LA DECADENZA DELLA CRISTIANITÀ FISSATA DALL’ABIURA DEL CLERO

clip_image001[1]L’EDITORIALE DEL VENERDI

di Arai Daniele

Ad ogni momento sembra spuntare una nuova grande crisi in Italia e nel mondo.

Eppure è sempre la stessa crisi dell’uomo occidentale ex-cristiano nella sua apostasia.

Essa si allarga, indicando ai veri cristiani che ogni nuovo crollo non può che essere legato alla stessa agonia del Cristianesimo per opera della Rivoluzione. Questo il nome del processo innescato dall’Avversario di Dio e dell’uomo, che è giunto a eleggere i suoi illuminati nella sede di Roma.

Il Papa Pio XII descriveva il processo rivoluzionario in questi termini:

Noi ben sappiamo quali minacciose nubi si addensano sul mondo, e solo il Signore Gesù conosce la Nostra continua trepidazione per la sorte di una umanità, di cui Egli, Supremo Pastore invisibile, volle che Noi fossimo visibile padre e maestro. Essa intanto procede per un cammino che ogni giorno si manifesta più arduo, mentre sembrerebbe che i mezzi portentosi della scienza dovessero, non diciamo «cospargerlo di fiori», ma almeno diminuire, se non addirittura estirpare, la congerie di triboli e di spine che lo ingombrano… Oh, non chiedeteCi qual è il «nemico», né quali vesti indossi. Esso si trova dappertutto e in mezzo a tutti; sa essere violento e subdolo. In questi ultimi secoli ha tentato di operare la disgregazione intellettuale, morale, sociale dell’unità nell’organismo misterioso di Cristo. Ha voluto la natura senza la grazia; la ragione senza la fede; la libertà senza l’autorità; talvolta l’autorità senza la libertà. È un «nemico» divenuto sempre più concreto, con una spregiudicatezza che lascia ancora attoniti: Cristo sì, Chiesa no. Poi: Dio sì, Cristo no. Finalmente il grido empio: Dio è morto; anzi: Dio non è mai stato. Ed ecco il tentativo di edificare la struttura del mondo sopra fondamenti che Noi non esitiamo ad additare come principali responsabili della minaccia che incombe sulla umanità: un’economia senza Dio, un diritto senza Dio, una politica senza Dio. Il «nemico» si è adoperato e si adopera perché Cristo sia un estraneo nelle Università, nella scuola, nella famiglia, nell’amministrazione della giustizia, nell’attività legislativa, nel consesso delle nazioni, là ove si determina la pace o la guerra. Esso sta corrompendo il mondo con una stampa e con spettacoli, che uccidono il pudore nei giovani e nelle fanciulle e distruggono l’amore fra gli sposi; inculca un nazionalismo che conduce alla guerra. Voi vedete, diletti figli, che non è Attila a premere alle porte di Roma; voi comprendete che sarebbe vano, oggi, chiedere al Papa di muoversi e andargli incontro per fermarlo e impedirgli di seminare la rovina e la morte. Il Papa deve, al suo posto, incessantemente vigilare e pregare e prodigarsi, affinché il lupo non finisca col penetrare nell’ovile per rapire e disperdere il gregge (cfr. Io. 10, 12). (*Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, 12-X-52)

Quale veste ha indossato ultimamente questo «nemico» modernista?

Si può pensare che Pio XII lasciando chiaro che ; «il Papa deve, al suo posto, incessantemente vigilare e pregare e prodigarsi, affinché il lupo non finisca col penetrare nell’ovile per rapire e disperdere il gregge», temeva la «scalata» che stava per rovinare la Chiesa e la Cristianità dopo di lui? Sì, perché morto nel 1958 è stato rimpiazzato da Roncalli che ha aperto porte e finestre della Chiesa proprio all’aria fetida che promanava dall’opera di quel «nemico». Basterebbe ricordare nel piano politico il suo «patto scellerato» col potere comunista mondiale, già iniziato dal suo comparsa Montini (come descritto nel mio libro del 2010 di «breve» pubblicazione Christus Rex (?) «Giovanni XXIII, un enigma epocale, presentato da Franco Bellegrandi»).

Tale veste pontificale è stata poi indossata da Montini, divenuto Paolo 6º nell’onda di quelle aperture al culto dell’uomo nel mondo, all’ONU, alle Logge, agli Ebrei e ad ogni guerriglia armata o culturale.

L’apertura agli «opposti» è continuata poi seguendo la formazione antroposofica rapsodica del polacco Wojtyla, che aprì lo stesso concetto di «redenzione» a tutti, anche a quanti non ne volevano sapere, poiché Dio si sarebbe incarnato – in un certo modo – in tutti gli uomini (vedi «La strana teologia di Giovanni Paolo II», J. Dormann ; 1987). Quindi… seguì l’apertura a tutte le religioni ad Assisi!

In seguito fu eletto il sofisticato teologo luterano-illuminista, che da consulente conciliare era riuscito ad introdurre quel famigerato «subsistit in» per cui la Chiesa Cattolica veniva ridotta a ramo di quel grande albero massonico della «religione più universale». Lui non ha baciato il Corano come il predecessore, ma ha elargito altri baci agli ebrei e mussulmani fino alla spossatezza, quando ha passato la mano a Jorge Mario Bergoglio. Costui, che si dice Francesco, è davvero impegnato a baciare grandi nuove aperture programmate al bacio finale. Intanto rappresenta, più che un pontefice, l’esemplare dell’uomo dalla coscienza rinnovata dalla gran rivoluzione culturale del dialogo e della tolleranza insuperabile e irreversibile Vaticano 2º. E mentre Bergoglio lo predica a Roma il cardinale Burke in America biasima proprio questo rischio.

Così si capisce il terribile commento di San Tommaso alla IIª Epistola ai Tessalonicesi, per cui la grande apostasia avverrà nella chiesa che riceve l’Anticristo a braccia aperte.

L’occupazione del Soglio di Pietro da parte di un falso cristo

Si tratta di capire dalla persona stessa quale il suo pensiero, così come, dai documenti del Vaticano 2º si può capire che essi rappresentano una tacita rinuncia alla Fede cattolica, come insegnata da 260 Papi e da 20 Concili ecumenici.

Qui seguiremmo la recente intervista di Bergoglio attraverso una nostra recensione della breve analisi di LouieVerrecchio** in «An X-Ray of Francis’ Interview», pubblicato da «Tradition in Action», che, dalle sue parole, ne deduce il suo programma.

Ciò servirà, più che ad approfondire le idee pellegrine di un simulacro papale, a capire quel che rappresenta, cioè il pensiero decadente dell’uomo contemporaneo irretito da tutti i miasmi di una grande decadenza culturale e religiosa di marchio ecumenista.

1- Francesco si confessa: a disaggio nell’esercizio dell’autorità (non è mai stato di destra, cioè, lo spaventano le naturali gerarchie e la necessaria autorità!) ;

2- come conseguenza vuole aprire all’invenzione conciliare della «collegialità» (che ripiega su un democratismo caotico aperto alle rivoluzioni);

3- confessa che assumere l’autorità di Cristo come Pontefice romano urta, più che con la sua indole, con la sua «ecclesiologia conciliare»;

4- perciò vive il dilemma della dicotomia tra ortodossia e ortoprassi; tra fede e pratica; tra dottrina e spiritualità;

5- sembra voler anticipare una visione di «chiesa» ancora non «sperimentata» nel sentimento delle grandi masse;

6- come i predecessori, non intende che la realtà (il fumo di Satana e la vistosa auto-demolizione clericale, interferisca nelle sue assolute certezze, riposte nel Vaticano 2º!;

7- perciò la sua determinazione a lodarlo e trattarlo come se fosse il sunto della vera dottrina, per cui è ostile a quanti osano vedere il contrasto delle disastrose innovazioni causate da esso, prima di tutto nella Liturgia, poi nella Dottrina di sempre;

8- quindi la sua aperta ostilità verso i Cattolici tradizionali risale a questa sua radicale «ecclesiologia conciliare»;

9- Ecco che Bergoglio dimostra di credere che l’insegnamento cattolico va adeguato alla vita del mondo e non il contrario, inoltre, che la Chiesa non deve formare l’uomo, ma piuttosto il contrario e cioè che l’uomo forma l’insegnamento della Chiesa;

10- Per finire dimostra tutto il suo modernismo col reinterpretare San Vincenzo di Lerino sulla continuità dottrinale, accusata di formare un blocco, una verità piena, il che considera sbagliato, rivelando così il pensiero spiccatamente modernista accusato nella «Pascendi» e formulato nella professione di fede che è un voto solenne.

Giuramento antimodernista:

«Mi dichiaro infine del tutto estraneo ad ogni errore dei modernisti, secondo cui nella sacra tradizione non c’è niente di divino o peggio ancora lo ammettono ma in senso panteistico, riducendolo ad un evento puro e semplice analogo a quelli ricorrenti nella storia, per cui gli uomini con il proprio impegno, l’abilità e l’ingegno prolungano nelle età posteriori la scuola inaugurata da Cristo e dagli apostoli.
Mantengo pertanto e fino all’ultimo respiro manterrò la fede dei padri nel carisma certo della verità, che è stato, è e sempre sarà nella successione dell’episcopato agli apostoli, non perché si assuma quel che sembra migliore e più consono alla cultura propria e particolare di ogni epoca, ma perché la verità assoluta e immutabile predicata in principio dagli apostoli non sia mai creduta in modo diverso né in altro modo intesa. Mi impegno ad osservare tutto questo fedelmente, integralmente e sinceramente e di custodirlo inviolabilmente senza mai discostarmene né nell’insegnamento né in nessun genere di discorsi o di scritti. Così prometto, così giuro, così mi aiutino Dio e questi santi Vangeli di Dio.

Evidentemente Jorge Mario Bergoglio non vuole né può onestamente pronunciare questo voto e nemmeno quello del Papa eletto per la continuità della Chiesa.

La sua «strategia popolaresca» fa leva proprio sul sentimentalismo pauperista più decadente, che non ha niente da spartire con la Fede nella Religione dei Santi e dei Martiri imitatori di Gesù Cristo. Quel che vuole è rappresentare «l’uomo nuovo» della Rivoluzione conciliare.

Siamo dunque al «culto dell’uomo» che occupa il Luogo Santo di Dio per assumere l’Autorità divina dopo aver superato l’ostacolo del «katéchon»;

e il Papato che si oppone all’avanzata dell’apostasia generale, gran levatrice del potere dell’Anticristo, è «liquidato» dalle parole buoniste, per meglio sedurre, di chi indossa le vesti del dolce Gesù in terra, ma è avverso alla Verità che Lui ci ha trasmesso.

Noi di certo preferiamo tornare alle parole di speranza dell’ultimo Papa cattolico:

Allora, mentre gli empi continuano a diffondere i germi dell’odio, mentre gridano ancora: «Non vogliamo che Gesù regni sopra di noi»: « nolumus hunc regnare super nos » (Luc. 19, 15), un altro canto si leverà, canto di amore e di liberazione, spirante fermezza e coraggio. Esso si leverà nei campi e nelle officine, nelle case e nelle strade, nei parlamenti e nei tribunali, nelle famiglie e nella scuola… Portate dappertutto la vostra azione illuminatrice e vivificatrice. E sia il vostro canto un canto di certezza e di vittoria. Christus vincit! Christus regnat! Christus imperat!

*Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, 12-X-52
Quattordicesimo anno di Pontificato, 2 marzo 1952 – 1° marzo 1953, pp. 357 – 362
Tipografia Poliglotta Vaticana

** Louie Verrecchio is an author, columnist and speaker living and working in the Archdiocese of Baltimore, MD. The Founder and President of Salve Regina Publications, he is one of Catholic News Agency’s longest running columnists (since April 2009).

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Fa dunque mestieri di uscir da un silenzio, che ormai sarebbe colpa,
per far conoscere alla Chiesa tutta
chi sieno infatti costoro che così mal si camuffano
[Da “Pascendi Dominici Gregis”]
“Non nobis, Domine, non nobis, sed nomini tuo da gloriam”
IL GIURAMENTO ANTIMODERNISTA
Acta Apostolicæ Sedis, 1910, pp. 669-672
IO (NOME). fermamente accetto e credo in tutte e in ciascuna delle verità definite, affermate e dichiarate dal magistero infallibile della Chiesa, soprattutto quei principi dottrinali che contraddicono direttamente gli errori del tempo presente.
Primo: credo che Dio, principio e fine di tutte le cose, può essere conosciuto con certezza e può anche essere dimostrato con i lumi della ragione naturale nelle opere da lui compiute (cf Rm 1,20), cioè nelle creature visibili, come causa dai suoi effetti.
Secondo: ammetto e riconosco le prove esteriori della rivelazione, cioè gli interventi divini, e soprattutto i miracoli e le profezie, come segni certissimi dell’origine soprannaturale della religione cristiana, e li ritengo perfettamente adatti a tutti gli uomini di tutti i tempi, compreso quello in cui viviamo.
Terzo: con la stessa fede incrollabile credo che la Chiesa, custode e maestra del verbo rivelato, è stata istituita immediatamente e direttamente da Cristo stesso vero e storico mentre viveva fra noi, e che è stata edificata su Pietro, capo della gerarchia ecclesiastica, e sui suoi successori attraverso i secoli.
Quarto: accolgo sinceramente la dottrina della fede trasmessa a noi dagli apostoli tramite i padri ortodossi, sempre con lo stesso senso e uguale contenuto, e respingo del tutto la fantasiosa eresia dell’evoluzione dei dogmi da un significato all’altro, diverso da quello che prima la Chiesa professava; condanno similmente ogni errore che pretende sostituire il deposito divino, affidato da Cristo alla Chiesa perché lo custodisse fedelmente, con una ipotesi filosofica o una creazione della coscienza che si è andata lentamente formando mediante sforzi umani e continua a perfezionarsi con un progresso indefinito.
Quinto: sono assolutamente convinto e sinceramente dichiaro che la fede non è un cieco sentimento religioso che emerge dall’oscurità del subcosciente per impulso del cuore e inclinazione della volontà moralmente educata, ma un vero assenso dell’intelletto a una verità ricevuta dal di fuori con la predicazione, per il quale, fiduciosi nella sua autorità supremamente verace, noi crediamo tutto quello che il Dio personale, creatore e signore nostro, ha detto, attestato e rivelato.
Mi sottometto anche con il dovuto rispetto e di tutto cuore aderisco a tutte le condanne, dichiarazioni e prescrizioni dell’enciclica Pascendi e del decreto Lamentabili, particolarmente circa la cosiddetta storia dei dogmi.
Riprovo altresì l’errore di chi sostiene che la fede proposta dalla Chiesa può essere contraria alla storia, e che i dogmi cattolici, nel senso che oggi viene loro attribuito, sono inconciliabili con le reali origini della religione cristiana.
Disapprovo pure e respingo l’opinione di chi pensa che l’uomo cristiano più istruito si riveste della doppia personalità del credente e dello storico, come se allo storico fosse lecito difendere tesi che contraddicono alla fede del credente o fissare delle premesse dalle quali si conclude che i dogmi sono falsi o dubbi, purché non siano positivamente negati.
Condanno parimenti quel sistema di giudicare e di interpretare la sacra Scrittura che, disdegnando la tradizione della Chiesa, l’analogia della fede e le norme della Sede apostolica, ricorre al metodo dei razionalisti e con non minore disinvoltura che audacia applica la critica testuale come regola unica e suprema.
Rifiuto inoltre la sentenza di chi ritiene che l’insegnamento di discipline storico-teologiche o chi ne tratta per iscritto deve inizialmente prescindere da ogni idea preconcetta sia sull’origine soprannaturale della tradizione cattolica sia dell’aiuto promesso da Dio per la perenne salvaguardia delle singole verità rivelate, e poi interpretare i testi patristici solo su basi scientifiche, estromettendo ogni autorità religiosa e con la stessa autonomia critica ammessa per l’esame di qualsiasi altro documento profano.
Mi dichiaro infine del tutto estraneo ad ogni errore dei modernisti, secondo cui nella sacra tradizione non c’è niente di divino o peggio ancora lo ammettono ma in senso panteistico, riducendolo ad un evento puro e semplice analogo a quelli ricorrenti nella storia, per cui gli uomini con il proprio impegno, l’abilità e l’ingegno prolungano nelle età posteriori la scuola inaugurata da Cristo e dagli apostoli.
Mantengo pertanto e fino all’ultimo respiro manterrò la fede dei padri nel carisma certo della verità, che è stato, è e sempre sarà nella successione dell’episcopato agli apostoli (1), non perché si assuma quel che sembra migliore e più consono alla cultura propria e particolare di ogni epoca, ma perché la verità assoluta e immutabile predicata in principio dagli apostoli non sia mai creduta in modo diverso né in altro modo intesa (2).
Mi impegno ad osservare tutto questo fedelmente, integralmente e sinceramente e di custodirlo inviolabilmente senza mai discostarmene né nell’insegnamento né in nessun genere di discorsi o di scritti.
Così prometto, così giuro, così mi aiutino Dio e questi santi Vangeli di Dio.

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Note:
1 Ireneo, Adversus haereses, 4, 26, 2: PG 7, 1053.
2 Tertulliano, De praescriptione haereticorum, 28: PL 2, 40.

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Ci chiediamo: perchè fu abolito? oppure se venne effettivamente abolito?
Ci fa piacere constatare che qualcosa sta riemergendo e lo dirò non a parole mie…
“Pascendi Dominici Gregis”: l’attualità dell’antimodernismo di san Pio X Storici e teologi a convegno per il centenario dell’enciclicaDi Luca Marcolivio ROMA, giovedì, 29 novembre 2007 (ZENIT.org).-
L’enciclica Pascendi Dominici Gregis ha compiuto cent’anni nel 2007, ma rimane attualissima. Se ne è parlato in un convegno tenutosi martedì sera presso la Pontificia Università San Tommaso. Pascendi Dominici gregis – Lettera Enciclica – 8 settembre 1907. Gli aspetti eminentemente storici dell’enciclica sono stati esposti da Roberto de Mattei, docente di Storia del cristianesimo all’Università di Cassino e all’Università Europea di Roma.
“L’elezione di Papa Pio X nel 1903 – ha esordito il professor de Mattei – fu, in primo luogo, un fatto inaspettato, risultando favorito, in quel conclave, il cardinal Rampolla”. De Mattei ha poi illustrato lo sfondo storico-culturale di quegli anni: “L’inizio del secolo XX si caratterizza per una grande accelerazione del progresso tecnologico e sociale. Modernismo e progressismo sono le parole chiave del pensiero dell’epoca che inizia a permeare il mondo cattolico, anche grazie a notevoli mezzi finanziari”.“In queste circostanze la salita al soglio pontificio del Cardinal Giuseppe Sarto, con il nome di Pio X – ha proseguito lo storico – ruppe certe dinamiche interne alla Chiesa stessa. Egli era un uomo di autentica pietà e assoluta ortodossia, dotato di grandi capacità pastorali, ma poco incline alla diplomazia e al compromesso”.
“Lavorando in stretta simbiosi con il Segretario di Stato vaticano, il Cardinale Merry Del Val – ha spiegato De Mattei – si circondò di pochi e fidati collaboratori in ambito curiale, attirandosi notevoli ostilità da parte di una grossa fetta del mondo cattolico”.“Sin dai primi anni del pontificato lavorò a quattro importanti obiettivi: il nuovo Catechismo; il nuovo Codice di Diritto Canonico; l’incoraggiamento dei fedeli a una comunione frequente; la lotta al modernismo. Quest’ultimo punto ebbe uno sviluppo significativo con la pubblicazione del decreto Lamentabili, una sorta di nuovo Sillabo nel quale citava 65 errori delle nuove dottrine”.
“Di poco successiva è la Pascendi, pubblicata in un’epoca in cui il cattolicesimo aveva già, oltre ai nemici dichiarati, molti avversari occulti che operavano al suo interno – ha aggiunto – . Costoro, ovviamente erano i più subdoli e pericolosi, avendo una conoscenza diretta della Chiesa. Il loro obiettivo era quello di trasformare la Chiesa da dentro lasciandone intatto l’involucro strutturale”.
La lotta al modernismo si concretizzò essenzialmente nei seguenti punti:
– un ritorno alla dottrina tomista;
– un maggiore controllo sui seminari con relativa sospensione di quei formatori che risultassero ‘infetti dal modernismo’;
– vagliare le pubblicazioni a stampa, proibendo le letture contro la morale;
– istituzione dei ‘censori ecclesiastici’;
– proibizione dei congressi per sacerdoti non autorizzati dai Vescovi;
– istituzione di ‘consigli di vigilanza’ per il clero;
– obbligo da parte dei Vescovi di riferire ogni quattro anni alla Santa Sede sul rispetto dei punti sopra elencati”.
Con il decreto del 1° settembre 1907, il Papa impose il ‘giuramento antimodernista’: fu un colpo mortale a questa corrente di pensiero che, caduta nel dimenticatoio per oltre cinquant’anni, riemerse come un fiume carsico soltanto a cavallo del Concilio Vaticano II”, ha continuato.
“Fu in quegli anni che Jacques Maritain affermò: ‘il modernismo storico fu un modesto raffreddore da fieno, se paragonato all’attuale febbre modernista’. Pochi anni dopo, nel 1972, papa Paolo VI, lanciò il celebre allarme sul ‘fumo di satana’ ormai ‘entrato nel tempio di Dio’”.
“A distanza di un secolo – ha poi concluso de Mattei – la Pascendi Dominici Gregis con la sua condanna del modernismo quale ‘sintesi di tutte le eresie’ è ancora attualissima ed è auspicabile che i cattolici la riscoprano per contrastare il modernismo attuale, ben più nocivo di quello del passato, sia per i mezzi intellettuali più perfidi e sopraffini, sia perché ripete un errore che è stato già condannato”.
Di carattere filosofico è stata la relazione di Giovanni Turco, docente di Filosofia e Storia all’Università di Udine. “Con il modernismo – ha affermato – la storia, la religione e la ragione sono depotenziate: la storia diventa fenomeno del divenire e la religione sentimento religioso. Questo percorso impedisce di accogliere la fede autenticamente intesa come adesione alla rivelazione”.“Le conseguenze più deteriori del modernismo – ha aggiunto il professor Turco – sono l’attribuzione di una medesimo valore a tutte le religioni, la riduzione della carità a filantropia, la riduzione della ragione a doxa (opinione) fino ad arrivare, in ultima analisi all’indifferentismo assiologico e all’agnosticismo. La ragione umana, al contrario, è capace di riconoscere i doveri dell’uomo verso Dio”.
“La strada da seguire è ben diversa e implica un ritorno alla metafisica, ovvero all’incontro libero e liberante tra l’intelligenza e la realtà, sulla scia di san Tommaso”, ha poi concluso.
È poi seguito il contributo di padre Giovanni Cavalcoli, OP, docente alla Facoltà Teologica dell’Emilia Romagna. “Papa Pio X – ha sottolineato – non era un prelato dagli spiccatissimi interessi accademici. Era tuttavia un santo e, con grande spirito sovrannaturale, intuì quanto le dottrine moderniste erano ispirate dalla superbia del demonio”.“Quanto al modernismo attuale – ha proseguito il religioso – esso compie l’errore di giudicare il tomismo e il magistero della Chiesa con criteri, per l’appunto, modernisti. In questa concezione della fede, l’uomo sente Dio come immanente o interno a sé; Dio si manifesta nel sentimento e nella coscienza, quindi non è trascendente”.“Oggi il modernismo è ben più pervasivo di cent’anni, avendo contagiato anche una parte della Curia cardinalizia e dell’espiscopato. Il clero dovrebbe, al contrario, regolare il suo agire sulla base dell’umile affidamento a Cristo e al magistero, non certo sulla base del successo facile o del rispetto umano”, ha poi concluso.
La chiusura del convegno è stata affidata a monsignor Luigi Negri, Vescovo di San Marino e Montefeltro. Anche monsignor Negri ha accennato al problema dell’equivoco post-conciliare ricordando la condanna della “ermeneutica della discontinuità” da parte di Benedetto XVI. “Un’ermeneutica che vede il Vaticano II come l’alba di una nuova chiesa”, ha commentato. “San Pio X – ha affermato Negri – ha dimostrato come tutte quelle correnti vicine al razionalismo e al modernismo portano inevitabilmente all’ateismo. Esse rappresentano un impietoso tentativo di eliminare Dio dalla considerazione della vita e della società. Se si elimina il divino, l’uomo diventa oggetto di manipolazione in tutti i sensi”.
I totalitarismi non sono stati ‘incidenti di percorso’ ma consapevoli e deliberate costruzioni di società senza Dio”, ha aggiunto il Vescovo.“A tutto ciò si contrappone la Dottrina Sociale della Chiesa che, da circa un secolo e mezzo, pone al centro la dignità della persona umana, la priorità della famiglia, la libertà scolastica, secondo i principi della sussidiarietà che il modernismo nega, attribuendo allo Stato un ruolo privilegiato: non a caso il totalitarismo rimpiazzò l’Europa delle nazioni con l’Europa degli Stati”, ha ricordato.
Oggi ci troviamo di fronte a una battaglia epocale tra una concezione autentica e una concezione razionalista e ‘massonica’ della Chiesa – ha proseguito il presule –. Parimenti c’è un ecumenismo giusto, quello che affianca al dialogo la missione e un ecumenismo ‘d’accatto’ che contrappone dialogo e missione”.“All’inizio del secolo attuale, nell’anno giubilare è stata pubblicata la dichiarazione Dominus Jesus che indica chiaramente nella Chiesa la fonte della verità: auspichiamo che al pari del Sillabo e della Pascendi, la Dominus fra cento anni possa essere ricordato come il documento magisteriale che ha impedito la dissoluzione del cattolicesimo nel mondo”, ha poi concluso.
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