli che per legittima successione avrebbero ricevuto l’ufficio d’insegnare, perché promise di assisterli sino alla fine del mondo (cf. Mt. 28,20). [cf. Catechismo Tridentino, pubblicato dal Papa San Pio V, p.1]

Ogni sorta di dottrina che deve essere insegnata ai fedeli è contenuta nella parola di Dio, distribuita nella Sacra Scrittura e nella Tradizione; ”Tutta la Scrittura, infatti, ispirata da Dio, è utile per insegnare, convincere, correggere e formare alla giustizia, perché l’uomo di Dio sia completo e preparato per ogni opera buona” (2Tm. 3,16s).

La Genesi, come la Chiesa insegna, ci presenta la creazione dell’uomo a cui Dio volle fare dono anche della giustizia originale, e volle che l’uomo comandasse a tutti gli animali, tuttavia Adamo mancò all’obbedienza verso Dio con il trasgredirne il comando: “Mangerai i frutti di qualsiasi albero del paradiso, ma non toccherai quelli dell’albero della scienza del bene e del male, poiché il giorno in cui li toccherai ne morrai” (Gn 2,16.17). Cadde perciò in tanta disgrazia da perdere senz’altro la santità e la giustizia in cui era stato posto e da subire tutti quegli altri malanni che il Concilio Tridentino spiegò ampiamente (Sess. 5, can. 1, 2; sess. 6, can. 1). [Op. cit. p. 12].

Dio è sì misericordioso, ma la Sua misericordia non prevarica e non annulla la Sua stessa giustizia, difatti giustizia e misericordia sono due degli attributi [*] principali del vero Dio, Uno e Trino, che con assoluta veracità ci ha fatto conoscere tutto ciò che è necessario fare e sapere per salvarci. Ecco perché l’Apostolo in Atti 20:

26 Per questo dichiaro solennemente oggi davanti a voi che io sono senza colpa riguardo a coloro che si perdessero, 27 perché non mi sono sottratto al compito di annunziarvi tutta la volontà di Dio”.

Ne abbiamo già discusso abbondantemente negli studi che rilancio nelle note 1 e 2, quindi credo che sia inutile ripetersi, solamente domando con cortesia agli interessati di documentarsi per evitare appunto quei “venti di dottrina” fai da te che sono molto pericolosi, specie se poi gli stessi adorano il giudizio temerario; va detto, inoltre, che la Rivelazione termina con la morte dell’ultimo Apostolo, e questo è un dato troppo rilevante specialmente oggigiorno, dunque mi sembra opportuno ricordalo [3]. Ricordiamoci anche del peccato di scandalo e del fatto che in alcuni casi è peggiore dell’omicidio, quindi facciamo sempre attenzione a non deviare dalla retta ed integra dottrina, casomai per abbracciare “novità” o “venti” ispirati invece non si sa da quale preciso “spirito” [4].

Perché è necessaria la giustizia di Dio e perché misericordia e giustizia sono in perfetta sinergia fra loro? Come conciliare la misericordia di Dio con la giustizia dello Stesso?

Ne parlai in un mio vecchio studio rilanciando le pubblicazioni di mons. Perardi [cf. Vita eterna: l’Inferno, ed. Segno]. Cito brevemente qualche estrapolato:

  1. Supponiamo di non capire nulla, né della necessità dell’Inferno eterno, né dell’armonia sua con la bontà e con l’amor infinito di Dio. Perciò? Che cosa siamo noi, meschine creature per voler intendere e giudicare Dio? Poiché Dio ci ha rivelato l’Inferno eterno, noi sappiamo che esso non può ripugnare ma deve concordare con tutte le perfezioni di Dio, anche col suo infinito amore, con la sua infinita bontà, anche se noi non ne comprendiamo nulla. Quindi abbiamo poco da opporci: si accetta e basta;
  2. Poi considerate che non è mai troppo grave una condanna quando la si può con tanta facilità evitare. Il peccatore non ha nessun diritto di lamentarsi dell’Inferno eterno, ed è tanto meno scusabile dal momento che sa che col peccato ch’egli volontariamente commette si merita quella terribile condanna. Invece di gridare contro la bontà e l’amor di Dio che non lo salvano dall’Inferno, gridi contro la propria sciocchezza e stupidaggine che ne accetta e merita la condanna, prezzo di sì miserabile soddisfazione quale è il peccato. È lui che, peccando, fa l’ottuso contratto col demonio contro Dio: per questa miserabile soddisfazione, per questo peccato, rinunzia al Paradiso, accetta di subire la condanna all’Inferno. Dopo di ciò, come può egli lamentarsi di Dio che lo condanna all’Inferno? Ma se è lui che scientemente, deliberatamente vi si condanna col peccato, sapendo che a causa del peccato è dato certo merita l’Inferno;
  3. Inoltre pensate tutto ciò che Dio ha fatto e continua a fare per non condannare l’uomo all’Inferno, quante volte glie lo ha risparmiato e condonato: la Redenzione, la Chiesa, i Sacramenti, gli Angeli, un tesoro di grazie attuali per trattenerlo dal peccato, per richiamarlo a pentimento e conversione. Di ogni uomo che si danna, Dio deve ripetere ciò che per mezzo del Profeta lamentava del popolo d’Israele raffigurato nella vigna: “Che cos’avrei dovuto fare ancora alla mia vigna e che non glie l’abbia fatto”? (Is. 5,4);
  4. Dio non è solo infinitamente buono, ma anche infinitamente giusto e santo; perché infinitamente santo deve volere il bene e ripudiare il male. Se neppure coll’Inferno eterno minacciato, non riesce ad ottenere da tanti che pratichino il bene e fuggano il male, che cos’avverrebbe quand’Egli non avesse l’Inferno eterno? Se anche con l’Inferno eterno dobbiamo lamentare tanta iniquità sulla terra, e noi stessi cediamo così facilmente al male, che cosa accadrebbe quando non ci fosse neppur il ritegno del pensiero di quella inesorabile punizione? Senza l’Inferno eterno, la santità di Dio come potrebbe, se non altro, mostrare tutto il suo odio, tutta la sua abominazione per il male? Come la pena di morte su questa terra è l’ultima difesa e l’ultimo grido della società contro certi abominevoli delitti, così l’Inferno eterno è l’ultima difesa che Dio ha contro il male, l’ultimo grido con cui la sua santità lo ripudia. Aggiungete che solo l’Inferno eterno può spiegare la pazienza con cui Dio sopporta certe prolungate iniquità, bestemmie e insulti con cui taluni sfogano continuamente e ostinatamente l’odio che nutrono contro di Lui;
  5. Infine, Dio condannando il peccatore all’Inferno, come potrebbe poi liberarlo? Dio non può perdonare il peccato senza il pentimento soprannaturale per il quale occorrono la Grazia sua e la volontà del peccatore. Dio ha detto chiaramente e senza alcun equivoco che con la morte del peccato cessa la sua Grazia; che la morte è al termine ultimo in cui Egli chiama il peccatore, dopo il qual termine vi sarà la punizione eterna. Sapete voi il valore che ha la parola nella persona verace? Si dice tante volte che l’uomo d’onore ha la parola, che la parola sua vale più di uno scritto. E noi —che purtroppo facciamo così poco conto della parola nostra anche solennemente impegnata con Dio— pretenderemmo che Dio manchi di parola a sé stesso, alla sua santità, alla sua giustizia, ai suoi diritti di creatore? No; Egli ha non solo una parola per noi, l’ha anche per sé, pei suoi diritti, e la deve mantenere.

È vero, dobbiamo incessantemente pregare Dio affinché ci doni la grazia della vera contrizione finale, allontani da noi e dai nostri famigliari la scure della morte improvvisa in stato di peccato mortale, tuttavia non possiamo e non dobbiamo credere che qualche “rito magico” o presunta “formula/rivelazione pseudo-salvifica” possa giustificare, in punto di morte, la nostra condotta degenerata, ostinata e peccaminosa. Tutta la nostra fede, che è nel contempo razionale e di facile apprendimento, va vissuta nella giusta misura, questo per evitare di inciampare; difatti il Signore è certo clemente con i bambini, ma non ha mai parlato di “clemenza per i bamboccioni”, non a caso “piena avvertenza” e “deliberato consenso” (cf. Cat. San Pio X, peccato mortale) sono “parenti” con “l’età della ragione”. Il giorno della morte, quando ci sarà il “Giudizio individuale” [cf. Denz. M2a; M2bb]:

Un giudizio particolare con la destinazione al cielo, al purgatorio o all’inferno avviene subito (mox) dopo la morte (857s 1002 1304-1306); prima di regnare con Cristo, gli uomini debbono rendere conto davanti a lui della loro vita corporale 4168; ciascuno dovrà rendere conto davanti al tribunale di Dio della propria vita 4317; l’uomo riceverà la propria ricompensa per ciò che ha fatto nel suo corpo 443 574 1002 4168; cf. M 3b (beatitudine eterna); M 3c (la beatitudine, grazia e ricompensa); M 3d (dannazione dell’uomo)”.

In questa dinamica la cosiddetta “ignoranza vincibile” non scusa: – il peccatore vuole volontariamente ignorare qualcosa per non abbandonare il male che desidera; – trascura di informarsi; – desidera direttamente o indirettamente qualcosa che provoca l’ignoranza, ecc…; [cf. San Tommaso, Quaestio disputata de Malo] [5].

Abbiamo già parlato della Penitenza [6], quindi dell’attrizione e della contrizione (noi dobbiamo domandare a Dio l’aiuto per risultare veramente contriti), del pentimento sincero, del sano proposito e della soddisfazione; cerchiamo adesso di non farci ingannare e di non lasciarci trasportare da facili entusiasmi puerili, casomai allontanandoci —anche non volendo— dal Sacramento della Penitenza. Torneremo sull’argomento Sacramenti nei prossimi giorni… a Dio piacendo!

Pubblicazione a cura di Carlo Di Pietro (clicca qui per leggere altri studi pubblicati)

Note:
[*] Attributi. — Il primo attributo di Dio è l’immutabilità, perché secondo la parola di S. Giacomo «in Dio non vi è né cambiamento, né ombra di rivoluzione» (Iac. I, 17); – Il secondo attributo di Dio è che ogni bene gli piace, ed aborre ogni male; — Il terzo attributo di Dio è la previdenza o prescienza; — Il quarto è lapazienza; — Il quinto è la giustizia; Il sesto è la rettitudine; — Il settimo attributo di Dio è la sua liberalità infinita; — L’ottavo attributo è che Dio facilmente si placa [così i Santi non la durano mai lungo tempo nella collera e nello sdegno, anche il più giusto]; — Il nono è che Dio è pronto al perdono con quelli che l’hanno gravemente offeso; — Il decimo attributo di Dio è la sua veracità nelle parole e nelle promesse; — L’undicesimo è che in Dio non vi è accettazione di persone; — Il dodicesimo è la fermezza; — Il tredicesimo è che Dio non cerca mai i propri vantaggi e nelle opere della creazione, della redenzione, della conservazione, del governo dell’universo, non mira che al bene degli uomini e delle altre creature; — Il quattordicesimo è che Dio fa ogni cosa bene e perfettamente; — Il quindicesimo è che Dio non punisce due volte la medesima colpa. [I Tesori di Cornelio A Lapide [vol. III, Ed. Internazionale, Roma, 1949, pp. 434 e succ.]
[1] http://radiospada.org/2013/09/contro-i-falsi-profeti-il-cielo-e-la-terra-passeranno-ma-le-mie-parole-non-passeranno/
[2] http://radiospada.org/2013/09/la-tremenda-frase-degli-edicolanti-la-chiesa-apre-a/
[3] http://radiospada.org/2013/08/che-cose-la-bibbia-e-come-si-usa/
[4] http://radiospada.org/2013/07/sul-peccato-di-scandalo-non-versare-sangue-innocente/
[5] http://radiospada.org/2013/10/confusione-e-belligeranza-nel-cattolicesimo-contemporaneo-la-zizzania/
[6] http://radiospada.org/2013/09/la-vera-contrizione-necessaria-per-non-andare-allinferno/

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Nostra Signora della Tenda

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Piccola introduzione al
«Trattato della vera devozione a Maria»
di P. Patrick Gaffney, s.m.m

San Luigi di Montfort

Inizieremo la nostra meditazione sul Trattato della Vera Devozione (VD) esaminando brevemente le circostanze in cui il libro fu scritto. Qualunque lavoro può essere interpretato in modo sbagliato se non lo si considera nel contesto appropriato. Per oggi, iniziamo a dare un’occhiata al manoscritto in se stesso.

L’opera principale di S. Luigi di Montfort fu scritta verso la fine del suo breve ministero sacerdotale, di soli 16 anni; egli stesso ci dice, in VD 10, che ciò che sta scrivendo è esattamente ciò che ha predicato per molti anni.  Secondo la tradizione, si ritiene che la stesura del Trattato avvenne nell’autunno del 1712, a La Rochelle, dove egli risiedeva in una piccola abitazione chiamata l'”Eremitaggio di S. Eloi”.

Il luogo e la data sono importanti. L’eresia del Giansenismo aveva a quel tempo raggiunto La Rochelle, e con parecchia virulenza. Il Vescovo, insieme con la vicina diocesi di Lucon aveva, nel 1712, pubblicato per la terza volta una istruzione pastorale contro il Giansenismo. Fu quindi nel bel mezzo di uno scontro aperto con il Giansenismo che il Padre da Montfort scrisse la sua opera.

Alcuni aspetti della religiosità Giansenista, se potessero essere  separati dagli errori fondamentali sulla grazia e sull’umana libertà, affermavano valori reali: semplicità nel culto, maggiore partecipazione popolare nelle funzioni religiose, amore per la Scrittura e per i Padri della Chiesa, una vita cristiana austera, il senso del peccato e il bisogno di perdono. CIONONOSTANTE, il freddo ultra-rigorismo Giansenista non poteva tollerare la predicazione di S. Luigi di Montfort. La tenerezza di Dio, l’amore infinitamente misericordioso di Gesu’, la tenera cura materna di Maria e anche, nel suo stadio piu’ avanzato, la assoluta docilità al Magistero della Chiesa, sono aspetti assenti dalla pietà Giansenista.

Il perfetto Giansenista trovava rivoltante l’esaltazione, da parte di S. Luigi di Montfort, della grandezza dell’uomo attraverso la grazia (“Colui Che È” ha voluto venire verso “colui che non è”, così che “colui che non è” possa diventare “Colui Che è”); la sua insistenza che la scrupolosità, la paura di Dio e gli scrupoli eccessivi sono di grande ostacolo nel nostro cammino verso Gesù, che è tenero e misericordioso; la sua enfasi sulla risoluta obbedianza al Santo Padre, la sua sollecita gentilezza nel confessionale, ecc.

La Vera Devozione non potè mai essere mandata giu’ dai Giansenisti. Essi erano, agli occhi di Montfort, dei falsi devoti a Nostra Signora. Sono fra quelli che, come Montfort scrive, “Se talvolta li si sente parlare di devozione a tua Madre, non è per promuoverla o per convincerne il popolo, ma solo per distruggerne gli abusi. Inoltre allo stesso tempo, per non essere devoti a Maria, costoro mancano di religiosità e di genuina devozione verso di Te (Gesu’)”.

Montfort sapeva che se costoro avessero potuto distruggere il manoscritto della sua opera su Nostra Signora, lo avrebbero fatto senz’altro. La situazione a La Rochelle nel 1712 non consentiva la sua pubblicazione.  Erano i Giansenisti le “bestie rabbiose” che vogliono lacerare il manoscritto con i loro “denti diabolici”, come il santo afferma in VD 114. È questo insieme di circostanze che portarono alla scomparsa del manoscritto, che venne ritrovato per caso soltanto nel 1842.

San Luigi de Montfort non potè pubblicare il suo manoscritto a causa dell’esplosione di giansenismo a La Rochelle nel 1712; molto probabilmente lo consegnò al Vescovo locale -un buon amico- perché lo custodisse. Ciò sembra essere quanto è dichiarato al n. 114 del Trattato. Ma che cosa accadde al manoscritto durante il resto del diciottesimo secolo, è più una congettura che un fatto provati. Il Trattato era fra i manoscritti che la piccola Comunità dei Missionari montfortani ha posseduto dopo la sua morte?

Sembrerebbe che il prezioso manoscritto  fosse in principio sistemato in una cassa (probabilmente, in un primo tempo,  presso la residenza del Vescovo e poi nella casa madre della Compagnia di Maria) e, in seguito, durante la rivoluzione francese, nascosta in un campo non ugualmente lontano dalla casa madre dei missionari  a St. Laurent-sur-Sèvre in Vandea.

In ogni caso, la Provvidenza ha ben disposto che venisse alla luce soltanto dopo che  la rivoluzione ebbe fine. Nel 1842, un prete della  Compagnia di Maria (i missionari Montfortani) stava cercando, nella piccola libreria della Casa Madre, del  materiale sullla Madonna per preparare una novena che aveva in previsione di predicare. Separati dai libri,  dei manoscritti -qualcuno assai vecchio – erano stati impilati in fretta e furia su un paio di scaffali, in un angolo della libreria.

Rovistando tra questi, ne trovò uno che sembrava particolarmente bello; infatti conteneva la dottrina della consacrazione totale -la santa schiavitu’ di amore- che la Comunità predicava con devozione. La dottrina era Montfort allo stato puro puro. Portò immediatamente il manoscritto all’ ufficio del Padre Generale, che senza alcuna esitazione riconobbe la scrittura a mano come quella del Padre de Montfort. Fu suonata la campana a festa per raccogliere insieme sia i padri che i fratelli della Compagnia di Maria e le Figlie di sapienza, la cui casa madre è adiacente a quella dei missionari

Le sorelle cominciarono immediatamente a copiare il manoscritto originale che fu poi pubblicato in forma di libro nel1843 (127 anni dopo la morte del suo autore!) a cura del rettore del seminario locale, che poco tempo dopo, entrò nella Compagnia di Maria.

Il manoscritto non aveva titolo, dato che le sue prime 90 pagine erano state strappate come pure erano andatete perse alcune pagine alla fine.
L’ unico titolo che Montfort fornisce al suo lavoro è in VD 227: “Preparazione per il regno di Gesù Cristo”. Tuttavia, il primo editore lo intitolò: Trattato della vera devozione  a Maria? E quel titolo riamase fissato.

E così il paragrafo 114 assunse un significato non previsto da S. Luigi di Montfort:

[114] Prevedo che molte bestie frementi verranno infuriate per dilaniare con i loro denti diabolici questo piccolo scritto e colui del quale lo  Spirito Santo si è servito per scriverlo, o almeno per seppellirlo nelle  tenebre e nel silenzio d’un cofano, perché non sia pubblicato.
Assaliranno anzi, e perseguiteranno quelli e quelle che lo leggeranno e lo metteranno in pratica. Ma non importa! Tanto meglio! Questa visione mi  dà coraggio e mi fa sperare un grande successo, cioè la formazione di uno squadrone di bravi e valorosi soldati di Gesù e di Maria, dell’uno e dell’altro sesso che combattano il mondo, il diavolo e la natura corrotta, nei tempi difficili più che mai vicini. «Chi legge comprenda». «Chi può capire, capisca».

A Dio piacendo siamo ora fra coloro che leggono e mettono in pratica quanto esso contiene. Montfort dichiara che il maligno ci attaccherà e perseguiterà per questo nostro agire, tanto potente è questo libro nell’ introdurci nella vita della stessa SS. Trinità. Pronti ugualmente per continuare?

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MODO DI RECITARE SANTAMENTE IL ROSARIO  

San Luigi Maria Grignion de Montfort

Tradotto dal francese basandosi sulle edizioni: Monfortana, Cantagalli, Monfortana inglese, Monfortana spagnola

Il segreto meraviglioso del santo Rosario

41ª Rosa

116. Non la lunghezza ma il fervore della preghiera piace a Dio e ne conquista il cuore. Una sola Ave Maria detta bene è più meritoria di centocinquanta dette male. Quasi tutti i cattolici recitano il Rosario, o una parte o almeno qualche decina di Ave; perché allora sono tanto pochi quelli che si correggono dei loro peccati e avanzano nella virtù, se non perché non fanno queste preghiere come si deve?

117. Vediamo dunque il modo in cui bisogna recitarle per piacere a Dio e diventare più santi.

In primo luogo bisogna che la persona che recita il santo Rosario sia in stato di grazia o almeno risoluta a uscire dal peccato, perché tutta la teologia ci insegna che le buone opere e le preghiere fatte in peccato mortale sono opere morte, che non possono essere gradite a Dio né meritare la vita eterna; è in questo senso che è scritto: «Non est speciosa laus in ore peccatoris» (Sir 15,9).

La lode e il Saluto angelico e la stessa Orazione domenicale non è gradita a Dio quando esce dalla bocca di un peccatore impenitente: «Populus hic labiis me honorat, cor autem eorum longe est a me» (Mc 7,6).

Le persone che si iscrivono nelle mie confraternite — dice Gesù Cristo — e recitano ogni giorno il Rosario intero o una parte senza nessuna contrizione dei loro peccati mi onorano con le loro labbra, ma il loro cuore è molto lontano da me.

Ho detto: «o almeno risoluta a uscire dal peccato», 1º perché se bisognasse assolutamente essere in grazia di Dio per fare delle preghiere che gli fossero gradite, ne seguirebbe che quelli che sono in peccato mortale non dovrebbero affatto pregare, benché ne abbiano più bisogno dei giusti, affermazione che è un errore condannato dalla Chiesa, e così non bisognerebbe mai consigliare a un peccatore di dire il Rosario perché gli sarebbe inutile; 2º perché se con la volontà di rimanere nel peccato e senza nessuna intenzione di uscirne, ci si iscrivesse in una confraternita della Santa Vergine o si recitasse il Rosario o qualche altra preghiera, si sarebbe del numero dei falsi devoti di Maria, devoti presuntuosi e impenitenti, che, sotto il suo manto, con lo scapolare sul petto o il rosario in mano gridano: Vergine santa, Vergine buona, Ave Maria, eppure crocifiggono e feriscono crudelmente Gesù con i loro peccati e cadono, dal mezzo delle più sante confraternite della Santa Vergine, in mezzo alle fiamme dell’inferno.

118. Consigliamo il santo Rosario a tutti: ai giusti per perseverare e crescere nella grazia di Dio, e ai peccatori per uscire dai loro peccati. Ma non sia mai che noi esortiamo un peccatore a fare del manto di protezione di Maria, un manto di dannazione per nascondere le sue colpe, e a mutare il Rosario, che è un rimedio a tutti i mali, in un veleno mortale e funesto. Corruptio optimi pessima.

«Bisogna essere angeli di purezza, dice il dotto cardinal Ugo, per accostarsi alla Santa Vergine e recitare la Salutazione angelica. La Madonna fece un giorno vedere a un impudico, che recitava il santo Rosario regolarmente tutti i giorni, dei bei frutti in un recipiente sporco d’immondizia. Egli ne ebbe ribrezzo e la Vergine gli disse: “Ecco come mi servi, mi offri delle belle rose in un vaso sporco e corrotto. Giudica se posso gradirle”» (Rosier mystique, 8ª decina, c. 1).

42ª Rosa

119. Per pregare bene non basta esporre le nostre domande con la più eccellente maniera di pregare che è il Rosario, occorre anche una grande attenzione, perché Dio ascolta la voce del cuore più che quella della bocca. Pregare Dio con distrazioni volontarie sarebbe una grande irriverenza che renderebbe infruttuosi i nostri Rosari e ci riempirebbe di peccati. Come si osa domandare a Dio che egli ci ascolti, se non ci ascoltiamo noi stessi e se, mentre preghiamo questa terribile maestà che fa tutto tremare, ci arrestiamo volontariamente a correre dietro a una farfalla? Ciò è allontanare da sé la benedizione di questo gran Signore e cambiarla nella maledizione fatta contro coloro che compiono l’opera di Dio con negligenza: «Maledictus qui facit opus Dei neglegenter» (Ger 48,10).

120. Certo, non ti è possibile recitare il Rosario senza qualche distrazione involontaria. Anzi è molto difficile dire anche solo un’Ave Maria senza che la fantasia, sempre irrequieta, non ti tolga un poco della tua attenzione. Puoi però recitarlo senza distrazioni volontarie e devi prendere ogni precauzione per diminuire le involontarie e tenere a freno la fantasia.

A tal fine mettiti alla presenza di Dio, pensa che Dio e la sua santa Madre ti guardano, che il tuo Angelo custode alla tua destra coglie le tue Ave Maria come altrettante rose, se dette bene, per farne una corona a Gesù e a Maria, e che al contrario il demonio è alla tua sinistra e ti gira attorno per divorare le tue Ave Maria e segnarle sul suo libro di morte, se non sono dette con attenzione, devozione e modestia. Soprattutto non dimenticare di offrire le decine in onore dei misteri e di rappresentarti nella fantasia Nostro Signore e la sua santa Madre nel mistero che onori.

121. «Si legge nella vita del beato Ermanno dei Premostratensi che quando diceva il Rosario con attenzione e devozione, meditando i misteri, la Santa Vergine gli appariva splendente di luce, con una bellezza e maestà che rapivano. Ma in seguito, essendosi raffreddata la sua devozione e non recitando più il Rosario che in fretta e senza attenzione, la Vergine gli apparve con il volto rugoso, triste e sgradevole. Ermanno si meravigliò di un tale cambiamento, la Madre di Dio gli disse: “Appaio davanti ai tuoi occhi così come sono attualmente nella tua anima, perché da tempo tu mi tratti come una persona vile e spregevole. Dov’è il tempo in cui mi salutavi con rispetto e attenzione, meditando i miei misteri e ammirando le mie grandezze?”» (Rosier mystique, 8ª decina, c. 2).

43ª Rosa

122. Nessuna preghiera è più meritoria per l’anima e più gloriosa per Gesù e Maria del Rosario ben recitato. Ma è pure difficile il recitarlo bene e il perseverarvi, a causa particolarmente delle distrazioni che vengono come naturalmente nella ripetizione così frequente della stessa preghiera.

Quando si recita l’Ufficio della Madonna o i sette Salmi o altre preghiere il cambiamento e la diversità delle parole frenano l’immaginazione e ricreano la mente e di conseguenza aiutano l’anima a ben recitarle. Ma nel Rosario, siccome si ha sempre lo stesso Padre nostro e Ave Maria da dire e la stessa forma da rispettare, è assai difficile non annoiarsi, non addormentarsi e non abbandonarlo per fare altre preghiere più ricreative e meno noiose. Ciò fa sì che occorre infinitamente più devozione per perseverare nella recitazione del santo Rosario che in quella di qualunque altra preghiera, fosse pure il Salterio di Davide.

123. Aumentano questa difficoltà la nostra fantasia, che è così volubile da non stare quasi un momento ferma, e la malizia del demonio, instacabile nel distrarci e nell’impedirci di pregare. Che cosa non fa il maligno contro di noi mentre siamo intenti a dire il Rosario contro di lui? Aumenta il nostro naturale languore e la nostra negligenza. Prima dell’inizio della nostra preghiera aumenta la nostra noia, le nostre distrazioni e la nostra stanchezza; mentre preghiamo ci assale da ogni lato, e quando avremo terminato di dirlo con molti sforzi e distrazioni insinuerà: «Tu non hai detto nulla che valga; il tuo Rosario non vale niente, faresti meglio a lavorare e ad attendere ai tuoi affari; perdi il tuo tempo a recitare tante preghiere vocali senza attenzione; una mezz’ora di meditazione o una buona lettura varrebbe molto di più. Domani, quando sarai meno assonnato, pregherai con più attenzione, rimanda il resto del tuo Rosario a domani». Così il diavolo, con le sue astuzie, fa spesso tralasciare il Rosario tutto o in parte, o lo fa cambiare o lo fa differire.

124. Non dargli ascolto, caro confratello del Rosario, e non perderti d’animo quand’anche durante tutto il Rosario la tua fantasia fosse stata piena di distrazioni e di pensieri stravaganti, che tu hai cercato di scacciare meglio che potevi quando te ne sei accorto. Il tuo Rosario è tanto migliore quanto più è meritorio; è tanto più meritorio quanto più è difficile; è tanto più difficile quanto è meno naturalmente piacevole all’anima e quanto più è pieno di miserabili piccole mosche e formiche, che vagando qua e là nell’immaginazione malgrado la volontà, non danno all’anima il tempo di gustare ciò che dice e di riposarsi nella pace.

125. Se occorre combattere durante tutto il Rosario contro le distrazioni che ti vengono, combatti valorosamente con le armi in pugno, cioè continuando il tuo Rosario, quantunque senza alcun gusto e consolazione sensibile: è un combattimento terribile ma salutare all’anima fedele. Se deponi le armi, cioè se tralasci il Rosario, sei vinto. E allora il diavolo, vincitore della tua fermezza, ti lascerà in pace e ti rinfaccerà nel giorno del giudizio la tua pusillanimità e infedeltà. «Qui fidelis est in minimo et in maiori fidelis est» (Lc 16,10): Chi è fedele nelle piccole cose lo sarà anche nelle più grandi.

Chi è fedele nel respingere le più piccole distrazioni nella minima parte delle sue preghiere, sarà fedele anche nelle cose più grandi. Nulla di più certo, poiché l’ha detto lo Spirito Santo. Coraggio dunque, servo buono e serva fedele di Gesù Cristo e della sua santa Madre, che hai preso la decisione di dire il Rosario tutti i giorni. Le molte mosche (io chiamo così le distrazioni che ti fanno la guerra mentre preghi) non siano capaci di farti lasciare vilmente la compagnia di Gesù e di Maria, in cui sei mentre dici il Rosario. Più oltre suggerirò dei mezzi per diminuire le distrazioni.

44ª Rosa

126. Dopo aver invocato lo Spirito Santo per recitare bene il Rosario, mettiti un momento in presenza di Dio e offri le decine, come vedrai più avanti.

Prima di cominciare la decina, fermati un momento, più o meno secondo il tempo disponibile, a considerare il mistero che stai celebrando e chiedi sempre, per tale mistero e per l’intercessione della Vergine santa, una delle virtù che più risaltano nel mistero o della quale hai maggior bisogno.

Fai attenzione soprattutto a due errori ordinari che fanno quasi tutti quelli che dicono il Rosario.

Il primo è di non formulare nessuna intenzione dicendo il Rosario, di modo che se chiedi loro perché lo recitano, non sanno che rispondere. Perciò abbi sempre di mira qualche grazia da chiedere, qualche virtù da imitare o qualche peccato da eliminare.

Il secondo errore che si commette ordinariamente recitando il santo Rosario è di non avere altra intenzione, cominciandolo, che di finirlo al più presto. Questo deriva dal fatto che si vede il Rosario come una cosa onerosa, che pesa forte sulle spalle finché non lo si è detto, soprattutto se uno se ne è fatto un obbligo di coscienza o quando lo si è ricevuto come penitenza.

127. Fa pena vedere come i più recitano il Rosario. Lo dicono con una precipitazione incredibile, perfino ne mangiano le parole. Non si vorrebbe fare un complimento in questo modo ridicolo all’ultimo degli uomini, e si crede che Gesù e Maria ne saranno onorati!

E allora, perché meravigliarsi se le più sante preghiere della religione cristiana restano quasi senza frutto e se, dopo aver recitato mille o diecimila Rosari, non si è più santi?

Frena, caro confratello del Rosario, la tua precipitazione naturale nel dire il Rosario. Fai qualche pausa a metà del Padre nostro e dell’Ave Maria e una più breve dopo le parole che qui contrassegno con una crocetta.

Padre nostro, che se nei cieli, +

sia santificato il tuo nome, +

venga il tuo regno, +

sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra.

Dacci oggi il nostro pane quotidiano, +

e rimetti a noi i nostri debiti +

come noi li rimettiamo ai nostri debitori, +

e non ci indurre in tentazione, +

ma liberaci dal male. Amen.

Ave, Maria, piena di grazia, +

il Signore è con te. +

Tu sei benedetta fra le donne, +

e benedetto è il frutto del tuo seno, Gesù.

Santa Maria, Madre di Dio, +

prega per noi peccatori, +

adesso e nell’ora della nostra morte. Amen.

Dapprima farai fatica a fare queste pause, per la cattiva abitudine che hai di pregare in fretta; ma una decina detta così con calma ti sarà più meritoria di migliaia di Rosari recitati in fretta, senza riflettere e senza sostare.

128. «Il beato Alano de la Roche e altri autori, fra i quali il Bellarmino, raccontano che un buon sacerdote consigliò a tre sue penitenti, che erano sorelle, di recitare tutti i giorni devotamente il Rosario per un anno intero, al fine di confezionare un bel vestito di gloria alla Vergine Maria. Si tratta — egli diceva — di un segreto ricevuto dal cielo. Tutte e tre lo dissero per un anno. Il giorno della Purificazione, verso sera, quando esse erano già a letto, la Madonna, accompagnata da santa Caterina e da santa Agnese, entrò nella loro camera. Indossava un abito splendente di luce, sul quale era scritto da ogni lato in lettere d’oro: “Ave Maria gratia plena”. La Regina del cielo si avvicinò al letto della sorella maggiore e le disse: “Ti saluto, figlia mia, che mi hai salutato così spesso e così bene. Vengo a ringraziarti del magnifico abito che mi hai confezionato”.

Anche le due sante vergini accompagnatrici la ringraziarono, poi tutte e tre scomparvero.

Un’ora dopo la Santa Vergine, con le sue due compagne, venne ancora nella camera, vestita di un abito verde, ma senza oro e senza luce, si avvicinò al letto della seconda sorella e la ringraziò per l’abito che le aveva fatto dicendo il Rosario. Ma siccome questa seconda sorella aveva visto la Madonna apparire a sua sorella maggiore con molto più splendore, ella ne chiese il motivo. “Perché — le rispose Maria — lei mi ha fatto un abito più bello, recitando il Rosario meglio di te”.

Circa un’ora dopo, la Madonna apparve una terza volta alla più giovane delle sorelle, vestita di uno straccio sporco e strappato e le disse: “O figlia, tu mi hai vestita così, ti ringrazio”.

La giovinetta, piena di confusione, esclamò: “Possibile, Signora mia? Io vi ho vestita così male, ve ne domando perdono. Concedetemi del tempo per fare un abito più bello, recitando meglio il Rosario”. Cessata la visione, la sorella più giovane molto afflitta raccontò al confessore tutto ciò che era accaduto. Il sacerdote esortò lei e le altre sorelle a recitare il Rosario per un altro anno con più perfezione che mai, così fecero. Alla fine dell’anno, sempre nel giorno della Purificazione, la Madonna, accompagnata ancora da santa Caterina e da santa Agnese che portavano delle corone, vestita con un abito meraviglioso, apparve loro e disse: “Siate certe, figlie mie, del paradiso, vi entrerete domani con grande gioia”. A ciò tutte e tre risposero: “Il nostro cuore è pronto, nostra cara Signora, il nostro cuore è pronto”. La visione disparve. Quella stessa notte si sentirono male, mandarono a chiamare il loro confessore, ricevettero gli ultimi sacramenti e lo ringraziarono di aver insegnato loro quella santa pratica. Dopo compieta la Madonna apparve loro ancora, accompagnata da un gran numero di vergini, fece rivestire le tre sorelle con abiti bianchi, dopo di che esse si avviarono verso la celeste patria mentre gli angeli cantavano: “Venite, spose di Cristo, ricevete le corone che vi sono preparate nell’eternità”» (J. A. Coppestein, Beati F. Alani redivivi tractatus mirabilis, c. 70).

Impara diverse verità da questa storia: 1º quanto è importante avere buoni direttori che consigliano sante pratiche di pietà e specialmente il santo Rosario; 2º quanto è importante recitare il Rosario con attenzione e devozione; 3º quanto è benigna e misericordiosa la Madonna con chi si pente del passato e propone di far meglio; 4º quanto ella è generosa nel ricompensare in vita, in morte e nell’eternità, i piccoli servizi che a lei rendiamo fedelmente.

45ª Rosa

129. Aggiungo che bisogna recitare il santo Rosario con modestia, cioè, per quanto è possibile, in ginocchio, con le mani giunte e la corona fra le dita. Tuttavia chi è malato può dirlo stando a letto, chi è in viaggio può dirlo camminando, chi per qualche infermità non può stare in ginocchio può dirlo in piedi o seduto. Si può anche recitarlo lavorando, quando non si può lasciare il proprio lavoro, per soddisfare i doveri della propria professione, perché il lavoro manuale non è sempre contrario alla preghiera vocale.

È vero che l’anima nostra, essendo limitata nell’esercizio delle proprie facoltà, quando è attenta al lavoro manuale è meno attenta alle operazioni dello spirito, qual è la preghiera; ma tuttavia, nella necessità, questa preghiera ha il suo valore agli occhi della Vergine santa, che ricompensa più la buona volontà che l’azione esteriore.

130. Ti consiglio di dividere la recita dell’intero Rosario in tre parti o in tre tempi della giornata; è meglio che recitarlo tutto in una volta.

Se non trovi tempo sufficiente per dirne una terza parte tutta insieme, recita ora una decina e ora un’altra; ti riuscirà in tal modo di recitare l’intero Rosario prima di andare al riposo, nonostante le tue occupazioni.

Imita in questo la fedeltà di san Francesco di Sales. Una volta, essendo molto stanco per le visite che aveva fatto durante la giornata, verso mezzanotte si ricordò che gli rimanevano ancora alcune decine di Rosario da recitare. Si inginocchiò e le disse prima di mettersi a letto, benché il suo cappellano, che lo vedeva affaticato, cercasse di convincerlo a rimandare la recita all’indomani.

Imita anche la fedeltà, la modestia e la devozione di quel santo religioso, di cui parlano le cronache di san Francesco, che prima di pranzo soleva recitare un Rosario con molta attenzione e modestia. Ne ho parlato più sopra (7ª Rosa).

46ª Rosa

131. Di tutte le maniere di recitare il santo Rosario la più gloriosa per Dio, la più salutare per l’anima e la più temuta dal demonio è quella di salmodiarlo, ossia recitarlo pubblicamente a due cori.

Dio ama le assemblee. Tutti gli angeli e i beati riuniti insieme in cielo cantano incessantemente le sue lodi. I giusti riuniti in diverse comunità sulla terra pregano in comune giorno e notte. Nostro Signore ha consigliato espressamente questa pratica agli Apostoli e ai discepoli e promise che tutte le volte che due o tre persone si trovassero riunite nel suo nome egli sarebbe stato in mezzo a loro (Mt 18,20). Quale gioia avere Gesù in nostra compagnia! Per conseguirla basta riunirsi a recitare il Rosario. È la ragione per cui i primi cristiani si riunivano così spesso per pregare insieme, malgrado le persecuzioni degli imperatori, che proibivano loro le assemblee. Preferivano esporsi alla morte piuttosto che rinunciare a riunirsi per avere la compagnia di Gesù Cristo.

132. Questo modo di pregare è più salutare per l’anima:

1º Perché d’ordinario la mente è più attenta nella preghiera pubblica che in quella privata.

2º Quando si prega in comune le preghiere dei singoli diventano comuni a tutta l’assemblea e formano tutte insieme una sola preghiera, di modo che se uno non prega bene, un altro nell’assemblea che prega meglio supplisce al suo difetto. Il forte sostiene il debole, il fervoroso infiamma il tiepido, il ricco arricchisce il povero, il cattivo passa tra i buoni. Come vendere una misura di loglio? Basta mescolarlo con quattro o cinque staia di buon grano; tutto è venduto.

3º Chi recita il Rosario da solo ha il merito di un Rosario; ma se lo dice con trenta persone, ha il merito di trenta Rosari. Sono le leggi della preghiera pubblica. Che guadagno! che vantaggio!

4º Urbano VIII, molto soddisfatto della devozione del Rosario recitato a due cori in molti luoghi di Roma, specialmente nel convento della Minerva, accordò cento giorni di indulgenza ogni volta che si recita il Rosario a due cori, toties quoties (Breve Ad perpetuam rei memoriam). Così tutte le volte che si dice il Rosario in comune si lucrano cento giorni di indulgenza.

5º La preghiera pubblica è più efficace di quella individuale per placare la collera di Dio e attirare la sua misericordia. La Chiesa, guidata dallo Spirito Santo, l’ha sempre promossa nei tempi di calamità e di miserie pubbliche.

Papa Gregorio XIII in una Bolla dichiara doversi piamente credere che le preghiere pubbliche e le processioni dei confratelli del Rosario contribuirono molto a ottenere da Dio la grande vittoria riportata dai cristiani nel golfo di Lepanto sulla flotta turca, la prima domenica di ottobre del 1571.

133. «Luigi il Buono, di felice memoria, nell’assedio di La Rochelle, dove gli eretici rivoltosi avevano la propria roccaforte, scrisse alla regina madre di far fare preghiere pubbliche per conseguire la vittoria. La regina decise di far recitare il Rosario pubblicamente nella chiesa dei Domenicani del sobborgo di Sant’Onorato a Parigi, cosa che fu eseguita per cura dell’arcivescovo. La pia pratica ebbe inizio il 20 maggio 1628. Vi parteciparono la regina madre e la regina regnante, il duca d’Orléans, i cardinali de la Rochefoucault e de Bérulle, parecchi prelati, tutta la corte e una folla innumerevole di popolo. L’arcivescovo leggeva ad alta voce le meditazioni sui misteri del Rosario, poi cominciava il Padre nostro e l’Ave Maria di ogni decina e i religiosi con i presenti rispondevano. Al termine si portava in processione l’immagine della Madonna cantando le sue litanie.

La cerimonia si ripeté ogni sabato con fervore mirabile e la benedizione del cielo fu visibilissima: il re trionfò sugli inglesi nell’isola di Re ed entrò vittorioso in La Rochelle il giorno di Ognissanti di quel medesimo anno» (Rosier mystique, 7ª decina, c. 8). Si vede da ciò qual è la forza della preghiera pubblica.

134. Infine, il Rosario detto in comune è molto più temibile al demonio perché con tale mezzo si costituisce un’armata per combatterlo. Talvolta egli trionfa con facilità sulla preghiera del singolo, ma se è unita a quella degli altri, vi riesce difficilmente. È facile spezzare una verga sola, ma unita con parecchie altre in un fascio non si rompe più. Vis unita fit fortior. I soldati si riuniscono in corpo d’armata per sconfiggere il nemico; i malvagi si uniscono spesso per fare le loro dissolutezze e le loro danze; i demoni stessi si uniscono per rovinarci. Perché dunque i cristiani non dovrebbero riunirsi per avere la compagnia di Gesù Cristo, per placare la collera di Dio, per attirare la sua grazia e la sua misericordia, e per vincere e abbattere con più forza i demoni?

Caro confratello del Rosario, sia che tu abiti in città o in campagna, vicino alla chiesa parrocchiale o a una cappella, recati là almeno ogni sera, col permesso del parroco, e in compagnia di tutti quelli che vorranno venire recita il Rosario a due cori. Fai la stessa cosa in casa tua o in quella di altra persona del paese, se non hai la comodità della chiesa o della cappella.

135. È una santa pratica che Dio, per sua misericordia, ha stabilito nei luoghi dove ho fatto le missioni per conservarne e accrescerne i frutti, per impedire il peccato. In quei borghi e paesi, prima che si stabilisse la pratica del Rosario, si vedevano solo balli, stravizi, dissolutezze, immodestie, imprecazioni, litigi, divisioni; si udivano solo canzoni disoneste, parole a doppio senso. Ora vi si odono solo cantici e la salmodia del Padre nostro e dell’Ave Maria; si vedono solo santi gruppi di venti, trenta, cento e più persone che cantano come dei religiosi le lodi di Dio a un’ora stabilita.

Ci sono anche dei luoghi dove si recita il Rosario in comune tutti i giorni in tre tempi della giornata. Che benedizione del cielo! Siccome vi sono dei reprobi dappertutto, siate certi che vi saranno nei luoghi dove abitate dei malvagi che trascureranno di venire al Rosario, forse anche ne rideranno e faranno il possibile, con le loro cattive parole e i loro cattivi esempi, per impedirvi di continuare questo santo esercizio; ma tenete duro. Siccome questi infelici saranno per sempre separati da Dio e dal paradiso nell’inferno, bisogna che quaggiù, in anticipo, si separino dalla compagnia di Gesù Cristo e dei suoi servi e serve.

47ª Rosa

136. Popolo di Dio, anime predestinate, separatevi dai malvagi, sottraetevi da coloro che si dannano a causa della loro empietà, mancanza di devozione e ozio, senza perdere tempo, recitate spesso il Rosario con fede, con umiltà, con fiducia e con perseveranza.

In primo luogo, chi pensi seriamente al comando di Gesù di pregare sempre, all’esempio ch’egli ci ha dato, al bisogno infinito che abbiamo della preghiera a motivo delle nostre tenebre, ignoranze e debolezze e della moltitudine dei nostri nemici, certo costui non si accontenterà di recitare il Rosario una volta all’anno, come domanda la confraternita del Rosario perpetuo, o una volta alla settimana come prescrive quella del Rosario ordinario, ma lo reciterà tutti i giorni, puntualmente, come indica quella del Rosario quotidiano, sebbene non vi sia altro obbligo che quello della propria salvezza.

Oportet: bisogna, è necessario semper orare, pregare sempre, et non deficere (Lc 18,1), non smettere di pregare.

137. Sono parole eterne di Gesù Cristo che bisogna credere e mettere in pratica se non si vuol essere dannati. Spiegatele come volete, purché non le spieghiate alla moda, con l’intenzione di viverle solo alla moda. Gesù Cristo ce ne ha dato la vera spiegazione negli esempi che ci ha lasciato: «Exemplum dedi vobis, ut quemadmodum ego feci, ita et vos faciatis» (Gv 13,15). «Erat pernoctans in oratione Dei» (Lc 6,12). Come se il giorno non gli bastasse, egli impiegava anche la notte a pregare.

Ripeteva spesso ai suoi Apostoli queste due parole: «Vigilate et orate» (Mt 26,41). Vegliate e pregate. La carne è debole, la tentazione è vicina e continua. Se non pregate sempre, vi cadrete. Evidentemente essi credettero che quello che Nostro Signore diceva loro era solo di consiglio, interpretarono queste parole alla moda, perciò caddero nella tentazione e nel peccato, pur essendo nella compagnia di Gesù Cristo.

138. Caro confratello, se vuoi vivere alla moda, e dannarti alla moda, cioè di quando in quando cadere in peccato mortale, e poi andare a confessarti, evitare i peccati grossolani e scandalosi, e conservare gli onesti, non è necessario che tu faccia tante preghiere, che tu dica tanti Rosari. Una piccola preghiera al mattino e alla sera, qualche Rosario imposto per penitenza, qualche decina di Ave Maria detta alla meglio, quando ti prende l’estro, non ci vuole di più per vivere da onest’uomo. Facendo di meno ti avvicineresti al libertinaggio, facendo di più ti avvicineresti all’originalità e al bigottismo.

139. Ma se tu, da vero cristiano che vuole salvarsi e camminare sulle orme dei santi, vuoi non cadere affatto in peccato mortale, rompere tutti i lacci e spegnere tutti i dardi infuocati del diavolo, bisogna che tu preghi sempre come ha insegnato e ordinato Gesù Cristo.

Così bisogna almeno che tu dica il Rosario tutti i giorni o delle preghiere equivalenti.

Ripeto «almeno», perché col Rosario quotidiano otterrai quanto è necessario per evitare il peccato mortale, per vincere ogni tentazione, in mezzo ai torrenti dell’iniquità del mondo che travolgono spesso anche i più sicuri, in mezzo alle fitte tenebre che accecano spesso anche i più illuminati, in mezzo agli spiriti maligni che, essendo più che mai sperimentati, e avendo meno tempo per tentare, tentano con più sottigliezza e successo.

Oh! quale meraviglia della grazia del Rosario, se sfuggi al mondo, al diavolo e alla carne e al peccato e ti salvi in cielo!

140. Se non vuoi credere a quanto dico, credi alla tua propria esperienza. Io ti domando se quando facevi solo quel poco di preghiera che si fa nel mondo, e nel modo in cui si fa d’ordinario, potevi evitare certe gravi colpe che ti parevano leggere solo per la tua cecità. Apri dunque gli occhi e per vivere e morire da santo senza peccato, almeno mortale, prega sempre; recita tutti i giorni il Rosario come tutti i confratelli facevano agli inizi della confraternita. Quando la Madonna lo consegnò a san Domenico, gli ordinò di recitarlo e farlo recitare tutti i giorni; perciò il santo non riceveva nessuno nella confraternita che non fosse deciso alla recita quotidiana. Se attualmente nella confraternita del Rosario ordinario si domanda solo la recita di un Rosario alla settimana, è perché il fervore è diminuito, la carità si è raffreddata. Si trae ciò che si può da un cattivo pregatore. «Non fuit ab initio sic» (Mt 19,8).

Bisogna qui notare tre cose:

141. La prima è che se vuoi iscriverti nella confraternita del Rosario quotidiano e partecipare alle preghiere e ai meriti degli associati, non basta essere iscritti nella confraternita del Rosario ordinario, o prendere soltanto la decisione di recitare il Rosario tutti i giorni. Devi anche dare il tuo nome a chi ha la facoltà di iscrivere. È bene confessarsi e comunicarsi a quest’intenzione. La ragione di ciò è che il Rosario ordinario non contiene quello quotidiano, ma il Rosario quotidiano contiene il Rosario ordinario.

La seconda cosa da notare è che non c’è, assolutamente parlando, alcun peccato, neppure veniale, nel venir meno alla recita del Rosario quotidiano, settimanale o annuale.

La terza è che quando la malattia o un’obbedienza legittima, o la necessità, o la dimenticanza involontaria, sono causa della mancata recita del Rosario, ne hai ugualmente il merito e non perdi la partecipazione ai Rosari degli altri confratelli. Non è, quindi, assolutamente necessario che l’indomani tu dica due Rosari per supplire a quello non recitato senza tua colpa. Se però la malattia ti permette di recitare solo una parte del Rosario, la devi recitare. «Beati qui stant coram te semper. Beati qui habitant in domo tua, Domine, in saecula saeculorum laudabunt te» (1 Re 10,8; Sal 84,5). Beati, Signore Gesù, i confratelli del Rosario quotidiano che ogni giorno sono attorno e nella tua casetta di Nazaret, attorno alla tua croce sul Calvario, e attorno al tuo trono nei cieli, per meditare e contemplare i tuoi misteri gaudiosi, dolorosi e gloriosi. Oh! quanto sono felici sulla terra per le grazie speciali che prodighi loro, e quanto saranno beati in cielo dove ti loderanno in modo speciale nei secoli dei secoli.

142. In secondo luogo, bisogna recitare il Rosario con fede, secondo le parole di Gesù Cristo: «Credite quia accipietis et fiet vobis» (Mc 11,24). Credete che riceverete da Dio ciò che gli chiedete e vi esaudirà. Egli ti dirà: «Sicut credidisti, fiat tibi» (Mt 8,13): Sia fatto come hai creduto. «Si quis indiget sapientia, postulet a Deo; postulet autem in fide nihil haesitans» (Gc 1,5-6): Se qualcuno di voi manca di sapienza la domandi a Dio, con fede, senza esitare, recitando il Rosario, e gli sarà data.

143. In terzo luogo, bisogna pregare con umiltà, come il pubblicano; era con i due ginocchi a terra, e non con un ginocchio levato o su un banco come gli orgogliosi mondani; era in fondo alla chiesa e non nel santuario come il fariseo; aveva gli occhi bassi verso terra, non osando guardare il cielo, e non la testa alta guardando qua e là come il fariseo; si batteva il petto, confessandosi peccatore e chiedendo perdono: «Propitius esto mihi peccatori» (Lc 18,13) e non come il fariseo che si vantava delle sue buone opere, che disprezzava gli altri nelle sue preghiere. Guardati dall’orgogliosa preghiera del fariseo che lo rese più indurito e più maledetto. Imita invece l’umiltà del pubblicano nella sua preghiera che gli ottenne la remissione dei peccati.

Stai attento a non tendere allo straordinario e chiedere e anche desiderare delle conoscenze straordinarie, delle visioni, delle rivelazioni e altre grazie miracolose che Dio talvolta ha comunicato ad alcuni santi durante la recitazione del Rosario. Sola fides sufficit: la sola fede è sufficiente ora che il Vangelo e tutte le devozioni e pratiche di pietà sono sufficientemente stabilite.

Non omettere mai la minima parte del tuo Rosario nei momenti di aridità, di disgusto o di desolazione interiore; sarebbe un segno di orgoglio e di infedeltà. Invece, da bravo campione di Gesù e Maria, senza niente vedere, sentire, gustare, di’ semplicemente il Padre nostro e l’Ave Maria, meditando meglio che puoi i misteri.

Non desiderare la caramella e la marmellata dei bambini per mangiare il tuo pane quotidiano; ma per imitare Gesù Cristo più perfettamente nella sua agonia, prolunga qualche volta il tuo Rosario, quando fai più fatica a recitarlo: «Factus in agonia prolixius orabat» (Lc 22,43), affinché si possa dire di te ciò che è detto di Gesù Cristo, quand’era nell’agonia della preghiera: Pregava più a lungo.

144. In quarto luogo, prega con molta fiducia, che è fondata sulla bontà e la liberalità infinita di Dio e sulle promesse di Gesù Cristo. Dio è una sorgente di acqua viva che si riversa incessantemente nel cuore di quelli che pregano. Gesù Cristo è la mammella del Padre eterno piena del latte della grazia e della verità. Il desiderio più grande del Padre eterno nei nostri riguardi è di comunicarci le acque salutari della sua grazia e della sua misericordia, e grida: «Omnes sitientes venite ad aquas» (Is 55,1): Venite a bere le mie acque con la preghiera, e quando non lo si prega si lamenta che lo si abbandona: «Me dereliquerunt fontem aquae vivae» (Ger 2,13). È fare piacere a Gesù Cristo chiedergli le sue grazie e più grande piacere che uno non farebbe a una madre nutrice, le cui mammelle sono piene, succhiandole il latte. La preghiera è il canale della grazia di Dio e il capezzolo delle mammelle di Gesù Cristo. Se non le succhiamo con la preghiera come devono fare tutti i figli di Dio, egli se ne lamenta amorosamente: «Usque modo non petistis quidquam, petite et accipietis, quaerite et invenietis, pulsate et aperietur vobis» (Gv 16,24; Mt 7,7). Finora non avete chiesto nulla. Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. In più, per darci ancora più fiducia a pregarlo, ha impegnato la sua parola: che il Padre eterno ci concederà tutto quello che noi gli chiederemo nel suo nome.

48ª Rosa

Ma alla nostra fiducia uniamo, in quinto luogo, la perseveranza nella preghiera. Soltanto chi persevererà a chiedere, a cercare e a bussare, riceverà, troverà ed entrerà. Non basta chiedere qualche grazia a Dio per un mese, un anno, dieci anni, vent’anni; non bisogna stancarsi, «et non deficere», bisogna chiederla fino alla morte ed essere decisi a ottenere quello che gli si chiede per la propria salvezza o a morire, e anche bisogna unire la morte alla perseveranza nella preghiera e alla fiducia in Dio e dire: «Etiam si occiderit me, sperabo in eum» (Gb 13,15): Anche se mi uccidesse, spererò in lui e da lui quello che gli chiedo.

146. La liberalità dei grandi e ricchi del mondo si manifesta nel prevenire con i loro benefici quelli che ne hanno bisogno, prima ancora che glieli chiedano; ma Dio al contrario mostra la sua magnificenza nel lasciar chiedere e cercare a lungo le grazie che vuole concedere, e più la grazia che vuole fare è preziosa, più a lungo differisce di concederla:

1º Per aumentarla ancora di più.

2º Perché chi la riceve ne abbia una grande stima.

3º Perché badi a non perderla dopo averla ricevuta; giacché non si stima molto ciò che si ottiene subito e con poca spesa.

Persevera dunque, caro confratello del Rosario, nel chiedere a Dio col santo Rosario le grazie spirituali e materiali che ti abbisognano, in particolare la divina Sapienza che è un tesoro infinito: «Thesaurus est infinitus» (Sap 7,14), e l’otterrai presto o tardi infallibilmente, purché non tralasci il Rosario e non ti scoraggi a mezzo cammino. «Grandis enim tibi restat via» (1 Re 19,7).

Hai ancora molto cammino da fare, molte avversità da affrontare, molte difficoltà da superare, molti nemici da vincere, prima d’avere accumulato abbastanza tesori per l’eternità, abbastanza Padre nostro e Ave Maria per acquistare il paradiso e guadagnare la bella corona che attende ogni fedele confratello del Rosario.

«Nemo accipiat coronam tuam» (Ap 3,11): Stai attento che un altro, più fedele di te a dire ogni giorno il Rosario, non ti tolga la tua corona. Coronam tuam: era tua, Dio te l’aveva preparata, era tua, l’avevi già mezza guadagnata con i tuoi Rosari ben detti; ma poi ti sei fermato per strada, la buona strada in cui correvi così bene, «currebatis bene» (Gal 5,7). Un altro ti ha superato, è arrivato prima; un altro più diligente e più fedele ha acquistato e pagato, con i suoi Rosari e le sue opere buone, ciò che era necessario per avere quella corona.

«Quid vos impedivit?» (Gal 5,7). Chi ti ha impedito di avere la corona del santo Rosario? Ahimè! i nemici del santo Rosario, che sono così numerosi.

147. Credimi, solo i violenti se ne impadroniscono: «Violenti rapiunt» (Mt 11,12). Queste corone non sono per quei timidi che temono i motteggi e le minacce del mondo. Queste corone non sono per quei pigri e fannulloni, che dicono il Rosario solo con negligenza, o in fretta, o di quando in quando, secondo il capriccio. Queste corone non sono per quei codardi che si scoraggiano e depongono le armi, quando vedono tutto l’inferno scatenato contro il loro Rosario.

Se vuoi, caro confratello del Rosario, cominciare a servire Gesù e Maria recitando il Rosario tutti i giorni, preparati alla tentazione: «Accedens ad servitutem Dei, praepara animam tuam ad tentationem» (Sir 2,1). Gli eretici, i libertini, gli onest’uomini del mondo, i mezzi devoti e i falsi profeti, d’accordo con la tua natura corrotta e tutto l’inferno, ti muoveranno terribili lotte per farti abbandonare questa pratica.

148. Per premunirti contro gli attacchi, non tanto degli eretici e dei libertini dichiarati, quanto degli onest’uomini secondo il mondo e delle persone devote alle quali questa pratica non piace, riporto qui una piccola parte di quello che pensano e dicono tutti i giorni.

«Quid vult seminiverbius ille? Venite, opprimamus eum, contrarius est enim» (At 17,18; Sap 2,12). Che cosa vuol dire questo gran dicitore di Rosari, che cos’è che borbotta sempre? Che fannullone! Non fa nient’altro che dire il Rosario, farebbe meglio a lavorare, senza divertirsi con tante bigotterie. Eh, sì! basta dire il Rosario e le allodole cadranno bell’e arrostite dal cielo; il Rosario ci procurerà il pranzo. Il buon Dio dice: Aiutati che io ti aiuterò. Perché sovraccaricarsi di tante preghiere? Brevis oratio penetrat coelos; un Padre nostro e un’Ave Maria ben detti sono sufficienti. Il buon Dio non ci ha comandato il Rosario, è una cosa buona questa quando se ne ha il tempo, ma non si sarà meno salvi per questo. Quanti santi non l’hanno mai detto?

C’è gente che giudica tutti col proprio metro, ci sono indiscreti che portano tutto all’estremo, ci sono scrupolosi che mettono il peccato dove non c’è, essi dicono che tutti quelli che non dicono il loro Rosario saranno dannati.

Dire il Rosario va bene per le donnette ignoranti, che non sanno leggere. Dire il Rosario? Non è meglio dire l’Ufficio della Madonna o i sette Salmi? C’è niente di così bello come i Salmi che lo Spirito Santo ha dettato?

Tu cominci a dire il Rosario tutti i giorni; fuoco di paglia che non durerà a lungo; non è meglio prendere un impegno minore ed esservi più fedele? Andiamo, amico, credimi, fai bene la tua preghiera sera e mattino e lavora per Dio durante la giornata, Dio non ti chiede di più. Se tu non dovessi, come devi, guadagnarti la vita, ancora passi, potresti impegnarti a recitare il Rosario; puoi recitarlo la domenica e nei giorni festivi a tuo piacere, ma non i giorni feriali, quando è tempo di lavorare.

Cosa! avere una corona così grande da donnetta! Io ne ho viste di una decina, vale quanto una di quindici decine. Cosa! portare la corona alla cintura, che bigotteria; ti consiglio di mettertela al collo, come fanno gli spagnoli; sono dei grandi dicitori di Rosari, portano una grande corona in una mano, mentre hanno nell’altra un pugnale per dare un colpo a tradimento. Lascia, lascia queste devozioni esteriori, la vera devozione è nel cuore, ecc.

149. Parecchie persone di talento e grandi dottori, ma spiriti forti e orgogliosi, non ti consiglieranno quasi mai il santo Rosario; ti porteranno piuttosto a recitare i sette Salmi penitenziali o qualche altra preghiera. Se qualche buon confessore ti ha dato come penitenza un Rosario da dire per quindici giorni o un mese, non hai che d’andare a confessarti da uno di questi signori perché la tua penitenza ti sia cambiata in altre preghiere, digiuni, messe o elemosine.

Se consulti anche qualche persona d’orazione, che ci sono nel mondo, siccome non conoscono per loro esperienza l’eccellenza del Rosario, non solo non lo consiglieranno a nessuno, ma ne allontaneranno gli altri per applicarli alla contemplazione, come se il Rosario e la contemplazione fossero incompatibili, come se tanti santi devoti del Rosario non siano stati nella più sublime contemplazione.

I tuoi nemici domestici ti attaccheranno tanto più crudelmente quanto sei più unito con loro. Intendo dire le potenze della tua anima e i sensi del tuo corpo, le distrazioni della mente, le noie della volontà, le aridità del cuore, la stanchezza e le malattie del corpo, tutto questo, d’accordo con gli spiriti maligni che vi si mescoleranno, ti grideranno: Lascia il Rosario, è lui che ti dà il mal di testa; lascia il Rosario, non vi è obbligo sotto pena di peccato; almeno dinne solo una parte, le tue pene sono un segno che Dio non vuole che tu lo dica, lo dirai domani quando sarai meglio disposto, ecc.

150. Infine, caro fratello, il Rosario quotidiano ha tanti nemici che io considero come uno dei più grandi favori di Dio la grazia di perseverarvi fino alla morte.

Persevera e avrai la corona meravigliosa che è preparata nei cieli per la tua fedeltà: «Esto fidelis usque ad mortem et dabo tibi coronam» (Ap 2,10).

49ª Rosa

151. Affinché recitando il Rosario tu lucri le indulgenze concesse ai confratelli del santo Rosario, è opportuno fare qualche osservazione sulle indulgenze.

L’indulgenza in generale è una remissione della pena temporale dovuta per i peccati per l’applicazione delle soddisfazioni sovrabbondanti di Gesù Cristo, della Madonna e dei santi, contenute nel tesoro della Chiesa.

L’indulgenza plenaria è una remissione di tutta la pena dovuta al peccato. La parziale, per esempio di cento o mille anni, è la remissione di tanta pena quanto uno ne avrebbe espiata in cento o mille anni, se avesse ricevuto un tempo così lungo in proporzione alle penitenze stabilite dagli antichi canoni della Chiesa. Ora, quei canoni prescrivevano per un solo peccato mortale sette e talvolta dieci o quindici anni di penitenza, di modo che una persona che avesse commesso venti peccati mortali doveva almeno fare sette volte vent’anni di penitenza, e così via.

152. Perché i confratelli del Rosario acquistino le indulgenze bisogna: 1º che siano veramente pentiti e confessati e comunicati, come dicono le bolle delle indulgenze; 2º che non nutrano affetto per nessun peccato veniale, perché restando l’affetto la colpa resta e restando la colpa la pena non è rimessa; 3º bisogna che facciano le preghiere e le altre buone opere indicate dalla bolla. Se, secondo l’intenzione dei Papi, si può acquistare un’indulgenza parziale, per esempio di cento anni, senza lucrare la plenaria, non è sempre necessario per acquistarla essere confessati e comunicati, come sono le indulgenze annesse alla recita del Rosario, alle processioni, ai rosari benedetti, ecc. Non trascurare queste indulgenze.

153. «Il Flammin e numerosi autori riferiscono che una donzella di distinta famiglia, di nome Alessandra, miracolosamente convertita e iscritta nella confraternita del Rosario da san Domenico, apparve dopo la morte al santo e gli disse che era condannata a rimanere settecento anni in purgatorio per diversi peccati che aveva commesso e fatto commettere a molti con le sue vanità mondane. E lo pregò di darle e farle dare sollievo dalle preghiere dei confratelli del Rosario, ciò che egli fece. Quindici giorni dopo ella apparve a San Domenico più splendente del sole, essendo stata liberata così prontamente per le preghiere che i confratelli del Rosario avevano fatto per lei. Disse anche al santo che veniva da parte delle anime del purgatorio per esortarlo a continuare a predicare il Rosario e fare in modo che i loro parenti facessero loro parte dei loro Rosari, ciò di cui li avrebbero ricompensati abbondantemente quando fossero giunte in paradiso» (Cavanac, Merveilles du S. Rosaire, c. 8).

50ª Rosa

154. Per agevolarti l’esercizio del santo Rosario, ecco alcuni metodi per recitarlo santamente, con la meditazione dei misteri gaudiosi, dolorosi e gloriosi di Gesù e di Maria. Adotta quello che ti piace di più: puoi tu stesso comporne un altro, come diversi santi personaggi hanno fatto.

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