Decrescita felice

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Capitulare de Villis – San Carlo Magno e Beato Alcuino da York

Carlo Magno, il più grande proprietario terriero dell’Europa del suo tempo, al fine di sfruttare al meglio anche le risorse generate dalle attività agricole e pastorali emanò tra il 770 e l’800 questa famosa ordinanza detta il “Capitulare de villis”

1- Vogliamo che le nostre villae, che abbiamo impiantato perché servano ai nostri bisogni, siano totalmente al nostro servizio e non di altri uomini.

2- Vogliamo che la nostra familia sia ben trattata e non ridotta in miseria da nessuno.

3- Gli iudices si astengano dal porre la nostra familia al proprio servizio, non li obblighino a corvées, a tagliar legna per loro o ad altri lavori né accettino alcun dono da essi, né cavallo, né bue, né maiale, né montone, né maialino da latte, né agnello, né altra cosa a meno che non si tratti di bottiglie, verdura, frutta, polli, uova.

4- Se nella nostra familia qualcuno si rende colpevole nei nostri confronti di furto o trascura i suoi doveri, risarcisca il danno personalmente; per altre colpe sia punito con frustate secondo la legge, a meno che non si tratti di omicidio e incendio, risarcibili con ammenda. Agli altri uomini gli iudices rendano la giustizia a cui hanno diritto in base alla legge; per frodi nei nostri confronti, come già detto, la familia sia fustigata. Quanto ai Franchi stabiliti su terre fiscali o nelle nostre villae, qualsiasi reato commettano, lo scontino secondo la loro legge e qualsiasi ammenda versino, venga incamerata a nostro profitto, tanto per il bestiame che per altro.

5- Quando i nostri iudices devono occuparsi di lavori sui nostri campi, come seminare o arare, raccogliere le messi, falciare il fieno o vendemmiare, ciascuno di essi, al tempo dei lavori, provveda ai singoli settori e faccia eseguire ogni cosa in modo che tutto sia ben fatto. Nel caso che lo iudex sia lontano da casa, invii sul posto che egli non ha potuto raggiungere un uomo esperto della nostra familia che provveda alle nostre cose o un altro di cui ci si possa fidare, in modo che tutto venga eseguito come si deve: lo iudex provveda in tempo a inviare un fedele che si occupi di queste cose.

6- Vogliamo che i nostri iudices versino l’intera decima di ogni raccolto alle chiese che sorgono sulle nostre terre fiscali e che la nostra decima non sia versata alla chiesa di un altro, a meno che non si debba rispettare un’antica consuetudine. Non altri ecclesiastici ufficino queste chiese, ma i nostri, o della nostra familia o della nostra cappella.

7- Ogni iudex adempia appieno al suo servizio, così come gli è stato assegnato; se si presentasse la necessità di dover servire oltre il previsto, si faccia dire se questo comporta solo il servizio diurno o anche le notti.

8- nostri iudices si interessino delle vigne nostre che fanno parte del loro ministerio, le curino bene e il vino lo mettano in buoni recipienti e stiano ben attenti che in nessun modo si guasti, acquistino ulteriore vino, procurandoselo con scambi in natura di animali, da inviare alle villae del re. Nel caso si sia acquistato più vino di quanto sia necessario per il rifornimento delle nostre villae, ce lo facciano sapere perché possiamo decidere quale uso farne. Ricavino dalle nostre vigne ceppi di vite e ce li inviino per impiantare altrove nuove coltivazioni a nostro vantaggio. I canoni in vino versati dalle nostre villae li inviino alle nostre cantine.

9- Vogliamo che ogni iudex tenga nel suo ministerio le misure dei moggi, dei sestari – e dei recipienti da otto sestari – e dei corbi, corrispondenti alle misure che abbiamo in Palatio.

10- nostri maiores, gli addetti alle foreste, ai puledri, alle cantine, i decani, gli esattori di tributi, gli altri ministeriales collaborino ai lavori dei campi, diano in tributo maiali dai loro mansi, provvedano di manodopera i loro ministeria. Il maior in possesso di un beneficium designi un sostituto che si occupi in sua vece della manodopera e delle altre attività attinenti il servitium.

11- Nessun iudex si serva dei nostri uomini o degli stranieri per la custodia dei cani o altre prestazioni a suo vantaggio.

12- Nessun iudex dia ordini a un nostro ostaggio in una nostra villa.

13- Si prendano cura dei cavalli da riproduzione – cioè i Waraniones – e non permettano che sostino a lungo in uno stesso luogo, perché questo non sia di loro detrimento. E se qualcuno non è più buono o è vecchio o è morto, ce lo facciano sapere per tempo, prima che venga il momento di essere inviati fra le giumente.

14- Custodiscano bene le nostre giumente e separino i puledri quando è tempo di farlo; se le puledre si saranno moltiplicate vengano separate e se ne faccia un branco a parte.

15- I nostri puledri siano in ogni caso presenti nei pressi del Palatium per la messa di S. Martino, in inverno.

16- Vogliamo che tutto ciò che noi o la regina abbiamo ordinato a ciascun iudex o lo abbiano ordinato a nome nostro i nostri ministeriales – il siniscalco e il sovrastante alle cantine – lo eseguano esattamente come è stato loro ordinato: chiunque trascuri di farlo per negligenza, si astenga dal bere dal momento in cui gli giunge il richiamo fino a quando non si presenta al cospetto nostro o della regina e chieda perdono. Se lo iudex milita nell’esercito o è incaricato di far la guardia o partecipa a un’ambasceria o è altrove, e ai suoi iuniores siano stati assegnati degli ordini rimasti ineseguiti, costoro vengano a piedi al palatium e si astengano dal bere o dal mangiar carne finché non forniscono le ragioni della loro mancanza. Subiscano quindi il castigo, o in frustate o in qualsiasi altro modo piacerà a noi o alla regina.

17- Quante sono le villae presenti nel ministerium, altrettanti siano gli uomini che si occupano delle api a nostro profitto.

18- Allevino polli e oche presso i nostri mulini, in base alla resa del mulino o come meglio possono.

19- Nei nostri granai delle “ville più grandi” allevino non meno di cento polli e non meno di trenta oche, nelle “ville più piccole” non meno di cinquanta polli e dodici oche.

20- Ogni iudex faccia pervenire per tutto l’anno alla curtis prodotti in abbondanza e faccia effettuare controlli tre quattro o più volte.

21- Ciascun iudex tenga dei vivai di pesci là dove prima già c’erano e, se possono essere ampliati, li ampli; dove prima non c’erano, ma possono esserci, ne crei di nuovi.

22- Chi coltiva vigne, tenga non meno di tre o quattro corone di grappoli.

23- In ogni nostra villa gli iudices abbiano stalle per mucche, porcili, ovili per pecore, capre e montoni nel maggior numero possibile e non devono assolutamente esserne privi. Abbiano inoltre vacche proprie destinate al loro servizio e custodite dai nostri servi, cosicché in alcun modo si riduca il numero delle vacche addette al nostro servizio o agli aratri. E quando tocca loro il turno della fornitura della carne, forniscano buoi zoppi non malati, vacche e cavalli non rognosi o altri animali non malati. E, come già detto, non riducano per questo il numero delle vacche nelle stalle o agli aratri.

24- Rientra nei compiti di ciascun iudex quel che va fornito per la nostra mensa; e quanto fornirà sia buono e di ottima qualità, ben preparato, con cura e pulizia. Ciascuno riceva dall’annona due pasti al giorno per il servizio alla nostra mensa, quando sarà di turno a servire. Forniture di altro genere siano in tutto sotto ogni aspetto di buona qualità, che si tratti di farina o di animali.

25- Ai primi di settembre facciano sapere se si organizzano o no pascoli collettivi.

26- Ai maiores non sia affidato nel ministerio un territorio più ampio di quel che può essere percorso o controllato in un sol giorno.

27- Le nostre case abbiano sempre il fuoco acceso e siano sorvegliate per garantire la sicurezza. E quando messi o ambascerie vanno o vengono dal palatium, non alloggino assolutamente nelle curtes del re, senza uno speciale ordine nostro o della regina. Il conte nel suo ministerium o quegli uomini che già in passato si sono occupati dei messi o delle ambascerie, continuino ad occuparsi come in passato e dei cavalli e di ogni altra necessità, in modo che possano recarsi a palazzo o tornarne in modo agevole e decoroso.

28- Vogliamo che ogni anno, durante la quaresima, nella domenica delle palme detta osanna, facciano recapitare, come prescritto, il ricavato delle nostre coltivazioni, dopo che ci avranno fatto conoscere per l’anno in corso a quanto ammonta la produzione.

29- Per quei nostri uomini che hanno reclami da fare, ciascun iudex provveda che non debbano venire a reclamare da noi, e veda di non rimandare per negligenza i giorni in cui devono prestare servizio. E se uno straniero nostro servo reclamasse giustizia, il suo magister si batta con ogni impegno perché gli sia resa e, se in qualche posto non ci riesce, non permetta che il nostro servo debba penare da solo ma il suo magister, di persona o per mezzo di un suo inviato, provveda a informarcene.

30- Vogliamo che da tutto quel che è stato prodotto venga accantonata la parte destinata a nostro uso. Ugualmente accantoni quanto deve essere caricato sui carri per le spedizioni militari, procurandoselo sia nell’abitato che presso i pastori, e registrino i quantitativi inviati a questo scopo.

31- Allo stesso modo ogni anno facciano accantonare ciò che va distribuito ai braccianti e alle lavoratrici dei ginecei e a tempo opportuno lo distribuiscano integralmente e ci sappiano dire che uso ne fanno e come si riforniscono.

32- Ciascun iudex provveda a rifornirsi di semente sempre buona e di ottima qualità, o comprandola o procurandosela altrimenti.

33- Dopo che si sono fatti gli accantonamenti, si sono effettuate le semine e si è provveduto a tutto, la produzione avanzata sia conservata finché non facciamo conoscere le nostre disposizioni, se venderla o tenerla.

34- Occorre dedicare molta attenzione perché i prodotti alimentari lavorati o confezionati a mano, siano tutti fatti o preparati con pulizia somma: il lardo, la carne secca o insaccata o salata, il vino, l’aceto, il vino di more, il vin cotto, la salsa di pesce, la senape, il burro, il malto, la birra, l’idromele, il miele, la cera, la farina.

35- Vogliamo che si utilizzi la sugna delle pecore grasse e dei maiali, inoltre in ciascuna villa vi siano dei buoi ben ingrassati o per fame sugna sul posto o perché siano consegnati a noi.

36- I boschi e le foreste nostre siano ben custodite; dove è necessario il disboscamento lo si faccia e non si permetta al bosco di invadere i campi; dove invece devono esserci i boschi, se ne impedisca uno sfruttamento che ne comprometta l’esistenza; tutelino la selvaggina presente nelle nostre foreste; si occupino anche degli avvoltoi e sparvieri per le nostre cacce; riscuotano con diligenza le tasse sui boschi a noi dovute. Se gli iudices o i maiores nostri o i loro dipendenti mandano i loro maiali al pascolo nei nostri boschi, siano i primi a pagare la decima per dare buon esempio, in modo che dopo anche gli altri paghino la decima interamente.

37- I nostri campi e le culture siano ben curati e ci si occupi dei nostri prati quando è il momento.

38- Dispongano sempre di un sufficiente numero di oche grasse e polli grassi destinati al nostro uso, da utilizzare quando è il loro turno di servizio o da farceli recapitare.

39- Vogliamo che accettino i polli e le uova che i servi o i coloni consegnano ogni anno. Quando non servono, li facciano vendere.

40- Ogni iudex faccia allevare nelle nostre villae sempre, senza eccezioni, uccelli caratteristici come pavoni, fagiani, anitre, colombe, pernici, tortore, a scopo ornamentale.

41- Gli edifici delle nostre curtes e le siepi di recinzione siano ben curati e siano ben tenute le stalle, le cucine, i forni e i frantoi in modo che i nostri ministeriales possano attendere ai loro lavori con decoro e pulizia.

42- In ciascuna villa negli alloggi ci siano a disposizione letti, materassi, cuscini, lenzuola, tovaglie, tappeti, recipienti di rame, di piombo, di ferro, di legno, alari, catene, ganci per paioli, scalpelli, accette o asce, succhielli, insomma ogni tipo di utensili, in modo che non sia necessario cercarli altrove o farseli prestare. Rientra nei loro compiti curare che gli arnesi di ferro da impiegare nelle spedizioni militari siano in buono stato e quando si rientra dalla spedizione siano conservati in casa.

43- A tempo opportuno facciano distribuire ai nostri ginecei, come prescritto, il materiale necessario, cioè lino, lana, ingredienti o piante utili per tingere stoffe, pettini da lana, cardi per cardare, sapone, grasso, vasetti e altre minutaglie necessarie alla lavorazione.

44- Ogni anno vengano inviati per nostro uso due terzi degli alimenti adatti al digiuno quaresimale: legumi, pesce, formaggio, burro, miele, senape, aceto, miglio, panico, ortaggi freschi e secchi e, inoltre, navoni, cera, sapone e altre minuzie. Di quel che avanza, come già detto, stendano una relazione e per nessuna ragione la tralascino, come hanno fatto finora, perché vogliamo confrontare i due terzi con la terza parte rimasta.

45- Ogni giudice abbia nel suo ministerium buoni artigiani, cioè fabbri ferrai, orefici o argentieri, calzolai, tornitori, carpentieri, fabbricanti di scudi, pescatori, uccellatori, fabbricanti di sapone, di birra, di sidro o esperti nella fabbricazione di qualsiasi altra bevanda gradevole a bersi, fornai che ci forniscano pane di semola, fabbricanti di reti che sappiano fare delle reti, buone sia per la caccia che per la pesca che per catturare uccelli, altri ministeriales infine che sarebbe troppo lungo elencare.

46- Facciano ben custodire i nostri recinti per animali, che il volgo chiama brogili, provvedano a ripararli quando occorra e non aspettino assolutamente che sia necessario rifarli nuovi. Facciano lo stesso per tutte le costruzioni.

47- I nostri cacciatori, i falconieri e gli altri ministeriales addetti a stabile servizio nel palatium trovino assistenza nelle nostre villae quando noi o la regina ve li inviamo con precisi ordini scritti per fare qualcosa di nostra utilità, o quando il siniscalco o il bottigliere ordinassero loro di far qualcosa a nostro nome.

48- I torchi nelle nostre villae siano efficienti e funzionari. I nostri iudices provvedano che nessuno si permetta di pigiare la nostra uva con i piedi, ma tutto si faccia con decoro e pulizia.

49- I nostri ginecei siano ben strutturati, con alloggi, ambienti riscaldati, locali in cui le donne possano trascorrere le serate invernali; siano circondati da steccati ben saldi e muniti di solide porte, in modo che con tranquillità lavorino per noi.

50- Ciascun iudex veda quanti puledri possano stare in una stalla e quanti debbano essere gli addetti ai puledri. Gli addetti che sono di condizione libera e posseggono benefici in quel ministerium vivano con le risorse dei loro benefici; anche i fiscalini che posseggono dei mansi vivano di questi e chi non li avesse percepisca una prebenda dalla curtis dominica.

51- Ciascun iudex vigili perché i malviventi non possano nascondere sotto terra o altrove la nostra semente e, di conseguenza, il raccolto sia scarso. Vigilino anche perché nessun altra malefatta possa mai verificarsi.

52- Vogliamo che agli stranieri sia resa piena e completa giustizia, secondo le loro leggi, da parte di chi vive sulle terre del fisco o nelle nostre villae, di condizione servile o libera che sia.

53- Ciascun giudice vigili perché nel proprio ministerium non ci siano uomini ladri o delinquenti.

54- Ciascun iudex badi che i nostri servi si applichino con impegno nel proprio lavoro e non perdano tempo gironzolando per i mercati.

55- Vogliamo che i nostri iudices tengano conto di quanto hanno versato, utilizzato o messo da parte a nostra disposizione; ne tengano un altro per le uscite e ci facciano pervenire una relazione di quanto è ancora disponibile.

56- Ciascun giudice nel proprio ministerium tenga frequenti udienze, amministri la giustizia e provveda che i nostri servi vivano onestamente.

57- Se qualcuno dei nostri servi volesse dirci qualcosa che ci riguarda a proposito del suo magister, non gli si impedisca di venire da noi. E se lo iudex venisse a sapere che i suoi iuniores vogliono venire a palazzo a lamentarsi di lui, allora lo stesso iudex faccia pervenire a palazzo le lamentele suscitate contro di lui, in modo che i loro reclami non ingenerino fastidio alle nostre orecchie. Vogliamo anche sapere se vogliono venire per vera necessità o per vani pretesti.

58- Quando i nostri cuccioli di cane siano affidati agli iudices per essere allevati, lo iudex stesso li nutra a sue spese o li affidi ai suoi iuniores – cioè maiores, decani o cellerarii – che li facciano allevare a loro spese a meno che non ci sia un ordine nostro o della regina di nutrirli nella nostra villa a spese nostre; e allora lo iudex stesso invii un servo a questo scopo che li nutra bene e disponga di che nutrirli senza dover ricorrere ogni giorno alla dispensa.

59- Ciascun iudex, quando sarà di servizio, faccia dare ogni giorno tre libbre di cera, otto sestari di sapone e inoltre, per la festa di Sant’Andrea, dovunque ci trovassimo coi nostri servi, faccia dare sei libbre di cera; lo stesso faccia durante la quaresima.

60- I maiores non vanno scelti fra gli uomini potenti, ma fra quelli di media condizione che abbiano prestato il giuramento di fedeltà.

61- Ciascun iudex, quando è il suo turno di servizio faccia portare a palazzo il suo malto; vengano anche con lui i magistri che producano ivi della buona birra.

62- Ciascun iudex, ogni anno per Natale ci sottoponga un elenco particolareggiato, chiaro e completo, che precisi l’ammontare complessivo e particolareggiato di quanto viene prodotto dal lavoro effettuato dai buoi custoditi dai nostri bovari, quanto rendono i mansi che essi debbono arare, il reddito derivante dai maiali, dalle tasse e dai prestiti effettuati, dalle multe, dalla selvaggina catturata nelle nostre riserve senza nostro permesso, dalle composizioni, dai mulini, dalle riserve di caccia, dai campi, dalle riscossioni sui ponti, dai traghetti, dagli uomini liberi e da quelli delle centene che prestano servizio su terre fiscali, dai mercati, dalle vigne, da chi vende vino, dal fieno, dalla legna da ardere e da illuminazione, dalle tavole o altro legname da lavorare, dai legumi, dal miglio, dal panico, dalla lana, dal lino, dalla canapa, dai frutti degli alberi, dalle noci e dalle nocciole, dagli alberi innestati, dagli orti, dai navoni, dai vivai, dal cuoio, dalle pelli, dalle corna, dal miele e dalla cera, dal grasso, dal sego, dal sapone, dal vino di more, dal vin cotto, dall’idromele e dall’aceto, dalla birra, dal vino nuovo e da quello stagionato, dall’ultimo raccolto di grano e da quello vecchio, dai polli, dalle uova, dalle oche, dai pescatori, dai fabbri, dai fabbricanti di scudi e dai calzolai, dalle madie, dai cofani, dagli scrigni, dai tornitori, dai sellai, dai ferrai, dai fonditori di ferro e di piombo, dai tributari. dai puledri e dalle puledre.

63- Non sembri troppo duro ai nostri iudices se chiediamo tutte queste cose perché vogliamo che anch’essi richiedano ugualmente tutto ai loro iuniores senza animosità alcuna; e l’ordinata amministrazione che un uomo deve tenere in casa sua o nelle proprie villae, i nostri iudices la devono tenere nelle nostre villae.

64- Le basterne, i nostri carri che noi utilizziamo in guerra, siano ben fatti e le loro aperture siano ben chiuse col cuoio, così ben cuciti che, se si presentasse la necessità di dover attraversare l’acqua a nuoto, possano valicare i fiumi con le derrate in essi contenute, l’acqua non possa penetrare all’interno e il tutto possa passare, come già detto, senza danni. E vogliamo che ogni carro sia carico della farina occorrente al nostro sostentamento, cioè dodici moggi di farina; su quelli che trasportano vino carichino dodici moggi corrispondenti al nostro moggio; ogni carro sia provvisto di scudo e lancia, faretra e arco.

65- I pesci dei nostri vivai siano venduti e sostituiti con altri, in modo che ci siano sempre dei pesci; tuttavia quando noi non veniamo nelle villae siano venduti e gli iudices destinino il ricavato a nostro profitto.

66- Ci rendano conto delle capre, dei becchi e delle loro coma e pelli e ogni anno ci riforniscano con le loro carni grasse salate.

67- Ci tengano informati sui mansi incolti e sui servi da poco acquisiti di cui dispongano, che non si sappia dove collocare.

68- Vogliamo che ogni singolo iudex abbia sempre pronti dei buoni barili cerchiati di ferro, che possano essere utilizzati nelle spedizioni militari o inviati a palazzo, e non faccia mai otri di cuoio.

69- Ci tengano sempre informati sulla presenza di lupi, su quanti ciascuno ne ha catturati e ci facciano presentare le loro pelli; nel mese di maggio diano la caccia ai cuccioli di lupo e li catturino col veleno, con esche, con trappole, con cani.

70- Vogliamo che nell’orto sia coltivata ogni possibile pianta: il giglio, le rose, la trigonella, la balsarnita, la salvia, la ruta, l’abrotano, i cetrioli, i meloni, le zucche, il fagiolo, il cumino, il rosmarino, il careium, il cece, la scilla, il gladiolo, l’artemisia, l’anice, le coloquentidi, l’indivia, la visnaga, l’antrisco, la lattuga, la nigella, la rughetta, il nasturzio, la bardana, la pulicaria, lo snúmio, il prezzemolo, il sedano, il levistico, il ginepro, l’aneto, il finocchio, la cicoria, il dittamo, la senape, la satureja, il sisimbrio, la menta, il mentastro, il tanaceto, l’erba gattaia, l’eritrea, il papavero, la bieta, la vulvagine, l’altea, la malva, la carota, la pastinaca, il bietolone, gli amaranti, il cavolo-rapa, i cavoli, le cipolle, l’erba cipollina, i porri, il rafano, lo scalogno, l’aglio, la robbia, i cardi, le fave, i piselli, il coriandolo, il cerfoglio, l’euforbia, la selarcia. E l’ortolano faccia crescere sul tetto della sua abitazione la barba di Giove. Quanto agli alberi, vogliamo ci siano frutteti di vario genere: meli cotogni, noccioli, mandorli, gelsi, lauri, pini, fichi, noci, ciliegi di vari tipi. Nomi di mela: gozmaringa, geroldinga, crevedella, spiranca, dolci, acri, tutte quelle di lunga durata e quelle da consumare subito e le primaticce. Tre o quattro tipi di pere a lunga durata, quelle dolci, quelle da cuocere, le tardive.

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Franco Cardini – Il Medioevo piace. Ma non si studia

Il Medioevo impazza. Cinema, televisione, play games, giochi di piazza, “rievocazioni storiche”, saghe di qualunque tipo, gadgets, “soldatini”, armi e utensili medievali artigianalmente riprodotti, perfino “musei della tortura” (!) e “cucina medievale” (?). Vi sono città intere dove in certi giorni di festa tutti si travestono da “gente del Medioevo” e giocano al Medioevo. In un paese che compra pochi libri e ne legge meno ancora, l’ultimo “successo annunziato” di Dan Brown giunto fresco in libreria con un titolo allusivo al massimo poeta medievale, Dante, arriva subito al top delle classifiche di vendita.

Bene: in fondo, la Modernità giunta alla sua fase conclusiva e trascolorante nel Postmoderno è ancora ferma, per certi versi, all’Illuminismo e al Romanticismo: e il fascino del Medioevo dipende largamente – Inquisizione, Graal, Templari & Co. – dalla querelle interna ai «due secoli / l’un contro l’altro armato», come li definiva il Manzoni. Chi ha ragione: Voltaire o Walter Scott? Diderot o Novalis? Tempo della barbarie e della superstizione o età della fede, del sentimento, della libertà e della fantasia? “Tenebre medievali” o “Luce del Medioevo”? Leggenda Nera o Leggenda Aurea?

Intanto, fra Robin Hood, Disneyland, Tolkien e swords and dragons, sono più di due secoli che i ragazzi di tutta Europa sognano l’Età di Mezzo. E non parliamo della Chiesa, il cui capo ha or ora assunto il nome di un grande santo del XIII secolo. E dei rivoluzionari, che sono da sempre dei «fanatici dell’Apocalisse», come li definiva oltre mezzo secolo fa Norman Cohn, e che eternamente guardano ai modelli degli eretici e dei ribelli medievali. D’altronde, non si fa che parlare di “nuovo Medioevo”, di nuovi barbari, di Medioevo Prossimo Venturo che sarebbe alle porte. Insomma: veniamo dal Medioevo, andiamo verso il Medioevo. Medioevo dappertutto, Medioevo per sempre.

E vabbè. Intanto però, nelle nostre Facoltà universitarie le cattedre di storia o di filologia collegate al Medioevo si vanno spengendo l’una dopo l’altra. A Firenze, Benigni fa l’en plein recitando Dante in piazza ma la cattedra di filologia dantesca che fu di Michele Barbi tace, mentre Società Dantesca Italiana e Società Dante Alighieri sono in affanno.

Centri di studio prestigiosi, come quello di Spoleto dedicato all’Alto Medioevo e diretto da Enrico Menestò o quello fiorentino dedicato al latino medievale che fu di Claudio Leonardi e ora è di Agostino Paravicini Bagliani, vivacchiano. Attenzione: qui parliamo di luminari di livello internazionale, non di travet dell’insegnamento e della ricerca. Gli studenti emigrano verso altre discipline, gli specializzati di sovente alto livello che non hanno avuto la “fortuna” di rifugiarsi in qualche scuola media – un Giuseppe Ligato, una Chiara Mercuri – o di godere (si fa per dire) di una precaria e smagrita borsa di studio fuggono all’estero. Solo qualcuno più fortunato sta in archivio o in biblioteca, tipo Barbara Frale o Paolo Evangelisti.

I fans del Medioevo corrono evidentemente a centinaia di migliaia a comprarsi l’ultimo Norman Cohn: quanti di loro hanno mai letto una riga di Huizinga o di Bloch, o magari di Le Goff, per tacere i nostri bravissimi italiani da Chittolini alla Frugoni a Sergi a Merlo a Montanari?

A Roma in questi giorni si discute della bizzarra contraddizione in un luogo a ciò quant’altri mai deputato: l’Istituto storico iItaliano del Medioevo, ente pubblico insediato nella splendida borrominiana Chiesa Nuova e presieduto da Massimo Miglio, Accademico dei Lincei. Perché il Medioevo va di moda e gli studi medievistici non pagano, non dant panem, non hanno successo nella società dei consumi e dello spettacolo (del resto anch’essa ora in crisi)? Che cosa c’è che non va? Ne hanno colpa gli addetti ai lavori troppo élitisti e magari un po’ noiosi, i media distratti, il pubblico disinformato, il livello culturale medio ormai penoso ?

Insomma, il Medioevo non è proprio morto, tuttavia non si sente troppo bene: ma potrebbe star meglio. Allora, Viva il Medioevo.

Franco Cardini
Fonte: www.avvenire.it
22.05.2013

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Illustrissimo imperatore Carlo Magno, dovreste vedere com’è ridotta la cristianità…

Carlo Magno

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A Carlo Magno, con sincere scuse

Detestato da generazioni di studenti italiani come “quello che inventò la scuola, Carlo Magno è, in realtà, una figura importante per la storia europea e cristiana. Non un santo, ma certamente un re che aveva un progetto politico e a cui i governanti di oggi dovrebbero guardare. Per ricostruire quel cumulo di rovine che sembra oggi l’Europa: rovine spirituali e morali, cui non è estraneo avere fatto di tutto per mettere al bando le radici cristiane. Tutto questo nella seconda attesa puntata della rubrica “IlLastrissimi”.

di Alessandro Lastra

Alessandro LastraIllustrissimo e serenissimo Imperatore, Re dei Franchi e dei Longobardi, Carlo Magno,

mi pare doveroso principiare questa mia a voi scusandomi per i molti e reiterati malauguri che, nell’infanzia, vi ho mandati mal sopportando di dovermi alzare presto per andare a scuola. Fu la mia maestra elementare di storia, quando avevo nove anni, a insegnarmi che eravate stato voi a dare una struttura “statale” alla scuola dunque, se per nove mesi all’anno dovevo lasciare il mio letto di buona mattina e, seduto ad un banco, riempire la mia giovane mente di calcoli e nozioni, era con voi che dovevo prendermela.

Ora sono cresciuto e capisco la reale importanza della scuola al punto da sognare, un domani, di diventare parte di quel sistema che tanto odiai da piccolo. Mi viene da sorridere pensando a quel bambino che tutte le mattine, alzandosi, sperava in un incendio spontaneo localizzato nell’area dell’edificio scolastico pur di rimanere a dormire fino a tardi. Più di una volta, davanti ai maestri che si sgolavano, mortificandolo quando non faceva i compiti o dimenticava a casa un libro, quello scolaro novenne pensava: “Mai e poi mai farò l’insegnante!”. Ed eccolo qui, oltre un decennio dopo, trasognato all’idea poter sedere finalmente all’altro capo di una cattedra e speranzoso quasi oltre la ragione di realizzare questo sogno, poiché in esso individua la propria vocazione.

Il re a cui si ispirò Carlo Magno: Davide, uomo di fede ma con qualche difetto serio di carattere...

Il re a cui si ispirò Carlo Magno: Davide, uomo di fede ma con qualche difetto serio di carattere…

Tornando a voi, Sire, confesso di aver compreso solo in questi ultimi tempi l’effettiva importanza della vostra vita nello scenario storico. In un’Europa divisa a brandelli dal passaggio delle tribù barbare, di cui voi stesso eravate discendente, siete stato capace di edificare un grande impero cristiano. Si sa, per sottomettere sotto la vostra corona Bavari, Longobardi e Sassoni impugnaste sovente la spada e mandaste al Creatore migliaia e migliaia di uomini. Le cronache riportano che avevate eletto a vostro modello Davide, re amato da Dio ma anche uomo sanguinario e guerrafondaio. Nei lunghi anni in cui avete regnato, i giorni di guerra superano abbondantemente quelli di pace. D’altronde, rendendoci conto che il Medioevo era un’epoca violenta, non si poteva pretendere da voi un comportamento tanto diverso.

Già dall’epoca di Carlo Martello, vostro nonno, i Franchi erano divenuti i difensori della Cristianità, sostituendo quel lontano impero d’Oriente che di romano non aveva più nulla. Un sodalizio tra la vostra casata – i Pipinidi – e i pontefici esisteva da tempo prima ancora che voi nasceste ma solo in quella mattina di Natale dell’800, quando Leone III vi calò sulla fronte il diadema imperiale, si compì il decisivo passo avanti. Dopo di allora, l’Europa divenne il centro del teatro della storia e quei barbari ritenuti colpevoli di aver distrutto il vecchio impero si adoperarono per metterne in piedi uno nuovo.

Non è questa la sede per descrivere una per una le tappe che condussero alla vostra incoronazione ma mi preme sottolineare che si trattò di un evento cui mise mano la Divina Provvidenza. Raramente come in quel periodo si crearono tutte le condizioni adatte per l’inizio di un nuovo corso.

Papa Leone III: ebbe bisogno di Carlo Magno.

Papa Leone III: ebbe bisogno di Carlo Magno.

Papa Leone III, appena eletto al soglio pontificio, era pesantemente infamato dai nobili romani che gli si ribellarono contro e così, per timore di venire deposto, era fuggito da Roma. Sul suo cammino incontrò due missi dominici, incaricati speciali e a volte vera e propria estensione della vostra regale persona, tanto che ad alzare le mani contro di essi ci si poteva considerare rei di lesa maestà. Costoro condussero Leone III al vostro cospetto e voi vi faceste garante di presiedere un concilio nel quale si sarebbero discussi i presunti illeciti del pontefice. In questo scenario, trovandosi il Papa alla vostra mercé, fu per la prima volta discussa l’ipotesi di nominare voi imperatore.

Sanati i conflitti tra Leone III e i nobili, come già detto, a Natale ebbe luogo la vostra incoronazione. Ciò fu possibile dal momento che il titolo di imperatore d’Oriente, fino ad allora difensore della fede cristiana, era vacante. Più precisamente l’ultimo a portarlo era stato l’infante Costatino VI, poi accecato e imprigionato dalla madre Irene che, assetata di potere, si era proclamata imperatrice. Che una donna agisse in questi termini, la gente del tempo non poteva tollerarlo; perlopiù già da secoli l’autorità bizantina non era più riconosciuta a Roma dove, in virtù della Donazione di Costantino (secondo i libri di storia, questo celebre falso storico fu diffuso probabilmente proprio in questi tempi) si parlava di una «repubblica di san Pietro».

La rottura tra Oriente e Occidente si fece sempre più profonda. I successori di Irene non perdonarono al papato di aver dato il diadema d’imperatore a un barbaro e col passare del tempo i contrasti politici s’inasprirono ancora, fino al definitivo scisma del 1054.

Che tutti questi elementi si trovassero a convergere, per chi crede al manifestarsi della salvezza nella storia dell’umanità, significa che voi dovevate lasciare un segno importante.

Difficile che, nonostante i suoi meriti, Carlo Magno venga mai fatto santo... e la Chiesa non sbaglia.

Difficile che, nonostante i suoi meriti, Carlo Magno venga mai fatto santo… e la Chiesa non sbaglia.

Pur essendo voi stato, in linea con lo spirito del vostro tempo, un pio cristiano, assiduo nella preghiera e osservante del digiuno, non c’è da tanto meravigliarsi che non sia mai stata messa in moto dalla Chiesa una vostra causa di beatificazione. Storicamente si ricorda il tentativo dell’antipapa Pasquale III, che vi proclamò santo per ordine dell’imperatore Barbarossa. Una canonizzazione illecita, che difatti fu dichiarata nulla di lì a poco dal legittimo Papa. Non sarete forse mai elevato alla gloria degli altari, Sire, probabilmente perché vi si potrebbero imputare parecchie colpe – non ultima la vostra mancanza di pietà verso coloro che, sconfitti e disarmati, rifiutavano il battesimo. Tuttavia io non mi elevo a vostro giudice e so bene che, nell’epoca in cui siete vissuto, gli uomini erano più inclini alla violenza di quanto non lo siano oggi e, in ogni caso, è un grave errore pronunciarsi senza avere ben chiaro il contesto.

Certamente avete dato un essenziale contributo al costruire un’identità europea. Il processo da voi segnato nell’armonizzazione cristiana dell’Europa è durato più di un millennio, resistendo a Lutero e all’illuminismo fino ad arrivare ai giorni in cui vi scrivo. C’è ancora qualcuno, in questo giovane XXI secolo, che crede nell’unità dell’Europa. Non in quello spauracchio che compare qualche volta a Bruxelles e che ha partorito una moneta ch’è stata in grado di mettere in crisi i paesi più belli del mondo. Io credo, Sire, in un’Europa che vive nei cuori e nelle anime degli europei, un’Europa che non disdegni di tornare al nome con cui la si designava nei vostri giorni: Cristianità. Perché oggi come in passato, solo la croce di Cristo può portare pace tra le nazioni e armonizzare le diversità. Solo santificando noi stessi renderemo santa anche la società in cui viviamo e potremo dare vita a una vera città di Dio.

Europa unita? A parte l'euro, non sembra esserci altro...

Europa unita? A parte l’euro, non sembra esserci altro…

Vedeste com’è ridotta questa nostra Cristianità, Sire! Con la spada voi avete sottomesso tutti coloro che vivevano dai Pirenei alla Pannonia fondando un impero che, tutto sommato, oltre che un corpo aveva anche un’anima. Grazie allo zelo dei missionari i popoli da poco convertiti si radicarono nella fede in Cristo e vi si riconobbero. Col trascorrere dei secoli sono avvenuti un gran numero di scismi e guerre, sino ad una rottura definitiva di ogni forma d’impero in favore delle identità nazionali. Oggi questi paesi, dopo un processo violento e travagliato, hanno raggiunto una sorta di unità, quella che poco prima ho chiamato “spauracchio”. Un bel giorno i governi eletti si sono riuniti e lo hanno messo in piedi dandogli il nome di Unione Europea, con tanto di bandiera e motto (ipocriti entrambi), facendo sorgere nella mente collettiva grandi speranze per l’avvenire. Ma vent’anni dopo, l’unità monetaria, malamente gestita, ha prodotto effetti distruttivi. Una crisi, prima antropologica che economica, sta fiaccando l’identità dell’Europa e lo spauracchio si ostina a non riconoscere la primaria importanza dell’unico fattore che unisce questi popoli e nei secoli è stato il loro motore: la fede cristiana. Occorre azzerare tutto quello che si è fatto e ripartire dai valori umani, dalla necessità d’inseguire qualcosa di più grande del lavoro, dell’uguaglianza e della stabilità economica. Fondare l’Europa di domani nell’amore di Dio.

L'incoronazione di Carlo Magno. Altri tempi, altra Europa.

L’incoronazione di Carlo Magno. Altri tempi, altra Europa.

Indirizzo queste parole a voi, Sire, che la storia ha acclamato quale fautore e padre dell’Europa, nella speranza che possano arrivare a toccare qualche cuore, tra i tanti resi duri e refrattari dal disinteresse dilagante e dai vari agnosticismi filosofici. I politicanti che si riempiono la bocca di europeismo, se davvero vogliono realizzarlo e bene, devono essenzialmente andare a rinverdire le radici cristiane dell’Europa perché – mi scuso se lo ribadisco – niente può unire italiani, francesi, tedeschi, spagnoli, inglesi, ecc… se non l’appartenenza alla Chiesa.

Voi, Sire, su questo punto siete ancor oggi un modello validissimo da imitare.

Vorrei, per concludere, mandarvi un saluto lì dove spero che vi troviate: in quel Paradiso che un grande poeta della mia terra cantò, annoverandovi assieme al valoroso paladino Orlando – cui una secolare tradizione letteraria vi associa – tra i beati spiriti militanti che in vita combatterono per la fede e, nell’Eternità, danzano attorno al bagliore dorato di una croce nel Quinto cielo.

Sia il Paradiso così come quella brillante anima poetica l’ha sognato o differente, prego perché voi possiate sentire il mio messaggio da lassù.

Sinceramente vostro,

Alessandro Lastra

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Le gaffe di Le Goff. Dal Medioevo “superstizioso” alla superstizione dei medievisti. Un dialogo

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<<Dopo il Medioevo inventato da Voltaire, abbiamo oggi il Medioevo inventato da Le Goff>>

Dialoghi storiografici

del Mastino con Francesco Mastromatteo

***

Banalità e sclerosi, orgoglio e pregiudizio. Qualche merito

MASTINO:

Mastino

Mastino

Tu sai che io studio parecchio la roba medievale e tuttavia i miei studi accademici partono dall’età Moderna: ragion per cui sai anche che in teoria sarei un “ignorante” in medievalistica: salvo le questioni di Ordini religiosi, storia dell’igiene, medicina, costume e alimentazione, non so quasi una beata mazza. Ebbene, persino uno così, un dilettante di medievistica, strabuzzando gli occhi si è reso conto che per fin troppe cose, riguardanti il sacro medievale specialmente, ce n’era uno finanche peggiore: Jacques Le Goff! Il quale spara certe castronerie talmente clamorose nella loro superficialità che persino io sono stato in grado di smontarle nell’arco di 15 minuti esatti. Eppure costui ha fama di essere un “grande” medievista, persino il “più grande”: ma forse forse scambiano la parola “grande” con competente? Forse intendono dire “grande” quanto a vendite? O è solo “grande” in quanto capo dei baroni universitari di materie storiche di Francia? Ecco, ho il sospetto che non sia affatto “grande”: sia semplicemente “potente”. O che tu dici?

MASTROMATTEO:

Mastromatteo

Mastromatteo

Leggendo l’intervista rilasciata da Le Goff a Repubblica nel giorno di San Francesco, in cui il Nostro tira fuori il più stantio e superato armamentario ideologico sul santo pauperista e rivoluzionario, a cui dovrebbe ispirarsi l’attuale Papa per “rinnovare” la Chiesa (sempre all’insegna di categorie politiche e sociali mondane, s’intende: e per fortuna che il Papa ha detto tutt’altro ad Assisi…), devo ammettere che anche io le ho trovate sconfortanti nella loro banalità.

Ma prima di affrontare la questione delle coordinate ideali e politiche dello storico francese, vorrei fare una considerazione di ordine generale, applicabile non solo a Le Goff ma a tutti i “grandi” studiosi e intellettuali, di qualsivoglia corrente: i cosiddetti maestri, prima o poi, tendono a diventare tromboneschi e autoreferenziali. Io che pure ho avuto delle guide che considero tuttora fondamentali per la mia formazione, sia nella scuola che nella vita, sono giunto conclusione che prima o poi vanno tutti messi in discussione, anzi traditi, e che evangelicamente, di Maestro ce n’è uno solo. Questo vale nel campo scientifico e soprattutto quello storico, in cui sappiamo bene che qualsiasi tesi, anche la più affascinante, è destinata presto o tardi a essere messa in discussione da nuovi studi e nuove metodologie.

A ciò, molto più prosaicamente, si aggiungono fattori umani, troppo umani: l’aver conseguito rendite di posizione, l’età, lo sclerotizzarsi, come dicevo, su posizioni che non reggono alla luce di nuovi studi, ma il non volerlo ammettere, per orgoglio o mancanza di lucidità. Al netto di tutto ciò, io penso che comunque nel panorama contemporaneo Le Goff resti un grande studioso (magari più per i problemi che ha aperto che non per le risposte date), se non altro per aver saputo attualizzare l’insegnamento della scuola delle Annales, senza la quale, con tutti i suoi limiti e aspetti discutibili, non ci sarebbe stata tutta la medievistica attuale, ovvero quella che ha ampiamente messo in discussione, se non proprio demolito, la “leggenda nera” di origine umanistico-luterano-illuminista dei “secoli bui” oscurantisti e retrogradi.

Dalla storia come storia di grandi, a quella di tutti. Un bene per la storia cattolica

Le Goff, nel suo studio

Le Goff, nel suo studio

MASTINO:

Tu, studioso di medievistica, amico infinitamente caro, mi hai dato il grande dispiacere di fare una riverente tesi di laurea nientemeno che su Le Goff. Perché l’hai fatto? Che morale finale ne traiamo dalla tua tesi?

MASTROMATTEO:

Se è per questo io sono cresciuto culturalmente in un due atenei, quello di Bari e quello di Siena, abbastanza rossi da sempre… anche se la tesi su Le Goff l’ho fatta con un cattolico, anzi un sacerdote, don Cosimo Damiano Fonseca, illustre studioso della civiltà rupestre e accademico dei Lincei.

La mia tesi era sul Medioevo visto da Le Goff nei suoi molteplici aspetti politici, culturali, economici, come “incubatrice” delle radici dell’identità europea, un tema che in quel periodo teneva banco nella discussione politica e culturale, in merito alla opportunità o meno di menzionare le radici cristiane nella nascente costituzione europea. Tema sul quale Le Goff, al termine di uno dei saggi che utilizzai per la mia tesi, dopo aver analizzato l’influenza del cristianesimo sulle istituzioni politiche e sociali, sulla cultura, sull’economia e sulla mentalità dell’uomo dell’Età di Mezzo, da perfetto francese afferma che l’Europa di oggi, (con riferimento proprio alla menzione delle radici nella costituzione), non deve essere cristiana, ma laica, fatta salva l’importanza storica delle suddette radici.

In questa affermazione (che potremmo rovesciare dicendo che, preso atto della sua innegabile, sostanziale laicità odierna, l’Europa storicamente non può non dirsi cristiana) c’è un po’ la cifra di tutta la filosofia di Le Goff e della scuola da cui proviene. L’École delle Annales, fondata nel 1929 dagli storici Marc Bloch e Lucien Febvre, a cui poi si aggiunse Henri Pirenne, rivoluzionò il modo di fare storia, che fino ad allora era stata concepita essenzialmente come “histoire événementielle”, vale a dire come storia dei grandi personaggi e dei grandi avvenimenti istituzionali: come se nei secoli del Medioevo fossero esistiti solo re, papi, feudatari, guerre e accordi politici. Questi studiosi francesi, la cui ricerca storica comincia così a occuparsi, con l’aiuto di altre scienze, come la geografia, l’archeologia, la sociologia, l’antropologia, la numismatica, lo studio dei fossili, ecc… anche dei protagonisti “anonimi” della storia: popolani, contadini, donne, bambini. Cerca di ricostruire la loro vita quotidiana, capire cosa mangiassero, come si vestissero, quale fosse la loro mentalità.

libro28_legoff_uomomedievaleUna rivoluzione scientifica senza la quale non ci sarebbero stati quei filoni di studio a te tanto cari, come la storia dell’alimentazione, o dei riti funebri… tu mi chiederai: che c’entra tutto questo con la Chiesa e la religione? Moltissimo, perché le menzogne anticattoliche non riguardano soltanto l’aspetto istituzionale o meramente teologico del Medioevo. Pensiamo alla provvidenziale opera della Chiesa nel campo della regolazione dei conflitti e della violenza feudale, dell’assistenza ospedaliera, dell’innovazione tecnologica in campo agricolo, ma non solo, apportata dal monachesimo (per tacere di quella più nota in campo culturale), o la rivalutazione del ruolo femminile e dell’infanzia… tutti aspetti della storia materiale, quotidiana, della mentalità, che sono venuti maggiormente alla luce grazie a questa nuova impostazione storiografica.

E’ quello tra fede cattolica e storiografia medievistica contemporanea, secondo me, un rapporto di odio e amore reciproci e tra loro insolubili: la prima non può fare a meno della seconda per impostare una battaglia apologetica e di contro-storia che abbia seri fondamenti culturali e scientifici; ma deve costantemente guardarsi dal suo sostanziale anticlericalismo, quando non anticattolicesimo. La seconda, pur essendo geneticamente giacobina e marxista, si rende conto, anche quando non vuole ammetterlo, che senza cristianesimo e senza Chiesa non sarebbe esistita nemmeno la civiltà oggetto dei suoi studi (e di conseguenza, aggiungo io, la civiltà tout court). E’ un’ambivalenza costante, che in Le Goff riemerge spesso, con affermazioni e tesi di stampo marcatamente volterriano-comunista, anche superate dalla storiografia laica più recente, insieme a imprevedibili aperture e riconoscimenti verso la benefica opera culturale e sociale che la Chiesa ha svolto nel corso della storia.

E Le Goff rimaneva incantato davanti le liturgie preconciliari

MASTINO:

Ma Le Goff a quali circoli fa riferimento? Massoni? sinistra? pagani…. Inquadriamolo ideologicamente e socialmente. E ancora: è anticattolico? anticlericale? o semplicemente antireligioso? A che si deve questa sua proterva diuturna mai doma smania di deformare anche il Medioevo pur di dir male della Chiesa Cattolica? Cui prodest? In Francia, nelle università di Francia e d’Europa Dio è morto, allora perché infierire su un morto? Perché sparare sulla croce rossa?

MASTROMATTEO:

Le Goff, che è di Tolone, nelle sue memorie dice di essere cresciuto in una famiglia “bipartisan”: madre (di origine italiana) cattolica e molto devota, padre anticlericale, anzi, specifica lui, addirittura antireligioso. A 15 anni, durante una gita a Tolosa, il futuro storico visita Saint-Sernin, la più grande chiesa romanica della Francia, e rimane profondamente commosso: si chiede da dove venga quella bellezza, chi siano gli uomini che l’hanno costruita. Nasce così, dall’incontro con una testimonianza materiale della civiltà cristiana medievale, la sua passione per la storia.

download (2)Di certo l’influenza materna deve essere stata forte per molto tempo: quando si impegna politicamente contro l’antisemitismo (che, non lo dimentichiamo, in Francia è sempre stato virulento, e anche in ambienti non sospettabili di simpatie reazionarie, anzi!, basti pensare al caso Dreyfus), la madre si preoccupa che non si tratti di ambienti massonici e anticlericali, e lo manda a parlare con l’arciprete della cattedrale.

Tuttavia, il giovane Le Goff più che nutrire un sentimento religioso profondo e consapevole, subisce il fascino “estetico” del cattolicesimo, che, scrive, “si esprimeva nella forma post-tridentina del Midi. Il Concilio Vaticano II, la rivoluzione degli anni ’60-’70, hanno relegato tutto ciò in un altro mondo. Coloro che sono nati negli anni ’50 ne hanno solo un’idea vaga. Per le generazioni posteriori al 1960, è arabo”. Per quelle cerimonie, Le Goff provava “distanza, ma non estraneità: osservavo le antiche liturgie senza aderire ai gesti o all’emozione”.

Una figura che certamente ha avuto un grande ascendente su di lui è stato il suo primo maestro, Henri Michel, agnostico e socialista che, scrive, parlava però molto bene della Chiesa, cosa che mi sedusse in quanto ero un bambino cattolico praticante. Fin dall’inizio Michel aveva dato il la: “nel Medioevo la Chiesa domina su tutto”. La mia devozione di allora, certo relativa e tuttavia sincera, ne era rimasta sedotta».

images (3)Credo che questo dualismo presente fin dalla sua infanzia lo abbia influenzato in modo contrastante per tutta la vita, anche se dall’entusiasmo per la vittoria del Fronte Popolare del ’36, fino alla sua adesione alla Scuola delle Annales, di impostazione marxista, passando per la partecipazione alla Resistenza, la vicenda politica di Le Goff è quella di un agnostico impegnato nella militanza di sinistra. Un agnostico che pure rende omaggio ai “numerosi cristiani impegnati, laici o preti, che sostennero me e la mia attività, indicandomi o aprendomi delle vie di ricerca”, però, specifica, “senza mai volermi influenzare, imporre il loro punto di vista e la loro esperienza interiore”. Un po’ come Scalfari con il Papa, mi verrebbe da dire: dialoghiamo, ma non cercare di convertirmi, anzi magari sono io che converto te al laicismo o al marxismo… in Francia non c’è bisogno di essere strettamente massoni per pensarla in questo modo: la laïcité”, intesa nel senso giacobino, la succhiano con il latte materno, anche quando la mamma è cattolica…

Il mito della Rivoluzione Francese: dalla superstizione al dogma storiografico