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Sull’Autorità nella Chiesa: citazioni autorevolissime da cui trarre dovute conseguenze

Un’amica ha segnalato un prezioso lavoro di ricerca, che può essere utile a coloro che ancora nutrono dubbi sulla vacanza della Sede Apostolica e sulla drastica riduzione della Visibilità della Chiesa nelle Sue fondamentali caratteristiche (Una, Santa, Cattolica, Apostolica). Non solo a loro, ma anche a certi grafomani prezzolati, che non osano dire tutta la verità per motivi di rispetto umano o, peggio, per continuare a vendere il loro prodotto, confondendo persone in buona fede; ai pavidi, che sì riconoscono i falsi pastori, ma non vogliono denunciarne gli errori pubblicamente; ai tiepidi, che preferiscono crogiolarsi nella comodità di posizioni gallicane; a tutti coloro che DEVONO rimanere Cattolici nonostante i castighi della crisi nell’Autorità e nella Chiesa.

Resistenza ai “Papi Eretici”:

Papa Innocenzo III: “Soltanto per il peccato che commettessi in materia di fede, io potrei essere giudicato dalla Chiesa” (Sermo IV in cons. Pont.. P.L. 217.670)

Papa Felice III: “Non resistere all’errore è approvarlo, non difendere la verità è ucciderla. Chiunque manca di opporsi ad una prevaricazione manifesta può essere considerato un complice occulto” (citato da Leone XIII nella sua lettera ai Vescovi italiani 08/12/1892)

Papa San Leone: “Anatematizziamo Onorio (Papa), che non ha istruito questa Chiesa apostolica con la dottrina della Tradizione apostolica ma ha permesso con un sacrilego tradimento che fosse macchiata la fede immacolata e non ha estinto, come competeva alla sua autorità apostolica, la fiamma incipiente dell’eresia, ma l’ha fomentata con la sua negligenza” (Denz.Sch. 563 e 561).

Papa Adriano II: “Onorio è stato anatematizzato dagli Orientali: però si deve ricordare che egli è stato accusato di eresia, unico crimine che rende legittima la resistenza degli inferiori ai superiori, come anche il rifiuto delle loro dottrine perniciose” (Alloc. Ili lect. in Conc. XIII, act.VII – citato da Billot. Traci, de Eccles. Christi”, tom. I, p.619).
Papa Leone XIII: “Allorché manca il diritto di comandare o il comandamento è contrario alla ragione, alla legge eterna, all’autorità di Dio, allora è lecito disobbedire agli uomini per obbedire a Dio” (Enc. “Libertas Praestantissimum n.15)

Guido da Vienne (futuro Callisto II), S.Godofredo da Amiens, S.Ugo de Grenoble e altri vescovi, riuniti nel Sinodo di Vienna (1112), inviarono al Papa Pasquale II le decisioni da loro adottate (per salvaguardare la fede n.d.r.), scrivendogli anche: “Se, come assolutamente non crediamo, sceglierete un’altra via , e vi rifiuterete di confermare le decisioni di nostra paternità, che Dio ci aiuti, poiché così ci allontanereste dalla vostra ubbidienza” (citato da Bouix. Tract. de Papa”, tornii, p.650)

“Decretimi” de Graziano: “II Papa da nessuno dev’essere giudicato, a meno che si allontani dalla fede” (Pars: I, dist.40, cap.IV, Canon “Si Papa”).

San Tommaso d’Aquino, studiando l’episodio in cui S. Paolo ha biasimato S. Pietro (cfr. Gal.II, 11-14), scrive : “Ai prelati è stato dato l’esempio di umiltà, affinché non rifiutino d’accettare rimproveri da parte dei loro inferiori e sudditi: e ai sudditi (fu dato) esempio di zelo e libertà, affinché non temano di correggere i loro prelati, soprattutto quando il crimine fosse pubblico e risultasse di pericolo per molti (…). La riprensione è stata giusta e utile e il suo motivo non era lieve: si trattava di pericolo per la preservazione della verità evangelica (…). Il modo in cui avvenne la riprensione è stato conveniente, poiché fu pubblico e manifesto. Per questo S. Paolo scrive: “Ho parlato a Cefas” cioè a Pietro, “davanti a tutti”, poiché la simulazione praticata da S. Pietro portava pericolo a tutti” (ad. Gai. II, 11-14; lect. Ili; nn. 77; 83-84).

San Tommaso d’Aquino: “Essendoci pericolo prossimo per la fede, i prelati devono essere ripresi, anche pubblicamente dai sudditi” (Sum. Teol. II-11, a XXXIII. IV, ad 2)

San Roberto Bellarmino: “Così come è lecito resistere al Pontefice che aggredisce il corpo, così è anche lecito resistere a quello che aggredisce l’anima o che perturba l’ordine civile, o, soprattutto, a quello che tentasse di distruggere la Chiesa. Dico che è lecito resistergli non facendo quello che ordina e impedendo l’esecuzione della sua volontà” (“De Rom. Pont.” Lib.II. c.29).
Il medesimo santo approvò la 15ª proposizione dei teologi di Venezia i quali dicevano che “quando il Sommo Pontefice fulmina una sentenza di scomunica ingiusta o nulla, non la si deve accettare”

Dom Guéranger: “Quando il pastore si trasforma in lupo, è al gregge che in primo luogo tocca difendersi. Senz’altro normalmente la dottrina scende dai Vescovi al popolo fedele e i sudditi, nel dominio della Fede, non devono giudicare i loro capi. Ci sono, però, nel tesoro della Rivelazione punti essenziali, che ogni cristiano, in considerazione del suo stesso titolo di cristiano, necessariamente conosce e obbligatoriamente deve difendere” (L’Année Liturgique, festa di S.Cirillo di Alessandria, pp.340-341).

Suarez: “E in questo secondo modo il Papa potrebbe essere scismatico nel caso non volesse avere con tutto il corpo della Chiesa l’unione e la congiunzione dovuta, come lo sarebbe (…) se volesse sovvertire tutte le cerimonie ecclesiastiche fondate sulla tradizione apostolica” (“De Cantate”, disp. XII, sect. I, n.2, pp.733-734).
“Se (il Papa) emanasse un ordine contrario ai buoni costumi, non gli si deve ubbidire; se provasse a fare qualcosa manifestamente opposto alla giustizia e al bene comune, sarà lecito resistergli ” (“De fide”, disp. X, sect. VI, n.16)

Cardinale Journet: “Quanto all’assioma “Dove è il Papa lì è la Chiesa” vale quando il Papa si comporta come Papa e capo della Chiesa; nel caso contrario, né la Chiesa è in lui, né lui nella Chiesa (Caietano, II, II, 39.1 “L’Eglise du Verbe Incarné”, voi. II, pp. 839-840).
La Chiesa nelle Litanie dei Santi domanda a Dio: “Affinché vi degnate di conservare nella Santa Religione il Sommo Pontefice e tutta la Gerarchia, vi preghiamo, Signore, ascoltaci!”. Ne consegue che è possibile che il Papa si allontani dalla Santa Religione…

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Può esistere un Papa notoriamente eretico?

PUÒ ESISTERE UN PAPA NOTORIAMENTE ERETICO?La differenza tra i giornalisti e studiosi cattolici liberi e quelli prezzolati a vario titolo dal Vaticano modernista o sue succursali si trova nel fatto che i primi dicono tutta la Verità e i secondi rimangono sempre mediani….ottimi venditori, ma cattolici a metà…se va bene…

di Carlo Di Pietro

Sintesi per punti del precedente studio: INTRODUZIONE – LA CHIESA E GLI STATI. LE TASSE ED IL PECCATO – LA CHIESA E LA SCIMMIA – LA CHIESA E LA VERACITÀ DI DIO – QUALE LIBERTÀ DI VOTARE? – IL MASSONE – IL MODERNISTA – IL PANCRISTIANO O FALSO ECUMENICO – IL GIUDEO TRAVESTITO DA CATTOLICO – L’APOLOGETA DELLA SODOMIA – IL COMUNISTA – VARI ALTRI SOGGETTI a) Gli “anti puritani”; b) Gli ingannatori nella procreazione; c) I prestigiatori delle unioni; d) Gli assassini di innocenti; e) Gli ingannatori o i silenti; f) I negatori della pena di morte; g) I falsi scienziati; h) Gli emancipati o i femministi; i) Gli esoteristi; l) Gli occultisti; m) Gli “stregoni bianchi”; n) I falsi guaritori; o) i linguacciuti; p) I falsi carismatici; q) I benedicenti improvvisati; r) I negatori del Demonio e dell’Inferno – CHE FARE? (cf. «Piccolo vademecum cattolico per votare bene al «referendum» di Bergoglio»).

LO SCANDALO

In questi giorni mi sono sentito in dovere di replicare ad alcuni post che propagano a macchia d’olio sul web; il loro contenuto, alquanto raccapricciante, riguarda il «papato».

Come abbiamo già studiato, lo scandalo è una violazione del quinto comandamento «non uccidere» e talvolta opera una vera strage, tanto che agli occhi di Dio è peggiore dell’omicidio. San Pietro, ragionando da uomo Simone, quando mise in discussione la volontà di Gesù Cristo fu accusato dallo stesso Maestro, che poco prima gli aveva consegnato le «Chiavi»: «Va’ indietro, satana, che mi sei di scandalo» (cf. Mt 16); Dio domanderà conto del male che si fa commettere ad altri con perfidi eccitamenti, con cattivi esempi o con insegnamenti perniciosi: «Guai all’uomo per colpa del quale viene lo scandalo» (Mt 18,7).

Propagano a macchia d’olio sul web delle contumelie indirizzate al «papato», al «papa», al «Vicario di Cristo», a colui che governa il «Corpo Mistico di Cristo» che è la «Chiesa». Il contenuto degli insulti è, si legge principalmente, “un papa può essere notoriamente eretico”. La risposta di fede cattolica è no, e sostenere delle teorie così potenzialmente disoneste offende la «retta ragione». Lo scandalo opera una vera strage , perché- ricordava il Maccono- «il male si propaga come si propaga la scintilla nel canneto, come si allarga la macchia d’olio, come si allargano i circoli concentrici che si formano, nel lago in cui si sia lasciato cadere un sassolino. Come un seme cattivo ne produce dieci, cento, mille, così uno scandalo; come un epidemico infetta una città, una provincia, così uno scandaloso». Quanto all’insegnamento, per non essere scandalosi bisogna dare corretta testimonianza o predicazione, e lo abbiamo già studiato.

LA POTESTÀ DI GIURISDIZIONE (in breve)

Sintetizzo al massimo e cerco di semplificare; per approfondimenti rimando agli studi citati. Il «papa» governa ed insegna, ha «Primato di giurisdizione» conferitogli da Cristo; ha «Potestà di giurisdizione», così come abbiamo studiato in maniera approfondita nel documento «Dalla Chiesa monarchica alla “Chiesa conciliare”: la Potestà di giurisdizione». Riassumo, per brevità, con una veloce definizione tratta dalDizionario del Cristianesimo di p. Enrico Zoffoli: «La Potestà di giurisdizione è il potere partecipato da Cristo Re e Capo della Chiesa a questa Medesima quale Società perfetta, a cui perciò spetta legiferare, giudicare, punire in foro esterno ed interno in ordine alla salvezza dei fedeli». La «Potestà di giurisdizione» è quindi il potere di insegnare, di legiferare, di giudicare, di punire, esercitato in ordine alla vita eterna, proprio dalla Chiesa come perfetta «Società giuridica», ad essa partecipato da Cristo Re, Mediatore e Pastore universale, a cui il Padre ha dato ogni potere. La responsabilità della Gerarchia in «comunione» con il «pontefice» è enorme nell’esercizio di tale e tanto potere, e lo è ancor di più nel «pontefice» medesimo. Diversamente da quello che molti credono, l’«Ordine episcopale» può anche non essere contemporaneo al conferimento della «Potestà di giurisdizione» e questo perché l’«Ordine sacro» imprime il «carattere» ma non nel contempo anche la «Potestà di Giurisdizione», che è sempre e solo conferita dal «pontefice» al «terzo», anche in un altro momento, diversamente si dovrebbe parlare di eresia «conciliarista» e non di «monarchia», così come abbiamo appreso traducendo, adeguando e studiando alcuni fondamentali scritti di apologetica del Liguori. Ai tempi della cristianizzazione dell’Irlanda, per esempio, dei vescovi non avevano «Potestà di giurisdizione», che invece veniva conferita agli abati. L’«eletto» lecitamente al «pontificato» può essere anche un laico, purché cattolico, adulto in età di ragione, sano di mente e di sesso maschile, tuttavia questi deve manifestare anche l’intenzione di ricevere l’«Ordine episcopale». Nel momento in cui l’elezione è lecita e sussistono tutti i requisiti appena elencati, l’«eletto» può accettare il «mandato» e Gesù Cristo gli conferisce il «Primato di giurisdizione». Dallo studio «Da Sant’Alfonso Maria De’ Liguori al “Vescovo Di Roma” Francesco» abbiamo appreso che tutti coloro i quali sostengono che un “papa possa essere notoriamente eretico” sono degli «inutili impugnatori dell’Autorità di Cristo» e del «papa» stesso, alla stregua dei luterani. Una delle caratteristiche della Chiesa fondata da Gesù è l’«Unità» (Una, Santa, Cattolica, Apostolica), significa che è una nella Fede, nella Morale o Costume, nel Culto e nella Disciplina.

BREVISSIMI CENNI DI DIRITTO

Il «Diritto canonico», esistente sin dal Concilio di Nicea del 325 sebbene in forma embrionale (Canones disciplinares), è costituito dall’insieme delle «Norme giuridiche» formulate dalla Chiesa che regolano l’attività della Stessa, dei fedeli e delle strutture ecclesiastiche nel mondo. Essendo la Chiesa composta da «Elemento divino» ed elementi umani, va inteso che esiste un «Diritto divino» irreformabile perché «da Dio», ed un «Diritto ecclesiastico» che può essere riformato in alcune sue parti, ma mai mortificando il «Diritto divino» né esplicitamente, né implicitamente, né direttamente, né indirettamente; il «Diritto canonico» definisce le norme stabilite dalla competente Autorità ecclesiastica, in virtù della «Potestà di giurisdizione». La Chiesa non può servire veleno ai suoi figli- diversamente da quello che facevano Giudei e Greci «sotto il dominio del peccato» (cf. Rm 3)- e la sua «Legge» persegue un determinato «Fine» che è la «Salvezza delle anime»; ecco perché la Chiesa con la sua Legge non può obbligare o indurre l’uomo al peccato, come non può indurlo alla superstizione o al falso culto. I veleni di cui parlo li abbiamo studiati sinteticamente in «Contro i falsi profeti: “il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno”». Lo «Scisma». E’ un fenomeno frequente nei rapporti umani; riferito alla Chiesa è la «separazione» dalla Medesima da parte di una porzione di fedeli e di guide, i quali scientemente si sottraggono all’obbedienza- in ragioni varie- dovuta alla Gerarchia e specialmente ai vescovi o al «pontefice». Perché si dice «che si separano»? Perché non sono i fedeli che compongono la Chiesa, ma è la Chiesa stessa o «Corpo mistico» che, accogliendo nel proprio seno gli uomini, li «compone» tra loro, facendone dei «membri» del suo Corpo (cf. Summa Th.II-II, q. 39 aa. 1-4).

L’INFALLIBILITÀ DELLA CHIESA E DEL «PONTEFICE»

Tempo fa pubblicai numerosi appassionati studi sull’argomento. Ne cito otto ben corposi che credo siano esaustivi e successivamente sintetizzo: 1) «L’infallibilità della Chiesa e del Papa: Magistero Universale e Ordinario»; 2) «Sulla necessità dell’infallibilità del pontefice e sulla condanna della collegialità»; 3) «Quando l’infallibilità del gregge diventa la fallibilità della Chiesa? Le novità sul caso Liberio»; 4) «Sull’infallibilità nella canonizzazione»; 5) «Benedetto XVI: “rileggere i documenti del concilio alla luce della tradizione”»; 6) «Sul ‘commissariamento’ dei Francescani dell’Immacolata»; 7) «“Caso” Gnocchi & Palmaro / 2. Un’analisi del pubblicista e scrittore Carlo Di Pietro»; 8) «Sulla perpetuità ed invariabilità della Chiesa». Ora, se lo ritenete opportuno, documentatevi, poiché di materiale da studiare ce n’è, ed il Catechismo ci insegna che chi trascura di informarsi e poi si fa “apologeta della fede” commette peccato di scandalo, come lo commettechi si fa “veggente” e ignorante. Quanto segue è quindi ampiamente documentato; se dovessi essere io l’ignorante, prego Dio di no, farò pubblica ammenda e cercherò di rimediare allo scandalo(*).

– Non è vero che il «pontefice» gode dell’infallibilità solamente quando insegna «ex cathedra»;

– Non è vero che il Magistero ordinario ed universale della Chiesa non è infallibile;

– Non è lecito disubbidire ordinariamente (“dogma” della disubbidienza) all’insegnamento dottrinale, morale e liturgico dell’«Autorità legittima» pur riconoscendo alla stessa «Autorità» tutti i poteri che le sono propri secondo la divina costituzione della Chiesa;

– Non è possibile che l’«Autorità legittima» promul­ghi ed imponga alla «Chiesa universale» delle leggi (rito della Messa, dei Sacramenti, Codice di diritto canonico) contenenti degli errori, delle eresie, nocive al bene delle anime;

– Non è possibile che un autentico «pontefice», vero «Vicario di Cristo», sia al tempo stesso scismatico, apostata, in rottura con la Tradizione. Se è vero «Vicario di Cristo» i suoi atti non sono da considerarsi nulli.

Agli studi su citati, aggiungo per completezza anche «Commento critico all’articolo “Parlare o tacere? Questo è il dilemma”». Sintesi per punti: a) Vogliamo essere bugiardi? Non credo …; b) La giusta causa; c) Il demonio; d) Cosa accade e che bisogna fare in caso di divisioni nella Chiesa?; e) Infallibilità? f) Il bene-fine e l’autorità; g) Le divisioni; h) (Ri)presentare i contenuti della fede?; i) Servire la verità?.

PUÒ ESISTERE UN PAPA NOTORIAMENTE ERETICO?

Alla luce di quanto su detto e consapevole del fatto che l’uomo di retta ragione non trascura di informarsi, vorrei iniziare citando san Pio X ed il suo Catechismo al n° 124 (commento p. Dragone, 1963). Domanda: «Chi è fuori della comunione dei santi?»; Risposta: «E’ fuori della comunione dei santi chi è fuori della Chiesa, ossia i dannati, gl’infedeli, gli ebrei, gli eretici, gli apostati, gli scismatici e gli scomunicati»; Spiegazione: «Eretico è il battezzato che non si sottomette al giudizio della chiesa riguardo alle verità rivelate. Seguendo il suo criterio o le sue passioni fa una scelta, accetta alcune verità ed altre le rigetta, facendo se stesso giudice della verità». L’eresia detta «materiale» si ha in chi non è consapevole; l’eresia detta «formale» si ha in chi è consapevole; il «peccato di eresia» si ha nell’errante consapevole che non fa pubblica confessione; il «delitto di eresia» si ha nell’errante consapevole che fa pubblica confessione, ovvero si manifesta eretico «formale». L’«Autorità legittima» constata l’eresia nel soggetto, il reo è «fuori della comunione dei santi». L’eretico «formale» si rifiuta con ostinazione di sottomettersi all’insegnamento ed al giudizio della Chiesa; viene espulso; non partecipa alla «comunione dei santi» e non può salvarsi; non può né insegnare e né governare, a tal proposito la Scrittura: «Lasciateli! Sono ciechi e guide di ciechi. E quando un cieco guida un altro cieco, tutti e due cadranno in un fosso!» (Mt 15,14).

BREVI CENNI SUL «CORPO MISTICO» E SUL PAPA NOTORIAMENTE ERETICO

Papa Pio XII nella Mystici Corporis distingue tra chi esce dalla Chiesa da se stesso tramite eresia, scisma o apostasia; e chi ne è cacciato fuori dall’«Autorità», dunque «Diritto ecclesiastico», cioè tramite la «scomunica». Cosa ci dice il papa amico dei deboli e dei perseguitati? «In realtà, tra i membri della Chiesa bisogna annoverare esclusivamente quelli che ricevettero il lavacro della rigenerazione, e professando la vera Fede, né da se stessi disgraziatamente si separarono dalla compagine di questo Corpo, né per gravissime colpe commesse ne furono separati dalla legittima autorità. “Poiché — dice l’Apostolo — in un solo spirito tutti noi siamo stati battezzati per essere un solo corpo, o giudei o gentili, o servi, o liberi” (1Cor 12,13). Come dunque nel vero ceto dei fedeli si ha un sol Corpo, un solo Spirito, un solo Signore e un solo Battesimo, così non si può avere che una sola Fede (cfr. Ef 4,5), sicché chi abbia ricusato di ascoltare la Chiesa, deve, secondo l’ordine di Dio, ritenersi come etnico e pubblicano (cfr. Mat 18, 17). Perciò quelli che son tra loro divisi per ragioni di fede o di governo, non possono vivere nell’unita di tale Corpo e per conseguenza neppure nel suo divino Spirito». Faccio ora un esempio. L’uomo che scientemente altera o sovverte ciò che secondo l’ordine di Dio è promulgato in documenti quali «Quo primum tempore» (san Pio V, 14 luglio 1570), oppure «Cum ex apostolatus officio» (Paolo IV, 15 febbraio 1559), oppure «Auctorem fidei» (Pio VI, 28 agosto 1794) è certamente da ritenersi come « etnico e pubblicano»; egli non ha «cura generale del gregge del Signore» e non si cura di «vigilare assiduamente per la custodia della fede […] e che siano respinti dall’ovile di Cristo coloro i quali […] insorgono contro la disciplina della vera ortodossia»; «se qualcuno avrà l’audacia di attentarvi, sappia che incorrerà nell’indignazione di Dio onnipotente e dei suoi beati Apostoli Pietro e Paolo» (Ivi.)

OPINIONI CATTOLICHE E NON MINORITARIE

Accade anche che molti nell’argomentare probabilmente partono da un presupposto errato, ovvero: “io devo documentare una vicenda, tuttavia devo citare solo ciò che fa comodo alla mia causa”- spero e prego che non capiti a me proprio adesso- ed ecco che vengono riesumate opinioni assolutamente minoritarie e già confutate, elevandole talvolta al grado di opinione unanime. Questo è gravissimo poiché, se c’è la consapevolezza, viene meno la «carità» che invece «si compiace della verità» (cf. 1Cor 13,6). Fosse anche un «papa» ad allontanarsi – nel «Governo» – con pertinacia da una verità di «Fede rivelata», a questi un «concilio», detto imperfetto, può solo comunicare che egli è stato privato di ogni «Giurisdizione». In Verità della Fede [vol. I, Marietti, 1826, p. 142] si leggono le parole del santo «Dottore utilissimo»: «La seconda cosa certa si è, che quando in tempo di scisma si dubita, chi fosse il vero papa, in tal caso il concilio può esser convocato da’cardinali, e da’ vescovi; ed allora ciascuno degli eletti è tenuto di stare alla definizione del concilio, perché allora si tiene come vacante la sede apostolica. E lo stesso sarebbe nel caso, che il papa cadesse notoriamente e pertinacemente in qualche eresia. Benché allora, come meglio dicono altri, non sarebbe il papa privato del pontificato dal concilio come suo superiore, ma ne sarebbe spogliato immediatamente da Cristo, divenendo allora soggetto affatto inabile, e caduto dal suo officio». Sant’Alfonso Maria de Liguori è appunto un «Dottore della Chiesa», la cui dottrina «è immune da qualsiasi censura teologica», come da dichiarazioni di Papa Gregorio XVI e di Papa Pio IX [Denzinger, EDB, pp. 974; cfr. Benedetto XIV, De Servorum Dei beatificatione, II, 28, § 2; Decreto della Sacra Congregazione dei Riti del 18 maggio 1803 circa l’esame delle sue opere; Risposta della Santa Penitenzieria all’arcivescovo di Besançon, 5 luglio 1831; Risposta al “confessore dubbioso”, confermata dal Papa il 22 Luglio 1831; Bolla di canonizzazione Sanctitas et doctrina del 26 maggio 1839 (Gregorio XVI, Acta, a cura di A.M. Bernasconi 2, 305a-309b); Decreto Inter eos qui del 23 marzo 1871, che gli conferisce il titolo di «dottore della chiesa» (Pio IX, Acta, 1/V, 296-298); ecc …]. Secondo la Chiesa, il Santo «ha illuminato questioni oscure e spiegato questioni dubbiose, spianando tra le avviluppate opinioni o più lassiste o più rigide dei teologi una via sicura, su cui le guide dei fedeli potessero avanzare senza inciampo» [Denzinger, EDB, pp. 975].

ALLORA COME PUÒ ESSERE PAPA ALESSADRO VI?

Come già spiegato e sviscerato più volte, papa Alessandro VI praticava la «simonia». Alcuni dicono, “non è forse la simonia una eresia” che dovrebbe, quindi, rendere invalida l’elezione, poiché noi sappiamo essere certo che un «pontefice» non può essere eretico con pertinacia né prima (ante electionem) e né durante il papato? Sebbene l’Aquinate annoveri la «simonia» nei peccati di irreligiosità e quindi la consideri un’eresia (cf. Summa Th. II-II, q. 100, a. 1), poi ci dice anche che «il Papa può incorrere nel peccato di simonia, come qualsiasi altro uomo» (ad 7um). Difatti san Pio X nella «Vacante Sede Apostolica» (25.12.1904), dispone che una «eventuale pattuizione simoniaca la quale venisse fatta intorno all’elezione del Papa non comporta la sua nullità». In questo caso, mi sembra chiaro, ci troviamo di fronte ad una «Costituzione Apostolica» in parte «dogmatica», ha valore giuridico universale e vincola, implica quindi certamente l’infallibilità nello specifico. Il precedente impedimento, particolarmente opportuno in quel momento storico, stabilito da Giulio II per un «eletto» simoniaco, era ovviamente un provvedimento, nello specifico, di «Diritto ecclesiastico», altrimenti si dovrebbe dire che san Pio X avrebbe errato nel rimuoverlo. Questo nulla toglie al “carattere vincolante” della dottrina dell’Aquinate, come già si è detto in altri studi.

L’INTERRUZIONE ANNULLA LA SUCCESSIONE?

Niente affatto e lo ho già documentato in un altro studio. Come anche l’Abbé Barbier ricordava ne I Tesori di Cornelio ALapide, «La Chiesa cattolica, apostolica, romana rimase invariabile da Gesù Cristo in qua per la sua unità nella fede, nei sacramenti, nelle sue leggi, nel’ suo capo. Ella ha veduto succedersi alla sua testa una non interrotta genealogia di sommi Pontefici e di vescovi; noi ne siamo certi per le storie e per i monumenti autentici che ci notano la succes­sione dei primi pastori non solamente di secolo in secolo, ma di anno in anno. E non importa se si è talvolta protratta per mesi ed anche per anni l’elezione di un nuovo Papa, o se sorsero antipapi; l’intervallo non distrugge la successione, perchè allora il clero ed il corpo dei vescovi sussiste tuttavia nella Chiesa, con intenzione di dare un successore al defunto Pontefice non appena le circostanze lo permettano. […] Il concilio di Costanza – ricorda il Barbier – dichiara eretico colui che intorno agli articoli di fede pensa diversamente da quello che insegna la Chiesa di Roma. Il Liguori dice essere pienamente convinto, che coloro i quali sostengono che qualunque romano Pontefice può sbagliare ne’ suoi decreti su la fede, recano nella Chiesa la peste e la rovina; e la storia prova che quelli i quali resistettero superbi ai decreti della santa Sede, cominciarono con lo scisma, finirono nell’eresia. Appoggiati a tutte queste ragioni, il Suarez (Lib. Ili, de Fid. defen.), il Bannez ed il Bellarmino (lib. IV, de Pontif. rom. c, II) dichiarano l’infallibilità del Papa quasi dogma di fede, e dicono erroneo e prossimo all’eresia il sentimento contrario. Eccetto i gallicani, che sono pochissimi, tutti i vescovi in generale riconoscono l’infallibilità del Papa».

PUÒ ESISTERE ALLORA UN PAPA AMBIGUO O “INTERPRETE”?

Il protestante interpreta (cf. Libero esame) alla luce di qualcosa di indefinito, di quella che secondo lui è “la tradizione”, mentre il cattolico odierno ha poco da interpretare- ci hanno già pensato i veri Padri, Dottori, Papi e Santi in XX secoli-, specie se va contro il dogma. Sorge il problema della presunta interpretazione (come oggi è intesa) solo in alcuni casi (eterodossi). Quando? Ci attenziona Pio VI nella «Auctorem Fidei» quando dice: «Se questa involuta e fallace maniera di dissertare è viziosa in qualsiasi manifestazione oratoria, in nessun modo è da praticare in un Sinodo, il cui primo merito deve consistere nell’adottare nell’insegnamento un’espressione talmente chiara e limpida che non lasci spazio al pericolo di contrasti [alias interpretazioni]». E di quale viziosa, involuta e fallace maniera di dissertare sta parlando qui Pio VI? Di quella degli eretici «notori» e/o «formali» o dei mentecatti «ambigui»: «[…]l’arte maliziosa propria degli innovatori, i quali, temendo di offendere le orecchie dei cattolici, si adoperano per coprire sotto fraudolenti giri di parole i lacci delle loro astuzie, affinché l’errore, nascosto fra senso e senso (San Leone M., Lettera 129 dell’edizione Baller), s’insinui negli animi più facilmente e avvenga che – alterata la verità della sentenza per mezzo di una brevissima aggiunta o variante – la testimonianza che doveva portare la salute, a seguito di una certa sottile modifica, conduca alla morte […] Però se nel parlare si sbaglia, non si può ammettere quella subdola difesa che si è soliti addurre e per la quale, allorché sia stata pronunciata qualche espressione troppo dura, si trova la medesima spiegata più chiaramente altrove, o anche corretta, quasi che questa sfrenata licenza di affermare e di negare a piacimento, che fu sempre una fraudolenta astuzia degl’innovatori a copertura dell’errore, non dovesse valere piuttosto per denunciare l’errore anziché per giustificarlo: come se alle persone particolarmente impreparate ad affrontare casualmente questa o quella parte di un Sinodo esposto a tutti in lingua volgare fossero sempre presenti gli altri passi da contrapporre, e che nel confrontarli ognuno disponesse di tale preparazione da ricondurli, da solo, a tal punto da evitare qualsiasi pericolo d’inganno che costoro spargono erroneamente. È dannosissima quest’abilità d’insinuare l’errore che il Nostro Predecessore Celestino (San Celestino, Lettera 13, n. 2, presso il Coust) scoperse nelle lettere del vescovo Nestorio di Costantinopoli e condannò con durissimo richiamo. L’impostore, scoperto, richiamato e raggiunto per tali lettere, con il suo incoerente multiloquio avvolgeva d’oscuro il vero e, di nuovo confondendo l’una e l’altra cosa, confessava quello che aveva negato o si sforzava di negare quello che aveva confessato» (Ibid.).

VARIE

Nella Chiesa non può esserci neanche peccato? Assolutamente può esserci peccato, ma sarebbe meglio se non ci fosse; per capire bene la differenza fra Chiesa e «uomini di Chiesa» consiglio di studiare «sugli “Anti-cristi” e sulla “papessa” Giovanna» e maggiormente «Dall’Inquisizione alla pedofilia. Breve difesa della Chiesa dalle false accuse».

Però si può disubbidire con ostinazione e costanza? Affatto, no. E’ già stato spiegato abbondantemente. Lo stesso Aquinate, spesso strumentalizzato, quando dichiarava «… si noti però che quando ci fosse un pericolo per la fede, i sudditi sarebbero tenuti a rimproverare i loro prelati anche pubblicamente …» (Summa Th., IIª-IIae q. 33 a. 4 ad 2) specificava ben altro, analizzando la vicenda di san Paolo e san Pietro. Si deve procedere in tal senso, con la «correzione» e non «resistere in faccia davanti a tutti»; proprio come spiegava anche sant’Agostino Contro Mani (lett. 1.1): «ci si preoccupi più della correzione degli eretici che della loro rovina». Anche il Bellarmino, mi sembra, viene talvolta strumentalizzato estrapolando delle dichiarazioni di «resistenza», ma omettendo di citare tutte le ipotizzate procedure «canoniche» da seguirsi in ragione e completamento alla «resistenza» stessa.

E chi approva gli errori tacendo? Si potrebbe riportare infinito Magistero. Per impatto emotivo del documento, vorrei estrapolare solamente dalla Inimica Vis di papa Leone XIII, proprio il frammento in cui il «Vicario di Cristo» esalta la verità e fa capire che il tacere davanti al male significa favorirne il progredire, essere collusi, essere il male stesso: «Con queste due Lettere strappammo dal viso della massoneria la maschera onde si velava agli occhi dei popoli, e la mostrammo nella cruda sua deformità, nella sua tenebrosa e funestissima azione».

Come sempre dico: sono gradite repliche. Preghiamo e speriamo che non sia caduto in errore proprio io; speriamo anche di non doverci definitivamente nascondere nelle catacombe in futuro. Mi conforta certamente sapere che un “simil Lutero” papa, sarebbe inammissibile!

Pubblicazione a cura di Carlo Di Pietro (clicca qui per leggere altri studi pubblicati)

(*)Mi sono ispirato nell’elenco in grassetto, ad una vecchia dichiarazione di rimedio allo scandalo fatta da 4 sacerdoti della IMBC fuoriusciti dalla FSSPX

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 MAGISTERO PONTIFICIO

   PUO’ UN ERETICO…ESSERE  PAPA?

cosa afferma la bolla di PAOLO IV

“CUM EX APOSTOLATUS OFFICIO”

(1559)

A cura di Raimondo Gatto

IL DOCUMENTO

Qui di seguito è pubblicata integralmente (per la prima volta in lingua italiana), la Costituzione Apostolica emanata in forma Bullae “Cum ex Apostolatus officio” il 15 marzo 1559.

La traduzione della Bolla, a causa della grand’estensione dei periodi nell’originale in lingua latina, è parsa opera difficile, perciò certe traduzioni pubblicate in altre riviste appaiono scorrette. La causa di tale infedeltà è dovuta non solo alla tendenziosità di certi traduttori che distorsero il senso originale a favore di opinioni opposte, ma alla difficoltà di certi periodi latini, molto lunghi e di forme verbali assai complicate. Il testo in lingua latina è tratto dal “Bullarium Romanum” edizione tipica pubblicata a Torino nel 1860.

Paolo, Vescovo,

Servo dei servi di Dio 

“Ad perpetuam rei memoriam”

Esordio :

Impedire il Magistero dell’errore

Poiché, a causa della carica d’Apostolato affidataci da Dio, benché con meriti non condicevoli, incombe su di noi il dovere d’avere cura generale del gregge del Signore. E siccome per questo motivo, siamo tenuti a vigilare assiduamente per la custodia fedele e per la sua salvifica direzione e diligentemente provvedere come vigilante Pastore, a che siano respinti dall’ovile di Cristo coloro i quali, in questi nostri tempi, indottivi dai loro peccati, poggiandosi oltre il lecito nella propria prudenza, insorgono contro la disciplina della vera ortodossia e pervertendo il modo di comprendere le Sacre Scritture, per mezzo di fittizie invenzioni, tentano di scindere l’unità della Chiesa Cattolica e la tunica inconsutile del Signore, ed affinché non possano continuare nel magistero dell’errore coloro che hanno sdegnato di essere discepoli della verità.

1 – Finalità della Costituzione:

Allontanare i lupi dal gregge di Cristo.

Noi, riteniamo che una siffatta materia sia talmente grave e pericolosa che lo stesso Romano Pontefice, il quale agisce in terra quale Vicario di Dio e di Nostro Signore Gesù Cristo ed ha avuto piena potestà su tutti i popoli ed i regni, e tutti giudica senza che da nessuno possa essere giudicato, qualora sia riconosciuto deviato dalla fede possa essere redarguito (possit a fide devius, redargui), e che quanto maggiore è il pericolo, tanto più diligentemente ed in modo completo si deve provvedere, con lo scopo d’impedire che dei falsi profeti o altre persone investite di giurisdizione secolare possano miserevolmente irretire le anime semplici e trascinare con sé alla perdizione ed alla morte eterna innumerevoli popoli, affidati alle loro cure e governo per le necessità spirituali o temporali; né accada in alcun tempo di vedere nel luogo santo l’abominio della desolazione predetta dal Profeta Daniele, desiderosi come siamo, per quanto ci è possibile con l’aiuto di Dio e come c’impone il nostro dovere di Pastore, di catturare le volpi indaffarate a distruggere la vigna del Signore e di tener lontani i lupi dagli ovili, per non apparire come cani muti che non hanno voglia di abbaiare, per non subire la condanna dei cattivi agricoltori o essere assimilati al mercenario.

2-Approvazione e rinnovo delle pene precedenti contro gli eretici

Dopo approfondito esame di tale questione con i nostri venerabili fratelli i Cardinali di Santa Romana Chiesa, con il loro parere ed unanime consenso, Noi, con Apostolica autorità, approviamo e rinnoviamo tutte e ciascuna, le sentenze, censure e pene di scomunica, sospensione, interdizione e privazione, in qualsiasi modo proferite e promulgate contro gli eretici e gli scismatici da qualsiasi dei Romani Pontefici, nostri predecessori o esistenti in nome loro, comprese le loro lettere non collezionate, ovvero dai sacri concili ricevute dalla Chiesa di Dio, o dai decreti dei Santi Padri, o dei sacri canoni, o dalle Costituzioni ed Ordinamenti Apostolici, e vogliamo e decretiamo che essi siano in perpetuo osservati e che si torni alla loro vigente osservanza ove essa sia per caso in disuso, ma doveva essere vigenti; inoltre che incorrano nelle predette sentenze, censure e pene tutti coloro che siano stati, fino ad ora, sorpresi sul fatto o abbiano confessato o siano stati convinti o di aver deviato dalla fede, o di essere caduti in qualche eresia, od incorsi in uno scisma, per averli promossi o commessi, di qualunque stato (uniuscuiusque status), grado, ordine, condizione e preminenza essi godano, anche se episcopale (etiam episcopali), arciepiscopale, primaziale o di altra maggiore dignità (aut alia maiori dignitate ecclesiastica) quale l’onore del cardinalato o l’incarico (munus) della legazione della Sede Apostolica in qualsiasi luogo, sia perpetua che temporanea; quanto che risplenda con l’autorità e l’eccellenza mondana quale la comitale, la baronale, la marchionale, la ducale, la regia o imperiale.

3 – Sulle pene da imporre alla gerarchia

deviata dalla fede. Legge e definizione 

dottrinale: privazione «ipso facto» 

delle cariche ecclesiastiche.

Considerando non di meno che, coloro i quali non si astengono dal male per amore della virtù, meritano di essere distolti per timore delle pene e che i vescovi, arcivescovi, patriarchi, primati, cardinali, legati, conti, baroni, marchesi, duchi, re ed imperatori, i quali debbono istruire gli altri e dare loro il buon esempio per conservarli nella fede cattolica, prevaricando peccano più gravemente degli altri in quanto dannano non solo se stessi, ma trascinano con se alla perdizione nell’abisso della morte altri innumerevoli popoli affidati alla loro cura o governo, o in altro modo a loro sottomessi; Noi, su simile avviso ed assenso (dei cardinali) con questa nostra Costituzione valida in perpetuo (perpetuum valitura), in odio a così grave crimine, in rapporto al quale nessun altro può essere più grave e pernicioso nella Chiesa di Dio, nella pienezza della Apostolica potestà (de Apostolica potestatis plenitudine), sanzioniamo, stabiliamo, decretiamo e definiamo (et definimus), che permangano nella loro forza ed efficacia le predette sentenze, censure e pene e producano i loro effetti, per tutti e ciascuno (omnes et singuli) dei vescovi, arcivescovi, patriarchi, primati, cardinali, legati, conti, baroni, marchesi, duchi, re ed imperatori i quali, come prima è stato stabilito fino ad oggi, siano stati colti sul fatto, o abbiano confessato o ne siano stati convinti per aver deviato dalla fede o siano caduti in eresia o siano incorsi in uno scisma per averlo promosso o commesso, oppure quelli che nel futuro, siano colti sul fatto per aver deviato dalla fede o per esser caduti in eresia o incorsi in uno scisma, per averlo suscitato o commesso, tanto se lo confesseranno come se ne saranno stati convinti, poiché tali crimini li rendono più inescusabili degli altri, oltre le sentenze, censure e pene suddette, essi siano anche (sint etiam), per il fatto stesso (eo ipso) e senza bisogno di alcuna altra procedura di diritto o di fatto, (absque aliquo iuris aut facti ministerio) interamente e totalmente privati in perpetuo (penitus et in totum perpetuo privati) dei loro Ordini, delle loro chiese cattedrali, anche metropolitane, patriarcali e primaziali, della loro dignità cardinalizia e di ogni incarico di Legato, come pure di ogni voce attiva e passiva e di ogni autorità, nonché‚ di monasteri, benefici ed uffici ecclesiastici (et officiis ecclesiasticis) con o senza cura di anime, siano essi secolari o regolari di qualunque ordine che avessero ottenuto per qualsiasi concessione o dispensa Apostolica, o altre come titolari, commendatari, amministratori od in qualunque altra maniera e nei quali beneficiassero di qualche diritto, benché‚ saranno parimenti privati di tutti i frutti, rendite e proventi annuali a loro riservati ed assegnati, anche contee, baronie, marchesati, ducati, regni ed imperi; inoltre, tutti costoro saranno considerati come inabili ed incapaci (inhabiles et incapaces) a tali funzioni come dei relapsi e dei sovversivi in tutto e per tutto (in omnibus et per omnia), per cui, anche se prima abiurassero in pubblico giudizio tali eresie, mai ed in nessun momento potranno essere restituiti, rimessi, reintegrati e riabilitati nel loro primitivo stato nelle chiese cattedrali, metropolitane, patriarcali e primaziali o nella dignità del Cardinalato od in qualsiasi altra dignità maggiore o minore, (aut quamvis aliam maiorem vel minorem dignitatem) nella loro voce attiva o passiva, nella loro autorità, nei loro monasteri e benefici ossia nella loro contea, baronia, marchesato, ducato, regno ed impero; al contrario, siano abbandonati all’arbitrio del potere secolare che rivendichi il diritto di punirli, a meno che mostrando i segni di un vero pentimento ed i frutti di una dovuta penitenza, per la benignità e la clemenza della stessa Sede, non siano relegati in qualche monastero od altro luogo soggetto a regola per darsi a perpetua penitenza con il pane del dolore e l’acqua dell’afflizione.

Essi saranno considerati come tali (relapsi e sovversivi) da tutti, di qualunque stato, grado, condizione e preminenza siano e di qualunque dignità anche episcopale, arciepiscopale, patriarcale, primaziale o altra maggiore ecclesiastica anche cardinalizia, ovvero che siano rivestiti di qualsiasi autorità ed eccellenza secolare, come la comitale, la baronale, la marchionale, la ducale, la regale e l’imperiale, e come persone di tale specie dovranno essere evitate (evitari) ed escluse da ogni umana consolazione.

4 – Estinzione della vacanza 

delle cariche ecclesiastiche

Coloro i quali pretendono di avere un diritto di patronato (ius patronatus) e di nomina delle persone idonee a reggere le chiese cattedrali, comprese le metropolitane, patriarcali, primaziali o anche monasteri ed altri benefici ecclesiastici resisi vacanti a seguito di tali privazioni (per privationem huiusmodi vacantia), affinchè‚ non siano esposti agli inconvenienti di una diuturna vacanza (vacationis), ma dopo averli strappati alla servitù degli eretici, siano affidati a persone idonee a dirigere fedelmente i popoli nella via della giustizia, dovranno presentare a Noi o al Romano Pontefice allora regnante, queste persone idonee alle necessità di queste chiese, monasteri ed altri benefici, nei limiti di tempo fissati dal diritto o stabiliti da particolari accordi con la Sede, altrimenti, trascorso il termine come sopra prescritto, la libera disposizione, delle chiese e monasteri, o anche dei benefici predetti, sia devoluto di pieno diritto a Noi od al Romano Pontefice suddetto.

          5-Pene per il delitto di favoreggiamento delle eresie

Inoltre, incorreranno nella sentenza di scomunica «ipso facto», tutti quelli che scientemente (scienter) si assumeranno la responsabilità d’accogliere (receptare) e difendere, o favorire (eis favere) coloro che, come già detto, siano colti sul fatto, o confessino o siano convinti in giudizio, oppure diano loro attendibilità (credere) o insegnino i loro dogmi (eorum dogmata dogmatizare); e siano tenuti come infami; né siano ammessi, né possano esserlo (nec admitti possint) con voce, sia di persona, sia per iscritto o a mezzo delegato o di procuratore per cariche pubbliche o private, consigli, o sinodi o concilio generale o provinciale, né conclave di cardinali, né alcuna congregazione di fedeli od elezione di qualcuno, né potranno testimoniare; non saranno intestabili, né chiamati a successione ereditaria, e nessuno sarà tenuto a rispondere ad essi in alcun affare; se poi abbiano la funzione di giudici, le loro sentenze non avranno alcun valore e nessuna causa andrà portata alle loro udienze; se avvocati il loro patrocinio sia totalmente rifiutato; se notai, i rogiti da loro redatti siano senza forza o validità.

Oltre a ciò, siano i chierici privati di tutte e ciascuna delle loro chiese, anche cattedrali, metropolitane, patriarcali e primaziali, delle loro dignità, monasteri, benefici e cariche ecclesiastiche (et officiis ecclesiasticis) in qualsivoglia modo, come sopra riferito, dalle qualifiche ottenute anche regolarmente, da loro come dai laici, anche se rivestiti, come si è detto, regolarmente delle suddette dignità, siano privati «ipso facto», anche se in possesso regolare, di ogni regno, ducato, dominio, feudo e di ogni bene temporale posseduto; i loro regni, ducati, domini, feudi e gli altri beni di questo tipo, diverranno per diritto, di pubblica proprietà o anche proprietà di quei primi occupanti che siano nella sincerità della fede e nell’unità con la Santa Romana Chiesa sotto la nostra obbedienza o quella dei nostri successori, i Romani Pontefici canonicamente eletti.

6 – Nullità della giurisdizione ordinaria

e pontificale in tutti gli eretici.

Aggiungiamo che, se mai dovesse accadere in qualche tempo che un vescovo, anche se agisce in qualità di arcivescovo o di patriarca o primate od un cardinale di Romana Chiesa, come detto, od un legato, oppure lo stesso Romano Pontefice, che prima della sua promozione a cardinale od alla sua elevazione a Romano Pontefice, avesse deviato dalla fede cattolica o fosse caduto in qualche eresia (o fosse incorso in uno scisma o abbia questo suscitato), sia nulla, non valida e senza alcun valore (nulla, irrita et inanis existat), la sua promozione od elevazione, anche se avvenuta con la concordanza e l’unanime consenso di tutti i cardinali; neppure si potrà dire che essa è convalidata col ricevimento della carica, della consacrazione o del possesso o quasi possesso susseguente del governo e dell’amministrazione, ovvero per l’intronizzazione o adorazione (adoratio) dello stesso Romano Pontefice o per l’obbedienza lui prestata da tutti e per il decorso di qualsiasi durata di tempo nel detto esercizio della sua carica, né essa potrebbe in alcuna sua parte essere ritenuta legittima, e si giudichi aver attribuito od attribuire una facoltà nulla, per amministrare (nullam … facultatem) a tali persone promosse come vescovi od arcivescovi o patriarchi o primati od assunte come cardinali o come Romano Pontefice, in cose spirituali o temporali; ma difettino di qualsiasi forza (viribus careant) tutte e ciascuna (omnia et singula) di qualsivoglia loro parola, azione, opera di amministrazione o ad esse conseguenti, non possano conferire nessuna fermezza di diritto (nullam prorsus firmitatem nec ius), e le persone stesse che fossero state così promosse od elevate, siano per il fatto stesso (eo ipso) e senza bisogno di una ulteriore dichiarazione (absque aliqua desuper facienda declaratione), private (sint privati) di ogni dignità, posto, onore, titolo, autorità, carica e potere (auctoritate, officio et potestate).

7 – La liceità delle persone subordinate di recedere

impunemente

 

dall’obbedienza e devozione alle autorità deviate dalla Fede.

E sia lecito a tutte ed a ciascuna delle persone subordinate a coloro che siano stati in tal modo promossi od elevati, ove non abbiano precedentemente deviato dalla fede, né siano state eretiche e non siano incorse in uno scisma o questo abbiano provocato o commesso, e tanto ai chierici secolari e regolari così come ai laici (quam etiam laicis) come pure ai cardinali, compresi quelli che avessero partecipato all’elezione di un Pontefice che in precedenza aveva deviato dalla fede o fosse eretico o scismatico o avesse aderito ad altre dottrine, anche se gli avessero prestato obbedienza e lo avessero adorato e così pure  ai castellani, ai prefetti, ai capitani e funzionari, compresi quelli della nostra alma Urbe e di tutto lo Stato Ecclesiastico, anche quelli obbligati e vincolati a coloro così promossi od elevati per vassallaggio o giuramento o per cauzione, sia lecito (liceat) ritenersi in qualsiasi tempo ed impunemente liberati dalla obbedienza e devozione (ab ipsorum obedientia et devotione, impune quandocumque cedere) verso quelli in tal modo promossi ed elevati, evitandoli (evitare eos) quali maghi, pagani, pubblicani ed eresiarchi, fermo tuttavia da parte di queste medesime persone sottoposte, l’obbligo di fedeltà e di obbedienza da prestarsi ai futuri vescovi, arcivescovi, patriarchi, primati, cardinali e Romano Pontefice canonicamente subentranti [ai deviati].

Ed a maggior confusione di quelli in tale modo promossi ed elevati, ove pretendano di continuare l’amministrazione, sia lecito richiedere l’aiuto del braccio secolare, né per questo, coloro che si sottraggono alla fedeltà ed all’obbedienza verso quelli che fossero stati nel modo già detto promossi ed elevati, siano soggetti ad alcuna di quelle censure e punizioni comminate a quanti vorrebbero scindere la tunica del Signore.

8 – Permanenza dei documenti precedenti e deroga dei contrari

 

Non ostano all’applicabilità di queste disposizioni, le costituzioni ed ordinamenti apostolici, né i privilegi, gli indulti e le lettere apostoliche dirette ai vescovi, arcivescovi, patriarchi, primati e cardinali, né qualsiasi altro disposto di qualunque tenore e forma e con qualsivoglia clausola e neppure i decreti anche se emanati «motu proprio» (etiam motu proprio) e con scienza certa nella pienezza della potestà Apostolica, o promulgati concistorialmente od in qualsiasi altro modo e reiteratamente approvati e rinnovati od inseriti nel «corpus iuris», né qualsivoglia capitolo di conclave, anche se corroborati da giuramento o dalla conferma apostolica o rinforzate in qualsiasi altro modo, compreso il giuramento da parte del medesimo.

Tenute presenti tutte le risoluzioni sopra precisate, esse debbono aversi come inserite, parola per parola, in quelle che dovranno restare in vigore (alias in suo robore permansuris), mentre per la presente deroghiamo tutte le altre disposizioni ad esse contrarie, soltanto in modo speciale ed espresso (dum taxat specialiter et espresse).

9-Mandato di pubblicazione solenne

Affinché‚ pervenga notizia delle presenti lettere a coloro che ne hanno interesse, vogliamo che esse, od una loro copia (che dovrà essere autenticata mediante sottoscrizione di un pubblico notaio e l’apposizione del sigillo di persona investita di dignità ecclesiastica), siano pubblicate ed affisse sulle porte della Basilica del Principe degli Apostoli in Roma e della Cancelleria Apostolica e messe all’angolo del Campo dei Fiori da uno dei nostri corrieri; e che copia di esse sia lasciata affissa nello stesso luogo, e che l’ordine di pubblicazione, di affissione e di lasciare affisse le copie sia sufficiente allo scopo e sia pertanto solenne e legittima la pubblicazione, senza che si debba richiedere o aspettare altra.

10 – Illiceità degli Atti contrari e sanzioni penali e divine 

Pertanto, a nessun uomo sia lecito (liceat) infrangere questo foglio di nostra approvazione, innovazione, sanzione, statuto, derogazione, volontà e decreto, né contraddirlo con temeraria audacia.

Che se qualcuno avesse la presunzione d’attentarvisi, sappia che incorrerà nello sdegno di Dio Onnipotente e dei suoi Beati Apostoli Pietro e Paolo.

 

Data a Roma, in San Pietro, nell’anno 1559 dall’Incarnazione del Signore, il giorno 15 marzo, IV anno del Nostro Pontificato.

 

† Io Paolo

Vescovo della Chiesa Cattolica

 

 † Io Giovanni Bellaio, Vescovo d’Ostia

† Io R. Card. di Carpo, Vescovo di Porto e Santa Ruffina

† Io F. Card. Pisano, Vescovo di Tuscolo

† Io Fed. Card. Cesio, Vescovo di Palestrina

† Io P. Card. Vescovo di Albano

† Io R. Card. di Sant’Angelo Penitenziere Maggiore

† Io T. Card. Crispo

† Io Fulvio Card. di Perugia

† Io Michele Card. Saraceno

† Io Giovanni Card. di San Vitale

† Io Giovanni Card. Pozzo

† Io Gerolamo, Card. di Imola

† Io B. Card. di Trani

† Io Diomede, Card. d’Ariano

† Io Scipione, Card. di Pisa

† Io  Card. Reumano

† Io Antonio, Card. di San Pancrazio

† Io Taddeo, Card. Gaddo

† Io Virgilio Card. di Spoleto

† Io F. Michele Card. Alessandrino

† Io Clemente Moniliano, Card. di Santa Maria in Ara Coeli

† Io G. Asc., Diacono Card. Camerario (Camerlengo)

† Io N., Card. di Sermoneta

† Io Giacomo Card. Sabello

† Io Gerolamo, Card. di San Giorgio

† Io Innocenzo, Card. del Monte

† Io Luigi, Card. Cornelio

† Io Carlo, Card. Carafa

† Io Alfonso, Card. di Napoli

† Io Vitellio, Card. Vitelli

† Io Giovanni Battista, Card. consigliere.

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La tesi sedevacantista si fonda su presupposti di fede e sul diritto della Chiesa

di Quondam Doctor 
A seguito della pubblicazione di un Piccolo catechismo del sedevacantismo, la cui necessità evidentemente accresce con l’accrescere del sedevacantismo, un po’ in tutto il mondo, abbiamo ricevuto l’articolo qui sotto riportato e scritto da un caro amico sedevacantista di lungo corso.
La Tesi sedevacantista è una tesi che si fonda su presupposti di fede ed il diritto della Chiesa. Non si vuole qui soffermarci lungamente sull’argomento, ma vi sono delle imprecisioni se così si possono definire nell’articolo intitolato “Piccolo catechismo sul sedevacantismo” pubblicato dai Padri domenicani di Avrillé sulla rivista “Le Sel de la Terre”.

In primo luogo la Costituzione Apostolica “Cum ex Apostolatus officio” di Papa Paolo IV non è mai stata abrogata sia da San Pio X con la “Costituzione Vacante Sede Apostolica” del 25 dicembre 1904, né da Pio XII con la Costituzione “Vacantis Sedis Apostolicae” dell’8 dicembre 1945. In quanto questi atti Pontifici escludevano solo i cardinali che fossero incorsi in sanzioni canoniche e che rimanessero tali nel loro ufficio. L’eresia non è solo una questione canonica, bensì, una questione di fede che determina se un individuo possa essere considerato “materia apta” al pontificato. Tra le condizioni necessarie per assumere il pontificato è necessario: essere, battezzati, essere di sesso maschile, essere sani di mente ed essere cattolici. Tutti i canonisti e teologi l’hanno affermato da Suarez a San Roberto Bellarmino, non ultimo lo stesso Card. Juornet, Anche i canonisti degli anni 40 sebbene dopo la promulgazione delle predette costituzioni apostoliche hanno univocamente insistito su questo punto che gli eretici e gli scismatici sono esclusi dal supremo pontificato. «Eligi potest masculum, usu rationis pollens, membrum Ecclesiae. Invalide ergo eligerentur feminae, infantes, habituali amentia laborantes, non baptizati, haeretici, schismatici» (S. SIPOS,  Enchiridion Iuris Canonici,  Pecs 1940, p. 191.)Se si legge attentamente la Costituzione Apostolica succitata, papa Paolo IV come farà poi San Pio V con la Bolla Quo primum tempore, dichiara apertamente che nessuno osi mutare quanto affermato e stabilito nell’atto: “Pertanto a nessun uomo sia lecito (liceat) infrangere questo foglio di nostra approvazione, innovazione, sanzione statuto derogazione, volontà e decreto, ne contraddirlo con temeraria audacia. Se qualcuno avesse la presunzione di attentarvisi, sappia che lo farà incorrere nello sdegno di Dio Onnipotente e dei suoi Beati Apostoli Pietro e Paolo”.

 Questo un papa lo può solo fare se all’interno dell’atto promulgato si stabiliscano regole inerenti la fede. Tutto il tenore della Costituzione “Cum ex Apostolatus officio” ha il carattere dell’infallibilità e non di semplici regole disciplinari. “Con questa nostra Costituzione valida in perpetuo (perpetuum valitura), in odio a così grave crimine, in rapporto al quale nessun altro può essere più grave e pernicioso nella Chiesa di Dio, nella pienezza dell’Apostolica potestà (de Apostolica potestatis plenitudine), sanzioniamo, stabiliamo, decretiamo e definiamo (et definimus)”.
Ciò che è evidente è che la sanzione per eresia è “ipso facto” non perché è stata comminata dal papa, il cardinale o il vescovo eretico non hanno diritto di essere eletti al sommo pontificato non perché sono incorsi in sanzioni disciplinari, ma perché non sono cattolici! Sarebbe come fosse stato eletto papa un individuo di sesso femminile fosse riuscita a giungere al cardinalato.
Se vi fossero ulteriori dubbi si possono portare ulteriori conferme che in questo contesto si vogliono omettere per motivi di spazio.Ma vi è di più: sono gli atti che hanno promulgato i pontefici conciliari a mettere in dunque, a volte la loro legittimità; il papa, infatti, è infallibile per infallibilità riflessa o per oggetto secondario del suo Magistero se promulga determinati atti: canonizzazioni dei santi, promulgazione di leggi universali sia in campo disciplinare che liturgico, approvazione degli ordini religiosi e la determinazioni di fatti storici o dogmatici.
Ora è evidente che i papi conciliari hanno promulgato leggi sia in campo liturgico che disciplinare in cui sono riscontrabili degli errori o perlomeno delle gravi omissioni, addirittura si è arrivato alla canonizzazione di santi.
Ora perlomeno a scopo prudenziale dobbiamo avere coscienza che la Chiesa un giorno dovrà pronunciarsi in base al suo diritto e alla sua stessa costituzione divina quale sia la legittimità dei “pontefici conciliari”.

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Piccolo catechismo del sedevacantismo
di Dominicus

La premessa di escogitur. Visto che qui si dice che Mons Lefebvre aveva elogiato Ratzinger, è bene portare in evidenza il fimato sopravvissuto allo sciacallaggio compiuto dalla stessa Fraternità a scapito della missione che il Cielo aveva riservata a Monsignore per la Fine dei Tempi
Passaggio di un’omelia di Mons. Lefebvre (con sottotitoli in italiano), registratata il 4 Ottobre 1987.
Il fondatore della Fraternità Sacerdotale San Pio X, parlando dell’allora card. Ratzinger, dice chiaramente che con lui non si sarebbe mai potuti arrivare ad un accordo, perché Ratzinger lavorava per la SCRISTIANIZZAZIONE della Chiesa.

Questo articolo è stato pubblicato sul n° 79 (inverno 2011-2012) della rivista Le Sel de la Terre – Intelligence de la foi –  Rivista trimestrale di dottrina tomista a servizio della Tradizione

La rivista, curata da Padri Domenicani collegati alla Fraternità Sacerdotale San Pio X, è una pubblicazione cattolica di scienze religiose e di cultura cristiana, posta  sotto il patronato di San Tommaso d’Aquino, in forza della sicurezza della dottrina e della chiarezza d’espressione del “Dottore Angelico”. Essa si colloca nel quadro della battaglia per la Tradizione iniziata da Mons. Marcel Lefebvre e si presenta in maniera tale da potersi rivolgere ad ogni cattolico che voglia approfondire la propria fede.

La traduzione e l’impaginazione sono nostre
L’articolo in formato pdf
Una prima edizione di questo piccolo catechismo è stata pubblicata nel n° 36 di Le Sel de la Terre. Questa seconda edizione, rivista e notevolmente aumentata, tiene conto dei dibattiti e delle obiezioni sollevate dalla prima.
Introduzione: tra Scilla e Cariddi

Nella zona di Messina, tra la Sicilia e l’Italia, vi sono due formidabili barriere: Scilla e Cariddi. Per fare la traversata è necessario evitare entrambe le insidie. Molti navigatori imprudenti o sprovveduti, volendo evitare l’una, hanno fatto naufragio sull’altra: sono finiti da Scilla a Cariddi.
Attualmente, di fronte alla crisi nella Chiesa, vi sono due errori da evitare: il modernismo (che a poco a poco ci fa perdere la fede) e il sedevacantismo (che tende allo scisma). Se vogliamo rimanere cattolici bisogna passare tra l’eresia e lo scisma, tra Scilla e Cariddi.
In questo «piccolo catechismo», noi affrontiamo una delle due insidie, ma non bisogna dimenticare l’altra: col pretesto di evitare i pericoli del sedevacantismo, non bisogna minimizzare i pericoli del modernismo, veicolato dalla Chiesa conciliare.

La posizione di Mons. Lefebvre

La posizione che esporremo qui è quella di Mons. Lefebvre, la stessa che noi, ad Avrillé, abbiamo sempre difeso.
Eccone un breve riassunto:

1) Mons. Lefebvre si è posto la domanda pubblicamente:

Noi ci troviamo veramente al cospetto di un dilemma enormemente grave che, io credo, non si è mai presentato nella Chiesa. Io penso che in tutta la storia della Chiesa, non sia mai accaduto che colui che siede sul Soglio di Pietro abbia partecipato a dei culti di falsi dei (Pasqua 1986). Se qualcuno dice che il Papa è apostata, eretico, scismatico, secondo l’opinione probabile dei teologi (se è vera) egli non sarebbe più Papa e quindi noi ci troveremmo nella situazione di «Sede vacante». È un’opinione. Io non dico che essa non possa avere degli argomenti a favore, delle possibilità (18 marzo 1977). Non è impossibile che questa ipotesi un giorno venga confermata dalla Chiesa, poiché ha di per sé delle serie argomentazioni. In effetti, sono numerosi gli atti di Paolo VI che, se compiuti da un vescovo o da un teologo, in questi vent’anni, sarebbero stati condannati come sospetti d’eresia, come favorenti l’eresia (24 febbraio 1977).

2) Tuttavia, dopo aver riflettuto, egli ha preferito la soluzione contraria:

Ma io non penso che questa sia la soluzione che dobbiamo assumere, che dobbiamo seguire. Per il momento, personalmente penso che sarebbe un errore seguire una tale ipotesi (18 marzo 1977). Ma ciò nonostante, questo non vuol dire che io sia assolutamente certo di aver ragione con la posizione che assumo; io mi dispongo in maniera prudenziale. Più che nel dominio puramente teologico, puramente teorico, io mi colloco nel dominio prudenziale. Quando le cose sono molto difficili e molto delicate, io penso che il Buon Dio ci chiede di avere, non solo le idee chiare dal punto di vista puramente teorico e teologico, ma anche dal punto di vista pratico, e ci chiede di agire con una certa saggezza, con una certa prudenza, che può sembrare un po’ in contrasto con certi principi, e di non essere di una logica assoluta (5 ottobre 1978). Dal momento che io non ho l’evidenza che il Papa non sia il Papa, allora io presumo che lo sia. Non dico che non possano esserci degli argomenti che in certi casi possano metterlo in dubbio, ma bisogna avere l’evidenza che non si tratti solo di un dubbio, di un dubbio valido. Se l’argomento è dubbio, non possono derivarne delle conseguenze enormi! (16 gennaio 1979). Le Fraternità Sacerdotale non accetta [questa] soluzione, ma, sulla base della storia della Chiesa e della dottrina dei teologi, pensa che il Papa possa favorire la rovina della Chiesa, scegliendo e lasciando agire dei cattivi collaboratori, firmando dei decreti che non impegnano la sua infallibilità, talvolta anche per sua stessa ammissione, e che causano un danno considerevole alla Chiesa. Per la Chiesa, niente è più pericoloso dei papi liberali, che si trovano in una continua incoerenza (13 settembre 1982). Nella pratica, la cosa non ha influenza sul nostro comportamento pratico, perché noi rigettiamo fermamente e coraggiosamente tutto ciò che è contrario alla fede, senza chiederci da dove venga, senza chiederci chi sia il colpevole (5 ottobre 1978).
Domande e risposte
Di che parliamo?

Che cos’è il sedevacantismo?

Il sedevacantismo è l’opinione di coloro che pensano che gli ultimi papi dopo il Concilio, non siano dei veri papi. Di conseguenza, la sede di Pietro non sarebbe occupata: cosa che in latino è indicata con l’espressione «Sede vacante».

Da dove viene questa opinione?

Questa opinione è derivata dalla gravissima crisi che è presente nella Chiesa a partire dall’ultimo Concilio, crisi che Mons. Lefebvre chiamava giustamente la «terza guerra mondiale». Questa crisi ha come causa più grave il fallimento dei romani pontefici che insegnano o permettono che si diffondano gli errori più gravi sull’ecumenismo, la libertà religiosa, la collegialità, ecc.
I sedevacantisti pensano che dei veri papi non potrebbero essere responsabili di una tale crisi e quindi ritengono che questi non siano dei «veri papi».

Può spiegare brevemente in che consista questa crisi nella Chiesa?

Lo farò citando Don Gleize:
Quello che spiega di più sono i discorsi pubblicati regolarmente nell’Osservatore Romano e che affermano continuamente il principio della libertà religiosa, della laicità degli Stati e dell’ecumenismo, principio che è in contraddizione formale con l’insegnamento costante e unanime del magistero pontificio di prima del Vaticano II […] Nel passato è potuto accadere che dei papi non siano stati all’altezza della loro missione. Essi, una volta o l’altra, sono potuti venir meno al loro ruolo di pastori, mettendo in pericolo, più o meno grave, più o meno diretto, l’unità della fede nella Santa Chiesa. Ma questa attitudine si spiega con dei motivi di ordine essenzialmente morale. Nessuno di questi papi è stato legato all’errore per convinzione intellettuale. Essi hanno fallito senza un’adesione necessariamente intellettuale all’errore, e questo è avvenuto sia per mancanza di coraggio in mezzo alla persecuzione, com’è il caso di Liberio, sia per una certa ingenuità o per eccesso di conciliazione, come nel caso di Onorio e Vigilio, sia infine per una sorta di intemperanza teologica, come nel caso di Giovanni XXII. L’attitudine più grave di tutte, quella del Papa Onorio, ha meritato la censura favens haeresim, e non ha comportato la condanna di questo papa come eretico formale. […] Ma a fronte di questi casi isolati, l’attitudine costante di tutti i papi successivi al concilio Vaticano II, presenta un aspetto molto diverso. La predicazione quotidiana dei sovrani pontefici è costantemente inficiata dai falsi principi della libertà religiosa, dell’ecumenismo e della collegialità. Sono degli errori gravi e sono la conseguenza dell’«eresia del XX secolo», per riprendere l’espressione di Jean Madiran, l’eresia del neo-modernismo. Errori costanti e ripetuti, da Giovanni XXIII a Paolo VI a Benedetto XVI, errori che non sono la conseguenza di una debolezza o di una ingenuità passeggera, ma sono invece l’espressione di un’adesione forte dell’intelligenza, l’affermazione di un convincimento attentamente maturato. Ecco perché una tale situazione è esattamente senza precedenti (Don Jean-Michel Gleize, Vu de haute, 14 (2008), p. 95-96).

Tutti i sedevacantisti sono d’accordo tra loro?

No. Nient’affatto. Per riprendere le parole di uno di essi:
I sedevacantisti sono dispersi secondo almeno sei correnti:
-Vacanza totale – vacanza formale e permanenza materiale (tesi di Cassiciacum);
– Accettazioni delle consacrazioni senza mandato apostolico – rifiuto di queste consacrazioni;
– Rigetto fuori dalla Chiesa di tutti quelli che non sono sedevacantisti – rifiuto di un tale rigetto;
– Le leggi ecclesiastiche conservano la loro forza imperativa – le leggi sono prive di forza esecutiva;
– Accettazione del principio di un conclave al di là dei collegamenti romani – rifiuto di una tale possibilità;
– La vacanza dell’autorità data dalla more di Pio XII / da dopo la Pacem in terris / da dopo la morte di Giovanni XXIII / da dopo la proclamazione della libertà religiosa ( 7 dicembre 1965) [E il nostro sedevancatista ha dimenticato un’altra teoria: dopo la sostituzione di Paolo VI con un sosia].
Questo ci fornisce, salvo errore, 160 possibilità. Ma ciò che è comune a tutti i sedevacantisti è che pensano che non si debba pregare pubblicamente per il Papa.

Gli argomenti dei sedevacantisti

Su quali argomenti i sedevacantisti basano le loro teorie?

Su degli argomenti a priori e degli argomenti a posteriori.
A priori: essendo eretico, il Papa non può essere vero papa. Cosa che si può provare in maniera teologica (un eretico non può essere capo della Chiesa… ora Giovanni Paolo II è eretico… quindi…) o in maniera giuridica (le leggi della Chiesa invalidano l’elezione di un eretico… ora il cardinale Wojtyla – o Ratzinger – al momento dell’elezione era eretico… dunque).
Ancora a priori: il «papa» attuale, essendo stato consacrato vescovo col nuovo rito di consacrazione episcopale, inventato da Paolo VI, non è vescovo… Ora, per essere papa bisogna essere vescovo di Roma… dunque….
A posteriori: si constata che degli atti posti dai papi sono cattivi o erronei, mentre invece dovrebbero essere coperti dall’infallibilità. Dunque questi papi non sono veramente papi.
L’argomento teologico dell’eresia del Papa

Non è vero che un papa che diventa eretico perde il pontificato?

San Roberto Bellarmino dice che un papa che diventasse eretico in maniera formale e manifesta, perderebbe il pontificato. Perché questo si applichi a Giovanni Paolo II, è necessario che egli sia eretico formale, cioè che rifiuti coscientemente il magistero della Chiesa; e che questa eresia formale sia manifesta agli occhi di tutti. Ma se i papi successivi a Paolo VI, e soprattutto Giovanni Paolo II (1), presentano molto spesso delle affermazioni eretiche o che portano all’eresia, non è facile dimostrare che essi sono coscienti di rigettare un dogma della Chiesa. Fin quando non si abbia una prova certa, è più prudente astenersi dal giudizio. Era questo il modo d’agire di Mons. Lefebvre.

Un cattolico che fosse convinto che Giovanni Paolo II è eretico in maniera formale e manifesta, dovrebbe concludere che non è più papa?

No, perché secondo l’opinione «comune» (Suarez), cioè «più nota» (Billuart), i teologi pensano che anche un papa eretico possa continuare ad esercitare il papato. Perché egli perda la sua giurisdizione, è necessaria una dichiarazione dei vescovi cattolici (soli giudici della fede per volontà divina, al di fuori del Papa) che constati l’eresia del Papa (2).  «Secondo l’opinione più comune, Cristo, con una provvidenza particolare per il bene comune e la tranquillità della Chiesa, continua a conferire la giurisdizione ad un pontefice perfino manifestamente eretico, fino a quando non sia dichiarato eretico manifesto dalla Chiesa» (Billuart, De Fide, diss. V, a. III, §3, ob. 2).
Ora, in una materia così grave non è prudente andare contro l’opinione comune.

Ma com’è possibile che un eretico, che non è più membro della Chiesa, possa esserne il capo?

Il Padre Garrigou-Lagrange, basandosi su Billuart, nel suo trattato De Verbo incarnato (p. 232), spiega come un papa eretico, pur non essendo membro della Chiesa, possa continuare ad esserne il capo. In effetti, ciò che è impossibile nel caso di un capo fisico, è possibile (pur essendo anormale) per un capo morale secondario. «Il motivo è che, mentre un capo fisico non può esercitare l’influenza sui membri senza ricevere l’influsso vitale dell’anima, un capo morale, com’è il pontefice [romano], può esercitare una giurisdizione sulla Chiesa anche se non riceve dall’anima della Chiesa alcuna influenza di fede interna e di carità». In breve, il Papa è costituito membro della Chiesa per la sua fede personale, che può perdere, ma è il capo della Chiesa visibile con la giurisdizione e il potere che possono rimanere in concomitanza con un’eresia.
L’argomento canonico dell’eresia del Papa (3)

Che pensare dell’argomento canonico?

I sedevacantisti si basano sulla Costituzione Apostolica Cum ex apostolatus di Papa Paolo IV (1555-1559). Ma degli studi validi hanno dimostrato che questa Costituzione avrebbe perso la sua forza giuridica (4). Ciò che resta valido in questa Costituzione è il suo aspetto dogmatico, e di conseguenza ad essa non i può far dire niente di più dell’argomento teologico esaminato prima.

Tuttavia, il Codice, nell’edizione di Gasparri (CIC cum fontium annotazione, Roma), fa riferimento in nota alla Costituzione Cum ex apostolatus.

Queste note del Codice nell’edizione di Gasparri, indicano le fonti del Codice, ma questo non significa che tutte queste fonti siano ancora in vigore! Il Codice del 1917, al canone 6 (5°) dice che le pene che non sono richiamate nel Codice, sono abrogate. Ora, la Costituzione Cum ex apostolatus era una legge penale, poiché infliggeva la privazione di un ufficio ecclesiastico e le pene che essa prevedeva non vengono riprese nel Codice.
Vi è di più: anche prima del nuovo Codice, San Pio X aveva abrogato la Costituzione di Paolo IV; nella sua Costituzione Vacante sede apostolica del 25 dicembre 1904,  dichiara nulla ogni censura che possa togliere la voce attiva o passiva ai cardinali del conclave. E il canone 160 del Codice dichiara che l’elezione del Papa è regolata unicamente da questa Costituzione di San Pio X.
La Costituzione di Pio XII dell’8 dicembre 1945, Vacantis Apostolicae Sedis, che ha sostituito quella di San Pio X, riprende la stessa disposizione sull’argomento: «Nessun cardinale può essere escluso in alcun modo dall’elezione attiva e passiva del Sommo Pontefice, né per pretesto alcuno, né a causa di scomunica, di sospensione, di interdetto o altro impedimento ecclesiastico. Rimuoviamo l’effetto di queste censure solo per questo genere di elezione, mantenendo loro il loro vigore per tutto il resto» (n° 34).
L’argomento della nullità della consacrazione episcopale del Papa (5)

Certi sedevacantisti arguiscono che l’attuale papa è stato consacrato vescovo col nuovo rito inventato da Paolo VI, rito che essi ritengono invalido; così che Benedetto XVI non sarebbe vescovo e né tampoco papa.

Il nuovo rituale per la consacrazione episcopale è tratto da una preghiera che si trova nella Tradizione apostolica di Sant’Ippolito, che daterebbe dai primi del III secolo. Anche se questa datazione è probabile, essa non è ammessa da tutti: certuni pensano che si tratti di una «compilazione anonima contenente elementi di date diverse». Quanto a Sant’Ippolito, si pensa che egli sia stato antipapa per un po’ di tempo, prima riconciliarsi col Papa San Ponziano, al momento del loro comune martirio (en 235). Da questa stessa opera deriva il canone secondo della nuova Messa.
Tuttavia, questa preghiera di consacrazione è ripresa, con alcune varianti, in due riti orientali, il rito copto, in uso in Egitto, e il rito siriano occidentale, usato specialmente dai maroniti. È stato quindi adottato dai riformatori post-conciliari per manifestare l’unità delle tradizioni dei tre grandi patriarcati: Roma, Alessandria, Antiochia. In ragione di questa prossimità con due riti cattolici, non si può affermare che la preghiera di Paolo VI sia invalida.

È vero che il nuovo rito di Paolo VI si avvicina al rito anglicano che è stato dichiarato invalido da Leone XIII?

È vero che il rito di Paolo VI si avvicina al rito anglicano, ma non al rito condannato da Leone XIII. Dopo la condanna delle ordinazioni anglicane emessa da Leone XIII, la chiesa anglicana e quella episcopale hanno introdotto anch’esse una nuova preghiera di consacrazione, ripresa da Sant’Ippolito, allo scopo di avere un rito accettabile dai cattolici.
Gli argomenti a posteriori

I sedevacantisti, non ritengono di trovare una conferma della loro opinione negli errori del Concilio e nella nocività delle leggi liturgiche e canoniche della Chiesa conciliare?

In effetti, i sedevacantisti pensano generalmente che l’insegnamento del Concilio avrebbe dovuto essere coperto dall’infallibilità del magistero ordinario universale (MOU), e quindi non avrebbe dovuto contenere errori. Ma, dal momento che ci sono degli errori, per esempio sulla questione della libertà religiosa, essi ne deducono che in quel momento Paolo VI aveva cessato di essere papa (6).
In realtà, se si accettasse questo ragionamento, bisognerebbe dire che in quel momento era sparita tutta la Chiesa cattolica e che «le porte dell’inferno avevano prevalso contro di essa», perché l’insegnamento del magistero ordinario universale è quello di tutti i vescovi, di tutta la Chiesa docente.
È più semplice pensare che l’insegnamento del Concilio e della Chiesa conciliare non sia coperto dall’infallibilità del magistero ordinario universale, per le ragioni spiegate nell’articolo su «L’autorità del Concilio», pubblicato in Le Sel de la Terre n° 35 (inverno 2000-2001).

Può riassumere l’essenziale di questa argomentazione?

La ragione principale per la quale l’insegnamento conciliare sulla libertà religiosa (per esempio) non è coperto dal MOU, è che il magistero conciliare non si presenta come insegnante delle verità da credere o da tenere in maniera ferma e definitiva (7). L’insegnamento conciliare non si presenta più come «necessario alla salvezza»; cosa che è logica poiché coloro che lo professano, pensano che ci possa salvare anche senza la fede cattolica. Non essendo imposto con autorità, questo insegnamento non è coperto dall’infallibilità. Lo stesso si può dire delle leggi liturgiche (la nuova Messa, le nuove canonizzazioni…) e canoniche (il nuovo Codice di Diritto Canonico) promulgate dagli ultimi papi: esse non sono coperte dall’infallibilità, benché normalmente avrebbero dovuto esserlo (8).
La tesi di Cassiciacum (9)

Può spiegare che cosa significhi essere papa «materialiter»?

La principale difficoltà del sedevacantismo sta nello spiegare come la Chiesa possa continuare ad esistere in maniera visibile (poiché essa ha ricevuto da Nostro Signore la promessa di durare fino alla fine del mondo) pur essendo priva del capo.
I sostenitori della tesi detta «di Cassiciacum» hanno inventato una soluzione sottile: il Papa attuale è stato eletto validamente per essere papa, ma egli non può ricevere l’autorità papale, perché in lui vi è un ostacolo (l’assenza dell’intenzione abituale di procurare il bene della Chiesa). Egli è papa materialiter, ma non formaliter.

Può spiegare in dettaglio l’argomentazione di questa tesi?

Ecco l’argomentazione, come è stata riassunta da un sacerdote che la professa:

– Il punto di partenza è un’induzione: l’insieme degli atti di Paolo VI (che allora sedeva sul Soglio a Roma) concorrono alla distruzione della religione cattolica e alla sua sostituzione con la religione dell’uomo, sottoforma di un protestantesimo larvato. Da qui si giunge alla certezza che Paolo VI non ha l’intenzione di procurare il bene/fine della Chiesa, che è Gesù Cristo plenum gratiae et veritatis.
– L’intenzione abituale di procurare il bene della Chiesa è condizione necessaria (la disposizione ultima) perché un soggetto eletto papa riceva la comunicazione dell’autorità pontificia che lo fa essere con Gesù Cristo e gli fa assumere il ruolo di suo vicario sulla terra.
– Di conseguenza, Paolo VI è sprovvisto di ogni autorità pontificia, egli non è papa formaliter, non è vicario di Gesù Cristo. In una parola non è papa (10).
– Cosa che impone di affermare che, se Paolo VI non è papa formaliter, lo rimane comunque materialiter, come semplice soggetto eletto, assiso sul Soglio pontificio, né papa, né antipapa.

Ma questa soluzione, risolve le contraddizioni del sedevacantismo «puro»?

Essa non risolve la difficoltà principale del sedevacantismo: come può continuare ad essere visibile la Chiesa? Per certi sostenitori della tesi non v’è più alcuna gerarchia («le nomine dei cardinali e dei vescovi sono degli atti della giurisdizione pontificia, che è assente e che niente può rimpiazzarla»). Per altri, il Papa materialiter avrebbe il potere (come?) di costituire una gerarchia materialiter. Ma una tale gerarchia, privata della sua «forma», non è la gerarchia visibile della Chiesa (come la gerarchia ortodossa non è la gerarchia della Chiesa).
Peraltro, questa teoria fa sorgere delle nuove difficoltà, almeno per quelli che dicono che il Papa materialiter avrebbe il potere di costituire una gerarchia materialiter, poiché essa presuppone che il Papa materialiter, privo di autorità, avrebbe quanto meno abbastanza autorità da cambiare le leggi per l’elezione pontificia.

Che pensare dell’argomento su cui poggia questa soluzione?

Questa soluzione non è fondata sulla Tradizione. I teologi (Cajetano, San Roberto Bellarmino, Giovanni di San Tommaso, ecc.) hanno esaminato la possibilità di un papa eretico, ma nessuno, prima del Concilio, aveva immaginato questa teoria dell’«assenza di intenzione abituale di procurare il bene della Chiesa», che formerebbe un «obex» (impedimento) a ricevere l’«essere con Cristo», forma del papato.
Essa giuoca sull’ambiguità del termine «intenzione». I sostenitori della tesi riconoscono che l’intenzione dev’essere nella persona del Papa («questa intenzione è la disposizione ultima del soggetto per ricevere la comunicazione dell’autorità pontificia»), ma al tempo stesso essi affermano che non si tratta dell’intenzione personale del Papa. Possiamo essere d’accordo con loro quando dicono che i papi recenti nuocciono al bene comune della Chiesa – ed è quello che fonda precisamente lo stato di necessità (11) – ma rimane da provare che sia veramente questa l’intenzione personale dei papi e poi che una tale intenzione li privi dell’autorità.
La questione dell’«una cum» (12)

I sedecavantisti, non hanno ragione di rifiutarsi di pronunciare il nome del Papa nel corso della Messa, per rendere manifesto che non sono in comunione con (una cum) un eretico (almeno materiale) e con le sue eresie?

L’espressione «una cum» nel canone della Messa non significa che si sia «in comunione» con la persona del Papa e le sue idee erronee, ma che si vuole pregare per la Chiesa e «per» il Papa. Per assicurarsene, oltre ai dotti studi prodotti sull’argomento, basta leggere la rubrica del Messale per il caso in cui il celebrante sia un vescovo. In questo caso, il vescovo deve pregare per la Chiesa «una cum […] me indigno servo tuo», cosa che non significa che egli prega «in unione con se stesso, indegno tuo servo» (cosa che non avrebbe senso), ma che prega «anche per me stesso, indegno tuo servo».

Che ne pensa San Tommaso d’Aquino?

San Tommaso d’ Aquino, nella Summa teologica, quando commenta le preghiere della Messa (III, q. 83, a. 4, corpus), equipara l’«una cum» all’«et pro»:
Quindi il sacerdote segretamente [all’inizio del canone] ricorda innanzi tutto coloro per i quali viene offerto questo sacrificio, cioè la Chiesa universale, “coloro che sono costituiti in autorità” [sia il Papa, sia il vescovo, sia il re] e in modo speciale le persone “che offrono o per le quali viene offerto il sacrificio” [il memento dei vivi).

Ma San Tommaso non dice che nel canone non si deve pregare per gli eretici?

San Tommaso non vieta di pregare per gli eretici, ma constata semplicemente che, nelle preghiere del canone della Messa, si prega per coloro di cui il Signore conosce la fede ed ha prova dell’attaccamento (quorum tibi fides cognita est et nota devotio) (III, q. 79, a. 7, ad 2). Infatti egli dice che perché il sacrificio ottenga il suo effetto (effectum habet) occorre che coloro per i quali si prega siano «uniti alla passione di Cristo con la fede e la carità». Ma con questo egli non vieta di pregare per una persona non cattolica. Questa preghiera non avrà la stessa efficacia di quella per un cattolico e non è prevista nel canone. Da questa affermazione di San Tommaso d’Aquino, tutto quello che si può dedurre è che se il Papa è eretico (cosa che è ancora da provare) la preghiera per lui non ha l’effetto previsto, «non habet effectum».
Conclusione

Quale conclusione si può trarre da queste discussioni?

Non è opportuno dichiarare che «il Papa non è più papa» (materialmente o formalmente), in nome di una «opinione teologica». Sull’argomento rinviamo d un interessante articolo del Pade Hurtaud, pubblicato nella Rivista Tomista (13). L’autore dimostra che Savonarola pensava che Alessandro VI fosse stato eletto in maniera simoniaca e che per questo motivo non fosse papa. Tuttavia, dal momento che un’elezione simoniaca era solo un’opinione, Savonarola chiedeva la convocazione di un concilio in cui si sarebbe prodotta la prova che Alessandro VI non avesse più la fede cattolica ed è in questo modo che si sarebbe constatato che egli aveva perso la giurisdizione suprema.

In conclusione, che bisogna pensare del sedevacantismo?

Si tratta di una opinione che non è provata a livello speculativo ed è un’imprudenza sostenerla sul piano pratico (imprudenza che può avere delle conseguenze molto gravi, si pensi in particolare a coloro che si privano dei sacramenti col preteso che non trovano un sacerdote con la loro stessa «opinione»). È per questo che Mons. Lefebvre non  si è mai impegnato in questo campo ed ha perfino vietato ai sacerdoti della Fraternità di professare il sedevacantismo. Noi dobbiamo fidarci della sua prudenza e del suo senso teologico.

NOTE
1 – Il professore Johannes Dörmann ha cercato di dimostrare, in quattro volumi molto dettagliati, che il Papa Giovanni Paolo II professava la credenza nella redenzione universale. Le recensioni di questi volumi sono state pubblicate in Le Sel de la Terre nn° 5, 16, 33 e 46. Una traduzione commentata del terzo volume è stata pubblicata in Le Sel de la Terre nn° 49, 50, 51 e 52. – Quanto al Papa attuale, diversi studi hanno dimostrato che i suoi scritti contengono degli errori gravi (si vedano in particolare quelli di Mons. Tissier de Mallerais: Il Mistero della Redenzione secondo Benedetto XVI (Le Sel de la Terre, n° 67, p. 22; e La Fede in pericolo per la Ragione (Le Sel de la Terre n° 69, p. 10). Questi due studi sono stati riuniti nel volume La strana teologia di Benedetto XVI, Ed. Ichthys, Albano Laziale, 2012. – Anche dei non cattolici si pongono il problema della fede del papa attuale. Si veda per esempio: MATTHEW VOGAN, Does the Pope believe in the Resurrection?, nel giornale della libera chiesa presbiteriana di Scozia, The Free Presbyterian Magazine del settembre 2010.
2  – Il libro di Arnaldo Xavier da Silveira, La nuova Messa di Paolo VI, spesso considerato come riferimento sulla questione del «papa eretico», a nostro avviso presenta l’opinione dei teologi (Savonarola, Cajetano, Cano, Crmelitani di Salamanca, Giovanni di San Tommaso, Suarez, Billuart, Journet, ecc.) in maniera imperfetta. Journet dice che le analisi sul punto, di Cajetano e di Giovanni di San Tommaso, sono più penetranti di quelle di San Roberto Bellarmino. La questione sarebbe da riprendere integralmente.
3  – Per maggiori dettagli su questa domanda, si veda l’articolo del Padre Alberto O. P., in Le Sel de la Terre n° 33 (estate 2000), pp. 67-78.
4  – Lo riconoscono anche dei sacerdoti sedevacantisti: «Non si può utilizzare la bolla di Paolo IV per provare che attualmente la Sede apostolica sia vacante, ma solo per provare la possibilità che questo possa accadere…» (Don Francesco Ricossa, Sodalitium n° 36, maggio-giugno 1994, pp. 57-58, nota 1).
5 – Per maggiori dettagli su questo argomento si veda la studio Sont-ils évêques?, pubblicato dalle Editions du Sel, o l’articolo pubblicato su Le Sel de le Terre, n° 54, pp. 72-129.
6 – Argomentazione del Padre B.: – 1. Il Magistero universale del Pontefice romano, solo o con i vescovi riuniti con lui in concilio, è infallibile. – 2. Ora, Paolo VI, solo e in concilio, ha esercitato secondo tutte le apparenze un tale magistero; Giovanni Paolo II , che ne proseguì l’opera, fece ugualmente. – 3. Secondo tutte le apparenze, quindi, il loro insegnamento è infallibile. – 4. Ora, nel contenuto di ciò che insegnano o prescrivono per la Chiesa universale, vi è contraddizione con la dottrina definita anteriormente in maniera irreformabile. – 5. Posto che la proposizione 1 è di fede, si impone la seguente conclusione: l’insegnamento del Vaticano II, promulgato e applicato da Paolo VI e confermato a Giovanni Paolo II, non è l’insegnamento della Chiesa, così che né paolo VI, né Giovanni Paolo II possono essere riconosciuti come papi.
7  – Questa carenza del magistero conciliare, che gli impedisce di insegnare infallibilmente, è lungamente spiegata negli articoli di Don Calderon, pubblicati in Le Sel de la Terre (nn° 47, 55 e 60) e nel libro Autorité et réception du concile Vatican II, Actes du 4° Symposium de théologie de Paris, Parigi, 2006.
8  – Su questa questione si può vedere l’articolo di DON CALDERON, Infallibilité des canonisations et des lois universelles, in Le Sel de la Terre, n° 72, p. 36.
9  – Per una più ampia discussione sull’argomento, vi veda Le Sel de la Terre, n° 41, pp. 235-242.
10 – I suoi atti sono dunque sprovvisti di ogni autorità, sia magisteriale sia canonica; si vede subito come non sia impossibile che gli atti di Paolo VI siano contrari alla fede cattolica e incompatibili con l’autorità pontificia, e l’affermarlo non sigmifica affatto negare le prerogative di un papa, in particolare la sua infallibilità e la sua giurisdizione universale e immediata. – Tuttavia, questa prova non dice alcunché della persona di Paolo VI, poiché l’intenzione che non gli si riconosce non è quella personale (finis operantis, che è fuori causa), ma quella oggettiva, che è abitualmente immanente a suoi atti (finis operis). Questo dunque non permette di affermare che Paolo VI sia personalmente fuori dalla Chiesa cattolica, in ragione del peccato di eresia o di scisma. (Nota del difensore della «tesi»).
11  – «Perché vi sia stato di necessità, è necessario e sufficiente che il bene comune della fede cattolica non sia più considerato dalle autorità come l’oggetto di un semplice attaccamento personale. Ora, è proprio questo che vediamo nel governo dei papi Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Il motu proprio Ecclesia Dei adflicta (1988) e poi il motu proprio Summorum pontificum (2007), considerano il libero uso della liturgia tradizionale come una semplice alternativa facoltativa, alla quale si può ricorrere in maniera straordinaria, ma che non deve rimettere in questione l’acquisizione della nuova liturgia e tanto meno gli insegnamenti e le riforme del concilio Vaticano II. Ora, questa eredità del Vaticano II e della riforma liturgica è la negazione stessa del bene comune dell’unità ecclesiastica (Don Gleize, Vu de Haut, n° 14 – 2008 – pp. 101-102).
12  – Per una più ampia discussione sull’argomento, si veda Le Sel de la Terre, n° 37, pp. 240-249.
13  – PADRE HURTAUD, «Lettres de Savonarole…», in Rivista Tomista,1899, pp. 631-674.

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Fede Ortodossa & Giurisdizione Delegata o Supplita

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Rispondo ad alcune questioni sollevate dai lettori riguardo al mio articolo sul Donatismo.

1a domanda: sotto quale giurisdizione si colloca un sacerdote fedele alla Tradizione apostolica, ma non incardinato in una Diocesi?

Risposta: rispondo non per motivi personali, ma per chiarire una questione di principio: se si possa, cioè, esercitare il sacerdozio senza incardinazione delegata in casi straordinari ed eccezionali.

Normalmente al sacerdote che chiede l’incardinazione viene richiesto di firmare un atto di piena accettazione della totale ortodossia di tutti i Documenti del Concilio Vaticano II e del Novus Ordo Missae.

Ora ciò non è possibile in coscienza. Infatti, il “Breve Esame Critico del Novus Ordo Missae”, che dimostra apoditticamente le innumerevoli deficienze dogmatiche della “Nuova Messa”, presentato a Paolo VI dai cardinali Alfredo Ottaviani e Antonio Bacci nel 1969 è ancora pienamente valido e, come ha detto il cardinale Alfons Maria Stickler, “esso attende ancora una risposta”[1].

Per quanto riguarda la piena ortodossia dei Documenti del Concilio Vaticano II, persino le ultime osservazioni critiche – molto equilibrate e pacate, ma pienamente fondate – di monsignor Brunero Gheradini[2] sono rimaste senza risposta.

Quindi occorre restare in attesa di risposte probanti su questioni di Fede (e non di semplici affermazioni gratuite, perché “quod gratis affirmatur gratis negatur; ciò che si afferma gratuitamente e senza prova lo si può negare gratuitamente e senza darne prova”) ed attendere l’incardinazione giuridica ingiustamente negata, senza addurre alcuna ragione teologica se non la non accettazione del Concilio Vaticano II e del Novus Ordo Missae.

Papa Leone XIII nell’Enciclica Diuturnum del 29 giugno 1881 insegna che «Una sola ragione possono avere gli uomini di non obbedire, se cioè si pretende da essi qualsiasi cosa che contraddica chiaramente al diritto divino e naturale, poiché ogni cosa, nella quale si vìola la legge di natura e la volontà di Dio, è egualmente iniquità sia il comandarla che l’eseguirla. Quindi se capita a qualcuno di vedersi costretto a scegliere tra queste due alternative, vale a dire infrangere i comandamenti di Dio o quelli dei Governanti, si deve obbedire a Gesù Cristo, […], e ad esempio degli Apostoli si deve coraggiosamente dire: “Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini” (Act. V, 29). Perciò, non si può accusare coloro che hanno agito così di aver mancato all’obbedienza, poiché se il volere dei Prìncipi [civili ed ecclesiastici] contraddice quello di Dio, essi sorpassano il limite della loro Autorità e pervertono il diritto e la giustizia. Dunque in tal caso non vale la loro Autorità, la quale è nulla quando è contro la giustizia».

Ora i Documenti del Concilio Vaticano II ed il Novus Ordo Missae rappresentano una oggettiva rottura con la Tradizione apostolica dogmatica e liturgica. Perciò sono una valida motivazione dottrinale (di Fede e Costumi) per non obbedire anche a costo di non ricevere ingiustamente l’incardinazione canonica, la quale è una conseguenza giuridica della retta Fede e della sana Morale. Non si può ledere la Fede per ottenere la regolarità giuridica, che sarebbe regolare solo apparentemente. San Paolo ha scritto: “Senza Fede è impossibile piacere a Dio”; si badi bene! “Senza Fede”, non senza “incardinazione” e San Giacomo ha aggiunto: “La Fede senza le opere è  morta”, le buone opere ossia l’osservare i 10 Comandamenti e vivere in Grazia di Dio. Se per ottenere la giurisdizione delegata si deve intaccare la Fede e la Morale occorre ricorrere alla giurisdizione supplita, come insegna il Diritto Canonico.  Un “Diritto” che si ottiene a partire da un  errore di Fede o di Morale sarebbe … “storto”.

2a domanda: siamo pienamente nella Chiesa se non riconosciamo piena autorità al Concilio Vaticano II?

Risposta: «Il Concilio Vaticano II si è imposto di non definire nessun dogma, ma ha scelto deliberatamente di restare ad un livello modesto, come semplice Concilio puramente pastorale» (card. J. RATZINGER, Discorso alla Conferenza Episcopale Cilena, Santiago del Cile, 13 luglio 1988, in “Il Sabato”, n. 31, 30 luglio-5 agosto 1988).

Quindi, come ha riconosciuto l’allora cardinal Joseph Ratzinger ed oggi Benedetto XVI, siamo pienamente nella Chiesa se poniamo delle domande sulla reale continuità del Concilio Vaticano II con la Tradizione apostolica, continuità che “va dimostrata e non solo affermata” (mons. Brunero Gherardini).

3a domanda: in periodi eccezionali si può resistere eccezionalmente alla legittima autorità senza usurpare il potere di giurisdizione. Ma se questo periodo eccezionale si prolunga nel tempo e non se ne vede il termine può la Chiesa restare per tanto tempo in stato di eccezionalità e può durare tanto a lungo la resistenza all’Autorità?

Risposta: il periodo della crisi ariana è durato circa 80 anni e i cattolici che credevano nella consustanzialità del Verbo hanno continuato a resistere sino alla fine della crisi; il Grande Scisma avignonese è durato 70 anni con tre Papi che pontificavano contemporaneamente, di cui uno solo era il vero Papa.

Ab esse ad posse valet illatio; il passaggio dall’esistenza di un fatto alla sua possibilità è valido” (Aristotele). Se la crisi ariana è durata 80 anni e il Grande Scisma avignonese 70 significa che “la Chiesa può restare per tanto tempo in stato di eccezionalità e può durare tanto a lungo la resistenza all’Autorità”.

Inoltre come insegnava San Tommaso: “contra factum non valet argumentum; contro il fatto non vale l’argomento”. Ora è un fatto storicamente certo che vi sono stati lunghi periodi di crisi nella Chiesa. Quindi l’argomento contrario non regge.

Certamente “Le porte dell’Inferno non prevarranno!” e perciò tale crisi non durerà all’infinito, ma solo quanto Dio permetterà che duri, non un secondo di più. Se noi uomini non vediamo quando finirà la crisi non è la “fine del mondo”;  non prendiamoci troppo sul serio, Dio lo sa certissimamente e questo ci basta. Quando gli Apostoli hanno chiesto a Gesù la data esatta della fine del mondo, Egli ha risposto loro che essa, secondo il beneplacito della SS. Trinità,  non doveva essere rivelata agli uomini.

●4a domanda: i sacerdoti privi di regolarità canonica assolvono validamente? I matrimoni celebrati da sacerdoti privi di regolarità canonica sono validi?

Risposta:  i moralisti e i canonisti (v. i cardinali Francesco Roberti e Pietro Palazzini, Dizionario di Teologia Morale, Roma, Studium, 1955) insegnano che vi è, oltre la “giurisdizione ecclesiastica ordinaria  delegata” dal Superiore all’inferiore, la “giurisdizione supplita”, che non si possiede per il rivestimento di un ufficio, né viene conferita da un Superiore, ma viene data dal Diritto stesso, cioè dalla Chiesa (“supplet Ecclesia; è la Chiesa stessa che supplisce o provvede a colmare la lacuna della giurisdizione mancante al Ministro”), nel momento in cui si esercita l’atto di giurisdizione (“ad modum actus”) per il bene delle anime, che altrimenti verrebbero danneggiate sena alcuna loro colpa (Ibidem, voce “Giurisdizione supplita”).

Inoltre sempre i medesimi cardinali insegnano che vi è una “causa scusante dalla osservanza della Legge”, ossia “una circostanza in forza della quale viene a cessare in un determinato caso, per un determinato soggetto, il dovere di osservare la Legge vigente”. Per esempio “il dovere di soddisfare l’obbligo [chiedere la giurisdizione al Vescovo, nda], cessa di fronte all’impossibilità morale della sua esecuzione [il Vescovo non la concede, ingiustamente, perché il sacerdote che la chiede non può accettare, giustamente, la  nuova teologia conciliare e la Nuova Messa, nda], la quale rende straordinariamente gravoso  il compimento dell’obbligo, pur restando fisicamente possibile [de iure non è assolutamente impossibile che un Vescovo conceda la giurisdizione, ma compiere il dovere di chiedere ed ottenere la giurisdizione è de facto estremamente gravoso]” (ibid., voce “Causa scusante”).

Infine i due porporati spiegano che vi è una “necessità spirituale” oltre che materiale. In tal caso “si deve soccorrere le anime in stato di grave necessità [nella quale si trovano le anime dopo lo tsunami conciliare, nda], le quali resterebbero prive di beni spirituali per la salvezza eterna”. Quindi “i fedeli hanno il diritto di ricevere la Dottrina e i Sacramenti e i sacerdoti hanno il dovere di conferirli” (Ibid., voce “Necessità”).

Ora è un fatto, purtroppo sotto gli occhi di tutti, che la Dottrina cristiana difficilmente viene spiegata in maniera ortodossa dai sacerdoti che seguono la nuova teologia conciliare e postconciliare (vedi i nuovi Catechismi, compreso il “CCC” del 1992 e il “Compendio del CCC” del 2005); inoltre l’ecumenismo di massa oramai imperversante e quasi “onnipresente” (v. Assisi I-II-III, 1986-2011) danneggia la Fede dei cristiani; la Nuova Messa, poi, “si allontana impressionantemente dalla teologia cattolica sul Sacrificio della Messa come è stata definita dal Concilio di Trento” (cardinali Alfredo Ottaviani e Antonio Bacci, “Lettera di presentazione del Breve Esame Critico del Novus Ordo Missae”, Corpus Domini del 1969); le sette (neocatecumenali, pentecostali, rinnovamento dello spirito … imperversano nella maggior parte delle parrocchie); infine molti fedeli trovano molte difficoltà  per potersi confessare con facilità e se riescono a trovare un sacerdote disposto ad ascoltare le confessioni spesso (non sempre, si badi bene) egli nega che questo o quel Comandamento della Morale divina sia obbligatorio per cui preferiscono confessarsi da chi ha una giurisdizione soltanto supplita, ma mantiene la Fede e la Morale cattolica.

Quindi la teologia cattolica ammette che in certi casi eccezionali, come quello che stiamo vivendo dal 1962, i sacerdoti [ingiustamente, nda] privi di regolarità canonica assolvono validamente, a certe determinate condizioni, con una giurisdizione supplita. Si badi bene! Non dico che le confessioni dei sacerdoti ordinati dopo il Concilio siano per se stesse invalide; osservo e constato che è difficile trovare sacerdoti in confessionale e che molti di essi hanno una concezione eterodossa della teologia dogmatica e morale.  Attenzione! Non affermo neppure che tutti i sacerdoti postconciliari confessino secondo le regole della Morale divina, anzi molti, purtroppo, la impugnano.

Per quanto riguarda i Matrimoni, valgono gli stessi princìpi. Tuttavia siccome ci si sposa una sola volta, sino a che morte non separi ciò che Dio ha unito, a differenza del confessarsi che avviene spesso e si ripete abitualmente, occorre essere prudenti nell’applicazione pratica del principio del “supplet Ecclesia” quanto al contratto matrimoniale. Infatti, se da una parte i fidanzati che seguono in parrocchia i “corsi prematrimoniali” ricevono un insegnamento che spesso non è conforme alla morale cattolica (limitazione delle nascite …) e farebbero bene a non seguirli, d’altra parte il Matrimonio è duro e lungo e qualche volta anche i migliori sposi (persino i “tradizionalisti”, che nascono con il peccato originale come tutti) entrano in crisi e sono tentati di ricorrere – non correttamente davanti a Dio – all’escamotage di ottenere la dichiarazione di nullità per mancanza di giurisdizione ordinaria delegata. Perciò se si trova un parroco accondiscendente, che dà il permesso di celebrare le nozze in maniera tradizionale dopo che i promessi sposi abbiano ricevuto l’insegnamento della morale cattolica ortodossa, mi pare che si debba fare uno sforzo per ottenere la piena regolarità anche davanti agli uomini, senza ritenere che ci si sposi validamente solo nelle Cappelle tradizionaliste e solo senza la giurisdizione delegata dal parroco. Altrimenti sarebbe come fare un contratto davanti ad un testimone credibile, ma non giuridicamente abilitato (per esempio un avvocato anziché un notaio). Ebbene i contraenti, davanti a Dio e agli uomini, hanno stipulato un vero contratto, ma legalmente o giuridicamente, qualora sorgano dissapori, potrebbero – mancando alla parola data davanti al testimone e a Dio – far annullare il contratto matrimoniale per vizio di forma canonica. Quindi, onde allontanare ogni occasione di venir meno alla parola data (il che può accadere anche ai “tradizionalisti”, che non sono l’Immacolata Concezione), si faccia il possibile, anche a costo di qualche sacrificio “chilometrico”, per ottenere la presenza o la delega di un parroco fornito di giurisdizione ordinaria delegata.

don Curzio Nitoglia

http://doncurzionitoglia.net/2012/10/14/fede-ortodossa-giurisdizione-delegata-o-supplita/


[1] Sul Novus Ordo Missae cfr. anche A. X. VIDIGAL DA SILVEIRA, La Nuova Messa di Paolo VI. Cosa pensarne?, tr. it., www.unavox.it ; MICHAEL DAVIES, La Riforma liturgica Anglicana, tr. it., www.unavox.it ; ID., The Liturgical Revolution, 3 voll., Roman Catholic Books/Angelus Press, Dickinson, Texas,  1976-1980; K. GAMBER, Die Zelebration “versus populum”, in Ritus modernus. Gesammelte Aufsätze zur Liturgiereform, Regensburg, Pustet, 1972, pp. 21-29; tr. it.,  Chiesa viva, n. 197, 1989, pp. 16-18; ID., La riforma della Liturgia Romana. Cenni Storici – Problematica, [1979], tr. it., Roma, Una Voce, giugno/dicembre 1980, pp. 10, 19-20, 22, 26- 29, 30, 53-56.

[2] Cfr. Brunero Gherardini, Concilio Ecumenico Vaticano II. Un discorso da fare, Frigento, Casa Mariana Editrice, 2009; Id., Tradidi quod et accepi. La Tradizione, vita e giovinezza della Chiesa, Frigento, Casa Mariana Editrice, 2010; Id.,Concilio Vaticano II. Il discorso mancato, Torino, Lindau, 2011; Id., Quaecumque dixero vobis. Parola di Dio e Tradizione a confronto con la storia e la teologia, Torino, Lindau, 2011; La Cattolica. Lineamenti d’ecclesiologia agostiniana, Torino, Lindau, 2011; cfr. anche R. AMERIO, Iota unum. Studio delle variazioni della Chiesa cattolica nel secolo XX, Napoli-Milano, Ricciardi, 1985.